Che fine ha fatto Stella Ray?

Stampa questo copione

CHE FINE HA FATTO STELLA RAY?

di FRANCO ROBERTO

DRAMMA IN TRE ATTI

DRAMMA IN 3 ATTI

                                    Personaggi:             STELLA REY

BRUNA, sua madre

CLARA, sua sorella

ELISABETTA, figlia di Clara

SUOR CECILIA

GIULIA MASON

LINDA, sua figlia

CLOTILDE COOPER, medico

MARTA, la domestica

In una cittadina del Missouri (USA)

Dal primo al secondo atto passano 15 anni e 20 tra il secondo e il terzo.

La scena (fissa per tutti gli atti)

La sala di soggiorno dignitosamente arredata al piano terreno o rialzato di una villa.

Una porta a destra e un'altra a sinistra; al fondo una portafinestra, oltre la quale si scorgono gli alberi di un parco.

Appeso alla parete di destra c'è uno specchio.

Promemoria

Lo specchio, appeso alla parete di destra, e quindi posto di taglio verso il pubblico, può essere teatralmente costruito con un semplice vetro in cornice, rivestito all'interno dalla «carta alluminio» usata per conservare gli alimenti.

Fissato alla scena con una corda che verrà tagliata dietro le quinte, cadrà prima sul piano dell'eventuale cassettone che gli è stato messo sotto, oppure subito per terra, con grande effetto spettacolare.

FABBISOGNO SCENICO

Atto primo: rivoltella, per Clara; foglio di carta stropicciato, per Giulia.

Atto secondo: borsa di pelle, per Clotilde; bottiglia di liquore con liquido e un bicchierino, in scena.

Atto terzo: libro di preghiere e corona S. Rosario, per suor Cecilia; scatola portagioielli, in scena.

ATTO PRIMO

Sera di primavera inoltrata, verso le ore ventuno.                         

BRUNA - (è in scena all'aprirsi del sipario. Ha una sessantina d'anni. Sta seduta in una poltrona, legge un giornale, e ogni tanto solleva il capo per guardare)

CLARA - (sua figlia venticinquenne, che cammina avanti e indietro irrequieta, consultando sovente l'ora. Dopo mezzo minuto si ferma dinanzi a Bruna) Dovrebbero essere già qui.

BRUNA - (sorride) Non temere, figlia mia. Verranno.

CLARA - (guarda di nuovo l'ora) Sono le ventuno e dieci, mamma.

BRUNA - Allora sei fortunata. Ti rimangono soltanto altri cinque minuti d'attesa.

CLARA - Ma... l'invito era per le ventuno.

BRUNA - (sorride) Appunto. lo conosco le Mason da quarant'anni. Sono sempre arrivate agli appuntamenti, ai ricevimenti e ai balli, con un quarto d'ora di ritardo. Anche tu, forse, quando sarai socia nella fabbrica di maglieria di Linda Mason, perderai la nostra proverbiale puntualità. (Con orgoglio) « La puntualità dei Rey ». Se ci fosse ancora tuo padre ti parlerebbe per almeno due ore del rispetto che hanno sempre avuto i Rey per quel bel giocattolo che si chiama « orologio ».

CLARA - (si commuove al ricordo) Il babbo... Povero babbo... (breve pausa; altro tono) Pensi che sarebbe stato contento di vedermi assumere una posizione sociale indipendente?

BRUNA - (evidentemente imbarazzata, risponde freddamente) ... lo spero.

CLARA - E tu, mamma? ... Dimmi sinceramente: sei contenta?

BRUNA - (C. s.) Be'... lo ...

CLARA - (con fermezza, dopo avere atteso un pochino che Bruna proseguisse) Continua.

BRUNA - Cosa ti devo dire? Sì, insomma... Se Linda ti ha detto che sua madre è disposta a darle il denaro necessario... Anch'io. Anch'io, naturalmente, sono lieta di fare altrettanto per te, affinché possiate realizzare quello che, almeno per ora, sembra il sogno tuo e di Linda.

CLARA - (entusiasta, emozionata) La creazione della più moderna e attrezzata fabbrica di maglieria di tutto il Missouri!... Pensi che riusciremo, mamma?

BRUNA - Ma ... Non lo so. Tu e Linda Mason siete sempre vissute come ... come delle ragazze di «ottima e ricca famiglia». Vi siete laureate insieme, siete delle buone amiche... (sospira) è già una gran cosa.

CLARA - (ansiosa, preoccupata) Ma tu... Tu, insomma... Approvi sinceramente le mie intenzioni?

BRUNA - (si alza, sempre più imbarazzata) Certamente, certamente... (si avvicina allo specchio, con le spalle a Clara).

CLARA - (urla disperata) No, mamma!... (indica lo specchio) « Lei   », Stella, non c'è più. Dev'essere morta, per noi. (Come pazza) E’ lei! t lei che ha ucciso il babbo! (Bruna si volta di scatto a fissare Clara) Lo so... Tu vuoi bene a lei, soltanto a lei. Ricordo, quand'ero bambina: Stella mi picchiava a sangue e tu non mi difendevi. lo ero piccola, non capivo il perché.

BRUNA - (severa) Taci, Clara!

CLARA - (inesorabile, quasi cattiva)E’ vero: hai ragione! Bisogna tacere. Stella è un idolo, il « tuo » idolo. Ma anch'io sono tua figlia! Solo il babbo, però, ricordava di avere due figlie. Tu, no!

BRUNA - Stai attenta, Clara: la mia pazienza ha un limite.

CLARA - Per me! Soltanto per me la tua pazienza ha un limite. Per Stella, no. Ti potrebbe calpestare e tu diresti «grazie». Perché non la conosci, non l'hai mai conosciuta. (Bruna volta le spalle a Clara e fissa lo specchio) Ricordo un giorno, in giardino: Stella imprigionò una rondine. lo mi misi a piangere; Stella mi colpi il viso con uno schiaffo, mi diede un calcio... poi uccise la rondine, dissanguandola con uno spillo. (Indica lo specchio) E tu guardi quello specchio, il « suo » specchio! Là vi è soltanto del sangue!... Il sangue di una rondine; il sangue del babbo che mori di dolore per la scomparsa di Stella. Ma tu la aspetti. L'aspetti ancora. Sono dieci anni che è partita; anzi fuggita, perché ormai era la vergogna dell'intera regione. E tu l'aspetti. Anche se in questi dieci anni non ti ha mai scritto, la « tua » Stella, tu l'aspetti sempre.

MARTA - (domestica sui quarantacinque anni. Entra dal fondo) La signora e la signorina Mason.

BRUNA - (dopo un momento, in cui guarda Clara e poi intorno, come per controllare che tutto sia in ordine) Falle entrare. (Maria esce. Bruna si allontana dallo specchio; Clara si passa una mano sulla fronte. Dal fondo entrano Giulia e Linda Mason. Giulia ha cinquantacinque anni; sua figlia Linda venticinque).

GIULIA - (stringendo la mano a Bruna) Cara signora Rey...

BRUNA - La trovo bene, signora Mason.

CLARA - Benvenuta, signora Mason. Ciao, Linda.

LINDA - Buonasera, signora Rey. Ciao, Clara.

BRUNA - Accomodatevi, prego (siedono tutte).

GIULIA - Scusi il ritardo, signora Rey.

BRUNA - (ironica) Per carità!... Siete state puntualissime.

LINDA - Troppo gentile.

BRUNA - Coraggio, signora Mason. Mi racconti le novità. lo sono un po' fuori del mondo. Ho un brutto carattere.

GIULIA -Non è il caso che si faccia una cosi severa autocritica, Ci sono però alcuni posti... Il salotto della signora Gardner per esempio ... Dove si possono trascorrere dei bellissimi pomeriggi.

BRUNA - Sarà ... lo, comunque, sto bene a casa mia.

GIULIA - (disorientata dai modi di Bruna, mentre Linda, stupita, interroga con lo sguardo Clara, la quale ha un'espressione preoccupata) Be'... Lo sa che la Direttrice del nostro Asilo per l'Infanzia e la Vecchiaia... (con orgoglio) L'istituzione di cui possiamo andare fieri in tutta l'America... (riprende il tono di prima) Suor Angelica, insomma, ci lascia per ritirarsi in una casa di riposo?

BRUNA - (sorride ironica) E’ una novità del salotto della signora Gardner?

GIULIA - (imbarazzata) Eh... già. Si dice che la sostituirà una giovane... Una certa Suor Cecilia. Pare che abbia una trentina di anni, molta iniziativa... E che sia forte e decisa.

BRUNA - (sarcastica) Per quel che mi riguarda potrebbe anche essere una suora «debole e timida». (Sprezzante) Le monache non mi interessano. (Altro tono) Parliamo invece di quella che «sarà la più moderna e attrezzata fabbrica di maglieria di tutto il Missouri», come dice Clara.

GIULIA - (imbarazzata) Ecco... Vede, signora Rey... Mi è sorto il dubbio se un cosi cospicuo investimento di denaro sia il caso di farlo tanto in fretta.

CLARA - (delusa, colpita) Signora Mason...

GIULIA -Figliola cara... Non è che io non sia contenta che Linda diventi tua socia. Un'occupazione, soprattutto in questi tempi di sviluppo sociale ed economico, ci vuole anche per una ragazza; ma...

CLARA - (si alza ansiosa, e si avvicina a Giulia) Prosegua, signora Mason. « Ma »?...

LINDA - (trattiene Clara per un braccio) Aspetta, Clara: ti spiegherò io.

CLARA - (esasperata dalle parole di Linda) Cosa dici? Che mi « spiegherai » tu? (Linda accenna di sì col capo) Perché non spieghi adesso? Che c'è? Che vi succede? In nome della nostra amicizia, Linda; almeno tu, ti prego: parla.

LINDA - (dopo un istante di esitazione) Abbiamo saputo che un'ora fa è arrivata in città tua... tua sorella.

BRUNA - (felice, emozionata, si alza in piedi) Stella!... Un'ora fa ? E perché non è ancora qui?

GIULIA - L'hanno vista al bar «Missouri».

CLARA - (a Linda, dopo un attimo di smarrimento) E’ ritornata mia sorella. E con ciò? Cosa c'entra l'impianto della nostra fabbrica con il ritorno di mia sorella Stella? Spiegati, Linda. Non domando altro che di capirti.

LINDA - (confusa) Ecco... Per me non avrebbe alcuna importanza; ma...

CLARA - (interrompe) Oh, lo sapevo, Linda! E’ tua madre che... (si morde le labbra e volta le spalle, allontanandosi verso il fondo).

GIULIA - (si avvicina alle spalle di Clara, con dolcezza) Veramente, cara, figliola, io...

CLARA - (si volta di scatto verso Giulia) Lei tenta di girare intorno all'ostacolo perché non ha il coraggio di affrontarlo.

GIULIA - (poco convinta) Ma no, Clara: nessun ostacolo.

CLARA - Lei teme la verità!

BRUNA - Basta, Clara!

CLARA - (esasperata) No, mamma! No, « signora » Rey; questa volta non basta. Devo dire che dentro di noi, fra di noi, sempre, crudele e implacabile, c'è Stella!

BRUNA - Ti proibisco!

CLARA - Che cosa? (Ironica) Parlo di «mia» sorella. Non c'è nulla di male.

LINDA - Ti prego, Clara...

CLARA - (investe Linda) Anche tu! ... Anche tu hai paura. (Alle altre) Tutti, in questo dannato paese, hanno paura di Stella. Hanno paura e basterà un suo gesto perché cadano ai suoi piedi. (A Bruna) E tu, mamma, perché?... Perché hai dato tutto a Stella? Bellezza, intelligenza, astuzia, falsità e ipocrisia.

GIULIA - Calmati, Clara.

CLARA - (investe Giulia) E lei teme i pettegolezzi, le malignità di questo nostro piccolo mondo. «Clara è sorella di Stella. La signora Mason ha un bel coraggio - dirà la gente - ad associare sua figlia Linda in un'impresa della sorella di Stella Rey ». (Disperata) Ma non capite che io sono diversa? E tu, Linda; almeno tu mi comprendi, vero? Mi devi comprendere.

GIULIA - (interviene) Si, Clara: sono sicura che Linda ti comprende. Ma poiché sei buona, sei sempre stata buona, devi discutere con calma. Solo in questo modo sarà possibile trovare una soluzione, un accordo.

CLARA - (sarcastica) Ah!... Discuteremo con calma... Troveremo un accordo... (Altro tono) Anche tu, Linda, sei di questo parere. lo dovrei discutere i miei sogni, la mia felicità, la mia giovinezza, perché nell'altro piatto della bilancia c'è un nome; un nome che pesa e che fa tutto precipitare dalla sua parte. Un nome soltanto, ma che è un incubo: Stella!

BRUNA - Clara! Tua madre ti ordina di non continuare.

CLARA - No, mamma: io « devo » continuare! Ho il diritto di difendere i miei sogni, la mia libertà, perché soltanto cosi riuscirò a difendere il mio futuro. Della « tua » Stella ignori, in buona fede o no, la malvagità e i vizi. E ora essa ritornerà qui in questa casa. Ritornerà anche se purtroppo è sempre stata qui, con te e con me, impersonata da quello specchio

                             che odio! (Bruna si pone istintivamente davanti allo specchio, per proteggerlo. Clara urla) Lo odio, perché è pieno di Stella! (Si scaglia con il pugno verso lo specchio. Bruna le afferra il polso. Contemporaneamente, alla porta di fondo, appare sorridente)

STELLA - (donna sui trentacinque anni, dallo sguardo freddo che intimorisce. E’ elegante in un abito da viaggio. Sovente ironica passa con facilità dal sorriso alla serietà e alla violenza) Buonasera.

TUTTE - (di scatto, in atteggiamenti ed espressioni diverse, guardano verso il fondo e rimangono immobili).

STELLA - (continua a sorridere, guarda tutti con calma) lo... Stella Rey (il suo sguardo si sofferma ora su Clara, poi su Bruna, quindi sullo specchio; sorride di più e fissa Clara).

BRUNA - (commossa, avvicinandosi a Stella per abbracciarla) Stella...

STELLA - (appoggiando le mani sulle spalle Bruna evita l'abbraccio; poi la fissa un momento) Peccato, mamma... Sui tuoi capelli, anche in questa luminosa primavera, cade la neve. Peccato... Proprio peccato.

BRUNA - (affettuosa) Stella...

STELLA - (sorride) Si: « Stella »... è strano, mamma: non sono una sentimentale, eppure devo rilevare che una sola persona al mondo sa pronunziare il mio nome come piace a me. Quella persona... sei tu. (Spinge da parte Bruna e si avvicina a Clara) Ti piace, Clara, il « mio » specchio? (Ironica) Scommetto che stavi discutendo con la mamma per farlo rimettere a nuovo. (Sorride, sfiora la cornice con la punta delle dita) Si si... Ci penserò io.

CLARA - (voltando le spalle a Stella) Perché sei tornata?

STELLA - (ironica) Perché?... Mah! Non lo so. Forse perché la terra è rotonda... Cammina cammina, ti ritrovi al punto di partenza.

CLARA - C'è un bivio alla periferia. Potevi andare a destra.

STELLA – E’ la strada della montagna. Non mi piace. E « io », Stella, faccio soltanto le cose che mi piacciono.

CLARA - Senza badare se fai del male al prossimo.

STELLA - Parli. troppo, sorellina.

CLARA - Non ho ancora detto tutto ciò che penso.

STELLA - Ti ascolto.

CLARA - (violenta,voltando di scatto il capo verso Stella) Ti odio !

STELLA - (colpisce una guancia di Clara con uno schiaffo. Clara la fissa con ira; poi, ansante, abbassa il capo e rimane immobile).

LINDA - (istintivamente, subito dopo lo schiaffo fa mezzo passo verso Stella, trattenuta da Giulia) Signorina Rey!

STELLA - (sorride e si avvicina a Linda) Quand'era piccola piangeva subito, la mia sorellina. La preferisco così.

CLARA - (Solleva lentamente il capo: guarda Bruna, che sta sorridendo affettuosamente a Stella; rimane un istante indecisa, quindi si copre il viso con le mani ed esce a sinistra).

STELLA - (sogghigna) Ha un carattere impossibile, quella ragazza. Colpa tua, carissima «signora Bruna Rey».

BRUNA - Mia?!?...

STELLA -Certo. L'hai schiaffeggiata così poco... Ti lasciavi influenzare da tuo marito.

BRUNA - (con dolcezza) Preferirei che tu dicessi «dal babbo».

STELLA - (ironica) Senti, senti... Questa è la conferma che sei invecchiata. Fai la sentimentale. Ad ogni modo ti voglio accontentare, e dico: «In questa casa»... Tu diresti il contrario, sapendo di mentire... In questa casa - dico - ha sempre tentato di comandare «il babbo». Ma il babbo era tanto debole!... Io ho fatto l'impossibile per fare di Clara una donna coraggiosa; non ci sono riuscita. Mi spiace. (Si rivolge improvvisamente a Linda) Anche per te, Linda Mason.

LINDA - (sconcertata) Io, veramente...

STELLA - (interrompe con un gesto della mano) Lasciami finire. Mi spiace che tu abbia scelto una socia d'affari come Clara.

BRUNA - (stupita) Tu, Stella, sai Rià che...

STELLA - (interrompe sorridendo) E sempre stata una mia specialità far parlare il personale di servizio. Il bar « Missouri » è il ritrovo ufficiale di tutti i domestici e le domestiche della città. Mi è bastata una mezz'oretta per conoscere gli avvenimenti lieti e tristi, da quando sono partita a oggi. Sì, perché le persone di servizio sono il diario parlante e vivente delle famiglie. (A Giulia, con intenzione) A proposito, signora Mason... Prima non ci siamo salutate, ma non importa. Come si chiama quel suo vecchio domestico?

GIULIA - (confusa) Michele... Michele Anderson, si chiamava. E’ morto cinque anni fa.

STELLA - Davvero?... (Giulia accenna di sì col capo) Poverino... Sapeva tante cose... (fissa Giulia, poi si rivolge di scatto a Bruna) Madre!... Perché non fai ammirare la nostra pinacoteca alla signora Mason?

BRUNA - (comprende) Vuole favorire, signora Mason? (Indica verso il fondo).

GIULIA - Io avrei piacere di...

STELLA - (interrompe) Capisco, signora Mason: a lei non piacciono i quadri. A lei, come a suo marito, piacerebbe visitare una stazione ferroviaria, eh?... Chissà perché quel suo caro signor Mason ha sempre avuto una particolare simpatia per le strade ferrate?... (Giulia si sente a disagio) Molto meglio i quadri, signora Mason. Mi creda. (Giulia guarda ancora un momento Stella, che la fissa con un sorriso sarcastico sulle labbra; poi esce dal fondo, seguita da Bruna. Linda fa l'atto di seguirle, ma Stella la trattiene dicendole) No, Linda!... Tu, no. (Linda si ferma) Ti devo parlare. Non l'hai immaginato?

LINDA - (ironica) Non ho qualità divinatorie e non frequento chiromanti.

STELLA - Odio l'ironia del prossimo.

LINDA - Ho l'impressione che lei odia tutto e tutti.

STELLA - Non ho mai permesso ad alcuno di parlarmi cosi. Devi essermi grata dell'eccezione che faccio per te.

LINDA - Non le sono grata.

STELLA - Sta attenta bambina!... Basterebbe che io mi dimenticassi per un istante che puoi essermi utile... e «voilà » (pron. « vualà ») volerebbero gli schiaffi.

LINDA - Non ho paura.

STELLA - Mi sfidi?

LINDA - Prima di questo incontro la temevo, signorina Stella Rey... Forse mi avevano impressionato le chiacchiere sentite sul suo conto. Adesso, invece, non la temo più.

STELLA - Ti piegherò con la forza!

LINDA - Impossibile. Perché lei, in fondo, è una debole.

STELLA - Colpirò tuo padre!

LINDA - (impressionata) No! Mio padre, no...

STELLA - (sorride) Toccata.

LINDA - (dopo una breve pausa, quasi rassegnata) Cosa vuole da me?

STELLA - Brava, piccola!... Parliamo d'affari.

LINDA - D'affari?!?... Non capisco.

STELLA - Incantevole!... Mi piacciono coloro che sanno non capire al momento opportuno. Con me, però, non attacca. (Breve pausa) Mi piace l'idea della fabbrica di maglieria.

LINDA - E di sua sorella Clara.

STELLA - L'«idea» !... La realizzazione no. Sarò io, Linda Mason, la tua socia. Tu sei laureata in chimica come Clara, vero?

LINDA - Sì.

STELLA -Benissimo. A te la parte tecnica, e a me quella amministrativa.

LINDA - Ma...

STELLA - (interrompe) Zitta! ... Guadagneremo centinaia di migliaia di dollari.

LINDA - Lei è già tanto ricca ...

STELLA - Lo so, ma non importa. Vorrei possedere tutto il denaro che c'è al mondo... per poter schiacciare tutti! Allora, Linda Mason? Deciso?

LINDA - Ma sua sorella Clara...

STELLA - Clara è una nullità

LINDA - lo non credo che...

STELLA - Basta! (Dalla porta di sinistra, alla quale in questo momento Stella volta le spalle, appare Clara con espressione stravolta e la mano destra dietro la schiena) Non sono abituata a discutere. Io, Stella, ordino! E saranno proprio tua madre e tuo padre a convincerti di quanto dico.

CLARA - (punta fulmineamente in direzione di Stella la rivoltella che tiene nella mano destra) E’ finita, Stella!

STELLA - (Si volta di scatto verso Clara; guarda la rivoltella, quindi si avvicina lentamente a Clara) Dici a me?

CLARA - Fermati, Stella!

STELLA - (si ferma, sorride) Cosa vuoi fare, Clara?... Uccidermi?... E poi?... Tu sei una creatura da salotto, mentre la vita del carcere - si dice - è molto difficile. Pensa per un istante di avere premuto il grilletto di quella rivoltella del babbo... Eh sì: è del babbo, la riconosco. Lo pensi? Io cado, il tappeto si sporca del sangue di un novello Abele. C'è Linda Mason, una testimone che non giurerà mai il falso. Anche se ti fosse possibile far scomparire il mio cadavere, e in Società con Linda impiantare la fabbrica, l'ultima orribile espressione del mio viso si metterebbe per sempre fra voi due. Sta certa, Clara: saresti più infelice di adesso, che io sono viva e forte. Tanto forte, Clara, che dinanzi alla canna di quella rivoltella, ti dico: «Sei un'intrusa! Vattene da questa casa! ». (Breve pausa) Adesso, se vuoi, spara. (Clara guarda con orrore la rivoltella).

BRUNA - (entra dal fondo, seguita da Giulia: vede la scena, comprende. Con un grido si pone istintivamente davanti a Stella) Clara!... Sei impazzita?

C LARA - (guarda di nuovo la rivoltella, quindi la posa sopra un tavolino o una sedia, ed esce al fondo).

BRUNA - Cos'è accaduto?

STELLA - Nulla. La piccola Clara, che non era neppure capace a giocare con una bambola di stoppa, voleva giocare con una rivoltella.

GIULIA - (dopo un pausa imbarazzante) Vorremmo togliere l'incomodo. Si è fatto tardi.

STELLA - « Tardi » per le ragazze come Linda. Per noi no, signora Mason; per noi è ancora «presto». (A Bruna) Fammi il piacere, madre, di accompagnare (indica Linda) questa graziosa signorina a fare una passeggiata nel nostro magnifico parco. Voglio rimanere sola con la signora Mason.

BRUNA - (indica a Linda la porta di fondo) Prego, Linda.

LINDA - (dopo avere guardato Giulia e Stella, la quale le sorride ironica, si volta ed esce decisa al fondo, seguita da Bruna) Grazie.

STELLA - Si accomodi.

GIULIA - Io vorrei...

STELLA - (decisa) Le ho detto di sedere.

GIULIA - Come vuole... (siede al posto indicato da Stella).

STELLA - (sorride) La vita è breve, signora Mason.

GIULIA - Già...

STELLA - Sono stanca di girare per il mondo; stanca e annoiata. Ho visto tante città, ho conosciuto tanta gente ... Tutti eguali! Egoisti, presuntuosi, ignoranti, vigliacchi e ... ladri! (Giulia non può trattenere un sussulto; Stella sorride) Ebbene, cara signora Mason, ho deciso di fermarmi. Mi fermo perché qui, adesso, c'è qualcosa da fare. Mi spiego?

GIULIA - Perfettamente. Però non capisco cosa c'entro io con...

STELLA - (interrompe) Lo capirà subito. (Breve pausa) Lei e suo marito erano decisi a rischiare la parte di denaro necessaria per la fondazione della società « Linda Mason e Clara Rey », vero?

GIULIA - (dopo evidente esitazione) ... si.

STELLA - Bene. La società si farà! (Ironica) Con una piccola variazione: un nome. Invece di «Clara»... « Stella ».

GIULIA -Ma perché, signorina Rey, vuole fare tanto male a sua sorella?

STELLA - Perché? (sogghigna) Perché non è come me! (Cambia tono) Comunque basta con le chiacchiere. Lei e suo marito obbligheranno Linda ad associarsi a me nella fabbrica di maglieria.

GIULIA - (disorientata) lo non posso... Non ho il coraggio di...

STELLA - (interrompe seccata) Mi ascolti attentamente, signora Mason. Avevo intenzione di ottenere il loro «si» con il sorriso sulle labbra. Lei agisce in modo che ciò non avvenga. Sono quindi costretta a gettare in tavola tutte le carte di cui dispongo.

GIULIA - (sempre più emozionata) Non... Non comprendo.

STELLA - Mi spiegherò. Quando in questo paese, molti anni fa, venne costruita la stazione ferroviaria, c'era al Comune un sindaco di pochi scrupoli. Quell'uomo, speculando sulla buona fede e la generosità dei suoi concittadini, si accordò con l'impresa costruttrice. E con i fondi raccolti fece costruire, oltre alla stazione, la villa che ancora oggi occupa. Furono falsificati i preventivi, i libri contabili... Tutto! (Breve pausa; Giulia.  è abbattuta) Mio padre, in quel tempo, era consigliere comunale; e aveva raccolto le prove necessarie per additare al disprezzo dei cittadini quell'uomo disonesto. (Breve pausa; Giulia si nasconde il viso fra le mani) Ebbene... Due ore prima del consiglio, il sindaco venne da mia madre e si gettò in ginocchio scongiurandola di intervenire in suo favore. Troppo buona mia madre, e troppo debole mio padre. Infatti si lasciò intenerire e non parlò. (Breve pausa; concitata) Le prove, da allora, sono in mie mani. (Giulia solleva di scatto il capo e guarda Stella, tremante) Vuole sapere, signora Mason, il nome di quel sindaco ladro che meritava la galera?

GIULIA - (si alza in piedi, disperata, annientata) No!... No, la prego. (Pausa) Cosa vuole da me?

STELLA - L'ho già detto: una società con sua figlia.

GIULIA - (disperata) Ma perché?... Perché?

STELLA - (ironica) Non l'ha ancora capito? Eppure è tanto semplice. Per avere il mio nome... Diciamo «rimesso a nuovo» da quello di sua figlia; per ritornare alla luce dei mondo con una fresca vernice di onestà e laboriosità. Soltanto in questo modo potrò di nuovo passeggiare a testa alta per le vie di questa inutile città. E colpire! Colpire dall'ombra tutti coloro che odio. (Brevissima pausa; decisa) La sua risposta, signora Mason?

GIULIA - (dopo evidente esitazione) ... no.

STELLA - (fa l'atto di colpire il viso di Giulia con uno schiaffo, poi abbassa lentamente il braccio, dicendo fra i denti) E tu, proprio tu, piccola e misera donna, vorresti attraversare la strada di Stella Rey? Sbagli i conti, Giulia! (Cambia tono) Ma perché mi agito tanto? Non è necessario. (Breve pausa) Sta bene, signora Mason: rinuncio alla società.

GIULIA - (sincera, felice) Grazie... Grazie, signorina Rey.

STELLA - Per carità, signora Mason: nessun ringraziamento. lo sono buona, io sono giusta. Capisco che il mio nome rovinerebbe forse per sempre quello di sua figlia. t vero?

GIULIA - Be'... Forse sì, purtroppo.

STELLA - E invece no. Io sono generosa. Rinuncio alla società, e siccome sua figlia è una brava ragazza le faccio anche un regalo. Sarà la prima volta che regalo qualcosa a una persona che mi ha dato nulla. (Pausa; cattiva) Donerò alla graziosissima Linda le prove dell'«onestà» di suo padre!

GIULIA - (spaventata) No, Stella! Pietà.

STELLA - (sorride) « Pietà »?... Chi è? Non ho mai avuto l'onore di conoscere questa «signora». (Ride, poi diventa seria, terribile) Insomma i casi sono due: o si fonda la società, o consegnerò a Linda i documenti che fanno del suo adorato padre un farabutto.

GIULIA - Ma... è un ricatto.

STELLA - Lo chiami come vuole! Non le rimane che scegliere, signora Mason.

GIULIA - (dopo una pausa, vinta) Ho scelto... La società.

STELLA - (soddisfatta, batte una mano sulla spalla di Giulia) Così va bene. Vada pure, signora Mason. E passando in giardino dica a Linda di venire da me. Voglio concordare questa sera stessa, con sua figlia, alcuni punti essenziali. (Giulia si avvia verso il fondo) Signora Mason! (Giulia si ferma e si rivolge verso Stella) Non mi saluta?

GIULIA - Ah, sì... Buonasera... (esce al fondo).

STELLA - (soddisfatta, fa qualche passo e si trova davanti allo specchio) Be' ?... Come va, Stella? Sono passati dieci anni dall'ultimo giorno che ci siamo viste. Eh, certo... Ammetto di avere sentito la tua mancanza. (Accarezza la cornice dello specchio) Sei sempre stato il mio più caro amico... perché non parli. Soltanto a te, in tutte le occasioni, ho aperto il mio cuore. (Pausa) Ti ricordi quando è nata Clara?... L'avrei uccisa quella stessa notte. Poi... Ricordi quante volte l'ho colpita su quel viso da ipocrita? E piangeva, « lei ». Io, no! lo non ho mai pianto. Chissà perché, io non so cosa siano le lacrime. (Accarezza di nuovo la cornice dello specchio) La gente mi crede pazza. (Sogghigna) No... lo, Stella, non sono pazza!

GIULIA - (dall'esterno, agitata) Signorina Rey, signorina Rey... (Stella si allontana dallo specchio; Giulia entra dal fondo e tiene in mano un foglio di carta qualsiasi, stropicciato) Signorina Rey...

STELLA - (seccata) Le avevo detto di mandarmi Linda.

GIULIA - (sventola il foglio di carta) Linda... Linda è fuggita... è fuggita con Clara. (Dal fondo entra Bruna, ansante).

STELLA - Impossibile!

BRUNA - La signora Mason dice la verità. (Indica il foglio che Giulia tiene in mano) Leggi cosa c'è scritto li, e ti convincerai.

STELLA - (prende il foglio dalle mani di Giulia e lo legge) « Parto questa notte con Clara Rey. Entro domani riceverai mie notizie. Mamma e babbo, perdonatemi. Coraggio. Linda». (A Bruna) Ma non era con te?

BRUNA - Appena siamo uscite da questa camera, Linda mi ha detto che si sarebbe avviata verso casa. lo mi sono fermata in giardino, per non disturbare voi due. Poi la signora Mason è uscita e l'ho accompagnata sino al cancello del parco. Mentre ci salutavamo è passato Giorgio Webb, lo spazzino; ha visto la signora Mason, e porgendole quel foglio di carta le ha detto: « Venivo proprio a casa sua. Questo da parte di sua figlia. Mi ha dato due dollari di mancia. E’ urgente».

STELLA - (che durante il racconto di Bruna è stata attenta, come tigre in agguato, ora chiude nel pugno il  foglio di carta e guarda Giulia che sembra tremare. Quindi si scuote, apre lentamente il pugno e lascia cadere per terra la pallottola di carta, accennando un sorriso che si accentua sempre più) Buon viaggio!... Anche a lei e suo marito, signora Mason. (Giulia vorrebbe dire qualcosa, ma Stella prosegue) Certamente. Entro domani saprete dov'è vostra figlia e la raggiungerete. Potete partire tranquilli. Alla vostra villa penso io. Con un regolare contratto di acquisto, naturalmente. Ve la pago con alcuni fogli di carta che hanno il grande potere di donarvi la tranquillità.

BRUNA - (stupita) Perché, Stella, vuoi?...

STELLA - (bruscamente) Nei miei affari decido io! (A Giulia) Siamo d'accordo?

GIULIA - (rassegnata) D'accordo. (A Bruna) Buonanotte, signora Rey. (Si avvia verso il fondo; Bruna fa l'atto di accompagnarla) Non si disturbi: conosco la strada.

STELLA - Ah, signora Mason!

GIULIA - (si ferma e si rivolge verso Stella) Dica.

STELLA - Nel caso che suo marito facesse... non dico i capricci, ma... l'incosciente, lo mandi da me. (Nervosa) Adesso se ne vada! (Giulia esce dal fondo).

BRUNA - (dopo una lunga pausa, durante la quale Stella ha passeggiato nervosa per la stanza) Cosa ne farai della villa Mason?

STELLA - Chissà... (pausa) Ti spiace che Clara sia fuggita?

BRUNA - E' mia figlia.

STELLA - La ami?

BRUNA - Ti ripeto che è mia figlia.

STELLA - (sorride) Ho capito. .. (Breve pausa) Vivremo bene, qui... se Clara non ritorna. Noi due... (Bruna sta per parlare) Nooo... Noi due non ci vogliamo bene... Andiamo d'accordo, ci sopportiamo... Ed è una cosa importante.

MARTA - (entra da sinistra. A Stella) La sua camera è pronta, signorina Stella. Il whisky e le sigarette sono sul comodino.

STELLA - Hai una buona memoria, Marta.

MARTA - Mio dovere.

STELLA - (ride) Mi sono chiesta tante volte dove trova la forza, una persona, per dire tutta la vita, a suoi simili, « mio dovere», «obbedisco», «sissignora», eccetera eccetera.

MARTA - Ognuno ha il suo destino.

STELLA- Favole!... Se il destino è il futuro, dobbiamo avere la forza di guidarlo come ci piace.

MARTA - Siamo degli illusi, signorina. Ci illudiamo di guidare, e invece siamo trascinati.

STELLA - (ride) Che ragionamento!... (A Bruna, ironica) L'hai mandata all'università?

BRUNA - (sorride) Tu scherzi.

STELLA - Ci sono!. ' .. La nostra cara Marta continua a frequentare le Suore. E vero, Marta?

MARTA - (decisa, quasi orgogliosa) E’ vero, signorina: nelle mie ore di libertà. Quelle poche ore alla settimana delle quali dispongono le persone come me... Quelle che dicono « mio dovere», «obbedisco», «sissignora», eccetera eccetera.

STELLA - Uh, quante parole!... (Seria) Vattene.

MARTA - Buonanotte, signora Rey; buon riposo, signorina Stella. (S'inchina ed esce a sinistra).

STELLA - Voglio rimanere sola.

BRUNA - Buonanotte.

STELLA - Buonanotte.

BRUNA - (si avvia verso destra, poi si ferma) Stella...

STELLA - (seccata) Cosa vuoi ancora?

BRUNA - E una colpa, per una madre, amare una figlia più dell'altra?

STELLA - (sorride, sarcastica) Forse. Se ama la figlia meno intelligente. Ma tu ami di più Stella, e non hai alcuna colpa. (Ride) Carina, eh?

BRUNA - (sorride) Sei una ragazzaccia!... (esce a destra).

STELLA - (diventa seria, fa qualche passo: si trova davanti allo specchio) Stella!... Perché sei così seria?... Clara?... La fuga di Clara... (sorride) Nooo... L'hai sempre odiata. (Diventa seria) Però è tua sorella; è una Rey, come te... (Pausa) Preferisco essere sola. Sola! (Con un grido strozzato) E non sono pazza!... Non sono pazza!... (Il sipario comincia a chiudersi, mentre Stella urla) Io, Stella Rey, non sono pazza!

FINE PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

Stessa scena. Sono trascorsi quindici anni dagli avvenimenti

Del primo atto. Mattino, verso le dieci. Qualche mobile è stato

spostato. Sul tavolo un apparecchio telefonico.

MARTA - (è in scena all'aprirsi del sipario. Irrequieta, cammina avanti e indietro, borbotta e guarda sovente la porta di destra, dalla quale entra)

CLOTILDE - (una dottoressa distinta, sulla quarantina, che sta chiudendo la sua borsa professionale) La febbre di ieri sera?

MARTA - (si avvicina premurosa a Clotilde) Trentanove e sette, dottoressa. (Clotilde scrolla negativamente il capo) Lo dica almeno a me: c'è speranza per la signora Rey?

CLOTILDE - (non risponde. Si avvicina di più a Marta, le batte una mano sulla spalla, accenna un sorriso) Cara, vecchia Marta... Da quanti anni è al servizio dei Rey ?

MARTA - Dieci giorni fa ho compiuto sessant 'anni... Ne avevo venti, allora. Il conto lo faccia lei.

CLOTILDE - Quaranta, Marta. Quarant'anni di fedele; prezioso servizio.

MARTA - (confusa) « Prezioso », poi... Ho fatto quanto ho potuto. Adesso la prego, dottoressa: mi dica la verità sulla salute della signora Rey.

CLOTILDE - Si spegne, Marta... Come una candela. (Marta si commuove) Il cuore purtroppo non regge più. Da qualche giorno è sopravvenuta la febbre, lei lo sa... (breve pausa) Penso che la scienza non abbia più nulla da fare. A proposito: non è possibile avvertire l'altra figlia?... Clara, si chiama? (Marta accenna di sì col capo) E’ la sola, oltre a lei, che abbia un po' di sentimento. Cosi, almeno, era quindici anni fa, quando si è... diciamo « allontanata » da questa casa. (Breve pausa) Mi prendo io la responsabilità. La avverta.

MARTA - (dopo un istante di esitazione) L'ho già avvertita.

CLOTILDE - Ah, perché lei sa dove abita, dove vive.

MARTA - Sì. La signorina Clara mi ha sempre scritto per sapere notizie di sua madre. Indirizzava le lettere presso Suor Cecilia, la direttrice dell'Asilo per l'Infanzia e la Vecchiaia.

CLOTILDE - Bene. E’ in America?

MARTA - Si, dottoressa. Mi scusi se non preciso, ma ho promesso di non dire ad alcuno dove si trova. Posso soltanto dirle che vive negli Stati Uniti. La signora Clara, l'ingegner Victor e la piccola Elisabetta.

CLOTILDE - (sorpresa) Scusi la mia sorpresa, ma...

MARTA - (sorride) La signorina Clara, otto anni fa, si è sposata con l'ingegner Victor. E cinque anni fa è nata Elisabetta.

CLOTILDE - Mi fa piacere. Pensa che verrà?

MARTA - Ne sono certa.

CLOTILDE - E... Stella?

MARTA - Oh, quella.. . è sempre nella sua casa da gioco, l'ex villa Mason.

C LOTILDE - Ricordo... Giovanni, Giulia e Linda Mason. Ha notizie anche di loro?

MARTA - Giulia e Linda Mason sono in Europa. Il signor Mason, invece, è morto una decina di anni fa.

STELLA - (non vista dalle due, appare al fondo e si ferma sulla soglia della. porta, mentre)

MARTA - (prosegue dicendo) Era una brava persona.

STELLA - (avanza di qualche passo, sarcastica) Chi è, dottoressa Cooper, la « brava persona » di cui parla la troppo chiacchierona Marta? (Guardando di scatto Marta) Io, forse?

CLOTILDE - (dopo una pausa, durante la quale Marta ha abbassato il capo, confusa) No. Non è lei.

STELLA - Chi, allora?

CLOTILDE - (decisa) Il signor Giovanni Mason.

STELLA – Mason ?!?... (Ride) Giovanni Mason «una brava persona »?! ?... Non lo creda, dottoressa. Mason è un farabutto! (Marta esce a destra).

CLOTILDE - Può dire «era».

STELLA - Perché? E' morto?

CLOTILDE – Si.

STELLA - (diventa seria, pensierosa) Ha ragione, dottoressa: « era una brava persona ». (Sorride) Si può dire adesso. Tanto non c'è più nulla da guadagnare. (Marta entra da destra e si avvia verso il fondo) Dove vai?

MARTA - Ad aprire il cancello. Ho visto dalla finestra suor Cecilia (esce al fondo).

STELLA - (fra i denti) Suor Cecilia... (cambia tono) Lei, dottoressa Cooper, viene a farci visita troppo sovente.

CLOTILDE - C'è un motivo: sua madre è grave.

STELLA - Appunto. Se mia madre non fosse grave, non troverei nulla da obiettare sulle sue frequenti visite. Ci sarebbe una ragione: guarirla. Ma poiché è grave... Poiché,, non c'è

                             più nulla da fare…

CLOTILDE - Si deve sempre tentare.

STELLA - No, dottoressa. Non mi piacciono i tentativi. lo sono abituata ad andare a colpo sicuro. (Sorride) Mi mandi il conto.

CLOTILDE - Come vuole.

MARTA - (appare al fondo) Suor Cecilia.

CLOTILDE - (senza porgere la mano a Stella) Buongiorno (esce al fondo).

MARTA - Posso introdurre la suora?

STELLA - (sarcastica) Strano... Suor Cecilia, quando non ci sono io, entra in casa senza farsi annunciare. Perché, ora, tutta questa forma?

MARTA - Sono io che ho pensato...

STELLA - (interrompe) Oh, tu pensi a tutto... meno che a obbedire. Diventi vecchia. Bisognerà che un giorno o l'altro pensi a te. (Sorride) Fai passare quella monaca. (Maria esce. Breve pausa).

SUOR CECILIA - (appare al fondo, seguita da Marta, che esce subito a destra. Suor Cecilia, ha quarantacinque anni; è cordiale e nobile, calma e decisa, simpatica e umanissima) Buongiorno, signorina Rey.

STELLA - Buongiorno, suor Cecilia. (Indica un posto) Si accomodi.

SUOR CECILIA - (rimane immobile in piedi) Grazie, ma non posso. Sono qui per la signora Bruna.

STELLA -Bene, suor Cecilia; molto bene. La ringrazio, perché è entrata subito in argomento. (Pausa) La signora non ha più bisogno di lei.

SUOR CECILIA – E’ sicura, signorina?

STELLA - Sicurissima. Anche la dottoressa non serve più.

SUOR CECILIA - Per questo desidero essere vicina io a sua madre. C'è in noi una « cosa » che è da curare, soprattutto quando per il corpo non ci sono più cure.

STELLA - (sorride, ironica) L'anima...

SUOR CECILIA - Lei lo sa? Mi stupisco.

STELLA - (è colpita; si sforza di ridere) I Rey non sono mai andati d'accordo né con i preti né con la monache.

SUOR CECILIA - Eppure sua mamma...

STELLA - Mia madre, da qualche tempo, è rimbambita! Ed è lei con le sue parole, che l'ha rovinata.

SUOR CECILIA - Se la « rovina» è quella a cui accenna, sono felice di esserne stata la causa. Il merito, invece, è tutto di sua mamma.

STELLA - E lei ha il coraggio, in mia presenza, di definirlo un « merito »? ,

SUOR CECILIA - Certo, signorina: un «grande» merito. Sono convinta che sua madre ha sempre desiderato ardentemente di avvicinarsi a Dio. Però non osava. lo mi sono limitata a infonderle la briciola di coraggio che le mancava.

STELLA - (sarcastica) Bella impresa!...

SUOR CECILIA - (sorride, dolcissima) Ricorderò per tutta la vita in quale circostanza, due anni fa, ebbi il piacere di conoscere la donna che la città mi aveva descritta come un'atea convinta. lo e sua mamma ci incontrammo... Anzi: (sorride) ci «scontrammo» a un angolo della nuova strada. Tutt'e due, evidentemente, camminavamo in fretta: l'urto fu violento, ci trovammo entrambe sedute per terra; e - qui sta il bello! - in una pozzanghera. Ci guardammo negli occhi, poi ci venne dal cuore una grande risata. Eravamo più vicine a questa casa che all'Asilo... Quindi la signora Rey, con squisita gentilezza, mi invitò a entrare affinché mi potessi pulire un po'. La pregai di contraccambiarmi la visita, e...

STELLA - (interrompe) Mi risparmi il seguito! Purtroppo lo conosco. Comunque ora mi ascolti, suor Cecilia. Vogliamo parlare da buone amiche?

SUOR CECILIA - E quanto desidero.

STELLA - Da « sorelle », come dite voi?

SUOR CECILIA - Con molto piacere.

STELLA -Allora mi dica: da quanto tempo lei è in questo paese che vuole chiamarsi città?

SUOR CECILIA - Sono arrivata un mese dopo il suo ritorno.

STELLA - Quindici anni fa.

SUOR CECILIA - Esatto.

STELLA - E lei, in quindici anni, lo disse un cliente della mia casa da gioco, non è ancora riuscita ad assistere tutti i bambini e i vecchi poveri. Sarebbe compito dell'Asilo che dirige, e un suo dovere, se non sbaglio.

SUOR CECILIA - (triste) Ha sbagliato soltanto a dire « sarebbe ». Infatti <~ è » un mio dovere.

STELLA - Che lei, però, non adempie.

SUOR CECILIA – E’ vero. E tutto ciò mi rattrista. (Pausa) Molte persone, degne della massima stima, frequentano la sua casa da gioco. Una volta, appena giunsi in questa città, la maggior parte di quelle persone pensava ai bimbi e ai vecchi poveri.

STELLA - (sorride, ironica) Una volta li sfruttava lei, adesso li sfrutto io. Umano! Non le pare, suor Cecilia?

SUOR CECILIA - Non ho mai sfruttato alcuno. Il denaro che volontariamente mi davano lo distribuivo fra i miei bimbi e i miei vecchi sotto forma di minestra, pane, frutta, medicine. La pietanza, purtroppo, non sono mai riuscita a darla.

STELLA - (sarcastica) Ma certo!... Sono io, con la mia casa da gioco, che ho traviato e derubo la città. Lei è convinta che la colpa è mia, vero?

SUOR CECILIA - Non ho né il diritto né l'intenzione di attribuire colpe. Osservo; osservo soltanto.

STELLA - Vuole sempre avere l'ultima parola. (Sorride) E’ incorreggibile, suor Cecilia. Non importa. Voglio essere buona e le offro la possibilità di dare ai suoi bimbi e ai suoi vecchi, per almeno tre mesi tutti i giorni, anche la pietanza. Cosa ne dice?

SUOR CECILIA - Dico che il Signore le ha posto una mano sul cuore.

STELLA - (ride) Magnifico!... Il Signore mi ha posto una mano sul cuore, e io ne pongo una sul libretto degli assegni. L'unica che ci guadagna, però, è lei.

SUOR CECILIA - Non per superbia, le faccio notare che non le ho chiesto nulla.

STELLA -Ah, si: giusto. (sorride) Purtroppo la mano del « suo » Signore continua a premere sul mio cuore e devo assolutamente aiutarla. A una condizione, naturalmente: che lei non parli più con mia madre. (Sorride) Non mi piacciono le idee che le mette il testa. Cosa mi risponde, suor Cecilia?

SUOR CECILIA - (con semplicità e fermezza) Che i miei poveri saranno felici di rimanere senza pietanza.

STELLA - (è colpita e tenta di reagire) Lei è furba.

SUOR CECILIA - Non credo. Dico ciò che penso.

STELLA - La contraccambio con uguale sincerità. Ne ho abbastanza della sua presenza.

SUOR CECILIA - La ringrazio del congedo. (Esce decisa a destra, dicendo) Sua mamma mi aspetta.

STELLA - (fa l'atto di lanciarsi verso destra, per trattenerla; poi rinuncia, mettendosi a camminare avanti e indietro, nervosissima).

MARTA - (entra da destra. Piange con la testa bassa ed esce dal fondo, sussurrando) Mio Dio... Dio mio...

STELLA - (ha uno scatto di nervi e si pone dinanzi allo specchio) Dio!... Chi è Dio? Dio è il denaro che ti dà la potenza, Stella. Dio è la forza che fa inginocchiare i deboli davanti a te, Stella. Il Dio di quella monaca non conta! (si allontana dallo specchio, si versa un bicchierino di liquore, siede con le spalle rivolte al fondo e beve. Poi rimane immobile, a fissare il bicchiere).

CLARA - (appare al fondo, avanza e si pone al fianco di Stella; tende la mano) Ciao, Stella...

STELLA - (senza manifestare alcuna sorpresa guarda la mano che le viene tesa, poi solleva il capo lentamente e fissa Clara) Quella mano, quindici anni fa, impugnava una rivoltella (si alza e si allontana).

CLARA - (ritrae la mano; affettuosa) Ricordo, Stella... E mi addolora.

STELLA - Ti addolora! (Sogghigna).

CLARA - (calma, sincera) Sei mia sorella. Ti voglio bene.

STELLA - (sarcastica) Mi vuoi bene... A tanto giunge la falsità umana!

CLARA - Non ho alcuna intenzione di bisticciare.

STELLA - (osserva che Clara porta la fede nuziale) Ah!... Ti sei sposata.

CLARA - Si.

STELLA - Figli?

CLARA - Una. Si chiama Elisabetta, e ha cinque anni.

STELLA - (quasi a se stessa) Elisabetta... L'ultima delle Rey... (cambia tono) Peccato che sia tua figlia.

CLARA - Ti prego, Stella... Dimmi come sta la mamma.

STELLA - Saresti più sincera se mi domandassi come sta l'eredità.

CLARA - Perché mi parli così? (Si avvicina a Stella) Rispondi, per favore: come sta la mamma?

STELLA - Allontanati, Clara! Mi potrebbe venire la tentazione di darti uno schiaffo.

SUOR CECILIA - (entra da destra) Per cortesia non alzino la voce. La signora sta molto male.

CLARA - Mi dica, Sorella... Mi dica la verità, prima che io la veda.

SUOR CECILIA - E’ una parente, lei?

CLARA - Sono sua figlia.

SUOR CECILIA - (lietamente sorpresa) Clara.

CLARA - Si, Sorella. Lei non era ancora qui, quando io sono partita.

STELLA - (violenta) Sei fuggita, Clara! Perché avevi paura.

SUOR CECILIA - (a Clara, indicando la porta di destra) Sua madre è di là. Vada subito. (Clara esce a destra. Suor Cecilia fissa per un momento Stella).

STELLA - (nervosa, a disagio) Perché mi guarda cosi ?

SUOR CECILIA - (abbassa il capo, stacca il ricevitore del telefono e compone un numero) Pronto... Dottoressa Cooper?... Pazienza... Se le è possibile la cerchi e la preghi di venire subito in casa Rey... Si: urgentissimo... Grazie (Posa il ricevitore).

STELLA - La dottoressa Cooper non entrerà mai più in questa casa.

SUOR CECILIA - Nessuno, signorina, nemmeno lei, può ipotecare il futuro.

STELLA - Le ripeto che non verrà!

SUOR CECILIA - Penso il contrario... se lei permette (esce a destra).

STELLA - (urla verso l'esterno) Marta!... Marta!... (cammina avanti e indietro).

MARTA - (entra dal fondo) Comandi.

STELLA -La porta di casa Rey è chiusa, sbarrata!, per la dottoressa Cooper. Inteso?

MARTA - (visibilmente commossa, con un tono deciso che non ha mai avuto) Non mi sento di obbedirle.

STELLA - (stupita) Cosa dici?

MARTA - Che farò entrare io stessa la dottoressa Cooper.

STELLA - (si avvicina minacciosa a Marta, la quale rimane immobile) Sei impazzita?

MARTA - (sussurra) Forse.

STELLA -E ti metti a fare l'eroina!... E’ il colmo. Ma io ti scaraventerò fuori.

MARTA - Permetta che la dottoressa venga a visitare la signora, poi andrò via di mia volontà.

STELLA - (urla) No!... Ho detto « no »!

SUOR CECILIA - (entra da destra piangente: Stella e Marta la guardano. Pausa) Signorina... Sua madre non è più. (Marta scoppia in pianto ed esce a destra).

STELLA - (rimane immobile, senza espressione, quasi curva. Dopo una lunga pausa solleva spavaldamente il viso, si irrigidisce) Bruna Rey... « non è più ». Adesso sono io, Stella, il capo dei Rey... (si pone con le spalle al pubblico e guarda in giardino dalla porta di fondo) « Rey »... una famiglia che ha sfidato i secoli, come la quercia di questo giardino... (lunga pausa. Quindi si rivolge di scatto verso suor Cecilia) Il suo lavoro è terminato. Credo che non si macchierà l'anima, se si allontana subito da questa casa. (Da destra entra Clara molto commossa) Se ne vada immediatamente.

CLARA - (con un nodo di pianto in gola) Aspetti, suor Cecilia. La prego.

STELLA - (violenta) Sono io, Clara! lo sola che ho il diritto di comandare in casa Rey! Tu l'hai abbandonata.

CLARA - (calma) Non è il luogo né il momento, Stella, per fare queste discussioni. Ho pregato suor Cecilia di rimanere, perché devo darle un pietoso incarico in tua presenza. Quando saprai di che cosa si tratta sono sicura che non avrai nulla da obiettare.

STELLA - (sarcastica) Sentiamo.

CLARA - (a suor Cecilia) Per evitare che la mia situazione familiare si inasprisca di più, ho deciso di ripartire in giornata. Quanto sto per dirle, suor Cecilia, glielo confermerò per iscritto. Desidero che mia madre abbia le più decorose onoranze funebri.

STELLA - (perfida) E per cominciare, al momento del trapasso, non ha avuto vicino nemmeno un prete.

CLARA - (sorpresa, guarda suor Cecilia, poi Stella con affetto) Il reverendo Wilding è ancora di là (indica a destra).

STELLA - (sconcertata) Da dove è entrato?

CLARA - (lievemente imbarazzata) Ecco, io...

SUOR CECILIA - (interviene. A Clara) Grazie, ma questa « castagna» devo toglierla dal fuoco io. (A Stella) Tutte le volte che sono venuta a trovare sua madre, quindi anche oggi, mi ha accompagnata il reverendo Wilding.

STELLA - Non l'ho mai visto.

SUOR CECILIA – E’ vero. Infatti per evitarle un forte quanto inutile attacco di nervi, ho pregato personalmente la buona Marta di farlo passare dalla porta di servizio.

STELLA - (nervosissima) Ma... Ma questo è... è un reato! E’ violazione di domicilio!

SUOR CECILIA - (calmissima) No, signorina. Perché io conservo una disposizione scritta di sua madre buon' anima con la quale mi ordinava di accompagnare da lei il reverendo Wilding tutte le volte che avessi potuto. (Breve pausa) La signora Bruna Rey, da quando è indisposta, ha così potuto comunicarsi ogni giorno; e qualche minuto fa è morta in pace con Dio.

STELLA - (fissa un momento suor Cecilia, poi scrolla le spalle) E va be'... Per questa volta gliela perdono. (Suor Cecilia le sorride e accenna a dire « grazie ») Soltanto perché ho la bella prospettiva di non vederla mai più.

SUOR CECILIA - Grazie lo stesso. (A Clara) Continui, signora.

CLARA - Quando mori il babbo, la mamma espresse il desiderio di essere sepolta nella tomba di famiglia, alla destra del consorte. E quanto deve essere fatto. (Breve pausa) Null'altro. Le consegnerò il denaro per le spese.

SUOR CECILIA - Con l'aiuto del reverendo Wilding farò quanto mi ha detto.

STELLA - E ora parliamo d'affari.

CLARA - (sorpresa) D'affari?

STELLA - Si : l'eredità. (Suor Cecilia si avvia verso il fondo).

CLARA -Rimanga, suor Cecilia. (Suor Cecilia si ferma. A Stella) L'eredità non mi interessa.

STELLA - Davvero? Sei diventata ricca?

CLARA - Mio marito ha un ottimo impiego.

STELLA - Peccato. (Sorride) Non avevo previsto la tua rinuncia, e ho perduto tanto tempo per convincere la mamma a lasciarmi i gioielli che le appartenevano personalmente. Adesso tu rinunci anche al diritto degli immobili dei Rey... Non mi rimane che essere soddisfatta.

CLARA  - Si , Stella: rinuncio a qualsiasi diritto, e ti chiedo un solo favore.

STELLA - Rinunciando agli immobili paghi abbastanza bene. Perciò ti ascolto.

CLARA - Sai già che mi sono sposata e che ho una bambina. Mi farebbe tanto piacere portare a casa, per mia figlia Elisabetta, la spilla d'oro e brillanti che la nonna aveva donato alla mamma. La spilla che da quasi un secolo, per tradizione di famiglia, si trasmettono le donne dei Rey.

STELLA - (sorride, cattiva) La spilla è stata venduta.

CLARA - Scusa, ma non posso credere che la mamma abbia dato il suo consenso alla vendita. Ne era affezionatissima.

STELLA - Invece si ! Il suo ordine «scritto» di vendere la spilla l'ho depositato dal notaio. t a tua disposizione. (Sorride) Io faccio ogni cosa a regola d'arte.

CLARA -Eppure non mi risulta che abbiate avuto difficoltà economiche. Perché, allora, avete venduto la spilla? E quando?

STELLA - (sorride) Quando?

CLARA - Sì. Desidero saperlo.

STELLA - E io te lo dico. La spilla è stata venduta... tre giorni fa. (Sorride) Immaginavo che sicuramente avevi qualche (guarda suor Cecilia) « spia » in città, e che saresti stata informata della salute della mamma. Avevo inoltre saputo, da un cliente di passaggio nella mia casa da gioco, che ti eri sposata e che avevi una figlia. La spilla, quindi... (sorride) Ho indovinato tutto, eh?

CLARA - Mi fai pena, Stella.

STELLA - Non importa. (Dal fondo entra Clotilde) Oh, guarda chi si rivede!... La dottoressa Cooper.

C LOTILDE - (interroga con lo sguardo suor Cecilia, la quale fa un cenno negativo col capo).

STELLA - (che ha osservato, interviene sarcastica) Visto, dottoressa?... Non c'è più niente da fare. Avevo ragione io. (Clotilde esce a destra) La dottoressa Cooper, evidentemente, non è il prototipo delle persone educate. (Sorride, Clara e suor Cecilia la osservano; Stella diventa seria) Cosa aspettate? Di vedermi piangere? (Ride in modo forzato, lugubre) No, signore!... Stella Rey non piange! (Da destra entra Marta) Andate via!... Tutte! Anche tu, Marta.

MARTA - (commossa) Mi scusi signorina, se prima ho osato... Mi lasci in questa casa, per pietà... Fra queste mura c'è tutta la mia vita... Una vita inutile, lo so; ma...

SUOR CECILIA - Ascolti la preghiera di Marta, signorina. Viene dal cuore di una creatura che per mezzo secolo ha servito con onestà e fedeltà la sua famiglia.

STELLA - Parole inutili! Con Stella Rey basta sbagliare una volta.

CLARA - (a Marta, la quale singhiozza) Non piangere, Marta. Ho parlato tanto di te alla mia piccola Elisabetta. Sono sicura che sarà felice di conoscerti. Ti chiamerà « nonnina », forse... Ti salterà sulle ginocchia e ti bacerà forte le guance, tirandoti il naso con la manina sporca di cioccolata. lo, invece, giocavo all'altalena con le tue gonne stese ad asciugare. Ricordi, Marta, quanto ti arrabbiavi?... (Marta, commossa, accenna di sì col capo) Vieni con me, Marta... Ho un giardino con tante rose... Nessuna meglio di te potrà curarle.

STELLA - (ironica) Ma sii, Marta: accetta. Mia sorella sta diventando un istituto di beneficenza.

MARTA - (dopo breve pausa, con il pianto in gola) Grazie, signora Clara.

STELLA - (a Clotilde, che entra da destra) Si accomodi anche lei, dottoressa. Il prete, di là (indica a destra), se n'è andato?

CLOTILDE - (annuisce) ... è uscito in questo momento.

STELLA - Dalla solita porta di servizio, vero?... Non importa! L'essenziale è che sia sparito. Del resto le signore aspettavano lei per congedarsi.

CLARA - (sincera, affettuosa) Vorrei abbracciarti, Stella. Chissà se ci rivedremo ancora.

STELLA - Non lo spero.

CLARA - Come vuoi. (Guarda la porta di destra, e soffocando uno scoppio di pianto esce al fondo sussurrando) Addio, mamma.

CLOTILDE - (a Stella) Ho lasciato sul comodino l'atto di morte della signora Bruna Rey (esce al fondo).

STELLA - (che è rimasta immobile, di fronte al pubblico, si volta verso il fondo, dove c'è ancora Suor Cecilia) E lei?... Perché non se ne va?

SUOR CECILIA - (decisa) Stia attenta, Stella Rey: nessuno può mancare all'appuntamento con la Madre Terra. Lei, a quanto pare, non ha mai frequentato la Chiesa. E perciò probabile che non conosca le parole con le quali, una volta all'anno, mentre la fronte viene segnata da una croce di cenere, i cristiani ricordano che un giorno, più o meno lontano, ritorneranno alle origini: « Memento homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris». E’ un terribile monito per chi, come lei, dimostra di non ricordare che la vita terrena, con tutte le sue gioie e le sue tristezze, avrà un termine.

STELLA - Non ho paura. Sono sana e forte!

SUOR CECILIA - Il tempo e la solitudine, Stella Rey, distruggeranno la sua forza. Ha una sola speranza: la misericordia di Dio.

STELLA - Via! ... Vada via! ... (Suor Cecilia esce al fondo. Stella si avvia istintivamente verso destra, ma giunta sulla soglia della porta si ferma, spaventata. Allora ritorna al centro, poi si pone davanti allo specchio) Stella! ... Stella, cosa ti succede? ... Hai paura? ... Le parole di quella monaca? ... Fandonie! Tu sei forte, ricca, potente! ... Tu sei sola! ... (con orrore crescente, mentre il sipario si chiude) Sola ... Sola ... (urla) Sola! ...

FINE SECONDO ATTO

ATTO TERZO

Stessa scena. Sono trascorsi vent'anni dagli avvenimenti del secondo atto. Qualche mobile potrebbe essere stato cambiato. In scena, comunque, c'è molto disordine.

STELLA - (è in scena, davanti allo specchio, nella stessa posizione dalla fine del secondo atto. Si appoggia a una canna e sussurra) Sola... Da vent'anni. (Il telefono squilla. Stella si avvia per, rispondere, ma a un tratto barcolla, si porta una mano al cuore e con fatica riesce a staccare il ricevitore) Pronto... Dimmi, Tabor ... Non trovi più nessuna che voglia venire al mio servizio? ... Non importa. lo licenzio tutte le domestiche che mi pare! ... (Pausa) Si: un momento fa. Ma non mi spavento. E’ da un anno che due o tre volte alla settimana sento una fitta al cuore... No! Non voglio dottori!... (Altra fitta al cuore; ansante) Aspetta, Tabor... Hai ragione tu. Mandami un medico... Uno qualsiasi. Presto, mi raccomando. Il cancello è aperto. (Posa il ricevitore e si abbandona pesantemente a sedere, spalle alla porta di fondo, dove appare)

SUOR CECILIA - E permesso, signorina Rey?

STELLA - (volta il capo a stento verso il fondo) Chi è?

SUOR CECILIA - Suor Cecilia.

STELLA - (stupita) Come?!?... (Inforca gli occhiali) Chi?...

SUOR CECILIA - (avanza verso Stella) Io, signorina: suor Cecilia. è giusto: non può ricordare. Sono vent'anni che non ci vediamo.

STELLA - (maligna) Invece si! Ricordo. Cosa vuole da me?

SUOR CECILIA -Nulla. (Pausa; guarda la sedia o la poltrona che Stella le aveva offerto nel secondo atto. Stella osserva e tace; suor Cecilia le sorride) Se permette, signorina Rey, accetto l'invito che mi ha rivolto vent'anni fa.

STELLA - (diffidente) Quale?

SUOR CECILIA - Quello di sedermi qui. Grazie. (Siede con un sospiro, massaggiandosi le ginocchia) Eh, già... Ho le gambe arrugginite. (Breve pausa) Lei, no?

STELLA - (burbera) Sì, sii... Anch'io.

SUOR CECILIA - Molto bene.

STELLA - « Molto bene » perché?

SUOR CECILIA - Perché abbiamo qualcosa in comune che ci può avvicinare l'una all'altra.

STELLA - Non voglio alcun avvicinamento. (Pausa) E poi, io... lo non sono arrugginita come lei! (Tenta di alzarsi di scatto ma ricade a sedere con un gemito di dolore, comprimendosi le ginocchia con le mani) Ha ragione, forse.

SUOR CECILIA - Che la ruggine delle nostre ginocchia ci avvicina?

STELLA - No, non volevo dire questo. Tanto più che la nostra « ruggine » è una disgrazia.

SUOR CECILIA - Sono le disgrazie che affratellano; le fortune dividono.

STELLA - Ho capito: lei è qui per farmi una predica.

SUOR CECILIA - Non era nelle mie intenzioni, ma... (sorride) ... se proprio vuole...

STELLA - Per carità!

SUOR CECILIA - Non le farebbe male.

STELLA - E' inutile!... L'ultima parola è sempre sua! (Pausa) Adesso vuole dirmi perché è qui?

SUOR CECILIA - (cordialmente sorniona) Oh, bella... Passavo davanti al cancello della sua villa, l'ho visto aperto... Sono entrata. Semplice, no?

STELLA - Semplicissimo... se le credessi. (Suor Cecilia le sorride) Insomma, perché è venuta a trovarmi?

SUOR CECILIA - Considerato che insiste... glielo dirò. (Pausa; sorride) Volevo vedere con i miei occhi, e sentire con il mio cuore, se è vero che « Stella Rey » non è più la « Stella » di qualche tempo fa. Tutta la città parla della «nuova» Stella Rey. Ma ne parla sottovoce, quasi temesse che Stella ritorni indietro.

STELLA - (emozionata; quasi spaventata) Non capisco... Cosa vuoi dire, suor Cecilia?

SUOR CECILIA -Voglio dire che lei, da diversi anni, cerca il modo per ritrovare la pace con i suoi simili, con se stessa e con Dio.

STELLA - (C. s.) Non... Non è vero!

SUOR CECILIA - Sì, Stella Rey: è vero, verissimo. Infatti il nuovo ospedale non avrebbe potuto essere costruito in così breve tempo, se «uno sconosciuto» non avesse fatto pervenire al Comitato il molto denaro necessario. Il reverendo Wilding, che assistette sua madre nelle ultime settimane di vita, ha potuto ampliare il suo Istituto di istruzione professionale perché ha ricevuto, da «uno sconosciuto», una generosa offerta. Ai miei bimbi e ai vecchi, da un paio d'anni, posso dare anche la pietanza. «Uno sconosciuto», ogni tre mesi, mi manda i dollari occorrenti. La persona che si firma «uno sconosciuto» ha fatto tante altre piccole, grandi cose. Qualcuno, però... Per esempio l'incaricato che consegna le buste contenenti le offerte, ha parlato. A quella firma, «uno sconosciuto», l'intera città ha immediatamente dato un nome e un cognome.

STELLA - (al colmo dell'emozione) Non lo dica!

SUOR CECILIA - Come vuole.

STELLA - (dopo una pausa, con freddezza forzata) E con ciò? Cosa crede? Cosa fantastica, suor Cecilia?

SUOR CECILIA - lo niente.

STELLA - Allora che vuole da me?

SUOR CECILIA - Nulla. L'ho già detto.

STELLA - Allora perché è ritornata in questa casa, da dove l'avevo scacciata vent'anni fa?

SUOR CECILIA - Perché il Signore mi ha concesso la grazia di portare «qualcosa» a lei.

STELLA - Si sbaglia, suor Cecilia: non sono mai stata in relazione d'affari con il «signore» di cui parla. E poi?... Dio! Dio! Sempre Dio. Dov'è? Com'è questo Dio?

SUOR CECILIA - Dio è come il vento che fa ondeggiare le messi, che soffia sulle vele, che accarezza il viso. Dio, come il vento, si sente dappertutto e non si vede. Dio parla nel segreto del nostro cuore.

STELLA - (quasi a se stessa) Come il vento... (pausa; sincera) Posso sentirlo anch'io?

SUOR CECILIA - L'ha già sentito, signorina.

STELLA - (spaventata) Quando?

SUOR CECILIA - Un istante fa, quando mi ha domandato se anche lei poteva sentirlo. Quella domanda le è venuta dal cuore.

STELLA - (sempre più emozionata, sconvolta) Ma io non so, non posso... Se a questo Dio si potesse parlare!... Allora si: avrei da dirgli tante cose.

SUOR CECILIA - (sorride) Se lei permette, signorina, le faccio un dono. (Estrae di tasca un libro di preghiere e una piccola corona del rosario. Porge il libro) Questo le suggerirà il modo per «parlare» con Dio, come dice lei. E questa... (porge la corona).

STELLA - Una catena?

SUOR CECILIA - Sì. La più bella e dolce catena del mondo, perché ci lega a Dio.

STELLA - (confusa, tiene in mano gli oggetti) lo non so cosa si può regalare a una suora. Dica lei.

SUOR CECILIA - Nulla può fare felice questa povera serva del Signore, più del dono che lei farà al Signore stesso: il suo cuore... (squillo del telefono).

STELLA - (risponde con fastidio) Pronto... Ah, sei tu, Tabor? Cosa vuoi? (Irritata) Non vuole pagare?... Tu hai fatto male a fargli credito, ma se ha perduto al gioco nella mia casa « deve » pagare!... Non mi importa che sia padre di tre bambini... (Suor Cecilia, che sta attenta al discorso, scrolla dolcemente il capo in segno di rimprovero. Stella vede, comprende, cambia tono) Be'... Aspetta, Tabor... Visto che ha tre bambini non farlo pagare. Però lo mandi a casa di corsa e lo diffidi di entrare ancora nella mia casa da gioco... (Suor Cecilia le sorride; anche Stella accenna un sorriso) Tabor!... Mi viene un'idea. Restituisci a quell'uomo tutto quanto ha perduto in questi ultimi tempi ... Un patrimonio ? Meglio. Se lo ritroveranno i suoi bambini ... Ma no, Tabor: non sono impazzita. Obbedisci ! (Pausa) Certo: anche una dottoressa va bene ... Ciao! (Posa il ricevitore) E’ Tabor, il direttore della mia ... casa da gioco.

SUOR CECILIA - (le sorride) Come si sente, signorina Rey?

STELLA - (confusa) lo... lo mi sento... (cambia tono) Non creda, suor Cecilia, di avermi convinta a cambiare strada. Ci vuole ben altro!... (Remissiva) Comunque la farei volentieri una chiacchierata con il reverendo Wilding.

SUOR CECILIA - (felice, precipitandosi a comporre un numero all'apparecchio telefonico) Non le do tempo di dirlo due volte!...

STELLA - Ma... aspetti, diamine!

SUOR CECILIA - Troppo tardi. (Al telefono) Pronto, reverendo Wilding... Buongiorno. Sono suor Cecilia. Scusi il disturbo... Sono in questo momento ospite in casa Rey... (sorride a Stella) Ha capito benissimo, reverendo: sono ospite della signorina Stella Rey, la quale ha espresso il desiderio di scambiare qualche parola con lei... (sorride c. s.) Si: è meglio che Venga subito. Non si sa mai.

STELLA - (cordialmente ironica) Gli dica di passare dalla porta di servizio.

SUOR CECILIA - (al telefono) Passi dalla porta di servizio.

STELLA - Ma no!... Scherzavo.

SUOR CECILIA - (al telefono) Si: nel salotto della signora Rey. Grazie. (Posa il ricevitore) Verrà presto e l'aspetterà di là (indica verso destra), dove l'aveva ricevuto sua mamma la prima volta.

STELLA - Comunque sia ben chiaro che se non ho perseguito quel mio debitore è soltanto perché... Perché ha dei figli e mi fa pietà. (Si accorge di avere pronunziato, forse per la prima volta nella sua vita, la parola «pietà ». Quasi a se stessa) «Pietà »... Cos'è, suor Cecilia?

SUOR CECILIA – E’ sinonimo di perdono, di bontà, di amore verso il prossimo, di amore verso Dio.

STELLA - (ripete istintivamente) Amore verso il prossimo... (cambia tono) là vero, suor Cecilia: mi sento meglio. (Pausa; poi siede, pensierosa, con lo sguardo nel vuoto) Clara... Dove sarà mia sorella Clara?... Mi farebbe tanto piacere, adesso, stringerla fra le braccia.

SUOR CECILIA - (sorridente, si avvicina a Stella e le pone una mano sulla spalla) Quando saprà il vero motivo della mia visita, comprenderà che mai, come in questo giorno, il Signore è vicino al suo cuore. (Pausa) Fuori del cancello c'è sua sorella Clara, sua nipote Elisabetta e Marta.

STELLA - (si alza in piedi, emozionata) E lei le fa aspettare? Vada subito a dire loro che Stella Rey LE PREGA di entrare (si porta improvvisamente una mano al cuore e barcolla).

SUOR CECILIA - (la sostiene) Si sente male?

STELLA - Non è nulla. Il cuore... E stufo di portare a spasso questa vecchia carcassa. (Si allontana da suor Cecilia) Vada in fretta e ritorni con loro. (Suor Cecilia si avvia verso il fondo) Sono veramente fuori del cancello?

SUOR CECILIA - (si ferma e si rivolge verso Stella) Certo.

STELLA - Ma lei... Lei, allora, era sicura che io?...

SUOR CECILIA – No, no... Non ero sicura. Ma ho pregato tanto... (sorride ed esce al fondo).

STELLA - (fa qualche passo a fatica e si trova davanti allo specchio) Ti senti tanto male, eh?... Sembra che il cuore si spezzi... Eppure sono contenta di vederti soffrire... Devi soffrire in silenzio.

CLARA - (appare al fondo seguita dalla venticinquenne Elisabetta).

STELLA - (sente i passi, si volta: vede Clara che le sorride commossa. Allarga le braccia e si avvicina a Clara, la quale si affretta ad abbracciarla).

MARTA - (entra dal fondo con suor Cecilia).

STELLA - (si scioglie lentamente dall'abbraccio con Clara e si rivolge a Elisabetta) Questa vecchia piena d'acciacchi, cara Elisabetta, è la tua brutta e cattiva zia...

ELISABETTA - (abbraccia affettuosamente Stella) Per me sei bella e buona.

STELLA - Grazie. (Vede Marta) Vieni avanti, Marta. Dobbiamo confrontare tutti i nostri « bu-bù ». (Marta le si avvicina emozionata, accennando un inchino) Niente inchini, Marta. Siamo due vecchie amiche (la abbraccia). Sedete, vi prego... (Siedono tutte. Stella prende per mano Elisabetta e la fa sedere vicino a lei) Tu vieni qui, accanto a me. Dovrai avere tanta pazienza per sopportare questa zia bisbetica e brontolona. Ma io... lo ho tante cose da dirti, da spiegarti che... Non so! Mi pare che manchi il tempo per dirtele tutte. Poi chissà se, tu... (piange).

ELISABETTA - Io ti voglio bene, zia.

STELLA - Ecco: chiamami zia, mille volte... (si passa istintivamente una mano sugli occhi, e la ritrae quasi spaventata. Si accorge che piange, per la prima volta in vita sua. Allora sorride e singhiozza, felice) Piango!... Lasciatemi piangere!... E tanto tempo che attendo queste lacrime... (disperata) Perché ho fatto tanto male?... Se avessi potuto piangere!... Le lacrime sono un dono d'Iddio. Soltanto i buoni possono piangere, e... (un nodo di pianto in gola le impedisce di continuare. Singhiozza).

CLARA - (con l'intenzione di distrarre Stella) Devi sapere, Stella, che tutti gli anni, nella ricorrenza del tuo onomastico, Marta ci preparava il caffé come piace a te.

MARTA - (confusa) Ma io...

CLARA - E' vero, Marta: avevo promesso di non dirlo (sorride) Mi sono dimenticata.

STELLA - (a Marta) Sono vent'anni che non bevo il caffé « alla Stella». Ricordi, Marta? Lo chiamavamo così.

MARTA - La buon'anima di sua madre diceva che era « una bomba».

STELLA - Esatto, Marta... « Una bomba ». E dimmi un po'... Ti piacerebbe preparare quel caffè adesso, per noi?

MARTA - (si alza in piedi, felice) C'è cognac, rhum, acquavite?

STELLA - In cucina, credo.

MARTA - Vado.

STELLA - Porta Elisabetta con te. E mentre aspetti che passi il caffé, falle visitare la casa: la vecchia casa dei Rey. Ti fa piacere, Elisabetta?

ELISABETTA - Molto, zia. Con permesso (esce a sinistra con Marta).

STELLA - (dopo una breve pausa, si alza a stento) E’ stata una scusa. L'avrete capito. (A Clara) Puoi rintracciare i Mason? Almeno Linda?

CLARA - Certamente. Vive a Parigi.

STELLA - Bene. Ho già dato le disposizioni al notaio. A fine mese chiudo la casa da gioco e restituisco la villa a Linda Mason. (Clara fa l'atto di parlare) Parole inutili! L'ho deciso ire mesi fa, senza lontanamente pensare che oggi... Mi avete capito, no?

CLARA - (le sorride, affettuosa) Mia carissima Stella...

STELLA - (interrompe, burbera) Basta, piccola!... (A suor Cecilia scherzosamente) Non vuole capire che comando io!... (sorride a Clara) C'è dell'altro. (Si avvicina a un mobile, e da un tiretto estrae una scatola porta gioielli che porge a Clara) Questa è per Elisabetta. Ma devi dargliela tu, «dopo », come se te l'avessi data... vent'anni fa.

CLARA - (solleva il coperchio della scatola. Sorpresa) La spilla d'oro e brillanti della mamma!... (a Stella) Ma non mi avevi detto che...

STELLA - (interrompe) Si dicono tante cose, si dicono!...

CLARA - Grazie, Stella.

CLOTILDE - (appare al fondo) E’ permesso?

STELLA - (camminando a fatica si avvicina a Clotilde con la mano tesa) Benvenuta, dottoressa Cooper.

CLOTILDE - (lievemente sorpresa, gliela stringe) Molto gentile, signorina Rey. (Con un cenno del capo) Suor Cecilia... (a Clara) Lieta di rivederla, signora (si stringono la mano).

CLARA - Anch'io, dottoressa.

CLOTILDE - (a Stella) Come sta, signorina?

STELLA - Sto bene, sto. Le gambe... Soltanto le gambe sono arrugginite, come dice suor Cecilia. Ma basta reagire! (Fa qualche passo, barcolla, si porta una mano al cuore. Le altre la sostengono, la fanno sedere. Stella parla a fatica, ansante) Anche il cuore è un po' arrugginito...

CLOTILDE - (le prende dolcemente un braccio e le tasta il polso. Corruga la fronte) Vada a riposare, signorina Rey. Solo per qualche ora.

MARTA - (entra da sinistra) Ho visto il reverendo Wilding in giardino.

STELLA - Bene. (Si alza a stento, aiutata da Clotilde) Mi attende di là. (Indica verso destra e si avvia sottobraccio a Clotilde. Giunta sulla soglia della porta di destra si rivolge verso le altre, con un mesto sorriso sulle labbra) Addio...

ELISABETTA - (entra da sinistra) « La bomba » è quasi pronta!

STELLA -Brava, Elisabetta. (Guarda tutte, lentamente, con crescente commozione) E se qualcuno vi chiedesse: « Che fine ha fatto Stella Rey? », vi prego di rispondere: « Con l'aiuto del Signore... bella, bellissima» (saluta con un cenno della mano ed esce a destra, accompagnata da Clotilde).

TUTTE - (rimangono immobili a fissare la porta di destra).

ELISABETTA - (dopo una lunga pausa, fa l'atto di andare verso destra con uno slancio di affetto commosso) Zia.

SUOR CECILIA - (la trattiene dolcemente) No, ragazza... Adesso, più che mai, ha bisogno di rimanere sola... con se stessa e con Dio.

TUTTE - (fissano di nuovo la porta di destra. Elisabetta singhiozza fra le braccia di Clara, che piange silenziosamente. Anche Marta piange. Suor Cecilia prega. Dopo alcuni momenti lo specchio di Stella cade per terra o sul mobile che lo sostiene. Tutte, con un sussulto, guardano lo specchio caduto e poi la porta di destra, alla quale appare)

CLOTILDE - (commossa, che sussurra) Stella Rey non è più (sulla costernazione di tutti si chiude lentamente il sipario).

FINE DEL DRAMMA

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 22 volte nell' arco di un'anno