Top of Form 1
Bottom of Form 1
WILLIAM SHAKESPEARE
CIMBELINO
Tragedia in 5 atti
Traduzione e note di Goffredo Raponi
Titolo originale: CYMBELINE KING OF BRITAINE
NOTE PRELIMINARI
1) Il testo inglese adottato per la traduzione quello dell'edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg. XXXI, 1376), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della pi recente edizione dell'Oxford Shakespeare curata da G. Taylor e G. Welles per la Clarendon Press, Oxford, U.S.A., 1994.
2) Alcune didascalie (stage instructions) sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione, l dov'era necessario, dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione essenzialmente preordinata ed intesa. Il traduttore convinto della irrappresentabilit del teatro di Shakespeare sulle scene del teatro moderno, e che l'unico modo di gustarne il respiro ed il mondo poetico la raffigurazione che ciascuno si pu fare alla lettura, come in una regia personale.
3) Si conservato, all'inizio ed al termine di ciascuna scena, il tradizionale "Entra"/ "Entrano" ("Enter") ed "Esce"/"Escono" ("Exit"/"Exeunt"), avvertendo peraltro che tali dizioni non implicano necessariamente l'ingresso o l'uscita di scena dei personaggi; possibile che essi vi si trovino gi all'apertura, in uno o altro atteggiamento, o vi restino alla chiusura. Si sa che nel teatro elisabettiano non esisteva scenario n sipario.
4) Il metro l'endecasillabo sciolto intercalato da settenari. Altro metro pu essere usato per canzoni, citazioni, ballate, strofette, madrigali ecc., quando si dovuto far sentire, con il poeta, uno scarto stilistico.
Il traduttore riconosce d'essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle del Lodovici, del Baldini e del Melchiori, dalle quali ha preso in prestito, dandone opportuno credito, oltre all'interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti.
5) I nomi dei personaggi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.
6) Anche la divisione in atti e scene - che, come noto, non si trova nell'in-folio, ma stata diversamente elaborata nel tempo dai vari curatori - quella che figura nella citata edizione dell'Alexander.
7) La vicenda si svolge all'epoca della Roma di Augusto; ma si lasciato, nel colloquiare dei personaggi romani con quelli britanni, il "voi" e il "tu" del testo inglese, anche se i Romani conoscessero, com' noto, solo quest'ultima persona verbale.
PERSONAGGI
* CIMBELINO, re di Britannia
* CLOTENO, figlio della regina da precedente marito
* POSTUMO LEONATO, gentiluomo, sposo di Imogene
* PISANIO, suo servo
* BELLARIO, signore esiliato, celato sotto il nome di MORGAN
figli di Cimbelino, celati rispettivamente sotto i nomi di POLIDORO e CADVALO e creduti figli di Morgan:
GUIDERIO
ARVIRAGO
* FILARIO, amico di Postumo
* IACHIMO, suo amico italiano
* CORNELIO, medico
* UN GENTILUOMO FRANCESE amico di Filario
* CAIO LUCIO, generale dell'esercito romano
* UN CAPITANO dell'esercito romano
* DUE CAPITANI BRITANNI
* DUE SIGNORI della corte di Cimbelino
* DUE GENTILUOMINI della stessa
* DUE SECONDINI
* LA REGINA, moglie di Cimbelino
* IMOGENE, figlia di Cimbelino da precedente matrimonio
* ELENA, sua dama di compagnia
* Signori - Dame - Senatori romani - Un indovino - Un gentiluomo olandese - Musici - Funzionari - Ufficiali - Soldati - Messaggeri - Persone del seguito
SCENA: parte in Britannia, parte in Italia, a Roma.
ATTO PRIMO
SCENA I - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.
Entrano DUE GENTILUOMINI
PRIMO GENTIL. - Qui non c' caso che s'incontri un cane
che non ti guardi con la faccia scura.
Non obbediscono al voler celeste
le nostre naturali inclinazioni,
pi di quanto agli umori del sovrano
fan mostra d'accordare il loro aspetto
i nostri cortigiani.
SECONDO GENT. - Che succede?
PRIMO GENT. - Succede che sua figlia,
erede del suo regno,
destinata da lui ad andar sposa
all'unico figliolo di sua moglie
- una vedova da lui risposata
recentemente - ha preferito a quello
un gentiluomo povero ma degno,
e l'ha sposato. Quello ora bandito
e lei reclusa; e un'aria di mestizia
scesa per la corte tutt'intorno;
se pur io pensi che lo stesso re
n'abbia profondamente risentito.
SECONDO GENT. - E nessuno oltre il re?
PRIMO GENT. - E come il re colui che l'ha perduta,
e la regina, che in quel matrimonio
avea riposto tutte le sue brame.
Ma giuro che non v' tra i cortigiani
nessuno che, in cuor suo, pur atteggiando
il proprio volto alla cera del re,
non si senta felice e soddisfatto
all'interno per ci di cui si mostra
esternamente tanto costernato.
SECONDO GENT. - E perch tutto questo?
PRIMO GENT. - L'uomo che la ragazza ha rifiutato(1)
persona di troppa cattiveria
per poterne perfino dire male;
e quello che l'ha avuta...
voglio dire che l'ha portata in moglie,
ahim, per ci bandito, pover'uomo,
tal persona, che a voler frugare
per tutte le regioni della terra
non se ne troverebbe un'altra eguale;
chi si volesse a lui paragonare
difetterebbe sempre di qualcosa
rispetto a lui. Non credo che in altr'uomo
si trovino un s leggiadro aspetto
e un'eguale ricchezza di sentire.
SECONDO GENT. - Ne dite molto bene.
PRIMO GENT.- Non pi di quanto meriti, signore,
la sua persona; ne rimpicciolisco,
anzi, le lodi, pi che celebrarle
nella misura che sarebbe giusta.
SECONDO GENT. - Come si chiama, e da che ceppo nasce?
PRIMO GENT. - Senza scavare nelle sue radici,
so che suo padre si chiam Sicilio,
e combatt sotto Cassibellano
contro i Romani, valorosamente,
ma ricevette i titoli d'onore
da Tenanzio,(2) che aveva anche servito
e con onore, e da tutti ammirato;
ci che gli valse, come aggiunto al suo,
il nome di Leonato;
ed oltre al gentiluomo di cui parlo,
egli ebbe altri due figli,
caduti entrambi con la spada in pugno
nelle guerre del tempo; il che al lor padre,
gi vecchio e a loro tanto affezionato,
fu cagione di s grande dolore,
che ne mor; e la sua cara sposa,
allora incinta del suo terzo figlio,
(il gentiluomo di cui questione),
moriva anch'ella nel darlo alla luce.
Per farla breve, il re si prende il bimbo
sotto la sua tutela personale,
gli impone il nome: Postumo Leonato,
lo fa allevare e ne fa il proprio paggio,
gli fa dar l'istruzione pi completa
che potesse impartirsi nel suo tempo;
ch'egli apprende ed assimila,
come noi l'aria, appena ricevuta,
tanto che gi nella sua primavera
se ne poteron raccogliere i frutti;
ed egli visse a corte - cosa rara -
elogiato da tutti, molto amato,
modello di virt ai suoi pi giovani,
specchio d'amabile comportamento
ai pi maturi, esempio ai pi anziani
d'un fanciullo capace d'esser guida
a vecchi rimbambiti dall'et.
Quanto alla sua amante,
a causa della quale egli bandito,
il pregio stesso della sua persona
dice come altamente ella stimasse
l'uomo e le sue virt; qual uomo sia
si pu legger del resto chiaramente
nel fatto stesso ch'ella l'abbia scelto.
SECONDO GENT. - Dal modo come me lo descrivete,
non posso che onorarlo.
Ma ditemi, di grazia, la fanciulla
figlia unica del re?
PRIMO GENT. - S, unica,
ma attento: a dirla tutta, in verit,
(se ci pu aver per voi qualche interesse),
il re aveva avuto altri due figli
dei quali il primo aveva gi tre anni
l'altro era ancora in fasce,
allorch furono entrambi rapiti
dalla camera della lor nutrice;
e non v', fino ad oggi, alcun indizio
che aiuti a rivelar dove si trovino.
SECONDO GENT. - E quando ci?
PRIMO GENT. - Circa vent'anni fa.
SECONDO GENT. - Bah, che i figli di un re
debban esser rapiti in questo modo,
essendo cos male sorvegliati,
e con tanta indolenza ricercati
da non riuscire pi a trovarne traccia!...
PRIMO GENT. - Per quanto strano ci possa sembrare,
e per quanto si possa ben sorridere
di tanta negligenza, signor mio,
le cose stan cos come v'ho detto.
SECONDO GENT. - Oh, s, vi credo.
PRIMO GENT. - Dobbiam tagliar corto:
vedo giungere il nostro gentiluomo
con la regina e con la principessa.
Entrano la REGINA, POSTUMO e IMOGENE
REGINA - No, figlia, sta' sicura:
a dispetto della cattiva fama
che per lo pi circonda le matrigne,
non troverai in me
una che ti riguardi di mal occhio.
Sei mia reclusa, ma la tua guardiana
ti d le chiavi della tua prigione.
E tu, Postumo, quando avr calmato
l'ira furiosa dell'offeso re,
saprai d'avere in me il tuo avvocato.
Ma in lui divampa adesso,
Santa Vergine, il fuoco della collera,
ed meglio per te, per il momento,
inchinarti paziente al suo verdetto
con tutta la miglior rassegnazione
che la saggezza tua potr ispirarti.
POSTUMO - Partir oggi stesso, vostra grazia.
REGINA - Sai qual pericolo corri a star qui;
ma io, sebbene il re m'abbia ordinato
di non farvi parlare soli insieme,
compresa come sono delle pene
degli amori proibiti, ora vi lascio
e vado a far quattro passi in giardino.
(Esce)
IMOGENE - O cortesia pelosa! Com' abile
questa tiranna a leccar la ferita
da lei prodotta! Sposo mio diletto,
io temo, s, del padre mio la collera,
ma, salvi sempre i sacri miei doveri
verso di lui, non quel che la sua collera
pu far di me e della mia persona.
Tu devi ora partire: io resto qui
a sopportare, un'ora dopo l'altra,
gli sguardi dei suoi occhi pieni d'ira,
senza che alcun conforto la mia vita
possa avere, al di l della certezza
che esiste al mondo questo mio gioiello
e ch'io un giorno potr rivederlo.
(Piange)
POSTUMO - O mia regina! O dolce amante mia!
Non piangere, signora,
o ch'io rischio di farmi sospettare
d'aver in cuore assai pi tenerezza
di quanta si convenga a un cuore maschio.
Mi serber il marito pi fedele
ch'abbia mai impegnato la sua fede.
Fisser a Roma la mia residenza,
in casa di Filario, un vecchio amico
del povero mio padre,
conosciuto da me solo per lettera.
L mi puoi scrivere, o mia regina,
ed io berr cogli occhi
le tue parole, fosse il loro inchiostro
amaro pi del fiele.
Rientra la REGINA
REGINA - Siate brevi, vi prego.
Dovesse qui sopraggiungere il re,
incorrer in qualche suo rimprovero
chi sa quanto violento...
(Tra s, a parte)
Vorrei tanto poterlo indurre io stessa
a passare di qui. Si arrabbier;
ma non accade mai ch'io lo ferisca,
e ch'egli non si tenga buono buono
la ferita, per ritornare in pace;
mentre gli faccio pagare ben cari
i torti che fa a me.
(Esce)
POSTUMO - Dovessimo star qui a dirci addio
anche tutta la vita,
si farebbe di pi in pi straziante
la pena del distacco... Perci addio.
IMOGENE - No, resta ancora un poco. Troppo breve
sarebbe gi per me questo commiato,
se solo t'apprestassi a uscir di casa
per una cavalcata ed un po' d'aria.
Amore, guarda qui:
(Si sfila l'anello che ha al dito)
questo diamante era di mia madre.
prendilo, cuore mio,
e portalo con te fino a quel giorno
che, morta Imogene, farai la corte
a un'altra donna per condurla in moglie.
POSTUMO - Che! Un'altra moglie?... O voi, benigni di,
datemi solo questa che ora mia,
e suggellate a vincolo di morte
gli amplessi ch'io mai possa dare ad altra!
(S'infila l'anello al dito e gli parla:)
Tu, resta qui infilato,
finch i miei sensi possono tenertici.
Dolcissima, bellissima,
cos com'io ho scambiato con te,
a immenso tuo svantaggio,
quella povera cosa che io sono,
ecco, son sempre io che ci guadagno
con te, pur nelle pi piccole cose
Per me porterai queste:
son le manette con cui l'amor mio
vuole tenere serrate le mani
alla bellissima mia prigioniera.
(Le infila al polso un braccialetto)
IMOGENE - O, di, quando potremo rivederci?
Entra CIMBELINO con seguito di Lords(3)
POSTUMO - Ahim, il re!
CIMBELINO - (A Postumo)
Vilissima creatura!
Scompari! Togliti dalla mia vista!
Se tu, dopo quest'ordine,
ingombrerai ancora la mia corte
con la tua vil persona, morirai.
Vattene via! Tu m'avveleni il sangue!
POSTUMO - Vi proteggan gli di,
e benedican tutti i cuori buoni
che sian rimasti a corte. Me ne vado.
(Esce)
IMOGENE - Non pu dare la morte
pi doloroso spasimo di questo.
CIMBELINO - (A Imogene)
Tu, sleale creatura,
per la quale dovrebbe in me rivivere
la giovinezza, e invece mi rincarca
tutto il peso degli anni sulle spalle!
IMOGENE - Vi supplico, signore,
fate male a voi stesso a tribolarvi
in questo modo: io resto insensibile
all'ira vostra: un pi prezioso palpito
soverchia in me ogni altra sofferenza,
ogni paura.
CIMBELINO - Ed anche ogni decenza?
Ed anche ogni dovere d'obbedienza?
IMOGENE - Ed anche ogni speranza,
perch'esso fatto di disperazione;
e perci supera ogni confine
d'umana convenienza.
CIMBELINO - Tu saresti dovuta andare sposa
al figlio unico della regina.
IMOGENE - Fortuna mia, per non averlo fatto!
Ho scelto un'aquila, scansato un nibbio.
CIMBELINO - Ti sei preso un pezzente,
col quale avresti fatto del mio trono
un seggio di meschinit.
IMOGENE - Tutt'altro:
gli avrei donato tanto maggior lustro...
CIMBELINO - Oh, ignobile creatura!
IMOGENE - Padre mio,
se io mi son invaghita di Postumo,
la colpa vostra; siete stato voi
ad allevarlo come mio compagno
nei miei giochi infantili; ed egli uomo,
del resto, degno di qualsiasi donna,
e con quel ch'egli paga ora per me,
mi supera d'assai quanto a valore.
CIMBELINO - Che! Sei impazzita?
IMOGENE - S, lo sono quasi,
e voglia il cielo farmi rinsavire...
Vorrei esser la figlia d'un mandriano,
e il mio Leonato figlio d'un pastore
confinante con me.
CIMBELINO - Che stupidaggine!
Entra la REGINA
(Alla regina)
Li ho sorpresi di nuovo insieme, qui.
Non avete eseguito i miei comandi.
Portatevela via,
e rinchiudetela nel suo pollaio!
REGINA - Vi supplico d'aver pazienza... e tu,
cara signora figlia, non parlare.
Lasciateci, amabile mio sire,
e cercate conforto per voi stesso
in pi lieti pensieri.
CIMBELINO - Ah, che costei languisca dissanguandosi
a goccia a goccia, un giorno dopo l'altro,
e muoia vecchia della sua follia!
(Esce con i signori del seguito)
REGINA - Vergogna! Ti dovresti sottomettere.
Entra PISANIO
Ecco il tuo servo.
(A Pisanio)
Che c'? Che notizie?
PISANIO - Signora, il mio signore vostro figlio
s' scontrato test, spada alla mano,
col mio padrone.
REGINA - Senza danno, spero.
PISANIO - S, ma poteva ben sortirne molto,
se il mio padrone, invece di combattere,
non avesse giocato di schermaglia
senza lasciarsi prendere dall'ira.
Sono stati spartiti
da alcuni gentiluomini presenti.
REGINA - Ne sono assai contenta.
IMOGENE - Vostro figlio parteggia per mio padre;
tira fuori la spada contro uno
ch' condannato al bando. Ma che bravo!
Vorrei vederli a faccia a faccia in Africa,
ed io l con un ago a punzecchiare
quello di loro due che indietreggiasse.
(A Pisanio)
E tu perch hai lasciato il tuo padrone?
PISANIO - Perch me l'ha ordinato lui, signora.
Non ha voluto che l'accompagnassi
al porto; m'ha lasciato queste note
con le istruzioni che dovrei seguire
se mai voleste servirvi di me.
REGINA - Sempre fedele, questo vostro servo!
Sarei pronta a giurare sul mio onore
che tale rester, malgrado tutto.
PISANIO - Ve ne ringrazio umilissimamente.
REGINA - (A Imogene)
Vogliamo uscire per un breve giro?
IMOGENE - (A Pisanio)
Torna da me fra una mezz'ora circa
ti prego, ho da parlarti. Nel frattempo
rcati a salutare il mio signore
mentre che sale a bordo.
(Escono)
SCENA II - In Britannia, una piazza. (4)
Entra CLOTENO con due GENTILUOMINI
PRIMO GENT. - Se posso darvi un consiglio, signore,
vi dovreste cambiare la camicia:
esalate vapore in tutto il corpo,
come la vittima d'un sacrifizio,
a causa della foga dell'azione.
Dove aria fuoriesce, aria rientra,
e non ce n' di balsamica intorno
altra che quella che esalate voi.
CLOTENO - La camicia? Se fosse insanguinata,
certo da cambiare. L'ho ferito?
SECONDO GENT. - (Tra s)
Per nulla; e come lui la sua pazienza.
PRIMO GENT. - Ferito? Se non ferito quello,
vuol dire che il suo corpo
non che una carcassa attraversabile,
una "via libera" per ogni acciaio!
SECONDO GENT. - (c.s.)
Il suo doveva essere, per,
un acciaio cos pieno di debiti,
che al pari d'un debitore insolvente
ha alzato i tacchi e se l' data a gambe
per la periferia della citt.
CLOTENO - Non m'ha voluto affrontare, il furfante.
SECONDO GENT. - (c.s.)
Fuggiva, infatti, ma sempre in avanti,
verso di te.
PRIMO GENT. - Affrontarvi, quello l?
Voi terreno ne avete gi del vostro
abbastanza e colui ve ne cedeva
per accrescerlo.
SECONDO GENT. - (c.s.)
S, di tanti pollici
per quanti oceani possiedi, pagliaccio.
CLOTENO - Vorrei che non si fossero intromessi
a separarci.
SECONDO GENT.- (c.s.)
Anch'io l'avrei voluto;
cos avresti potuto misurare
quanto lungo un babbeo disteso a terra.
CLOTENO - Ma ch'ella debba amare questo tanghero,
e rifiutare me!
SECONDO GENT. - (c.s.)
Se fa peccato
chi sceglie bene, allora ella dannata.
PRIMO GENT. - Signore, come v'ho sempre osservato,
in lei belt e cervello non s'accordano.
Il segno esterno certo positivo,
ma secondo che io mi sono accorto,
ha ben scarso riflesso nel suo spirito.
SECONDO GENT. - (c.s.)
Sugli imbecilli non lo fa rifulgere,
per tema che il riflesso la ferisca.
CLOTENO - Beh, mi ritiro in camera... Per,
come vorrei esser venuto al sangue!(5)
SECONDO GENT. - (c.s.)
Tanto meglio cos,
a meno che a rimetterci la pelle
non fosse stato un asino,
il che sarebbe stato poco danno.
CLOTENO - Voi venite con me?
PRIMO GENT. - Vi accompagniamo,
signore.
CLOTENO - Andiamo insieme tutti e tre.
SECONDO GENT. - Va bene, monsignore.
(Escono)
SCENA III - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.
Entrano IMOGENE e PISANIO
IMOGENE - Vorrei che tu mettessi le radici
sopra i banchi del porto, e ad ogni vela
domandassi di lui; dovesse scrivermi,
ed io non ricevessi la sua lettera,
sarebbe come se andasse perduto
il documento che reca la grazia
a un condannato a morte.
Quali furono l'ultime parole
che ti disse al momento di lasciarti?
PISANIO - Furono: "Mia regina! Mia regina!"
IMOGENE - Ed ha poi agitato il fazzoletto?
PISANIO - E baciato l'ha anche, mia signora.
IMOGENE - Oh, insensibile lino
pi felice di me! E poi, nient'altro?
PISANIO - Ah, s, rest sul ponte della nave
fintanto che pot farsi distinguere
all'occhio ed all'orecchio in mezzo agli altri,
badando ad agitare senza posa
o un guanto, o il cappello o il fazzoletto,
quasi che quegli spasmi
e quegli slanci dell'animo suo
potessero dir meglio quanto lento
fosse il suo cuore e invece quanto svelta
fosse la sua nave a guadagnare il mare.
IMOGENE - Non avresti dovuto mai lasciarlo
con l'occhio, fin che fosse diventato
picciolo come un corvo e ancor di pi.
PISANIO - Signora, cos ho fatto, esattamente.
IMOGENE - Ma io, se fossi stata al posto tuo,
mi sarei tese le fibre degli occhi
fino a spezzarle a furia di guardarlo,
fino a tanto che andando a mano a mano
rimpicciolendosi per la distanza,
mi fosse apparso nient'altro alla vista
che una forma sottile pi d'un ago;
l'avrei, anzi, seguito ancora, ancora,
finch, minuscolo come un moschino,
si fosse infine confuso con l'aria.
Soltanto allora avrei stornato gli occhi
da quella parte, ma soltanto per piangere.
Ed ora, buon Pisanio,
quando sar che avremo sue notizie?
PISANIO - Sar presto, signora, non temete:
appena gli riesca di mandarvele.
IMOGENE - Non ho potuto dargli il mio saluto
di commiato com'io avrei voluto,
e avevo in cuore tante cose a dirgli:
come e in quali ore avrei pensato a lui
un giorno dopo l'altro,
e con quali pensieri e con quali altri;
e avrei voluto costringerlo pure
a giurarmi che le donne d'Italia
non gli avrebbero fatto mai tradire
n l'affetto per me, n l'onor suo;
ed impegnarlo pure
a incontrarsi con me nella preghiera
tutti i giorni alle sei della mattina,
e poi a mezzogiorno e a mezzanotte,
perch allora io son con lui in cielo;
e dargli infine il bacio dell'addio
tra due parole magiche: "Io t'amo";(6)
ma prima ch'io potessi tutto questo
fare e dire con lui, all'improvviso
arrivato mio padre,
e, simile al violento settentrione,
col suo soffio ha distrutto d'in sul nascere
tutti questi miei teneri germogli.
Entra una DAMA
DAMA - La regina, signora,
desidera la vostra compagnia.
IMOGENE - (A Pisanio)
Bada a sbrigar le cose che t'ho detto.
Vado dalla regina.
PISANIO - S, signora.
(Escono)
SCENA IV - Roma, la casa di Filario.
Entrano FILARIO, IACHIMO, UN FRANCESE, un Olandese e uno Spagnolo (che non parlano)
IACHIMO - Credete a me, signore.
Io l'ho gi visto quand'ero in Britannia.
La sua reputazione era sul nascere,
e s'aspettava ancor d'offrire di s
quelle prove di merito
che dovevan poi dargli rinomanza.
Ma allora non avrei guardato a lui
se non con moderata ammirazione,
avesse pur portato, appeso al fianco,
il catalogo delle sue virt,
e le avessi contate ad una ad una.
FILARIO - Stai parlando di lui
qual era al tempo ch'era men fornito
di tutte le virt che lo fan ricco
dentro e fuori.
FRANCESE - Io l'ho incontrato in Francia;
e c'erano moltissimi fra noi
ch'eran capaci di guardare al sole
con occhio fermo almeno quanto lui.
IACHIMO - Questa storia d'aver egli sposato
la figlia del suo re,
per la quale dev'essere pesato
pi per riguardo al valore di lei,
che al suo proprio, fa s
che si parli di lui con maggior lode
che non meriti.
FRANCESE - E poi c' il suo esilio.
IACHIMO - Gi, e le simpatie di quanti in patria
avendo preso parte per la moglie,
piangono oggi il triste lor divorzio;
ci non fa che ingrandire il personaggio
non fosse che per meglio rafforzare
il giudizio da dare su di lei (7)
- che sarebbe altrimenti smantellabile
anche da una modesta batteria -
quanto all'essersi scelta per marito
un pitocco sprovvisto d'ogni pregio.
Ma com' ch'egli viene qui da voi?
Come lo conoscete?
FILARIO - Suo padre stato mio compagno d'armi
ed accaduto pi di qualche volta
che io gli sia rimasto debitore
niente di meno che della mia vita.
Entra POSTUMO
Oh, eccolo, il Britanno.
Vogliate accoglierlo tra voi, signori,
cos come s'addice a gentiluomini
quali voi siete per uno straniero
delle sue qualit. Vogliate fare
con questo gentiluomo amico mio
tutti la pi cordiale conoscenza.
Quanto egli ne sia degno,
preferisco si mostri da s in seguito,
e non parlarne io in sua presenza.
FRANCESE - (A Postumo)
Signore, noi ci siamo conosciuti:
stato ad Orlans.
POSTUMO - Ed io vi son rimasto da quel tempo
debitore di tali cortesie
che se fossero tutte ripagate,
mi lascerebbero sempre obbligato.(8)
FRANCESE - Voi date, bont vostra, signor mio,
troppo valore a quello che fu solo
un ben modesto gesto di favore.
Io fui ben lieto in quella circostanza
d'esser riuscito a rappacificare
voi e quel certo mio compatriota;
sarebbe stato invero lamentevole
che doveste azzuffarvi in uno scontro
che minacciava d'essere mortale,
per cosa di cos poco momento
e di natura s bassa e volgare.
POSTUMO - Io era allora, se m' consentito,
signore, solo un giovin giramondo,
pi disposto a sottrarmi dal seguire
quanto sentissi dire da altrui bocca,
che a lasciarmi guidare, nell'agire,
dall'esperienza altrui; ma anche in seguito,
per quanto pi maturo il mio giudizio
- se posso osar di definirlo tale -
le ragioni che avevan dato luogo
a quella lite non mi son sembrate,
in verit, nient'affatto meschine.
FRANCESE - Lo erano anche troppo, a mio giudizio,
perch se ne dovesse chiamar arbitro
la spada, tra due uomini,
dei quali, l'uno, assai probabilmente,
avrebbe ucciso l'altro
oppur sarebbero caduti entrambi.
IACHIMO - Se non siamo indiscreti,
si pu chiedere quale fosse stato
il motivo di quella controversia?
FRANCESE - Credo di s: c'era stata una disputa
in pubblico, che pu ben riferirsi
senza riprovazione. Era una disputa
in tutto analoga a questa sorta
ieri sera fra noi, quando ciascuno
prese a far le lodi delle donne
del suo paese, e questo gentiluomo
intervenne anche lui a sostenere
- disposto ad affermarlo col suo sangue -
essere la sua donna la pi bella,
la pi virtuosa, saggia, intemerata,
la pi costante e meno vulnerabile
d'una qualsiasi fra le pi preziose
nostre dame di Francia.
IACHIMO - Una tal donna
o non esiste pi su questa terra,
o l'opinione di questo signore
a quest'ora sar certo cambiata.
POSTUMO - Nient'affatto. Ella serba inalterate
le sue virt, ed io il mio giudizio.
IACHIMO - Non la dovete mettere per
tanto al disopra delle nostre qui.
POSTUMO - Quando anche qui venissi provocato
al modo che lo fui allora in Francia,
non ritratterei nulla su di lei,
anche a volermi solo professare
semplice adoratore, e non amante.
IACHIMO - Tanto bella, costei, e tanto brava?...
Anche a fare un confronto faccia a faccia,
sembra un po' troppo bella e troppo brava,
per essere una donna di Britannia.
Se davvero ella fosse superiore
alle donne che ho visto fino ad oggi,
come il diamante che portate al dito
superiore in quanto a lucentezza
a molti altri che ho visto fino ad oggi,
non potrei certo esimermi dal credere
alla sua eccellenza sopra molte.
Ma un diamante che fosse il pi prezioso
di tutti gli altri al mondo in assoluto,
non l'ho mai visto, e cos voi la donna.
POSTUMO - L'ho lodata alla stregua della stima
che di lei faccio, non diversamente
di quel che faccio con questa mia pietra.
IACHIMO - E quanto la stimate, quella pietra?
POSTUMO - Pi d'ogni altro tesoro della terra.
IACHIMO - Allora o quella donna incomparabile
non vive pi, oppure il suo valore
svilito dal suo accostamento
che voi ne fate a quello d'un gingillo.
POSTUMO - In questo vi sbagliate, signor mio:
perch l'uno pu essere venduto
se c' danaro bastante a comprarlo,
o anche dato in dono;
l'altra non si pu vendere, o donare:
solamente un dono degli di.
IACHIMO - Fatto da loro a voi?
POSTUMO - E ch'io sapr ben serbare per me,
con il loro favore.
IACHIMO - Potete dunque dirla cosa vostra,
di nome almeno: ch, come sapete,
strani uccelli si posano talvolta
sopra gli stagni circostanti al vostro.
Anche l'anello che portate al dito
vi pu esser rubato da qualcuno;
talch d'una tal coppia di tesori
che dite di valore inestimabile,
uno fragile, l'altro casuale.
Dell'uno un ladro astuto,
e dell'altro un compito cortigiano,
potrebbero tentare di privarvi.
POSTUMO - La vostra Italia non ha di sicuro
un cortigiano talmente compito
da vincere l'onor della mia donna,
per quanto fragile voi la diciate
nel perderlo o serbarlo. In quanto ai ladri,
non dubito che voi qui ne abbondiate,
ma per l'anello mio non ho paura.
FILARIO - Evvia, signori, piantiamola l.
POSTUMO - Da parte mia, ben volentieri, amico.
Questo degno signore
non mi tratta davvero da straniero
- e di ci lo ringrazio - perch subito
ci siam trovati a familiarizzare.
IACHIMO - Eppure io son sicuro
che con un sol colloquio a faccia a faccia,
che potesse durare cinque volte
questo che abbiamo fatto qui tra noi,
mi saprei guadagnar tanto terreno
nel cuore della vostra bella amante
da farla indietreggiare fino a cedere,
sol che potessi avere accesso a lei,
ed acquistare la sua confidenza.
POSTUMO - No, no!
IACHIMO - Sarei pronto a impegnare
met di tutta la mia propriet
contro quel vostro anello,
che a mio giudizio vale alquanto meno;
ma questa una scommessa
ch'io mi sento di fare, sia ben chiaro,
pi contro questa vostra sicurezza
che contro la di lei reputazione.
E vi dichiaro, a scanso d'ogni offesa
che possiate pensare a voi diretta,
ch'oserei cimentarmi in tale prova
con qualsiasi altra donna.
POSTUMO - Credo che siate andato troppo in l
in questa vostra ardita persuasione,
e non dubito che da una tal prova
ricevereste il giusto guiderdone.
IACHIMO - E cio?
POSTUMO - Quanto meno una ripulsa.
Se pur la prova - come la chiamate -
meriti ancor di peggio: un buon castigo.
FILARIO - Signori, basta adesso, per favore.
La disputa s' accesa d'improvviso,
lasciamola morire com' nata,
e cercate di stabilir tra voi
migliore e pi cordiale confidenza.
IACHIMO - M'impegnerei l'intero patrimonio,
ed anche quello del mio confinante,
per dimostrare vero quel che ho detto.
POSTUMO - Ebbene, quale donna scegliereste
cui dare il vostro assalto?
IACHIMO - Quella vostra,
che dite di s salda fedelt.
Scommetto ben diecimila ducati
contro quel vostro anello,
che se mi procurate l'ammissione
alla corte dov' la vostra donna,
io son capace, senz'altro vantaggio
che quello di potermi intrattenere
una-due volte a colloquio con lei,
di portar via con me quell'onor suo
che immaginate s ben custodito.
POSTUMO - A fronte del vostro oro,
io metto oro; questo anello, no:
me lo voglio tenere caro al dito
perch con il mio dito esso fa corpo.
IACHIMO - Vi capisco: voi siete innamorato
e per ci stesso tanto pi guardingo.(9)
Ma se compraste pur carne di donna
ad un milione al grammo(10)
non potreste impedirle di corrompersi.
Ma m'accorgo che in voi c' qualche scrupolo,
che vi fa men sicuro.
POSTUMO - Nient'affatto.
Questo vostro parlare a briglia sciolta
solo un vostro vezzo;
spero sappiate parlare pi serio.
IACHIMO - Io so perfettamente quel che dico,
e giuro che son pronto a porlo in atto.
POSTUMO - Lo volete davvero?
Vi lascio in pegno allora il mio diamante
fino a quando sarete ritornato.
Si stenda tra noi due un patto scritto:
la mia donna soverchia, per virt,
l'infinita bassezza
del vostro indegno pensar su di lei.
E dunque io vi sfido a questa prova.
Eccovi il mio anello.
(Gli d l'anello)
FILARIO - Non mi piace, tra voi, questa scommessa!
IACHIMO - Per gli di, andata!
S'io non vi porto una qualsiasi prova,
che sia per bastante a dimostrare
che mi sono goduta a mio talento
la parte pi segreta del suo corpo,
i diecimila scudi sono vostri,
e vostro resta pure quest'anello.
Se torno avendola lasciata intatta
in quell'onore in cui tanta fiducia
voi riponete, lei, vostro gioiello,
e questo vostro gioiello e il mio oro
saranno vostri... ferma la promessa
che a presentarmi a lei siate voi stesso,
perch'io mi possa a mio miglior talento
intrattener con lei.
POSTUMO - Nessuna remora
ad accettare queste condizioni.
Stendiamo pure le clausole del patto.
Una cosa, per, dev'esser ferma:
che se mai riusciste a farla vostra,
e m'offriste la prova d'aver vinto,
non mi sentir pi vostro nemico,
dal momento che non sar pi degna
che noi ci disputiamo su di lei.
Ma s'ella rimanesse non sedotta,
n voi poteste provare il contrario,
mi dovrete risponder con la spada
dei pensieri oltraggiosi su di lei
e dell'assalto alla sua castit.
IACHIMO - D'accordo. Cosa fatta. Qua la mano.
Il tempo di stilare queste clausole
per mano di un legale,
e via subito verso la Britannia,
per tema che l'affare si raffreddi
e se ne muoia per denutrizione.
Vado a prendere intanto quel denaro,
e poi faremo iscrivere a registro
le rispettive poste in gioco.
POSTUMO - Intesi.
(Escono Postumo e Iachimo)
FRANCESE - Credete che la cosa quaglier?
FILARIO - Oh, s, Iachimo non certo il tipo
che si fa indietro. Andiamo via con loro.
(Escono)
SCENA V - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.
Entrano LA REGINA, le DAME e CORNELIO
REGINA - (Alle dame)
Raccogliete quei fiori
mentre il suolo ancor fresco di rugiada.
Fate presto. La nota chi ce l'ha?
PRIMA DAMA - L'ho io, signora.
REGINA - Andate.
(Escono le dame)
Dunque, mastro dottore,
me le avete portate quelle droghe?
CORNELIO - S, piaccia a vostra grazia, sono qui.
(Le porge una scatolina)
Ma prego vostra grazia, senza offesa,
- la coscienza mi spinge a domandarvelo -
di dirmi come mai m'avete chiesto
queste velenosissime misture
capaci di produrre in chi le assuma
morte languida e lenta, ma sicura.
REGINA - Mi stupisce che proprio voi, dottore,
mi facciate una simile domanda.
Non sono forse stata da molti anni
vostra allieva? Non siete stato voi
ad insegnarmi a fabbricar profumi,
a distillare essenze,
a preparar specifici e conserve,
s che perfino il nostro grande re
mi richiede lui stesso tante volte
questi miei preparati?
Dacch dunque son tanto progredita,
non pensate sia giusto
- salvo che non mi riteniate un diavolo -
ch'io voglia accrescere le mie nozioni
col cimentarmi in altri esperimenti?
Voglio appunto provare l'efficacia
delle vostre sapienti mescolanze
sopra alcuni soggetti
che non vale la pena d'impiccare
(creature non umane, beninteso),
e ci allo scopo di sperimentarne
la virulenza e trovare i rimedi
per lenirne l'azione perniciosa
oltre che rivelarne l'efficacia
e i possibili effetti.
CORNELIO - Altro effetto da queste operazioni
l'altezza vostra non potr sortire
se non quello d'inaridirsi il cuore.
Senza dire che solo ad osservarli,
gli effetti che voi dite,
potreste esporvi al rischio del contagio.
REGINA - Oh, di ci non dovete preoccuparvi!
Entra PISANIO
(Tra s)
Eccolo, questo vile leccapiedi.
Prover questa roba su di lui.
Egli anima a corpo
pel suo padrone e nemico a mio figlio...
(Forte)
Oh, Pisanio!... Dottore, pel momento
il vostro compito terminato.
Ve ne potete andare.
CORNELIO - (Tra s)
Eh, mia cara,
quel che vuoi fare tu m'insospettisce.
Ma male, no, non te ne lascio fare.
REGINA - (A Pisanio)
Senti qua, ho da dirti una parola.
CORNELIO - (c.s.)
Non mi piace costei.
Ora crede d'avere per le mani
strani veleni a effetto ritardato.
La conosco. Ma non penser mai
d'affidare alla sua grande perfidia
droghe di s diabolica natura.
Quelle che adesso le ho portate qui
potranno avere tutt'al pi l'effetto
di procurare una maggior gravezza
e un momentaneo sopore dei sensi.
Forse dapprima li vorr provare
su animali, magari cani o gatti,
per poi, man mano, andar sempre pi su;
ma nello stato di morte apparente
ch'essi danno non v' nessun pericolo,
salvo che di sospendere alcun tempo
la sensibilit della persona,
per farla quindi ritornare a vivere
subito dopo pi fresca di prima.
Questo effetto illusorio della droga
la trarr in inganno, ed io per questo
mi sentir pi onesto con me stesso.(11)
REGINA - Da voi, dottore, non m'occorre altro.
Se avr bisogno, vi far chiamare.
CORNELIO - Umilmente da voi prendo congedo.
(Esce)
REGINA - E piange ancora, hai detto?
Non credi tu che col passar del tempo
si calmer, lasciando alla ragione
d'entrar dove ora regna la follia?
Perci datti fa fare:
quando potrai venire ad annunciarmi
ch'ella s' innamorata di mio figlio,
ti dir che da quello stesso istante
tu sarai grande come il tuo padrone;
anzi di pi, perch le sue fortune
giacciono tutte mute, ed il suo credito
presso ad espirar l'ultimo rantolo.
Egli non pu n ritornare in patria,
n rimaner dov';
e mutare dimora ormai per lui
passare da una miseria all'altra,
e ogni giorno marcisce appresso all'altro.(12)
Che ti aspetti per te,
nell'appoggiarti ad uno che vacilla,
che non pu essere rimesso in sesto,
e non ha amici che possan sorreggerlo?
(Lascia cadere a terra la scatolina. Pisanio si china
a raccattarla)
Tu hai raccolto, ma non sai che cosa...
ma tienila, per la tua fatica.
qualcosa che ho preparato io stessa
con le mie mani e che ha salvato il re
cinque volte da morte. Non c' al mondo,
ch'io sappia, cosa pi vivificante.
Su, prendila, ti prego. una caparra
dei favori ch'ho in animo di farti.
Spiega alla tua padrona,
ma come cosa che venga da te,
come stanno le cose ora con lei:
Rifletti al beneficio
che pu darti il mutare dipendenza,
e in tal modesto resteresti sempre
al servizio di lei, la tua padrona,
e avresti per di pi il mio figliolo
a occuparsi di te. Per parte mia,
non mancher di agire per il meglio
sul re, per persuaderlo ad accordarti,
in una o altra forma,
gli avanzamenti che preferirai;
e soprattutto poi sar io stessa,
che t'ho messo su questa via di meriti,
a sentirmi impegnata di persona
a caricarti di lauti compensi.
Va', chiamami di nuovo le mie dame
e ben rifletti a quello che t'ho detto.
(Esce Pisanio)
Un astuto furfante,
oltremodo fedele al suo padrone,
e altrettanto difficile da smuovere.
Anzi, del suo padrone egli un agente,
sempre vigile a rammentare a lei
di serbarsi fedele a suo marito.
Ma gli ho dato qualcosa
che una volta che l'abbia trangugiata,
far restare lei priva per sempre
d'ogni servo del caro suo marito,
e che anche lei, se non cambia d'umore,
pu stare ben sicura d'assaggiare.
Rientra PISANIO con le dame che recano fiori
Cos, bene, cos, brave, ben fatto!
Violette, bocche di leone, primule...
Le porterete nel mio salottino.
Pisanio, arrivederci.
Pensa a quel che t'ho detto.
PISANIO - Lo far.
(Esce la regina con le dame)
Ma il giorno in cui mi scoprissi sleale
verso il mio buon signore,
m'impiccher con le mie stesse mani.
tutto quel che posso far per voi.
(Esce)
SCENA VI - La stessa
Entra IMOGENE
IMOGENE - Un padre senza cuore,
una matrigna ipocrita e malvagia,
un imbecille che s' messo in testa
di corteggiare una donna sposata,
il cui marito al bando. (Ah, quel marito,
la suprema di tutte le mie pene!)
E queste quotidiane vessazioni
che si ripeton l'una dopo l'altra!
Fossi stata anch'io da qui rapita,
come i miei due fratelli, fortunati!
Ma il desiderio, quanto pi ambizioso,
tanto pi miserabile.
Beati quelli che, per quanto poveri,
appagano le loro oneste voglie,
insaporite solo dal conforto.
Entra PISANIO con IACHIMO
Oh, chi sar costui? Povera me!
PISANIO - Un gentiluomo da Roma, signora,
con una lettera del mio padrone.
IACHIMO - Impallidite, signora?(13)
Il nobile Leonato, vostro sposo,
sta bene, e per mio mezzo
e vi manda il suo pi tenero saluto.
(Le consegna una lettera)
IMOGENE - Grazie, signore. Siate il benvenuto.
IACHIMO - (A parte)
Tutto ci che di lei si mostra fuori
assai prezioso. Se altrettanto raro
l'intelletto di che ella fornita,
costei, da sola, l'Araba Fenice;
ed io ho gi perduto la scommessa.
Coraggio, aiutami! E tu, ardimento,
armami tutto dalla testa ai piedi,
o ch'io combatter indietreggiando,
come il Parto, (14) o fuggendo addirittura.
IMOGENE - (Leggendo la lettera)
"Egli persona d'alta distinzione,
"alla cui gentilezza devo molto.
"Vedi perci di usargli quei riguardi
"che ti detta la stima che tu fai
"del fedelissimo tuo LEONATO".
V'ho letto solo questo ad alta voce;
ma tutto il resto mi riscalda il cuore
nel profondo di grati sentimenti.
Per quanto possan dirvi le parole,
vi do, nobil signore, il benvenuto:
e tale, spero, scoprirete d'essere
in tutto ci ch'io possa far per voi.
IACHIMO - Molte grazie, bellissima signora.
Ma che! Son proprio cos matti gli uomini?
Natura ha dato loro tanto d'occhi
per contemplare la volta del cielo
e i tesori del mare e della terra,
per distinguer lass, l'una dall'altra,
l'orbite fiammeggianti,
e le pietruzze l'una all'altra identiche
sulle innumeri spiagge della terra,
e non sono capaci di distinguere,
pur con lenti di tale perfezione,
quel che bello dal brutto?
IMOGENE - Che cos'
che vi provoca tanta meraviglia?
IACHIMO - Ma no, non si pu farne colpa agli occhi;
perch anche le scimmie e i babbuini,
se messi in mezzo tra due loro femmine
una bella e una brutta,
tutti si volgerebbero squittendo,
sulla prima, facendo verso l'altra
versacci di disprezzo. N al giudizio
si pu far colpa, ch anche un idiota
di fronte ad una scelta di bellezza
come questa, saprebbe ben decidere
con perfetta saggezza.
N pu esser carnale desiderio,
ch la stessa bruttezza
opposta a s eccellente leggiadria
farebbe vomitare l'appetito
a vuoto, invece d'invitarlo al cibo...
IMOGENE - Che vi succede?
IACHIMO - Il desiderio sazio...
la voglia sazia ma non soddisfatta,
botte che si riempie e che si svuota,
che mangia prima il buono dell'agnello
e poi si butta pure sui rifiuti...
IMOGENE - Che cos' che vi provoca, signore,
un tal deliquio? Vi sentite bene?
IACHIMO - Benissimo, signora, vi ringrazio.
(A Pisanio)
Amico, per favore, di' al mio servo
di restarsi l dove l'ho lasciato.
forestiero e piuttosto svagato.
PISANIO - Stavo appunto recandomi da lui,
signore, a dargli il nostro benvenuto.
(Esce)
IMOGENE - Ma ditemi, di grazia: il mio signore
sta sempre bene?
IACHIMO - S, bene, signora.
IMOGENE - E anche sta di buon umore, spero?
IACHIMO - Allegro oltre ogni dire.
Non c' laggi pi allegro forestiero
e pi gioviale: "l'allegro Britanno"
lo chiaman tutti.
IMOGENE - Quand'era ancor qui
inclinava piuttosto alla tristezza,
e spesso senza spiegarsi il perch.
IACHIMO - Triste non l'ho mai visto, in verit.
C' un francese, un monsieur di buona tacca,
suo compagno, ch' innamorato cotto,
a quanto d a vedere,
d'una ragazza gallica al paese.
Non fa che sospirare come un mantice;
e allora quel burlone di Britanno
- vostro marito, intendo - se la ride
a vederlo, a capienza di polmoni(15)
e gli grida, ridendo: "Oh, come faccio,
che mi sento scoppiare le budella
a pensare che un uomo come te,
che o per storia, o per sentito dire,
o per propria esperienza personale,
deve saper la donna com' fatta
(perch fatta cos,
e non pu scegliere d'esser diversa),
se ne stia a languire tutto il tempo
in una volontaria schiavit!"
IMOGENE - Cos dice, davvero, il mio signore?
IACHIMO - S, e con gli occhi inondati dal gran ridere.
C' da spassarsi un mondo a stargli accanto
e udirlo prendere a scherno il Francese.
Sa il cielo quanto sian da biasimare
uomini cos fatti...
IMOGENE - Lui no, spero.
IACHIMO - Lui no; se pur la copia di bei doni
di cui gli stato cos largo il cielo
potrebb'essere messa a miglior frutto.
Gi in se stesso ne ha di numerosi;
e poi ha voi, ch'io considero sua,
e che siete al di l d'ogni conteggio.
Sicch io son portato, al tempo stesso,
ad ammirare ed a compassionare.
IMOGENE - Compassionare che cosa, signore?
IACHIMO - Dal profondo del cuore, due creature.
IMOGENE - Ed una sarei io?...
Mi guardate gli occhi spalancati:
quale disastro discernete in me
che meriti la vostra compassione?
IACHIMO - Ah, iattura! Ma come!
Celarmi ai raggi del radioso sole,
per consolarmi al timido barlume
d'un lucignolo in uno scantinato?
IMOGENE - Vi prego, signor mio,
vogliate dar risposte meno ermetiche
alle domande mie. V'avevo chiesto
che cos' che vi muove a compassione.
IACHIMO - Il fatto che - stavo appunto per dirvelo -
altri debba godersi quel che vostro...
Ma parte degli di farne vendetta,
non la mia, di parlarne.
IMOGENE - Si direbbe che siate a conoscenza
di qualcosa di me,
o che mi tocca molto da vicino.
Vi prego, poich spesse volte il dubbio
sulle cose cattive pi tormento
della certezza ch'esse ci accadranno,
- ch le certezze o son senza rimedio,
o sono tali che l'averle in tempo
pu consentire di porvi rimedio -
vogliate dirmi senza infingimenti
ci che cercate di dire e non dire.
IACHIMO - Fossero mie codeste vostre guance,
da poterci bagnar l'arse mie labbra;
fosse pur mia codesta vostra mano
il cui tocco soltanto inchioderebbe
l'anima mia al pi solenne voto
di fedelt tutto l'animo mio;
fosse mio questo oggetto
ch'ora imprigiona lo svagato sguardo
dei miei occhi e lo tiene fisso a s...
e s'io mi dessi - maledetto me! -
a sbavare su labbra pi consunte
dei gradini che menano alla rocca
del Campidoglio; a brancicare mani
fatte callose dalla falsit
(la falsit che come la fatica
per indurirle); a far lo sguardo languido
ad occhi non pi chiari e luminosi
del fumoso lucignolo prodotto
da un lumino di sego puzzolente...
ah, sarebbe pur giusto
che per una siffatta devianza
venissero a punirmi tutti insieme
i peggiori flagelli dell'inferno!
IMOGENE - Il mio signore deve aver perduto,
temo, il ricordo della sua Britannia.
IACHIMO - Ed anche di se stesso. Ma, badate,
non per gusto di pettegolezzo(16)
ch'io vi denuncio la meschinit
di questo suo bizzarro mutamento:
il fascino della bellezza vostra
a trarre dalla muta mia coscienza
alla mia lingua queste informazioni.
IMOGENE - Non voglio sentir altro.
IACHIMO - Anima cara!
La vostra causa mi ferisce il cuore
d'una tal compassione, da star male!
Una s bella dama,
che, quando fosse unita ad un impero
saprebbe raddoppiare la grandezza
del pi grande dei re,
accomunata a delle sgualdrinelle,
mercenarie, pagate per di pi
con il denaro dei vostri forzieri;
a delle avventuriere sifilitiche
use a sguazzare solo per denaro
in mezzo ad ogni sorta d'infezione
ch'offre la corruzione alla natura;
tutta roba bollita in suffumigi,(17)
buona ad avvelenare anche il veleno.
Ah, vendicatevi! O debbo dire
che quella donna che v'ha generato
non era una regina,
e voi scadete dal vostro lignaggio.
IMOGENE - Vendicarmi! E in che modo lo potrei?
Se quel che dite vero
- perch il mio cuore deve ben guardarsi
da lasciarsi ingannare tanto presto
da quel che odono le mie orecchie -
se quel che dite - vi ripeto - vero,
in che modo potrei io vendicarmi?
IACHIMO - Se io, al posto vostro,
dovessi vivere per causa sua
come una sacerdotessa di Diana,
tra gelide lenzuola,
mentr'egli bada a cavalcare al caldo
tutte le sgualdrinelle che gli cpitano,
a vostro scorno, con la vostra borsa...
Dovete vendicarvi!
Io son qui pronto a consacrar me stesso
al vostro piacimento, ben pi degno
del vostro letto di quel rinnegato,
qual mi sento, e fedele al vostro amore,
pur mantenendolo sempre nascosto.
IMOGENE - Che! Pisanio, Pisanio, dove sei?
IACHIMO - Consentite ch'io offra i miei servigi
a queste vostre labbra.
(Le si avvicina come per tentare di baciarla, ma Imogene lo respinge)
IMOGENE - Indietro! Via! Condanno le mie orecchie
per averti ascoltato(18) cos a lungo!
Se fossi uom d'onore,
m'avresti fatto questo tuo racconto
per un semplice senso di onest,
non per un fine tanto disonesto
quanto assurdo, qual quello che cerchi.
Fai torto a un gentiluomo
ch' lontano da come lo descrivi
quanto tu dall'onor di gentiluomo.
E vieni tristamente ad insidiare
l'onest d'una donna che per te
prova solo un orribile disdegno,
quanto ne pu provare per il diavolo!
Pisanio! Oh! Pisanio!...
Il re mio padre sar messo a parte
di questo tuo tentativo di assalto,
e se non trover cos indecente
che un forestiero privo di pudore
arrivi alla sua corte a trafficare
ed a sfoggiare i suoi bestiali istinti,
come fosse in un lupanare a Roma,
vorr dire che non gl'importa niente
di quello che succede alla sua corte,
e che non ha rispetto per sua figlia.
Ehi, ohi, Pisanio!... Dove sei?...
IACHIMO - Oh, felice Leonato! Posso dirlo:
la stima che di te ha la tua sposa
merita l'assoluta tua fiducia,
come la tua perfetta rettitudine
merita pienamente la sua stima.
Possiate vivere a lungo felici!
Una dama sposata ad un signore
il pi degno che vanti il suo paese;
e voi, la sua amante,
sol del pi degno adatta come sposa!
Perdonatemi. Ho detto quel che ho detto
nell'esclusivo intento di conoscere
quanto profonde siano le radici
della fedelt vostra al vostro sposo;
e vi far di lui altro ritratto,
adesso, quello vero. E vi dir
ch' un tal fido ed onesto incantatore,
da attrarre a s chiunque lo avvicini.
sua met del cuore di noi tutti.
IMOGENE - Ora vi riscattate.
IACHIMO - Sta tra gli uomini simile ad un dio
disceso sulla terra; in lui qualcosa
che sa di tanto dignitoso e nobile,
da farlo credere pi che mortale.
Possente principessa,
non siate in collera con me, vi prego,
pel fatto che mi sono avventurato
a provar come avreste reagito
a un bugiardo racconto; che, del resto,
valso a confermare, a vostro onore,
la vostra impareggiabile sagacia
nella scelta d'un cos raro sposo.
L'affetto che ho per lui m'ha suggerito
di provocarvi al modo che sapete;
ma gli di hanno fatto voi diversa
da tutte l'altre donne, refrattaria
ad ogni traffico di questo genere.(19)
Vi prego, perdonatemi.
IMOGENE - Sta bene. Profittate qui alla corte
di tutto quanto possa io per voi.
IACHIMO - I miei umili ringraziamenti.
Ah... un momento. Dimenticavo quasi
di chiedere alla vostra gentilezza
un piccolo favore, ma importante
perch concerne proprio il vostro sposo,
me stesso, ed altri nobili signori
che si sono associati alla faccenda.
IMOGENE - Di che si tratta, prego?
IACHIMO - Un certo numero di noi Romani,
una dozzina circa, cui s' aggiunto
vostro marito, che della nostra ala
la migliore penna, abbiam raccolto
una somma per acquistare un dono
al nostro imperatore; e proprio io,
per loro incarico, l'ho scelto in Francia.
argenteria di artistica fattura
e gioielli di rara e ricca foggia,
di gran valore. Essendo qui straniero,
io mi sento piuttosto in apprensione
per la lor sicurezza.
Non vorreste tenerli voi in consegna?
IMOGENE - Volentieri; contate su di me,
per la loro sicurezza,(20) dal momento
che interessato anche il mio signore;
li terr qui con me, nella mia camera.
IACHIMO - Son chiusi in un baule
ch' ora custodito dai miei uomini.
Mi prender l'ardire di mandarvelo,
solo per questa notte.
Domattina dovr essere a bordo.
IMOGENE - Oh, no, no.
IACHIMO - S, vi prego di scusarmi;
ma verrei meno alla parola data
se ritardassi il mio ritorno a Roma.
Ho traversato il mare dalla Gallia
solo per mantenere la promessa
di venire a vedere vostra grazia.
IMOGENE - E di tanto disturbo vi son grata;
ma non andate via proprio domani.
IACHIMO - Devo, signora. Perci se vi piaccia
di scrivere due righe al vostro sposo
fatelo gi stasera.
Son gi in ritardo al mio appuntamento
per la consegna del nostro regalo.
IMOGENE - Gli scriver. Mandatemi il baule.
Sar ben custodito, v'assicuro.
E vi sar restituito intatto.
Ed ancora una volta, benvenuto!
(Escono)
ATTO SECONDO
SCENA I - In Britannia, davanti al palazzo di Cimbelino.
Entra CLOTENO con due SIGNORI
CLOTENO - Ma s' mai visto un uomo
pi di me sfavorito dalla sorte?
Mando la boccia a baciare il pallino,
e un'altra boccia, pah, la spazza via!
Ci avevo messo su cento sterline
ed ecco saltar fuori, l per l,
un insolente figlio di puttana
a dirmi che non devo bestemmiare:
quasi ch'io le bestemmie,
me le facessi prestare da lui
senza licenza di poterle spendere
a mio talento!
PRIMO SIGNORE - E che ci ha guadagnato?
Con la boccia gli avete fracassato
la zucca!
SECONDO SIGNORE.- (A parte)
Fosse stato quel cervello
come il suo annacquato,
gli sarebbe colato tutto fuori.(21)
CLOTENO - Quando ad un gentiluomo, dico io,
gli salta l'uzzolo di bestemmiare,
a nessuno di quelli l presenti
dev'essere permesso
di tagliargli le sue bestemmie in bocca.
Dico bene?
SECONDO SIGNORE - Sicuro, mio signore.
(A parte)
Ma manco di tagliar loro le orecchie.(22)
CLOTENO - Cagnaccio figlio d'una buona donna!
Dargli soddisfazione, io, a lui?
Ah, fosse stato uno del mio rango!
SECONDO SIGNORE - (c.s.)
S, e puzzare come un imbecille.(23)
CLOTENO - Non c' nulla che m'irriti di pi,
gli venga un cnchero!
Come vorrei non essere
quel nobile che sono!
Non osano combattere con me
per via che sono figlio di mia madre
la regina; un qualunque buono a nulla
pu farsi una spanciata di litigi,
mentre ch'io devo star a passeggiare
in su e in gi, al pari di un galletto
con cui nessuno si pu misurare.
SECONDO SIGNORE - (c.s.)
Tu sei gallo e cappone(24) al tempo stesso,
e come gallo fai chicchirich,
con la tua bella cresta da buffone.(25)
CLOTENO - Dicevi?
SECONDO SIGNORE - Che non da vostra altezza
misurarsi con tutti quei compari
cui vi cpita di recare offesa.
CLOTENO - Questo lo so, ma mi sar permesso
di far offesa a chi meno di me.
SECONDO SIGNORE - Anzi, soltanto a vostra signoria
questo permesso.
CLOTENO - Come dico io.
PRIMO SIGNORE - Avete udito di quello straniero
giunto a corte stasera?
CLOTENO - Uno straniero?
E io non ne so nulla? Non strano?
SECONDO SIGNORE - (A parte)
Anche lui uno strano mammalucco
e non sa nulla d'esserlo.
PRIMO SIGNORE - un Italiano quello che venuto,
un amico - si dice - di Leonato.
CLOTENO - Leonato! Quel furfante messo al bando?
E questo un altro, chiunque egli sia.
Chi v'ha detto di questo forestiero?
PRIMO SIGNORE - Uno dei vostri paggi, monsignore.
CLOTENO - Star bene ch'io vada a salutarlo?
Non sar forse ch'io m'abbassi troppo?
SECONDO SIGNORE - Abbassarvi per voi non possibile, (26)
monsignore.
CLOTENO - Non facilmente, credo.
SECONDO SIGNORE - (A parte)
Tu sei un imbecille collaudato,
e tutto quello che da te pu uscire,
non pu far nulla per non esser basso.
CLOTENO - Ebbene, andr a veder quest'Italiano:
mi vo' rifar stasera su di lui
di tutto quello che ho perduto oggi
alle bocce. Venite, voi, andiamo.
SECONDO SIGNORE - Agli ordini di vostra signoria.
(Esce Cloteno con il primo signore)
Che uno scaltro demonio
di femmina com' la madre sua
abbia dovuto partorir quest'asino!...
Una donna capace per cervello
di dar dei punti a tutti,
e questo figlio che non capace,
nemmeno di sottrarre due da venti,
a memoria, e saper che fa diciotto!
Ahim, povera principessa Imogene,
divina donna, quale dura prova
la tua, tra un padre governato
completamente dalla tua matrigna
che trama d'ora in ora nuovi intrighi,
ed un corteggiatore pi aborrito
del crudo bando del tuo caro sposo,
pi dell'orrido atto di divorzio
cui vorrebbe che tu addivenissi.
Il cielo voglia tenere ben salde
le mura della tua cara onest:
e conservare intatto ed incrollato
il tempio della tua anima bella,
che tu possa restar quella che sei,
per goderti l'amore del tuo sposo
esiliato, e di questa grande terra!
(Esce)
SCENA II - La camera da letto di Imogene. In un canto, un grosso baule. Notte.
IMOGENE a letto, assorta nella lettura; accanto a lei una DAMA di compagnia
IMOGENE - (Smettendo di leggere)
Oh, Elena, tu sei ancora l?
DAMA - A servirvi, signora.
IMOGENE - Che ore sono?
DAMA - quasi mezzanotte, mia signora.
IMOGENE - Son tre ore che leggo. Ho gli occhi stanchi.
Piega la pagina dove son giunta,
e va' a dormire. Lascia ancora accesa
qui la candela, non portarla via.
E se ti puoi svegliare per le quattro,
ti prego, chiamami. Casco dal sonno.
(Esce la dama)
O di, mi metto nelle vostre mani,
proteggetemi voi dai sortilegi
e dalle tentazioni della notte.
(Si addormenta)
IACHIMO esce dal baule
IACHIMO - Cantano i grilli, l'ora che gli umani
ristorano i lor sensi affaticati
nel riposo. Cos il nostro Tarquinio
col pi leggero calpest le stuoie
prima di ridestar la castit
che doveva violare...(27) O Citera,(28)
come superbamente qui abbellisci
il tuo talamo! Quale giglio questo,
pi candido dei lini che lo coprono!
Oh, poterti toccare... Appena un bacio...
un bacio... Impareggiabili rubini,
chi sa con qual dolcezza voi lo date!
solo il tuo respiro
a profumare cos questa stanza.
Quella fiamma del cero
sembra anch'essa inchinarsi su lei,
quasi fosse bramosa di spiare,
di sotto alle sue palpebre, le luci
che vi sono racchiuse, ora coperte
come sotto un leggiadro baldacchino,
sotto quelle tendine bianco-azzurre
smerlettate d'un blu color del cielo!
Ma il mio disegno d'osservare intorno
tutti i particolari della camera:
annoter ogni cosa per iscritto:
questi quadri e questi altri; la finestra
da quella parte; le decorazioni
del suo letto; gli arazzi, le figure,
una per una, tutte, coi soggetti
delle scene istoriate su ciascuna.
Ah, ma assai meglio della descrizione
di diecimila arredi, qualche segno
particolare sul corpo di lei,
da arricchire con esso il mio inventario,
sarebbe prova ancora pi efficace.
O sonno, tu che scimmiotti la morte,
stalle addosso con tutto il tuo torpore,
s ch'ella resti inerte ed insensibile
come statua scolpita su un sarcofago.
(Cerca di sfilarle dal polso il braccialetto)
Vieni, sciogliti, vieni... vieni... facile,
come il gordiano nodo fu difficile.(29)
(Glielo sfila)
mio, e servir a testimoniare,
esternamente, quanto internamente,
la coscienza di lei l'abbia voluto,
fino a far impazzire suo marito.
Sul suo seno sinistro,
un neo con cinque puntolini rossi
come piccole gocce color cremisi
in fondo ad una primula: qual prova
sar questa per me! Pi efficace
di qualsiasi legale attestazione;(30)
un cos intimo particolare
non potr non costringerlo a convincersi
ch'io sia riuscito a forzar la chiusura
e a rubare il tesoro del suo onore.
Non me ne serve altra.
A che scopo annotare per iscritto
quel che posso portar con me avvitato
e ribadito nella mia memoria?
Deve aver letto, vedo, fino a tardi,
la storia di Tereo:(31) vedo la pagina
piegata proprio al punto che Filmele
gli cede e s'abbandona.
Non ho bisogno d'altro.
Entrer nuovamente nel baule
e ne far scattare la chiusura.
Voi, draghi della notte,
fate presto a svanire, e venga l'alba
ad aprir l'occhio al corvo. Ch l dentro
io sto alloggiato dentro la paura;
se pur costei un angelo del cielo,
per me l'inferno...
(S'ode una campana che batte l'ore) (32)
Uno... due... tre...
l'ora. Presto, presto!
(Rientra nel baule)
SCENA III - In Britannia, anticamera attigua alle stanze di Imogene. Notte.
Entra CLOTENO con alcuni SIGNORI
PRIMO SIGNORE - L'altezza vostra quando perde al gioco
il pi paziente e freddo giocatore
ch'abbia mai tratto ai dadi solo un asso.(33)
CLOTENO - Chiunque si fa freddo, quando perde.
PRIMO SIGNORE - Non per con la nobile pazienza
di vostra signoria. Quando vincete,
siete per contro caldo ed impetuoso.
CLOTENO - Vincere mette coraggio a chiunque.
Io, se potessi aver per me Imogene,
quella sciocca dell'oro per giocare
ce n'avrei veramente a sufficienza.
quasi giorno, vero?
PRIMO SIGNORE - S, signore.
CLOTENO - Quei musici dovrebbero esser qui:
m'han consigliato in molti
d'offrirle ogni mattina della musica:
dicono che l'effetto penetrante.
Entrano alcuni MUSICI
Ebbene, avanti allora, su, suonate.
Se riuscite a insinuarvi in lei
col vostro diteggiare, tanto meglio;
e proveremo anche con la voce.
Se non servir a nulla,
non staremo ad insistere con questo.
Ma ch'io mi dia per vinto, no, giammai!
Prima qualcosa d'alta qualit,
ben costruita; poi un'aria dolce,
meravigliosa, con parole ricche...
e poi lasciamola a meditare.
CANZONE
"Odi, odi l'allodola che scioglie
"il suo bel canto del cielo alle soglie,
"mentre Febo le redini raccoglie
"e abbevera i destrieri
"alle fonti dei calici dei fiori;
"calendole occhieggianti pur mo' nate
"schiudono le lor palpebre dorate,
"nell'incanto di tanta leggiadria,
"ridestati anche tu, fanciulla mia."
CLOTENO - Bene cos. Ve ne potete andare.
Se questo avr l'effetto penetrante,
tanto pi favorevole sar
il mio giudizio sulla vostra musica.
Se mancher d'avere tale effetto,
vuol dire ch' un difetto del suo orecchio,
e in quel caso n crini di cavallo
n budella di bove,(34) n la voce
in tremulo falsetto d'un eunuco
vi potran rimediare. Arrivederci.
(Escono i musici)
Entrano CIMBELINO e la REGINA
SECONDO SIGNORE - Ecco il re.
CLOTENO - Son contento con me stesso
d'esser stato su sino a quest'ora,
perch cos mi ritrovo gi in piedi
di buon mattino, ed egli non potr
nel suo cuore di padre, che approvare
questo zelante mio comportamento.
Felice giorno alla vostra maest
ed alla mia graziosa genitrice.
CIMBELINO - Sei qui a far anticamera
alla porta di quella testardaccia
di nostra figlia? Non vuole uscir fuori?
CLOTENO - L'ho da poco assalita a suon di musica;
ma lei non mi fa grazia d'alcun segno.
CIMBELINO - Troppo recente il bando del suo bene,
e non pu averlo gi dimenticato.
Deve passare ancora qualche tempo
per cancellar l'immagine di lui
dalla sua mente. E allora sar tua.
REGINA - Tu devi essere molto grato al re
che non si lascia sfuggire occasione
per innalzarti agli occhi della figlia:
disponiti pertanto a corteggiarla
come vuole la buona costumanza,
e a coglier l'occasione favorevole.
Di fonte ai suoi dinieghi
devi intensificar le tue premure,
dandole l'impressione che gli omaggi
di cui assiduamente la circondi
sono ispirati da sincero amore;
che sei disposto ad ubbidirla in tutto
tranne che all'ordine di congedarti:
a quello resterai sempre insensibile.
CLOTENO - Io, insensato? No, non dite questo.(35)
Entra un MESSO
MESSO - Piaccia a vostra maest,
sono giunti da Roma ambasciatori.
Tra loro Caio Lucio.
CIMBELINO - Un degno amico,
anche se viene con fieri propositi;
ma in ci egli non ha nessuna colpa.
Dobbiamo accoglierlo con quegli onori
che son dovuti a colui che lo manda,(36)
ma anche per riguardo di lui stesso,
per la benevolenza dimostrataci
in diverse occasioni nel passato.
Figlio, dopo che avrai dato il buon giorno
alla donna che ami,
vieni a raggiungerci. Tua madre ed io
abbiam bisogno della tua presenza
nei negoziati con questo Romano.
Andiamo, mia regina.
(Escono tutti, tranne Cloteno)
CLOTENO - Se s' desta, le parlo.
Se no, resti a dormire, e sogni d'oro!
(Bussa alla porta della camera di Imogene)
Con il vostro permesso, ehi, di l!
(Nessuno risponde)
So che le donne sue sono con lei.
E se provassi ad ungerne qualcuna?
l'oro spesso ad aprire le porte,
s, l'oro! Esso capace di far s
che le guardiane dei boschi di Diana(37)
si mutino in cos infide serve
da portare i lor daini a tiro d'arco
dei bracconieri. Ed sempre pur l'oro
a far che l'innocente vada a morte,
e il ladro se la scampi; anzi, talvolta
a mandare alla forca l'uno e l'altro.
Che cosa c' che l'oro non pu fare?
E che cosa non pu esso disfare?
Far d'una sua dama il mio avvocato,
perch di questa causa
io stesso non so trarre ancora il bandolo.
(Bussa ancora)
permesso?
UNA DAMA - (Affacciandosi alla porta)
Chi bussa?
CLOTENO - Un gentiluomo.
DAMA - Soltanto?
CLOTENO - E figlio d'una gentildonna.
DAMA - Questo qualcosa in pi
di quanto possano menare vanto,
a giusto titolo, certe persone
i cui sarti son cari quanto il vostro.
Che desidera vostra signoria?
CLOTENO - La personcina della tua signora.
pronta?
DAMA - S, ma per restare in camera.
CLOTENO - Qui c' dell'oro: tuo;
vendimi la tua buona informazione.(38)
DAMA - Come sarebbe a dire? Il mio buon nome?
Oppure riferire su di voi
quello che penso sia buono per me?
Entra IMOGENE
La principessa!
CLOTENO - Buongiorno, bellissima!
La vostra dolce mano, sorellina.
IMOGENE - Buongiorno a voi, signore.
Mio signore, vi date troppa pena,
per non riceverne che delusioni.
Il solo modo che ho di ringraziarvi
dirvi che di grazie sono a corto,
e non ne ho pi da poter dare a voi.
CLOTENO - E nondimeno io v'amo, ve lo giuro.
IMOGENE - Se soltanto vi limitaste a dirlo,
la risposta sarebbe sempre quella;
se poi addirittura lo giurate,
la vostra ricompensa sar sempre
che di voi non m'importa proprio niente.
CLOTENO - Non una risposta.
IMOGENE - Non ve ne darei una, starei zitta,
se non temessi che col mio silenzio
potreste dire ch'io sia consenziente.
Vogliate risparmiarmelo, di grazia;
francamente, alle vostre cortesie
opporr sempre eguale scortesia.
Un uomo intelligente come voi
dovrebbe, dopo tanti insegnamenti,
imparare che bene ritirarsi.
CLOTENO - Lasciarvi in preda alla vostra pazzia
un peccato che non commetter.
IMOGENE - Gli imbecilli non sono gente pazza.(39)
CLOTENO - Volete dire ch'io sono imbecille?
IMOGENE - S, se voi dite pazza a me. Calmatevi,
e vedrete che non sar pi pazza,
e sar buon rimedio per entrambi.
Mi duole assai, signore,
che nel parlarvi cos chiaro e tondo,
io mi veda costretta a non usare
i buoni modi d'una gentildonna;
sappiate dunque, una volta per tutte,
ch'io conosco il mio cuore,
ed in tutta franchezza vi dichiaro
che di voi non m'importa tanto quanto;
e che di carit ne ho tanto poca
(e di questo m'accuso da me stessa),
che mi viene da odiarvi addirittura.
Solo avrei preferito
che l'aveste capito da voi stesso
senza costringermi a dirvelo in faccia.
CLOTENO - Voi peccate al dovere d'obbedienza
a vostro padre; perch quel contratto
che pretendete d'aver stipulato
con quel vile esiliato,
cresciuto qui alla corte d'elemosina
e nutrito di avanzi della tavola,
non nessun contratto. Non niente.
E bench sia permesso agli straccioni
- e chi pu dirsi tale pi di lui? -
d'intrecciar le loro anime tra loro
(donde non pu discendere nient'altro
che gentaglia accattona) con dei nodi
legati a vanvera da loro stessi,
a voi codesta libert di scelta
preclusa dalle esigenze stesse
della corona, e non v' consentito
di macchiare il suo nitido fulgore
accompagnandovi ad un vile schiavo,
uno scansafatiche appena degno
d'indossar l'uniforme d'un lacch
o d'un palafreniere, o d'uno sguattero,
e nemmeno dei meglio.
IMOGENE - Miserabile!
Fossi tu figlio a Giove,
senza essere di pi di quel che sei,
saresti ancor troppo vile e volgare
per essere anche solo il suo lacch!
Comparando i tuoi meriti coi suoi,
saresti gi onorato - ed anche troppo,
fino al punto da esserne invidiato -
d'esser l'aiuto-boia del suo regno,
anzi saresti addirittura odiato
per essere salito cos in alto!
CLOTENO - Lo putrefaccia la nebbia del sud!
IMOGENE - Maggior disgrazia mai potr toccargli
che d'esser solo da te nominato.
Il pi liso di tutti i suoi vestiti
ch'abbia soltanto sfiorato il suo corpo
m' assai pi caro di tutti i capelli
che tieni in testa, fossero tanti uomini
uguali a te... Pisanio, dove sei?
Entra PISANIO
CLOTENO - "Il pi liso dei suoi vestiti..." Eh, diavolo!
IMOGENE - (A Pisanio)
Va', corri subito dalla mia Dorothy,
la mia dama di corte.
CLOTENO - ... "Il suo vestito!"
IMOGENE - Questo sciocco mi esaspera,
mi fa paura e m'eccita alla rabbia.(40)
Va' a dire alla mia dama
di ricercarmi un certo braccialetto
che, chi lo sa perch,
dev'essersi sfilato dal mio braccio.
Me l'aveva donato il tuo padrone.
Ch'io sia dannata se vorrei mai perderlo,
per tutte le ricchezze
d'uno qualsiasi dei re d'Europa.
Stamattina l'ho visto: sono certa.
La scorsa notte l'ho tenuto al braccio,
e l'ho anche baciato.
Spero proprio che non sia corso a Roma
a dire al mio signore che ho baciato
altri che lui.
PISANIO - Non si sar perduto.
IMOGENE - Cos spero.
Va', va', Pisanio, cerca di trovarmelo.
(Esce Pisanio)
CLOTENO - "Il pi liso di tutti i suoi vestiti".
M'avete offeso voi, con quella frase.
IMOGENE - S, cos ho detto infatti:
se volete imbastirvi su un processo,
procuratevi pure i testimoni.
CLOTENO - Lo dir a vostro padre.
IMOGENE - E a vostra madre.
la mia carceriera,(41)
e non m'illudo che non sia disposta
a gettar su di me tutta la colpa
che le sar possibile.
E con questo vi lascio, signor mio,
al vostro pi irritato disappunto.
(Esce)
CLOTENO - "L'abito suo pi liso..." Bene, bene,
sapr ben io come farne vendetta!
(Esce)
SCENA IV - Roma, in casa di Filario.
Entrano POSTUMO e FILARIO
POSTUMO - Amico, no, non c' da aver paura:
vorrei essere sicuro
di persuadere il re a mio favore,
come sono sicuro
che l'onore di lei rester intatto.
FILARIO - Di persuadere il re...
E quali mezzi hai tu per persuaderlo?
POSTUMO - Ahim, nessuno, salvo che star qui
ad aspettare con rassegnazione
che i tempi mutino, a tremar dal freddo
per tutto quest'inverno
e a sperare in pi calde primavere:
ed a queste mie trepide speranze
ch'io sol m'affido per poter un giorno
ripagare anche te di tanto affetto;
e se queste dovessero cadere,
dovr morire in debito con te.
FILARIO - La tua bont e la tua compagnia
mi ripagano a usura
di tutto quanto io possa far per te.
A quest'ora il tuo re
avr udito del nostro grande Augusto
dal nostro Caio Lucio; son sicuro
che questi sapr ben portare a termine
la sua missione; e voglio ben sperare
che il vostro re s'induca a corrispondere
il tributo e pagare gli arretrati,
se non vuol rivedersi sotto gli occhi
le milizie di Roma, il cui ricordo
ancora vivo nelle sofferenze
della sua gente.
POSTUMO - Bah, io credo invece
(pur non essendo, n mi piace d'esserlo,
uno addentro agli affari dello Stato)
che s'andr a sfociare in una guerra:
e che udremo, non passer gran tempo,
sbarcata nell'intrepida Britannia,
la legione ora stanziata in Gallia
prima d'aver udito che un sol penny
di quel tributo sia stato versato.
I miei compatrioti sono oggi
assai meglio attrezzati per la guerra
del tempo quando il vostro Giulio Cesare
poteva ridere con sufficienza
della loro mancanza d'esperienza,
pur avendo trovato il lor coraggio
degno di dargli qualche grattacapo.(42)
La nuova disciplina militare,
ora accoppiata all'antico coraggio,
dimostrer, a chi vorr provarlo,
che sono un popolo del tutto in grado
di stare al passo col resto del mondo.
Entra IACHIMO
FILARIO - Guarda! Iachimo!
POSTUMO - I pi veloci cervi
devono avervi trasportato in groppa,
di posta in posta, nel viaggio per terra;
ed in quello per mare, tutti i venti
devono aver baciato le tue vele
per renderti il vascello pi spedito.
FILARIO - Bentornato!
POSTUMO - Un ritorno cos lesto
spero sia frutto della brevit
della risposta che v' stata data.
IACHIMO - La vostra donna tra le pi leggiadre
su cui io abbia mai posato gli occhi...
POSTUMO - E per ci anche tra le pi virtuose:
se no, la sua bellezza
potrebbe mettersi in mostra al balcone
e adescar falsi cuori, ed esser falsa
ella stessa con loro alla sua volta.
IACHIMO - Ho con me una lettera per voi.
POSTUMO - Buone notizie, spero.
IACHIMO - assai probabile.
POSTUMO - Quando eravate l,
era gi arrivato Caio Lucio
alla corte britanna?
IACHIMO - Non ancora,
ma v'era atteso.
POSTUMO - Tutto ancora bene...
Quella pietra conserva il suo brillare,
o s' troppo sbiadita
perch tu possa ancor portarla al dito?
IACHIMO - Se l'avessi perduta,
dovrei rifonderne il valore in oro...
Ma sono pronto a far due volte tanto
lo stesso viaggio, per un'altra notte
di tanto deliziosa brevit
quanto quella godutami in Britannia.
L'anello vinto.
POSTUMO - troppo dura pietra,
per farsi togliere s facilmente.(43)
IACHIMO - Per niente affatto, essendo stata facile
per me la vostra donna.
POSTUMO - Scherzate male sulla vostra perdita,
signore. Spero vi rendiate conto
che tra noi due non ci sar pi luogo
d'essere amici.
IACHIMO - Anzi, lo dobbiamo,
mio buon signore, se voi state ai patti.
S'io fossi ritornato
senza "conoscere" la vostra donna,(44)
riconosco che avremmo avuto luogo
di questionare ancora tra di noi;
ma ora mi dichiaro vincitore
del suo onore e del vostro diamante,
e senza aver recato torto alcuno
a lei o a voi, avendo solo agito
secondo il pieno consenso di entrambi.
POSTUMO - Se siete in grado di darmi la prova
d'esservela goduta nel suo letto,
la mia mano e l'anello sono vostri;
diversamente, l'infame opinione
che avete avuto della sua purezza
dovr provarsi vincente o perdente
sul filo della spada, mia e vostra,
o resteranno entrambe sul terreno
senza padrone, per esser raccolte
dal primo che le trovi.
IACHIMO - Signor mio,
i dettagli ch'io vi riferir
saranno s aderenti alla realt,
che non potranno non indurvi a credere;
e a conferma della lor verit
io son pronto a giurare;
ma non dubito che mi esimerete
da tanto ch resterete convinto
che proprio non ce ne sar bisogno.
POSTUMO - Continuate.
IACHIMO - Primo, la sua camera
(dove non ho dormito, vi confesso,
ma dove pur ottenni qualche cosa
che valeva la pena di star sveglio):
tappezzata era tutta alle pareti
d'argento e seta, con raffigurata
la storia dell'altera Cleopatra
che sul Cnido va incontro al suo Romano;(45)
e il fiume gonfio che trasborda gli argini
vuoi per la ressa delle barche intorno,
vuoi per orgoglio: un pezzo di bravura
di tanto pregio, che la sua fattura
faceva a gara con il suo valore
a chi fosse il migliore; ond'io, stupito,
mi domandava come mai quell'opera
fosse di cos rara perfezione,
dacch la realt raffigurata...
POSTUMO - Tutto questo risponde a verit;
ma avreste ben potuto udirlo dire
anche qui, da qualcuno o da me stesso.
IACHIMO - Altri particolari vi daranno
sicuramente la testimonianza
della mia conoscenza...
POSTUMO - indispensabile,
se volete salvare il vostro onore.
IACHIMO - C' un caminetto contro la parete
a mezzogiorno, la sua cappa ornata
d'una scena: "La casta Diana al bagno".
Non vidi mai figure pi parlanti.
Lo scultore ha creato l qualcosa
come un'altra natura, anche se muta;
anzi, l'ha superata,
se si tolgono il moto ed il respiro.
POSTUMO - Anche questo qualcosa
che ben avreste potuto raccogliere
da qualche descrizione mia o d'altri,
ch di quell'opera si parla molto.
IACHIMO - Il soffitto istoriato da pitture
raffiguranti cherubini d'oro.
Gli alari (stavo per dimenticarli)
son due Cupidi d'argento ammiccanti,
ciascuno ritto sopra un solo piede
ed appoggiato con estrema grazia
alla sua torcia.
POSTUMO - E l'onore di lei,
secondo voi, sarebbe tutto qui!
Ammettiamo che abbiate visto tutto
- e sia gran lode alla vostra memoria -;
la descrizione di quel che si trova
qua e l nella sua camera
non vi esime dal perder la scommessa.
IACHIMO - E allora impallidite, se potete!
(Gli mostra il braccialetto)
Chiedo solo che mi si dia licenza
di mostrare alla luce un tal gioiello.
Guardate! Ed ora lo ripongo subito
perch esso si deve accompagnare
col vostro anello. Me li tengo entrambi.
POSTUMO - O Giove! Ch'io lo guardi ancora un attimo.
proprio quello che le lasciai io?
IACHIMO - Quello, signore, siano grazie a lei!
Fu lei stessa a sfilarselo dal braccio:
mi pare di vederla: il largo gesto
soverchi la bellezza del suo dono,
anzi, lo rese ancora pi prezioso.
Nel porgermelo disse che il monile
un tempo le era stato molto caro.
POSTUMO - possibile che se lo sia tolto
sol per mandarlo a me.
IACHIMO - Vi scrive questo?
POSTUMO - Macch! Oh, no, no, no, tutto vero!
Ecco, prendetevi anche questo. vostro!
(Porge a Iachimo l'anello)
Per i miei occhi ormai un basilisco:
se lo guardo, m'uccide!(46)
Pi non si cerchi onore nella donna
dov' bellezza, n pi verit
dove solo apparenza, n pi amore
dove si trovi altr'uomo.
Nessuno pi s'attenda che le donne
si possano legar con giuramenti
agli uomini cui furono prestati
pi di quanto esse stesse sian legate
alle loro virt, che sono nulle.
Ah, sleale, sleale oltre ogni limite!
FILARIO - Non disperatevi cos, signore,
e riprendetevi quel vostro anello.
Non detto che sia ancora vinto;
perch possibile che il braccialetto
ella l'abbia smarrito solamente;
oppur, chiss, che qualche sua ancella,
prezzolata, gliel'abbia trafugato.
POSTUMO - molto giusto questo, e spero proprio
che sia stato cos come voi dite
che possa esser venuto in suo possesso.
Rendetemi l'anello,
e cercate di darmi del suo corpo
qualche particolare pi probante;
questo potrebbe essere rubato.
IACHIMO - Per Giove, giuro che quel braccialetto
l'ho ricevuto di sua propria mano.
POSTUMO - Sentite? Giura. Per Giove, egli giura!
vero, s, tenetevi l'anello.
vero: non l'avrebbe mai perduto.
Di questo sono certo. Le sue dame
son tutte oneste e tutte e lei giurate.
Indotta una di loro a trafugarlo?
Eppoi da uno straniero?...
No, no, lui l'ha goduta! Questo il segno
della sua lussuriosa incontinenza;
il prezzo al quale ella s' comprato
il nome di sgualdrina. Tienlo pure,
esso la tua mercede,
e possano spartirsela con te
tutti quanti i demni dell'inferno!
FILARIO - Abbi pazienza amico: questa prova
non ancora del tutto sufficiente
per uno che sia certo...
POSTUMO - Niente, niente!
Non ne parliamo pi! Se l' coperta!
IACHIMO - Se cercate altre prove per convincervi,
eccola: sotto il seno (oh, quanto degno
d'essere palpeggiato, quel suo seno!)
ha un neo, tutto orgoglioso (e con ragione!)
d'esser locato in s squisita sede.
L'ho baciato, per la mia vita, s,
e ribaciato; e pi me ne saziavo,
pi forte era la brama di cibarmene.
Ricorderete certo
quella piccola macchia sul suo corpo.
POSTUMO - Oh, s, e ci conferma un'altra macchia,
e cos grande, che tutto l'inferno
non basta a contenerla.
IACHIMO - Volete udir dell'altro?
POSTUMO - No, mi basta,
questa aritmetica ve la risparmio.
inutile contare una per una
tutte le volte ch'ella si concessa:
che sia una o un milione, fa lo stesso.
IACHIMO - Vi giuro...
POSTUMO - Non giurate. Non giurate!
Se giurate di non averlo fatto,
ormai sono sicuro che mentite.
E io t'uccider,(47)
se negherai d'avermi fatto becco.
IACHIMO - Non vi negher nulla.
POSTUMO - Oh, averla qui, e stracciarla a brano a brano!
Ma lass dovr pur tornare un giorno,
e lo far, alla corte, avanti a tutti,
avanti al padre... Devo far qualcosa.
(Esce precipitosamente)
FILARIO - fuor di s, non sa pi governarsi.
Hai vinto. Ma non lo lasciamo solo,
seguiamolo, vediamo di distrarlo
da questo suo furor contro se stesso.
IACHIMO - Con tutto il cuore. Andiamo.
(Escono)
Rientra POSTUMO
POSTUMO - Non sar dunque mai
che si possa far nascere la vita
su questa terra senza che la donna
vi partecipi per una met?
Siamo tutti bastardi.
Anche quell'uomo venerabilissimo
ch'io chiamavo mio padre
dove stesse quand'io venni stampato,
non lo so. Deve avermi contraffatto
qualche falsario con i suoi strumenti
pel falso conio; e mia madre passava,
allora, per la Diana del suo tempo,(48)
come mia moglie passa per la donna
non-eguagliabile del tempo nostro.
Ah, vendetta, vendetta!
Quante volte non ha ella infrenato
i legittimi miei slanci amorosi,
pregandomi perfino di astenermi,
e con una tal rosea pudicizia,
(la vista di quel dolce suo candore
avrebbe riscaldato anche Saturno),(49)
ch'io l'ho creduta casta e immacolata
come la neve non esposta al sole.
Ed ecco - ah, tutti i diavoli d'inferno!
che questo giallo Iachimo, in un'ora,
non ha detto cos?, o anche meno,
di primo acchito, senza dir parola,
come un cinghiale abboffato di ghianda,
ha fatto solo: "Ooooh!", e l'ha montata,
senz'altra reazione da sua parte
che quella ch'egli stesso s'aspettava
ch'ella gli avrebbe opposto l per l
per schermirsi dall'improvviso assalto...
Ah, se potessi scoprire in me stesso
qual parte mi proviene dalla donna!
Ch - lo dico e lo affermo - non c' vizio
nell'uomo che non abbia provenienza
dalla donna: da lei viene il mentire,
da lei il lusingare ed il tradire;
e sue, soltanto sue, son la lascivia,
le tentazioni immonde, le vendette,
le smodate ambizioni,
sue le colpevoli concupiscenze,
le vanit volubili, il disprezzo,
le manie, le calunnie, l'incostanza:
insomma sono suoi, in tutto o in parte,
tutti gli umani vizi che hanno un nome,
anzi, di cui l'inferno ha conoscenza,
tutti suoi o in gran parte, anzi no,
tutti, nessuno escluso. Ch la donna
non costante nemmeno nel vizio,
e non fa che trascorrer d'uno all'altro,
cambiando quello vecchio d'un minuto
con un altro che dura la met.
Contro di loro vo' mettermi a scrivere
per farle odiare, maledire, tutte!
Ma esiste un espediente pi sottile
a cui far capo, per un odio vero:
pregare il cielo che conceda loro
di soddisfare tutte le lor voglie.
Il diavolo in persona
non saprebbe inventar peggior tormento.
(Esce)
ATTO TERZO
SCENA I - Britannia, il palazzo di Cimbelino.
Entrano, in gran pompa, CIMBELINO, la REGINA, CLOTENO, alcuni signori, da una parte; dall'altra CAIO LUCIO con seguito.
CIMBELINO - Dunque, che cosa vuole Augusto Cesare
ancor da noi? Parlate. Vi ascoltiamo.
C. LUCIO - Quando fu qui in Britannia Giulio Cesare
(la memoria del quale vive ancora
negli uomini, e sar argomento eterno
per le lor labbra e per le loro orecchie),
e l'ebbe conquistata,
tuo zio Cassibellano - un uomo insigne
per le lodi che fece di lui Cesare
non meno che per le gloriose gesta
con le quali egli seppe meritarsele -
s'era impegnato di versare a Roma
l'annuo tributo di tremila ghinee.
Questo tributo, negli ultimi tempi,
non stato da te pi corrisposto.
REGINA - E, per uccider ogni meraviglia,
non lo sar pi mai per l'avvenire.
CLOTENO - A Roma ci saranno molti Cesari,
prima che venga un altro come Giulio.
La Britannia ormai un mondo a s,
e noi non siamo disposti a pagare
sol per portare in faccia i nostri nasi.
REGINA - Le stesse vantaggiose condizioni
che favorirono allora i Romani
nel prelevar da noi quel ch'era nostro,
ora le abbiamo noi per riscattarlo.
Ricordatevi, sire mio sovrano,
dei re vostri antenati,
e delle condizioni di difesa
di cui natura ha dotato quest'isola,
che si sta, come parco di Nettuno,
circondata e munita da ogni lato
da scogliere impossibile a scalarsi
e dal mugghiante mare, i cui fondali
non che disposti a sostenere a galla
galee nemiche, son pronti a schiantarle
infino in vetta all'albero maestro.
Quella che Giulio Cesare
fece di noi, fu, s, una conquista,
ma non fu qui ch'egli pot vantarsi
con la sua frase: "Venni, vidi, vinsi";
ch due volte, con somma sua vergogna,
venne respinto dalle nostre coste,
e due volte battuto; e le sue navi
- poveri inconsapevoli giocattoli! -
in bala dei furiosi nostri mari
e sballottate come gusci d'uovo
sulla cresta dei lor alti marosi,
andarono altrettanto facilmente
a fracassarsi contro i nostri scogli.
E in segno d'esultanza,
il famoso Cassibellano, il quale
era stato l l, a un certo punto,
per sopraffare - o Fortuna sgualdrina! -
con la spada lo stesso Giulio Cesare,
volle che tutta la citt di Lud(50)
s'illuminasse di fal di gioia;
e ci gonfi di coraggio i Britanni.
CLOTENO - Insomma, non ci sono pi tributi
da pagare ai Romani.
Il nostro regno ora ben pi forte
che non fosse a quel tempo, e, come ho detto,
non ci son pi Cesari da voi
come quello di allora; forse un altro
potr avere lo stesso naso adunco,
ma il braccio dritto come lui, nessuno.
REGINA - Figlio, non interrompere tua madre.
CLOTENO - (Senza ascoltarla)
E tra noi ce ne son ancora molti
capaci di menare forti colpi
come ve li men Cassibellano.
Non dir d'esser io uno di quelli,
ma un braccio ce l'ho anch'io.
Che tributo? Perch dobbiam pagarlo?
Se Cesare ci pu coprire il sole
o si pu mettere la luna in tasca,
gli pagheremo senz'altro il tributo
per la luce; ma se questo non pu,
ti prego, non parliamo di tributi.
CIMBELINO - Sappiate che eravamo gente libera
finch i Romani, di lor prepotenza,
non ci ebbero ad imporre quel tributo.
L'ambizione di Cesare,
gonfiatasi a tal punto da allargare
quasi i fianchi dell'universo mondo
c'impose questo giogo
andando contro ogni giusta ragione.
Scrollarcelo di dosso con la forza
diventa ora per noi l'imperativo
d'un popolo guerriero
qual pretendiamo d'essere.
CLOTENO e SIGNORI - E lo siamo!
CIMBELINO - Fate dunque sapere al vostro Cesare
che tra i nostri antenati quel Mulmuzio
dal quale avemmo i nostri ordinamenti,
il cui vigore la spada di Cesare
ci ha troppo mutilato: risanarli
e ridonare lor l'antica forza
dev'esser ora il nostro grande impegno,
anche se ci pu dispiacere a Roma.
Mulmuzio ci dett quegli statuti,
e fu Mulmuzio il primo
a cingersi d'una corona d'oro
e proclamarsi re della Britannia.
C. LUCIO - Molto mi duole, allora, Cimbelino,
di dichiararti che Cesare Augusto
(Cesare, cui soggetti son pi re
che tu non abbia funzionari a corte)
tuo nemico. E dunque ascolta bene:
io qui t'annuncio, nel nome di Cesare,
guerra e rovina. Aspttati una furia
contro la quale non avrai difesa.
Con questa sfida, io ti rendo grazie
per l'accoglienza che m'hai riservato.
CIMBELINO - Tu sei il benvenuto, Caio Lucio.
Sappi che stato il tuo Augusto Cesare
a farmi cavaliere,(51)
e che sotto di lui ho io trascorso
buona parte della mia giovinezza;
e da lui ricevetti quell'onore
ch'egli vorrebbe ritogliermi oggi
e ch'io devo difendere ad oltranza.
Sono informato che Pannoni e Dalmati,
sono di nuovo in armi contro Roma,
per difender le loro libert.
questo un precedente
che, ad ignorarlo, potrebbe far credere
che i Britanni sian gente fredda e molle.
Tali non ci vedr, per certo, Cesare.
C. LUCIO - Lasciamo che su ci parlino i fatti.
CLOTENO - (A Caio Lucio)
Sua maest v'ha accolto con piacere.
Vogliate trattenervi uno, due giorni
qui con noi, in ameni passatempi,
e ancor pi a lungo, se vi fa piacere.
Se poi domani tornerete qui
con animo diverso e in altra veste,
ci troverete chiusi e trincerati
dentro la nostra cinta d'acqua salsa.
Se sarete capaci di snidarci
da quest'isola, essa sar vostra;
se la vostra avventura fallir,
i nostri corvi avranno miglior cibo
a vostre spese. E con questo ho concluso.
C. LUCIO - E sia cos, signore.
CIMBELINO - Io conosco le idee del vostro principe,
adesso, ed egli conosce le mie.
Quanto al resto, non c' che da ripetere:
"Siate qui benvenuto!"
(Escono)
SCENA II - La stessa.
Entra PISANIO, leggendo una lettera.
PISANIO - Che! Di adulterio? Lei?...
Ma il nome di quel mostro che l'accusa
perch non me lo scrivi? Oh, Leonato,
padrone mio, quale strana infezione
dev'essersi infiltrata nel tuo orecchio!
Chi sa qual traditore d'Italiano
dalla lingua e la mano avvelenate
ha prevalso sul credulo tuo animo!
Ella infedele?... Ma s'ella punita
proprio per essere fedele a te;
e sopporta, da dea pi che da donna,
assalti da piegare la virt
pi intemerata. Oh, padrone mio!
Ora pi basso sei di lei davvero:
d'animo, come prima di sostanze.
Come! Ucciderla... Io? Mi chiedi questo?
E me lo chiedi in nome del mio affetto,
della mia fedelt, dei giuramenti
che ho fatto d'obbedire ai tuoi comandi?
Io, lei?... Il suo sangue?... Se pur questo
che si chiama servire con lealt,
che non si conti pi sui miei servizi.
Che razza d'uomo posso io apparire,
che mi si arrivi a credere s privo
di senso umano, da giungere a tanto?
(Legge)
"Fallo. La lettera che le ho inviata
"t'offrir il destro come se tu agissi
"cos per ordine di lei medesima".
Ah, foglio maledetto! Foglio nero,
come l'inchiostro di che sei imbrattato!
O tu, insensibile pezzo di carta,
come puoi farti servitore e complice
d'un atto criminoso come questo,
e serbar s virgineo biancore?
Ma eccola che viene... Io non so nulla
con lei, di quanto m' stato ordinato.
Entra IMOGENE
IMOGENE - Che mi dici Pisanio?
PISANIO - Ho qui una lettera
per voi, signora, del mio signore...
IMOGENE - Chi? Il tuo signore?
(Guardando la soprascritta della lettera)
Ma questo il mio signore: Leonato!
Qual sapiente sarebbe quell'astrologo
che sapesse conoscere le stelle
come conosco io la sua scrittura:
tutto aperto sarebbe a lui il futuro!
O di benigni, che sappia d'amore
quel che qui scritto e mi rechi il profumo
della buona salute del mio sposo,
del suo stare contento,
se pur contento non gli possa dare
il trovarsi cos da me lontano,
ed anzi gli dia pena;
ma ci sono anche pene nell'amore
che sono medicine, e questa una,
perch l'amore n' corroborato.
(Dissigillando la lettera)
Cera, da brava... con il tuo permesso...
Oh, benedette, api,
che di questi suggelli siete artefici
che custodiscono i nostri segreti.
Per voi non pregano allo stesso modo
gli amanti e i debitori protestati:
questi il vostro sigillo manda in carcere,
per quelli siete felice fermaglio
ai tasselli del giovane Cupido.
Buone notizie, o di, buone notizie!
(Legge)
"La legge ed il furore di tuo padre
"(s'ei mi prendesse dentro i suoi dominii)
"non mi sarebbero tanto crudeli
"quanto vivificanti mi sarebbero,
"o pi cara di tutte le creature,
"gli sguardi dei tuoi occhi.
"Sappi ch'io sono in Cambria, a Milford-Haven.(52)
"segui quello che ti consiglia amore
"in questa circostanza.
"E ti giunga l'augurio d'ogni bene
"da chi resta fedele al proprio voto,
"e t'ama sempre pi. LEONATO POSTUMO."
Oh, avere un cavallo con le ali!
Hai udito, Pisanio? a Milford-Haven:
leggi anche tu. lontano questo luogo?
E quanto? Se a volerci andare a piedi
per un affare di poca importanza
ci vogliono, diciamo, sette giorni,
perch non potrei io in un sol giorno,
volando? E allora, mio fido Pisanio,
che non meno di me
ti struggi di vedere il tuo padrone...
ti struggi, s, (oh, non esageriamo!),
ti struggi, s... per non come me,
un po' meno di me, sicuramente:
perch il mio desiderio di vederlo
al disopra, al di l di tutto e tutti...
Dimmi, e parla succinto e condensato
(un consigliere d'amore tenuto
ad imbottire i fori degli orecchi
fino a offuscare il senso dell'udito)
dimmi quant' distante
questo tuo benedetto Milford-Haven.
E, a proposito, dimmi: come al Galles
potuta toccar tanta fortuna
d'aver tutto per s un tale porto?
Ma prima devi dirmi come fare,
a uscir di qui, e che scusa escogitare
per il vuoto di tempo che faremo
fra l'andata e il ritorno. Anzi, no, no,
prima dobbiam pensare a come fare
a uscir da qui: perch prima del tempo
lambiccarsi a trovare qualche scusa,
se ci pu riuscir non necessario?
Ne parleremo dopo.
Ma dimmi: quante ventina di miglia
possibile fare, cavalcando?
PISANIO - Per voi, da un sole all'altro, una ventina,
saranno gi abbastanza, e forse troppe.
IMOGENE - Eh! Cos lento non saprebbe andare
nemmeno chi dovesse cavalcare
per andare al patibolo, Pisanio!
Ho udito di scommesse sui cavalli
dove questi si sono visti volare
nell'aria pi leggeri della sabbia
che scende per met della clessidra...
Ma queste son sciocchezze:
va', corri a dire alla mia cameriera
che si finga ammalata, e dica in giro
che vuole andare a casa da suo padre;
poi fa' di procurarmi in tutta fretta
un abito da viaggio da strapazzo,
che non sia pi vistoso e ricercato
di quello della moglie d'un fittavolo.
PISANIO - Signora, forse non fareste male
a ripensarci un poco.
IMOGENE - Amico mio,
Io guardo adesso solo avanti a me,
senza veder n di qua, n di l,
n quel che pu seguire;
ma vedo tutto avvolto in una nebbia
che i miei occhi non sanno penetrare.
Suvvia, ti prego, fa' quel che t'ho detto.
Non c' altro da dire:
per me c' solo la strada per Milford.
(Escono)
SCENA III - Nel Galles, paesaggio montagnoso, con una caverna
Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO uscendo dalla caverna
BELLARIO - (Uscendo per primo e fermandosi a guardare
il cielo nel vano dell'entrata)
Una bella giornata,
da non restar davvero dentro casa,
specie con un soffitto cos basso.
Chinatevi, ragazzi: questo ingresso
cos basso v'insegni come fare
per adorar gli di e genuflettervi
per la sacra funzione mattutina.
Le porte dei monarchi hanno architravi
da cui possono uscire anche giganti
senza togliersi i lor empi turbanti,
senza ch'abbian bisogno d'inchinarsi
per il "buongiorno" al sole.
Invece io ti saluto, chiaro cielo!
Noi dimoriamo dentro questa roccia,
ma non siamo cos irrispettosi
con te, come i superbi della terra.
GUIDERIO e ARVIRAGO - Salute a te, o cielo!
BELLARIO - Ed ora ai nostri svaghi montagnoli.
Salite lass in cima alla collina.
Le vostre gambe sono fresche: andate;
io seguir lungo questi pianori.
Quando lass dall'alto mi vedrete,
guardando gi, non pi grande di un corvo,
pensate che ad impicciolir le cose
oppure a metterle in maggior risalto
il luogo ove uno sta.
Potrete allora riportare a mente
quel che sovente ho avuto a raccontarvi
delle corti, dei principi,
degli artifici che si fanno in guerra,
dove un servigio non gi un servigio
in quanto reso, ma perch a qualcuno
piace che sia considerato tale.
Far tesoro di questo insegnamento
vuol dire saper trarre beneficio
da ogni cosa che ci vediamo intorno:
spesso scopriamo, con nostro conforto,
come lo scarabeo, tutto racchiuso
dentro la sua cuticola scagliosa
sia pi protetto di quanto sia l'aquila
dall'ali sterminate. Oh, questa vita
quanto pi nobile che far codazzo
ai potenti per chiederne i favori,
ed ottenerne solo umiliazioni;
e ben pi ricca che starsene in ozio
sol per tenere indosso una divisa,
e ben pi dignitosa
che andar frusciando in sete prese a credito,
per guadagnarsi poi le scappellate
del sarto che t'ha reso s elegante
ed al quale non s' pagato il conto.
Quella vita, a confronto della nostra,
una non-vita.
GUIDERIO - Voi parlate bene
alla stregua dell'esperienza vostra;
ma noi, poveri implumi passerotti
che non han mai volato pi lontano
dalla vista del nido, siamo ignari
di quale aria spiri fuor di casa.
Forse, s, questa vita la migliore
- se migliore pu dirsi un'esistenza
ch' vissuta in maggior tranquillit,
sicuramente pi dolce per voi,
che ne avete vissuta una pi aspra,
e meglio conveniente all'et vostra,
meno adattabile alle cose nuove;
ma per noi due solo un romitorio
per ignoranti, un viaggio fatto a letto,
una prigione per un debitore
che non ardisce varcarne la soglia.
ARVIRAGO - Di che cosa potremo noi discorrere,
quando saremo vecchi come voi?
Quando al buio dicembre
udremo flagellare vento e pioggia,
di che discorrere in questa grotta
per far passare il tempo in mezzo ai brividi?
Fino ad oggi non abbiam visto nulla.
Siamo come animali:
fiuto da volpe per cacciar la preda,
come lupi aggressivi per il cibo.
Tutto il nostro valore
dar la caccia a qualcosa che fugge;
ed abbiam fatto della nostra gabbia
la nostra cantoria,
simili ad uccellini prigionieri
buoni solo a cantare in libert
il tema della loro prigionia.
BELLARIO - Che discorsi son questi?
Ah, se aveste soltanto conosciuto
per diretta esperienza tutti i mali
di che fatta la vita di citt;
gli intrighi della corte,
dalla quale difficile partirsi
come restarvi; dove andare in su
vuol dire esser sicuri
un giorno o l'altro di precipitare;
dove il cammino cos sdrucciolevole
che aver sempre paura di cadere
altrettanto sinistro che cadere!
Il marasma prodotto dalla guerra,
una mania perversa, il cui sol fine
sembra quello d'andare sempre in cerca
del rischio per la fama e per l'onore,
e in cui chi cade per la stessa causa
pu aversi un epitaffio calunnioso
o la menzione d'un'eroica impresa;
e non raro che si sia puniti
per aver bene agito, e, quel che peggio,
si debba far buon viso alla censura.
Ragazzi miei, questa storia vissuta,
si pu leggerla in me come in un libro:
tutto il mio corpo infatti porta i segni
delle spade romane, ed il mio nome
un tempo era tenuto fra i pi illustri.
Cimbelino mi amava,
e quando gli accadeva di parlare
di un buon soldato era il nome mio
ch'egli faceva: io ero allora un albero
i cui rami si piegano coi frutti.
Ma in una sola notte, una tempesta
o una rapina (la si chiami pure
come si vuole) schianta e abbatte a terra
quel mio pendulo carico
con rami e foglie e tutto,
lasciandomi cos tutto spogliato
e nudo alla merc dell'intemperie.
GUIDERIO - O labile favor della fortuna!
BELLARIO - Io - come gi pi volte vi ho narrato -
non avevo commesso alcuna colpa,
non fosse stato per due miserabili
le cui giurate false affermazioni
prevalsero sull'integro mio onore
nel sostenere avanti a Cimbelino
che avevo fatto lega coi Romani.
Donde il mio bando; e sono ormai vent'anni
che queste rocce e il loro circondario
sono state il mio mondo;
in esso son vissuto onesto e libero
pagando debiti di devozione al cielo
pi che in tutta la via mia passata.
Ma ora su, ai monti!
Non si convengono a cacciatori
questi discorsi. Chi di voi per primo
riuscir a colpir la selvaggina,
oggi sar il signore della tavola,
e gli altri due lo dovranno servire;
e non avremo certo da temere
del veleno che spesso vien servito
in luoghi pi di questo altolocati.
Io vi raggiunger dopo, alla valle.
(Escono Guiderio e Arvirago)
Com' difficile che la Natura
nasconda le sue nobili faville!
Questi ragazzi sono affatto ignari
d'esser figli del re,
e Cimbelino nemmeno si sogna
ch'essi si trovino ancora in vita.
Essi credono d'esser figli miei
e, sebbene cresciuti in questo modo,
poveramente, dentro una caverna,
dove sono costretti a star curvati,
i lor pensieri spaziano s alto
da attingere il soffitto delle regge,
e la loro natura li fa muovere,
pur nelle cose pi semplici ed umili,
da principi, con tratti assai pi nobili
di tutti gli altri. Questo Polidoro,
cui spetterebbe d'essere l'erede
di Cimbelino al trono di Britannia
ed al quale suo padre aveva imposto
il nome di Guiderio, a dire - o Giove! -
quand'io seduto sopra il mio sgabello
a tre gambe, mi metto a raccontare
le imprese mie di guerra,
sento l'anima sua librarsi a volo
con quello che gli vado raccontando;
e se dico: "Cos cadde il nemico,
e cos gli calcai sul collo il piede",
subito vedo il sangue principesco
affluirgli alle gote, e trasudare
e sottendere i giovani suoi muscoli
in un gesto che vuol raffigurare
la realt di quel ch'io vo dicendo.
E il fratello pi giovane, Cadvalo,
il cui nome di nascita Arvirago,
come partecipasse di persona
al mio racconto, l'anima coi gesti,
quasi la rivivesse lui medesimo,
mostrando ancora pi di suo fratello
quello che s'agita nei suoi pensieri.
(Voci in lontananza)
Oh, la preda snidata!... O Cimbelino,
il cielo e l'innocente mia coscienza
sanno che m'hai bandito ingiustamente:
per questo t'ho rapito questi pargoli,
l'uno di due, l'altro di tre anni,
per farti privo d'una discendenza
come tu m'hai privato delle terre.
Tu fosti, Eurifile,(53) la lor nutrice
ed essi t'han creduta loro madre,
e rendono ogni giorno onor di figli
alla tua sacra tomba; e me Bellario,
che da allora mi son chiamato Morgan,
credono loro legittimo padre.
(Altre voci lontane)
La caccia nel suo meglio.
(Esce)
SCENA IV - Nel Galles, presso Milford-Haven.
Entrano IMOGENE e PISANIO
IMOGENE - Quando siamo smontati da cavallo
m'hai detto ch'eravam quasi arrivati.
Non fu impaziente di vedere me
mia madre appena m'ebbe partorito,
com'io di veder lui... Pisanio! Allora?...
Dov' Postumo?... Oh, cielo, ma che hai?
Che diavolo ti passa per la mente
che mi guardi con quegli occhi sbarrati?
Che son questi sospiri
che ti prorompono cos dal petto?
Uno che avesse soltanto dipinta
questa tua cera, darebbe, a guardarlo,
l'impressione che ha dentro qualche cosa
che lo rende perplesso e sconcertato
al di l di qualsiasi spiegazione.
Datti un aspetto meno sbigottito,
prima che non prevalga la pazzia
sull'equilibrio della mia ragione.
Che ? Che t' successo?
(Pisanio le offre un foglio)
Che cos' questo foglio
che mi porgi con quello sguardo truce,
da basilisco? Se sono buone nove,
dammene anticipo con un sorriso;
se son cattive, non hai da far altro
che serbar la tua solita espressione.
(Leggendo la soprascritta del foglio)
La sua calligrafia!... Di mio marito...
L'Italia dai veleni maledetti
l'avr invischiato in qualche suo raggiro,
ed ei si trova a qualche brutto passo.
(A Pisanio)
Parla, amico; perch la tua parola
forse potr attutire in me quel colpo
che a leggerne potrebbe essere mortale.
PISANIO - No, vi prego, leggete voi, leggete,
e scoprirete s'io - me sventurato -
non sono la creatura che la sorte
tiene in dispregio pi di tutte al mondo.
IMOGENE - (Leggendo)
"La tua padrona ha fatto la puttana(54)
"nel mio letto. Le prove che ho in possesso
"giacciono sanguinanti nel mio cuore.
"Non ti parlo per vaghe congetture,
"ma sulla base di testimonianze
"forti, per come forte il mio dolore,
"ed altrettanto fortemente certe
"della vendetta che ne prender.
"E questa parte dovrai farla tu,
"in vece mia. "Se la tua lealt
"verso di me non s' pur contagiata
"dalla rottura della sua, Pisanio,
"fa' tu d'ucciderla con le tue mani;
"l'occasione te la preparo io,
"a Milford-Haven; ella ha la mia lettera
"che a questo fine la manda in quel luogo;
"dove se avrai paura di colpirla
"e di darmene poi notizia certa,
"vorr dire che ti sei fatto pandaro(55)
"del suo onore, e manchi di lealt
"verso di me quanto lo stata lei."
PISANIO - Qual bisogno ho pi io di sollevare
su di lei la mia spada? Ha gi pensato
a tagliarle la gola quella carta...
No, questa una calunnia,
pi tagliente del filo d'una spada
e la cui lingua supera in veleno
quello di tutti i serpenti del Nilo,
il cui fiato cavalca in groppa ai venti
da una all'altra posta
per tutti e quattro gli angoli del mondo
dovunque diffondendo la menzogna:
re, regine, ministri,
giovani, vergini, matrone, tutti,
perfino i penetrali delle tombe
son morsi dal veleno suo di vipera.
Signora, fate cuore. Come state?
IMOGENE - Infedele al suo letto?...
Che significa essere infedele?
Forse giacersi sveglia nell'attesa,
col pensiero rivolto sempre a lui?
O forse piangere da un'ora all'altra?(56)
E se il sonno ti vince,
spezzarlo con un sogno pauroso
di lui, svegliandoti al tuo stesso grido?
Che fosse tutto questo
quello ch'ei dice infedelt al suo letto?
PISANIO - Ahim, buona signora!
IMOGENE - Io, infedele a lui? La tua coscienza,
Iachimo, me ne sia buon testimone:
quando me l'hai descritto
come uno scapestrato donnaiolo,
mi sei apparso un essere spregevole:
ma ora, a ripensare a quel ch'hai detto
di lui, m'appari ben un uomo.
Qualche putta d'Italia
che deve aver avuto sol per madre
il cerone che le impiastriccia il viso,
me l'ha sedotto; ed io, la meschinella,
son diventata una cosa stantia,
come una veste passata di moda;
ma poich sono ancor troppo preziosa
per finire attaccata alla parete,
devo essere sdrucita, lacerata...
E dunque, gi, mi si riduca in pezzi!
Ah, che i voti degli uomini
son buoni solo a tradire le donne!
D'ora in poi, sposo mio,
a cagione di questa tua rivolta,
le pi chiare apparenze d'onest
mi sembreranno perfida finzione:
erba non gi spuntata
nel naturale luogo suo di crescita,
ma trasportata ad arte sul terreno,
per fungere da esca alle signore.
PISANIO - Ascoltate, signora...
IMOGENE - (Senza ascoltarlo)
Falsi e spergiuri furono tenuti
ancora uomini fedeli e onesti,
quando anch'essi parlarono a quel modo
che lo spergiuro Enea; (57)
e il falso pianto del greco Sinone
tolse credito a molte sacre lacrime
e conforto d'umana compassione
a molti casi di vera miseria.(58)
Cos tu, Postumo, metti il tuo lievito
in tutti gli uomini giusti ed onesti:
e uomini leali e coraggiosi,
a cagione della tua grande colpa
saran creduti ipocriti e spergiuri.
Su, amico, mostrati almeno tu
fedele al tuo padrone, e onestamente
esegui quello ch'egli t'ha ordinato.
Quando lo rivedrai,
rendigli almeno la testimonianza
di come io gli sia stata obbediente.
Guarda, ti sfilo io stessa il tuo pugnale;
(Gli sfila il pugnale del fodero)
impugnalo e colpisci
l'innocente dimora del mio amore,
il mio cuore. Non devi aver paura,
perch esso ormai vuoto d'ogni cosa
tranne che di dolore; perch dentro
ormai non c' pi il tuo padrone
che n'era il vero ed unico tesoro.
Ubbidisci al suo ordine: colpisci!
Ti sarai forse portato altra volta
da coraggioso per causa migliore,
ma per questa ti mostri un gran vigliacco!
PISANIO - (Gettando il pugnale)
Via da me, vile arnese! La mia mano
non sar maledetta a causa tua!
IMOGENE - No, no, Pisanio proprio per tua mano
che io devo morire: e se non muoio,
tu non avrai servito il tuo padrone.
Contro il suicidio sta l'interdizione
della legge divina, e s severa
da far tremar la debole mia mano.
Ecco, qui il mio cuore... (Aspetta, aspetta,
c' qualche cosa che pu farvi intoppo,
e non voglio difese...). Ecco, obbediente
al tuo pugnale come alla sua guaina.(59)
Che c' qui? Ah, le lettere di Postumo,
del Postumo fedele a questa Imogene,
oggi tutte scritture d'eresia!
Via da me, tradimenti alla mia fede!
Voi non farete pi da pettorina
al mio cuore; gli sciocchi come me
son creduli ai lor falsi maestri;
ma se i traditi senton cos crudo
il tradimento, sorte non migliore
riservata a colui che tradisce.
E tu, Postumo, tu, ch'hai cagionato
la mia disobbedienza al re mio padre,
e che m'hai fatto rifiutar con sdegno
le profferte dei principi miei pari,
un giorno scoprirai che quel mio agire
non fu un comportamento come un altro,
ma un impulso di rara nobilt;
e m'addolora l'animo
pensare qual tormento ti sar
il ricordo di me, quando smussate
saran completamente le tue voglie
da colei della quale ora ti sazi.
Presto, Pisanio, presto, ti scongiuro!
L'agnello invoca il colpo del beccaio.
Dov'hai il pugnale? Tu sei troppo lento
nell'obbedire a quel che t'ha ordinato
il tuo padrone, quando anch'io lo chiedo.
PISANIO - Mia graziosa signora,
io non ho chiuso occhio
da quando ho avuto l'ordine di farlo.
IMOGENE - Fallo, allora, e vedrai che dormirai.
PISANIO - Mi faccio prima uscir gli occhi di fuori,
a furia di star sveglio.
IMOGENE - Perch allora
ne accettasti l'incarico? Perch
m'ingannasti facendomi percorrere
tante miglia con un falso pretesto?
E perch questo luogo?
E tanto affaccendarsi, mio e tuo?
E i cavalli sfiaccati dalla corsa?
Che cosa ti chiamava proprio qui?
Perch gettare con la mia assenza
lo scompiglio alla corte,
dove non penso ormai pi di tornare?
Perch hai teso cos a lungo l'arco
avanti di scoccarlo, e non lo fai
ora ch'hai pronta avanti alla tua mira
la cerva scelta per il sacrifizio?
PISANIO - L'ho fatto solo per prendere tempo
e scaricarmi d'un s triste incarico.
E intanto ho escogitato un espediente
che posso esporvi, mia buona signora,
se avrete la pazienza d'ascoltarmi.
IMOGENE - Parla, fino a stancare la tua lingua.
Mi son sentita trattar da sgualdrina,
e il mio orecchio, colpito a tradimento
non potr ormai ricevere ferita
pi profonda di questa
e nemmeno bendaggio tanto grande
da tamponarla tutta fino in fondo.
Ma parla, te ne prego.
PISANIO - Ecco, signora:
che non sareste pi tornata a corte,
l'avevo immaginato.
IMOGENE - Bella forza!
Era normale che lo immaginassi:
m'avevi qui condotta per uccidermi.
PISANIO - No, perch questo non l'ho mai pensato.
Ma se fui tanto accorto quanto onesto,
il mio piano dovrebbe ben riuscire.
Non pu essere altro:
il mio signore stato certo vittima
di un grosso inganno. Un qualche vil furfante,
s, dico, ed anche molto raffinato
nell'arte sua, deve aver macchinato
ad entrambi questo dannato oltraggio.
IMOGENE - Forse qualche romana cortigiana?...
PISANIO - Sulla vita mia, no, non lo far!
Io gli faccio saper che siete morta,
e gli mando, per dargliene la prova,
un qualche segno di ci insanguinato,
com'egli m'ha ordinato.
Voi sarete sparita dalla corte,
e questo ne sar buona conferma.
IMOGENE - E io, in quel frattempo, che far,
mio buon amico? Dove andr a risiedere?
Come vivr? E a che mi varr vivere,
quando per il mio sposo sar morta?
PISANIO - Potreste forse ritornare a corte.
IMOGENE - Niente pi corte, niente pi mio padre,
e niente pi a che fare
con la nobile rozza nullit
di Cloteno, le cui assiduit
m'erano pi penose d'un assedio.
PISANIO - Se non a corte, non potrete stare
nemmeno pi in Britannia.
IMOGENE - E dove allora? Forse la Britannia
s' accaparrata per s tutto il sole?
Giorno e notte son solo qui in Britannia?
Nel volume dell'universo mondo
questa nostra Britannia sembra parte,
in realt ne fuori,
nido di cigno in mezzo a un grande stagno.
Non crederai che fuori di Britannia
non ci sia gente che vive e respira.
PISANIO - Mi fa molto piacere che pensiate
d'andare a stare in un diverso luogo.
Lucio, l'ambasciatore dei Romani,
s'imbarcher domani a Milford-Haven;
ebbene, se riusciste a contraffarvi
tanto da darvi un buio atteggiamento,
come la vostra sorte, e a mascherare
quel che, se appena si mostrasse in voi
qual nella realt,
vi esporrebbe soltanto a grossi rischi,
vi mettereste per un buon sentiero
fiorito di ridenti prospettive;
e, per fortuna vostra, assai vicino
al luogo dov' Postumo;
o quanto meno a s poca distanza
che, se pur non poteste coi vostri occhi
seguirlo, qualcun altro, ora per ora,
potrebbe riportarvi ogni sua mossa.
IMOGENE - Oh, dimmi come, perch'io sono pronta
a correre qualsiasi avventura,
mettendo a rischio anche il mio pudore,
se non ci sia pericolo di morte.
PISANIO - Ebbene allora, ecco: prima cosa,
dimenticatevi d'essere donna,
mutate il comandare in obbedire, (60)
il timore e la schiva ritrosia
- le due ancelle di tutte le donne,
o meglio il loro personale fascino -
in furbesco coraggio; siate sempre
pronta allo scherzo, lesta nel rispondere,
spregiudicata e facile alla rissa
come una donnola; dimenticate
- s, anche questo - quel raro tesoro
dell'incarnato delle vostre guance
per esporlo - oh, atroce crudelt!,
ma non c', ahim, altro da fare -
al vorace contatto di Titano(61)
che bacia tutti, e ancor dimenticate
i vostri cari splendidi monili
coi quali facevate invidiosa
anche la grande Giunone...
IMOGENE - Sii breve.
Ho capito qual il tuo obiettivo,
e gi mi sento tramutata in maschio.
PISANIO - Prima dovete assumerne l'aspetto.
Io, prevedendo questo,
ho portato con me (nel mio bagaglio)
giustacuore, cappello d'uomo e braghe
e tutto il resto che serve allo scopo.
In quell'arnese, ed imitando al meglio
un giovanotto della vostra et,
voi vi presenterete a Caio Lucio,
chiedendo d'esser presa al suo servizio,
non senza avergli esposto, in bella forma,
in quale campo siete pi provetta,
cosa che facilmente intender,
se in testa ha buon orecchio per la musica.
Senza dubbio vi accetter con gioia,
ch persona d'onore
e per di pi uomo virtuoso e pio.
In quanto ai vostri mezzi, stando all'estero,
disponete di me, che sono ricco,
ed io non mancher di rifornirvi
d'ogni cosa, al principio ed anche in seguito.
IMOGENE - Pisanio, tu sei l'unico conforto
con cui gli di voglion tenermi in vita.
Ora, ti prego, va'. Qualche altra cosa
ci sar ancora da considerare,
ma lo faremo dopo, a tempo e luogo.
Affronto da soldato questa impresa
e sapr sostenerla fino in fondo
col coraggio d'un principe. Ora va'.
PISANIO - Bene, signora. Addio, in tutta fretta:
scappo, perch se a corte
dovessero notare la mia assenza,
potrebbe ben cadere su di me
il sospetto d'avervi dato mano
nella fuga. Mia nobile padrona,
ecco, prendete questa scatolina:
l'ho avuto in dono io dalla regina;
contiene qualche cosa di prezioso:
se vi desse fastidio il mal di mare
o soffriste di stomaco per terra,
basta una dramma(62) di questo specifico
per rimettervi in sesto.
Ora cercate un posticino all'ombra
per entrare nella maschilit.(63)
E v'assistan gli di, per tutto il meglio!
(Escono da parti opposte)
SCENA V - Britannia, il palazzo di Cimbelino.
Entrano CIMBELINO, LA REGINA, CLOTENO, CAIO LUCIO e alcuni signori
CIMBELINO - Qui m'accomiato. V'auguro buon viaggio.
C. LUCIO - Grazie, regal signore.
Il mio imperatore m'ha ordinato
per iscritto di rientrare in sede.
Mi duole assai dovergli riferire
che siete suo nemico dichiarato.
CIMBELINO - I nostri sudditi non son disposti
a sopportar pi oltre questo giogo.
E quanto a noi, mostrar meno di loro
il nostro senso di sovranit
apparirebbe indegno d'un sovrano.
C. LUCIO - Bene, maest. Vi chiedo di concedermi
una scorta per terra, fino a Milford.
(Alla regina)
Signora, con l'augurio a vostra grazia
d'ogni felicit, e cos a voi tutti.
CIMBELINO - (A quelli del suo seguito)
Affido a voi, signori, questo incarico.
Non si tralasci nulla
degli onori che a lui sono dovuti.
E cos addio, nobilissimo Lucio.
C. LUCIO - La vostra mano, sire.
CIMBELINO - Ecco, da amico.
Con la riserva che da ora in poi
questa sar la mano d'un nemico.
C. LUCIO - Sta agli eventi, signore,
dire il nome del vincitore. Addio.
CIMBELINO - Signori, scorterete il degno Lucio
fino a quando non abbia attraversato
la Severne.(64) Buona fortuna a voi!
(Esce Caio Lucio con i signori)
REGINA - Se ne parte accigliato: onore a noi
per avergliene offerto buon motivo.
CLOTENO - Tutto per bene, com'era nei voti
dei nostri prodi sudditi britanni.
CIMBELINO - Lucio ha gi scritto al suo imperatore
che aria spira qui.
Sicch imperativo ora per noi
tenere in permanenza in pieno assetto
i fanti, i carri, la cavalleria.
Le forze ch'egli ha gi di stanza in Gallia
possono muover da un momento all'altro
da l e marciare contro la Britannia.
REGINA - Non un affare da dormirci sopra,
ma da cercar di volgere al successo
con azione improvvisa e risoluta.
CIMBELINO - Gi l'averlo potuto prevedere
ci ha permesso di prepararci in tempo.
Ma, mia graziosa e nobile regina,
nostra figlia dov'? Non comparsa
a salutare l'ospite romano
n a renderci il saluto giornaliero.
Ci guarda entrambi - l'avrete notato -
pervasa pi di maligno rancore
che d'amore filiale.
Invitatela a presentarsi a me,
che sono stato fin troppo indulgente
nel tollerare il suo comportamento.
(Esce un gentiluomo del seguito della regina)
REGINA - Mio regale signore,
da quando Postumo andato in esilio
ella fa vita molto ritirata;
e questo pu curare solo il tempo.
Perci scongiuro vostra maest
di risparmiarle le parole crude.
una nobile dama,
ed cos sensibile ai rimbrotti,
che le parole per lei sono colpi
che potrebbero darle anche la morte.
(Rientra il gentiluomo)
CIMBELINO - (Al gentiluomo)
Dov', dunque, signore?
In che modo ci pu giustificare
codesta sua mancanza di riguardo?
GENTILUOMO - Se vi piaccia, maest,
le sue stanze sono serrate a chiave;
e, per quanto si possa bussar forte
alle sue porte, non sar possibile
ottenere risposta.
REGINA - Mio signore,
l'ultima volta che l'ho visitata
mi preg di tenerla per scusata
s'ella fosse rimasta chiusa in camera
e se, costretta dalla malattia,
avesse anche dovuto trascurare
di rendervi l'omaggio quotidiano.
E mi preg di farvelo sapere;
ma il gran daffare che c' stato a corte
ha reso la memoria mia colpevole
di questa biasimevole omissione.
CIMBELINO - Le stanze chiuse a chiave?
E nessuno l'ha vista di recente?
Voglia il cielo che si dimostri falso
quello ch'io temo.
(Esce)
REGINA - (A Cloteno)
Figlio, segui il re.
CLOTENO - Anche Pisanio, quel suo vecchio servo,
son due giorni che non si fa vedere.
REGINA - Va', va' col re, non perderlo di vista.
(Esce Cloteno)
Pisanio, tu che sei cos devoto
a Postumo... Con s ha una mia droga...
la sua assenza - lo volesse il cielo! -
non sar mica perch l'ha ingoiata?
Lui crede infatti trattarsi di cosa
quanto mai portentosa...
Ma lei, dove pu essersi cacciata?
Che l'abbia vinta la disperazione?
O sia volata dal suo caro Postumo
sull'ali dell'ardente sua passione?
Che sia andata alla morte o al disonore,
l'una o l'altra evenienza di buon uso
per i miei fini. Ch soppressa lei,
la corona britanna in mano mia.
Rientra CLOTENO
Ebbene, figlio?
CLOTENO - certo: ella fuggita.
Andate voi a rabbonire il re
ch' su tutte le furie, e non c' alcuno
ch'abbia il coraggio di stagli vicino.
REGINA - (A parte)
Tanto meglio cos: che questa notte
possa per lui non avere un domani.
(Esce)
CLOTENO - L'amo e la odio insieme
perch bella e regale, ed dotata
di tutte le pi belle qualit
della donna, di tutte anzi possiede
il meglio, ed oltrepassa tutte l'altre.
Per questo l'amo. Ma quel suo sdegnarmi,
quel riversare tutte le sue grazie
su quell'infimo Postumo,
discredita talmente il suo giudizio
da soffocare ogni altra bella dote.
E perci finir col detestarla,
s, e a far ricadere su di lei
la mia vendetta. Ch quando gli stolti...
(S'interrompe vedendo entrare PISANIO)
Ehi, l, canaglia! Che vai complottando?
Vieni avanti, famoso paraninfo!(65)
Dov' la tua padrona, manigoldo?
Rispondi per le spicce,
o ch'io ti mando dritto dritto al diavolo!
PISANIO - Ahim, mio buon signore...
CLOTENO - Dov' la tua padrona? O ch'io, per Giove...
T'avverto che non te lo chiedo pi.
Sapr ben io, birbante gattamorta,
strapparti questo segreto dal cuore,
o aprirtelo, il tuo cuore, per scovarlo.
Si trova ella con Postumo?
Con quel misero mucchio di bassezza
che a venderlo non si ricava un soldo?(66)
PISANIO - Ahim, signore, com' mai possibile
pensare ch'ella si trovi con lui?
Da quanto tempo scomparsa? Egli a Roma.
CLOTENO - E dov' allora? Fatti pi vicino,
non star l titubante, dimmi tutto.
Che n' di lei?
PISANIO - Degnissimo signore...
CLOTENO - Degnissimo ribaldo, dimmi subito,
senza quel tuo "degnissimo signore",
dov' la tua padrona. Parla, parla,
o faccio trasformare il tuo silenzio
nell'immediata tua condanna a morte.
(Mette mano alla spada)
PISANIO - (Porgendogli una lettera)
Ebbene, mio signore, in questa carta
c' tutto quel che so della sua fuga.
CLOTENO - (Aprendo la lettera)
Vediamo... Sono pronto ad inseguirla
fin sopra il trono di Cesare Augusto.
PISANIO - (Tra s)
O questo, o morte: non avevo scelta.
Tanto, ella abbastanza lontana,
e quel ch'ei potr leggere l sopra
potr tradursi in un viaggio per lui,
ma non in un pericolo per lei.
CLOTENO - (Sempre leggendo)
Hum!...
PISANIO - (c.s.)
... Scriver intanto al mio padrone
ch'ella morta. Ti sia sicuro il viaggio,
Imogene, all'andata ed al ritorno!
CLOTENO - Questa lettera autentica, compare?
PISANIO - Credo di s.
CLOTENO - La scrittura di Postumo,
la riconosco. Ascolta, manigoldo:
se tu cessassi di fare il ribaldo
e ti mettessi invece al mio servizio
ed a sbrigarmi tutte le faccende
in cui potr aver modo d'impiegarti
con la dovuta seria diligenza,
e cio d'eseguir direttamente
e in piena fedelt ogni misfatto
ch'io ti chiedessi di portare a termine,
potrei anche pensarti un uomo onesto;
n da mia parte ti verrebbe meno
ogni mezzo, per tuo miglior conforto,
n l'appoggio per farti far carriera.
PISANIO - Bene, mio buon signore.
CLOTENO - Accetti dunque
di passare con me, al mio servizio?
Se con tanta costanza e sacrificio
sei rimasto attaccato tanto tempo
alle sparute fortune d'un Postumo,
non potrai, per ragion di gratitudine,
non essere un seguace diligente
di quelle mie. Mi vuoi dunque servire?
PISANIO - S, mio signore.
CLOTENO - Bene, qua la mano.
Eccoti la mia borsa. Ed ora dimmi:
non mica rimasto in tuo possesso
qualche abito del tuo vecchio padrone?
PISANIO - Pi che voi non sperate, mio signore:
ho in casa quello stesso che indossava
quando si conged dalla padrona.
CLOTENO - Ebbene, questo il tuo primo servizio:
vallo a prendere e portamelo qui.
Sia questo il primo tuo servizio, va'.
PISANIO - Volentieri, signore.
(Esce)
CLOTENO - Ed ora ti raggiungo a Milford-Haven!
(Ah, gli dovevo chiedere una cosa...
me ne ricorder quando ritorna).
Sar l, miserabile d'un Postumo,
che io t'uccider. Non vedo l'ora
che Pisanio mi porti quel vestito.
Ella mi disse un giorno
- e l'amaro di quelle sue parole
ancora mi rigurgita dal cuore -
d'aver pi stima d'un abito liso
di Postumo, che della mia persona,
con tutta la mia nobilt di nascita
e l'ornamento delle mie virt.
La stuprer indossando quel vestito!
Prima, per, voglio uccidere lui,
e lo far sotto gli occhi di lei,
s ch'ella ammiri tutto il mio valore,
e tormento sia questo al suo disprezzo.
Con lui disteso a terra,
e finito che avr il panegirico
degli insulti al suo corpo,
e su di lei saziata la mia voglia
- e lo far, a sua maggior tortura,
avendo indosso lo stesso vestito
del quale m'ebbe tanto a far le lodi -
la riconduco a corte a calci e pugni.
Ella s' preso gioco a disprezzarmi,
io me lo prender a vendicarmi.
Rientra PISANIO con il vestito di Postumo
il suo vestito?
PISANIO - S, vossignoria.
CLOTENO - Da quand' ch' partita a Milford-Haven?
PISANIO - Oh, ci dev'essere appena arrivata.
CLOTENO - Porta quest'abito nella mia camera.
Questo sar il secondo tuo servizio.
Il terzo sar poi
che tu ti faccia muto connivente
di questo mio proposito.
Ti chiedo solo d'essere zelante:
te ne verranno cospicui vantaggi.
La mia vendetta ora a Milford-Haven.
Vorrei un paio d'ali per raggiungerla.
Vieni, e siimi fedele.
(Esce)
PISANIO - Tu m'ordini la stessa mia rovina.
Esser fedele a te,
per me vuol dire farmi traditore
dell'uomo pi leale della terra.
Affrettati, va' pure a Milford-Haven,
ma non ci troverai colei che insegui.
Piovete su di lei, grazie celesti!
Frapponete pi ostacoli possibili
alla fretta di questo gran babbeo.
E dal suo viaggio non s'abbia che triboli.
(Esce)
SCENA VI - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.
Entra IMOGENE travestita da uomo
IMOGENE - Ora m'accorgo quanto faticosa
questa vita da maschio. Sono stanca,
quasi sfinita: per due notti intere
la nuda terra stato il mio giaciglio.
Se non fosse per la mia forza d'animo,
mi sarei gi ammalata: oh, Milford-Haven,
quando Pisanio in cima a quell'altura
mi ti mostr, sembravi assai vicina.
O Giove, non sar che mura e tetti
sfuggano agli infelici,
cui specialmente dovrebbero offrire
conforto e buon asilo? Due mendichi
incontrati per via m'avevan detto
che stavo andando per la strada giusta.
Saran dunque bugiardi anche i mendichi,
afflitti come sono dagli affanni
e che han provato su di loro stessi
quanto le loro miserie siano agli uomini
castigo o prova? Anche loro mentiscono;
e, altronde, perch meravigliarsene,
quando anche i ricchi dicono di rado
la verit? Mentir nell'abbondanza
pi reo che mentire nel bisogno;
e la menzogna assai peggior peccato
in un re che in un povero mendico.
E tu, caro signore, ne sei uno
di questi falsi e bugiardi individui.
Pensando a te m' passata la fame,
e dir che poco fa stavo svenendo
per mancanza di cibo... Ma che vedo?
Forse un'abitazione di selvatici:
e c' anche un sentiero per andarci...
Chiamare? ... meglio no. Non ho coraggio.
Ma la natura il coraggio alla fame,
prima di sopraffarla, glielo d.
Son l'abbondanza ed il vivere in pace
che fanno l'uomo.
L'avversit la madre del coraggio
(Chiamando)
Ehi, laggi, c' nessuno?...
Se c' qualcosa di civile, parli.
Se incivile, facciamo a prendi e lascia.(67)
Oh! Nessuno risponde?... Allora entriamo.
Meglio tener la spada pronta in mano...
Non si sa mai ... Per se della spada
il mio nemico ha la stessa paura
che n'ho io, avr appena il coraggio
di gettarci un occhiata. Un tal nemico
fate ch'io trovi qui, cieli benigni.
(Entra nella grotta)
Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO di ritorno dalla caccia
BELLARIO - (A Guiderio)
Tu, Polidoro, ti sei dimostrato
oggi il miglior di noi tre a cacciare,
oggi, e perci stasera spetta a te
l'onore della tavola.
Cadvalo ed io, secondo la scommessa,
faremo lui da cuoco ed io da servo.
Il sudore e il far bene
si seccherebbero fino ad estinguersi
se non li tenga in vita il bene oprare
per conseguire sempre un degno fine.
Venite, penseranno i nostri stomachi
a saporire il cibo casereccio:
chi stanco russa pure sulle pietre;
per l'indolente neghittoso duro
anche un cuscino imbottito di piume.
La pace regni sempre qui con te,
povera nostra casa,
che sei te stessa a te stessa custode!(68)
GUIDERIO - Sono sfinito.
ARVIRAGO - Anch'io, per la fatica,
ma pieno d'energia per l'appetito.
GUIDERIO - C' della carne fredda nella grotta:
potremo cominciare a masticarla,
mentre si cuoce al fuoco
la selvaggina che abbiamo cacciato.
BELLARIO - (Si affaccia alla grotta e vede Imogene)
Fermi l, non entrate!
Se non vedessi che sta trangugiando
le nostre vettovaglie,
la crederei una visione magica.
GUIDERIO - Perch, che c'?
BELLARIO - Un angelo, per Giove!(69)
O, se non proprio un angelo,
una terrena meraviglia, questa!
Guardate: la divinit incarnata
in forma non pi adulta d'un ragazzo!
IMOGENE appare nel vano dell'ingresso della grotta
IMOGENE - Buona gente, non fatemi del male.
Prima d'entrare qui ho chiamato forte,
e pensavo d'aver per elemosina,
o anche a pagamento, quel che ho preso.
Ma vi giuro, non ho rubato nulla,
n avrei saputo farlo,
avessi pur trovato sparso a terra
dell'oro. Ecco, questo del denaro,
per quello che ho mangiato.
(Porge delle monete)
L'avrei lasciato qui, su questo tavolo,
quando avessi finito;
e nel partire avrei detto una prece
per chi m'aveva cos provveduto.
GUIDERIO - Dell'oro, giovinetto?
ARVIRAGO - Tutto l'oro e l'argento della terra
vorrei si trasformassero in letame,
s che non possano valer pi niente
se non agli occhi degli adoratori
di quegli immondi di!
IMOGENE - Siete arrabbiato.
Lo vedo. Ma se mi volete uccidere
per il mio crimine, sappiate questo:
se non l'avessi fatto, sarei morto.
BELLARIO - Dove siete diretto?
IMOGENE - A Milford-Haven.
BELLARIO - Il vostro nome?
IMOGENE - Fedele, signore.
A Milford-Haven sta per imbarcarsi
un mio parente, diretto in Italia.
Ero in cammino per andar da lui,
quando mi son sentito venir meno
per la fame, ed ho fatto questo abuso.
BELLARIO - Non pensare, ti prego, bel ragazzo,
che siamo gente zotica e incivile,
n voler misurar l'animo nostro
dal rude ambiente in cui ci vedi vivere.
Perci, bene incontrato! quasi notte,
e, prima di riprendere il cammino,
avrai bisogno di un po' di ristoro,
rifocillandoti con miglior cibo;
e noi vogliam pregarti di accettare
di restar qui a dividerlo con noi.
Ragazzi miei, dategli il benvenuto!
GUIDERIO - (A Imogene)
Se tu fossi una femmina, ragazzo,
mi verrebbe la voglia, onestamente,
di corteggiarti, a nessun altro fine
che quello di sposarti, e sarei pronto
a pagare per ci qualunque prezzo.
ARVIRAGO - A me al contrario piace che sia maschio,
perch mi sento di poterlo amare
come fosse un fratello.
(A Imogene)
E perci io t'accolgo tra di noi
cos come farei con un fratello
che rivedessi dopo lunga assenza.
Sntiti dunque molto benvenuto!
Fa' cuore, sei capitato tra amici.
IMOGENE - Tra amici... come fossimo fratelli...
(Tra s)
Fosse proprio cos,
ch'essi fossero figli di mio padre!
Allora, Postumo, il mio valore,
sarebbe meno e pi eguale al tuo.(70)
BELLARIO - (Osservandola)
Ha dentro qualche pena che lo strugge.
GUIDERIO - Come vorrei potergliela lenire!
ARVIRAGO - Ed altrettanto vorrei io, o di,
qualunque pena sia, qualunque il costo,
qualunque il rischio da incontrar per farlo!
BELLARIO - Sentite qua, ragazzi.
(Mormora loro qualche cosa. I tre s'allontanano parlando)
IMOGENE - (Tra s)
Grandi re, che tenessero una corte
non pi spaziosa di questa caverna,
sprovvisti d'ogni servit, provvisti
solo della virt dettata all'uomo
dalla retta coscienza,
incuranti del futile tributo
ch' il favore dell'incostante volgo,
non saprebbero esser pi regali
di questi due fratelli.
Perdonatemi, o di, se sento in me
il desiderio di mutar di sesso,
per diventar cos compagno a loro,
ora che Leonato m'ha tradita.
BELLARIO - (Venendo avanti)
Dev'essere cos.(71) Suvvia, ragazzi,
da bravi, a cucinar la selvaggina.
(A Imogene)
Vieni, bel giovinetto, entra con noi;
stomaco vuoto non conversa bene.
Quando avremo saziato l'appetito,
ti chiederemo, assai discretamente,
di dirci la tua storia,
per quel tanto che ci vorrai narrare.
GUIDERIO - Entra, ti prego.
ARVIRAGO - Non benvenuta
la notte al barbagianni, n all'allodola
l'albeggiante lucore del mattino
pi di quanto sei tu per tutti noi.
IMOGENE - Ti ringrazio, signore.
ARVIRAGO - Entriamo, prego.
(Escono, entrando nella grotta)
SCENA VIII - Roma, una piazza.
Entrano DUE SENATORI e alcuni TRIBUNI
PRIMO SENATORE - Cos dispone l'imperial rescritto:
visto che le milizie dei plebei
sono impegnate in Pannonia e Dalmazia,
e le legioni che sono ora in Gallia
son troppo esigue forze
ad intraprendere la nostra guerra
ai ribelli Britanni; nuove leve
si dovranno perci far tra i patrizi
per condurre l'impresa.
Caio Lucio egli nomina proconsole
e a voi Tribuni, d pieni poteri,
per reclutare queste nuove forze.
Sia lunga vita a Cesare!
PRIMO TRIBUNO - Lucio, dunque, il comandante in capo
delle forze per questa impresa?
SECONDO SENAT. - S.
PRIMO TRIBUNO - Che gi si trova in Gallia?
PRIMO SENAT. - Con le legioni di cui ho parlato
e che dovranno venir rinforzate
con le leve cui voi provvederete.
Nel rescritto che ve ne d l'incarico
sono gi indicati gli effettivi
necessari e la data di partenza.
PRIMO TRIBUNO - Svolgeremo a dovere il nostro compito.
(Escono tutti)
ATTO QUARTO
SCENA I - Nel Galles, presso la grotta di Bellario.
Entra CLOTENO, solo
CLOTENO - Se Pisanio me l'ha descritto bene,
dovrei trovarmi nei pressi del luogo
dov'essi(72) si dovrebbero incontrare.
Il suo vestito mi sta a perfezione!
Perch altrettanto bene
non mi dovrebbe stare la sua amante,
che fu creata anch'ella da Colui
che ha creato il suo sarto?
Tanto pi che, parlando con rispetto,
si dice che le femmine
nelle loro voglie vanno per impulso,
come detta il capriccio del momento.
Debbo mettermi all'opera.
Me lo posso ben dire da me stesso,
dal momento che non vanagloria
per l'uomo colloquiare col suo specchio
quand' solo, nella sua propria camera:
voglio dire, in sostanza, che il mio corpo
disegnato bene quanto il suo.
Non sono meno giovane di lui,
ed anzi sono di lui pi robusto.
Non sono a lui inferiore per sostanze,
e, meglio favorito dalla vita,
sono a lui superiore per origine,
capace come lui di metter mano
a imprese d'ogni sorta, e pi di lui
certamente provetto a duellare.
E nonostante ci, questa caparbia,
a mio grande dispetto, lui che ama!
Che cosa non l'uomo, mondo cane!
Quella tua testa, Postumo,
che ti troneggia adesso sulle spalle
dentro un'ora sar staccata via,
la tua bella stuprata, e in faccia a lei
stracciato a mille pezzi il tuo vestito!
E una volta compiuto tutto questo,
la riconduco a calci da suo padre;
che monter probabilmente in collera
per questi modi miei troppo brutali;
ma poi mia madre, con il suo potere
di rabbonirlo nei suoi malumori,
sapr lei come volgere a mia lode
tutto quel che pu essere successo.
Il mio cavallo bardato a dovere.
Fuori, mia spada, tempo di ferire!
Fortuna, falli cadere in mia mano!
Questo il luogo ove debbono incontrarsi,
come mi fu descritto da Pisanio,
e quel compare non osa ingannarmi.
(Esce)
SCENA II - La stessa.
Entrano, uscendo dalla grotta, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO e IMOGENE
BELLARIO - (A Imogene)
Rimani ancora qui. Tu non stai bene.
Dopo la caccia ci ritroveremo.
ARVIRAGO - S, rimani, fratello. Non partire.
O non siamo fratelli?...
IMOGENE - S, fratelli,
come sono fra loro tutti gli uomini.
Ma tra un'argilla e l'altra
sempre pu esserci una differenza
di dignit, malgrado sia la stessa
la polvere di che son fatte entrambe.
Mi sento, infatti, molto affaticato.
GUIDERIO - (A Bellario e Arvirago)
Andate voi a caccia,
io resto qui a fargli compagnia.
IMOGENE - Non ch'io sia malato,
solo che non mi sento proprio bene;
ma non crediate ch'io sia della specie
di certi damerini di citt
che si fan creder d'esser per morire
prima d'esser malati; onde, di grazia,
lasciatemi e pensate ad accudire
alle vostre faccende quotidiane.
Lo strappo alle abitudini
strappo a tutto. Non mi sento bene,
ma lo starmi vicino uno di voi
non pu certo guarirmi;
la compagnia non reca alcun conforto
a chi non sente d'essere socievole.
Il mio male non poi molto grave,
se ne posso parlar tranquillamente.
Ve ne prego, lasciatemi pur qui,
senza timore: non potrei rubarvi
nulla se non me stesso;
e sarebbe insignificante furto
per voi, se mi lasciassi anche morire!
GUIDERIO - Ti voglio bene, ho detto, e d'un affetto
qual che ne sia la quantit, uguale
a quello stesso che porto a mio padre.
BELLARIO - Che cosa? Come! Come!
ARVIRAGO - Se peccato parlare come lui,
m'aggiogo anch'io, signore,
alla colpa del buon fratello mio...
Non so per qual recondita ragione
io mi senta d'amare questo giovane;
ma da voi stesso ho udito dir pi volte
che la vera ragione dell'amore
proprio d'essere senza ragione.
Se fosse pronta una bara alla porta
ed io fossi richiesto di decidere
chi ci dovesse entrare per il primo,(73)
"Mio padre", direi io senza esitare:
non direi: "Questo giovine". cos.
BELLARIO - (Tra s)
O nobilt di razza!
O grande dignit della natura!
O altezza delle origini!
Codardi sono i padri dei codardi;
da cose vili nascono cose vili.(74)
La natura ha con s farina e crusca,
cose spregevoli e cose graziose.
Io, vero, non son il loro padre,
ma chi potr mai essere costui
che fa il miracolo di farsi amare
da loro due ancora pi di me?
(Forte)
Ragazzi, son le nove del mattino!
ARVIRAGO - (A Imogene)
Addio, fratello.
IMOGENE - Fortunata caccia!
ARVIRAGO - Salute a te, signore, ai tuoi comandi.
IMOGENE - (Tra s)
Che gentili creature!
O di, quali menzogne non ho udito
dalla bocca dei nostri cortigiani!
A sentir loro, fuori della corte
tutto rozzezza, tutto vile e barbaro.
Vieni tu, esperienza,
a smentire questa infondata fama.
I grandi mari generano mostri;
gli umili fiumi loro tributarii
forniscon pesci d'ottimo sapore
all'umil nostro desco...
Ma io sto ancora molto male al cuore...
Pisanio, provo la tua medicina.
(Inghiotte alcune pillole dalla scatoletta datale da Pisanio)
GUIDERIO - (Ad Arvirago)
Non son riuscito a smuoverlo; non parla.
Tutto quello che dice d'esser nobile,
ma sventurato; ingiustamente offeso,
se pure onesto.
ARVIRAGO - Cos ha detto a me,
ma poi, ha aggiunto, ne sapr di pi.
BELLARIO - A caccia, a caccia!
(A Imogene)
Ti lasciamo solo,
per il momento. Entra, va', e ripsati.
ARVIRAGO - Non resteremo fuori molto tempo.
BELLARIO - E, per favore, vedi di star bene,
perch ci dovrai fare da massaia.
IMOGENE - Ch'io sia sano o ammalato,
mi sento gi legato a tutti voi.
BELLARIO - E lo sarai per sempre.
(Imogene entra nella grotta)
Per quanto sventurato, questo giovane
mi d l'aria d'aver buoni antenati.
ARVIRAGO - Canta che pare un angelo.
GUIDERIO - E non ti dico della sua cucina!
Ha affettato le nostre radicette
in forme di caratteri da stampa
e ha saputo condire i nostri brodi
manco fosse Giunone a star malata,
e lui dovesse farle da infermiere.
ARVIRAGO - Ha un modo s distinto
di sposare un sorriso ad un sospiro,
come se quel sospiro
fosse invidioso di non essere esso
quel suo sorriso, e come se il sorriso
si volesse beffar di quel sospiro
per volersene uscire
da s divino tempio e volar via
per mescolarsi col suo soffio ai venti
che i naviganti coprono d'insulti.
GUIDERIO - Ho potuto notare come in lui
sofferenza e pazienza, a sopportarle,
abbian radici strette, abbarbicate.
ARVIRAGO - E allora, cresci pure in lui, pazienza!
E disleghi la marcita sua radice
la sofferenza, putrido sambuco,
dalla tua vite in pieno suo rigoglio.
BELLARIO - giorno fatto. Andiamo!...
Entra CLOTENO
Chi va l?
CLOTENO - Non riesco a trovarli, quei fuggiaschi!
Sono stanco, sfinito... Quel furfante
s' fatto gioco di me!
BELLARIO - "Quei fuggiaschi?"
Non vorr mica riferirsi a noi?
Mi par di riconoscerlo costui:
Cloteno, il figlio della regina?... Lui!...
Non lo vedo da anni, ma son certo...
Temo qualche tranello...
Per lui noi siamo gente fuori legge:
meglio non farci vedere.
GUIDERIO - Ma solo:
andate voi e mio fratello intorno,
a veder se vi siano suoi compagni:
e lasciatemi qui solo con lui.
(Escono Bellario e Arvirago)
CLOTENO - (Ai due che escono)
Fermi! Chi siete voi,
che fuggite da me in questo modo?
Briganti di montagna? Ne ho sentito.
(A Guiderio)
E tu, che razza di schifoso sei?
GUIDERIO - Uno che nulla mai di pi schifoso
ha fatto che degnarsi di rispondere
a uno schifoso, senza bastonarlo
CLOTENO - Sei un rapinatore, un delinquente,
un manigoldo: arrenditi, ladrone!
GUIDERIO - A chi arrendermi, a te? E tu chi sei?
Non il mio braccio lungo come il tuo,
non ho in petto un cuore come il tuo?
Tu, pi grosso di me, sicuramente
lo sei con le parole,
perch'io la spada non la porto in bocca.
Dimmi chi sei, perch'io mi debba arrendere
ad uno come te.
CLOTENO - Sporco ribaldo!
Non m'hai riconosciuto da quest'abito?
GUIDERIO - No, carogna, non t'ho riconosciuto,
no, bietolone, e nemmeno il tuo sarto,
che dev'esser tuo nonno,
perch lui che t'ha fatto quelle braghe
che ora, a quanto pare, fanno te.
CLOTENO - O prezioso furfante,
non stato il mio sarto a farmi queste.
GUIDERIO - E allora fila, togliti dai piedi,
e ringrazia colui che te le ha date.
Tu devi essere un fiore di babbeo,
non ci avrei nessun gusto a bastonarti.
CLOTENO - Oltraggioso brigante,
ascolta solo il nome mio, e trema.
GUIDERIO - Qual il tuo nome?
CLOTENO - Cloteno, furfante.
GUIDERIO - Sia pur Cloteno due-volte-furfante
il nome tuo, non riesco a tremare;
se fosse Rospo, Vipera o Tarantola
mi farebbe pi effetto, ma Cloteno...
CLOTENO - A tuo maggior terrore,
anzi, a completo tuo sbigottimento,
sappi ch'io sono figlio alla regina.
GUIDERIO - Mi dispiace per lei, ch tu, all'aspetto,
non sembri conveniente alla tua nascita.
CLOTENO - Come! Non hai paura?
GUIDERIO - Paura io ho soltanto di coloro
cui porto il mio rispetto,
voglio dire degli uomini di senno;
gli imbecilli mi fanno solo ridere.
Non mi fanno paura.
CLOTENO - (Traendo la spada)
E allora muori.
E poi che di mia mano t'avr ucciso,
mi dar a inseguire anche quegli altri
che ho visto poco fa darsela a gambe;
e pianter le vostre teste mozze
sulle porte della citt di Lud.(75)
Arrenditi, brigante di montagna!
(Escono duellando)
Rientrano BELLARIO e ARVIRAGO
BELLARIO - Nessun compagno intorno?
ARVIRAGO - No, nessuno.
Vi sarete sbagliato sul suo conto.
Non sar lui.
BELLARIO - Non so proprio che dire.
Da tanto tempo non l'ho pi rivisto
ma non mi pare che questo intervallo
abbia mutato i tratti del suo volto
quali li conoscevo... Anche la voce,
quell'esitare, quel parlare a scatti...
Cloteno, ne son pi che sicuro.
ARVIRAGO - Qui li abbiamo lasciati poco fa.
Spero che mio fratello
non se la passi male insieme a lui.(76)
M'avete detto ch' tanto feroce.
BELLARIO - Infatti; non essendo ancor maturo,
voglio dir uomo fatto, tuo fratello
non ha imparato ancora a percepire
i terrori ruggenti(77):
spesso l'insufficienza di giudizio
non avverte nemmeno la paura.(78)
Ma ecco tuo fratello.
Rientra GUIDERIO, recando in mano, presolo per la chioma,
il capo mozzo di Cloteno
GUIDERIO - Questo Cloteno era un gran babbeo,
una borsa senza moneta dentro:
Ercole non sarebbe riuscito
a fargli schizzar fuori le cervella,
perch non ce n'aveva manco l'ombra.
S'io per non avessi fatto a lui
quello che ho fatto, questo deficiente
v'avrebbe lui portato la mia testa.
BELLARIO - Oh, Guiderio, non sai che cosa hai fatto!
GUIDERIO - Lo so benissimo: ho mozzato il capo
ad un certo Cloteno, che era il figlio,
- cos diceva lui - della regina,
e mi stava chiamando traditore,
e montanaro, e poi mi minacciava
che se soltanto avesse mosso un dito
ci avrebbe avuti tutti in suo potere,
avrebbe tolto via le nostre teste
dal luogo dove, in grazia degli di,
si trovano piantate,
per andarle ad infigger bene in vista
sugli spalti della citt di Lud.
BELLARIO - Ohim, siamo perduti!
GUIDERIO - Perch, padre? Che abbiamo noi da perdere
all'infuori di questa nostra vita,
di cui costui giurava di privarci?
La legge a noi non concede tutela;
e dunque a che mostrarci tanto teneri
con un pezzo di carne s arrogante
da minacciare, urlando e strepitando,
di far su noi da giudice e da boia,
perch siamo individui fuori-legge?
Trovaste qualche suo compagno, attorno?
BELLARIO - Non un'anima viva; ma son certo
secondo che mi detta la ragione,
ch'egli dovesse aver con lui qualcuno.
Per quanto fosse instabile d'umore,
sempre pronto a mutar di male in peggio,
nessun capriccio, nessuna follia
potrebbe averlo tanto incarognito
da trascinarlo solo in questi luoghi;
pu darsi che alla corte qualche volta
s'oda parlar di gente come noi
fuori legge, che vive qui in caverna,
qui si nutre cacciando, e che col tempo
potrebbe diventar pi forte banda;
ed egli, udendo dire queste cose,
pu essersi infuriato,
com' sua abitudine, e ha giurato
di venirci a cercare e catturare.
Che sia venuto solo ad osar tanto,
mi sembra francamente assai improbabile,
n gliel'avrebbero permesso i suoi.
Perci c' ben ragione di temere;
e ho gran paura che questo cadavere
abbia una coda pi pericolosa
di quanto non lo fosse la sua testa.
ARVIRAGO - Succeda quel che piacer agli di.
Comunque, mio fratello ha fatto bene.
BELLARIO - Avevo poca voglia di cacciare
oggi. La malattia di quel ragazzo
m'ha fatto lunga la via pi del solito.
GUIDERIO - Gli ho staccato la testa con un colpo
della sua spada, che spavaldamente
lui sventagliava contro la mia gola.
Ora vado a gettarla nel torrente
che scorre dietro a questa nostra roccia
perch se la trascini fino al mare
a raccontare ai pesci chi Cloteno,
figlio della regina. Questo tutto.
(Esce)
BELLARIO - Verranno a vendicarlo. Ah, Polidoro,
come vorrei che non l'avessi fatto!
Anche se penso che ben ti si addica
il valore mostrato con quest'atto.
ARVIRAGO - Come vorrei averlo fatto io,
e che potesse solo su di me
ricader la possibile vendetta!
Polidoro, io t'amo da fratello,
eppure quanta invidia tu mi fai
per avermi sottratto quest'impresa!
Vengano pure tutte le vendette
che forza umana possa fronteggiare
a snidarci e a domandarci il conto!
BELLARIO - Bene, fatto. Per oggi niente caccia;
non ce n'andremo in cerca di pericolo,
dove non c' profitto.
Torna ora ti prego al nostro speco.
Mettiti con Fedele alla cucina,
io resto qui ad attender Polidoro
e verr subito con lui a pranzo.
ARVIRAGO - malato Fedele, poverino!
Vado da lui senz'altro;
potessi fargli ritornare in volto
il suo bel colorito,
mi sentirei disposto a cavar sangue
a un'intera parrocchia di Cloteni,
e lodandomi di tanta carit!
(Esce)
BELLARIO - O tu deit, tu divina Natura,
come riveli la tua nobilt
in questi due regali giovinetti!
Essi sono di modi delicati
come il soffio di Zeffiro
quando spira di sotto alla violetta
senza smuoverne gli odorosi petali;
eppur se appena il lor sangue reale
s'infiammi, son violenti
al pari di aquilone vorticoso
che afferra per la folta chioma il pino
in cima alla montagna,
e lo fa flettere verso la valle.
invero prodigioso constatare
come un arcano invisibile istinto
li abbia modellati l'uno e l'altro
d'una regalit non imparata,
d'un senso dell'onore non appreso,
d'una lor genuina civilt,(79)
d'una virt che cresce loro in cuore
come un'erba di campo,
ma che d frutti come seminata.
Mi preoccupa sempre, tuttavia,
quel che sembra volerci presagire
il fatto che Cloteno fosse qui
e quel che pu portarci la sua morte.
Rientra GUIDERIO
GUIDERIO - Mio fratello dov'?
Ho fatto andare gi per la corrente
la zucca di Cloteno, in ambasciata
a sua madre: finch essa non torni,
il suo corpo rimane qui in ostaggio.
(Solenne musica di strumento a fiato all'interno)
BELLARIO - Oh, il mio rozzo strumento!(80)
Ascolta, Polidoro, come suona.
Ma qual ragione pu avere Cadvalo
di mettersi a suonarlo proprio adesso?
Sentilo!
GUIDERIO - in casa?
BELLARIO - M'ha lasciato appena.
GUIDERIO - Che pu significare questo suono?
Dalla morte della mia cara madre
non ha fatto sentire la sua voce
quello strumento. Cose cos meste
accompagnano mesti avvenimenti.
Che mai sar successo?
Far mostra d'esser contenti per nulla
e lamentarsi per cose da nulla
, a vicenda, allegrarsi come scimmie,
e far piagnucolio da ragazzini.
impazzito Cadvalo?
Rientra ARVIRAGO, recando tra le braccia il corpo
inerte di IMOGENE
BELLARIO - Ma no, eccolo,
guardalo, viene, e reca fra le braccia
l'orribile ragione
di ci di cui gli facevam rimprovero.
ARVIRAGO - Morto il bell'uccellino!
Piuttosto che soffrire una tal vista,
avrei voluto saltare in un balzo
i miei anni dai sedici ai sessanta,
e mandar camminando sulle grucce
questa mia saltellante giovinezza.
GUIDERIO - O soavissimo, splendido giglio!
In braccio a mio fratello,
non risplendi nemmeno per met
di quando tu fiorivi sul tuo stelo!(81)
BELLARIO - Oh, tristezza, chi pot mai sondare
fino all'imo fangoso il tuo profondo,
per scoprir quale costa, quale riva
possa meglio ospitare in tutta calma
la tua pigra tartana!
Benedetta creatura!
Sa Giove qual perfezione d'uomo
tu saresti potuto diventare!
Ma io so, preziosissimo ragazzo,
che tu sei morto di malinconia.
Cadvalo, dimmi, come l'hai trovato?
ARVIRAGO - Inerte, come lo vedete adesso,
e sorridente, come se sfiorato
l'avesse in sonno l'ala di una mosca
e non l'atroce dardo della morte,
dal momento che ad essa sorrideva.
Era poggiato con la guancia destra
sopra un guanciale.
GUIDERIO - E dov'era?
ARVIRAGO - Per terra,
con le braccia conserte, ecco, cos.
Sulle prime ho creduto che dormisse,
e mi son tolto le scarpe ferrate,
la cui rozzezza troppo fortemente
ripercuoteva il suono dei miei passi.
GUIDERIO - Pare che dorma, infatti. Ma se morto,
egli far della sua fossa un letto,
e verranno le fate alla sua tomba,
e i vermi si terran da te lontani.
ARVIRAGO - Fino a tanto che durino le estati,
ed io rimanga a viver qui, Fedele,
profumer coi i fiori pi leggiadri
il tuo triste sepolcro;
n ti far mancare mai il fiore
che pi assomiglia alla tua bella faccia,
la pallidetta primula,
n l'azzurra campnula,
che ha lo stesso color delle tue vene,
n i rossi petali dell'eglantina,
il cui profumo, senza calunniarla,
non per pi dolce del tuo alito.
Tutto questo ti recher ogni giorno
col suo becco pietoso il pettirosso
(o, tu, becco pietoso,
che farai arrossire di vergogna
quegli eredi di ricchi,
che lasciano sepolti i loro padri
senza una lapide che li ricordi);(82)
s!, e una bella pelliccia di muschio,
quando i fiori non ci saranno pi,
per proteggerti dall'inclemente inverno.
GUIDERIO - Basta, ti prego, non star l a scherzare
con queste paroline da fanciulla
in una circostanza tanto seria.
Pensiamo invece a dargli sepoltura;
e non tardiamo, stando cos in estasi,
e compier quanto ora nostro debito.
ARVIRAGO - Ebbene, di', dove lo seppelliamo?
GUIDERIO - Lo mettiamo vicino a nostra madre,
la buona Eurifile.
ARVIRAGO - E sia cos.
E come gi facemmo a nostra madre,
Polidoro, se pur le nostre voci
abbiano assunto un timbro pi virile,
accompagniamo con il nostro canto
il suo viaggio alla tomba,
con lo stesso motivo musicale
e le stesse parole che per lei,
solo cambiando "Eurifile" in "Fedele".
GUIDERIO - Cadvalo, io, lo sai, non so cantare:
pianger, e ripeter piangendo,
insieme a te che canti, le parole;
le note di dolore, se stonate,
son peggio delle salmodie lagnose
dei preti e dei sacelli usi a mentire.
ARVIRAGO - Diremo allora solo le parole,
senza cantarle.
BELLARIO - Le pene maggiori
curano, come vedo, le minori.
Gi Cloteno da voi dimenticato.
Era il figlio della regina, quello,
ragazzi, e se pur venne da nemico,
ricordatelo, l'ha pagata cara.
Siam tutti, vero, umili o potenti,
destinati a corromperci e a marcire
confusi tutti in una stessa polvere;
ma il rispetto, ch' l'angelo del mondo,
distingue pure fra piccoli e grandi.
Quello era un nemico principesco,
e tu come nemico l'hai ucciso,
ma dobbiam seppellirlo come principe.
GUIDERIO - Allora trasportiamo qui anche lui.
Il corpo di Tersite dopo morto,
vale quello di Aiace.(83)
ARVIRAGO - (A Bellario)
Andate voi a prendere il suo corpo.
Noi due reciteremo il nostro canto.
(Esce Bellario)
Comincia tu, fratello.
GUIDERIO - No, Cadvalo,
prima dobbiamo volgergli ad oriente
il capo: in ci nostro padre ha ragione.(84)
ARVIRAGO - vero.
GUIDERIO - Vieni, dunque, e rivoltiamolo.
ARVIRAGO - Cos... Comincia pure.
CANTO FUNEBRE
GUIDERIO - Pi non devi temere
del gran sole l'ardore,
n del rabbioso inverno l'infuriare;
la tua terrena opera hai compiuto,
a casa sei venuto,
e la giusta mercede hai ricevuto.
Equo destino egual riserva sorte
a giovinetti e fanciulle di corte
e allo spazzacamino.
Volger in polvere ciascun la morte.
ARVIRAGO - Pi non devi temere
dei grandi il malvolere:
tu sei fuori dai colpi dei tiranni;
mangiare e vestir panni
non tua cura pi; quercia o arboscello
fioriscono egualmente su un avello.
Scettro di re, sapienza,
arte medica, scienza,
egual destino tutto ha da seguire
e in polvere finire.
GUIDERIO - Pi non temer di folgore bagliore.
ARVIRAGO - N di tuono l'orribile fragore.
GUIDERIO - Pi non temer calunnia od impostura.
ARVIRAGO - Finite son per te gioia e sventura.
ARVIRAGO - Spettro insepolto mai ti nuocer.
INSIEME - E a te venga ogni amante
sensibile e gentile,
polvere ognun diventi,
polvere grigia e vile.
GUIDERIO - Pi sortilegio non t'incanter.
ARVIRAGO - N maleficio pi ti stregher.
GUIDERIO - N male alcun cattivo ti far.
INSIEME - Dissolviti tranquillo nella pace,
e splenda il tuo ricordo come face.
Rientra BELLARIO recando il corpo di Cloteno
GUIDERIO - Le nostre esequie noi abbiam finito:
su, deponilo in terra.
ARVIRAGO - Ecco qui qualche fiore;
altri ne porteremo a mezzanotte:
l'erbe che di notturna fresca brina
son ricoperte meglio si confanno
ad essere cosparse sulle tombe:
disponeteli sopra i loro volti.(85)
Fiori voi eravate,
e come fiori siete ora appassiti:
e come voi saranno queste erbette
che su di voi ci appresteremo a spargere.
Ritiriamoci adesso,
e in ginocchio preghiamo quella terra
che li ha dati e ripresi; qui finite
son le lor gioie e cos le lor pene.
(Escono Bellario, Guiderio e Arvirago)
IMOGENE - (Svegliandosi, come delirando)
A Milford-Haven, s, signore, s...
Qual la strada?... Grazie, molte grazie...
Oltre il cespuglio, la? Quant' distante?
Piet di Dio!...(86) Sei miglia avete detto?
Tutta la notte ho camminato: in fede,
vorrei sdraiarmi a terra, ora, e dormire.
(Scorge il cadavere di Cloteno accanto a s)
Ehi, piano! Niente compagni di letto!
O tutti i di del cielo! Questi fiori
mi paion come i piaceri del mondo;
quest'uomo insanguinato i suoi dolori...
Ma sto sognando, spero:
ch m' parso di stare ad abitare
in una grotta e di far la cucina
per certa brava gente.
Per m'accorgo che cos non :
era una folgore fatta di nulla,
scagliata contro il nulla,
che il cervello si fabbrica da s
coi suoi stessi vapori: gli occhi nostri
spesso son ciechi come il nostro senno.
Io tremo ancora tutta di paura.
Non c' dunque pi in cielo
una minima stilla di piet
piccola quanto l'occhio d'uno scricciolo?
Se c', temuti di,
vogliate riservarmene una parte!
Il sogno ancora e sempre qui con me:
anche se sono sveglia,
esso fuori di me,
come dentro di me:
io non l'immagino solo, lo sento...
Oh, un uomo senza capo!
E con indosso il vestito di Postumo!...
Ma questa gamba io la riconosco,
nella sua forma... e questa la sua mano;
ed il suo piede, degno di Mercurio;
e la sua coscia, degna del dio Marte;
e la muscolatura, degna d'Ercole...
ma la sua faccia, somigliante a Giove?
Anche in cielo si compiono assassinii?
Come...? Egli dunque morto?
Pisanio, tutte le maledizioni
che Ecuba in delirio scagli ai Greci,
cadano su di te, oltre alla mia!
Tu, con quel rio demonio di Cloteno
hai mozzato la testa al mio signore!
Si chiami d'ora innanzi tradimento
scrivere e leggere. Con la sua lettera
scritta ad arte Pisanio (maledetto!)
ha demolito l'albero maestro
del pi stupendo vascello del mondo!
Oh, Postumo, ahim, dov', dov',
la tua testa?... Dove l'avran gettata?
Oh, me meschina!... Dove?
Poteva ucciderti al cuore, Pisanio,
e lasciarti la testa l dov'era!
Come ha potuto far questo, Pisanio?...
Perch stato lui, s, non Cloteno.
Scelleratezza e sete di denaro
sono gli autori di questo delitto.
Oh, tutto chiaro, ora che ci penso!
La droga ch'ei mi dette,
e che doveva essere, a suo dire,
per me prezioso e salutar rimedio,
era invece un narcotico dei sensi.
Adesso tutto chiaro: questo opera
insieme di Pisanio e di Cloteno.
(Al corpo di Cloteno, che crede essere quello di Postumo)
Oh, ridona, mio sposo, col tuo sangue
il colore alle pallide mie guance,
s che possiamo apparire pi orribili
a tutti quelli che per avventura
si troveranno a passare di qui...
(Cade bocconi sul corpo di Cloteno)
Entrano CAIO LUCIO, un CAPITANO e un INDOVINO
CAPITANO - Son da aggiungere a quelli che t'ho detto
le legioni stanziate nella Gallia:
queste hanno traversato gi lo stretto,
e ti attendono, insieme alla tua flotta,
a Milford-Haven, pronte ad avanzare.
C. LUCIO - Ma da Roma che nuove?
CAPITANO - Il Senato ha promosso nuove leve
in tutt'Italia tra popolo e nobili:
spiriti tutti pieni di coraggio
che promettono un nobile servizio.
Essi vengono a noi
al comando del nobile Iachimo,
il fratello di Siena.
C. LUCIO - E giungeranno?
CAPITANO - Appena il vento sar favorevole.
C. LUCIO - Tanto entusiasmo lascia ben sperare.
Ordina intanto a quelli qui presenti
di adunarsi per esser rassegnati,
e di' ai loro capi di procedervi.
(All'indovino)
Ebbene, mio signore,
quali sono i recenti vostri sogni
su questa nostra guerra?
INDOVINO - Questa notte
gli di m'hanno mostrato una visione
(avevo gi pregato e digiunato
perch potessi meglio interpretarli):
ho visto dunque l'aquila romana
- il grande uccello di Giove - volare
dall'umido spugnoso mezzogiorno
verso quest'angolo dell'occidente,
e poi svanire tra i raggi del sole.
Il che, se i miei peccati
non velano le mie doti profetiche,
sicuro presagio di vittoria
per le forze romane.
C. LUCIO - Sogna spesso cos, e il tuo sognare
possa sempre inverarsi nel reale!
(Vede in terra i corpi di Cloteno e di Imogene)
Alt! Oh, che vedo, un tronco senza capo.
La macerie mi parla di qualcosa
ch' stata un tempo un nobile edificio.
Oh, anche un paggio!... Morto,
o solo addormentato su di lui?
Morto, direi: di solito natura
aborre di divider con un morto
il letto oppure di dormirci sopra...
Vediamo il volto del ragazzo.
CAPITANO - (Avvicinandosi al corpo di Imogene e rivoltandolo)
vivo.
C. LUCIO - Ci sapr dire allora qualche cosa
riguardo a questo corpo.
(A Imogene)
Giovinetto, dicci delle tue fortune,
che sembra quasi vogliano implorare
che si chieda di loro. Chi costui
di cui ti fai sanguinoso cuscino?
E chi stato a deturpar cos
questa nobile forma
che la natura gli aveva assegnato?
Che hai tu a che fare
con questa triste macabra rovina?
Come successo? Chi ? Chi sei tu?
IMOGENE - Io sono nulla; o, se sono qualcosa,
esser nulla per me sarebbe meglio.
Questi era il mio padrone,
un valoroso britanno, ed un giusto,
stato ucciso qui da montanari.
Ahim, simili a lui, padroni al mondo
non se ne trovan pi; potrei vagare
da oriente ad occidente,
andare a offrir gridando i miei servigi,
e trovarne anche molti, ed anche buoni,
e servirli con pari lealt:
ma non potr mai pi trovarne uno
simile a lui!
C. LUCIO - Ahim, bravo ragazzo!
Tu mi commuovi, con i tuoi lamenti,
almeno quanto fa qui il tuo padrone,
con la vista di tutto questo sangue.
Qual il suo nome?
IMOGENE - Riccardo del Campo.
(A parte)
Gli ho dato un nome falso: una bugia;
ma non faccio alcun male nel mentire,
e gli di, se m'ascoltano lass,
spero vorranno darmi il lor perdono.
(Forte)
Dicevate, signore?
C. LUCIO - Il nome tuo?
IMOGENE - Fedele, mio signore.
C. LUCIO - E di tal nome mostri, in verit,
d'esser conferma: esso ben s'attaglia
alla tua fedelt, com'essa al nome.
Non vorresti tentare la tua sorte
con me al mio servizio?
Non ti dir che troverai in me
un tal padrone buono come l'altro,
ma puoi restar sicuro
che non sarai benvoluto di meno.
Lettera del romano imperatore
che mi fosse inviata per un console
non saprebbe raccomandarti meglio
a me di quanto possa far tu stesso.
Vieni con me.
IMOGENE - Vi seguir, signore.
Prima, per, cos piaccia agli di,
voglio porre al riparo dalle mosche
il mio padrone, e scavargli una fossa
per quanto sian capaci di scavare
le mie povere vanghe.(87)
E, come avr cosparso quella fossa
di foglie d'albero e d'erbe di campo,
ed avr recitato per due volte,
come meglio potr, cento preghiere,
e pianto e sospirato,
e mi sar in tal modo licenziato
da lui, mi metter al servizio vostro,
se vi piacer ancora di accettarmi.
C. LUCIO - Certo, mio bravo giovine;
e ti sar pi padre che padrone.
(Ai presenti)
Questo ragazzo, amici,
ci fornisce un ammaestramento
su quali sono i doveri degli uomini:
andiamo tutti in cerca della zolla
pi fiorita di vaghe margherite
e con le nostre lance e con le picche
scaviamogli una fossa: sollevatelo.
Ragazzo, tu ce l'hai raccomandato
ed esso avr da noi la sepoltura
quale possono darla dei soldati.
Sta' di buon animo, asciugati gli occhi:
ci son cadute che son solo il mezzo
di farci rialzare pi felici.
(Escono)
SCENA III - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.
Entrano CIMBELINO, alcuni SIGNORI, PISANIO e persone del seguito.
CIMBELINO - Ritornate da lei,
e datemi notizia del suo stato.
(Esce uno del seguito)
Un febbre dovuta, senza dubbio,
all'assenza del figlio; un vaneggiare
che mette a repentaglio la sua vita.
Cielo, che colpi, e tutti in una volta!
Imogene, il mio maggior conforto,
fuggita; la regina a letto inferma
senza speranza; e tutto nel momento
in cui minaccia una tremenda guerra!
Suo figlio, che in quest'ora
sarebbe stato tanto necessario,
sparito: ci mi fa sentir prostrato
senza alcuna speranza di conforto.
(A Pisanio)
Quanto a te, manigoldo,
che devi ben sapere qualche cosa
sulla partenza di lei, e fai finta
d'esserne ignaro, te la strapper
con atroci torture, se non parli.
PISANIO - Signore, la mia vita vi appartiene,
ed io la tengo alla vostra merc.
Ma della mia padrona non so nulla:
dove si trovi, perch sia partita,
o quando abbia intenzione di tornare.
Supplico vostra altezza
di seguitare a ritenermi ancora
per il suo pi leale servitore.
PRIMO SIGNORE - Mio buon sovrano, costui era qui
il giorno che scomparve vostra figlia.
Oserei garantirvi ch' sincero
ed uomo che adempie lealmente
ai doveri di suddito.
Quanto a Cloteno, non si fa risparmio
di sforzi a ricercarlo; e non ho dubbio
che si riuscir a rintracciarlo.
CIMBELINO - Son tempi turbolenti.
(A Pisanio)
Per ora ti lasciamo in libert,
ma su di te pender sempre il dubbio.
PRIMO SIGNORE - Piaccia a vostra maest,
le legioni romane della Gallia
sono sbarcate sulle nostre coste,
rinforzate da nobili romani
spediti a questa volta dal senato.
CIMBELINO - Ecco, questo il momento
in cui avrei bisogno del consiglio
e di mio figlio e della mia regina.
Questo annuncio mi lascia frastornato.
PRIMO SIGNORE - Sire, le forze che avete gi pronte
son certamente in grado
di fronteggiare le forze nemiche,
che sono quelle che v'ho detto prima.
E s'anche ne venissero di nuove,
sareste sempre in grado di affrontarle.
Vi baster di mettere in azione
quelle che gi si trovano in assetto,
e che sono impazienti d'impegnarsi.
CIMBELINO - Vi ringrazio. Ordunque ritiriamoci,
e vediamo di fronteggiare al meglio
le circostanze, come si presentano.
Di tutto ci che ci venga dall'Italia
di fastidioso, non c' da temere;
ci affliggono, al contrario, le sventure
che c'incombono qui da noi. Andiamo.
(Escono Cimbelino, i signori e il seguito)
PISANIO - Dal mio padrone, da quando gli ho scritto
della morte d'Imogene,
non ho avuto pi niente. molto strano.
E niente pure dalla mia padrona,
la quale pur mi fece la promessa
di farmi avere spesso sue notizie.
N ho saputo pi nulla di Cloteno,
che cosa mai pu essergli successo.
Sicch resto nel dubbio pi completo.
Ci deve metter mano ancora il cielo.
M'accade d'essere tanto pi onesto
quanto pi mi comporto da bugiardo;
e tanto pi infedele,
quanto pi voglio rimaner fedele.(88)
Questa guerra per far scoprire
s'io amo il mio paese,
ed anche il re dovr prenderne atto,
o io cadr soldato.
Gli altri dubbi li sciolga pure il tempo.
La Fortuna sa far entrar in porto
anche le navi senza timoniere.
(Esce)
SCENA IV - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.
Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO
GUIDERIO - Intorno a noi tutto un gran fragore.(89)
BELLARIO - Conviene allontanarci.
ARVIRAGO - Perch, padre?
Qual piacere possiamo noi trovare
nella vita, se la teniamo chiusa,
fuori da ogni azione o avventura?
GUIDERIO - Gi, che speranza possiamo riporre
nel restare nascosti? In questo modo,
se i Romani dovessero scovarci,
o ci sopprimono come Britanni,
o ci accolgono come disertori
per il tempo che a loro far comodo,
e poi ci uccideranno.
BELLARIO - Figli miei,
ce n'andremo lass, sulle montagne.
L staremo al sicuro.
Per noi, unirci al partito del re
non il caso; non siamo conosciuti,
n arruolati in nessuna delle bande,
e la morte del principe Cloteno
ci pu costringere a rendere conto
dei luoghi ove finora abbiam vissuto;
e ci verrebbe senza dubbio estorto
quello che abbiamo fatto fino ad oggi,
col risultato d'esser messi a morte
tra le pi indicibili torture.
GUIDERIO - Questi son dubbi, padre,
che, specie nel momento in cui viviamo,
non ti stan bene, e non soddisfan noi.
ARVIRAGO - Quando udranno i nitriti dei cavalli
e vedranno vicini nella notte
i fuochi dei bivacchi dei Romani,
saran talmente presi, occhi ed orecchie,
da non pensar davvero a perder tempo
per sapere da dove noi veniamo.
BELLARIO - Ma io son conosciuto nell'esercito
da molti, ed anche voi avete visto
che Cloteno, per quanto giovanissimo
all'epoca in cui l'ho conosciuto,
tutti questi anni non sono bastati
a cancellarlo dalla mia memoria.
Senza aggiungere, poi, che questo re
non si merita n i servigi miei,
n il vostro benvolere,
perch dovuto a questo mio esilio
che vi trovate privi d'istruzione
e condannati a quest'aspra esistenza,
senza speranza di poter toccare
gli agi promessi dalla vostra culla,
esposti tutto il tempo ad abbronzarvi
al dardeggiante sole dell'estate
o a tremar sotto il gelo dell'inverno.
GUIDERIO - Meglio cessar di vivere
che seguitare a vivere cos.
Ti prego, padre, entriamo nell'esercito.
Noi, mio fratello ed io,
non siamo conosciuti da nessuno;
voi stesso siete talmente lontano
dai lor pensieri, e talmente cambiato,
da non far nascere alcun sospetto.
ARVIRAGO - Io, per me, giuro sopra questo sole
che ci risplende sul capo, ci vado:
che creatura son io,
che non ho visto mai morire un uomo,
che non ho visto sangue
altro che quello di lepri spaurite
o di capre in calore e selvaggina?
Non ho montato mai altro cavallo
salvo uno che s'ebbe sulla groppa
a cavaliere uno come me,
che non ho mai portato n speroni
n ferro ai miei talloni. Mi vergogno
di levar gli occhi verso il sacro sole
e goder dei suoi raggi benedetti,
restando sempre un uomo sconosciuto.
GUIDERIO - Per il cielo, ci vado anch'io con lui;
e se voi, padre, mi benedirete,
e mi concederete il vostro assenso,
avr di me la migliore attenzione:
se no, ricadan solo su di me,
per mano dei Romani,
tutti i rischi della disobbedienza
ARVIRAGO - E cos dico io, e cos sia.
BELLARIO - Dal momento che delle vostre vite
fate s poco conto, della mia,
ch' una vecchia carcassa,
io non ho pi ragione d'aver cura.
Abbiatemi con voi, ragazzi miei!
Se sar vostra sorte
morire in guerra pel vostro paese,
ragazzi miei, l anche il mio letto,
e l mi giacer. Avanti, avanti!
(A parte)
Per loro il tempo corre troppo lento;
il loro sangue si sente umiliato
finch non sgorghi fuori
a mostrare la sua regale origine.
(Escono)
ATTO QUINTO
SCENA I - In Britannia, il campo romano.
Entra POSTUMO
POSTUMO - S, panno insanguinato,
io ti terr con me, perch son io
che ho voluto che tu ti colorassi
d'un tal colore.(90) O uomini ammogliati,
se ciascuno seguisse questa via,
quanti di voi non dovrebbero uccidere
spose di loro stessi assai migliori,
solo perch sian potute cadere
in qualche pur leggera devianza!
Oh, Pisanio, Pisanio,
non detto che sia d'ogni buon servo
dover seguire puntigliosamente
tutto ci che gli viene comandato.
Solo agli ordini giusti egli tenuto.
O di, se voi vi foste vendicati
prima d'ora di tutti i miei peccati,
io non sarei vissuto
fino a pensar di compiere quest'ultimo!
Imogene sarebbe ancora salva,
per potersi pentire, e sarei io
ad essere colpito, sciagurato,
che son di lei assai pi meritevole
della vostra vendetta!
Ma voi strappate, ahim, da questo mondo,
alcuni per minuscoli peccati;
e lo fate, si dice, per amore,
s ch'essi pi non possano cadere:
ad altri consentite, per converso,
d'accumular misfatti su misfatti
uno pi infame e orribile dell'altro,
s da far ch'essi stessi ne aborriscano,
per loro giovamento.
Ma Imogene con voi, cosa vostra,
e sia fatta la vostra volont:
a me largite soltanto la grazia
di potervi obbedire. Eccomi qui,
in mezzo all'italiana nobilt,
in armi contro il regno di mia moglie.
abbastanza, Britannia,
ch'io t'abbia ucciso la tua principessa.
Basta, non voglio farti altre ferite.
Perci, benigni di,
date paziente orecchio al mio proposito:
io mi trarr di dosso
queste vesti italiane, per vestirmi
da contadino della mia Britannia:
cos vestito io combatter
contro la stessa parte
con cui sono venuto qui in Britannia;
e morir, Imogene, per te,
per cui questa mia vita
ormai morte, ad ogni mio respiro.
E sconosciuto, e da nessuno pianto
e da nessuno odiato, nel tuo nome
sfider il pericolo: che gli uomini
vedano in me pi valore guerriero
che non ne lasci loro immaginare
la modestia del mio abbigliamento.
Infondetemi voi, o sacri di,
la forza dei Leonati.(91)
Per la vergogna del vanesio mondo,
io voglio inaugurare un'altra moda:
meno fuori, pi dentro.(92)
SCENA II - In Britannia: luogo aperto tra il campo romano e il campo britanno.
Entrano CAIO LUCIO e IACHIMO con l'esercito romano da una parte; dall'altra l'esercito britanno; poi POSTUMO travestito da povero soldato. Tutti attraversano la scena in marcia, ed escono. Poi rientrano combattendo. Iachimo e Postumo rientrano anch'essi combattendo. Postumo ha la meglio; disarma Iachimo e lo lascia sul terreno
IACHIMO - (Rialzandosi)
Il peso della colpa
toglie al mio petto ogni viril coraggio.
Ho calunniato una nobile dama,
la principessa di questo paese,
e l'aria stessa che mi spira intorno,
per vendetta, mi fa fiacco e impotente;
altrimenti questo vil zoticone,
questo vero rifiuto di natura,
non avrebbe potuto soverchiarmi
in questo ch' lo stesso mio mestiere.
Cavalierati e titoli d'onore,
portati com'io porto quelli miei,
sono soltanto titoli di scherno.
Britannia, se la classe dei tuoi nobili
supera questo semplice bifolco
tanto quant'egli supera la nostra,
la differenza fra i nostri due popoli
che noi siamo uomini, e voi di.
(Esce)
La battaglia continua. I Romani vincono, i Britanni fuggono.
Cimbelino catturato. Entrano, per liberarlo combattendo,
BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO.
BELLARIO - Qua, fermiamoci qua,
dove il vantaggio del terreno nostro
La gola presidiata.
Nulla potr pi ricacciarci indietro
se non le nostre vigliacche paure.
GUIDERIO e ARVIRAGO - S, fermiamoci qua, e combattiamo.
Rientra POSTUMO combattendo a fianco di soldati britanni. Liberano Cimbelino ed escono. Rientra CAIO LUCIO con IACHIMO, con loro IMOGENE sempre travestita da uomo
C. LUCIO - (A Imogene)
Ragazzo, via! Lontano dalla mischia!
Mettiti in salvo, qui va tutto a rotoli.
Qui s'uccidon tra loro anche gli amici.
C' una tale dannata confusione
da sembrar che la guerra sia bendata.
IACHIMO - Hanno mandato in campo le riserve.
C. LUCIO - Le fortune si sono capovolte:
o sferriamo un attacco in forze, subito,
o convien ritirarci.
(Escono)
SCENA III - Un'altra parte del campo
Entrano POSTUMO e un NOBILE britanno
NOBILE - Vieni da dove han fatto resistenza?
POSTUMO - S, voi venite, invece,
da dove sono in fuga, a quanto pare.
NOBILE - Infatti.
POSTUMO - Non vi posso biasimare,
signore, perch tutto era perduto,
se per noi non avesse combattuto
il cielo: l'ali del re sgominate,
rotto il fronte davanti,
non si vedevan che terga britanne
tutte in fuga per una stretta gola;
e il nemico, del tutto rincuorato,
lingua in fuori per la tremenda strage,
avendo avanti a s maggior lavoro
che mezzi sufficienti per sbrigarlo,
che colpiva, taluni mortalmente,
altri appena toccava,
altri cadevan solo per paura,
talch l'angusto spazio di quel varco
era gi tutto ingombro di cadaveri
tutti feriti a tergo, e di vigliacchi
ancora vivi solo per morire
d'una pi prolungata umiliazione.
NOBILE - E dov' questa gola?
POSTUMO - Non lontano dal campo di battaglia,
infossata tra due pareti erbose...
il che ha offerto ad un vecchio soldato
- un uomo in gamba, posso garantirvelo! -
il vantaggio da meritarsi tanto
da esser mantenuto dallo Stato
per tanto tempo quanti sono gli anni
che sono occorsi a imbiancargli la barba,
per quanto ha fatto per il suo paese.
Egli, all'imbocco di quella strettoia,
con due adolescenti - due ragazzi
in et pi da fare a rimpiattino
che non a compiere un tal massacro,(93)
e dai volti pi adatti a quelle maschere
di cui si fanno schermo certe dame
per protegger la pelle o per pudore -
s'impadroniscono di quel passaggio
urlando a tutti quelli che fuggivano:
"In Britannia i cervi, ma non gli uomini
vanno a morir fuggendo.
L'anime di coloro che indietreggiano
volano tutte al buio dell'inferno!
Indietro, indietro! O che saremo noi,
i Romani che vi daremo morte,
quella morte alla quale, come bestie,
cercate bestialmente di sfuggire!"
Ebbene, questi tre, che per coraggio
ne valevan tremila,
e per la foga con cui si battevano
- perch tre che combattono davvero
s'equivalgono ad un'intera schiera
se gli altri che son l non fanno niente -,
da soli, urlando sempre: "Arresta! Arresta!"
favoriti com'erano dal luogo,
e pi ancora dal fascino emanante
dal lor nobile esempio di ardimento,
che avrebbe trasformato in una lancia
perfino la conocchia della nonna,
han riportato subito il colore
sopra tutti quei visi spalliditi,
con la vergogna ridestando in loro
l'onore s che alcuni,
invigliacchiti dall'esempio altrui
- oh, gran peccato in chi lo d per primo
in guerra, questo, assai da condannare! -
tornavan piano piano quei di prima,
e cominciarono a mostrare i denti
come leoni dinanzi alle picche
dei loro cacciatori. E fu a quel punto
che nelle file degli assalitori
ci fu un arresto, e quindi un cedimento
trasformatosi presto in una rotta,
e insomma in una grande confusione;
e i Romani si dettero alla fuga
subito, come polli spaventati,
ripercorrendo quella stessa via
a ritroso, che gi li aveva visti
come aquile piombare su di noi,
e a rifar come schiavi quelle peste
prima battute da conquistatori.
Mentre i nostri, non pi vigliacchi ormai,
ma simili ad avanzi di gallette
dopo una burrascosa traversata,
che divengon vitali come il cibo
nei momenti di grande carestia,
trovano aperto il varco
e piombano su uomini indifesi,
e l, o cieli, che carneficina!
Menan colpi alla cieca
sui morti, sui morenti,
e perfino su lor commilitoni
travolti nell'ondata dei fuggiaschi;
e ciascuno dei dieci che poc'anzi
un sol Romano aveva sgominati,
ne fa strage di venti.
E quelli che eran pronti poco prima
a morire piuttosto che resistere,
sono diventati gli orchi delle favole
e spargono il terrore in tutto il campo.
NOBILE - Un caso veramente molto strano:
una gola, un vegliardo e due ragazzi.
POSTUMO - Ah, per me non c' niente da stupirsi;
ma voi sembrate uno fatto apposta
pi per stupire voi di ci che udite
che per far cosa da stupire gli altri.
Se ci vogliamo scriver su una rima,
tanto per celia, eccovene una:
"Due fanciulli, un vegliardo ed una stretta:
"salvezza pei Britanni,
"pei Romani disdetta".
NOBILE - Beh, amico, adesso non montare in collera.
POSTUMO - E perch lo dovrei? A quale scopo?
Chi non osa affrontare il suo nemico
in me trover sempre un buon amico
"perch se fa quello che a fare nato
"me come amico presto avr scansato."
Diamine, voi mi fate anche rimare!
NOBILE - Sei troppo incollerito. Ti saluto.
(Esce)
POSTUMO - E scappa, scappa ancora!
E tu saresti un nobile britanno?
O nobile miseria!
Venir dal campo dove si combatte
e domandar: "Quali notizie?" A me!
Ah, quanti di codesti gentiluomini
si sarebbero dato via l'onore,
oggi, per aver salva la pellaccia!(94)
Per questo hanno levato i lor calcagni,
eppure anch'essi hanno trovato morte.
Mentr'io non son riuscito,
nella stregoneria dei miei malanni,
a trovarla la morte, manco l
dove son corso sentendone i gemiti,
n l dove colpiva.
Da quell'orribile mostro che ,
strano ch'essa vada ad acquattarsi
nei freschi calici, nei letti morbidi,
nelle dolci parole, e pi ministri
ell'abbia in quegli ambienti che tra noi
che pur snudiamo in guerra i suoi coltelli.
Ah, ma la trover, la trover!
Poich se favorisce ora i Britanni,
io britanno non voglio pi restare,
voglio tornare a seguir l'altra parte
al cui seguito sono qui venuto.
N voglio pi combattere,
ma consegnarmi al primo zoticone
che mi metta la mano sulla spalla.
I Romani hanno fatto grande strage
in Britannia, sar altrettanto grande
perci la rappresaglia che i Britanni
faranno su di loro.
Per me, sar la morte il mio riscatto:
o con gli uni o con gli altri,
render alla vita il mio respiro,
che pi non voglio conservare qui,
n riportare indietro. Vo' finirla,
in un modo o nell'altro. Per Imogene.
Entrano due UFFICIALI BRITANNI con alcuni soldati
PRIMO UFF. - Lode a te, Grande Giove! Lucio preso.
Quel vecchio e i suoi due figli
tutti pensano fossero degli angeli.(95)
SECONDO UFF. - Ce n'era un quarto, in abiti dimessi,
a far fronte al nemico insieme a loro.
PRIMO UFF. - Cos ho sentito dire: ma finora
non s' trovato nessuno di loro.
(Vedendo Postumo).
Fermo! Chi l?
POSTUMO - Un Romano,
che ora non starebbe senza fiato,
se quelli che dovevano aiutarlo
l'avessero aiutato.
SECONDO UFF. - (Ai soldati)
Catturatelo!
Un cane! Non dovr tornare a Roma
da qui una sola gamba di Romano
a dire quali corvi li han beccati
quass in Britannia. Costui mena vanto
di s e del suo servizio
come se fosse persona di riguardo:
portatelo dal re.
Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, con alcuni ufficiali dell'esercito britanno che conducono alcuni prigionieri romani. Tra questi Postumo, che gli ufficiali mostrano a Cimbelino; questi lo affida ad un carceriere. Escono tutti.
SCENA IV - In Britannia, una prigione.
Entra POSTUMO in ceppi con due CARCERIERI
PRIMO CARCERIERE - Ora nessuno ti pu pi rubare;
sei ben serrato in ceppi.
Bruca, perci, se trovi la pastura.
SECONDO CARC. - E lo stomaco, se te lo ritrovi.
(Escono i carcerieri)
POSTUMO - O prigionia, sii molto benvenuta!
Tu sei forse per me la giusta via
alla liberazione; grazie a te,
sto meglio io di un malato di gotta
che preferisce languir nel dolore
piuttosto che cercar la guarigione
ricorrendo a quel medico infallibile,
la Morte; che sarebbe ora per me
l'unica chiave che potrebbe sciogliermi
da questi ceppi entro i quali anche tu,
o mia coscienza sei impastoiata
pi dei miei piedi e delle mie caviglie.
Ah, porgetemi voi, benigni di,
con la mia contrizione, lo strumento
per disserrarmi da questa pastoie
e per rendermi libero in eterno!
Ma vi potr bastare
ch'io vi dichiari d'essere pentito?
Questo il modo con cui i fanciullini
placano il lor terreno genitore;
innanzi a voi, pi ricchi di piet,
se mi debbo pentir dei miei peccati,
non posso farlo in miglior condizione
che stretto dentro questi manichini,
da me desiderati pi che imposti.
E se a soddisfazione del mio debito,
per ottener la mia liberazione,
debbo espiare, minor penitenza
da voi non mi sia imposta
del sacrificio di questa mia vita.
So che siete migliori creditori
di quelli che dai loro debitori
che han fatto bancarotta, come me,
prendono solo un terzo, un sesto o un decimo
e poi li lascian prosperare ancora
col resto che non han da loro avuto.
Io non vi chiedo questo:
per la vita della mia cara Imogene,
io vi chiedo di prendervi la mia.
Non vale molto, ma sempre una vita,
da voi stessi coniata. Le monete
non si pesano mai ad una ad una
nemmen dagli uomini, nei lor baratti
se qualcuna ce n' di minor peso
la si accetta pel suo marchio di zecca.
Cos vi chiedo di fare con me,
che pur porto stampato il vostro marchio.
Se dunque ritenete, alte potenze,
buono ed onesto questo pagamento,
prendete la mia vita,
ed annullate questi freddi vincoli.
Imogene, ti parler in silenzio.
(S'addormenta)
VISIONE
Musica solenne. Entra, come in una apparizione, il vecchio SICILIO LEONATO, padre di Postumo, in veste di guerriero, e conduce per mano un'anziana signora, sua moglie e madre di Postumo. Quindi, dopo che sar intonata all'interno altra musica, entrano due giovani Leonati, fratelli di Postumo; portano visibili le ferite per le quali sono morti in guerra. Tutti si dispongono intorno a Postumo che dorme.
SICILIO - "O tonante signore,
"pi non versar sul capo dei mortali
"il tuo sdegnoso umore;
"Marte vendicatore
"e Giunone gli amori tuoi fatali
"ti rinfacciano pieni di furore.
"Che ha fatto questo povero mio figlio
"se non che bene oprare,
"perch'io su lui posare
"mai potessi il mio paterno ciglio?
"Egli, quand'io moriva,
"nel grembo di sua madre ancor covava:
"s' vero che degli orfani sei padre,
"perch l'abbandonasti,
"e dagli affanni asilo non gli offristi?
MADRE - "Pronuba a me Lucina non stata;(96)
"tra le mie doglie a s m'ha richiamata;
"e Postumo dal fianco mio strappato,
"piangendo, tra nemici fu cresciuto.
SICILIO - "L'avita immagine su quel neonato
"natura avea stampato,
"s ch'egli s'acquist d'eletta fede
"la fama, e di Sicilio degno erede...
PRIMO FRATELLO - "E quando matur in viril prestanza,
"chi altri mai in Britannia competere
"con lui poteva, ed agli occhi d'Imogene
"meglio di lui risplendere?
MADRE - "Ah, perch volle far l'iniqua sorte
"scherno s miserando,
"di lui e della cara sua consorte
"col matrimonio e con l'iniquo bando:
"dal seggio dei Leonato allontanato,
"e dalla cara Imogene strappato!
SICILIO - "Perch hai tu voluto
"che Iachimo, d'Italia vil rifiuto,
"gli avvelenasse il cuore
"d'un insensato di gelosia fuoco,
"s da farne di tutti scherno e gioco?
SECONDO FRAT. - "Per questo noi, col padre e con la madre,
"da pi placide sfere siam venuti,
"noi che da eroi caduti siamo in guerra
"per il sacro diritto di Tenanzio
"e della nostra terra".
PRIMO FRAT. - "N di noi minor prova di valore
"ha fatto Postumo pel suo signore
"Cimbelino. E tu invece di pagargli
"la dovuta mercede, di travagli
"e di pene gli hai riempito il cuore.
SICILIO - "La tua alta finestra di diamante
"schiudi, e volgi clemente
"il tuo sguardo quaggi,
"su questa antica eroica semente
"non infierire pi.
MADRE - "Perch virtuoso, Giove, nostro figlio;
"da lui distogli il tuo cupo cipiglio.
SICILIO - "Dall'alta tua marmorea magione
"volgi lo sguardo, Giove, e porgi aiuto,
"a noi, poveri spiriti, o rifiuto
"di te faremo, e d'altri invocheremo
"numi il favore.
I DUE FRATELLI - S, e con ragione,
"appello ad altri numi noi faremo
"e dalla tua giustizia fuggiremo".
Lampi e tuoni. Assiso sopra un'aquila, discende dal cielo GIOVE, scaglia un fulmine. Alla sua vista le Apparizioni cadono tutte in ginocchio.
GIOVE - "Spiriti queruli di bassi stagni,
"basta d'offendere coi vostri lagni
"le orecchie a Giove. Basta, tacete!
"Come accusare osate voi il Tonante,
"vane larve? La sua saetta ardente
"ch'ogni ribelle folgora temete.
"Ombre meschine dell'Eliso, andate
"a riposare sopra i vostri liti
"di sempreverdi primule fioriti.
"Sapete che non spetta a voi la cura
"d'umana creatura. A prova dura
"pi ch'ogni altro mortale io sottometto
"colui che pi degli altri m' diletto,
"ed il mio dono pi tardi gli viene
"pi caro egli lo tiene.
"Il vostro oppresso figlio innalzer
"la mia onnipotente deit.
"Stan per giungere a lui ore serene,
"ora che son finite le sue pene.
"L'astro di Giove nel cielo regnava
"il d ch'egli nasceva,
"e di Giove nel tempio ha celebrato
"il voto che ad Imogene l'ha dato.
"Alzatevi e sparite. Il d verr
"che ad Imogene sposo ei torner,
"e tanto pi felice quanto dure
"furon le sue sventure.
"Sul suo petto posate questo foglio,
"sopra il quale in dettaglio
"di sue fortune gli dato ragguaglio.
"E dunque, andate, ombre, andate via!
"Pi non risuoni la vostra impazienza,
"perch potrebbe risvegliar la mia!
"Aquila, non pi stallo:
"alla nostra magione di cristallo!
(Si solleva a cavallo dell'aquila e svanisce)
SICILIO - "Tra tuoni era venuto,
"tra vapori di zolfo ripartito.
"La sacra aquila stese
"l'unghie per afferrarci, ma egli ascese
"nell'aura fra sorrisi
"pi soavi dei nostri Campi Elisi.
"Ora il regale augello
"l'ala immortal ripiega,
"e il suo rostro ha richiuso
"come quando il suo dio
"l'opra sua ha concluso".
TUTTI - "Grazie a te, sommo Giove!
SICILIO - "Ecco, si chiude il marmoreo soffitto,
"Giove tornato al suo radioso tetto.
"Via, obbediamo all'alto suo precetto.
(Le apparizioni svaniscono)
POSTUMO - (Svegliandosi)
Sonno, stavolta mi sei stato nonno:
m'hai generato un padre,
e m'hai dato una madre e due fratelli.
Ma - derisione! - son tutti scomparsi.
Appena nati, se ne sono andati,
ed io sono qui sveglio.
Sognan cos come ho sognato io
i poveri infelici
che pendon dal favore dei potenti:
si svegliano, e non trovano pi nulla.
Ma, oh, che dico, sono fuori strada:
ci sono molti che nemmeno sognano
di trovar quei favori, n li meritano,
eppure ne son colmi. E cos io:
ho avuto in sogno quest'aurea fortuna,
e perch non lo so: che in questi luoghi
aleggi qualche spirito benigno?
(Vede per terra un libro e lo raccoglie)
Un libro?... E che prezioso volumetto!
Salvo che tu non sia - com' consueto
in questo mondo frivolo e vanesio -
pi nobile di fuori che di dentro...(97)
Fammi sperare che il tuo contenuto
sia tale da non farti assomigliare
al costume dei nostri cortigiani,
e sia buono cos come promette.
(Apre il libro e legge)
"Quando un leone giovan-crinito
"che nulla di se stesso ancora sa,
" senza cercarlo, ritrovato avr,
"un soffio d'aura che lo avr baciato;
"e quando d'un maestoso cedro i rami
"da molti anni tagliati e resi grami
"ritorneranno a vivere
"riuniti al vecchio tronco e germogliare,
"allora avranno fine
"di Postumo le pene
"e la Britannia in pace gioir
"e prospera e feconda fiorir".
O sto ancora sognando,
o queste son parole da insensati,
lingua e niente cervello: o l'una e l'altro,
o niente; un declamare senza senso,
o qualcosa il cui senso s riposto,
da non potersi affatto districare.
Sia quale sia, s'attaglia per bene
alla mia vita ed alle mie azioni;
non fosse che per questa concordanza,
me lo voglio tenere.
Rientrano i CARCERIERI
PRIMO CARC. - Signore, beh, siete pronto a morire?
POSTUMO - Altroch, ben avanti di cottura:
pronto ad andare in tavola, da un pezzo!
PRIMO CARC. - Impiccagione la parola, amico:
se siete pronto a tanto,
vuol dir che siete cotto al punto giusto.
POSTUMO - Cos potr riuscire saporito
forse al palato degli spettatori;
e il piatto sar valso la sua spesa.
PRIMO CARC. - Una spesa per voi piuttosto cara,
signore. Ma ne avrete poi il conforto
di non aver da far pi pagamenti,
n da temere conti di taverna;
che sono spesso causa di sconforto
all'uscita, per quanto godimento
ci procur l'entrata; voi ci entrate,
infatti, pressoch senza pi forze
per mancanza di cibo, e quando uscite
barcollate per troppe libagioni,
scontenti per aver pagato troppo
e d'esser stati troppo ripagati:
borsa e cervello vuoti,
ma il cervello di tanto pi pesante
per esser stato tanto pi leggero,
e la borsa di tanto pi leggera
per esser stata tanto alleggerita.
Ah, s, ora sarete liberato
per sempre da una tal contraddizione.
O carit di due soldi di corda!
In un sol colpo somma le migliaia
e non avrete pi n creditori
n debitori, all'infuori di lei.
Vi scarica di tutto: del passato,
del presente e di quello che c' dopo.
Con essa il vostro collo
diviene penna, registro e gettoni;
e vi rilascia la quietanza a saldo.
POSTUMO - Son pi contento di morire io,
che tu di vivere.
PRIMO CARC.- Infatti, amico,
dormendo non si sente il mal di denti;
ma credo che a dormir del vostro sonno
col carnefice accanto
per aiutarvi ad infilarvi a letto,
si scambierebbe volentieri il posto
con colui che l'aiuta a coricarsi.
Perch, vedete, amico:
nell'al di l non si conosce mai
per quale strada uno deve andare.
POSTUMO - Io la mia strada la conosco, amico.
PRIMO CARC. - Vuol dire allora che la vostra morte
ha tanto d'occhi infissi nella testa:
ma io la morte cos figurata
non l'ho mai vista; oppure a dir cos
vi fate pilotare da qualcuno
che pretende saperne, o siete voi
che pretendete di sapere cosa
che, son sicuro, non sapete affatto;
o pensate magari sia possibile
fare soltanto un salto all'al di l
a tutto ed esclusivo vostro rischio;
ma, per quanto vogliate poi sforzarvi
d'affrettare la fine di quel viaggio,
son sicuro che su non tornerete
a raccontarlo.
POSTUMO - Eppure io ti dico
che per la strada che m'accingo a prendere
nessuno privo d'occhi per vedere
dov'essa porta, tranne chi degli occhi
non vuol servirsi e vuol tenerli chiusi.
PRIMO CARC. - Che grossa beffa non sarebbe allora
che un uomo debba fare dei suoi occhi
l'uso migliore per poter vedere
dove lo porta la via della tenebra!
Io son sicuro che l'impiccagione
la via giusta per far chiuder gli occhi.
Entra un MESSO
MESSO - Togliete le manette al prigioniero
e conducetelo davanti al re.
POSTUMO - Buona notizia porti: son chiamato
per essere rimesso in libert.
PRIMO CARC. - Allora sta' a vedere
che ad essere impiccato sar io.
POSTUMO - Saresti, in questo caso,
pi libero, di quel che sei adesso:
non ci son catenacci per i morti.
(Esce Postumo, scortato, con il messo)
SECONDO CARC. - A meno che costui avesse voglia
di sposare una forca
e generare giovani forcucce,
non ho mai visto nessun uomo al mondo
tanto entusiasta d'essere impiccato!
E dire, a voler essere sinceri,
che ci sono furfanti pi di lui
(per quanto qui si tratti di un Romano)
che di forca non vogliono saperne;
e ci son altri della stessa risma
che vanno a morte assai di controvoglia.
Come del resto sarebbe di me,
se fossi uno di loro. Vorrei tanto
che tutti avessimo la stessa idea,
e che tutte le idee fossero giuste.
Oh, sarebbe un'autentica rovina
per carcerieri, forche e forcaioli!
So di parlare contro il mio interesse,
ma questo desiderio, se avverato,
potrebbe farmi fare certamente
miglior carriera che la mia attuale.
(Esce)
SCENA V - La tenda di Cimbelino nel campo britanno
Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, signori e persone del seguito.
CIMBELINO - Statemi tutti al fianco,
voi, che il cielo ha voluto protettori
del mio trono. Ho il cuore nell'ambascia:
quel soldato che tanto strenuamente
ha combattuto, al punto da offuscare
coi miseri suoi cenci,
le rifulgenti dorate armature,
e che col petto nudo nell'assalto
precedeva gli scudi impenetrabili,
nessuno lo riesce pi a trovare.
Chi sapr rintracciarlo
potr ben dire d'esser fortunato
se tale lo pu far la nostra grazia.
BELLARIO - Non ho mai visto tanta nobil furia
albergare in cos povera cosa,
mai s preziose gesta
in uno la cui povera sembianza
non prometteva che mendicit.
CIMBELINO - Non se ne sa pi nulla?
PISANIO - No, signore.
L'abbiam cercato in mezzo ai vivi e ai morti,
ma purtroppo di lui nessuna traccia.
CIMBELINO - Sar io dunque, a mia grande amarezza,
l'erede del compenso a lui spettante,
(A Bellario, Guiderio e Arvirago)
e questo aggiunger a quello vostro,
di voi, che siete cuore, mente e fegato
della Britannia che, ve ne do atto,
se vive ancora, per merito vostro.
Ora tempo per ch'io vi domandi
donde venite. Parlate, vi prego.
BELLARIO - Mio signore, noi siamo nati in Cambria,
e discendiamo da nobile stirpe.
Questo tutto. Vantarci d'esser altro
non sarebbe n vero n modesto.
Posso soltanto aggiungere
che siamo gente onesta.
CIMBELINO - Inginocchiatevi,
e rialzatevi miei cavalieri
nominati sul campo di battaglia,
compagni alla regal nostra persona.
Vi saran conferiti tutti titoli
che ineriscono a tale dignit.
Entra CORNELIO con alcune DAME
(A Cornelio)
Vedo sui vostri volti turbamento.
Perch s contristati
a salutare la nostra vittoria?
CORNELIO - Salute a voi, gran re!
Debbo rendervi amara, mio malgrado,
quest'ora di tripudio con l'annuncio
che la vostra regina deceduta.
CIMBELINO - A chi peggio che a un medico
si converrebbe un tal ferale annuncio?
Ma l'arte medica, mi rendo conto,
pu, s, allungar la vita, ma la morte
carpir fatalmente anche il dottore.
E com' morta?
CORNELIO - D'una morte orribile,
invasata da una pazzia furiosa,
come, del resto, stata la sua vita
che, crudele con gli altri,
crudelissima stata con se stessa.
Vi riferisco, sire, se vi piaccia,
ci che in punto di morte ha confessato.
Se dovessi sbagliarmi nel racconto,
queste due dame ch'erano presenti,
in lacrime al trapasso, mi correggano.
CIMBELINO - Parlate, prego. Che v'ha confessato?
CORNELIO - Primo, di non avervi mai amato.
Tutto quello che am ella di voi
fu la grandezza che ne le veniva.
Non voi aveva sposato, mi disse,
ma la regale vostra maest;
d'essere stata la sposa del trono,
ma di aborrire la vostra persona.
CIMBELINO - Son cose queste note, francamente,
a nessun altro all'infuori di lei:
perch se non le avesse confessate
sul punto di morire,
io non avrei creduto alle sue labbra
se l'avessero dette. Proseguite.
CORNELIO - Della vostra figliola,
che mostrava d'amar con tanto affetto,
mi disse ch'era solo un scorpione
agli occhi suoi, e che se la sua fuga
non fosse intervenuta ad impedirglielo,
l'avrebbe certamente avvelenata.
CIMBELINO - Oh, qual raffinatissimo demonio!
Chi sa legger nel cuore d'una donna?
C' dell'altro?
CORNELIO - S, sire, ed anche peggio.
M'ha confessato ancora
di serbare per voi una sostanza
di mortifero effetto, che, ingerita,
vi avrebbe divorato lentamente,
minuto per minuto, e consumato
oncia per oncia; mentre nell'attesa,
ella si figurava intrattenervi
con tenere vigilie, e pianti, e baci,
e con il simularvi assidue cure
tenervi in suo possesso
e dominarvi con quella commedia;
e quando poi vi avesse ben disposto
con questi suoi ingannevoli armeggii,
avrebbe fatto insinuar suo figlio
nel diritto di successione al trono.
Ma, fallite che furon le sue mire
per l'assenza del figlio (invero strana),
mi spiattell, senza ritegno alcuno,
a dispetto degli uomini e del cielo,
i suoi loschi disegni e il suo rammarico
di non aver potuto porre in opera
i malefizi che aveva covato.
E cos se n' morta, disperata.
CIMBELINO - E voi, due dame, udiste anche voi questo?
DAME - S, non dispiaccia alla vostra maest.
CIMBELINO - Colpa non posso fare agli occhi miei...
Era pur bella! ... N alle mie orecchie
nel compiacersi delle sue lusinghe;
e nemmeno al mio cuore,
che l'aveva stimata anche nell'animo
almeno pari all'apparenza esterna.
Sarebbe stato ingiusto da mia parte
diffidare di lei: ma ora tu,
figliola mia, puoi dire con ragione
che quella stata in me una follia,
e puoi provarlo con quel ch'hai sofferto!
Voglia porre rimedio a tutto il cielo!
Entrano CAIO LUCIO, IACHIMO, l'INDOVINO e altri prigionieri, sotto scorta; dietro di loro POSTUMO e IMOGENE, sempre travestita da uomo.
Caio, tu vieni ora innanzi a me
non pi per reclamare il tuo tributo;
questo i Britanni l'hanno cancellato
sia pure con la dolorosa perdita
di tanti valorosi, i cui parenti
m'han supplicato che le loro anime
possan venir placate
col sacrificio di voi prigionieri.
Il che abbiamo loro garantito.
Questa dunque la vostra condizione.
Pensateci.
C. LUCIO - Considerate, sire,
che alterne son le sorti della guerra.
La giornata fu vostra sol per caso;
se fosse stata nostra,
noi non avremmo certo, a sangue freddo,
minacciato di morte i prigionieri.
Ma se questo il volere degli di,
che si chiami riscatto
soltanto il prezzo delle nostre vite,
sia pur cos. Un Romano
non pu che sopportar le avversit
con cuore di Romano.
Augusto vive, e sa che cosa fare.
Tanto basta, per quanto mi riguarda.
Mi resta sol da chiederti una cosa:
questo mio paggio britanno per nascita,
lascia che almeno lui sia riscattato.
Mai padrone ebbe paggio pi gentile,
pi diligente, pi ligio al dovere,
pi servizievole in ogni occasione,
pi fedele, pi destro e premuroso.
Possano tutte queste sue virt
corroborare questa mia richiesta,
s da darmi l'ardire di sperare
che la tua altezza non vorr respingerla.
Non ha torto un capello a un sol Britanno,
pur essendo al servizio d'un Romano.
Ti chiedo, sire, che sia risparmiato,
lui soltanto, di tutto l'altro sangue.
CIMBELINO - Questo ragazzo io l'ho visto prima.
Ne son sicuro. I tratti del suo viso
mi sono familiari. Beh, ragazzo,
ti sei riflesso come in uno specchio
nel mio favore, ed ora m'appartieni.
Non so come e perch
qualcosa dentro mi fa dire: "Vivi!".
Non devi ringraziare il tuo padrone,
ma vivi e chiedi pure a Cimbelino
il favore che vuoi
e che s'accordi alle mie facolt
ed al tuo stato, ti sar concesso:
s, si trattasse pur di liberare
il pi illustre di tutti prigionieri
fra quelli in nostre mani.
IMOGENE - Vi ringrazio umilmente, vostra altezza.
C. LUCIO - Ragazzo, non ti chiedo d'implorare
il re di fare salva la mia vita,
se pur sono convinto
ch' proprio questo che t'accingi a fare.
IMOGENE - No, no, ahim, altra cura mi morde,
mio signore: io vedo dinanzi a me
cosa per me pi amara della morte.
Mio buon signore, per la vostra vita
voi dovrete intercedere da solo.
C. LUCIO - Il ragazzo mi sdegna, mi abbandona,
mi schernisce perfino:
come presto finiscono le gioie
che si fondano sulla fedelt
di ragazzi e fanciulle! (98)
CIMBELINO - (A Imogene)
Che mi vuoi chiedere, dunque, ragazzo?
Pi tempo passa, e pi ti voglio bene:
pensa anche tu al meglio che puoi chiedermi.
Conosci forse tu quel prigioniero
su cui fissi lo sguardo? Vuoi che viva?
un tuo parente? Un tuo amico? Parla.
IMOGENE - un Romano, non pi parente a me
di quanto lo sia io per vostra altezza;
se pur io, vostro suddito di nascita,
vi sia di lui alquanto pi vicino.
CIMBELINO - Perch lo guardi allora con quel piglio?
IMOGENE - Ve lo dir in disparte, maest,
se vi compiacerete di ascoltarmi.
CIMBELINO - Certo, ragazzo mio, con tutto il cuore
e tutt'orecchi. Il nome tuo qual ?
IMOGENE - Fedele, mio signore.
CIMBELINO - Tu sei ora il mio bravo giovinetto:
il mio paggio ed io sono il tuo padrone.
Vieni, e parlami pure a cuore aperto.
(Si traggono in disparte)
BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Sar risuscitato dalla morte
quel ragazzo?
ARVIRAGO - Non son s somiglianti
due granelli di sabbia l'uno all'altro
come infatti ei somiglia a quel fanciullo
dolce, roseo che morto, e fu Fedele.
Che ne pensate?
GUIDERIO - Ch' lui, redivivo.
BELLARIO - Zitti, zitti, vediamo che succede.
Lui non ci ha visti. Stiamo ad aspettare.
Ci sono a volte strane somiglianze.
Se fosse proprio lui, ne sono certo,
ci avrebbe ben rivolto la parola.
GUIDERIO - Ma lo vedemmo morto!
BELLARIO - Zitti, adesso.
Stiamo a vedere quello che succede.
PISANIO - (Tra s, riconoscendo Imogene)
La mia padrona!... Viva!...
E volga allora il tempo al meglio o al peggio!
CIMBELINO e IMOGENE vengono avanti
CIMBELINO - Vieni avanti, rimani qui al mio fianco
e fa la tua richiesta ad alta voce.
(A Iachimo)
Venite pure avanti voi, signore,
e rispondete a quel che vi dir
questo ragazzo; ma sincero e schietto,
o, per la nostra maest e grazia
(ch' come dire per il nostro onore)
saranno le pi orribili torture
a sceverare in voi la verit
dalla menzogna. Parlagli, ragazzo.
IMOGENE - La grazia ch'io vi chiedo
che questo signore ci dichiari
da chi ha ricevuto quell'anello.
PISANIO - (Tra s)
Che potr mai importargli di saperlo?
CIMBELINO - (A Iachimo)
Quel diamante che voi portate al dito,
dite, in che modo diventato vostro?
IACHIMO - Se tu sapessi quello che mi chiedi
mi metteresti, s, alla tortura
ma per costringermi a tener nascosta
qualcosa che torturerebbe te,
se la dicessi.
CIMBELINO - Me? Come sarebbe?
IACHIMO - Sono contento d'essere costretto
a rivelare quello che per me
un tormento a tenermi chiuso dentro.
Ottenni questo anello
in forza d'una mia mascalzonata.
Apparteneva a Postumo Leonato,
da te bandito e costretto all'esilio:
l'uomo pi nobile - e di saper tanto
affligga te com'io ne sono afflitto -
che sia vissuto mai fra terra e cielo.
Vuoi udir ancor altro, mio signore?
CIMBELINO - Tutto che s'appartenga a questa storia.
IACHIMO - Quell'eccelso modello di virt,
ch'era tua figlia, sire,
per la quale il mio cuore ancora sanguina
e che l'animo mio falso e bugiardo
trema a dover soltanto ricordare...
Perdonami... mi sento venir meno.
CIMBELINO - Mia figlia?... Che puoi dirmi tu di lei?
Riprenditi, rinnova le tue forze:
preferisco tu viva quanto a lungo
t'ha fissato Natura,(99)
piuttosto che tu muoia all'improvviso
prima ch'io sappia pi dalla tua bocca.
Recupera le forze, uomo, e parla!
IACHIMO - Ecco, una volta - e maledetto sia
quell'orologio che batt quell'ora! -(100)
a Roma, - e maledetta sia la casa
ove successe! - s'era ad un banchetto...
- ahim, fossero state avvelenate
le vivande di quella imbandigione
(o quelle almeno ch'io mi misi in bocca!) -
L'ottimo Postumo... che dir di lui?...
uomo davvero troppo buono e onesto
per trovarsi fra uomini malvagi,
e di tutti il migliore fra i migliori...
se ne stava seduto in un cantuccio
ad ascoltare tutto malinconico
noi che ci sbracciavamo a far le lodi
delle donne d'Italia,
la cui bellezza avrebbe isterilito
- si diceva - l'elogio pi eloquente
che possa farne il miglior oratore;
il cui sembiante avrebbe, al paragone,
svilito anche la statua di Venere,
il ritratto marmoreo di Minerva,
il loro incedere, il loro atteggiarsi
superando l'effimera Natura;
e quanto alle lor doti di carattere,
un emporio di tutte le virt
che l'uomo ama vedere nella donna,
oltre, s'intende, all'esca seduttrice
della bellezza che colpisce l'occhio...
CIMBELINO - Venite al fatto, su. Sto sulle braci.
IACHIMO - S, s, ci arrivo subito,
e per te sar anche troppo presto,
salvo che tu non arda dalla voglia
d'affrettarti la pena che ti reco.
Questo Postumo, dunque,
da quel nobil signore quale egli ,
lui stesso amante di regale amante,
si sent punto dai nostri discorsi
e pur senza mostrare alcun dispregio
per le bellezze che noi lodavamo,
calmo e sereno come la virt,
prese a fare il ritratto della sua,
e con s caldo e appassionato eloquio
sposato ad una grande altezza d'animo,
che le nostre sbracate vanterie
parvero ciarle a celebrare sguattere,
e la sua descrizione ebbe l'effetto
di lasciarci l tutti ammutoliti
come tanti babbei.
CIMBELINO - Al fatto, al fatto!
IACHIMO - La castit della vostra figliola:
(ecco, ci arrivo)... ei parlava di lei
come se Diana stessa, al suo confronto,
avesse caldi sogni di lascivia,
ed ella fosse l'unica
capace di restar fredda e impassibile;
al che, io, miserabile,
impresi a sollevare molti dubbi
sulla giustezza di quelle lodi,
e mi spinsi a scommettere con lui
monete d'oro contro questo anello
(Mostra a Cimbelino l'anello di Postumo)
che vidi egli portava in quel momento
al suo dito virtuoso ed onorato,
che se mi fosse stato offerto il destro
d'avvicinarla e di farle la corte,
sarei riuscito a prendere il suo posto
nel suo letto, ed a vincer quell'anello
con l'adulterio di lei e di me;
al che egli, da vero cavaliere,
non meno certo dell'onor di lei
di quanto non dovessi averne prova
io stesso in seguito, come dir,
non esita a scommettere l'anello;
e son sicuro che l'avrebbe fatto
si fosse pur trattato di un carbonchio
della ruota di Febo;(101) ma che dico:
egli avrebbe con pari sicurezza
messo come sua posta tutto il carro.
Io, senza porre indugio,
volo in Britannia con quel mio disegno:
ed anche tu ricorderai, signore,
d'avermi visto a corte,
dove da quella casta creatura
ch' vostra figlia dovevo, a mio scorno,
imparare la grande differenza
che passa tra l'amore e la lussuria.
Spenta che fu cos
in me ogni speranza di conquista,
non s'era per spento il mio proposito
di vincer la scommessa;(102)
e il mio scaltro cervello d'Italiano
si diede subdolo ad operare
sulla vostra britanna ingenuit,
eccellente terreno da sfruttare
a mio vantaggio. Per dirvela in breve,
l'espediente da me escogitato
si dimostr cos ben preparato
che ritornai recando delle prove
false tutte, bens, ma sufficienti
a far uscir di senno il buon Leonato,
ferendo a morte quella sua fiducia
nel nome e nell'onor della sua donna,
col citargli una serie di dettagli
che furono per lui tante conferme:
gli arazzi della camera da letto,
questo bracciale ch'ella aveva al polso
(oh, quanto m' costato impossessarmene!),
s, e perfino alcuni intimi segni
del suo corpo; cos ch'egli alla fine
non pot far a meno di convincersi
che in lei il vincolo di castit
era stato completamente infranto,
e ch'io avevo vinto la scommessa.
Per cui... ma non lui che vedo qui?
POSTUMO - (Venendo avanti)
S, diavolo d'un Italiano, lui,
quello che vedi! Oh, me, credulo stolto,
ladro, egregio assassino, ed ogni cosa
che possa dirsi a tutte le canaglie
del passato, dell'oggi e del domani! (103)
Oh, datemi una corda,
o un coltello, o un veleno,
o qualche altro imparziale giustiziere!
E tu, o re, manda a cercar per me
i tuoi carnefici pi raffinati.
Io son l'essere immondo
al cui confronto acquista sommo pregio
quanto di pi aborrito sulla terra,
perch peggiore io sono: io sono Postumo,
che ha ucciso tua figlia!...
Anzi, no, da quel vile che son io,
ti sto mentendo: non l'ho uccisa io,
l'ho fatta uccidere, s, da qualcuno
meno infame di me,
un sacrilego ladro: s, perch
ella era il tempio della castit,
anzi la castit fatta persona.
Copritemi di sputi, lapidatemi,
gettatemi nel fango,
sguinzagliatemi addosso tutti i cani
randagi che latrino rabbiosi;
Postumo Leonato sia chiamato
nei secoli a venire ogni malvagio,
e non si chiami pi scelleratezza
quella che tale stata fino ad oggi.
O Imogene, regina, vita mia,
mia sposa, Imogene, Imogene, Imogene!...
(Piange)
IMOGENE - Calmatevi, signore, udite, udite...
POSTUMO - Che! S'ha da volger tutto questo in gioco?
Paggio insolente! Toh, prenditi questo!
(Percuote Imogene, che cade a terra svenuta)
PISANIO - Signori, aiuto! Correte, signori,
a soccorrere la mia padrona e vostra!
Postumo, mio signore,
adesso s che avete ucciso Imogene!(104)
Correte!... Venerata mia signora!
CIMBELINO - Il mondo gira dunque intorno a me?
POSTUMO - Ho le vertigini. Che mi succede?
PISANIO - Padrona mia, signora, riprendetevi!
CIMBELINO - Se quel che vedo vero,
gli di mi vogliono colpire a morte
con un colpo di gioia!
(Imogene si riprende)
PISANIO - Come sta, come sta la mia padrona?
IMOGENE - Ah, tu scompari! Via dalla mia vista!
Tu m'hai dato il veleno!
Via di qua, perniciosa creatura!
Non ammorbare l'aria del tuo fiato
dove sono dei principi.
PISANIO - Signora...
CIMBELINO - Ma la voce d'Imogene...
PISANIO - Signora,
scaglino pure su di me gli di
pietre di zolfo ardente
se non vero che ho creduto anch'io
portentoso rimedio il contenuto
di quello scatolino che vi diedi.
Me l'aveva donato le regina.
CIMBELINO - Un'altra novit!...
IMOGENE - M'ha avvelenata.
CORNELIO - (A Pisanio)
Ah, s, o di! Pisanio,
m'ero dimenticato di una cosa
che m'ebbe a confessare la regina,
e che potr provar la tua innocenza.
Mi disse: "Se Pisanio ha consegnato
alla padrona sua quel mio specifico
che gli ho spacciato per un toccasana,
Imogene sar ora servita
come vorrei fosse servito un sorcio!"
CIMBELINO - Che vuol dire, Cornelio, tutto questo?
CORNELIO - Mio sovrano, pi volte la regina
insistette con me
perch le preparassi dei veleni,
adducendomi il solito motivo
di voler soddisfare la sua sete
di conoscenze di quella materia,
e di volersene solo servire
per uccidere vili creaturine
senza valore, come gatti e cani.
Ma, nel timore che questi propositi
avessero a recar rischi maggiori,
io pensai di comporle una miscela
che, ingerita, potesse avere, s,
l'effetto di sospendere in un corpo
gli spiriti di vita,
ma permettesse loro, in breve tempo,
di riacquistare le loro funzioni.
(A Imogene)
Non sar che ingeriste proprio quella?
IMOGENE - Probabilmente s, se ero morta.
BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Ragazzi, ecco spiegato il nostro errore!
GUIDERIO - lui Fedele! Lui, sicuramente!
IMOGENE - (A Postumo)
Perch respingi tu
cos da te la donna ch'hai sposato?
Pensa d'essere sopra un'alta roccia,
ed ora buttami di nuovo gi.(105)
(Gli getta le braccia al collo)
POSTUMO - Ah, resta qui sospesa, anima mia,
come il frutto sull'albero,
fino a tanto che questo se ne muoia!
CIMBELINO - Ebbene, figlia mia, mia carne, che?
Vuoi far fare a tuo padre la comparsa
in questa scena? Non mi dici niente?
IMOGENE - (Inginocchiandosi a Cimbelino)
Vogliate benedirmi, padre mio.
BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)
Eravate ambedue innamorati
di questo giovinetto,
ed io non so davvero biasimarvi,
ragazzi miei, ne avevate ben donde.
CIMBELINO - (A Imogene)
Cadano su di te come acqua santa
le mie lacrime, Imogene:
la tua matrigna morta.
IMOGENE - Me ne duole, signore.
CIMBELINO - Oh, ella era malvagia! stata lei
a far che noi dovessimo incontrarci
in questo modo veramente strano:
ma suo figlio partito
e non sappiamo n come n dove.
PISANIO - Su ci vi dir io la verit,
signore, adesso che mi sento libero
dalla paura: il principe Cloteno,
tosto ch'ebbe notizia
della scomparsa della mia padrona
mi venne avanti con la spada in pugno
e la schiuma alla bocca per la rabbia,
giurando che se non gli avessi detto
qual direzione quella avesse preso,
avrei trovato l morte immediata.
Il caso volle ch'io avessi in tasca
una lettera del mio padrone a me
scritta da lui per finta, e questa, letta,
lo diresse a cercarla su pei monti
intorno a Milford; dove delirando
e con l'abito del mio padrone indosso,
(che m'aveva costretto a procurargli),
ei s'avvi di corsa, col proposito
immondo e la giurata volont
di violentare la padrona mia.
Quel ch' stato di lui, poi, non lo so.
GUIDERIO - Ebbene, lo so io: l'ho ucciso io.
CIMBELINO - Ah, che gli di ci assistano!
Non vorrei che le tue eroiche gesta
avessero a strapparmi dalle labbra
una dura sentenza di condanna:
ti prego, valoroso giovinetto,
dimmi che quel che hai detto non vero.
GUIDERIO - Quel che ho detto non che quel che ho fatto.
CIMBELINO - Ma era un principe.
GUIDERIO - S, ma incivile che pi non si pu.
Non erano da principe
gli insulti con i quali m'ha aggredito:
perch fu lui a provocarmi a morte
con un linguaggio che m'avrebbe indotto
ad affrontare pur l'immenso mare
se m'avesse ruggito come lui.
Gli ho mozzato la testa,
e mi rallegro che ora non sia lui
a raccontare a voi d'aver mozzato
la testa a me...
CIMBELINO - Mi rattristo per te,
ma con queste parole sei tu stesso
a pronunciare qui la tua condanna,
e dovrai or subir la nostra legge:
tu sei un uomo morto.
IMOGENE - Quel busto senza testa
io lo credetti il corpo del mio sposo.
CIMBELINO - Mettetelo in catene,
e sottraetelo alla nostra vista.
(Una guardia s'impadronisce di Guiderio)
BELLARIO - Un momento, signore e re: quest'uomo
vale assai pi dell'uomo ch'egli ha ucciso.
di stirpe regale come te,
e merit di te coi suoi servigi
pi che non possa chiunque abbia ucciso
non uno, ma una banda di Cloteni.
(Alla guardia)
E tu, lasciagli libere le braccia:
quelle non son braccia da catene!
CIMBELINO - Ehi, oh, vecchio soldato,
non vorrai mica cancellare cos
le tue benemerenze
che ti debbono ancora esser pagate
col voler assaggiar la nostra collera?
Che cosa ti fa dire che costui
sia di regal prosapia come noi?
ARVIRAGO - Dicendo questo, egli ha parlato, sire,
al di l delle sue proprie intenzioni.
CIMBELINO - (A Bellario)
E per questo morrai.
BELLARIO - Saremo allora in tre a morire insieme.
Ma prima voglio fornirgli la prova
che due di questi tre
son di sangue reale, come ho detto.
Figlioli, sono costretto a rivelare
un segreto che mi sar dannoso,
ma che ridonda a tutto vostro bene.
ARVIRAGO - Il danno vostro sar il nostro danno.
GUIDERIO - Come suo sar anche il nostro bene.
BELLARIO - Gran re, consentimi di dirti tutto.
Ci fu un tempo che avesti fra i tuoi sudditi
un Bellario...
CIMBELINO - Perch parli di lui?
un vile traditore, messo al bando.
BELLARIO - Ebbene, lui che t' ora di fronte,
con questo aspetto scavato dagli anni.
Bandito, s, ma traditore, no!
Come e perch lo fossi, non lo so.
CIMBELINO - Via! Portatelo via!
Il mondo intero non lo salverebbe!
BELLARIO - Non vi scaldate troppo;
prima pagatemi il mio dovuto
per aver allevato i vostri figli,
e dopo confiscatemelo tutto,
ma non prima ch'io l'abbia ricevuto.
CIMBELINO - Allevato i miei figli?
BELLARIO - M'accorgo d'esser stato troppo brusco
con voi, e irrispettoso. Perdonatemi.
Eccomi a voi in ginocchio.
(S'inginocchia)
Vi chiedo solo, prima di rialzarmi,
di veder innalzati i figli miei;
poi non vi chieder di risparmiare
il loro vecchio padre.
Possente sire, questi due giovani,
che mi chiamano padre
e son convinti d'esser figli miei,
tali non sono: progenie essi sono
dei vostri lombi, e sono sangue vostro.
CIMBELINO - Mia progenie? Che dici? Come, come?
BELLARIO - Come lo siete voi di vostro padre.
Io - vecchio Morgan - sono quel Bellario
che voi un tempo condannaste al bando,
mia colpa essendo solo il voler vostro;
e voler vostro fu la mia condanna
con l'accusa di alto tradimento.
Tutto il male di cui son responsabile
stato solo aver sofferto questo.
Questi nobili principi
- ch tali sono - li ho allevati io
durante questi vent'anni. Quel che sanno
l'hanno potuto apprendere da me.
La mia educazione era, signore,
quella che vostra altezza ben conosce.
Fu la stessa nutrice loro, Eurifile,
(che io sposai per questo rapimento)
a rapire i due bimbi,
e ad indurla a quel gesto fui io stesso,
a causa del mio bando,
sentendomi punito ingiustamente,
senza avere commesso alcun delitto:
almeno - dissi - ne commetto uno.
La mia lealt punita
mi spinse al tradimento: quella perdita
quanto pi cara a voi e pi sentita,
tanto meglio si confaceva al fine
ch'io volevo ottenere col rapirveli.
Ma, grazioso signore, i vostri figli
eccoli, sono qui con voi di nuovo,
ed io perdo con loro due compagni
fra i pi dolci che siano sulla terra.
Possa piover su loro
come rugiada la benedizione
di questi cieli che tutti ci coprono,
poich degni son essi d'imperlare
il firmamento con due nuove stelle.
CIMBELINO - Tu parli e piangi insieme...
Ci che voi tre avete fatto insieme
in questa guerra ancora pi incredibile
di ci che hai appena raccontato.
vero che ho creduto i miei fanciulli
perduti, ma se essi son questi,
non so come potrei desiderare
una pi degna coppia.
BELLARIO - Ancora un poco:
quest'uno, che io chiamo Polidoro,
, in verit, vostro figlio Guiderio,
nobilissimo principe; quest'altro,
il mio Cadvalo, il vostro Arvirago,
secondo vostro principesco figlio.
Quando venne rapito,
era ravvolto in un prezioso manto
che aveva ricamato di sua mano
la regina sua madre;
a miglior agio ed a maggiore prova,
ve lo potr mostrare. L'ho con me.
CIMBELINO - Guiderio aveva sul collo una voglia,
come una stella, di color sanguigno:
un segno alquanto fuori del comune.
BELLARIO - E serba sempre su di s quel marchio:
saggio fine natura ha avuto a darglielo,
perch servisse, come adesso serve,
come segno per farlo riconoscere.
CIMBELINO - Oh, che madre son io mai diventato:
una che genera tre figli insieme?
Nessuna madre fu mai pi felice
del suo parto! Vi benedica il cielo,
tutti e tre, figli miei,
cos che dopo tanto estraniamento
- quanto bizzarro! - dalla vostra sfera,(106)
possiate ora regnar ciascuno in essa.
Imogene, per tu vieni a perdere,
con tutto questo, un regno.
IMOGENE - No, signore,
ci vengo invece a guadagnar due mondi.
Miei nobili fratelli, avete visto?
Ci siamo ritrovati. D'ora innanzi
ammetterete, spero, che tra noi
chi parla pi verace sono io:
voi chiamavate me vostro fratello,
mentr'io non ero che vostra sorella;
io invece chiamavo voi fratelli,
come eravate nella realt.
CIMBELINO - Perch, vi siete gi incontrati prima?
ARVIRAGO - S, signore, e ci siam voluti bene
al primo incontro, come sempre in seguito,
fino al giorno che lo credemmo morto.
CORNELIO - Per aver ingerito quella droga
che aveva preparato la regina.
CIMBELINO - O rara intuizione!
Ma quando potr udire tutto il resto?
Questo sparso e slegato riassunto
deve ramificarsi certamente
in fatti e circostanze interessanti.
Come avete vissuto? Ed in che luogo?
E tu, Imogene, quando ed in che modo
sei entrata al servizio del Romano
ch' nostro prigioniero? E come stato
che ti sei separata dai fratelli?
Quando li hai incontrati?
E perch sei fuggita dalla corte?
E dove sei andata?
Questo quanto vorrei sapere ancora,
e i motivi che spinsero voi tre
a prender parte alla nostra battaglia,
e tutto il resto che m' ancora ignoto
con tutti i minimi particolari,
per lieti o meno lieti ch'essi siano.
Ma n il luogo n l'ora
si convengono ad interrogatori
cos lunghi. Guardate invece Postumo,
come si tiene ancorato ad Imogene;
e lei che, simile ad innocuo lampo,
va guizzando i suoi occhi
su lui, sui suoi fratelli, su di me,
su colui ch'era stato il suo padrone,(107)
ogni oggetto colpendo d'una gioia
che tutti le rinviano per riflesso.
Bene, lasciamo adesso questi luoghi
e rechiamoci tutti insieme al tempio
ad innalzare al cielo le fumate
dei nostri sacrifici.
(A Bellario)
D'ora innanzi tu mi sarai fratello,
e tale noi ti terremo per sempre.
IMOGENE - Ed anche come mio secondo padre,
perch stato grazie al suo soccorso
ch'io vedo questa graziosa stagione.
CIMBELINO - Tutti pieni di gioia,
eccetto questi che sono in catene.
Siano anch'essi felici,
e assaporino anch'essi il nostro gaudio.
(Le guardie sciolgono dalle catene i prigionieri romani.
Imogene va lei stessa a sciogliere quelle di Caio Lucio)
IMOGENE - (A Caio Lucio)
Voglio servirvi ancora,
mio buon padrone.
C. LUCIO - Sii felice, Imogene.
CIMBELINO - Quel soldato che non s' visto pi
e che s eroicamente ha combattuto
sarebbe stato bene
che si fosse trovato qui anche lui,
e il re sarebbe stato ben felice
di ringraziarlo.
POSTUMO - Ebbene, mio signore,
son io quello che in laceri vestiti,
s'un a combattere con questi tre.
Quei cenci eran la veste meglio adatta
a farmi perseguire i miei disegni.
Ditelo voi, Iachimo,
s'io son quello: io v'ho tenuto a terra,
e potevo spacciarvi a mio talento.
IACHIMO - (Inginocchiandosi)
Io m'inginocchio ancora avanti a te.
Ma a piegarmi il ginocchio
avanti a te l'oppressa mia coscienza
cos come fu allora la tua forza.
Prenditi questa vita, te ne supplico,
della quale ti sono debitore
tante volte. E riprenditi l'anello
che t'appartiene, e questo braccialetto
della pi bella e casta principessa
ch'ebbe mai a giurare fedelt.
POSTUMO - Non a me vi dovete inginocchiare.
La superiorit che ho su di voi
la impiegher per salvarvi la vita.
E il perdono sar la mia vendetta.
Vivete dunque, e agite verso il prossimo
meglio che non abbiate nel passato.
CIMBELINO - O nobile sentenza! Il nostro genero
c'insegna l'arte d'esser generosi.
"Perdono": questa la parola d'ordine.
ARVIRAGO - (A Postumo)
Signore, siete accorso in nostro aiuto
come un fratello, e noi siamo felici
che tale siate nella realt.
POSTUMO - Principi, io sono solo il vostro servo.
(A Caio Lucio)
Degno signore, nobile Romano,
fate venire avanti l'indovino.
Ho avuto in sogno una strana visione:
ho visto il grande Giove
venir verso di me sulla sua aquila,
e l'ombre di defunti miei parenti.
Al risveglio ho trovato sul mio petto
questo scritto, d'un senso cos oscuro
da non poterci trarre alcun costrutto.
Ci mostri l'indovino che con voi
la propria abilit nel decifrarlo.
C. LUCIO - (Chiamando)
Filarmonio!
INDOVINO - Sono qui, mio buon signore.
C. LUCIO - (Porgendogli lo scritto)
Leggi, e facci sapere quel che dice.
INDOVINO - (Leggendo)
"Quando un leone giovine-crinito
"che nulla di se stesso ancora sa
"senza cercarlo, ritrovato avr
"un soffio d'aura che lo avr abbracciato;
"e quando d'un maestoso cedro i rami
"da molti anni tagliati e resi grami
"ritorneranno a vivere
"riuniti al vecchio tronco e a germogliare
"allora avranno fine
"di Postumo le pene,
"e la Britannia in pace gioir
"e prospera e feconda fiorir".
Sei tu, Leonato, il giovane leone,
ch tale ti qualifica il tuo nome:
e difatti il chiamarsi "leo-nato"
non pu significare altro che questo.
(A Cimbelino)
Il "soffio d'aura che lo avr abbracciato"
questa tua virtuosissima figlia,
che noi chiamiamo appunto "mollis aer"
da cui deriva "mulier", cio "donna";
che non pu essere, com'io la interpreto,
altri che questa moglie fedelissima
che pur ora, in fedele ottemperanza
al preciso dettato dell'oracolo,
(A Postumo)
da te lontana e non da te cercata,
s' avviticchiata a te con un abbraccio
e con aria dolcissima e beata.
CIMBELINO - Ha parvenza di vero quel che dici.
INDOVINO - Il "maestoso cedro"
non altri personifica che te,
Cimbelino, ed i rami
da molti anni tagliati sono questi:
i tuoi figlioli, i quali da Bellario
rapiti un d e da te creduti morti,
rivivono riuniti al vecchio tronco,
il cui frutto promette alla Britannia
un'epoca di pace e d'abbondanza.
CIMBELINO - Beh, cominciamo allora dalla pace.
Caio Lucio, sebbene vincitori,
noi ci sottomettiamo al vostro Cesare
ed al romano impero,
col rinnovato volontario impegno
di corrispondere il nostro tributo.
Fummo indotti a negarlo
dalla nostra malefica regina
sul capo della quale s' abbattuta
la mano giustiziera degli di
per castigarla insieme a tutti i suoi.
INDOVINO - Intonino le dita degli di
L'arpa dell'armonia di questa pace.
Ecco che si dimostra veritiera
la visione ch'ho interpretato a Lucio
alla vigilia di questa battaglia:
aveva visto l'aquila romana
librata in alto sulle sue grandi ali
andar rimpicciolendo alla sua vista,
volando da oriente ad occidente,
e poi svanire tra i raggi del sole:
presagio che la nostra aquila augusta,
Cesare imperatore,
avrebbe stretto nuovo e saldo vincolo
d'amicizia con te, re Cimbelino,
che sei l'astro fulgente
di questa terra dell'estremo occaso.
CIMBELINO - Sia lode dunque ai sempiterni di,
e a loro salgano dai santi altari
le volute dei nostri sacri fumi.
A tutti i nostri sudditi
si dia l'annuncio della nostra pace.
Marciamo insieme: una romana insegna
garrisca accanto a un britanno vessillo.
Traverseremo la citt di Lud,
e nel tempio di Giove Ottimo Massimo
suggelleremo questa nostra pace
con ogni sorta di festeggiamenti.
Andiamo. Guerra non fu mai conclusa,
mentre ancora non eran del suo sangue
terse le mani, con s bella pace.(108)
FINE
N O T E
(1) "He that missed the princess", letteralm.: "Colui che ha perduto la principessa".
(2) Si tratta evidentemente di un personaggio inventato, come il precedente Cassibellano; i due nomi non si trovano in nessuna storia d'Inghilterra.
(3) l'unica volta che nel copione si fa entrare in scena un re senza l'indicazione del rituale "Trombe" o "Fanfara".
(4) Si segue la didascalia dell'Alexander, che pone questa scena in una piazza; altri, con l'Arden Shakespeare, la pongono nella stessa precedente, che un luogo chiuso.
(5) Testo: "Would there had been some hurt done!": "Avrei voluto che ci fosse scappata una qualche ferita".
(6) "Io t'amo" non nel testo, che ha semplicemente: "... betwixt two charming words".
(7) "... be it to fortify her judgement": "her judgement" pu essere inteso come "il giudizio di lei" ("il suo criterio di scelta") o "il giudizio da dare su di lei dagli altri". Abbiamo preferito la seconda, col Baldini.
(8) "... which I will be ever to pay, and yet pay still.", letteralm.: "... che dovr sempre pagare, e ancora pagare quando le abbia pagate".
(9) "You are a friend, and therein the wiser": si segue la lezione dell'Alexander "You are a friend", anche se non senza fascino quella seguita da altri "You're afraid", che ben s'accorda con l'adagio "Chi ama, teme". Ma qui Postumo si vuol veramente cautelare contro la possibile perdita dell'anello, che ha detto essergli caro pi dell'oro.
(10) Si segue la lezione "at a million a gram" in luogo di quella "at a million a dram", "a un milione a dramma" dell'Alexander che ci pare abbia senso contrario a quel che Shakespeare vuol far dire a Iachimo. La dramma era moneta d'infimo valore, e Iachimo vuol dire invece "a pagarla il pi caro possibile".
(11) "... and I the truer, so to be false with her", letteralm.: "... ed io (mi sentir) tanto pi onesto per averla cos ingannata".
(12) "... and every day that comes comes to decay a day's work in him": cio "scende sempre pi in gi fisicamente e moralmente".
(13) "Change you, madam?": cos il testo dell'Alexander; altre lezione - tra cui l'"Arden Shakespeare" non hanno il punto interrogativo, s da intendere che Iachimo dica: "Rallegratevi, signora". Ma il "change" lascia intendere che nel volto di Imogene Iachimo abbia notato qualche cambiamento, e che l'abbia vista impallidire (o anche arrossire, se si vuole); e il "rallegratevi" non lo traduce.
(14) I guerrieri parti erano famosi per combattere sempre indietreggiando.
(15) "... from's free lungs", letteralm.: "... a pieni polmoni".
(16) "Not I, inclined to this intelligence", letteralm.: "N io, incline a questo tipo di informazione".
(17) "Boiled stuff": le malattie veneree si curavano con l'immersione in bagni caldi di fango contenuto in botti di legno.
(18) Come spesso in Shakespeare, nei momenti di grandi emozione, per accentuare la drammaticit dei sentimenti, i personaggi rompono bruscamente il "voi" e passano al "tu".
(19) "But the gods made you (unlike all others) chaffles": il termine "chaffless", assai raro, ha tratto in inganno diversi traduttori, che l'hanno inteso come privativo di "chaff", e l'hanno reso "immune da pula": "chaff" infatti l'insieme degli involucri di cereali residuati dopo la trebbiatura. Deriva invece da "chaffer", "commercio", "traffico", in senso generalmente deteriore; e qui usato da Shakespeare nel senso figurato di "traffico amoroso"; che pi aderente al discorso di Iachimo.
(20) "... and pawn my honour for their safety", letteralm.: "... ed impegno il mio onore per la loro sicurezza".
(21) Testo: "If his wit had been like him that broke it, it would have run all out": letteralm.: "Se il suo senno fosse stato simile a quello di colui che gliel'ha spaccato, sarebbe colato tutto fuori".
(22) "...nor crop the ears of them": cio d'impedir loro di sentire le bestemmie.
(23) "To have smelt like a fool": in italiano il senso della battuta incomprensibile. Essa in inglese un quibble sul doppio senso di "rank": Cloteno ha detto prima "uno del mio rango" "one of my rank"; ma "rank", aggettivo, vale "rancido", "emanante cattivo odore". E cos lo riprende il secondo signore.
(24) "You are cock and capon too": il cappone ("capon") un gallo castrato.
(25) "... with your comb on": i buffoni di corte portavano sulla testa un zucchetto con una cresta di piume.
(26) Cio: "Pi basso di cos non potete scendere", intende elegantemente il secondo signore, come si capisce dalla sua battuta seguente; ma Cloteno non capisce.
(27) Allusione alla leggenda del romano Tarquinio Sesto, figlio del re Tarquinio il Superbo, che s'introdusse di notte nella camera di Lucrezia, e la stupr. La donna per disperazione si uccise; l'evento, scatenando l'indignazione del popolo, serv di pretesto per rovesciare il trono dei Tarquinii e segnare la fine della monarchia a Roma (510 a.C.).
(28) il soprannome della deit greca dell'amore, Afrodite (la Venere dei Romani), da Citra, l'isola nella quale la dea era particolarmente venerata.
(29) "...as slippery, as the gordian knot was hard": reminiscenza classica. Gordio, re di Frigia, aveva stretto un nodo che, secondo l'oracolo, chiunque l'avesse saputo sciogliere, avrebbe governato l'Asia; Alessandro Magno lo sciolse con un colpo di spada.
(30) "...a voucher, stronger than ever law could make", letteralm.: "...una fideiussione, di pi forte validit di quant'altre possa dar la legge".
(31) Altra reminiscenza classica, da Ovidio ("Metamorfosi", VI, 421 e segg.). Tereo, re dei Traci, tradisce la moglie Progne violentando la cognata Filomele.
(32) La didascalia, con uno dei soliti anacronismi shakespeariani, ha: "Clock strikes", "L'orologio batte" (al tempo di Cimbelino non c'erano orologi che battessero le ore).
(33) L'asso il punto pi basso al gioco dei dadi.
(34) Crini di cavallo e budella di bue sono i materiali con cui si fabbricavano le corde degli strumenti a pizzico e ad arco.
(35) Bisticcio, piuttosto goffo - come il protagonista - sulla parola "senseless", che vale "insensibile fisicamente" ("deprived of physical sensation") e "privo di senno", "stupido" ("deprived of intelligence"). Il re lo usa nel primo senso Cloteno lo intende nel secondo.
(36) Cio l'imperatore, come ci ha fatto sapere prima Iachimo. L'imperatore Augusto, come si apprender pi sotto, alla scena quarta dell'atto II, dalla bocca di Filario.
(37) "Diana's rangers": Diana era la dea dalla caccia e della verginit femminile, i suoi boschi erano guardati da fanciulle vergini.
(38) "Sell me your good report": gioco di doppi sensi sull'ambiguit dell'espressione "good report", se inteso in senso attivo o passivo. In senso attivo dice: "Vendimi la tua buona informazione", per intendere il bene che dirai a lei di me, e cio la tua intercessione; in senso passivo, "good report" vuol dire "buon nome", "buona reputazione"; e "Vendimi il tuo buon nome" pu voler dire: "Metti a rischio per me, per danaro, la tua reputazione". E cos l'intende la dama.
(39) "Fools are not mad folks": un modo elegante di Imogene di rispondere a Cloteno che le ha dato della pazza; come a dirgli: "Ti rimando il "pazza" ("mad"); ma tu sei imbecille, e non detto che gli imbecilli siano pazzi".
(40) "I am sprited with a fool": "sono esasperata e impaurita da un sciocco". "Sprited" la forma di participio passato di un verbo "to sprite", che non esiste; probabilmente la trasformazione, inventata da Shakespeare per ragioni di metrica, di "spirited" che vale "possessed by a evil spirit".
(41) "She is my good lady": "good lady" non l'equivalente di "good mother", come intendono molti, ma il femminile di "good-man" che nell'inglese antico aveva lo stesso significato di "yeoman", "carceriere". ("You are my prisoner", ha detto infatti la regina a Imogene al v. 72 della prima scena del I atto).
(42) "Worthy his frowning at": letteralm.: "degno di fargli aggrottare la fronte".
(43) "The stone is too hard to come by": frase diversamente intesa; c' chi traduce, volgendola a senso in astratto: "La cosa troppo grave per essere ammessa troppo facilmente" (Lodovici); altri: "La pietra troppo pesante da spostare"; credo invece - col Baldini - che Postumo alluda alla difficolt materiale di strappar via dal dito un anello che sia troppo tenace.
(44) Testo: "Had I not brought the knowledge of your mistress home", letteralm.: "S'io non avessi riportato a casa la conoscenza della vostra amante..."
(45) la scena che Shakespeare ha gi descritto nel suo "Antonio e Cleopatra"; il Romano Marcantonio.
(46) Il basilisco, mitico mostro in forma di drago, il cui sguardo fiammeggiante e il fiato infuocato uccidevano ogni creatura vivente che lo guardasse.
(47) S' mantenuto anche qui il brusco passaggio dal "voi" al "tu" con cui Shakespeare enfatizza la drammaticit del dialogo (v. anche sopra la nota 18).
(48) Cio per la donna pi casta e virtuosa. Diana era la dea della castit femminile.
(49) Saturno, la divinit italica per eccellenza ("Saturnia tellus" era detta l'Italia), veniva raffigurato come un vecchio curvo sotto il peso degli anni e con una lunga barba: simbolo della placata concupiscenza maschile.
(50) l'antico nome di Londra, dal mitico re Lud (verosimilmente una contrazione di "lord"), avo di Cimbelino. La radice "lud" rimasta nel nome di Ludgate, Ludgershall. A Londra c', all'estremit della Fleet Street, il Ludgate Circus.
(51) La notizia tratta da Shakespeare dalle "Cronache" dell'Holinshed, che sono una della maggiori fonti di tutto il suo teatro (Raphael Holinshed, "Chronicles of England, Scotland and Ireland", 1587); vi si narra che Cimbelino era stato alleato di Roma, dopo la conquista della Britannia da parte di Giulio Cesare, e s'era meritato da Augusto l'investitura a cavaliere.
(52) Cambria il nome latino del Galles (dal celtico "Cymru"), e Milford-Haven era, ed tuttora, importante scalo marittimo della regione.
(53) il nome della defunta moglie di Bellario. Di lei e del luogo dove sepolta si parler pi sotto (IV, 2, 234 e segg.).
(54) "...hath played the strumpet in my bed", letteralm.: "...ha fatto la puttana nel mio letto".
(55) Pandaro lo zio di Cressida, nel "Troilo e Cressida" di Shakespeare, che favorisce in casa sua gli amori della nipote col giovane principe troiano. Il suo nome diventato sinonimo di "mezzano", "ruffiano".
(56) "To weep 'twixt clock and clock?", letteralm.: "Piangere da un battito all'altro delle ore dell'orologio?"; ma vedi sopra la nota (32).
(57) Enea spergiuro perch ha abbandonato Didone, la regina di Cartagine, alla quale s'era promesso.
(58) Sinone, l'astutissimo soldato greco che aveva ereditato dal padre Sisifo e dal nonno Antolico l'arte diabolica dell'inganno. Fu lui, col suo finto pianto, a convincere i Troiani ad introdurre in citt il grande cavallo di legno nel quale si erano nascosti i migliori guerrieri greci, che misero Troia a ferro e fuoco. Sinone divenuto da allora simbolo di ipocrisia ingannatrice. Dante lo pone all'inferno tra i falsari ("... e tu non fosti s buon testimonio / l 've del ver fosti a Troia richiesto", Inf. XXX, 112-113).
(59) da intendere che qui Imogene, mettendosi la mano sul cuore, sente il plico contenente le lettere di Leonato, ch'ella porta verosimilmente sempre indosso, e che dice essere ormai per lei nient'altro che eretiche scritture, l'antica fede di lui nella di lei virt essendo venuta meno.
(60) Intendi: dovrete trasformarvi da principessa (che comanda) a servo (che obbedisce).
(61) Titano, il fratello maggiore di Cronos; il nome usato in poesia per indicare il dio del sole. l'unica volta che Shakespeare usa questo appellativo per il sole.
(62) Una dramma ("dram") in medicina l'ottava parte di un'oncia: una quantit infinitesimale sinonimo di "niente".
(63) Cio per trasformarti in un maschio, indossando abiti maschili.
(64) il nome italiano del fiume Severn (288 km.), in Inghilterra.
(65) Il testo ha "famoso pandaro" ("You precious pandar"); per la sinonimia di "pandaro" con "ruffiano", "manutengolo", "paraninfo", "mezzano", v. sopra la nota (55).
(66) "... cannot a dram of worth be drawn?": per il senso di "dram", v. sopra la nota (62). C' chi ha visto in quel "worth" invece del senso di "valore monetario", quello di "nobilt", "dignit" e ha letto "gram" per "dram", traducendo (Lodovici, cit.): "... da cui non si trarrebbe un grammo di nobilt".
(67) "If savage, take, or lend": frase di senso oscuro, diversamente intesa. C' chi legge: "Prenda il mio denaro, e mi dia da mangiare" (cio: se non sente il dovere dell'ospitalit, mi rifocilli a pagamento: cosa alquanto bizzarra per un "selvatico" che si suppone non sappia che cosa sia il denaro); altri: "Prenditi la vita mia, o lasciamela in prestito"; altri ancora: "Giocheremo a lascia e prendi", nel senso del vecchio frizzo napoletano: "Tu dai una cosa a me, io ne do una a te". Si scelga come piaccia.
(68) "...that keeps thyself", letteralm.: "...che ti custodisci da te stessa", cio "non hai bisogno di custode" (la grotta non ha porta). Per la resa poetica, confr. in Dante, "Inferno", XXVIII, 124: "Di s faceva a se stesso lucerna".
(69) "An angel, by Jupiter!": inutile sottolineare ancora una volta che Shakespeare non bada ad anacronismi: gli angeli sono venuti dopo, col paradiso cristiano.
(70) "... them had my prize been less, and so more equal ballasting to thee, Postumus": intendi: "Se questi fossero figli di mio padre, e dunque miei fratelli, io non sarei l'unica erede di mio padre e il peso della mia persona si avvicinerebbe di pi a quello di Postumo".
(71) Bellario ha comunicato ai due ragazzi la sua sensazione che il giovane ospite abbia l'animo oppresso da qualche grande pena, e ne dichiara forte la conferma.
(72) Essi, vale a dire Imogene e Postumo, dei quali Cloteno all'inseguimento in quel di Milford-Haven, secondo che ha appreso dalla lettera di Postumo a Pisanio.
(73) Testo: "... and a demand who is't shall die", letteralm.: "... e (mi chiedessero) chi che deve morire".
(74) "Cowards father cowards, and base things sire base" l'eco dell'oraziano: "Fortes creantur fortibus et bonis" (Odi, IV, 4, 29), ma tutta la frase , secondo il Baldini, una interpolazione.
(75) V. sopra la nota (50).
(76) "I wish my brother make good time with him", letteralm.: "Mi auguro che mio fratello se la stia passando bene con lui".
(77) "Roaring terrors": cio "il terrore che rugge dentro l'animo del malvagio". Qui "terrors" da intendere non al passivo (lo stato di chi impaurito) ma all'attivo, "lo stato di chi pu generare terrore nell'animo altrui", la "terribilit" ("terribleness"); e "roaring" vale "ruggenti dentro (all'animo del malvagio)", "minacciosi" ("boisterous").
(78) "... is oft the cease of fear": si segue la lezione "cease" dell'Alexander, che ha decisamente pi senso della lezione "cause" di altri testi.
(79) "... to... civility not seen from other": letteralm.: "... d'una civilt non vista in altri", non appresa dall'altrui esempio.
(80) "My ingenious instrument": "ingenious" sta qui non gi per "ingegnoso" (come hanno inteso molti) ma per "rozzo", "primitivo", "elementare". Nel sec. XVI si confondeva spesso "ingenious" con "ingenuous" (cfr. nello stesso Shakespeare, "La bisbetica addomesticata", I, l, 9: "... a course of learning and ingenious studies", "... un corso d'istruzione e di studi elementari".
(81) "My brother wears thee not the half so well / As when thou grew'st thyself", letteralm.: "Mio fratello non ti porta addosso a lui nemmeno per met cos bene come quando fiorivi da te medesimo".
(82) "...without a monument": "monument" qui nel senso riduttivo - comune nell'antico inglese, ma poi perduto - di "segno", "indicazione"; questo significato rimasto fino al 1800 solo nel linguaggio giuridico, dove "monument" si chiamava ogni oggetto fisso al suolo permanentemente per indicare un sito o un confine. (Cfr. per lo stesso uso in Shakespeare, "La bisbetica addomesticata", III, 2, 97: "... as if they saw a wondrous monument": "... come se vedessero chiss quale bizzarra costruzione".
(83) Reminiscenza omerica: Tersite , nel campo greco davanti a Troia, il greco deforme e maligno, ucciso da un micidiale pugno di Achille. Aiace (Telamonio), re di Salamina, era, dopo Achille, il pi forte e valoroso dei guerrieri alla guerra di Troia.
(84) Trascrivo qui di sana pianta la nota che trovo in calce alla traduzione del Baldini (cit.): " un accenno all'uso classico e, comunque, precristiano, delle popolazioni celtiche della Britannia al tempo della conquista romana. L'attenzione di Shakespeare - per solito cos poco presa in tali minuzie - a questo particolare, ha un suo sapore di curiosit".
(85) "The herbs that have on them cold dew o' the night/ Are strewings fitt'st for graves: upon their faces. / You were as flowers...": si seguita la lezione dell'Alexander (confortata dall'"Oxford Shakespeare"): "upon their faces", "(disponeteli) sopra i loro volti", intendendo che Bellario si riferisca, come sembra logico, ai pochi fiori ("few flowers") che ha detto di avere in mano. C' per la contraddizione che Cloteno non ha volto, essendo stato decapitato da Guiderio, che ha detto di averne gettato il capo mozzo nel fiume. Altri (con il Praz), per evitarla, mettono un punto dopo "graves", e leggono - peraltro con meno sintesi poetica - la frase successiva: "Upon the earth face/ You were as flowers", "sulla faccia della terra eravate come fiori".
(86) "Ods pittikins!": forma di esclamazione ellittica o di imprecazione dialettale, derivata da una contrazione del genitivo sassone di "God", e di un cincischiamento di "pity" ("Piet di Dio!").
(87) "... as these poor pickaxes can dig": le uniche "vanghe" di cui Imogene dispone sono le mani. curioso che Shakespeare abbia pensato alla delicate mani di una principessa che si danno a scavare la terra.
(88) "Wherein I am false, I am honest; not true, to be true": senso: "Sono bugiardo con loro, per essere onesto con me stesso e con il mio padrone (Postumo); e non sono leale con loro, per essere leale con il mio padrone".
(89) Il fragore della guerra, s'intende; si combatte tra Britanni e Romani.
(90) Postumo ha tra le mani la pezzuola - il "bloody sign" - inviatagli da Pisanio come prova dell'avvenuta uccisione di Imogene.
(91) "Leonatus" il titolo che era stato dato al padre di Postumo, come ci fa sapere il primo gentiluomo nella scena di apertura del dramma.
(92) "... the fashion: less without, and more within": una delle molte parafrasi del proverbio: "L'abito non fa il monaco".
(93) "... lads more like to run the country base than to commit such slaughter": "country base" (o semplicemente "base") detto un gioco da ragazzi in cui due parti occupano due "basi" contigue e ciascun giocatore, uscendo dalla propria, rincorso da uno dell'altra e, se preso, fatto prigioniero.
(94) "... to have sav'd their carcasses": letteralm.: "... per aver salve le loro carcasse".
(95) "... were angels": il solito anacronismo di Shakespeare: gli angeli sono spiriti della dottrina cristiana. Qui Cristo non ancora nato.
(96) Lucina l'appellativo che i Romani davano alla dea Giunone, nella sua personificazione di protettrice delle partorienti.
(97) "... a garment nobler that it covers", letteralm.: "... un indumento pi nobile di ci che ricopre".
(98) una delle battute in cui pi chiaramente s'intende come i personaggi del teatro shakespeariano colloquiassero col pubblico, quasi a coinvolgerlo nella loro vicenda. Si capisce che quello che Imogene vede davanti a s Postumo tra i prigionieri romani destinati al sacrificio.
(99) Iachimo prigioniero di guerra e destinato, come ha detto prima Cimbelino, ad essere ucciso subito con gli altri.
(100) V. sopra la nota (32).
(101) Cio del carro del dio Sole, le cui ruote, secondo la mitologia classica, folgoravano di gemme preziosissime. Febo il nome di Apollo nella sua personificazione del sole.
(102) "... di vincer la scommessa" non nel testo, che ha semplicemente "... not longing", "... non quel che m'aspettavo succedesse".
(103) Questa invettiva intesa da alcuni (Baldini) come rivolta da Postumo a Iachimo; altri (Lodovici) la intendono come rivolta da Postumo a se stesso; pi giustamente, a nostro avviso, poich nel testo essa introdotta da un: "Ay me, ..." ("Ay me, most credulous fool..."). Postumo che accusa se stesso di tutti i guai provocati dalla sua credulit al falso racconto di Iachimo, tanto da chiedere al re un carnefice che lo sottoponga alle "pi ingegnose torture".
(104) "You ne'er kill'd Imogen till now", letteralm.: "Non avete mai ucciso Imogene, almeno fino a questo momento".
(105) "Think that you are upon a rock": si accetta, con l'Alexander, la lezione "upon a rock" che altri (Baldini con Dowden e Praz) leggono "upon a lock" e traducono: "Immagina che stiamo ingaggiati in una lotta". Il Lodovici, che legge come noi, annota bene: "... non credo sia bene perdere il delizioso gioco infantile: "buttami di sotto", che determina la reazione di Postumo che, prendendo tra le braccia Imogene, che gli si appesa al collo, la solleva e, figurando se stesso come un albero che sporge dal precipizio, le dice: "Rimani appesa a me finch io non muoia"; che - soggiunge il Lodovici -, tratto tipicamente shakespeariano che ristabilisce nel dramma il clima di bella favola.
(106) sempre l'immagine - consueta in Shakespeare - del re come il sole del sistema tolemaico, e dei principi come stelle rotanti intorno ad esso nelle loro sfere.
(107) Qui nei testi c' una diversa lezione, che va segnalata per il suo diverso significato. La lezione dell'Alexander, che noi seguiamo : "...throws her eye / On him, her brothers, me, her master, hitting / Each object with a joy." Altri (Baldini su "Arden Shakespeare") legge: "...throws her eye / on him; her brothers, me; her master hitting / Each object with a joy...", come se Cimbelino dica: "...getta (Imogene) il suo occhio su di lui (Postumo); i suoi fratelli (lo gettano) su di me; il suo padrone (Caio Lucio) colpendo ogni oggetto con una gioia, ecc:": che appare del tutto strano e senza senso. Altri mettono un punto e virgola dopo "brothers" e leggono: "me, her master", "me, suo padrone", che ancora peggio!
(108) Questo proclama finale di Cimbelino - osserva il Melchiori (Giorgio Melchiori, "Shakespeare", Laterza, Bari, 1994, pag. 395-396) - " implica molto pi della restaurazione dell'ordine e della pace: il riconoscimento che le due nazioni (l'impero di Roma e la Britannia) condividono la stessa natura, le stesse virt, i medesimi principi morali... Gli inglesi rivendicavano una stretta affinit con gli antichi romani, una sorta di cuginanza, dacch credevano che sia gli antichi romani che gli antichi britanni discendessero dagli eroici troiani, che erano stati sconfitti e dispersi con l'inganno e la policy dai corrotti merry Greeks". E altrove, lo stesso Melchiori (pag. 392): "Il termine Roman, secondo il concetto elisabettiano, equivaleva a "nobile"; ... nel 1594 un tipografo, all'atto di iscrivere nello Stationers' Register il copione della sensazionale tragedia di vendetta Titus Andronicus, l'aveva definita "a Noble Roman Historye". Se la tragedia era romana, doveva per forza essere 'noble'".
- Questo copione è stato visto:


