Che famiglia…

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L’ospite di riguardo

Che famiglia……..

Commedia brillante in due atti

Di

Fulvio Barni

 

e

Maria Letizia Ceccuzzi

La vicenda si svolge nella metà degli anni sessanta. Siamo nel soggiorno della grande casa dove vive una nutrita e un po’ strana famiglia patriarcale. Vi abitano il signor Pietro Stelloni con la moglie Veronica, i quali hanno un figlio, Carletto, elemento dispettoso e vivace.  Attila, zio di Pietro, che non perde occasione per rammaricarsi della sua ormai estinta attività sessuale e la figlia Flavia, vedova, che a sua volta ha una figlia, Berenice. Addolorata, sorella di Attila, personaggio funereo che recita di continuo poesie sulla morte e Oreste suocero di Flavia, vecchietto arzillo arteriosclerotico, che crede di essere un comandate militare. Vi sono inoltre alcuni dipendenti: Olimpia è la governante. Adelmo, una specie di maggiordomo tuttofare. Adalgisa si occupa di Attila. Il nucleo familiare è benestante e vive dei proventi di un’azienda agricola che possiedono da alcune generazioni.

Personaggi

Olimpia: domestica

Adelmo: domestico

Tonino: facchino

Giulietto: facchino

Silvestro Filandri: funzionario del Ministero dell’Agricoltura

Addolorata: sorella di Pietro Stelloni

Carletto: figlio di Pietro Stelloni

Pietro Stelloni

Attila Stelloni: zio di Pietro

Flavia: figlia di Attila Stelloni

Oreste: suocero di Flavia

Adalgisa: governante di Attila

Berenice: figlia di Flavia

Severo: figlio di Attila

Lavinia: moglie di Severo

Foresto: amico di Attila

Serafino: amico di Attila

Notaio Sistini

Filippo Franzoni: funzionario dell’ufficio imposte

Veronica: moglie di Pietro Stelloni

Primo atto

Olimpia: (canta mentre spolvera e riassetta la stanza) Fatti mandare dalla mamma, a prendere il latte, devo dirti, qualche cosa, che riguarda noi due ……………….

Adelmo: (è seduto e sta ultimando un cruciverba) E’ Olimpia, aiutimi a finì’ ste parole‘ ncrociate, per piacere. Se no mi sa che io mica gliela fò………..

Olimpia: Te devi piglià’ a fa’ quello che ti riesce e basta. Se no doppo sei sempre a noià’ l’uno e l’altro. E più che l’altri, l’Olimpia, che poi sarei io.

Adelmo: Dai, su, Olimpia,‘un la fa’ tanto brodosa……………….. vediamo se sai questa: 14 verticale: sale di notte.

Olimpia: Ma quanto sarai coglione! Ci vorrà d’avè’ fatto l’università per sapello………

Adelmo: E allora dimmela, noo. Senza falla tanto lunga.

Olimpia: Ma è la cipolla, bischero. O che sarà secondo te.

Adelmo: (prova le lettere sulle caselle sillabando) Ci, po, lla……… No, ‘un po’ èsse’ cipolla ‘un c’entra.

Olimpia: Allora, prova ‘n po’ se ci sta, (sillabando) a,glio.

Adelmo: A, glio. No, ‘un ci sta nemmeno aglio.

Olimpia: O Adelmo! Falla meno lunga, è: o è l’aglio o la cipolla, ‘un si fugge. Se ‘un le digerisci bene, la notte risalgono tutt’e due.

Adelmo: Ma ‘n do’ salgono?

Olimpia: (indicando il percorso) Da lo stomaco risalgono a la gola.

Adelmo: Boh! Sarà anche come dici te, ma se ‘un c’entrono, ‘un c’entrono. E’ inutile che ‘nsisti……….. So’ quattro lettere sole.

Olimpia: (si ferma pensando)Vediamo un po’ che potrebbe ‘èsse………………… prova cotiche e salcicce ……………. che anche queste so’ parecchio ‘ndigeste, ‘un si digeriscono bene per niente.

Adelmo: A, ma allora ‘nsisti…………… t’ho detto che so’ quattro lettere sole.

Olimpia: (pensosa) Allora ………….. allora, che potrebbe èsse’………….. è la luna. Scrive tranquillo, che è senz’altro la luna.

Adelmo: E perché. un potrebbe èsse, acqua?

Olimpia: No, perché acqua so’ cinque lettere.

Adelmo: Saranno anche cinque lettere, ma a la mi’ sorella, che sta al terzo piano, l’acqua gli sale di notte e basta.

Olimpia: E allora fa’ come ti pare, se ti riesce di zeppaccela, mettici acqua.

Adelmo: Ovvia, su, ti voglio fa’ contenta, ci metterò, luna. (scrive) …………21 verticale: si consuma illuminando.

Olimpia: Ma stammi a sentì, Adelmo, ma le fai te o te le fo io, ‘ste parole ‘ncrociate?

Adelmo: Ma certo che le fò da me. O madonnina ora quanto la fai cascà’ dall’alto per avetti chiesto ‘na cosa.

Olimpia: E allora che è, sentiamo, che si consuma illuminando.

Adelmo: Ma che m’hai preso pe’ ‘n coglione? Che vòi che sia: la corrente, noo.

Olimpia: E ‘nvece no. Guarda quante lettere so’.

Adelmo: (conta) Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette.

Olimpia: E corrente ‘un ci po’ entrà’, perché so’ otto lettere.

Adelmo: Stammi a sentì’, Olimpia: qui la corrente ‘un c’entrerà, ma ogni du’ mesi, a me m’arrivono certe bollette de la luce, che te n’hai manco l’idea. Dunque ‘l consumo c’è, o no, secondo te.

Olimpia: Scrivici, candela, camina, se vòi fini ‘sto cruciverba. Se no te, manco l’anno del mai ci arrivi ‘n fondo.

Adelmo: Sie, e mi sembri candela. Ma fammi ‘l piacere. Ora, secondo te, chi l’adopra più le candele per fa’ luce?

Olimpia: (seccata) Oddio, Adelmo, quanto sei peso stamani………… Fa’ come ti pare, a me ‘un me ne frega niente. (entra Addolorata una signora tutta vestita di nero, dall’aspetto funereo, con un libro in mano. Parla in maniera lugubre)

 

Adelmo: Eccola mì’! E’ gia arrivata. Fammi da’ ‘na toccatina nel solito posto, va’, ‘un si sa mai. (Adelmo si gira e si tocca)

Addolorata: (non appena messo piede in scena) E voi perché siete qui? Non dovreste essere da un’altra parte?

Olimpia: E dove si dovrebbe esse’, signorina Addolorata? A noi ci pagono pe’ sta’ qui.

Addolorata: Se restate qui non vi salverete. Scappate, mettete in salvo la vostra anima. Datemi ascolto.

Adelmo: (ad Addolorata) Scusi tanto, è, ma perché si dovrebbe scappà’, che ha saputo di qualche terremoto che ci dovrebbe esse’ ‘n giro, d’ un’inondazione?

Addolorata: Ho saputo che ci sarà il giudizio universale.

Olimpia: (assecondandola) Ah, ma di quello ce l’avevono gia detto. Si sapeva, vero Adelmo?

Adelmo: Si, si, stia tranquilla. Ci avevano gia avvertiti …………… Ovvia ora vada, su, finisca ‘l su’ giro e poi vada sotto ‘na merigge ‘n giardino. (Addolorata esce)

Olimpia: Certo che uno che la vede pe’ la prima volta potrebbe anche pensà’che porta male, ‘nvece ‘un è successo mai niente……………….. (improvvisamente cade qualcosa)

Adelmo: Zitta Olimpina per piacere, è. Fammi ‘l favore di ‘un le dì’ più ‘ste cose quando c’è lei, perché mi sa che qui la faccenda peggiora. (Si sente suonare un campanello)

Adelmo: Ah, questo dev’esse’ quel signore di Roma. ‘L sor Pietro me l’avrà detto venti volte da stamattina. (cantilenante) “Adelmo stà’ attento a quando sònono a la porta. Mi raccomando ‘un lo fa aspettà’. Aprigli subito. Quello è un ospite di riguardo”. Ma chi sarà mai ‘st’ospite?

Olimpia: Potrebbe anche esse’ Severo, ‘l figliolo del sor Attila. So che stamani ci hanno l’appuntamento co’ la su sorella dal notaio pe’ l’eredità del su’ zi’ Torquato.

Adelmo: (pensoso) Torquato……Torquato……..Ah, ho capito chi era Torquato: sarebbe stato lo zio cornuto, ‘l cognato del sor Attila?  (suonano ancora) S’arriva!……….. Oh, ma manco ci avessero la canizza dietro.

Olimpia: Adelmo, vacci te a aprì’, fammi ‘l piacere, che se no io qui ‘un finisco manco ‘l giorno del giudizio universale. (suonano ancora)

Adelmo: (mentre va ad aprire) Arrivoooooooooo! Ma questo ‘un ci ha i cani dietro, ci ha ‘l lupomarano. Per avé tutta ‘sta fretta. (da fuori scena) Mira chi c’è…………. Olimpiaaaaa  rimett’e polliiiiiiiiii, ci so’ ‘l gatto e la volpe.  (rientra Adelmo seguito da Giulietto e Tonino. Stanno portando un vecchio mobile sgangherato)

Olimpia: Mi! Ecco que’ du’ dannosi. (con enfasi) La premiata ditta di autotrasporti, Straccamerigge e Fregagiornate. (Adelmo torna a fare i cruciverba)

Tonino: Piglia, piglia ‘n giro. Sa’ quanti ce la vorrebbero avè’ un’aziendina come la nostra.

Olimpia: Per rende’ vi renderà senz’altro, ma se guadagnate dieci lire voi le bevete subito venti. E qualche volta anche prima di riscòtele.

Giulietto: Chiamici coglioni. Ma ‘un lo sai che oggi i soldi un valgono più niente.

Olimpia: Ah, ‘un avete paura che ‘n mano a voi ‘un fanno ‘n tempo a svalutassi. Almeno se ci compravi ‘na vigna qualcosa vi rimaneva ‘n mano, ma ‘nvestiti nel vino vi fioriscono le sbornie e basta.

Giulietto: (trafelati a Olimpia) Ci s’ha da consegnà’ ‘sto canchero al sor Pietro. ‘N do’ lo mettemo?

Olimpia: (Olimpia gli gira intorno guardandolo) E che sarebbe ‘sto coso? Un ospizio pe’ topi e pe’ bucaioni?

Tonino: S’è caricato stamani a Roma, da uno che vende tutte ‘ste schifènze.

Olimpia: E che ‘n sapeva ‘n dove buttallo, vero?

Giulietto: Tu vedesse quanti ce n’ha di ‘ste cave di tarli………un cappanno pieno, zeppo, zeppo.

Olimpia: E perché l’avreste portato qui? Che c’è lo scarico ‘ne ‘sta casa?

Tonino: O che discorsi fai! S’è portato qui perché ce l’ha detto ‘l sor Pietro.

Giulietto: Aveva comprato sto coso, no, e dato che aveva saputo che noi s’andava‘a Roma, ci ha detto se gli si riportava.

Olimpia: E che ci farebbe co’ ‘sto trofeo? L’impacchi caldi?

Tonino: O che ne so io che ci fa……….ci farà la cuccia pel cane.

Giulietto: O la gabbia pe’ coniglioli……….. e sa che ‘n ci starebbero bene.

Olimpia: E ora dove avreste ‘ntenzione di mettelo?  (risentita) Mica qui, è? Ma manco per idea!

Tonino: Diccelo te allora che famo prima, noo?

Olimpia: (indicando per terra) Giù, nel granaio, o nel garage. (tassativa) Qui, no…. via, portate via ‘st’ almanacco.

Giulietto: Sie, prima s’è salito su, ora lo riportamo giù. Ma che famo le gioche, dicono a Monteleone.

Olimpia: A me come dicono a Monteleone ‘un me ne frega niente. ‘Sta concimaia, voi qui ‘un ce la lasciate. (incitandoli a ricaricare il mobile) Su, su, forza, nel garage. Andare…….

(ricaricano il mobile) (Adelmo sta provando a voce alta alcune parole da inserire nel cruciverba)

Adelmo: Secondo me dev’essero stupidi………………. Ora ci provo. (sillabando a voce alta) Stu, pi, di.

Giulietto: (a Tonino) O te! Ma che ha detto a noi?

Tonino: Perché noi siamo stupidi secondo te?

Giulietto: No!………….. O almeno ‘un mi sembra.

Tonino: Allora se ‘un ha detto a noi, camina e guarda ‘n do’ metti i piedi, se no baltamo noi e ‘l mobile.

Adelmo: Se ‘un so’ stupidi, però, ci sta che sò cretini. Anzi, credo proprio che siano cretini senz’altro. (sillabando) Cre, ti, ni……. (contento) Ci sta, ci sta.

Giulietto: (con voce concitata a Tonino) Posa ‘sto coso, veloce, giù, mettelo ‘n terra. Che ora scozzamo le carte. (posano il mobile. Giulietto va da Adelmo. Tonino lo segue a ruota)

Adelmo: (che è di spalle) Si, si, so’ cretini, via. Imbecilli sarebbe troppo grossa. (Giulietto gli batte nella spalla)

Giulietto: (minaccioso, mani ai fianchi) Stammi a sentì’, scienziato, ma mica tante le volte ti sarà venuto a noia a campà’?

Adelmo: (meravigliato) Ma che dici a me?

Tonino: (minaccioso, mani ai fianchi) Si! Dimo proprio a te, dimo.

Giulietto: (che prepara un pugno davanti agli occhi di Adelmo) Ridillo ora quello che ha’ detto prima, che famo subito la prova per vedé’ se sei coraggioso o fai finta.

Adelmo: Ma chi v’ha detto niente a voi! Ma che sete, briachi?

Tonino: Ah, ora neghi? Farabutto, delinquente che ‘n sei altro.

Giulietto: Dunque scoltimi bene, maggiordomo, costì. Pe’ sta volta la passi liscia. T’è andata a pipa di chioccia perché c’è presente l’Olimpia……… che è una signora.

Olimpia: (mentre parla fa un sorriso e un inchino) Che galantòmo!

Giulietto: (a Olimpia) E te perché avresti fatto‘sto verso?

Olimpia: Perché a me ‘un mi ci chiamono mai signora, e ti ringraziavo.

Tonino: (a Giulietto) Seguita, forza, che ci s’ha da fa’, mica ci s’ha da perde tempo con lui.

Giulietto: E siccome ‘ste cose davanti a una signora, noi ‘un si fanno.

Tonino: Mai fatte. Davanti all’omini si, ma davanti a le signore, mai.

Giulietto: Dunque ‘un ci riprovà’ più perché quest’altra volta ti scòstolo. ‘Ntesi?

Tonino: Oppure io co’ ‘n pappone ti butto giù tutt’ i denti…… Sempre se ‘un gliela fatta prima lui a steccolatti.

Olimpia: (ridendo) Ma mica l’aveva con voi, porino.

Tonino: Te sta zitta e ‘un lo riparà. (facendo cenno) Sta’ ‘ndietro e fatti le tue.

Olimpia: Ma ‘un diceva a voi, vi dico, faceva le parole ‘ncrociate.

Giulietto: I bracci e le gambe gli ‘ncrocio, se s’azzarda a riaprì’ bocca.

Tonino: (a Adelmo mentre se ne va con Giulietto) E mosca, è. Perché se t’azzardi a rifiatà’……...Ti fò subito quello che t’ha detto prima lui. Capito? (caricano il mobile e fanno per uscire)

Giulietto: (a Tonino) Piglielo bene e facci forza, è, su………… (Tonino strenfia) E senza strenfià’ tanto. T’avesse a uscì’ qualche fuga di gas. Te quando ti pieghi se’ pericoloso.

Adelmo: Sudici e disordinati.

Tonino: Riposa subito ‘sto coso. Mettelo giù che ‘sta volta gli toccono. Ah, stavolta ‘un gliele salva manco ‘l papa.

Olimpia: (li ferma) Bòni, state bòni,. V’ho detto che fa le parole ‘ncrociate. ‘Un dice a voi.

Giulietto: (da lontano) E’ crucculo, ma voi che ti faccia la masa?

Olimpia: (alterata) Forza, caricate ‘sto fradiciume e sparite. Via, che ci ho da fa’, su.

Tonino: Te, da la fortuna che ci hai, ti figliono anche verri, vedi.

Giulietto: Manco zucchini ce l’hanno la tu’ fortuna, che nascono col fiore ‘n culo …………….ringrazia Dio che c’è l’Olimpia qui…………………

Olimpia: (cantilenante) Che è una signora, eccetera, eccetera…………… (urlando) Ho detto fòriiiiiiiii. Sparite! (riprendono il mobile ed escono)

Adelmo: (esterrefatto) Io boh! Un lavoro come quest’anno ‘un s’era mai visto.

Olimpia: Adelmo, te devi smette di fa ‘ste cose, costì, tanto ‘un ti riescono e va a finì’ che prima o poi ti metti ne’ casini. Codeste ‘un so’ cose da te.

Adelmo: Dimmi questa, dai, e poi smetto subito, che tanto ci ho d’andà’ a potà’ la siepe ‘n giardino……………… la si fa sotto sforzo.

Olimpia: Che sarà, sentiamo?………. (Adelmo fa spallucce) La fatica, noo?

Adelmo: Olimpina, forse ha’ ragione te, la mi’ cittina, ma a me, lì per lì, m’è venuto di pensà’ subito a uno stitico. (entra Oreste, vecchietto arzillo arteriosclerotico. Ha la fissazione della disciplina militare. Crede di essere un comandante. Porta un cappello militare, medaglie e mostrine di campagne di guerra. Si ferma sulla porta)

Oreste: In questa caserma si gozzoviglia, è. Si, si, si, ho proprio l’impressione che si gozzovigli.

Olimpia: Ecco anche quest’altro, mi’. Chissà che ci avrà stamani.

Oreste: (urlando) Compagniaaaaaaa, att…entiiii. (Adelmo e Olimpia si mettono sull’attenti) Ispezione alla camerata. (Oreste gira per la stanza)

Adelmo: Sta’ zitta, che forse ce la cavamo con poco.

Olimpia: Speriamo che la tu’ bocchina dicesse ‘l vero.

Adelmo: Ti dico di si. Se andava pe’ le lunghe ci aveva bell’e fatto comincià’ a marcià’.

Oreste: (urla) Le brande sono rifatte male……… gli zaini sudici ………… le divise non stirate a dovere. (ad un ipotetico caporale che non c’è) Caporale, prenda i nomi di questi soldati. Per loro, niente libera uscita per una settimana. (esce)

Adelmo: ‘Un è andata male, via, ‘n si lamentamo.

Olimpia: No, no, chiamamoci contenti. Budelli però quanto bercia. (suonano alla porta)

Olimpia: Sé’, risònono ‘n’altra volta. Adelmo vacci te, fammi ‘l piacere, che bisogna che vada subito a fa’ le camere.

Adelmo: Adelmo ci ho da fa qui, Adelmo ci ho da fa là. Ma tocca sempre a me.

Olimpia: Su, su, fa’ ‘l bravo. Se no ‘un te le dico più le risposte de le parole ‘ncrociate, è. (esce dalla scena) (risuonano)

Adelmo: (mentre va ad aprire) Ma hanno tutti fretta stamani, O ‘n do’ ci avranno d’andà, a salvà’ ‘l mondo? Ancora ‘un l’hanno mica capito che ‘un è ‘l nostro. (facendo spallucce mentre esce) Io, boh!

Filandri: (da fuori scena) Sono il signor Silvestro Filandri. Il signor Pietro è in casa?

Adelmo: (mentre rientra in scena, seguito dall’ospite) Ma certo che è ‘n casa, entri, entri pure. Lei dev’èsse’ quel signore di Roma che stava aspettando, vero?

Filandri: Si. (gli da un biglietto da visita) Mi annunci subito per favore, ho una gran fretta e vorrei andarmene prima possibile. (Adelmo cerca una posizione al biglietto per metterlo meglio a fuoco, poi legge a voce alta)

Adelmo: Signor Silvestro Filandri, funzionario del Ministero dell’Agricoltura e Foreste - Roma.

Filandri: Che cosa c’è, non si fida? Eppure mi sono presentato appena entrato.

Adelmo: E’ sempre meglio controllà’, ‘un si sa mai, gira certa gente……. (posa il biglietto da visita sul Tavolo) E, mi scusi tanto, è ……… che ha detto poco fa, che ‘un ho capito?

Filandri: (scocciato) Ho detto: mi annunci subito per favore, ho una gran fretta e vorrei andarmene prima possibile.

Adelmo: Io credo che quello che ha appena detto ‘un gli rimarrà facile fallo!

Filandri: Ah, no? E perché ……………. se è lecito?

Adelmo: Perché ‘un è semplice come crede lei scappà’ dalla casa del signor Pietro una volta entrati.

Filandri: Peggio del famoso labirinto di Porsenna!

Adelmo: (dopo avergli fatto cenno di avvicinarsi gli dice in confidenza) Lui, quando gli capita un ospite tra le mani, ‘un è contento finché ‘un lo vede soffocato dall’attenzioni e da le premure che gli rovescia addosso.

Filandri: Senta, si avvicini,……. confidenza per confidenza. Ne avevo sentito parlare di questa generosità asfissiante del signor Pietro e…….in tutta sincerità… non sarei voluto venire, ma ha tanto insistito, che alla fine ho dovuto cedere.

Adelmo: E’èèè, caro lei, ‘l signor Pietro, quando si mette ‘ntorno a qualcuno è peggio de le putt …………. (schiarendosi la voce) volevo dì’…..che è peggio di que’ le donnine che passeggiono pe’ le strade. Non so se mi spiego…………….

Filandri: Si, si, ha reso l’idea………..Comunque, le stavo dicendo, che ho provato in mille modi a dire di no. Però, caro mio, tutto è stato inutile.

Adelmo: Mi dica una cosa, ha provato, per esempio……. non so ….. con la scusa degli affari?

Filandri: Provato! E la risposta è stata: “ma per un giorno…… via, su ….. non cascherà mica il mondo”.

Adelmo: (incalzandolo) E con la scusa che fa troppo caldo e si viaggia male?

Filandri: Tentata! Prenda un treno la mattina presto e viaggi per il fresco, mi è stato prontamente risposto.

Adelmo: Una cosa che funziona sempre è dì’ che aveva gia fissato una gita con degli amici.

Filandri: E’ stata la prima che ho detta! Porti anche loro, mi è stato risposto. O non lo sa che per compagnia prese moglie un frate?

Adelmo: Senta, ora provamo con quest’altra, è, e poi lo lascio perché ci ho da potà’ la siepe……………….. scommetto che questa ‘un gli è venuta ‘n mente.

Filandri: Dica, dica, la prego, potrebbe sempre venir bene per qualche altra volta.

Adelmo: Apra l’orecchi e stia bene attento: ………….. (scandendo le parole) un amico in agonia ha chiesto di vederla.

Filandri: Potrebbe anche andare, per una volta però…………. poi, l’amico, sicuramente morirà….

Adelmo: (meravigliato) Ma che dice! Se poi, in seguito, glielo dovessero richiede’, lei ‘un fa’ altro che allungà’ l’agonia dell’amico……….. Ma ‘un lo sa lei che parecchia gente ci sta anche due o tre mesi in agonia?

Filandri: Però che grande sofferenza dovrebbe essere per chi rimane due o tre mesi in punto di morte.

Adelmo: E a lei che gliene frega, scusi! ‘Ntanto s’è salvato da una giornata noiosa…………

Filandri: E’ vero anche questo! Da quello che sono riuscito a capire, lei deve essere molto esperto in fatto di trovare scuse.

Adelmo: (gongolante) E scommetto che ‘un sa neanche che c’è un proverbio che dice: morte tua vita mea?

Filandri: Ma certo. Quello che ha appena citato è un vecchio detto dei latini……. lei conosce il latino?

Adelmo: E chi sarebbe ‘sto latino? Un cristiano de le su’ parti? Perché qui da noi ‘un c’è nessuno che si chiama così.

Filandri: Ma no, cosa dice, il latino è una linguaggio……….morto però…….. che ormai non è più tra noi. (come ricordando con piacere un amico) E pensare che ai tempi della scuola lo conoscevo molto bene.

Adelmo: Vede che avevo ragione io. Se gli fosse venuto ‘n mente il su’ compagno morto….. latino, lì, ……. o come si chiama…… e l’avesse adoprato come scusa, oggi ‘un sarebbe qui ……. (con espressione scocciata) a rompisi i corbelli col sor Pietro………..

Filandri: Ma che cosa ha capito? Latino, non era un mio compagno di scuola.

Adelmo: Senta, chi era, era, a me ‘un m’interessa niente. ‘Ntanto, per oggi, lei si succhi ‘l sor Pietro con tutta la famiglia, così  ‘n’altra volta ‘mpara e ci sta più attento.

Filandri: (secco) Grazie del consiglio!

Adelmo: Ma le pare. Quando si pòle dà’ ‘na mano a qualcuno…… (indicando una poltrona) Si metta a sedé’ qui ‘ntanto che avverto ‘l padrone che lei è arrivato. Vedrà che ‘l sor Pietro starà poco a venì’………….. con permesso.(il domestico esce)

Filandri: Vada, vada pure giovanotto. E grazie ancora dei suoi consigli. (si siede) (dalla parte opposta da cui è uscito Adelmo, entra Addolorata)

Addolorata: “ La morte è qui, e la morte è la; da per tutto la morte è all’opera”.

Filandri: (si alza in piedi) (accennando un inchino) Buongiorno signora. Sono il signor Filandri…………. amico del signor Pietro.

Addolorata: (si ferma senza distogliere lo sguardo dal libro) Come sta? (senza che gli risponda) Mi fa piacere che stia bene. E la sua signora? Ho piacere che stia bene anche lei. Me la saluti.

Filandri: Veramente io non sono sposato. Forse si sta sbagliando con un’altra persona.

Addolorata: La morte non sbaglia mai, solo i comuni mortali sbagliano sempre. Qualunque cosa facciano.

Filandri: Sono suoi i versi che stava declamando?

Addolorata: Si! Ma sono anche suoi, la morte è di tutti.

Filandri: (seccato dell’argomento) Accidenti a me e a quando ho accettato l’invito. Ma perché non mi sono impegnato di più per trovare una scusa adatta per non venire.

Addolorata: “Intorno a noi, in noi, sopra di noi è la morte; e noi non siamo che morte”.

Filandri: Oggi siamo in giornata d’allegria, vero signora?

Addolorata:Come sta? (senza che gli risponda) Mi fa piacere che stia bene. E la sua signora? Ho piacere che stia bene anche lei. Me la saluti.

Filandri: Con chi ho il piacere di parlare, scusi?……… forse lei è la moglie del signor Pietro? (tende la mano per stringerla a lei) Io sono un amico che è venuto a trovarlo………

Addolorata: (lo interrompe e dice ancora la stesa frase. Filandri, ripete insieme a lei cantilenando) Come sta?   Mi fa piacere che stia bene. E la sua signora? Ho piacere che stia bene anche lei. Me la saluti

Filandri: (a mani giunte, quasi piagnucolante) Signora, per favore, mi ascolti. Come glielo devo dire? Non so assolutamente come stia mia moglie, perché io non sono sposato.

Addolorata. (tetra) Male! Molto male, giovanotto. Non si fanno quelle cose che fa lei senza essere sposati. (urlando) E’ peccato mortale, lei andrà sicuramente all’inferno.

Filandri: Mi scusi tanto, è, ma lei come fa ad essere al corrente di quello che faccio io?

Addolorata: Lo so perfettamente! Io so tutto su quello che pensano e fanno gli uomini. Sono in contatto con l’aldilà.

Filandri: E’, già, ma io lo faccio di qua. (ridendo della rima) Carina questa battuta!

Addolorata: Non faccia dello spirito inutile. Tanto anche lei è sulla lista.

Filandri: (piuttosto duro) Non vorrei essere irriverente, ma quello che faccio io, credo che siano soltanto affari miei.

Addolorata: Non è affatto come dice lei, giovanotto. Tutti noi dobbiamo rendere conto delle nostre azioni alla morte.

Filandri: Scusi, sa, ma se lei sa tutto, dovrebbe anche sapere che non sono sposato. Perché allora insiste che io saluti mia moglie?

Addolorata: Perché lei è un ospite, e gli ospiti vanno trattati con gentilezza.

Filandri: Sarà anche come dice lei, non voglio metterlo in dubbio, ma io preferirei che la usasse in altre maniere la sua gentilezza.

Addolorata: (Addolorata esce dalla scena declamando) “La morte ha messo la sua impronta e il suo suggello su tutto ciò che noi siamo”. (prima di uscire si gira) Salvi la sua anima, la morte è sempre insieme a noi.

Filandri: (con un gesto eloquente di disapprovazione) Ma vada al ……. Mmmmmm! (entra Oreste)

Oreste: Bene, bene, bene. Lei deve essere senz’altro il capitano Cimaroli. Ben’arrivato. Mi presenti subito la forza. Svelto perché non c’è tempo da perdere….. su, su, si dia da fare. Il nemico è in agguato.

Filandri: Guardi che io non sono il capitano Cimaroli. Lei, forse mi sta sbagliando con un’altra persona.

Oreste: (urlando) Capitano Cimaroliiiiiiii… Le ordino di presentarmi la sua forzaaaa.

Filandri: Va bene, va bene, non c’è mica bisogno di urlare. (piega il braccio e toccandosi il bicipite glielo mostra) Ecco quello che ho a disposizione.

Oreste: (arrabbiato) TenenteCimaroli, lei osa mandarmi a quel paese?

Filandri: Chi, io? Non mi permetterei mai!

Oreste: La deferirò alla corte marziale……………. E rimanga qui a disposizione perché lo mando subito ad arrestare…… non si muova……………… mi sono spiegato?

Filandri: (assecondandolo si mette sugli attenti e fa il saluto militare) Signorsi!

Oreste: (mentre esce) Riposo.

Filandri: Che giornatina splendida che si sta presentando!

(passeggia per la stanza, canticchia e curiosa. Mentre prende in mano una statuetta si sente una gran pedata sulla porta ed entra un bambino che lo guarda con aria minacciosa. Ha in mano una banana che ogni tanto mordicchia)

Filandri: Bèh! Perché mi fissi così? C’è qualcosa che non va?

Carletto: Si!…….. ti volevo dì’ che ‘sta statuetta che ci hai in mano, ‘un è la tua! Posela subito o lo dico al mi’ babbo! (l’ospite posa l’oggetto)

Filandri: (scherzoso) Agli ordini signore…………… Come ti chiami bel bambino? Sei il figlio del signor Pietro, scommetto.

Carletto: Si! Ma a te che te ne frega?………………….. perché ‘n ti fai l’affari tua?

Filandri: (andandogli incontro con l’atto di fare una carezza) Ma guarda che bel bambino ha il signor Pietro.

Carletto: (indietreggia mentre sta per tirargli la banana) ‘Un t’azzardà’, è! Saresti un òmo finito!

Filandri: (imbarazzato) Io, volevo solo accarezzarti e sapere come ti chiami.

Carletto: (minaccioso) Tieni le mani a posto e fatti le tua. ………ora ‘un te lo ridico più……… Qui siamo ‘n casa mia e le domande le fò’ io, se ‘un ti dispiace.

Filandri: Allora avanti, fammi una domanda.

Carletto: Vorrei sapé’ che sei venuto a fa’ a casa nostra.

Filandri: Per fare contento tuo padre, che ha tanto insistito perché venissi a pranzo a casa vostra.

Carletto: Te ‘un gli devi da retta al mi’ babbo quando dice le cose; qui comanda la mi’ mamma, e lei ‘un’ è contenta per niente ‘nvece. Non voleva ne bene, ne male che tu venissi.

Filandri: Alla fine, però, la spuntata tuo padre. Perché come vedi, sono qua.

Carletto: Certo! La mi’ mamma l’ha fatto giusto perché ‘l mi’ babbo gli ha detto che te sei una persona ‘mportante e si potrebbe avé’ sempre bisogno di te.

Filandri: Adesso mi sto rendendo conto che quella di tuo padre è proprio un’amicizia disinteressata………………. Comunque, mi dispiace ugualmente di avervi creato fastidio.

Carletto: Ma di che ti dispiace! Se ti fosse dispiaciuto davero, avresti ‘nventato ‘na scusa e oggi saresti ‘ndato a rompe i corbelli da ‘n’altra parte. Altro che discorsi!

Filandri: Potrei farlo ora. Appena arriva tuo padre, dico che sono passato solo per un saluto e vado via.

Carletto: E’ gia! Ormai che hanno ammazzato i meglio galletti del pollaio e messo sottosopra tutta la casa perché arrivavi te. Ma che ti dice ‘l capo, è?

Filandri: Potreste sempre mangiarla voi la roba che è stata preparata.

Carletto: Tanto ormai ‘un rimedieresti niente co’ la mi’ mamma….. E ti voglio anche dì’ che quando da la finestra t’ha visto arrivà’, t’ha mandato più colpi e coliche che se anche te ne piglia uno solo di striscio, sei spacciato. (si sente armeggiare alla porta ed entra Pietro) (Carletto va a nascondersi sotto al tavolo)

Pietro: (va a stringere la mano all’ospite tutto premuroso) (pacche sulle spalle) Bravo signor Silvestro! Bravo! Ha fatto proprio bene a venire. Stavamo tutti aspettando con ansia la sua venuta.

Carletto: (a voce alta da sotto il tavolo) Bugiardo, falso che ‘un sei altro! La mamma è ‘ncancherita come ‘na iena, perché è venuto lui, altro che ansia. E’ da quando l’ha saputo che ci ha l’angoscia.

Pietro: (si abbassa guardando sotto il tavolo arrabbiato) Carletto, che cosa fai lì sotto? Esci immediatamente da sotto il tavolo e vai fuori a giocare. Via!

Carletto: (esce da sotto il tavolo ed il padre lo spintona) Si…… si, ci vò ………… con calma però, è, e senza tante spinte. (mentre esce al padre) Tanto ormai l’hai combinata troppo grossa e ‘n te la ricuce manco Domine Dio.

Pietro: (con un sorriso imbarazzato all’ospite mentre agguanta Carletto per un braccio e lo trascina fuori) Lo scusi, sa, è un bambino molto vivace.

Filandri:  Si, si, mi sono accorto………….. molto vivace……….. e senza dubbio anche molto sincero. (Pietro spinge il figlio fuori della porta, che oppone resistenza, e chiude)

Pietro: Qualche volta è bene usare le maniere forti. Non sempre con le buone si ottiene ciò che si vorrebbe. (si apre la porta e ricompare Carletto)

Carletto: (è con le mani sui fianchi) E ora vò a dillo subito a la mi’ mamma. C’è caso che stasera ti toccherà andà’ al letto presto……... e senza cena. Ciao. (esce chiudendo la porta)

Pietro: (arrabbiato) Un giorno o l’altro dovrò proprio dargli una bella lezione. (rientra Carletto)

Carletto:E so’ sicuro che domenica ‘un ti manda manco a giocà a bocce.

Pietro: (urlando) Ho detto fuoriiiiiii. (Carletto esce)

Filandri: Stia calmo signor Stelloni, su, non si agiti, è un bambino. (rientra Carletto)

Carletto: E doppo ‘un mi venì’ a dì’ di parlà’ co’ la mamma perché ti ci mandi, è, capimosi subito.

Pietro: Vuoi andare fuori a giocare o ti ci devo portare io per un orecchio. (Carletto fa la linguaccia ed esce)

Filandri: Via signor Pietro, non sia così duro. In fin dei conti è solo un ragazzino.

Pietro: E invece credo proprio che dovrò punirlo severamente. Quando ci vuole, ci vuole.

Filandri: Chi di noi non è stato vivace alla sua età.

Pietro: E’ vero, tutti lo siamo stati un po’, ma questo è proprio un terremoto. (Carletto riapre e lancia un petardo contro i due. Solo il padre però se ne rende conto)

Filandri: (dopo l’esplosione vaga per la scena, impaurito. Pietro lo rincorre) Oddio, Gesù, che succede……Il terremoto………. la guerra ……… aiuto.

Pietro: Signor Filandri, si fermi………… si fermi……….. non è nulla …… non è nulla……… Si calmi.

Filandri: Questa è la maledizione de la strega Vardella.

Pietro: E chi sarebbe la strega Vardella.

Filandri: Una strega tutta vestita di nero che è stata qui e parlava della morte.

Pietro: Ma quale strega. Quella che lei ha visto, era sicuramente mia zia Addolorata.

Filandri: Ah! Però! Complimenti!

Pietro: Si riferisce alle sue poesie?

Filandri: No, a tutta la sua famiglia.

Pietro: Grazie del complimento…… Ah, e gia che ci siamo le volevo dire che se dovesse incontrare per casa un tipo un po’ strano, che veste militarmente, non ci faccia caso, è Oreste, il suocero di mia cugina Flavia.

Filandri: Gia incontrato, grazie! (si ferma e parla con naturalezza) Signor Pietro, mi dica che cosa sta succedendo! La prego.

Pietro: (imbarazzato) Veramente non lo so nemmeno io. 

Filandri: Come non lo sa? Ma siamo in casa sua o no?

Pietro: Si, certo! O almeno credo! Fino a pochi secondi fa c’eravamo………… A meno che non siamo morti nell’esplosione.

Filandri: Allora vuole dire che potremmo essere in Paradiso? Mi dia uno schiaffo per favore (ricomincia a correre)…… Svelto……… mi dia uno schiaffo.

Pietro: (lo segue scialando) Ma perché dovrei darle uno schiaffo?

Filandri: Per essere sicuri che siamo ancora vivi.

Pietro: (mettendola sullo scherzo) Ma certo che siamo vivi. Stavo solo scherzando. Provi, provi…………. si dia un bel pizzicotto e vedrà se è vero.

Filandri: No, preferisco che mi dia uno schiaffo lei.

Pietro: Ma come faccio a darlglielo se lei non si ferma. Faccia come le ho detto io, la prego, si fermi. (Filandri si ferma, si da dei pizzicotti e si schiaffeggia)

Filandri: Si, si, sono vivo. E’ tutto a posto. Meno male! (asciugandosi il sudore dalla fronte) Ffffffffffiiiuuuuu……… che spavento signor Pietro…………. Però, sia gentile, mi dica che cosa è successo.

Pietro: (al pubblico) E ora che gli invento………..Ma si! Perché ‘un ci ho pensato subito. (a Filandri, sicuro di se) E’ stata la campana che ha suonato mezzogiorno.

Filandri: La campana? Il cannone voleva dire?

Pietro: (imbarazzato) Ah! Si! Certo, ………. È stato proprio il cannone!…………….Perché, non lo sapeva che nel nostro paese, a mezzogiorno, sparano un colpo di cannone?

Filandri: Come fanno a Roma, sul Gianicolo?

Pietro: Preciso! Alla stessa maniera del Gianicolo a Roma.

Filandri: (Guardando l’orologio) Ma sono soltanto le dieci.

Pietro: Eeeeeee……..si………infatti sono le dieci…….ma ……. È stato il nuovo parroco a volere così!

Filandri: E Perché? Che moda sarebbe suonare mezzogiorno alle dieci?

Pietro: (imbarazzatissimo sta inventando tutto) Ma….. perché ……….. nella parrocchia in cui era prima di venire qui………avevano l’abitudine di pranzare presto e allora ha dato ordine al sacrestano………… di anticipare un po’ il mezzogiorno. (Torna Carletto e lancia un altro petardo) (altro spavento, altro giro di corsa.  Questa volta però si ferma subito)

Filandri: No! No! Non dica niente…………Adesso comincio a capire. Praticamente, hanno suonato l’una?

Pietro: (guarda l’orologio e con naturalezza) No. Le dieci e cinque.

Filandri: Ma mi tolga una curiosità: tutti i santi giorni, da mezzogiorno in poi, qui sparate il cannone ogni cinque minuti?

Pietro: (secco) Si!……… Anzi, no………… dipende………..

Filandri: E da che cosa dipende?

Pietro: (prende tempo) Da che cosa dipende…….. dipende…………. dipende………… (secco) dal costo della polvere da sparo.

Filandri: E quindi…….. se la polvere da sparo scende di prezzo……… (facendo il verso dello scoppio) Pum, pum, pum, pum ………..ogni cinque minuti.

Pietro: Proprio come ha detto lei………… Pum, pum, pum, ogni cinque minuti.

Filandri: E mi dica un’altra cosa: oggi come stanno le quotazioni in borsa della polvere da sparo?

Pietro: Signor Filandri! (quasi gli stesse per confessare qualcosa di grave) Voglio essere sincero………. lei è un amico…………

Filandri: La nostra è un’amicizia disinteressata?

Pietro: Si! Perché non dovrebbe esserlo?

Filandri: Perché prima parlando con suo figlio……………no, ma che dico…….Volevo dire che ad un certo punto della vita, tutti si pongono domande.

Pietro: (al pubblico) Io‘un lo capisco mica…………. Le stavo dicendo……… lei è un amico e non posso prenderla in giro, non sarebbe onesto da parte mia.

Filandri: Sia sincero, signor Pietro ………… non abbia peli sulla lingua. Sono pronto a tutto.

Pietro: (come se fosse vero) Stamattina non ho avuto ancora il tempo di aprire il giornale……… eeeeee….. quindi………… non conosco l’andamento delle azioni “Lampi e Scoppi Corporation”. La società che controlla le polveri da sparo.

Filandri: Eeeee…….allora, ammesso che oggi il prezzo della polvere sia sceso, di solito, fino a che ora durano le esplosioni?

Pietro: Non molto, non molto, stia tranquillo. Al massimo, fino all’una. Poi viene l’ora di pranzo, eeeeeee…… (rivolto verso le altre stanze urlando) Adelmooooo! (il Filandri, pensando ad un’altra esplosione, fa un altro giro di corsa)

Filandri: (agitato) Il prezzo è sceso, la polvere da sparo non costa più nulla, non ci sono dubbi!

Pietro: Ma no, signor Filandri, sono stato io. Stavo solo chiamando Adelmo.

Filandri: (quasi supplichevole) Signor Pietro, lei però mi deve fare un favore…………… me lo prometta.

Pietro: Tutto quello che vuole, signor Filandri. Lei è mio ospite e quindi sacro.

Filandri: Giuri che quando chiamerà ancora Adelmo urlando in quella maniera, mi avvertirà per tempo prima di farlo.

Pietro: Le giuro solennemente che lo farò! …………….. e ora stia pronto, e si regga forte.

Filandri: Perché dovrei reggermi, scusi?

Pietro: Perché sto per chiamare di nuovo quel lavativo di Adelmo.

Filandri: Grazie signor Pietro! Lei è un vero amico (infila gli indici nelle orecchie e si volta di spalle)

Pietro: Ma le pare…… dovere………… Adelmoooooooo! (Adelmo compare subito)

Adelmo: O ‘un so qui! C’è bisogno di bocià’ tanto? O che po’ èsse’ successo………… è baltata la Littorina che va a Siena? E’ spagliato ‘l Astrone.

Pietro: (alterato) E’ la seconda volta che ti chiamo. E quando ti chiamo, significa che ho bisogno di te.

Adelmo: E’ signor Pietro, ma me lo spiegherebbe perché fa così?

Pietro: Fò così perché se ti chiamo con voce normale, te ‘un mi senti. (Filandri è sempre nella stessa posizione)

Adelmo: No, no………… aspetti, ‘un ci siamo capiti (indicando Filandri) lui, volevo dì’…………….perché sta così? Fa l’imitazione di qualcuno?

Pietro: Ma proprio, gli si so’ attapati l’orecchi e ora cerca di stappalli……… chiamelo per favore e digli che ‘un c’è più pericolo.

Adelmo: (bussandogli sulle spalle) Permesso?  C’è nessuno ‘n casa?…….. si pòò?

Filandri: Si, chi è?

Adelmo: (imita il suono di una sirena vicino a un orecchio di Filandri) Rientrato allarme e cessato pericolo …….. Dice così il signor Pietro se potesse andare un attimo da lui. Avrebbe urgenza di parlargli.

Filandri: Vengo subito. (toglie le dita dalle orecchie) (a Adelmo) Dov’è il signor Pietro?

Pietro: Sono qua Filandri! Si volti e mi vedrà. (si gira verso Pietro)

Filandri: (con gesto eloquente delle mani in alto) E’ tutto finito, vero?

Pietro: (sorridente) Tutto finito. Stia tranquillo……………….Adelmo, tira fuori dalla vetrina una bottiglia del nostro vinsanto e fai dare una rinfrescatina al Signor Filandri.

Adelmo: (fa un giro intorno a Filandri, scrutandolo da capo a piedi) A me un mi sembra poi tanto asciutto. E’ piuttosto sudato, ‘nvece!

Pietro: Chi, è che non ti sembra asciutto?

Adelmo: (indicando Filandri) Lui…….. ‘sto signore qui………… O ‘un m’ha detto di fagli da’ una rinfrescatina?

Pietro: Ossignore………..volevo dire: versagli da bere, avrà bisogno di rinfrescarsi.

Adelmo: (al pubblico, mentre va a prendere bottiglia e bicchieri) Mi sembrava strano di fallo rinfrescà’ col vinsanto. Secondo me, più che rinfrescassi, (schifato) sarebbe diventato tutto appiccicoso.

Pietro: Signor Filandri, si metta seduto, la prego, si riposi. Immagino sia stanco del viaggio.

Filandri: Grazie! (si siede) Effettivamente un po’ stanco lo sono. E con lo spavento che mi sono preso, poi………..  

Adelmo: (che trafficava con le bottiglie e i bicchieri) Signor Pietro, quale annata piglio?

Pietro: Prendi il ‘60. (a Filandri) Sentirà che rosolio. Quello del ‘60 è un’annata eccezionale.

Adelmo: (al pubblico) E’ vero! Ha proprio ragione. Il signor Pietro quando arriva alla bottiglia del ’60 ci chiappa certe sbornie …….. (facendo il verso) Di quelle a la “fermiti lì”.

Pietro: Ora, signor Filandri, ci facciamo un bel goccetto e poi, mentre aspettiamo l’ora di pranzo, le farò visitare la casa. (Adelmo posa tre bicchieri sul tavolo e versa da bere solo per se)

Adelmo: (facendo alto là con la mano) Prima l’assaggio io! Co’ ‘ste stagioni che cambiono una dietro all’altra, ‘un si sa mai. C’è caso che abbia preso qualche vizio e un vorrei che ci rimanessevo male. (beve e poi schiocca con la lingua)

Pietro: Allora, Adelmo, che ti sembra? Può andare?

Adelmo: (solennemente con il bicchiere alzato) Se questa è ‘na colica………Dio me ne mandi un’altra subito……….. (versa ai due e anche per se)

Filandri: Se ho capito bene, dovrebbe essere ottimo?

Adelmo: Ottimo? (sillabando) E…cce…zio…nale!…………. Ma che dico eccezionale, stra….o….rdi….nario……………….Ma che dico straordinario,  spe….cia….le………….

Pietro: Adelmo, basta. Abbiamo capito. Si può bere. (bevono)

Filandri: Ottimo davvero! Complimenti signor Pietro!

Pietro: Grazie! Adelmo, prendi anche la bottiglia del ’59. (a Filandri) Quello è un po’ più dolce, ma insieme a due pasticcini è la fine del mondo. (Adelmo esegue svelto)

Filandri: E naturalmente, questo………nettare degli Dei…….lo fate con le uve delle vostre vigne? (Adelmo versa ancora per tutti e tre. Ha portato anche i pasticcini)

Pietro: Certamente! E per la spremitura e la successiva stagionatura, se ne occupa Adelmo personalmente. (Adelmo gongola) (bevono ancora)

Adelmo: E ora, se il signor Pietro permette, naturalmente, le farei assaggià’ anche un goccio del ’58, che non ha niente da invidià’ a quell’altri due. (Adelmo prende le bottiglie)

Pietro: Ma certo! E se ce n’è ancora, io proporrei anche un bicchierino del’57. Che ne dici Adelmo?

Adelmo: C’e, c’è, stia tranquillo. (entra Carletto)

Carletto: (sull’arco della porta) Sessanta, cinquantanove, cinquantotto, cinquantasette….. ‘Un mi dite che giocavi a tombola, è, perché v’ho visto e sentito bene di che parlavi.

Pietro: Tu fatti gli affari tuoi. Ti avevo detto di andare fuori a giocare. Mi era sembrato di essere stato chiaro.

Carletto: Ci so’ andato.

Pietro: E perché non ci sei rimasto?

Carletto: Perché m’ero rotto i corbelli. E poi è stata la mamma a mandammi qui e m’ha anche detto di guardà’ che facevi. Infatti aveva proprio paura che v’eri messi a beve.

Pietro: Ora ritorna da dove sei venuto e restaci finché non ti chiamo io. (facendo segno con il dito) Viaaaaaaaaaa!

Carletto: (fa per uscire, poi si ferma) Volete scommette con me, che se seguitate così, tra dieci minuti siete tutti e tre briachi che ‘un ne state ritti? O vedrete se ‘un è vero! (mentre se ne va) Io tra pochino ripasso e ce lo sapremo ridì’. (tutti e tre al massimo dell’imbarazzo)

Filandri: Molto assennato il ragazzino. Proprio giudizioso. (Adelmo versa da bere)

Pietro: Direi piuttosto uno scocciatore. Su, su, facciamoci questo ’58 e andiamo a fare il giro della casa. (bevono d’un fiato e si alzano)

Adelmo: Ma come ‘l giro de la casa, e la cantina non gliela fa vedè’ sor Pietro?

Pietro: Ma certo, (a Filandri) è il meglio pezzo della villa. (indicandogli la strada) Anzi, cominceremo subito da lì. La prego signor Filandri. Adelmo, facci strada.

Entra Attila, zio di Pietro. Sta spingendo una poltrona con le ruote. La posiziona, poi accende la televisione e si mette seduto. Guarda un programma con ballerine seminude. E’ molto interessato e per vedere meglio pulisce continuamente gli occhiali.

Attila: (urlando) Flavia, Brunice che vi venisse la gatta porcina a tutte due……..ci volete venì’ di qua, si o no.

Flavia e Berenice, rispettivamente madre e figlia. Sono due donne alle quali piace vestire secondo la moda e truccarsi in modo molto accentuato. Flavia, figlia di Attila, è vedova.

Berenice: (da fuori scena) Arriviamo nonno. Un minuto e siamo da te.

Attila: (imitando la voce di Berenice) Un minuto e siamo da te………. (fa l’atto di mettersi il rossetto) So’ sempre davanti a lo specchio con què’ pennelli a pitturassi l’occhi e a mettisi ‘l rossetto ne’ labbri. Che mi sembrono l’indiani quando si preparono pe’ la guerra.

Flavia: (da fuori scena) Che cosa ti è successo, papà? Hai bisogno di qualcosa?

Attila: Si! Di trent’anni di meno ho bisogno e d’un trapianto……….Miseria schifosa, ladra.

Berenice: (da fuori scena) Di un trapianto? Hai parlato con il dottor Tristani? Te l’ha consigliato lui?

Attila: No! Ci ho pensato da me. Mi so’ accorto che ormai è ‘ndata. (indicando la televisione) Mira là che giovenche………… ma lui niente, sa’………come dì’ brutto al cane.

Flavia: Parla più forte papà, non si capisce bene che cosa stai dicendo.

Attila: (a voce alta) Dicevo ………….. che chi ha magna e chi ‘un ha stenta……. (con voce normale) Io vorrei sapè’ chi è che ha ‘nventato quel proverbio che dice: la gallina che ‘un becca, è perché ha gia beccato …………. E io, secondo lui, ‘un beccherei più perché ho già beccato? Ih! …………Io ‘n becco più perché mi s’è spuntato ‘l becco, ma mica perché ci ho ‘l gozzo pieno…………….. Miseria schifosa, ladra. (entra Flavia)

Flavia: Avanti, dimmi che cosa vuoi, papà.

Attila: Papà, papà, papà, un par di…………. zeri. Ma mi chiami babbo come fanno tutti, per piacere!

Flavia: Chi sarebbero questi, tutti, che ti chiamano babbo?

Attila: Flavia, fanne meno. Te e ‘l tu fratello mi ci chiamate!…………. E chi se no? Quelli del collegio de’ trovatelli?

Flavia: Se stessimo a quello che mi raccontava la povera mamma, io e Severo, potremmo avere benissimo qualche fratello sparso per il mondo. (si siede al tavolo e sistema delle carte)

Attila: Va’ a cercà’ le mogli, lei! Loro si sentono sempre tradite da’ mariti………….. E che ti raccontava, sentiamo.

Flavia: Diceva che sei sempre stato un donnaiolo incallito. (accentuando) Che eri malato per le donne.

Attila: E’ vero, aveva ragione, ero proprio malato……….. ma io mi curavo! Andavo co’ le donne per curammi. Vedo che voi quando state male vi curate. E io, allora, che dovevo fa’, secondo voi, dovevo schiantà’?

Flavia: Non fare il furbetto, papà, che hai capito benissimo che cosa volevo dire.

Attila: ‘Nsomma, stammi a scoltà’, Flavia, sé’ venuta di qua per sentì’ che volevo, oppure sé’venuta pe’ raccontammi le storie de la mi’ gioventù? No, perché io quelle le conosco da me, è. Ero presente.

Flavia: (risentita) E allora dimmi che cosa vuoi, senza cianciare tanto.

Attila: (ripete la stessa frase facendole il verso) E allora dimmi che cosa vuoi, senza cianciare tanto………………. Ma te mi devi spiegà’ perché chiacchiererai sofisticato così. Eppure l’elementari l’ha fatte ‘n campagna. Le medie ‘un l’ha’ finite e ne’ giornali guardavi le figure e basta………………

Flavia: Perché dopo che ebbi sposato il mio povero Ugo, dovetti adeguarmi. Lui frequentava molto spesso l’alta società.

Attila: E’èèèèèèèè, giusto ‘l povero Ugo. (al pubblico) Quando morì, i dottori dissero che era morto di cuore. Per me, morì da la disperazione d’avè’ sposato ‘sta noiosa.

Flavia: Non ho capito cosa hai detto, papà. Scusami, ero distratta, puoi ripetere?

Attila: No, dicevo, che ‘l tu’ poro Ugo, porino, è morto troppo giovane. E t’ha lasciato a gode quell’impiastro del su’ babbo. Come se a me ‘un mi bastava già la mi’ sorella Addolorata.

Flavia: Papà, non essere cattivo, su., Oreste non da poi molto fastidio.

Attila: (ironico) Ma certo!…….. E che noia dà’?…….. A parte qualche stolzo che ti fa fà’ tre o quattro volte al giorno e un po’ d’istruzioni militari, manco ci s’accorge che c’è.  (si sente la tromba che suona la sveglia militare) Eccolo, sé’. Ora si ricomincia.

Oreste: (Parla con un ipotetico ufficiale che non c’è e si risponde da se)  Svegliaaaaaa, giù da le brandeeeeee, branco di pecoreeeee. Tra cinque minuti vi voglio tutti nel cortile per l’alza bandiera.

Attila: Ma magari potessi fa’ l’alzabandiera. (Oreste si gira di scatto)

Oreste: Chi ha parlato?…………..voglio sapere chi ha parlatoooooooo……….. chi è stato quell’imbecille che ha osato?…………….. (all’ipotetico ufficiale mentre tira fuori dalla tasca un taccuino ed una penna) Tenente, prenda i nomi di tutta la camerata che li puniamo. (a Flavia che si mette sull’attenti e fa il saluto militare) Tu, come ti chiami soldato?

Flavia: Stelloni Flavia, comandante. Ventottesimo reggimento fanteria, terzo plotone, seconda compagnia. Comandi!

Oreste: Che punizione gli diamo a questo soldato, comandante?……………. cinque giorni di consegna, tenente …………. (a Flavia) seipunito con cinque giorni di consegna ….ri…poso.

Flavia: Signorsi, signor comandante.(Flavia si mette in posizione di riposo)

Oreste: (Va da Attila) Tu, soldato, come ti chiami?

Attila: Caporale Bonaparte Napoleone, comandante. Quarantaduesimo reggimento lanciafichisecchi, secondo piano, terza porta a sinistra……………. dica pure che l’ascolto.

Oreste: Che punizione gli diamo a questo graduato, comandante?……….. A….ttentiiiii! (Attila ha un sussulto e si mette in piedi)

Attila: E’ Flavia, io a questo, ‘na volta co’ l’altro, se un la smette di fa’ ‘ste berci, gli do un manrovescio che lo balto. Doppo, però, ‘un mi venì’ a dì’ che ce l’ho con lui, è, capimosi.

Oreste: (sempre urlando ad Attila) Fai subito dieci giri di corsa del cortile, con zaino in spalla. Da domani stai punito con cinque giorni di C.P.R. e dormirai nel tavolaccio da questa sera stessa.

Attila: E io ti do un tonfo ‘n bocca che ti butto giù tutt’i denti! Vò’ vedé’ che lo fò?……. Qua, (porgendogli la mano) quanto vò’ scommette?

Oreste: (cancella dal taccuino) E io ti cancello subito dalla lista. Sei libero, soldato…….. (fa per uscire, poi all’improvviso si ferma) E che non si ripeta più, perché io vi spedisco tutti ai servizi di frontiera……….. intesiiiiiii. (esce dalla scena)

Flavia: Ci vuole un po’ di pazienza, papà. Hai ragione, Oreste, a volte, è un po’ pesantuccio.

Attila: Ah pesantuccio? Con lui ci vorrebbe una balla al posto de le mutande per tenecceli dentro……………………….. E’ Flavia, stammi a sentì’, ma quando m’ha’ detto che viene ‘l tu’ fratello?

Flavia: Stamani papà. Te l’ho detto mille volte. (guarda l’orologio) Anzi, dovrebbe arrivare tra poco. Ieri sera, quando gli ho parlato per telefono, mi ha detto che sarebbe arrivato all’incirca le dieci.

Attila: E mi sembri: all’incirca le dieci. (al pubblico) Ha fatto come la Rosa del mugnaio col su’ nipote: prima……… attento che cadi………… attento che cadi, poi tutto ‘nsieme sguillò e gli disse…….. ha’ visto che s’è casco.

Flavia: (con tono di avvertimento) Non approfittare della mia pazienza, papi.

Attila: E che la piattola de la su’ moglie la porta dietro?

Flavia: Certamente!……. Ma perché hai detto in quel modo? Tu’ non senti il desiderio di vedere tua nuora?

Attila: Ma io per niente, mì’! Meglio avè’ ‘l fòco di Sant’Antonio addosso, che lei ‘ntorno.

Flavia: (dispiaciuta) Ma papi, perché dici ciò.

Attila: Stammi a sentì’, Flavia: o te la smetti di chiacchierà’ così, o io manco ti rispondo più. Ora dimmi che vorrebbe dì’: (facendole il verso) perché dici ciò?

Flavia: Volevo dire: perché ti sei espresso in quel modo?

Attila: Espresso, si……….. e telegramma………. Perché la mi nòra ‘un si zitta un momento. E tiritiriti, e tiritiriti e tiritiriti, sembra un trinciaforaggi.

Flavia: Che cos’è papi un trinciaforaggi?

Attila: E’ Flavia! Che famo di quello del rastrello? Quando sei nata te, ancora ‘l trinciaforaggi ‘ndava di moda, è.

Flavia: Invece io mi trovo molto bene con mia cognata.

Attila: Perché sète chiacchierone tutt’e due. Macinate più de’ mulini.

Flavia: Fai come vuoi, ma Lavinia a me è molto simpatica.

Attila: (burbero)Anche a me: come ‘l fumo all’occhi.

Flavia: E anche Berenice ha un’intesa perfetta con sua zia.

Attila: Brunice. E anche ‘sto nome ch’a messo a la tu’ figliola a me ‘un m’è mica ‘ndato mai giù, sa. A me mi rammenta tanto la pernice. O ‘un gli potevi mette, pavona, che come uccello è anche parecchio più bello.

Flavia: A parte il fatto che si chiama Berenice, e no, Brunice, come la chiami tu, sappi che i genitori scelgono sempre un nome che abbia dietro di esso una storia.

Attila: Questo è vero! Dietro a Flavia, ‘l tu’ nome, c’è ‘na ragazza (mima l’altezza, le cosce ed il seno)……… le sette meraviglie.

Flavia: E la storia è quella che tu hai avuto con lei, vero?

Attila: (sorpreso) E a te chi te l’ha detto. O che sei strega?

Flavia: Papà, ci vuole molto a capirlo. Tu nonostante i tuoi ottant’anni hai sempre la mente lì. E’ un chiodo fisso.

Attila: Eèèh, ‘na volta era fisso, ‘l chiodo. Ora fa’ ‘l cencio da tutte le parti. (quasi solenne) Rotture ‘un c’ènno, ma ‘n piedi ‘un ci sta.

Flavia: Insomma, mi hai chiamato soltanto per chiedermi a che ora sarebbe arrivato mio fratello?

Attila: Anche! Ma più che altro volevo sapè’ a che ora dovete èsse’ dal notaio, pe’ l’eredità del tu’ poro zio.

Flavia: Dobbiamo trovarci al suo studio per le undici. Ma faremo presto. Prima cosa è qua vicino e poi cosa ci vorrà mai per leggere un testamento?

Attila: E l’incartamenti l’avete preparati tutti? Certificati, disegni del catasto, le fatture………

Flavia: E’ tutto a posto, papà, stai tranquillo. Ho gia messo tutto dentro una cartella.

Attila: E quanti soldi vi piglia per fa’ ‘ste volture?

Flavia: Ma non lo so. Te l’ho gia detto mille volte. Perché continui a domandarmelo?

Attila: E così, ‘l tu’ ziaccio, morto, morto, a me ‘un m’avrebbe lasciato niente, è? Manco‘no spillo!

Flavia: Secondo quello che abbiamo capito dalle parole del notaio, no. Ha convocato soltanto me e mio fratello. Comunque il testamento verrà aperto stamani e solo allora sapremo tutto con precisione.

Attila: ‘Sto cornuto che ‘un era altro.

Flavia: Ma papi, anche se lo zio avesse lasciato tutti i suoi beni a me e Severo soltanto, il capitale rimarrebbe in famiglia.  Non siamo i tuoi figli?

Attila: Capirai che io ci sento parecchio, se l’ha lasciati a voi. Sarebbe come se tu stassi male te e la cura la facessero fà’ a la tu’ figliola. Che giovamento ci sentiresti, sentiamo.

Flavia: Io penso che nel prendere la decisione di non lasciarti niente, molto abbia inciso il fatto che non siete mai andati d’accordo.

Attila: E che gli avrei fatto di tanto grave per ‘un lasciammi manco ‘n guscio di noce, sentiamo?

Flavia: (imbarazzata) Ma…io penso……anzi, soprattutto……per quella brutta storia.

Attila: Eh!’ Potrebbe èsse’, perché no! (come una cosa di poco conto) Quanto la fece lunga, madonnina, di que’ la volta che mi trovò al letto co’ la su’ moglie ……………….

Flavia: (risentita) Papà! Era tua cognata. Non so se te ne rendi conto. Una tua parente stretta.

Attila: Tanto pe’ ‘ncomincià’ io e lei ‘un s’era per niente parenti. Era la moglie del fratello de la mi’ moglie………….. Dimmi te che parentela c’era tra me e lei?

Flavia: Comunque, devi ammettere che non ti sei comportato per niente bene, in quella circostanza.

Attila: E hai proprio ragione! Mi ci feci chiappà’, caldo, caldo. Come billi all’uva……. che torzo. ‘Un m’era mai successo.

Flavia: Papà, io mi riferivo alla tua condotta, non al fatto che ti facesti sorprendere.

Attila: Uuuuuuh, quanto la mungi. (secco) La poteva piglià’ più brutta e più vecchia se voleva èsse’ sicuro che nessuno gliela ‘nfilasse.

Flavia: (arrabbiata) Papà! Per prima cosa cerca di essere meno volgare quando ti esprimi, e poi, il fatto che la zia era una bella e giovane donna non doveva essere per te un’attenuante.

Attila: (sconsolato) E’èèèèèèè, io ormai so’ bell’e attenuato……………… (a voce alta rivolto a Flavia) Ho bell’e ceno!

Flavia: Il cruccio più grande per te, nell’esser diventato anziano, sembra che sia soltanto la diminuita attività sessuale.

Attila: Ah, diminuita? (sillabando) A, zze, ra, ta, volevi dì’……………miseria schifosa, ladra.

Flavia: Non te la devi prendere papà…… Ogni età ha i suoi interessi.

Attila: Ma che m’infrocchi! L’interessi so’ sempre i soliti, a tutte l’età, sia pe’ l’òmini che pe’ le donne.

Flavia: Se ti riferisci alle cose piacevoli, hai fatto proprio una bella scoperta. Certo che non sono mai disdegnate da nessuno.

Attila: Le cose piacevoli, però, ci hanno tutte un difetto: o còstono troppo, o fanno male o mettono ‘ncinta le donne……… Pe’ l’ultima, però, a la mia età ci pensa la natura………… (fa il gesto di tagliare) A ‘n certo punto, zacchete! …….Come morto. (suonano alla porta)

Flavia: Vado ad aprire. Dovrebbe essere Adalgisa.

Attila: La mi’ simpatia! Ma ‘un la potevi trovà’ una meno appiccicosa, miseria schifosa, ladra. Tra pochino vedrai che comincia: (imitandone la voce) signor Attilaaaa………. signor Attilaaaa……mi sembra ‘na gatta stretta all’uscio, quando chiacchiera. (entra Adelmo)

Adelmo: (è quasi ubriaco. Canta) E so’ venuto a miete’ e voglio miete’, portatimi da bé’ ch’ho tanta sete……. (va a prendere qualcosa dentro ad un mobile)

Attila: Te beve ha’ sempre bevuto tanto, ma miète’ ha’ sempre mietuto poco.

Adelmo: Chi, io?

Attila: No, ‘l coglia! (Adelmo esce) Auh! Poretti a noi e l’ossi a’ cani!

Flavia: (da fuori scena) Buongiorno Adalgisa, venga, venga, papà è gia in piedi.

Attila: (al pubblico) Veramente, io so’ a sedé’ e per ora manco mi alzo.

Adalgisa: (Adalgisa da fuori scena) Signor Attilaaa……………….. signor Attilaaa……. Iuh,uuu. Sono arrivata.

Attila: Che ti dicevo! Quando arriva sembra che mette ‘l disco.

Adalgisa: E’ contento signor Attila che sono venuta?

Attila: (al pubblico) Capirai che piacere. Quanto a succhià’ ‘n chiodo arrugginito……….. Ma ‘n tòno ‘n casa ‘un gli ci casca mai a questa? (Flavia e Adalgisa rientrano nella scena)

Flavia: Si accomodi signora Adalgisa. Meno male che è arrivata con qualche minuto di anticipo. Ho molta fretta. Sto aspettando mio fratello per uscire. Intanto le do istruzioni su quello che deve fare durante la mia assenza.

Attila: (verso le due donne) Digli di cercà’ d’un èsse’ tanto noiosa e rompe’ i corbelli ‘l meno possibile a Attila…………….. che poi sarei io.  Ecco che gli devi dì’.

Flavia: Venga Adalgisa, venga, andiamo di qua in cucina, che mi sono segnata tutto. Così anche per lei sarà più facile. (va da Attila)

Adalgisa: Saluto un attimo il signor Attila e sono subito da lei. (a Attila) Bellissima giornata, è, oggi signor Attila?

Attila: (guardando l’orologio) Le dieci meno cinque………..

Adalgisa: (interrogativa) E’èèh?

Attila: (mano all’orecchio) E’èèh?

Adalgisa: (con voce più alta) Ho detto, che bellissima giornata che è oggi, vero?

Attila: (alza la voce anche lui) Parli più forte che ‘un la sento.

Adalgisa: (con voce ancora più alta) Ho detto che oggi è una bellissima giornataaaaaa.

Attila: (urlando) O ‘un gli ho risposto! Ma che è sorda? So’ le dieci meno cinque. (Adalgisa lo guarda perplessa)

Adalgisa: Stiamo perdendo colpi a vista d’occhio, è signor Attila? (va da Flavia)

Attila: (al pubblico) Se ero sempre ne’ mi’ cenci, gliele davo io ‘du colpi a questa, altro che ‘l girà’ di notte. Gia ‘un ce l’avrebbero mai messa accanto a me…... e che mettevono ‘l lupo a guardia de le pecore?

Adalgisa: (a Flavia) Signora Flavia, suo padre si fa ogni giorno più sordo. Dovrà farle fare una bella visita all’udito.

Flavia: Ho l’impressione, invece, che mio padre faccia come il sordo del compare.

Adalgisa: (redarguendolo con il gesto della mano) E’h, èh, birbantello di un signor Attila. Perché fa così? Me lo dice?

Attila: (guardando l’orologio) Ma che fa, campa a orario? Gli ho gia detto, so’ le dieci meno cinque minuti. (Adalgisa esce indispettita. Flavia la segue) Per ora m’è riuscita di scanagialla. Ma tanto ritorna. (entra Addolorata. Sta leggendo alcuni versi della Divina commedia)

Addolorata: “Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.  Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e ‘l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spiriti, iscòia ed isquarta.

Attila: E’ Addolorata, ma stammi a sentì’, cavimi ‘na curiosità, ma qualcosa di più allegro ‘un c’è verso, è? Manco a chieditelo per piacere.

Addolorata: Dimmi tu di che cosa possiamo essere allegri? Di che cosa vorresti ridere?

Attila: Io ‘un voglio ride’ di niente, ma se tu recitasse qualche volta……….. che ti posso dì’………. la Vispa Teresa,  presempio……… (Addolorata lo guarda fisso per un attimo)

Addolorata: Servirebbe soltanto a dannare la mia anima.

Attila: Ma se te ‘un ne smetti di fa’ così, la mi’ cittina, danni me. Lo voi capì’ si o no!

Addolorata: No! Io non capirò mai.

Attila: Noe, ‘un è questione che ‘un capirai mai, secondo me te ‘un ha’ mai capito……… Fa’ ‘na cosa, fammi ‘n piacere, va’ a rompe corbelli a Oreste così ‘un ritorna qui…va…..va.

Addolorata: “Urlar li fa la pioggia come cani……………….. (fa per uscire)

Attila: (spazientito) Uuuuuuuuh, che nanna. (entra Oreste)

Oreste: (urla) Sono sospese le licenze e i permessi. Si parte tutti per il fronte, forza. (rivolto a Addolorata) Tu, crocerossina Addolorata, perché non hai ancora raggiunto il tuo posto all’ospedale da campo?

Addolorata: (guardandolo in faccia) Ei fu! Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro. (esce)

Oreste: (a Attila) A volte ho l’impressione che la crocerossina Addolorata non ci stia molto con la testa. Sbaglio?  Lei, capitano Stelloni, che ne dice?

Attila: Io dico che secondo ‘l mi’ poco capì’…………… tanto te che lei, fate a chi capisce meno.

Oreste: Acuta osservazione Capitano. La proporrò per un encomio.

Attila: O sie, via, va bene, ora però va a fa ‘n giretto, è. (Oreste saluta militarmente ed esce)

Berenice: (da fuori scena) Nonno, sei sempre in soggiorno?

Attila: No, so’ andato a gatta. Ma fra cinque minuti riso’ qui. (entra in scena)

Berenice: Con chi parlavi che qui non c’è nessuno?

Attila: Con que la risacchiona de la tu zi’ Addolorata e quel tonto del tu’ nonno Oreste.

Berenice: Sopporta nonno, sopporta….

Attila: Sopporta ‘na bella………mmmmmm, che mi fai dì’.

Berenice: (dandogli pizzicotti sulle guance) Bello il mio nonnino, dolce ‘l mio nonnino, celestiale il mio nonnino.

Attila: E’ te! Ma che ha’ ‘mparato a parlà’ come la tu’ mamma? Che ti sembro celeste io?

Berenice: Ho detto celestiale, nonno, no celeste.

Attila: No, perché semmai colorata sarai te e la tu’ mamma, che sembra sempre carnevale addosso a voi.

Berenice: (insiste con altri pizzicotti) Bello, dolce e celestiale.

Attila: (mostrando il bastone) E’ Brunice, smettela perché se no ti fò assaggià’ nel groppone sto pezzo di legno che ‘na volta faceva le castagne, è. (al pubblico) Che poi, ‘un so’ manco sicuro se è di castagno.

Berenice: Io pagherei per sapere perché tu devi essere sempre così rustico.

Attila: E io ‘nvece, senza spende niente ti dico che te sei sempre a rompe i corbelli.

Berenice: (spingendo la poltrona del nonno, gli fa fare un giro) E’ in partenza dal primo binario il direttissimo per Roma. Tu, tuuuuuuuuuuuu.

Attila: Brunice sta bòna, mi fai cascà’. Riportimi subito a posto……Miseria schifosa, ladra.

Berenice: Salite in carrozza signori che a Roma si vaaaaaa…………Tu, tuuuuuuuuu……..

Attila: Brunice, se mi fai baltà, ti conviene sparì’ da la circolazione e andà subito a Pompei a chiede la grazia a la Madonna.

Berenice: Panini, aranciate, bibite, birraaaaa………… giornali illustrati.

Attila: Brunice riportimi a la stazione per piacere e rimettimi fermo nel binario morto.

Berenice: (alla maniera degli annunciatori) E’ in arrivo sul secondo binario il treno proveniente da Firenze. Si prega di allontanarsi dai binari. (riposiziona il nonno) Arrivati!

Attila: Te Brunice, ha’ sempre voglia di fa’ versi. Se tu avessi fatto la guerra come me……

Berenice: (enfatica) E come disse un famoso fisico della magna Grecia………………..

Attila:  “Chi l’ha preso, l’ha preso, e chi ‘un l’ha preso lo piglierà’ …………….lì, ‘n dove  disse lui…..’nsomma, via……….

Berenice: Ho detto un famoso fisico, nonno, non un famoso capostazione.

Attila: O che disse ‘sto fregno, su, sentiamo.

Berenice: Datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo.

Attila: E come si chiamava ‘sto tisico?

Berenice: Fisico, nonno, fi, si, co…………… Si chiamava Archimede.

Attila: Mai sentito nomminà’. Io di fisici……….. prima, è, mica ora……… conoscevo quello dell’Angiolina, quello de la Rosa, quello dell’Argentina ……………

Berenice: O nonno, ma non cambi mai argomento. Parli sempre delle solite cose.

Attila: O te, e la tu’ mamma, ‘un parlate sempre di vestiti, di scarpe, di borse……………

Berenice: Ma noi parliamo della moda del momento. Che è tutta un’altra cosa………….

Attila: O se a mi’ tempi andava di moda questo!…………E se un fosse perché mi ritrovo con poca forza……mì’…….. qualcuno di que’ vestiti lo ‘nfilerei anche ora …………… Miseria schifosa, ladra.

Berenice: Sei un irriducibile donnaiolo, nonno. Uno sciupafemmine, come si suol dire.

Attila: Ma te che ha’ studiato, lo sai qual’era il motto di Attila? ‘L re dell’ Unni?

Berenice: Certo che lo so: “dove passa il mio cavallo, non cresce più erba”. Ma questo con te che cosa c’entra?

Attila: C’entra perché ‘l mio di motto era quasi uguale: “Dove passa Attila Stelloni non cresce più un pelo” ……….. no d’erba, è.

Berenice: Si, si, va bene, va bene………….. Insomma, ti è piaciuto il viaggetto che ti ho fatto fare? Vuoi farne un altro?

Attila: Sta’ bòna, lì! (alzando il bastone) Se no te le do davero du’ freghe ne le costole. Ma si pòle sapè’ che ci hai stamani? T’ha pizzico la tarantula?

Berenice: Nonno, ma che dici? Che cosa ho? Ma non ti ricordi più che tra poco, nello studio del notaio Sistini, verrà aperto il testamento del povero zio Torquato?

Attila: A gia! Quell’òmo (facendo i corni sulla testa) che è morto tempo fa.

Berenice: Ma non potresti essere un po’ più signorile nell’esprimerti? Era pur sempre tuo cognato.

Attila: Io parlo come m’hanno ‘nsegnato. E poi ‘un ho mica detto niente di strano.(alzando la mano destra) Brunicina, lo giuro. E’ verità sacrosanta.

Berenice: Hai giurato a proposito di come riesci ad esprimerti?

Attila: No! A proposito del ‘l tu’ zio che era un gran cornuto.

Berenice: Vuoi sempre ragione te, anche quando non l’hai.

Attila: A piglià’ ragione quando uno ce l’ha, che gusto c’è. E’ a piglialla quando sai di ‘un aveccela che uno si diverte.

Berenice: In ogni modo, anche se potrò sembrare venale, sono felice che si sia ricordato di noi nel testamento.

Attila: Ma te che ne sai, se ancora ‘un sa niente nessuno.

Berenice: E’ vero, ancora non sappiamo niente su chi saranno gli eredi, ma una cosa è certa. La mamma è stata convocata e quindi, presuppongo……………….

Attila: Che qualcosa strapperai anche te! O da quello che ha lasciato a te o da quello che piglia la tu’ mamma, vero?

Berenice: Esattamente! Proprio come hai detto tu.

Attila: E così, tra voi e (corni sulla testa) lo zio Torquato, ‘un ci sarebbe più nessuna differenza.

Berenice: Che cosa vuoi dire?

Attila: Voglio dì’, che praticamente………… lui da qualche tempo è passato a miglior vita. E voi ci passate dopo che avrete ‘ncassato ‘l testamento.

Berenice: (tutta contenta) Hai idea di quanti vestiti potrò farmi fare, nonno? (il nonno annuisce silenzioso) E voglio anche comprare subito una bella macchina.

Attila: Ma certo! E gia che ci sei, fossi ‘n te, comprerei ‘n camio, ‘nvece, che ci si sta più larghi.

Berenice: Fai pure dello spirito. (con l’atto di guidare) Quando mi vedrai arrivare al volante di un’auto sportiva, rimarrai a bocca aperta.

Attila: Si, perché mi c’è presa ‘na paralisi…… Io ho bell’e capito, ‘nvece, come va a finì’. ‘N quattro balletti, voi, rimagnate ‘l maiale ne la scala. Ugni  e setole compresi. (Si sentono le note dell’inno, Viva il re. Entra Oreste) Sé’, ci risiamo ‘n’altra volta. Stamani fra lui e l’Addolorata ‘un ne stroncano fila.

Oreste: (passo marziale. Ha una bandiera in mano) Uno, due, uno, due, passo, uno, due, uno, due, passo. Squadroneeeee, aaalt! Attenti a sinist. Presenta arm! (Berenice si mette sull’attenti, Attila rimane seduto. Oreste consegna la bandiera a Berenice)

Attila: Ci risiamo………. ‘Ste operazioni militari s’intensificono troppo. Secondo me presto ci sarà la guerra. (Oreste va da Attila)

Oreste: (tira fuori il taccuino) Soldato, perché non hai salutato la bandiera?

Attila: Perché io e lei ‘un ci si parla. Dopo la discussione che ci s’ebbe l’anno scorso ‘un siamo più amici.

Oreste: (urlando) Quando sei di fronte a un tuo superiore ti devi mettere sull’attenti!

Attila: (si alza in piedi) Miseria schifosa, ladra, stamani mi comprometto. O vedrai te se ‘un va a finì’ così. (urlando) Che c’è, sentiamo?

Oreste: (urlando) Non te lo ha mai detto nessuno che non puoi parlare, se non ne hai il permesso? Giuro che questa volta ti mando al carcere militare di Gaeta……… (all’ipotetico ufficiale) Tenente, prenda il nome di questo soldato………… Avanti, dimmi come ti chiami?

Attila: (urlando) Vittorio Emanuele terzo. Re d’Italia, imperatore d’Etiopia e d’Albania.

Oreste: (Da tenente al comandante. Urla sull’attenti) Comandante, questo non è un soldato semplice. E’ il capo delle forze armate in persona. E’ sua maestà Vittorio Emanuele terzo. Re d’Italia e imperatore d’Etiopia e d’Albania. (al pubblico) Porca miseria, questa non ci voleva. Siamo andati a pescare proprio il re sciaboletta in persona.

Attila: ‘Sta volta, caro generale Badoglio, mi sa che ha’ pisciato fòri dal vaso. E ora come la mettemo?

Oreste: (inchino sull’attenti) Voglia accettare le nostre più sentite scuse, maestà.

Attila: (Oreste esegue gli ordini) A…ttentiiiii!……. fianco sinst…..sinist. Avanti marc. Uno due, uno, due, passo….. Onori alla bandiera (Oreste s’inchina alla bandiera, la prende da Berenice ed esce) Uno, due, uno, due, passo.

Berenice: Che idea geniale che hai avuto nonno, di farti passare per il re d’Italia. Te ne sei liberato in un attimo.

Attila: (scoglionato) Ho capito Brunicina, ma mica si pòle fa’ tutt’i giorni ‘ste scene. Va a finì’ che divento strullo anch’io. Gia che quando lo ‘ncontro là per casa, ho cominciato a fagli ‘l saluto militare anch’io e a chiamallo, generale. (entra Adalgisa, sorridente. Rimane sulla porta)

Adalgisa: (con voce soave) Signor Attila, lo prenderebbe un po’ di latte?

Attila: (a Berenice) E’ Brunice, ma ‘un ti sa anch’a te che questa provoca? Digli ‘n po’ che quello che ha detto ora, me lo doveva dì’ trent’anni fa. (a Adalgisa) No, io ‘un poccio più da parecchio. Ora sussicchio ‘l caffè!

Adalgisa: La lingua batte sempre dove il dente duole, caro signor Attila. Non è, per caso, che parla continuamente di certe sue presunte avventure, proprio perché non ne ha mai avute? (esce)

Berenice: (meravigliata) Nonno! Come dici sempre tu? Hai rimediato ‘na bella cenciata ne’ denti.

Attila: Miseria schifosa, ladra! Prima, o poi, a questa gli devo fa ‘no scherzetto che se lo deve ricordà’ per finché campa.

Berenice: O via, nonno, non te la prendere, nella vita capita di perdere qualche battaglia. L’importante è vincere la guerra.

Attila: Io, ormai, lilla, la guerra ‘un la vinco più. ‘L fucile ce l’ho sempre, è…………… ma le canne però si so’ piegate.

Berenice: Ma perché vuoi combattere ancora. Mi sembra che la guerra con la vita tu l’abbia vinta, no?

Attila: Sie! Ora vedi l’ha’ detta. ‘N salute come so’, sa quanto avrei potuto sparà’ ancora!

Berenice: (scocciata) E allora, che vuoi che ti dica, comprati un fucile nuovo e continua a sparare.

Attila: Io me lo rifarei ‘n fucile nòvo, ma ‘n do’ vo’ ‘ndà’ co’ ‘l libretto de la mutua…………. Quelli mica ti fanno ‘l trapianto al massimo, al massimo, ti fanno l’operazione de la prostata, e poi?……………orino meglio e basta.

Berenice: Io nonno, non capisco che cosa vuoi dire.

Attila: Se ‘l tu’ zi’ Torquato, (facendo i corni sulla testa) si fosse ricordato di me nel testamento, ora ci avrei qualche soldo, e chiederei qualche preventivo all’estero, pe’ ‘n trapianto, ma senza ‘na lira ‘ndo’ vò, pe’ tetti?

Berenice: Io continuo a non capire. Tu hai un linguaggio tutto tuo, molto particolare.

Attila: ‘Un fa niente, mi so’ capito io, mi so’ capito. Miseria schifosa, ladra………… Senti Brunice, prima di andà’ via me la porteresti una penna e due o tre fogli di carta?

Berenice: (va a prendere l’occorrente sopra un tavolo) Ti è venuta voglia di fare testamento? Ricordati di me, è. Non fare il furbo.

Attila: Se pensi che ti stia di misura, ti posso lascià’ la dentiera.

Berenice: (schifata) Nonno! Non essere schifoso, per favore.

Attila: Mi’, cogliona, e sa che ci si mangia poco bene. Va come un concassè che ci tritono la breccia.

Berenice: Nonno, ti prego, devo ancora fare colazione, sono a stomaco vuoto.

Attila: Va bene, via, se ‘un la vòi te, vorrà dì’ che farò contento qualcuno di que’ giovanotti che so’ giù all’ospizio.

Berenice: Io vado a prepararmi, nonno, ci vediamo tra un po’. (esce)

Attila: Va, va, e cerca di ‘un fa tardi la mi’ cittina. T’avessero a cassà’ da la lista dell’eredi perché ‘un ti sei presentata ‘n tempo.

Fine primo atto

Secondo atto

Adalgisa: (Adalgisa da fuori scena con voce languidamente soave) Signor Attilaaaaaa

Attila: (con lo stesso tono) Amore, spicchio d’agliooooooo……….. quando ti vedo mi viene ‘l travagliooooooo………… Che c’è?……… Miseria schifosa, ladra. (entra Adalgisa)

Adalgisa: Volevo domandarle se vuole uscire a fare quattro passi.

Attila: Si! A fa’ ‘un girino, come disse ‘l granocchio a la granocchia.

Adalgisa: Mi dica una cosa, signor Attila: perché deve essere sempre così scorbutico quando si rivolge a me?

Attila: Perché io co’ noiosi e con quelli che ‘un si fanno l’affari sua, ‘un ci parlo!

Adalgisa: (spazientita) Allora, vuol dirmi o no se vuole uscire per fare una passeggiata?

Attila: ‘Un ricominciamo a ‘nsiste’, è, se no ridivento sordo ‘n’altra volta. Capimosi…… Ci si va tra poco, ora ci ho da fa’ ‘na cosa ‘mportante. (suonano alla porta)

Adalgisa: Mi sembra che abbiano suonato. Vado subito a vedere chi é. (esce)

Attila: Si, si, vada, vada. (al pubblico) Tanto dovrebbero esse’ que’ du’ gatti attaccati dentro le mutande de’ la mi’ nora e del mi’ figliolo. (entra Olimpia, attraversa la scena parlando tra se e se)

Olimpia: Io domando e dico chi me lo fa fa’?………….  E’? Me lo dite chi me lo fa fa’?

Attila: Io, no, è. ‘Un cominciamo perché io ‘un centro niente.

Adalgisa: (da fuori scena) Ooooh, buongiorno signori. Accomodatevi. Avverto subito la signora Flavia che siete arrivati. (Attila la precede nel parlare)

Attila: (al pubblico) State a senti’, è…………….. Signor Attilaaaa …………. Signor Attilaaaa ………….

Adalgisa: (da fuori scena) Signor Attilaaaa………….. signor Attilaaaa……………

Attila: (al pubblico)  Che avevo detto? (risponde a Adalgisa) …………………………..

O ‘un so’ qui ‘n dov’ero prima. Chi è arrivato, ‘l duo Fasano? (entrano in scena)

Adalgisa: Ci sono suo figlio e sua nuora.

Attila: E’èèèèèè, le disgrazie ‘un vengono mai da sole!  Minimo, ‘na coppia a la volta. Miseria schifosa, ladra. (Severo va a salutare il babbo, la nuora saluta agitando la mano e rimane a parlare con l’Adalgisa)

Severo: (pacche sulle spalle) Come stai babbo? Ti vedo molto bene.

Attila: Secondo me, no! Per me ti si dev’esse’ abbassata la vista, se no ‘un me lo domandavi nemmeno come stavo. Eppure si vede bene che sto a sedè’. (Severo è in piedi davanti al padre)

Severo: (pacche sulle spalle) Te ha’ sempre voglia di scherzà’, è babbo?

Attila: (mostrando il bastone) Se ‘un la smetti di dammi ‘ste botte ne le spalle, ti do ‘na croccinata ne la schiena che ti lascio invalido.

Severo: Ma babbo, erono gia qualche giorno che ‘un ci si vedeva………e allora………

Attila: E allora, te, quando passa qualche giorno che ‘un vedi qualcuno, appena lo rincontri, per salutallo lo stronchi da le botte!

Severo: Ma che c’entra! Mica faccio così con tutti.

Attila: E allora guarda di mettimici anche a me ne la lista di quelli che ‘un glielo fai. Che rischi meno anche te, da’ retta a ‘n coglione.

Severo: Lavinia, tu come lo vedi ‘l babbo? (praticamente lo impalla)

Attila: A strisce! (lo scansa con il bastone) Io mi sbaglierò, ma se te‘un ti levi di davanti, lei manco mi vede per niente. (si fa da parte)

Lavinia: Come lo vedo? Ah, mi domandi pure come lo vedo? Ma ha un aspetto fantastico, dirò così, Un colorito stupendo. Una cera magnifica. Un sorriso smagliante, dirò così……………

Attila: ‘Un sorriso smagliante? Ma mica tante le volte anche te avrai messo l’occhi addosso a la mi’ dentiera, è? Perché quella ormai l’ho promessa a la Brunice……. Ah, ‘un si fugge. (Attila si piega di fianco sulla poltrona)

Adalgisa: (urlando) Signor Atilla!…………… No, no, per carità! Stia attento, se no cade. (Attila si rimette diritto)

Lavinia: Però sono sicura che tutto è dovuto, dirò così, alla vita serena e tranquilla che fa. (il nonno si piega ancora di fianco)

Severo: (corre verso Attila) Oddio! Oddio! Casca ‘l babbo. (lo aiuta a rimettersi diritto e si allontana) (Attila si piega ancora)

Lavinia: (urlando) Aiuto! Nonno Attila, dirò così, si sente male, sta cadendo. (tutti corrono in suo aiuto)

Attila: (risentito) Ma ‘nsomma, miseria schifosa, ladra……….me lo dite come devo fa’ a fa’ ‘n po’ d’aria senza piegammi per niente?

Severo: Ma babbo, ‘un ce lo potevi dì’ subito, che dovevi fa’ ‘n po’ d’aria, senza facci preoccupà’ tanto?

Attila: Ma che vi dovevo dì’, sentiamo: (con le mani ai lati della bocca) attenti al colpo che la bomba parte? Vi dovevo avvertì’ co’ l’altoparlante?

Severo: Co’ l’altoparlante no, ma magari, che so, un accenno, qualcosa che ci facesse capì’ che ‘un era niente di preoccupante. (spenge il televisore, si alza dalla poltrona, va dalla parte dello schienale e comincia  a spingere)

Attila: Famo così. Quest’altra volta farò sonà’ le sirene dell’allarme aereo. Così’ fate anche‘n tempo a andà’ nel rifugio……….. Miseria schifosa, ladra.

Lavinia: E adesso, dirò così, dove vai nonno? Da solo non puoi andare. Potrebbe essere rischioso per te.

Attila: Vò, dirò così, al gabinetto, a finì’ di sgonfià’ (indica la pancia) ‘sta camera d’aria. Se volete venì’ con me, dirò così, c’è posto, ma, dirò così, io ve lo sconsiglio. (esce spingendo la poltrona)

Lavinia: Il nonno è sempre stato un uomo dal carattere forte. Ma purtroppo, dirò così, anche bisbetico e irascibile.

Severo: Ha’ ragione, ‘l mi’ babbo è sempre stato tanto scorbutico. (Attila rientra con la poltrona facendo marcia indietro. Si ferma sulla porta)

Attila: Co’ la differenza, però, cara la mi’ pottona, dirò così, che io mi fo’ le mie e ‘un nòio la gente come fai te. (esce)

Lavinia: L’udito del nonno, dirò così, si mantiene molto bene, dirò così.

Adalgisa: Ma non si creda, sa. Poco fa, dopo avergli detto che era una bella giornata, lui mi ha risposto dicendo che erano le dieci meno cinque.

Severo: E questo conferma ancora di più, che ‘l mi’ babbo ci sente e parecchio bene.

Adalgisa: Che cosa vuol dire, scusi?

Severo: Ma è tanto semplice. Vòl dì’ che gli ha risposto ‘n quel modo, perché ‘un aveva voglia di chiacchierà’. (entra Olimpia, attraversa la scena parlando tra se e se)

Olimpia: Io domando e dico chi me lo fa fa’?………….  E’? Me lo dite chi me lo fa fa’?    (si sentono voci dietro le quinte. Sono Serafino e Foresto. Amici di Attila)

Serafino e Foresto: (da fuori scena) Permesso, si pòle?

Serafino: (da fuori scena) O sforzavedove, a riposo, sei ‘n casa?

Foresto: E’ toro di Pilella ‘n pensione, ci sei?

Lavinia: Ma chi sono queste persone che si permettono, dirò così, di entrare in casa d’altri senza suonare e si esprimono, dirò così, volgarmente.

Adalgisa: (acida) Sono amici di suo suocero. Entrano sempre dal giardino. E’ lui stesso che li ha autorizzati.

Lavinia: E che cosa vengono a fare? Sicuramente, dirò così, a disturbare. Perché gente che piomba in casa all’improvviso, dirò così, senza neanche avvisare, non può fare altro.

Severo: (sdrammatizzando) Ma no, vengono a passà’ du’ ore col babbo. Fanno ‘na chiacchierata, ‘na fumatina, ‘na partitina a terziliati. ‘Un danno mica noia. Vero, signora Adalgisa?

Adalgisa: Preferirei non pronunciarmi, signor Severo, ma se proprio insiste, lo farò: io quei due non li sopporto. Quando arrivano, questa casa si trasforma in una camerata militare.

Foresto: (mentre entra in scena) E’ seccapoderi, che ha’ fatto soldi stanotte che stamani ‘un parli?

Serafino: (segue Foresto) Certo che quando ti ci metti, se’ più ‘gnorante del pane di granturco………….. Che t’abbortisse la somara.

Foresto: (a Serafino ridendo) Che ti s’è affiochita la voce perché stanotte ha fatto tardi co’ l’Adalgisa?

Serafino: (a Foresto) Sie, perché a te ti sembra che l’Adalgisa sia una che fa’ rivisolà’ i morti? Quella farebbe piegà’ anche ‘un tondino di ferro del trenta.

Foresto: (si accorgono delle persone presenti e rimangono in imbarazzo) E’ Serafino, ma Attila mica c’è……….. apposta ‘un rispondeva.

Serafino: Però c’è l’Adalgisa, c’è………….. E se lei ‘un c’era , era meglio, vero?.

Foresto: (con la mano di fianco alla bocca) L’ho vista, sta zitto, fa’ finta di niente. S’avesse a rimedià’ qualche sciaventolone

Serafino: A me mi sa che s’è fatto ‘na figura come ‘n’ora di notte ‘n mezzo a ‘n temporale.

Foresto: Peggio! ‘Na figura come que la robba che puzza, vorrai dì’.

Serafino: (ai presenti) Scusate è, se s’è fatto ‘n po’ di chiasso, ma ora si rivà via subito…………..

Foresto: (preoccupato) S’era passati a saluta Attila, Ma mica tante le volte starà male? No. Perché ‘un lo vedo.

Lavinia: (acidina) Il signor Attila, dirò così, è dovuto andare via d’urgenza e credo che ne avrà per un bel po’.

Serafino: (a Foresto) Foresto, dirò così, dimmi ‘n po’ che ore so’?

Foresto: (tira fuori l’orologio a cipolla) Ma che ti parte ‘l treno?…... So’ le dieci e mezzo.

Serafino: Allora, Attila è andato al gabinetto. L’ora sua è questa. Siamo noi che siamo arrivati in anticipo.

Foresto: Bè’, allora, arrivederci………..e scusateci tanto del disturbo.

Serafino: Salutateci tanto Attila e ditigli che noi si sta bene e che se saremo ‘n salute si ripassa domani. (fanno per andare)

Severo: (li ferma) Ma ‘un sia mai detto! Serafino e Foresto che vanno via da casa di Attila senza beve. Ma per carità………………Qua, mettetevi comodi che ora si beve. (siedono)

Lavinia: Severo, te ne sei dimenticato, dirò così, che noi dobbiamo uscire tra poco?

Severo: Me lo ricordo. Stà’ tranquilla. Te ‘ntanto vatti a fa’ vedé’ che siamo arrivati da la Flavia, così si spiccia. (prende tre bicchieri da dentro un mobile. Sopra al tavolo ci ancora le varie bottiglie di vinsanto)

Adalgisa: Stia comoda, l’avverto io la signora Flavia. Tanto devo salire sopra. (esce)

Lavinia: Grazie signora Adalgisa. Mi faccia risparmiare le scale che, dirò così, sono molto stanca.

Severo: (versa da bere) Qua, o che ci vorrà mai a beve un bicchiere di vino? Cinque minuti?

Foresto: Ma per fa’ che? Cinque minuti per beve un bicchiere di vino?

Serafino: Io e Foresto, ‘n cinque minuti, se ne beve quindici di bicchieri di vino……….. Ho detto bene, Foresto?

Foresto: Quando ‘un s’ha fretta! Perché se ci s’avesse premura, so’ sicuro che s’arriverebbe anche a venti.

Lavinia: A voi non piace per niente bere, vero?

Serafino: A chi? A noi? Ma si sbaglierà! Noi si beve di tutto……….

Foresto: (con gesto di fermarsi) Un momento……. Serafino……. di tutto…… meno che quando ci vorrebbero da a beve le fregnacce…………

Serafino: E l’acqua! Perché siccome noi ci sa lo stomaco di ferro, se si beve l’acqua ci s’arrugginisce ‘gni cosa.

Severo: (alzando il bicchiere) Alla salute di Serafino e di Foresto. (alzano il bicchiere anche loro)

Foresto: A la tua. E anche a quella di Attila ede la signora.

Serafino: Famo anche a quella de la Brunice e de la Flavia, va’.

Lavinia: Gia che ci siete, dirò così, inserite anche la signora Adalgisa nel brindisi e non se ne parli più.

Foresto: (posa il bicchiere deciso) Mi dispiace, ma io ‘l brindisi all’Adalgisa ‘un glielo fò.

Serafino: ‘Un ce lo chiedete, per piacere perché si preferisce ‘un beve. Vero Foresto? (Foresto annuisce)

Severo: E perché? Che v’avrebbe fatto di tanto grave?

Foresto: Ah, che ci ha fatto? Dunque senti: si viene a trovà’ ‘l tu’ babbo e ci dice sempre che ‘un c’è…………………

Serafino: Se gliela famo a entrà’, è perché se n’accorge ‘l tu’ babbo che siamo arrivati e allora lui ci chiama e lei ‘un pòle dì’ niente………………………….

Foresto: Però, per dispetto, ci viene ‘ncontro e prima di facci mette a sedé’ comincia la lagna: non fumate se non fuma il signor Attila. State attenti a la cenere. Non mangiate le caramelle…………………

Serafino: Se il signor Attila vi offre da bere dite di nò, perché se no vòle beve anche lui, e ‘nvece gli fa male. E ‘un fate questo e ‘un fate quello…………..e ‘n colpo che la geli a ‘sta zitellaccia, che ‘nvece ‘un gli piglia mai……..

Foresto: Se glielo vòi fa te ‘l brindisi, padrone, sei ‘n casa del tu’ babbo, noi………..manco se schianta.

Severo: Ovvia, su, famo come dite voi, all’Adalgisa pe’ ‘sta volta, niente. Lo piglierà più qua ‘l brindisi……….(Si sentono le note dell’adunata. Entra Oreste)

Serafino: Sé’, ecco Oreste a fa’ l’ispezione.

Oreste: (urlando) Ricomponete le righe. La ricreazione è finita……Ispezione alla divisa.

Foresto: (concitatamente ai presenti) Forza, forza, ubbidimo, Madonnina. Mettemoci in fila. Se no s’incancherisce come una bestia. E doppo ‘un ci si campa più.(si dispongono in fila sull’attenti)

Oreste: (Ha una bacchetta in mano. Passa in rassegna fermandosi da Severo) Tu, soldato, perché non porti le scarpe d’ordinanza?

Severo: Perché soffro di calli, comandante. Ci ho i piedi dolci.

Oreste: Hai il certificato del dottore, che lo attesta?

Severo: Certo, comomandante.

Oreste: Bravo! Cinque giorni di licenza premio.  (si ferma da Lavinia) Tu! Hai i capelli troppo lunghi. Dal barbiere……... subito la rapa a zero.

Lavinia: (disperata, battendo forte i piedi) No, la rapa a zero, no. Qualunque altra cosa, ma la rapa a zero, no.

Oreste: Ho detto la rapa a zero e (si avvicina al volto per scrutarla meglio) fatti togliere anche la barba e i baffi. Li porti troppo lunghi………… E senza discutere se no ti sbatto dentro.

Lavinia: Signorsi! (entra Adalgisa)

Adalgisa: Signora Lavinia, ho avvertito la signora Flavia e la signorina Berenice. Tra poco scenderanno.

Lavinia: Ricevuto! Passo e chiudo.

Oreste: (ad Adalgisa) Soldato cuciniere. E’ pronto il rancio?

Adalgisa: (attenti e saluto militare) Ancora no, signor comandante.

Oreste: Non appena è pronto, chiamami. Lo voglio assaggiare di persona. So che ci sono state delle lamentele nella truppa.

Adalgisa. Sarà fatto signore. (Adalgisa esce) (Oreste si ferma da Serafino)

Oreste: Tu sei senza cravatta. Hai calzoni senza piega e le scarpe sporche. Come mai?

Serafino: La cravatta ce l’avevo una di quando mi so’ sposato, ma l’hanno magnata le tigne. I calzoni ‘un ci hanno la piega perché a la mi moglie gli s’è rotto ‘l ferro. Le scarpe so’ sporche perché stamani ‘un ci avevo voglia di pulille.

Oreste: Niente libera uscita stasera. (all’ipotetico ufficiale) Tenente, più tardi gli faccia fare cinquanta flessioni con zaino in spalla.

Serafino: A me, me ne basta una per rimanè’ sdraiato ‘n terra un’ora. Chissà chi mi rialza doppo. (si ferma da Foresto)

Oreste: (gli da una piccola botta tra le gambe con la bacchetta. Foresto rimane insensibile) Sensibilità, zero. Si va maluccio soldato, è?

Foresto: (indicando tra le gambe) E’ ‘n congedo da ‘na quindicina anni, comandante. (orgoglioso) Dopo cinquanta di onorato servizio, però, è.

Oreste: Hai ricevuto nessuna medaglia per questo?

Foresto: Pe’ l’onorato servizio no, signore, manco ‘na lira di pensione. Da quando è ‘n congedo, ‘nvece, ho ricevuto qualche maltrattatura da la mi’ moglie.

Oreste: Ti proporrò al ministro per una medaglia. L’attaccamento allo spirito di corpo deve essere sempre premiato. (all’improvviso. Urlando) Uno, due, passo, uno, due, passo ……(davanti al plotone) a…ttenti a dest……. Rompete le righe! Uno, due, passo, uno, due, passo.(esce)

Foresto: ‘Sta volta ‘un sarebbe andata male. Con ‘n paio di minuti ce la siamo ripassata.

Severo: Ma perché, qualche volta dura anche di più l’ispezione?

Foresto: Ah! L’altra settimana più di mezz’ora. A me m’ispezionò tutt’i capelli, uno per uno. Diceva che secondo lui ci avevo i pidocchi.

Serafino: Sé’! E perché a me un mi fece cava le scarpe e calzini per vedé’ se avevo tagliato l’unghia de’ piedi? (i presenti si ridispongono come prima)

Foresto: Ma stammi a sentì’, Severo, o com’è che sei da ‘ste parti, mica c’è qualcosa di nòvo?

Severo: No, no, ‘un è successo niente. So’ venuto perché a me e la mi sorella ci ha mandato a chiamà’ ‘l notaio. Per regolà’ le cose del mi zi’ Torquato.

Foresto: Ah, gia, di nipoti ci sete voi e basta.(quasi in confidenza) Ma dimmi ‘na cosa: ma è vero che al tu’ babbo ‘un gli ha lasciato niente?

Severo: Ho paura di no. Lui, ‘l notaio ‘un l’ha convocato.

Serafino: O madonnina quanto se l’è presa. ‘Ste giorni ‘un faceva altro che spassionassi. Si vede che era convinto di sgraffignà’ qualcosa anche lui.

Lavinia: E’ il minimo che avrebbe potuto fare, dirò così, lo zio Torquato, per quello che mio suocero aveva fatto a lui.

Foresto: Ma via, signora, che dopo s’erono rimpacificati. E erono diventati anche troppo amici.

Serafino: Allora…….. lei deve sapè’, cara signora, che dopo che successe ‘l fattaccio di Attila…………..

Foresto: (interrompe Serafino) E’ Serafino, a me mi sembri strullo! Oh’, hò. ‘L fattaccio di Attila, mi viene a dì’. E a te ti sembra che per Attila fu ‘n fattaccio? Semmai per Torquato fu ‘n fattaccio, che gli si cominciò a gonfià’ (indicando la fronte) qui, all’angoli de la fronte. Altro che discorsi.

Serafino: (a Foresto) Ma te devi fa’ sempre riconosce ‘l cignale che sei. ‘N’altra volta vienimi a dimmi di riportatti dietro. Te vai ma per conto tuo, te lo dice ‘l tato.

Foresto: Eppure lo sai che io ‘un sopporto che si dica male dell’amici quando ‘un so’ presenti, è.

Serafino: Ma sentite che discorsi. O che ho detto male di Attila, ora, secondo te?

Foresto: Perché t’ho bloccato io, se no te mica ci avevi più tanto.

Lavinia: Adesso, dirò così, non cominciate a litigare. Lei signor Serafino continui, e lei signor Foresto, dirò così, non interrompa più.

Foresto: E’ Serafino, io all’una mangio, ‘un lo so te. Se per quell’ora però ‘un ha’ finito di raccontà, io vò via lo stesso. Vorrà dì’ che tornerai a casa da solo……………

Serafino: Ma ci stai ‘n pochinino zitto. Mettiti bòno e ascolta anche te. Che te chiacchieri, ma parecchie cose mica le sai.

Foresto: L’avrai raccontata centomila volte ‘sta cosa. Manco fosse robba de la tu’ famiglia. Ma quanto sarai ficcanaso, ragazzi!

Serafino: Ma si pòle sapè’ che vòi? Rivòi da beve? (a Severo) Daglielo ‘n altro goccino, giù, fammi ‘n piacere, se no questo mica si zitta, sa…… E tanto che ci sei piena anche ‘l mio, và’ che gli fò compagnia. (Severo riempie i bicchieri)

Lavinia: Senta, signor Serafino, ce la racconterà un’altra volta. Stamani, purtroppo, abbiamo poco tempo a disposizione. Anche perché, da quello che mi ha appena detto, ho capito che di molte cose siamo gia informati.

Serafino: Stia tranquilla signora, fo a la svelta, in du’ minuti gli spiego tutto.

Foresto: Sie, come que’ la volta che mi volevi raccontà’ come facesti a chiappà’ un fagiano. (a Lavinia) Oh, si montò nel treno a la stazione di Chiusi, s’arrivò a Firenze e ancora ci aveva da finì’ di dimmi come fece ‘l su’ cane a scovà’ ‘l fagiano.

Serafino: ‘Un dia retta a lui, signora, che la sua è tutta invidia, perché io so’ sempre al corrente di tutto e lui, ‘nvece ‘, un sa mai niente di niente.

Foresto: Ah, certo. Te basta che vedi due che chiacchierono, t’accosti subito e co’ la scusa di salutalli ti metti a ‘scoltà’ che dicono. (entra Berenice)

Berenice: Buongiorno a tutti! Io sono pronta, tra un attimo arriva anche la mamma. (vede Serafino e Foresto) Ciao, Serafino, ciao Foresto. (Serafino e Foresto rispondono al saluto) (si guarda intorno) Ma il nonno dove è andato?

Serafino: E’ andato a spedì’ ‘n telegramma urgente……….. A parte che a quest’ora ha fatto ‘n tempo anche a scrive un romanzo……………… (entra Flavia e Adalgisa)

Flavia: Buongiorno a tutti. Ciao Serafino, Ciao Foresto. (Serafino e Foresto rispondono al saluto) Io sono pronta. Vogliamo andare?

Lavinia: Certamente! E’ meglio arrivare, dirò così, con un po’ di anticipo, onde evitare brutte figure.

Foresto: (mentre si alza dalla sedia) ‘Namo Serafo, che questa qui ci ha le onde, ‘un ha’ sentito? Ci avesse a chiappà’ ‘na burascata ‘n alto mare.

Serafino: Si, si, namo, namo Forestino, ci ritorneremo ‘n’altra volta da Attila………… (ai presenti) Allora arrivederci, noi si va……….. grazie di tutto e salutateci tanto Attila. (entra Attila spingendo la poltrona con le ruote)

Attila: (guardando l’orologio) O Madonnina com’è tardi. (ai familiari con tono di chi ha fretta) Su, su, ‘ndate, ‘ndate. Cavativi. ‘Un fate tardi. E appena avete fatto, fatimi sapè com’è andata. (i familiari escono salutando) (Olimpia attraversa la scena parlando tra se e se)

Olimpia: Io domando e dico chi me lo fa fa’?………….  E’? Me lo dite chi me lo fa fa’?  

Foresto: Mi’, Attila, glie l’ha’ fatta a scappà’ dal gabinetto?………….. Allora, com’è?

Attila: Com’è che?…………. Ti riferisci a quello che ho fatto fin’ora?

Foresto: Ma proprio, t’ho detto com’è, per domandatti come stai.

Attila: O che domande fai? Come dev’èsse’ secondo te? E’ come ‘l solito…. maiala……….. miseria schifosa, ladra. ‘Un si scrocca più un lacciolo.

Serafino: ‘Un te la piglià’. Pensa a la salute, pensa. Che bene come ora ‘un se’ mai stato.

Attila: E’ Serafino, a me mi sembri scemo! Secondo te, meglio di così, io‘ un so’ mai stato? Ma che ti dice ‘l capo, è? (posiziona la poltrona e si mette seduto)

Serafino: Ma certo che sei ‘gnorante, è. Volevo dì’, che almeno ora ‘un ce l’ hai più i pensieri che ci avevi da giovane.

Serafino: E’ Foresto, ma ‘n s’era detto che s’andava?

Attila: Ma che fate, io arrivo e voi ‘ndate via?

Foresto: Ma è parecchio che siamo qui. S’andava a fa’ quattro passi.

Attila: Ma andate via subito davero? (sarcastico) Allora sete venuti per vedé’ l’Adalgisa, no a trovà’ me.

Adalgisa: (risentita) Signor Attila! Io non le permetto d’insinuare.

Attila: E’èèèèèè, io ormai ho bell’e ‘nsinuato. Però è ‘n po’ di tempo che ogni volta che vengono a trovammi Serafino e Foresto la guardono con cert’occhi. E danno più retta a lei che a me. Che ti devo dì’……………

Adalgisa: Signor Attila, l’avverto, se lei tenta di mettere zizzanie, le dico subito che ha sbagliato indirizzo

Attila: E’ Foresto, ma dimmi ‘na cosa: se ti mettessero a scelta, te che sceglieresti me o l’Adalgisa?

Foresto: O che discorsi fai? Te lo sai che io ti voglio tanto bene, ma è sempre meglio lei vestita che te gnudo……….. Ha’ voglia a dì’.

Attila: E te Serafino, ‘nvece, che sceglieresti?

Serafino: Ah, mi dispiace ma io la penso tutto ‘n un altro modo di Foresto.

Attila: (come se ci ripensasse) E’ Serafino, spetta ‘n po’ un momento…………….. Ma mica tante le volte da vecchio avrai saltato ‘l fosso e ora ti servi ‘n quell’altre botteghe, è?

Serafino: Ooooooo, ma che sei rimbecillito! Ha detto Foresto che è meglio lei vestita che te gnudo?………Ecco, io ‘nvece volevo dì’ che preferisco lei gnuda a te vestito da generale ‘n alta montura.

Attila: Ora  so’ ‘n pò più tranquillo. M’avevi fatto ‘mpaurì’………miseria schifosa, ladra.

Adalgisa: Signori! Io me ne vado. Non starò certo qui ad ascoltare i vostri apprezzamenti boccacceschi………. Che villani………….( esce)

Attila: (stropicciandosi le mani) E due……. Stamani so’ gia du’ volte che mi riesce a cavalla di torno. Ma ‘l guaio è che ritorna……………..ritorna, miseria schifosa, ladra.

Serafino: E’ Attila, ma me lo spieghi perché l’Adalgisa ‘un la pòi schizzà’ di vedé?

Attila: Perché è noiosa, chiacchiera troppo difficile e ‘un s’è mai fatta l’affari sua.

Foresto: Ma perché riporta quello che fai te a quelli di casa tua?

Attila: Riportava. Ormai ‘un ci ha da raccontà più niente, vedrai.

Serafino: E dicci  che riportava, allora? Dai che siamo curiosi.

Foresto: (a Serafino) Oh te!Chi sarebbero ‘ste curiosi? ‘Uno sei te, e quell’altro chi è?

Serafino: Saresti te, no. O ‘un ci siamo io e te soli qui, oltre a Attila.

Foresto: Ma te parla per te. Che t’ho nominato segretario?…………. E ‘un gliela fa, a fassi l’affari sua, è. Quasi, quasi, converrebbe aggiogatti co’ l’Adalgisa. (a Attila) O su, Attila, finisce di raccontà’, che noi si voleva andà’ via.

Attila: Guardate che potete andà’ è. ‘Un séte mica legati.

Serafino: (a Attila) Ormai ha’ cominciato. ‘Un ci fa’ stà’ ne’ spini, su. Finisce di diccela e poi si va via.

Attila: Ma la storia è di parecchi anni fa………Saranno passati ‘na trentina d’anni………. ti ricordi quando stètti diversi mesi a casa, co’ ‘na spalla e ‘na gamba rotta?

Foresto: Come, ‘un me lo ricordo? ‘Un fu que la volta che cascasti da ‘n olivo?

Attila: Si, la volta è quella, ma mica cascai da ‘n olivo. Cascai ma da’ ‘na finestra.

Serafino: Ah, cascasti da ‘na finestra?. A noi ci hai sempre detto che venisti giù da ‘n olivo. Ho come facesti?………………….Racconta, racconta, dai.

Attila: Te lo ricordi te ‘n do’ stava l’Argentina di Nicche?

Foresto: O ‘un ne stava dietro a ‘n do’ c’erono seccatoi del granturco?

Attila: Proprio lì, stava. E la finestra era quella de la su’ camera, che l’aveva al secondo piano.

Serafino: E’, e allora? Che c’entra la finestra de la su’ camera al secondo piano?

Attila: (risentito) Ma sei strullo o ci fai! Con che ci arrivavo lassù, secondo te? A salti? Mica ero ‘n gatto.

Foresto: Certo! Altro che co’ la scala ci potevi arrivà’. Ma stammi a sentì’, è, ma perché passavi da dietro co’ la scala, attraverso la finestra di camera? ‘Un potevi passà’ da la loggia, che ti sarebbe rimasto parecchio più comodo?

Serafino: Ma perché ‘l marito dell’Argentina, ci aveva la bottega lì davanti, e l’avrebbe visto, scemo.

Foresto: Ah, ecco……….. Ora ho capito. Te passavi da la finestra  co’ la scala…….. ‘ndavi su e ……………. (verso con la mano) facevi du’ chiacchiere coll’Argentina.

Attila: (a Serafino) Oh, gliel’ha fatta, ha capito!……… ‘Nsomma, ‘n giorno, mentre salivo, mi sembrò di vedè’ una donna che faceva capolino da dietro un albero. Ma ‘n ci detti tanto retta. Avevo anche parecchia fretta…………. ‘L marito dell’Argentina stava per chiude bottega.

Foresto: O che dovevi andà’ via ‘nsieme a lui?

Attila: Serafino, aiutimi te. Mettigli ‘na mano davanti a la bocca che così si zitta……… Dopo ‘na mezz’oretta, rimonto ne la finestra a marcia ‘ndietro, m’allungo ‘n giù, ma raspa, raspa, i pioli de la scala ‘un le sentivo.

Foresto: Scommetto che avevi sbagliato finestra!

Attila: (a Foresto) ‘L coglione che ha’ nel capo, sbagliai…… ‘nsomma, un pochino resistetti, poi mi cominciarono a fa’ male le mani e allora mi toccò saltà.

Foresto: Ma ‘un potevi chiede aiuto?

Attila: (minaccioso) Se ‘un ti do un tonfo io stamani, ‘un te lo da nessuno. Che aiuto chiedevo? Tanto ero andato lì al lavoro, noo?

Serafino: ‘Nsomma la scala ‘n c’era più perché te l’aveva levata que la donna che t’era sembrato di vedé’.

Attila: Penso di si, che sia stata lei!……………. Comunque quando arrivai giù, diedi un busso ‘n terra e rizzai un polverone, che ne’ dintorni ci fu la nebbia per qualche ora.

Foresto: E a ‘sto punto, scommetto che que la donna era l’Adalgisa.

Attila: Io se fu lei che mi levò la scala, ‘un so’ sicuro. Fatto sta che quando arrivai ‘n terra, lei era lì……………………….. Sembrava che m’aspettasse.

Serafino: Ma co’ ‘na gamba e ‘na spalla rotta, come facesti a arrivà’ a casa?

Attila: Ci arrivai da me……… Lì’ per lì ‘n sembrava niente. Mi sentivo tutto ‘ndolenzito, ma ‘nsomma s’andava. Fu doppo qualche ora, che mi si cominciò a gonfià’ ‘n dove avevo battuto.

Foresto: E a la tu’ moglie che gli ‘nventasti? Che t’era cascata addosso ‘na balla di penna d’oco?

Attila: Gli dissi che ero cascato da ‘n olivo. Che gli dovevo dì’ secondo te, che avevo saltato la finestra de la camera dell’Argentina?

Serafino: E l’Adalgisa, quando ti vide ‘nterra ‘un ti disse niente?

Attila: Lei fece finta d’impaurissi e cominciò fa’: Oh Madonnina che gran disgrazia. Oddio, che paura. Ditimi  che è successo.

Foresto: E te ‘un glielo dicesti: ma leviti, animala con du’ file di pocce, che se’ stata te a levammi la scala?

Attila: Ma proprio. Mi rialzai e mentre mi davo ‘na spolverata gli dissi: Io ‘un te lo posso dì’ che è successo, so’ arrivato  ne ‘sto momento. E ‘ndetti a casa.

Serafino: E lei, scommetto, andò subito di corsa a dillo a la tu’ moglie.

Attila: Se glielo disse subito ‘un lo so. So che quand’ero a lo spedale, un giorno, la mi’ moglie mi fece ‘na domanda a trabocchetto. E ci cascai come ‘n coglione.

Foresto: Come quelle che fa Maicche Bongiorno al Rischiatutto?

Attila: Proprio ‘n quel modo. Mi disse: ma dimmi ‘na cosa, Attila, ma secondo te, l’olivi si potono di luglio?

Serafino: (ridendo) Sie, meglio. L’olivi si potono tra la fine marzo e aprile.

Attila: Questo, ‘nfatti, è quello che gli risposi anch’io. Ma lei mi fa: (imitando la moglie con tono sarcastico) si vede che quelli dell’Argentina di Nicche, so’ d’una razza più tardiola. Perché m’ha detto l’Adalgisa che quando sei cascato, eri a potà’ l’olivi da l’Argentina.

Foresto: Che poi l’Argentina, manco ce l’ha per niente l’olivi.

Serafino: Sé’! Ha ‘riconosciuto spini al tasto, ‘sto scienziato. (a Foresto) Ma ‘ncora ‘un hai capito che Attila ‘un era andato lì a potà’ l’olivi, ma era ‘ndato a da’ ‘n salto all’Argentina?

Foresto: Ma senti che era andato a fa’ ‘sto volpone……. Sta’ attento, chiappone……….

(entra Oreste all’improvviso. Attraversa la scena uscendo dall’altra parte, mentre il trombettiere suona la carica)

Oreste: (urlando mentre spara con una pistola) Avanti miei prodi, andiamo a ributtarli in mare. (i tre amici hanno un sussulto e si spaventano)

Attila: (sbracciando in direzione di Oreste) Ma che ti venisse un colpo a te e a que la dentona che ‘n ti porta via, tòh………….. senti che m’ha fatto dì’.

Foresto: Se so’ cominciate le grandi manovre, qui tra poco scoppia la guerra.

Serafino: Forestino, namo via, fammi ‘l piacere, che tra poco qui fischiono le pallottole.

Foresto: Ma falla finita, tonto, ora mica avrai paura di Oreste?

Serafino: Ma co’ la pistola, ‘un s’era mai presentato.

Attila: (con il bastone alzato) Se ripassa ‘n’altra volta e mi fa fa’ ‘no stolzo come prima, ‘sta volta lo sfilo.

(rientra con passo normale, Oreste. Indossa un camice bianco da medico. Ha sulla manica sinistra la fascia della croce rossa. Sulla mano destra un orinale, sulla sinistra un pappagallo. Nel taschino del camice alcuni grissini)

Oreste: (urlando) Orinare che tra poco passa il medico………….. Orinare che tra poco passa il medico.

Attila: E’ scemo di guerra! Ma ‘un pòi andà’ a giocà’ da ‘n’altra parte, senza fa’ sempre ‘ste versi la per casa?

Oreste: (urlando) Quanti siete a marcare visita questa mattina? (nessuno risponde) Tutti e tre come al solito, vero? (un attimo di silenzio) Lavativi, scansafatiche che non siete altro. Ma io vi mando a Gaeta, vi mando. O a Forte Boccea, che si sta peggio.

Serafino: O lillo, ‘un la piglià’ co’ me, è. Io ‘un marco niente perché ‘sto benone.

Oreste: Stai zitto ed esegui gli ordini. Apri la bocca. (gli caccia in bocca un grissino. Poi a Foresto) Tu, apri lo sportello di quel forno che hai sotto il naso, imbranato. (poi a Attila) E tu apri il coperchio della fogna. (riprende il pitale e fa per uscire) Orinare che tra poco passa il medico.

Foresto: (parlando con il grissino in bocca) Ma che ci si deve fa’ co’ ‘ste cosi che ci hai ‘nfilato ‘n bocca?

Serafino: (parlando con il grissino in bocca) Si possono mangià’?

Attila: (parlando con il grissino in bocca) Vieni qua, ‘un andà’ via, risponde a me. Si possono mangià’ o no?

Oreste: (urlando) Razza d’imbecilli patentati. Quelli che avete in bocca sono termometri, non è roba da mangiare. Tra pochi minuti sarò di ritorno e vediamo se avete la febbre. (esce) Orinare che tra poco passa il medico…………. Orinare che tra poco passa il medico.

Sono di ritorno i Parenti. Mogi, mogi, entrano in fila indiana. Salutano senza fermarsi ed escono dall’altra parte. I tre rispondono insieme al saluto con il grissino in bocca.

Severo: Buongiorno.

Attila, Serafino, Foresto: Buongiorno.

Lavinia: Buongiorno.

Attila, Serafino, Foresto: Buongiorno.

Attila, Serafino, Foresto: Buongiorno.

Flavia: Buongiorno.

Attila, Serafino, Foresto: Buongiorno.

Berenice: Buongiorno.

Attila, Serafino, Foresto: Buongiorno.

Attila: (toglie il grissino di bocca) Brunice! (non si ferma) E’ Brunice………miseria schifosa, ladra……..ma si pòle sapé’ che è successo? Sembra che vi sia morto qualcuno di casa, ‘nvece che èsse’ stati a riscòte l’eredità.

Berenice: (con aria dimessa) Abbi pazienza qualche minuto, nonno. Tra poco sarà qui il notaio e ti spiegherà tutto. (fa per uscire dalla scena)

Attila: E ‘nvece me lo spieghi ora te, e subito. Lo sai che io so’ sempre frettoloso, è. ‘Un posso aspetta tra poco.Tra poco per me è già troppo tardi.

Berenice: Il notaio ci ha letto una lettera dello zio Torquato, dove ci chiedeva scusa per non averci lasciato niente.

Attila: ‘Sto cornutaccio che ‘un era altro. O chissà a chi l’ha lasciato tutto quel capitale che ci aveva?

Berenice: Neanche il notaio sa niente. In fondo alla lettera c’era scritto che il testamento dovrà essere aperto e letto solo in tua presenza. (suonano alla porta)

Attila: Va a vedé’ chi è, Brunice, fammi ‘l piacere. (Berenice va ad aprire)

Foresto: ( ha ancora il grissino in bocca) Certo che ‘un ci so’ rimasti bene per niente, è.

Serafino: ( ha ancora il grissino in bocca) Com’ ha. detto?

Attila: Ma le volete levà’ o no ‘ste termometri di bocca.

Foresto: Ho detto: certo che ‘un ci so’ rimasti bene per niente, è.

Serafino: Perché, te come ci saresti rimasto, sentiamo?

Foresto: Come loro…………. Anzi, mi ci sarebbe presa ‘na paralisi, mi ci sarebbe presa.

Attila: Avrà fatto senz’altro uno de’ su’ scherzi, ‘sto cornutaccio. (Olimpia attraversa la scena parlando tra se e se)

Olimpia: Io domando e dico chi me lo fa fa’?………….  E’? Me lo dite chi me lo fa fa’?  

(rientra Berenice seguita dal notaio)

Berenice: E’ il notaio Sistini, nonno. Venga notaio, si accomodi. Lei conosce mio nonno Attila, vero?

Notaio: (i due si stringono la mano) Certo! Chi non conosce il famoso Attila Stelloni? Fino a pochi anni fa, era il flagello dei mariti.

Berenice: Bene, io vi lascio soli.  Se hai bisogno di me non fai altro che chiamarmi. Hai capito nonno?  (Berenice esce di scena)

Attila: Va bene, Brunice. (al notaio) Loro possono restà’ mentre lei legge?…. Sa, so’ du’ vecchi amici. Questo è Serafino e questo è Foresto.  Du’ pezze bòne che ‘un gli dico. (si stringono la mano)

Notaio: Se a lei sta bene, per me non ci sono problemi.

Attila: O giù, cominci a legge’, così tra poco so anche di che male devo morì’. (il notaio estrae da una cartella alcuni documenti)

Foresto: (a Serafino) Ma lui che è, anche dottore?

Serafino: Ma di che chiacchieri?

Foresto: Attila ha detto che vòle sapè’ di che male doveva morì’.  Ho visto lui cavà’ tutti que’ fogli e allora ho pensato che fossero i risultati dell’analisi.

Serafino: ‘Sta zittino, Forestino, via. Fa’ ‘l bravo. Mettiti bòno da ‘na parte e ‘un chiacchierà, che tanto te fai confusione e basta. (il notaio ha in mano un foglio scritto)

Notaio: Allora, signor Stelloni, posso cominciare?

Attila: Attacchi……………….. e che Dio ce la mandi bòna e senza vento. (entra Oreste)

Oreste: (al notaio) Bene, bene, bene, ecco un altro lavativo che ha marcato visita. (gli infila un grissino in bocca) Tra poco vengo a vedere se hai la febbre. (ai tre amici) E voi, dove avete messo i termometri?

Attila, Serafino, Foresto: (mentre glieli consegnano)Eccoli.

Oreste: (guarda i termometri) Neanche una linea di febbre. (urlando) Al fronte, ritornare al fronte…… Tra poco mando la camionetta a prendervi e ritornate immediatamente al fronte. (Oreste va via)

Foresto: (facendo il verso) Ma te, te lo vai a piglià’ ‘n do’ lo pigliono l’ochi. Io al fronte ci so’ stato gia ‘na volta. M’ha fatto e m’è avanzato. Caro ‘l mi vasellina.

Notaio: (parla con il grissino in bocca) Io sottoscritto Torquato Settimini, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali……………..

Attila: E’ notaio, ma perché ‘un leva ‘sto coso di bocca, che si capisce meglio?

Notaio: E se dopo ritorna il capitano medico, chi lo sente? (Attila gli toglie il grissino di bocca)

Attila: Se ritorna gli dice che l’ha levato perché la febbre ‘un ce l’aveva. Tanto, ‘un si creda di scampulalla, è. Quando ritorna il generale Badoglio, rimanda al fronte anche lei, che si crede……………… Che famiglia che s’è messo su…….poretti a noi………Auh!

Notaio: Io sottoscritto Torquato Settimini, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, dispongo quanto segue:

Lascio tutti i miei averi, mobili ed immobili, a mio cognato Attila Stelloni …………

Serafino e foresto: (si mettono a cantare e ballare) Evviva il nostro Attila…………..

Attila: L’avevo detto io che quel cornutaccio di Torquato aveva fatto uno de’ su’ scherzi, è. (al notaio) E’ mangiaguadagni, quando passo a riscòte?  Vengo con lei quando va via o me le porta qui?

Notaio: Non abbia fretta, signor Stelloni. Prima di entrare in possesso degli averi, ci sono un sacco di pratiche da espletare, e poi …………… c’è ancora un piccolo particolare che, avrei letto, se lei non mi avesse interrotto.

Attila: E allora seguiti, no, che aspetta, che faccia la luna nòva?

Notaio: Lascio tutti i miei averi, mobili ed immobili, a mio cognato Attila Guerrini, a patto che nel giro di un mese, sposi la signorina Adalgisa Giacometti. Altrimenti, tutto passerà nelle mani dei miei nipoti, Severo e Flavia.

Attila: Ha’ sentito ‘sto cornutaccio, morto, morto, che aveva studiato? Lui lo sapeva che io e l’Adalgisa ‘un ci si poteva schizzà’ di vedé …………………. E ora come fò a fammi sposà’ dall’Adalgisa? Quella ‘un mi piglierebbe manco se segnassi tutto a lei.

Serafino: Bella chiavica ‘l tu’ cognato si, proprio ‘na bella chiavica.

Foresto: Bella chiavica? Bello stronzo, volevi dì’?

 

Attila: (urlando) Badoglio…………Badoglio…………. Serafino, fammi ‘n piacere, vammi di la a chiamà’ Oreste. Digli che c’è sua maestà che lo vòle. (Serafino esegue) (il notaio prende il grissino)

Notaio: Questo, forse, è meglio che lo rimetta in bocca, vero? Mi potrei trovare di fronte a serie conseguenze. (rimette in bocca il grissino)

Attila: No, lasci stà’, mi piglio la responsabilità io. A un patto però, è…….. che lei, per ora, non dica niente della postilla sull’Adalgisa…………….. Lo giuri.

Notaio: (con la mano destra alzata ed il grissino in bocca) Lo giuro! (toglie il grissino) (rientra Serafino seguito da Oreste)

Attila: (al notaio) Se fa mezza parola, di quello che gli ho detto lo fo mandà’ in prima linea, intesi? (il notaio annuisce)

Oreste: (inchinandosi) Ai suoi ordini Maestà.

Attila: (in piedi. Con tono solenne) Generale Badoglio, le sorti della nostra nazione sono nelle sue mani. Faccia suonare l’adunata. Voglio parlare alle truppe.

Oreste: (dito al naso in segno di silenzio) Sssssshhhhhh……… maestà, il nemico ci ascolta. (urlando) Trombettiere! Suona l’adunata. (il trombettiere suona. Ad uno, ad uno entrano tutti i familiari) Tutto a posto, maestà? Serve altro?

Attila: No! Ora mettiti da ‘na parte e cerca di ‘sta’ zitto. (Oreste s mette sull’attenti e fa il saluto militare) Dunque, v’ho fatto chiamà’ per favvi sapé’, che l’ notaio m’ha letto ‘l testamento………….Io so’ l’unico erede di quel cornuto del vostro ziaccio Torquato.

Severo: (con aria dimessa) Siamo contenti per te, babbo. Magari, cerca di ‘un ne sperperallo tutto ‘l capitale che hai ereditato.

Attila: (con tono di rimprovero) Severo, fa’ pochi discorsi, è. Guarda di ‘un fammici ripensà’ a quello che ho deciso di fa’.……… Dunque dicevo……… ma siccome io so’ ‘na persona……….. mi sembra si dica……… munifica…. (a Foresto) Ho detto bene?

Foresto: E che ne so che vòi dì’. Però, munifica, mi sembra che faccia ‘n certo effetto. Va’, va’, continua così, che vai bene.

Attila: Ma siccome io so’ ‘na persona munifica………. E di tutti que’ soldi ‘un so che fammene……….. Ho deciso di rinuncià’ all’eredità’……..e……….. di lascià’ tutto a voi.

Tutti i familiari: Bravo babbo, bravo nonno.

Attila: Calma, calma……. Ho detto che lascio tutto a voi…….. ma fra un mese, però…… E a patto che…... a spese vostre, è ………….. a me, a Foresto e Serafino, ci accompagnate tutte le sere a vedé’ tutt’i spogliarelli, che ci so ne la zona. Fatici i vostri conti e poi fatimi sapé’ se vi sta bene.

Lavinia: Io non sono d’accordo ad esaudire questa richiesta strampalata del nonno. (Berenice gli da una spinta per zittirla)

Berenice: Vi accompagno io, state tranquilli, la cosa si farà…………………… e se ve la sentite si comincia da stasera.

Attila: E ora fatimi ‘l piacere di andà’ via tutti, che devo parlà’ un attimo col notaio, su. (incitandoli) Scio, scio, via, via. (escono tutti) E’ notaio. Noi ‘un ci siamo visti, è. E si ricordi che ‘n prima linea, fischiono le pallottole.

Notaio: (mentre esce, ironico) C’è però ancora una postilla al testamento, che ho aggiunto io, naturalmente: a che ora partite questa sera per andare a vedere lo spettacolo?

Attila: Non lo so, ma penso verso le nove, perché?

Notaio: Alle nove in punto vi aspetto sotto casa mia. Passate a prendermi che vengo con voi, vi conviene. Arrivederci. (il notaio esce) (i tre salutano)

Attila: (a Serafino e Foresto) E a noi che ce ne frega se viene anche lui, noo?

Serafino: Ma certo, più siamo e meglio è!

Attila: Ovvia, ora andate. Levativi da corbelli che ci ho da fa. Ci si vede stasera.

Serafino e Foresto: Ciao, a stasera. (escono dalla scena)

Attila: Meglio un mese di spogliarelli, che qualche anno con que la piattola dell’Adalgisa. (Olimpia attraversa la scena parlando tra se e se)

Olimpia: Io domando e dico chi me lo fa fa’?………….  E’? Me lo dite chi me lo fa fa’?

Attila: (spazientito) Ma se ‘un ci dici che, come si fa a risponditi! 

Olimpia: Di portà’ sempre l’acqua co’ secchi ‘n casa mia!…………… Metterò l’acqua ‘n casa e ‘n se ne parla più!…Tanto semplice, noo? (Olimpia esce dalla scena)

Attila: Io, boh! Rimango…………….. anzi, no, vò via perché ci ho da fa’. (mentre sta per uscire entra Adelmo e va a prendere qualcosa dentro ad un mobile)

Adelmo: (da sempre più segni di ubriachezza) Mi’, Sor Attila, che si fa, si smonta le tende?

Attila: Ma me lo spieghi che cerchi dentro a ‘sto mobile che è la seconda volta che ci vieni a piglià’ qualcosa?

Adelmo: Un cavatappi. Quelli che ci s’avevono si so’ rotti tutti.

Attila: Perché si so’ surriscaldati da quanto l’avete addoprati.

Adelmo: Eh, ‘nsomma, hanno lavoricchiato ‘n c’è male.

Attila: ‘L mi’ nipotePietro dov’è? che ci avevo da parlacci.

Adelmo: (mentre cerca dentro i cassetti) ‘N cantina. Ora se lo vedo glielo dico che lo vòle.

Attila: Scusimi, è, ma te ‘un hai detto che vai giù ‘n cantina?

Adelmo: Ci vò si, aspettono me col cavatappi.

Attila: E allora lo vedi per forza.

Adelmo: Ah, gia, che coglione, lo vedo si. ‘Un ci fate caso, sor Attila, che stamani so’ un po’ distratto.

Cesare: No, te ‘un sei ‘un po’ distratto. A me mi sa che te stamani te sei ‘n po’ briaco.

Adelmo: Namo, sor Attila venga con me che l’accompagno. (lo prende a braccetto)

Attila: Ma se mai sarò io che ti riaccompagno ‘n cantina. Te da solo mica ci ritorni. (escono) (appena usciti entra Olimpia)

Olimpia: ‘N questa casa ‘un si fa pari a ripulì’. Oh ragazzi! Rimettessero a posto mai niente di quello che pigliono ‘n mano. Ma speriamo che qualche volta gli rimanesse qualcosa attaccato al culo, di quello che lasciono ‘n giro. (comincia a mettere a posto le bottiglie) (suonano alla porta) Vengo subito. ( Va ad aprire)(da fuori scena) Buongiorno. Desidera?

Franzoni: (da fuori scena) Vorrei parlare con il signor Pietro Stelloni. Abita qui, vero?

Olimpia: Si, si abita qui. Venga, si accomodi. (L’uomo entra. Ha con se una borsa porta documenti. Porge ad Olimpia un biglietto da visita)

Franzoni: Tenga, questo è il biglietto per annunciarmi.

Olimpia: Le dispiace se finisco di mette’ a posto ste’ bottiglie prima di annunciarlo? Tanto fò’ a la svelta. (posa il biglietto sul tavolo accanto a quello del signor Filandri che prima vi aveva appoggiato Adelmo) Si metta seduto, non faccia complimenti.

Franzoni: Grazie, molto gentile. (si siede)

Olimpia: Il signor Pietro lo stava aspettando?

Franzoni: Non so se si mi aspettava per oggi, ma credo sapesse benissimo che prima o poi sarei venuto.

Olimpia: Si trattiene per pranzo vero?

Franzoni: Chi, io? No di certo! Ho una fretta terribile e appena ho finito con il signor Stelloni riparto immediatamente per Roma.

Olimpia: Ah!………E chi la mangia tutta quella roba che ho preparato? Senta, è: (enumerando con le dita) du’ galline, che l’ho messe a brodo, quattro polli, mezzo agnello, otto piccioni, e du’ nane, che ho fatto arrosto. Senza contà’, poi, tre chili di pici, che m’è toccato alzammi stamani a le quattro per falli.

Franzoni: Salute! Mi scusi sa, se sono invadente, ma quanti ospiti stanno aspettando i signori Stelloni?

Olimpia: A quello che so io uno solo, e se ‘un mi sbaglio, dovrebbe esse’ lei.

Franzoni: Ma tutta quella roba servirebbe a sfamare un plotone di soldati.

Olimpia: Ma che dice? Sette persone grandi, più un bambino, so’ loro di casa.

Franzoni: E, se non ho capito male, tutte persone ben disposte a mangiare……….

Olimpia: E a beve, parecchio!…………. Oh! Io però mica me la voglio piglià’ tanto, sa. Vorrà di che quello che avanza si darà a’ cani.

Franzoni: (sarcastico) Ma certo! In tasca alla miseria. Anche i cani dovranno pur mangiare, no? Come dice il famoso detto?….. Ogni nato ha il diritto di vivere. (Olimpia prende da sopra il tavolo il biglietto sbagliato)

Olimpia: Proprio così!…………. Ovvia, allora io vò. ‘Un gli dispiace mica se lo lascio solo un attimo, vero?

Franzoni: Ma le pare. L’aspetto qua seduto. (Olimpia fa qualche passo e poi si ferma a leggere il biglietto a voce alta verso il pubblico)

Olimpia: Signor Silvestro Filandri, funzionario del Ministero dell’Agricoltura e Foreste –Roma. (esce dalla scena) ( uscita Olimpia, Franzoni si alza e passeggia per la stanza)

Franzoni: Bene, bene, bene! Quadri d’autore, porcellane costosissime, mobili d’epoca, tutta ottima merce per l’accertamento sul patrimonio dei signori Stelloni che devo fare. Quando alcuni anni fa sono venuto in questa casa, ho avuto il sospetto che qualcuno li avesse avvertiti della mia venuta. Adesso ne ho la certezza: in questa stanza mi fecero trovare soltanto un tavolino e quattro sedie. (entra Carletto con una fionda in mano. Franzoni è in un angolo. Non avendolo visto, la stanza gli sembra vuota)

Carletto: (ridendo contento) Mio! L’hanno bell’e portati via tutti.   ‘Un gliel’hanno fatta a regge ‘l colpo del vinsanto. Ma so’ duri di capo, è! Ma manco ‘un gliel’avessi detto.

Franzoni: (ha in mano la stessa statuetta che aveva Filandri) E tu chi sei?

Carletto: Ma sentite che discorsi! Sei te che sei venuto a casa mia, o io che so venuto a casa tua?

Franzoni: Hai ragione! (gli va incontro tendendo la mano) Mi presento subito. Filippo Franzoni, sono di Roma.

Carletto: (puntando la fionda verso di lui) Tieni le mani a posto e poca confidenza. ‘Un so’ mica ‘l tu’ fratello, è. (Franzoni ritira la mano)

Franzoni: Chiedo scusa. Volevo solo essere gentile………..e……… educato.

Carletto: Tanto per comincià, mettiti subito a sedé’ e sta bòno co’ le mani. Quello che vedi qui ‘ntorno è tutta robba di valore e ‘n vorrei che ti s’attaccasse qualcosa a le mani.

Franzoni: Mi hai preso per un ladro?

Carletto: Ancora ‘un lo so! Prima, quando è venuto un altro signore, ha preso anche lui la statuetta che ci hai in mano te ora. Dunque se sparisce………. o è stato lui, o se’ stato te … Avvisato!

Franzoni: (posa la statuetta e si mette seduto) Tu sei il figlio del Signor Stelloni?

Carletto: (al pubblico, sbuffando) Oh! Ma a nessuno gli riesce a fassi l’affari sua…….. (secco) No!

Franzoni: E allora di chi sei figlio?

Carletto: De la mi’ mamma!

Franzoni: E un padre non ce l’hai?

Carletto: Se ci ho ‘na mamma, ci avrò anche un babbo, noo. Se no come avrei fatto a nasce’ secondo te?……..  Io boh!………(indicando la testa)  Ma che ti dice ‘l capo, è?

Franzoni: E tu che ne sai, che per far nascere un bambino ci vogliono un uomo e una donna?

Carletto: Perché, a te ancora ‘un t’ha detto niente nessuno? Guarda di svegliatti, lillo, perché doppo da grande ti potresti trovà male.

Franzoni: Ma io sono già grande. Che ti sembro un bambino?

Carletto: Cresciuto, sei cresciuto, ma di statura. Perché se fai ‘ste discorsi, vòl dì’ che ‘l cervello ti s’è bloccato all’asilo.

Franzoni: Sei un piccolo impertinente! Ecco quello che sei. (entra Addolorata. ) Oddio, Gesù! E chi è? La pubblicità delle pompe funebri?

Carletto: (a Franzoni mentre esce) ‘Un t’impaurì’ che ‘un fa niente. ‘Un morde mica. E’ la mi’ zia Addolorata che recita le poesie. Ciao.

Franzoni: Anche il nome non è dei più festosi.

Carletto: (prima di uscire) E sta’ fermo co’ le mani, è. Cerca d’esse’ poco smanioso.

Addolorata: (mentre entra in scena, con voce lugubre) “Da prima muoiono i nostri piaceri, e quindi le nostre speranze, e quindi i nostri timori, tutto muore”.

Franzoni: (si alza dalla poltrona e va verso di lei) (a voce alta sussurrata, verso Carletto che è fuori scena) Sei sicuro che posso stare tranquillo?

Carletto: Oddio!……….. Magari, una toccatina da que’ le parti, pe’ stà’ ancora più sicuro, dattela. ‘Un si sa mai. (si mette di spalle e si tocca nelle zone basse)

Franzoni: (tira fuori dalla borsa un corno rosso) Buongiorno, sono il signor Filippo Franzoni.

Addolorata: (si ferma senza distogliere lo sguardo dal libro) Come sta? (senza che Franzoni risponda) Mi fa piacere che stia bene. E la sua signora? Ho piacere che stia bene anche lei. Me la saluti.

Franzoni: A dir la verità, non sta molto bene. E’ raffreddata e ha un po’ di tosse, ma non è nulla, non si preoccupi.

Addolorata: (legge ancora) “Intorno a noi, in noi, sopra di noi è la morte; e noi non siamo che morte”.

Franzoni: (fa le corna e dalla borsa tira fuori un ferro di cavallo) Oggi non siamo in giornata d’allegria, vero signora?

Addolorata:Come sta? (senza che gli risponda) Mi fa piacere che stia bene. E la sua signora? Ho piacere che stia bene anche lei. Me la saluti.

Franzoni: (schiarendosi la voce) Le ho detto che non sta molto bene. E’ un po’ raffreddata………………… Ma lei come fa a conoscere mia moglie, scusi?

Addolorata: La morte sa tutto di tutti. Nulla, le si può nascondere.

Franzoni: (impacciatissimo. Non sa più che cosa dire. Tira fuori un mazzetto d’aglio ) Che bella giornata signora, a lei non sembra?

Addolorata: Purtroppo si! Mio caro. (a voce alta mentre Franzoni ha un sussulto) Ah!…. che momenti indimenticabili sono quelle pessime giornate invernali. (mentre sbraccia nell’aria) Tuoni! Lampi! Fulmini! Saette!

Franzoni: (facendo spallucce) Faccia come le pare, ma io come quelle di oggi, le preferisco. (si sente il canto della civetta. Franzoni passeggia nervoso per la stanza. Tira fuori un corno più grande)

Addolorata: Ha sentito anche lei questo soave canto?

Franzoni: Via, signora, la prego, non insista. Sia buona.

Addolorata: A lei non piace il melodioso canto della civetta?

Franzoni: (secco e schifato) No! Senz’altro no!

Addolorata: E nemmeno l’armonioso stornellare del chiurlo?

Franzoni: Neanche! (supplichevole) Sia brava signora, mi faccia un favore personale. Cerchi d’essere più allegra. (piagnucolante) A me queste cose mi deprimono, che lei non s’immagina nemmeno quanto………

Addolorata: (legge mentre esce) “E quando tutto ciò è morto, la polvere chiama la polvere e noi anche moriamo”. (Franzoni tira fuori un fazzoletto rosso e se lo mette nel taschino)

Franzoni: Oh! Ma questa è fissata con la morte.

Addolorata: (si gira di scatto) Meemento mori!

Franzoni: E che cosa vorrebbe significare?

Addolorata: (tuonante) Eccone un altro che dimentica presto. Eppure dovrebbe saperlo, dal momento che è nato ……………….. nella sua lingua significa: ricordati che devi morire.

Franzoni: (tira fuori un doppio corno) Perché ha detto nella mia lingua? Sento che anche lei parla come me. Io la capisco benissimo

Addolorata: (a voce alta verso Franzoni, mentre s’incammina per uscire) Meglio, molto meglio per lei. Quando, tra breve, andrà ad abitare nell’aldilà, le sarà molto meno faticoso conversare con Lucifero.

Franzoni: Mi scusi signora, ma l’ha voluto lei. (posa per terra la borsa) A questo punto sono davvero costretto a farle le corna. (fa le corna verso di lei)

Addolorata: Non serve a nulla giovanotto, faccia testamento, piuttosto, e si tenga pronto per l’ultimo, lungo, viaggio.  (Franzoni va a nascondersi dietro la poltrona. Addolorata esce. Rientra Olimpia)

Olimpia: Il signor Pietro, per il momento è impegnato, però arriva subito la signora Veronica. (si guarda intorno) Ma dov’è? …… o che è andato via? (Franzoni da dietro la poltrona)

Franzoni: No, sono qua. Ma finché non è andata via lei, io da qua non esco.

Olimpia: Chi è che dovrebbe andare via, scusi? Qui non c’è nessuno.

Franzoni: Lei, la strega, la morte in persona. L’ho vista con i miei occhi.

Olimpia: Ma che cosa dice?…………….. ma, ci ha le visioni, sente le voci, svagilla ……...

Franzoni: (piagnucolante) No, io sono normalissimo, ho visto e sentito tutto, le dico ………… (alza la mano destra) lo giuro.

Olimpia: (fa una gran risata) Ah, ho capito a chi si riferisce. Mica tante volte è passata di qui una signora tutta vestita di nero che……………

Franzoni: Zitta! Per carità, non la nomini…………..  (recita come una nenia) Corna, bicorna, aglio capodaglio…………..Corna, bicorna, aglio capodaglio…………

Olimpia: (va da lui) Esca fuori di lì. Avanti! Non faccia il bambino.E la smetta di recità’ ‘ste litanie.

Franzoni: Io esco, però, lei mi spiega perché il signor Stelloni tiene in casa certa gente. (esce tutto tremante. Attaccata al collo ha una collana piena d’amuleti) 

Olimpia: O dove la dovrebbe mette secondo lei, nel pollaio co’ le galline? La signorina Addolorata, è la su’ zia!

Franzoni: Certi elementi dovrebbero essere internati, e non lasciati liberi di vagare in mezzo alle persone normali. Glielo dica pure a nome mio al signor Stelloni.

Olimpia: Perché, a lei gli sembra di èsse’ normale con tutta que’ la robba che ci ha in mano e attaccata al collo?

Franzoni: (esitante) Certo!…… Anzi……. forse no, ma sono gli unici rimedi contro gli iettatori.

Olimpia: (continua a riassettare la stanza) Ma lei che scuole ha fatto, scusi?

Franzoni: E perché lo vuole sapere?

Olimpia: Prima mi risponda lei, che poi gli rispondo io.

Franzoni: Mi sono diplomato all’istituto commerciale. Sono ragioniere.

Olimpia: Tempo sprecato, caro mio. Tutto tempo sprecato. Quant’era meglio se i su’genitori lo mandavono a bottega a ‘mparà’ un mestiere.

Franzoni: Io non la capisco, sa. Si spieghi meglio.

Olimpia: Volevo dì’, se c’era proprio bisogno di studià’ tanto, per poi fa’ tutti ‘ste versi quando ci si trova davanti a qualcuno che ci sta ‘n po’ poco col capo.

Franzoni: (risentito) Ognuno ha le proprie convinzioni e si comporta nel modo che gli sembra più adatto alla circostanza.

Olimpia: Cerchi di parlà’ più pulito però, è, sennò ora so’ io a ‘un capillo.

Franzoni: Secondo lei c’è qualcosa di male ad essere un po’ superstiziosi?

Olimpia: Ah, un po’? E quelli che so’ parecchio superstiziosi che farebbero secondo lei? (indicando gli amuleti) Vanno al giro col gobbo personale che gli porta dietro tutti ‘ste trofei? Ma mi faccia il piacere…………. (rientra Addolorata, che va a piazzarsi, senza essere vista dietro a Franzoni)

Franzoni: Eppure sono convinto che superstiziosi lo siamo tutti. Anche lei, lo è.

Olimpia: Ma manco per niente ‘nvece. ‘N casa mia ‘un ci s’è mai creduto a le streghe.

Addolorata: (all’improvviso) Non è ancora pronto? Si sbrighi giovanotto, la nave che lo traghetterà all’altro mondo non può aspettare più di tanto.

Franzoni: (ha un sussulto e sviene cadendo per terra) Aaaaaaaaaaah!

Olimpia: Signorina Addolorata, eppure lo sa che il signor Pietro non vuole che spaventi gli ospiti. Vada in camera sua, su, sia brava.

Addolorata: Vado, ma presto ritornerò e lui verrà con me.

Olimpia: (assecondandola) Va bene, più tardi ritorni a pigliallo. Ora vada, però, è. Io intanto glielo preparo, glielo confeziono e dopo lei così lo porta via.  (l’accompagna fuori scena) ……….vada, su, vada. (ritorna e si china su Franzoni. Lo schiaffeggia per farlo rinvenire) Signore……… signore…….. si svegli, su. (Addolorata è rientrata e guarda la scena)

Franzoni: (con voce flebile) Dove sono? Che è successo?

Olimpia: E’ svenuto, ma ‘un è niente, stia tranquillo. Dev’èsse’ stato un abbassamento di pressione. Ora gli do un bel cognacchino e vedrà che starà subito meglio. (Franzoni vede in piedi, davanti a se, Addolorata)

Franzoni: (indicando Addolorata mentre scalcia) Aaaaaaaah! (sviene di nuovo)

Olimpia: (Olimpia si gira) Signorina Addolorata, gli avevo detto di andà’ in camera sua. Su, venga con me che l’accompagno. (a Franzoni che è sempre steso in terra) Abbia pazienza un minutino, è. ‘Un si muova di costì che ritorno subito. (escono) (dall’altro lato entra Carletto)

Carletto: (fa un giro intorno a Franzoni) Hanno fatto beve ‘l vinsanto anche a questo. E ora è briaco che ‘un ne sta ritto. Ora gli fo ‘proprio un bello scherzetto, così ‘mpara a ‘mbriacassi.

(Carletto scioglie le scarpe a Franzoni e gliele toglie dai piedi. Con un rossetto gli dipinge il naso e le guance di rosso. Gli allenta la cravatta, sbottona il colletto della camicia e gli mette i pantaloni alla saltafossi. Mentre si allontana, tira fuori dalla tasca una pistola giocattolo e spara alcuni colpi in aria. Esce dalla scena portando con se le scarpe. Franzoni ha un sussulto e si sveglia)

Franzoni: Aaaaaaaaah! Oh Gesù, Maria, dove sono capitato. Ma questa è una casa di matti. (entra la signora Veronica. Franzoni si è messo in ginocchio)

Veronica: (si fa vento con un ventaglio. Gli va incontro per stringerle la mano) (con tono molto distaccato) Buon giorno. Lei è il signore che stava aspettando mio marito?

Franzoni: Si!…………… Anzi, no. Non lo so se mi stava aspettando. Non ne sono sicuro.

Veronica: Ma cosa dice. E’ tutta la settimana che stiamo preparandoci per la sua venuta.

Franzoni: (meravigliato) Vi siete preparati per me?

Veronica: Certo. E senza badare a spese. Mio marito ci teneva tanto a fare bella figura con lei. (al pubblico) Neanche fosse dovuto venire lo Zar di tutte le Russie. (Franzoni estrae un taccuino e una penna dalla borsa)

Franzoni: E che cosa avete fatto di speciale……………se non sono indiscreto.

Veronica: (gira per la stanza) Vuole un esempio?

Franzoni: Si! Mi piacerebbe tanto sapere.

Veronica: (si sta alterando) Vuole proprio che glielo dica?

Franzoni: (si è messo dietro di lei e la segue) Si! Sono proprio curioso.

Veronica: (arrabbiata) Lei non ha nemmeno idea di quanti esempi le potrei fare. Due, dieci, trenta, cinquanta…………..Altro che uno soltanto.

Franzoni: Per ora me ne faccia ……….. (pensoso) due…………………… oppure tre, se preferisce.

Veronica: (si fermano) Ed invece le dico tutto. Tutto! Lei deve sapere quanto c’è costata in fatica e denaro la sua venuta.

Franzoni: Cominci pure, signora, però proceda con calma. Scrivere velocemente non è mai stato il mio forte.

Veronica: (ha ricominciato a girellare) Che cosa deve scrivere, scusi?

Franzoni: Quello che lei mi dirà!

Veronica: E perché mai dovrebbe prendere appunti? Non deve mica redigere un verbale?

Franzoni: Le voglio confessare una cosa. Credo di saper fare abbastanza bene il mio lavoro, o almeno lo penso, ma sono di memoria corta. Perciò preferisco prendere degli appunti.

Veronica: (al pubblico) Mah! Che conoscenze strane ha mio marito. (si ferma) A proposito di stranezze, mi tolga una curiosità, ma lei perché è conciato così? E’ il suo abbigliamento usuale, oppure fa il rappresentante per una ditta che produce (indicandole) queste carabattole?

Veronica: Mi ascolti, signora. Sono sicuro che le sarà molto difficile credermi, però è proprio come le sto per dire: senza scarpe e con gli abiti sconvolti mi ci sono ritrovato qui, in casa sua, e senza conoscerne la ragione. Per gli amuleti, (imbarazzato) si è venuta a creare una circostanza che non ne ho potuto farne a meno, mi creda.

Veronica: Lei deve essersi imbattuto in mia zia Addolorata. Non ci sono dubbi.

Franzoni: No! Signora la prego………non pronunci quel nome, per favore………………. mi sono tanto impaurito.

Veronica: Effettivamente …………… non posso darle torto. Mia zia un po’ di agitazione la mette addosso.

Franzoni: Ah, lei dice un po’. Guardi, guardi qua. (allunga un braccio e fa vedere la mano tremante) Sono ancora tutto tremante. E……….. ad essere sinceri, (si tocca la pancia) non so se quaggiù sia tutto a posto. Ho sentito alcuni strani doloretti ………………

Veronica: Comunque è un soggetto innocuo, stia tranquillo. (entra Oreste, sciabola in mano e bandiera italiana nell’altra)

Oreste: (appena entra canta) Addio, mia bella addio, e l’armata se ne va……parapa pa pa…. E se non partissi anch’io, sarebbe una viltààààààà………… (gridando con la sciabola in alto esce dalla scena) All’attacco, miei prodiiiiiii …………. Avanti Savoiaaaaaa…………….

Franzoni: E…….. anche questo è un soggetto innocuo…… penso…….

Veronica: Oreste? Lui è totalmente inoffensivo. Si diverte così……..giocando alla guerra.

Franzoni: Ma certamente! Questi pensionati dovranno pur passare il tempo in qualche modo.

Veronica: Dunque: cosa stavamo dicendo prima che entrasse il capo delle forze armate?

Franzoni: Stava per farmi degli esempi a proposito dei preparativi per la mia venuta.

Veronica: Ah, si, certo………….. Lei deve sapere che tutta la roba che vede in questa stanza, mobili, ceramiche, argenteria, non la teniamo qui. (Franzoni continua a scrivere)

Franzoni: Ah, no! E perché non la tenete qui?

Veronica: (con disprezzo) Perché quegli avvoltoi, quelle arpie, quei senza cuore degli agenti delle tasse, sono sempre in agguato.

Franzoni: (che gli fa il verso) Sono d’accordo con lei. Meriterebbero la fine più atroce.

Veronica: Pensi che sono capaci d’introdursi nelle case anche sotto mentite spoglie.

Franzoni: Ma davvero? Non mi dica …………. (scuòtendo la testa) Roba da galera……………

Veronica: Esattamente! Lei, per esempio…….. So che è un amico di mio marito.

Franzoni: Chi, io? (impacciato) Ah, si, certo………… io sono un amico di suo marito.

Veronica: Bene! Però potrebbe essere tranquillamente un agente delle tasse, travestito da…… (lo guarda con ribrezzo) amico.

Franzoni: Ma sicuro! Potrei essere benissimo un agente delle imposte.

Veronica: Quindi, capirà bene come siamo costretti a vivere: (piagnucolante) nella miseria più nera. (sorridendo) All’apparenza, naturalmente. In verità, ce la caviamo abbastanza bene.

Franzoni: Sono molto contento per il mio amico Pietro.

Veronica: Abbiamo una villetta al mare, (Franzoni scrive) una casa in campagna e due appartamenti, uno a Roma ed uno a Firenze. Naturalmente tutto intestato ad una società fantasma per poter pagare meno tasse.

Franzoni: Magnifico! E’ tutto come immaginavo.

Veronica: (disgustata) Però, ogni volta che viene invitato un ospite, per noi è un grande dispendio di energie e denaro, per riportare al proprio posto mobili e suppellettili.

Franzoni: Signora! Lei non ne ha una, ma cento, mille di ragioni. Non deve essere proprio una bella vita, tutto questo andirivieni. (mimando l’atto) Porta su i mobili, riporta giù i mobili.

Veronica: (disperata) Io non ce la faccio più……………… Pensi che qualche volta ho pensato perfino di suicidarmi.

Franzoni: Ma perché i mobili li spostate voi? Lei e suo marito, voglio dire.

Veronica: Ma cosa dice! Questo è un lavoro dei domestici. Mio marito si limita soltanto a dare disposizioni, (disperata) a me invece tocca il gravoso compito della sistemazione.

Franzoni: Non ha mai pensato di fare dei segni sul pavimento. Qui il tavolo, qui la poltrona………………… Cosi farebbero tutto i domestici e lei si risparmierebbe anche la fatica di dirigere le operazioni.

Veronica: Cosa fa, sta prendendomi in giro? Vorrebbe rimettere i mobili sempre al solito posto?

Franzoni: Ah, no di certo. Sono d’accordo con lei. Dove sarebbe allora il divertimento.

Veronica: Dato che dobbiamo fare tutto questo trambusto, almeno mi sbizzarrisco un po’. (come fosse sfinita dalla stanchezza) Ma che fatica……………..

Franzoni: (serio) Come la capisco…………………Ma, mi scusi tanto se sono indiscreto. Forse non dovrei neanche permettermi. (ironico) Ma voglio farlo perché lei mi ha proprio toccato il cuore.

Veronica: (allargando le braccia) Lei, senz’altro avrà un cuore grande così

Franzoni: (al pubblico) Mai quanto il vostro conto in banca, però. (a Veronica) Ma non ci ha mai pensato che forse…….. non so………. magari pagando qualche liretta in più di tasse…….le potrebbero andare via dalla mente tutte quelle  manie suicide che mi diceva poco fa……….. e la vita, certamente, le sorriderebbe di più?

Veronica: E perché vorrebbe che pagassimo più tasse?………………… (d’impeto) Ma lei, scusi, non sarà mica davvero un agente delle tasse sotto mentite spoglie?

Franzoni: Chi? Io, Ma per carità. O non abbiamo stabilito poco fa, che sono un amico di suo marito?

Veronica: Gia, è vero! Non ci faccia caso a quello che dico, sa, devo ancora riprendermi dalla stanchezza per il trasloco di questi giorni. (si sente una musica in lontananza che si avvicina sempre più)

Franzoni: Avete una festa qui in paese oggi? Sento avvicinarsi una musica.

Veronica: Che io sappia, no. (entra Attila che suona la fisarmonica, seguito da Pietro, Filandri, Adelmo e Oreste. Tutti ubriachi. Hanno in mano bottiglie e bicchieri)

AAttila: (e gli altri in coro) M’è cascata la moglie nel fòco……………M’è cascata la moglie nel fòco, ‘un so se la cavo o la lascio brucià.

Veronica: Pietro! Vergognati! Ci si presenta in queste condizioni di fronte ad un amico. C’è qui il signor Filandri che ti è venuto a trovare.

Franzoni: Lo lasci fare signora…………. E’ probabile che abbia bevuto per dimenticare.

Veronica: Che cosa avrebbe dovuto dimenticare, secondo lei?

Franzoni: Ma tutto lo sconquasso che ha creato la mia venuta.

Veronica: Ah! Gia, certo……… Pietro, vieni a salutare il tuo amico.

Pietro: (si avvicina a Franzoni e canta) (aria della canzone di Armstrong a San Remo) Ciao, stasera son qui, e mi va di cantare……….. e tu chi saresti? Filandri non puoi essere, perché e qui.

Franzoni: (stringendogli la mano) Infatti sono Filippo Franzoni. Funzionario del ministero delle Finanze. Dipartimento accertamenti patrimoniali.

Pietro: (pensoso) Filippo……….. Filippo ……… questo nome mi ricorda qualcosa………...

Attila: Senti ‘n po’ Pietro se ti ricorda questa……….. (cantano e ballano tutti gli ubriachi) Ma Pippo, Pippo non lo sa, che quando passa ride tutta la città. Si crede bello come un Apollo, ma saltella come un pollo…………………

Veronica: Basta! Basta! Fatela finita. (a Franzoni) E lei ripeta chi è precisamente, per favore, che non ho capito bene.

Franzoni: (mentre le stringe la mano) Filippo Franzoni. Funzionario del ministero delle Finanze. Dipartimento accertamenti patrimoniali.

Flavia: E perché sul suo biglietto da visita c’è scritto signor Silvestro Filandri?

Franzoni: Perché evidentemente, quello che le ha portato la domestica non era il mio. (la signora Veronica si adagia su una poltrona e sviene) (Franzoni va da Pietro per fargli firmare il verbale) Signor Stelloni, sarebbe così gentile da farmi un autografo qui?

Pietro: Ma certo. Perché non dovrei. Per gli amici si fa questo ed altro. Autografi……….. autografi per tutti………………..(Pietro firma)

Franzoni: Grazie mille, signor Stelloni e…………….. tanti auguri, a lei e alla sua orchestra. (Franzoni esce e saluta agitando il fazzoletto rosso che aveva nel taschino) (Gli ubriachi intonano, insieme, la canzone Ciao bambina)

Pietro: (rivolto ai compagni con atteggiamento da direttore d’orchestra) Pronti? Uno, due, tre ………. (tutti salutano) Ciao, ciao, bambino, un bacio ancora e poi per sempre, ti lascerò ………………. (cala il sipario)

Fine

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