Ci ragiono e canto

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Ci ragiono e canto

Di DARIO FO

PRIMO TEMPO

Ogni canzone o frammento di canzone è sostenuta da azioni mimiche adeguate; gesti di lavoro o di danza, dai quali è nato il ritmo stesso delle varie canzoni, Questo vale per tutto lo spettacolo, dove sono pochis­simi i momenti scenici non «agiti».

All'inizio dello spettacolo la scena è deserta. A tre quarti sulla sinistra del palcoscenico sono disposte sei sedie in diagonale, a due a due. Dalla sinistra sul fondo, in fila indiana, entrano sei don­ne a passo lento. Ciascuna ha una chitarraa tracolla. Incoda alle donne entrano cinque uomini. Stringono nella mano destra un lungo bastone. Segue un chitarrista, Chiudono la sfilata i quattro cantori sardi. Tutti percorrono lentamente la scena cantando, poi le sei donne si staccano e vanno a sedersi sulle sedie a sini­stra. Posano le chitarre in grembo. I quattro cantori sar­di si allineano sul fondo del palcoscenico, al centro. Gli altri uomini si portano sulla destra formando un cerchio stretto, unendo i bastoni al centro.

Le dodici parole della verità

Canzone raccolta intorno a Torino, ma di origine bretone, composta a con­futare da parte dei cristiani il mito pagano del sole all'origine del mondo.

El prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Dui, la luna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Tre, tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Quattro, quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Cinque, cinq piaghe del Signur,

quatr 'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Ses, ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Sette, sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Otto, otto corpi santi,

sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l’è stait nost car Signur.

Nove, nove porte di Roma,

otto corpi santi,

sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la liina e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Dieci, dieci comandamenti,

nove porte di Roma,

otto corpi santi,

sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Undes, undes steile del sogno,

dieci comandamenti,

nove porte di Roma,

otto corpi santi,

sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea,

cinq piaghe del Signur,

quatr'Evangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Dodes, dodes Apostoli,

undes steile del sogno,

dieci comandamenti,

nove porte di Roma,

otto corpi santi,

sette sacramenti,

ses gai ca canto in Galilea.

cinq piaghe del Signur,

quatr'E vangelisti,

tre Re Magi,

la lüna e '1 sul,

ma '1 prim ca l'è stait an s'mund

l'è stait nost car Signur.

Traduzione (dell'ultima strofe): Dodici, dodici Apostoli, / undici stelle del sogno, / dieci comandamenti, / nove porte di Roma / otto corpi santi, / sette sacramenti, / sei galli che can­tano in Galilea, / cinque piaghe del Signore, / quattro Evan­gelisti, / tre Re Magi, / la luna e il sole, / ma il primo che è stato al mondo / è stato il nostro caro Signore.

Sun cuntent de vess al mund

Rielaborazione di Dario Fo. Canzone popolare lombarda raccolta nella campagna tra Cremona e Bergamo. In parecchi autori del Cinquecento (per esempio Ruzante) si ironizza sul fatto che, malgrado il mondo sia rotondo, nulla è cambiato. La melodia è di tipo ottocentesco.

Sun cuntent de vess al mund

da quand so che l'è rutund,

alegher alegher,

'me caminà suì veder,

sui veder a pé biott

tant che i sciur i fan nagott.

Sono contento di essere al mondo / da quando so che è ro­tondo, / allegri allegri, / come camminare sui vetri (cocci di vetro), / sui vetri a piedi nudi / mentre i signori non fanno niente.

I quattro cantori sardi si staccano dal fondo e vengono in proscenio cantando.

Consumando il canto, si spostano lentamente verso si­nistra, giungendo alle spalle del gruppo di donne sedute. Gli altri, uomini e donne, restano immobili nelle posi­zioni suddette.

Tibi

Canto sardo, con tema musicale di origine sacra.

Da cannu semmu nati illi campagni

travagghiendi versendi sinnò sangu cun suduri

 e li nostri gadagni so andendi

in busciacca di li ricchi sfruttaturi.

Da quando siamo nati nelle campagne / lavoriamo versando sangue con sudore / e i nostri guadagni se ne vanno / nelle ta­sche dei ricchi sfruttatori,

Le donne intonano, dondolandosi sulle sedie e cullando le chitarre come fossero bambini. Il movimento è legge­ro e dolce, le gambe delle sedie si sollevano appena dal suolo, le teste sono reclinate leggermente sulla spalla de­stra.

Il ritmo dei movimenti accompagna quello delicato del­la ninna-nanna.

Alla ninna-nanna rispondono gli uomini, con il canto dei «battitori di pali».

Nana bobò

Ninna-nanna raccolta a Chioggia.

donne

Nana bobò, nana bobò,

tuti i bambini dorme e Guido no.

Nana bobò, nana bobò,

tuti i bambini dorme e Guido no.

Dormi dormi per un ano,

la sanità to padre e poi guadagno.

uomini

E ieveremo             eheheh

la bandiera bianca       oh oh

bandiera bianca         oh ieh

è segno di pace          ohohoh!

E ieveremo    eheheh

la bandiera rossa   oh oh

bandiera rossa   oh ieh

è segno di sangue   ohohoh!

donna

E dormi dormi, bambin de cuna,

to mama no la gh'ela, la xe 'ndà via,

la xe 'ndà via, la xe 'ndà a Sant'Ana,

la xe 'ndà prendar l'acqua a la fontana.

 E la fontana non è minga mia,

la xe dei preti de Santa Lucia.

uomini

E leveremo             oh eh

la bandiera bianca       oh oh

bandiera bianca         oh eh

è segno di pace.        oh oh!

E leveremo            oh eh

la bandiera rossa        oh oh

bandiera rossa          oh eh

è segno di sangue      oh oh !

donna

Nana bambin, nana bambin,

e dormi dormi più di una contesa,

to mama la regina

to pare il conte,

to mare la regina de la tera

to pare il conte de la primavera.

Nanna bobò, nanna bobe, tutti i bambini dormono e Guido no i Dormi dormi per un anno, la salute a tuo padre e poi guadagno. // E dormi dormi, bambino di cuna, la tua mam­ma non c'è, è andata via, / è andata via, è andata a Sant'An­na, è andata a prender l'acqua alla fontana. / E la fontana non è mica mia, è dei preti di Santa Lucia. // Nanna bambi­no, nanna bambino, / e dormi dormi più di una contessa, / tua mamma è la regina / tuo padre è il conte, / tua madre è la regina della terra / tuo padre il conte della primavera.

Al termine di questa canzone, le donne intonano la

Ninna nanna a sette e venti

Ninna-nanna mugellana.

Ninna nanna a sette e venti

il bambino s'addormenti,

s'addormenta e fa un bel sonno

e si sveglia domani a giorno.

Nanna ieri, nanna ieri,

e le sporte non son panieri,

i panieri non son le sporte,

e la vita non è la MORTE           - ,

e la MORTE        -  non è la vita,

 la canzone l'è già finita.

La canzone l'è già finita,

la canzone l'è già finita.

La canzone l'è già finita.

I quattro sardi recitano la strofa seguente in italiano,

poi la cantano nel dialetto di Gallura.

E i nostri guadagni se ne vanno

nelle tasche dei ricchi sfruttatori.

E li nostri gadagni so andendi

in busciacca di li ricchi sfruttaturi.

I cantori sciolgono il cerchio, si dispongono in proscenio

e mimano il gesto dello zappatore usando il bastone

co­me fosse una zappa. Cantano

Sloica del delta padano.

A lavorar gh'andèm prima marina

a lavorar la tera par bonificarla

parche la daga pan

parche la daga pace

par 'sti putin ch'i possa cgnosar

cossa sia la vita.

A lavorare andiamo di prima mattina / a lavorare la terra per bonificarla / perché dia pane / perché dia pace | per questi bambini che possano conoscere / che cosa sia la vita.

I quattro cantori sardi riprendono a cantare «Da cannu semmu nati». Mentre continua il lavoro dello «zappato­re», uno dei cantori sardi si avvicina al gruppo dei lavo­ratori e canta

Curaggiu, bibinnaduri

Canto sardo di vendemmia.

Curaggio, bibinnaduri,

prestu e alzeti li mani,

siddera ppa li agghiani

la vigna punia fiuri.

 Coraggio, vendemmiatori, / presto e su con le mani che, se

fosse per le ragazze, / la vigna metterebbe fiori.

Finito il canto, il solista sardo torna accanto ai suoi com­pagni. I cantori zappatori si portano sul fondo palcosce­nico battendo i bastoni a terra, alternativamente a de­stra e a sinistra, a ritmo sostenuto. È il gesto di confic­care i pali nella terra per far buchi per le sementi. Can­tano

S'la tera cultivada

Stoica del ferrarese.

S'ia tèra cultivada

sapa, vanga e sugh ad brass,

vanga, badil,

perché '1 gal ha ciantà.

Sulla terra coltivata / zappa, vanga e sugo di braccia, / vanga, badile, / perché il gallo ha cantato.

Voce solista di donna;

So stato a lavorà a Montesicuro

Tipica melodia laziale. Queste melodie, sicuramente nate prima dell'Otto­cento, furono spesso assorbite dai grandi compositori del primo melodram­ma dell'Italia Centrale, come il Landi o il Cavalieri, che le trasformarono in «aria» o «cantata». Esse hanno quindi, come loro carattere precipuo, un sapore misto di classico e di arcaico.

So stato a lavorà a Montesicuro;

se tu sapesse quanto ho guadagnato

ce manca quattro pàvele a uno scudo,

Non posso di però quanto ho sudato:

so mezzo morto, me se schianta il core

e l'ànama me va per conto suo.

Mannaggia allora a quanno ci ho pensato

d'annatte a laorà ma a quel diserto

che p'arricchì 'n brigante so crepato.

Sono stato a lavorare a Montesicuro: / se tu sapessi quanto ho guadagnato / mancano quattro paoli a uno scudo. /| Non posso dire però quanto ho sudato: / sono mezzo morto, mi si

 schianta il cuore / e l'anima mia va per conto suo. / Maledi­zione allora a quando ho pensato / d'andare a lavorare ma in quel deserto / perché per arricchire un brigante son crepato.

Gli uomini a destra battono il tempo picchiando i ba­stoni per terra all'unisono.

Finito il canto solista, tutti in CORO         - eseguono

O Signur di puveritt

Rifacimento di Dario Fo. Tiritera lombarda. Dal punto di vista melodico il canto risente di influenze ottocentesche. Si tratta di melodia assai usata in tutta l'area lombarda.

O Signur di puveritt,

quel di sciuri gh'ha i curnitt,

alegher alegher,

che gh'è ancamò San Peder.

No San Peder el gh'è pù,

el gh'è pù gnanca Gesù.

O Signore dei poveretti, / quello dei ricchi ha le corna, / al­legri allegri, / che c'è ancora San Pietro. / No, San Pietro non c'è più, / non c'è più neanche Gesù.

Gli uomini si spostano a destra del palcoscenico. Dispo­nendosi in cerchio uniscono le cime dei bastoni, a terra, al centro del cerchio. Cominciano a girare tondo-tondo, dando cosi l'immagine di una grande macina in movi­mento. Il movimento prosegue fino al termine del canto.

           El vilano e el faraone

Parole di Dario Fo, musica lombarda del Quattrocento.

CORO            - donne

Gh'ho visto el faraone che el traversava

el deserto su un car,

su un caro con do rode:

CORO            - uomini

ma chi l'ha fabricade 'ste do gran rode

voria saver.

CORO            - donne

Un stregon l'avrà inventade

col diavol baratà.

 CORO           - UOMINI

Ma no, l'è stato un fabro

picando el fero a farghe i sercion:

doi pan gh'ha guadagnao.

CORO            - DONNE

Gh'ho visto la piramide e mila sciavi

tirar su i petron

col ziogo de balanza:

CORO            - uomini

ma chi l'avrà pensado 'sta gran paranza

voria saver.

CORO            - DONNE

El prevete l'avrà inventada

col diavol baratà.

CORO            - uomini

Ma no, l'è stà un vilano

con quatro pali che l'ha fabricà;

doi pan gh'ha guadagnao.

Ho visto il faraone che attraversava il deserto su un carro, su un carro con due ruote: / ma chi ha fabbricato queste due gran ruote vorrei sapere. / Uno stregone le avrà inventate / col diavolo barattate. / Ma no, è stato un fabbro I battendo il ferro per farvi i cerchioni; / due pani ci ha guadagnato. // Ho visto la piramide e mille schiavi / tirar su i pietroni col gioco di bilancia; / ma chi l'avrà pensato questo gran paranco / vor­rei sapere. / Il prete l'avrà inventato i col diavolo barattato. Ma no, è stato un villano / con quattro pali che l'ha fabbri­cato:  due pani ci ha guadagnato.

Gli uomini riprendono a mimare il gesto degli zappatori, mentre una donna, staccandosi dalle altre, viene in pro­scenio e canta

Guarda chi vita fa lu zappaturi

II testo è di Giuseppe Ganduscio che lo ha scritto rifacendosi alle frasi e ai modi di dire tipicamente protestatari dei cittadini (ad esempio: Guarda chi vita fa lu zappaturi; l'amu a cangiari sta sorti mischina), da lui uditi durante te le lotte politiche degli anni 1946-47; egli lo ha poi adattato a un canto di ringraziamento tradizionale dei mietitori, pubblicato nel Favara; Ora ch'avemu mangiatu e avemu vivutu.

Guarda chi vita fa lu zappaturi

chi notti e iornu suda e 'un avi locu,

parti di notti e torna a vint'uri

d'invernu all'acqua e d'estati a lu focu.

 Po' vidi c'a lu ventu s'affatica,

lu so travagghiu 'ngrassa li patruna,

di tanti gregni 'n ci resta na spica,

li so picciotti chiancinu diuna.

Guarda che vita fa lo zappatore / che notte e giorno suda e non ha pace, parte di notte e torna all'imbrunire / d'inverno all'acqua e d'estate al fuoco. // Poi vede che invano s'affatica, / il suo lavoro ingrassa i padroni, di tanti covoni non gli resta una spiga, / i suoi bambini piangono digiuni.

Terminata la canzone, la solista torna al suo posto.

Un'ALTRA DONNA            - viene avanti sul proscenio e grida:

«Ta­re, non ti ni jenne! » Quindi esegue la canzone

Tare, non ti ni jenne

Canto per la battitura del grano sull'aia, di Apricena (Foggia).

Taré, non ti ni jenne,

Taré, non ti ni jenne

a lu rosare.

Meché chiama Taresa,

Meché chiama Taresa,

tenimme lu grène 'n terre.

Facimme chi campa campa,

facimme chi campa campa

chi mora mora.

Tatà, je so turnète,

Tatà, je so turnète

a la fatiga.

Teresa, non te ne andare, / Teresa, non te ne andare al rosa­rio. // Michele chiama Teresa, Michele chiama Teresa, ab­biamo il grano in terra. // Facciamo a chi campa campa, / fac­ciamo a chi campa campa / e chi muore muore. // Tatà, io son tornato, Tatà, io son tornato al lavoro.

Gli uomini, sempre mimando il movimento degli zappa­tori, facendo perno sul primo a sinistra compiono un mezzo giro a raggiera portandosi in fila, faccia al pub­blico, al centro del palcoscenico. Qui giunti, fanno due

 passi indietro poi riprendono il movimento sul posto

mentre i quattro cantori intonano.

Il cantore dice, traducendole dal dialetto sardo,

le pa­role della prossima canzone,

Chiunque vinca

Due re si fanno la guerra:

dei due, chiunque vinca,

per noi non c'è vantaggio

che vinca Filippo Quinto o Carlo l'imperatore.

Carlo Marx più che convinto

ha detto ai lavoratori

se sarete tutti uniti

tutti e due li vincerete.

Quindi esegue sorretto dal coro:

Cassisia agghia vintu

Versione contemporanea di un canto sulla guerra di successione spagnola

(1700-14). L'imperatore Carlo VI e Filippo V sono infatti due dei protago­nisti

di questa guerra scoppiata alla MORTE    -  di Carlo II di Asburgo. Melodia

arabo-spagnola, con influenze classiche.

Cassisia agghia vintu

e ppa nui non va migghiuri

o sia Filippu Chintu o Carlo l'imperaduri

e Carlu Marx più cunvintu

dittu a li travagghiaduri

e si seti tutt'uniti

tutt'e dui li vinciti.

Chiunque abbia vinto, / Filippo Quinto o Carlo l'imperatore, / per noi non va meglio / e Carlo Marx più convinto / ha detto ai lavoratori: i se sarete tutti uniti, / tutti e due li vincerete.

A questo punto gli zappatori compiono un altro mezzo giro

a raggiera, facendo perno sul primo a destra, e si arrestano

allineati, faccia al pubblico, sul lato destro del proscenio,

tenendo il bastone in posizione verticale, conla mano sinistra.

Un'ALTRA DONNA            - si leva dalla sedia e viene in proscenio

cantando

 Iupartu e su custrittu di partir!

Canto d'addio dell'emigrante. Testo relativamente recente, adattato ad an­tico motivo.

Iu partu e su custrittu di partiri,

sciatu ti lassu stu cori custanti,

oi nella toi noi no,

oi nella toi noi no. (Due volte)

A tia lu lassu e nun mi l'ha a tradiri,

non fari ca lu affidi a n'autr'amanti,

oi nella toi noi no,

oi nella toi noi no, (Due volte)

Io parto e son costretto a partire, / fiato mio ti lascio questo cuore costante. // A te lo lascio e non me lo tradire, / non lo affidare a un altro amante.

Finita la canzone, la DONNA        - torna a sedere mentre il rit­mo dei bastoni si fa veloce, martellante.

Le donne con lo stesso ritmo battono i piedi a terra can­tando

Lu suldate che va a la guerre

Filastrocca usata dai bambini di Zaccheo (Teramo) per giocare alla carica­tura della quadriglia.

DONNE

Lu suldate che va a la guerre

magne e beve e dorme 'n terre:

nghe na bòtte de cannone

mbim bum bom

è fenite lu battaglione.

Il SOLDATO      - che va alla guerra / mangia e beve e dorme in ter­ra: / con un colpo di cannone / bim bum bom / è finito il bat­taglione.

Il ritmo dei bastoni e dei piedi si fa più veloce, poi si interrompe di colpo al termine della canzone, Gli uomini cantano immobili, mentre riprende sommes­so il battito dei piedi delle donne che al termine di ogni strofa attaccano in CORO     - il ritornello, mentre gli uomini tacciono.

 Fuoco e mitragliatrici

Questa lezione è stata raccolta da Roberto Leydi ad Alfonsine (Romagna). La melodia del canto, di cui sono state raccolte versioni più esplicitamente protestatarie, è quella di una canzonetta napoletana di Libero Bovio ed Ernesto De Curtis, pubblicata nel 1913 col titolo di Sona chitarra. È probabile che la canzone sia nata tra la fine del 1915 e l'inizio del 1916 e forse anche prima, come sembra potersi dedurre dalle località geografiche menzionate in questa e in altre lezioni. La «trincea di raggi» menzionata è probabilmente la famosa Trincea dei Razzi la cui conquista costo alla Brigata Sassari la MORTE    -  di circa i due terzi dei soldati.

UOMINI

Non ne parliamo di questa guerra

che sarà lunga un'eternità:

per conquistare un palmo di terra

quanti fratelli son morti già.

donne (in sottofondo)

Ticche ticche ticche ticche

simbre povere e mai ricche

e la guerre 'n te dà ninte,

te fa sole ji a muri.

uomini

Fuoco e mitragliatrici

si sente il cannone che spara,

per conquistar la trincea

Savoia si va.

donne

E t'arrimpeche a la trincee

ndè nu ranceche ammonto ppe lu mure,

oh sta vite quant'è dure,

è dure pure ppe muri.

uomini

Trincea di raggi, maledizione,

quanti fratelli son morti lassù:

finirà dunque 'sta flagellazione,

di questa guerra non se ne parli più.

O Monte San Michele

bagnato di sangue italiano, tentato più volte ma invano

Gorizia pigliar.

donne

Se te scoppie na granare,

na granare lo vecine,

 nen t'accite, o porco boia,

e la MORTE             -  è lente a venì.

Ticche ticche ticche ticche / sempre povero e mai ricco / e la guerra non ti dà niente, / ti fa solo andare a morire. // E ti arrampichi sulla trincea, / come un ragno che sale sul muro, / oh questa vita quanto è dura, / è dura anche per morire. // Se ti scoppia una granata, / una granata li vicino, / non ti uc­cide, o porco boia, / e la MORTE           -  tarda a venire.

Finita la canzone, due dei quattro cantori sardi, schie­rati dietro le sedie, avanzano. Uno di essi accompagna con la chitarra il canto dell'altro.

Avvidecci la me fata

Canto d'addio del SOLDATO      - (Sardegna).

Avvidecci la me fata,

tristu l'adìu ti dogu,

di nu paltendi sogu

incelta è la me turnata.

Arrivederci mia fata, / triste l'addio ti dò, / di nuovo me ne parto / e incerto è il mio ritorno.

Alla fine del canto, il primo UOMO            - a destra fra quelli schierati in proscenio esegue il grido della «lizza delle Apuane», grido ritmico di lavoro dei cavatori di marmo. Tutti gli uomini alzano insieme il bastone, lo fermano un attimo al di sopra delle proprie teste per poi abbat­terlo con forza in avanti, come un lungo e pesante mar­tello.

Il grido - cui fa eco la risposta corale degli altri cava­tori - e il gesto costituiscono un tutt'uno armonico e in­divisibile. Il grido, così come il canto, nasce dal movi­mento compiuto dal lavoratore, lo segue, ne sottolinea i tempi. L'espressione vocale è la diretta conseguenza del gesto, il ritmo e le cadenze del canto sono stabiliti dal ritmo e dalle cadenze del movimento. Il grido e la risposta corale si ripetono diverse volte, poi un UOMO       - si stacca dalla fila e si dirige verso destra, can­tando

 Sono povero ma disertore

Questo canto sul disertore risale — è infatti spesso citato Ferdinando I d'Austria, che regnò dal 1835 al 1848 — alla prima metà del secolo XIX. As­sai diffuso e ancora nell'uso, fu cantato durante la prima guerra mondiale e, con un testo lievemente modificato, durante la Resistenza. Una lezione è ri­portata in Piero Jahier e Vittorio Gui, Canti di soldati, Sezione propaganda I Armata, Trento. Questa versione della Resistenza è stata riferita da Mario De Micheli.

Sono povero ma disertore

e disertavo per la foresta

quando un pensiero mi vien, mi viene in testa

di non fare mai più il soldà.

(Il cantore butta il suo bastone).

Monti e valli ho scavalcato

e dai fascisti ero inseguito

quando una sera m'ado-, m'adormentai

e mi svegliai incatenà.

Gli altri uomini seguono il cantore puntandogli il basto­ne contro le spalle, come fosse un fucile. Giunto all'estremità destra del proscenio, l'UOMO           - si arre­sta e canta una strofa da fermo.

Anche gli altri uomini si fermano, sempre col bastone puntato, per poi riprendere il passo alle spalle del diser­tore, all'inizio della strofa successiva. Camminano lungo il proscenio verso sinistra. Giunti al­l'altezza delle sedie si voltano e s'incamminano verso il fondo. Poi tutti compiono un mezzo giro a destra e si dirigono verso il centro. Qui giunti, gli uomini circon­dano il disertore sempre coi bastoni puntati. Tutti si fer­mano, mentre una DONNA           - si alza e viene in proscenio, a sinistra, cantando

Matri ch'aviti figghi a l'abbatìa

Canto dell'antico carcere di Palermo: la Vicarìa.

Matri ch'aviti figghi a l’abbatìa

nun li chianciti no ca su sarvati

chianciti chiddi di la Vicarìa

ca sunnu privi di la libbirtati.

 Matri ch'aviti figghi carzarati

iti a la Vicarìa e li viditi:

nui semu 'nt'a lu 'nfernu cunnannati

e vui matruzzi fora chi chianciti.

Madri, che avete i figli in convento / non piangete che son sal­vi, / piangete quelli della Vicarìa / che sono privi della li­bertà. // Madri che avete i figli carcerati, / andate alla Vicaria e li vedete: / noi siamo nell'inferno condannati / e voi madri fuori che piangete.

Terminato il canto, la DONNA         - torna a sedere. Gli uomini che circondano il disertore allargano le brac­cia unendo le mani tra loro e alzando verticalmente i pali a mo' di sbarre.

Abbiamo ora l'immagine di una cella di prigione. Dietro le sbarre sta il disertore che intona

O cancellier che tieni la penna in mano

Rielaborazione di Dario Fo su un testo politico polesano del secondo dopo­guerra. Il canto ha delle varianti di carcere. Caratteristico questo canto di banditi raccolto a San Pietro Capofiume (Bologna) da S. Ferrati (Canti po­polari di San Pietro Capofiume in «Archivio delle tradizioni popolari», '89 e '91); O cancellier che con la penna scrivi, \ o scrivi pure una condanna giusta; | ho doi pistòl ch'io tengo carghc a bala \ e una curtèla grida: — Scana, scana!

O cancellier che tieni la penna

in mano scrivi una letterina alla mia mamma.

Dille che son in galera per questa guerra,

per una guerra ingiusta m'han condannato,

per una guerra ingiusta m'han condannato,

dicon che son vigliacco, m'han fucilato.

La mia cella

Da una lettera di un condannato a MORTE      -  fucilato a Roma. Rielaborazione di Dario Fo.

La mia cella l'è un metro e quaranta

per due e sessanta, ci siam dentro in tre;

c'è soltanto una lampadina di notte, e di giorno

la luce non c'è.

Mamma ho fame, non mi dànno niente

soltanto le botte e l'acqua nemmen,

m'hanno dato un libro da messa e poi anche un prete

 mi vol confessar

ma io non voglio, non voglio pregar.

Ho capito che sono fregato

che tra mezz'ora sarò fucilato

mezz'ora nemmen,

mamma non piangere, son quasi contento,

mamma ti giuro che non ho spavento,

sto quasi ben, sto quasi ben.

Terminata la canzone, l'accerchiamento degli uomini si rompe e la cella immaginaria si apre. Il disertore esce e gli altri uomini, imbracciando nuova­mente i bastoni come fucili, lo spingono a destra, verso la metà del palco.

Qui si arrestano. Gli uomini puntano i bastoni verso il disertore che volta loro le spalle, prendendo la mira. Una DONNA         - canta

Da piccola bambina avea imparato che c'era un Dio giusto fuor dall'inferno.

Ora si vede Iddio l'han scambiato e messo banche e ladri a ogni governo.

Rielaborazione di Dario Fo di un canto anarchico dell'Ottocento.

Le donne lanciano un grido. Il disertore cade a terra con un gran tonfo.

Cosi rimane il popolo ingannato

d'estate sta nel gelo come a inverno

Mentre Dio ci descriveva «non ammazzare»

oggi vediam la gente

a macellare.

 Le donne si alzano, si dirigono verso destra, in prosce­nio. Giunte all'altezza del morto, si fermano facendo gruppo, alcune in ginocchio, altre in piedi. In CORO            - into­nano

Figghiu sciatu meu!

Repitu. Lamento funebre siciliano di antichissima origine.

Figghiu, sciatu meu!

figghiu, galofaru meu!

comu mi lassasti! sciatu meu!

comu haju a fari, sciatu meu,

sciatu meu, sciatu meu, sciatu meu!

sciatu meu, o sciatu meu!

Sciatu meu, o sciatu meu!

Figlio, fiato mio!  figlio, garofano mio! / come mi lasciasti! fiato mio! / come devo fare, fiato mio! fiato mio, fiato mio! fiato mio, fiato mio!

Sul lamento si innesta un'altra voce femminile

Mare maje

Unodei più antichi lamenti funebri conosciuti in volgare.

Mare maje, e scure maje,

tu si MORTE          -  e io che fazze?

Mo me sciatt'e trecce 'n fazze,

mo m'accede 'n coll'e taje.

E mare ma' mare ma' mare maje,

e scure ma' scure ma' scure maje,

mo m'acce' mo m'acce' mo m'accede 'n coll'e ta'.

Dolente me, e scura me, / tu sei morto e io che faccio? / Ades­so mi straccio le trecce in faccia, / ora mi uccido sopra di te. // E dolente me,... / e scura me, ora mi uccido sopra di te.

Al canto solista risponde il CORO    - delle donne. Finito il canto, le donne tornano alle sedie. Cullano nuo­vamente le chitarre e cantano

 Oh veni sonnu di la muntanella

Antica ninna-nanna di Bagnara Calabra.

Oh veni sonnu di la muntanella,

lu lupu si mangiau la pecurella, o mammà,

oh la ninna vo' fa.

Veni sonnu di la landa mia,

lu me figghiolu muta mi vurria, o mammà,

oh la ninna vo' fa.

Oh vieni sonno dalla montagnella, / il lupo si mangiò la peco­rella, oh mamma, / oh la nanna vuole fare. // Vieni sonno dalla landa mia, / il mio figliolo muta mi vorrebbe, o mamma, / oh la nanna vuole fare.

Nel frattempo, il disertore fucilato si è rialzato. Tutti gli uomini si dirigono verso il fondo arrestandosi al centro, di spalle al pubblico. Terminata la ninna-nanna, si voltano di fronte e into­nano

Poca terra

Parole di Dario Fo, musica di Sergio Lodi.

Poca terra, tante pietre

insieme siamo andati ad occupare

coi nostri figli e le nostre donne;

ad aspettarci, con i fucili,

c'erano i carabinieri;

ci hanno sparato.

Ora l'abbiamo la nostra terra :

due metri per ciascuno

per farci seppellire.

All'inizio dell'ultima strofa si voltano e tornano verso il fondo, dando l'impressione di una piccola folla che se­gue un funerale cantando. A questo punto le donne, sempre sedute, intonano

 Eravamo in quindici

Eravamo in quindici,

siamo rimasti in dodici:

sette per fare la musica

e cinque per fare tapum.

Tapum tapum, tapum tapum,

Alla fine di Eravamo in quindici gli uomini si girano fac­cia al pubblico e vengono in proscenio cantando

Ascoltate, o popolo ignorante

Composizione da cantastorie.

Ascoltate, o popolo ignorante,

che della guerra notizie vi darò.

Se tutti quanti attenzione farete,

io tutti quanti, io pianger vi farò.

Una solista alzandosi intona

Bandiera rossa del partigiano

Parole di Dario Fo su musica popolare.

O mama mia sarè la porta

che non entri qui nessun,

voglio sembrare di essere morta

che vói pianger, che vói pianger qualchedun.

E mi vói pianger el mio moroso

che i tedeschi 'sti vigliacchi m'han copat.

Su la camisa gh'han fato un fiore

che l'è il suo cuore che a fusilade gh'han stcepat.

E scaveremo 'na fossa fonda,

ghe staremo dentro in tre;

bandiera rossa del partigiano

ed il mio ben, il mio ben in braccio a me.

O mamma mia chiudete la porta / che non entri qui nessuno, / voglio sembrare di essere morta, / che voglio piangere, che vo­glio piangere qualcuno. // E io voglio piangere il mio amoroso/

 che i tedeschi questi vigliacchi mi hanno ammazzato. / Sulla camicia gli hanno fatto un fiore / che è il suo cuore che a fucilate gli hanno spaccato. // E scaveremo una fossa fonda, ci staremo dentro in tre; / bandiera rossa del partigiano / ed il mio amore, il mio amore in braccio a te.

Tutti gli uomini escono di scena. Una DONNA       - viene in proscenio e canta

La tradotta che parte da Novara

La tradotta che parte da Novara

e va diretta al Monte Santo,

e va diretta al Monte Santo,

il cimitero della gioventù.

A questo punto, da sinistra, entrano quattro uomini che si appoggiano a stampelle e mimano il ritorno dalla guer­ra di soldati mutilati. Cantano

Chi chi-inscì

l'è semper festa,

tirullallera

tirullallà.

Quaggiù / è sempre festa.

Ogni strofa della solista sarà cosi commentata dai cantori-soldati in congedo.

Sulle montagne fa molto freddo

e i miei piedi si son gelati,

e i miei piedi si son gelati,

e all'ospedale mi tocca andar.

Chi chi-inscì

l'è semper festa,

tirullallera

tirullallà.

Appena giunto all'ospedale

il professore mi ha visitato;

o figlio mio sei rovinato

ed i tuoi piedi li dobbiam tagliar.

Chi chi-inscì

l'è semper festa,

 tirullallera

tirullallà.

E i miei piedi mi hanno tagliato,

due stampelle mi hanno dato,

due stampelle mi hanno dato

e a casa mia lor mi han mandà.

Chi chi-inscì

l'è semper festa,

tirullallera

tirullallà.

Appena giunto a casa mia

fratelli e madre compiangenti

e tra i singhiozzi e i lamenti:

o figlio mio tu sei rovinà.

Chi chi-inscì

l'è semper festa,

tirullallera

tirullallà.

Ho girato tutti i paesi

e tutti quanti ne han compassione

ma quei vigliacchi di quei signori

nemmeno un soldo lor mi hanno dà.

Gli uomini escono di scena saltellando sulle stampelle, mentre la solista torna al suo posto. Un'ALTRA DONNA             - can­ta con controcanto del coro.

Abballati abballati

Abballati abballati,

fimmini schetti e maritati,

e si 'un abballati bonu

nun ve cantu e nun ve sonu,

sciù sciù sciù quanti fimmini ca ci su.

Abballati abballati,

òmini schetti e maritati,

e si 'un abballati bonu

nun ve cantu e nun ve sonu,

sciù sciù sciù quanti

òmini ca ci su.

 Ce n'è quattro scafazzati

li facemu cu 'e patati,

ce n'è quattro ammacateddi

li facemu cu 'e piseddi,

sciù sciù sciù

quanti òmini ca ci su.

Ballate ballate, / donne nubili e maritate, / e se non ballate bene non canto e non suono, / sciù sciù sciù / quante donne ci sono. // Ballate ballate, / uomini celibi e maritati, / e se non ballate bene non canto e non suono, / sciù sciù sciù quanti uomini ci sono. // Ce n'è quattro schiacciati / li facciamo con le patate, ce n'è quattro ammaccati / li facciamo coi piselli, sciù sciù sciù / quanti uomini ci sono.

Sul fondo, intanto, si sono schierati i quattro cantori sar­di che dànno inizio al ballo tondo (ballo sardo). Avan­zano eseguendo un «passo-incrociato- puntato». Giunti a metà del palco, sempre eseguendo il passo, compiono un quarto di giro su se stessi ed escono a destra, schie­rati obliquamente rispetto al pubblico.

Ballo tondo

Tipica danza siciliana chiamata «chiovu». Antica e diffusa, è ancora molto conosciuta, anche se non più danzata. Si ballava nei cortili ed era propria delle donne.

Tutta la vita semu in da foresta

fora d'ogni 'ncertu umanu

ma gni tantu 'gnimu a dì di festa

e ballamu cu li agghiani mani a mani.

Tutta la vita viviamo nella foresta / fuori da ogni concerto (contesto) umano / ma ogni tanto torniamo nel dì di festa / e balliamo con le ragazze, mano nella mano.

Usciti i cantori sardi, una solista intona la canzone che segue, mentre tutte le donne mimano il gesto delle fila­trici.

E mi sont chì in filanda

Canto protestatario di filanda.

E mi sont chi in filanda

e spèti che ven sira

 ch'el mè muros el vegna,

ch'el me muros el vegna.

E mi sont chì in filanda

e spèti che ven sira

ch'el mè muros el vegna

per compagnarmi a cà.

Per compagnarmi a casa,

per compagnarmi a letto,

per fare un bel sognetto

e poi per fare all'amor.   (due volte)

E io sono qui in filanda / e aspetto che venga sera / che il mio amoroso venga, / che il mio amoroso venga. // E io sono qui in filanda / e aspetto che venga sera / che il mio amoroso ven­ga per accompagnarmi a casa.

Sempre ripetendo il movimento delle filatrici le donne cantano

Quando sento il primo fischio

Quando sento il primo fischio

il mio cuore comincia a tremar

e se sbaglio una sola volta,

e se sbaglio una sola volta.

Quando sento il primo fischio

il mio sangue comincia a tremar

e se sbaglio una sola volta

me la multa mi tocca pagar.

A la matin bonora

Canzone di filanda.

Ohi giovinotti cari

se vorì fare l'amor

andé da le filere lerà

no sté a guardarghe i color.

No sté a guardarghe i colori,

no sté a guardarghe le man:

 l'è il fum de la caldera lerà

che '1 dis che '1 ghe fa mal.

O giovanotti cari |/se volete fare l'amore / andate dalle filan­diere / non state a guardargli i colori. // Non state a guardargli i colori, non state a guardargli le mani: / è il fumo della cal­daia / che dice che gli fa male.

Terminata questa canzone entrano quattro cantori.

Per Santa Caterina dei pastai

Canto composto dal Gruppo padano di Piàdena (Cremona) su un fatto vero.

Per Santa Caterina dei pastai

il mio padrone ha fatto una bella festa,

il mio padrone ha fatto una bella festa

insieme a tutti i suoi operai.

Una bella festa tutta pagata

dalla minestra all'insalata

e alla fine della bella festa

una sigaretta... a testa!

(Parlato) Coda!

E alla fine della settimana

sulla busta paga abbian trovato

la trattenuta della bella festa,

una trattenuta... a testa.

Tutti gli uomini si mettono le mani in tasca e sfilano ver­so sinistra a passi brevi, cantando in coro, mentre le don­ne cantano solo il ritornello scandendo il tempo col bat­tito delle mani.

Eppure da un poco di tempo

Parole e musica di Dario Fo.

Eppure da un poco di tempo i padroni han paura,

eppure da un poco di tempo i padroni han paura.

Hanno fatto leggi loro

per la scelta dei delinquenti,

una religione loro con i vescovi dissidenti,

 hanno carceri e fortezze, hanno banche e uffici tasse, han cantieri e fonderie, hanno pure le opere pie. Eppure da un poco di tempo i padroni han paura, Hanno i loro poliziotti e gli dànno una miseria, una miseria e la galera se fan tanto di fiatare, hanno i deputati loro, quelli li paghiamo noi giornalisti di gran penna, han la libertà d'antenna. Eppure da un poco di tempo i padroni han paura. Han capito che stavolta la faccenda si rivolta, han capito che è cambiato, che è finito il gran mer­cato, non li salvano le bombe con le stragi nelle piazze né il processo rinsabbiato né inventar colpi di stato, Per questo da un poco di tempo i padroni han paura.

Gli uomini, sempre cantando, escono mentre una DONNA            - intona Batton l'otto. Le altre escono a sinistra portan­dosi via le sei sedie.

Batton l'otto

Canto socialista raccolto a San Giovanni Valdarno, centro di tradizione anarchica.

Batton l'otto

ma saranno le nove,

i miei figlioli

ma son digiuni ancora,

ma viva il coraggio

ma chi lo sa portare,

infame società

dacci mangiare.

Le donne rientrano. Si dispongono verticalmente al pro­scenio. La capofila intona Chi vene a laurà.

Le altre donne si uniscono al canto. Tutte mimano il ge­sto delle raccoglitrici di spighe.

La prima e la terza DONNA - si piegano sul fianco sinistro, le braccia compiono un semicerchio in alto e poi si ab­bassano fino a terra con movimento rotatorio.

 La seconda e la quarta DONNA   - eseguono lo stesso movi­mento piegandosi sul fianco destro.

Il movimento delle quattro donne è contemporaneo.

Quando le mani arrivano a terra, le donne raccolgono due immaginari mazzi di spighe, poi si rialzano e ripe­tono il movimento piegandosi sull'altro fianco.

Chi vene a laurà

Stornelli cantati durante la raccolta del grano in Molise.

Chi vene a laurà,

chi vene a laurà,

chi vene a laurà?

jiome nghe na fagge.

Nghe chi la tajarém,

nghe chi la tajarém,

nghe chi la tajarém,

jiome nghe na fagge.

Chi viene a lavorare? / andiamo con una falce, // Con questa taglieremo, / andiamo con una falce.

Terminata la canzone, tutte si rialzano. Una voce fem­minile intona il primo capoverso di Se otto ore.

Se otto ore vi sembran poche.

Entrano gli uomini da sinistra, impugnano i lunghi ba­stoni che già conosciamo, e li battono al suolo ritmica­mente prima a destra poi a sinistra oscillando sul tronco.

uomini

S'la tèra cultivada

sapa, vanga e sugh ad bras,

vanga, badil,

perché '1 gal ha ciantà.

Sulla terra coltivata / zappa, vanga e olio di gomito, vanga, badile, / perché il gallo ha cantato.

 DONNE

Se otto ore vi sembran poche

provate voi a lavorar...

uomini (grido della «lizza delle Apuane»)

DONNE

Se otto ore vi sembran poche

provate voi a lavorar

e troverete la differenza

di lavorare e di comandar,

e troverete la differenza

tra lavorare e comandar.

Canzone delle mondariso del vercellese dell'immediato dopoguerra 1915-18.

Ora sono tutti sulla stessa linea, faccia al pubblico, uo­mini e donne alternati.

Gli uomini proseguono la battitura mentre le donne si chinano mimando il gesto delle mondine che strappano le erbe dal fondo della risaia.

Il gesto delle donne è in sincronia col battere dei ba­stoni.

Continuando l'azione mimica, tutti fanno un giro del palco, cantando, per poi tornare allineati in proscenio.

Qui si fermano.

Gli uomini ripetono il grido della «lizza delle Apuane», le donne rispondono col canto, riprendendo il movimen­to precedente.

I bastoni degli uomini volteggiano e ricadono più volte.

Poi, il loro gesto si trasforma gradualmente nel movi­mento mimato degli zappatori.

Tutti in CORO        - intonano Sun cuntent de vess al mund mentre i gesti si fanno più veloci. Tutti indietreggiano sempre faccia al pubblico continuando a mimare: le don­ne, il gesto delle mondine; gli uomini, quello dello zapzatore.

 Su questa immagine corale di gesti del «lavoro della terra» si chiude il primo tempo.

Sun cuntent de vess al mund

Sun cuntent de vess al mund

de quand so che l'è rutund,

alegher alegher,

'me camminà sui veder,

sui veder a pé biott

tant che i sciur i fan nagott.

Sono contento di essere al mondo / da quando so che è ro­tondo, / allegri allegri, / come camminare sui vetri (cocci di vetro), / sui vetri a piedi nudi / mentre i signori non fanno niente.

SECONDO TEMPO

Nel centro del palcoscenico, una panca. Cinque cantori recitano e cantano

Ho visto un re

Canzone di Dario Fo.

Ho visto un re

— Se l'ha vist cus'è?

— Ha visto un re.

— Ah beh!

un re che piangeva seduto in su la sella,

piangeva tante lacrime, ma tante che

bagnava anche il cavallo. Povero re!

— E povero anche il cavallo.

È l'imperatore che gli ha portato via un bel castello

— Ohi che baloss !

di trentadue che lui ce n'ha. Povero re!

— E povero anche il cavallo,

Ho visto un ve...

— Se l'ha vist cus'è?

— Un vescovo.

— Ah beh!

Anche lui piangeva, faceva un gran baccano,

mordeva anche una mano

— La mano di chi?

la mano del sacrestano. Povero vescovo!

— E povero anche il sacrista.

È il cardinale che gli ha portato via un'abazia

— Oh pò ver crist!

di trentadue che lui ce n'ha. Povero vescovo!

— E povero anche il sacrista.

 Ho visto un ri...

- Se l'ha vist cus'è?

- Un ricco.

- Ah, un sciur.

- Sì beh!

Il tapino lacrimava su un calice di vino ed ogni goccia andava

- Derenta al vin.

che tutto s'annacquava.

- Pover tapin

e povero anche il vin!

Il re, il vescovo, l'imperatore e anche il cardinale

l'han mezzo rovinato:

gli han confiscato tre case e un caseggiato

di trentadue che lui ce n'ha.

- Oh pover crist, pover tapin

e povero anche il vin!

Vist un vilan.

- Se l'ha vist cus'è?

- Un contadino.

- Ah beh!

Il re, il ricco, il vescovo, l'imperatore, perfino il car­dinale

gli han fregato un pollo, il tacchino, la moglie, il ca­scinale,

un figlio militare.

- E po' cus'è?

Gli han fregato anche il maiale.

- Pover purscell!

- Nel senso di maiale.

Ma lui no, no, lui non piangeva, anzi ridacchiava:

ah ah ah.

- Ma se l'è matt?

No, il fatto l'è che noi vilan

sempre allegri dobbiam stare

ché il nostro piangere fa male al re,

fa male al ricco e al capitale:

diven tristi se noi piangiamo

e sempre allegri dobbiamo stare.

Terminata la canzone, gli uomini escono a sinistra. Le donne entrano da destra. Ognuna porta una cesta con

 dentro delle lenzuola. Vengono in proscenio, s'inginoc­chiano, tolgono dai cestini le lenzuola e incominciano a lavare i panni. Entrando cantano

Tu m'hai promesse quatte muccadora

Canto satirico del IV secolo cantato dal popolo napoletano per protestare contro la mancata ridistribuzione della terra promessa da Alfonso d'Aragona. Infatti i fazzoletti di cui si parla sono gli appezzamenti che il potere si è tenuto per sé.

Tu m'hai promesse quatte muccadora, je muccadora,

io so venuta, io so venuta se me li vo' dare.

E si no quatte 'mbé dàmmene ddoje,

chille ch'è 'ncuolle a te,

chille ch'è 'ncuolle a te

n'è roba toja.

Tu m'hai promesso quattro fazzoletti (di terra), / sono venuta, sono venuta se me li vuoi dare, // E se non quattro, ebbene dàmmene due, / quello che hai al collo, / quello che hai al col­lo / non è roba tua.

Mama mia vurìa vurìa

Canzone di Asti, già presente in un codice del Quattrocento.

- Mama mia vuria vuria...

- Cosa t' vureivi la mia fjia?

- Vöi cula cosa ch'a i è 'nt el ort,

s'a m'ia dei nen lu me cör a l'è mort.

- Mamma mia vorrei vorrei... / - Cosa vorresti figlia mia?

- Voglio quella cosa che c'è nell'orto, / se non me la date il mio cuore è morto.

E continuano con

Mamma mamma mi sento un gran male

Strambo toscano. Lezione del canto precedente. Raccolta a Firenze.

- Mamma mamma mi sento un gran male,

nel giardino il rimedio ci sta.

- Nel giardino ci sono le viole,

se le vói le mando a piglià.

 - O quant'è stupida la mamma mia, la nun conosce la malattia.

- Mamma mamma mi sento un gran male, nel giardino il rimedio ci sta.

- Nel giardino c'è l'insalata, se la vói la mando a piglià.

- O quant'è stupida la mamma mia, la nun conosce la malattia.

- Mamma mamma mi sento un gran male,

nel giardino il rimedio ci sta.

- Nel giardino c'è il giardiniere,

se lo vói lo mando a piglia.

- O quant'è bona la mamma mia,

l'ha conosciuto la malattia.

Entrano da sinistra i cantori. Si arrestano alle spalle del­le lavandaie. E intonano

La bella la va al fosso

Canzone padana d'amore, raccolta dal Gruppo padano di Piàdena nel cre­monese ,

La bella la va al fosso,

ravanei, remulass, barbabietuli e spinass,

tre palanchi al mass,

la bella la va al fosso,

al fosso a resentar

e al fosso a resentar.

Intant che la resenta

la gh'è casca l'anel.

La svalsa gli occhi al cielo,

la vide il ciel seren.

La sbassa gli occhi all'onda,

la vide un pesca tor,

- O pescator dell'onda,

pescatemi l'anel.

 E quand l'avrai pescato

un regalo ti farò.

Andrem lassù sui monti,

sui monti a far l'amor.

La bella la va al fosso / rapanelli, rape, / barbabietole e spi­naci, tre soldi al mazzo, / la bella la va al fosso, al fosso a risciacquar / e al fosso a risciacquar.

Le lavandaie continuano il loro lavoro sorridendo ai can­tori che, al termine della canzone, escono sulla destra. Le donne intonano Picchia picchia alla porticella e du­rante questa canzone si svolge la seguente azione: en­trano quattro cantori sostenendo una pertica ciascuno. Le pertiche sono unite a due a due da una fune fissata sull'estremità alta. I quattro uomini si distanziano fino a tendere la fune e disponendosi a forma di V. Il vertice della lettera è puntato verso il fondo, le due estremità arrivano ai lati del palcoscenico. Appena gli uomini si arrestano, le lavandaie si alzano. A due a due afferrano i capi delle lenzuola, allontanan­dosi fino a tenderle e poi a strizzarle, mentre riprende la canzone.

Alla fine di ogni verso le donne battono a terra il piede destro, come a sottolineare il tempo del canto e a raffor­zare la voce, facendo coincidere ogni battuta di piede con una strizzata di lenzuolo.

Poi, mentre una lavandaia stende il lenzuolo al filo, un'altra ne prende un secondo dalla cesta e l'azione si ripete mentre il canto continua. Alla fine del canto tutte le lenzuola sono stese sui fili in cima alle pertiche. Le donne escono a destra coi cesti vuoti sottobraccio. Gli uomini escono di lato sul fondo, incrociandosi e con essi escono le lenzuola appese ai fili delle pertiche che tengono in mano,

E picchia picchia alla porticella

Nota canzone d'amore. Diffusa in tutta l'Italia centro-setténtrionale è en­trata nel repertorio delle risaiole. Di solito fa uso di un modulo musicale simile a quello di Bella ciao. Versione raccolta da GIOVANNA            -  Daffini.

E picchia picchia alla porticella

dicendo: oi bella, tu mi vieni a aprir.

 E con la mano apri la porta e con la bocca

lei gli dà un bacin.

La gh'ha dato un bacio cosi tanto

forte che la sua mamma la l'ha senti.

- Ma cosa hai fatto figliola mia

che tutto il mondo parla mal di te?

- E lascia pure che il mondo al diga:

io voglio amare chi mi ama me.

Io voglio amare quel giovanotto

ch' l'ha fat set ani di prigion per me.

E sette anni e sette mesi

e sette giorni di prigion per me.

E la prigione l'è tanto scura,

mi fa paura la mi fa morir.

Sul fondo appaiono i quattro cantori sardi, che prima erano nascosti dalle lenzuola. Avanzano lentamente fino al proscenio, intonando la canzone:

Non è tempo di cantare d'amore

Parole di Dario Fo.

Vorrei cantar d'amore

e raccogliere gelsomini,

ma non è tempo.

È tempo di raccattar parole

come pietre contro chi ci schiaccia,

poi tornerà il tempo dell'amore.

Mentre dura il canto, entrano dai due lati uomini e don­ne, impugnando bastoni che tengono alti a mo' di car­telli, come dimostranti a una manifestazione.

Quelli che entrano da sinistra si portano a destra e vice­versa, incrociandosi e disponendosi sul fondo in fila di­stesa, spalla a spalla. Terminata l'esecuzione, i quattro cantori escono a sinistra con passo lento e cadenzato, mentre i dimostranti, scandendo in CORO     - la frase « Vieni

 fuori, compagno!», avanzano lentamente verso il pro­scenio. Tutti muovono ritmicamente il bastone, alcuni in avanti allungando e ripiegando le braccia, altri verso l'alto, altri ancora facendo oscillare il bastone come l'a­sta di una bandiera. Abbiamo l'immagine di una folla che avanza con aria di protesta e minaccia. Giunta in proscenio, la folla mima la «camminata sul posto». Il movimento ritmico dei cartelli continua, mentre due so­listi cantano, alternandosi

Vieni fuori compagno

Rielaborazione di Dario Fo di un testo di Bertolt Brecht.

PRIMO SOLISTA

Vieni fuori compagno,

rischia il tuo soldo

che non vale più un soldo.

Cosa suced cus'è?

Canzone di Dario Fo.

SECONDO SOLISTA

Cosa suced cus'è?

Mi capissi pu' nagot:

invece de anda inturna a fà i lifroc

i student se fan cupà.

I ho vist iersira in fabrica

insema a i uperari

fa l'ucupasiun, durmì sura el paiun.

PRIMO SOLISTA

Vieni fuori compagno

che credi di avere chissà che cosa,

ma non hai niente da difendere

se non la roba del padrone.

SECONDO SOLISTA

E po' è rivà la pula,

bastun, cadene e candelot

e lur in restà li a catà su i bott

de sang fas burdegà,

insema a i uperari a fas picà.

 coro

Vieni fuori compagno

quando capirai che non hai più niente

da perdere,

ai padroni i fucili e i bastoni

non gli serviranno più a niente.

Cosa sta succedendo? / Non capisco più niente: / invece di andare intorno a fare i perditempo / gli studenti si fanno am­mazzare. / Li ho visti ieri sera in fabbrica / insieme agli ope­rai fare l'occupazione, / dormire sopra i pagliericci. // Poi è arrivata la polizia, / bastoni, catene e candelotti / e loro sono rimasti lì a prendersi le botte, / di sangue farsi sporcare, in­sieme agli operai a farsi picchiare.

Tutti lasciano cadere violentemente i bastoni, il cui ton­fo secco viene ad assomigliare al crepitio di armi da fuo­co. Tutti fuggono disordinatamente come per una ca­rica delle «forze dell'ordine». Restano in scena solo tre cantori che eseguono

Avola

Avola... Avola...

Saranno stati cento, duecento, quattrocento

o forse mille.

Avola, provincia di Siracusa,

Giù roba di terronia, braccianti

cantano

Su Forza compagni entrano tutti in scena, si uniscono nel canto ai tre, raccolgono i bastoni ed escono.

Forza compagni

Canzone di Dario Fo, Enzo Del Re, e Antonio Infantino.

Forza compagni, andiamo avanti, rivoluzione

trionferà.

Lungo strade fermano camion,

hanno rovesciato due macchine.

Gente: basta, cosi non si può andare avanti,

ci strozzano.

Carabinieri, poliziotti, mitra, elmetto:

 buoni ragazzi, cerchiamo di ragionare.

Tornate a casa, sgomberate.

Uno tira un candelotto fumogeno, uno della

polizia:

calcolato male il vento

un gran nuvolone di fumo va in faccia alla

polizia.

Tosse tosse.

Ci vengono addosso.

Li prende la follia.

Per terra tre chili di bossoli di proiettili,

uno, due inchiodati per terra,

arrivano le donne piangendo,

arriva telegramma del ministro: «Sentite

condoglianze, spiaciuto disgrazia, stop».

Arrivano lire 500.000 a testa, 10.000 a chilo,

più che il filetto,

ci hanno pagati diecimila a chilo, più che

il filetto.

I lavoratori scioperano in tutta Italia,

I sindacati hanno deciso per venti minuti di

sciopero

senza uscire dalla fabbrica.

Grazie compagni per il gesto di solidarietà.

Grazie.

Alla fine di questa canzone tutti entrano in scena can­tando

Procurate moderare

Canto popolare sardo del Settecento.

Procurate moderare,

barones, sa tirannia

che si no pro vida mia

torrades a pe in terra.

Declarada è za sa gherra

contro e sa prepotenzia

e cuminza sa pazienza

in su populu a mancare.

 O poveros de sas biddas

trabagliade trabagliade

pro mantenere in zittade

tantos caddos de istalla.

A noi lassan sa pazza,

issos regollin su granu

e pensan sero e manzanu

solamente a ingrassare.

Custa populos es s'ora

d'estirpare sos abusos:

a terra sos malos usos,

a terra su dispotismo.

Gherra gherra a s'egoismu

e gherra a sos oppressores;

custos tirannos minores

es prezisu umiliare.

Fate in modo di finirla, / baroni, con la vostra tirannia / se no (ve lo giuro) sulla mia vita / ritornate a piedi scalzi. // Dichia­rata è già la guerra / contro la prepotenza / e comincia la pa­zienza / nel popolo a mancare. // O poveri dei villaggi / lavorate lavorate per mantenere in città tanti cavalli nelle stalle. // A noi lasciano la paglia, / loro raccolgono il grano / e pensano sera e mattino / solamente a ingrassare. // Questa po­polo è l'ora / di eliminare ogni abuso:   basta con le leggi ingiuste, / basta col dispotismo, il Guerra all'egoismo / e guer­ra agli oppressori: | questi tiranni meschini / è giusto abbat­tere.

Un cantore si stacca dal gruppo e canta

Calma calma!

Canzone di Dario Fo.

Calma, calma! Avete ragione,

forse abbiamo esagerato con l'egoismo;

ma da oggi siamo entrati in una nuova era:

quella del progresso!

Finora vi abbiamo sfruttati, abbiamo

vissuto della vostra fatica,

ma da oggi anche noi padroni

cominceremo a lavorare.

 Non più parassiti ma dirigenti, imprenditori

tutti devono produrre, anche noi;

questa è la nuova svolta che si chiama:

industrializzazione !

Da paese povero che eravamo, anche noi,

grazie all'industria, diventeremo ricchi!

D'ora in poi sfrutteremo la macchina,

non l'uomo.

L'uomo, nel nuovo mondo progredito

dovrà solo governare la macchina,

dovrà farla produrre e le macchine faranno

altre macchine per l'uomo,

per la sua felicità.

Tutti proprietari e non tutti proletari,

tutti proprietari del proprio lavoro!

Vi faremo uscire dalla miseria

delle vostre campagne,

pardon, delle nostre campagne,

vi porteremo con noi in città,

vi daremo un tetto sotto cui lavorare

e ad ognuno una capanna,

meglio un capannone

e vi daremo una casa,

meglio un caseggiato

e vi faremo viaggiare,

conoscere il mondo,

vi faremo andare all'estero:

«Emigrare humanum est».

Tutti si spostano a sinistra del palcoscenico. Due cantori eseguono

Ho comprato un frigorifero

Canzone di Dario Fo.

primo cantore

- Ho comprato un frigorifero

che si chiama frigidaire.

secondo cantore

- Uè', roba francese, roba buona, son bravi

i francesi a far la roba intima.

 primo cantore

- È un regalo per mia moglie

che proprio senza non ci può star.

secondo cantore

- Perché a quello di prima cosa gli è successo?

Me spiass, l'era inscì bell...

primo cantore

- No, ma è un modello vecchio

che le rotelle non ce l'ha.

secondo cantore

- E già, perché adess se il frigorifero

el fa minga de monopattino al va pù ben,

su no mi che cu ch'el ga chess chì.

primo cantore

- Sì, ma non so come far per poterlo pagare.

secondo cantore

- Qualche cambialetta, dài, tanto

fanno cosi tutti.

primo cantore

- Straordinario mi toccherà far!

secondo cantore

- Brau stupid, fa' gli straordinari

per pagare il frigorifero, francese poi;

fosse almeno tedesco!

primo cantore

- Ho rinnovato la mia tessera.

secondo cantore

- Quella del sindacato o del partito?

PRIMO CANTORE

- Quella del calcio, squadra del cuor.

secondo cantore

- Giusto, non si vive di solo pane.

PRIMO CANTORE

-'Abbonamento trenta partite non so come fare per poterla pagar.

secondo cantore

- Già giusto, come la paghi?

primo cantore

- Farò qualche ora di straordinario,

secondo cantore

- Bravo, fa' ancora gli straordinari, anche per il calcio, ma si, giusto,

 dat'almeno una volta la settimana il divertimento, senò.

primo cantore

- Qualche ora in più mi toccherà far,

ma alla partita non posso mancar.

secondo cantore

- Però, uè, che resistenza,

dài, vai che me divertissi.

primo cantore

- Ho comprato un'altra macchina

850 motore dedrè.

secondo cantore

- Perché quella di prima dove ce l'aveva

il motore?

primo cantore

- L'aveva davanti con due soli fanali,

pagata in cambiali.

secondo cantore

- Si, raccontami come paghi questa qua che ridiamo.

primo cantore

- Mi toccherà fare degli altri straordinari.

secondo cantore

- Brau stupid, brau stupid...

primo cantore

- Qualche ora in più mi toccherà far,

ma della macchina non mi posso privar.

secondo cantore

- Eh no, perché la macchina oggigiorno

è un segno di benessere, e poi

sull'autostrada a piedi non ti lasciano entrare,

Quindi non puoi avere neanche la soddisfazione

di poter pagare la benzina 500 lire al litro.

primo cantore

- Ho comperato un sacco di roba,

sono contento come un pascià.

secondo cantore

- Ah, è proprio vero, questo ci ha tutto;

il frullino, la Tv a colori, il cacciavite, il tagliabrodo...

primo cantore

- Sono contento ma sono un po' stanco,

sono stanco come un pascià.

secondo cantore

- Anche i pascià muoiono!

 primo cantore

- Gli straordinari mi pesano un po'...

secondo cantore

- Ma va', cosa vuoi che siano

un dieci dodici ore al giorno come minimo,

massimo quindici come minimo massimo...

primo cantore

- Sono contento ma sono un po' stanco, sono stanco come un pascià.

secondo cantore

- Sempre quello che ho visto morto

qualche giorno fa a Beirut.

primo cantore

- Si, d'accordo, sarò integrato ma non crediate che abbia tradito.

secondo cantore

- Ma no, chi dice niente… lo sappiamo

che sei rimasto fedele al partito

... socialdemocratico, con i dissidenti di Tanassi...

primo cantore

- E vedrai che al prossimo sciopero...

secondo cantore

- Quello per l'aumento del salario?

primo cantore

- No, riduzione dell'orario.

secondo cantore

- Si, sì, a sette ore... quel progetto nuovo.

primo cantore

- Sì! e sette ore, le otterremo

cosi più straordinari potremo far.

secondo cantore

- Giusto! faccelo vedere alle multinazionali...

Questa si che è la vera ristrutturazione,

Certo, così dimostri di avere coscienza di classe:

sciopero, sciopero... per lo straordinario!

primo cantore

- Scusami, moglie, stanotte non torno.

secondo cantore

- El va in gir anca de nott a fa el balabiot.

primo cantore

- Tutta la notte dovrò lavorar perché

domani ci sarà sciopero

e le ore che perdo cosi potrò recuperar.

 SECONDO CANTORE

- È giusto, è giusto!

primo cantore

- No, no, no, la paga non posso perdere

ma non sono un crumiro,

faccio il fachiro

e lavoro di più, lavoro di più, lavoro di più.

Ahi!

SECONDO CANTORE

- Cosa c'è?

primo cantore

- L'infarto!

Tutti in CORO           - cantano

E non gridare aiuto, però,

chi può aiutarti oppresso

è il tuo compagno stesso,

è lui che ti potrà salvare,

è soltanto lui.

Tutti mimano il ballonzolio del treno. Due cantori ese­guono

Ogni giorno all'alba

Canzone di Dario Fo.

Ogni giorno all'alba

sul treno pendolari delle ffss

carri bestiame di seconda classe

in sessantamila

partono ogni mattina per la città

operai uomini e donne

e qualche ragazzino vecchio di già.

Non spingete! Chi spinge?

Mille posti in piedi, mille sigarette,

c'è un fumo che non ci vedi.

Apri il finestrino! Chiudi, cretino!

E perché non vieni con noi in fabbrica

che ti facciamo abituare?...

 Ogni giorno all'alba

sul treno pendolari delle ffss

carri bestiame di seconda classe.

Viaggi di ore e ore su treni e autobus

come pacchi. Ritmo! Ritmo!

Viaggi che facciamo per la produzione

ma che paghiamo noi,

noi paghiamo tutto

ritmo ritmo

paghiamo anche la crisi

che ci han regalato loro

ritmo ritmo

paghiamo per la cassa malattie professionali,

paghiamo per la cassa infortuni e gli ospedali,

paghiam per i decessi, paghiamo per i cessi

ritmo ritmo

paghiamo la riconversione e la ristrutturazione

ma poi godiamo la cassa integrazione

ritmo ritmo

godiamo la nevrosi

baccano e gesti idioti,

il ritmo alla catena

ritmo ritmo

e poi se sei spompato ti dàn del pelandrone,

sei cotto, sei sbiancato,

boicotti la produzione

ritmo ritmo

anarco-comunista se fai l'assenteista

ritmo ritmo

La lira va giù,

i ritmi van su,

i prezzi van su,

la paga va giù,

lavora di più

ritmo ritmo

lavora di più

ritmo.

La canzone termina con tutti fuori scena. Gli uomini rientrano immediatamente e mimano la remata con lun­ghe pertiche, sulle barche della bassa laguna. Cantano

 E mi me ne su andao

Canto dei rematori della laguna veneta, parole di Dario Fo.

Tanto che me ven vomego

E mi me ne su andao a Venesia fino a i orti,

galesa i pesi morti su la laguna.

Tanto che me ven vomego, vardo dentro la

                            gesa,

pur anca un CRISTO    - en crose, par no asofegas,

s'è meso su la faza 'na maschera antigas.

E mi me ne su andao remando de Marghera,

l'aria la xera nera par le fumase.

Tanto che me ven vomego, ecc.

E mi me ne su andao vardar Venesia granda,

la zente più no canta, la xe in galera.

Tanto che me ven vòmego, vardo dentro la

                                gesa,

no gh'è pi CRISTO       - in crose, vodo el sta l'al­tar:

CRISTO           - è partito in treno, el gh'ha dovuo emigrar.

E io me ne sono andato a Venezia fino agli orti, / galleggiano i pesci morti sulla laguna. / Tanto che mi viene il vomito, guardo dentro la chiesa, / anche un CRISTO       - in croce, per non soffocare, / s'è messo sulla faccia una maschera antigas. / E io me ne sono andato remando da Marghera, / l'aria era nera per il fumo velenoso. / Tanto che mi viene il vomito, ecc. / E io me ne sono andato a guardare Venezia grande, / la gente più non canta, è in galera. / Tanto che mi viene da vomitare, guar­do dentro la chiesa, / non c'è più CRISTO            - in croce, vuoto sta l'altare: CRISTO      - è partito in treno, ha dovuto emigrare.

Al termine della canzone, voltando le spalle al pubblico, i cinque uomini si dirigono verso il fondo. I tre al cen­tro salgono sulla panca, gli altri due restano a terra ai lati della panca. Tutti si voltano, faccia al pubblico, sem­pre stringendo il bastone, mentre dal fondo entrano le donne, tre a sinistra e tre a destra, stringendo anch'esse lunghi bastoni. Si dispongono in posizione diagonale, formando un triangolo il cui terzo lato è costituito dal fondoscena. I bastoni sono tenuti orizzontali all'altezza

 del bacino, intonano la  Sagghiata. I cantori puntano i bastoni in avanti, poi li fanno ruotare in alto e li ripor­tano nella posizione di partenza; mimano il «lancio del­la fiocina».

Sagghiata

Canto di lavoro dei marinai di Trapani nel tirare a terra il palischermo del­la tonnara. Il canto è detto anche Sagghiata (salita).

San Petru di la pisca miraculusa,

quarchi di' pisci to' facci piscari.

Sagghia la sagghia,

sagghia la sagghia.

Arrispunnìu na vuci uè uè uè,

arrispunnìu na vuci uè uè uè.

San Pietro della pesca miracolosa, / facci pescare qualcuno dei tuoi pesci. / Tira tira, / tira tira. / Rispose una voce / oè oè oè, / rispose una voce / oè oè oè,

uomo

Ammazza!

coro

Ohe!

uomo

Ammazza

coro

Ohe!

uomo

Perdonaci, Signore, se avimmo ammazzato.

coro

Perdono, mio Dio. Perdono, pietà.

A questo punto gli uomini si dispongono di fronte fra loro e di profilo al pubblico. Tre donne salgono sulla panca impugnando un unico lungo bastone. Lo tengono in posizione orizzontale all'altezza del petto.

Le altre tre donne prendono posizione davanti alla pan­ca e stringono dei bastoni, uno per mano, perpendicolar­mente al corpo. Gli uomini portano i loro lunghi ba­stoni

 in posizione orizzontale, un'estremità per mano. Inizia la canzone

Dopo otto ore

Canzone di G. Bertelli.

Dopo otto ore ritorno a casa

senza più voglia di fare all'amore:

è ormai da quando m'hanno impiegata

alla catena che non m'hai più amata,

già da tre mesi come due cani andiamo a letto,

si aspetta il domani:

se questa è vita siamo allevati

come due polli sterilizzati.

coro

Non ne posso più.

Non ne posso più.

Non ne posso più.

Contemporaneamente inizia il movimento dei bastoni. Gli uomini sollevano un bastone sopra il capo, abbassa­no il secondo fino alle ginocchia. Poi lo alzano sopra il capo e abbassano l'altro.

Le tre donne allargano e stringono le braccia, allonta­nando e riavvicinando i bastoni corti. Le tre donne sulla panca fanno scorrere il bastone a de­stra e a sinistra con movimenti alternati. Il movimento di tutti è veloce e scattante, la sincronia dei gesti e il ruotare e lo scorrere dei bastoni suggerisco­no l'immagine di un grande telaio in movimento. Cantano

Signor padrone non si arrabbi

Canzone di Dario Fo.

- Signor padrone, non si arrabbi

ché al gabinetto vorrei andare.

- Ci sei stato l'altro ieri

tutti i giorni ci vuoi andare,

mi vuoi proprio rovinare

 la catena fai rallentare.

- Signor padrone, ci prometto

che da domani non ci vado

mangio solo roba in brodo

e farò solo pipì,

la faccio qui.

- Vai ma sbrigati in tre minuti

come è scritto nel contratto:

non si fuma al gabinetto

né si legge «l'Unità»

c'è il periscopio che ti vedrà.

- Sei secondi per arrivarci,

sei secondi per spogliarti,

tre secondi per sederti:

viene il capo a sollecitarti

non ti resta che sbrigarti.

Tre secondi per alzarti,

due secondi per vestirti,

se hai fortuna puoi pulirti

e corri subito a lavorar,

a lavorar,

a lavorar.

Al termine della canzone tutti escono, meno due soliste che eseguono

Povera gente

Canzone di Dario Fo, Enzo Del Re, e Antonio Infantino.

Povera gente,

veneno do paese mio

doi giorni e una notte in treno

sempre in treno tra valige di cartone,

i figli, la moglie,

la moglie e 'sta creatura appena nata

che vomita tutto quello che ha mangiato,

qualche volta arriva già morta.

Povera gente,

arrivano a Torino,

alla stazione c'è il solito imbroglione

che li ingaggia nella carovana:

 manovale, sterratore, dodici ore, senza

contratto giornaliero,

un quinto al procuratore,

dormitorio, tutti in un camerone,

ogni letto trecento lire,

lavorare tanto per campare,

per non morire.

Povera gente,

veneno do paese mio

un mese, doi mesi, finito

torna al paese col foglio di via,

ma che ci torno a fa

a stu paese nun ce sta nisciuno:

un vecchio, due donne, un prete, una

capra e un cane.

Piglia o treno

addio amore,

piglia o treno

addio amore.

In Svizzera c'è lavoro

in un cantiere, buca montagna,

scoppia la mina, vien giù la frana,

che disastro: son dieci, venti, cinquanta,

cento e passa

muoiono come mosche questi meridionali.

Povera gente,

veneno do paese mio

in Germania ad Amburgo; alla ghisa, fabbrica

silicati, flessione, disoccupazione, finito,

chiuso,

in Danimarca taglia alberi,

lavoro stagionale

finito,

in Norvegia, taglia, pesci secchi,

finito, chiuso.

Povera gente,

ritornano a o paese mio

già vecchi, sfiniti, a morire.

Povera gente,

ritornano a morire...

 Audite bona zente

Testo medievale.

Audite, bona zente,

segnor baroni et prence,

l'homo CRISTO      - s'en va

a la croce chiodà

a sofferir immensamente.

Bono lo figlio de Dio,

perdona li peccador desesperadi

et perdona lo patre tuo Deo

che a cagion de l'homeni

te ha castigà,

che a cagion de l'homeni

te ha castigà.

Entrano tutti come in processione. Compiono un mezzo giro del palco tenendo alti i basto­ni, come aste di un baldacchino. Tre cantori si dispongono dietro la panca, Un quarto sale in piedi sulla stessa. Questi si passa un bastone dietro la schiena, tenendolo orizzontale, pa­rallelo alle proprie braccia spalancate, all'altezza delle spalle.

Dietro di lui, gli altri tre uomini sostengono un bastone lungo in verticale, e due bastoni lunghi che salgono obli­quamente, partendo dai piedi dell'UOMO    - al centro e al­largandosi verso l'alto.

Le donne sono disposte a formare un trapezio con lato più corto alla panca e più lungo al proscenio. Tre da un lato e tre dall'altro.

Abbiamo a questo punto la ricostruzione plastica di una crocefissione in una piazza di paese. Continua il canto cui risponde il CORO      - dei quattro can­tori sardi che intonano

Stabat Mater

Testo sacro di Jacopone da Todi.

Stabat Mater dolorosa

juxta crucem lacrimosa.

 I quattro cantori entrano dal fondo e, passando fra una

fila di donne, si dispongono davanti alla panca.

Cantando vengono in avanti.

Alla fine del canto si aggiungono alla fila delle donne,

due a destra e due a sinistra.

Una DONNA             - si stacca dal gruppo e canta

Mi s'eri ammo' giùvina

Canzone di Dario Fo.

Mi s'eri ammo' giùvina,

speciavi un bel giùvin

che mi parlasse parole d'amore

che mi facesse venire un rossore

e tremare stringendomi a sé.

Ohi MARIA           - , ohi MARIA           - ,

amami a me,

amami a me.

Mi s'eri in giardino,

spuntato è un bel giùvin

che era l'arcANGELO         -  San Gabriele,

mi aveva detto: Sarai la sposa

di quel bianco pivone divin.

Ohi MARIA            - , ohi MARIA           - ,

amami a me,

amami a me.

Adess mi son chì, chì de suta a 'sta crus,

de sura ghe mor el me pover bagaj,

m'avevan detto: Sarai la regina,

più di tutte felice sarai.

Ohi MARIA           - , ohi MARIA           - ,

son l'ultima DONNA          -

se pur son regina.

Io ero ancora giovane, / aspettavo un bel giovane / che mi par­lasse parole d'amore / che mi facesse venire un rossore / e tre­mare stringendomi a sé. // Io ero in giardino, / spuntato è un bel giovane / che era l'arcANGELO           -  San Gabriele, i mi aveva det­to: Sarai la sposa / di quel bianco piccione divino. // Adesso io sono qui, qui di sotto a questa croce, / al di sopra ci sta mo­rendo il mio povero ragazzo, / mi avevan detto: Sarai la re­gina, più di tutte felice sarai.

 UOMO

Perdonaci, o Signore, se abbiamo

ammazzato.

Tutti si dispongono intorno alla croce dando le spalle al pubblico. Una voce di DONNA          - canta

Figghiu sciatu meu!

Figlio, fiato mio!

figlio, garofano mio!

come mi lasciasti! figlio mio!

come devo fare, fiato mio!

fiato mio! fiato mio!

I quattro sardi intonano

Gloria laus et honor

Gloria, laus et honor

sis rex Christe redentor.

Al termine di questo canto la «sacra rappresentazione» si scioglie e tutti gli uomini escono, parte a destra e par­te a sinistra. Le donne invece si dispongono tre su di una panca, tre davanti alla panca, e cantano

Ecco il ridente maggio

Canzone popolare.

Ecco il ridente maggio,

ecco quel nobil mese

che vien a dare imprese

ai nostri cuori,

che vien a dare imprese

ai nostri cuori.

Entrano da sinistra gli uomini, in fila. Uno davanti, di­ritto e solenne come un capo-carovana.

 Il secondo tira con una corda immaginaria il terzo che,

chinato, mima il passo di un asinello,

Il quarto siede in groppa all'asinello, il quinto chiude la

sfilata.

Continua Ecco il ridente maggio

È carico di fiori

di rose e di viole,

risplende come il sole

ogni riviera, risplende

come il sole ogni riviera.

L'UOMO        - che sta a cavallo risponde:

Io son venuto per ambasciatore

davanti a voi, magnifica donzella,

e mi ha mandato il vostro caro amore

e per lui vi parlo, per lui una favella,

e mi ha mandato il vostro caro aiuto

per lui vi parlo e per lui io vi saluto.

Ecco la primavera,

ecco il tempo novello

tornare radioso e bello

e più giocondo.

Ecco la primavera,

ecco il tempo novello

tornare radioso e bello

e più giocondo.

I quattro cantori sardi entrano e si schierano sul lato sinistro della panca, anch'essi in diagonale. Abbiamo ora l'immagine di una festa di paese. Alla fine del canto, le donne e gli uomini si uniscono ai quattro cantori sardi ed inizia il ballo cantato, « ballo tondo ». Tutti eseguono lo stesso passo prendendosi per mano, le braccia distese lungo il corpo. Formano un largo cerchio che occupa tutta la scena e via via si restringe col pro­seguire del canto. Un solista di chitarra, al centro del cerchio, accompagna il ballo. Alla fine tutti si arrestano.

 I quattro interpreti che di spalle, al centro del proscenio, chiudono il cerchio, si voltano verso il pubblico con uno scatto. Inizia la canzone.

I quattro giungono fino al limite del proscenio cantando. Si muovono portando la gamba destra in avanti e incli­nando il corpo all'indietro lungo l'asse della gamba, tal­lone destro a terra, punta sollevata e braccia diritte lun­go i fianchi. Ripetono il movimento alternando in avanti la gamba destra e quella sinistra. Tutti gli interpreti ri­masti nel cerchio compiono lo stesso movimento, vol­tandosi ad uno ad uno verso il pubblico e unendosi in proscenio ai quattro già schierati, che sempre cantando si spostano ogni volta di un passo verso sinistra. Durante questo movimento i quattro cantori del «ballo tondo » raggiungono il fondo del palcoscenico, faccia al pubblico.

Gli altri continuano il passo in fila per uno, come una processione iconica. Il capofila segna il tempo, il solista di chitarra chiude la sfilata.

È fatalità

PRIMO SOLISTA

- Son metalmeccanico e secondo le statistiche

coro

- È fatalità, è fatalità.

primo solista

- Campo cinque o sei anni in meno della media nor­malità.

coro

- È fatalità, è fatalità.

primo solista

- Devo prender o lasciare, muoio prima per campare.

coro

- Sciopero, sciopero, vogliamo l'aumento di trenta lire in più!

Importante non ci badare, guarda indietro chi sta peggio di te.

primo solista

- Per esempio?

altro

- Lui!

 altro

- Chi. Io?

coro

- Si, tu!

secondo solista

- Io faccio il soffiatore, soffiatore di vetro a fuoco.

coro

- È fatalità, è fatalità.

secondo solista

- Campo dieci, dodici anni in meno della media nor­malità.

Coro

- È fatalità, è fatalità.

secondo solista

- Devo prendere o lasciare, muoio prima per cam­pare.

coro

- Sciopero, sciopero, vogliamo l'aumento di trenta lire in più!

Importante non ci badare, guarda indietro chi sta peggio di te.

SECONDO SOLISTA

- Chi, per esempio?

altro

- Lui!

altro

- Chi, io?

coro

- Si,tu!

terzo solista

- Io faccio il ceramista e mi vien la silicosi. coro

- È fatalità, è fatalità.

terzo solista

- Non arrivo a cinquant'anni della media normalità. coro

- È fatalità, è fatalità.

terzo solista

- Devo prendere o lasciare, muoio prima per cam­pare. coro

- Sciopero, sciopero, vogliamo l'aumento di trenta lire in più!

 Importante non ci badare, guarda indietro chi sta peggio di te.

terzo solista

- Chi, per esempio?

altro

-Lui!

altro

-Io?

coro

- Si tu!

quarto solista

- Io faccio il minatore, non arrivo alla pensione. coro

- È fatalità, è fatalità.

quarto solista

- Per un crollo, un'esplosione

a quarant'anni son già nei fu.

coro

- È fatalità, è fatalità.

quarto solista

- Devo prendere o lasciare, muoio prima per cam­pare. coro

- Sciopero, sciopero, vogliamo l'aumento di trenta lire in più!

Importante non ci badare, guarda indietro chi sta peggio di te.

quarto solista

- Chi, per esempio?

Coro

LUI - TU - LORO - TU...

Arrivati al limite sinistro del proscenio, tutti compiono una mezza giravolta su se stessi e invertono la marcia. Arrivati al centro, al verso «Guarda indietro chi sta peg­gio di te», si arrestano. Il capofila domanda: «Chi, per esempio? » Tutti indicano a turno un loro compagno. Questi domanda: «Chi, io?» Tutti in CORO      - rispondono «Si, tu! » e riprendono il passo.

All'ultima strofa riprendono le domande e le risposte, ma invece di indicare uno fra di loro, tutti gli interpreti puntano il dito verso la platea. Quindi riprendono il passo ed escono a sinistra, continuando a cantare.

 Quando tutti sono usciti, dal fondo avanzano i quattro cantori intonando

Aemmu fatigatu

Aemmu fatigatu

ppa vini a lu mundi,

patutu da steddi.

Fatigatu a li gampi

e suffertu a la guerre,

patutu la caristia.

E poi la malatia

e a la vini la molti

zi zi mandani a l'ufarru.

Abbiamo faticato / per venire al mondo, / patito da bam­bini. // Faticato nei campi / e sofferto la guerra, / patito la ca­restia. // E poi la malattia / e alla fine la MORTE           -  e ci toccherà andare all'inferno. (La traduzione viene detta prima del canto in sardo).

Al termine di questo pezzo, tutti gli interpreti entrano da vari punti del palcoscenico. Percorrono a passo lento la scena mentre i quattro cantori si uniscono a quella che ora sembra una folla.

Cantano Il giorno del giudizio, intercalandone le strofe con altre canzoni, come sotto:

Al Jorn del Judici

Canto religioso, di sapore millenaristico, raccolto ad Alghero.

Al Jorn del Judici

parrà qui avrà fet servici:

un rey vindrà perpetual

vestit de nostra carn mortal,

del Cel vindrà tot certament

per fer del setgle jugiament.

Il giorno del Giudizio / apparirà colui che ha creato tutto: / verrà un re eterno / vestito di nostra carne mortale, / verrà dal cielo certamente / per fare giudizio finale.

Un cantore solista

 Un servo sotto la croce

Un servu, tempu fa, 'nta 'sta piazza

prigava a Cristu 'n cruci e ci dicia:

«Cristu, lu me' patruni mi strapazza,

mi tratta comu un cani ppi la via,

si pigghia tuttu ccu la so manazza,

mancu la vita mia dici ca è mia.

Si mi lamentu, peggiu mi minazza,

mi lega a la catina e 'mprigiunia.

Gesù, l'affidu a tia 'sta mala razza:

distruggila, Gesù, fallu ppi mia».

E Cristu ci rispusi di la cruci:

«Pirchi cchi l'hai spizzati tu li vrazza?

oppuru si' 'nchiuvatu comu a mia?

Cu' voli la giustizia si la faccia,

nessunu fa giustizia ppi tia.

Si tu si' omu e non si' testa pazza,

metti a prufittu la sintenzia mia,

ca iu 'nchiuvatu 'n cruci non saria

s'avissi fattu zoccu dicu a tia».

Un servo, tempo fa, da questa piazza / così pregava CRISTO     - e gli diceva: / «Signore, il mio padrone mi strapazza, / mi tratta come un cane nella via, / si piglia tutto con la sua manaccia, / nemmeno la vita mia dice che è mia. / Se mi lamento, peggio mi minaccia, / mi lega alla catena e mi imprigiona. / Gesù, l'af­fido a te questa mala razza: / distruggila, Gesù, fallo per me». / E CRISTO      - gli rispose dalla croce: / «Perché sono spez­zate le tue braccia? / oppure sei inchiodato come me? / Chi vuole la giustizia se la faccia, / nessuno fa giustizia per te. / Se tu sei UOMO   - e non sei testa pazza, / metti a profitto questa sentenza mia, / che io inchiodato sulla croce non sarei / se avessi fatto quello che dico a te».

Venendo in proscenio tutti cantano

Non aspettar San Giorgio

Non aspettar San Giorgio, che lui

ci venga a liberare,

non aspettar San Marco, che lui

ci venga a vendicare coi fanti e i cannoni.

 Portella delle Ginestre

i morti calabresi

e quelli delle Puglie,

quelli di Reggio Emilia

e quelli morti in fabbrica

e quelli sui cantieri

e quelli avvelenati dall'acido e il benzolo.

Non aspettar San Giorgio, che lui

ci venga a liberare,

non aspettar San Marco, che lui

ci venga a vendicare coi fanti e i cannoni.

E quelli che son crepati

di tisi e silicosi

e il cancro alla vescica

per più di mille donne

e i morti giù in miniera...

ma basta con 'sto elenco

son venticinquemila 'mazzati in poco tempo.

In pochi anni

nessuno paga i danni,

è roba del padrone,

comanda lui

e non gridare aiuto. Eh no!

Chi può aiutarti oppresso

è il tuo compagno stesso - è lui

che ti potrà salvare,

soltanto lui.

Però

bisogna buttarci tutto, alè,

o merda o berretta rossa,

o merda o berretta rossa,

chi non vuol provare la scossa

sta dalla parte del padrone

o la pagherà.

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