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CICERO

Commedia in tre atti

di LUIGI BONELLI

PERSONAGGI

AVVOCATO GIOVAN BATTISTA BURASCO

COLOMBO FALIERO

FRANCESCA FALIERO

MADDALENA GRAMIGNI

RENZO SCATOLA

POLDO GRAMIGNI

NINI’ DATTILOGRAFA

TITO GIOVANE DI STUDIO

ROSA DOMESTICA

ZORAIDE CARAMELLI

ANGIOLO TREMOLI

DOTTOR MINUTOLI

UN COMMISSARIO DI P.S.

UN AGENTE DI P.S.

Oggi a Venezia

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Lo studio dell'avvocato Burasco. Una stanza povera, disadorna, con mobili di nessuna pretesa. Porta a destra che dà nell'anticamera; porta a sinistra che dà nella stanza della dattilografa e serve anche di comunicazione con lo studio dell'avvocato Galeri. Verso l'angolo destro, nel fondo, la scrivania.

 (La signora Zoraide seduta dinanzi alla scri­vania in attitudine di attesa).

Zoraide                         - (a Tito) Cerca l'avvocato? È a det­tare una lettera alla dattilografa.

Tito                               - Ah!... Ecco... alla dattilografa... alla dattilografa...

Zoraide                         - Senta, giovanotto, lei che è così gentile, mi dica una cosa, proprio con il cuore in mano...

Tito                               - Scusi, eh!... È appunto il cuore... che non ho disponibile, in questo momento... Diceva?

Zoraide                         - Dicevo: che cosa ne sa lei, delle mie povere cinquemila lire?

Tito                               - Io? Che cosa vuol che sappia? Non so niente nemmeno delle mie duecentocinquanta mensili, si figuri!... Se non se ne occupa lui, là..., invece di occuparsi della macchina da scrivere!...

Zoraide                         - Già. Ma, veda: non mi pare che prenda la cosa sul serio come dovrebbe pren­derla. Cinquemila lire, lui, le chiama soldini! Ha capito?! «Soldini»,

Tito                               - (correndo ancora alla porta di sinistra) Scusi, veh!

Zoraide                         - Faccia... Ma quanto gli preme la macchina da scrivere, a questo ragazzo!

Tito                               - (tornando) Allora?

Zoraide                         - Allora, volevo dire che se per lui son «soldini», per me son soldoni! Averli o non averli vuol dire fare una certa vita, piut­tosto che un'altra... Non mi vergogno a dirlo: ora che mi mancano, son costretta a restringer­mi, a fare delle economie... perfino nel vitto, si figuri!

Tito                               - (interessato) Davvero?! Allora, po­trei esserle utile anch'io, signora... Lei, forse, saprà che... (Correndo via da destra) Vengo subito...

Zoraide                         - S'accomodi... (A se) Corre di qua, corre di là: non sta un minuto fermo, questo figliolo!

Tito                               - (tornando con una larga scatola nera ed aprendola dinanzi a Zoraide) Ecco... Dicevo: lei saprà, signora, che, per industriarmi, ac­coppio alla mia attività legale quella di rap­presentante di generi commestibili conservati in scatola... Lei deve economizzare nel vitto, non è vero? Ebbene, guardi: le propongo dell'ottimo pesce a prezzo convenientissimo. Os­servi la confezione di queste sardine sott'olio... le provi e...

Zoraide                         - No, mi dispiace, ma pesce non ne mangio. Il mio povero marito è morto in mare e da quando è successa la disgrazia... cosa vuole? È questione di sentimento!... non posso più vedere in tavola quella roba lì... Risparmierò, magari, sul pane, se non po­trò riavere le mie sacrosante cinquemila lire...

Burasco                         - (entrando da sinistra con una let­tera dattilografata in mano) « Le sue sacro­sante cinquemila lire »! Lo sapevo che l'avrei trovata a parlar di quelle!

Zoraide                         - Si capisce che parlo di quelle! O che son venuta a fare? È denaro mio, sa!

Burasco                         - Al tempo, al tempo! Suo per modo di dire. Non è più suo dal momento che l'ha dato al signor Ferrolini!

Zoraide                         - Che discorsi! « Dato »!? Gliel'ho imprestato. È un debito che deve pagare! Mi par così semplice!

Burasco                         - Beata lei, che le par così sem­plice! Lei crede che oggigiorno si possa pa­gare i debiti, così, come si beve un bicchier d'acqua, senza curarsi della bilancia commer­ciale, della depressione monetaria, del flusso e riflusso del circolante, dei cambi, delle borse e via discorrendo, con quel che segue?! Brava! Ma brava! È più brava di me. Perché io, su questo genere di problemi, non oso avere una opinione precisa. Già, non è la mia partita. Io non sono un uomo d'affari: sono un giurista. Ma il mio collega, l'avvocato Galeri, che si oc­cupa a fondo di certe cose, mi diceva anche ieri sera che un debitore non è che un atomo nel mare magnum del dare e dell'avere, un atomo, in balìa delle correnti economiche uni­versali... Se le correnti economiche non per­mettono che paghi, non paga!

Zoraide                         - Farabutto! E lei, quasi quasi, lo giustifica!

Burasco                         - Si capisce che lo giustifico! Sa di che sono fatte quelle correnti? Di miliardi, di centinaia di miliardi! Mi dica, quando si parla di miliardi, che cosa diventano le sue mi­serabili cinquemila lire? Soldini! Ed io, avvo­cato Giovanni Battista Burasco, del Foro di Ve­nezia, in questo momento formidabile della storia finanziaria dell'umanità, debbo ridurmi a comporre divergenze di soldini! Peuh! Val meglio assai non parlarne! Ecco qua la lettera per il suo debitore!

Zoraide                         - Ah, bene! Così gli faremo paura!

Burasco                         - Povera donna! Paura! Ci vuol altro! Ha i quattrini in mano: è lui che fa paura a noi! Per meglio dire: a lei, perché a me, paura non la fa di certo! Gli ho notificato (brandisce la lettera) che faremo gli atti per prendere un'ipoteca...

Zoraide                         - Un'ipoteca?! Ho capito! Nuova carta bollata. Nuove spese... per riavere il mio.

Burasco                         - Lei, prima di tutto, me lo lasci dire, ha un sentimento esagerato della proprietà e dei diritti che ne derivano. In secondo luogo non concepisce il funzionamento tecnico del meccanismo moderno del recupero dei crediti attraverso l'opera degli esperti, specialmente quando si tratta, come nel caso suo, di crediti congelati!

Zoraide                         - Congelati?!

Burasco                         - Sicuro: congelati, congelatissimi! Quel povero diavolo del suo debitore si trova sull'orlo del fallimento: più congelato di co­sì!... Osteria! Pardon! E, in questa situazione, lei pretenderebbe di riavere i suoi soldini senza spenderne almeno altrettanti nel giro dell'af­fare? Andiamo, signora Zoraide! Lo dice sem­pre il mio collega Galeri: la vita del denaro è nella circolazione! Lo lasci circolare. E, so­prattutto, lasci fare a me. Prenderemo l'ipo­teca su di un piccolo stabilimento di bagni che il debitore possiede a Chioggia. Sarà una quar­ta ipoteca, ma le resterà sempre qualche metro quadrato di spiaggia, per goderselo in estate...

Zoraide                         - Non posso soffrire i bagni di ma­re. Il mio povero marito...

Burasco                         - Lo so: e allora c'è un negozietto di barbiere e pedicure, sempre a Chioggia, in località semicentrale... Se preferisce...! Del re­sto non abbiamo altra scelta!

Zoraide                         - (agitandosi e alzando la voce) Pre­ferisco per forza! Nel ballo ci sono! Ma non mi va giù! Non mi va giù! Io le dichiaro che...

Burasco                         - (fermandola) Si calmi! Vuole agitarsi così per tanto poco! Che diamine! Ba­sta battere il piede in terra, oggigiorno, per farli scappare fuori, cinque miserabili biglietti da mille...

Zoraide                         - E allora lo batta, benedetto lei! Lo batta subito!

Nini                               - Vuol darmi quella carta bollata, si­gnor avvocato?

Burasco                         - Non ce n'è più?

Nini -                             - Nossignore. Se desidera che vada a prenderla... (Tende la mano per avere i de­nari).

Burasco                         - (frugandosi in tutte le tasche) Non ho spiccioli, al presente... Senta dall'avvo­cato Galeri, se...

Nini                               - Non è ancora rientrato.

 Tito                              - Già. Altrimenti sarebbe passato da lei...

Nini                               - E, invece, non l'ho visto!

Burasco                         - Naturale! Se la prende comoda... Fa gli affari in proprio! Noialtri, invece, che siamo al servizio del pubblico!... (Al giovane di studio) Tito, accompagni la signora Cara­melli, l'accompagni cortesemente sin sulla cal­le, e, poi, ancora per un tratto, fino al tabac­caio. (Alla cliente) Io dovrei anticipare queste spese, ma giacche lei si troverà davanti alla rivendita, può farle da sé e consegnare al mio giovane le carte bollate necessarie per l'ipoteca. A ben rivederci... e stia allegra!

Zoraide                         - (uscendo) C'è proprio da stare al­legri! Non si fa che spendere!

Burasco                         - Circolazione! Circolazione! Che diamine! Questo è oggi, per tutti, il vero gua­dagno!

Tito                               - (uscendo malvolentieri e lanciando oc­chiate a Nini che fa l'indifferente, rivolto a Burasco) Io vado, ma guardi che di là c'è gente, e che...

Burasco                         - Al tempo! Al tempo!

Tito                               - C'è il signor Tremoli che ha fretta. Se vuole che lo faccia passare...?

Burasco                         - Ci penso io, ci penso io. Vada pure. Lo chiamo da me! (Spinge fuori Tito). Non faccia aspettare la signora! Che diamine! Educazione! Cortesia! Galateo! Buon giorno, signora! E se non vuole vederselo morire in tasca, il denaro, lo metta in circolo... Ha ca­pito?... In circolo...

Burasco                         - Cara signorina, con clienti di questo genere c'è da farsi venire l'itterizia! Meno male ch'è già pronto il contravveleno: un musetto grazioso, un vestitino pieno di pri-mavera, che, a vederseli così, a portata di ma­no, mettono il brio addosso anche a un disgra­ziato libero professionista come me!

Ninì                               - Oh, avvocato, non lo dica!

Burasco                         - Che cos'è che non devo dire? Che il suo musetto è fatto bene? Che il vestito le sta a pennello? 0 che io sono un legale di­sgraziato? Eppure sono tre verità sacrosante! È vero che, per un avvocato, tre alla volta sono troppe, ma, infine, quando siamo in camera... non si allarmi: è latino! - in camera charitatis, anche un avvocato si può azzardare a metterle fuori.

Nini                               - Ma perché dice sempre d'aver la disgrazia addosso? Sentiamo: pagherei saperlo!

Burasco                         - Oh, ci vuol poco, a saperlo! Non lo vede che sono costretto a dibattermi fra clienti da soldini come la signora Caramelli? Un uomo del mio inerito? Crede, che se fosse altrimenti, le lascerei far la corte da Tito... e dal Galeri?

Ninì                               - O questa che c'entra? Io non mi fac­cio far la corte da nessuno...

Burasco                         - Per Tito passi: è giovane. È una grande ricchezza, la gioventù! Ma in quanto al Galeri, stia attenta!...

Nini                               - Che le può far supporre?

Burasco                         - Non suppongo: constato. Ieri se­ra abbiamo fatto tardi insieme... Galeri aveva bevuto... Si capisce che non si può dare un gran peso a quello che esce di bocca quando si è in certe condizioni, ma, insomma, parlava di lei in un modo...! Sono stato costretto a metterlo a posto! S'è offeso! M'ha lasciato solo come un cane!... Ma io ho il dovere di avvertirla: stia attenta! È un uomo finito... Tutta la sua fortuna in affari...: un fuoco di paglia! Siamo già agli sgoccioli! Anzi, ieri sera era tutto turbato per questo; s'è voluto stordire per questo! M'ha trascinato con sé come un pazzo...; ha voluto che bevessimo insieme... Ah! Le assicuro che non lo invidio più... L'ho invidiato. Lui aveva il bernoccolo delle speculazioni, io no; io con­sidero la giurisprudenza come un'arte, lui la considera come un'industria...: mi pareva più furbo lui... Ma ora so che va in malora peggio di me... e mi dispiacerebbe che una ragazza ine­sperta si lasciasse abbindolare da...

Nini                               - Ma è una fissazione! Io, per sua re­gola, gliel'ho già detto, non mi lascio abbindo­lare da nessuno.

Burasco                         - Speriamo. Lei mi sta a cuore, si­gnorina Nini.

Nini                               - Davvero?

Burasco                         - Sì. E sa perché? Perché ha il do­no di farmi sognare. Quando mi è vicina, vede, non mi sento più tra la Pretura e il Giudice Conciliatore, tra le pulci della giustizia, ma mi par già di discutere da pari a pari con le toghe scarlatte, con Sua Eccellenza il Primo Presi­dente, alla Suprema Corte di Cassazione, a Ro­ma, tra i colossi, nel mio vero ambiente! È un sogno, e dovrebbe essere una realtà senza l'in­giustizia degli uomini... Se sapesse cosa vuol dire, sentirsi dentro tanta forza, tanta energia da mettere sottosopra l'universo, da entusiasma­re un pubblico dopo l'altro, una Corte dopo l'altra..., e doversi ridurre ad accendere un'i­poteca sopra un negozio di barbiere e pedicure a Chioggia, per conto d'una vecchia spilorcia! C'è da mangiarsi le mani!... Ma, poi, viene una ragazzina col vestitino verde, e, allora, invece di arrovellarsi e di angustiarsi, si sogna e ci si consola!

Nini                               - Stia tranquillo, signor avvocato! La fortuna verrà anche per lei! Andrà all'Assise!

Burasco                         - Ne son certo, e mi piace che lei me lo dica. Bisognerebbe davvero che potessi combattere a modo mio con il Procuratore Ge­nerale in una causa celebre! Il penale, signo­rina Nini, il penale! Ecco la leva che mi solle­verà in alto! È dinanzi alla folla, in difesa del reo da strappare all'ergastolo o alla morte... per fortuna, ora, c'è anche la pena di morte! - che la mia eloquenza scocca, balza, rimbal­za, incalza e vince! Ma ci vuole il fattaccio stra­ordinario, il delitto sensazionale!...

Nini                               - Come quello che hanno scoperto sta­notte... C'è sul giornale.

Burasco                         - Che è successo?

Nini                               - (mostrando un giornale) Una cosa raccapricciante. Guardi: « Il cadavere di un uomo senza testa ripescato in canale ».

Burasco                         - Un cadavere senza testa. Ecco un cliente! Non il morto, si capisce! Quello che lo ha ammazzato.

NlNÌ                             - E lo ha ammazzato tagliandogli la te­sta con un coltello, si figuri! Con un coltello!

Burasco                         - Osteria! Pardon!...

Nini                               - Così non hanno potuto riconoscerlo... Ci pensa?! Il coraggio dell'assassino?!

Burasco                         - Ecco il cliente, ripeto, che ci vor­rebbe per me! Anzi: per noi! Perché dopo la vittoria verrei a ghermirla, con artigli aquilini, e la porterei meco nella stratosfera!

Nini                               - Ma, avvocato..., che discorsi mi fa?! Io, vede, con lei non mi arrabbio perché so che è buono...

Burasco                         - Ah! Lo sa?

NlNÌ                             - Sì. Non se la prende neanche quando i suoi colleghi lo chiamano con quel sopranno­me buffo: «Cicè... Cicè... ».

Burasco                         - Cicero... Cicero... (Ride) Ah! Ah! Lo dica un po'?... Ci...

Ninì                               - Ci...

Burasco                         - ce...

Nini                               - ce...

Burasco                         - Cinguetta, cara, come un cardel­lino: Cicè... Cicè... Cicero!

Nini                               - Cicero.

Burasco                         - Ecco! Vuol dire «Cicerone», il più grande avvocato della storia. Mi chiamavano Cicero, a Padova, i miei compagni d'Università. Bei tempi! ! Perché avrei dovuto avermene a male? Anche dette per scherzo, certe cose, scal­dano la fantasia...

Nini                               - Sarebbe come se chiamassero un sot­totenente Napoleone.

Burasco                         - Ecco! Nomi che fanno sognare... E non è soltanto a vent'anni che si sogna vo­lentieri, sa?

Nini                               - Ah, no?

Burasco                         - No. Anche dopo, specialmente quando una ragazzina ci viene a cinguettare sul naso, come per fare la primavera intorno a noi... Cicero... Lo ridica.

Nini                               - Cicero...

Burasco                         - Ancora...

Ninì                               - Cicero...

Burasco                         - (stringendola a se) Cicero... Ci­cero... Cicero...

Tito                               - (entrando) Signor avvocato... (Ninì scappa via spaventata).

Burasco                         - (arrabbiato) Che c'è?

Tito                               - (agitando il rotolo) C'è che, di là, il signor Trèmoli è fuori di sé...

Burasco                         - (c. s.) Ce lo lasci.

Tito                               - M'aveva detto che lo chiamava lei...; invece... Scusi! Che modo è? L'abbiamo invi­tato!... E, poi...

Burasco                         - Vediamo un po', Tito! Perché s'accalora tanto?

Tito                               - È questione di giustizia... Io sono per la giustizia!

Burasco                         - E, allora, perché fa il giovane d'avvocato? In ogni modo, eccomi pronto per il signor Trèmoli, benché quello non sia davvero il cliente di cui si parlava ora, con la Nini.

Tito                               - Ah! Parlavano di clienti?

Burasco                         - Si capisce. Di che si doveva par­lare? C'è altri in anticamera?

Tito                               - Sì, c'è un uomo che insiste per...

Burasco                         - Prima il signor Trèmoli.

(Entra da destra, introdotto da Tito, Angiolo Trèmoli. È molto agitato e si mette dinanzi a Burasco con aria scontenta).

Trèmoli                          - Oh!... Eccomi qua!

Burasco                         - (sforzandosi di essere cortese) Dunque, caro signor Trèmoli, io l'ho pregato di passare da me per...

Trèmoli                          - (aggressivo) Per dirmi, dopo due ore d'anticamera, che abbiamo perduto la cau­sa. Bell'affare! Sappia ch'io sono stufo! Io non mi lascio prendere per il bavero!

Burasco                         - (riscaldandosi) Lei, caro signore, esorbita dalle sue dirette attribuzioni di cliente. Nella mia professione, non accetto lezioni da nessuno. Son buono, cortese, ma alla fine, mi ribello, e, benché avvocato, al pane gli dico pane anch'io! Ha perduto la causa? Una causa d'agnelli! E perché non l'ha vinta?

Trèmoli                          - Ma come?!

Burasco                         - (c. s.) Sicuro, Alla fine erano af­fari suoi. Che cosa c'entro io nei suoi affari? Io sono un istrumento, un nobile istrumento di cui lei si è servito, tentando di vincere, ma sic­come la materia non era così nobile come lo strumento, ha finito per perdere!

Trèmoli                          - (furioso) Ah! È così? Senta: se sto ancora ad ascoltarlo va a finire che mi dà di volta il cervello!

Burasco                         - (c. s.) Poteva dirmelo prima che aveva tendenza alla pazzia: avrei presentato al Tribunale la tesi della infermità mentale e le avrei fatto fare un figurone!

Trèmoli                          - Anche pazzo, ora?

Burasco                         - Si capisce! Pazzo da legare se si vuole mettere a discutere con me, che sto col Codice. Il Codice non assicura mica di vincere! Il Codice dà il diritto al cittadino di vincere e di perdere! Lei ha perso: il Codice è a posto... io son a posto... (Rabbonendosi) Ed è a posto anche lei!

 Trèmoli                         - Io?

Burasco                         - Sì, perché se lei ha perduto, per fortuna son qua io che le darò la soddisfazione di vincere in appello.

Trèmoli                          - In appello per quattro agnellini?

Burasco                         - Sicuro. Intanto crescono, duran­te le more. Io le confesso, caro signor Trèmoli, che gli agnelli non sono il mio genere...: è ma­teria da parte civile...

Trèmoli                          - Oh! Bella! Noi non siamo la par­te civile?

Burasco                         - Sì, ma il mio temperamento è un altro... Dicevo, dunque, che quando saremo in appello, quegli agnelli saranno tanti montoni e si comincerà a ragionare! Con quattro becchi, con la Corte d'Appello e con un cliente pazzo, c'è modo di farsi onore anche per l'avvocato Burasco!

Trèmoli                          - (insorgendo) Ma...

Tito                               - (entrando da destra) Con permesso, signor avvocato...

Tito                               - Quell'uomo che è venuto prima, in­siste per essere ricevuto. Dice che ha da confe­rire col signor avvocato per cosa che non am­mette dilazione.

Burasco                         - E lei viene a disturbarmi mentre parlo dei suoi becchi con un cliente folle che vuole andare in appello? Che costui, quel tale, aspetti con gli altri. Chi sono gli altri?..,

Tito                               - Il droghiere, il sarto...

Burasco                         - (puntando il dito contro Tito per farlo uscire) Al tempo! Al tempo!

Tito                               - (uscendo) Sissignore!

Burasco                         - (a Trèmoli) Lo vede, signor Tré-moli? Io sono oppresso, assalito, oberato dal lavoro! Chi c'è in quell'altra stanza? L'ignoto con tutte le sue sorprese! Forse affari d'oro! Cause celebri! La fortuna. (A sé, sorridendo) La fortuna! La fama! La gloria! Il mistero. E lei mi fa perdere un'ora in quisquilie! Di che si lamenta? La prima istanza, benedetto, gliela regalo! (Moto di Trèmoli) Non a lei: all'avver­sario. Ma l'appello me lo tengo per me. L'ap­pello è mio, e neppure lei, caro signore, neppure lei può portarmelo via! Mi lasci fare! Io, quan­do ne vale la pena, sono una centrale elettrica di entusiasmo. Quando capita il gran colpo, al­lora...

Tito                               - (entrando) Con permesso, signor av­vocato... Scusi... perdoni, abbia pazienza, ma quel tipo insiste ancora per essere ricevuto...

Burasco                         - Al tempo! Al tempo!

Tito                               - Gliel'ho detto, ma non vuole sentir ragioni! Se non lo fa entrare subito, ha detto che farà qualche sproposito! E, infatti, vedesse! Ha gli occhi fuori dalla testa... M'ha investito...

Burasco                         - Oilà! Violenza? E, allora: cara­binieri! Torni di là... (Tito non si muove). Che c'è? Ha paura? Pusillanime! Ci sono anche gli altri...

Tito                               - No. Se ne sono andati. Quando han­no visto che quel figuro...

Burasco                         - (spingendo fuori Tito) Carabi­nieri!

Tito                               - Ma...

Burasco                         - (mentre Tito esce da destra) Chiamate i carabinieri! (A Trèmoli) Capisce? I carabinieri ci vuole per disciplinare la clien­tela nel mio studio! In quanto a lei, signor An­giolo, siamo intesi: domani, senza perder tem­po, le manderò la nota delle prime spese... (Mo­to di Trèmoli) Non si allarmi: soldini...

Tito                               - (cercando di trattenere sulla porta di destra Colombo che vuole entrare e che alla fine ci riesce) Le dico, il signor avvocato non può...

Colombo                       - Potrà! Potrà! Mi lasci passare! ...

Tito                               - Ma no, non...

Colombo                       - Mi lasci passare, in nome di Dio!

Burasco                         - (insorgendo mentre Trèmoli si rin­cantuccia in un angolo dello Studio) Che cosa succede? Violazione di domicilio?

Colombo                       - (riuscendo ad avvicinarsi al banco dopo essersi, con uno strattone, liberato da Ti­to) Finalmente!

Burasco                         - (con un grido) Ohe! Come sareb­be a dire « Finalmente! » ?

NiNÌ                             - (affacciandosi, emozionatissima, da sini­stra) Che c'è? Che succede? Oh Dio! Dio!

Burasco                         - (a Nini) Zitta! Zitta, lei!

Colombo                       - Signor avvocato, mi perdoni, mi perdoni se sono stato costretto a entrare così.

Burasco                         - Lei è uno spudorato inqualifica­bile! Che modo è?! Lei impaurisce tutti, a co­minciare dalla signorina...

Colombo                       - Anche la signorina mi scuserà. Quando saprà, mi scuserà anche lei! Ma ora che son qui mi lasci parlare e non mi mandi via!

Burasco                         - Io chiamo i carabinieri. Ecco che cosa faccio! Tito... (Cerca Tito che si è nascosto dietro a un mobile) Tito... Dove s'è cacciato quell'animale? (Tito fa capolino) Tito: la for­za pubblica...

Colombo                       - Ormai, signor avvocato, non ho più paura nemmeno della forza pubblica...

Burasco                         - Davvero?

Nini                               - (con un piccolo grido) Oh!

Burasco                         - (a Nini) Stia calma, signorina! (A Colombo) In quanto a lei... Eh! In quanto a lei..., se è così, come dice, la cosa cambia aspetto! Non le fa paura nemmeno la forza pub­blica? Osteria!... (Presentando una sedia) Si ac­comodi un momento...

Colombo                       - Grazie. (Resta in piedi).

Burasco                         - Sbrigo una faccenda da nulla e son da lei... ( Chiamando Trèmoli) Signor Tré-moli... Dov'è andato a finire il signor Trèmoli? (Scoprendolo nel suo cantuccio tutto tremebon­do e tirandolo in mezzo alla scena) Ah! Dun­que, siamo intesi: in appello!

Trèmoli                          - Faccia lei! Faccia lei! Io me ne vado.

Burasco                         - Bravo. Così si dice. Bene. A ben rivederci. Tito, l'accompagni. (Trèmoli si pre­cipita via da destra e Tito gli tien dietro. Bu­rasco si volge a Nini) E lei, signorina, vada pure di là e si faccia portare su un caffè da Tito. Ha una faccia sbiancata...! (Carezzandola) Ha avu­to paura per me, poverina!? Niente paura! Va­da, vada... (La accompagna alla porta di sini­stra) Lei non è ancora abituata allo studio di un grande avvocato! Finora ha avuto emozioni, al massimo, da Tribunale! Vedrà in seguito! Quando entreremo in pieno all'Assise! Vedrà! Altro che questo! E, allora, emozionandoci in­sieme... Vada! Vada! Cara! E non lavori più, per oggi... Lavoro io...!

Colombo                       - (disperato) Signor avvocato... (Piange).

Burasco                         - A noi due! (Accorgendosi che piange) Perbacco! Delle lacrime?! Calmatevi e parlate. Mi raccomando, prima di tutto, la bre­vità, perché io sono un uomo di poche parole. Veniamo al fatto. Voi siete?

Colombo                       - Un assassino!

Burasco                         - Cosa?

Colombo                       - Un assassino, signor avvocato, un assassino!

Burasco                         - Andiamo piano: assassino auten­tico? Assassino senza eufemismi?... (Faccia in­terrogativa di Colombo). Insomma, che avete ucciso, è vero o non è vero?

Colombo                       - Dio volesse che non fosse vero! Ho ammazzato un amico...

Burasco                         - Un amico?! Bene!

Colombo                       - Un amico caro, un amico di fa­miglia...

Burasco                         - Benone! Di famiglia! Ecco una difesa! Ecco un uomo!

Colombo                       - Un uomo finito! Rovinato!

Burasco                         - Un uomo coi fiocchi! Un uomo come m'intendo io! Non una vittima: un reo! Un reo! Un reo, il quale dopo aver compiuto un atroce misfatto, viene da Giovan Battista Bu­rasco per dirgli: «Animo... atleta del Foro, parla e difendimi! ».

Colombo                       - E lei... signor avvocato?! Lei che risponde?!

Burasco                         - Io? Io lo grido in faccia al mon­do: ti difenderò. (Suona il campanello) Perdio! C'è la causa. Oh! Se c'è!

Tito                               - (alla porta di destra) Comandi, signor avvocato. Posso portare il campionario?

Burasco                         - Le par questo uomo da sardine sott'olio? Ah! Se sapesse!... (A Colombo che si rincantuccia in una poltrona) Non abbiate paura, voi! Voi siete nel sacrario intangibile: nello studio del patrono! (A Tito) L'avverto che dacché è entrato costui, non posso ricevere nessun altro!

Tito                               - Sarebbero venuti due signori che di­cono...

Bukasco                        - Niente possono dire! Dinanzi alla maestà del delitto ci s'inchina e basta! Non c'è niente da dire! Mandi via tutti. Spranghi la porta e non si muova, finché non lo chiamo io. Vada, Tito, vada. (Tito esce sbigottito guar­dando Colombo a bocca aperta. Burasco lo ri­chiama) Un momento. Mi porti del cognac... Scenda giù dal droghiere... Una bottiglia... Ho bisogno di mettermi in forze... Ha una siga­retta? (Tito gli porge una sigaretta). Me l'ac­cenda. (Tito eseguisce). Mi dia le altre sigaret­te... e i fiammiferi. (Tito eseguisce. Burasco lo spinge fuori, fumando rabbiosamente). Via, ora! Colombo(appena Tito è uscito) Signor av­vocato! Non so come ringraziarla!! (Vuole ba­ciargli le mani).

Burasco                         - Niente ringraziamenti anticipati. E, soprattutto, niente pianti! Abbiate il corag­gio delle vostre azioni! Al tempo! Riorganiz­ziamo le idee. Dunque: come vi chiamate?

Colombo                       - Colombo Faliero.

Burasco                         - Colombo Faliero... Colombo Fa­liero... Dove diavolo ho sentito questo nome?... Che mestiere fate?

Colombo                       - Il mediatore... In piccolo, natu­ralmente, ma faccio il mediatore e ho il reca­pito nei pressi della stazione giacché mi occupo anche di trasporti di merce...

Burasco                         - Benone. Mestiere incerto e im­preciso. È quello che ci vuole... Coniugato?

Colombo                       - Sì, signore: ho moglie, disgrazia­ta la mia Francesca!

Burasco                         - Giovane?

Colombo                       - È più giovane di me e, di na­tura, è anche un tantino più vivace... Ma che succederà di lei, da oggi in avanti?

Burasco                         - Bella?

Colombo                       - Non me lo rammenti, signor av­vocato! Bella! Non lo dico io solo...: lo dicono tutti. Bella e intelligente. Fin troppo intelli­gente per me.

Burasco                         - Prole?

Colombo                       - Eh?!

Burasco                         - Domando: avete prole? Figli?

Colombo                       - No no, per fortuna! In questa circostanza, io credo che impazzirei dal dolore, se avessi un figlio...

Burasco                         - Ma, almeno, vostra moglie non rimarrebbe sola...

Colombo                       - Per cotesto, non è sola... Oh! Non è sola: ha sua madre e suo padre... Anzi, debbo dirle che non ho avuto il coraggio di tornare a casa, dopo il fatto, per il timore dei rimproveri di mia suocera e di mia moglie.

Burasco                         - Ho capito: drammatica situazio­ne familiare... Da tenerne conto. Incensurato? (Dinanzi alla perplessità di Colombo) Voi... Come vi chiamate, voi?

Colombo                       - Colombo Faliero.

Burasco                         - Domando se voi, Colombo Faliero - ma questo nome io l'ho già sentito altre vol­te!... se avete avuto ancora a che fare con la giustizia? Avete commesso altri delitti?

Colombo                       - Io?! Mai! Mai! Qualche contrav­venzione ho avuto e qualche ammonimento da giovane, per qualche sbornietta... E niente al­tro. Sono un galantuomo, io!

Burasco                         - (investendolo) Siete un delin­quente!

Colombo                       - Sissignore...

Burasco                         - Delinquente, magari, non abitua­le, ma... (Risovvenendosi) Ah! Cristoforo Co­lombo e Marin Faliero! Dicevo bene che non m'erano nuovi! Grandi nomi! E voi siete la mescolanza di questi due grandi nomi nobili, storici, tragici, eroici e via discorrendo...! A uno gli tagliarono la testa... E, anche voi, per atavismo...

Colombo                       - (tremando) - Mi taglieranno la testa?!

Burasco                         - No, voi, dico, discendendo da sì bei nomi, siete evidentemente un nobile deca­duto, un delinquente nobile! Ecco il pane per i miei denti! Osteria! Pardon! Ossia: «pardon» un corno! Ormai, «osteria» senz'altro! La fortuna è qui, nel mio studio! L'ar­te ha trovato la sua materia. Degenerazione fa­miliare, più degenerazione individuale, uguale delinquenza perfetta! (Investendo Colombo) Quando, dove e perché è accaduto il delitto? Tempo, luogo, movente. Siate chiaro, esplicito e veritiero. A me si può dire tutta la verità, appunto per sapere quali alterazioni della ve­rità possono servirci al processo... Altrimenti, se non mi dite la verità, io, per alterare la ve­rità, potrei dire la verità e tutto il sistema di difesa andrebbe a carte quarantanove! Avanti: ascolto.

Colombo                       - Ieri sera, saranno state le undici quando io e il povero... (Scoppia in singhiozzi) Ah! Non posso...

Burasco                         - Su, su, perdiana! Un uomo che ha ammazzato un altro deve sempre avere il coraggio di raccontare come ha fatto... (Entra Tito con una bottiglia). Ah, Tito! Dia qua.

Colombo                       - Che orrore, Dio mio! (Tito torna coi bicchieri).

Burasco                         - Lasci qui, Tito. Faccio io. La si­gnorina Nini s'è rimessa dallo spavento?

Tito                               - Sissignore. È là sull'altana che pren­de aria...

Burasco                         - La sorvegli...

Tito                               - (scappando via, contento) Si figuri!

Burasco                         - (facendo bere Colombo) Un goc­ciolino di cognac; vi farà bene...

Colombo                       - (bevendo) Il povero Renzo...

Burasco                         - (bevendo a sua volta) Chi è que­sto povero Renzo?

Colombo                       - Renzo Scatola.

Burasco                         - Ah, la vittima! Benissimo! Sca­tola! Questo è un nome che non è ancora nella storia. Ma c'entrerà! Che età aveva questo Sca­tola?

Colombo                       - La mia, su per giù...

Burasco                         - Che mestiere faceva?

Colombo                       - Era spedizioniere anche lui... Il povero Renzo, verso le otto, finito di cenare, era venuto con me all'osteria...

Burasco                         - Capito tutto! L'alcool! (Beven­do) Si beve troppo, a Venezia! Del resto: guai se non si bevesse! Il delitto d'un astemio toglie all'avvocato metà delle sue forze. Ma queste non sono che divagazioni. Eravamo rimasti al vostro stato di ebbrezza, d'ubriachezza pato­logica e pericolosa... Avanti.

Colombo                       - Ecco, a voler essere sinceri, all'« Osteria della vite » non s'era ancora ubriachi!

Burasco                         - Ma dopo sì. Quindi, condensia­mo! Siete passati da un bar all'altro, finché... Al sodo!

Colombo                       - Ecco... Voglio dire, prima di tut­to, che mentre si beveva s'era allegri, tranquilli, ci si voleva bene... Niente faceva supporre... che sarebbe finita in quel modo...

Burasco                         - La calma prima della tempesta!

Colombo                       - Alle undici passate s'era al tra­ghetto: si sta alla Giudecca tutti e due... a Si stava», bisogna dire... (Inizia un singhiozzo. Movimento d'impazienza di Burasco). Poi, ci siamo messi a passeggiare lungo il Canale. Era scuro e non si vedeva un'anima.

Burasco                         - Lo so. Ci sono passato anch'io, con un amico! Un ambiente adattissimo, per un delitto come il vostro! Cielo nero come la pece, nebbia..., aria di burrasca..., un po' di piog­gia... Tutto! Tutto!

Colombo                       - Noi si cantava... Perché io, non per vantarmi, canto meno peggio, e anche lui, quando voleva...

Burasco                         - Lasciamo stare il canto, per amor del Cielo! Al sodo!

Colombo                       - Ma è stato proprio per via del canto che abbiamo cominciato a riscaldarci. A un certo punto mi sembra di aver osservato che la buona anima avrebbe fatto una nota falsa... Lui, che era un uomo rabbioso e violento, l'ha presa in mala parte...

Burasco                         - Parva favilla! Avanti!

Colombo ..................... - Ci siamo offesi, come si fa quan­ do s'è bevuto un po' troppo... Non mi ricordo mica le parole, sa! Non ricordo nulla di pre­ciso. So che Renzo m'ha dato dei brutti titoli, mettendoci di mezzo anche mia moglie... Allo­ra, non ci ho visto più: il sangue m'è montato alla testa e ho fatto per saltargli addosso... Lui, che era più forte di me, m'ha respinto... Io gli ho tirato una sberla, lui me ne ha tirate due che m'hanno tolto il sentimento... Ho reagito..., ho visto tutto rosso...: non so più che cosa sia successo... Non lo so, signor avvocato. Ho sen­tito un tonfo nell'acqua... Ho visto l'acqua slar­garsi... Son caduto senza conoscenza... Poi, ap­pena ho potuto riavermi, son scappato via e ho continuato a fuggire di qua e di là, per tutta la notte, pensando che avevo gettato Renzo in Canale, dopo averlo tramortito... ferito, forse... Chi sa? Ed anche ora, vede, signor avvocato, anche ora mi domando se ce l'ho buttato io o se c'è cascato da sé, senza che io abbia potuto salvarlo!...

Burasco                         - (bevendo) È evidente che ce lo avete buttato voi. Il delitto c'è. È confuso, ma c'è. Tutto sta (beve) nel rintracciare le cause vere, le radici del dramma... Non mi verrete mica a dire che l'avete ucciso perché ha fatto una nota falsa! Quali oscure ragioni vi spinsero, dunque, all'azione delittuosa? Parlate!

Colombo                       - Non capisco! Eravamo buoni amici! .,.

Burasco                         - Questo spiega molte cose, ma non spiega tutto. Lasciate che io scandagli l'anima vostra... Vi sono due generi di rancore che do­vevano ribollire in voi: rancori d'interesse e rancori sentimentali... Rancori d'interessi...?

Colombo                       - Le assicuro che s'era in buona armonia... Rancori, proprio, non ne avevamo!

Burasco                         - In apparenza, ma la sostanza? Vuotate il sacco. Qui si tratta della vostra vita, amico mio! Dovete aiutarmi, altrimenti le cose si mettono male. Un delitto commesso così, sen­za causali, per brutale malvagità, vorrebbe dire la pena di morte o il manicomio criminale, con quel che segue! Pensateci!

Colombo                       - Ci penso, ma, tranne qualche piccolo screzio...

Burasco                         - Vedete che ci veniamo?! Preci­sate.

Colombo                       - Non saprei... Lui spedizioniere, io che m'occupo anche di trasporti, si capisce, qualche volta, operando nella medesima zona...

Burasco                         - Antagonismo commerciale. E poi? Avete detto che lo Scatola era un uomo forte... Vi soverchiava, discutendo? Faceva valere la sua superiorità fisica?

Colombo                       - Eh! Senza dubbio... Specialmente se aveva bevuto, anche senza volerlo, eccedeva...

Burasco                         - Ci siamo. Si accumulavano in voi i sentimenti di vendetta contro queste continue umiliazioni pubbliche e private e, forse, subite dinanzi ai membri della vostra famiglia. Fre­quentava la vostra casa, lo Scatola?

Colombo                       - Molto spesso, sissignore. Nono­stante le proteste di mia suocera, che non vor­rebbe mai vedere nessun estraneo... E poi, il povero Renzo, era così franco: se aveva sete chiedeva da bere...; se aveva fame chiedeva un boccone di qualcosa che fosse in tavola.

Burasco                         - Cercava di sfruttarvi, insomma!...

Colombo                       - No: era un modo di fare. Del resto, tranne che alla suocera, era simpatico a tutti: a mio suocero, a mia moglie...

Burasco                         - A vostra moglie, giovane, bella e di carattere indipendente?...

Colombo                       - Sì, un pochino indipendente.

Burasco                         - Voi siete debole con lei?

Colombo                       - Lo confesso: il mio carattere è pacifico... Per evitare litigi mi piego volentie­ri... Anzi, il povero Scatola me lo diceva sem­pre: « Vorrei essere io al tuo posto! Vedresti come la farei filare! ». E, infatti, qualche volta è stato lui, con qualcuna delle sue sfuriate, a farla tornar ragionevole, la mia povera Fran­cesca!...

Burasco                         - Non voglio saper altro. E dice­vate che mancavano i motivi passionali ?! E la vostra gelosia, dove la mettete?

Colombo                       - Io non sono mai stato geloso! E di chi, poi?

Burasco                         - Di chi?! Misera psiche tarata da tanti anni di docile sottomissione! Non sapete neppure dare un nome ai vostri sentimenti. Ge­loso di chi? Ma di quello che piegava la donna in vece vostra! Altro che rancore! Il vostro era odio, odio bello e buono! Odio giustificato, giustificatissimo, in un onesto lavoratore leso nei suoi interessi, in un nobile, decaduto ma no­bile, un Faliero! leso nel suo onore! La disperazione, la pena contenuta, l'ira repressa! Basta una favilla per far esplodere la bomba... Ed ecco la nota falsa: Parva favilla; ed ecco l'esplosione: l'orribile delitto nel buio della notte, nella solitudine del luogo..., tra le raffi­che della tempesta...

Colombo                       - Voglio sapere! Voglio sapere su­bito! Lei dice che mia moglie e Renzo...?

Burasco                         - Io dico quello che i fatti dimo­strano all'evidenza e che sarà per me, domani, un'arma formidabile, al processo!

Colombo                       - Se la intendevano?

Burasco                         - Necessariamente!

Colombo                       - (esplodendo) Ah, mascalzoni! Ah, infami! Ah, traditori!

Burasco                         - Bene, lo scatto! Lo scatto epilettoide! Benissimo! Vedete se avete fatto bene ad ammazzarlo? A proposito. Bisogna informarsi all'ospedale per sapere se il cadavere è stato ri­trovato., (Guarda l'elenco dei telefoni). Ospe­dale... Ospedale... Ecco... (Forma il numero sul disco mobile del telefono) Pronto. Scusi: il medico di guardia. Sono l'avvocato Giovan Bat­tista Burasco. Grazie... Scusi, dottore: io debbo chiedere, per dovere professionale, se è stato trasportato nessun cadavere, entro la notte, o anche nella mattinata... Ecco... Sì... Dica: una vecchia morta di paralisi?

Colombo                       - Non è lui.

Burasco                         - Si capisce che non è lui. (Al telefono) E poi?... Un'altra donna? Lasci stare le donne: non mi servono, al presente. Non c'è alcun cadavere ripescato nei canali? Eh?! Cosa dice? È vero! Quello del giornale! Ho letto. Sicuro. L'età? Quarantacinque? La condizione? Potrebbe essere uno spedizioniere? Sì?... Dove l'hanno trovato? Davanti a San Giorgio? (Con un grido) È lui.

Colombo                       - (suggestionato) È lui?! È lui... (Corre per, la stanza chiudendosi le orecchie),

Burasco                         - (al telefono) Grazie... (A Co­lombo, con voce cupa) E gli avete tagliata an­che la testa! (Lo stringe al seno).

Colombo                       - La testa?! Non è possibile! Non porto che un temperino... Come vuole che...

Burasco                         - (in estasi) È accertato. Un cada­vere di cui parla tutta la stampa d'Italia! Ed è mio! E l'assassino è qui! Uno dei più impor­tanti assassini dell'ultimo quarto di secolo. (Lo abbraccia di nuovo, poi chiama) Tito! Tito! Signorina... (A Colombo) Bisognerà andare a casa vostra. (Movimento di Colombo). Non ab­biate paura. Vi accompagnerò io. Qual'è il vo­stro indirizzo? (Colombo si fruga in tuttele tasche).

(Tito e Nini entrano da destra con due facce interrogative).

Colombo                       - Corte Grande 1470 A... (Con un grido) Ah, ho perduto il temperino!

Burasco                         - Lo vedete? L'assassino, incon­sciamente, si disfà, sempre, dell'arma omicida (A Tito e Nini) Io vado con questo mio cliente in Corte Grande 1470 A. Raggiungetemi tra una oretta. Avrò bisogno di voi... (Prende il cap­pello e la busta nera da avvocato).

Tito                               -  Guardi che c'è, di là...

Burasco                         - Al tempo... (A Nini) Signorina Nini, lei m'ha portato fortuna! Il fattaccio, ec­colo! Lo stringo in pugno! Lo vede quest'uomo? Con un temperino da tasca ha tagliato la testa a un gigante! Ed io lo difendo... Ha capito? Io, Cicero... veramente Cicero! (Nini dà un piccolo grido e traballa. Burasco la sostiene per la vita). E siccome lei. è stata la mia buona fata, tenga... (Le dà due baci, uno per guancia, pro­vocando l'indignazione di Tito). Tenga! Se li merita. (A Colombo) Andiamo... (Si avvia ver­so la porta di destra su cui si presenta Trèmoli).

Trèmoli                          - Scusi, avvocato, ho ripensato a...

Burasco                         - (scartandolo, avendo a braccio Co­lombo) Mi dispiace, caro signor Angiolo... Non ho più tempo per i suoi agnelli. Finalmente ho trovato il lupo. (Designa Colombo a cui si piegano le gambe. Burasco lo sostiene e lo aiuta a camminare, ma, prima d'uscire, si volge a Tito e a Nini) A proposito: dite all'avvocato Galeri, quando torna, che io vado all'Assise e lui va... « a ramengo ».

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Salotto in casa di Colombo Faliero. Una fi­nestra, a destra. Nel fondo, la porta d'ingresso. A sinistra, la porta della cucina e un'altra porta che conduce alle altre camere dell'appartamen­to. Il salotto è ammobiliato modestamente, con mobili da stanza da pranzo e da lavoro. La ta­vola, evidentemente sparecchiata da pochi mi­nuti - giacche la tovaglia e gran parte delle stoviglie sono ancora sulla credenza - è tras­formata in tavola da stiro. Alle pareti, alcune fotografie grandi e piccole. Alla parete di si­nistra, sotto la fotografia di un sottufficiale della fine del secolo scorso, due vecchie sciabole e una pistola.

 (Maddalena stira, sul tavolo, alcune camicie p certi colletti di stoffa a colori. Francesca pas­seggia in su e in giù come una belva in gabbia. Poldo legge il giornale, appisolandosi ogni mo­mento. Rosa è protesa alla finestra, guardando fuori con attenzione).

Francesca                      - (a Rosa) Non si vede ancora?

Rosa                              - No. Non si vede.

Francesca                      - (a Poldo) E nel giornale non c'è niente? (Poldo sonnecchia e non ode. Fran­cesca lo scuote) C'è niente, nel giornale?

Poldo                            - (sobbalzando) Eh! Ah! No. Niente. Non c'è nessuna notizia che riguardi Colombo. C'è, invece, un articolo raccapricciante sul ri­trovamento in mare di un cadavere senza testa. Però si tratta di uno sconosciuto.

Maddalena                    - (stirando, a mezza voce) Fosse lui, almeno! La testa non l'ha mai avuta: dun­que! Ma una grazia simile non ce la meritia­mo... non ce la meritiamo... non ce la meri­tiamo! Siamo troppo peccatori!

Poldo                            - Ma Maddalena, che cosa dici?

Maddalena                    - (brandendo il ferro) Quello che bisogna dire, se non si è delle pappatiepide come te e tua figlia! Tu, non mi stupisce: sei sempre stato così! Ma lei! Mi diventa una me­lensa proprio quando è il momento di farsi ve­dere una iena!

Francesca                      - Se lei sentisse che rabbia ho in corpo! Altro che iena! Una tigre... Una tigre...

Poldo                            - (a sé) Una tigre, una iena... Ce da mettere su un Giardino Zoologico.

Maddalena                    - (a Francesca) ... E, intanto, se­guiti ad arrovellarti, a chiedere se si sa niente, se si vede nessuno... (Indicando Rosa) E quella stupida si spenzola dalla finestra, a rischio di cadere di sotto, per vederlo prima che sia pos­sibile, il nostro tesoruccio... e, magari, correre a mettergli la minestra in caldo, a quell'angio­letto... (Al marito) E quest'altro idiota si affa­tica a leggere tutte le sciocchezze che scrivono nei giornali per sapere se si fosse fatto male, il suo caro genero...: o se l'avessero, per caso, messo al fresco, per aver bevuto troppo, secondo il solito! (A Francesca) È una vergogna! Tutta una famiglia in ansia per uno sciagurato che passa le notti fuori di casa, chi sa in quali orge, in quali turpitudini..., dimenticandosi d'a­vere una moglie ...(Francesca ruggisce). Povera martire! (Con disprezzo) Un suocero! (Con iro­nia) Una suocera! (Stirando furiosamente una camicia) Ah! Bisognerebbe ripassarlo al ferro rovente come una camicia, per vedere se gli passasse la mattana!

Poldo                            - Eh! Alla fin fine, è la prima volta che resta fuori così a lungo...

Maddalena                    - Difendilo! Bravo! Lo sapevo che l'avvocato delle cause perse l'avrebbe di­feso! Tra voi uomini, già, vi spalleggiate sem­pre. Bel discorso: «È la prima volta»! È la prima volta che la fa così grossa! Sfido io! Se ci si fosse già provato gli sarebbe già passata la voglia! Ecco perché è la prima volta.

Francesca                      - Sarà anche l'ultima, ... non du­bitare! E non solo delle scappate grosse, ma anche di quelle piccine!

Rosa                              - (voltandosi verso la stanza) È già il tocco e non c'è! Vede, signora Maddalena? Lei diceva: « A mangiare torna di certo »! E non torna! E, perché non trovasse il pranzo in ta­vola, ci ha fatto ingollare quattro bocconacci un'ora prima! Bel sugo!

Maddalena                    - Tu vai subito subito in cucina e non t'impacciare dei fatti che non ti riguar­dano! (Rosa traversa la scena per andare in cu­cina, facendo spallucciate). Guarda se ora debbo avere il critico in casa!

Francesca                      - (con una certa apprensione) Che gli sia successo qualche cosa?! Che si sia trovato male riguardo agli interessi?! Che gli affari gli siano andati tanto male da indurlo a...

Maddalena                    - Fammi il piacere! Per gli af­fari che fa! Per gli interessi che ha! In vista delle sue ricchezze non l'aggredisce nessuno! In quanto ad ammazzarsi... Andiamo! Chi vuoi che gli dia il coraggio?! Eppure dovresti co­noscerlo, a quest'ora! È un uomo che non ha sangue nelle vene. Vizi, sì; vino, sì: ma san­gue, noi Sai che ha fatto? Ha bevuto con gli amici, e poi s'è addormentato, chi sa dove...

Francesca                      - Con una donnaccia?

Maddalena                    - Capacissimo!

Francesca                      - Quando torna, lo pettino io!

(Si suona il campanello).

Poldo, Francesca e Rosa         - (quest'ultima af­facciandosi alla porta di cucina) È lui! (Francesca corre ad armarsi di una scopa che trova in un angolo).

Maddalena                    - (continuando a stirare, senza scomporsi) Lui ha la chiave. E, poi, è una scampanellata troppo allegra.

Rosa                              - (traversa la scena per andare ad aprire. Esce dal fondo e subito ricompare dicendo) È quel ragazzo che hanno mandato a vedere, al recapito del padrone...

Francesca                      - Che dice?

Rosa                              - A me non ha detto nulla.

Maddalena                    - (a Francesca) Vai a sentire. (Francesca va nell'ingresso. Maddalena si ri­volge a Rosa) E tu, torna in cucina.

Rosa                              - (tornando in cucina) Ha paura che gli rubi l'aria, se resto qui?

Maddalena                    - (a Poldo) La senti come bor­botta? È inutile! Quando vedono che i padroni litigano fra loro, le serve alzano la cresta! (Ve­dendo rientrare Francesca) Che c'è di nuovo?

Francesca                      - Niente. Nessuno sa niente. Il recapito è chiuso. Dentro non c'è nessuno...

Poldo                            -  Bisognerà decidersi a sentire in Questura.

Maddalena                    - Dio! Che vergogna! In Que­stura? Vuol dire mettersi alla berlina! (All'in­dirizzo del genero) Oh, pezzo di farabutto! Siamo una famiglia di galantuomini e per lui dobbiamo andare in Questura!

Francesca                      - Pare che certi facchini l'ab­biano visto ieri sera, al bar, tutto allegro.

Maddalena                    - Lui, allegro, eh? E noi... Ma non dubitare che, quando torna, gli passa l'al­legria! Io spero solo che ne abbia fatte tante da buscarsi una bastonatura solenne e che ce lo riportino conciato per le feste.

Francesca                      - Sì, ma se crede che lo curi sua moglie, sbaglia! Sbaglia di grosso!

Maddalena                    - A me, poi, come suocera, non mi tocca! Lo curerà suo suocero, che lo difen­de! E non si manda a chiamare neppure il me­dico, perché con un uomo in casa che sperpera in questo modo, soldi da spendere non ce ne sono.

Francesca                      - Quanti ne guadagna e quanti ne beve e ne butta via! Ah, chi m'avete fatto sposare!

Maddalena                    - Io? Tu l'hai voluto.

Francesca                      - Questo poi! Non lo conoscevo neppure per prossimo! E stato il babbo che...

Maddalena                    - Sempre lui...! (Poldo, preso di mira dalle due furie, si rincantuccia in un angolo).

(Suona il campanello, forte e squillante).

Poldo                            - Eccolo!

Francesca                      - (senza scomporsi) Ma che! Ha ragione la mamma: lui, con una scampanellata simile, non è di certo!

Rosa                              - (affacciandosi alla porta della cucina) È proprio il padrone! L'ho visto dalla finestra di cucina che infilava la porta...

Francesca                      - (correndo a prendere la scopa) Davvero? Sfacciatene! Gli preparo l'accoglien­za! (Si mette a lato della porta di ingresso con la scopa alzata).

Burasco                         - (entrando) È permesso?

Francesca                      - (assestandogli un colpo di scopa sul cappello) Ah, mascal... (Si avvede dell'errore) Uh, scusi...

Burasco                         - Al tempo! (Togliendosi il cap­pello schiacciato, con noncuranza). Un vecchio cappello! Avrei, in ogni modo, dovuto comprarne uno nuovo per andare all'Assise. Sono avvocato Giovan Battista Burasco. (Scoprendo Colombo, che è entrato dietro di lui). Il vostro avvocato. (A Maddalena, porgendole il cap­pello) Avete un ferro caldo: dategli una stira­tina alla meglio, per ora... (Maddalena gli ob­bedisce a bocca aperta, mentre Burasco conse­gna alla serva il cappello e il bastone) A voi! (Rosa, facendo un goffo inchino, porta tutto dietro la porta di destra).

Francesca                      - L'avvocato?

Poldo                            - L'avvocato?

Maddalena                    - (tenendo da una mano il cappello e dall'altra il ferro) Si è fatto accompagnare dall'avvocato?

Burasco                         - Si capisce. E, se non fosse che l'avvocato Burasco basta da solo, avrebbe do­vuto farsi accompagnare da cinque, da sei av­vocati: da tutto un collegio di difesa.

Maddalena                    - (insorgendo e agitando il cappel­lo ed il ferro) Ah, senta! Quando uno si è comportato come lui, non c'è difesa che tenga...

Burasco                         - Si lasci servire. D'altra parte, lei non conosce (indicando Colombo) i suoi misfatti.

Maddalena                    - Li conosco, non dubiti...! Ce li immaginiamo benissimo.

Burasco                         - E non freme di raccapriccio?

Maddalena                    - Io fremo dalla voglia di rom­pergli una sedia sulle costole... (Colombo si ri­fugia dietro a Burasco).

Burasco                         - Ma chi crede di aver dinanzi?

Maddalena                    - Un farabutto ubriacone...

Burasco                         - Dica: un assassino! (Sillabando la parola) Un assassino!

Maddalena, Francesca, Rosa e Poldo             - Eh?!...

Burasco                         -  Un feroce assassino, che, senza la difesa che gli farò io, verrebbe fucilato - vedi nuovo Codice - dopo due giorni di dibat­timento. (A Maddalena che, impietrita dallo stupore, preme il ferro sul cappello facendolo fumare) Lei mi brucia il cappello. Dia qua. Non è proprio il caso di aumentare le parti lese. (Toglie il cappello dalle mani di Maddalena e lo passa a Rosa).

Poldo                            - (balbettando) Perché... ci sono del­le parti lese?

Burasco                         - (con compiacenza, battendo una mano sulla spalla di Colombo) E che razza di lesione! (A Colombo accennando ai suoi fa­miliari) Povera gente ignara! È tempo d'illu­minarli.

Francesca                      - (che è rimasta fino ad ora ad ascol­tare, perplessa) Ecco, sì: è tempo. Perché non vorrei che con tutte queste parolone si cer­casse di farla passare liscia a mio marito!

Colombo                       - (avvampando d'ira) Francesca!

Burasco                         - (trattenendolo) Calma, Colombo! (Accennando a Francesca) Se questa è la moglie siamo a cavallo: farà effetto sui Giudici e sulla stampa!

Francesca                      - Sui giudici? Io? Io...

Burasco                         - Le consiglio di non alzar la voce, cara signora. Quando saprà, mi capirà.

Francesca                      - Come sarebbe a dire?

Burasco                         - Sarebbe a dire che suo marito ha ucciso, stanotte, Renzo Scatola... (Movimento di tutti) ...e che aveva le sue buone ragioni.

Maddalena                    - (al colmo dello stupore) Lui? Lui ha ucciso quel gigante di Scatola?

Burasco                         - Lui. E sapete come? Zac! Gli ha tagliato la testa, a quel gigante!

Poldo                            - (agitando il giornale) Il cadavere senza testa?

Burasco                         - L'ha fatto lui.

Maddalena................... - (lasciando cadere il ferro sul piede di Poldo) Maria Vergine! (Poldo guaisce) Ma­ donna Santissima, salvateci tutti! Questa è la fine del mondo!

Rosa                              - (che era vicina a Colombo, scappando verso la cucina, sulla cui soglia rimane, pronta alla fuga) Mamma mia! Mamma mia!

Burasco                         - (trionfante) Lo vedono se ce n'era bisogno dell'avvocato? Lo vedono se sono qui per prenderli in giro? Lo vedono se si tratta d'una cosa seria? Ma che dico, seria? Altro che. Signori, l'ora è gravissima. Bisogna che si guar­dino bene in faccia e, soprattutto, che guardino in faccia         - (accenna a Colombo) il suo patrono.

Maddalena                    - San Colombo?

Burasco                         - Lasci stare i santi in paradiso e pensi al Foro... Il patrono: eccolo! Sono io. Tutti qui, intorno a me. (Movimento di tutti in direzione di Burasco. Egli punta il suo dito con­tro Maddalena) Questa è la suocera, non è vero?

Maddalena                    - Certo...

Burasco                         - Inoppugnabile. (Inseguendo Pol­do) E questo è il suocero?

Poldo                            - Sissignore.

Burasco                         - Si vede subito il marito di sua moglie. (Indicando Rosa) E quella? Una per­sona di famiglia?

Maddalena                    - La serva.

Burasco                         - Domestica: dunque, da « domus », di casa, di famiglia... (Dando uno sguardo cir­colare) Ecco: ci siamo. Sono in mezzo ai perso­naggi del dramma! È il momento di raccoglier le fila. (Si raccoglie).

Maddalena                    - (approfittando del momento di si­lenzio, con un fil di voce) Scusi... ma perché l'ha ammazzato?

Burasco                         - Perché? Ah! Lei mi chiede il perché? Ci veniamo subito, al perché. Renzo Scatola. Chi era Renzo Scatola? Era un bruto prepotente.

Rosa e Poldo                 - È vero.

Maddalena                    - L'ho sempre detto.

Burasco                         - Un concorrente sleale che cercava di ostacolare (indica Colombo) il suo pacifico e onesto lavoro.

Maddalena                    - L'avrei giurato!

Poldo                            - Canaglia!

Burasco                         - Un falso amico che lo umiliava, lo angariava, lo maltrattava anche qui, tra le pareti domestiche!

Maddalena                    - Giustissimo! In casa mia ve­niva a tenermi testa, lui che non c'entrava nien­te! E il genero chi lo metteva su?! Lui! Lui!

Francesca                      - (smarrita) Ma... che lo maltrat­tasse, come si può dire? Tutto al più si pigliava delle confidenze...

Burasco                         - Se ne pigliava troppe..., anche con chi si deve sempre rispettare: la donna d'altri!

Francesca, Poldo, Maddalena - (volgendosi verso Rosa) La donna?

Rosa                              - Ma io lo mettevo a posto, sa!

Burasco                         - Non parlo di voi, domestica: parlo della moglie.

Francesca                      - (con un grido) Di me? Ma è falso! Renzo scherzava, qualche volta, perché Colombo e lui erano stati a scuola insieme.

Bueasco                        - Si comincia sempre così. Si va sempre a scuola con uno quando, poi, si vuole scherzare con sua moglie. Ed è questo che rende più grave il tradimento.

Francesca                      - (coti nuovo grido) No! No! Tra­dimento no! Mai! Ho parlato di scherzi...

Maddalena                    - Ma quali scherzi ? Che pasticcio è questo? Io non so nulla di nulla...

Poldo                            - Io nemmeno...

Rosa                              - Io sì. Quel signor Renzo, con le donne aveva le mani lunghe... Ed anche a me, tante volte, se l'avessi lasciato fare...

Burasco                         - Ecco: la domestica conferma.

Maddalena                    - Non le dia retta! È una chiac­chierona bugiarda.

Rosa                              - Come se non l'avessi sentita, anche lei, dirglielo alla sua figliola: «Stai attenta! Quell'uomo ha il vizio di mettere le mani ad­dosso, e, garbatino com'è, t'empie di lividi! ». (Maddalena minaccia con la mano Rosa che fa spallucciate) Io ora, dico la verità, tutta la ve­rità, nient'altro che la verità.

Colombo                       - (guardando la moglie con occhi di­latati) È vero, sì: aveva sempre dei lividi, sulle spalle, nelle braccia... È vero!

Francesca                      - (impressionatissima) Oh! Dio! Perché bastava un niente! Io, lo sai: sono deli­cata di pelle... E lui... e lui..., lui... era tanto forte!

Colombo                       - (con un grido) Ma io sono stato più forte di lui!

(Tutti i familiari si rincantucciano, impauriti, allontanandosi da Colombo).

Burasco                         - Bene, quel grido! Bravo! Infatti avete saputo punire... (Agli altri) E sapete con che? Con un temperino, così... (Cerca in tasca il proprio temperino, senza trovarlo).

Francesca                      - Sono innocente! Lo giuro!

Maddalena                    - La mia figliuola è incapace... Noi non siamo capaci... Io (indica Poldo), con un marito come quello, avrei potuto fargli tante corna quante ne voleva... (A Poldo che fa un gesto di protesta) Caro, è inutile che tu ti di­meni, dal momento che siamo qui per dire la verità!

Poldo                            - Ma...

Burasco                         - Lasciatela parlare! (A Madda­lena) Queste corna, dunque...?

Maddalena                    - Dunque che? Dunque niente! Ho detto che avrei potuto... Invece...! Siamo donne risolute, ma oneste. Colombo lo sa.

Burasco                         - Colombo sa una cosa sola: che quell'individuo lo insidiava negli affetti più sa­cri, e, quando gli sonò stati rivolti insulti che ferivano anche sua moglie, allora... (A Co­lombo) Allora - dite pure, Faliero - che cosa avete fatto?

 

Colombo                       - Allora ho perduto il lume degli occhi e ho colpito.

Francesca                      - (tra lo spavento e l'ammirazione) Tu?

Burasco                         - Con un temperino, come ques... (cerca nelle tasche il suo temperino) Oh bella! L'ho perduto anch'io! (Continua a cercare nelle tasche).

Maddalena                    - (alludendo al misfatto di Colom­bo) Come è possibile?

Burasco                         - Già! Anche a me non pare pos­sibile!... Non l'adopero mai...

Maddalena                    - No. Io dicevo: com'è possibile che Colombo abbia...?

Colombo                       - (eccitato) Non ci credete?!... Non ci credete?!...

Burasco                         - (piano a Maddalena) Non irrita­telo, perché è capace di tutto.

Colombo                       - (a Francesca) Non ci credi? Guarda... (andando verso il ritratto sotto cui son le sciabole e la pistola) qui, dinanzi al ri­tratto di tuo zio, morto in Africa..., (stende il braccio) te lo giù...

Francesca                      - (con un grido, credendo che, con quel gesto, voglia afferrare le armi) No! Co­lombo! No! Ti credo! Ti credo!

Maddalena                    - (portando Colombo lontano dalle armi) Ti crediamo, caro! (A Poldo, indicando le armi) Ma perché tieni quelle armi così a portata di mano? (Smaniando) Dio mio! Che tragedia!

Burasco                         - Una tragedia nella quale tutti avete la vostra parte di responsabilità, ricorda­telo bene.

Maddalena                    - Io che c'entro?

Burasco                         - Lei doveva essere suocera con moderazione.

Poldo                            - Sante parole! L'ho sempre detto!

Maddalena                    - (a Poldo) Ma tu, quel Renzo lo tolleravi e io no!

Poldo                            - Bella forza! Tu non tolleri nessuno!

Francesca                      - (a Maddalena) Ah! Se, invece di mettermi su contro Colombo...

Maddalena                    - Io? Se tu gli avessi voluto più bene...!

Rosa                              - Io lo dicevo: « Gliene fanno troppe! Alla fine scoppia!».

Burasco                         - Al tempo! Al tempo! Non è il momento di far baruffa: è il momento di met­tersi a mia disposizione! Ora sapete chi è quest'uomo. Egli aveva la pazienza dei forti, ma, quando il vaso è stato colmo, (indica Colombo) da questa maschera mite e pacifica è uscito fuori il leone ruggente e s'è slanciato sull'avversa­rio... «Zac!». Via la testa. «Bom! ». Giù, nel canale! Io, che debbo difenderlo, farò come lui: « Zac! ». Fuori dal carcere. « Bom! ». Tor­na nel seno della tua famiglia, a testa alta, ria­bilitato e redento dall'eloquenza irresistibile dell'avvocato Burasco!

Colombo                       - (abbracciando Burasco) Oh! mio salvatore!

Burasco                         - (liberandosi dall'abbraccio) Al tempo! Al tempo! (Ai familiari di Colombo) Andiamo! Curatevi di lui: cambiatelo, rifocil­latelo... (A Colombo) Lasciate pure che vostra moglie si adoperi per rendervi presentabile...

Colombo                       - Dovrei cambiar d'abito...

Burasco                         - Naturalmente. Ci saranno delle tracce di sangue.

Francesca                      - (precipitandosi verso la camera di Colombo) Subito! Ci penso io! L'abito, la camicia... tutto... (Esce).

Maddalena                    - Io penso alle scarpe. Quelle che ha nei piedi sono in uno stato!

Colombo                       - Ho camminato tanto, stanotte, dopo...

Maddalena                    - Ti vado a prendere quelle nuo­ve. (A Rosa) E tu corri in cucina a preparare della minestra ben calda... Tieni le chiavi della credenza: rimetti la carne sul fuoco... Fai delle uova. (A Colombo) Vuoi delle uova, Colom­bino? O qualche altra cosa? Parla, parla: non ti fare scrupolo...

Colombo                       - Sì. Delle uova sbattute, con un po' di vino.

Maddalena                    - Benissimo. Bravo. (A Poldo, dandogli una chiave) Vai a prendere le botti­glie... per il nostro Colombo. (Rosa e Poldo escono dalla porta di cucina). Io... Che debbo fare, io? Ohimè, non ho più la testa a posto! Ah! Debbo prendere le scarpe...

Colombo                       - Vengo là, in camera, per...

Maddalena .................. - No. No! Qui. Là c'è freddo. Scosso come sei, poverino, potresti prendere un malanno! Resta con l'avvocato. (Dandosi molto da fare qua e là per la stanza) Pensiamo a tutto noi! (Chiamando) Rosa! Rosa! (Rosa si affac­cia) Apparecchia, benedetta figliuola! Non sai che ore sono? Figurati in che condizioni deve avere lo stomaco...! Presto! Rimetti la roba sul fuoco e poi apparecchia. (Rosa rientra in cu­cina) Oh! Disgraziati noi! A che ti sei ridotto! Oh! Maria Santa! Che coraggio! Che animo! Che sfacelo! Che disgrazia! Meno male che, in mezzo a questa rovina, trovi una famiglia che ti vuol tanto bene... Una moglie ch'è un angelo! Lei non ha colpa di nulla: ci metterei le mani sul fuoco! In quanto a me, lo sai, mi considero la tua mamma... Ti aspettavo con un'ansia! Uno struggimento! (Togliendo dalla tavola la roba che la ingombra) Stiravo le tue camicie, vedi? Ed i colletti... Ma ogni minuto ero alla finestra, con le lacrime in pelle in pelle... Come una mamma, proprio! Si può fare del male a una mamma? La mamma è sacra! La mamma è... la mamma! E, per questo, caro figliuolo, ti benedico..., ti bacio, ti abbraccio(eseguisce) ... e corro a prenderti le scarpe! (Corre via dal fondo).

 

Colombo                       - Povera donna! La credevo d'a­nimo meno sensibile!

Burasco                         - Eh! Caro mio! Quand'uno ha fatto quello che avete fatto voi, fa diventare sensibili anche le pietre.

Colombo                       - Le giuro, signor avvocato, che, senza di lei, non mi sarei mai creduto capace d'un atto così salutare! (Rosa viene ad appa­recchiare la tavola).

Burasco                         - Lo credo. Siete un profano: dun­que, non capite niente. Se il profano sapesse quello che fa, non ci sarebbe bisogno «di avvo­cati, come, se sapesse quello che ha, non ci sa­rebbe bisogno di medici. Voi, per esempio, vi sentite abbastanza bene, non è vero? Avete ap­petito... (Osserva Rosa che apparecchia).

Colombo                       - Sì, un poco.

Burasco                         - Ecco. Invece, viene il medico e dice: «Alt!». «Amico mio: voi siete urice­mico, albuminoso, affetto da disfunzione delle ghiandole interne; restate in dieta... ». (A Rosa) E voi apparecchiate per -due. Giacché son qui e giacche il vostro padrone deve mangiare mo­deratamente, lo aiuterò prendendo un boccone anch'io.

Colombo                       - Lei mi fa questo onore?

Burasco                         - Sì. Io mi affeziono con facilità ai miei migliori clienti. (A Rosa) Mettete anche un altro bicchiere. Noi legali parliamo molto e dobbiamo spesso umettarci la bocca.

Francesca                      - (affacciandosi alla porta del fon­do) Che vestito ti metti, caro?

Colombo                       - Ma...

Burasco                         - Un vestito scuro, serio, tale da poterlo portare dignitosamente in carcere..., preventivo, s'intende!

Colombo                       - Quello del matrimonio, allora. Mi pare il più adatto!

Burasco                         - Adattissimo, per entrare in pri­gione.

Francesca                      - (entrando col vestito nero di Co­lombo) Te lo porto io: non ti muovere. Se sa un po' di carbolina bisognerà aver pazienza... (Colombo, aiutato dalla moglie, comincia a spo­gliarsi).

Burasco                         - Anzi, è bene: è un profumo che suggerisce l'idea della pace domestica conser­vata in un armadio. Commuoverà, in Questura.

Colombo                       - (a cui la moglie ha tolto i panta­loni) Ah! Cocchina! Cecchina! Che cosa mi hai fatto fare!...

Burasco                         - Cecchina?

Colombo                       - Familiarmente, la chiamo così.

Burasco                         - Niente Cecchina. Francesca, sem­pre Francecsa: è molto meglio, Francesca!

Francesca                      - Perché?

Burasco                         - Per analogia con Francesca da Rimini. Essa pure ebbe un marito sanguinario che uccise l'amante, ma, siccome i tempi erano più feroci, uccise anche lei.

Francesca                      - (subito a Colombo, aiutandolo a infilarsi i nuovi pantaloni) Fermo, tesoro: faccio tutto io. Non t'incomodare. Ma, in quan­to all'amante, devi convincerti che non...

Burasco                         - È inutile discutere, signora. Quell'uomo vi amava.

Francesca                      - Ma no.

Burasco                         - Ma sì.

Francesca                      - Credi, Colombo...

Colombo                       - Una volta che l'avvocato dice di sì è sì. (Alzando la voce) Ti amava.

Francesca                      - (impaurita) Sì, sì.

Burasco                         - (passeggiando e osservando i ritratti sparsi sulle pareti) E provocava costui evi­dentemente preparato all'omicidio. Basta dare un'occhiata a questi ritratti di famiglia... Sono tutti dei tarati... Costoro, mio caro Colombo, hanno concorso al vostro delitto e ne dividono con voi la responsabilità.

Colombo                       - Davvero?

(Maddalena entra portando un paio di scarpe che va spolverando e lustrando con un cencio di lana).

Burasco                         - (rispondendo a Colombo) Sicuro. Questi vostri parenti vi hanno trasmesso, col loro sangue, la loro degenerazione...

Maddalena                    - Guardi, signor avvocato, che non sono mica parenti suoi... No. Sono parenti miei. Lui non ha parenti. È un trovatello.

Burasco                         - Trovatello? Adesso mi spiego il nome: Colombo Faliero. Del resto, tanto me­glio. In un trovatello tutte le ipotesi sono possi­bili. Ad ogni modo, non rinuncio a servirmi di costoro. (Accenna ai ritratti) Se sono parenti acquisiti si tratterà di degenerazione d'acquisto! (Alle due donne che sono intente a cambiar le scarpe a Colombo) Ricordatevi di lavarlo ben bene e di fargli fare la barba: un assassino pu­lito disarma i Giudici e mette in soggezione i secondini.

Colombo                       - (alle donne) Portatemi il rasoio.

Francesca                      - (con un grido) No. Il rasoio no. Ti scortica sempre. Il babbo ti darà quello di sicurezza.

Maddalena                    - Ti servirà molto meglio, ve­drai! Vado subito a prepararti l'acqua calda.

Poldo                            - (entrando, con due fiaschi di vino, re­sta in ammirazione dinanzi a quel quadretto delle due donne premurosissime intorno a Co­lombo) Ho portato il vino.

Maddalena                    - Vai a prendere il tuo rasoio di sicurezza, con una lama nuova, per il nostro Colombo...

Francesca                      - Presto, presto.

Poldo                            - Corro. (Cerca dove posare i fiaschi girando gli occhi intorno. Burasco li prende lui con premura. A Burasco Poldo mormora:) Non le ho mai viste così servizievoli! Quasi quasi, ammazzo qualcuno anch'io!

Maddalena                    - (a Poldo) Sei sempre lì? Muo­viti, lumacone!

Poldo                            - Moglie, non provocarmi, perché non so come potrebbe andare a finire! Vado per fare un piacere a Colombino, ma non tollero sopraf­fazioni, intendiamoci bene! (Esce da sinistra. Suonano il campanello. Rosa esce dalla porta di cucina e traversa la stanza. Sulla soglia dell'u­scio di destra si ferma).

Rosa                              - (ai padroni e a Burasco) Non so se... Posso aprire?

Colombo                       - (rivolto a Burasco) Già... Può aprire ?

Burasco                         - Naturalmente... Aprire col viso calmo, la testa alta, lo sguardo sereno... (Al­zando la testa della serva con la mano) Così.

Rosa                              - E... devo far passare?

Burasco                         - Secondo chi sarà...

Rosa                              - Sono un giovane e una signorina, con una busta nera e un vestito verde. Li ho visti, per caso, dalla finestra...

Burasco                         - Allora, per caso, fateli entrare subito. (Rosa esce da destra) Sono il mio gio­vane di studio e la mia dattilografa. Li ho fatti venire qui per impartire loro gli ordini oppor­tuni.

Nini                               - (entrando) Signor avvocato...

Tito                               - Eccoci qua.

Burasco                         - Benissimo. Siamo in piena tra­gedia. Lei, signorina Nini, si faccia vedere: è sempre allarmata?

Nini                               - Oh! No. Lì per lì, si capisce, la... cosa mi ha fatto un po' d'impressione, ma ora è tutto passato!

Tito                               - Ho cercato di distrarla... ed è tutto passato.

Burasco                         - (volgendosi a Tito) Ah! Lei, Ti­to, vada subito dal dottor Minutali, sa: quello che mi paga le parcelle a furia di visite... Gli consegni questo appunto (si leva di tasca un fo­glio di carta coperto di scrittura e lo dà a Tito) ove è descritto il crimine di cui ci interessiamo e gli dica che si tenga pronto perché passerò da lui tra mezz'ora, un'ora al massimo, con un sog­getto patologico coi fiocchi: psicopatico, rachi­tico, tubercolotico, luetico, alcoolizzato... Si tratta di una perizia molto importante. Poi, vada al giornale e chieda del redattore giudi­ziario... Ma prenda appunto, altrimenti, con le sardine in testa, si scorda di tutto. (Tito scrive) Al giornalista gli dica che non si tratta di far della cronaca nera, ma d'un vero pezzo d'arie e di scienza... (A Colombo) Avete delle foto­grafie vostre?

Colombo                       - Ne ho una fatta per la tessera del Sindacato. (La cerca nel portafoglio e la passa a Burasco).

Burasco                         - (Guardando la fotografia) Benis­simo. Vi rende anche più patologico di quello che siete. È senza dubbio dalle fotografie delle tessere che è nata la pittura del novecento. Non ne avete altre?

Francesca                      - C'è quella che si fece per le nozze. (Correndo a un mobile e riportandone una fotografia su cartone) Eccola.

Burasco                         - Questa è perfetta. Le mani in mano, gli occhi negli occhi..., i piccioni d'ala­bastro... Ci vorrebbe però qualche cosa di più recente, che dimostrasse il persistente idillio do­mestico che il falso amico insidiava nell'ombra.

Francesca                      - Non ne abbiamo, signor avvo­cato.

Burasco                         - E allora, Tito, vada dal fotografo, gli porti questa fotografia e ne ordini trenta co­pie. Serviranno per la propaganda nei giornali. (Levando una fotografia dal portafoglio) Ordini cinquanta copie anche della mia. Vada e torni. Organizzazione! Organizzazione! Bisogna lan­ciare un processo come si lancia un lucido da scarpe. (Vedendo Tito che è fermo sulla porta d'ingresso) Che fa? Perché non se ne va?

Tito                               - Pensavo che, per fare quelle foto­grafie che diceva, io avrei la mia macchinetta... Basterebbe caricarla...

Burasco                         - La carichi e venga subito.

Tito                               - G-li è che non ho spiccioli per...

Burasco                         - I signori Faliero depositeranno un piccolo fondo di cassa nelle sue mani, per le prime spese vive... Oh! Una piccolezza! Sol­dini! Soldini!... Qualche centinaio di lire... (A Colombo) Date cinquecento lire al mio giovane di studio.

Colombo                       - (a Francesca) Dai cinquecento lire al giovane avvocato.

Francesca                      - Subito! (Corre in camera).

Burasco                         - (a Colombo) Voi fatevi la barba, finite di vestirvi e, poi, ci metteremo a tavola. Nel frattempo debbo parlare con la mia datti­lografa.

Francesca                      - (tornando col denaro che porge a Tito) Ecco.

Burasco                         - Andate, Tito. Avete un sacco di cose... (indicando il polsino sui cui Tito ha se­gnato le commissioni) nella camicia. Via! (Tito esce di corsa. Burasco si volge a Colombo) A ra­dervi... (Mentre Colombo corre in camera, Bu­rasco si volge a Maddalena e Francesca) Aiutatelo. (Le due donne escono di corsa per rag­giungere Colombo).

Burasco                         - (appena si accorge di essere restato solo con Nini le si avvicina di scatto, la prende fra le braccia e le stampa un bacio per guancia. Poi, senza lasciarle il tempo di parlare e di protestare, le dà anche un bacio sulla bocca).

Nini                               - (svincolandosi e ridandosi il rossetto) Ma, signor avvocato, che cosa fa?

Burasco                         - Mi corroboro. Mi esalto. Mi met­to in pressione. (Si versa da bere). Dei baci cosi, sopra un visino così..., mettono in pressione    - (bevendo) meglio d'un bicchiere di vino vecchio. D'altra parte, lavoro anche per lei. Sì, perché... prima di tutto potrò pagarle gli arre­trati... e, poi, potrò parlarle a modo mio di alcuni miei progetti, che non avrebbero base se i miei sogni, quei sogni di cui si parlava sta­mane, non cominciassero a realizzarsi... Mi dia una mano... (Prende una mano di Nini) È così fresca, lei!...

Nini                               - E lei scotta!

Burasco                         - Sfido! Sono in piena ebollizione. Qui non si tratta mica di questa gente: si tratta di me. Cicero prò domo sua.

Nini                               - (ride) Ah, ah! Anche lei! «Cice­ro»!? Se lo dice da sé? Ah, ah!... Cicero!

Burasco                         - (ridendo) Oh, cara! Sentitela! Proprio come un uccelletto! Ma debbo aspet­tare ancora un poco prima di farle convenien­temente la corte...

Nini                               - La corte?!... Avvocato! Si vede pro­prio che non pensa che alla Corte... d'Assise!

Burasco                         - Non mi prenda in giro! E, in­tanto, la prego, dia meno retta che sia possibile a quel vanesio di Tito che la distrae così bene...

Nini                               - La prego di credere...

Burasco                         - ... e all'avvocato Galeri.

Nini                               - Non l'ho neanche visto, oggi.

Burasco                         - Non è venuto allo studio?

Nini                               - No.

Burasco                         - Ha telefonato?

Nini                               - Nemmeno.

Burasco                         - (gongolando) Ah! Le cose gli vanno peggio di quello che credessi! Le mie, invece...

Francesca                      - (uscendo dalla camera di Colom­bo e presentando quest'ultimo con la barba fat­ta, molto pallido, col viso solcato da tagli di rasoio, i capelli pettinati e stesi con la brillan­tina, il colletto chiuso e una cravattina viola, a fiocco fatto, nonché col vestito da sposalizio e le scarpe idem)           - Come le pare, signor avvo­cato? Va bene così? (Dietro di lei entrano Mad­dalena e Poldo).

Burasco                         - (dopo aver esaminato Colombo da capo a piedi) Va bene. C'è, nell'insieme, un non so che, che stringe il cuore...

Colombo                       - È il colletto che mi stringe la canna della gola, signor avvocato! Del resto, mi stringe ogni cosa...

Maddalena                    - Si è rimesso in carne, da quan­do ha sposato mia figlia...

Colombo                       - (a Burasco) Non le dico niente delle scarpe!

Burasco                         - Vi stanno bene!

Colombo                       - No: mi fanno male!

Burasco                         - Tenetele fino a che non avrete parlato col Giudice istruttore: egli leggerà nei vostri occhi lo spasimo del rimorso e si com­muoverà.

Nini                               - (considerando Colombo) Oh, certo! Pover'uomo! Fa venire le lacrime agli occhi!

Burasco                         - Poi potrete mettere le scarpe or­dinarie e serbare codeste per gli interrogatori e per le udienze. Ma l'insieme va benissimo. (Rivolgendosi di nuovo a Nini e mettendosi un poco in disparte con lei) A proposito, signorina Nini, mi faccia il piacere: raggiunga Tito, si faccia dare una parte delle cinquecento lire... Bisogna che anch'io rinnovi un poco il mio guardaroba... Ho assoluta necessità di una toga nuova.

Nini                               - È vero. Quella che ha è così... mal ridotta! Non è degna di...

Burasco                         - ... Cicerone! È vero. Roba da Pretura, o da Tribunale... al massimo!

Nini                               - Gliene troverò io una di quelle im­ponenti, di stoffa morbida, che cada bene, come piacciono a me.

Burasco                         - Brava! Sì! Ne prenda una come piace a lei. Se sapesse che effetto mi fa, avere una donnina che si occupa della mia roba! Ah, signorina Nini, che fiammata interna, dopo quei baci di poco fa!

Nini                               - Andiamo, avvocato! Si moderi: non vede che ci guardano?

Burasco                         - Si, è vero. A più tardi. Vada, vada! Potrà raggiungere Tito?

NlNÌ                             - (con vivacità) Sì, sì: è a casa sua. So l'indirizzo. In un attimo ci sono. (Saluta i Fallerò:) Buongiorno, signori. (A Burasco:) Buongiorno, signor avvocato...: lasci fare a me... (Scappa via a destra).

Burasco                         - (elettrizzato) È un tesoro quella figliola: a tavola! a tavola!

Maddalena                    - (a Colombo, accompagnandolo a sedere) Ti senti meglio, ora? T'è venuto un po' d'appetito?

Colombo                       - (sedendo) Poco.

Francesca                      - Ma bisogna nutrirsi, amor mio. Non le pare, signor avvocato?

Burasco                         - (sedendo a sua volta) Fino ad un certo punto. Un aspetto rubicondo sarebbe pe­ricoloso. Egli, poi, non ha più bisogno di re­staurare le sue forze. (Si versa da bere). Ormai, sono io che debbo averne per lui: e ne avrò. (Rosa serve a tavola e Burasco prende abbon­dantemente di tutto). Sono in forma. Osteria! Pardon... Se sono in forma! (A Colombo) Siete capitato bene... Ditemi, a proposito: com'è che avete avuto l'ottima ispirazione di rivolgervi a me?

Colombo                       - Ah, perché... Forse lei non si ricorda... ma fui io che feci il trasporto dei suoi mobili dal vecchio studio a quello dove è ora... Lei dovette andarsene da un momento all'altro per...

Burasco                         - (mangiando, imbarazzato) Già, già...

Colombo                        - ... per una bega col padrone di casa...

Burasco                         - (c.    s.) Già, già...

Colombo                       - Venne al mio recapito e fissò con me...

Burasco                         - (c. s.) Già, già...

Colombo                       - Me ne ricordo bene perché ho ancora in sospeso il conticino...

Burasco                         - Non ve ne date pensiero! Sol­dini! Adesso sono io che dovrò presentarvi il conto. (A Rosa) Vorrei due uova a bere...

Rosa                              - Subito. (Corre in cucina).

Burasco                         - (a Poldo) Con un po' di marsala, se non vi dispiace...

Poldo                            - Ma le pare...?! (Corre via da si­nistra).

Burasco                         - (a Colombo) Parliamo, nell'at--tesa, dell'atteggiamento che dovete prendere dinanzi ai giudici.

Colombo                       - (a cui cade il boccone di bocca) Ohimè!

Maddalena                    - Mangia, mangia, poverino...

Francesca                      - Non ti agitare così.

Maddalena                    - Quando c'è l'avvocato che pen­sa a tutto lui!...

Burasco                         - Infatti, non c'è proprio bisogno di impensierirsi. Quando uno ha un avvocato che sa parlare, la meglio è che stia zitto. (Alle donne) Anche voi, meno che parlerete e me­glio sarà...

Colombo                       - (sorridendo a Maddalena, minac­ciandola, scherzosamente, col coltello) Alla mamma, che parla tanto volentièri, bisognerà tagliarle la lingua!

Maddalena                    - (soffocando un grido e balbet­tando, come se avesse già la lingua tagliata) Non... dubitare: da... dalla mia bo...bocca non uscirà pa...parola!

Burasco                         - Le parole usciranno dalla mia. (Rosa porta le uova e Poldo la marsala). Io sto rimuginando la mia arringa! (Trangugia un uovo). Lo vedrò volentieri in faccia, il Procu­ratore Generale quando dirò... (Beve la mar­sala, si alza, col tovagliolo al collo, come fosse la cravatta degli avvocati, e parla al piccolo pubblico formato dagli altri personaggi tutti raggruppati dinanzi a lui. Nei suoi gesti si deve vedere la toga). Quest'uomo, eccellentissimi si­gnori, quest'uomo ha ucciso. Egli ce lo con­fessa a noi, che non saremmo assolutamente obbligati a credergli... E noi gli crediamo. Voi gli credete per primo (si rivolge a Maddalena), signor Procuratore Generale, dandogli una pro­va lampante di fiducia e di stima che non potete smentire! Ammettendo ch'egli sia un omicida, ammetterete con me che c'è omicidio e omi­cidio e che quando questa parola significa un gesto eccessivo, ma virile, compiuto nella discri­minante incoscienza d'un turbine passionale che esalta ed acceca lo spirito, allora, oh! allora non bolliamo con essa il figlio di Caino ma esal­tiamo, invece, il vendicatore di Abele! Vedo errare un sorriso sulle labbra del Procuratore Generale... (guarda Maddalena che si nasconde impaurita dietro la figliola). ...Ma non mi im­pressiona, no, giacche ho il dovere di battermi col rigido tutore di una legge che venero, ma che voglio interpretare col cuore e col senno, affinché non si possa dire che là ove il cuore ha preso la mano al cervello, il cervello s'è vendicato, stringendo il cuore alla gola! Fac­ciamo, invece, di questi due grandi motori delle azioni umane un caciucco alla livornese e di­ciamo a voce ben alta che qui, o signori, il reo non è reo, che il suo delitto non è delitto, come non sono delitti le vostre sentenze, giacché egli ha saputo punire un essere mostruoso, un falso amico, il quale, gettandogli in faccia il fango delle sue menzogne, lo aveva colpito nell'amor proprio, nella coscienza, negli affetti e nella di­gnità. Ecco le vere parti lese di questa causa! (.Si rivolge a Colombo). Anche i nomi hanno il loro atavismo, o Colombo Faliero, ed io af­fermo che voi, in quest'ora fatale, sentite ri­vivere, nel petto capace, lo spirito di quel Cri­stoforo Colombo che venne trascinato ingiusta­mente in giudizio e seppe far rifulgere la pro­pria innocenza, schiacciando un uovo dinanzi ai giudici. (Batte sul tavolo l'uovo rimasto). Anch'io- (rivolto a Maddalena), signor Procuratore Generale, schiaccio dinanzi a voi l'uovo di Colombo       - (beve l'uovo) e, come addito a co­lui che fu travolto dalla bufera la via della sal­vezza, addito a voi il vero cammino della giu­stizia. Voi che rappresentate la società offesa, dovete considerare un uomo           - (commovendosi), uno straccio d'uomo, che ha sofferto, ha soffer­to molto, prima di ribellarsi; dovete commi­serare e comprendere...

Maddalena                    - (molto commossa anche lei) Sì, sì!...

Burasco                         - (col pianto che gli trema nella voce) E, cancellando, col lavacro delle vostre lacri­me, la macchia del suo delitto, dovete assolvere! ...

Tutti                              - (piangendo) Sì, sì!

Burasco                         - (agli ascoltatori, con voce naturale) Applaudite! (Tutti applaudono e Burasco riprende l'arringa). Come già - uditela  - me­co lo assolve (conclusivo) la infallibile inter­prete della vera giustizia: la coscienza del po­polo!! (Beve il resto del marsala, mentre ancora gli altri applaudono. S'inchina e, con un gesto calcolato, fa cessare l'applauso). Questa, presso a poco è, in ristretto, la difesa che vi faremo!

Colombo                       - (esaltato, battendo il pugno sulla tavola) Ed io mi sento degno della sua di­fesa! Quando si ha del sangue nelle vene e un avvocato come lei, si fa come ho fatto io! Di fronte alla prepotenza ci si ribella!

Poldo                            - (esaltato anche lui) Bene! E chi non si ribella non è un uomo! (Batte il pugno sulla tavola. Impressione di Maddalena che è trasecolata).

Rosa                              - (squadrando Maddalena) Bravo! Fi­nalmente! È quello che ho sempre detto anche io! (Si sente una scampanellata).

Burasco                         - È Tito che viene con la macchina fotografica.

Maddalena                    - (a Rosa) Lascia i piatti e vai ad aprire.

Rosa                              - (entrando in cucina) Subito!

Burasco                         - Siccome non c'è tempo da per­dere, mettetevi in posa. Voglio un quadro d'af­fettuosa pace domestica! Un gruppo che farà gran colpo in udienza... (Mette i personaggi ai loro posti verso la parete di sinistra nel fondo). Qui, nel mezzo, i due sposi. (A Colombo e Francesca) Guardatevi negli occhi e sorridete. Di qua e di là, in attitudine commossa e amo­revole, il suocero e la suocera. (A Maddalena, che si asciuga ancora gli occhi) Bene quelle la­crime!

Maddalena                    - Capirà, dopo tante emozioni!

(Scampanellata).

Burasco                         - Presto!... Così... stringetevi un pochino...

Rosa                              - (attraversando la scena di corsa, rivolta a quello che suona) Vengo! Un minuto!

Burasco                         - (contemplando il gruppo) Ecco. Così. Non distraetevi; guardatevi sempre con maggiore affettuosità...

(Appare sulla soglia Renzo Scatola, dietro cui resta Rosa allibita. Scatola guarda con comico stupore il gruppo dei Faliero e fa qualche passo verso di loro. Burasco, retrocedendo per meglio vedere il gruppo stesso, si trova vicino a lui e allungando la mano di dietro, senza guardarlo, incontra la mano di Renzo, la prende e dice:)

Burasco                         - Va bene così?! E un magnifico gruppo. Si vede la famiglia modello?

Renzo                            - Eh, sì! Peccato che ci mancano i figlioli!... Se, poi, vuole che mi ci metta in mezzo anch'io...

Burasco                         - (si volta di scatto) Lei?! Chi è lei?!

Colombo, Francesca, Maddalena e Poldo      - (guardano con immenso spavento il nuovo venuto) Ah! Aaah! Aaaaaaah! (Scappano verso l'angolo di sinistra).

Burasco                         - (volgendosi verso di loro) Che c'è?...

Colombo                       - (gridando, con voce soffocata) Renzo!

Burasco                         - ' Renzo? Chi è Renzo?

Renzo                            - Renzo Scatola, sono io. Ma non capisco...

Burasco                         - (gridando anch'egli) La vittima? L'uomo senza testa?

Renzo                            - Senta, signor fotografo, badi come parla, sa!

Burasco                         - Ma che fotografo! Ma che fotografo! Sono l'avvocato Giovan Battista Burasco, e le contesto che lei sia lei, caro signore. Renzo Scatola è morto, ucciso dal mio cliente Colombo Faliero.

Renzo                            - Ucciso da Colombino? E perché? Perché gli ho dato quattro scapaccioni stanotte? Ma se siamo stati a scuola insieme! E poi, dopo le briscole, che è successo? Io ho fatto un ba­gno in Canale e m'è passato la sbornia, lui... (Ridendo) Ah, ah, ah! A lui, forse, non è pas­sata... Che cosa dice, lui?

Burasco                         - Dice che il fu Scatola era un birbaccione inqualificabile!

Colombo                       - (scagliandosi contro Renzo) È ve­ro: un farabutto! M'hai rovinato il commercio, volevi, rubarmi la moglie..., spargevi calunnie sul mio conto!... Mascalzone!

Renzo                            - (furibondo) A me?

Colombo                       - A te! Ed ho fatto bene ad am­mazzarti come un cane.

Burasco                         - (fuori di se) Dunque è vero che è morto ?!

Colombo                       - Eh, no! Eccolo qui... vivo, que­sta canaglia!

Renzo                            - (afferrando Colombo) Anzi: più vivo di prima e ti farò vedere io che cosa vuol dire insultare in questa maniera un compagno -di scuola! (Lo picchia). Tieni, pezzo di scimu­nito! Tieni, pezzo di mentecatto! Tieni... (Le donne strillano).

Maddalena e Francesca           - Fermi! Fermi! Renzo, per carità... Fermi!... Aiuto!...

Poldo                            - (cercando di tenere Renzo) Renzo, cabalatevi, per l'amor di Dio!...

Colombo                       - (a Burasco) Signor avvocato, mi difenda...

Burasco                         - Io? Dopo che mi avete ingannato vilmente, dopo che mi avete fatto sprecare una arringa facendovi credere un leone e, invece, non siete che una buccia, una spregevole buc­cia... di leone! Eccolo, l'uccisore dell'uomo senza testa!... (A Renzo) A proposito: e quel­lo, se non siete voi, chi era?

Renzo                            - Come, non lo sa? (Levando un gior­nale di tasca} È uscita l'edizione straordinaria: era l'avvocato Caleri!

Burasco                         - (con un grido) Galeri?

Maddalena                    - (a Colombo) Hai ammazzato «n avvocato?

Renzo                            - Ah! Lui no: era con me! Non era­vamo mica i soli ubriachi che passeggiassero per Venezia, a quell'ora! (A Burasco) L'hanno uc­ciso stanotte, verso le dodici...

Burasco                         - (cadendo su di una sedia) Sta­notte?!... Galeri?!... Ubriaco?!... Oh! E io che non ho più il mio temperino...!

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

La stessa scena del primo atto. Poche ore dopo gli avvenimenti rappresentati nel secondo.

(Nini è appena entrata ed ha sotto braccio vari pacchi e pacchetti).

Tito                               - (col giornale in mano) Ha sentito? Il suo caro avvocato Galeri, gran finanziere...

Nini                               - Perché lo chiama il « mio caro » ? Che c'entro io? Eppure lo sa bene che non ho mai voluto dargli ascolto!... E specialmente in que­sti ultimi tempi...

Tito                               - Ecco: specialmente da ultimo, è vero, la sua ammirazione per lui aveva subito un cer­to raffreddamento: colpa del naso femminile...

Nini                               - Che cosa vorrebbe insinuare? Sen­tiamo!

Tito                               - Si sa: il nasino delle donne sente su­bito il puzzo di cadavere...

Nini                               - Quant'è cattivo! Quant'è odioso e antipatico! Stia zitto!

 Tito                              - (continuando) Infatti, da qualche giorno, visto che il finanziere non si decideva a diventar milionario e che era destinato a una misera fine, lei si lasciava ammirare più volen­tieri dal giurista!

Nini                               - Senta, se non la smette, lo graffio! (Fa il gesto, ma è impedita dai suoi pacchi).

Tito                               - O neghi, via, se le riesce, che oggi, per esempio, si è lasciata fare dall'avvocato Burasco una corte sfacciata... L'ho sorpresa due o tre volte rossa come una ciliegia..., in atteggia­mento cinematografico... E lui..., quando parla di lei, tuba come un piccion grosso... E quel bacio?! Quel bacio in pubblico..., davanti al delinquente?!... Perché glielo ha dato?

Nini                               - Per riconoscenza!... Dice che gli ho portato fortuna...

Tito                               - Io le dico tante altre cose, più carine ancora, ma un bacio non l'ha mai voluto!

Nini                               - Né da lei ne da altri! Quello di dianzi non è stato un bacio: è stata un'esplosione im­provvisa...

Tito                               - (baciandola sul collo) Come questa...

Nini                               - (buttando in terra i suoi pacchetti) Ora, poi, lo graffio davvero! (Lo insegue).

Tito                               - (raccogliendo i pacchetti) Stia attenta che sciupa tutta la roba dell'illustre penalista..., alle soglie della Corte d'Assise!

Nini                               - Dia qua, dia qua! Pazzo che non è altro! (Cerca di riprendere i suoi pacchi). Ma perché ce l'ha tanto con quel pover'uomo? (De­pone i pacchi su una sedia).

Tito                               - Perché sono geloso. Non l'ha ancora capito?

Nini                               - Con tutte le volte che me l'ha detto, vuole che non l'abbia ancora capito? Ma è as­surdo, scusi! Se non c'è niente, né con lei, né con lui...

Tito                               - Non c'è niente, Nini? Come può dir­lo? Lei, forse, non se ne accorge, ma se sapesse le speranze che dà a chi la guarda come la guardiamo noi, che le stiamo vicino tutto il giorno...

Nini                               - Dica che sono una civetta!

Tito                               - No. È una bella ragazza che cerca di scegliere e non sa. O non vuole. Uno, ormai, non lo sceglie più!... (Accenna al giornale).

NiNÌ                             - Andiamo: non parli in questo modo d'un povero morto, proprio oggi...! Porta sven­tura!

Tito                               - (continuando il suo discorso) L'al­tro... No, senta, no! Un vecchio strambo non fa per lei! Può diventare grande davvero come Cicerone: lei sarebbe sempre sacrificata! Un bravo e buon giovanotto, invece, passabile come estetica..., appassionato..., fedele...

Commissario                 - (entrando dal fondo, seguito da un agente) È permesso?

Tito                               - Un momento! (Volgendosi e vedendo il Commissario sulla porta) Beh?! Cosa vuole?

Commissario                 - Sono un Commissario di Pub­blica Sicurezza: vengo per visitare lo studio dell'avvocato Galeri... Lei è?...

Tito                               - Il giovane. (Indicando Nini) E que­sta la dattilografa.

Commissario                 - Lo avevo indovinato. Avrò bisogno di loro.

Nini                               - Ma noi non sappiamo nulla, sa!

Commissario                 - Neanche noi: è appunto per questo che cerchiamo di scoprire qualche cosa! E chiaro! Si tengano a nostra disposizione.

Nini                               - (turbata) Non potremo uscire di qui...? Io avrei da fare... Dovrei già essere a casa... Ho fatto tardi perché avevo da...

Commissario                 - Ho veduto. Ma può andare e venire quanto vuole!... (Nini si slancia per uscire. Il Commissario la trattiene). Purché si renda reperibile. Intanto, non abbia furia: aspetti un momento. (A Tito) Quando ha visto l'ultima volta l'avvocato Galeri, lei?

Tito                               - Ieri, nel pomeriggio, quando è venuto allo studio...

Commissario                 - E, fuori di studio, più tardi, nessuno di loro ha avuto occasione di parlargli?

Nini                               - Noi, no, ma l'avvocato Burasco... (Ri­spondendo a una muta domanda del Commissa­rio) È il collega del povero Galeri: sta qui con lui...

Commissario                 - Dunque, l'avvocato Burasco?

Nini                               - Mi ha detto che sono stati insieme tutta la sera.

Commissario                 - Bene. C'è l'avvocato?

Tito                               - (scombussolatissimo) Quale?

Commissario                 - Quello vivo, che diamine!

Tito                               - (c. s.) No. È fuori studio.

Commissario                 - (o Tito) Quando rientra, mi avverta. (A Nini) E lei, vada pure, ma torni più presto che sia possibile.

Nini                               - (fuggendo) Sissignore.

Commissario                 - (guardandola allontanarsi) Interessante, quella ragazza...

Tito                               - (c. s.) Oh, sì! (Obliandosi) È molto, molto interessante...

Commissario                 - Questo, è lo studio Galeri?

Tito                               - (sempre più turbato) No, no. La stan­za del povero morto è di là: questa è quella del povero vivo!

Commissario                 - Andiamo. (Spinge avanti Ti­to, che lo guida fuori della porta di sinistra e, con un cenno, si fa seguire dall'Agente).

Burasco                         - (entra come inseguito, con gli oc­chi sbarrati, i capelli in disordine. Stringe in pugno, convulsamente, un giornale) ... Non riesco più a trovare il mio temperino... E... e non posso dire che non è possibile, con un'arma così piccola...: dal momento che ci credevo, quando si trattava di Faliero, debbo crederci anche quando... È spaventoso!... Lui, l'ex as­sassino, era brillo ed ero brillo anch'io... Lui passeggiava sul Canale con un amico, e anch'io, con un amico, sul Canale... S'è accesa una di­scussione con lui... e s'è accesa anche con me! Lui aveva dei rancori segreti, io... (Geme te­nendosi la testa tra le mani). Si credeva che fosse stato ucciso l'amico suo e, invece, è stato ucciso il mio... Lui non è il colpevole: io, dun­que... Terribile!... È una cosa terribile!... (In­dica il giornale). Scatola? Niente Scatola. Den­tro la scatola c'è Galeri! Colombo piglia il volo e in galera ci va... No, no! Ah, no! Prima di andarci, ragioniamo: lui, intanto, aveva visto il suo uomo cadere nell'acqua: io, il mio, non l'ho visto cadere: non l'ho visto più! Scompar­so! Per me è scomparso. E poi, tra noi, non c'è stata colluttazione: si discuteva... Si parlava della Nini... Quel pensiero m'inteneriva... For­se ho chiuso gli occhi, per vederla con l'imma­ginazione... Subito dopo mi sono ritrovato so­lo!... Solo!... Non riesco a ricordarmi quando son rimasto solo! Come ho fatto a rimaner so­lo?!... (Pensando intensamente). Ho chiuso gli occhi e poi... (Con un grido soffocato) Ho gri­dato! Ricordo d'aver gridato!... Perché?!.., Perché..., perché... (Si palpa la testa, prima adagio, poi presto, finche preme il dito in un punto dell'occipite) È qui, è qui che ho sentito un gran male... Osteria!... C'è il bozzolo! C'è davvero!... Ho avuto un colpo all'occipite! Un colpo a tradimento! Ecco l'ecchimosi. C'è. Mi ha colpito di dietro, come un vile, ed io... (An­nichilito, difendendosi contro se stesso). Al tempo! Al tempo! Io non so niente perché non ricordo niente! Se era pazzo... Eh! M'ha pic­chiato: dunque era pazzo!... Se era pazzo, po­teva benissimo rubarmi il temperino, tagliarsi la testa e gettarsi in acqua! Suicidio! Ipotesi del suicidio. Ma non regge perché nessuno s'è mai suicidato tagliandosi la testa e, poi, gettan­dosi in acqua! È inutile! Anche se può avermi aggredito, resta sempre il fatto che lui è morto e io son vivo..., lui è la vittima ed io... Io..., io... Io ci vado al manicomio! È una cosa in­verosimile..., pazzesca! Ho costruito una morsa di ferro intorno al delitto di quell'idiota che non ha ammazzato nessuno ed ora che, per una fatalità sciagurata, sono al suo posto, non rie­sco a liberarmi da questo maledetto strumento di precisione che mi prende alla gola e mi sof­foca... mi soffoca... Osteria!... Però...: quando ci si mette, che avvocato, quel Burasco!...

Tito                               - (entrando, a bassa voce) Guardi, av­vocato, che c'è il Commissario di Pubblica Si­curezza.

Burasco                         - (annichilito) Di già?

Tito                               - Voleva vederlo.

Burasco                         - Ci siamo. (Suda freddo). È ter­ribile!... Dove... Dov'è, il Commissario?

Tito                               - Sta facendo un sopraluogo nella stan­za del povero morto... Prima del sopraluogo ha proceduto al mio interrogatorio, ma stia tranquillo: mi sono guardato bene dal dire che lei conosce il colpevole!

Burasco                         - (sobbalzando) Io?! Cosa le salta in mente?

Tito                               - Quando le dico che ho mantenuto il segreto professionale.

Burasco                         - Che c'entra il segreto professio­nale? Lei sa qualche cosa o no?

Tito                               - Scusi: so quello che sa lei...

Burasco                         - Io non so nulla.

Tito                               - E io è come se non sapessi nulla. (Gli fa cenno di stare zitto). Eccoli...

Commissario                 - (congedando l'agente che ha un pacco di carte) Tutto questo nel mio ufficio. Vengo subito. (L'agente esce. Il Commissario si avvicina a Burasco) Il signore è...?

Burasco                         - (stende la mano) Tanto piacere!

Tito                               - L'avvocato Burasco!

Commissario                 - Ah, ho capito!...

Burasco                         - Che rosa?... Che cosa ha capito?

Commissario                 - Che lei è il collega di studio del cadavere senza testa.

Burasco                         - (respirando) Ah, sì! Per servir­la... (A se) E pazzesco!...

Commissario                 - La fine del suo povero col­lega, è circondata da un mistero oscurissimo!

Burasco                         - A chi lo dice!

Commissario                 - Io spero che lei, uomo di leg­ge, amico dello scomparso,... spero che ci aiuti a illuminare le tenebre...

Burasco                         - Io?! Sta fresco! Si figuri! Io non so quanto pagherei che qualcuno illuminasse me!... Non riesco nemmeno a raccapezzarmi (obliandosi), se sono... io che..., oppure se è lui che... (riprendendosi). Ma loro, scusi, che cosa hanno scoperto, loro?

Commissario                 - Noi abbiamo già fatto molto procedendo alla identificazione. Era difficile! Quel cadavere è d'un aspetto così comune! Può essere il cadavere di chiunque! Ne vuole una prova? È lei, non è vero, che ha domandato al medico di guardia all'ospedale, se poteva trat­tarsi d'uno spedizioniere?

Burasco                         - (turbatissimo) Io?! (A se) Come sanno tutto! (Forte) Ah! Già! È vero! Sì, una povera donna, vedendo che il marito spedizio­niere non tornava a casa per il pranzo...

Commissario                 - (ridendo) Lo credeva addirit­tura spedito?! ...

Burasco                         - Ecco. Le donne esagerano sempre. Per contentarla, ho fatto qualche ricerca... Ho chiesto anche all'ospedale...

Commissario                 - E le venne risposto che « po­teva darsi ». Questo, per dirle che poteva trat­tarsi indifferentemente della spoglia di un avvo­cato e di quella di uno spedizioniere!...

Burasco                         - Eh! Sa: la morte è una grande li­vellatrice!

Commissario                 - Senza dubbio. Per fortuna abbiamo trovato la giubba.

Burasco                         - La giubba?! Quale giubba?

Commissario                 - Quella dell'avvocato Galeri. L'abbiamo ritrovata in acqua, poche ore fa.

Burasco                         - S'era levato la giubba?

Commissario                 - Oppure gli era stata tolta... con tutto il resto...

Burasco                         - E da chi?

Commissario                 - Ma... dall'assassino, probabil­mente... (Burasco rabbrividisce). Nulla di più facile. Nelle tasche c'erano delle carte che han­no permesso l'identificazione.

Burasco                         - Meno male.

Commissario                 - Ora che sappiamo chi è, dob­biamo stabilire come è stato ucciso... (Sempre più vivo turbamento di Burasco). Siamo infor­mati della sua rovina finanziaria...

Burasco                         - (a se) Sanno tutto!

Commissario                 - Considerando, dunque, lo sta­to d'animo in cui doveva trovarsi, si potrebbe pensare a un suicidio...

Burasco                         - (obliandosi) Ma l'ipotesi non reg­ge, perché nessuno si suicida tagliandosi la te­sta e... (Si accorge di aver parlato senza bisogno e si morde la lingua).

Commissario                 - Precisamente! Dunque: sia­mo dinanzi a un omicidio. Lei ha dei sospetti?

Burasco                         - Io? No. Perché dovrei averne? (Guardando Tito) Non abbiamo il più piccolo sospetto.

Commissario                 - Ma non conoscono nessuno elle abbia minacciato il Galeri recentemente?

Burasco                         - No.

Tito                               - No.

Commissario                 - Qualcuno che parlasse male di lui?

Burasco                         - No, no...

Tito                               - No, no...

Commissario                 - (a Burasco) Lei, come mi ha detto il giovane, (accenna a Tito) ha passato la sera con il suo povero collega...

Burasco                         - (soffocato) Ah!... Tito le ha detto che io...?! Sì... Ecco: ci siamo tenuti compagnia, al... al caffè.

Commissario                 - Le sembrava preoccupato?

Burasco                         - Sì. Ma non abbastanza.

Commissario                 - Fino a che ora è restato con lui?

Burasco                         - Fino a... Fino a... Non saprei. Ero molto stanco. A un certo punto ho chiuso gli occhi... Perché a me... il caffè fa dormire. Allora... (obliandosi)... allora, ho sentito... (si tasta la testa).

Commissario                 - Ha sentito?

Burasco                         - (riprendendosi) ...che avevo son­no... e sono andato a letto.

Commissario                 - E non ha visto nessuno che si sia avvicinato al Galeri?

Burasco                         - No. Nessuno.

Commissario                 - E, uscendo dal caffè, erano ancora insieme?

Btjrasco                         - Sì, mi pare... Commissario - Da che parte erano diretti?

Burasco                         - Verso... verso la Giudecca, credo.

Commissario                 - Oh! Guarda! Proprio dove è avvenuto il delitto!

Burasco                         - Ah sì!?

Commissario                 - Sicuro! Lo ha lasciato in quei paraggi?

Burasco                         - Purtroppo! L'ho lasciato... in quei paraggi... (Mettendosi il volto tra le ma­ni) Ah, povero amico!

Commissario                 - Ha ragione di compianger­lo!... È stato vittima di un criminale ferocis­simo..., di un vero bruto! Per mutilarlo a quel modo si è servito di un'arma assolutamente ina­datta... Sa che abbiamo trovato sul luogo del delitto? Un temperino..., un piccolo temperino da tasca!

Burasco                         - (gridando) Un temperino?!...

Commissario                 - Perché si agita tanto?

Burasco                         - Perché non posso sentir nominare le armi da tasca (correggendosi) ... da taglio! È una questione di nervi! Mi scusi!...

Commissario                 - Si figuri! Anzi: lo lascio tran­quillo. Comprendo la sua agitazione... Avrò tempo d'interrogarlo con maggior profitto, quando sapremo qualche cosa di più...

Burasco                         - È così...

Commissario                 - Vado a studiare le carte del Galeri...

Burasco                         - Bravo!

Commissario                 - Tornerò prima di sera...

Burasco                         - Faccia pure.

Commissario                 - Con permesso. (Si avvia per uscire).

Burasco                         - Si accomodi. (Il Commissario esce).

Burasco                         - (investendo Tito) Cosa è andato a dire, lei, subito,... del... del mio incontro, ieri sera, con...?

Tito                               - Non sono stato io... È stata la signo­rina... Ma perché s'arrabbia? Che male c'è? Il colpevole lo conosciamo...

Burasco                         - (gridando) Chi conosciamo?!... (Corre alla porta, guarda fuori e ripete più ada­gio) Chi conosciamo?

Tito                               - II... lupo... Colui che ha ucciso l'uo­mo senza testa: il suo cliente Faliero...

Burasco                         - Faliero? Parlava di lui? Non po­teva dirmelo prima?! Credevo... chi sa che cosa!

Tito                               - Ma, scusi, se Faliero...

Burasco                         - È vero. Lei non può sapere quello che è stato toccato con mano, dopo la sua par­tenza... Siccome non è più tornato...

Tito                               - Già... Volevo dirglielo subito, ma c'era il Commissario e mi è passato di mente... Ecco com'è andata: stavo per venire con la macchina fotografica, quando ho incontrato la signorina Nini... Le ho dato il denaro, l'ho ac­compagnata un poco

Burasco                         - ... naturalmente.

Tito                               - Poi abbiamo letto nel giornale il no­me della vittima e siamo corsi allo studio...

Burasco                         - Dov'è la signorina Nini?

Tito                               - È andata a casa un momento... Io ho già fatte alcune delle commissioni... (Si guarda il polsino della camicia). Ho ordinato al foto­grafo quelle copie del gruppo di casa Faliero.,. e quelle del suo ritratto...

Burasco                         - Al tempo! Al tempo! Niente fo­tografie! Non ci mancherebbe altro! Ritirare gli originali!

Tito                               - Sono passato dal Dottor Minutoli, gli ho consegnato l'appunto e mi ha detto che sa­rebbe subito venuto da lei. Sono stato al gior­nale. Quel signore le telefonerà...

Burasco                         - Disdica ogni cosa. Sapesse che rabbia fa, sentirmi elencare gli elementi di una organizzazione perfetta, quando tutto è andato | a rotoli!...

Minutoli                        - (entrando) È permesso?

Tito                               - Oh! Il dottore! (A Burasco che sta monologando sul proscenio) Avvocato, c'è il dot­tor Minutoli.

Minutoli                        - (andando verso Burasco) Caro amico. Ho letto il tuo formulario... Perbacco! Il caso è di una importanza eccezionalissima. M'interessa molto.

Burasco                         - Ah! Sì?

Minutoli                        - Senza dubbio. Questi fenomeni di subcoscienza sono la mia passione. Dov'è il soggetto?

Tito                               - Ah! Il soggetto?! Il soggetto, vede...

Burasco                         - (interrompendolo e scacciandolo) Lei vada di là e mi avverta quando viene qual­cuno.

Tito                               - (offeso) Sissignore. (Esce).

10Burasco                     - (a Minutoli, quando sono soli) Senti, caro: io, sai, qualche volta mi lascio tras­portare dal temperamento, temperamento di pe­nalista, d'artista della giurisprudenza... Arti­sta, vuol dire creatore: io «creo»... Ecco: creo intorno al cliente l'atmosfera capace di ecci­tare il mio genio difensionale. Mi spiego? Ma... sai?... Chi fa sbaglia: figurati chi crea! Le mie opinioni su quell'omicida potrebbero essere...

Minutoli                        - False? Consolati: sono esattis­sime.

Burasco                         - Davvero?

Minutoli                        - Ma certo. Un uomo che sembra normale, uccide...

Burasco                         - (impressionato) Uccide?!...

Minutoli                        - Uccide... e, poi, non solo non sa rendersi conto del suo atto, ma non può nean­che ricostruirlo: nella sua memoria, in quel punto, esiste una lacuna... È il tuo caso?

Burasco                         - Come «il mio»?

Minutoli                        - Voglio dire: del «tuo cliente». L'hai qui?

Burasco                         - Chi?

Minutoli                        - Il soggetto in questione.

Burasco                         - No. Ma è come se ci fosse...

Minutoli                        - Ed è in rapporto con la fine tra­gica dell'avvocato Galeri?

Burasco                         - Non lo so ancora. Dicevamo che colui, l'assas... «il soggetto», ha nella memo­ria una vera e propria lacuna. Come può avve­nire, questo?

Minutoli                        - Per trauma psicofisico. Vedrai che l'ultimo ricordo ch'egli ha, prima della la­cuna, è quello di un dolore acuto alla testa...

Burasco                         - (quasi con un grido) Un dolore?! Alla nuca? Col bozzolo?

Minutoli                        - « Alla nuca » è esatto. « Col boz­zolo y> non importa. Ma ecco, se tu hai riscon­trato qualche cosa di simile, ecco che il feno­meno prende una fisionomia chiarissima. È una azione inconscia sfuggita all'autocontrollo per l'intervento del secondo « io »...

Burasco                         - Il secondo «io»?

Minutoli                        - Ma sì... Vedi: sotto la psiche più equilibrata c'è sempre la psiche di un al­tro « io », un bruto, nascosto nella profondità dell'essere e pronto a scatenarsi non appena possa prevalere sulle forze dell'autocontrollo. È il fenomeno espresso grossolanamente con la doppia personalità del Dottor Jekill...

Burasco                         - Già! Non ci avevo pensato! Il Dottor Jekill! È spaventoso! Terribile!... (Si abbandona a una muta disperazione che gli fa dimenticare per un momento il dottore).

Minutoli                        - (dopo una pausa) Vuoi altro ?

Burasco                         - (boccheggiando) C'è dell'altro?!

Minutoli                        - No. Ti domando se ti serve sa­pere qualche altra cosa...

Burasco                         - (smarrito, balbettante) Sì... sì...: vorrei... che tu mi dicessi quali... quali cause possono far scatenare il coso, l'« io », l'« io » bruto... Cioè... non io!... Lui... L'« io » di lui... L'« io » di lui bruto, in quali condizioni può manifestarsi?

Minutoli                        - In tutte le condizioni un po' anormali... Basta... non so: una intossicazione qualunque: quella stessa dell'alcool... l'ubria­chezza, anche leggera...

Burasco                         - (c. s.) L'ubriachezza?

Minutoli                        - Certo. E anche l'ambiente: l'a­ria temporalesca, carica di elettricità... La vici­nanza di altri individui col sistema nervoso ecci­tato... II... Ecco: sommamente pericolosa è l'ec­citazione femminile, quella che può essere cau­sata dalla vista di una donna che piace... 0, an­che, dall'immagine di questa donna...

Burasco                         - (sorgendo in piedi, emozionatis-simo) Al tempo. L'immagine d'una donna? D'una donna piacente... (A se) Ah!

Nini                               - (For­te) Il pensiero di Nini... (Riprendendosi)... di una femmina qualsiasi, basta perché io,... lui,... l'io di lui...?!...

Minutoli                        - Sicuro che basta. Che c'è di strano? Quando si tratta, naturalmente, di uomini predisposti; quelli che hanno i sintomi del tem­peramento in questione. (Siede dinanzi alla scrivania).

Burasco                         - (febbrile) Ti prego..., ti prego...: questi sintomi, quali sono?

Minutoli                        - Per esempio, le asimmetrie cra­nio-facciali...

Burasco                         - Sarebbe a dire?...

Minutoli                        - Una parte del viso diversa dall'altra. (Burasco apre un cassetto, ne toglie uno specchio e cerca, senza farsi vedere da Minutoli, di constatare se nella propria faccia si trovano i segni elencati dal dottore). Taglia la testa in due...

Burasco                         - (sobbalzando) A chi?

Minutoli                        - Al soggetto. La parte destra non corrisponde alla sinistra? Degenerazione. (Bu­rasco contrae la faccia in modo da renderla asim­metrica e, guardandosi allo specchio, si agita molto). Anche la capigliatura stempiata è un sintomo... (Stesso gioco di Burasco che si tira indietro i capelli con le mani e scopre le proprie stempiature)..., purché sia accompagnata dallo sguardo lucido e basedovoide...

Burasco                         - Cosa?

Minutoli -                      - Occhi spalancati, con i bulbi estroflessi, come nel morbo di Basedov: « base-dovoidi ».

Burasco                         - Ho capito: una coppia d'uova... (Stesso gioco con lo specchio).

Minutoli                        - Orecchie a punta..., protuberan­za del cranio...

Burasco                         - (tastandosi la nuca, a se) Il boz­zolo...

Minutoli                        - Lingua piatta e molto allunga­bile... (Burasco si esamina la lingua) Tremore nervoso... delle mani... (Burasco si esamina le mani che tremano) Riflessi vivacissimi...

Burasco                         - Qua... quali riflessi?

Minutoli                        - Rotulei, sotto il ginocchio... L'a­vrai visto fare cento volte - (Parlando, fa i movi­menti descritti, su di sé. Burasco l'osserva con grande attenzione). Si lascia la gamba abbando­nata, si batte sul tendine e la gamba si muove, per conto proprio, più o meno vivacemente... Un movimento troppo vivace corrisponde a una ipersensibilità... (Intanto Burasco cerca di pro­vare i propri riflessi battendosi sotto il ginoc­chio con la mano, come ha visto fare a Minutoli; la gamba dà un calcio a dei fascicoli posti sulla scrivania e li butta all'aria). Che cosa fai? (Si alza e si avvicina a Burasco, che nasconde subito lo specchio).

Burasco                         - (alzandosi anche lui e raccogliendo le carte) Niente..., niente... Continua...

Minutoli                        - Oh! C'è poco più, per un pro­fano...: la deambulazione irregolare, dimostra­ta dal consumo dei tacchi dalla parte interna... (Burasco si guarda i tacchi)... Come i tuoi, precisamente! Del resto, tu m'hai parlato di crea­zione fantastica... Ecco: un eccesso di fantasia è un altro segno... Ma bisognerebbe vedere il soggetto per fare una vera e propria diagnosi! È già in stato di detenzione? Bisogna sorve­gliarlo, naturalmente...

Burasco                         - Ah sì? E... perché?

Minutoli                        - Perché il secondo « io », quando si è rivelato una prima volta, può tornare a ma­nifestarsi con maggiore facilità!

Bukasco                        - (spaventatissimo) Cosa dici?

Minutoli                        - (guarda l'ora) Dico... Ma è tar­di. Debbo scappare. Mi telefonerai...

Burasco                         - (disfatto) Sì... sì...

Minutoli                        - Spero che sarai contento delle mie informazioni!...

Burasco                         - Eh! Altro che!

Minutoli                        - Vedi che sono in grado di farti fare, davanti ai Giudici, una bellissima figura!

Burasco ___________ - (boccheggiante) Ah! Sì Non c'è dubbio!... Questo sì!...

Minutoli                        - Arrivederci... (Esce).

Bukasco                        - (annientato) Addio!

(Burasco, appena resta solo, si butta a sedere sopra una sedia, senza forze. È appena seduto che squilla il telefono. Egli fa un sobbalzo di spavento e resta inerte a guardare l'apparec­chio... Entra Nini e accenna al telefono).

Nini                               - Avvocato, non risponde? (Burasco fa un gesto vago come per giustificarsi. Nini corre lei a prendere il ricevitore). Non s'incomodi: faccio io. (Al telefono) Pronto... (A Burasco) Telefonano dal giornale... (Al telefono) Pron­to... Studio Burasco e fu Galeri. (Burasco si mette le mani nei capelli). Ho capito... Che cosa desidera?... Ecco, glielo chiedo subito... Sì... Aspetti all'apparecchio. (A Burasco, mettendo una mano sul ricevitore) È il redattore giudi­ziario. Dice che vuole delle rivelazioni sensa­zionali sull'assassino dell'avvocato Galeri...

Burasco                         - (con uno strano urlo spasmodico) No.

Nini                               - Ma, avvocato, ...è un giornalista...!

Burasco                         - (come sopra, ma con voce più forte) No.

Nini                               - (lasciando il telefono) Ma... lei sta male... (Va premurosamente verso Burasco) Ha un viso!

Bukasco                        - (come- sopra, con voce anche più forte) Asimmetrico! Lo so... (Egli rimane co­me impietrito, guardando dinanzi a se con oc­chi fissi, allucinati).

Nini                               - (prendendogli una mano come per, farlo alzare) Insomma..., non è possibile che sia soltanto il dolore per la perdita dell'amico!... C'è dell'altro!... Io lo so, che cosa c'è!... Quan­do ha scoperto che la vittima era l'avvocato Ga­leri, suo collega di studio, lei si è detto che non poteva difendere l'assassino... Ed è vero... « Ma, stia certo, le capiteranno altre occasioni... Quando dico una cosa io, non sbaglio mai! Le ho detto che andrà presto all'Assise e le assicura che ci andrà!

Burasco                         - (sempre nella sua posa strana e col suo strano tono di voce) Oh! Per questo...! ; È vero. Ci andrò!

Nini                               - Ora come testimone, e poi... (Andando verso il fondo dove ha lasciato i suoi pacchetti, su di una sedia), poi come lei ha diritto di entrarci... (aprendo un pacco e spiegando una toga nuova fiammante)... con la sua bella j toga nuova!

Burasco                         - (rompendo, con un grido, il suo stato i quasi catalettico e gettandosi sulla toga) Ah! La toga?... Mi ha comperato la toga?... La mia toga!... Ed è proprio quando i fantasmi del ' delitto che ho creato per lei si rivoltano contro: di me e mi afferrano da tutte le parti..., è pro­prio ora che lei me la porta?!...

Nini                               - L'ho comprata ora, gliela porto ora!... Le piace?

Bukasco                        - (con uno strano sorriso) Sì... È molto bella!... Proprio ora!... (Mentre Nini gli infila la toga e gliela drappeggia addosso) Com'è strana, la vita!... Come ingarbuglia le cose! Come mescola tutto!... È proprio un gioco... e, per prima cosa, prende le carte e le mischia, le mischia... E, allora, la toga, invece che sull'av­vocato, si trova sul...

Nini                               - Come le sta bene! Le sta proprio bene!

Bukasco                        - -Sì?

Nini                               - Sì, sì... Le dona!... Ne fa tutto un altro uomo!

Burasco                         - (con un grido) Eh?! Un altro uomo?! Un altro uomo?!... No!... No!... (Con immenso spavento) Il ce secondo io»! Si scosti... s'allontani!... (Accennando allo scollo di Nini) Si copra! Signorina, si copra! Mi sento già gli occhi basedovoidi! (Spalanca gli occhi)... I ri­flessi rotulei! (Tira calci) Il dottor Jekill!... (Raccapricciando) Ah! Il dottor Jekill!...

Nini                               - Signor avvocato! Che fa? Impazzi­sce?!... (Cerca di scappare) Aiuto! Aiuto! Im­pazzisce! (Entra Tito e, dietro di lui, Colombo, che ha la testa fasciata).

Burasco                         - (afferrando Nini, che trema di pau­ra) Impazzisco, sì... Impazzisco, se non mi sfogo con qualcuno! Sa chi sono io? Vuol sa­pere chi sono io? Sono l'assassino del Galeri, io! Altro che avvocato! II reo! Non ci crede? (Indicando, nella confusione, parti del corpo diverse da quelle che nomina) Guardi la stem-piatura, le orecchie a punta, la coppia d'uova, la lingua, i tacchi consumati, il bozzolo sul cra­nio! (Nini, Tito e Colombo, rimangono spau­riti a guardare Burasco che si esalta sempre di più)... Ho ammazzato il Galeri! Andrò all'As­sise! È vero! Lei ha sempre ragione! Andrò all'Assise, sì..., al posto del reo, sì... Ma con la mia toga! (Grida) Con la mia toga! Con la mia toga!... Ed è paludandomi in essa che farò la mia grande autodifesa! « Cicero prò doma sua ». (Vede Colombo. Interrompe ad un tratto la sua enfasi oratoria) E lei, che vuole?

Colombo                       - Vorrei dare querela allo Scatola perché m'ha ridotto in questo modo... E siccome lei ha già avuto cinquecento lire...

Burasco                         - Soldini! Soldini! Non posso oc­cuparmi di queste bazzècole! Debbo preparare la difesa del dottor Jekill!

Colombo                       - Ma, scusi...

Burasco                         - (mettendolo da parte) Largo! Largo! Vado a costituirmi... (Si avvia verso l'uscita).

Commissario                 - (entrando) È permesso?

Burasco                         - Oh, signor Commissario, giusto lei! Ho da parlarle!

Commissario                 - Anch'io, caro avvocato...

Burasco                         - Voglio comunicarle una cosa mol­to importante...

Commissario                 - Io pure...

Burasco                         - La mia è di quelle che tagliano la testa al toro... (Movimento di terrore di Co­lombo, Nini e Tito).

Commissario                 - La mia anche. (Si accingono tutti e due a parlare nello stesso tempo),

Burasco e Commissario           - (insieme) Lei non potrebbe mai immaginarselo!... L'avvocato Ga­leri ...

Burasco                         - Parli pure...

Commissario                 - Parli lei!

Burasco                         - Dica dica: poi parlerò io.

Commissario                 - Lo ascolto.

Burasco                         - (parlando insieme, col Commissa­rio) L'avvocato Galeri è stato ucciso...

Commissario                 - (parlando insieme a Burasco) L'avvocato Galeri le ha scritto...

Burasco                         - Mi ha scritto! E da dove?

Commissario                 - (ridendo) Dall'altro mondo!

Nini, Tito e Colombo    - (rincantucciandosi nel jondo a sinistra) Ah!

Burasco                         - Che cosa mi ha scritto?

Commissario .... - Le leggo una lettera che ho trovato nelle carte sequestrate e stesa, eviden­ temente, questa notte, dopo che si sono lasciati. (Toglie di tasca una lettera e la legge) « Caro amico, scusa se non ho potuto salutarti. A te il vino dà il sonno e sei caduto addormentato come un ceppo, battendo la testa sulla spallet­ta del Canale...; a me il vino dà le buone idee. Non aver paura se, ritrovando la mia giacca nell'acqua, penseranno che mi sia suicidato. Ho predisposto tutto, per avere almeno un giorno di tranquillità e poter, così, guadagnar la frontiera... ».

Burasco                         - (con un grido) È vivo? Anche lui?! (Toglie la lettera di mano al Commissa­rio) « Se non avessi preso il largo, stamani mi avrebbero arrestato... ».

Commissario                 - Esatto. Ma, insomma, niente di preoccupante per nessuno... Stia allegro, av­vocato. Tenevo ad avvertirla appunto perché si tranquillizzasse. Era così sottosopra! Ed ora mi scusi: scappo. Prego, non si disturbi... (Esce accompagnato fino alla porta da Tito).

Nini, Tito e Colombo    - (parlando, gaiamente, tra loro) Meno male! Tutto è finito bene! Nessun morto! Tranne quel poveretto senza te­sta... Ma non ci riguarda... Nessuno lo cono­sce... (Mentre parlano, Burasco, appoggiato al­la scrivania, ha come un gemito e sta lì R per cadere svenuto. Tutti gli si precipitano intorno e lo sorreggono). Avvocato! Che ha? Che cosa le prende?! Su, su, avvocato!

Burasco                         - (pur mezzo svenuto, fa cenni di di­sperazione, senza poter articolare parola).

Nini, Tito e Colombo    - Eh?! Che cosa? Che cosa vuole? Che vuol dire?!... Avvocato... Che cos'ha?!

Burasco                         - (con un grande sforzo, allontanando tutti e sbottando) Ho che è finita! Non lotto più! Questo è il segno del destino!... È l'invi­dia universale che ha vinto!... Alle Assise... (con un grido furibondo) ... alle Assise, nean­che come imputato, mi ci hanno voluto, oste­ria! (Si strappa la toga di dosso e la butta lon­tano).

FINE

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