Che fortuna vess piocc

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IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO

CHE FORTUNA VESS PIÖCC

Liberamente tratto da

PIGNASECCA E PIGNAVERDE

di

Emerico Valentinetti

Adattamento e traduzione in dialetto lombardo di

Alessandro Campi e Angelo Alfieri

PERSONAGGI

                                                            Felice Pedretti           Il papà

                                                            Pina                           La mamma

                                                            Elisa                          La figlia

                                                            Arturo Venuti                       Amante dell’Elisa

                                                            Chiara                                   Sorella dell’Arturo

                                                            Carlos Mendoza        Industr. argentino

                                                            Francesco Piatti         Amico di Felice

                                                            Attilio Macchi           Cugino di Felice

                                                            Erminia                      Cameriera

La scena. Sala da pranzo che fa anche da sala di ricevimento, con mobilio di diverso stile ed epoca. Una finestra è situata a destra, nel fondo, e come nelle case non moderne i vetri non sono interi, ma suddivisi in quadrati, tre per ogni imposta. Uno dei vetri ha trasversalmente una incrinatura ricoperta da una striscia di carta gommata; un altro completamente mancante è sostituito da un foglio di grossa carta oleata. Una cristalliera alla parete di destra, una credenza a quella di sinistra, un tavolo ovale nel centro con seggiole attorno. Il divano alla sinistra del fondo deve essere formato da un grosso baule ricoperto da una stoffa che lo nasconda. Una pendola al muro tra la finestra e la porta d’ingresso. Una bottiglia piena d’acqua nella credenza e vi è pure un portafiori vuoto. Una porta al fondo, due a sinistra e una a destra. Sono le undici di un mattino di primavera.

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Pina, Erminia

Pina              - (è seduta al tavolo con alcuni foglietti e un quaderno su cui scrive con un mozzicone di lapis)

Erminia         - (è in piedi vicino a lei ed ha in mano alcune monete che fa suonare di tanto in tanto)

Pina              - Gh‘è nient’alter?

Erminia         - Ah sì, sesmila franc da verdura tra insalata, basilic, rusmarin e carotul

Pina              - E oev?

Erminia         - Ah già,… dimenticavo. Na dunzena …a tresent franc l’un

Pina              - (scrivendo) tremila e sescent

Erminia         - E basta…. basta …Sciura Pina, sa po’ tirà i somm (tagliando corto)

Pina              - Zero, quatar, quatar e quatar, ses, quarantasesmila e quatarcent. Dunca. Mi tu dai cinquantamila franc. Ma vegn indrèe tremila e sescent

Erminia         - Nanca par sogn! Mi gha n’hù  chi dumà tremila e cent. Oh sciura, si sarà sbagliata a fà ‘l cunt: l’ha fai la somma inscì svelta!... A sbagliass  ghe vor minga tant!

Pina              - Va là che me sbagli no. Varda puttost se te set “dimenticata” d’un quaicoss, …crapona.

Erminia         - Macché dimenticata… A l’è tut lì: la voer che sappia no cus’è ch’hu cumprà? Sunt minga scema! (adirata come se non fosse la prima volta)

Pina              - Nissun ta dis che te set scema,… ma chi,… i cunt quadren no!

Erminia         - E mi cosa devi dì? Mi gha du quel che g’hu in man (e depone con mala grazia sul tavolo i soldi che ha in mano, mentre si apre la porta di sinistra ed entra Felice)

SCENA SECONDA

Felice, Pina, Erminia

Felice            - (avanzando, sospettoso come al solito) se gh’è?

Pina              - Nient Felicin, emm finìi da fà i cunt, e gh’è nient’alter da dì

Erminia         - (muovendosi per uscire) podi andà via allora?

Pina              - Sì, sì, và, và.

Felice            - Un mument! (aprendo  il quaderno )… anca incoe eh… sem sulla cinquantina? Alè, daghi e daghi, a stà manera se troevum cunt ‘na tazza in man a picà la porta di frà par un pù da minestra

Pina              - E no Felice, perché gh’è anca i giurnaad da trentamila franc (imbonendolo)

Felice            - T’a disi mi i giurnaad da trentamila franc: il trenta e truntun da febraar! E dumà par mangià. A l’è un furto continuato. Ruba chi produce, ruba chi vend e ruba chi compera! (allude a Erminia)

Erminia         - E allora d’ura innanz ch’el vaga lu a fà la spesa

Felice            - E ve fu vidè che mi paghi des, quel che vialter paghìi vint

Erminia         - Voer dì che invece d’un chilo n’ha toe mez

Felice            - Nossignora. Perché a Felice Pedretti nissun gha la fà. A mi i bottegar ma fan no passà par scemo. Ai vèdan che sunt no un pessott come vialter

Erminia         - Starèm a vidè…. Intant mì vurarìa savè se a suo parere mi sunt una donna che la sa fà toe in giir, o se sunt vuna che la fà la cresta sulla spesa

Pina              - Ma Erminia. L’ha minga dì che…

Erminia         - Oooh! L’ha minga dì ma può darsi che l’abbia pensà

Felice            - Ma l’hu minga dì….. Cià vèdum un pù sti cunt

Erminia         - Oh! Ma mi gha dù un (…schiaffo? Tra sè…) eh!

Felice            - Carne: mezz chilo, dudasmila e cinqcent. E vai. Che tempi, che roba.  E mo che gh’è scià l’euro, in una settimana a ciapum un boef (mettendosi le mani nei capelli)

Pina              - Ma felizin. Sa toe no tutt i dì

Felice            - Vi dico che mi volete rovinare

Pina              - Ma te vorarìa restà senza carne?

Felice            - Sa toe la carne… cungelada. La costa meno e in più la fa laurà i dent (mimando) che par da mangià pusèe

Erminia         - Mi, l’avvisi eh!… O fresca o niente…

Felice            - E pusèe fresca da quella lì, che l’è cungelada!

Erminia         - Lu la po’ giràla come el voer, ma mi… la mangi no

Felice            - Ecco un altro beneficio: una porzione in meno

Pina              - (fa cenno a Erminia di tacere e quella tace)

Felice            - (riprendendo il quaderno) uova tremila e ses. Quante ne danno, Erminia, a tremila e ses?

Erminia         - E quanti na voer? Una centèna?… Una dunzèna ne danno

Felice            - Capiamoci: tresent franc l’un, …e in più cunt el gus. Anmò un pu’ che indemm innanz a stà manera, quand la gallina la sa met giò a cuà, la farà marenghi d’oro…. D’ora innanz, uova in polvere.

Pina              - Ma caro uomo, …andà innanz inscì… Felice, indua andemm a finì? (compassionevole con pause)

Felice            - Va là che prima da cunsumà tutta la carruzzeria…

Erminia         - Guardi che da quand che sunt chì, sunt diminuida des chili!

Felice            - E s’te sérat, un tranway?

Pina              - Ora basta eh! (pittosto seccata)

Felice            - Làsala parlà. Quella lì la g’ha paura che vu innanz a cuntrulà (guarda il quaderno)

Erminia         - La so crapa... l’è da cuntrulà…. Ch’el cuntrolla pur. Mi a vù in cusina. Voer dì che casomai ma manda i carabinier

Pina              - Sì, sì, vai che…

Felice            - Ferma! Ven scià! Questa somma l’è sbagliada!

Erminia         - (soddisfatta) l’ha vist? Sciura Pina l’avevi dì…

Pina              - Sbagliata? Ma par impussibil

Felice            - Cià che vedum insèma. 0…0…0 che fa 0 e fin chi ben 5 e porto 2…ses e porto 2… e quatar. Quarantasesmila e cinqcent

Pina              - E già l’è vera…

Felice            - Quant la g’aveva in man? Dunca, quarantasesmila e cinqcent par arrivà a cinquantamila…, hinn…. tremila e cinqcent. Ghe semm?

Erminia         - Nanca par sogn… tremila e cent

Felice            - Tremila e cinquecento. Mancano quatarcent franc

Erminia         - E a mì ma la dis?

Felice            - E a chi ghel disi? Al sindic de Bregazzana?

Pina              - Ma no, va là che va ben inscì… per quatarcent franc (cercando di porre fine al contenzioso)

Felice            - Alt! L’è no per le quattrocento miserabili lire ma…

Pina              - Oh Signur, per quatar danèe…

Felice            - L’è una questiun da princìpi, questione di ordine amministrativo e contabile. (a Pina) tegn a ment che Erminia ci deve quattrocento lire. Se la po’ no daghei tuc insèma, ce li darà un pù par volta

Pina              - Ma Felizin, per quatarcent lira?

Felice            - Quand l’è una questiun de princìpi, varan tant des franc come desmila

Erminia         - E va ben. Avrà quel che è giusto. Ma ch’al tegn a ment che hinn i mè… danè, sangue mio… come se ne guadagnassi tanti. Ghu fina vergogna  a dì sa  ciapi de paga

Felice            - Dill no, e te ghe varèt pù vergogna. Ricordas che te set entrada in sta cà a cinqcentmila franc  e mò te ne ciapet sescent

Erminia         - Allora ghe disi che in di alter cà paghen anca pusee d’un milun

Felice            - Quei lì hinn rebambì,… hinn quei che ruvinen la piazza

Pina              - Benedetto uomo… Erminia, ciapa chì i tò danèe

Felice            - I mè, de danèe

Erminia         - Se li tenga pure, quatar danèe in più o in meno, serva sunt e serva resti. Si fumi due sigari alla mia salute (via)

SCENA TERZA

Felice, Pina

Pina              - Te sentì? Ma te capisset no, crapun, che adess la po’ anca andà via?

Felice            - Ma la va minga via. E se la va, la colpa l’è tua, della tua ignoranza. Mi spiego: te anmò nanca imparà a fa do somm. Quella lì se ne approfitta e pian pian la porta via anca i manett di port

Pina              - Erminia è onestissima, te set tì che te vedet lader in tucc i cantun

Felice            - Se tutti i ladri avessero le ali… sarìa sempar niul. Sarà mei rivedè tucc i cunt, e te vedaret…

Pina              - E va ben falli pure, falli, falli pure. Piuttost ta disi che questa l’è minga vita!

Felice            - Mi sunt cuntentissim della mia esistenza e fu cunt de ‘rivà a cent ann cunt la me morigeratezza. Piuttost, chì sa mangia tropp, troppe pretese. Invece bisogna imparà a cuntentass di poco, perché l’è con poco che sa fanno i tanti… E chì nissun g’ha da lamentass

Pina              - E già, semper in cà, sa ved mai nissun, ma come la fa la nostra tusa a truvà marì?

Felice            - Elisa l’ha ma minga fai capì che… E poe lee, l’ha gha no da pensà a truvà marì, sunt mi che ghe devi pensà… Può darsi che ci abbia già pensato… e magari l’hu giamò truvà

Pina              - Già trovato!?

Felice            - Certo, l’hu truvà mi, perché lee che se cred inscì furba, la sarìa bona da perd ul cò adrèe vun senza arte ne parte, che se la spusa dumà per la sua dote. Ricordas che se davi trà a la tò tusa, a quell’ura chì l’era giamò spusada a quel martal d’un Arturo Venuti, che quatar ann fà l’aveva chiesta in moglie

Pina              - Va là che l’Arturo l’era un bravo fioe

Felice            - Bravo? Bravo l’è trop poc. Quand vegn ul padrun de cà  te ghe diset:  i danèe dul ficc ghi emm no, ma gh’è ‘l me marì che l’è tanto bravo! Bravo e cunt i danée: ecco l’omm che ghe voer

Pina              - E te l’et truvà tì?

Felice            - Se t’hu dì che l’hu truvà!

Pina              - E vediamo! Chi sarìa stà perla d’omm?

Felice            - Ul mè cusin Attilio

Pina              - Cus’è?!

Felice            - A pruposit, al vegn chì a “pranzo”

Matile           - Cosa? Attilio Macchi al duvarìa diventà ul marì de la me tusa?

Felice            - Attilio Macchi l’è vun di pussèe sciur cummerciant de Vares

Pina              - A l’è sciur anca d’età: al g’ha pussèe de quarant’ ann

Felice            - Ma in buona forma. L’è quell che ghe voer. E se te voeret la felicità della tò tusa, damm ‘na man a convinc l’Elisa

Pina              - E allora sculta, Felice. Tant per fass capì, ta disi che l’Elisa la gha sent no da quell’uregia e mi, a disarò un bell nagott!

Felice            - E invece te me fet ul piasè da parlaghi subit. Te set che quand ca decidi ‘na roba la da vess quella… e dimmi: se gh’è da mangià?

Pina              - …risott e bistecca.

Felice            - Risott? Mangià da sciuri. ‘na bella pasta in bianc e anda! E poe l’ Attilio al mangia poc, tant me mì

Pina              - A cà sua al mangia poc. E incoe risparmia: te ghe’l dett tì, da mangià. Oggi mangia uno in più!  (facendo notare quanto gli verrebbe a costare) Te fai i tò cunt?

Felice            - Va là che so quel che fu: l’è na spesa che frutterà…

Pina              - O sì…e quand che gh’è no da pagà l’oste, al bee giò ‘l tò cusin

Felice            - Eh, lo so…ma…

Pina              - E incoe na bev na buttiglia da par lù

Felice            - E’ ‘na buttiglia che rend ‘na vigna. So quello che faccio…. A pruposit de vin, la ciav della cantina l’è semper nascosta sott’al quadrel?

Pina              - Sì…sì…

Felice            - Vù a toe ‘l vin allora. E ti… me raccomandi, intesi eh?...incominca a parlà cunt l’Elisa

SCENA QUARTA

Elisa, Pina, Felice

Elisa             - (dall’interno) mamma!

Pina              - Sunt chì

Elisa             - (entrando nervosamente agitata) che ora è?..... Stamattina non passa mai il tempo!

Felice            - Cosa te spèciet, l’eclissi?

Pina              - Va là, sei capitata giusto in tempo. Bisogna aiutare l’Erminia perché oggi c’è un invito a pranzo

Elisa             - (di tanto in tanto si affaccia alla finestra con trepidazione) oggi? Proprio oggi?

Felice            - Oggi, perché?

Elisa             - Ma chi viene? Si può sapere? (ansiosa)

Pina              - L’Attilio, el cusin del tò pà

Elisa             - (meravigliata) l’Attilio?

Felice            - Precisamente

Elisa             - Non capisco cosa inviti a fare quell’antipatico lì

Pina              - Ecco, emm già bel che finì tut el discurs

Felice            - Antipatico? Vorrei saperne il motivo

Elisa             - (decisa) antipatico, antipatico… e pure pesante, ecco

Felice            - E mì ta disi che se t’el guardet ben, è perfino un bell’uomo (rivolto a Pina) vero che l’è un bell’omm?

Pina              - (rassegnata) sì…sì…

Felice            - E poi è un mio parente carissimo, un uomo di cui ho la massima stima, (cercando di imporre a Pina la conferma) e anca la tò mama... vero?

Pina              - Oh…altrochè!

Elisa             - Quante tenerezze per il caro cugino… e il motivo? Ha forse vinto alla lotteria?

Felice            - No, no, ma può darsi che le nostre relazioni potrebbero diventare…più intime, vero?

Pina              - (con un sospiro di rassegnazione) forse!

Elisa             - Ah sì, e come?

Felice            - Pare ch’el gh’abbia intenziun da toe miee… e allora lo vedremo più spesso

Elisa             - Ma davvero? L’Attilio si sposa?…E chi è la disgraziata?

Felice            - Disgraziata?  … Sarìa la tusa pussèe felis dul mund

Elisa             - Allora beata lei. (ridendo) L’Attilio che si sposa!

Felice            - Beata lei, sissignora! Cos’è piuttosto quell’apri e chiudi il balcone? Dervì e serà al sa cunsuma! (a Pina sottovoce) convincila … l’Attilio l’è un bell’omm… al gha ‘na desena d’appartament! (via)

SCENA QUINTA

Elisa, Pina

Elisa             - (lasciando la finestra) mah! (sospirando)

Pina              - Hai sentito eh? Abbiamo l’Attilio a pranzo

Elisa             - (rassegnata) eh…ho  sentito…

Pina              - E…avrai capito cosa intendeva dire il papà

Elisa             - E, forse…che lo sposassi

Pina              - E tu?

Elisa             - Ma mamma, neanche in fotografia!

Pina              - E io non posso che darti ragione

Elisa             - Mamma abbiamo sopportato tutto, ci siamo sottomesse a tutte le idee giuste o strane di papà, ma per il mio avvenire… Senti mamma, già che si vuol pensare al mio avvenire è meglio che parli…(guarda alla finestra)…son qui!(gioisce)…no, niente (delusa)

Pina              - Ma…Elisa, aspetti qualcuno?

Elisa             - Si mamma …(gioiosamente)… oggi arriva l’Arturo

Pina              - (stupita) l’Arturo Venuti?

Elisa             - Sì

Pina              - Ma l’era minga a Buenos Aires?

Elisa             - Si, arriva oggi con l’aereo. Anzi, doveva arrivare, un’ora fa. Pensa mamma che da un momento all’altro l’Arturo può essere qui…(trepidando di gioia) Quattro anni che non lo vedo e tra poco potrò vederlo, parlargli…

Pina              - Ma… dimm un pù. Non era tutto finito tra voi?

Elisa             - Per voi doveva essere finito tutto ma… tra me e l’Arturo, no. Noi abbiamo continuato a scriverci e a volerci bene  anche se così lontani. Sì mamma, e ora che sai come la penso, ti pare che possa anche solo sentir parlare di quello stupido… che con i suoi quattro soldi… mi capisci mamma?

Pina              - Figurati se non ti capisco… ma… el tò pà?

Elisa             - Se allora ho taciuto…. oggi (va alla finestra ed esultante si volta) oh, è qui…son qui…oh è lui! Mamma come sta beene!

Pina              - (andando anche lei alla finestra) oh, l’avarìa  nanca  cognossù!

Elisa             - Oh, mamma si è tagliato i baffi, sta ancora meglio vero?

Pina              - E chi gh’è insèma?  (non sa)

Elisa             - E’ la Chiara

Pina              - E ‘l Francesco. E quell’alter sciur, quel giuvin, chi l’è?

Elisa             - Mah? Oh mamma, senti come mi batte il cuore…

Pina              - E credo! Batte anche a me. Entrano?

Elisa             - Sì, sono entrati nel portone…mamma…gli vado incontro

Pina              - No Elisa, c’è in casa il papà, potresti rovinare tutto!

Elisa             - Oh mamma! Quanto gli voglio bene!

SCENA SESTA

Felice, Elisa, Pina

Felice            - (che sarà entrato in tempo per ascoltare le ultime parole della figlia) ebbene? Cosa sono queste espansioni?

Elisa             - Niente papà

Felice            - Niente? Niente... e ti asciughi gli occhi

Elisa             - Ma no, macchè

Felice            - Perché te diset de no? E che male c’è? Quand ‘na tusa si commuove è segno che è di animo gentile. Ma cosa gh’è?

Elisa             - Ma niente…

Felice            - (rivolto a Pina) parlato?

Pina              - Eh! Altro che!

Felice            - Ma sa capiss, hinn i piccul cunsulaziun che tanti volt fan piang

Pina              - Ma làsala stà un pù tranquilla, che l’è no ul mument de dì scemad

Felice            - Quand che parli mì, disi scemad?... Se gh’è success?

Pina              - L’è success che la stà minga ben, quindi l’è inutil che te vet adrèe a…

Felice            - Un pader, un bun pader, non deve lesinare dimostrazioni di affetto per i suoi figlioli

Pina              - E sì, perché le dimostrazioni di affetto custen nagott

Felice            - E custa nagott anca ricevere di tant in tant una quai bona parola cunt un pù de grazia. (suona il campanello) ecco l’è arrivà l’ Attilio

Pina              - S’el gh’è al vedum

Felice            - (a Pina) parlato ?

Pina              - Sì, sì t’al disi dopo (dall’ingresso giungono le voci di Francesco e Chiara)

Felice            - Chi l’è?

Pina              - La Chiara e ‘l sciur Francesco, ma par

SCENA SETTIMA

Chiara, Elisa, Francesco, Felice, Pina

Chiara           - (entrando) disturbiamo?

Elisa             - Macchè, anzi!

Francesco     - (entrando anche lui) buongiono a tutti…e tu amico bello non t’impressionare perché non sono qui per pranzare. Dunque niente paura

Felice            - Del resto, se ti vuoi fermare, indua ghe n’è par cinq, ghe n’è anca par ses

Francesco     - E bravo Felice! Non voglio mica fare la fame: alla tua tavola quando tu dici che ce n’è per cinque vuol dire che ce n’è appena per tre

Pina              - Su, non mi faccia arrossire

Francesco     - E’ lui che voglio far arrossire, quell’avaro lì! … E adesso una buona notizia. Bisogna che ti prepari ad offrire un buon pranzo all’Arturo, il tuo vicino, che torna dall’America

Felice            - (stupito) l’Arturo al vegn indrèe da… e quand l’è ch’el turna?

Francesco     - Già tornato, è entrato in casa da un quarto d’ora

Felice            - Davvero?

Chiara           - Si Felice, e anzi, vorrebbe venire a salutarvi

Felice            - (scosso dalla notizia) e come no? Ma farìa piasè, propri tanto

Chiara           - Grazie Felice, anche perché vorrebbe presentarvi il figlio del suo principale, un argentino, un giovane simpaticissimo

Felice            - Sì, sì, piacere, propri un gran piasè… ma noi…fra poco si va…ma par no l’ura…

Francesco     - Ma fatti coraggio che non vengono qui per mangiare, di là c’è un pranzo da ambasciatori

Felice            - Bene, bene, mi fa tanto piacere… e suo fratello cosa ci faceva laggiù?

Chiara           - Oh, dice che si è fatto una di quelle posizioni!

Francesco     - Va a toccare centinaia di milioni, quel giovanotto lì

Chiara           - Mah, so che è dipendente della  famiglia Mendoza

Francesco     - Esportatori di lane e carne, non si scherza!

Felice            - Bene, ma fa piasè… ma el ven chì par restà o…?

Chiara           - Purtroppo no. E’ qui per affari e per vederci, starà qui quidici giorni, un mese…

Felice            - (parzialmente sollevato) bene, bene? Ma fa propri un gran piasè. Ma come mai mi savevi nagott del suo arrivo?

Chiara           - Noi lo sapevamo, ma siccome aveva scritto di non dire niente per fare una sorpresa ai conoscenti, così…

Felice            - E va ben, ma un’eccezione per noi, visin de cà…

Chiara           - E già ma… (campanello)

Francesco     - Visite

Elisa             - (prontamente si avvia) vado io.

Felice            - (fermandola) abbiamo la serva per aprire, e pagada ben

Elisa             - (non sa resistere e va verso la porta di fondo mentre sul limitare compare Arturo seguito da Mendoza. Erminia che li ha seguiti si allontana)

SCENA OTTAVA

Arturo, Elisa, Francesco, Felice, Pina, Mendoza

Arturo          - (commosso, tendendo la mano ad Elisa che la stringe) Elisa!

Elisa             - Arturo!

Arturo          - Come stai?

Elisa             - Bene, e…lei

Arturo          - …tu! Siamo amici, ci siamo sempre dati del tu e…

Francesco     - E allora continuate a darvi del tu

Arturo          - Signor Felice, signora Pina (stringe la mano anche a loro). Non potete credere quanto sia contento di trovarmi qui, tra voi

Felice            - (squadrandolo) e bravo, ti sei fatto un uomo…

Pina              - E che bel giuvinott!

Felice            - (sottovoce alla moglie) l’è la bellezza dell’asnìn. Anca mi quand s’eri…

Arturo          - Grazie signora, permettono? Il signor Carlos Mendoza

Mendoza      - (a Felice) senor…(con leggero accento spagnolo)

Felice            - Felice. Felice mi chiamo e felice sono di fare la sua conoscenza

Mendoza      - Io anche senor. Il mio amico mi ha molte volte ablado de usteded e non mi sarebbe stato difficile riconoscere la signora Pina e la signorina Elisa, fra molte altre senoras

Arturo          - Don Carlos sarà l’erede della prospera industria paterna, un patrimonio di centinaia di milioni

Felice            - Sunt anmò pussèe cuntent (gli si avvicina, torna a stringergli la mano ed accenna anche un inchino)

Francesco     - Non gli creda, questo qui si inchina solo ai suoi milioni

Felice            - Tas, spiritus. In quanto ai milioni, quelli, in qualsiasi manera te giret ul mund, sono degni del più grande rispetto

Francesco     - E lui se ne intende, perché, anche se non sembra, è milionario anche questo bel cosino qui

Felice            - Al g’ha voeia da scherzà,…. qualche soldo sì, ma miserie

Francesco     - Appartamenti, azioni, titoli di stato, altro che!

Felice            - Calunnie, calunnie. Al g’ha cunfidenza cunt mì e così…capisce…se n’approfitta caro signor…

Arturo          - Mendoza

Mendoza      - (porgendogli il suo biglietto da visita) ecco permette senor …

Felice            - (prendendo il biglietto e mettendoselo in tasca) calunnie, caro signor Mendoza, si vive alla meglio, cunt sacrifizi, economia, la cà è in affitto (fa un gesto circolare) l’è minga mia (accennando a Francesco) siamo suoi inquilini, come la famiglia del so amis. El padrun? Tel chì, Francesco. Lu sì ca gha n’ha de danèe

Francesco     - E chi dice di no! Ma il mio si vede, mentre lui lo tiene nascosto, ne ha dei sacchi!

Felice            - Sì, da strasc

Mendoza      - Me gusta como lo descrive el senor Francesco…e la invito ad ablare el suo dialetto che compriendo perfettamente. Me desculpo piuttosto per il mio italiano poco corretto…l’ho imparato più che a scuola, a orecchio, assistando - se dise così? - agli spettacoli di prosa delle compagnie italiane,… muy bonito!

Felice            - E anch’io l’italiano che parlo meglio l’è l’italian de vares, al parli fin da quand seri un bagai … comunque se podi fa un quaicoss

Mendoza      - Seguramente! E como no. Me necessita un consiglio senor Felice. Sono venuto a Varese per un affare importante. Arturo mi ha detto della sua grande esperienza nel commercio e che è un grande conoscitore della piazza. Pertanto le sue indicazioni mi saranno di grande utilità (frattanto fanno coppia insieme Pina e Francesco, Arturo e Elisa. Felice parlando con Mendoza dà inquiete occhiate alla figlia)

Felice            - Mi metto volentieri a sua disposizione

Mendoza      - Muy bien, e quando usted potrebbe accordarmi una media…una mezz’ora de tiempo?

Felice            - Mi sunt in cà tut ul dì… anca incoe s’el voer, dopo mesdì, dopo pranzo… prima al mangia a cà sua e poe… al vegn chì…

Mendoza      - Mucias gracias…molte grazie. Verremo a molestarla. Dunque…abbiamo gran fretta, i giorni contati e in poco tiempo dobbiamo regolare todo…tutto. Vi ringrazio moltissimo. (ad Arturo) mi sono messo d’accordo con el senor per esta tarde, questo pomeriggio. Ora possiamo togliere l’incomodo

Elisa             - Così presto? Restate ancora un po’

Arturo          - Dobbiamo andare, ci vedremo più avanti (campanello)

Francesco     - (a Felice) ancora? Non è,  che te lo consumano a forza di suonarlo…

Felice            - Sarà l’Attilio

Francesco     - Tuo cugino?

Felice            - Eh sì, al vegn chì a fà penitenza (intende pranzo)

Francesco     - Questa volta l’hai detta giusta: penitenza. Ma non è detto però che tu la faccia fare anche ad Elisa eh? Allora è deciso: l’Elisa viene di là con noi

Elisa             - Ma… il papà non vuole

Francesco     - Tua figlia ha bisogno di cambiare aria, amigo!

Felice            - Questa tusa la stà benissim a cà sua

Francesco     - Sei un testone

Erminia         - (entrando) signori gh’è chì el sciur Attilio

SCENA DECIMA

Attilio, Felice, Pina, Arturo, Mendoza, Elisa, Francesco

Attilio           - (con un mazzo di fiori)  buon giorno signori

Felice            - Vieni, vieni Attilio, te credevet che serum già a tavola, ma tra du minut ghe saremm. L’è stai che… te presenti el sciur Mendoza de Buenos Aires, el sciur Arturo, fradell della Chiara che te cognosset. Quest chì l’è ul me cusin Attilio Macchi (saluti reciproci)

Attilio           - Felicissimo, hu tardà un pu par andà a cumprà sti fiur…ma, ul fatt l’è che sa pò pù cumprà nagott

Felice            - L’è un bel gesto ma…

Attilio           - E qui, conosco le usanze… e poi erano anche un omaggio a… (intendendo Elisa)

Pina              - (togliendogli la parola di bocca) li mettiamo in acqua (va a metterli ne vaso che è sulla credenza)

Attilio           -  E’ un presente per…

Felice            - Sì sì, va ben. Ma n’altra volta invece d’un maz da fiur, sarìa mei un maz d’asparg da Cantell

Arturo          - Bene, noi ce ne andiamo

Mendoza      - A esta tarde senor Felice

Felice            - Sì ma no trop tarde però

Arturo          - Ciao Elisa

Elisa             - Ciao

Francesco     - Buon appetito

SCENA UNDICESIMA

Erminia,Felice,Elisa, Attilio, Pina

Erminia         - (apparecchia con malagrazia. Felice preoccupato che si rompa qualcosa)

Felice            - Oh, dunque Elisa, mì me metti chi, là la mama e ti…

Elisa             - No papà, abbi pazienza, ma non mi sento tanto bene e quindi domando scusa…ma…(fa l’atto di andare)

Felice            - Incoe? Propri incoe che gh’è gent: par che t’el fet apposta!

Elisa             - Ma no papà! Mi sento davvero poco bene e qui, il signore, non deve pensare che…

Attilio           - Ma le pare Elisa, se si sente male!

Felice            - Sarà… ma dispias perché l’Attilio…

Pina              - Eh pazienza, faghi ti un pù da cumpagnia, mì accompagni l’Elisa nella sua stanza e poe…

Felice            - Anca ti?

Pina              - Del rest l’è colpa tua. Avel savù prima, gh’avarìum dì da vegnì un alter dì

Attilio           - Casomai podi turnà  un’altra volta

Felice            - No no, va ben incoe, t’el set ca gh’emm da parlà de…(rivolto alla figlia) sperèm che ta passa all’isvelta st’indigenstiun, g’hu da parlà cunt tì, figlia bella!

Elisa             - Va bene papà, va bene…

Pina              - E allora andèmm Elisa, e vialter mettevas pur a tavola: mì vegni appena pussibil

SCENA DODICESIMA

Erminia, Felice, Attilio

Erminia         - (entra per portare il mestolo, c.s.)

Felice            - Ah sti donn, hinn la me disperaziun (accorgendosi della presenza di Erminia) ah tì, tant che te se’chì, te già buttà la pasta?

Erminia         - La sarà anca prunta (si avvia per uscire)

Felice            - Ecco come sa fa a trasà la roba

Erminia         - Perché?

Felice            - Dato che gh’è ‘na bocca in meno, sa pudeva ‘duprà meno pasta

Erminia         - Pudevi no insugnamel, …ormai…

Felice            - Come “ormai”? Ormai nagott, sa va de là e sa leva ‘na purziun, mezza cotta e mezza cruda, e la sa tegn lì par duman, no “ormai”!

Erminia         - E sta ben, vado ad eseguire l’ordine. Mi l’avvisi però eh, che se gha passa per ul cò da famala mangià a mì stasìra, gha disi subit che mì la ciapi, e la sbatti giò in curtil, inscì saràn cuntent i gatt

Felice            - Sarebbe a dire?

Erminia         - Sarebbe a dire che mì da curobbia na mangi no, e poe l’è mei parlà ciar. Mì pussèe tardi, finì da lavà i piatt, taj la corda

Felice            - E avresti l’ardire da lasàm inscì, su due piedi?…

Erminia         - O du o quatar, chì sa po’ pù viv, e per quatar franc…

Felice            - Hu capì, anmò la storia di quatarcent franc…

Erminia         - Macchè quatarcent franc, se mai l’è par i sescentmila franc: fossero almen un miliun sa supporta e via…

Felice            - Un miliun? Ta pretendet un miliun al mes?

Erminia         - E a Natal la tredicesima

Felice            - E a Pasqua la macchina noeva!

Erminia         - E allora mì vu via

Felice            - Innanzitut te me da dà i vott dì

Erminia         - Vott dì? Ma nanca vott ur! Signore, l’ha anmò nanca da capì che sunt stufa

Attilio           - Otto giorni sono d’obbligo

Erminia         - L’ha parlà ul prufessur

Felice            - Insomma l’è el tò duver damm el temp par cercà n’altra domestica, va ben? Femm ‘na roba: ta du indrèe i to quatarcent franc e te restet per vott dì

Erminia         - Ghi a regali i so danèe! … Tri dì, resti anmò tri dì, ma lo faccio per le signore, solo per le signore, intendiamoci! Si mettano pure  a tavola

Felice            - E grazie! E tira via quella purziun, che se te la mangiet no tì, un quaivun la mangiarà… sa capissum?

Attilio           - Che tempi!

Felice            - Mah! … vist ma l’è crudada, però? Intant par tri dì la va minga via, e poe…

Attilio           - …ma sì, qualche liretta in più…

Felice            - Una quai parola ben detta, e quella la va no!

Attilio           - E’ inutile, non c’è più servizio

Felice            - Servizio?!… a gh’è pù da fedeltà, gh’è pù da religiun…tutta gent mercenaria che serve dumà par interess, gent che la ved dumà i danèe. (preoccupato) te gh’et fam Attilio?

Attilio           - (sbocconcellando un pezzo di pane) e insomma…a règula... Perché ta dispias?… Giusto Felice, dimm un pù. Te gh’et semper quel  vinell ch’el va giò tant ‘me l’oli?

Felice            - Eh, altro che… famm un piasè,… fas no cattà via però. Vurarìa savè se quella purziun l’ha levada. Te set, ma piasarìa no passà par scemo

Attilio           - Lasa fa a mì (cautamente va alla porta della cucina e sbircia dentro). Noialtri non siamo di quella razza,…… me ciapen minga in gir (esce)

Felice            - Ben detto! (rapidamente afferra la brocca dell’acqua e la versa in quella del vino, riempiendola)

Attilio           - (rientrando) fatto, è stata agli ordini

Felice            - Grazie Attilio!…

Attilio           - Eh…: nun semm no gent che te po’ daghi da bee ‘na roba par un'altra…

Felice            - Precisamente…(prendendo la bottiglia e versandogli in vino)… un gutìn? Un gutìn da quel bun?

SIPARIO

ATTO SECONDO

Stessa scena due ore dopo

SCENA PRIMA

Pina, Attilio, Felice

(sono ancora tutti e tre seduti a tavola, che è ancora apparecchiata con sopra la bottiglia del vino quasi

vuota, i bicchieri, la fruttiera con alcune arance e bucce d’arancia nei piatti)

Pina              - (alzandosi) bene sciur Attilio, s’el permet vu de là a vidè se l’è drèe a fa l’Elisa

Attilio           - Vada pure Pina, e la gha disa che ma dispias che l’hu vista inscì poc e che…

Pina              - Sì sì, al sarà par un altra volta

Felice            - Noo, sarà per più tardi, quand se sarèm mettù d’accord par ben

Pina              - (preoccupata) va bene va bene, con permesso (esce da destra)

SCENA SECONDA

Felice, Attilio

(una pausa durante la quale restano tutti e due immersi nei loro pensieri)

Felice            - (alzando il capo) e il caffè? … te bevet ul caffè, Attilio?

Attilio           - Se t’el bevet tì… dì da no sarìa…(lo berrebbe volentieri)

Felice            - Ma mì intant… al bevi mai. L’è no che ma dispias, anzi, ma t’el set… al ma ruga un pù trop i nerv,  e ma fa perd quella calma necessaria per regulass semper alla giusta manèra

Attilio           - Eh, disi minga de no ma…

Felice            - Cosicchè, in cà mia, sa beev ul cafè d’orzo. Costa meno e ta ruga no i nerv. E tì, minga par datt un consiglio, te duvarìa rinuncià

Attilio           - Sì, ma quand che me capita ‘na tazzina di buon caffè, e a gratis…

Felice            - Ah, in quel caso ma tiri no indrèe…nanca mì

Attilio           - Si ma, a mi ul cafè d’orz,…. ma par pussèe l’acqua di piatt che…

Felice            - E te diset ben! Cià allora lassum perd ul cafè, na ciapum no… (tempo) Attilio…un sigaro… ma di quei…un’avana?! (con grande magnanimità)

Attilio           - Se g’hu da dì? …ma intendèmas…sarà minga della stessa fabbrica dul cafè? (ride falso)

Felice            - E allora “attendez monsieur” (si alza, toglie da un taschino del panciotto un mazzetto di chiavi legate con uno spago e va alla credenza)

Attilio           - Roba regalata, vero? (con ironia)

Felice            - (ha tolto da un cassetto una scatola e viene verso Attilio) tucc i ann un mè currispundent da Cuba me ne manda ‘na scatola  come  questa. L’ann passà al s’è minga ricuardà ma…

Attilio           - …capito

Felice            - (porgendogli la scatola) allè! Senza cumpliment, va chì …che bellezza da sigari! L’è un delitto fumarli! Dumà a guardai e usmai, vun al resta suddisfà

Attilio           - (che ha allungato la mano, si ferma con la mano a mezz’aria) ma g’hu da ciapàl o no?

Felice            - Te voeret fam un tort?

Attilio           - No no (ne prende uno e lo odora) che fragranza! … Te gh’et rasun, l’è un delit fumàl (fa il gesto di metterselo nel taschino della giacca)

Felice            - Voeri un pù vidè! Mò che te l’è ciapà te devet fumàl. ….Te gh’et un zufranell?

Attilio           - No, gha n’hu mai… fumi no!

Felice            - E nanca mì… Te ghe n’et propri no? (gli porge la scatola dei sigari quasi ad invitarlo a rimetterlo dentro)… semmai al fumarem pussèe tardi…

Attilio           - Aspetta un pù che se me sbai no…(si fruga nelle tasche)…ah sì, t’el chì vun

Felice            - Daghi foeg, e al profumo dell’avana, parlarem della nostra faccenda eh?

Attilio           - (accende il sigaro) parleremo…(tira una boccata mentre porge il fiammifero a Felice perché accenda il suo, in modo da consumare un solo fiammifero)… e definiremo (altra boccata)… uuh che bontà…celestiale…

Felice            - (che intanto avrà acceso il suo) che fragranza eh? …e mò (vanno a sedersi sul divano) sa disum tut quel ca gh’emm da dì, da buoni amici. Parla parla che t’asculti (seguita a fumare con regolarità e tra una tirata e l’altra tiene il sigaro con due dita e la punta rivolta verso l’alto)

Attilio           - (cercando le parole) sarìa pussèe giust che te parlàsset tì… ma…ma voeri dì ‘na roba…ecco, te me capisset Felice… vurarìa savè da precis se la tò tusa l’è disposta…

Felice            - Attilio, s’el fudess minga inscì, ta pararìa che te sèret chì a mangià alla mia tavola e a fumà i me sigari?…(rapito)… che aroma sto sigaro! …parla parla che t’asculti…(tira qualche boccata di fumo una dietro l’altra senza economia mentre resta in attesa che l’altro parli)

Attilio           - (attende anche lui che felice chiarisca il suo pensiero) parla, parla tè Felice

Felice            - No, la parola,  la va sempre prima  al pretendente

Attilio           - Abbi pazienza se insisto, ma mì credi che come pader te dovarìa vess tì ul prim a parlà…

Felice            - Ma mì g’hu nagott da dì, e poe chì sa tratta no da dì, l’è ‘na questiun da cifre, no da paroll

Attilio           - D’accordo, allora ghe pensi su para un minut

Felice            - Pensa quant che te voeret, che mì aspetti (un silenzio durante il quale si osservano attentamente)

Attilio           - (si accinge a parlare, poi si trattiene e non dice nulla)

Felice            - (subito) eh?!…

Attilio           - Niente. Perché te tègnet ul sigaro cunt el foeg in aria?

Felice            - Te da fastidi el me sigaro?

Attilio           - No, l’è inscì par curiosità .

Felice            - Ebbene…intant che te penset a quell che te gh’et da dimm, ta cunti su la faccenda del foeg.

                     Tenendo il sigaro a stà manèra abbiamo meno tiraggio, quindi… più lenta combustione… meno perdita di fumo, ergo! … più lunga durata di accensione. Cunt quel sistema chì ma dura un para d’ur, quando invece tenedolo…

Attilio           - Te set tant ‘me i donn: te ne set vuna pussèe che ‘l diavul (mette anche lui il sigaro nella stessa posizione) meno tiraggio… più lunga durata!

Felice            - Da mì gh’è semper un quaicoss da imparà. E mò te podet  parlà

Attilio           - Gh’è minga bisogn da parlà, basta un’ugiada (solleva una mano indicando “cinque” e la scuote due o tre volte sotto gli occhi di Felice)

Felice            - (osserva il movimento, sorride, solleva a sua volta la mano ma indicando solo “tre”)

Attilio           - (insiste ma con meno vigore di prima)

Felice            - (torna a mostrare le tre dita)

Attilio           - (arrendondosi) accettato

Felice            - Ma fa piasè che sa capissum anca senza parlà. Dunque d’accordo, trenta miliun e na parlum pù

Attilio           - D’accordo Felice

Felice            - Na roba però…mì intendi no separarmi dalla me tusa, ghe voeri ben. Tì te vegnet a sta chì cun nu, e femm ‘na famiglia sola

Attilio           - L’idea l’è no grama ma voeri no gravà in su i spes

Felice            - La convenienza, semmai la da ves reciproca. Mì e la me mièe, tì e la tò mièe, du e du fan quatar, diviso due… alla romana, ghe semm? (come al solito)      

Attilio           - Gh’è nient da dì, te set un maestro (suono di campanello, Erminia passa)

Felice            - Oggi parlo cunt i donn

Attilio           - L’è mei che mì sia minga chi, g’hu giust di cummissiun da fa

Felice            - Va ben, poe te fet un pass e… (entra Francesco dal fondo e i due si voltano a guardarlo con un atteggiamento sorpreso e comico insieme)

SCENA TERZA

Erminia, Francesco, Felice,Attilio

Erminia         - Qua, si accomodi, l’è lì…(via)

Francesco     - (si ferma sulla soglia e osserva i due con un sorriso canzonario, poi scoppia a ridere) salve Felice!…Buongiorno bel giovane..!

Felice            - (alzandosi) a ghe basta  rid par vess cuntent!

Francesco     - Uomo allegro il ciel l’aiuta

Attilio           - (accomiatandosi) bene Felice, a più tardi

Felice            - Intesi

Attilio           - (a Francesco) arrivederci

Francesco     - Sua signoria…(ride ironico)

Attilio           - Salute Felice (via)

SCENA QUARTA

Felice, Francesco

Felice            - E tì cosa… (sottintende vuoi?)

Francesco     - Dunque, io sono qui per aumentarti l’affitto. (subito) scherzo Felice!…(ride)

Felice            - Va ben, ma  fan pù da chì scherz lì. Tì basta fa ‘l stupid, come quand te set entrà: rid sulla faccia della gent

Francesco     - Gente? Quale gente? Voi non siete gente, siete due avari

Felice            - In sustanza, mi sarìa un avaro perché hu savù guadagnà e mett da part  un quaicoss, avaro perché sun vegnù su dal nient, hu calculà il valore del soldo e l’hu fai fruttà? Avaro perché hu lauraa ‘me’n can per tutta la mè gioventù e, ancora nel fiur di ann, serà denter, dì e nocc in uffizi par vess indipendent?

Francesco     - Ma a cosa serve tutta questa ricchezza se nessuno la può godere?

Felice            - Godere?! Se mangia, se bev, se spend…e giò la vanga, inscì dopo bignogna mettas a drèe a tirà la carètta

Francesco     - E vorrei vedere! Ma dare qualche soddisfazione in casa… e non ostacolare nei suoi sentimenti tua figlia

Felice            - Ah, ecco che ghe semm!… Ah ecco il motivo della visita …dì de no?

Francesco     - Son venuto apposta, e allora?

Felice            - E allora mì ta disi ‘na roba sola: il cuore di mia figlia è libero

Francesco     - Felice, scemo non sono e nemmeno voglio passarci…cosa viene a fare qui tuo cugino?

Felice            - Perché, cosa ghe sarìa da mal?

Francesco     - Oh, niente, solo che faresti di tua figlia una disgraziata

Felice            - Son affari che casomai ta riguarden no

Francesco     - Mi riguardano invece, perché è una questione di sentimento. Tu lo sai che alla tua famiglia voglio bene, e voglio particolarmente bene a tua figlia, all’Elisa

Felice            - E va ben, voer dì che quand sarà ul mument, te ghe lasseret l’eredità

Francesco     - Senti Felice, non è il momento di dire scemate, ma di pensare bene a quello che fai…

Felice            - Tutto stabilito, tutto calcolato. Un bel dì l’Elisa, tra i mè e quei del sò marì, la sarà ricchissima, e quest l’è semper stai el mè sogn. Par lee hù laurà, par lee hù risparmià, e ‘l me cusin l’è l’omm che gha voer. In di man di un alter i mè danèe farìan ‘na brutta fin, in di sò, no!…

Francesco     - Mi fai compassione. E poi, se lo vuoi sapere, la tua Elisa è già innamorata di qualcuno che non è tuo cugino

Felice            - (con tono sommesso) di quel che l’è rivà dall’alter mund, no?

Francesco     - Precisamente

Felice            - Eh!… stamattina quand l’hu vist, hu sentì subit avvicinarsi un nemico

Francesco     - Nemico? (suono di campanello, Erminia passa) sarà lui, col signor Mendoza…non ti dico altro: con un rifiuto puoi far morire tua figlia, pensaci. Io vado di là con quelle povere donne (si avvia verso l’uscita di destra.)

Felice            - (sbarrandogli il passo) l’è minga il cas

Francesco     - (garbatamente si fa il passo) Non te la porto mica via! (entra nella camera)

SCENA QUINTA

Erminia, Mendoza, Felice, Arturo

Erminia         - Signori, si accomodino…(sul fondo compaiono Mendoza e Arturo)

Mendoza      - (avanzando tendendogli la mano) senor Felice…

Felice            - (si ricompone e va incontro ad Mendoza)

Mendoza      - Ho subito abusato della vostra cortesia; como vedete non ho perdido tiempo

Felice            - Cosa dice, sono a sua disposizione

Mendoza      - E’ con me anche il mio amigo Arturo, perché ha qualcosa da chiedere pure lui, ma …non commerciale

Felice            -             Anca lu, sciur …

Mendoza      - Sono al corrente de todo, di tutto: egli mi confida ogni cosa

Arturo          - Siamo come due fratelli

Felice            - (con una punta di ironia) sarà anca ‘na bella roba che un impiegà sia in cunfidenza cunt el so cap, ma…

Mendoza      - Egli ha saputo conchistare, conquistare, el nostro affetto e non sappiamo fare a meno di lui, di Arturo…

Felice            - Ma fa piasè, al g’ha avu ‘na bella fortuna!... Bene, in cosa posso…

Mendoza      - Ecco, si tratta della compera da parte nostra de un aereo por el trasporto della nostra merce, de proprietà della Hermanos… Fratelli Bertoni spa

Felice            - Conosco, brava gent. Gent che l’è bona da fa el so mistè ma…

Mendoza      - Muy bien! Vedo che usted può esserci di grande utilità

Arturo          - Te l’avevo detto Carlos che il signor Felice ha le giuste conoscenze

Felice            - Eh, hu passà quarant’ann a trafficà cunt mezz mund…quindi l’è questiun da pratica. Ben ch’el me disa

Mendoza      - Questo apparecchio ci è stato offerto e conosciamo le condizioni, ma per telefono non era possibile concludere. Sono venuto per visitarlo, ma desidero essere accompagnato da una persona competente. Puede usted indicarme esta persona?

Felice            - Eh altro chè!…(riflettendo) gha sarìa lo Stefano Motta… o mei anmò l’Ugo Piffaretti, un vero esperto, come si dice. E se lu al dis da cumprà, al pò cumprà a oecc serà. Ghe va ben?

Mendoza      - Vede como usted rende subito facile la cosa: resterò molto riconoscente

Felice            - Come al restarà?

Mendoza      - Muy riconoscente!

Felice            - (sorridente) al voer dì che se farà l’affare, al ma darà una piccola…chì sa usa…gh’el disi perché sa usa…una piccola mediazione

Mendoza      - Oh bien, seguramente!

Felice            - (gli batte una mano sulla spalla) l’hu dì tan par dì ma…va ben, restum d’accord inscì

Mendoza      - O no, non dubita che prenderò in conto il suo interessamiento

Felice            - E quand al voer parlà cunt sti sciuri?

Mendoza      - Se possibile oggi stesso, subito

Felice            - Pussèe tard, adrèe i cinq ur, li troviamo 

Mendoza      - Muy bien e molte grazie. Questa è una fortuna che ci farà guadagnare tiempo, (rivolto ad Arturo) prevedo che concluiremo prima del previsto e che potremo fare una scappata a Roma per poi partire per l’Argentina. Potrei partire solo lasciando qui Arturo se, como spero, otterrà quanto unicamente l’ha spinto ad accompagnarmi in este viaggio…(allontanandosi dai due) Arturo, vuoi dire al senor Felice…

Felice            - Ghe semm

Arturo          - (impacciato) ma credo che il signor Francesco le abbia già detto qualcosa

Felice            - Sì sì, m’ha di… ma car ul me fioe

Arturo          - C’è qualche problema, signor Felice?

Felice            - Eh! …. Da problemi ghe n’è quant te ne voeret!

Arturo          - Quattro anni fa ce n’era uno solo: la mia condizione troppo modesta. oggi la situazione è diversa. (rivolgendosi a Mendoza) sono il vicedirettore della Casa Mendoza e da quanto mi è stato assicurato da Don Carlos, qui presente, e dal suo papà, potrò diventare azionista della    Ditta, vero Carlos?

Mendoza      - Verissimo. Arturo potrà formare una familgia mas decorosa, potrà mantenere la sua signora anche nel lusso

Felice            - La credo, (rivolto a Mendoza) può darsi, e ma fa piasè che tì Arturo in pochi anni… ti sei fatto una così brillante posizione ma…(cercando di ironizzare)

Arturo          - Signor Felice allora c’è qualche altro motivo che impedisce a l’Elisa di venire con me laggiù a dividere ….

Felice            - Ah, perché te gh’avarìa l’intenziun da purtala cun tì ?

Arturo          - Naturalmente, signor Felice la mia posizione è là, il mio avvenire…

Felice            - … la mia Elisa in America, luntan da mi?.... Impussibil (realizzando rapidamente)

Arturo          - E se venisse anche lei con la signora Pina, io sarei contentissimo

Felice            - Eh sì! Lassà ‘l me paes,… mi? No no, ma dispias ma  gha senti no

Arturo          - (accoratissimo) ma…dunque…

Mendoza      - Arturo, lasciami solo con lui

Arturo          - Signor Felice

Mendoza      - (fa cenno ad Arturo di andare via)

Arturo          - (esce abbattutissimo dalla comune)

SCENA SESTA

 Mendoza, Felice

Mendoza      - Mah, povero Arturo!…

Felice            - Ha sentito? Bella pretesa! Portare via mia figlia

Mendoza      - E’ il destino di tutti i padri

Felice            - Ma mì no…io non ho che quella, e quindi gh’è nagott da fa!

Mendoza      - Ma l’America non è più lontana come una volta, si va e si torna. Volendo potrebbe vedere sua figlia due, tre volte all’anno

Felice            - Sì, alla me età duvarìa mettas adrèe a fa ul cumess viaggiatur da chì all’alter mund?… son di quelle scampagnate che custen anca abbastanza care…Ghe n’è minga da prezzi pupular

Mendoza      - La potrà vedere mas…più raramente…

Felice            - Mì voeri vidèla tut i dì! A l’ha da sta cunt mì, in ca mia!

Mendoza      - Mi scusi ma questo è pretendere troppo

Felice            - Minga vera! …è il giusto. Ma come, dopo mila sacrifizi, mila privaziun, un bel dì t’arriva uno qualunque, ta la ciapa e ta la mena via… e per giunta te gh’et da daghi anca la dote a stu bel fioe…ma l’è giustizia questa?

Mendoza      - Ecco, en esto usted tiene ragione: la dote è una pessima instituzion

Felice            - L’è tant ‘me dì: ta du un tot perché te me disfescet  la  tusa… par fa inscì bisogna vess un pader cattiv

Mendoza      - Da noi, en Argentina, non c’è esto uso; non  si da la dote alle signorine

Felice            - Davvero non si da? …sa da minga la dote? Ma l’avevan dì che l’era un bel paes! (è rimasto molto colpito dalla bella notizia)

Mendoza      - Seguramente, da noi le segnorine ereditano solamente alla morte dei genitori, como i figli maschi

Felice            - E’ un’usanza sana… tut el mund duvarìa fa inscì

Mendoza      - Ed Arturo son certo che acasandose con Elisa, rinuncerebbe alla dote. Anzi egli, ricordando il suo rifiuto de quattro anni fa, era venuto con la ferma intenzione de rinunciare espontaneamente, per dimostrare che era capace di mantenere la sua segnora con i suoi mezzi

Felice            - (interessatissmo) ah sì?  Quel l’Arturo l’è un bravu giuvin eh… Adess… al m’ha metù ‘na spina in del coer… ma dispias davera… ma… ma se pò no, se pò no, car el me sciur. Oramai sa pò pù turnà indrèe. Sarìa un segreto, ma mì gh’el disi. L’Elisa è già promessa sposa… un mè parent che se la porta no in Argentina e che, anzi, al vegn a stà chì cunt nu

Mendoza      - Matrimonio d’interesse… è così. Cattivo affare per l’avvenire d’una segnorita…

Felice            - Eh, purtroppo chì gh’è no l’usanza del voster paes… ma… al resta tut chì

Mendoza      - E allora?

Felice            - E allora… ma rincres, ma per l’Arturo gh’è nient da fa (stringe le spalle)

Mendoza      - Si riparlerà di questo ancora, eh?

Felice            - Nanca ‘na parola, altrimenti ruvinum l’amicizia… gha l’hu dì perché al ma sta simpatic

Mendoza      - Eh tambien, usted, anche lei a me: persona muy simpatica!

Felice            - E allora? Andemm istess da sti sciuri?

Mendoza      - Naturalmente!

Felice            - Allora a i cinq ur passi mì a ciamala: brava gente

Mendoza      - La ringrazio, asta luego, a rivederla (avviandosi) Don Felice…

Felice            - L’accompagno, l’accompagno… (esce con lui dal fondo mentre da destra entrano Pina, Elisa e Francesco)

SCENA SETTIMA

Francesco, Felice, Elisa, Pina

Francesco     - No…no, per ora credi… ci vuole calma e nient’altro! …zitti che è qui.

Felice            - (entra dal fondo con le mani in tasca guardando in viso tutti uno per uno) umh! Vàrdei chì, gli associati, i carbonari, quei della congiura. Tucc cuntra de mi, vera? (a Francesco) e tì te set el cap della banda!

Francesco     - Intesi. Io sarò il capo della banda, e ora aspetto da te l’ordine per far attaccare la marcia nuziale

Felice            - Una marcia nuziale la suoneremo… vedarem par chi! A pruposit (rivolto ad Elisa) la t’è passada l’indipusiziun, bella tusa? Te set debole se ta vegn l’emicrania par ul prim che arriva dall’America, e tan par intendas, faghi sura ‘na crus, perché tì l’America ta la vedet no

Francesco     - (fa cenno ad Elisa di tacere) gli hai detto di no?!

Felice            - Eh!… un no senza replica!

Francesco     - C’era da aspettarselo!

Elisa             - Mamma! (si getta fra le braccia della madre)

Felice            - E già, lasi andà al trono del Signur la me tusa… In America la voer purtà!… Tant ‘me dì  da vidèla pù

Francesco     - Ed è per questo che rifiuti ? Va là che sei un bel papà! E dici di volerle bene? Sei un gran egoista… eccolo il tuo bene… (addita Elisa che piange abbracciata alla madre)

Felice            - (si avvicina alle due donne e pone una mano fra i capelli di Elisa) Elisa…

Elisa             - (scuote la testa senza rispondere)

Felice            - (ripete la carezza) Elisa!…

Elisa             - (staccandosi dalla madre) lasciami stare!

Pina              - Te la mazzet e poe te ghe fet i carezz… Te set pegg d’un cucudril!

Felice            - Ma a tì ta fà piasè che ta portan via la tò tusa ?

Pina              - Quello no. Ma la sua felicità la metto davanti a tutto. Io saprei restarmene qui a piangere

Felice            - E mì voeri no piang!

Pina              - E allora fem piang lè: anca luntan, una volta che fosse felice, duvarium vess cuntent anca nuu

Francesco     - Ben detto!

Felice            - Tì tas che nissun t’ha ciamà

Elisa             - Io l’ho chiamato. Mi vuole più bene lui che non è niente, che… (gli si avvicina come a chiedere protezione)

Felice            - Ta perdoni perché te podet no capì… non potete capire il bene che…

Francesco     - L’egoismo e non il bene. Tu a tuo cugino gli vendi tua figlia, ecco la verità

Felice            - Ecco invece dove vi sbagliate, perché sun mì che ghe du… che devi daghi la dote, perché in quel paes chì…

Francesco     - Una dote che sarà sempre meno di quello che ci mette tuo cugino. Quanto gli dai? …cinquanta, …sessanta milioni?

Felice            - E sunt minga scemo! Meno, meno (segna tre con le dita)

Francesco     - Davvero? Va là che ti ha messo nel sacco tuo cugino. E tu sei tanto scemo da pagare trenta milioni a quello stupido di Attilio, quando hai gratis due bei giovanotti? Quando hai gratis un giovane pieno di vita, che oltre a dare la felicità a tua figlia ti darebbe anche una fila di nipotini…

Felice            - Ecco, bravo: una fila di nipotini che podi vidè dumà in fotografia! L’è chì che ta voeri. Nove, ne voglio, ma chì, in gir a mì, a parlà la me lingua, no l’american. Chì, in gir a mi, quei che un dì saranno gli eredi della mia fortuna! E vialter vourì che i mè danèe, metù insèma a gocce di sangue, finissan in di man che mì nanca cugnossi? Matt! … si matt da ligà vialter!

Francesco     - Ma senti se son ragionamenti

Elisa             - E’ inutile. Lo conosco bene. Siamo al punto che i ragionamenti, le parole, non servono più… e allora…

Pina              - Elisa!

Felice            - E allora?

Elisa             - E allora, caro papà, io ti ringrazio di avermi allevata, cresciuta, mantenuta fino ad oggi…

Felice            - Hu fai el me duver

Elisa             - Ma da oggi, basta: fino ad oggi mi sono sottomessa alla volontà degli altri, ma da oggi sento il dovere…

Francesco     - Brava!

Elisa             - Va là, papà, che mi hai capito. Ho un’età da poter disporre e poter quindi sposare chi mi pare senza…

Felice            - Minga vera!

Francesco     - E come? La legge parla chiaro: diciott’anni…

Elisa             - E allora papà, adesso conosci la mia volontà: voglio – intendi? – voglio sposare Arturo Venuti. Anch’io ho un’anima, un cuore, un’esistenza, son tesori che sento il dovere di difendere e li difenderò fino alla morte (via)

Francesco     - Brava!

Pina              - Elisa!… (la segue)

SCENA OTTAVA

Felice, Francesco

Felice            - (si accascia su una sedia) tutti d’accordo!…hu capì, tutta un’associazione a delinquere!… la mè tusa la m’ha mai parlà inscì…

Francesco     - Perché non eravate mai arrivati a questo punto

Felice            - Nossignore, questa l’è no la mè tusa che la m’ha parlà. Intant che parlava me pareva che te parlavet tì

Francesco     - Io non ho fatto niente di più che darle ragione…

Felice            - E ora che hai ottenuto tanto, va via, lassum da par mì, voeri vidè nissun. Che se lo comprino da soli l’aeroplan. Che ma cercan pù

Francesco     - Avresti torto, questa è una faccenda che non ha niente a che fare con l’altra. Quando hai dato una parola… sentivo anche che parlavano di una mediazione per te… un buon affarista non deve ritirarsi

Felice            - Parlavan d’una mediaziun?… (subito interessato)

Francesco     - Eh! Se dico così…

Felice            - … semmai, propri per minga mancà da parola. Ma solo cunt ul sciur Mendoza, con l’americano vero, no con il falso. Và e… (suono di campanello)

SCENA NONA

Erminia, Attilio, Francesco, Felice

Erminia         - Sì, sì… ma gh’è anca ul sciur Francesco…

Attilio           - (che era quasi entrato) e allora semmai ritorno (fa marcia indietro e scompare)

Francesco     - (uscendo) no, no si accomodi, le lascio il posto, bel giovane!

Attilio           - (è rimasto molto male) l’ha parlà cunt mì? Bel giuvin, a mì?

Felice            - E chi se no? Vun, fin tant ch’al toe no mièe, l’è semper un bel giovanotto!

Attilio           - Bene, allora Felice… ghe semm?… ci siamo?

Felice            - O sì, una quai piccola difficoltà… ma piuttost…

Attilio           - Piuttosto!?…

Felice            - Piuttosto… gh’è na roba pussèe impurtant! Dunca: gh’è quel giuvin che t’e vist chì stamattina, l’Arturo…

Attilio           - Fratello della Chiara, de là…

Felice            - Propri quel…

Attilio           - Ebbene?

Felice            - Ebbene, nissun se l’aspettava, ma…, insomma… l’è arrivà apposta dall’Argentina par dumandà la mano dell’Elisa!

Attilio           - Oh!… A l’è mai pussibil? Così, tutt ‘an’tratt?

Felice            - O no, si conoscevano fin da ragazzi, quand l’è partì l’era già tiepido tiepido; la lontananza invece da calmal, la g’ha scaldà i fer anmò pussèe… e tel chì: l’è arrivà indrèe innamorato cotto!

Attilio           - Ah sì? E tua figlia?

Felice            - Oh, l’Elisa poverina ghe pensa nanca,… e poe la me tusa la fa quel che voeri mì!

Attilio           - A bene allora… E’ un po’ di paura che mi hai voluto mettere… e dimmi.. all’hombre, s’intende, te gh’et dì de no?

Felice            - La parola l’è vuna, g’hu dì che seri già impegnà cunt tì, che quindi… non c’era luogo a procedere !

Attilio           - Grazie Felice… te me capisset, ormai gh’avevi già fai cunt…

Felice            - Solo, peccato che gh’è ‘na differenza!…

Attilio           - ‘Na differenza!?…

Felice            - Sissignore… de là, l’Arturo, al ma fai capì che lu al sarìa dispost a spusala inscì, come Dio la fece, senza nanca un centesimo di dote. Penserebbe lui a tutto, par la cerimonia, par met su cà e anzi… al m’ha anca dì che al ma farìa un bel regal. Te me capisset, Attilio?

Attilio           - Davvero?… Felice, non avrai inteso male?

Felice            - Te capisset caro amico, che hinn ropp che ta fan ‘na certa impressiun! Sa la ciapa senza dote, quand tì, mo ma rigordi minga ben, s’era parlà d’un quaicoss (fa un cenno equivoco con le dita, prima ne solleva cinque, poi tre, e quindi due)

Attilio           - (timidamente alza tre dita) trenta Felice… trenta miliun. Non vorrai mica ritirarti?

Felice            - Attilio, la parola, ta l’hu dì a l’è vuna, e la differenza che ta disevi prima l’è questa: da trenta a zero. Gh’è ‘na bella distanza… gh’è l’oceano de mez, te me capiset, Attilio

Attilio           - Ma i patti son patti e la parola, Felice tì te l’et dì, l’è vuna!

Felice            - Eh, quel che ho detto ho detto!

Attilio           - (sollevato) ah!…

(pausa)

Felice            - Che giovanotto, che bel giovanotto si è fatto, eh?

Attilio           - Chi?

Felice            - De là, l’Arturo. Pratico, svelto… lì gh’è la sagoma del miliardario!…

Attilio           - Mah?!

Felice            - Mah!… ora, l’è no par dì, ma te me capiset Attilio, se gh’eran stai no quei parol tra nu, mi ta davi quasi ul cunsens. Ta set stai par tanto tempo libero, inscì abituà alla libertà, all’indipendenza, insomma… pensaghi sura… pensiamoci ancora

Attilio           - Mi par d’intendere Felice… vogliamo venire ad un arrangiamento?

Felice            - Che sarebbe?

Attilio           - In altre parole a ‘na riduzione; niente no… ma almeno…

Felice            - Parla, chissà che s’intendum, che andèm d’accord!…

Attilio           - Andèm giò (fa segno con due dita, per dire due e mezzo – intendendo venticinque milioni - ma Felice che prevede, lo precede) d…

Felice            - Des,  des miliun e va ben, l’è detto. Passa de chì fra un dì o du che parli cunt i donn

Attilio           - Ma intendiamoci Felice, non vorrei presentarmi e trovarmi ancora… le carte cambiate in tavola

Felice            - Attilio, l’hu dì: la parola l’è vuna!…

SIPARIO

ATTO TERZO

Stessa scena, tre giorni dopo

SCENA PRIMA

Pina, poi Felice

Pina              - (seduta accanto al tavolo) mah!…

Felice            - (entra, depone il cappello su una sedia, attenua la luce)

Pina              - Già di ritorno?

Felice            - Sunt stà in gir fin a trop… Chì?.... Novità?

Pina              - Niente

Felice            - L’Elisa?

Pina              - Sta mei…

Felice            - Eh, mah, dare tempo al tempo… g’hu bisogn da parlagh

Pina              - La da vegnì foera dalla sua stanza?

Felice            - La dev vegnì foera!

Pina              - Felice, ormai la s’è incuzzada… t’el set come l’è: è figlia di suo padre

Felice            - Quand la gavarà la me età la vincerà le. Mò voeri vìncela mì!… Che la vegna de chì le, mì de là, ghe vu no

Pina              - L’è tri dì che la met foera no ‘l nas dalla stanza, che la voer vidè nissun !…

Felice            - Passerà… passerà…

Pina              - Passerà? La to tusa, piuttosto che finire nelle braccia di quel che t’entendet tì, la sarìa bona de fa ‘na stupidada, un colpo di testa!

Felice            - Esagerada!… son passati i tempi romanzeschi in cui sa muriva per amore!

Pina              - Legg i giurnai, e ta vedaret che i tempi hinn semper istess

Felice            - Allora sa ved che la pianta di scemi l’è non anmò secada dal tutt

Pina              - L’è tri di che la mangia no

Felice            - Sciopero della fame, anche quella lì l’è vegia! A gh’è chi tira innaz par vint dì bevendo un po’ d’acqua minerale: cederà, cederà…

Pina              - Se l’arivarà proprio a quel punto cederà sì… ma semmai con l’Arturo

Felice            - Parlum pù da quell’omm eh?

Pina              - E allora parlum da quell’alter, del tò cusin

Felice            - Che è un uomo ragionevole, pensa che s’accontenta dumà da des miliun… Pensa, l’è quest’chì l’affare! Cunt dumà des miliun, accasiamo la nostra tusa e la tegnum semper in cà, sotto i nostri occhi. Le, i sò danèe e quei del sò marì… pensa che mì sunt un omm che pudarìa anca daghi cent miliuni de dote, e invece dumà des, l’è quest’chì l’affarone!…

Pina              - (in tono affermativo) des milioni. E all’Arturo, zero. Un affarone ancora più affarone, o no?

Felice            - Sì, zero, ma portandosi via la me tusa, che la var pussèe de centmiliuni. Se t’en diset de ‘sto affarone?… E poe basta, n’emm parlà anca trop. Vammela a ciamà

Erminia         - (esce dalla cucina scomparendo oltre la comune)

Pina              - Làsala in paas: casomai pussè tard

Felice            - G’hu bisogn da parlagh!

Pina              - E allora vai

Felice            - No, a l’è le che la da vegnì chì. Da chì a un pù gh’è scià l’ Attilio e… se vu mì de là al po’ vess pegg

Pina              - (avviandosi) e va ben Felice, ma promettimi da stà quiet (esce)

Felice            - (guarda la porta, pausa, si gratta un orecchio e mormora) uhm!… (poi si volta verso il fondo sul quale appare Chiara)

SCENA SECONDA

Felice, Chiara

Erminia         - (passa sul fondo per tornare in cucina)

Chiara           - Buonasera Felice

Felice            - Eh, ma pias la novità: ingresso libero. La crederà minga d’entrà in cà sua?

Chiara           - No, ma visto che c’era l’Erminia sulla porta mi son permessa… del resto non è neanche la prima volta!…

Felice            - Ben, che sia l’ultima. In questa cà gh’è bisogn da quiete, di silenzio, l’ha capì?

Chiara           - Mi manda via quando vengo per sapere della salute dell’Elisa?

Felice            - Non dico quello, intendi dì sulament che nissun a da vegnì chì a buffà sul foegh, a soffiare sul fuoco, per quel gh’è giamò la “cameriera”. Lasciate tranquilla mia figlia

Chiara           - Ma io non mai inteso?!

Felice            - Eh già, perché mì la sù no che la ghe dava corda!… L’è minga vera che la faseva la pustina tra ‘l so fradel e la me tusa?…

Chiara           - Quando lo si fa per il bene di due anime…

Felice            - N’è passada eh, da currispundenza?

Chiara           - Una lettera alla settimana, niente di più!…

Felice            - (sbalordito) per quattro anni?!… Un capitale di francobolli. Ecco le differenze sulla spesa, e mi, scemo, che pagavi, e giò danèe!

Chiara           - No, no, tranquillo: nella lettera che settimanalmente gli scrivevamo noialtri, gli mettevamo dentro il foglietto che scriveva l’Elisa

Felice            - Ah, meno male! A l’è stata ‘na relaziun epistolarmente economica. Ma anca lì inteso  gh’è scritto basta. Lo sa, vero, che l’Elisa ormai l’è promessa, quindi, per ordine mio e dello sposo ogni rapporto cunt la vostra famiglia la da finì

Chiara           - Beh, fin’ora non si può ancora dire, può nascere qualcosa di nuovo che…

Felice            - Cosa?!… cosa può nascere? Forse che tra la me tusa e el so fradell… (sta per andare fuori dai gangheri)

Chiara           - Ma no, cos’ha capito. L’Arturo è un giovane come si deve…

Felice            - Aah! (si rinfranca)

Chiara           - E tanto che, vedendo inutile ogni insistenza, ha preferito sacrificarsi e stamattina è partito ed ha abbandonato per sempre l’Italia

Felice            - Come?

Chiara           - E’ ritornato in Argentina

Felice            - Cunt el padrun? L’è partì anca el sciur Mendoza?

Chiara           - No. Lui ha ancora qualcosa da regolare, prima di…

Felice  -        -Ah, disi ben…(deve  dargli il…..come si usa)

Chiara           - Bene, io vado un momento a vedere l’Elisa

Felice            - Ma par no ‘l cas

Chiara           - Felice, l’Arturo mi ha pregato di portarle il suo ultimo saluto…

Felice            - E va ben, ma… poe la faga vignì chì l’Elisa!

Chiara           - Sta bene… (si avvicina alla porta della camera) sono io,  Chiara (la porta si apre e Chiara entra)

Felice            - Quei chi inn minga de cà van dentar e foera, e mì che sunt el papà… (scattando verso la comune, grida) Erminia… Erminia!… Erminia!!…

SCENA TERZA

Erminia, Felice

Erminia         - (arrogante) ebbene…

Felice            - Par intant smorza la lus in cusina

Erminia         - E par quest al m’ha ciamà?

Felice            - Per questo e per altro! Perché te fai entra quella donna?

Erminia         - Quale?

Felice            - La surèla de quel da là!

Erminia         - Oh signur, tutt stu fracass ! A l’è minga semper entrada?

Felice            - Beh, d’ora innanzi è proibito l’accesso in cà mia, par le e par tutt quei della so famiglia. Intesi eh? Se no te ciàpet la porta e ànda

Erminia         - Tutti i giorni novità: …oh pora mì… tutt i dì… tutt i dì… Che’l gha dagha l’Elisa a quel bravo giuvin de la …

Felice            - Anca tì te se mettet?

Erminia         - Ma tut el mund sa mettarà, minga dumà mì… Che’l’me daga trà a mì che sunt ignuranta. Sua moglie per sua figlia, sua figlia per il signor Arturo, mì per l’affare dul miliun, andèm via tucc, e lu al resta chì da par lu cumè un can… La truvaran in lecc mezz risciaa (scappa verso la cucina)

Felice            (rincorrendola) menagràm, lavapiatti… e smorza la lus!… (tornando su i suoi passi) intant el pussèe periculus l’è foera cumbattiment. (avvicinandosi alla porta) Elisa… Elisa… ‘ndèm, vegn chì da tò pader, che te voer ben… (bussa ancora) vieni nelle mie braccia! Tutto perdonato! (si allontana dalla porta) vieni dai, vieni nelle mie braccia…

SCENA QUARTA

Francesco, Pina, Chiara, Felice

Francesco     - (con le braccia conserte appare sulla soglia della camera di Elisa)

Felice            - (voltandosi) Tì?… te seret de là?

Francesco     - (chiude la porta della camera e si fa avanti incontro a Felice) pare!

Felice            - E si capisce! E l’Elisa?

Francesco     - Tua figlia sta benissimo

Felice            - Voeri parlagh

Francesco     - Quello sarà dificile

Felice            - Stemm a vidè che mò podi no parlà cunt la me tusa

Francesco     - Difficile… perché tua figlia di là non c’è

Felice            - Balle!

Francesco     - Verità. (torna indietro e spalanca la porta della camera di Elisa) và!

Felice            - (si precipita nella camera)

Pina              - (uscendo appena è entrato Felice, spaventata, con Chiara) e mò sciur Francesco?…

Francesco     - Mi lasci fare… forse si può anche dirglelo

Chiara           - (che è uscita insieme a Pina) sarebbe meglio dirglielo

Felice            - (uscendo non troppo alterato, perché pensa sia nascosta in un’altra stanza) dove l’è?

Francesco     - Dovresti fare troppa strada…

Felice            - Te voeret spiegà… te me voeret spiegà?

Francesco     - Senti, che poi alla fine, sei tu che l’hai voluto con la tua testardaggine… l’Elisa non c’è, tua figlia è andata con l’Arturo

Felice            - Po’ minga vess… cugnossi la me tusa

Francesco     - Ma innamorata no, tu non l’hai mai conosciuta

Felice            - Po’ minga vess, ta disi… hu capì (rivolto ad Chiara) l’è de là, in cà vostra

Chiara           - Gliel’ho detto: mio fratello è partito, e l’Elisa di là non c’è

Felice            - Vu a vidè (corre via mentre Pina e Chiara vorrebbero trattenerlo)

Francesco     - Lasciatelo fare che tutto cammina come deve camminare

Pina              - Sì, poe se la ciapa cunt mì

Francesco     - Perché? Lei Pina non ne sapeva niente di com’è la storia. Non ci sono qui io apposta? Tutta la colpa è mia, tanto ho le spalle grosse, e poi, a mali estremi, estremi rimedi. Piuttosto lei, Chiara, subito a casa mia e agli ordini…

Chiara           - (avviandosi verso la comune) subito. (bloccandosi sull’entrata) oh, è qui!

SCENA QUINTA

Felice, Francesco, Pina

Felice            - (entra mantenendosi ancora relativamente calmo, come è entrato, Erminia esce dalla cucina e passa senza fermarsi) parla, parla se te voeret no che ciami i carabinier (Erminia e Chiara sgusciano via insieme)

Francesco     - E parlo, ma per dirti quello che ti ho già detto: tua figlia è andata con l’Arturo

Felice            - Chiaro! Parla ciar!

Francesco     - Più chiaro di così. Caro amico, dato il tuo rifiuto draconiano, non c’era altra strada

Felice            - (sordamente) dove l’è?

Francesco     - Te l’ho già detto, con l’Arturo

Felice            - E tucc e du, dove a hinn?

Francesco     - Non troppo distante, Felice. E’ solo qualche ora che si sono imbarcati… (Felice ha un sussulto) …su un’automobile (guardando l’orologio). No veramente a quest’ora sono in sosta: sono andati a godersi un po’ di sole in Riviera

Felice            - Balle!

Francesco     - Balle? Come vuoi. Ti dico solo che se vuoi evitare lo scandalo basta un telegramma, è già pronto anche quello (estrae dalla tasca un modulo telegrafico, legge) “Arturo Venuti – Hotel Continental”– il paese non te lo dico – “do consenso, stop, tornate” firmato: “Felice”. Lo devo spedire? Intesi che la spesa del telegramma, la faccio io

Felice            - E’ la verità?

Francesco     - E’ la verità

Felice            - La dumandi no a tì… (indicando sua moglie) la dumandi a le, la madre dell’Elisa

Pina              - (sta per parlare poi dà un’occhiata a Francesco, allarga le braccia come a dire “è così”)

Felice            - Ecco cosa permette chi vuol bene a sua figlia!… la rovina e il disonore di una casa: questo l’è  to ben?

Francesco     - E non te la prendere con lei, che non c’entra per niente

Felice            - E allora cunt chì ma la devi ciapà?

Francesco     - Con te, amico, con te!

Pina              - Felice, ‘scultum…

Felice            - (più abbattuto che irato) ecco come si disonora una famiglia. El me nom sarà sulla bocca de tucc… “…la figlia di Felice Pedretti l’è scapada…”

Francesco     - (sventolando il telegramma) questo accomoda tutto. Devo spedirlo?

Felice            - Mai! Darù mai el me cunsens a un matrimonio cuntra la me volontà. Che ma vegnan dinanz ai oecc… (tenta una mossa, mentre Pina vorrebbe intervenire ma è trattenuta da un’occhiata di Francesco)

Francesco     - E come fanno… se non ricevono il telegramma non si muovono, anzi, proseguono, andranno a domandare il permesso al Papa…

Felice            - E allora da oggi par mì la me tusa l’è morta!

Pina              - (implorando) Felice!…

Felice            - Morta

Pina              - (scattando) E allora, quand l’è inscì, ghe sunt pù nanca mì, a vu in Argentina cunt la me tusa e tì te restet da par tì

Francesco     - Ed eccoti sistemato per tutta la vita

Felice            - Và pure, voer dì che te mantegnan lur. Mì ta mandi nanca cinq ghei sbusà. Resto solo

Francesco     - E stando così la pratica,  allora questo telegramma si può stracciare, no? (fa l’atto di stracciarlo)

Felice            - Strascial, ghe fu mì un alter telegramma

Francesco     - Quello te lo paghi tu

Felice            - “Arturo Venuti – Hotel Continental” (rivolto a Francesco) – el paes te ghel mettet tì – “giacchè hai preso figlia, stop, vieni prendere anche madre”. Firmato Felice, no! Felicissimo

SCENA SESTA

Erminia e detti, poi Attilio

(suono di campanello, passa Erminia, anche Pina si avvia verso la porta)

Felice            - E mò gh’è scià’ l’Attilio: vurarìa savè cosa ghe disi!

Francesco     - (ridendo) oh, capita in tempo… e, senti Felice, dopo l’irreparabile, non c’è altro che… e poi, chi ti autorizza a regalare quello che non ti appartiene? Bel commerciante che sei, se vendi quello che non hai… E adesso sbrigatela. Va là, a te non mancano le risorse. Liquida tuo cugino e io faccio ritornare tua figlia

Felice            - Ma il consenso mai!

Francesco     - Liquida l’amico e io batto il telegramma! Sta bene?

Felice            - Ma sulament par fala turnà indrèe, il resto niente. Vai!

Francesco     - E caro, a me non me la fai. Prima…

Pina              - E’ proprio lui, è qui

Francesco     - Andiamo, la condizione la sai… venga qua Pina (fa per portarla fuori)

Pina              - Pènsigh ben Felice, dì no quel che gh’è success

Felice            - Sicuro che gh’al disi, voeri che duman tut ul paes sappia cosa sà cumbina in cà del Felice Pedretti

Erminia         - (entrando) gh’è ’l sciur Attilio (accende la luce)

Felice            - Avanti, che lo faccio ridere (Francesco e Pina escono di scena entrando nella camera di Elisa)

SCENA SETTIMA

Felice,Attilio, Francesco che spia dalla porta scocchiusa della camera

Felice            - (rimasto solo, dà un’occhiata attorno e vede la luce accesa) e daghi con ‘sta lus! (gira l’interruttore e la scena rimane semibuia)

Attilio           - (appare sull’uscio di fondo introdotto da Erminia)

Erminia         - S’accomodi (ritornando a girare l’interruttore) ma guarda un pù, ma pareva d’averla pizzada (via in cucina)

Attilio           - Buonasera Felice

Felice            - Vieni, vieni Attilio (gli fa cenno che sieda sul divano, poi si dirige a spegnere ancora la luce) come se poe la pagass le

Attilio           - Ebbene? Allora Felice ghe semm? (lo osserva) cosa gh’è?

Felice            - (andando a sedersi vicino ad Attilio) e… gh’è, caro Attilio, che stavolta te set arrivà tardi

Attilio           - Te l’avevo detto che sarei ritornato…

Felice            - Te se arrivè tardi, capissam: tardi per lasciare… insomma che,…. ma dispias,…. ma non se ne fa più niente

Attilio           - E come? Te diset par scherz?… prima trenta, poe des e mò sa na fà pù nagott ?!…

Felice            - L’è no questiun de cifra, ma…

Attilio           - Non capisco

Felice            - Ecco… come podi dì… settiamoci giù Attilio (si siedono). Ta metti la questiun in termini commerciali. Son di quegli affari che van minga ben sia par quei che vendan, che par quei che cumpran, te capisset?

Attilio           - Mì no

Felice            - (prendendola alla larga) ecco, mettiamo che io ti abbia venduto della merce… vu in magazzin par caricà, e la merce… la gh’è pù: rubata! Ecco, tu constati il caso di forza maggiore, riscontri la mia buona fede, sa strascia ‘l cuntrat e… amici più di prima. T’è capì?

Attilio           - Mi pare. Ma un momento, cugino bello! Tì te me vendù la merce e non ce l’hai, cattiva amministrazione da parte tua, ma il danneggiato è il compratore. Un buon commerciante, se non vuole guastare il suo nome sulla piazza, cosa al fa? Acquista sulla piazza a qualsiasi prezzo e al ma cunsegna la merce: t’è capì?

Felice            - Ta capissi se sa tratta da cafè, da zucar, da bricol de sigaret, ma chì sa tratta della me tusa, sa tratta de merce che truvàla cumpagna, su no se ma spieghi… In breve, da quattro o cinque anni un tale,  al s’è impadrunì dul coer della me tusa. L’è lu che la fa caminà, batt e ribatt a suo piacimento, te capisset? E vess el padrun d’un coer d’una tusa… te capisset?

Attilio           - Eh, mì no

Felice            - (che sta per perdere la pazienza) ohei, te se gnuch eh? Essere padrone del cuore di una ragazza, voer dì vess el padrun dul rest de ‘sta tusa… annessi e connessi!

Attilio           - Ho capito. Vuol dire che c’è un altro. E chi l’è?

Felice            - E chi l’è… L’è l’Arturo, quell da là…

Attilio           - Ohè !… tutto bello, tutto fatto, ma mì g’hu la tua parola…

Felice            - …e quella tegnala! L’è la me tusa che podi pù datt, sunt restà cunt ul magazzin voei…

Attilio           - (imperturbabile) a l’è troppa comoda la sinfonia dul magazzin, intendiamoci, comoda par tì, ma no par mì

Felice            - Va là, Attilio, mò podi anca dital, l’è ‘na tombola che t’è guadagnà. Va su al Santuari della Madonna dul Munt, e portigh  un voto!… Pensa alla tò libertà, pensa ai tò danèe…! Che sa la ciapavi no anca mì, incoe sarìa stai ricchissim, invece, cunt tì g’hu no vergogna a dill,  tant te set un me parent, i disan che sunt un omm pien de danèe… e invece…

Attilio           - Cosa te me cuntet, mò?

Felice            - (accorato) la verità, Attilio… la verità

Attilio           - (con sufficienza) oh, figurèmas!…

Felice            - (fingendo sempre un maggior sconforto) da quand ma sunt ritirà dal cummerc, e l’è già un pù d’ann, le entrate si sono fermate, i spes hinn cressù e ‘l capital, pian pian, al sa deslèngua. Attilio, m’ann fai giugà in bursa!… Hu passà da chì mument… avevi fina pensà di rivolgermi a tì, ma poe ma sunt ‘rangià

Attilio           - Eh, ma davvero?! E mì che credevi…

Felice            - Eh!… Non è tutto oro quel che luccica! Donn che spendan, quattro bocche che mangian, si va di male in peggio… non so come farò… giusto per mia figlia… cunt tì, t’avarìa dì  tuscoss, te set un parent, t’avaria capì la situaziun, ma ‘n’alter?… Mah!

Attilio           - Mah!…

Felice            - A l’è inscì, tempi grami…

Attilio           - Felice, se posso…

Felice            - Ta voer vegnim incuntra cunt quaicoss?… no, no, la dignità, la dignità! (ripensandoci) magari… a suo tempo, te ghe fet un bel regalo all’Elisa

Attilio           - Quell l’è nanca ul cas da dill (si alza e tende la mano a Felice)

Felice            - Grazie Attilio, grazie (avviandosi con lui) t’accompagno

Attilio           - E, i miei rispetti alle donne (scompaiono tutti e due oltre la comune)

SCENA OTTAVA

Francesco, Pina, poi Felice, Mendoza

Francesco     - (uscendo dalla camera con Pina, ridendo) che birbante d’un uomo! Ancora un po’ che parlava, si faceva pagare l’assicurazione per furto subìto

Pina              - (sollevata) e noialtri vorremmo fargliela a lui?

Francesco     - Ormai, liquidato Attilio, abbiamo partita vinta!

Felice            - (che sta rientrando si ferma sul limitare della comune) alè! Mì hu fai, ma mò tocca a voialtri mantegnì la prumessa

Francesco     - (facendoglisi incontro e porgendogli la mano) Felice, sei stato all’altezza della situazione… qua la mano!

Felice            - (sulle sue) femm no discorsi inutili. Gha metti minga trop a sistemà anmò la partita

Francesco     - per l’amor di Dio, provvedo subito e più presto di quanto tu possa pensare! Pina… (strizzandole l’occhio e le fa cenno di seguirla: via tutti e due dalla comune)

Felice            - (andando a sedersi al tavolo) son ricatti, ricatti belli e buoni…

Francesco     - (dall’esterno, forte) sì… sì… s’accomodi… (rientrando e precedendo Mendoza) eccolo lì

Mendoza      - (piano a Francesco) siamo verso la soluzione

Francesco     - (anche lui sottovoce) non del tutto ma… (rivolto a Felice) vado per quell’affare Felice (via)

Felice            - Sì, sì, s’accomodi… (aspetta che Mendoza si sia seduto sul divano). L’ha sentì, l’ha sentì cosa succed in cà mia?

Mendoza      - Esta è un poco la storia de todo… di tutto il mondo, di tutte le famiglie, però è sempre bene quello che finisce bene

Felice            - Quell l’è da vidè

Mendoza      - Io ne sono sicuro, ma prima di tutto… (guardandosi intorno e notando la penombra in cui è avvolta la stanza)… usted tiene la luce guastata?

Felice            - Po’ vess! L’è mancada la curent

Mendoza      - Nell’abitazione del mio amico funziona e como qui no? (si alza e va a provare ad accendere. La luce si accende) vede?…

Felice            - Se ved che l’è appena riturnada

Mendoza      - Dunque, caro senor Felice, scusi che mi son permesso de disturbarvi por dire del risultato del negozio con la Fratelli Carcano

Felice            - Sì, sì ma capirà che mò g’hu alter par el cò

Mendoza      - Ma è anche mio dovere di informarla che un’ora fa è stato firmato il contratto; l’aereomobile è mio. Siccome si è interessato all’affare, volevo dimostrarle la mia gratutudine

Felice            - (cambiando tono, con falsa modestia) l’è no ul cas…

Mendoza      -No, caro senor Felice, la sua presentazione ha fatto che con facilità è stato possibile la conclusione d’un affare por noi muy interessante e ho pensato allora, senza offenderla, che potevo lasciarle un piccolo recuerdo. (estrae di tasca un astuccio e glielo consegna) permetta che me desculpe

Felice            - (apre l’astuccio che contiene un bellissimo anello con brillante, stupito) ma… a l’è vera?… è vero?

Mendoza      - (con un sorriso) eh!…me desculpe senor, ma…

Felice            - Eh, ma!… che me desculpe lu. Sa, mì l’hu dì subit che gh’avevi a che fa cunt, come sa dis di voster part… con un vero caballero! E mì cosa hu da dì: grazie!

Mendoza      - Gli affari sono affari

Felice            - La questiun l’è che mì el metti no da sicur! Quanto l’ha pagato? Minga per savè, ma ghe sarà denter un bel valur, o no, amigo? (scrollando il capo) che delitto! Averlo saputo…

Mendoza      -  Non è troppo soddisfatto, senor Felice?

Felice            - O no… altrochè!… Che me desculpe lei. Gha l’hu dì che l’è un perfetto caballero, quel che me pias no l’è quel da là, el so amis

Mendoza      - Porchè senor Felice?

Felice            - Porchè? E gha par un’azione da galantuomo portar via una tusa ad una famiglia onorata?

Mendoza      - Arturo è un giovane serio, io lo conosco, non può aver fatto questo

Felice            - E allora non conosce niente, perché l’è proprio quel che ha fatto

Mendoza      - Senor Felice, asseguro de no. Ho lasciato io Arturo, che sarà un’ora fa per fare acquisto de (accennando alla scatola dell’anello) piccolo ricordo y per andare in ufficio a ritirare ordini di mio padre

Felice            - Cus’è?!!!…

Mendoza      - Mi creda

Felice            - E… allora chì m’han imbruià!

Mendoza      - Questo può darsi

Felice            - E mi l’hu bevuda, tant ‘me un pessot!… Ma allora la me tusa… l’Elisa… (s‘illumina di gioia)

SCENA NONA

Francesco, Pina, Felice, Mendoza

Erminia         - (passa sul fondo mentre quasi contemporaneamente entrano gli altri)

Felice            - Ecco, si capisce che lu l’è chì

Francesco     - (ancora sull’ingresso della comune) calmati, che tua figlia non è molto distante!…

Felice            - Dove l’è?

SCENA DECIMA

Francesco     - (entra scortato da tutti gli altri compresi Chiara ed Arturo) eccola!

Elisa             - (staccandosi da tutti e correndo a rifugiarsi fra le braccia del padre) papà!…

Felice            - (che le era andato incontro anche lui, abbracciandola)Lisa!… (frattanto tutti gli altri, escluso Arturo, si complimentano fra di loro) te set stata cattiva, sai!…

Arturo          - (quasi supplicando) signor Felice…

Felice            - (con una brutta occhiata) cosa al fa anmò chì denter? (Chiara e Francesco calmano Arturo rivolgendogli un gesto come a dire: “sta buono, vedrai”)

Elisa             - (ancora abbracciata al padre) papà… (restano abbracciati)

Arturo          - Signor Felice se vogliamo essere sinceri, io ero contrario a tutta ‘sta faccenda, ma…

Felice            - E già (alludendo a Pina) vun al saveva nagott, l’alter l’era cuntrari, al sta chì a dumandà perdono, e mì fu la figura da rebambì

Francesco     - Prima non facevi un bella figura , ma adesso cominci a farla piuttosto bella, e poi se vuoi fare proprio un figurone, non devi far altro che unire queste due creature…

Felice            - Anmò! Ma come l’hu da dì che la me tusa l’ha da stà chì cunt mì?

Elisa             - Ma papà!…

Pina              - Ma Felice!…

Chiara           - Eh… ma allora…

Francesco     - (ad Elisa) è meglio che prendi il largo ancora, ma questa volta invece di nasconderti in casa mia, prendi sul serio il treno, o meglio ancora imbarcati con l’Arturo e col signor Mendoza…

Mendoza      - No, forse niente di tutto questo senor Felice; Arturo rimane in Italia. Non mette alcuna altra condizione?

Felice            - Che discorsi! S’el sa fermass chì, e con tutti i sistemi ch’emm dì, del voster paes…

Mendoza      - E allora (estrae di tasca due telegrammi, ne sceglie uno e lo porge aperto a Felice) vuole leggere? (tutti attorniano Mendoza, a soggetto)

Felice            - Ebbene… cosa gh’è? (è rimasto solo in mezzo alla scena con il telegramma in mano, legge ma non capisce) capì un quaicoss, denter chì!… (lo ripassa ad Mendoza e poi una alla volta tra le mani di tutti senza che nessuno ci capisca niente, finchè, buon ultimo, giunge in mano di Arturo)

Arturo          - (legge) apruebo tu resoluzion – stop – aunque sienta muchissimo separarme de Arturo – autorizite dejarlo direcion esa succursal condiciones cabladas… (commosso al massimo va ad abbracciare Mendoza) grazie, grazie Carlos… grazie…

Tutti             - (che suppongono, ma non hanno ancora la sicurezza di aver capito, a soggetto) ma… allora… ti pare che… può anche darsi… che…

Felice            - Mument!… che mì hu capì nagot!

Mendoza      - Es un regalo che ho voluto fare io a Arturo, una piccola grande sorpresa. Por la gestione delle esportazioni con il nuovo aereo intendiamo aprire un nuova succursale, propio qui

Felice            - ‘Na succursale, chì? L’uffizi gh’al prucuri mì, intesi?

Mendoza      - Ho chiesto l’autorizzazion a mio padre, e l’autorizzazion l’ho ricevuta media… mezza ora fa…

Tutti             - (grandi esclamazioni e segni di gioia)

Francesco     - Sei proprio fortunato, sai, ti vanno tutte come vuoi. Felice di nome, fortunato di fatto

Elisa             - E adesso papà?

Pina              - Felice…

Arturo          - Signor Felice. Ora non deve esserci più niente…

Felice            - Gh’è ‘n’altra roba!

Tutti             - Ohh!… (espressione di meraviglia e di protesta)

Francesco     - Sentiamo, cosa c’è ancora!

Felice            - L’Attilio… veniva a stà chì, cunt mì

Arturo          - Signor Felice, non cambio casa. Stiamo qui sullo stesso piano. Staremo di là

Elisa             - Papà  non c’è che un muro che  separa la tua dalla nostra casa…

Francesco     - Stop! Qui entra in scena il padrone dei muri. Vi do il permesso di aprire una porta nella tramezza che divide i due appartamenti. Ci siamo, Felice?

Felice            - Sì ma ‘l laurà t’el paghe tì, perché la porta l’è tua

Francesco     - Va bene, va bene…

Tutti             - (ridono felici e contenti)

Elisa e

Arturo          - (corrono ad abbracciare Felice)

Arturo          - Papà… papà!

Felice            - (bacia Elisa e poi Arturo) te set un bravo giuvin… l’hu semper dì

Francesco     - Dimmi un po’ amigo. Lui (indicando Mendoza) ha creato una succursale, io ho aperto una porta, e tè, avaraccio che non sei altro, niente, proprio niente?

Felice            - (dopo una breve riflessione, si toglie dal dito l’anello ricevuto da Mendoza e lo mette al dito di Elisa. Poi, strizzato l’occhio ad Mendoza) g’hu dai vint miliuni

Tutti             - (meravigliati) ohh!!!..

Felice            - (indicando Arturo) poi…

Francesco     - Bravo Felice, incominci a piacermi! La “pignasecca” incomincia a dare i pinoli

Tutti             - (fingendo di protestare) Era ora!

Francesco     - Cari miei, avreste dovuto vedere la scena tra lui e suo cugino… pignasecca e pignaverde…

Mendoza      - Questi due nomi proprio non li capisco

Felice            - Gha l’hu dì che g’hu dai troppa confidenza

Francesco     - Già, lei non può conoscere questi due personaggi. Pignasecca e Pignaverse erano due avari che cantò in rima un poeta dialettale, Martin Piaggio, e c’è un punto che và giusto bene per lui: … “cosa mai serve, o avari / ch’ammucchiate tanti danari / se bisogna che li lasciate?”

Felice            - … a la me tusa, semmai, li lasciavo… (indicando Elisa e Arturo) a loro!

Francesco     - E già, ma tu sei capace di morire quando loro saranno vecchi… e allora?

Felice            - E allora cercherò da murì alla svelta par faghi un piasè

Francesco     - (riprende la poesia) - “fanne parte finchè hai tempo / con giustizia a chi ne tocca / che così vivrai meglio / non morirai con un ratto in bocca

Tutti             - (ridono)

SCENA UNDICESIMA

Erminia e detti

Erminia         - (appare sul fondo con cappello, veletta e un fagottino in mano) signori… i miei rispetti

Pina              - Erminia… ma sul serio, intendi… Te vet via?

Erminia         - Che novità! Ghe la dumanda a lu, al signore, i tri dì hinn passà e mì…

Felice            - (fissando Erminia) vegn chì un pù

Erminia         - Ebbene?

Felice            - Se ta du un miliun, ta gh’et voeia da sgubbà un zic pussèe?

Erminia         - Eh, sciur padrun… se l’è par quel…coi tempi che corrono….

Felice            - E allora un milione , va ben? Va in cusina

Erminia         - Grazie sciur padrun… (via verso la cucina)

Pina              - Bravo Felice

Elisa             - Bravo paparino

Francesco     - Mi piaci sempre di più!

Arturo          - Qua la mano (gli stringe la mano)

Felice            - Gh’è nagott da dì eh? L’Erminia l’è ‘na donna che se lo merita…… Femm no ‘na cà sola? La serviss da là… e la serviss da chì: cinqcent gh’i a dù mì, cinqcent gh’i a dà lu (indica Arturo)

Francesco     - E lui ci guadagna un bel centmila! A l’è ‘na gran fortuna vess piocc!!!

SIPARIO

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