Cimbelino

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WILLIAM SHAKESPEARE

CIMBELINO

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: CYMBELINE KING OF BRITAINE

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione quello dell'edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg. XXXI, 1376), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della pi recente edizione dell'Oxford Shakespeare curata da G. Taylor e G. Welles per la Clarendon Press, Oxford, U.S.A., 1994.

2) Alcune didascalie (stage instructions) sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione, l dov'era necessario, dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione essenzialmente preordinata ed intesa. Il traduttore convinto della irrappresentabilit del teatro di Shakespeare sulle scene del teatro moderno, e che l'unico modo di gustarne il respiro ed il mondo poetico la raffigurazione che ciascuno si pu fare alla lettura, come in una regia personale.

3) Si conservato, all'inizio ed al termine di ciascuna scena, il tradizionale "Entra"/ "Entrano" ("Enter") ed "Esce"/"Escono" ("Exit"/"Exeunt"), avvertendo peraltro che tali dizioni non implicano necessariamente l'ingresso o l'uscita di scena dei personaggi; possibile che essi vi si trovino gi all'apertura, in uno o altro atteggiamento, o vi restino alla chiusura. Si sa che nel teatro elisabettiano non esisteva scenario n sipario.

4) Il metro l'endecasillabo sciolto intercalato da settenari. Altro metro pu essere usato per canzoni, citazioni, ballate, strofette, madrigali ecc., quando si dovuto far sentire, con il poeta, uno scarto stilistico.

Il traduttore riconosce d'essersi avvalso di traduzioni precedenti, in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, di quelle del Lodovici, del Baldini e del Melchiori, dalle quali ha preso in prestito, dandone opportuno credito, oltre all'interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti.

5) I nomi dei personaggi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.

6) Anche la divisione in atti e scene - che, come noto, non si trova nell'in-folio, ma stata diversamente elaborata nel tempo dai vari curatori - quella che figura nella citata edizione dell'Alexander.

7) La vicenda si svolge all'epoca della Roma di Augusto; ma si lasciato, nel colloquiare dei personaggi romani con quelli britanni, il "voi" e il "tu" del testo inglese, anche se i Romani conoscessero, com' noto, solo quest'ultima persona verbale.

PERSONAGGI

* CIMBELINO, re di Britannia

* CLOTENO, figlio della regina da precedente marito

* POSTUMO LEONATO, gentiluomo, sposo di Imogene

* PISANIO, suo servo

* BELLARIO, signore esiliato, celato sotto il nome di MORGAN

figli di Cimbelino, celati rispettivamente sotto i nomi di POLIDORO e CADVALO e creduti figli di Morgan:

GUIDERIO

ARVIRAGO

* FILARIO, amico di Postumo

* IACHIMO, suo amico italiano

* CORNELIO, medico

* UN GENTILUOMO FRANCESE amico di Filario

* CAIO LUCIO, generale dell'esercito romano

* UN CAPITANO dell'esercito romano

* DUE CAPITANI BRITANNI

* DUE SIGNORI della corte di Cimbelino

* DUE GENTILUOMINI della stessa

* DUE SECONDINI

* LA REGINA, moglie di Cimbelino

* IMOGENE, figlia di Cimbelino da precedente matrimonio

* ELENA, sua dama di compagnia

* Signori - Dame - Senatori romani - Un indovino - Un gentiluomo olandese - Musici - Funzionari - Ufficiali - Soldati - Messaggeri - Persone del seguito

SCENA: parte in Britannia, parte in Italia, a Roma.

ATTO PRIMO

SCENA I - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano DUE GENTILUOMINI

PRIMO GENTIL. - Qui non c' caso che s'incontri un cane

che non ti guardi con la faccia scura.

Non obbediscono al voler celeste

le nostre naturali inclinazioni,

pi di quanto agli umori del sovrano

fan mostra d'accordare il loro aspetto

i nostri cortigiani.

SECONDO GENT. - Che succede?

PRIMO GENT. - Succede che sua figlia,

erede del suo regno,

destinata da lui ad andar sposa

all'unico figliolo di sua moglie

- una vedova da lui risposata

recentemente - ha preferito a quello

un gentiluomo povero ma degno,

e l'ha sposato. Quello ora bandito

e lei reclusa; e un'aria di mestizia

scesa per la corte tutt'intorno;

se pur io pensi che lo stesso re

n'abbia profondamente risentito.

SECONDO GENT. - E nessuno oltre il re?

PRIMO GENT. - E come il re colui che l'ha perduta,

e la regina, che in quel matrimonio

avea riposto tutte le sue brame.

Ma giuro che non v' tra i cortigiani

nessuno che, in cuor suo, pur atteggiando

il proprio volto alla cera del re,

non si senta felice e soddisfatto

all'interno per ci di cui si mostra

esternamente tanto costernato.

SECONDO GENT. - E perch tutto questo?

PRIMO GENT. - L'uomo che la ragazza ha rifiutato(1)

persona di troppa cattiveria

per poterne perfino dire male;

e quello che l'ha avuta...

voglio dire che l'ha portata in moglie,

ahim, per ci bandito, pover'uomo,

tal persona, che a voler frugare

per tutte le regioni della terra

non se ne troverebbe un'altra eguale;

chi si volesse a lui paragonare

difetterebbe sempre di qualcosa

rispetto a lui. Non credo che in altr'uomo

si trovino un s leggiadro aspetto

e un'eguale ricchezza di sentire.

SECONDO GENT. - Ne dite molto bene.

PRIMO GENT.- Non pi di quanto meriti, signore,

la sua persona; ne rimpicciolisco,

anzi, le lodi, pi che celebrarle

nella misura che sarebbe giusta.

SECONDO GENT. - Come si chiama, e da che ceppo nasce?

PRIMO GENT. - Senza scavare nelle sue radici,

so che suo padre si chiam Sicilio,

e combatt sotto Cassibellano

contro i Romani, valorosamente,

ma ricevette i titoli d'onore

da Tenanzio,(2) che aveva anche servito

e con onore, e da tutti ammirato;

ci che gli valse, come aggiunto al suo,

il nome di Leonato;

ed oltre al gentiluomo di cui parlo,

egli ebbe altri due figli,

caduti entrambi con la spada in pugno

nelle guerre del tempo; il che al lor padre,

gi vecchio e a loro tanto affezionato,

fu cagione di s grande dolore,

che ne mor; e la sua cara sposa,

allora incinta del suo terzo figlio,

(il gentiluomo di cui questione),

moriva anch'ella nel darlo alla luce.

Per farla breve, il re si prende il bimbo

sotto la sua tutela personale,

gli impone il nome: Postumo Leonato,

lo fa allevare e ne fa il proprio paggio,

gli fa dar l'istruzione pi completa

che potesse impartirsi nel suo tempo;

ch'egli apprende ed assimila,

come noi l'aria, appena ricevuta,

tanto che gi nella sua primavera

se ne poteron raccogliere i frutti;

ed egli visse a corte - cosa rara -

elogiato da tutti, molto amato,

modello di virt ai suoi pi giovani,

specchio d'amabile comportamento

ai pi maturi, esempio ai pi anziani

d'un fanciullo capace d'esser guida

a vecchi rimbambiti dall'et.

Quanto alla sua amante,

a causa della quale egli bandito,

il pregio stesso della sua persona

dice come altamente ella stimasse

l'uomo e le sue virt; qual uomo sia

si pu legger del resto chiaramente

nel fatto stesso ch'ella l'abbia scelto.

SECONDO GENT. - Dal modo come me lo descrivete,

non posso che onorarlo.

Ma ditemi, di grazia, la fanciulla

figlia unica del re?

PRIMO GENT. - S, unica,

ma attento: a dirla tutta, in verit,

(se ci pu aver per voi qualche interesse),

il re aveva avuto altri due figli

dei quali il primo aveva gi tre anni

l'altro era ancora in fasce,

allorch furono entrambi rapiti

dalla camera della lor nutrice;

e non v', fino ad oggi, alcun indizio

che aiuti a rivelar dove si trovino.

SECONDO GENT. - E quando ci?

PRIMO GENT. - Circa vent'anni fa.

SECONDO GENT. - Bah, che i figli di un re

debban esser rapiti in questo modo,

essendo cos male sorvegliati,

e con tanta indolenza ricercati

da non riuscire pi a trovarne traccia!...

PRIMO GENT. - Per quanto strano ci possa sembrare,

e per quanto si possa ben sorridere

di tanta negligenza, signor mio,

le cose stan cos come v'ho detto.

SECONDO GENT. - Oh, s, vi credo.

PRIMO GENT. - Dobbiam tagliar corto:

vedo giungere il nostro gentiluomo

con la regina e con la principessa.

Entrano la REGINA, POSTUMO e IMOGENE

REGINA - No, figlia, sta' sicura:

a dispetto della cattiva fama

che per lo pi circonda le matrigne,

non troverai in me

una che ti riguardi di mal occhio.

Sei mia reclusa, ma la tua guardiana

ti d le chiavi della tua prigione.

E tu, Postumo, quando avr calmato

l'ira furiosa dell'offeso re,

saprai d'avere in me il tuo avvocato.

Ma in lui divampa adesso,

Santa Vergine, il fuoco della collera,

ed meglio per te, per il momento,

inchinarti paziente al suo verdetto

con tutta la miglior rassegnazione

che la saggezza tua potr ispirarti.

POSTUMO - Partir oggi stesso, vostra grazia.

REGINA - Sai qual pericolo corri a star qui;

ma io, sebbene il re m'abbia ordinato

di non farvi parlare soli insieme,

compresa come sono delle pene

degli amori proibiti, ora vi lascio

e vado a far quattro passi in giardino.

(Esce)

IMOGENE - O cortesia pelosa! Com' abile

questa tiranna a leccar la ferita

da lei prodotta! Sposo mio diletto,

io temo, s, del padre mio la collera,

ma, salvi sempre i sacri miei doveri

verso di lui, non quel che la sua collera

pu far di me e della mia persona.

Tu devi ora partire: io resto qui

a sopportare, un'ora dopo l'altra,

gli sguardi dei suoi occhi pieni d'ira,

senza che alcun conforto la mia vita

possa avere, al di l della certezza

che esiste al mondo questo mio gioiello

e ch'io un giorno potr rivederlo.

(Piange)

POSTUMO - O mia regina! O dolce amante mia!

Non piangere, signora,

o ch'io rischio di farmi sospettare

d'aver in cuore assai pi tenerezza

di quanta si convenga a un cuore maschio.

Mi serber il marito pi fedele

ch'abbia mai impegnato la sua fede.

Fisser a Roma la mia residenza,

in casa di Filario, un vecchio amico

del povero mio padre,

conosciuto da me solo per lettera.

L mi puoi scrivere, o mia regina,

ed io berr cogli occhi

le tue parole, fosse il loro inchiostro

amaro pi del fiele.

Rientra la REGINA

REGINA - Siate brevi, vi prego.

Dovesse qui sopraggiungere il re,

incorrer in qualche suo rimprovero

chi sa quanto violento...

(Tra s, a parte)

Vorrei tanto poterlo indurre io stessa

a passare di qui. Si arrabbier;

ma non accade mai ch'io lo ferisca,

e ch'egli non si tenga buono buono

la ferita, per ritornare in pace;

mentre gli faccio pagare ben cari

i torti che fa a me.

(Esce)

POSTUMO - Dovessimo star qui a dirci addio

anche tutta la vita,

si farebbe di pi in pi straziante

la pena del distacco... Perci addio.

IMOGENE - No, resta ancora un poco. Troppo breve

sarebbe gi per me questo commiato,

se solo t'apprestassi a uscir di casa

per una cavalcata ed un po' d'aria.

Amore, guarda qui:

(Si sfila l'anello che ha al dito)

questo diamante era di mia madre.

prendilo, cuore mio,

e portalo con te fino a quel giorno

che, morta Imogene, farai la corte

a un'altra donna per condurla in moglie.

POSTUMO - Che! Un'altra moglie?... O voi, benigni di,

datemi solo questa che ora mia,

e suggellate a vincolo di morte

gli amplessi ch'io mai possa dare ad altra!

(S'infila l'anello al dito e gli parla:)

Tu, resta qui infilato,

finch i miei sensi possono tenertici.

Dolcissima, bellissima,

cos com'io ho scambiato con te,

a immenso tuo svantaggio,

quella povera cosa che io sono,

ecco, son sempre io che ci guadagno

con te, pur nelle pi piccole cose

Per me porterai queste:

son le manette con cui l'amor mio

vuole tenere serrate le mani

alla bellissima mia prigioniera.

(Le infila al polso un braccialetto)

IMOGENE - O, di, quando potremo rivederci?

Entra CIMBELINO con seguito di Lords(3)

POSTUMO - Ahim, il re!

CIMBELINO - (A Postumo)

Vilissima creatura!

Scompari! Togliti dalla mia vista!

Se tu, dopo quest'ordine,

ingombrerai ancora la mia corte

con la tua vil persona, morirai.

Vattene via! Tu m'avveleni il sangue!

POSTUMO - Vi proteggan gli di,

e benedican tutti i cuori buoni

che sian rimasti a corte. Me ne vado.

(Esce)

IMOGENE - Non pu dare la morte

pi doloroso spasimo di questo.

CIMBELINO - (A Imogene)

Tu, sleale creatura,

per la quale dovrebbe in me rivivere

la giovinezza, e invece mi rincarca

tutto il peso degli anni sulle spalle!

IMOGENE - Vi supplico, signore,

fate male a voi stesso a tribolarvi

in questo modo: io resto insensibile

all'ira vostra: un pi prezioso palpito

soverchia in me ogni altra sofferenza,

ogni paura.

CIMBELINO - Ed anche ogni decenza?

Ed anche ogni dovere d'obbedienza?

IMOGENE - Ed anche ogni speranza,

perch'esso fatto di disperazione;

e perci supera ogni confine

d'umana convenienza.

CIMBELINO - Tu saresti dovuta andare sposa

al figlio unico della regina.

IMOGENE - Fortuna mia, per non averlo fatto!

Ho scelto un'aquila, scansato un nibbio.

CIMBELINO - Ti sei preso un pezzente,

col quale avresti fatto del mio trono

un seggio di meschinit.

IMOGENE - Tutt'altro:

gli avrei donato tanto maggior lustro...

CIMBELINO - Oh, ignobile creatura!

IMOGENE - Padre mio,

se io mi son invaghita di Postumo,

la colpa vostra; siete stato voi

ad allevarlo come mio compagno

nei miei giochi infantili; ed egli uomo,

del resto, degno di qualsiasi donna,

e con quel ch'egli paga ora per me,

mi supera d'assai quanto a valore.

CIMBELINO - Che! Sei impazzita?

IMOGENE - S, lo sono quasi,

e voglia il cielo farmi rinsavire...

Vorrei esser la figlia d'un mandriano,

e il mio Leonato figlio d'un pastore

confinante con me.

CIMBELINO - Che stupidaggine!

Entra la REGINA

(Alla regina)

Li ho sorpresi di nuovo insieme, qui.

Non avete eseguito i miei comandi.

Portatevela via,

e rinchiudetela nel suo pollaio!

REGINA - Vi supplico d'aver pazienza... e tu,

cara signora figlia, non parlare.

Lasciateci, amabile mio sire,

e cercate conforto per voi stesso

in pi lieti pensieri.

CIMBELINO - Ah, che costei languisca dissanguandosi

a goccia a goccia, un giorno dopo l'altro,

e muoia vecchia della sua follia!

(Esce con i signori del seguito)

REGINA - Vergogna! Ti dovresti sottomettere.

Entra PISANIO

Ecco il tuo servo.

(A Pisanio)

Che c'? Che notizie?

PISANIO - Signora, il mio signore vostro figlio

s' scontrato test, spada alla mano,

col mio padrone.

REGINA - Senza danno, spero.

PISANIO - S, ma poteva ben sortirne molto,

se il mio padrone, invece di combattere,

non avesse giocato di schermaglia

senza lasciarsi prendere dall'ira.

Sono stati spartiti

da alcuni gentiluomini presenti.

REGINA - Ne sono assai contenta.

IMOGENE - Vostro figlio parteggia per mio padre;

tira fuori la spada contro uno

ch' condannato al bando. Ma che bravo!

Vorrei vederli a faccia a faccia in Africa,

ed io l con un ago a punzecchiare

quello di loro due che indietreggiasse.

(A Pisanio)

E tu perch hai lasciato il tuo padrone?

PISANIO - Perch me l'ha ordinato lui, signora.

Non ha voluto che l'accompagnassi

al porto; m'ha lasciato queste note

con le istruzioni che dovrei seguire

se mai voleste servirvi di me.

REGINA - Sempre fedele, questo vostro servo!

Sarei pronta a giurare sul mio onore

che tale rester, malgrado tutto.

PISANIO - Ve ne ringrazio umilissimamente.

REGINA - (A Imogene)

Vogliamo uscire per un breve giro?

IMOGENE - (A Pisanio)

Torna da me fra una mezz'ora circa

ti prego, ho da parlarti. Nel frattempo

rcati a salutare il mio signore

mentre che sale a bordo.

(Escono)

SCENA II - In Britannia, una piazza. (4)

Entra CLOTENO con due GENTILUOMINI

PRIMO GENT. - Se posso darvi un consiglio, signore,

vi dovreste cambiare la camicia:

esalate vapore in tutto il corpo,

come la vittima d'un sacrifizio,

a causa della foga dell'azione.

Dove aria fuoriesce, aria rientra,

e non ce n' di balsamica intorno

altra che quella che esalate voi.

CLOTENO - La camicia? Se fosse insanguinata,

certo da cambiare. L'ho ferito?

SECONDO GENT. - (Tra s)

Per nulla; e come lui la sua pazienza.

PRIMO GENT. - Ferito? Se non ferito quello,

vuol dire che il suo corpo

non che una carcassa attraversabile,

una "via libera" per ogni acciaio!

SECONDO GENT. - (c.s.)

Il suo doveva essere, per,

un acciaio cos pieno di debiti,

che al pari d'un debitore insolvente

ha alzato i tacchi e se l' data a gambe

per la periferia della citt.

CLOTENO - Non m'ha voluto affrontare, il furfante.

SECONDO GENT. - (c.s.)

Fuggiva, infatti, ma sempre in avanti,

verso di te.

PRIMO GENT. - Affrontarvi, quello l?

Voi terreno ne avete gi del vostro

abbastanza e colui ve ne cedeva

per accrescerlo.

SECONDO GENT. - (c.s.)

S, di tanti pollici

per quanti oceani possiedi, pagliaccio.

CLOTENO - Vorrei che non si fossero intromessi

a separarci.

SECONDO GENT.- (c.s.)

Anch'io l'avrei voluto;

cos avresti potuto misurare

quanto lungo un babbeo disteso a terra.

CLOTENO - Ma ch'ella debba amare questo tanghero,

e rifiutare me!

SECONDO GENT. - (c.s.)

Se fa peccato

chi sceglie bene, allora ella dannata.

PRIMO GENT. - Signore, come v'ho sempre osservato,

in lei belt e cervello non s'accordano.

Il segno esterno certo positivo,

ma secondo che io mi sono accorto,

ha ben scarso riflesso nel suo spirito.

SECONDO GENT. - (c.s.)

Sugli imbecilli non lo fa rifulgere,

per tema che il riflesso la ferisca.

CLOTENO - Beh, mi ritiro in camera... Per,

come vorrei esser venuto al sangue!(5)

SECONDO GENT. - (c.s.)

Tanto meglio cos,

a meno che a rimetterci la pelle

non fosse stato un asino,

il che sarebbe stato poco danno.

CLOTENO - Voi venite con me?

PRIMO GENT. - Vi accompagniamo,

signore.

CLOTENO - Andiamo insieme tutti e tre.

SECONDO GENT. - Va bene, monsignore.

(Escono)

SCENA III - In Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano IMOGENE e PISANIO

IMOGENE - Vorrei che tu mettessi le radici

sopra i banchi del porto, e ad ogni vela

domandassi di lui; dovesse scrivermi,

ed io non ricevessi la sua lettera,

sarebbe come se andasse perduto

il documento che reca la grazia

a un condannato a morte.

Quali furono l'ultime parole

che ti disse al momento di lasciarti?

PISANIO - Furono: "Mia regina! Mia regina!"

IMOGENE - Ed ha poi agitato il fazzoletto?

PISANIO - E baciato l'ha anche, mia signora.

IMOGENE - Oh, insensibile lino

pi felice di me! E poi, nient'altro?

PISANIO - Ah, s, rest sul ponte della nave

fintanto che pot farsi distinguere

all'occhio ed all'orecchio in mezzo agli altri,

badando ad agitare senza posa

o un guanto, o il cappello o il fazzoletto,

quasi che quegli spasmi

e quegli slanci dell'animo suo

potessero dir meglio quanto lento

fosse il suo cuore e invece quanto svelta

fosse la sua nave a guadagnare il mare.

IMOGENE - Non avresti dovuto mai lasciarlo

con l'occhio, fin che fosse diventato

picciolo come un corvo e ancor di pi.

PISANIO - Signora, cos ho fatto, esattamente.

IMOGENE - Ma io, se fossi stata al posto tuo,

mi sarei tese le fibre degli occhi

fino a spezzarle a furia di guardarlo,

fino a tanto che andando a mano a mano

rimpicciolendosi per la distanza,

mi fosse apparso nient'altro alla vista

che una forma sottile pi d'un ago;

l'avrei, anzi, seguito ancora, ancora,

finch, minuscolo come un moschino,

si fosse infine confuso con l'aria.

Soltanto allora avrei stornato gli occhi

da quella parte, ma soltanto per piangere.

Ed ora, buon Pisanio,

quando sar che avremo sue notizie?

PISANIO - Sar presto, signora, non temete:

appena gli riesca di mandarvele.

IMOGENE - Non ho potuto dargli il mio saluto

di commiato com'io avrei voluto,

e avevo in cuore tante cose a dirgli:

come e in quali ore avrei pensato a lui

un giorno dopo l'altro,

e con quali pensieri e con quali altri;

e avrei voluto costringerlo pure

a giurarmi che le donne d'Italia

non gli avrebbero fatto mai tradire

n l'affetto per me, n l'onor suo;

ed impegnarlo pure

a incontrarsi con me nella preghiera

tutti i giorni alle sei della mattina,

e poi a mezzogiorno e a mezzanotte,

perch allora io son con lui in cielo;

e dargli infine il bacio dell'addio

tra due parole magiche: "Io t'amo";(6)

ma prima ch'io potessi tutto questo

fare e dire con lui, all'improvviso

arrivato mio padre,

e, simile al violento settentrione,

col suo soffio ha distrutto d'in sul nascere

tutti questi miei teneri germogli.

Entra una DAMA

DAMA - La regina, signora,

desidera la vostra compagnia.

IMOGENE - (A Pisanio)

Bada a sbrigar le cose che t'ho detto.

Vado dalla regina.

PISANIO - S, signora.

(Escono)

SCENA IV - Roma, la casa di Filario.

Entrano FILARIO, IACHIMO, UN FRANCESE, un Olandese e uno Spagnolo (che non parlano)

IACHIMO - Credete a me, signore.

Io l'ho gi visto quand'ero in Britannia.

La sua reputazione era sul nascere,

e s'aspettava ancor d'offrire di s

quelle prove di merito

che dovevan poi dargli rinomanza.

Ma allora non avrei guardato a lui

se non con moderata ammirazione,

avesse pur portato, appeso al fianco,

il catalogo delle sue virt,

e le avessi contate ad una ad una.

FILARIO - Stai parlando di lui

qual era al tempo ch'era men fornito

di tutte le virt che lo fan ricco

dentro e fuori.

FRANCESE - Io l'ho incontrato in Francia;

e c'erano moltissimi fra noi

ch'eran capaci di guardare al sole

con occhio fermo almeno quanto lui.

IACHIMO - Questa storia d'aver egli sposato

la figlia del suo re,

per la quale dev'essere pesato

pi per riguardo al valore di lei,

che al suo proprio, fa s

che si parli di lui con maggior lode

che non meriti.

FRANCESE - E poi c' il suo esilio.

IACHIMO - Gi, e le simpatie di quanti in patria

avendo preso parte per la moglie,

piangono oggi il triste lor divorzio;

ci non fa che ingrandire il personaggio

non fosse che per meglio rafforzare

il giudizio da dare su di lei (7)

- che sarebbe altrimenti smantellabile

anche da una modesta batteria -

quanto all'essersi scelta per marito

un pitocco sprovvisto d'ogni pregio.

Ma com' ch'egli viene qui da voi?

Come lo conoscete?

FILARIO - Suo padre stato mio compagno d'armi

ed accaduto pi di qualche volta

che io gli sia rimasto debitore

niente di meno che della mia vita.

Entra POSTUMO

Oh, eccolo, il Britanno.

Vogliate accoglierlo tra voi, signori,

cos come s'addice a gentiluomini

quali voi siete per uno straniero

delle sue qualit. Vogliate fare

con questo gentiluomo amico mio

tutti la pi cordiale conoscenza.

Quanto egli ne sia degno,

preferisco si mostri da s in seguito,

e non parlarne io in sua presenza.

FRANCESE - (A Postumo)

Signore, noi ci siamo conosciuti:

stato ad Orlans.

POSTUMO - Ed io vi son rimasto da quel tempo

debitore di tali cortesie

che se fossero tutte ripagate,

mi lascerebbero sempre obbligato.(8)

FRANCESE - Voi date, bont vostra, signor mio,

troppo valore a quello che fu solo

un ben modesto gesto di favore.

Io fui ben lieto in quella circostanza

d'esser riuscito a rappacificare

voi e quel certo mio compatriota;

sarebbe stato invero lamentevole

che doveste azzuffarvi in uno scontro

che minacciava d'essere mortale,

per cosa di cos poco momento

e di natura s bassa e volgare.

POSTUMO - Io era allora, se m' consentito,

signore, solo un giovin giramondo,

pi disposto a sottrarmi dal seguire

quanto sentissi dire da altrui bocca,

che a lasciarmi guidare, nell'agire,

dall'esperienza altrui; ma anche in seguito,

per quanto pi maturo il mio giudizio

- se posso osar di definirlo tale -

le ragioni che avevan dato luogo

a quella lite non mi son sembrate,

in verit, nient'affatto meschine.

FRANCESE - Lo erano anche troppo, a mio giudizio,

perch se ne dovesse chiamar arbitro

la spada, tra due uomini,

dei quali, l'uno, assai probabilmente,

avrebbe ucciso l'altro

oppur sarebbero caduti entrambi.

IACHIMO - Se non siamo indiscreti,

si pu chiedere quale fosse stato

il motivo di quella controversia?

FRANCESE - Credo di s: c'era stata una disputa

in pubblico, che pu ben riferirsi

senza riprovazione. Era una disputa

in tutto analoga a questa sorta

ieri sera fra noi, quando ciascuno

prese a far le lodi delle donne

del suo paese, e questo gentiluomo

intervenne anche lui a sostenere

- disposto ad affermarlo col suo sangue -

essere la sua donna la pi bella,

la pi virtuosa, saggia, intemerata,

la pi costante e meno vulnerabile

d'una qualsiasi fra le pi preziose

nostre dame di Francia.

IACHIMO - Una tal donna

o non esiste pi su questa terra,

o l'opinione di questo signore

a quest'ora sar certo cambiata.

POSTUMO - Nient'affatto. Ella serba inalterate

le sue virt, ed io il mio giudizio.

IACHIMO - Non la dovete mettere per

tanto al disopra delle nostre qui.

POSTUMO - Quando anche qui venissi provocato

al modo che lo fui allora in Francia,

non ritratterei nulla su di lei,

anche a volermi solo professare

semplice adoratore, e non amante.

IACHIMO - Tanto bella, costei, e tanto brava?...

Anche a fare un confronto faccia a faccia,

sembra un po' troppo bella e troppo brava,

per essere una donna di Britannia.

Se davvero ella fosse superiore

alle donne che ho visto fino ad oggi,

come il diamante che portate al dito

superiore in quanto a lucentezza

a molti altri che ho visto fino ad oggi,

non potrei certo esimermi dal credere

alla sua eccellenza sopra molte.

Ma un diamante che fosse il pi prezioso

di tutti gli altri al mondo in assoluto,

non l'ho mai visto, e cos voi la donna.

POSTUMO - L'ho lodata alla stregua della stima

che di lei faccio, non diversamente

di quel che faccio con questa mia pietra.

IACHIMO - E quanto la stimate, quella pietra?

POSTUMO - Pi d'ogni altro tesoro della terra.

IACHIMO - Allora o quella donna incomparabile

non vive pi, oppure il suo valore

svilito dal suo accostamento

che voi ne fate a quello d'un gingillo.

POSTUMO - In questo vi sbagliate, signor mio:

perch l'uno pu essere venduto

se c' danaro bastante a comprarlo,

o anche dato in dono;

l'altra non si pu vendere, o donare:

solamente un dono degli di.

IACHIMO - Fatto da loro a voi?

POSTUMO - E ch'io sapr ben serbare per me,

con il loro favore.

IACHIMO - Potete dunque dirla cosa vostra,

di nome almeno: ch, come sapete,

strani uccelli si posano talvolta

sopra gli stagni circostanti al vostro.

Anche l'anello che portate al dito

vi pu esser rubato da qualcuno;

talch d'una tal coppia di tesori

che dite di valore inestimabile,

uno fragile, l'altro casuale.

Dell'uno un ladro astuto,

e dell'altro un compito cortigiano,

potrebbero tentare di privarvi.

POSTUMO - La vostra Italia non ha di sicuro

un cortigiano talmente compito

da vincere l'onor della mia donna,

per quanto fragile voi la diciate

nel perderlo o serbarlo. In quanto ai ladri,

non dubito che voi qui ne abbondiate,

ma per l'anello mio non ho paura.

FILARIO - Evvia, signori, piantiamola l.

POSTUMO - Da parte mia, ben volentieri, amico.

Questo degno signore

non mi tratta davvero da straniero

- e di ci lo ringrazio - perch subito

ci siam trovati a familiarizzare.

IACHIMO - Eppure io son sicuro

che con un sol colloquio a faccia a faccia,

che potesse durare cinque volte

questo che abbiamo fatto qui tra noi,

mi saprei guadagnar tanto terreno

nel cuore della vostra bella amante

da farla indietreggiare fino a cedere,

sol che potessi avere accesso a lei,

ed acquistare la sua confidenza.

POSTUMO - No, no!

IACHIMO - Sarei pronto a impegnare

met di tutta la mia propriet

contro quel vostro anello,

che a mio giudizio vale alquanto meno;

ma questa una scommessa

ch'io mi sento di fare, sia ben chiaro,

pi contro questa vostra sicurezza

che contro la di lei reputazione.

E vi dichiaro, a scanso d'ogni offesa

che possiate pensare a voi diretta,

ch'oserei cimentarmi in tale prova

con qualsiasi altra donna.

POSTUMO - Credo che siate andato troppo in l

in questa vostra ardita persuasione,

e non dubito che da una tal prova

ricevereste il giusto guiderdone.

IACHIMO - E cio?

POSTUMO - Quanto meno una ripulsa.

Se pur la prova - come la chiamate -

meriti ancor di peggio: un buon castigo.

FILARIO - Signori, basta adesso, per favore.

La disputa s' accesa d'improvviso,

lasciamola morire com' nata,

e cercate di stabilir tra voi

migliore e pi cordiale confidenza.

IACHIMO - M'impegnerei l'intero patrimonio,

ed anche quello del mio confinante,

per dimostrare vero quel che ho detto.

POSTUMO - Ebbene, quale donna scegliereste

cui dare il vostro assalto?

IACHIMO - Quella vostra,

che dite di s salda fedelt.

Scommetto ben diecimila ducati

contro quel vostro anello,

che se mi procurate l'ammissione

alla corte dov' la vostra donna,

io son capace, senz'altro vantaggio

che quello di potermi intrattenere

una-due volte a colloquio con lei,

di portar via con me quell'onor suo

che immaginate s ben custodito.

POSTUMO - A fronte del vostro oro,

io metto oro; questo anello, no:

me lo voglio tenere caro al dito

perch con il mio dito esso fa corpo.

IACHIMO - Vi capisco: voi siete innamorato

e per ci stesso tanto pi guardingo.(9)

Ma se compraste pur carne di donna

ad un milione al grammo(10)

non potreste impedirle di corrompersi.

Ma m'accorgo che in voi c' qualche scrupolo,

che vi fa men sicuro.

POSTUMO - Nient'affatto.

Questo vostro parlare a briglia sciolta

solo un vostro vezzo;

spero sappiate parlare pi serio.

IACHIMO - Io so perfettamente quel che dico,

e giuro che son pronto a porlo in atto.

POSTUMO - Lo volete davvero?

Vi lascio in pegno allora il mio diamante

fino a quando sarete ritornato.

Si stenda tra noi due un patto scritto:

la mia donna soverchia, per virt,

l'infinita bassezza

del vostro indegno pensar su di lei.

E dunque io vi sfido a questa prova.

Eccovi il mio anello.

(Gli d l'anello)

FILARIO - Non mi piace, tra voi, questa scommessa!

IACHIMO - Per gli di, andata!

S'io non vi porto una qualsiasi prova,

che sia per bastante a dimostrare

che mi sono goduta a mio talento

la parte pi segreta del suo corpo,

i diecimila scudi sono vostri,

e vostro resta pure quest'anello.

Se torno avendola lasciata intatta

in quell'onore in cui tanta fiducia

voi riponete, lei, vostro gioiello,

e questo vostro gioiello e il mio oro

saranno vostri... ferma la promessa

che a presentarmi a lei siate voi stesso,

perch'io mi possa a mio miglior talento

intrattener con lei.

POSTUMO - Nessuna remora

ad accettare queste condizioni.

Stendiamo pure le clausole del patto.

Una cosa, per, dev'esser ferma:

che se mai riusciste a farla vostra,

e m'offriste la prova d'aver vinto,

non mi sentir pi vostro nemico,

dal momento che non sar pi degna

che noi ci disputiamo su di lei.

Ma s'ella rimanesse non sedotta,

n voi poteste provare il contrario,

mi dovrete risponder con la spada

dei pensieri oltraggiosi su di lei

e dell'assalto alla sua castit.

IACHIMO - D'accordo. Cosa fatta. Qua la mano.

Il tempo di stilare queste clausole

per mano di un legale,

e via subito verso la Britannia,

per tema che l'affare si raffreddi

e se ne muoia per denutrizione.

Vado a prendere intanto quel denaro,

e poi faremo iscrivere a registro

le rispettive poste in gioco.

POSTUMO - Intesi.

(Escono Postumo e Iachimo)

FRANCESE - Credete che la cosa quaglier?

FILARIO - Oh, s, Iachimo non certo il tipo

che si fa indietro. Andiamo via con loro.

(Escono)

SCENA V - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.

Entrano LA REGINA, le DAME e CORNELIO

REGINA - (Alle dame)

Raccogliete quei fiori

mentre il suolo ancor fresco di rugiada.

Fate presto. La nota chi ce l'ha?

PRIMA DAMA - L'ho io, signora.

REGINA - Andate.

(Escono le dame)

Dunque, mastro dottore,

me le avete portate quelle droghe?

CORNELIO - S, piaccia a vostra grazia, sono qui.

(Le porge una scatolina)

Ma prego vostra grazia, senza offesa,

- la coscienza mi spinge a domandarvelo -

di dirmi come mai m'avete chiesto

queste velenosissime misture

capaci di produrre in chi le assuma

morte languida e lenta, ma sicura.

REGINA - Mi stupisce che proprio voi, dottore,

mi facciate una simile domanda.

Non sono forse stata da molti anni

vostra allieva? Non siete stato voi

ad insegnarmi a fabbricar profumi,

a distillare essenze,

a preparar specifici e conserve,

s che perfino il nostro grande re

mi richiede lui stesso tante volte

questi miei preparati?

Dacch dunque son tanto progredita,

non pensate sia giusto

- salvo che non mi riteniate un diavolo -

ch'io voglia accrescere le mie nozioni

col cimentarmi in altri esperimenti?

Voglio appunto provare l'efficacia

delle vostre sapienti mescolanze

sopra alcuni soggetti

che non vale la pena d'impiccare

(creature non umane, beninteso),

e ci allo scopo di sperimentarne

la virulenza e trovare i rimedi

per lenirne l'azione perniciosa

oltre che rivelarne l'efficacia

e i possibili effetti.

CORNELIO - Altro effetto da queste operazioni

l'altezza vostra non potr sortire

se non quello d'inaridirsi il cuore.

Senza dire che solo ad osservarli,

gli effetti che voi dite,

potreste esporvi al rischio del contagio.

REGINA - Oh, di ci non dovete preoccuparvi!

Entra PISANIO

(Tra s)

Eccolo, questo vile leccapiedi.

Prover questa roba su di lui.

Egli anima a corpo

pel suo padrone e nemico a mio figlio...

(Forte)

Oh, Pisanio!... Dottore, pel momento

il vostro compito terminato.

Ve ne potete andare.

CORNELIO - (Tra s)

Eh, mia cara,

quel che vuoi fare tu m'insospettisce.

Ma male, no, non te ne lascio fare.

REGINA - (A Pisanio)

Senti qua, ho da dirti una parola.

CORNELIO - (c.s.)

Non mi piace costei.

Ora crede d'avere per le mani

strani veleni a effetto ritardato.

La conosco. Ma non penser mai

d'affidare alla sua grande perfidia

droghe di s diabolica natura.

Quelle che adesso le ho portate qui

potranno avere tutt'al pi l'effetto

di procurare una maggior gravezza

e un momentaneo sopore dei sensi.

Forse dapprima li vorr provare

su animali, magari cani o gatti,

per poi, man mano, andar sempre pi su;

ma nello stato di morte apparente

ch'essi danno non v' nessun pericolo,

salvo che di sospendere alcun tempo

la sensibilit della persona,

per farla quindi ritornare a vivere

subito dopo pi fresca di prima.

Questo effetto illusorio della droga

la trarr in inganno, ed io per questo

mi sentir pi onesto con me stesso.(11)

REGINA - Da voi, dottore, non m'occorre altro.

Se avr bisogno, vi far chiamare.

CORNELIO - Umilmente da voi prendo congedo.

(Esce)

REGINA - E piange ancora, hai detto?

Non credi tu che col passar del tempo

si calmer, lasciando alla ragione

d'entrar dove ora regna la follia?

Perci datti fa fare:

quando potrai venire ad annunciarmi

ch'ella s' innamorata di mio figlio,

ti dir che da quello stesso istante

tu sarai grande come il tuo padrone;

anzi di pi, perch le sue fortune

giacciono tutte mute, ed il suo credito

presso ad espirar l'ultimo rantolo.

Egli non pu n ritornare in patria,

n rimaner dov';

e mutare dimora ormai per lui

passare da una miseria all'altra,

e ogni giorno marcisce appresso all'altro.(12)

Che ti aspetti per te,

nell'appoggiarti ad uno che vacilla,

che non pu essere rimesso in sesto,

e non ha amici che possan sorreggerlo?

(Lascia cadere a terra la scatolina. Pisanio si china

a raccattarla)

Tu hai raccolto, ma non sai che cosa...

ma tienila, per la tua fatica.

qualcosa che ho preparato io stessa

con le mie mani e che ha salvato il re

cinque volte da morte. Non c' al mondo,

ch'io sappia, cosa pi vivificante.

Su, prendila, ti prego. una caparra

dei favori ch'ho in animo di farti.

Spiega alla tua padrona,

ma come cosa che venga da te,

come stanno le cose ora con lei:

Rifletti al beneficio

che pu darti il mutare dipendenza,

e in tal modesto resteresti sempre

al servizio di lei, la tua padrona,

e avresti per di pi il mio figliolo

a occuparsi di te. Per parte mia,

non mancher di agire per il meglio

sul re, per persuaderlo ad accordarti,

in una o altra forma,

gli avanzamenti che preferirai;

e soprattutto poi sar io stessa,

che t'ho messo su questa via di meriti,

a sentirmi impegnata di persona

a caricarti di lauti compensi.

Va', chiamami di nuovo le mie dame

e ben rifletti a quello che t'ho detto.

(Esce Pisanio)

Un astuto furfante,

oltremodo fedele al suo padrone,

e altrettanto difficile da smuovere.

Anzi, del suo padrone egli un agente,

sempre vigile a rammentare a lei

di serbarsi fedele a suo marito.

Ma gli ho dato qualcosa

che una volta che l'abbia trangugiata,

far restare lei priva per sempre

d'ogni servo del caro suo marito,

e che anche lei, se non cambia d'umore,

pu stare ben sicura d'assaggiare.

Rientra PISANIO con le dame che recano fiori

Cos, bene, cos, brave, ben fatto!

Violette, bocche di leone, primule...

Le porterete nel mio salottino.

Pisanio, arrivederci.

Pensa a quel che t'ho detto.

PISANIO - Lo far.

(Esce la regina con le dame)

Ma il giorno in cui mi scoprissi sleale

verso il mio buon signore,

m'impiccher con le mie stesse mani.

tutto quel che posso far per voi.

(Esce)

SCENA VI - La stessa

Entra IMOGENE

IMOGENE - Un padre senza cuore,

una matrigna ipocrita e malvagia,

un imbecille che s' messo in testa

di corteggiare una donna sposata,

il cui marito al bando. (Ah, quel marito,

la suprema di tutte le mie pene!)

E queste quotidiane vessazioni

che si ripeton l'una dopo l'altra!

Fossi stata anch'io da qui rapita,

come i miei due fratelli, fortunati!

Ma il desiderio, quanto pi ambizioso,

tanto pi miserabile.

Beati quelli che, per quanto poveri,

appagano le loro oneste voglie,

insaporite solo dal conforto.

Entra PISANIO con IACHIMO

Oh, chi sar costui? Povera me!

PISANIO - Un gentiluomo da Roma, signora,

con una lettera del mio padrone.

IACHIMO - Impallidite, signora?(13)

Il nobile Leonato, vostro sposo,

sta bene, e per mio mezzo

e vi manda il suo pi tenero saluto.

(Le consegna una lettera)

IMOGENE - Grazie, signore. Siate il benvenuto.

IACHIMO - (A parte)

Tutto ci che di lei si mostra fuori

assai prezioso. Se altrettanto raro

l'intelletto di che ella fornita,

costei, da sola, l'Araba Fenice;

ed io ho gi perduto la scommessa.

Coraggio, aiutami! E tu, ardimento,

armami tutto dalla testa ai piedi,

o ch'io combatter indietreggiando,

come il Parto, (14) o fuggendo addirittura.

IMOGENE - (Leggendo la lettera)

"Egli persona d'alta distinzione,

"alla cui gentilezza devo molto.

"Vedi perci di usargli quei riguardi

"che ti detta la stima che tu fai

"del fedelissimo tuo LEONATO".

V'ho letto solo questo ad alta voce;

ma tutto il resto mi riscalda il cuore

nel profondo di grati sentimenti.

Per quanto possan dirvi le parole,

vi do, nobil signore, il benvenuto:

e tale, spero, scoprirete d'essere

in tutto ci ch'io possa far per voi.

IACHIMO - Molte grazie, bellissima signora.

Ma che! Son proprio cos matti gli uomini?

Natura ha dato loro tanto d'occhi

per contemplare la volta del cielo

e i tesori del mare e della terra,

per distinguer lass, l'una dall'altra,

l'orbite fiammeggianti,

e le pietruzze l'una all'altra identiche

sulle innumeri spiagge della terra,

e non sono capaci di distinguere,

pur con lenti di tale perfezione,

quel che bello dal brutto?

IMOGENE - Che cos'

che vi provoca tanta meraviglia?

IACHIMO - Ma no, non si pu farne colpa agli occhi;

perch anche le scimmie e i babbuini,

se messi in mezzo tra due loro femmine

una bella e una brutta,

tutti si volgerebbero squittendo,

sulla prima, facendo verso l'altra

versacci di disprezzo. N al giudizio

si pu far colpa, ch anche un idiota

di fronte ad una scelta di bellezza

come questa, saprebbe ben decidere

con perfetta saggezza.

N pu esser carnale desiderio,

ch la stessa bruttezza

opposta a s eccellente leggiadria

farebbe vomitare l'appetito

a vuoto, invece d'invitarlo al cibo...

IMOGENE - Che vi succede?

IACHIMO - Il desiderio sazio...

la voglia sazia ma non soddisfatta,

botte che si riempie e che si svuota,

che mangia prima il buono dell'agnello

e poi si butta pure sui rifiuti...

IMOGENE - Che cos' che vi provoca, signore,

un tal deliquio? Vi sentite bene?

IACHIMO - Benissimo, signora, vi ringrazio.

(A Pisanio)

Amico, per favore, di' al mio servo

di restarsi l dove l'ho lasciato.

forestiero e piuttosto svagato.

PISANIO - Stavo appunto recandomi da lui,

signore, a dargli il nostro benvenuto.

(Esce)

IMOGENE - Ma ditemi, di grazia: il mio signore

sta sempre bene?

IACHIMO - S, bene, signora.

IMOGENE - E anche sta di buon umore, spero?

IACHIMO - Allegro oltre ogni dire.

Non c' laggi pi allegro forestiero

e pi gioviale: "l'allegro Britanno"

lo chiaman tutti.

IMOGENE - Quand'era ancor qui

inclinava piuttosto alla tristezza,

e spesso senza spiegarsi il perch.

IACHIMO - Triste non l'ho mai visto, in verit.

C' un francese, un monsieur di buona tacca,

suo compagno, ch' innamorato cotto,

a quanto d a vedere,

d'una ragazza gallica al paese.

Non fa che sospirare come un mantice;

e allora quel burlone di Britanno

- vostro marito, intendo - se la ride

a vederlo, a capienza di polmoni(15)

e gli grida, ridendo: "Oh, come faccio,

che mi sento scoppiare le budella

a pensare che un uomo come te,

che o per storia, o per sentito dire,

o per propria esperienza personale,

deve saper la donna com' fatta

(perch fatta cos,

e non pu scegliere d'esser diversa),

se ne stia a languire tutto il tempo

in una volontaria schiavit!"

IMOGENE - Cos dice, davvero, il mio signore?

IACHIMO - S, e con gli occhi inondati dal gran ridere.

C' da spassarsi un mondo a stargli accanto

e udirlo prendere a scherno il Francese.

Sa il cielo quanto sian da biasimare

uomini cos fatti...

IMOGENE - Lui no, spero.

IACHIMO - Lui no; se pur la copia di bei doni

di cui gli stato cos largo il cielo

potrebb'essere messa a miglior frutto.

Gi in se stesso ne ha di numerosi;

e poi ha voi, ch'io considero sua,

e che siete al di l d'ogni conteggio.

Sicch io son portato, al tempo stesso,

ad ammirare ed a compassionare.

IMOGENE - Compassionare che cosa, signore?

IACHIMO - Dal profondo del cuore, due creature.

IMOGENE - Ed una sarei io?...

Mi guardate gli occhi spalancati:

quale disastro discernete in me

che meriti la vostra compassione?

IACHIMO - Ah, iattura! Ma come!

Celarmi ai raggi del radioso sole,

per consolarmi al timido barlume

d'un lucignolo in uno scantinato?

IMOGENE - Vi prego, signor mio,

vogliate dar risposte meno ermetiche

alle domande mie. V'avevo chiesto

che cos' che vi muove a compassione.

IACHIMO - Il fatto che - stavo appunto per dirvelo -

altri debba godersi quel che vostro...

Ma parte degli di farne vendetta,

non la mia, di parlarne.

IMOGENE - Si direbbe che siate a conoscenza

di qualcosa di me,

o che mi tocca molto da vicino.

Vi prego, poich spesse volte il dubbio

sulle cose cattive pi tormento

della certezza ch'esse ci accadranno,

- ch le certezze o son senza rimedio,

o sono tali che l'averle in tempo

pu consentire di porvi rimedio -

vogliate dirmi senza infingimenti

ci che cercate di dire e non dire.

IACHIMO - Fossero mie codeste vostre guance,

da poterci bagnar l'arse mie labbra;

fosse pur mia codesta vostra mano

il cui tocco soltanto inchioderebbe

l'anima mia al pi solenne voto

di fedelt tutto l'animo mio;

fosse mio questo oggetto

ch'ora imprigiona lo svagato sguardo

dei miei occhi e lo tiene fisso a s...

e s'io mi dessi - maledetto me! -

a sbavare su labbra pi consunte

dei gradini che menano alla rocca

del Campidoglio; a brancicare mani

fatte callose dalla falsit

(la falsit che come la fatica

per indurirle); a far lo sguardo languido

ad occhi non pi chiari e luminosi

del fumoso lucignolo prodotto

da un lumino di sego puzzolente...

ah, sarebbe pur giusto

che per una siffatta devianza

venissero a punirmi tutti insieme

i peggiori flagelli dell'inferno!

IMOGENE - Il mio signore deve aver perduto,

temo, il ricordo della sua Britannia.

IACHIMO - Ed anche di se stesso. Ma, badate,

non per gusto di pettegolezzo(16)

ch'io vi denuncio la meschinit

di questo suo bizzarro mutamento:

il fascino della bellezza vostra

a trarre dalla muta mia coscienza

alla mia lingua queste informazioni.

IMOGENE - Non voglio sentir altro.

IACHIMO - Anima cara!

La vostra causa mi ferisce il cuore

d'una tal compassione, da star male!

Una s bella dama,

che, quando fosse unita ad un impero

saprebbe raddoppiare la grandezza

del pi grande dei re,

accomunata a delle sgualdrinelle,

mercenarie, pagate per di pi

con il denaro dei vostri forzieri;

a delle avventuriere sifilitiche

use a sguazzare solo per denaro

in mezzo ad ogni sorta d'infezione

ch'offre la corruzione alla natura;

tutta roba bollita in suffumigi,(17)

buona ad avvelenare anche il veleno.

Ah, vendicatevi! O debbo dire

che quella donna che v'ha generato

non era una regina,

e voi scadete dal vostro lignaggio.

IMOGENE - Vendicarmi! E in che modo lo potrei?

Se quel che dite vero

- perch il mio cuore deve ben guardarsi

da lasciarsi ingannare tanto presto

da quel che odono le mie orecchie -

se quel che dite - vi ripeto - vero,

in che modo potrei io vendicarmi?

IACHIMO - Se io, al posto vostro,

dovessi vivere per causa sua

come una sacerdotessa di Diana,

tra gelide lenzuola,

mentr'egli bada a cavalcare al caldo

tutte le sgualdrinelle che gli cpitano,

a vostro scorno, con la vostra borsa...

Dovete vendicarvi!

Io son qui pronto a consacrar me stesso

al vostro piacimento, ben pi degno

del vostro letto di quel rinnegato,

qual mi sento, e fedele al vostro amore,

pur mantenendolo sempre nascosto.

IMOGENE - Che! Pisanio, Pisanio, dove sei?

IACHIMO - Consentite ch'io offra i miei servigi

a queste vostre labbra.

(Le si avvicina come per tentare di baciarla, ma Imogene lo respinge)

IMOGENE - Indietro! Via! Condanno le mie orecchie

per averti ascoltato(18) cos a lungo!

Se fossi uom d'onore,

m'avresti fatto questo tuo racconto

per un semplice senso di onest,

non per un fine tanto disonesto

quanto assurdo, qual quello che cerchi.

Fai torto a un gentiluomo

ch' lontano da come lo descrivi

quanto tu dall'onor di gentiluomo.

E vieni tristamente ad insidiare

l'onest d'una donna che per te

prova solo un orribile disdegno,

quanto ne pu provare per il diavolo!

Pisanio! Oh! Pisanio!...

Il re mio padre sar messo a parte

di questo tuo tentativo di assalto,

e se non trover cos indecente

che un forestiero privo di pudore

arrivi alla sua corte a trafficare

ed a sfoggiare i suoi bestiali istinti,

come fosse in un lupanare a Roma,

vorr dire che non gl'importa niente

di quello che succede alla sua corte,

e che non ha rispetto per sua figlia.

Ehi, ohi, Pisanio!... Dove sei?...

IACHIMO - Oh, felice Leonato! Posso dirlo:

la stima che di te ha la tua sposa

merita l'assoluta tua fiducia,

come la tua perfetta rettitudine

merita pienamente la sua stima.

Possiate vivere a lungo felici!

Una dama sposata ad un signore

il pi degno che vanti il suo paese;

e voi, la sua amante,

sol del pi degno adatta come sposa!

Perdonatemi. Ho detto quel che ho detto

nell'esclusivo intento di conoscere

quanto profonde siano le radici

della fedelt vostra al vostro sposo;

e vi far di lui altro ritratto,

adesso, quello vero. E vi dir

ch' un tal fido ed onesto incantatore,

da attrarre a s chiunque lo avvicini.

sua met del cuore di noi tutti.

IMOGENE - Ora vi riscattate.

IACHIMO - Sta tra gli uomini simile ad un dio

disceso sulla terra; in lui qualcosa

che sa di tanto dignitoso e nobile,

da farlo credere pi che mortale.

Possente principessa,

non siate in collera con me, vi prego,

pel fatto che mi sono avventurato

a provar come avreste reagito

a un bugiardo racconto; che, del resto,

valso a confermare, a vostro onore,

la vostra impareggiabile sagacia

nella scelta d'un cos raro sposo.

L'affetto che ho per lui m'ha suggerito

di provocarvi al modo che sapete;

ma gli di hanno fatto voi diversa

da tutte l'altre donne, refrattaria

ad ogni traffico di questo genere.(19)

Vi prego, perdonatemi.

IMOGENE - Sta bene. Profittate qui alla corte

di tutto quanto possa io per voi.

IACHIMO - I miei umili ringraziamenti.

Ah... un momento. Dimenticavo quasi

di chiedere alla vostra gentilezza

un piccolo favore, ma importante

perch concerne proprio il vostro sposo,

me stesso, ed altri nobili signori

che si sono associati alla faccenda.

IMOGENE - Di che si tratta, prego?

IACHIMO - Un certo numero di noi Romani,

una dozzina circa, cui s' aggiunto

vostro marito, che della nostra ala

la migliore penna, abbiam raccolto

una somma per acquistare un dono

al nostro imperatore; e proprio io,

per loro incarico, l'ho scelto in Francia.

argenteria di artistica fattura

e gioielli di rara e ricca foggia,

di gran valore. Essendo qui straniero,

io mi sento piuttosto in apprensione

per la lor sicurezza.

Non vorreste tenerli voi in consegna?

IMOGENE - Volentieri; contate su di me,

per la loro sicurezza,(20) dal momento

che interessato anche il mio signore;

li terr qui con me, nella mia camera.

IACHIMO - Son chiusi in un baule

ch' ora custodito dai miei uomini.

Mi prender l'ardire di mandarvelo,

solo per questa notte.

Domattina dovr essere a bordo.

IMOGENE - Oh, no, no.

IACHIMO - S, vi prego di scusarmi;

ma verrei meno alla parola data

se ritardassi il mio ritorno a Roma.

Ho traversato il mare dalla Gallia

solo per mantenere la promessa

di venire a vedere vostra grazia.

IMOGENE - E di tanto disturbo vi son grata;

ma non andate via proprio domani.

IACHIMO - Devo, signora. Perci se vi piaccia

di scrivere due righe al vostro sposo

fatelo gi stasera.

Son gi in ritardo al mio appuntamento

per la consegna del nostro regalo.

IMOGENE - Gli scriver. Mandatemi il baule.

Sar ben custodito, v'assicuro.

E vi sar restituito intatto.

Ed ancora una volta, benvenuto!

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA I - In Britannia, davanti al palazzo di Cimbelino.

Entra CLOTENO con due SIGNORI

CLOTENO - Ma s' mai visto un uomo

pi di me sfavorito dalla sorte?

Mando la boccia a baciare il pallino,

e un'altra boccia, pah, la spazza via!

Ci avevo messo su cento sterline

ed ecco saltar fuori, l per l,

un insolente figlio di puttana

a dirmi che non devo bestemmiare:

quasi ch'io le bestemmie,

me le facessi prestare da lui

senza licenza di poterle spendere

a mio talento!

PRIMO SIGNORE - E che ci ha guadagnato?

Con la boccia gli avete fracassato

la zucca!

SECONDO SIGNORE.- (A parte)

Fosse stato quel cervello

come il suo annacquato,

gli sarebbe colato tutto fuori.(21)

CLOTENO - Quando ad un gentiluomo, dico io,

gli salta l'uzzolo di bestemmiare,

a nessuno di quelli l presenti

dev'essere permesso

di tagliargli le sue bestemmie in bocca.

Dico bene?

SECONDO SIGNORE - Sicuro, mio signore.

(A parte)

Ma manco di tagliar loro le orecchie.(22)

CLOTENO - Cagnaccio figlio d'una buona donna!

Dargli soddisfazione, io, a lui?

Ah, fosse stato uno del mio rango!

SECONDO SIGNORE - (c.s.)

S, e puzzare come un imbecille.(23)

CLOTENO - Non c' nulla che m'irriti di pi,

gli venga un cnchero!

Come vorrei non essere

quel nobile che sono!

Non osano combattere con me

per via che sono figlio di mia madre

la regina; un qualunque buono a nulla

pu farsi una spanciata di litigi,

mentre ch'io devo star a passeggiare

in su e in gi, al pari di un galletto

con cui nessuno si pu misurare.

SECONDO SIGNORE - (c.s.)

Tu sei gallo e cappone(24) al tempo stesso,

e come gallo fai chicchirich,

con la tua bella cresta da buffone.(25)

CLOTENO - Dicevi?

SECONDO SIGNORE - Che non da vostra altezza

misurarsi con tutti quei compari

cui vi cpita di recare offesa.

CLOTENO - Questo lo so, ma mi sar permesso

di far offesa a chi meno di me.

SECONDO SIGNORE - Anzi, soltanto a vostra signoria

questo permesso.

CLOTENO - Come dico io.

PRIMO SIGNORE - Avete udito di quello straniero

giunto a corte stasera?

CLOTENO - Uno straniero?

E io non ne so nulla? Non strano?

SECONDO SIGNORE - (A parte)

Anche lui uno strano mammalucco

e non sa nulla d'esserlo.

PRIMO SIGNORE - un Italiano quello che venuto,

un amico - si dice - di Leonato.

CLOTENO - Leonato! Quel furfante messo al bando?

E questo un altro, chiunque egli sia.

Chi v'ha detto di questo forestiero?

PRIMO SIGNORE - Uno dei vostri paggi, monsignore.

CLOTENO - Star bene ch'io vada a salutarlo?

Non sar forse ch'io m'abbassi troppo?

SECONDO SIGNORE - Abbassarvi per voi non possibile, (26)

monsignore.

CLOTENO - Non facilmente, credo.

SECONDO SIGNORE - (A parte)

Tu sei un imbecille collaudato,

e tutto quello che da te pu uscire,

non pu far nulla per non esser basso.

CLOTENO - Ebbene, andr a veder quest'Italiano:

mi vo' rifar stasera su di lui

di tutto quello che ho perduto oggi

alle bocce. Venite, voi, andiamo.

SECONDO SIGNORE - Agli ordini di vostra signoria.

(Esce Cloteno con il primo signore)

Che uno scaltro demonio

di femmina com' la madre sua

abbia dovuto partorir quest'asino!...

Una donna capace per cervello

di dar dei punti a tutti,

e questo figlio che non capace,

nemmeno di sottrarre due da venti,

a memoria, e saper che fa diciotto!

Ahim, povera principessa Imogene,

divina donna, quale dura prova

la tua, tra un padre governato

completamente dalla tua matrigna

che trama d'ora in ora nuovi intrighi,

ed un corteggiatore pi aborrito

del crudo bando del tuo caro sposo,

pi dell'orrido atto di divorzio

cui vorrebbe che tu addivenissi.

Il cielo voglia tenere ben salde

le mura della tua cara onest:

e conservare intatto ed incrollato

il tempio della tua anima bella,

che tu possa restar quella che sei,

per goderti l'amore del tuo sposo

esiliato, e di questa grande terra!

(Esce)

SCENA II - La camera da letto di Imogene. In un canto, un grosso baule. Notte.

IMOGENE a letto, assorta nella lettura; accanto a lei una DAMA di compagnia

IMOGENE - (Smettendo di leggere)

Oh, Elena, tu sei ancora l?

DAMA - A servirvi, signora.

IMOGENE - Che ore sono?

DAMA - quasi mezzanotte, mia signora.

IMOGENE - Son tre ore che leggo. Ho gli occhi stanchi.

Piega la pagina dove son giunta,

e va' a dormire. Lascia ancora accesa

qui la candela, non portarla via.

E se ti puoi svegliare per le quattro,

ti prego, chiamami. Casco dal sonno.

(Esce la dama)

O di, mi metto nelle vostre mani,

proteggetemi voi dai sortilegi

e dalle tentazioni della notte.

(Si addormenta)

IACHIMO esce dal baule

IACHIMO - Cantano i grilli, l'ora che gli umani

ristorano i lor sensi affaticati

nel riposo. Cos il nostro Tarquinio

col pi leggero calpest le stuoie

prima di ridestar la castit

che doveva violare...(27) O Citera,(28)

come superbamente qui abbellisci

il tuo talamo! Quale giglio questo,

pi candido dei lini che lo coprono!

Oh, poterti toccare... Appena un bacio...

un bacio... Impareggiabili rubini,

chi sa con qual dolcezza voi lo date!

solo il tuo respiro

a profumare cos questa stanza.

Quella fiamma del cero

sembra anch'essa inchinarsi su lei,

quasi fosse bramosa di spiare,

di sotto alle sue palpebre, le luci

che vi sono racchiuse, ora coperte

come sotto un leggiadro baldacchino,

sotto quelle tendine bianco-azzurre

smerlettate d'un blu color del cielo!

Ma il mio disegno d'osservare intorno

tutti i particolari della camera:

annoter ogni cosa per iscritto:

questi quadri e questi altri; la finestra

da quella parte; le decorazioni

del suo letto; gli arazzi, le figure,

una per una, tutte, coi soggetti

delle scene istoriate su ciascuna.

Ah, ma assai meglio della descrizione

di diecimila arredi, qualche segno

particolare sul corpo di lei,

da arricchire con esso il mio inventario,

sarebbe prova ancora pi efficace.

O sonno, tu che scimmiotti la morte,

stalle addosso con tutto il tuo torpore,

s ch'ella resti inerte ed insensibile

come statua scolpita su un sarcofago.

(Cerca di sfilarle dal polso il braccialetto)

Vieni, sciogliti, vieni... vieni... facile,

come il gordiano nodo fu difficile.(29)

(Glielo sfila)

mio, e servir a testimoniare,

esternamente, quanto internamente,

la coscienza di lei l'abbia voluto,

fino a far impazzire suo marito.

Sul suo seno sinistro,

un neo con cinque puntolini rossi

come piccole gocce color cremisi

in fondo ad una primula: qual prova

sar questa per me! Pi efficace

di qualsiasi legale attestazione;(30)

un cos intimo particolare

non potr non costringerlo a convincersi

ch'io sia riuscito a forzar la chiusura

e a rubare il tesoro del suo onore.

Non me ne serve altra.

A che scopo annotare per iscritto

quel che posso portar con me avvitato

e ribadito nella mia memoria?

Deve aver letto, vedo, fino a tardi,

la storia di Tereo:(31) vedo la pagina

piegata proprio al punto che Filmele

gli cede e s'abbandona.

Non ho bisogno d'altro.

Entrer nuovamente nel baule

e ne far scattare la chiusura.

Voi, draghi della notte,

fate presto a svanire, e venga l'alba

ad aprir l'occhio al corvo. Ch l dentro

io sto alloggiato dentro la paura;

se pur costei un angelo del cielo,

per me l'inferno...

(S'ode una campana che batte l'ore) (32)

Uno... due... tre...

l'ora. Presto, presto!

(Rientra nel baule)

SCENA III - In Britannia, anticamera attigua alle stanze di Imogene. Notte.

Entra CLOTENO con alcuni SIGNORI

PRIMO SIGNORE - L'altezza vostra quando perde al gioco

il pi paziente e freddo giocatore

ch'abbia mai tratto ai dadi solo un asso.(33)

CLOTENO - Chiunque si fa freddo, quando perde.

PRIMO SIGNORE - Non per con la nobile pazienza

di vostra signoria. Quando vincete,

siete per contro caldo ed impetuoso.

CLOTENO - Vincere mette coraggio a chiunque.

Io, se potessi aver per me Imogene,

quella sciocca dell'oro per giocare

ce n'avrei veramente a sufficienza.

quasi giorno, vero?

PRIMO SIGNORE - S, signore.

CLOTENO - Quei musici dovrebbero esser qui:

m'han consigliato in molti

d'offrirle ogni mattina della musica:

dicono che l'effetto penetrante.

Entrano alcuni MUSICI

Ebbene, avanti allora, su, suonate.

Se riuscite a insinuarvi in lei

col vostro diteggiare, tanto meglio;

e proveremo anche con la voce.

Se non servir a nulla,

non staremo ad insistere con questo.

Ma ch'io mi dia per vinto, no, giammai!

Prima qualcosa d'alta qualit,

ben costruita; poi un'aria dolce,

meravigliosa, con parole ricche...

e poi lasciamola a meditare.

CANZONE

"Odi, odi l'allodola che scioglie

"il suo bel canto del cielo alle soglie,

"mentre Febo le redini raccoglie

"e abbevera i destrieri

"alle fonti dei calici dei fiori;

"calendole occhieggianti pur mo' nate

"schiudono le lor palpebre dorate,

"nell'incanto di tanta leggiadria,

"ridestati anche tu, fanciulla mia."

CLOTENO - Bene cos. Ve ne potete andare.

Se questo avr l'effetto penetrante,

tanto pi favorevole sar

il mio giudizio sulla vostra musica.

Se mancher d'avere tale effetto,

vuol dire ch' un difetto del suo orecchio,

e in quel caso n crini di cavallo

n budella di bove,(34) n la voce

in tremulo falsetto d'un eunuco

vi potran rimediare. Arrivederci.

(Escono i musici)

Entrano CIMBELINO e la REGINA

SECONDO SIGNORE - Ecco il re.

CLOTENO - Son contento con me stesso

d'esser stato su sino a quest'ora,

perch cos mi ritrovo gi in piedi

di buon mattino, ed egli non potr

nel suo cuore di padre, che approvare

questo zelante mio comportamento.

Felice giorno alla vostra maest

ed alla mia graziosa genitrice.

CIMBELINO - Sei qui a far anticamera

alla porta di quella testardaccia

di nostra figlia? Non vuole uscir fuori?

CLOTENO - L'ho da poco assalita a suon di musica;

ma lei non mi fa grazia d'alcun segno.

CIMBELINO - Troppo recente il bando del suo bene,

e non pu averlo gi dimenticato.

Deve passare ancora qualche tempo

per cancellar l'immagine di lui

dalla sua mente. E allora sar tua.

REGINA - Tu devi essere molto grato al re

che non si lascia sfuggire occasione

per innalzarti agli occhi della figlia:

disponiti pertanto a corteggiarla

come vuole la buona costumanza,

e a coglier l'occasione favorevole.

Di fonte ai suoi dinieghi

devi intensificar le tue premure,

dandole l'impressione che gli omaggi

di cui assiduamente la circondi

sono ispirati da sincero amore;

che sei disposto ad ubbidirla in tutto

tranne che all'ordine di congedarti:

a quello resterai sempre insensibile.

CLOTENO - Io, insensato? No, non dite questo.(35)

Entra un MESSO

MESSO - Piaccia a vostra maest,

sono giunti da Roma ambasciatori.

Tra loro Caio Lucio.

CIMBELINO - Un degno amico,

anche se viene con fieri propositi;

ma in ci egli non ha nessuna colpa.

Dobbiamo accoglierlo con quegli onori

che son dovuti a colui che lo manda,(36)

ma anche per riguardo di lui stesso,

per la benevolenza dimostrataci

in diverse occasioni nel passato.

Figlio, dopo che avrai dato il buon giorno

alla donna che ami,

vieni a raggiungerci. Tua madre ed io

abbiam bisogno della tua presenza

nei negoziati con questo Romano.

Andiamo, mia regina.

(Escono tutti, tranne Cloteno)

CLOTENO - Se s' desta, le parlo.

Se no, resti a dormire, e sogni d'oro!

(Bussa alla porta della camera di Imogene)

Con il vostro permesso, ehi, di l!

(Nessuno risponde)

So che le donne sue sono con lei.

E se provassi ad ungerne qualcuna?

l'oro spesso ad aprire le porte,

s, l'oro! Esso capace di far s

che le guardiane dei boschi di Diana(37)

si mutino in cos infide serve

da portare i lor daini a tiro d'arco

dei bracconieri. Ed sempre pur l'oro

a far che l'innocente vada a morte,

e il ladro se la scampi; anzi, talvolta

a mandare alla forca l'uno e l'altro.

Che cosa c' che l'oro non pu fare?

E che cosa non pu esso disfare?

Far d'una sua dama il mio avvocato,

perch di questa causa

io stesso non so trarre ancora il bandolo.

(Bussa ancora)

permesso?

UNA DAMA - (Affacciandosi alla porta)

Chi bussa?

CLOTENO - Un gentiluomo.

DAMA - Soltanto?

CLOTENO - E figlio d'una gentildonna.

DAMA - Questo qualcosa in pi

di quanto possano menare vanto,

a giusto titolo, certe persone

i cui sarti son cari quanto il vostro.

Che desidera vostra signoria?

CLOTENO - La personcina della tua signora.

pronta?

DAMA - S, ma per restare in camera.

CLOTENO - Qui c' dell'oro: tuo;

vendimi la tua buona informazione.(38)

DAMA - Come sarebbe a dire? Il mio buon nome?

Oppure riferire su di voi

quello che penso sia buono per me?

Entra IMOGENE

La principessa!

CLOTENO - Buongiorno, bellissima!

La vostra dolce mano, sorellina.

IMOGENE - Buongiorno a voi, signore.

Mio signore, vi date troppa pena,

per non riceverne che delusioni.

Il solo modo che ho di ringraziarvi

dirvi che di grazie sono a corto,

e non ne ho pi da poter dare a voi.

CLOTENO - E nondimeno io v'amo, ve lo giuro.

IMOGENE - Se soltanto vi limitaste a dirlo,

la risposta sarebbe sempre quella;

se poi addirittura lo giurate,

la vostra ricompensa sar sempre

che di voi non m'importa proprio niente.

CLOTENO - Non una risposta.

IMOGENE - Non ve ne darei una, starei zitta,

se non temessi che col mio silenzio

potreste dire ch'io sia consenziente.

Vogliate risparmiarmelo, di grazia;

francamente, alle vostre cortesie

opporr sempre eguale scortesia.

Un uomo intelligente come voi

dovrebbe, dopo tanti insegnamenti,

imparare che bene ritirarsi.

CLOTENO - Lasciarvi in preda alla vostra pazzia

un peccato che non commetter.

IMOGENE - Gli imbecilli non sono gente pazza.(39)

CLOTENO - Volete dire ch'io sono imbecille?

IMOGENE - S, se voi dite pazza a me. Calmatevi,

e vedrete che non sar pi pazza,

e sar buon rimedio per entrambi.

Mi duole assai, signore,

che nel parlarvi cos chiaro e tondo,

io mi veda costretta a non usare

i buoni modi d'una gentildonna;

sappiate dunque, una volta per tutte,

ch'io conosco il mio cuore,

ed in tutta franchezza vi dichiaro

che di voi non m'importa tanto quanto;

e che di carit ne ho tanto poca

(e di questo m'accuso da me stessa),

che mi viene da odiarvi addirittura.

Solo avrei preferito

che l'aveste capito da voi stesso

senza costringermi a dirvelo in faccia.

CLOTENO - Voi peccate al dovere d'obbedienza

a vostro padre; perch quel contratto

che pretendete d'aver stipulato

con quel vile esiliato,

cresciuto qui alla corte d'elemosina

e nutrito di avanzi della tavola,

non nessun contratto. Non niente.

E bench sia permesso agli straccioni

- e chi pu dirsi tale pi di lui? -

d'intrecciar le loro anime tra loro

(donde non pu discendere nient'altro

che gentaglia accattona) con dei nodi

legati a vanvera da loro stessi,

a voi codesta libert di scelta

preclusa dalle esigenze stesse

della corona, e non v' consentito

di macchiare il suo nitido fulgore

accompagnandovi ad un vile schiavo,

uno scansafatiche appena degno

d'indossar l'uniforme d'un lacch

o d'un palafreniere, o d'uno sguattero,

e nemmeno dei meglio.

IMOGENE - Miserabile!

Fossi tu figlio a Giove,

senza essere di pi di quel che sei,

saresti ancor troppo vile e volgare

per essere anche solo il suo lacch!

Comparando i tuoi meriti coi suoi,

saresti gi onorato - ed anche troppo,

fino al punto da esserne invidiato -

d'esser l'aiuto-boia del suo regno,

anzi saresti addirittura odiato

per essere salito cos in alto!

CLOTENO - Lo putrefaccia la nebbia del sud!

IMOGENE - Maggior disgrazia mai potr toccargli

che d'esser solo da te nominato.

Il pi liso di tutti i suoi vestiti

ch'abbia soltanto sfiorato il suo corpo

m' assai pi caro di tutti i capelli

che tieni in testa, fossero tanti uomini

uguali a te... Pisanio, dove sei?

Entra PISANIO

CLOTENO - "Il pi liso dei suoi vestiti..." Eh, diavolo!

IMOGENE - (A Pisanio)

Va', corri subito dalla mia Dorothy,

la mia dama di corte.

CLOTENO - ... "Il suo vestito!"

IMOGENE - Questo sciocco mi esaspera,

mi fa paura e m'eccita alla rabbia.(40)

Va' a dire alla mia dama

di ricercarmi un certo braccialetto

che, chi lo sa perch,

dev'essersi sfilato dal mio braccio.

Me l'aveva donato il tuo padrone.

Ch'io sia dannata se vorrei mai perderlo,

per tutte le ricchezze

d'uno qualsiasi dei re d'Europa.

Stamattina l'ho visto: sono certa.

La scorsa notte l'ho tenuto al braccio,

e l'ho anche baciato.

Spero proprio che non sia corso a Roma

a dire al mio signore che ho baciato

altri che lui.

PISANIO - Non si sar perduto.

IMOGENE - Cos spero.

Va', va', Pisanio, cerca di trovarmelo.

(Esce Pisanio)

CLOTENO - "Il pi liso di tutti i suoi vestiti".

M'avete offeso voi, con quella frase.

IMOGENE - S, cos ho detto infatti:

se volete imbastirvi su un processo,

procuratevi pure i testimoni.

CLOTENO - Lo dir a vostro padre.

IMOGENE - E a vostra madre.

la mia carceriera,(41)

e non m'illudo che non sia disposta

a gettar su di me tutta la colpa

che le sar possibile.

E con questo vi lascio, signor mio,

al vostro pi irritato disappunto.

(Esce)

CLOTENO - "L'abito suo pi liso..." Bene, bene,

sapr ben io come farne vendetta!

(Esce)

SCENA IV - Roma, in casa di Filario.

Entrano POSTUMO e FILARIO

POSTUMO - Amico, no, non c' da aver paura:

vorrei essere sicuro

di persuadere il re a mio favore,

come sono sicuro

che l'onore di lei rester intatto.

FILARIO - Di persuadere il re...

E quali mezzi hai tu per persuaderlo?

POSTUMO - Ahim, nessuno, salvo che star qui

ad aspettare con rassegnazione

che i tempi mutino, a tremar dal freddo

per tutto quest'inverno

e a sperare in pi calde primavere:

ed a queste mie trepide speranze

ch'io sol m'affido per poter un giorno

ripagare anche te di tanto affetto;

e se queste dovessero cadere,

dovr morire in debito con te.

FILARIO - La tua bont e la tua compagnia

mi ripagano a usura

di tutto quanto io possa far per te.

A quest'ora il tuo re

avr udito del nostro grande Augusto

dal nostro Caio Lucio; son sicuro

che questi sapr ben portare a termine

la sua missione; e voglio ben sperare

che il vostro re s'induca a corrispondere

il tributo e pagare gli arretrati,

se non vuol rivedersi sotto gli occhi

le milizie di Roma, il cui ricordo

ancora vivo nelle sofferenze

della sua gente.

POSTUMO - Bah, io credo invece

(pur non essendo, n mi piace d'esserlo,

uno addentro agli affari dello Stato)

che s'andr a sfociare in una guerra:

e che udremo, non passer gran tempo,

sbarcata nell'intrepida Britannia,

la legione ora stanziata in Gallia

prima d'aver udito che un sol penny

di quel tributo sia stato versato.

I miei compatrioti sono oggi

assai meglio attrezzati per la guerra

del tempo quando il vostro Giulio Cesare

poteva ridere con sufficienza

della loro mancanza d'esperienza,

pur avendo trovato il lor coraggio

degno di dargli qualche grattacapo.(42)

La nuova disciplina militare,

ora accoppiata all'antico coraggio,

dimostrer, a chi vorr provarlo,

che sono un popolo del tutto in grado

di stare al passo col resto del mondo.

Entra IACHIMO

FILARIO - Guarda! Iachimo!

POSTUMO - I pi veloci cervi

devono avervi trasportato in groppa,

di posta in posta, nel viaggio per terra;

ed in quello per mare, tutti i venti

devono aver baciato le tue vele

per renderti il vascello pi spedito.

FILARIO - Bentornato!

POSTUMO - Un ritorno cos lesto

spero sia frutto della brevit

della risposta che v' stata data.

IACHIMO - La vostra donna tra le pi leggiadre

su cui io abbia mai posato gli occhi...

POSTUMO - E per ci anche tra le pi virtuose:

se no, la sua bellezza

potrebbe mettersi in mostra al balcone

e adescar falsi cuori, ed esser falsa

ella stessa con loro alla sua volta.

IACHIMO - Ho con me una lettera per voi.

POSTUMO - Buone notizie, spero.

IACHIMO - assai probabile.

POSTUMO - Quando eravate l,

era gi arrivato Caio Lucio

alla corte britanna?

IACHIMO - Non ancora,

ma v'era atteso.

POSTUMO - Tutto ancora bene...

Quella pietra conserva il suo brillare,

o s' troppo sbiadita

perch tu possa ancor portarla al dito?

IACHIMO - Se l'avessi perduta,

dovrei rifonderne il valore in oro...

Ma sono pronto a far due volte tanto

lo stesso viaggio, per un'altra notte

di tanto deliziosa brevit

quanto quella godutami in Britannia.

L'anello vinto.

POSTUMO - troppo dura pietra,

per farsi togliere s facilmente.(43)

IACHIMO - Per niente affatto, essendo stata facile

per me la vostra donna.

POSTUMO - Scherzate male sulla vostra perdita,

signore. Spero vi rendiate conto

che tra noi due non ci sar pi luogo

d'essere amici.

IACHIMO - Anzi, lo dobbiamo,

mio buon signore, se voi state ai patti.

S'io fossi ritornato

senza "conoscere" la vostra donna,(44)

riconosco che avremmo avuto luogo

di questionare ancora tra di noi;

ma ora mi dichiaro vincitore

del suo onore e del vostro diamante,

e senza aver recato torto alcuno

a lei o a voi, avendo solo agito

secondo il pieno consenso di entrambi.

POSTUMO - Se siete in grado di darmi la prova

d'esservela goduta nel suo letto,

la mia mano e l'anello sono vostri;

diversamente, l'infame opinione

che avete avuto della sua purezza

dovr provarsi vincente o perdente

sul filo della spada, mia e vostra,

o resteranno entrambe sul terreno

senza padrone, per esser raccolte

dal primo che le trovi.

IACHIMO - Signor mio,

i dettagli ch'io vi riferir

saranno s aderenti alla realt,

che non potranno non indurvi a credere;

e a conferma della lor verit

io son pronto a giurare;

ma non dubito che mi esimerete

da tanto ch resterete convinto

che proprio non ce ne sar bisogno.

POSTUMO - Continuate.

IACHIMO - Primo, la sua camera

(dove non ho dormito, vi confesso,

ma dove pur ottenni qualche cosa

che valeva la pena di star sveglio):

tappezzata era tutta alle pareti

d'argento e seta, con raffigurata

la storia dell'altera Cleopatra

che sul Cnido va incontro al suo Romano;(45)

e il fiume gonfio che trasborda gli argini

vuoi per la ressa delle barche intorno,

vuoi per orgoglio: un pezzo di bravura

di tanto pregio, che la sua fattura

faceva a gara con il suo valore

a chi fosse il migliore; ond'io, stupito,

mi domandava come mai quell'opera

fosse di cos rara perfezione,

dacch la realt raffigurata...

POSTUMO - Tutto questo risponde a verit;

ma avreste ben potuto udirlo dire

anche qui, da qualcuno o da me stesso.

IACHIMO - Altri particolari vi daranno

sicuramente la testimonianza

della mia conoscenza...

POSTUMO - indispensabile,

se volete salvare il vostro onore.

IACHIMO - C' un caminetto contro la parete

a mezzogiorno, la sua cappa ornata

d'una scena: "La casta Diana al bagno".

Non vidi mai figure pi parlanti.

Lo scultore ha creato l qualcosa

come un'altra natura, anche se muta;

anzi, l'ha superata,

se si tolgono il moto ed il respiro.

POSTUMO - Anche questo qualcosa

che ben avreste potuto raccogliere

da qualche descrizione mia o d'altri,

ch di quell'opera si parla molto.

IACHIMO - Il soffitto istoriato da pitture

raffiguranti cherubini d'oro.

Gli alari (stavo per dimenticarli)

son due Cupidi d'argento ammiccanti,

ciascuno ritto sopra un solo piede

ed appoggiato con estrema grazia

alla sua torcia.

POSTUMO - E l'onore di lei,

secondo voi, sarebbe tutto qui!

Ammettiamo che abbiate visto tutto

- e sia gran lode alla vostra memoria -;

la descrizione di quel che si trova

qua e l nella sua camera

non vi esime dal perder la scommessa.

IACHIMO - E allora impallidite, se potete!

(Gli mostra il braccialetto)

Chiedo solo che mi si dia licenza

di mostrare alla luce un tal gioiello.

Guardate! Ed ora lo ripongo subito

perch esso si deve accompagnare

col vostro anello. Me li tengo entrambi.

POSTUMO - O Giove! Ch'io lo guardi ancora un attimo.

proprio quello che le lasciai io?

IACHIMO - Quello, signore, siano grazie a lei!

Fu lei stessa a sfilarselo dal braccio:

mi pare di vederla: il largo gesto

soverchi la bellezza del suo dono,

anzi, lo rese ancora pi prezioso.

Nel porgermelo disse che il monile

un tempo le era stato molto caro.

POSTUMO - possibile che se lo sia tolto

sol per mandarlo a me.

IACHIMO - Vi scrive questo?

POSTUMO - Macch! Oh, no, no, no, tutto vero!

Ecco, prendetevi anche questo. vostro!

(Porge a Iachimo l'anello)

Per i miei occhi ormai un basilisco:

se lo guardo, m'uccide!(46)

Pi non si cerchi onore nella donna

dov' bellezza, n pi verit

dove solo apparenza, n pi amore

dove si trovi altr'uomo.

Nessuno pi s'attenda che le donne

si possano legar con giuramenti

agli uomini cui furono prestati

pi di quanto esse stesse sian legate

alle loro virt, che sono nulle.

Ah, sleale, sleale oltre ogni limite!

FILARIO - Non disperatevi cos, signore,

e riprendetevi quel vostro anello.

Non detto che sia ancora vinto;

perch possibile che il braccialetto

ella l'abbia smarrito solamente;

oppur, chiss, che qualche sua ancella,

prezzolata, gliel'abbia trafugato.

POSTUMO - molto giusto questo, e spero proprio

che sia stato cos come voi dite

che possa esser venuto in suo possesso.

Rendetemi l'anello,

e cercate di darmi del suo corpo

qualche particolare pi probante;

questo potrebbe essere rubato.

IACHIMO - Per Giove, giuro che quel braccialetto

l'ho ricevuto di sua propria mano.

POSTUMO - Sentite? Giura. Per Giove, egli giura!

vero, s, tenetevi l'anello.

vero: non l'avrebbe mai perduto.

Di questo sono certo. Le sue dame

son tutte oneste e tutte e lei giurate.

Indotta una di loro a trafugarlo?

Eppoi da uno straniero?...

No, no, lui l'ha goduta! Questo il segno

della sua lussuriosa incontinenza;

il prezzo al quale ella s' comprato

il nome di sgualdrina. Tienlo pure,

esso la tua mercede,

e possano spartirsela con te

tutti quanti i demni dell'inferno!

FILARIO - Abbi pazienza amico: questa prova

non ancora del tutto sufficiente

per uno che sia certo...

POSTUMO - Niente, niente!

Non ne parliamo pi! Se l' coperta!

IACHIMO - Se cercate altre prove per convincervi,

eccola: sotto il seno (oh, quanto degno

d'essere palpeggiato, quel suo seno!)

ha un neo, tutto orgoglioso (e con ragione!)

d'esser locato in s squisita sede.

L'ho baciato, per la mia vita, s,

e ribaciato; e pi me ne saziavo,

pi forte era la brama di cibarmene.

Ricorderete certo

quella piccola macchia sul suo corpo.

POSTUMO - Oh, s, e ci conferma un'altra macchia,

e cos grande, che tutto l'inferno

non basta a contenerla.

IACHIMO - Volete udir dell'altro?

POSTUMO - No, mi basta,

questa aritmetica ve la risparmio.

inutile contare una per una

tutte le volte ch'ella si concessa:

che sia una o un milione, fa lo stesso.

IACHIMO - Vi giuro...

POSTUMO - Non giurate. Non giurate!

Se giurate di non averlo fatto,

ormai sono sicuro che mentite.

E io t'uccider,(47)

se negherai d'avermi fatto becco.

IACHIMO - Non vi negher nulla.

POSTUMO - Oh, averla qui, e stracciarla a brano a brano!

Ma lass dovr pur tornare un giorno,

e lo far, alla corte, avanti a tutti,

avanti al padre... Devo far qualcosa.

(Esce precipitosamente)

FILARIO - fuor di s, non sa pi governarsi.

Hai vinto. Ma non lo lasciamo solo,

seguiamolo, vediamo di distrarlo

da questo suo furor contro se stesso.

IACHIMO - Con tutto il cuore. Andiamo.

(Escono)

Rientra POSTUMO

POSTUMO - Non sar dunque mai

che si possa far nascere la vita

su questa terra senza che la donna

vi partecipi per una met?

Siamo tutti bastardi.

Anche quell'uomo venerabilissimo

ch'io chiamavo mio padre

dove stesse quand'io venni stampato,

non lo so. Deve avermi contraffatto

qualche falsario con i suoi strumenti

pel falso conio; e mia madre passava,

allora, per la Diana del suo tempo,(48)

come mia moglie passa per la donna

non-eguagliabile del tempo nostro.

Ah, vendetta, vendetta!

Quante volte non ha ella infrenato

i legittimi miei slanci amorosi,

pregandomi perfino di astenermi,

e con una tal rosea pudicizia,

(la vista di quel dolce suo candore

avrebbe riscaldato anche Saturno),(49)

ch'io l'ho creduta casta e immacolata

come la neve non esposta al sole.

Ed ecco - ah, tutti i diavoli d'inferno!

che questo giallo Iachimo, in un'ora,

non ha detto cos?, o anche meno,

di primo acchito, senza dir parola,

come un cinghiale abboffato di ghianda,

ha fatto solo: "Ooooh!", e l'ha montata,

senz'altra reazione da sua parte

che quella ch'egli stesso s'aspettava

ch'ella gli avrebbe opposto l per l

per schermirsi dall'improvviso assalto...

Ah, se potessi scoprire in me stesso

qual parte mi proviene dalla donna!

Ch - lo dico e lo affermo - non c' vizio

nell'uomo che non abbia provenienza

dalla donna: da lei viene il mentire,

da lei il lusingare ed il tradire;

e sue, soltanto sue, son la lascivia,

le tentazioni immonde, le vendette,

le smodate ambizioni,

sue le colpevoli concupiscenze,

le vanit volubili, il disprezzo,

le manie, le calunnie, l'incostanza:

insomma sono suoi, in tutto o in parte,

tutti gli umani vizi che hanno un nome,

anzi, di cui l'inferno ha conoscenza,

tutti suoi o in gran parte, anzi no,

tutti, nessuno escluso. Ch la donna

non costante nemmeno nel vizio,

e non fa che trascorrer d'uno all'altro,

cambiando quello vecchio d'un minuto

con un altro che dura la met.

Contro di loro vo' mettermi a scrivere

per farle odiare, maledire, tutte!

Ma esiste un espediente pi sottile

a cui far capo, per un odio vero:

pregare il cielo che conceda loro

di soddisfare tutte le lor voglie.

Il diavolo in persona

non saprebbe inventar peggior tormento.

(Esce)

ATTO TERZO

SCENA I - Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano, in gran pompa, CIMBELINO, la REGINA, CLOTENO, alcuni signori, da una parte; dall'altra CAIO LUCIO con seguito.

CIMBELINO - Dunque, che cosa vuole Augusto Cesare

ancor da noi? Parlate. Vi ascoltiamo.

C. LUCIO - Quando fu qui in Britannia Giulio Cesare

(la memoria del quale vive ancora

negli uomini, e sar argomento eterno

per le lor labbra e per le loro orecchie),

e l'ebbe conquistata,

tuo zio Cassibellano - un uomo insigne

per le lodi che fece di lui Cesare

non meno che per le gloriose gesta

con le quali egli seppe meritarsele -

s'era impegnato di versare a Roma

l'annuo tributo di tremila ghinee.

Questo tributo, negli ultimi tempi,

non stato da te pi corrisposto.

REGINA - E, per uccider ogni meraviglia,

non lo sar pi mai per l'avvenire.

CLOTENO - A Roma ci saranno molti Cesari,

prima che venga un altro come Giulio.

La Britannia ormai un mondo a s,

e noi non siamo disposti a pagare

sol per portare in faccia i nostri nasi.

REGINA - Le stesse vantaggiose condizioni

che favorirono allora i Romani

nel prelevar da noi quel ch'era nostro,

ora le abbiamo noi per riscattarlo.

Ricordatevi, sire mio sovrano,

dei re vostri antenati,

e delle condizioni di difesa

di cui natura ha dotato quest'isola,

che si sta, come parco di Nettuno,

circondata e munita da ogni lato

da scogliere impossibile a scalarsi

e dal mugghiante mare, i cui fondali

non che disposti a sostenere a galla

galee nemiche, son pronti a schiantarle

infino in vetta all'albero maestro.

Quella che Giulio Cesare

fece di noi, fu, s, una conquista,

ma non fu qui ch'egli pot vantarsi

con la sua frase: "Venni, vidi, vinsi";

ch due volte, con somma sua vergogna,

venne respinto dalle nostre coste,

e due volte battuto; e le sue navi

- poveri inconsapevoli giocattoli! -

in bala dei furiosi nostri mari

e sballottate come gusci d'uovo

sulla cresta dei lor alti marosi,

andarono altrettanto facilmente

a fracassarsi contro i nostri scogli.

E in segno d'esultanza,

il famoso Cassibellano, il quale

era stato l l, a un certo punto,

per sopraffare - o Fortuna sgualdrina! -

con la spada lo stesso Giulio Cesare,

volle che tutta la citt di Lud(50)

s'illuminasse di fal di gioia;

e ci gonfi di coraggio i Britanni.

CLOTENO - Insomma, non ci sono pi tributi

da pagare ai Romani.

Il nostro regno ora ben pi forte

che non fosse a quel tempo, e, come ho detto,

non ci son pi Cesari da voi

come quello di allora; forse un altro

potr avere lo stesso naso adunco,

ma il braccio dritto come lui, nessuno.

REGINA - Figlio, non interrompere tua madre.

CLOTENO - (Senza ascoltarla)

E tra noi ce ne son ancora molti

capaci di menare forti colpi

come ve li men Cassibellano.

Non dir d'esser io uno di quelli,

ma un braccio ce l'ho anch'io.

Che tributo? Perch dobbiam pagarlo?

Se Cesare ci pu coprire il sole

o si pu mettere la luna in tasca,

gli pagheremo senz'altro il tributo

per la luce; ma se questo non pu,

ti prego, non parliamo di tributi.

CIMBELINO - Sappiate che eravamo gente libera

finch i Romani, di lor prepotenza,

non ci ebbero ad imporre quel tributo.

L'ambizione di Cesare,

gonfiatasi a tal punto da allargare

quasi i fianchi dell'universo mondo

c'impose questo giogo

andando contro ogni giusta ragione.

Scrollarcelo di dosso con la forza

diventa ora per noi l'imperativo

d'un popolo guerriero

qual pretendiamo d'essere.

CLOTENO e SIGNORI - E lo siamo!

CIMBELINO - Fate dunque sapere al vostro Cesare

che tra i nostri antenati quel Mulmuzio

dal quale avemmo i nostri ordinamenti,

il cui vigore la spada di Cesare

ci ha troppo mutilato: risanarli

e ridonare lor l'antica forza

dev'esser ora il nostro grande impegno,

anche se ci pu dispiacere a Roma.

Mulmuzio ci dett quegli statuti,

e fu Mulmuzio il primo

a cingersi d'una corona d'oro

e proclamarsi re della Britannia.

C. LUCIO - Molto mi duole, allora, Cimbelino,

di dichiararti che Cesare Augusto

(Cesare, cui soggetti son pi re

che tu non abbia funzionari a corte)

tuo nemico. E dunque ascolta bene:

io qui t'annuncio, nel nome di Cesare,

guerra e rovina. Aspttati una furia

contro la quale non avrai difesa.

Con questa sfida, io ti rendo grazie

per l'accoglienza che m'hai riservato.

CIMBELINO - Tu sei il benvenuto, Caio Lucio.

Sappi che stato il tuo Augusto Cesare

a farmi cavaliere,(51)

e che sotto di lui ho io trascorso

buona parte della mia giovinezza;

e da lui ricevetti quell'onore

ch'egli vorrebbe ritogliermi oggi

e ch'io devo difendere ad oltranza.

Sono informato che Pannoni e Dalmati,

sono di nuovo in armi contro Roma,

per difender le loro libert.

questo un precedente

che, ad ignorarlo, potrebbe far credere

che i Britanni sian gente fredda e molle.

Tali non ci vedr, per certo, Cesare.

C. LUCIO - Lasciamo che su ci parlino i fatti.

CLOTENO - (A Caio Lucio)

Sua maest v'ha accolto con piacere.

Vogliate trattenervi uno, due giorni

qui con noi, in ameni passatempi,

e ancor pi a lungo, se vi fa piacere.

Se poi domani tornerete qui

con animo diverso e in altra veste,

ci troverete chiusi e trincerati

dentro la nostra cinta d'acqua salsa.

Se sarete capaci di snidarci

da quest'isola, essa sar vostra;

se la vostra avventura fallir,

i nostri corvi avranno miglior cibo

a vostre spese. E con questo ho concluso.

C. LUCIO - E sia cos, signore.

CIMBELINO - Io conosco le idee del vostro principe,

adesso, ed egli conosce le mie.

Quanto al resto, non c' che da ripetere:

"Siate qui benvenuto!"

(Escono)

SCENA II - La stessa.

Entra PISANIO, leggendo una lettera.

PISANIO - Che! Di adulterio? Lei?...

Ma il nome di quel mostro che l'accusa

perch non me lo scrivi? Oh, Leonato,

padrone mio, quale strana infezione

dev'essersi infiltrata nel tuo orecchio!

Chi sa qual traditore d'Italiano

dalla lingua e la mano avvelenate

ha prevalso sul credulo tuo animo!

Ella infedele?... Ma s'ella punita

proprio per essere fedele a te;

e sopporta, da dea pi che da donna,

assalti da piegare la virt

pi intemerata. Oh, padrone mio!

Ora pi basso sei di lei davvero:

d'animo, come prima di sostanze.

Come! Ucciderla... Io? Mi chiedi questo?

E me lo chiedi in nome del mio affetto,

della mia fedelt, dei giuramenti

che ho fatto d'obbedire ai tuoi comandi?

Io, lei?... Il suo sangue?... Se pur questo

che si chiama servire con lealt,

che non si conti pi sui miei servizi.

Che razza d'uomo posso io apparire,

che mi si arrivi a credere s privo

di senso umano, da giungere a tanto?

(Legge)

"Fallo. La lettera che le ho inviata

"t'offrir il destro come se tu agissi

"cos per ordine di lei medesima".

Ah, foglio maledetto! Foglio nero,

come l'inchiostro di che sei imbrattato!

O tu, insensibile pezzo di carta,

come puoi farti servitore e complice

d'un atto criminoso come questo,

e serbar s virgineo biancore?

Ma eccola che viene... Io non so nulla

con lei, di quanto m' stato ordinato.

Entra IMOGENE

IMOGENE - Che mi dici Pisanio?

PISANIO - Ho qui una lettera

per voi, signora, del mio signore...

IMOGENE - Chi? Il tuo signore?

(Guardando la soprascritta della lettera)

Ma questo il mio signore: Leonato!

Qual sapiente sarebbe quell'astrologo

che sapesse conoscere le stelle

come conosco io la sua scrittura:

tutto aperto sarebbe a lui il futuro!

O di benigni, che sappia d'amore

quel che qui scritto e mi rechi il profumo

della buona salute del mio sposo,

del suo stare contento,

se pur contento non gli possa dare

il trovarsi cos da me lontano,

ed anzi gli dia pena;

ma ci sono anche pene nell'amore

che sono medicine, e questa una,

perch l'amore n' corroborato.

(Dissigillando la lettera)

Cera, da brava... con il tuo permesso...

Oh, benedette, api,

che di questi suggelli siete artefici

che custodiscono i nostri segreti.

Per voi non pregano allo stesso modo

gli amanti e i debitori protestati:

questi il vostro sigillo manda in carcere,

per quelli siete felice fermaglio

ai tasselli del giovane Cupido.

Buone notizie, o di, buone notizie!

(Legge)

"La legge ed il furore di tuo padre

"(s'ei mi prendesse dentro i suoi dominii)

"non mi sarebbero tanto crudeli

"quanto vivificanti mi sarebbero,

"o pi cara di tutte le creature,

"gli sguardi dei tuoi occhi.

"Sappi ch'io sono in Cambria, a Milford-Haven.(52)

"segui quello che ti consiglia amore

"in questa circostanza.

"E ti giunga l'augurio d'ogni bene

"da chi resta fedele al proprio voto,

"e t'ama sempre pi. LEONATO POSTUMO."

Oh, avere un cavallo con le ali!

Hai udito, Pisanio? a Milford-Haven:

leggi anche tu. lontano questo luogo?

E quanto? Se a volerci andare a piedi

per un affare di poca importanza

ci vogliono, diciamo, sette giorni,

perch non potrei io in un sol giorno,

volando? E allora, mio fido Pisanio,

che non meno di me

ti struggi di vedere il tuo padrone...

ti struggi, s, (oh, non esageriamo!),

ti struggi, s... per non come me,

un po' meno di me, sicuramente:

perch il mio desiderio di vederlo

al disopra, al di l di tutto e tutti...

Dimmi, e parla succinto e condensato

(un consigliere d'amore tenuto

ad imbottire i fori degli orecchi

fino a offuscare il senso dell'udito)

dimmi quant' distante

questo tuo benedetto Milford-Haven.

E, a proposito, dimmi: come al Galles

potuta toccar tanta fortuna

d'aver tutto per s un tale porto?

Ma prima devi dirmi come fare,

a uscir di qui, e che scusa escogitare

per il vuoto di tempo che faremo

fra l'andata e il ritorno. Anzi, no, no,

prima dobbiam pensare a come fare

a uscir da qui: perch prima del tempo

lambiccarsi a trovare qualche scusa,

se ci pu riuscir non necessario?

Ne parleremo dopo.

Ma dimmi: quante ventina di miglia

possibile fare, cavalcando?

PISANIO - Per voi, da un sole all'altro, una ventina,

saranno gi abbastanza, e forse troppe.

IMOGENE - Eh! Cos lento non saprebbe andare

nemmeno chi dovesse cavalcare

per andare al patibolo, Pisanio!

Ho udito di scommesse sui cavalli

dove questi si sono visti volare

nell'aria pi leggeri della sabbia

che scende per met della clessidra...

Ma queste son sciocchezze:

va', corri a dire alla mia cameriera

che si finga ammalata, e dica in giro

che vuole andare a casa da suo padre;

poi fa' di procurarmi in tutta fretta

un abito da viaggio da strapazzo,

che non sia pi vistoso e ricercato

di quello della moglie d'un fittavolo.

PISANIO - Signora, forse non fareste male

a ripensarci un poco.

IMOGENE - Amico mio,

Io guardo adesso solo avanti a me,

senza veder n di qua, n di l,

n quel che pu seguire;

ma vedo tutto avvolto in una nebbia

che i miei occhi non sanno penetrare.

Suvvia, ti prego, fa' quel che t'ho detto.

Non c' altro da dire:

per me c' solo la strada per Milford.

(Escono)

SCENA III - Nel Galles, paesaggio montagnoso, con una caverna

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO uscendo dalla caverna

BELLARIO - (Uscendo per primo e fermandosi a guardare

il cielo nel vano dell'entrata)

Una bella giornata,

da non restar davvero dentro casa,

specie con un soffitto cos basso.

Chinatevi, ragazzi: questo ingresso

cos basso v'insegni come fare

per adorar gli di e genuflettervi

per la sacra funzione mattutina.

Le porte dei monarchi hanno architravi

da cui possono uscire anche giganti

senza togliersi i lor empi turbanti,

senza ch'abbian bisogno d'inchinarsi

per il "buongiorno" al sole.

Invece io ti saluto, chiaro cielo!

Noi dimoriamo dentro questa roccia,

ma non siamo cos irrispettosi

con te, come i superbi della terra.

GUIDERIO e ARVIRAGO - Salute a te, o cielo!

BELLARIO - Ed ora ai nostri svaghi montagnoli.

Salite lass in cima alla collina.

Le vostre gambe sono fresche: andate;

io seguir lungo questi pianori.

Quando lass dall'alto mi vedrete,

guardando gi, non pi grande di un corvo,

pensate che ad impicciolir le cose

oppure a metterle in maggior risalto

il luogo ove uno sta.

Potrete allora riportare a mente

quel che sovente ho avuto a raccontarvi

delle corti, dei principi,

degli artifici che si fanno in guerra,

dove un servigio non gi un servigio

in quanto reso, ma perch a qualcuno

piace che sia considerato tale.

Far tesoro di questo insegnamento

vuol dire saper trarre beneficio

da ogni cosa che ci vediamo intorno:

spesso scopriamo, con nostro conforto,

come lo scarabeo, tutto racchiuso

dentro la sua cuticola scagliosa

sia pi protetto di quanto sia l'aquila

dall'ali sterminate. Oh, questa vita

quanto pi nobile che far codazzo

ai potenti per chiederne i favori,

ed ottenerne solo umiliazioni;

e ben pi ricca che starsene in ozio

sol per tenere indosso una divisa,

e ben pi dignitosa

che andar frusciando in sete prese a credito,

per guadagnarsi poi le scappellate

del sarto che t'ha reso s elegante

ed al quale non s' pagato il conto.

Quella vita, a confronto della nostra,

una non-vita.

GUIDERIO - Voi parlate bene

alla stregua dell'esperienza vostra;

ma noi, poveri implumi passerotti

che non han mai volato pi lontano

dalla vista del nido, siamo ignari

di quale aria spiri fuor di casa.

Forse, s, questa vita la migliore

- se migliore pu dirsi un'esistenza

ch' vissuta in maggior tranquillit,

sicuramente pi dolce per voi,

che ne avete vissuta una pi aspra,

e meglio conveniente all'et vostra,

meno adattabile alle cose nuove;

ma per noi due solo un romitorio

per ignoranti, un viaggio fatto a letto,

una prigione per un debitore

che non ardisce varcarne la soglia.

ARVIRAGO - Di che cosa potremo noi discorrere,

quando saremo vecchi come voi?

Quando al buio dicembre

udremo flagellare vento e pioggia,

di che discorrere in questa grotta

per far passare il tempo in mezzo ai brividi?

Fino ad oggi non abbiam visto nulla.

Siamo come animali:

fiuto da volpe per cacciar la preda,

come lupi aggressivi per il cibo.

Tutto il nostro valore

dar la caccia a qualcosa che fugge;

ed abbiam fatto della nostra gabbia

la nostra cantoria,

simili ad uccellini prigionieri

buoni solo a cantare in libert

il tema della loro prigionia.

BELLARIO - Che discorsi son questi?

Ah, se aveste soltanto conosciuto

per diretta esperienza tutti i mali

di che fatta la vita di citt;

gli intrighi della corte,

dalla quale difficile partirsi

come restarvi; dove andare in su

vuol dire esser sicuri

un giorno o l'altro di precipitare;

dove il cammino cos sdrucciolevole

che aver sempre paura di cadere

altrettanto sinistro che cadere!

Il marasma prodotto dalla guerra,

una mania perversa, il cui sol fine

sembra quello d'andare sempre in cerca

del rischio per la fama e per l'onore,

e in cui chi cade per la stessa causa

pu aversi un epitaffio calunnioso

o la menzione d'un'eroica impresa;

e non raro che si sia puniti

per aver bene agito, e, quel che peggio,

si debba far buon viso alla censura.

Ragazzi miei, questa storia vissuta,

si pu leggerla in me come in un libro:

tutto il mio corpo infatti porta i segni

delle spade romane, ed il mio nome

un tempo era tenuto fra i pi illustri.

Cimbelino mi amava,

e quando gli accadeva di parlare

di un buon soldato era il nome mio

ch'egli faceva: io ero allora un albero

i cui rami si piegano coi frutti.

Ma in una sola notte, una tempesta

o una rapina (la si chiami pure

come si vuole) schianta e abbatte a terra

quel mio pendulo carico

con rami e foglie e tutto,

lasciandomi cos tutto spogliato

e nudo alla merc dell'intemperie.

GUIDERIO - O labile favor della fortuna!

BELLARIO - Io - come gi pi volte vi ho narrato -

non avevo commesso alcuna colpa,

non fosse stato per due miserabili

le cui giurate false affermazioni

prevalsero sull'integro mio onore

nel sostenere avanti a Cimbelino

che avevo fatto lega coi Romani.

Donde il mio bando; e sono ormai vent'anni

che queste rocce e il loro circondario

sono state il mio mondo;

in esso son vissuto onesto e libero

pagando debiti di devozione al cielo

pi che in tutta la via mia passata.

Ma ora su, ai monti!

Non si convengono a cacciatori

questi discorsi. Chi di voi per primo

riuscir a colpir la selvaggina,

oggi sar il signore della tavola,

e gli altri due lo dovranno servire;

e non avremo certo da temere

del veleno che spesso vien servito

in luoghi pi di questo altolocati.

Io vi raggiunger dopo, alla valle.

(Escono Guiderio e Arvirago)

Com' difficile che la Natura

nasconda le sue nobili faville!

Questi ragazzi sono affatto ignari

d'esser figli del re,

e Cimbelino nemmeno si sogna

ch'essi si trovino ancora in vita.

Essi credono d'esser figli miei

e, sebbene cresciuti in questo modo,

poveramente, dentro una caverna,

dove sono costretti a star curvati,

i lor pensieri spaziano s alto

da attingere il soffitto delle regge,

e la loro natura li fa muovere,

pur nelle cose pi semplici ed umili,

da principi, con tratti assai pi nobili

di tutti gli altri. Questo Polidoro,

cui spetterebbe d'essere l'erede

di Cimbelino al trono di Britannia

ed al quale suo padre aveva imposto

il nome di Guiderio, a dire - o Giove! -

quand'io seduto sopra il mio sgabello

a tre gambe, mi metto a raccontare

le imprese mie di guerra,

sento l'anima sua librarsi a volo

con quello che gli vado raccontando;

e se dico: "Cos cadde il nemico,

e cos gli calcai sul collo il piede",

subito vedo il sangue principesco

affluirgli alle gote, e trasudare

e sottendere i giovani suoi muscoli

in un gesto che vuol raffigurare

la realt di quel ch'io vo dicendo.

E il fratello pi giovane, Cadvalo,

il cui nome di nascita Arvirago,

come partecipasse di persona

al mio racconto, l'anima coi gesti,

quasi la rivivesse lui medesimo,

mostrando ancora pi di suo fratello

quello che s'agita nei suoi pensieri.

(Voci in lontananza)

Oh, la preda snidata!... O Cimbelino,

il cielo e l'innocente mia coscienza

sanno che m'hai bandito ingiustamente:

per questo t'ho rapito questi pargoli,

l'uno di due, l'altro di tre anni,

per farti privo d'una discendenza

come tu m'hai privato delle terre.

Tu fosti, Eurifile,(53) la lor nutrice

ed essi t'han creduta loro madre,

e rendono ogni giorno onor di figli

alla tua sacra tomba; e me Bellario,

che da allora mi son chiamato Morgan,

credono loro legittimo padre.

(Altre voci lontane)

La caccia nel suo meglio.

(Esce)

SCENA IV - Nel Galles, presso Milford-Haven.

Entrano IMOGENE e PISANIO

IMOGENE - Quando siamo smontati da cavallo

m'hai detto ch'eravam quasi arrivati.

Non fu impaziente di vedere me

mia madre appena m'ebbe partorito,

com'io di veder lui... Pisanio! Allora?...

Dov' Postumo?... Oh, cielo, ma che hai?

Che diavolo ti passa per la mente

che mi guardi con quegli occhi sbarrati?

Che son questi sospiri

che ti prorompono cos dal petto?

Uno che avesse soltanto dipinta

questa tua cera, darebbe, a guardarlo,

l'impressione che ha dentro qualche cosa

che lo rende perplesso e sconcertato

al di l di qualsiasi spiegazione.

Datti un aspetto meno sbigottito,

prima che non prevalga la pazzia

sull'equilibrio della mia ragione.

Che ? Che t' successo?

(Pisanio le offre un foglio)

Che cos' questo foglio

che mi porgi con quello sguardo truce,

da basilisco? Se sono buone nove,

dammene anticipo con un sorriso;

se son cattive, non hai da far altro

che serbar la tua solita espressione.

(Leggendo la soprascritta del foglio)

La sua calligrafia!... Di mio marito...

L'Italia dai veleni maledetti

l'avr invischiato in qualche suo raggiro,

ed ei si trova a qualche brutto passo.

(A Pisanio)

Parla, amico; perch la tua parola

forse potr attutire in me quel colpo

che a leggerne potrebbe essere mortale.

PISANIO - No, vi prego, leggete voi, leggete,

e scoprirete s'io - me sventurato -

non sono la creatura che la sorte

tiene in dispregio pi di tutte al mondo.

IMOGENE - (Leggendo)

"La tua padrona ha fatto la puttana(54)

"nel mio letto. Le prove che ho in possesso

"giacciono sanguinanti nel mio cuore.

"Non ti parlo per vaghe congetture,

"ma sulla base di testimonianze

"forti, per come forte il mio dolore,

"ed altrettanto fortemente certe

"della vendetta che ne prender.

"E questa parte dovrai farla tu,

"in vece mia. "Se la tua lealt

"verso di me non s' pur contagiata

"dalla rottura della sua, Pisanio,

"fa' tu d'ucciderla con le tue mani;

"l'occasione te la preparo io,

"a Milford-Haven; ella ha la mia lettera

"che a questo fine la manda in quel luogo;

"dove se avrai paura di colpirla

"e di darmene poi notizia certa,

"vorr dire che ti sei fatto pandaro(55)

"del suo onore, e manchi di lealt

"verso di me quanto lo stata lei."

PISANIO - Qual bisogno ho pi io di sollevare

su di lei la mia spada? Ha gi pensato

a tagliarle la gola quella carta...

No, questa una calunnia,

pi tagliente del filo d'una spada

e la cui lingua supera in veleno

quello di tutti i serpenti del Nilo,

il cui fiato cavalca in groppa ai venti

da una all'altra posta

per tutti e quattro gli angoli del mondo

dovunque diffondendo la menzogna:

re, regine, ministri,

giovani, vergini, matrone, tutti,

perfino i penetrali delle tombe

son morsi dal veleno suo di vipera.

Signora, fate cuore. Come state?

IMOGENE - Infedele al suo letto?...

Che significa essere infedele?

Forse giacersi sveglia nell'attesa,

col pensiero rivolto sempre a lui?

O forse piangere da un'ora all'altra?(56)

E se il sonno ti vince,

spezzarlo con un sogno pauroso

di lui, svegliandoti al tuo stesso grido?

Che fosse tutto questo

quello ch'ei dice infedelt al suo letto?

PISANIO - Ahim, buona signora!

IMOGENE - Io, infedele a lui? La tua coscienza,

Iachimo, me ne sia buon testimone:

quando me l'hai descritto

come uno scapestrato donnaiolo,

mi sei apparso un essere spregevole:

ma ora, a ripensare a quel ch'hai detto

di lui, m'appari ben un uomo.

Qualche putta d'Italia

che deve aver avuto sol per madre

il cerone che le impiastriccia il viso,

me l'ha sedotto; ed io, la meschinella,

son diventata una cosa stantia,

come una veste passata di moda;

ma poich sono ancor troppo preziosa

per finire attaccata alla parete,

devo essere sdrucita, lacerata...

E dunque, gi, mi si riduca in pezzi!

Ah, che i voti degli uomini

son buoni solo a tradire le donne!

D'ora in poi, sposo mio,

a cagione di questa tua rivolta,

le pi chiare apparenze d'onest

mi sembreranno perfida finzione:

erba non gi spuntata

nel naturale luogo suo di crescita,

ma trasportata ad arte sul terreno,

per fungere da esca alle signore.

PISANIO - Ascoltate, signora...

IMOGENE - (Senza ascoltarlo)

Falsi e spergiuri furono tenuti

ancora uomini fedeli e onesti,

quando anch'essi parlarono a quel modo

che lo spergiuro Enea; (57)

e il falso pianto del greco Sinone

tolse credito a molte sacre lacrime

e conforto d'umana compassione

a molti casi di vera miseria.(58)

Cos tu, Postumo, metti il tuo lievito

in tutti gli uomini giusti ed onesti:

e uomini leali e coraggiosi,

a cagione della tua grande colpa

saran creduti ipocriti e spergiuri.

Su, amico, mostrati almeno tu

fedele al tuo padrone, e onestamente

esegui quello ch'egli t'ha ordinato.

Quando lo rivedrai,

rendigli almeno la testimonianza

di come io gli sia stata obbediente.

Guarda, ti sfilo io stessa il tuo pugnale;

(Gli sfila il pugnale del fodero)

impugnalo e colpisci

l'innocente dimora del mio amore,

il mio cuore. Non devi aver paura,

perch esso ormai vuoto d'ogni cosa

tranne che di dolore; perch dentro

ormai non c' pi il tuo padrone

che n'era il vero ed unico tesoro.

Ubbidisci al suo ordine: colpisci!

Ti sarai forse portato altra volta

da coraggioso per causa migliore,

ma per questa ti mostri un gran vigliacco!

PISANIO - (Gettando il pugnale)

Via da me, vile arnese! La mia mano

non sar maledetta a causa tua!

IMOGENE - No, no, Pisanio proprio per tua mano

che io devo morire: e se non muoio,

tu non avrai servito il tuo padrone.

Contro il suicidio sta l'interdizione

della legge divina, e s severa

da far tremar la debole mia mano.

Ecco, qui il mio cuore... (Aspetta, aspetta,

c' qualche cosa che pu farvi intoppo,

e non voglio difese...). Ecco, obbediente

al tuo pugnale come alla sua guaina.(59)

Che c' qui? Ah, le lettere di Postumo,

del Postumo fedele a questa Imogene,

oggi tutte scritture d'eresia!

Via da me, tradimenti alla mia fede!

Voi non farete pi da pettorina

al mio cuore; gli sciocchi come me

son creduli ai lor falsi maestri;

ma se i traditi senton cos crudo

il tradimento, sorte non migliore

riservata a colui che tradisce.

E tu, Postumo, tu, ch'hai cagionato

la mia disobbedienza al re mio padre,

e che m'hai fatto rifiutar con sdegno

le profferte dei principi miei pari,

un giorno scoprirai che quel mio agire

non fu un comportamento come un altro,

ma un impulso di rara nobilt;

e m'addolora l'animo

pensare qual tormento ti sar

il ricordo di me, quando smussate

saran completamente le tue voglie

da colei della quale ora ti sazi.

Presto, Pisanio, presto, ti scongiuro!

L'agnello invoca il colpo del beccaio.

Dov'hai il pugnale? Tu sei troppo lento

nell'obbedire a quel che t'ha ordinato

il tuo padrone, quando anch'io lo chiedo.

PISANIO - Mia graziosa signora,

io non ho chiuso occhio

da quando ho avuto l'ordine di farlo.

IMOGENE - Fallo, allora, e vedrai che dormirai.

PISANIO - Mi faccio prima uscir gli occhi di fuori,

a furia di star sveglio.

IMOGENE - Perch allora

ne accettasti l'incarico? Perch

m'ingannasti facendomi percorrere

tante miglia con un falso pretesto?

E perch questo luogo?

E tanto affaccendarsi, mio e tuo?

E i cavalli sfiaccati dalla corsa?

Che cosa ti chiamava proprio qui?

Perch gettare con la mia assenza

lo scompiglio alla corte,

dove non penso ormai pi di tornare?

Perch hai teso cos a lungo l'arco

avanti di scoccarlo, e non lo fai

ora ch'hai pronta avanti alla tua mira

la cerva scelta per il sacrifizio?

PISANIO - L'ho fatto solo per prendere tempo

e scaricarmi d'un s triste incarico.

E intanto ho escogitato un espediente

che posso esporvi, mia buona signora,

se avrete la pazienza d'ascoltarmi.

IMOGENE - Parla, fino a stancare la tua lingua.

Mi son sentita trattar da sgualdrina,

e il mio orecchio, colpito a tradimento

non potr ormai ricevere ferita

pi profonda di questa

e nemmeno bendaggio tanto grande

da tamponarla tutta fino in fondo.

Ma parla, te ne prego.

PISANIO - Ecco, signora:

che non sareste pi tornata a corte,

l'avevo immaginato.

IMOGENE - Bella forza!

Era normale che lo immaginassi:

m'avevi qui condotta per uccidermi.

PISANIO - No, perch questo non l'ho mai pensato.

Ma se fui tanto accorto quanto onesto,

il mio piano dovrebbe ben riuscire.

Non pu essere altro:

il mio signore stato certo vittima

di un grosso inganno. Un qualche vil furfante,

s, dico, ed anche molto raffinato

nell'arte sua, deve aver macchinato

ad entrambi questo dannato oltraggio.

IMOGENE - Forse qualche romana cortigiana?...

PISANIO - Sulla vita mia, no, non lo far!

Io gli faccio saper che siete morta,

e gli mando, per dargliene la prova,

un qualche segno di ci insanguinato,

com'egli m'ha ordinato.

Voi sarete sparita dalla corte,

e questo ne sar buona conferma.

IMOGENE - E io, in quel frattempo, che far,

mio buon amico? Dove andr a risiedere?

Come vivr? E a che mi varr vivere,

quando per il mio sposo sar morta?

PISANIO - Potreste forse ritornare a corte.

IMOGENE - Niente pi corte, niente pi mio padre,

e niente pi a che fare

con la nobile rozza nullit

di Cloteno, le cui assiduit

m'erano pi penose d'un assedio.

PISANIO - Se non a corte, non potrete stare

nemmeno pi in Britannia.

IMOGENE - E dove allora? Forse la Britannia

s' accaparrata per s tutto il sole?

Giorno e notte son solo qui in Britannia?

Nel volume dell'universo mondo

questa nostra Britannia sembra parte,

in realt ne fuori,

nido di cigno in mezzo a un grande stagno.

Non crederai che fuori di Britannia

non ci sia gente che vive e respira.

PISANIO - Mi fa molto piacere che pensiate

d'andare a stare in un diverso luogo.

Lucio, l'ambasciatore dei Romani,

s'imbarcher domani a Milford-Haven;

ebbene, se riusciste a contraffarvi

tanto da darvi un buio atteggiamento,

come la vostra sorte, e a mascherare

quel che, se appena si mostrasse in voi

qual nella realt,

vi esporrebbe soltanto a grossi rischi,

vi mettereste per un buon sentiero

fiorito di ridenti prospettive;

e, per fortuna vostra, assai vicino

al luogo dov' Postumo;

o quanto meno a s poca distanza

che, se pur non poteste coi vostri occhi

seguirlo, qualcun altro, ora per ora,

potrebbe riportarvi ogni sua mossa.

IMOGENE - Oh, dimmi come, perch'io sono pronta

a correre qualsiasi avventura,

mettendo a rischio anche il mio pudore,

se non ci sia pericolo di morte.

PISANIO - Ebbene allora, ecco: prima cosa,

dimenticatevi d'essere donna,

mutate il comandare in obbedire, (60)

il timore e la schiva ritrosia

- le due ancelle di tutte le donne,

o meglio il loro personale fascino -

in furbesco coraggio; siate sempre

pronta allo scherzo, lesta nel rispondere,

spregiudicata e facile alla rissa

come una donnola; dimenticate

- s, anche questo - quel raro tesoro

dell'incarnato delle vostre guance

per esporlo - oh, atroce crudelt!,

ma non c', ahim, altro da fare -

al vorace contatto di Titano(61)

che bacia tutti, e ancor dimenticate

i vostri cari splendidi monili

coi quali facevate invidiosa

anche la grande Giunone...

IMOGENE - Sii breve.

Ho capito qual il tuo obiettivo,

e gi mi sento tramutata in maschio.

PISANIO - Prima dovete assumerne l'aspetto.

Io, prevedendo questo,

ho portato con me (nel mio bagaglio)

giustacuore, cappello d'uomo e braghe

e tutto il resto che serve allo scopo.

In quell'arnese, ed imitando al meglio

un giovanotto della vostra et,

voi vi presenterete a Caio Lucio,

chiedendo d'esser presa al suo servizio,

non senza avergli esposto, in bella forma,

in quale campo siete pi provetta,

cosa che facilmente intender,

se in testa ha buon orecchio per la musica.

Senza dubbio vi accetter con gioia,

ch persona d'onore

e per di pi uomo virtuoso e pio.

In quanto ai vostri mezzi, stando all'estero,

disponete di me, che sono ricco,

ed io non mancher di rifornirvi

d'ogni cosa, al principio ed anche in seguito.

IMOGENE - Pisanio, tu sei l'unico conforto

con cui gli di voglion tenermi in vita.

Ora, ti prego, va'. Qualche altra cosa

ci sar ancora da considerare,

ma lo faremo dopo, a tempo e luogo.

Affronto da soldato questa impresa

e sapr sostenerla fino in fondo

col coraggio d'un principe. Ora va'.

PISANIO - Bene, signora. Addio, in tutta fretta:

scappo, perch se a corte

dovessero notare la mia assenza,

potrebbe ben cadere su di me

il sospetto d'avervi dato mano

nella fuga. Mia nobile padrona,

ecco, prendete questa scatolina:

l'ho avuto in dono io dalla regina;

contiene qualche cosa di prezioso:

se vi desse fastidio il mal di mare

o soffriste di stomaco per terra,

basta una dramma(62) di questo specifico

per rimettervi in sesto.

Ora cercate un posticino all'ombra

per entrare nella maschilit.(63)

E v'assistan gli di, per tutto il meglio!

(Escono da parti opposte)

SCENA V - Britannia, il palazzo di Cimbelino.

Entrano CIMBELINO, LA REGINA, CLOTENO, CAIO LUCIO e alcuni signori

CIMBELINO - Qui m'accomiato. V'auguro buon viaggio.

C. LUCIO - Grazie, regal signore.

Il mio imperatore m'ha ordinato

per iscritto di rientrare in sede.

Mi duole assai dovergli riferire

che siete suo nemico dichiarato.

CIMBELINO - I nostri sudditi non son disposti

a sopportar pi oltre questo giogo.

E quanto a noi, mostrar meno di loro

il nostro senso di sovranit

apparirebbe indegno d'un sovrano.

C. LUCIO - Bene, maest. Vi chiedo di concedermi

una scorta per terra, fino a Milford.

(Alla regina)

Signora, con l'augurio a vostra grazia

d'ogni felicit, e cos a voi tutti.

CIMBELINO - (A quelli del suo seguito)

Affido a voi, signori, questo incarico.

Non si tralasci nulla

degli onori che a lui sono dovuti.

E cos addio, nobilissimo Lucio.

C. LUCIO - La vostra mano, sire.

CIMBELINO - Ecco, da amico.

Con la riserva che da ora in poi

questa sar la mano d'un nemico.

C. LUCIO - Sta agli eventi, signore,

dire il nome del vincitore. Addio.

CIMBELINO - Signori, scorterete il degno Lucio

fino a quando non abbia attraversato

la Severne.(64) Buona fortuna a voi!

(Esce Caio Lucio con i signori)

REGINA - Se ne parte accigliato: onore a noi

per avergliene offerto buon motivo.

CLOTENO - Tutto per bene, com'era nei voti

dei nostri prodi sudditi britanni.

CIMBELINO - Lucio ha gi scritto al suo imperatore

che aria spira qui.

Sicch imperativo ora per noi

tenere in permanenza in pieno assetto

i fanti, i carri, la cavalleria.

Le forze ch'egli ha gi di stanza in Gallia

possono muover da un momento all'altro

da l e marciare contro la Britannia.

REGINA - Non un affare da dormirci sopra,

ma da cercar di volgere al successo

con azione improvvisa e risoluta.

CIMBELINO - Gi l'averlo potuto prevedere

ci ha permesso di prepararci in tempo.

Ma, mia graziosa e nobile regina,

nostra figlia dov'? Non comparsa

a salutare l'ospite romano

n a renderci il saluto giornaliero.

Ci guarda entrambi - l'avrete notato -

pervasa pi di maligno rancore

che d'amore filiale.

Invitatela a presentarsi a me,

che sono stato fin troppo indulgente

nel tollerare il suo comportamento.

(Esce un gentiluomo del seguito della regina)

REGINA - Mio regale signore,

da quando Postumo andato in esilio

ella fa vita molto ritirata;

e questo pu curare solo il tempo.

Perci scongiuro vostra maest

di risparmiarle le parole crude.

una nobile dama,

ed cos sensibile ai rimbrotti,

che le parole per lei sono colpi

che potrebbero darle anche la morte.

(Rientra il gentiluomo)

CIMBELINO - (Al gentiluomo)

Dov', dunque, signore?

In che modo ci pu giustificare

codesta sua mancanza di riguardo?

GENTILUOMO - Se vi piaccia, maest,

le sue stanze sono serrate a chiave;

e, per quanto si possa bussar forte

alle sue porte, non sar possibile

ottenere risposta.

REGINA - Mio signore,

l'ultima volta che l'ho visitata

mi preg di tenerla per scusata

s'ella fosse rimasta chiusa in camera

e se, costretta dalla malattia,

avesse anche dovuto trascurare

di rendervi l'omaggio quotidiano.

E mi preg di farvelo sapere;

ma il gran daffare che c' stato a corte

ha reso la memoria mia colpevole

di questa biasimevole omissione.

CIMBELINO - Le stanze chiuse a chiave?

E nessuno l'ha vista di recente?

Voglia il cielo che si dimostri falso

quello ch'io temo.

(Esce)

REGINA - (A Cloteno)

Figlio, segui il re.

CLOTENO - Anche Pisanio, quel suo vecchio servo,

son due giorni che non si fa vedere.

REGINA - Va', va' col re, non perderlo di vista.

(Esce Cloteno)

Pisanio, tu che sei cos devoto

a Postumo... Con s ha una mia droga...

la sua assenza - lo volesse il cielo! -

non sar mica perch l'ha ingoiata?

Lui crede infatti trattarsi di cosa

quanto mai portentosa...

Ma lei, dove pu essersi cacciata?

Che l'abbia vinta la disperazione?

O sia volata dal suo caro Postumo

sull'ali dell'ardente sua passione?

Che sia andata alla morte o al disonore,

l'una o l'altra evenienza di buon uso

per i miei fini. Ch soppressa lei,

la corona britanna in mano mia.

Rientra CLOTENO

Ebbene, figlio?

CLOTENO - certo: ella fuggita.

Andate voi a rabbonire il re

ch' su tutte le furie, e non c' alcuno

ch'abbia il coraggio di stagli vicino.

REGINA - (A parte)

Tanto meglio cos: che questa notte

possa per lui non avere un domani.

(Esce)

CLOTENO - L'amo e la odio insieme

perch bella e regale, ed dotata

di tutte le pi belle qualit

della donna, di tutte anzi possiede

il meglio, ed oltrepassa tutte l'altre.

Per questo l'amo. Ma quel suo sdegnarmi,

quel riversare tutte le sue grazie

su quell'infimo Postumo,

discredita talmente il suo giudizio

da soffocare ogni altra bella dote.

E perci finir col detestarla,

s, e a far ricadere su di lei

la mia vendetta. Ch quando gli stolti...

(S'interrompe vedendo entrare PISANIO)

Ehi, l, canaglia! Che vai complottando?

Vieni avanti, famoso paraninfo!(65)

Dov' la tua padrona, manigoldo?

Rispondi per le spicce,

o ch'io ti mando dritto dritto al diavolo!

PISANIO - Ahim, mio buon signore...

CLOTENO - Dov' la tua padrona? O ch'io, per Giove...

T'avverto che non te lo chiedo pi.

Sapr ben io, birbante gattamorta,

strapparti questo segreto dal cuore,

o aprirtelo, il tuo cuore, per scovarlo.

Si trova ella con Postumo?

Con quel misero mucchio di bassezza

che a venderlo non si ricava un soldo?(66)

PISANIO - Ahim, signore, com' mai possibile

pensare ch'ella si trovi con lui?

Da quanto tempo scomparsa? Egli a Roma.

CLOTENO - E dov' allora? Fatti pi vicino,

non star l titubante, dimmi tutto.

Che n' di lei?

PISANIO - Degnissimo signore...

CLOTENO - Degnissimo ribaldo, dimmi subito,

senza quel tuo "degnissimo signore",

dov' la tua padrona. Parla, parla,

o faccio trasformare il tuo silenzio

nell'immediata tua condanna a morte.

(Mette mano alla spada)

PISANIO - (Porgendogli una lettera)

Ebbene, mio signore, in questa carta

c' tutto quel che so della sua fuga.

CLOTENO - (Aprendo la lettera)

Vediamo... Sono pronto ad inseguirla

fin sopra il trono di Cesare Augusto.

PISANIO - (Tra s)

O questo, o morte: non avevo scelta.

Tanto, ella abbastanza lontana,

e quel ch'ei potr leggere l sopra

potr tradursi in un viaggio per lui,

ma non in un pericolo per lei.

CLOTENO - (Sempre leggendo)

Hum!...

PISANIO - (c.s.)

... Scriver intanto al mio padrone

ch'ella morta. Ti sia sicuro il viaggio,

Imogene, all'andata ed al ritorno!

CLOTENO - Questa lettera autentica, compare?

PISANIO - Credo di s.

CLOTENO - La scrittura di Postumo,

la riconosco. Ascolta, manigoldo:

se tu cessassi di fare il ribaldo

e ti mettessi invece al mio servizio

ed a sbrigarmi tutte le faccende

in cui potr aver modo d'impiegarti

con la dovuta seria diligenza,

e cio d'eseguir direttamente

e in piena fedelt ogni misfatto

ch'io ti chiedessi di portare a termine,

potrei anche pensarti un uomo onesto;

n da mia parte ti verrebbe meno

ogni mezzo, per tuo miglior conforto,

n l'appoggio per farti far carriera.

PISANIO - Bene, mio buon signore.

CLOTENO - Accetti dunque

di passare con me, al mio servizio?

Se con tanta costanza e sacrificio

sei rimasto attaccato tanto tempo

alle sparute fortune d'un Postumo,

non potrai, per ragion di gratitudine,

non essere un seguace diligente

di quelle mie. Mi vuoi dunque servire?

PISANIO - S, mio signore.

CLOTENO - Bene, qua la mano.

Eccoti la mia borsa. Ed ora dimmi:

non mica rimasto in tuo possesso

qualche abito del tuo vecchio padrone?

PISANIO - Pi che voi non sperate, mio signore:

ho in casa quello stesso che indossava

quando si conged dalla padrona.

CLOTENO - Ebbene, questo il tuo primo servizio:

vallo a prendere e portamelo qui.

Sia questo il primo tuo servizio, va'.

PISANIO - Volentieri, signore.

(Esce)

CLOTENO - Ed ora ti raggiungo a Milford-Haven!

(Ah, gli dovevo chiedere una cosa...

me ne ricorder quando ritorna).

Sar l, miserabile d'un Postumo,

che io t'uccider. Non vedo l'ora

che Pisanio mi porti quel vestito.

Ella mi disse un giorno

- e l'amaro di quelle sue parole

ancora mi rigurgita dal cuore -

d'aver pi stima d'un abito liso

di Postumo, che della mia persona,

con tutta la mia nobilt di nascita

e l'ornamento delle mie virt.

La stuprer indossando quel vestito!

Prima, per, voglio uccidere lui,

e lo far sotto gli occhi di lei,

s ch'ella ammiri tutto il mio valore,

e tormento sia questo al suo disprezzo.

Con lui disteso a terra,

e finito che avr il panegirico

degli insulti al suo corpo,

e su di lei saziata la mia voglia

- e lo far, a sua maggior tortura,

avendo indosso lo stesso vestito

del quale m'ebbe tanto a far le lodi -

la riconduco a corte a calci e pugni.

Ella s' preso gioco a disprezzarmi,

io me lo prender a vendicarmi.

Rientra PISANIO con il vestito di Postumo

il suo vestito?

PISANIO - S, vossignoria.

CLOTENO - Da quand' ch' partita a Milford-Haven?

PISANIO - Oh, ci dev'essere appena arrivata.

CLOTENO - Porta quest'abito nella mia camera.

Questo sar il secondo tuo servizio.

Il terzo sar poi

che tu ti faccia muto connivente

di questo mio proposito.

Ti chiedo solo d'essere zelante:

te ne verranno cospicui vantaggi.

La mia vendetta ora a Milford-Haven.

Vorrei un paio d'ali per raggiungerla.

Vieni, e siimi fedele.

(Esce)

PISANIO - Tu m'ordini la stessa mia rovina.

Esser fedele a te,

per me vuol dire farmi traditore

dell'uomo pi leale della terra.

Affrettati, va' pure a Milford-Haven,

ma non ci troverai colei che insegui.

Piovete su di lei, grazie celesti!

Frapponete pi ostacoli possibili

alla fretta di questo gran babbeo.

E dal suo viaggio non s'abbia che triboli.

(Esce)

SCENA VI - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.

Entra IMOGENE travestita da uomo

IMOGENE - Ora m'accorgo quanto faticosa

questa vita da maschio. Sono stanca,

quasi sfinita: per due notti intere

la nuda terra stato il mio giaciglio.

Se non fosse per la mia forza d'animo,

mi sarei gi ammalata: oh, Milford-Haven,

quando Pisanio in cima a quell'altura

mi ti mostr, sembravi assai vicina.

O Giove, non sar che mura e tetti

sfuggano agli infelici,

cui specialmente dovrebbero offrire

conforto e buon asilo? Due mendichi

incontrati per via m'avevan detto

che stavo andando per la strada giusta.

Saran dunque bugiardi anche i mendichi,

afflitti come sono dagli affanni

e che han provato su di loro stessi

quanto le loro miserie siano agli uomini

castigo o prova? Anche loro mentiscono;

e, altronde, perch meravigliarsene,

quando anche i ricchi dicono di rado

la verit? Mentir nell'abbondanza

pi reo che mentire nel bisogno;

e la menzogna assai peggior peccato

in un re che in un povero mendico.

E tu, caro signore, ne sei uno

di questi falsi e bugiardi individui.

Pensando a te m' passata la fame,

e dir che poco fa stavo svenendo

per mancanza di cibo... Ma che vedo?

Forse un'abitazione di selvatici:

e c' anche un sentiero per andarci...

Chiamare? ... meglio no. Non ho coraggio.

Ma la natura il coraggio alla fame,

prima di sopraffarla, glielo d.

Son l'abbondanza ed il vivere in pace

che fanno l'uomo.

L'avversit la madre del coraggio

(Chiamando)

Ehi, laggi, c' nessuno?...

Se c' qualcosa di civile, parli.

Se incivile, facciamo a prendi e lascia.(67)

Oh! Nessuno risponde?... Allora entriamo.

Meglio tener la spada pronta in mano...

Non si sa mai ... Per se della spada

il mio nemico ha la stessa paura

che n'ho io, avr appena il coraggio

di gettarci un occhiata. Un tal nemico

fate ch'io trovi qui, cieli benigni.

(Entra nella grotta)

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO di ritorno dalla caccia

BELLARIO - (A Guiderio)

Tu, Polidoro, ti sei dimostrato

oggi il miglior di noi tre a cacciare,

oggi, e perci stasera spetta a te

l'onore della tavola.

Cadvalo ed io, secondo la scommessa,

faremo lui da cuoco ed io da servo.

Il sudore e il far bene

si seccherebbero fino ad estinguersi

se non li tenga in vita il bene oprare

per conseguire sempre un degno fine.

Venite, penseranno i nostri stomachi

a saporire il cibo casereccio:

chi stanco russa pure sulle pietre;

per l'indolente neghittoso duro

anche un cuscino imbottito di piume.

La pace regni sempre qui con te,

povera nostra casa,

che sei te stessa a te stessa custode!(68)

GUIDERIO - Sono sfinito.

ARVIRAGO - Anch'io, per la fatica,

ma pieno d'energia per l'appetito.

GUIDERIO - C' della carne fredda nella grotta:

potremo cominciare a masticarla,

mentre si cuoce al fuoco

la selvaggina che abbiamo cacciato.

BELLARIO - (Si affaccia alla grotta e vede Imogene)

Fermi l, non entrate!

Se non vedessi che sta trangugiando

le nostre vettovaglie,

la crederei una visione magica.

GUIDERIO - Perch, che c'?

BELLARIO - Un angelo, per Giove!(69)

O, se non proprio un angelo,

una terrena meraviglia, questa!

Guardate: la divinit incarnata

in forma non pi adulta d'un ragazzo!

IMOGENE appare nel vano dell'ingresso della grotta

IMOGENE - Buona gente, non fatemi del male.

Prima d'entrare qui ho chiamato forte,

e pensavo d'aver per elemosina,

o anche a pagamento, quel che ho preso.

Ma vi giuro, non ho rubato nulla,

n avrei saputo farlo,

avessi pur trovato sparso a terra

dell'oro. Ecco, questo del denaro,

per quello che ho mangiato.

(Porge delle monete)

L'avrei lasciato qui, su questo tavolo,

quando avessi finito;

e nel partire avrei detto una prece

per chi m'aveva cos provveduto.

GUIDERIO - Dell'oro, giovinetto?

ARVIRAGO - Tutto l'oro e l'argento della terra

vorrei si trasformassero in letame,

s che non possano valer pi niente

se non agli occhi degli adoratori

di quegli immondi di!

IMOGENE - Siete arrabbiato.

Lo vedo. Ma se mi volete uccidere

per il mio crimine, sappiate questo:

se non l'avessi fatto, sarei morto.

BELLARIO - Dove siete diretto?

IMOGENE - A Milford-Haven.

BELLARIO - Il vostro nome?

IMOGENE - Fedele, signore.

A Milford-Haven sta per imbarcarsi

un mio parente, diretto in Italia.

Ero in cammino per andar da lui,

quando mi son sentito venir meno

per la fame, ed ho fatto questo abuso.

BELLARIO - Non pensare, ti prego, bel ragazzo,

che siamo gente zotica e incivile,

n voler misurar l'animo nostro

dal rude ambiente in cui ci vedi vivere.

Perci, bene incontrato! quasi notte,

e, prima di riprendere il cammino,

avrai bisogno di un po' di ristoro,

rifocillandoti con miglior cibo;

e noi vogliam pregarti di accettare

di restar qui a dividerlo con noi.

Ragazzi miei, dategli il benvenuto!

GUIDERIO - (A Imogene)

Se tu fossi una femmina, ragazzo,

mi verrebbe la voglia, onestamente,

di corteggiarti, a nessun altro fine

che quello di sposarti, e sarei pronto

a pagare per ci qualunque prezzo.

ARVIRAGO - A me al contrario piace che sia maschio,

perch mi sento di poterlo amare

come fosse un fratello.

(A Imogene)

E perci io t'accolgo tra di noi

cos come farei con un fratello

che rivedessi dopo lunga assenza.

Sntiti dunque molto benvenuto!

Fa' cuore, sei capitato tra amici.

IMOGENE - Tra amici... come fossimo fratelli...

(Tra s)

Fosse proprio cos,

ch'essi fossero figli di mio padre!

Allora, Postumo, il mio valore,

sarebbe meno e pi eguale al tuo.(70)

BELLARIO - (Osservandola)

Ha dentro qualche pena che lo strugge.

GUIDERIO - Come vorrei potergliela lenire!

ARVIRAGO - Ed altrettanto vorrei io, o di,

qualunque pena sia, qualunque il costo,

qualunque il rischio da incontrar per farlo!

BELLARIO - Sentite qua, ragazzi.

(Mormora loro qualche cosa. I tre s'allontanano parlando)

IMOGENE - (Tra s)

Grandi re, che tenessero una corte

non pi spaziosa di questa caverna,

sprovvisti d'ogni servit, provvisti

solo della virt dettata all'uomo

dalla retta coscienza,

incuranti del futile tributo

ch' il favore dell'incostante volgo,

non saprebbero esser pi regali

di questi due fratelli.

Perdonatemi, o di, se sento in me

il desiderio di mutar di sesso,

per diventar cos compagno a loro,

ora che Leonato m'ha tradita.

BELLARIO - (Venendo avanti)

Dev'essere cos.(71) Suvvia, ragazzi,

da bravi, a cucinar la selvaggina.

(A Imogene)

Vieni, bel giovinetto, entra con noi;

stomaco vuoto non conversa bene.

Quando avremo saziato l'appetito,

ti chiederemo, assai discretamente,

di dirci la tua storia,

per quel tanto che ci vorrai narrare.

GUIDERIO - Entra, ti prego.

ARVIRAGO - Non benvenuta

la notte al barbagianni, n all'allodola

l'albeggiante lucore del mattino

pi di quanto sei tu per tutti noi.

IMOGENE - Ti ringrazio, signore.

ARVIRAGO - Entriamo, prego.

(Escono, entrando nella grotta)

SCENA VIII - Roma, una piazza.

Entrano DUE SENATORI e alcuni TRIBUNI

PRIMO SENATORE - Cos dispone l'imperial rescritto:

visto che le milizie dei plebei

sono impegnate in Pannonia e Dalmazia,

e le legioni che sono ora in Gallia

son troppo esigue forze

ad intraprendere la nostra guerra

ai ribelli Britanni; nuove leve

si dovranno perci far tra i patrizi

per condurre l'impresa.

Caio Lucio egli nomina proconsole

e a voi Tribuni, d pieni poteri,

per reclutare queste nuove forze.

Sia lunga vita a Cesare!

PRIMO TRIBUNO - Lucio, dunque, il comandante in capo

delle forze per questa impresa?

SECONDO SENAT. - S.

PRIMO TRIBUNO - Che gi si trova in Gallia?

PRIMO SENAT. - Con le legioni di cui ho parlato

e che dovranno venir rinforzate

con le leve cui voi provvederete.

Nel rescritto che ve ne d l'incarico

sono gi indicati gli effettivi

necessari e la data di partenza.

PRIMO TRIBUNO - Svolgeremo a dovere il nostro compito.

(Escono tutti)

ATTO QUARTO

SCENA I - Nel Galles, presso la grotta di Bellario.

Entra CLOTENO, solo

CLOTENO - Se Pisanio me l'ha descritto bene,

dovrei trovarmi nei pressi del luogo

dov'essi(72) si dovrebbero incontrare.

Il suo vestito mi sta a perfezione!

Perch altrettanto bene

non mi dovrebbe stare la sua amante,

che fu creata anch'ella da Colui

che ha creato il suo sarto?

Tanto pi che, parlando con rispetto,

si dice che le femmine

nelle loro voglie vanno per impulso,

come detta il capriccio del momento.

Debbo mettermi all'opera.

Me lo posso ben dire da me stesso,

dal momento che non vanagloria

per l'uomo colloquiare col suo specchio

quand' solo, nella sua propria camera:

voglio dire, in sostanza, che il mio corpo

disegnato bene quanto il suo.

Non sono meno giovane di lui,

ed anzi sono di lui pi robusto.

Non sono a lui inferiore per sostanze,

e, meglio favorito dalla vita,

sono a lui superiore per origine,

capace come lui di metter mano

a imprese d'ogni sorta, e pi di lui

certamente provetto a duellare.

E nonostante ci, questa caparbia,

a mio grande dispetto, lui che ama!

Che cosa non l'uomo, mondo cane!

Quella tua testa, Postumo,

che ti troneggia adesso sulle spalle

dentro un'ora sar staccata via,

la tua bella stuprata, e in faccia a lei

stracciato a mille pezzi il tuo vestito!

E una volta compiuto tutto questo,

la riconduco a calci da suo padre;

che monter probabilmente in collera

per questi modi miei troppo brutali;

ma poi mia madre, con il suo potere

di rabbonirlo nei suoi malumori,

sapr lei come volgere a mia lode

tutto quel che pu essere successo.

Il mio cavallo bardato a dovere.

Fuori, mia spada, tempo di ferire!

Fortuna, falli cadere in mia mano!

Questo il luogo ove debbono incontrarsi,

come mi fu descritto da Pisanio,

e quel compare non osa ingannarmi.

(Esce)

SCENA II - La stessa.

Entrano, uscendo dalla grotta, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO e IMOGENE

BELLARIO - (A Imogene)

Rimani ancora qui. Tu non stai bene.

Dopo la caccia ci ritroveremo.

ARVIRAGO - S, rimani, fratello. Non partire.

O non siamo fratelli?...

IMOGENE - S, fratelli,

come sono fra loro tutti gli uomini.

Ma tra un'argilla e l'altra

sempre pu esserci una differenza

di dignit, malgrado sia la stessa

la polvere di che son fatte entrambe.

Mi sento, infatti, molto affaticato.

GUIDERIO - (A Bellario e Arvirago)

Andate voi a caccia,

io resto qui a fargli compagnia.

IMOGENE - Non ch'io sia malato,

solo che non mi sento proprio bene;

ma non crediate ch'io sia della specie

di certi damerini di citt

che si fan creder d'esser per morire

prima d'esser malati; onde, di grazia,

lasciatemi e pensate ad accudire

alle vostre faccende quotidiane.

Lo strappo alle abitudini

strappo a tutto. Non mi sento bene,

ma lo starmi vicino uno di voi

non pu certo guarirmi;

la compagnia non reca alcun conforto

a chi non sente d'essere socievole.

Il mio male non poi molto grave,

se ne posso parlar tranquillamente.

Ve ne prego, lasciatemi pur qui,

senza timore: non potrei rubarvi

nulla se non me stesso;

e sarebbe insignificante furto

per voi, se mi lasciassi anche morire!

GUIDERIO - Ti voglio bene, ho detto, e d'un affetto

qual che ne sia la quantit, uguale

a quello stesso che porto a mio padre.

BELLARIO - Che cosa? Come! Come!

ARVIRAGO - Se peccato parlare come lui,

m'aggiogo anch'io, signore,

alla colpa del buon fratello mio...

Non so per qual recondita ragione

io mi senta d'amare questo giovane;

ma da voi stesso ho udito dir pi volte

che la vera ragione dell'amore

proprio d'essere senza ragione.

Se fosse pronta una bara alla porta

ed io fossi richiesto di decidere

chi ci dovesse entrare per il primo,(73)

"Mio padre", direi io senza esitare:

non direi: "Questo giovine". cos.

BELLARIO - (Tra s)

O nobilt di razza!

O grande dignit della natura!

O altezza delle origini!

Codardi sono i padri dei codardi;

da cose vili nascono cose vili.(74)

La natura ha con s farina e crusca,

cose spregevoli e cose graziose.

Io, vero, non son il loro padre,

ma chi potr mai essere costui

che fa il miracolo di farsi amare

da loro due ancora pi di me?

(Forte)

Ragazzi, son le nove del mattino!

ARVIRAGO - (A Imogene)

Addio, fratello.

IMOGENE - Fortunata caccia!

ARVIRAGO - Salute a te, signore, ai tuoi comandi.

IMOGENE - (Tra s)

Che gentili creature!

O di, quali menzogne non ho udito

dalla bocca dei nostri cortigiani!

A sentir loro, fuori della corte

tutto rozzezza, tutto vile e barbaro.

Vieni tu, esperienza,

a smentire questa infondata fama.

I grandi mari generano mostri;

gli umili fiumi loro tributarii

forniscon pesci d'ottimo sapore

all'umil nostro desco...

Ma io sto ancora molto male al cuore...

Pisanio, provo la tua medicina.

(Inghiotte alcune pillole dalla scatoletta datale da Pisanio)

GUIDERIO - (Ad Arvirago)

Non son riuscito a smuoverlo; non parla.

Tutto quello che dice d'esser nobile,

ma sventurato; ingiustamente offeso,

se pure onesto.

ARVIRAGO - Cos ha detto a me,

ma poi, ha aggiunto, ne sapr di pi.

BELLARIO - A caccia, a caccia!

(A Imogene)

Ti lasciamo solo,

per il momento. Entra, va', e ripsati.

ARVIRAGO - Non resteremo fuori molto tempo.

BELLARIO - E, per favore, vedi di star bene,

perch ci dovrai fare da massaia.

IMOGENE - Ch'io sia sano o ammalato,

mi sento gi legato a tutti voi.

BELLARIO - E lo sarai per sempre.

(Imogene entra nella grotta)

Per quanto sventurato, questo giovane

mi d l'aria d'aver buoni antenati.

ARVIRAGO - Canta che pare un angelo.

GUIDERIO - E non ti dico della sua cucina!

Ha affettato le nostre radicette

in forme di caratteri da stampa

e ha saputo condire i nostri brodi

manco fosse Giunone a star malata,

e lui dovesse farle da infermiere.

ARVIRAGO - Ha un modo s distinto

di sposare un sorriso ad un sospiro,

come se quel sospiro

fosse invidioso di non essere esso

quel suo sorriso, e come se il sorriso

si volesse beffar di quel sospiro

per volersene uscire

da s divino tempio e volar via

per mescolarsi col suo soffio ai venti

che i naviganti coprono d'insulti.

GUIDERIO - Ho potuto notare come in lui

sofferenza e pazienza, a sopportarle,

abbian radici strette, abbarbicate.

ARVIRAGO - E allora, cresci pure in lui, pazienza!

E disleghi la marcita sua radice

la sofferenza, putrido sambuco,

dalla tua vite in pieno suo rigoglio.

BELLARIO - giorno fatto. Andiamo!...

Entra CLOTENO

Chi va l?

CLOTENO - Non riesco a trovarli, quei fuggiaschi!

Sono stanco, sfinito... Quel furfante

s' fatto gioco di me!

BELLARIO - "Quei fuggiaschi?"

Non vorr mica riferirsi a noi?

Mi par di riconoscerlo costui:

Cloteno, il figlio della regina?... Lui!...

Non lo vedo da anni, ma son certo...

Temo qualche tranello...

Per lui noi siamo gente fuori legge:

meglio non farci vedere.

GUIDERIO - Ma solo:

andate voi e mio fratello intorno,

a veder se vi siano suoi compagni:

e lasciatemi qui solo con lui.

(Escono Bellario e Arvirago)

CLOTENO - (Ai due che escono)

Fermi! Chi siete voi,

che fuggite da me in questo modo?

Briganti di montagna? Ne ho sentito.

(A Guiderio)

E tu, che razza di schifoso sei?

GUIDERIO - Uno che nulla mai di pi schifoso

ha fatto che degnarsi di rispondere

a uno schifoso, senza bastonarlo

CLOTENO - Sei un rapinatore, un delinquente,

un manigoldo: arrenditi, ladrone!

GUIDERIO - A chi arrendermi, a te? E tu chi sei?

Non il mio braccio lungo come il tuo,

non ho in petto un cuore come il tuo?

Tu, pi grosso di me, sicuramente

lo sei con le parole,

perch'io la spada non la porto in bocca.

Dimmi chi sei, perch'io mi debba arrendere

ad uno come te.

CLOTENO - Sporco ribaldo!

Non m'hai riconosciuto da quest'abito?

GUIDERIO - No, carogna, non t'ho riconosciuto,

no, bietolone, e nemmeno il tuo sarto,

che dev'esser tuo nonno,

perch lui che t'ha fatto quelle braghe

che ora, a quanto pare, fanno te.

CLOTENO - O prezioso furfante,

non stato il mio sarto a farmi queste.

GUIDERIO - E allora fila, togliti dai piedi,

e ringrazia colui che te le ha date.

Tu devi essere un fiore di babbeo,

non ci avrei nessun gusto a bastonarti.

CLOTENO - Oltraggioso brigante,

ascolta solo il nome mio, e trema.

GUIDERIO - Qual il tuo nome?

CLOTENO - Cloteno, furfante.

GUIDERIO - Sia pur Cloteno due-volte-furfante

il nome tuo, non riesco a tremare;

se fosse Rospo, Vipera o Tarantola

mi farebbe pi effetto, ma Cloteno...

CLOTENO - A tuo maggior terrore,

anzi, a completo tuo sbigottimento,

sappi ch'io sono figlio alla regina.

GUIDERIO - Mi dispiace per lei, ch tu, all'aspetto,

non sembri conveniente alla tua nascita.

CLOTENO - Come! Non hai paura?

GUIDERIO - Paura io ho soltanto di coloro

cui porto il mio rispetto,

voglio dire degli uomini di senno;

gli imbecilli mi fanno solo ridere.

Non mi fanno paura.

CLOTENO - (Traendo la spada)

E allora muori.

E poi che di mia mano t'avr ucciso,

mi dar a inseguire anche quegli altri

che ho visto poco fa darsela a gambe;

e pianter le vostre teste mozze

sulle porte della citt di Lud.(75)

Arrenditi, brigante di montagna!

(Escono duellando)

Rientrano BELLARIO e ARVIRAGO

BELLARIO - Nessun compagno intorno?

ARVIRAGO - No, nessuno.

Vi sarete sbagliato sul suo conto.

Non sar lui.

BELLARIO - Non so proprio che dire.

Da tanto tempo non l'ho pi rivisto

ma non mi pare che questo intervallo

abbia mutato i tratti del suo volto

quali li conoscevo... Anche la voce,

quell'esitare, quel parlare a scatti...

Cloteno, ne son pi che sicuro.

ARVIRAGO - Qui li abbiamo lasciati poco fa.

Spero che mio fratello

non se la passi male insieme a lui.(76)

M'avete detto ch' tanto feroce.

BELLARIO - Infatti; non essendo ancor maturo,

voglio dir uomo fatto, tuo fratello

non ha imparato ancora a percepire

i terrori ruggenti(77):

spesso l'insufficienza di giudizio

non avverte nemmeno la paura.(78)

Ma ecco tuo fratello.

Rientra GUIDERIO, recando in mano, presolo per la chioma,

il capo mozzo di Cloteno

GUIDERIO - Questo Cloteno era un gran babbeo,

una borsa senza moneta dentro:

Ercole non sarebbe riuscito

a fargli schizzar fuori le cervella,

perch non ce n'aveva manco l'ombra.

S'io per non avessi fatto a lui

quello che ho fatto, questo deficiente

v'avrebbe lui portato la mia testa.

BELLARIO - Oh, Guiderio, non sai che cosa hai fatto!

GUIDERIO - Lo so benissimo: ho mozzato il capo

ad un certo Cloteno, che era il figlio,

- cos diceva lui - della regina,

e mi stava chiamando traditore,

e montanaro, e poi mi minacciava

che se soltanto avesse mosso un dito

ci avrebbe avuti tutti in suo potere,

avrebbe tolto via le nostre teste

dal luogo dove, in grazia degli di,

si trovano piantate,

per andarle ad infigger bene in vista

sugli spalti della citt di Lud.

BELLARIO - Ohim, siamo perduti!

GUIDERIO - Perch, padre? Che abbiamo noi da perdere

all'infuori di questa nostra vita,

di cui costui giurava di privarci?

La legge a noi non concede tutela;

e dunque a che mostrarci tanto teneri

con un pezzo di carne s arrogante

da minacciare, urlando e strepitando,

di far su noi da giudice e da boia,

perch siamo individui fuori-legge?

Trovaste qualche suo compagno, attorno?

BELLARIO - Non un'anima viva; ma son certo

secondo che mi detta la ragione,

ch'egli dovesse aver con lui qualcuno.

Per quanto fosse instabile d'umore,

sempre pronto a mutar di male in peggio,

nessun capriccio, nessuna follia

potrebbe averlo tanto incarognito

da trascinarlo solo in questi luoghi;

pu darsi che alla corte qualche volta

s'oda parlar di gente come noi

fuori legge, che vive qui in caverna,

qui si nutre cacciando, e che col tempo

potrebbe diventar pi forte banda;

ed egli, udendo dire queste cose,

pu essersi infuriato,

com' sua abitudine, e ha giurato

di venirci a cercare e catturare.

Che sia venuto solo ad osar tanto,

mi sembra francamente assai improbabile,

n gliel'avrebbero permesso i suoi.

Perci c' ben ragione di temere;

e ho gran paura che questo cadavere

abbia una coda pi pericolosa

di quanto non lo fosse la sua testa.

ARVIRAGO - Succeda quel che piacer agli di.

Comunque, mio fratello ha fatto bene.

BELLARIO - Avevo poca voglia di cacciare

oggi. La malattia di quel ragazzo

m'ha fatto lunga la via pi del solito.

GUIDERIO - Gli ho staccato la testa con un colpo

della sua spada, che spavaldamente

lui sventagliava contro la mia gola.

Ora vado a gettarla nel torrente

che scorre dietro a questa nostra roccia

perch se la trascini fino al mare

a raccontare ai pesci chi Cloteno,

figlio della regina. Questo tutto.

(Esce)

BELLARIO - Verranno a vendicarlo. Ah, Polidoro,

come vorrei che non l'avessi fatto!

Anche se penso che ben ti si addica

il valore mostrato con quest'atto.

ARVIRAGO - Come vorrei averlo fatto io,

e che potesse solo su di me

ricader la possibile vendetta!

Polidoro, io t'amo da fratello,

eppure quanta invidia tu mi fai

per avermi sottratto quest'impresa!

Vengano pure tutte le vendette

che forza umana possa fronteggiare

a snidarci e a domandarci il conto!

BELLARIO - Bene, fatto. Per oggi niente caccia;

non ce n'andremo in cerca di pericolo,

dove non c' profitto.

Torna ora ti prego al nostro speco.

Mettiti con Fedele alla cucina,

io resto qui ad attender Polidoro

e verr subito con lui a pranzo.

ARVIRAGO - malato Fedele, poverino!

Vado da lui senz'altro;

potessi fargli ritornare in volto

il suo bel colorito,

mi sentirei disposto a cavar sangue

a un'intera parrocchia di Cloteni,

e lodandomi di tanta carit!

(Esce)

BELLARIO - O tu deit, tu divina Natura,

come riveli la tua nobilt

in questi due regali giovinetti!

Essi sono di modi delicati

come il soffio di Zeffiro

quando spira di sotto alla violetta

senza smuoverne gli odorosi petali;

eppur se appena il lor sangue reale

s'infiammi, son violenti

al pari di aquilone vorticoso

che afferra per la folta chioma il pino

in cima alla montagna,

e lo fa flettere verso la valle.

invero prodigioso constatare

come un arcano invisibile istinto

li abbia modellati l'uno e l'altro

d'una regalit non imparata,

d'un senso dell'onore non appreso,

d'una lor genuina civilt,(79)

d'una virt che cresce loro in cuore

come un'erba di campo,

ma che d frutti come seminata.

Mi preoccupa sempre, tuttavia,

quel che sembra volerci presagire

il fatto che Cloteno fosse qui

e quel che pu portarci la sua morte.

Rientra GUIDERIO

GUIDERIO - Mio fratello dov'?

Ho fatto andare gi per la corrente

la zucca di Cloteno, in ambasciata

a sua madre: finch essa non torni,

il suo corpo rimane qui in ostaggio.

(Solenne musica di strumento a fiato all'interno)

BELLARIO - Oh, il mio rozzo strumento!(80)

Ascolta, Polidoro, come suona.

Ma qual ragione pu avere Cadvalo

di mettersi a suonarlo proprio adesso?

Sentilo!

GUIDERIO - in casa?

BELLARIO - M'ha lasciato appena.

GUIDERIO - Che pu significare questo suono?

Dalla morte della mia cara madre

non ha fatto sentire la sua voce

quello strumento. Cose cos meste

accompagnano mesti avvenimenti.

Che mai sar successo?

Far mostra d'esser contenti per nulla

e lamentarsi per cose da nulla

, a vicenda, allegrarsi come scimmie,

e far piagnucolio da ragazzini.

impazzito Cadvalo?

Rientra ARVIRAGO, recando tra le braccia il corpo

inerte di IMOGENE

BELLARIO - Ma no, eccolo,

guardalo, viene, e reca fra le braccia

l'orribile ragione

di ci di cui gli facevam rimprovero.

ARVIRAGO - Morto il bell'uccellino!

Piuttosto che soffrire una tal vista,

avrei voluto saltare in un balzo

i miei anni dai sedici ai sessanta,

e mandar camminando sulle grucce

questa mia saltellante giovinezza.

GUIDERIO - O soavissimo, splendido giglio!

In braccio a mio fratello,

non risplendi nemmeno per met

di quando tu fiorivi sul tuo stelo!(81)

BELLARIO - Oh, tristezza, chi pot mai sondare

fino all'imo fangoso il tuo profondo,

per scoprir quale costa, quale riva

possa meglio ospitare in tutta calma

la tua pigra tartana!

Benedetta creatura!

Sa Giove qual perfezione d'uomo

tu saresti potuto diventare!

Ma io so, preziosissimo ragazzo,

che tu sei morto di malinconia.

Cadvalo, dimmi, come l'hai trovato?

ARVIRAGO - Inerte, come lo vedete adesso,

e sorridente, come se sfiorato

l'avesse in sonno l'ala di una mosca

e non l'atroce dardo della morte,

dal momento che ad essa sorrideva.

Era poggiato con la guancia destra

sopra un guanciale.

GUIDERIO - E dov'era?

ARVIRAGO - Per terra,

con le braccia conserte, ecco, cos.

Sulle prime ho creduto che dormisse,

e mi son tolto le scarpe ferrate,

la cui rozzezza troppo fortemente

ripercuoteva il suono dei miei passi.

GUIDERIO - Pare che dorma, infatti. Ma se morto,

egli far della sua fossa un letto,

e verranno le fate alla sua tomba,

e i vermi si terran da te lontani.

ARVIRAGO - Fino a tanto che durino le estati,

ed io rimanga a viver qui, Fedele,

profumer coi i fiori pi leggiadri

il tuo triste sepolcro;

n ti far mancare mai il fiore

che pi assomiglia alla tua bella faccia,

la pallidetta primula,

n l'azzurra campnula,

che ha lo stesso color delle tue vene,

n i rossi petali dell'eglantina,

il cui profumo, senza calunniarla,

non per pi dolce del tuo alito.

Tutto questo ti recher ogni giorno

col suo becco pietoso il pettirosso

(o, tu, becco pietoso,

che farai arrossire di vergogna

quegli eredi di ricchi,

che lasciano sepolti i loro padri

senza una lapide che li ricordi);(82)

s!, e una bella pelliccia di muschio,

quando i fiori non ci saranno pi,

per proteggerti dall'inclemente inverno.

GUIDERIO - Basta, ti prego, non star l a scherzare

con queste paroline da fanciulla

in una circostanza tanto seria.

Pensiamo invece a dargli sepoltura;

e non tardiamo, stando cos in estasi,

e compier quanto ora nostro debito.

ARVIRAGO - Ebbene, di', dove lo seppelliamo?

GUIDERIO - Lo mettiamo vicino a nostra madre,

la buona Eurifile.

ARVIRAGO - E sia cos.

E come gi facemmo a nostra madre,

Polidoro, se pur le nostre voci

abbiano assunto un timbro pi virile,

accompagniamo con il nostro canto

il suo viaggio alla tomba,

con lo stesso motivo musicale

e le stesse parole che per lei,

solo cambiando "Eurifile" in "Fedele".

GUIDERIO - Cadvalo, io, lo sai, non so cantare:

pianger, e ripeter piangendo,

insieme a te che canti, le parole;

le note di dolore, se stonate,

son peggio delle salmodie lagnose

dei preti e dei sacelli usi a mentire.

ARVIRAGO - Diremo allora solo le parole,

senza cantarle.

BELLARIO - Le pene maggiori

curano, come vedo, le minori.

Gi Cloteno da voi dimenticato.

Era il figlio della regina, quello,

ragazzi, e se pur venne da nemico,

ricordatelo, l'ha pagata cara.

Siam tutti, vero, umili o potenti,

destinati a corromperci e a marcire

confusi tutti in una stessa polvere;

ma il rispetto, ch' l'angelo del mondo,

distingue pure fra piccoli e grandi.

Quello era un nemico principesco,

e tu come nemico l'hai ucciso,

ma dobbiam seppellirlo come principe.

GUIDERIO - Allora trasportiamo qui anche lui.

Il corpo di Tersite dopo morto,

vale quello di Aiace.(83)

ARVIRAGO - (A Bellario)

Andate voi a prendere il suo corpo.

Noi due reciteremo il nostro canto.

(Esce Bellario)

Comincia tu, fratello.

GUIDERIO - No, Cadvalo,

prima dobbiamo volgergli ad oriente

il capo: in ci nostro padre ha ragione.(84)

ARVIRAGO - vero.

GUIDERIO - Vieni, dunque, e rivoltiamolo.

ARVIRAGO - Cos... Comincia pure.

CANTO FUNEBRE

GUIDERIO - Pi non devi temere

del gran sole l'ardore,

n del rabbioso inverno l'infuriare;

la tua terrena opera hai compiuto,

a casa sei venuto,

e la giusta mercede hai ricevuto.

Equo destino egual riserva sorte

a giovinetti e fanciulle di corte

e allo spazzacamino.

Volger in polvere ciascun la morte.

ARVIRAGO - Pi non devi temere

dei grandi il malvolere:

tu sei fuori dai colpi dei tiranni;

mangiare e vestir panni

non tua cura pi; quercia o arboscello

fioriscono egualmente su un avello.

Scettro di re, sapienza,

arte medica, scienza,

egual destino tutto ha da seguire

e in polvere finire.

GUIDERIO - Pi non temer di folgore bagliore.

ARVIRAGO - N di tuono l'orribile fragore.

GUIDERIO - Pi non temer calunnia od impostura.

ARVIRAGO - Finite son per te gioia e sventura.

ARVIRAGO - Spettro insepolto mai ti nuocer.

INSIEME - E a te venga ogni amante

sensibile e gentile,

polvere ognun diventi,

polvere grigia e vile.

GUIDERIO - Pi sortilegio non t'incanter.

ARVIRAGO - N maleficio pi ti stregher.

GUIDERIO - N male alcun cattivo ti far.

INSIEME - Dissolviti tranquillo nella pace,

e splenda il tuo ricordo come face.

Rientra BELLARIO recando il corpo di Cloteno

GUIDERIO - Le nostre esequie noi abbiam finito:

su, deponilo in terra.

ARVIRAGO - Ecco qui qualche fiore;

altri ne porteremo a mezzanotte:

l'erbe che di notturna fresca brina

son ricoperte meglio si confanno

ad essere cosparse sulle tombe:

disponeteli sopra i loro volti.(85)

Fiori voi eravate,

e come fiori siete ora appassiti:

e come voi saranno queste erbette

che su di voi ci appresteremo a spargere.

Ritiriamoci adesso,

e in ginocchio preghiamo quella terra

che li ha dati e ripresi; qui finite

son le lor gioie e cos le lor pene.

(Escono Bellario, Guiderio e Arvirago)

IMOGENE - (Svegliandosi, come delirando)

A Milford-Haven, s, signore, s...

Qual la strada?... Grazie, molte grazie...

Oltre il cespuglio, la? Quant' distante?

Piet di Dio!...(86) Sei miglia avete detto?

Tutta la notte ho camminato: in fede,

vorrei sdraiarmi a terra, ora, e dormire.

(Scorge il cadavere di Cloteno accanto a s)

Ehi, piano! Niente compagni di letto!

O tutti i di del cielo! Questi fiori

mi paion come i piaceri del mondo;

quest'uomo insanguinato i suoi dolori...

Ma sto sognando, spero:

ch m' parso di stare ad abitare

in una grotta e di far la cucina

per certa brava gente.

Per m'accorgo che cos non :

era una folgore fatta di nulla,

scagliata contro il nulla,

che il cervello si fabbrica da s

coi suoi stessi vapori: gli occhi nostri

spesso son ciechi come il nostro senno.

Io tremo ancora tutta di paura.

Non c' dunque pi in cielo

una minima stilla di piet

piccola quanto l'occhio d'uno scricciolo?

Se c', temuti di,

vogliate riservarmene una parte!

Il sogno ancora e sempre qui con me:

anche se sono sveglia,

esso fuori di me,

come dentro di me:

io non l'immagino solo, lo sento...

Oh, un uomo senza capo!

E con indosso il vestito di Postumo!...

Ma questa gamba io la riconosco,

nella sua forma... e questa la sua mano;

ed il suo piede, degno di Mercurio;

e la sua coscia, degna del dio Marte;

e la muscolatura, degna d'Ercole...

ma la sua faccia, somigliante a Giove?

Anche in cielo si compiono assassinii?

Come...? Egli dunque morto?

Pisanio, tutte le maledizioni

che Ecuba in delirio scagli ai Greci,

cadano su di te, oltre alla mia!

Tu, con quel rio demonio di Cloteno

hai mozzato la testa al mio signore!

Si chiami d'ora innanzi tradimento

scrivere e leggere. Con la sua lettera

scritta ad arte Pisanio (maledetto!)

ha demolito l'albero maestro

del pi stupendo vascello del mondo!

Oh, Postumo, ahim, dov', dov',

la tua testa?... Dove l'avran gettata?

Oh, me meschina!... Dove?

Poteva ucciderti al cuore, Pisanio,

e lasciarti la testa l dov'era!

Come ha potuto far questo, Pisanio?...

Perch stato lui, s, non Cloteno.

Scelleratezza e sete di denaro

sono gli autori di questo delitto.

Oh, tutto chiaro, ora che ci penso!

La droga ch'ei mi dette,

e che doveva essere, a suo dire,

per me prezioso e salutar rimedio,

era invece un narcotico dei sensi.

Adesso tutto chiaro: questo opera

insieme di Pisanio e di Cloteno.

(Al corpo di Cloteno, che crede essere quello di Postumo)

Oh, ridona, mio sposo, col tuo sangue

il colore alle pallide mie guance,

s che possiamo apparire pi orribili

a tutti quelli che per avventura

si troveranno a passare di qui...

(Cade bocconi sul corpo di Cloteno)

Entrano CAIO LUCIO, un CAPITANO e un INDOVINO

CAPITANO - Son da aggiungere a quelli che t'ho detto

le legioni stanziate nella Gallia:

queste hanno traversato gi lo stretto,

e ti attendono, insieme alla tua flotta,

a Milford-Haven, pronte ad avanzare.

C. LUCIO - Ma da Roma che nuove?

CAPITANO - Il Senato ha promosso nuove leve

in tutt'Italia tra popolo e nobili:

spiriti tutti pieni di coraggio

che promettono un nobile servizio.

Essi vengono a noi

al comando del nobile Iachimo,

il fratello di Siena.

C. LUCIO - E giungeranno?

CAPITANO - Appena il vento sar favorevole.

C. LUCIO - Tanto entusiasmo lascia ben sperare.

Ordina intanto a quelli qui presenti

di adunarsi per esser rassegnati,

e di' ai loro capi di procedervi.

(All'indovino)

Ebbene, mio signore,

quali sono i recenti vostri sogni

su questa nostra guerra?

INDOVINO - Questa notte

gli di m'hanno mostrato una visione

(avevo gi pregato e digiunato

perch potessi meglio interpretarli):

ho visto dunque l'aquila romana

- il grande uccello di Giove - volare

dall'umido spugnoso mezzogiorno

verso quest'angolo dell'occidente,

e poi svanire tra i raggi del sole.

Il che, se i miei peccati

non velano le mie doti profetiche,

sicuro presagio di vittoria

per le forze romane.

C. LUCIO - Sogna spesso cos, e il tuo sognare

possa sempre inverarsi nel reale!

(Vede in terra i corpi di Cloteno e di Imogene)

Alt! Oh, che vedo, un tronco senza capo.

La macerie mi parla di qualcosa

ch' stata un tempo un nobile edificio.

Oh, anche un paggio!... Morto,

o solo addormentato su di lui?

Morto, direi: di solito natura

aborre di divider con un morto

il letto oppure di dormirci sopra...

Vediamo il volto del ragazzo.

CAPITANO - (Avvicinandosi al corpo di Imogene e rivoltandolo)

vivo.

C. LUCIO - Ci sapr dire allora qualche cosa

riguardo a questo corpo.

(A Imogene)

Giovinetto, dicci delle tue fortune,

che sembra quasi vogliano implorare

che si chieda di loro. Chi costui

di cui ti fai sanguinoso cuscino?

E chi stato a deturpar cos

questa nobile forma

che la natura gli aveva assegnato?

Che hai tu a che fare

con questa triste macabra rovina?

Come successo? Chi ? Chi sei tu?

IMOGENE - Io sono nulla; o, se sono qualcosa,

esser nulla per me sarebbe meglio.

Questi era il mio padrone,

un valoroso britanno, ed un giusto,

stato ucciso qui da montanari.

Ahim, simili a lui, padroni al mondo

non se ne trovan pi; potrei vagare

da oriente ad occidente,

andare a offrir gridando i miei servigi,

e trovarne anche molti, ed anche buoni,

e servirli con pari lealt:

ma non potr mai pi trovarne uno

simile a lui!

C. LUCIO - Ahim, bravo ragazzo!

Tu mi commuovi, con i tuoi lamenti,

almeno quanto fa qui il tuo padrone,

con la vista di tutto questo sangue.

Qual il suo nome?

IMOGENE - Riccardo del Campo.

(A parte)

Gli ho dato un nome falso: una bugia;

ma non faccio alcun male nel mentire,

e gli di, se m'ascoltano lass,

spero vorranno darmi il lor perdono.

(Forte)

Dicevate, signore?

C. LUCIO - Il nome tuo?

IMOGENE - Fedele, mio signore.

C. LUCIO - E di tal nome mostri, in verit,

d'esser conferma: esso ben s'attaglia

alla tua fedelt, com'essa al nome.

Non vorresti tentare la tua sorte

con me al mio servizio?

Non ti dir che troverai in me

un tal padrone buono come l'altro,

ma puoi restar sicuro

che non sarai benvoluto di meno.

Lettera del romano imperatore

che mi fosse inviata per un console

non saprebbe raccomandarti meglio

a me di quanto possa far tu stesso.

Vieni con me.

IMOGENE - Vi seguir, signore.

Prima, per, cos piaccia agli di,

voglio porre al riparo dalle mosche

il mio padrone, e scavargli una fossa

per quanto sian capaci di scavare

le mie povere vanghe.(87)

E, come avr cosparso quella fossa

di foglie d'albero e d'erbe di campo,

ed avr recitato per due volte,

come meglio potr, cento preghiere,

e pianto e sospirato,

e mi sar in tal modo licenziato

da lui, mi metter al servizio vostro,

se vi piacer ancora di accettarmi.

C. LUCIO - Certo, mio bravo giovine;

e ti sar pi padre che padrone.

(Ai presenti)

Questo ragazzo, amici,

ci fornisce un ammaestramento

su quali sono i doveri degli uomini:

andiamo tutti in cerca della zolla

pi fiorita di vaghe margherite

e con le nostre lance e con le picche

scaviamogli una fossa: sollevatelo.

Ragazzo, tu ce l'hai raccomandato

ed esso avr da noi la sepoltura

quale possono darla dei soldati.

Sta' di buon animo, asciugati gli occhi:

ci son cadute che son solo il mezzo

di farci rialzare pi felici.

(Escono)

SCENA III - In Britannia, nel palazzo di Cimbelino.

Entrano CIMBELINO, alcuni SIGNORI, PISANIO e persone del seguito.

CIMBELINO - Ritornate da lei,

e datemi notizia del suo stato.

(Esce uno del seguito)

Un febbre dovuta, senza dubbio,

all'assenza del figlio; un vaneggiare

che mette a repentaglio la sua vita.

Cielo, che colpi, e tutti in una volta!

Imogene, il mio maggior conforto,

fuggita; la regina a letto inferma

senza speranza; e tutto nel momento

in cui minaccia una tremenda guerra!

Suo figlio, che in quest'ora

sarebbe stato tanto necessario,

sparito: ci mi fa sentir prostrato

senza alcuna speranza di conforto.

(A Pisanio)

Quanto a te, manigoldo,

che devi ben sapere qualche cosa

sulla partenza di lei, e fai finta

d'esserne ignaro, te la strapper

con atroci torture, se non parli.

PISANIO - Signore, la mia vita vi appartiene,

ed io la tengo alla vostra merc.

Ma della mia padrona non so nulla:

dove si trovi, perch sia partita,

o quando abbia intenzione di tornare.

Supplico vostra altezza

di seguitare a ritenermi ancora

per il suo pi leale servitore.

PRIMO SIGNORE - Mio buon sovrano, costui era qui

il giorno che scomparve vostra figlia.

Oserei garantirvi ch' sincero

ed uomo che adempie lealmente

ai doveri di suddito.

Quanto a Cloteno, non si fa risparmio

di sforzi a ricercarlo; e non ho dubbio

che si riuscir a rintracciarlo.

CIMBELINO - Son tempi turbolenti.

(A Pisanio)

Per ora ti lasciamo in libert,

ma su di te pender sempre il dubbio.

PRIMO SIGNORE - Piaccia a vostra maest,

le legioni romane della Gallia

sono sbarcate sulle nostre coste,

rinforzate da nobili romani

spediti a questa volta dal senato.

CIMBELINO - Ecco, questo il momento

in cui avrei bisogno del consiglio

e di mio figlio e della mia regina.

Questo annuncio mi lascia frastornato.

PRIMO SIGNORE - Sire, le forze che avete gi pronte

son certamente in grado

di fronteggiare le forze nemiche,

che sono quelle che v'ho detto prima.

E s'anche ne venissero di nuove,

sareste sempre in grado di affrontarle.

Vi baster di mettere in azione

quelle che gi si trovano in assetto,

e che sono impazienti d'impegnarsi.

CIMBELINO - Vi ringrazio. Ordunque ritiriamoci,

e vediamo di fronteggiare al meglio

le circostanze, come si presentano.

Di tutto ci che ci venga dall'Italia

di fastidioso, non c' da temere;

ci affliggono, al contrario, le sventure

che c'incombono qui da noi. Andiamo.

(Escono Cimbelino, i signori e il seguito)

PISANIO - Dal mio padrone, da quando gli ho scritto

della morte d'Imogene,

non ho avuto pi niente. molto strano.

E niente pure dalla mia padrona,

la quale pur mi fece la promessa

di farmi avere spesso sue notizie.

N ho saputo pi nulla di Cloteno,

che cosa mai pu essergli successo.

Sicch resto nel dubbio pi completo.

Ci deve metter mano ancora il cielo.

M'accade d'essere tanto pi onesto

quanto pi mi comporto da bugiardo;

e tanto pi infedele,

quanto pi voglio rimaner fedele.(88)

Questa guerra per far scoprire

s'io amo il mio paese,

ed anche il re dovr prenderne atto,

o io cadr soldato.

Gli altri dubbi li sciolga pure il tempo.

La Fortuna sa far entrar in porto

anche le navi senza timoniere.

(Esce)

SCENA IV - Nel Galles, davanti alla grotta di Bellario.

Entrano BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO

GUIDERIO - Intorno a noi tutto un gran fragore.(89)

BELLARIO - Conviene allontanarci.

ARVIRAGO - Perch, padre?

Qual piacere possiamo noi trovare

nella vita, se la teniamo chiusa,

fuori da ogni azione o avventura?

GUIDERIO - Gi, che speranza possiamo riporre

nel restare nascosti? In questo modo,

se i Romani dovessero scovarci,

o ci sopprimono come Britanni,

o ci accolgono come disertori

per il tempo che a loro far comodo,

e poi ci uccideranno.

BELLARIO - Figli miei,

ce n'andremo lass, sulle montagne.

L staremo al sicuro.

Per noi, unirci al partito del re

non il caso; non siamo conosciuti,

n arruolati in nessuna delle bande,

e la morte del principe Cloteno

ci pu costringere a rendere conto

dei luoghi ove finora abbiam vissuto;

e ci verrebbe senza dubbio estorto

quello che abbiamo fatto fino ad oggi,

col risultato d'esser messi a morte

tra le pi indicibili torture.

GUIDERIO - Questi son dubbi, padre,

che, specie nel momento in cui viviamo,

non ti stan bene, e non soddisfan noi.

ARVIRAGO - Quando udranno i nitriti dei cavalli

e vedranno vicini nella notte

i fuochi dei bivacchi dei Romani,

saran talmente presi, occhi ed orecchie,

da non pensar davvero a perder tempo

per sapere da dove noi veniamo.

BELLARIO - Ma io son conosciuto nell'esercito

da molti, ed anche voi avete visto

che Cloteno, per quanto giovanissimo

all'epoca in cui l'ho conosciuto,

tutti questi anni non sono bastati

a cancellarlo dalla mia memoria.

Senza aggiungere, poi, che questo re

non si merita n i servigi miei,

n il vostro benvolere,

perch dovuto a questo mio esilio

che vi trovate privi d'istruzione

e condannati a quest'aspra esistenza,

senza speranza di poter toccare

gli agi promessi dalla vostra culla,

esposti tutto il tempo ad abbronzarvi

al dardeggiante sole dell'estate

o a tremar sotto il gelo dell'inverno.

GUIDERIO - Meglio cessar di vivere

che seguitare a vivere cos.

Ti prego, padre, entriamo nell'esercito.

Noi, mio fratello ed io,

non siamo conosciuti da nessuno;

voi stesso siete talmente lontano

dai lor pensieri, e talmente cambiato,

da non far nascere alcun sospetto.

ARVIRAGO - Io, per me, giuro sopra questo sole

che ci risplende sul capo, ci vado:

che creatura son io,

che non ho visto mai morire un uomo,

che non ho visto sangue

altro che quello di lepri spaurite

o di capre in calore e selvaggina?

Non ho montato mai altro cavallo

salvo uno che s'ebbe sulla groppa

a cavaliere uno come me,

che non ho mai portato n speroni

n ferro ai miei talloni. Mi vergogno

di levar gli occhi verso il sacro sole

e goder dei suoi raggi benedetti,

restando sempre un uomo sconosciuto.

GUIDERIO - Per il cielo, ci vado anch'io con lui;

e se voi, padre, mi benedirete,

e mi concederete il vostro assenso,

avr di me la migliore attenzione:

se no, ricadan solo su di me,

per mano dei Romani,

tutti i rischi della disobbedienza

ARVIRAGO - E cos dico io, e cos sia.

BELLARIO - Dal momento che delle vostre vite

fate s poco conto, della mia,

ch' una vecchia carcassa,

io non ho pi ragione d'aver cura.

Abbiatemi con voi, ragazzi miei!

Se sar vostra sorte

morire in guerra pel vostro paese,

ragazzi miei, l anche il mio letto,

e l mi giacer. Avanti, avanti!

(A parte)

Per loro il tempo corre troppo lento;

il loro sangue si sente umiliato

finch non sgorghi fuori

a mostrare la sua regale origine.

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - In Britannia, il campo romano.

Entra POSTUMO

POSTUMO - S, panno insanguinato,

io ti terr con me, perch son io

che ho voluto che tu ti colorassi

d'un tal colore.(90) O uomini ammogliati,

se ciascuno seguisse questa via,

quanti di voi non dovrebbero uccidere

spose di loro stessi assai migliori,

solo perch sian potute cadere

in qualche pur leggera devianza!

Oh, Pisanio, Pisanio,

non detto che sia d'ogni buon servo

dover seguire puntigliosamente

tutto ci che gli viene comandato.

Solo agli ordini giusti egli tenuto.

O di, se voi vi foste vendicati

prima d'ora di tutti i miei peccati,

io non sarei vissuto

fino a pensar di compiere quest'ultimo!

Imogene sarebbe ancora salva,

per potersi pentire, e sarei io

ad essere colpito, sciagurato,

che son di lei assai pi meritevole

della vostra vendetta!

Ma voi strappate, ahim, da questo mondo,

alcuni per minuscoli peccati;

e lo fate, si dice, per amore,

s ch'essi pi non possano cadere:

ad altri consentite, per converso,

d'accumular misfatti su misfatti

uno pi infame e orribile dell'altro,

s da far ch'essi stessi ne aborriscano,

per loro giovamento.

Ma Imogene con voi, cosa vostra,

e sia fatta la vostra volont:

a me largite soltanto la grazia

di potervi obbedire. Eccomi qui,

in mezzo all'italiana nobilt,

in armi contro il regno di mia moglie.

abbastanza, Britannia,

ch'io t'abbia ucciso la tua principessa.

Basta, non voglio farti altre ferite.

Perci, benigni di,

date paziente orecchio al mio proposito:

io mi trarr di dosso

queste vesti italiane, per vestirmi

da contadino della mia Britannia:

cos vestito io combatter

contro la stessa parte

con cui sono venuto qui in Britannia;

e morir, Imogene, per te,

per cui questa mia vita

ormai morte, ad ogni mio respiro.

E sconosciuto, e da nessuno pianto

e da nessuno odiato, nel tuo nome

sfider il pericolo: che gli uomini

vedano in me pi valore guerriero

che non ne lasci loro immaginare

la modestia del mio abbigliamento.

Infondetemi voi, o sacri di,

la forza dei Leonati.(91)

Per la vergogna del vanesio mondo,

io voglio inaugurare un'altra moda:

meno fuori, pi dentro.(92)

SCENA II - In Britannia: luogo aperto tra il campo romano e il campo britanno.

Entrano CAIO LUCIO e IACHIMO con l'esercito romano da una parte; dall'altra l'esercito britanno; poi POSTUMO travestito da povero soldato. Tutti attraversano la scena in marcia, ed escono. Poi rientrano combattendo. Iachimo e Postumo rientrano anch'essi combattendo. Postumo ha la meglio; disarma Iachimo e lo lascia sul terreno

IACHIMO - (Rialzandosi)

Il peso della colpa

toglie al mio petto ogni viril coraggio.

Ho calunniato una nobile dama,

la principessa di questo paese,

e l'aria stessa che mi spira intorno,

per vendetta, mi fa fiacco e impotente;

altrimenti questo vil zoticone,

questo vero rifiuto di natura,

non avrebbe potuto soverchiarmi

in questo ch' lo stesso mio mestiere.

Cavalierati e titoli d'onore,

portati com'io porto quelli miei,

sono soltanto titoli di scherno.

Britannia, se la classe dei tuoi nobili

supera questo semplice bifolco

tanto quant'egli supera la nostra,

la differenza fra i nostri due popoli

che noi siamo uomini, e voi di.

(Esce)

La battaglia continua. I Romani vincono, i Britanni fuggono.

Cimbelino catturato. Entrano, per liberarlo combattendo,

BELLARIO, GUIDERIO e ARVIRAGO.

BELLARIO - Qua, fermiamoci qua,

dove il vantaggio del terreno nostro

La gola presidiata.

Nulla potr pi ricacciarci indietro

se non le nostre vigliacche paure.

GUIDERIO e ARVIRAGO - S, fermiamoci qua, e combattiamo.

Rientra POSTUMO combattendo a fianco di soldati britanni. Liberano Cimbelino ed escono. Rientra CAIO LUCIO con IACHIMO, con loro IMOGENE sempre travestita da uomo

C. LUCIO - (A Imogene)

Ragazzo, via! Lontano dalla mischia!

Mettiti in salvo, qui va tutto a rotoli.

Qui s'uccidon tra loro anche gli amici.

C' una tale dannata confusione

da sembrar che la guerra sia bendata.

IACHIMO - Hanno mandato in campo le riserve.

C. LUCIO - Le fortune si sono capovolte:

o sferriamo un attacco in forze, subito,

o convien ritirarci.

(Escono)

SCENA III - Un'altra parte del campo

Entrano POSTUMO e un NOBILE britanno

NOBILE - Vieni da dove han fatto resistenza?

POSTUMO - S, voi venite, invece,

da dove sono in fuga, a quanto pare.

NOBILE - Infatti.

POSTUMO - Non vi posso biasimare,

signore, perch tutto era perduto,

se per noi non avesse combattuto

il cielo: l'ali del re sgominate,

rotto il fronte davanti,

non si vedevan che terga britanne

tutte in fuga per una stretta gola;

e il nemico, del tutto rincuorato,

lingua in fuori per la tremenda strage,

avendo avanti a s maggior lavoro

che mezzi sufficienti per sbrigarlo,

che colpiva, taluni mortalmente,

altri appena toccava,

altri cadevan solo per paura,

talch l'angusto spazio di quel varco

era gi tutto ingombro di cadaveri

tutti feriti a tergo, e di vigliacchi

ancora vivi solo per morire

d'una pi prolungata umiliazione.

NOBILE - E dov' questa gola?

POSTUMO - Non lontano dal campo di battaglia,

infossata tra due pareti erbose...

il che ha offerto ad un vecchio soldato

- un uomo in gamba, posso garantirvelo! -

il vantaggio da meritarsi tanto

da esser mantenuto dallo Stato

per tanto tempo quanti sono gli anni

che sono occorsi a imbiancargli la barba,

per quanto ha fatto per il suo paese.

Egli, all'imbocco di quella strettoia,

con due adolescenti - due ragazzi

in et pi da fare a rimpiattino

che non a compiere un tal massacro,(93)

e dai volti pi adatti a quelle maschere

di cui si fanno schermo certe dame

per protegger la pelle o per pudore -

s'impadroniscono di quel passaggio

urlando a tutti quelli che fuggivano:

"In Britannia i cervi, ma non gli uomini

vanno a morir fuggendo.

L'anime di coloro che indietreggiano

volano tutte al buio dell'inferno!

Indietro, indietro! O che saremo noi,

i Romani che vi daremo morte,

quella morte alla quale, come bestie,

cercate bestialmente di sfuggire!"

Ebbene, questi tre, che per coraggio

ne valevan tremila,

e per la foga con cui si battevano

- perch tre che combattono davvero

s'equivalgono ad un'intera schiera

se gli altri che son l non fanno niente -,

da soli, urlando sempre: "Arresta! Arresta!"

favoriti com'erano dal luogo,

e pi ancora dal fascino emanante

dal lor nobile esempio di ardimento,

che avrebbe trasformato in una lancia

perfino la conocchia della nonna,

han riportato subito il colore

sopra tutti quei visi spalliditi,

con la vergogna ridestando in loro

l'onore s che alcuni,

invigliacchiti dall'esempio altrui

- oh, gran peccato in chi lo d per primo

in guerra, questo, assai da condannare! -

tornavan piano piano quei di prima,

e cominciarono a mostrare i denti

come leoni dinanzi alle picche

dei loro cacciatori. E fu a quel punto

che nelle file degli assalitori

ci fu un arresto, e quindi un cedimento

trasformatosi presto in una rotta,

e insomma in una grande confusione;

e i Romani si dettero alla fuga

subito, come polli spaventati,

ripercorrendo quella stessa via

a ritroso, che gi li aveva visti

come aquile piombare su di noi,

e a rifar come schiavi quelle peste

prima battute da conquistatori.

Mentre i nostri, non pi vigliacchi ormai,

ma simili ad avanzi di gallette

dopo una burrascosa traversata,

che divengon vitali come il cibo

nei momenti di grande carestia,

trovano aperto il varco

e piombano su uomini indifesi,

e l, o cieli, che carneficina!

Menan colpi alla cieca

sui morti, sui morenti,

e perfino su lor commilitoni

travolti nell'ondata dei fuggiaschi;

e ciascuno dei dieci che poc'anzi

un sol Romano aveva sgominati,

ne fa strage di venti.

E quelli che eran pronti poco prima

a morire piuttosto che resistere,

sono diventati gli orchi delle favole

e spargono il terrore in tutto il campo.

NOBILE - Un caso veramente molto strano:

una gola, un vegliardo e due ragazzi.

POSTUMO - Ah, per me non c' niente da stupirsi;

ma voi sembrate uno fatto apposta

pi per stupire voi di ci che udite

che per far cosa da stupire gli altri.

Se ci vogliamo scriver su una rima,

tanto per celia, eccovene una:

"Due fanciulli, un vegliardo ed una stretta:

"salvezza pei Britanni,

"pei Romani disdetta".

NOBILE - Beh, amico, adesso non montare in collera.

POSTUMO - E perch lo dovrei? A quale scopo?

Chi non osa affrontare il suo nemico

in me trover sempre un buon amico

"perch se fa quello che a fare nato

"me come amico presto avr scansato."

Diamine, voi mi fate anche rimare!

NOBILE - Sei troppo incollerito. Ti saluto.

(Esce)

POSTUMO - E scappa, scappa ancora!

E tu saresti un nobile britanno?

O nobile miseria!

Venir dal campo dove si combatte

e domandar: "Quali notizie?" A me!

Ah, quanti di codesti gentiluomini

si sarebbero dato via l'onore,

oggi, per aver salva la pellaccia!(94)

Per questo hanno levato i lor calcagni,

eppure anch'essi hanno trovato morte.

Mentr'io non son riuscito,

nella stregoneria dei miei malanni,

a trovarla la morte, manco l

dove son corso sentendone i gemiti,

n l dove colpiva.

Da quell'orribile mostro che ,

strano ch'essa vada ad acquattarsi

nei freschi calici, nei letti morbidi,

nelle dolci parole, e pi ministri

ell'abbia in quegli ambienti che tra noi

che pur snudiamo in guerra i suoi coltelli.

Ah, ma la trover, la trover!

Poich se favorisce ora i Britanni,

io britanno non voglio pi restare,

voglio tornare a seguir l'altra parte

al cui seguito sono qui venuto.

N voglio pi combattere,

ma consegnarmi al primo zoticone

che mi metta la mano sulla spalla.

I Romani hanno fatto grande strage

in Britannia, sar altrettanto grande

perci la rappresaglia che i Britanni

faranno su di loro.

Per me, sar la morte il mio riscatto:

o con gli uni o con gli altri,

render alla vita il mio respiro,

che pi non voglio conservare qui,

n riportare indietro. Vo' finirla,

in un modo o nell'altro. Per Imogene.

Entrano due UFFICIALI BRITANNI con alcuni soldati

PRIMO UFF. - Lode a te, Grande Giove! Lucio preso.

Quel vecchio e i suoi due figli

tutti pensano fossero degli angeli.(95)

SECONDO UFF. - Ce n'era un quarto, in abiti dimessi,

a far fronte al nemico insieme a loro.

PRIMO UFF. - Cos ho sentito dire: ma finora

non s' trovato nessuno di loro.

(Vedendo Postumo).

Fermo! Chi l?

POSTUMO - Un Romano,

che ora non starebbe senza fiato,

se quelli che dovevano aiutarlo

l'avessero aiutato.

SECONDO UFF. - (Ai soldati)

Catturatelo!

Un cane! Non dovr tornare a Roma

da qui una sola gamba di Romano

a dire quali corvi li han beccati

quass in Britannia. Costui mena vanto

di s e del suo servizio

come se fosse persona di riguardo:

portatelo dal re.

Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, con alcuni ufficiali dell'esercito britanno che conducono alcuni prigionieri romani. Tra questi Postumo, che gli ufficiali mostrano a Cimbelino; questi lo affida ad un carceriere. Escono tutti.

SCENA IV - In Britannia, una prigione.

Entra POSTUMO in ceppi con due CARCERIERI

PRIMO CARCERIERE - Ora nessuno ti pu pi rubare;

sei ben serrato in ceppi.

Bruca, perci, se trovi la pastura.

SECONDO CARC. - E lo stomaco, se te lo ritrovi.

(Escono i carcerieri)

POSTUMO - O prigionia, sii molto benvenuta!

Tu sei forse per me la giusta via

alla liberazione; grazie a te,

sto meglio io di un malato di gotta

che preferisce languir nel dolore

piuttosto che cercar la guarigione

ricorrendo a quel medico infallibile,

la Morte; che sarebbe ora per me

l'unica chiave che potrebbe sciogliermi

da questi ceppi entro i quali anche tu,

o mia coscienza sei impastoiata

pi dei miei piedi e delle mie caviglie.

Ah, porgetemi voi, benigni di,

con la mia contrizione, lo strumento

per disserrarmi da questa pastoie

e per rendermi libero in eterno!

Ma vi potr bastare

ch'io vi dichiari d'essere pentito?

Questo il modo con cui i fanciullini

placano il lor terreno genitore;

innanzi a voi, pi ricchi di piet,

se mi debbo pentir dei miei peccati,

non posso farlo in miglior condizione

che stretto dentro questi manichini,

da me desiderati pi che imposti.

E se a soddisfazione del mio debito,

per ottener la mia liberazione,

debbo espiare, minor penitenza

da voi non mi sia imposta

del sacrificio di questa mia vita.

So che siete migliori creditori

di quelli che dai loro debitori

che han fatto bancarotta, come me,

prendono solo un terzo, un sesto o un decimo

e poi li lascian prosperare ancora

col resto che non han da loro avuto.

Io non vi chiedo questo:

per la vita della mia cara Imogene,

io vi chiedo di prendervi la mia.

Non vale molto, ma sempre una vita,

da voi stessi coniata. Le monete

non si pesano mai ad una ad una

nemmen dagli uomini, nei lor baratti

se qualcuna ce n' di minor peso

la si accetta pel suo marchio di zecca.

Cos vi chiedo di fare con me,

che pur porto stampato il vostro marchio.

Se dunque ritenete, alte potenze,

buono ed onesto questo pagamento,

prendete la mia vita,

ed annullate questi freddi vincoli.

Imogene, ti parler in silenzio.

(S'addormenta)

VISIONE

Musica solenne. Entra, come in una apparizione, il vecchio SICILIO LEONATO, padre di Postumo, in veste di guerriero, e conduce per mano un'anziana signora, sua moglie e madre di Postumo. Quindi, dopo che sar intonata all'interno altra musica, entrano due giovani Leonati, fratelli di Postumo; portano visibili le ferite per le quali sono morti in guerra. Tutti si dispongono intorno a Postumo che dorme.

SICILIO - "O tonante signore,

"pi non versar sul capo dei mortali

"il tuo sdegnoso umore;

"Marte vendicatore

"e Giunone gli amori tuoi fatali

"ti rinfacciano pieni di furore.

"Che ha fatto questo povero mio figlio

"se non che bene oprare,

"perch'io su lui posare

"mai potessi il mio paterno ciglio?

"Egli, quand'io moriva,

"nel grembo di sua madre ancor covava:

"s' vero che degli orfani sei padre,

"perch l'abbandonasti,

"e dagli affanni asilo non gli offristi?

MADRE - "Pronuba a me Lucina non stata;(96)

"tra le mie doglie a s m'ha richiamata;

"e Postumo dal fianco mio strappato,

"piangendo, tra nemici fu cresciuto.

SICILIO - "L'avita immagine su quel neonato

"natura avea stampato,

"s ch'egli s'acquist d'eletta fede

"la fama, e di Sicilio degno erede...

PRIMO FRATELLO - "E quando matur in viril prestanza,

"chi altri mai in Britannia competere

"con lui poteva, ed agli occhi d'Imogene

"meglio di lui risplendere?

MADRE - "Ah, perch volle far l'iniqua sorte

"scherno s miserando,

"di lui e della cara sua consorte

"col matrimonio e con l'iniquo bando:

"dal seggio dei Leonato allontanato,

"e dalla cara Imogene strappato!

SICILIO - "Perch hai tu voluto

"che Iachimo, d'Italia vil rifiuto,

"gli avvelenasse il cuore

"d'un insensato di gelosia fuoco,

"s da farne di tutti scherno e gioco?

SECONDO FRAT. - "Per questo noi, col padre e con la madre,

"da pi placide sfere siam venuti,

"noi che da eroi caduti siamo in guerra

"per il sacro diritto di Tenanzio

"e della nostra terra".

PRIMO FRAT. - "N di noi minor prova di valore

"ha fatto Postumo pel suo signore

"Cimbelino. E tu invece di pagargli

"la dovuta mercede, di travagli

"e di pene gli hai riempito il cuore.

SICILIO - "La tua alta finestra di diamante

"schiudi, e volgi clemente

"il tuo sguardo quaggi,

"su questa antica eroica semente

"non infierire pi.

MADRE - "Perch virtuoso, Giove, nostro figlio;

"da lui distogli il tuo cupo cipiglio.

SICILIO - "Dall'alta tua marmorea magione

"volgi lo sguardo, Giove, e porgi aiuto,

"a noi, poveri spiriti, o rifiuto

"di te faremo, e d'altri invocheremo

"numi il favore.

I DUE FRATELLI - S, e con ragione,

"appello ad altri numi noi faremo

"e dalla tua giustizia fuggiremo".

Lampi e tuoni. Assiso sopra un'aquila, discende dal cielo GIOVE, scaglia un fulmine. Alla sua vista le Apparizioni cadono tutte in ginocchio.

GIOVE - "Spiriti queruli di bassi stagni,

"basta d'offendere coi vostri lagni

"le orecchie a Giove. Basta, tacete!

"Come accusare osate voi il Tonante,

"vane larve? La sua saetta ardente

"ch'ogni ribelle folgora temete.

"Ombre meschine dell'Eliso, andate

"a riposare sopra i vostri liti

"di sempreverdi primule fioriti.

"Sapete che non spetta a voi la cura

"d'umana creatura. A prova dura

"pi ch'ogni altro mortale io sottometto

"colui che pi degli altri m' diletto,

"ed il mio dono pi tardi gli viene

"pi caro egli lo tiene.

"Il vostro oppresso figlio innalzer

"la mia onnipotente deit.

"Stan per giungere a lui ore serene,

"ora che son finite le sue pene.

"L'astro di Giove nel cielo regnava

"il d ch'egli nasceva,

"e di Giove nel tempio ha celebrato

"il voto che ad Imogene l'ha dato.

"Alzatevi e sparite. Il d verr

"che ad Imogene sposo ei torner,

"e tanto pi felice quanto dure

"furon le sue sventure.

"Sul suo petto posate questo foglio,

"sopra il quale in dettaglio

"di sue fortune gli dato ragguaglio.

"E dunque, andate, ombre, andate via!

"Pi non risuoni la vostra impazienza,

"perch potrebbe risvegliar la mia!

"Aquila, non pi stallo:

"alla nostra magione di cristallo!

(Si solleva a cavallo dell'aquila e svanisce)

SICILIO - "Tra tuoni era venuto,

"tra vapori di zolfo ripartito.

"La sacra aquila stese

"l'unghie per afferrarci, ma egli ascese

"nell'aura fra sorrisi

"pi soavi dei nostri Campi Elisi.

"Ora il regale augello

"l'ala immortal ripiega,

"e il suo rostro ha richiuso

"come quando il suo dio

"l'opra sua ha concluso".

TUTTI - "Grazie a te, sommo Giove!

SICILIO - "Ecco, si chiude il marmoreo soffitto,

"Giove tornato al suo radioso tetto.

"Via, obbediamo all'alto suo precetto.

(Le apparizioni svaniscono)

POSTUMO - (Svegliandosi)

Sonno, stavolta mi sei stato nonno:

m'hai generato un padre,

e m'hai dato una madre e due fratelli.

Ma - derisione! - son tutti scomparsi.

Appena nati, se ne sono andati,

ed io sono qui sveglio.

Sognan cos come ho sognato io

i poveri infelici

che pendon dal favore dei potenti:

si svegliano, e non trovano pi nulla.

Ma, oh, che dico, sono fuori strada:

ci sono molti che nemmeno sognano

di trovar quei favori, n li meritano,

eppure ne son colmi. E cos io:

ho avuto in sogno quest'aurea fortuna,

e perch non lo so: che in questi luoghi

aleggi qualche spirito benigno?

(Vede per terra un libro e lo raccoglie)

Un libro?... E che prezioso volumetto!

Salvo che tu non sia - com' consueto

in questo mondo frivolo e vanesio -

pi nobile di fuori che di dentro...(97)

Fammi sperare che il tuo contenuto

sia tale da non farti assomigliare

al costume dei nostri cortigiani,

e sia buono cos come promette.

(Apre il libro e legge)

"Quando un leone giovan-crinito

"che nulla di se stesso ancora sa,

" senza cercarlo, ritrovato avr,

"un soffio d'aura che lo avr baciato;

"e quando d'un maestoso cedro i rami

"da molti anni tagliati e resi grami

"ritorneranno a vivere

"riuniti al vecchio tronco e germogliare,

"allora avranno fine

"di Postumo le pene

"e la Britannia in pace gioir

"e prospera e feconda fiorir".

O sto ancora sognando,

o queste son parole da insensati,

lingua e niente cervello: o l'una e l'altro,

o niente; un declamare senza senso,

o qualcosa il cui senso s riposto,

da non potersi affatto districare.

Sia quale sia, s'attaglia per bene

alla mia vita ed alle mie azioni;

non fosse che per questa concordanza,

me lo voglio tenere.

Rientrano i CARCERIERI

PRIMO CARC. - Signore, beh, siete pronto a morire?

POSTUMO - Altroch, ben avanti di cottura:

pronto ad andare in tavola, da un pezzo!

PRIMO CARC. - Impiccagione la parola, amico:

se siete pronto a tanto,

vuol dir che siete cotto al punto giusto.

POSTUMO - Cos potr riuscire saporito

forse al palato degli spettatori;

e il piatto sar valso la sua spesa.

PRIMO CARC. - Una spesa per voi piuttosto cara,

signore. Ma ne avrete poi il conforto

di non aver da far pi pagamenti,

n da temere conti di taverna;

che sono spesso causa di sconforto

all'uscita, per quanto godimento

ci procur l'entrata; voi ci entrate,

infatti, pressoch senza pi forze

per mancanza di cibo, e quando uscite

barcollate per troppe libagioni,

scontenti per aver pagato troppo

e d'esser stati troppo ripagati:

borsa e cervello vuoti,

ma il cervello di tanto pi pesante

per esser stato tanto pi leggero,

e la borsa di tanto pi leggera

per esser stata tanto alleggerita.

Ah, s, ora sarete liberato

per sempre da una tal contraddizione.

O carit di due soldi di corda!

In un sol colpo somma le migliaia

e non avrete pi n creditori

n debitori, all'infuori di lei.

Vi scarica di tutto: del passato,

del presente e di quello che c' dopo.

Con essa il vostro collo

diviene penna, registro e gettoni;

e vi rilascia la quietanza a saldo.

POSTUMO - Son pi contento di morire io,

che tu di vivere.

PRIMO CARC.- Infatti, amico,

dormendo non si sente il mal di denti;

ma credo che a dormir del vostro sonno

col carnefice accanto

per aiutarvi ad infilarvi a letto,

si scambierebbe volentieri il posto

con colui che l'aiuta a coricarsi.

Perch, vedete, amico:

nell'al di l non si conosce mai

per quale strada uno deve andare.

POSTUMO - Io la mia strada la conosco, amico.

PRIMO CARC. - Vuol dire allora che la vostra morte

ha tanto d'occhi infissi nella testa:

ma io la morte cos figurata

non l'ho mai vista; oppure a dir cos

vi fate pilotare da qualcuno

che pretende saperne, o siete voi

che pretendete di sapere cosa

che, son sicuro, non sapete affatto;

o pensate magari sia possibile

fare soltanto un salto all'al di l

a tutto ed esclusivo vostro rischio;

ma, per quanto vogliate poi sforzarvi

d'affrettare la fine di quel viaggio,

son sicuro che su non tornerete

a raccontarlo.

POSTUMO - Eppure io ti dico

che per la strada che m'accingo a prendere

nessuno privo d'occhi per vedere

dov'essa porta, tranne chi degli occhi

non vuol servirsi e vuol tenerli chiusi.

PRIMO CARC. - Che grossa beffa non sarebbe allora

che un uomo debba fare dei suoi occhi

l'uso migliore per poter vedere

dove lo porta la via della tenebra!

Io son sicuro che l'impiccagione

la via giusta per far chiuder gli occhi.

Entra un MESSO

MESSO - Togliete le manette al prigioniero

e conducetelo davanti al re.

POSTUMO - Buona notizia porti: son chiamato

per essere rimesso in libert.

PRIMO CARC. - Allora sta' a vedere

che ad essere impiccato sar io.

POSTUMO - Saresti, in questo caso,

pi libero, di quel che sei adesso:

non ci son catenacci per i morti.

(Esce Postumo, scortato, con il messo)

SECONDO CARC. - A meno che costui avesse voglia

di sposare una forca

e generare giovani forcucce,

non ho mai visto nessun uomo al mondo

tanto entusiasta d'essere impiccato!

E dire, a voler essere sinceri,

che ci sono furfanti pi di lui

(per quanto qui si tratti di un Romano)

che di forca non vogliono saperne;

e ci son altri della stessa risma

che vanno a morte assai di controvoglia.

Come del resto sarebbe di me,

se fossi uno di loro. Vorrei tanto

che tutti avessimo la stessa idea,

e che tutte le idee fossero giuste.

Oh, sarebbe un'autentica rovina

per carcerieri, forche e forcaioli!

So di parlare contro il mio interesse,

ma questo desiderio, se avverato,

potrebbe farmi fare certamente

miglior carriera che la mia attuale.

(Esce)

SCENA V - La tenda di Cimbelino nel campo britanno

Entrano CIMBELINO, BELLARIO, GUIDERIO, ARVIRAGO, PISANIO, signori e persone del seguito.

CIMBELINO - Statemi tutti al fianco,

voi, che il cielo ha voluto protettori

del mio trono. Ho il cuore nell'ambascia:

quel soldato che tanto strenuamente

ha combattuto, al punto da offuscare

coi miseri suoi cenci,

le rifulgenti dorate armature,

e che col petto nudo nell'assalto

precedeva gli scudi impenetrabili,

nessuno lo riesce pi a trovare.

Chi sapr rintracciarlo

potr ben dire d'esser fortunato

se tale lo pu far la nostra grazia.

BELLARIO - Non ho mai visto tanta nobil furia

albergare in cos povera cosa,

mai s preziose gesta

in uno la cui povera sembianza

non prometteva che mendicit.

CIMBELINO - Non se ne sa pi nulla?

PISANIO - No, signore.

L'abbiam cercato in mezzo ai vivi e ai morti,

ma purtroppo di lui nessuna traccia.

CIMBELINO - Sar io dunque, a mia grande amarezza,

l'erede del compenso a lui spettante,

(A Bellario, Guiderio e Arvirago)

e questo aggiunger a quello vostro,

di voi, che siete cuore, mente e fegato

della Britannia che, ve ne do atto,

se vive ancora, per merito vostro.

Ora tempo per ch'io vi domandi

donde venite. Parlate, vi prego.

BELLARIO - Mio signore, noi siamo nati in Cambria,

e discendiamo da nobile stirpe.

Questo tutto. Vantarci d'esser altro

non sarebbe n vero n modesto.

Posso soltanto aggiungere

che siamo gente onesta.

CIMBELINO - Inginocchiatevi,

e rialzatevi miei cavalieri

nominati sul campo di battaglia,

compagni alla regal nostra persona.

Vi saran conferiti tutti titoli

che ineriscono a tale dignit.

Entra CORNELIO con alcune DAME

(A Cornelio)

Vedo sui vostri volti turbamento.

Perch s contristati

a salutare la nostra vittoria?

CORNELIO - Salute a voi, gran re!

Debbo rendervi amara, mio malgrado,

quest'ora di tripudio con l'annuncio

che la vostra regina deceduta.

CIMBELINO - A chi peggio che a un medico

si converrebbe un tal ferale annuncio?

Ma l'arte medica, mi rendo conto,

pu, s, allungar la vita, ma la morte

carpir fatalmente anche il dottore.

E com' morta?

CORNELIO - D'una morte orribile,

invasata da una pazzia furiosa,

come, del resto, stata la sua vita

che, crudele con gli altri,

crudelissima stata con se stessa.

Vi riferisco, sire, se vi piaccia,

ci che in punto di morte ha confessato.

Se dovessi sbagliarmi nel racconto,

queste due dame ch'erano presenti,

in lacrime al trapasso, mi correggano.

CIMBELINO - Parlate, prego. Che v'ha confessato?

CORNELIO - Primo, di non avervi mai amato.

Tutto quello che am ella di voi

fu la grandezza che ne le veniva.

Non voi aveva sposato, mi disse,

ma la regale vostra maest;

d'essere stata la sposa del trono,

ma di aborrire la vostra persona.

CIMBELINO - Son cose queste note, francamente,

a nessun altro all'infuori di lei:

perch se non le avesse confessate

sul punto di morire,

io non avrei creduto alle sue labbra

se l'avessero dette. Proseguite.

CORNELIO - Della vostra figliola,

che mostrava d'amar con tanto affetto,

mi disse ch'era solo un scorpione

agli occhi suoi, e che se la sua fuga

non fosse intervenuta ad impedirglielo,

l'avrebbe certamente avvelenata.

CIMBELINO - Oh, qual raffinatissimo demonio!

Chi sa legger nel cuore d'una donna?

C' dell'altro?

CORNELIO - S, sire, ed anche peggio.

M'ha confessato ancora

di serbare per voi una sostanza

di mortifero effetto, che, ingerita,

vi avrebbe divorato lentamente,

minuto per minuto, e consumato

oncia per oncia; mentre nell'attesa,

ella si figurava intrattenervi

con tenere vigilie, e pianti, e baci,

e con il simularvi assidue cure

tenervi in suo possesso

e dominarvi con quella commedia;

e quando poi vi avesse ben disposto

con questi suoi ingannevoli armeggii,

avrebbe fatto insinuar suo figlio

nel diritto di successione al trono.

Ma, fallite che furon le sue mire

per l'assenza del figlio (invero strana),

mi spiattell, senza ritegno alcuno,

a dispetto degli uomini e del cielo,

i suoi loschi disegni e il suo rammarico

di non aver potuto porre in opera

i malefizi che aveva covato.

E cos se n' morta, disperata.

CIMBELINO - E voi, due dame, udiste anche voi questo?

DAME - S, non dispiaccia alla vostra maest.

CIMBELINO - Colpa non posso fare agli occhi miei...

Era pur bella! ... N alle mie orecchie

nel compiacersi delle sue lusinghe;

e nemmeno al mio cuore,

che l'aveva stimata anche nell'animo

almeno pari all'apparenza esterna.

Sarebbe stato ingiusto da mia parte

diffidare di lei: ma ora tu,

figliola mia, puoi dire con ragione

che quella stata in me una follia,

e puoi provarlo con quel ch'hai sofferto!

Voglia porre rimedio a tutto il cielo!

Entrano CAIO LUCIO, IACHIMO, l'INDOVINO e altri prigionieri, sotto scorta; dietro di loro POSTUMO e IMOGENE, sempre travestita da uomo.

Caio, tu vieni ora innanzi a me

non pi per reclamare il tuo tributo;

questo i Britanni l'hanno cancellato

sia pure con la dolorosa perdita

di tanti valorosi, i cui parenti

m'han supplicato che le loro anime

possan venir placate

col sacrificio di voi prigionieri.

Il che abbiamo loro garantito.

Questa dunque la vostra condizione.

Pensateci.

C. LUCIO - Considerate, sire,

che alterne son le sorti della guerra.

La giornata fu vostra sol per caso;

se fosse stata nostra,

noi non avremmo certo, a sangue freddo,

minacciato di morte i prigionieri.

Ma se questo il volere degli di,

che si chiami riscatto

soltanto il prezzo delle nostre vite,

sia pur cos. Un Romano

non pu che sopportar le avversit

con cuore di Romano.

Augusto vive, e sa che cosa fare.

Tanto basta, per quanto mi riguarda.

Mi resta sol da chiederti una cosa:

questo mio paggio britanno per nascita,

lascia che almeno lui sia riscattato.

Mai padrone ebbe paggio pi gentile,

pi diligente, pi ligio al dovere,

pi servizievole in ogni occasione,

pi fedele, pi destro e premuroso.

Possano tutte queste sue virt

corroborare questa mia richiesta,

s da darmi l'ardire di sperare

che la tua altezza non vorr respingerla.

Non ha torto un capello a un sol Britanno,

pur essendo al servizio d'un Romano.

Ti chiedo, sire, che sia risparmiato,

lui soltanto, di tutto l'altro sangue.

CIMBELINO - Questo ragazzo io l'ho visto prima.

Ne son sicuro. I tratti del suo viso

mi sono familiari. Beh, ragazzo,

ti sei riflesso come in uno specchio

nel mio favore, ed ora m'appartieni.

Non so come e perch

qualcosa dentro mi fa dire: "Vivi!".

Non devi ringraziare il tuo padrone,

ma vivi e chiedi pure a Cimbelino

il favore che vuoi

e che s'accordi alle mie facolt

ed al tuo stato, ti sar concesso:

s, si trattasse pur di liberare

il pi illustre di tutti prigionieri

fra quelli in nostre mani.

IMOGENE - Vi ringrazio umilmente, vostra altezza.

C. LUCIO - Ragazzo, non ti chiedo d'implorare

il re di fare salva la mia vita,

se pur sono convinto

ch' proprio questo che t'accingi a fare.

IMOGENE - No, no, ahim, altra cura mi morde,

mio signore: io vedo dinanzi a me

cosa per me pi amara della morte.

Mio buon signore, per la vostra vita

voi dovrete intercedere da solo.

C. LUCIO - Il ragazzo mi sdegna, mi abbandona,

mi schernisce perfino:

come presto finiscono le gioie

che si fondano sulla fedelt

di ragazzi e fanciulle! (98)

CIMBELINO - (A Imogene)

Che mi vuoi chiedere, dunque, ragazzo?

Pi tempo passa, e pi ti voglio bene:

pensa anche tu al meglio che puoi chiedermi.

Conosci forse tu quel prigioniero

su cui fissi lo sguardo? Vuoi che viva?

un tuo parente? Un tuo amico? Parla.

IMOGENE - un Romano, non pi parente a me

di quanto lo sia io per vostra altezza;

se pur io, vostro suddito di nascita,

vi sia di lui alquanto pi vicino.

CIMBELINO - Perch lo guardi allora con quel piglio?

IMOGENE - Ve lo dir in disparte, maest,

se vi compiacerete di ascoltarmi.

CIMBELINO - Certo, ragazzo mio, con tutto il cuore

e tutt'orecchi. Il nome tuo qual ?

IMOGENE - Fedele, mio signore.

CIMBELINO - Tu sei ora il mio bravo giovinetto:

il mio paggio ed io sono il tuo padrone.

Vieni, e parlami pure a cuore aperto.

(Si traggono in disparte)

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)

Sar risuscitato dalla morte

quel ragazzo?

ARVIRAGO - Non son s somiglianti

due granelli di sabbia l'uno all'altro

come infatti ei somiglia a quel fanciullo

dolce, roseo che morto, e fu Fedele.

Che ne pensate?

GUIDERIO - Ch' lui, redivivo.

BELLARIO - Zitti, zitti, vediamo che succede.

Lui non ci ha visti. Stiamo ad aspettare.

Ci sono a volte strane somiglianze.

Se fosse proprio lui, ne sono certo,

ci avrebbe ben rivolto la parola.

GUIDERIO - Ma lo vedemmo morto!

BELLARIO - Zitti, adesso.

Stiamo a vedere quello che succede.

PISANIO - (Tra s, riconoscendo Imogene)

La mia padrona!... Viva!...

E volga allora il tempo al meglio o al peggio!

CIMBELINO e IMOGENE vengono avanti

CIMBELINO - Vieni avanti, rimani qui al mio fianco

e fa la tua richiesta ad alta voce.

(A Iachimo)

Venite pure avanti voi, signore,

e rispondete a quel che vi dir

questo ragazzo; ma sincero e schietto,

o, per la nostra maest e grazia

(ch' come dire per il nostro onore)

saranno le pi orribili torture

a sceverare in voi la verit

dalla menzogna. Parlagli, ragazzo.

IMOGENE - La grazia ch'io vi chiedo

che questo signore ci dichiari

da chi ha ricevuto quell'anello.

PISANIO - (Tra s)

Che potr mai importargli di saperlo?

CIMBELINO - (A Iachimo)

Quel diamante che voi portate al dito,

dite, in che modo diventato vostro?

IACHIMO - Se tu sapessi quello che mi chiedi

mi metteresti, s, alla tortura

ma per costringermi a tener nascosta

qualcosa che torturerebbe te,

se la dicessi.

CIMBELINO - Me? Come sarebbe?

IACHIMO - Sono contento d'essere costretto

a rivelare quello che per me

un tormento a tenermi chiuso dentro.

Ottenni questo anello

in forza d'una mia mascalzonata.

Apparteneva a Postumo Leonato,

da te bandito e costretto all'esilio:

l'uomo pi nobile - e di saper tanto

affligga te com'io ne sono afflitto -

che sia vissuto mai fra terra e cielo.

Vuoi udir ancor altro, mio signore?

CIMBELINO - Tutto che s'appartenga a questa storia.

IACHIMO - Quell'eccelso modello di virt,

ch'era tua figlia, sire,

per la quale il mio cuore ancora sanguina

e che l'animo mio falso e bugiardo

trema a dover soltanto ricordare...

Perdonami... mi sento venir meno.

CIMBELINO - Mia figlia?... Che puoi dirmi tu di lei?

Riprenditi, rinnova le tue forze:

preferisco tu viva quanto a lungo

t'ha fissato Natura,(99)

piuttosto che tu muoia all'improvviso

prima ch'io sappia pi dalla tua bocca.

Recupera le forze, uomo, e parla!

IACHIMO - Ecco, una volta - e maledetto sia

quell'orologio che batt quell'ora! -(100)

a Roma, - e maledetta sia la casa

ove successe! - s'era ad un banchetto...

- ahim, fossero state avvelenate

le vivande di quella imbandigione

(o quelle almeno ch'io mi misi in bocca!) -

L'ottimo Postumo... che dir di lui?...

uomo davvero troppo buono e onesto

per trovarsi fra uomini malvagi,

e di tutti il migliore fra i migliori...

se ne stava seduto in un cantuccio

ad ascoltare tutto malinconico

noi che ci sbracciavamo a far le lodi

delle donne d'Italia,

la cui bellezza avrebbe isterilito

- si diceva - l'elogio pi eloquente

che possa farne il miglior oratore;

il cui sembiante avrebbe, al paragone,

svilito anche la statua di Venere,

il ritratto marmoreo di Minerva,

il loro incedere, il loro atteggiarsi

superando l'effimera Natura;

e quanto alle lor doti di carattere,

un emporio di tutte le virt

che l'uomo ama vedere nella donna,

oltre, s'intende, all'esca seduttrice

della bellezza che colpisce l'occhio...

CIMBELINO - Venite al fatto, su. Sto sulle braci.

IACHIMO - S, s, ci arrivo subito,

e per te sar anche troppo presto,

salvo che tu non arda dalla voglia

d'affrettarti la pena che ti reco.

Questo Postumo, dunque,

da quel nobil signore quale egli ,

lui stesso amante di regale amante,

si sent punto dai nostri discorsi

e pur senza mostrare alcun dispregio

per le bellezze che noi lodavamo,

calmo e sereno come la virt,

prese a fare il ritratto della sua,

e con s caldo e appassionato eloquio

sposato ad una grande altezza d'animo,

che le nostre sbracate vanterie

parvero ciarle a celebrare sguattere,

e la sua descrizione ebbe l'effetto

di lasciarci l tutti ammutoliti

come tanti babbei.

CIMBELINO - Al fatto, al fatto!

IACHIMO - La castit della vostra figliola:

(ecco, ci arrivo)... ei parlava di lei

come se Diana stessa, al suo confronto,

avesse caldi sogni di lascivia,

ed ella fosse l'unica

capace di restar fredda e impassibile;

al che, io, miserabile,

impresi a sollevare molti dubbi

sulla giustezza di quelle lodi,

e mi spinsi a scommettere con lui

monete d'oro contro questo anello

(Mostra a Cimbelino l'anello di Postumo)

che vidi egli portava in quel momento

al suo dito virtuoso ed onorato,

che se mi fosse stato offerto il destro

d'avvicinarla e di farle la corte,

sarei riuscito a prendere il suo posto

nel suo letto, ed a vincer quell'anello

con l'adulterio di lei e di me;

al che egli, da vero cavaliere,

non meno certo dell'onor di lei

di quanto non dovessi averne prova

io stesso in seguito, come dir,

non esita a scommettere l'anello;

e son sicuro che l'avrebbe fatto

si fosse pur trattato di un carbonchio

della ruota di Febo;(101) ma che dico:

egli avrebbe con pari sicurezza

messo come sua posta tutto il carro.

Io, senza porre indugio,

volo in Britannia con quel mio disegno:

ed anche tu ricorderai, signore,

d'avermi visto a corte,

dove da quella casta creatura

ch' vostra figlia dovevo, a mio scorno,

imparare la grande differenza

che passa tra l'amore e la lussuria.

Spenta che fu cos

in me ogni speranza di conquista,

non s'era per spento il mio proposito

di vincer la scommessa;(102)

e il mio scaltro cervello d'Italiano

si diede subdolo ad operare

sulla vostra britanna ingenuit,

eccellente terreno da sfruttare

a mio vantaggio. Per dirvela in breve,

l'espediente da me escogitato

si dimostr cos ben preparato

che ritornai recando delle prove

false tutte, bens, ma sufficienti

a far uscir di senno il buon Leonato,

ferendo a morte quella sua fiducia

nel nome e nell'onor della sua donna,

col citargli una serie di dettagli

che furono per lui tante conferme:

gli arazzi della camera da letto,

questo bracciale ch'ella aveva al polso

(oh, quanto m' costato impossessarmene!),

s, e perfino alcuni intimi segni

del suo corpo; cos ch'egli alla fine

non pot far a meno di convincersi

che in lei il vincolo di castit

era stato completamente infranto,

e ch'io avevo vinto la scommessa.

Per cui... ma non lui che vedo qui?

POSTUMO - (Venendo avanti)

S, diavolo d'un Italiano, lui,

quello che vedi! Oh, me, credulo stolto,

ladro, egregio assassino, ed ogni cosa

che possa dirsi a tutte le canaglie

del passato, dell'oggi e del domani! (103)

Oh, datemi una corda,

o un coltello, o un veleno,

o qualche altro imparziale giustiziere!

E tu, o re, manda a cercar per me

i tuoi carnefici pi raffinati.

Io son l'essere immondo

al cui confronto acquista sommo pregio

quanto di pi aborrito sulla terra,

perch peggiore io sono: io sono Postumo,

che ha ucciso tua figlia!...

Anzi, no, da quel vile che son io,

ti sto mentendo: non l'ho uccisa io,

l'ho fatta uccidere, s, da qualcuno

meno infame di me,

un sacrilego ladro: s, perch

ella era il tempio della castit,

anzi la castit fatta persona.

Copritemi di sputi, lapidatemi,

gettatemi nel fango,

sguinzagliatemi addosso tutti i cani

randagi che latrino rabbiosi;

Postumo Leonato sia chiamato

nei secoli a venire ogni malvagio,

e non si chiami pi scelleratezza

quella che tale stata fino ad oggi.

O Imogene, regina, vita mia,

mia sposa, Imogene, Imogene, Imogene!...

(Piange)

IMOGENE - Calmatevi, signore, udite, udite...

POSTUMO - Che! S'ha da volger tutto questo in gioco?

Paggio insolente! Toh, prenditi questo!

(Percuote Imogene, che cade a terra svenuta)

PISANIO - Signori, aiuto! Correte, signori,

a soccorrere la mia padrona e vostra!

Postumo, mio signore,

adesso s che avete ucciso Imogene!(104)

Correte!... Venerata mia signora!

CIMBELINO - Il mondo gira dunque intorno a me?

POSTUMO - Ho le vertigini. Che mi succede?

PISANIO - Padrona mia, signora, riprendetevi!

CIMBELINO - Se quel che vedo vero,

gli di mi vogliono colpire a morte

con un colpo di gioia!

(Imogene si riprende)

PISANIO - Come sta, come sta la mia padrona?

IMOGENE - Ah, tu scompari! Via dalla mia vista!

Tu m'hai dato il veleno!

Via di qua, perniciosa creatura!

Non ammorbare l'aria del tuo fiato

dove sono dei principi.

PISANIO - Signora...

CIMBELINO - Ma la voce d'Imogene...

PISANIO - Signora,

scaglino pure su di me gli di

pietre di zolfo ardente

se non vero che ho creduto anch'io

portentoso rimedio il contenuto

di quello scatolino che vi diedi.

Me l'aveva donato le regina.

CIMBELINO - Un'altra novit!...

IMOGENE - M'ha avvelenata.

CORNELIO - (A Pisanio)

Ah, s, o di! Pisanio,

m'ero dimenticato di una cosa

che m'ebbe a confessare la regina,

e che potr provar la tua innocenza.

Mi disse: "Se Pisanio ha consegnato

alla padrona sua quel mio specifico

che gli ho spacciato per un toccasana,

Imogene sar ora servita

come vorrei fosse servito un sorcio!"

CIMBELINO - Che vuol dire, Cornelio, tutto questo?

CORNELIO - Mio sovrano, pi volte la regina

insistette con me

perch le preparassi dei veleni,

adducendomi il solito motivo

di voler soddisfare la sua sete

di conoscenze di quella materia,

e di volersene solo servire

per uccidere vili creaturine

senza valore, come gatti e cani.

Ma, nel timore che questi propositi

avessero a recar rischi maggiori,

io pensai di comporle una miscela

che, ingerita, potesse avere, s,

l'effetto di sospendere in un corpo

gli spiriti di vita,

ma permettesse loro, in breve tempo,

di riacquistare le loro funzioni.

(A Imogene)

Non sar che ingeriste proprio quella?

IMOGENE - Probabilmente s, se ero morta.

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)

Ragazzi, ecco spiegato il nostro errore!

GUIDERIO - lui Fedele! Lui, sicuramente!

IMOGENE - (A Postumo)

Perch respingi tu

cos da te la donna ch'hai sposato?

Pensa d'essere sopra un'alta roccia,

ed ora buttami di nuovo gi.(105)

(Gli getta le braccia al collo)

POSTUMO - Ah, resta qui sospesa, anima mia,

come il frutto sull'albero,

fino a tanto che questo se ne muoia!

CIMBELINO - Ebbene, figlia mia, mia carne, che?

Vuoi far fare a tuo padre la comparsa

in questa scena? Non mi dici niente?

IMOGENE - (Inginocchiandosi a Cimbelino)

Vogliate benedirmi, padre mio.

BELLARIO - (A Guiderio e Arvirago)

Eravate ambedue innamorati

di questo giovinetto,

ed io non so davvero biasimarvi,

ragazzi miei, ne avevate ben donde.

CIMBELINO - (A Imogene)

Cadano su di te come acqua santa

le mie lacrime, Imogene:

la tua matrigna morta.

IMOGENE - Me ne duole, signore.

CIMBELINO - Oh, ella era malvagia! stata lei

a far che noi dovessimo incontrarci

in questo modo veramente strano:

ma suo figlio partito

e non sappiamo n come n dove.

PISANIO - Su ci vi dir io la verit,

signore, adesso che mi sento libero

dalla paura: il principe Cloteno,

tosto ch'ebbe notizia

della scomparsa della mia padrona

mi venne avanti con la spada in pugno

e la schiuma alla bocca per la rabbia,

giurando che se non gli avessi detto

qual direzione quella avesse preso,

avrei trovato l morte immediata.

Il caso volle ch'io avessi in tasca

una lettera del mio padrone a me

scritta da lui per finta, e questa, letta,

lo diresse a cercarla su pei monti

intorno a Milford; dove delirando

e con l'abito del mio padrone indosso,

(che m'aveva costretto a procurargli),

ei s'avvi di corsa, col proposito

immondo e la giurata volont

di violentare la padrona mia.

Quel ch' stato di lui, poi, non lo so.

GUIDERIO - Ebbene, lo so io: l'ho ucciso io.

CIMBELINO - Ah, che gli di ci assistano!

Non vorrei che le tue eroiche gesta

avessero a strapparmi dalle labbra

una dura sentenza di condanna:

ti prego, valoroso giovinetto,

dimmi che quel che hai detto non vero.

GUIDERIO - Quel che ho detto non che quel che ho fatto.

CIMBELINO - Ma era un principe.

GUIDERIO - S, ma incivile che pi non si pu.

Non erano da principe

gli insulti con i quali m'ha aggredito:

perch fu lui a provocarmi a morte

con un linguaggio che m'avrebbe indotto

ad affrontare pur l'immenso mare

se m'avesse ruggito come lui.

Gli ho mozzato la testa,

e mi rallegro che ora non sia lui

a raccontare a voi d'aver mozzato

la testa a me...

CIMBELINO - Mi rattristo per te,

ma con queste parole sei tu stesso

a pronunciare qui la tua condanna,

e dovrai or subir la nostra legge:

tu sei un uomo morto.

IMOGENE - Quel busto senza testa

io lo credetti il corpo del mio sposo.

CIMBELINO - Mettetelo in catene,

e sottraetelo alla nostra vista.

(Una guardia s'impadronisce di Guiderio)

BELLARIO - Un momento, signore e re: quest'uomo

vale assai pi dell'uomo ch'egli ha ucciso.

di stirpe regale come te,

e merit di te coi suoi servigi

pi che non possa chiunque abbia ucciso

non uno, ma una banda di Cloteni.

(Alla guardia)

E tu, lasciagli libere le braccia:

quelle non son braccia da catene!

CIMBELINO - Ehi, oh, vecchio soldato,

non vorrai mica cancellare cos

le tue benemerenze

che ti debbono ancora esser pagate

col voler assaggiar la nostra collera?

Che cosa ti fa dire che costui

sia di regal prosapia come noi?

ARVIRAGO - Dicendo questo, egli ha parlato, sire,

al di l delle sue proprie intenzioni.

CIMBELINO - (A Bellario)

E per questo morrai.

BELLARIO - Saremo allora in tre a morire insieme.

Ma prima voglio fornirgli la prova

che due di questi tre

son di sangue reale, come ho detto.

Figlioli, sono costretto a rivelare

un segreto che mi sar dannoso,

ma che ridonda a tutto vostro bene.

ARVIRAGO - Il danno vostro sar il nostro danno.

GUIDERIO - Come suo sar anche il nostro bene.

BELLARIO - Gran re, consentimi di dirti tutto.

Ci fu un tempo che avesti fra i tuoi sudditi

un Bellario...

CIMBELINO - Perch parli di lui?

un vile traditore, messo al bando.

BELLARIO - Ebbene, lui che t' ora di fronte,

con questo aspetto scavato dagli anni.

Bandito, s, ma traditore, no!

Come e perch lo fossi, non lo so.

CIMBELINO - Via! Portatelo via!

Il mondo intero non lo salverebbe!

BELLARIO - Non vi scaldate troppo;

prima pagatemi il mio dovuto

per aver allevato i vostri figli,

e dopo confiscatemelo tutto,

ma non prima ch'io l'abbia ricevuto.

CIMBELINO - Allevato i miei figli?

BELLARIO - M'accorgo d'esser stato troppo brusco

con voi, e irrispettoso. Perdonatemi.

Eccomi a voi in ginocchio.

(S'inginocchia)

Vi chiedo solo, prima di rialzarmi,

di veder innalzati i figli miei;

poi non vi chieder di risparmiare

il loro vecchio padre.

Possente sire, questi due giovani,

che mi chiamano padre

e son convinti d'esser figli miei,

tali non sono: progenie essi sono

dei vostri lombi, e sono sangue vostro.

CIMBELINO - Mia progenie? Che dici? Come, come?

BELLARIO - Come lo siete voi di vostro padre.

Io - vecchio Morgan - sono quel Bellario

che voi un tempo condannaste al bando,

mia colpa essendo solo il voler vostro;

e voler vostro fu la mia condanna

con l'accusa di alto tradimento.

Tutto il male di cui son responsabile

stato solo aver sofferto questo.

Questi nobili principi

- ch tali sono - li ho allevati io

durante questi vent'anni. Quel che sanno

l'hanno potuto apprendere da me.

La mia educazione era, signore,

quella che vostra altezza ben conosce.

Fu la stessa nutrice loro, Eurifile,

(che io sposai per questo rapimento)

a rapire i due bimbi,

e ad indurla a quel gesto fui io stesso,

a causa del mio bando,

sentendomi punito ingiustamente,

senza avere commesso alcun delitto:

almeno - dissi - ne commetto uno.

La mia lealt punita

mi spinse al tradimento: quella perdita

quanto pi cara a voi e pi sentita,

tanto meglio si confaceva al fine

ch'io volevo ottenere col rapirveli.

Ma, grazioso signore, i vostri figli

eccoli, sono qui con voi di nuovo,

ed io perdo con loro due compagni

fra i pi dolci che siano sulla terra.

Possa piover su loro

come rugiada la benedizione

di questi cieli che tutti ci coprono,

poich degni son essi d'imperlare

il firmamento con due nuove stelle.

CIMBELINO - Tu parli e piangi insieme...

Ci che voi tre avete fatto insieme

in questa guerra ancora pi incredibile

di ci che hai appena raccontato.

vero che ho creduto i miei fanciulli

perduti, ma se essi son questi,

non so come potrei desiderare

una pi degna coppia.

BELLARIO - Ancora un poco:

quest'uno, che io chiamo Polidoro,

, in verit, vostro figlio Guiderio,

nobilissimo principe; quest'altro,

il mio Cadvalo, il vostro Arvirago,

secondo vostro principesco figlio.

Quando venne rapito,

era ravvolto in un prezioso manto

che aveva ricamato di sua mano

la regina sua madre;

a miglior agio ed a maggiore prova,

ve lo potr mostrare. L'ho con me.

CIMBELINO - Guiderio aveva sul collo una voglia,

come una stella, di color sanguigno:

un segno alquanto fuori del comune.

BELLARIO - E serba sempre su di s quel marchio:

saggio fine natura ha avuto a darglielo,

perch servisse, come adesso serve,

come segno per farlo riconoscere.

CIMBELINO - Oh, che madre son io mai diventato:

una che genera tre figli insieme?

Nessuna madre fu mai pi felice

del suo parto! Vi benedica il cielo,

tutti e tre, figli miei,

cos che dopo tanto estraniamento

- quanto bizzarro! - dalla vostra sfera,(106)

possiate ora regnar ciascuno in essa.

Imogene, per tu vieni a perdere,

con tutto questo, un regno.

IMOGENE - No, signore,

ci vengo invece a guadagnar due mondi.

Miei nobili fratelli, avete visto?

Ci siamo ritrovati. D'ora innanzi

ammetterete, spero, che tra noi

chi parla pi verace sono io:

voi chiamavate me vostro fratello,

mentr'io non ero che vostra sorella;

io invece chiamavo voi fratelli,

come eravate nella realt.

CIMBELINO - Perch, vi siete gi incontrati prima?

ARVIRAGO - S, signore, e ci siam voluti bene

al primo incontro, come sempre in seguito,

fino al giorno che lo credemmo morto.

CORNELIO - Per aver ingerito quella droga

che aveva preparato la regina.

CIMBELINO - O rara intuizione!

Ma quando potr udire tutto il resto?

Questo sparso e slegato riassunto

deve ramificarsi certamente

in fatti e circostanze interessanti.

Come avete vissuto? Ed in che luogo?

E tu, Imogene, quando ed in che modo

sei entrata al servizio del Romano

ch' nostro prigioniero? E come stato

che ti sei separata dai fratelli?

Quando li hai incontrati?

E perch sei fuggita dalla corte?

E dove sei andata?

Questo quanto vorrei sapere ancora,

e i motivi che spinsero voi tre

a prender parte alla nostra battaglia,

e tutto il resto che m' ancora ignoto

con tutti i minimi particolari,

per lieti o meno lieti ch'essi siano.

Ma n il luogo n l'ora

si convengono ad interrogatori

cos lunghi. Guardate invece Postumo,

come si tiene ancorato ad Imogene;

e lei che, simile ad innocuo lampo,

va guizzando i suoi occhi

su lui, sui suoi fratelli, su di me,

su colui ch'era stato il suo padrone,(107)

ogni oggetto colpendo d'una gioia

che tutti le rinviano per riflesso.

Bene, lasciamo adesso questi luoghi

e rechiamoci tutti insieme al tempio

ad innalzare al cielo le fumate

dei nostri sacrifici.

(A Bellario)

D'ora innanzi tu mi sarai fratello,

e tale noi ti terremo per sempre.

IMOGENE - Ed anche come mio secondo padre,

perch stato grazie al suo soccorso

ch'io vedo questa graziosa stagione.

CIMBELINO - Tutti pieni di gioia,

eccetto questi che sono in catene.

Siano anch'essi felici,

e assaporino anch'essi il nostro gaudio.

(Le guardie sciolgono dalle catene i prigionieri romani.

Imogene va lei stessa a sciogliere quelle di Caio Lucio)

IMOGENE - (A Caio Lucio)

Voglio servirvi ancora,

mio buon padrone.

C. LUCIO - Sii felice, Imogene.

CIMBELINO - Quel soldato che non s' visto pi

e che s eroicamente ha combattuto

sarebbe stato bene

che si fosse trovato qui anche lui,

e il re sarebbe stato ben felice

di ringraziarlo.

POSTUMO - Ebbene, mio signore,

son io quello che in laceri vestiti,

s'un a combattere con questi tre.

Quei cenci eran la veste meglio adatta

a farmi perseguire i miei disegni.

Ditelo voi, Iachimo,

s'io son quello: io v'ho tenuto a terra,

e potevo spacciarvi a mio talento.

IACHIMO - (Inginocchiandosi)

Io m'inginocchio ancora avanti a te.

Ma a piegarmi il ginocchio

avanti a te l'oppressa mia coscienza

cos come fu allora la tua forza.

Prenditi questa vita, te ne supplico,

della quale ti sono debitore

tante volte. E riprenditi l'anello

che t'appartiene, e questo braccialetto

della pi bella e casta principessa

ch'ebbe mai a giurare fedelt.

POSTUMO - Non a me vi dovete inginocchiare.

La superiorit che ho su di voi

la impiegher per salvarvi la vita.

E il perdono sar la mia vendetta.

Vivete dunque, e agite verso il prossimo

meglio che non abbiate nel passato.

CIMBELINO - O nobile sentenza! Il nostro genero

c'insegna l'arte d'esser generosi.

"Perdono": questa la parola d'ordine.

ARVIRAGO - (A Postumo)

Signore, siete accorso in nostro aiuto

come un fratello, e noi siamo felici

che tale siate nella realt.

POSTUMO - Principi, io sono solo il vostro servo.

(A Caio Lucio)

Degno signore, nobile Romano,

fate venire avanti l'indovino.

Ho avuto in sogno una strana visione:

ho visto il grande Giove

venir verso di me sulla sua aquila,

e l'ombre di defunti miei parenti.

Al risveglio ho trovato sul mio petto

questo scritto, d'un senso cos oscuro

da non poterci trarre alcun costrutto.

Ci mostri l'indovino che con voi

la propria abilit nel decifrarlo.

C. LUCIO - (Chiamando)

Filarmonio!

INDOVINO - Sono qui, mio buon signore.

C. LUCIO - (Porgendogli lo scritto)

Leggi, e facci sapere quel che dice.

INDOVINO - (Leggendo)

"Quando un leone giovine-crinito

"che nulla di se stesso ancora sa

"senza cercarlo, ritrovato avr

"un soffio d'aura che lo avr abbracciato;

"e quando d'un maestoso cedro i rami

"da molti anni tagliati e resi grami

"ritorneranno a vivere

"riuniti al vecchio tronco e a germogliare

"allora avranno fine

"di Postumo le pene,

"e la Britannia in pace gioir

"e prospera e feconda fiorir".

Sei tu, Leonato, il giovane leone,

ch tale ti qualifica il tuo nome:

e difatti il chiamarsi "leo-nato"

non pu significare altro che questo.

(A Cimbelino)

Il "soffio d'aura che lo avr abbracciato"

questa tua virtuosissima figlia,

che noi chiamiamo appunto "mollis aer"

da cui deriva "mulier", cio "donna";

che non pu essere, com'io la interpreto,

altri che questa moglie fedelissima

che pur ora, in fedele ottemperanza

al preciso dettato dell'oracolo,

(A Postumo)

da te lontana e non da te cercata,

s' avviticchiata a te con un abbraccio

e con aria dolcissima e beata.

CIMBELINO - Ha parvenza di vero quel che dici.

INDOVINO - Il "maestoso cedro"

non altri personifica che te,

Cimbelino, ed i rami

da molti anni tagliati sono questi:

i tuoi figlioli, i quali da Bellario

rapiti un d e da te creduti morti,

rivivono riuniti al vecchio tronco,

il cui frutto promette alla Britannia

un'epoca di pace e d'abbondanza.

CIMBELINO - Beh, cominciamo allora dalla pace.

Caio Lucio, sebbene vincitori,

noi ci sottomettiamo al vostro Cesare

ed al romano impero,

col rinnovato volontario impegno

di corrispondere il nostro tributo.

Fummo indotti a negarlo

dalla nostra malefica regina

sul capo della quale s' abbattuta

la mano giustiziera degli di

per castigarla insieme a tutti i suoi.

INDOVINO - Intonino le dita degli di

L'arpa dell'armonia di questa pace.

Ecco che si dimostra veritiera

la visione ch'ho interpretato a Lucio

alla vigilia di questa battaglia:

aveva visto l'aquila romana

librata in alto sulle sue grandi ali

andar rimpicciolendo alla sua vista,

volando da oriente ad occidente,

e poi svanire tra i raggi del sole:

presagio che la nostra aquila augusta,

Cesare imperatore,

avrebbe stretto nuovo e saldo vincolo

d'amicizia con te, re Cimbelino,

che sei l'astro fulgente

di questa terra dell'estremo occaso.

CIMBELINO - Sia lode dunque ai sempiterni di,

e a loro salgano dai santi altari

le volute dei nostri sacri fumi.

A tutti i nostri sudditi

si dia l'annuncio della nostra pace.

Marciamo insieme: una romana insegna

garrisca accanto a un britanno vessillo.

Traverseremo la citt di Lud,

e nel tempio di Giove Ottimo Massimo

suggelleremo questa nostra pace

con ogni sorta di festeggiamenti.

Andiamo. Guerra non fu mai conclusa,

mentre ancora non eran del suo sangue

terse le mani, con s bella pace.(108)

FINE

N O T E

(1) "He that missed the princess", letteralm.: "Colui che ha perduto la principessa".

(2) Si tratta evidentemente di un personaggio inventato, come il precedente Cassibellano; i due nomi non si trovano in nessuna storia d'Inghilterra.

(3) l'unica volta che nel copione si fa entrare in scena un re senza l'indicazione del rituale "Trombe" o "Fanfara".

(4) Si segue la didascalia dell'Alexander, che pone questa scena in una piazza; altri, con l'Arden Shakespeare, la pongono nella stessa precedente, che un luogo chiuso.

(5) Testo: "Would there had been some hurt done!": "Avrei voluto che ci fosse scappata una qualche ferita".

(6) "Io t'amo" non nel testo, che ha semplicemente: "... betwixt two charming words".

(7) "... be it to fortify her judgement": "her judgement" pu essere inteso come "il giudizio di lei" ("il suo criterio di scelta") o "il giudizio da dare su di lei dagli altri". Abbiamo preferito la seconda, col Baldini.

(8) "... which I will be ever to pay, and yet pay still.", letteralm.: "... che dovr sempre pagare, e ancora pagare quando le abbia pagate".

(9) "You are a friend, and therein the wiser": si segue la lezione dell'Alexander "You are a friend", anche se non senza fascino quella seguita da altri "You're afraid", che ben s'accorda con l'adagio "Chi ama, teme". Ma qui Postumo si vuol veramente cautelare contro la possibile perdita dell'anello, che ha detto essergli caro pi dell'oro.

(10) Si segue la lezione "at a million a gram" in luogo di quella "at a million a dram", "a un milione a dramma" dell'Alexander che ci pare abbia senso contrario a quel che Shakespeare vuol far dire a Iachimo. La dramma era moneta d'infimo valore, e Iachimo vuol dire invece "a pagarla il pi caro possibile".

(11) "... and I the truer, so to be false with her", letteralm.: "... ed io (mi sentir) tanto pi onesto per averla cos ingannata".

(12) "... and every day that comes comes to decay a day's work in him": cio "scende sempre pi in gi fisicamente e moralmente".

(13) "Change you, madam?": cos il testo dell'Alexander; altre lezione - tra cui l'"Arden Shakespeare" non hanno il punto interrogativo, s da intendere che Iachimo dica: "Rallegratevi, signora". Ma il "change" lascia intendere che nel volto di Imogene Iachimo abbia notato qualche cambiamento, e che l'abbia vista impallidire (o anche arrossire, se si vuole); e il "rallegratevi" non lo traduce.

(14) I guerrieri parti erano famosi per combattere sempre indietreggiando.

(15) "... from's free lungs", letteralm.: "... a pieni polmoni".

(16) "Not I, inclined to this intelligence", letteralm.: "N io, incline a questo tipo di informazione".

(17) "Boiled stuff": le malattie veneree si curavano con l'immersione in bagni caldi di fango contenuto in botti di legno.

(18) Come spesso in Shakespeare, nei momenti di grandi emozione, per accentuare la drammaticit dei sentimenti, i personaggi rompono bruscamente il "voi" e passano al "tu".

(19) "But the gods made you (unlike all others) chaffles": il termine "chaffless", assai raro, ha tratto in inganno diversi traduttori, che l'hanno inteso come privativo di "chaff", e l'hanno reso "immune da pula": "chaff" infatti l'insieme degli involucri di cereali residuati dopo la trebbiatura. Deriva invece da "chaffer", "commercio", "traffico", in senso generalmente deteriore; e qui usato da Shakespeare nel senso figurato di "traffico amoroso"; che pi aderente al discorso di Iachimo.

(20) "... and pawn my honour for their safety", letteralm.: "... ed impegno il mio onore per la loro sicurezza".

(21) Testo: "If his wit had been like him that broke it, it would have run all out": letteralm.: "Se il suo senno fosse stato simile a quello di colui che gliel'ha spaccato, sarebbe colato tutto fuori".

(22) "...nor crop the ears of them": cio d'impedir loro di sentire le bestemmie.

(23) "To have smelt like a fool": in italiano il senso della battuta incomprensibile. Essa in inglese un quibble sul doppio senso di "rank": Cloteno ha detto prima "uno del mio rango" "one of my rank"; ma "rank", aggettivo, vale "rancido", "emanante cattivo odore". E cos lo riprende il secondo signore.

(24) "You are cock and capon too": il cappone ("capon") un gallo castrato.

(25) "... with your comb on": i buffoni di corte portavano sulla testa un zucchetto con una cresta di piume.

(26) Cio: "Pi basso di cos non potete scendere", intende elegantemente il secondo signore, come si capisce dalla sua battuta seguente; ma Cloteno non capisce.

(27) Allusione alla leggenda del romano Tarquinio Sesto, figlio del re Tarquinio il Superbo, che s'introdusse di notte nella camera di Lucrezia, e la stupr. La donna per disperazione si uccise; l'evento, scatenando l'indignazione del popolo, serv di pretesto per rovesciare il trono dei Tarquinii e segnare la fine della monarchia a Roma (510 a.C.).

(28) il soprannome della deit greca dell'amore, Afrodite (la Venere dei Romani), da Citra, l'isola nella quale la dea era particolarmente venerata.

(29) "...as slippery, as the gordian knot was hard": reminiscenza classica. Gordio, re di Frigia, aveva stretto un nodo che, secondo l'oracolo, chiunque l'avesse saputo sciogliere, avrebbe governato l'Asia; Alessandro Magno lo sciolse con un colpo di spada.

(30) "...a voucher, stronger than ever law could make", letteralm.: "...una fideiussione, di pi forte validit di quant'altre possa dar la legge".

(31) Altra reminiscenza classica, da Ovidio ("Metamorfosi", VI, 421 e segg.). Tereo, re dei Traci, tradisce la moglie Progne violentando la cognata Filomele.

(32) La didascalia, con uno dei soliti anacronismi shakespeariani, ha: "Clock strikes", "L'orologio batte" (al tempo di Cimbelino non c'erano orologi che battessero le ore).

(33) L'asso il punto pi basso al gioco dei dadi.

(34) Crini di cavallo e budella di bue sono i materiali con cui si fabbricavano le corde degli strumenti a pizzico e ad arco.

(35) Bisticcio, piuttosto goffo - come il protagonista - sulla parola "senseless", che vale "insensibile fisicamente" ("deprived of physical sensation") e "privo di senno", "stupido" ("deprived of intelligence"). Il re lo usa nel primo senso Cloteno lo intende nel secondo.

(36) Cio l'imperatore, come ci ha fatto sapere prima Iachimo. L'imperatore Augusto, come si apprender pi sotto, alla scena quarta dell'atto II, dalla bocca di Filario.

(37) "Diana's rangers": Diana era la dea dalla caccia e della verginit femminile, i suoi boschi erano guardati da fanciulle vergini.

(38) "Sell me your good report": gioco di doppi sensi sull'ambiguit dell'espressione "good report", se inteso in senso attivo o passivo. In senso attivo dice: "Vendimi la tua buona informazione", per intendere il bene che dirai a lei di me, e cio la tua intercessione; in senso passivo, "good report" vuol dire "buon nome", "buona reputazione"; e "Vendimi il tuo buon nome" pu voler dire: "Metti a rischio per me, per danaro, la tua reputazione". E cos l'intende la dama.

(39) "Fools are not mad folks": un modo elegante di Imogene di rispondere a Cloteno che le ha dato della pazza; come a dirgli: "Ti rimando il "pazza" ("mad"); ma tu sei imbecille, e non detto che gli imbecilli siano pazzi".

(40) "I am sprited with a fool": "sono esasperata e impaurita da un sciocco". "Sprited" la forma di participio passato di un verbo "to sprite", che non esiste; probabilmente la trasformazione, inventata da Shakespeare per ragioni di metrica, di "spirited" che vale "possessed by a evil spirit".

(41) "She is my good lady": "good lady" non l'equivalente di "good mother", come intendono molti, ma il femminile di "good-man" che nell'inglese antico aveva lo stesso significato di "yeoman", "carceriere". ("You are my prisoner", ha detto infatti la regina a Imogene al v. 72 della prima scena del I atto).

(42) "Worthy his frowning at": letteralm.: "degno di fargli aggrottare la fronte".

(43) "The stone is too hard to come by": frase diversamente intesa; c' chi traduce, volgendola a senso in astratto: "La cosa troppo grave per essere ammessa troppo facilmente" (Lodovici); altri: "La pietra troppo pesante da spostare"; credo invece - col Baldini - che Postumo alluda alla difficolt materiale di strappar via dal dito un anello che sia troppo tenace.

(44) Testo: "Had I not brought the knowledge of your mistress home", letteralm.: "S'io non avessi riportato a casa la conoscenza della vostra amante..."

(45) la scena che Shakespeare ha gi descritto nel suo "Antonio e Cleopatra"; il Romano Marcantonio.

(46) Il basilisco, mitico mostro in forma di drago, il cui sguardo fiammeggiante e il fiato infuocato uccidevano ogni creatura vivente che lo guardasse.

(47) S' mantenuto anche qui il brusco passaggio dal "voi" al "tu" con cui Shakespeare enfatizza la drammaticit del dialogo (v. anche sopra la nota 18).

(48) Cio per la donna pi casta e virtuosa. Diana era la dea della castit femminile.

(49) Saturno, la divinit italica per eccellenza ("Saturnia tellus" era detta l'Italia), veniva raffigurato come un vecchio curvo sotto il peso degli anni e con una lunga barba: simbolo della placata concupiscenza maschile.

(50) l'antico nome di Londra, dal mitico re Lud (verosimilmente una contrazione di "lord"), avo di Cimbelino. La radice "lud" rimasta nel nome di Ludgate, Ludgershall. A Londra c', all'estremit della Fleet Street, il Ludgate Circus.

(51) La notizia tratta da Shakespeare dalle "Cronache" dell'Holinshed, che sono una della maggiori fonti di tutto il suo teatro (Raphael Holinshed, "Chronicles of England, Scotland and Ireland", 1587); vi si narra che Cimbelino era stato alleato di Roma, dopo la conquista della Britannia da parte di Giulio Cesare, e s'era meritato da Augusto l'investitura a cavaliere.

(52) Cambria il nome latino del Galles (dal celtico "Cymru"), e Milford-Haven era, ed tuttora, importante scalo marittimo della regione.

(53) il nome della defunta moglie di Bellario. Di lei e del luogo dove sepolta si parler pi sotto (IV, 2, 234 e segg.).

(54) "...hath played the strumpet in my bed", letteralm.: "...ha fatto la puttana nel mio letto".

(55) Pandaro lo zio di Cressida, nel "Troilo e Cressida" di Shakespeare, che favorisce in casa sua gli amori della nipote col giovane principe troiano. Il suo nome diventato sinonimo di "mezzano", "ruffiano".

(56) "To weep 'twixt clock and clock?", letteralm.: "Piangere da un battito all'altro delle ore dell'orologio?"; ma vedi sopra la nota (32).

(57) Enea spergiuro perch ha abbandonato Didone, la regina di Cartagine, alla quale s'era promesso.

(58) Sinone, l'astutissimo soldato greco che aveva ereditato dal padre Sisifo e dal nonno Antolico l'arte diabolica dell'inganno. Fu lui, col suo finto pianto, a convincere i Troiani ad introdurre in citt il grande cavallo di legno nel quale si erano nascosti i migliori guerrieri greci, che misero Troia a ferro e fuoco. Sinone divenuto da allora simbolo di ipocrisia ingannatrice. Dante lo pone all'inferno tra i falsari ("... e tu non fosti s buon testimonio / l 've del ver fosti a Troia richiesto", Inf. XXX, 112-113).

(59) da intendere che qui Imogene, mettendosi la mano sul cuore, sente il plico contenente le lettere di Leonato, ch'ella porta verosimilmente sempre indosso, e che dice essere ormai per lei nient'altro che eretiche scritture, l'antica fede di lui nella di lei virt essendo venuta meno.

(60) Intendi: dovrete trasformarvi da principessa (che comanda) a servo (che obbedisce).

(61) Titano, il fratello maggiore di Cronos; il nome usato in poesia per indicare il dio del sole. l'unica volta che Shakespeare usa questo appellativo per il sole.

(62) Una dramma ("dram") in medicina l'ottava parte di un'oncia: una quantit infinitesimale sinonimo di "niente".

(63) Cio per trasformarti in un maschio, indossando abiti maschili.

(64) il nome italiano del fiume Severn (288 km.), in Inghilterra.

(65) Il testo ha "famoso pandaro" ("You precious pandar"); per la sinonimia di "pandaro" con "ruffiano", "manutengolo", "paraninfo", "mezzano", v. sopra la nota (55).

(66) "... cannot a dram of worth be drawn?": per il senso di "dram", v. sopra la nota (62). C' chi ha visto in quel "worth" invece del senso di "valore monetario", quello di "nobilt", "dignit" e ha letto "gram" per "dram", traducendo (Lodovici, cit.): "... da cui non si trarrebbe un grammo di nobilt".

(67) "If savage, take, or lend": frase di senso oscuro, diversamente intesa. C' chi legge: "Prenda il mio denaro, e mi dia da mangiare" (cio: se non sente il dovere dell'ospitalit, mi rifocilli a pagamento: cosa alquanto bizzarra per un "selvatico" che si suppone non sappia che cosa sia il denaro); altri: "Prenditi la vita mia, o lasciamela in prestito"; altri ancora: "Giocheremo a lascia e prendi", nel senso del vecchio frizzo napoletano: "Tu dai una cosa a me, io ne do una a te". Si scelga come piaccia.

(68) "...that keeps thyself", letteralm.: "...che ti custodisci da te stessa", cio "non hai bisogno di custode" (la grotta non ha porta). Per la resa poetica, confr. in Dante, "Inferno", XXVIII, 124: "Di s faceva a se stesso lucerna".

(69) "An angel, by Jupiter!": inutile sottolineare ancora una volta che Shakespeare non bada ad anacronismi: gli angeli sono venuti dopo, col paradiso cristiano.

(70) "... them had my prize been less, and so more equal ballasting to thee, Postumus": intendi: "Se questi fossero figli di mio padre, e dunque miei fratelli, io non sarei l'unica erede di mio padre e il peso della mia persona si avvicinerebbe di pi a quello di Postumo".

(71) Bellario ha comunicato ai due ragazzi la sua sensazione che il giovane ospite abbia l'animo oppresso da qualche grande pena, e ne dichiara forte la conferma.

(72) Essi, vale a dire Imogene e Postumo, dei quali Cloteno all'inseguimento in quel di Milford-Haven, secondo che ha appreso dalla lettera di Postumo a Pisanio.

(73) Testo: "... and a demand who is't shall die", letteralm.: "... e (mi chiedessero) chi che deve morire".

(74) "Cowards father cowards, and base things sire base" l'eco dell'oraziano: "Fortes creantur fortibus et bonis" (Odi, IV, 4, 29), ma tutta la frase , secondo il Baldini, una interpolazione.

(75) V. sopra la nota (50).

(76) "I wish my brother make good time with him", letteralm.: "Mi auguro che mio fratello se la stia passando bene con lui".

(77) "Roaring terrors": cio "il terrore che rugge dentro l'animo del malvagio". Qui "terrors" da intendere non al passivo (lo stato di chi impaurito) ma all'attivo, "lo stato di chi pu generare terrore nell'animo altrui", la "terribilit" ("terribleness"); e "roaring" vale "ruggenti dentro (all'animo del malvagio)", "minacciosi" ("boisterous").

(78) "... is oft the cease of fear": si segue la lezione "cease" dell'Alexander, che ha decisamente pi senso della lezione "cause" di altri testi.

(79) "... to... civility not seen from other": letteralm.: "... d'una civilt non vista in altri", non appresa dall'altrui esempio.

(80) "My ingenious instrument": "ingenious" sta qui non gi per "ingegnoso" (come hanno inteso molti) ma per "rozzo", "primitivo", "elementare". Nel sec. XVI si confondeva spesso "ingenious" con "ingenuous" (cfr. nello stesso Shakespeare, "La bisbetica addomesticata", I, l, 9: "... a course of learning and ingenious studies", "... un corso d'istruzione e di studi elementari".

(81) "My brother wears thee not the half so well / As when thou grew'st thyself", letteralm.: "Mio fratello non ti porta addosso a lui nemmeno per met cos bene come quando fiorivi da te medesimo".

(82) "...without a monument": "monument" qui nel senso riduttivo - comune nell'antico inglese, ma poi perduto - di "segno", "indicazione"; questo significato rimasto fino al 1800 solo nel linguaggio giuridico, dove "monument" si chiamava ogni oggetto fisso al suolo permanentemente per indicare un sito o un confine. (Cfr. per lo stesso uso in Shakespeare, "La bisbetica addomesticata", III, 2, 97: "... as if they saw a wondrous monument": "... come se vedessero chiss quale bizzarra costruzione".

(83) Reminiscenza omerica: Tersite , nel campo greco davanti a Troia, il greco deforme e maligno, ucciso da un micidiale pugno di Achille. Aiace (Telamonio), re di Salamina, era, dopo Achille, il pi forte e valoroso dei guerrieri alla guerra di Troia.

(84) Trascrivo qui di sana pianta la nota che trovo in calce alla traduzione del Baldini (cit.): " un accenno all'uso classico e, comunque, precristiano, delle popolazioni celtiche della Britannia al tempo della conquista romana. L'attenzione di Shakespeare - per solito cos poco presa in tali minuzie - a questo particolare, ha un suo sapore di curiosit".

(85) "The herbs that have on them cold dew o' the night/ Are strewings fitt'st for graves: upon their faces. / You were as flowers...": si seguita la lezione dell'Alexander (confortata dall'"Oxford Shakespeare"): "upon their faces", "(disponeteli) sopra i loro volti", intendendo che Bellario si riferisca, come sembra logico, ai pochi fiori ("few flowers") che ha detto di avere in mano. C' per la contraddizione che Cloteno non ha volto, essendo stato decapitato da Guiderio, che ha detto di averne gettato il capo mozzo nel fiume. Altri (con il Praz), per evitarla, mettono un punto dopo "graves", e leggono - peraltro con meno sintesi poetica - la frase successiva: "Upon the earth face/ You were as flowers", "sulla faccia della terra eravate come fiori".

(86) "Ods pittikins!": forma di esclamazione ellittica o di imprecazione dialettale, derivata da una contrazione del genitivo sassone di "God", e di un cincischiamento di "pity" ("Piet di Dio!").

(87) "... as these poor pickaxes can dig": le uniche "vanghe" di cui Imogene dispone sono le mani. curioso che Shakespeare abbia pensato alla delicate mani di una principessa che si danno a scavare la terra.

(88) "Wherein I am false, I am honest; not true, to be true": senso: "Sono bugiardo con loro, per essere onesto con me stesso e con il mio padrone (Postumo); e non sono leale con loro, per essere leale con il mio padrone".

(89) Il fragore della guerra, s'intende; si combatte tra Britanni e Romani.

(90) Postumo ha tra le mani la pezzuola - il "bloody sign" - inviatagli da Pisanio come prova dell'avvenuta uccisione di Imogene.

(91) "Leonatus" il titolo che era stato dato al padre di Postumo, come ci fa sapere il primo gentiluomo nella scena di apertura del dramma.

(92) "... the fashion: less without, and more within": una delle molte parafrasi del proverbio: "L'abito non fa il monaco".

(93) "... lads more like to run the country base than to commit such slaughter": "country base" (o semplicemente "base") detto un gioco da ragazzi in cui due parti occupano due "basi" contigue e ciascun giocatore, uscendo dalla propria, rincorso da uno dell'altra e, se preso, fatto prigioniero.

(94) "... to have sav'd their carcasses": letteralm.: "... per aver salve le loro carcasse".

(95) "... were angels": il solito anacronismo di Shakespeare: gli angeli sono spiriti della dottrina cristiana. Qui Cristo non ancora nato.

(96) Lucina l'appellativo che i Romani davano alla dea Giunone, nella sua personificazione di protettrice delle partorienti.

(97) "... a garment nobler that it covers", letteralm.: "... un indumento pi nobile di ci che ricopre".

(98) una delle battute in cui pi chiaramente s'intende come i personaggi del teatro shakespeariano colloquiassero col pubblico, quasi a coinvolgerlo nella loro vicenda. Si capisce che quello che Imogene vede davanti a s Postumo tra i prigionieri romani destinati al sacrificio.

(99) Iachimo prigioniero di guerra e destinato, come ha detto prima Cimbelino, ad essere ucciso subito con gli altri.

(100) V. sopra la nota (32).

(101) Cio del carro del dio Sole, le cui ruote, secondo la mitologia classica, folgoravano di gemme preziosissime. Febo il nome di Apollo nella sua personificazione del sole.

(102) "... di vincer la scommessa" non nel testo, che ha semplicemente "... not longing", "... non quel che m'aspettavo succedesse".

(103) Questa invettiva intesa da alcuni (Baldini) come rivolta da Postumo a Iachimo; altri (Lodovici) la intendono come rivolta da Postumo a se stesso; pi giustamente, a nostro avviso, poich nel testo essa introdotta da un: "Ay me, ..." ("Ay me, most credulous fool..."). Postumo che accusa se stesso di tutti i guai provocati dalla sua credulit al falso racconto di Iachimo, tanto da chiedere al re un carnefice che lo sottoponga alle "pi ingegnose torture".

(104) "You ne'er kill'd Imogen till now", letteralm.: "Non avete mai ucciso Imogene, almeno fino a questo momento".

(105) "Think that you are upon a rock": si accetta, con l'Alexander, la lezione "upon a rock" che altri (Baldini con Dowden e Praz) leggono "upon a lock" e traducono: "Immagina che stiamo ingaggiati in una lotta". Il Lodovici, che legge come noi, annota bene: "... non credo sia bene perdere il delizioso gioco infantile: "buttami di sotto", che determina la reazione di Postumo che, prendendo tra le braccia Imogene, che gli si appesa al collo, la solleva e, figurando se stesso come un albero che sporge dal precipizio, le dice: "Rimani appesa a me finch io non muoia"; che - soggiunge il Lodovici -, tratto tipicamente shakespeariano che ristabilisce nel dramma il clima di bella favola.

(106) sempre l'immagine - consueta in Shakespeare - del re come il sole del sistema tolemaico, e dei principi come stelle rotanti intorno ad esso nelle loro sfere.

(107) Qui nei testi c' una diversa lezione, che va segnalata per il suo diverso significato. La lezione dell'Alexander, che noi seguiamo : "...throws her eye / On him, her brothers, me, her master, hitting / Each object with a joy." Altri (Baldini su "Arden Shakespeare") legge: "...throws her eye / on him; her brothers, me; her master hitting / Each object with a joy...", come se Cimbelino dica: "...getta (Imogene) il suo occhio su di lui (Postumo); i suoi fratelli (lo gettano) su di me; il suo padrone (Caio Lucio) colpendo ogni oggetto con una gioia, ecc:": che appare del tutto strano e senza senso. Altri mettono un punto e virgola dopo "brothers" e leggono: "me, her master", "me, suo padrone", che ancora peggio!

(108) Questo proclama finale di Cimbelino - osserva il Melchiori (Giorgio Melchiori, "Shakespeare", Laterza, Bari, 1994, pag. 395-396) - " implica molto pi della restaurazione dell'ordine e della pace: il riconoscimento che le due nazioni (l'impero di Roma e la Britannia) condividono la stessa natura, le stesse virt, i medesimi principi morali... Gli inglesi rivendicavano una stretta affinit con gli antichi romani, una sorta di cuginanza, dacch credevano che sia gli antichi romani che gli antichi britanni discendessero dagli eroici troiani, che erano stati sconfitti e dispersi con l'inganno e la policy dai corrotti merry Greeks". E altrove, lo stesso Melchiori (pag. 392): "Il termine Roman, secondo il concetto elisabettiano, equivaleva a "nobile"; ... nel 1594 un tipografo, all'atto di iscrivere nello Stationers' Register il copione della sensazionale tragedia di vendetta Titus Andronicus, l'aveva definita "a Noble Roman Historye". Se la tragedia era romana, doveva per forza essere 'noble'".

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