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CIRCOLO

Commedia in tre atti

Di SOMERSET MAUGHAM

PERSONAGGI

CLIVE CAMPION CHENEY

ARNOLDO CHAMPION CHENEY

LORD PORTEOUS

TEDDY LUTON

GIOVANNI

KITTY CHAMPION CHENEY

ELISABETTA

SHENSTONE

Una sala elegante nel castello Champion Che-ney, in Inghilterra. Una mattina d'autunno.

Arnoldo                        - (trentacinque anni, alto, elegante. Entra chiamando) Elisabetta! (Si avvicina alla porta e chiama ancora) Elisabetta! (Suona un campanello: quindi guarda in giro per la stanza, con attenzione meticolosa: modifica, di poco, la posizione di una sedia, scuote la polve­re da qualche bibelot che si trova sul caminetto. A Giovanni che entra) Avvertite la signora che l'aspetto qui.

Giovanni                       - Sì, signore. (Si avvia).

Arnoldo                        - (richiamandolo) Giovanni!

Giovanni                       - Signore?

Arnoldo                        - Desidero che dopo aver fatto la pulizia, tutto sia rimesso esattamente al suo po­sto... Osservate: questa scatola di sigarette do­vrebbe esaere su quel tavolino, vicino al cami­netto...

Giovanni                       - Sì, signore. (Porta la scatola al posto indicato).

Arnoldo                        - (nervoso) Che disordine irritan­te! Io, invece, adoro l'ordine; l'ordine, l'esat­tezza, la precisione. (Giovanni esce. Arnoldo si avvicina alla finestra e chiama ancora) Eli­sabetta! (Vedendo Anna Shenstone che entra) Anna, sapete dove sia Elisabetta?

Anna                             - (viene dal giardino. E' una bella don­na di ventotto anni, graziosa, elegante) Do­vrebbe essere al tennis.

Arnoldo                        - No, non c'è. Vengo di là. Ma dove si è mai cacciata? Mi ha detto che alle undici e un quarto sarebbe stata al tennis.

Anna                             - Può aver cambiato idea.

Arnoldo                        - Come si può cambiare idea? A me piacciono coloro che quando hanno deciso di fare una cosa, la fanno.

Anna                             - Non vi sembra piuttosto che ci sia un certo fascino nell'imprevisto?

Arnoldo                        - No, affatto.

Anna                             - Mah!... A che ora arriveranno Lord Porteous e la signora Kitty Champion Cheney?

Arnoldo                        - Verso mezzogiorno e mezzo. Sono qui a colazione.

Anna                             - Forse io sarò di troppo.

Arnoldo                        - Ma no, affatto. La vostra presenza, anzi, renderà più facile la conversazione. Bisogna che ci sia gente.

Anna                             - (ridendo) Allora resterò.

Arnoldo                        - Ed è bene che ci sia anche Teddy Luton.

Anna                             - E' così giovane e fresco d'anima, quel ragazzo...

Arnoldo                        - E' questa, infatti, la sua qualità migliore. Non lo credo molto intelligente, ma questo non ha importanza. Ci sono dei momenti nei quali diventano utili anche questi ragazzoni insignificanti... Ma che cosa fa Elisabetta? Quando si ha bisogno di lei, non c'è mai.

Anna                             - Forse è andata a mettersi le scarpe da tennis. Deve giocare un « a solo » con Teddy. (Entra Elisabetta. Bella, venticinque anni).

Arnoldo                        - (con tono autoritario) Ti abbiamo cercato dappertutto, mia cara, che cosa facevi?

Elisabetta                      - Che cosa facevo? Niente.

Arnoldo                        - C'è qui mio padre.

Elisabetta                      - (con un sussulto di meraviglia) Qui, dove?

Arnoldo                        - Al padiglione. E' arrivato ieri sera.

Elisabetta                      - Sapristi!

Arnoldo                        - Elisabetta, ti prego. Sij più con­tenuta nelle tue espressioni.

Elisabetta                      - Che cosa dovrei dire?

Arnoldo                        - Non saprei. Ma pare che queste espressioni triviali siano la tua passione. Potevi dire... che so io: «Che noia! »... «Che secca­tura! »... O qualche cosa di simile.

Elisabetta                      - Sì... ma anche tu...

Arnoldo                        - (volendo troncare la discussione) Elisabetta! (Entra Teddy. Aspetto giovanissi­mo. Ventitré anni. Bella, attraente. Costume sportivo di flanella).

Teddy                           - E così? Giochiamo o non giochiamo questa partita?

Elisabetta                      - (scherzosa) Entrate, caro ami­co. Mio marito mi sta facendo una scenata!

Teddy                           - (entrando) A che proposito?

Elisabetta                      - Arnoldo trova eccessiva la mia vivacità di linguaggio...

Arnoldo                        - (seccato) Sei insopportabile. Ti chiedo di essere corretta. Ecco tutto. Mi piac­ciono le maniere convenienti, l'ordine, la cor­rettezza. Te l'ho già detto e spero che non me lo farai ripetere un'altra volta.

Elisabetta                      - Non badategli. Mio marito è un po' nervoso. E' arrivato suo padre.

Teddy                           - Davvero? Lo credevo a Parigi.

Arnoldo                        - Anche noi. Non lo si aspettava che la settimana prossima.

Anna                             - L'avete già visto?

Arnoldo                        - No: mi ha telefonato. E' an­cora una fortuna che ci sia un telefono ai pa­diglione.

Elisabetta                      - Gli hai detto che si aspettava Lady Kitty?

Arnoldo                        - No, davvero. Quando all'appa­recchio ho sentito la sua voce, non sapevo più che cosa dire.

Elisabetta                      - E ora verrà qui?

Arnoldo                        - Sì, ha preannunciato la sua visita. Non ho saputo trovare un pretesto per evitarla.

Tebdy                            - Non si potrebbe mandare un con-tr'ordine agli altri invitati?

Arnoldo                        - Troppo tardi. Sono già in viag­gio con l'automobile. Li vedremo qui da un momento all'altro.

Elisabetta                      - D'altra parte bisognerebbe a-vere una bella faccia tosta!

Arnoldo                        - (a Elisabetta) Che idea quella di invitarlo. Mia povera amica, tu me ne combini di tutti i colori!

Elisabetta                      - Dopo tutto, è tua madre.

Arnoldo                        - Sì, va bene. E' mia madre. Ma il pensiero di essere mia madre non la trat­tenne...

Elisabetta                      - (interrompendolo) Sono pas­sati trent'anni! Come puoi serbarle rancore do­po tanto tempo?

Arnoldo                        - Non è rancore. Mi ha fatto molto male e non aveva, per farmelo, alcuna giusti­ficazione.

Elisabetta                      - Gliel'hai chiesto?

Arnoldo                        - Non parliamo più di questa vec­chia e triste storia... Il fatto, nella sua brutale crudezza, è che ella aveva un marito il quale l'adorava, una invidiabile posizione mondana, tutto il denaro che poteva desiderare, un bam­bino di cinque anni che era molto carino, con dei lunghi capelli inanellati, d'una intelligenza precoce, che non piangeva se non a ora fissa...

Anna                             - Chi era?

Arnoldo                        - Io, diamine! E ha lasciato tutte queste belle cose per fuggire con un uomo am­mogliato.

Elisabetta                      - Lady Kitty non poteva fare altrimenti, se lo amava davvero...

Arnoldo                        - Ah! Ecco una bella giustifica­zione! Decisamente, mia cara amica, tu sei eprov­vista, al pari di lei, di senso morale. Ella non sentì il sentimento dell'onore, del dovere e for­se neppure quello del pudore.

Elisabetta                      - Arnoldo, sei troppo severo con tua madre!

 Arnoldo                       - Non posso considerarla come ma­dre...

Elisabetta                      - In fondo, che cosa le puoi rim­proverare? Di non aver pensato a te... Ma bi­sogna essere indulgenti. Qualche volta, spesso, anzi, noi siamo più donne che madri... C'è da commuoversi al pensiero ch'ella amava quel­l'uomo al punto di sacrificargli il suo nome, la sua posizione e anche il suo bambino.

Arnoldo                        - Ma devi capire come quel bam­bino non possa oggi adorare sua madre.

Elisabetta                      - Forse. Ma in ogni modo è tri­ste che dopo tanti anni non vi siate riconciliati.

Arnoldo                        - Si fa presto a dirlo. Come potrei dimenticare di essere cresciuto all'ombra di uno scandalo clamoroso? Dappertutto, a Oxford, poi a Londra, in società, io ero il figlio della bella e avventurosa Lady Kitty Cheney... E' stato un peso, un gran peso, credimi...

Elisabetta                      - (commossa) Sì, Arnoldo, non dico di no. Devi aver molto sofferto...

Arnoldo                        - (con tono secco) E la notorietà delle persone aumentava il rumore intorno al­l'avventura. Mio padre, di cui io occupo oggi il seggio alla Camera dei Comuni, era depu­tato di questo paese. Porteous, suo collega, al Parlamento, era già celebre per le sue qualità oratorie. Riusciva a parlare per due ore di se­guito, senza dir nulla.

Elisabetta                      - Sì. Tutti, da un momento al­l'altro, lo aspettavano capo di partito o amba­sciatore.

Arnoldo                        - Non puoi neppure immaginare quello che ho dovuto sentire e sopportare... Gli scherzi malvagi, i soprannomi, le canzoni allu­sive elle i monelli cantavano per le strade...

Elisabetta                      - Oh! Arnoldo!

Arnoldo                        - Quei disgraziati non ebbero nean­che la cura di farsi dimenticare. I continui pro­cessi fra Lord e Lady Porteous...

Teddy                           - I processi?

Arnoldo                        - Sì, mio padre ottenne subito il divorzio, ma Lady Porteous non voleva saperne di divorziare da suo marito. Questi tentò di co­stringerla rifiutandole i mezzi per vivere, dopo averla scacciata di casa... Che volete che vi di­ca! Passavano la loro esistenza trascinandosi da un tribunale all'altro.

Elisabetta                      - Lady Porteous avrebbe potuto accettare il divorzio.

Arnoldo                        - Eh! Già! Ma ella sapeva benis­simo che suo marito voleva sposare mia madre; e mia madre era il suo odio. Non si può nep­pure darle torto.

Elisabetta                      - Poveretti! Non devono aver avuto una vita felice.

Arnoldo                        - Hanno vissuto a Firenze. Por-teous aveva una discreta posizione finanziaria.

Teddy                           - E' la prima volta che ritornano in Inghilterra?

Arnoldo                        - Sì, la prima volta... Bisogna av­vertire a qualunque costo mio padre.

Elisabetta                      - Si. Ma come?

Anna                             - Vi ha mai parlato di Lady Kitty?

Arnoldo                        - Credo che non abbia mai pro­nunciato il suo nome, da quando ella lasciò questa casa. Trent'anni or sono.

Teddy                           - Abitava qui?

Arnoldo                        - Sì... Fu una sera, all'ora del pranzo. C'era molta gente. Mia madre e Por-teous non scendevano. E tutti li aspettavano. Non si riusciva a capire la ragione del ritardo. Un domestico, mandato da mio padre, per av­vertire sua moglie che il pranzo era pronto, ri­tornò con un biglietto, che egli aveva trovato sul guancialino degli spilli...

Elisabetta                      - Oh, Dio! Questo non è molto romantico.

Arnoldo                        - Dopo il fatto, mio padre lasciò questa casa. Me ne fece un regalo il giorno del mio matrimonio. Ha tenuto per se un piccolo padiglione, laggiù, in fondo alla tenuta, vicino al mare. In quel padiglione egli viene ogni tanto...

Elisabetta                      - Tuo padre è stato sempre mol­to buono con noi.

Arnoldo                        - E' molto buono infatti; e tutto devo a mio padre. Temo che ass-ai difficilmente mi perdonerà questo invito.

Elisabetta                      - Ne prenderò io tutta la respon­sabilità.

Arnoldo                        - (irritato, con tono aspro) Il tuo slancio generoso non renderà la situazione me­no imbarazzante... Ti puoi proprio vantare di averla fatta grossa. Non so davvero come com­portarmi. Non vorrà mica credere che io le but­terò le braccia al collo?

Elisabetta                      - (con un sorriso) Eh!... Mi sem­brerebbe!...

Teddy                           - L'avete mai più vista, da allora?

Arnoldo                        - No. Finche ero bambino, mio padre non volle... Poi ella andò a vivere in Italia, dove io non sono mai stato.

Anna                             - Allora, se la incontraste per la stra­da, non la riconoscereste neppure?

Arnoldo                        - No, di certo.

Elisabetta                      - Mi hai promesso di essere gar­bato e anche gentile con lei.

Arnoldo                        - (a Elisabetta, con intonazione di rimprovero) E poi, quell'idea di avere invi­tato anche Porteous. E' il colmo! Si ha pro­prio tutta l'aria di voler cancellare il passato. Dovrò stringere la mano a quel signore, che ha spezzato la vita di mio padre?

Elisabetta                      - (vedendo Clive che arriva dal giar­dino) Tuo padre, Arnoldo! E' qui tuo padre!

Clive                             - (un bel vecchio, molto elegante) Pos­so entrare, oppure devo farmi annunciare?

Elisabetta                      - Che magnifica sorpresa! Vi credevamo a Parigi. (Clive bacia Elisabetta) E. che bell'aspetto avete!

Clive                             - Grazie. Se avessi vent'anni tu non me lo avresti detto. Come stai, Arnoldo? Vi meravigliate di vedermi qui? Ogni tanto mi piace di cambiare idea... E' il solo punto di contatto che ci possa essere fra un vecchio come me... e una donna giovane.

Elisabetta                      - Conoscete Anna?

Clive                             - (ad Anna) Sono molto lieto di ri­trovarvi qui! E' sempre più bella! E come ele­gante!

Elisabetta                      - (presentando) Teddy Luton.

Clive                             - Molto piacere. Giocate al bridge, voi?

Teddy                           - Sì, giochiamo tutti i giorni.

Clive                             - E' una fortuna. Sareste capace, forse, di fare ce l'impasse » sul compagno?

Teddy                           - No, mai.

Clive                             - Meno male!

Arnoldo                        - Possiamo sperare di averti con noi per qualche tempo, papà?

Clive                             - No, purtroppo. Sono di passaggio! (Gli astanti si rasserenano) Ma naturalmente faccio colazione con voi... (Un certo disagio).

Elisabetta                      - Magnifica idea!

Teddy                           - Si potrebbe ormai rimandare la no­stra partita di tennis, non vi pare?

Elisabetta                      - Certo. Rimango con mio suo­cero... a patto che egli mi racconti quello che si fa a Parigi, in quest'autunno.

Teddy                           - Vado a mettere via le racchette. (Esce).

Arnoldo                        - (guardando l'orologio) Mezzo­giorno meno dieci. (Sottovoce a Elisabetta) Bi­sogna che tu gli parli.

Anna                             - (ad Arnoldo) Se facessimo due passi in giardino prima di colazione?

Arnoldo                        - Volentieri. (Arnoldo e Anna escono).

Clive                             - Chi è quel giovanotto?

Elisabetta                      - Ve l'ho presentato. Si chiama Teddy Luton. Vive in Africa.

Clive                             - E come vive?

Elisabetta                      - Coltiva una proprietà agricola nella Tunisia meridionale.

Clive                             - Benissimo!... Vorrei sapere una cosa, Elisabetta. Perchè Arnoldo ha fatto quella fac­cia, quando ho detto che avrei fatto colazione con voi?

Elisabetta                      - Arnoldo ha ce fatto una fac­cia »? Non me ne sono accorta.

Clive                             - Ma via, non dire...

Elisabetta                      - Vi giuro che non me ne sono accorta.

CUiVE                          - Puoi giurare tranquillamente. Tanto il giuramento non impegna a nulla,.

Elisabetta                      - Come potete pensare a una cosa simile? Sapete benissimo il bene che vi voglia­mo, io e Arnoldo.

ClIve                             - Non ne dubito, infatti; ma ho l'im­pressione che mi sovrasti di sapere da voialtri qualche cosa di spiacevole. Ci scommetterei.

Elisabetta                      - Questa è un'idea! Sedetevi, vi prego,

Clive                             - (sedendosi) Speriamo che questo pos­sa facilitare la conversazione.

Elisabetta                      - Però non vi arrabbiente?

Clive                             - Quanti anni hai?

Elisabetta                      - Venticinque.

Clive                             - Non mi sono mai arrabbiato con una bella donna al disotto della trentina.

Elisabetta                      - Allora ho ancora... dieci anni dalla mia.

Clive                             - E così?

Elisabetta                      - (indecisa, riflettendo) Mi pare che vi direi più facilmente quello che ho da dirvi, se fossi seduta sulle vostre ginocchia.

Clive                             - Non ti so rifiutare nulla. Siediti sulle mie ginocchia. (Elisabetta siede).

Elisabetta                      - Sono pesante?

Clive                             - Ho conosciuto delle donne leggere, che lo erano molto di più... Ebbene?

Elisabetta                      - Lady... mia suocera, insomma, sta per arrivare...

Clive                             - Oh! (Fa l'atto dì ritirarsi un pò*. Elisabetta si alza).

Elisabetta                      - Arnoldo non ne ha colpa. Non voleva riceverla. Sono stata io a insistere. Egli ha finito col cedere, e permettermi di invitarla.

CUive                           - Non sapevo neppure che tu la cono­scessi.

Elisabetta                      - Non la conosco infatti. Ma sep­pi che era di passaggio a Londra e che era al­loggiata al Ritz. Fingere di ignorare la sua pre­senza mi sarebbe sembrata una mancanza di ri­guardo.

Clive                             - Quando arriverà?

Elisabetta                      - L'aspettiamo per colazione.

Clive                             - Così presto? Ora capisco il vostro imbarazzo.

Elisabetta                      - Voi... non eravate aspettato per oggi. Ci.avevate scritto di voler rimanere ancora una settimana a Parigi.

Clive                             - Mia cara Elisabetta, qui siete in casa vostra. E non c'è una ragione al mondo per la quale voi non possiate invitare chi vi pare e piace.

Elisabetta                      - Dopo tutto, a parte la sua col­pa, è la madre di Arnoldo. E deve molto sof­frire di non vedere mai suo figlio. Questa po­vera donna, che è così sola nella vita, è da com­piangere.

Clive                             - Non ho mai sentito dire che sia stata sola...

Elisabetta                      - Ah, sì... Dimenticavo anzi di avere qualche altra cosa da dirvi. Non ho osato d'invitare soltanto lei. Sarebbe stata una morti­ficazione... Ho invitato anche Lord Porteous.

Cu ve                            - Ah! Bene.

Elisabetta                      - Voi non avrete molto piacere d'incontrarli?

Clive                             - Credo che loro non avranno molto piacere di incontrare me. Non ti preoccupare, farò una colazione eccellente al padiglione. Non hai mai osservato che si mangia meglio quando si.arriva all'improvviso e si deve contare su quello che hanno preparato, per loro, i dome­stici?

Elisabetta                      - (pensosa) Nessuno mi ha detto una parola su Lady Kitty, mai. Si è evitato sem­pre di parlarne con me. Non ho visto mai nep­pure una sua fotografia...

Clìve                             - La casa era piena di fotografie, quan­do ella era qui. Si faceva fotografare due volte l'anno: il giorno del suo compleanno e quello dell'onomastico. Forse sarò stato io che avrò dato l'ordine di buttare sul fuoco quei ricordi...

Elisabetta                      - Era bella? A chi somigliava?

Clive                             - Assomigliava a te, piccola mia. La ricordi molto. Tu però sei bionda ed ella era bruna.

Elisabetta                      - Povera donna! Oggi sarà bianca!

Clive                             - Certo.. Era molto bella!

Elisabetta                      - Dicono che fosse la più bella donna del suo tempo.

Clive                             - Aveva un delizioso nasino, come il tuo.

Elisabetta                      - E' grazioso il mio naso?

Clive                             - Aveva una carnagione divina, una grazia, un'eleganza... Era deliziosa... Una du­chessa di Reynolds...

Elisabetta                      - Avrà l'orse conservato la sua grazia.

CLive                            - Non ha più vent'anni, piccola cara.

Elisabetta                      - Sarà diventata una vecchia si­gnora, dal volto pallido e triste. Quando si è amato come ella ha amato, si potrà invecchiare, ma si invecchia bene.

ClIve                             - Sei molto romantica.

Elisabetta                      - Se intorno a lei non fosse stata creata quest'atmosfera di mistero, forse oggi non sentirei un desiderio così vivo di conoscer­la... Però riconosco che non si è portata bene, né con voi, né con Arnoldo.

Clive                             - E' gentile questo riconoscimento da parte tua...

Elisabetta                      - Ma ella amò ed è stata amata... Ho pensato molto a lei. L'ho vista tante volte aggirarsi in questo castello, dove ha vissuto, fra i quadri dei grandi maestri, vestita austeramen­te di seta nera e di antichi pizzi... Alle dita, lunghe e fini, delle sue mani, brillavano gemme montate alla moda d'un tempo... Io non ho conosciuto mia madre. E' morta quando ero ancor piccola. Vorrei che ella fosse una madre per me. Avrei tante cose da dirle... (Un silen-aio).

Clive                             - Sei felice con Arnoldo?

Elisabetta                      - Perchè non dovrei essere felice?

Clive                             - E' un peccato che non abbiate dei bambini.

Elisabetta                      - Siamo sposati da cinque anni soltanto. C'è ancora tempo.

Clive                             - Chi sa come sarà diventato Ugo.

Elisabetta                      - Lord Porteous?

Clive                             - Che portamento! Che distinzione! Che eloquenza!... C'era in lui la stoffa del Pri­mo ministro. Era un fascinatore... Fui suo se­gretario al Parlamento... e fu lui il padrino di Arnoldo... Ma è mezzogiorno... Me ne vado.

Elisabetta                      - Siete forse in collera con me?

Clive                             - No, affatto, mia cara. (La bacia sulle guànce ed esce. Contemporaneamente Teddy comparisce sulla porta).

Teddy                           - E' uscito vostro suocero?

Elisabetta                      - Sì, entrate.

Teddy                           - Tutto accomodato?

Elisabetta                      - Sì. E' una persona superiore.

Teddy                           - E come ha preso La cosa?

Elisabetta                      - Con indulgenza e con spirito, in dosi uguali. Non si vedranno.

Teddy                           - Sarete stata un po' commossa...

Elisabetta                      - Sì, e lo sono ancora. Chi sa poi perchè?...

Teddy                           - (afferrando una mano di Elisabetta e portandola alle fabbro) Ho indovinato i bat­titi del vostro cuore. Ho voluto esservi vicino. (Un silenzio) Com'è ridente questo vostro giar­dino!

Elisabetta                      - Sì, molto ridente.

Teddy                           - Ne porterò negli occhi l'immagine luminosa... Fra poco sarò un povero esiliato. E dovrò evocare spesso, con tenerezza grande e con rimpianto, il ricordo di questo bel paese fiorito.

Elisabetta                      - Soffrite di nostalgia?

Teddy                           - Qualche volta.

Elisabetta                      - Non vi sarebbe stato difficile trovare un'occupazione in Inghilterra. Bastava volerlo.

Teddy                           - Sì, ma non ci tengo. Ho rivisto l'Eu­ropa con gioia, ma non potrei più vivere

Elisabetta                      - Perchè?

Teddy                           - Sono stato troppo libero, troppo indipendente per piegarmi di nuovo a un'esi­stenza gretta e meschina. Qui, in Inghilterra, si lavora senza piacere, soltanto per darci scam­bievolmente l'impressione di lavorare.

Elisabetta                      - Però la vita in Europa offre qualche vantaggio. Le distrazioni non devono essere molte nella Tunisia meridionale!

Teddy                           - Le buone letture, la caccia, le lun­ghe passeggiate a cavallo.

Elisabetta                      - (insinuante) Avrete certamente laggiù una piccola amica...

Teddy                           - Ahimè! No. (Un silenzio).

Elisabetta                      - Probabilmente vi ammoglie-rete presto.

Teddy                           - Forse. E porterò mia moglie nel più bel paese del mondo... Qual meraviglioso qua­dro per due amanti! L'immensa e misteriosa natura sembra una complice dell'amore. Le not­ti hanno il chiaro splendore delle nostre notti, ma con più trasparenza e con maggior luce. La luna diffonde una luminosità rosea, come di aurora, e disegna gli oggetti con una nitidezza meravigliosa. Le stelle sono più grandi. E il cielo è di un azzurro cupo e splendente... (La guarda lungamente. Elisabetta risponde al suo sguardo. Un silenzio) La mia casa è posta sul declivio di una collina. Vi piacerebbe. Vi pia­cerebbe, Elisabetta!

Elisabetta                      - Ma...

Teddy                           - Voi lo sapete che vi amo pazza­mente!...

Elisabetta                      - Non ne ero sicura.

Teddy                           - E voi? E voi?... Non vi ho mai ba­ciata.

Elisabetta                      - (cercando di allontanarsi) No, no; non si può!

Arnoldo                        - (entrando all'improvviso) Eccoli! Eccoli!

Elisabetta                      - (come svegliandosi da un sogno) Che cosa? Chi c'è?

Arnoldo                        - Mia madre e Lord Porteous! L'automobile, è arrivata.

Teddy                           - Volete che me ne vada?

Arnoldo                        - No, no. Restate, invece.

Elisabetta                      - Andiamo a incontrarli, Ar­noldo.

Arnoldo                        - E' meglio aspettarli qui.

Anna                             - (entra dal giardino) Arrivano i vo­stri invitati.

Elisabetta                      - Lo so.

Teddy                           - (che guarda fuori) Come sorpresa, bisogna riconoscerlo, è una bella sorpresa!

Anna                             - Su, su: animo!

Arnoldo                        - Ho dato ordine di servire la cola­zione immediatamente.

Elisabetta                      - Sì, ho pensato che mangiando si può parlare con minor soggezione.

Giovanni                       - (annunciando) Lady Caterina Champion Cheney, Lord Porteous. ( Kitty en­tra. Ha sulle braccia un cagnolino coperto con una ridicola gualdrappa. E' seguita da Lord Porteous. Giovanni, il maggiordomo, esce. Kit­ty è una signora grassoccia. Ha i capelli corti, tinti in modo appariscente. Molto rossetto e molto trucco sul volto. E' vestita in modo stra­vagante, pretenzioso e vistoso. Porteous è un vecchio signore d'alta statuita, anch'egli vestito con eccentricità. Abito molto ampio. Non sono la coppia che Elisabetta si era immaginata e che aspettava. Per qualche secondo ella guarda i due nuovi arrivati con gli occhi spalancati e me­ravigliati. Kitty si avvicina a lei con la mano stesa).

Kìitty                            - Elisabetta! Elisabetta! (La bacia con molta espansione) Che deliziosa creatura! (Vol­tandosi verso Porteous) Non è vero che è deli­ziosa? (Porteous risponde con una specie di brontolìo. Elisabetta sorride, si vòlta verso di lui e gli stende la mano).

Elisabetta                      - Come state?--: -V ..

Porteous                        - Che orribili strade! Non so come facciate a vivere con delle strade di questo ge­nere!

(Gli occhi di Kitty si posano su Teddy'. Si precipita verso di lui e gli butta le braccia al collo)

 Kitty                            - Figlio mio! Figlio mio! Ti avrei riconosciuto fra mille!

Elisabetta                      - (con prontezza) Arnoldo è qui.

Kitty                             - (senza un movimento di contrarietà per l'equivoco, e senza esitazione) Tutto il ri­tratto di suo padre. L'avrei riconosciuto fra mille! (Gli butta le braccia al collo) Figlio mio! Figlio mio!

Porteous                        - (ripete il solito brontolio).

Kitty                             - Mi avresti riconosciuta? Son mollo cambiata?

Arnoldo                        - Come potrei?... Avevo soltanto cinque anni, quando...

Kitty                             - (commossa) Mi ricordo di quel mo­mento, come fosse ieri. Ero nella tua camera; tu dormivi dolcemente nel tuo lettino. La go­vernante... (Con un cambiamento improvviso di tono) A proposito... ho avuto sempre il sospetto che quella governante bevesse. Ve ne siete poi accorti?

Porteous                        - Andiamo, Kitty, come volete che lui possa sapere?...

Kitty                             - Tacete, Ugo, vi prego. Voi non avete avuto bambini. E ignorate quello che essi sanno e quello che possono indovinare.

Elisabetta                      - (volendo rompere il ghiaccio) Arnoldo, Lord Porteous.

Porteous                        - (stringendo la mano ad Arnoldo)

                                      - Come state? Ho conosciuto bene vostro pa­ dre... E' ancora vivo?

Arnoldo                        - Sì.

Porteous                        - Sta bene?

Arnoldo                        - Benissimo.

Porteous                        - E' fortunato. Io invece non sto bene. Questo maledetto clima non è fatto per me.

Elisabetta                      - (a Kitty) La signora Shensto-ne... il signor Luton.

Kitty                             - (dando la mano ad Anna) Sono pro­prio contenta di trovare qui della gente. Questa casa, un tempo, era assai animata. Ricevevo molto, io. Questa sala è messa con buon gusto!

Arnoldo                        - (nervoso, indicando alcuni quadri)

                                      - Ho raccolto qualche tela interessante.

Kitty                             - Oh! Che bel nudo! A me piacciono i nudi. (Ad Arnoldo, indicando un quadro) Ti deve essere costato un occhio della testa! :

Arnoldo                        - No, no. Quando ho comperato questa tela, l'autore era un povero diavolo. An­dai a vedere il suo studio e questa, fra le, sue opere, mi sembrò caratteristica. « Quanto? » gli chiesi. Egli mi disse di aver rifiutato poco pri­ma cinquanta sterline da un cliente che stava in America. « Ve ne offro una », gli dissi io. E il pittore slaccò la tela dal muro dicendomi nel consegnarmela: « Prendetela: preferisco che rimanga in Inghilterra. Bisogna conservare al­l'Inghilterra il suo patrimonio artistico ».

Kitty                             - Potresti venderla. Fra dieci anni non si sa quello che potrebbe valere.

Porteous                        - (indicando un altro quadro) Que­sta è una copia?

Arnoldo                        - No, è l'originale.

Kitty                             - Arnoldo ha ragione.

Porteous                        - Permettetemi di dirvi, cara ami­ca, che in fatto di pittura k> me ne intendo più di voi.

Kitty                             - Non è vero niente! Non è una copia. Io non parlo mai a caso; e quello che dico è sempre quello che penso. E avevo, inoltre, ec­cellenti disposizioni per la commedia!

Porteous                        - (mormora parole inintelligibili, con il solito suo brontolio).

Kitty                             - (a Elisabetta) Sapete recitare, cara?

Elisabetta                      - Non sarei certo capace. Sono troppo nervosa.

Kitty                             - Io non sono mai nervosa. Sono at­trice nata. L'arte drammatica era la mia vera vocazione. Ma noi dobbiamo tutto sacrificare.al mondo, alle convenienze. E' meraviglioso vede­re come le attrici sappiano conservarsi giovani... Ugo, a chi assomiglia Arnol­do? A suo padre o a me? E' proprio il mio ritratto... Non vi sembra che abbia il me­desimo timbro di voce di monsignor Pantaluccia? (Ad Arnoldo) Un vescovo italia­no, un bell'uomo. Non t'inte­ressa la religione? E' la mia passione. Parleremo a lungo di questo argomento, uno di questi giorni. (Indicando col dito l'abito di Elisabetta) E' di Willins codesto abito?

Elisabetta                      - No, è di Esther.

Kitty                             - L'avrei giurato. 0 di Willins o di Esther. Si vede dal taglio. Io non mi servo più da Esther. E' simpatica, ma troppo cara. Mi chiese per un abito da sera dodici­mila franchi. Ho discusso per un'ora allo scopo di convin­cerla perchè me lo lasciasse a seimila. Invano.

Porteous                        - Ma perché mercanteggiare dal momento che non la pagate mai?

Kitty                             - Perchè Esther mi è simpatica. Ero più contenta che ella avesse l'impressione di perdere seimila franchi, anziché dodicimila. Ora mi servo da Willins. (Guardandosi in uno specchio) E' il solo sarto che mi abbia capita. Gli dico sempre: « State bene attento, caro Wil­lins, di non sciupare la mia linea ». Una bella linea mi piace. Quest'abito, per esempio, mi fa giovane, non è vero?... Ma che cosa avete?

Porteous                        - Questa dentiera nuova mi fa male!

Kitty                             - Gli uomini sono straordinari. Non sanno sopportare la più leggera sofferenza. La vita di noi povere donne è una sofferenza con­tinua.

Porteous                        - (cercando di mettere a posto la den­tiera) E' terribile!

Kitty                             - Il guaio non dipende dai denti, mia caro, ma dalle gengive. Il nostro dentista è un maestro. A me ha garantito i miei denti fino a quarantacinque anni... Nella sua casa ha un delizioso salotto cinese : una meraviglia! Men­tre egli lavora vi racconta un monte di storie sull'antica imperatrice della Cina. V'interessa la Cina? Io ne vado matta.

Elisabetta                      - Volete che vi accompagni nel vostro appartamento?

Porteous                        - Saliremo più tardi, dopo cola­zione.

Kjitty                            - Io dovrei proprio ritirarmi un mo­mento, per mettermi un po' di cipria...

Porteous                        - Mettetevela qui, mia cara!

Kitty                             - Dio mio, come siete irritante!

Porteous                        - Vi dovremmo aspettare per una buona mezz'ora. Vi conosco.

Kitty                             - (cercando nella borsa, con un'espressio­ne costernata) Non lo trovo più!

Elisabetta                      - Che cosa?

Kitty                             - Il mio rosso!

Elisabetta                      - L'avete perduto?

Kitty                             - Certamente devo averlo lasciato nel­l'auto. Ve ne ricordate, Ugo?

Porteous                        - Non me ne ricordo.

Kitty                             - Ma sì! Quando siamo arrivati al can­cello, io ho gridato: «La mia casa! La mia casa! »; ho preso il rosso e mi sono data un'om­breggiatura sullo labbra.

Elisabetta                      - Può darsi che sia caduto nella vettura?

Kitty                             - Per amor del cielo, mandate qual­cuno a cercarlo. Sono perduta senza il mio ros­so. Volete, intanto, prestarmi il vostro, cara?

Elisabetta                      - Ma io non ne uso.

Kitty                             - Come? Voi non vi mettete il rosso sulle labbra?

Elisabetta                      - Mai.

Porteous                        - Ma guardatele le labbra: non ne ha bisogno, lei...

Kitty                             - Non gli date retta, piccola mia. Agli uomini piacciono molto le labbra ardenti... Oh! Un pianoforte! Tutte le mie passioni! (Si siede al pianoforte. Accenna accompagnando una stro-fetta cf Alleluja. Porteous e Teddy sottolineano con la voce il ritornello).

Clive                             - (comparisce sulla porta. Rimane per un po' fermo, non sapendo se entrare o no. Ha nella mano alzata un astuccio d'oro. Arnoldo ed Elisabetta vedendolo si fermano meravigliati. Porteous non lo vede e continua a battere il tempo. Kitty riprende il ritornello. Poi, dopo gli accordi di chiusura, si volta e vedendo l'a­stuccio del rosso che Clive Ita tenuto sempre in mano, bene in visita, esclama) Ah! Ecco il mio rosso.

Clive                             - L'ho trovato per la strada, e sono ve­nuto a restituirlo.

Kitty                             - Devo ringraziare Sant'Antonio! Mentre lo cercavo nella mia borsa, ho promesso che se l'avessi trovato Porteous avrebbe rega­lato una sterlina a Sant'Antonio!

Porteous                        - (dopo un brontolio) Ma questi è Clive!

Kitty                             - (ha un sussulto : non si occupa più del suo rosso) Oh! Clive!

Clive                             - Non mi avevate riconosciuto?

Kitty                             - Mio povero Clive, come siete imbrattato!

Clive                             - (dandole la mano) Spero che avrete fatto buon viaggio.

Kitty                             - (offrendogli il volto) Datemi un ba­cio, Clive.

Clive                             - (a Porteous) Permettete? (Porteous1 brontola come al solito indistintamente. Clive si dirige a lui con cordialità) E voi come sta­te, caro Ugo?

Porteous                        - Sono pieno di reumatismi. Cli­ma pessimo.

Clive                             - Non mi stringete la mano?

Porteous                        - Si può anche fare.

Clive                             - Siete invecchiato, mio povero Ugo.

Porteous                        - Proprio l'altro giorno un ami­co mi chiedeva vostre notizie.

Cltve                             - Perchè?

Porteous                        - Perchè vi credeva morto!

Clive                             - Mia cara Elisabetta, son venuto qui per farmi invitare a colazione. I miei domestici, ritenendo che non tornassi così presto, sono andati a fare una scampagnata.

Elisabetta                      - Saremo lietissimi di avervi con noi.

Clive                             - Devo scegliere fra la vostra cola­zione o la morte del conte Ugolino... Ti dò noia, Arnoldo?

Arnoldo                        - Tutt'altro, caro papà.

Elisabetta                      - (aprendo la porta della saila da pranzo) Fate aggiungere un coperto per il signor Cheney.

Clive                             - (a Kitty) Come avete trovato Ar­noldo? Che impressione vi ha fatto?

Kitty                             - L'ho trovato perfetto, adorabile. Già mi sembra di non averlo lasciato mai, di averlo seguito dalla sua più tenera infanzia.

Clive                             - (a parte) E' capace di finire per cre­derlo. (A Kitty) E' cresciuto, non è vero? Ma, dovevate aspettar velo... in trent'anni...

Rrrnr                             - E' vero! Son trent'anni!

Clive                             - H tempo fa passare l'amore.

Kitty                             - (con un tono di leggerezza briosa) E l'amore fa passare il tempo!

Elisabetta                      - Possiamo metterci a tavola.

FINE DEL PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

Medesima scena. - (Kitty, Teddy, Anna e Porteous giocano al bridge. Son compagni Kitty e Porteous. Elisabetta e Clive assistono, da spet­tatori, al gioco).

Clive                             - Quando sarà di ritorno Arnoldo?

Elisabetta                      - Fra mezz'ora, credo.

Clive                             - Tiene un discorso a una riunione pubblica?

Elisabetta                      - No, no. Aveva un appunta­mento con le persone che dovranno interrom­perlo domani sera.

Teddy                           - Come? Come?

Elisabetta                      - E' semplicissimo. Arnoldo, che è metodico, preciso, prepara da se le interruzio­ni ai suoi discorsi. Gli riesce più facile trovare risposte brillanti alle obbiezioni.

Teddy                           - Mica male!

Elisabetta                      - Il segreto per il successo in una riunione consiste nel far ridere l'uditorio. E' il mezzo migliore per disarmare gli avver­sari. Così, uno dei compari di mio marito gli griderà: « Voi che siete cristiano, spiegatemi un pò come Giona abbia potuto stare tre gior­ni nel ventre di una balena ». E Arnoldo ri­sponderà: « E non sono forse trent'anni che voi siete nella pelle d'un imbecille? ».

Porteous                        - Non è possibile giocare in que­ste condizioni. Si gioca o si parla di politica?

Teddy                           - (a Porteous) Signore, io vedo le vostre carte.

Porteous                        - Meglio per voi.

Kitty                             - Ugo, cento volte vi ho detto di stai-dritto, in modo che non si vedano le carte. Mo­strate il vostro gioco come se foste il morto.

Porteous                        - Non è necessario che gli altri lo guardino.

Kitty                             - (a Teddy) E voi quando ritornerete in Tunisia? Ora la stagione dev'essere splen­dida.

Teddy                           - C'è infatti, laggiù, un tempo me­raviglioso. Me ne andrò presto, per fuggire l'inverno.

Porteous                        - Si gioca al bridge o si parla del­la Tunisia?

Kitty                             - Non mi sono mai accorta che la con­versazione disturbi il gioco.

Porteous                        - E' naturale: si parli o non si parli, voi giocate sempre male.

Kitty                             - Come siete scortese, amico mio! Dite cosi perchè non ho il vostro metodo di gioco.

Porteous                        - Meno male che riconoscete di giocare in un modo diverso dal mio...

Clive                             - Devo prendere le difese di Kitty. Non capisco neppure io la gente che quando gioca ha l'aria di celebrare un rito religioso.

Porteous                        - Naturalmente, voi date ragione a Kitty.

Kitty                             - Non ci mancherebbe altro che mio marito si mettesse contro di me!

Porteous                        - Vi rendete conto della gaffe che avete fatto or ora?

Kitty                             - Ho fatto una gaffe?

Porteous                        - (sforzandosi di contenersi) Ave­te tagliato il mio asso!

Kitty                             - (con fare innocente) Era vostro l'as­so, caro?

Porteous                        - Sì, era mio, era mio.

Kitty                             - In ogni modo, non avevo che una coppia. Se non l'avessi giocata ora, non l'avrei più fatta.

Porteous                        - Bravissima. Così ora il signor Luton conosce il vostro gioco.

Kitty                             - Lo conosceva di già.

Porteous                        - Come poteva fare a conoscerlo?

Kitty                             - Ha detto di averlo visto.

Teddy                           - No, non ho detto di averlo visto: ho detto che avrei potuto vederlo.

Kitty                             - E' logico che se voi potevate veder­lo, lo abbiate guardato.

Porteous                        - Non dite sciocchezze, Kitty.

Clive                             - Non dice una sciocchezza. Se qual­cuno, per negligenza, mi lascia vedere il gioco, io lo guardo.

Porteous                        - (irritato) Quelli che non gioca­no non devono metter bocca nella partita.

Teddy                           - (a Porteous) Guardate che voi non avete risposto...

Porteous                        - Come? Io non ho risposto?

Teddy                           - Voi, proprio voi.

Porteous                        - Ma via!

Teddy                           - Guardate, vi prego. (Volta le prese, per fare vedere le carte) Avete giuocato una pic­che nella terza presa a cuori e avete un'altra cuori:

Porteous                        - Non ho mai avuto più di due carte di cuori.

Teddy                           - Ma sì! Ne avevate tre. Ecco la caria che avete giocato alla penultima presa.

Kitty                             - (felice di prenderlo in fallo) Non c'è dubbio, Ugo. Non avete risposto!

Porteous                        - Ma che! Non è vero.

Kitty                             - E' vero, è veto. Avevo già notato la gaffe.

Porteous                        - Come si può giuocare in mezzo a questo insopportabile frastuono?

Teddy                           - Così, io segno cento di pivi.

Porteous                        - (a Clive) Gradirei di non sen­tirmi soffiare sul collo.

Teddy                           - E abbiamo vinto!

(Clive e poi i giocatori si alzano. Porteous rimane seduto e inette a posto le carte per un solitario).

Anna                             - Prendo un libro e vado a stendermi sull'amaca. (Esce).

Kitty                             - (a Porteous) Volete fare due passi?

Porteous                        - Perchè?

Kitty                             - Così, per fare un po' di moto.

Porteous                        - (cominciando il solitario) Il mo­to non lo posso soffrire.

Clive                             - (osservando il solitario) Potete met­tere il sette sull'otto, Porteous.

Porteous                        - (che non tiene conto del consiglio) Non sono di questa opinione.

Clive                             - Il fante sulla regina.

Porteous                        - Lo so anch'io. Grazie.

Kitty                             - E tutte queste, insieme.

Porteous                        - Siete voi che fate il solitario o sono io?

Kitty                             - Non ne azzeccate mia!

Porteous                        - E' un affare che non vi riguarda.

Clive                             - Non è il caso d'arrabbiarsi, mi pare.

Porteous                        - Lasciatemi in pace e andatevene tutt'e due.

Kitty                             - Si credeva di darvi un aiuto.

Porteous                        - Troppo buoni! Ve ne dispenso. Non c'è una cosa più urtante che ricevere con­tinuamente consigli, quando si fa un solitario.

Clive                             - Benissimo. Non apriremo più bocci.

Porteous                        - Questo tre deve andare... Mi sembra che il solitario riesca. Se avessi dato retta a voi, se avessi messo il sette sull'otto, avrei fatto una mossa falsa... (Mette a posto parecchie carte mentre gli altri lo guardano senza parlare. Con una carta in mano, per qual­che secondo, è esitante).

Kitty e Clive                 - (insieme) Il quattro sul cinque.

Porteous                        - (butta via le carte, arrabbiatissi-mo) Non ne posso più!

Clive                             - Sarebbe riuscito: peccato!

Porteous                        - Non mi seccate più!

Kitty                             - Non è questo il tono col quale do­vete parlarmi.

Porteous                        - Vi parlo col tono che mi pare e piace. Esigo che mi si lasci tranquillo quando faccio il solitario.

Kitty                             - (comincia a piangerei) Che volgarità! Siete un villano, un vero villano. (Fugge).

Porteous                        - Eccola che piange, ora! Kitty... Kitty... (Chiama. Esce dal giardino).

(Clive, Elisabetta e Teddy restano soli. Una pausa. Clive guarda con un sorriso ironico Eli­sabetta, poi Teddy).

Clive                             - Quando si litiga così, bisognerebbe essere marito e moglie.

Elisabetta                      - A volte sembra che troviate un sottile e malizioso piacere a rinfocolare i loro litigi. (Teddy fa l'atto dì ritirarsi) No, rimane­te, Teddy.

Clive                             - Restate, restate pure. Fra poco de­vo andarmene io. Figuratevi che con Elisabetta parliamo di Lady Champion Cheney da un pez­zo: ancora prima del suo arrivo. (A Elisabetta) E così, hai trovato la signora vestita austera­mente di seta nera, come l'avevi immaginata?

Elisabetta                      - Vi aspettavate che fosse in que­sto stato?

Clive                             - Mia cara, non ne avevo la più lon­tana idea. L'altro giorno tu mi hai chiesto co-m'ella fosse un tempo. Era dieci volte più bel­la, piìi fine, più semplice di quanto ti abbia saputo dire. Chi avreBBe potuto pensare che quella gaia freschezza, quell'adorabile sponta­neità si sarebbe trasformata in questa ridicola affettazione?

Elisabetta                      - Siete molto severo con lei. E' qui da due giorni soltanto. Non la si può giu­dicare dalle prime impressioni. La conoscere­mo meglio e l'apprezzeremo meglio in seguito.

Clive                             - Tu hai un'anima squisita, semplice, leale, senza artifici, com'era la sua. Ma non ti fare illusioni: ora la sua anima è imbelletlata come il suo viso. Non c'è mai in lei uno slan­cio di commozione sincera. Non. credermi seve­ro. Quando penso alla creatura d'una volta mi vien voglia di piangere più che di ridere...

Elisabetta                      - E se avesse condotto una vita regolare, oggi sarebbe diversa?

Clive                             - Certamente. Sarebbe quella vecchia signora, con i suoi bei capelli bianchi, che tu avevi immaginato. Noi siamo il prodotto di un ambiente, di un'atmosfera. Le nostre conoscen­ze, le nostre abitudini, le nostre consuetudini di vha ci plasmano a loro somiglianza. La po­vera Kitty è sciocca perdi è ha condotto un'esi­stenza sciocca. E' una figura un po' ambigua perchè ha vissuto ai margini della società. Io, forse, non avrei potuto impedire a quella po­veretta di diventare la caricatura che è diven­tata, ma la vita sì, lo avrebbe potuto. Qui, in casa sua, avrebbe vossuto nel suo ambiente, per il suo bambino; avrebbe avuto un nome, una posizione da conservare, degli interessi da di­fendere; in una parola, la sua vita avrebbe avu­to uno scopo. Chiedetele che cosa sia stata la sua esistenza in quel mondo equivoco che ha frequentato, fra uomini e donne di moralità sospetta. Credi a me, Elisabetta, è assai triste il tramonto di una vita irregolare.

Elisabetta                      - Non so nascondere una certa indulgente simpatia e molta pietà per lei. Ella lia profondamente amato.

Clive                             - Degna di pietà è di certo. Non sol­tanto ha distrutto la sua vita, ma anche quella di Porteous. Per quanto leggera ella sia, non può non essersene accorta. Ieri, ier l'altro, tut­ti i giorni, insomma, dopo pranzo, quello scia­gurato sale in camera sua e si ubriaca.

Elisabetta                      - E' vero.

Clive                             - Da quanto tempo è ridotto così? Tu, forse, non puoi neppure immaginare quel­lo che era un tempo. Un giovane brillante, spi­ritoso, ohe amava la vita, la lotta, le difficoltà; pieno di ambizione, sicuro dell'avvenire. Guar­dalo ora: un vecchio inacidito e ridicolo con un buffo tic e con la dentiera malferma in boc­ca. (Guarda Elisabetta e poi Teddy).

Elisabetta                      - Perchè mi raccontate tutte queste cose?

 Clive                            - Così... Ma ho paura d'annoiare il signor Luton.

Teddy                           - Niente affatto.

Clive                             - (guarda l'orologio) Le cinque. Vado incontro ad Arnoldo, fino al laghetto.

Elisabetta                      - 0 non piuttosto a filare con Anna? (Ridendo) Confidatevi. Potete contare sulla nostra discrezione. Dite francamente: che cosa c'è fra lei e voi?

Clive                             - Ahimè, cara bambina, ci sono tren-t'anni. (Esce).

Teddy                           - Che egli abbia indovinato la nostra decisione?

Elisabetta                      - Forse. E' molto sottile, buon osservatore e assai furbo.

Teddy                           - (avvicinandosi a Elisabetta e stringedola fra le braccia) Non avrete cambiato idea, spero. Partiamo stasera, non è vero?

Elisabetta                      - Sì, per me non c'è niente al mondo all'infuori di voi. Verrò dove vi pia­cerà portarmi. Vi amo.

Teddy                           - Mi rendete felice, immensamente felice.

Elisabetta                      - (slaccandosi da lui) Voglio av­vertire Arnoldo della mia decisione. Io non la­scerò il biglietto sul guancialino degli spilli...

Teddy                           - Non sarebbe meglio evitare una sce­na penosa?

Elisabetta                      - No, voglio parlargli.

Teddy                           - Allora rimango qui.

Elisabetta                      - Teddy, voglio parlare ad Ar­noldo da sola a solo.

Teddy                           - Non ci sarà pericolo che vi lasciate influenzare?

Elisabetta                      - Vi amo. (Si abbracciano. Si sente il rumore di una vettura che si avvicina. Elisabetta si libera bruscamente dall'abbraccio) La vettura. E' Arnoldo. Non vorrei vederlo su­bito. (Si avvia verso la porta).

Teddy                           - (mentre Elisabetta sta andandosene) Elisabetta!... (Elisabetta, si ferma. Torna in­dietro. Teddy le manda un bacio. Elisabetta ri­sponde con un altro bacio. Escono per due por­te differenti. Per un momento la scena rimane vuota. Poi entra Arnoldo, si siede. Trae il porta­fogli, ne prende una carta e legge. Si alza).

Kitty                             - Ti ho sentito rientrare. Non alzarti, prego. Non c'è proprio ragione che tu faccia questi complimenti per me. (Arnoldo si era al­zato per suonare).

Arnoldo                        - Avevo suonato per il tè.

Kitty                             - Sono proprio contenta di trovarmi insieme al mio caro figliolo. Da che sono arrivata non mi è stato possibile scambiare con te dieci parole. Debbo più fare la tua conoscenza.

Arnoldo                        - E io approfitto volentieri di que­sta occasione, per la quale ci troviamo soli, per dirti che non è dipeso dalla mia volontà se mio padre è qui in questo momento.

Kitty                             - Ma io sono felicissima di vederlo!

Arnoldo                        - Forse Lord Porteous non condi­vide il tuo entusiasmo!

Kitty                             - Sì, sì. Clive era il suo migliore ami-co. Sono stati a Oxford insieme. Tuo padre è molto migliorato in questo tempo, da che non lo vedevo. Da giovane non era bello. Oggi è proprio un bel vecchio, una persona elegante. (7/ maggiordomo entra col tè) Ti servo io?

Arnoldo                        - Grazie.

Kitty                             - (con la molletta per lo zucchero in ina­ilo) Una o due?

Arnoldo                        - Non prendo zucchero.

Kitty                             - E' strano che io debba domandare a mio figlio se beve il tè con o senza zuccheio. Strano e doloroso a un tempo. La notte, quando sono a letto, rido da sola pensando a tutte le cose imprevedute e bizzarre che ci riserva la vita.

Arnoldo                        - Temo di sembrarti troppo grave, troppo serio.

Kitty                             - Quanti anni hai, Arnoldo?

Arnoldo                        - Trentacinque.

Kitty                             - No! Davvero? Del resto, io ero an­cora una bambina quando mi sposai.

Arnoldo                        - Strano! Ho sempre saputo che tu avevi, allora, ventidue anni.

Kitty                             - No, no, io mi sono sposata appena uscita di collegio. Mi sono tirata su i capelli dalle spalle, per la prima volta, il giorno del matrimonio.

Arnoldo                        - Dov'è Lord Porteous?

Kitty                             - Perchè lo chiami Lord Porteous?

Arnoldo                        - Come vuoi che lo chiami?

Kitty                             - Chiamalo... che so?... Zio Ugo.

Arnoldo                        - Ma non è mio zio.

Kitty                             - Lo so. Ma è il tuo padrino. Tu gli vorrai bene, ne sono sicura, quando lo cono­scerai di più. Spero òhe verrete a trovarci a Fi­renze, tu ed Elisabetta. Voglio molto bene a Elisabetta. E' bellissima.

Arnoldo                        - Ha dei magnifici capelli.

Kitty                             - Non se li tinge?

Arnoldo                        - No. Perchè se li dovrebbe tin­gere?

Kitty                             - Lo domandavo. (// maggiordomo porta via il servizio per il te) E' una strana coin­ cidenza che i suoi capelli abbiano lo stesso colore dei miei. Questa è la prova che tu e tuo pa­dre avete gli stessi gusti. Le questioni che si riferiscono all'ereditarietà m'interessano. Ho letto Darwin... Ma oggi non ci credo più. Oggi mi appassionano le esperienze del dottor Voronoff... (Dal giardino entra Clive. A Clive) Voi dovete dire la verità, Clive; siete stato dal dot­tor Voronoff?

Clive                             - Sì, mia cara, ma come scimmia!

Kitty                             - Sempre lo stesso! Tutte le volte che si parla di una cosa seria, sente il bisogno di scherzare... Sono felice perchè or ora ho parla, to a cuore aperto con Arnoldo.

Clive                             - Benissimo! Sei soddisfatto, Arnoldo, del colloquio?

Kitty                             - Oh! Scusami, figlio mio, avevo di­menticato... Ho tante cose per la testa... Ti si prepara una bella vittoria?

Arnoldo                        - La lotta è accanita, ma spero bene.

Clive                             - Arnoldo conduce la sua campagna con molta saggezza.

Kitty                             - E' furbo lui. Mi assomiglia. I giova­ni d'oggi, caro Clive, sono molto più intelli­genti di quelli dei vostri tempi!

Clive                             - E' vero. Ai miei tempi non si pre­tendeva che i giovani della buona società fos­sero intelligenti.

Kitty                             - Ma in compenso erano più ricchi. (Entra Porteous).

Porteous                        - Perbacco! Un vero consiglio di famiglia!

Kitty                             - E non vi pare una cosa simpatica?

Arnoldo                        - Vado a ripassare il mio discorso. A fra poco.

Clive                             - (prendendo un mazzo di carte che co­mincia a scozzare; a Porteous) Vogliamo fare un écarté?

Porteous                        - No, grazie.

Clive                             - Mi pareva che questo gioco vi pia­cesse.

Porteous                        - (scortese) Non mi piace giocare con voi.

Clive                             - E perchè?

Porteous                        - Lasciatemelo dire : il vostro mo­do dj. fare non mi persuade.

Clive                             - Mi dispiace: d'altra parte non vi posso promettere di cambiarlo, alla mia età.

Porteous                        - Sono contento però di avere una spiegazione con voi. Non capisco come possiate rimanere qui.

Clive                             - Forse per un attaccamento, del resto naturalissimo, alla mia casa.

Porteous                        - Sarebbe stato più naturale che durante il nostro soggiorno in questa casa, voi aveste scelto un'altra residenza.

Clive                             - Mio caro Ugo, dovete permettermi di dirvi che io, davvero, non posso spiegarmi il vostro atteggiamento. Se io voglio che il pas­sato sia sul serio passato, che cosa trovate ,a ridire?

Porteous                        - (avvolgatelo Kitty d'uno sguardo affettuoso) Non sj tratta del passato.

Clive                             - Dopo tutto, l'offeso sarei io.

Porteous                        - Come? Come?

Clive                             - Sì. Se non sbaglio, fuggiste voi con mia moglie.

Kitty                             - Via, non rievochiamo queste vec­chie storie! Non capisco perchè, ora, non si possa essere tutti amici.

Porteous                        - Kitty, vi prego di non metter bocca in questa faccenda.

Kitty                             - Io voglio bene a Clive.

Porteous                        - Lo dite per farmi rabbia.

Kitty                             - Per niente. Spero anzi che Clive venga a farci una visita a Firenze.

ClIve                             - Eccellente idea. Il clima di Firenze, in primavera, dev'essere delizioso.

Porteous                        - Siamo sinceri una buona volta. Non ho mai avuto simpatìa per voi. Ora, meno che mai. E per l'avvenire sarà lo stesso.

Clive                             - Questo, vedete, è doloroso; perchè voi, caro Ugo, mi foste sempre simpatico. E an­cora mi siete simpatico. E mi sarete simpatico anche per l'avvenire.

Kitty                             - Siete proprio carino, Clive.

Porteous                        - Se è così carino, perchè l'avete piantato?

Kitty                             - E siete voi che me lo rimproverate?

Clive                             - Suvvia, non fate una questione per questo.

Kitty                             - Colpa sua. Non c'è un essere più compiacente, più arrendevole di me. Ma egli farebbe perdere la pazienza a un santo.

Clive                             - Siate buona, Kitty, calmatevi. La vita in comune impone reciproca indulgenza...

 Porteous                       - Mi spiegherete che cosa volete dire...

Clive                             - Non vorrete negale che in voi due c'è una certa tendenza a bisticciare. Tenden« za, del resto, comune a molte unioni.

Porteous                        - Se vi occupaste degli affari vo­stri...

Kitty                             - Questi sono proprio « affari suoi ». E' naturale che egli si preoccupi della mia fe­licità.

Clive                             - Io voglio molto bene a Kitty.

Porteous                        - E allora perchè non l'avete sor­vegliata meglio?

Clive                             - Eravate il mio migliore amico, e avevo in voi cieca fiducia.

Kitty                             - E' vero. Egli aveva cieca fiducia in voi.

Porteous                        - Non è una giustificazione.

Kitty                             - Non capisco quello che vogliate dire.

Porteous                        - Insomma basta! Voi volete pro­vocarmi.

Kitty                             - So bene quello che volete dire.

Porteous                        - E allora perchè avete detto, poco fa, che non lo sapevate?

Kitty                             - Quando penso che ho sacrificato tutto a quest'uomo! Che per trent'anni ho do­vuto vivere in un palazzone di marmo malsa­no, senza alcuna comodità...

Clive                             - Non avevate neppure una stanza da bagno?

Kitty                             - No, caro. Per trent'anni ho dovuto lavarmi nel tub.

Clive                             - Mia povera amica, come avete do­vuto soffrire!

Porteous                        - E io? Non ho fatto forse dei sa­crifici anch'io? Senza di voi, oggi, sarei primo ministro.

Kitty                             - Proprio!... Discorsi...

Porteous                        - Discorsi? Tutti dicevano che un giorno sarei diventato primo ministro. Non è vero, Clive?

Clive                             - E' vero.

Porteous                        - Ero un giovanotto d'avvenire. In procinto di essere ministro a trent'anni.

Kitty                             - (interrompendolo) Ne ho abbastan­za di sentirmi rimproverare di aver rovinato la vostra carriera. Non avete mai avuto la possi­bilità di una «carriera». Primo ministro? Mi fate ridere! Per essere primo ministro non ave­te mai avuto ne il cervello, né il carattere.

Porteous                        - (rivolgendosi a Clive per averne Vapprovazione) Clive?...

Kitty                             - In politica, del resto, gli uomini non contano. Sono le donne che hanno impor­tanza. Con la mia bellezza, con la mia grazia, col mio spirito, avrei ben potuto mandare avan­ti un uomo. Di Clive io avrei potuto fare un primo ministro.

Porteous                        - Povero Clive, non aveva nessun talento! Per pura amicizia, una volta che fossi stato Presidente del Consiglio, l'avrei nominato Incaricato di affari all'Aja...

Kìtty                             - (furibonda) E potete credere che sarei andata a seppellirmi in quel tetro paese che è l'Olanda?

Porteous                        - 0, piuttosto, l'avrei mandato al Brasile...

Kitty                             - (ancor più furente) Al Brasile? E perchè non in capo al mondo?

Porteous                        - Proprio non avrei potuto con­cedervi altri posti.

Kitty                             - Io vi dico che sarei stata ambascia­trice a Parigi.

Porteous                        - Non l'avrei mai nominato a Pa­rigi.

Kitty                             - Vi dico che mi avreste dato Parigi.

Porteous                        - Mai e poi mai.

Kitty                             - Voi? Ma sarebbe stato il re a darmi Parigi. Il paese avrebbe fatto pressioni perchè io avessi Parigi. Ambasciatrice o niente.

Porteous                        - (fuori di sé) Il paese?... Il pae­se se ne infischia di voi! Ah, perdio! I miei denti se ne vanno! (Esce precipitosamente).

Kitty                             - E' troppo! E' troppo! Non lo posso più sopportare. L'ho sopportato per trent'an-ni: ora basta.

Clive                             - Calmatevi, Kitty.

Kitty                             - No, non posso calmarmi. La mia decisione è presa. E' finita, finita, finita. (Cam­biando tono) Quando ho saputo che voi non avete più abitato in questa casa, dopo che io l'avevo lasciata, ho avuto un colpo al cuore.

Clive                             - C'erano troppi cuculi nelle vicinan­ze che sbraitavano a più non posso. Il canto di quegli uccelli m'era diventato insopportabile!

Kitty                             - Quando ho visto che non riprende­vate moglie, ho pensato che mi amavate ancora.!

Clive                             - Se Dio vuole, sono un uomo capace! di trar profitto dalla propria esperienza.

Kitty                             - Del resto, per la Chiesa, sono ri inasta vostra moglie. La Chiesa sa bene quello5 che fa. Non ignora che una donna finisce pei} ritornare al primo amore. Clive, io voglio rij tornare a voi...

Clive                             - Mia cara Kitty, non posso approfit­tare del vostro passeggero contrasto con Ugo, per lasciarvi prendere una decisione della quale vi pentireste più tardi.

Kitty                             - Altro che passeggero! Definitivo! Definitivo. Mi avete aspettata per tanto tempo. Clive... Dite di sì... Dite di sì, per la felicita di Arnoldo.

Clive                             - Non vi sembra un po' tardi per oc­cuparvi della felicità di Arnoldo? In trent'ann egli ha avuto il tempo di abituarsi alla sua si­tuazione.

Kitty                             - (con un leggero sorriso) Ora non avete più nulla da temere. State tranquillo. Tut te le mie pazzie le ho fatte.

Clive                             - E io no, invece. Sono stato un gioì vanotto a modo.

Kitty                             - Lo so.

Clive                             - E sono contento di esserlo stata perchè questo mi autorizza ora a darmi ali pazza gioia.

Kitty                             - Oh! Clive!

Clive                             - Dopo la vostra fuga credetti la mi vita spezzata. Fui schiantato dal dolore: n: sono sentito sfiorare dalla follia... Ho anch pensato al suicidio...

Kitty                             - (prendendogli una mano) Mio pc vero Clive!

Clive                             - (ritirando a poco a poco la mano) -Poi invece è subentrato un sentimento di amc proprio offeso, di vanità d'uomo deluso. L storia mi ha salvato.: mi consolai pensando eh quasi tutti i grandi.uomini erano stati vittim dello stesso infortunio.

Kitty                             - Anch'io ho letto la storia. Quesl fatto, veramente, ha colpito anche me.

Clive                             - La cosa si spiega facilmente. Al" donne non piace l'intelligenza; e quando si a-corgono di avere un marito' intelligente, si vei dicano come possono... facendolo... quello eh voi avete fatto me...

Kitty                             - L'interpretazione è sottile.

Clive                             - Allora mi è sembrato di non av« più alcun dovere da compiere verso la societ. e ho deciso di consacrare al mio solo piacere gli ultimi anni della mia vita. Il Parlamento, in fondo, non costituiva per me un piacevole svago, e lo scandalo suscitato dal vostro divor­zio, mi offrì un ottimo pretesto per non chie­dere che mi fosse rinnovato il mandato. D'altra parte ero più che convinto come il paese avreb­be potuto benissimo fare a meno dei miei ser­vigi.

Kitty                             - Ma l'amore, nella Mostra vita, non è entrato per niente?

Clive                             - Non vi sembra che molta gente dia all'amore un'importanza esagerata?

Kìtty                             - L'amore è la cosa più meravigliosa che esista al mondo.

Cuve                             - Siete incorreggibile. Credete pro­prio che valga la pena di sacrificargli tante cose?

Kitty                             - Sentite, Clive: se noi due dovessimo ricominciare... non dico che vi sarei fedele, ma è certo che non vi lascerei più.

Clive                             - Quando per parecchi anni fui preda di un segreto dolore, mi capitò d'incontrarmi con delle graziose donnine, che non chiedeva­no di meglio che collaborare alla mia consola­zione. Finii per non pensare più alle mie dis­grazie: il loro ricordo m'era diventato oppri­mente.

Kitty                             - Allora?

Clive                             - Allora mi sono concesso il lusso di proteggere... una serie di ragazze, scelte tutte in umile ambiente, fra i diciotto e i vent'anni.

Kitty                             - Non ho mai capito come gli uomini vadano pazzi per le ragazzine! Mi sembrano così malinconiche!

Clive                             - Questione di gusti. Io la penso così: vecchi vini, vecchi libri,, vecchi amici, ma don­ne giovani. Quando una delle mie protette ha compiuto il venticinquesimo anno, la licenzio: le metto in dito un bell'anello di brillanti e le faccio osservare che non è il caso di sciupare più oltre la sua gioventù e la sua bellezza con un vecchio come me. E' inevitabile, in questi casi, la sua brava scena di dolore. Io mi com­porto con grande dignità, con grande fermezza e... ricomincio con un'altra.

Kitty                             - Clive, siete veramente un burlone!

Ciìive                            - Forse; ma sono un uomo felice.

Kitty                             - Allora, non mi resta che fare una cosa...

Clive                             - Che cosa?

Kitty                             - (con un sorriso) Andare a vestirmi per il pranzo.

Clive                             - A fra poco. E... senza rancore.

Kitty                             - Senza rancore... (Esce. Entra Ar­noldo).

Arnoldo                        - Tu esci, papà?

Clive                             - (uscendo per il giardino) Sì, caio; vado a mettermi lo smoking. (Arnoldo si siede e legge. Entra Elisabetta).

Elisabetta                      - Sei solo, Arnoldo?

Arnoldo                        - Sì. Ho finito proprio ora il mio discorso. Te lo leggerò. Mi sembra che debba fare un certo effetto.

Elisabetta                      - Te lo auguro di cuore.

Arnoldo                        - Lo farò sentire a Porteoua. (Cam­minando urta in una sedia) Questa sedia non è mai al suo posto. Deve stare esattamente sulla stessa linea del divano. Io sono un uomo or­dinato.

Elisabetta                      - (interrompendolo)...Ordine, esattezza, metodo. Lo sappiamo, ormai. Per me invece l'ordine, l'esattezza, il metodo sono tre virtù noiose e tiranniche. Non abbiamo dav­vero gli stessi gusti.

Arnoldo                        - (di buon umore) E' vero. A me una cosa sola interessa: la politica. E vedo an­che che a te non interessa affatto.

Elisabetta                      - (sedendosi, come per cominciare un discorso serio) Arnoldo, parliamoci leal­mente. Tu non hai trovato in me la compagna che desideravi.

Arnoldo                        - (sorpreso dal tono delle parole di Elisabetta) Che vuoi dire?

Elisabetta                      - E' meglio che te lo dica chiaro. Ti chiedo di lasciarmi andar via.

Arnoldo                        - Andar via? Dove?

Elisabetta                      - Andar via per sempre.

Arnoldo                        - (che non crede alla serietà delle pa­role dì Elisabetta) Mia cara Elisabetta, sei semplicemente ridìcola, lasciamelo dire. Forse ti annoi. Per distrarti ti porterò a passare una quindicina di giorni a Parigi.

Elisabetta                      -Avrei rinunciato a parlarti se la mia decisione non fosse già presa. Pensa: cinque anni di matrimonio. Che fallimento! Non posso più sopportare la vita che tu m'im­poni!

Arnoldo                        - Mi permetterai di dirti che non sei di facile contentatura. Noi viviamo con tutti gli agi, abbiamo una bella posizione mondana, amicizie simpatiche... Che cosa vorresti di più?

Elisabetta                      - Ammettiamo pure che io sia difficile, esigente; Anche dopo averlo stabilito, le cose rimarranno come prima.

Arnoldo                        - Sei una bambina impulsiva e non ti posso prendere sul serio.

Elisabetta                      - Non ti amo.

Arnoldo                        - Mi dispiace molto. Nessuno ti ha obbligata a sposarmi. Ormai quello che è fatto è fatto.

Elisabetta                      - Sono più che mai decisa ad andarmene.

Arnoldo                        - Smettiamola con queste bambi­nate. Non c'è una ragione seria per separarci.

Elisabetta                      - Ma perchè vuoi tenere a cate­na una donna che non chiede se non la sua libertà?

Arnoldo                        - (una pausa. Poi un cambiamento improvviso di tono) Ma io ti amo!

Elisabetta                      - Una rivelazione! Peccato che sia troppo tardi.

Arnoldo                        - Non pensavo neppure che tu po­tessi dubitare dei miei sentimenti. Dopo cinque anni di matrimonio, si può chiedere ancora che un uomo parli d'amore a sua moglie? Io sono tutto preso dalla politica. Ho lavorato co­me un cane, per crearmi una posizione perso­nale che completasse la nostra posizione di fa­miglia. Un uomo prende moglie per costruirsi un ambiente, e va bene; ma anche per mettere a posto una buona volta la questione dei sensi. Mi sono innamorato di te la prima volta che ti ho vista: © da quel giorno il mio cuore è stato sempre lo stesso.

Elisabetta                      - Mi dispiace. Ma l'amore non vale nulla se non è condiviso. Sono sincera: le tue parole non trovano eco nel mio cuore.

Arnoldo                        - Che ingratitudine! In cinque anni mi pare di aver fatto di tutto per riu­scirti gradito!

Elisabetta                      - Hai fatto, forse, quello che hai potuto; ma in realtà tu mi hai legata a una vita che non mi piace e che non è quella che ho so­gnato. Sono veramente addolorata di darti un dispiacere, ma tu devi lasciarmi andare.

Arnoldo                        - Non dire sciocchezze. Sono più vecchio di te e credo di avere un po' più di buon senso. Nel tuo, come nel mio interesse, non ti lascerò commettere questa pazzia.

Elisabetta                      - (sorridendo) E come potresti impedirmelo? Vuoi farmi, forse, sequestrare?

Arnoldo                        - Questa buffonata è durata anche troppo. Smetti di dire sciocchezze. Tu sei mia moglie, rimarrai mia moglie.

Elisabetta                      - Chi sa come dovrebbe essere piacevole, oramai, la nostra vita! Tu credi che noi, nella nostra unione, possiamo trovare un briciolo di felicità?

Arnoldo                        - Insomma, che cosa vuoi?

Elisabetta                      - Voglio divorziare.

 Arnoldo                       - Divorziare? Tu credi davvero che io voglia spezzare la mia carriera per darl^ vinta a un tuo capriccio?

Elisabetta                      - Perchè spezzare la tua carriera?  

Arnoldo                        - E' noto che. il mio seggio al Par­lamento non è sicurissimo. Basterebbe lo scan. dalo di un divorzio a farmi perdere i voti ne cessari alla mia rielezione.

Elisabetta                      - Sono decisa a riacquistare, s ogni costo, la mia libertà.

Arnoldo                        - (con un sospetto) Elisabetta, dim. mi la verità, ami qualcuno?

Elisabetta                      - Sì.

Arnoldo                        - Chi?

Elisabetta                      - Teddy Luton.

Arnoldo                        - (dapprima rimane meravigliato. Pa dà in uno scoppio di risa) Povera bambina Pazza, sei; completamente pazza! Un ragazzi senza un soldo, che sta in capo al mondo! Sen ti, tutta questa storia è talmente idiota, cllj non posso neppure arrabbiarmi.

Elisabetta                      - Sono follemente innamorai di lui.

Arnoldo                        - Ebbene, ti metterai la testa a pai tito e ci rinuncerai.

Elisabetta                      - Mi vuole sposare.

Arnoldo                        - Capisco. Non farebbe un catti'v affare, il maschietto.

Elisabetta                      - Non devi parlare così, di lu:

Arnoldo                        - Ah! Tu pretendi anche che L abbia della stima per quel piccolo farabutto E' il tuo amante?

Elisabetta                      - (con sincerità) No.

Arnoldo                        - Dunque quel signorino approfitt della mia ospitalità per farti la corte?

Elisabetta                      - Non mi ha dato nemmeno il bacio...

Arnoldo                        - Non sono così ingenuo...

Elisabetta                      - Ho voluto comportarmi con a: soluta lealtà. Ti ho parlato sinceramente.

Arnoldo                        - E da quanto tempo dura questo, flirt?

Elisabetta                      - Lo amo dal primo moment che l'ho visto.

Arnoldo                        - A me non hai mai pensato, vera

Elisabetta                      - Sì, Arnoldo; ma l'amore et più forte di tutto, anche della mia volontà.

Arnoldo                        - Prima di commettere un erroi irrimediabile, tu devi riflettere.

Elisabetta                      - Ho già riflettuto.

Arnoldo                        - Non so chi mi tenga le mani, in questo momento... Forse potrebbe essere il mezzo per rimetterti sulla buona strada.

Elisabetta                      - Arnoldo!

Arnoldo                        - Che cimitero! Si sposa un'uomo, si vive cinque anni con lui, non si ha nulla, proprio nulla da rimproverargli, e poi, un gior­no gli si dice con calma olimpica: « Sai, io di te ne ho abbastanza. Ti lascio perchè sposo un altro. Lo so che distruggo la tua vita, ma que­sto non ha importanza. Voglio provare il gusto dì andare a vivere, in fondo alla Tunisia, con un piccolo avventuriero da quattro soldi». Cre­dimi, Elisabetta, la cosa non può finire così.

Elisabetta :                    - Teddy partirà domattina, col primo treno. Ti avverto che intendo raggiun­gerlo al più presto.

Arnoldo                        - Dov'è ora, quel signore?

Elisabetta                      - In camera sua, credo.

Arnoldo                        - (va alla porta e chiama) Giovan­ni! (Cammina agitato, su e già. Elisabetta lo osserva. Entra Giovanni).

Giovanni                       - Signore?

Arnoldo                        - Dite al signor Luton di venire su­bito qui.

Elisabetta                      - Giovanni, pregate il signor Lu­ton di voler scendere un momento in questa sala.

Giovanni                       - Sì, signora.

Arnoldo                        - (brusco) E sbrigatevi.

Elisabetta                      - Che cosa gli vuoi dire?

Arnoldo                        - E' un affare che non ti riguarda.

Elisabetta                      - Al tuo posto, io non gli farei una scenata.

Arnoldo                        - Non gli farò nessuna scenata. (Tutti e due aspettano in silenzo) E hai insi­stito tanto per far venire qui mia madre, aven­do in mente di comportarti esattamente come lei? Ora che l'hai vista, che cosa ne pensi? Ti sembra che la sua vita sia un successo? Un uomo può essere orgoglioso di una madre si­mile?

Elisabetta                      - La delusione è stata grande, sì, è vero. Questo sgretolarsi di un'esistenza è pro­fondamente triste... Ma anche stamani ho visto in giardino una rosa tutta sfiorita e appassita, come una vecchia signora dipinta; allora mi sono ricordata che ieri quella rosa era splen­dente di freschezza, che diffondeva intorno • a sé un dolcissimo profumo. La bruttezza di oggi non offuscò per niente la sua bellezza, ieri.

Arnoldo                        - E' proprio il momento di fare della poesia.

(Entra Teddy E' in smoking).

Teddy                           - Mi avete fatto chiamare, signora?

Arnoldo                        - Sì. (Teddy osserva Arnoldo poi Elisabetta. Capisce che qualche cosa è successo) Quando avete deciso di partire?

Teddy                           - Domani. Ma posso partire anche sta­sera, se credete.

Arnoldo                        - Non lo credo; lo voglio.

Teddy                           - E' deciso. Avete altro da dirmi?

Arnoldo                        - Vi sembra una graziosa impresa il tentativo di portarmi via la moglie, appro­fittando della mia ospitalità?

Teddy                           - Questa situazione, infatti, era diven­tata per me insopportabile. Per questo volevo partire.

Arnoldo                        - Senza una parola, senza una spie­gazione? Voi non avete scrupoli, ma possedete, in compenso, una faccia tosta a tutta prova!

Teddy                           - Non avrei avuto nulla da dirvi, mi sembra.

Arnoldo                        - E' vero che intendete sposare Eli­sabetta?

Teddy                           - E' vero.

Arnoldo                        - Vi dicevate mio amico. E nep­pure per un secondo vi è venuto in mente che voi distruggevate la mia famiglia, la mia feli­cità?

Teddy                           - Come potevate ancora sperare nella felicità, dal momento che Elisabetta non vi ama più?

Arnoldo                        - Ebbene, caro signore, vi dico ben chiaramente che non intendo lasciarmi ri­girare da un vanesio come voi, eh© è riuscito a suggestionare una povera bambina romantica. Non potrò impedire a mia moglie di partire con voi, se ella è decisa a commettere questa pazzia; ma mettetevi bene in mente una cosa: per nes­suna ragione al mondo, io divorzierò.

Elisabetta                      - Non divorzierai?

Teddy                           - Vi costringeremo.

Arnoldo                        - Sarà da vedersi.

Teddy                           - Se la fuga della signora Champion Cheney diventerà di pubblico dominio, lo scan­dalo vi obbligherà a chiedere la separazione.

Arnoldo                        - Sbagliate. Non salirò le scale di un tribunale. Ne abbiamo avuto abbastanza dei divorzi, nella mia famiglia. È ora ve ne potete andare.

(Teddy volge a Elisabetta uno sguardo in­quieto).

Elisabetta                      - (a Teddy, con tenerezza) Ab­biate fiducia, Teddy. Tutto andrà bene.

Arnoldo                        - (a Teddy) Andatevene! Avete ca­pito di andarvene? Via! Via!

FINE DEL SECONDO ATTO

TERZO ATTO

La stessa scena degli atti precedenti. Nel me­desimo giorno in cui si è svolto il secondo atto. La sera, dopo pranzo. Notte luminosa.

(Clive e Arnoldo sono in smoking. Arnoldo, nervoso, agitato, cammina su e giù per la stanza).

Clive                             - Segui i miei consigli e vincerai la partita.

Arnoldo                        - Il tuo piano, non discuto, saia 'pratico. Ma lu mi chiedi di fare una cosa che è la negazione di tutti i miei princìpi.

Clive                             - Un uomo politico dovrebbe entrare di colpo in quest'idea: che il valore di un prin­cipio consiste soprattutto nel dolore òhe si pro­va a sacrificarlo, quando sia necessario.

Arnoldo                        -  E se le tue previsioni non si av­verassero? Le donne sono così complicate!

Clive                             - Non tanto quanto si crede. Il miste­ro della donna è tutto nel cuore dell'uomo. Bi­sogna offrir loro l'occasione, la bella occasione di un estetico sacrificio.

Arnoldo                        - Ma tu sei un cinico o un senti­mentale?

 

Clive                             - Né l'uno ne l'altro. Sono schietto.   - Oggi si è così poco abituati alla schiettezza, che quando uno, per caso, ti dice il vero, tu, novanti; tanove volte su cento, non ci credi,

Arnoldo                        - E' orribile quello che mi è capitato!

Clive                             - Su, su, coraggio, figlio mio. E fan quello che ti dico.

(Entrano Kitty, Anna, Elisabetta. Kitty ha, un abito da sera molto vistoso).

Kitty                             - Dov'è Lord Porteous?

Clive                             - Sulla terrazza. Sta fumando. (Dirigendosi verso la terrazza) Ugo! (Entra Porteous  Arnoldo accende una sigaretta ed esce).

Porteous                        - Che c'è? (Con una specie cw brontolìo) Non si può neanche fumare in pace»

(Quando entra Porteous, Kitty gli rivolge imo sguardo irato. Fa il broncio. Prende una Hvis^È e legge, Porteous la guarda arcigno e imbron­ciato. Si siede dalla parte opposta della stanzi^ e sfoglia anch'egli una rivista. Non si parlano)

Clive                             - Sono stato con Arnoldo al padiglione

Anna                             - Ci chiedevamo infatti che.cosa era accaduto di voi.

Clive                             - Ho ritrovato oggi un vecchio album di fotografie. Avevo dimenticato di portarlo qui prima di pranzo e ora siamo andati a prenderlo.

Anna                             - Fatemelo vedere. (Si siede accanto a Elisabetta. Clive le porge l'album di cui sfoglia le pagine. Clive è in piedi dietro alle due donne. Porteous e Kitty si guardano furtiva mente).

Clive                             - Sono interessanti questi ritratti di 35 anni fa. Era il tempo delle belle donne.

Anna                             - Più belle allora che oggi?

Clive                             - Certo. Oggi si vedono molti graziosi musetti, ma pochissime belle donne.

Anna                             - (sempre sfogliando l'album) Che buffo abito! Guardate questa fanciulla che sembra un sacco di farina strozzato a metà!

Clive                             - La vita sottile era un pregio, nel secolo scorso.

Anna                             - E questa? Sembra l'America del Sud!... Doveva essere un supplizio! Chi sa come soffrivano!

Clive                             - Sapevano soffrire per essere belle.

Elisabetta                      - Belle? Non direi. Questa moda mi sembra ridicola! Guardate, guardate il ventre di quest'altra: sembra in stato interessante.

Clive                             - Le donne, a quei tempi, avevano ancora dei bambini.

Anna                             - E questa di profilo! Ma è suo questo voluminoso... treno posteriore?

Clive                             - Quel... treno posteriore ha pure la sua estetica. Oggi, invece... più niente!

Anna                             - Ma perchè tutte hanno in testa un vaso da fiori?

Clive                             - Divertente, non è vero, gettare lo sguardo su queste fotografie, oggi che le donne fanno di tutto per sembrare dei giovanotti?

Elisabetta                      - Questa piccola bionda è meno esuberante...

Clive                             - (interrompendola) Era una parigi­na: elegante e graziosa come sanno esserlo le parigine, ma soltanto pelle e ossa! Fu un mio capriccio.

Elisabetta                      - Avete scritto voi questi versi sotto la fotografia?

Clive                             - Sono versi di un poeta francese, molto spiritoso.

Elisabetta                      - (leggendo) « Qu'importe lon sein maigre, oh! mon objet aimé, - Oli est plus près du coeur quand la poitrine est piate, - Et je vois, comme un merle en sa cage en-fermé, - L'amour entre tes os rèvant sur une patte ».

Clive                             - Fu l'amica di tutte le persone in vi­sta del suo tempo. Aveva una spiccata preferen­za per i letterati e per gli accademici. La chia­mavano il « Ponte delle Arti ».

Anna                             - (continuando a sfogliare l'album) Questa piccolina qui è deliziosa...

Clive                             - Questa?

Elisabetta                      - Com'è carina, imbacuccata nella pelliccia, il viso contro il manicotto, sot­to la neve...

Clive                             - Allora era di moda farsi fotografare in mezzo a una valanga di neve artificiale...

Anna                             - Che delizioso sorriso, semplice e dolce!

Elisabetta                      - Come vorrei assomigliarle! Chi è?

Clive                             - Ma come? Non la riconoscete?

Anna ed Elisabetta       - No!

Clive                             - E' Kitty.

Elisabetta                      - Lady Champion Gheney! (A Kitty) Oh! signora, com'eravate bella! (Le por­ge l'album) Tutti dovevano essere innamorati di voi. (Kitty prende l'album e osserva. Poi lo lascia cadere e si copre il viso con le mani. Pian­ge) Ma perchè? Che cosa ho mai fatto? Come mi dispiace!

Kitty                             - Scusatemi, vi prego. E' una stupi­daggine.

(Elisabetta la guarda perplessa. Poi voltando­si passa il suo braccio sotto quello di Clive e lo conduce sulla terrazza).

Elisabetta                      - (mentre esce, sottovoce) Dite la verità; l'avete fatto apposta? (Con loro esce anche Anna).

(Porteous si alza e si avvicina a Kitty. Le mette una mano sulla spalla. Un silenzio).

Porteous                        - Ho avuto torto... Ho avuto tor­to, oggi, di prendermela con voi, Kitty.

Kitty                             - (prendendogli la mano che egli ha ap­poggiato sulla spalla) Ma no: sono stata io a provocarvi.

Porteous                        - Non pensavo una parola di quel­lo che ho detto, ve lo giuro.

Kitty                             - Neanch'io, ve lo posso assicurare.

Porteous                        - So benissimo che non sarei di­ventato primo ministro.

Kitty                             - No. Non, dite così. Voi eravate nato per essere primo ministro.

Porteous                        - No, non c'era la stoffa.

Kitty                             - Ma via! Non c'era nessuno che aves­se maggiori qualità di voi...

Porteous                        - Però, non so se ci avrei tenuto!

Kitty                             - Perchè no? Sarei stata così orgo­gliosa di voi!

Porteous                        - In ogni modo la mia prima preoccupazione sarebbe stata quella di nomi­narvi ambasciatrice a Parigi.

Kitty                             - Parigi, Parigi! Perchè tanta roba? Mi sarei contentata di andare all'Aja.

Porteous                        - Spero che non supporrete, mia cara, che io avrei permesso di farvi seppellire all'Aja!

Kitty                             - Oppure al Brasile.

Porteous                        - Al Brasile? Ma siete pazza! Per­chè non più lontano ancora? No, no: il solo po­sto degno di voi, era Parigi! (Raccoglie l'album e vuol guardare la fotografia di Kitty. Questa la ricopre con la mano).

Kitty                             - No, non dovete guardare.

Porteous                        - (allontanandole la mano con dol­cezza) Lasciatemi, non fate sciocchezze.

Kitty                             - E' orribile! Com'è triste diventar vecchi!

Porteous                        - (guardando la fotografia) Però non siete molto cambiata.

Kitty                             - (molto soddisfatta) Ugo, voi avete voglia di scherzare!

Porteous                        - Siete appena appena un po' in­grassata. Ecco la gran differenza! E bisogna di­re che, una donna magra, non fa poi una gran bella figura.

Kitty                             - Parlate sul serio?

Porteous                        - Sul serissimo, Kitty.

Kitty                             - Non dite così soltanto per farmi piacere?

Porteous                        - No, no.

Kitty                             - Voglio vedere ancora quella foto­grafia. (Prende l'album e guarda con compia­cenza il sua ritratto) Sì, gli anni diminuiscono le attrattive di una donna... ma di poco. Quan­do una donna è realmente bella, rimane bella per tutta la vita...

Porteous                        - (con un sorriso, contese parlasse a una bimba) Vergogna! Per una cosa di que­sto genere fare le lagrimucce!

Kitty                             - Mi è colato sul viso il nero delle ci­glia?

Porteous                        - No, state tranquilla.

Kitty                             - Il nero die adopero ora è meravi­glioso. Un prodotto squisito. Le ciglia non si staccano più l'una dall'altra.

Porteous                        - Ditemi un po', Kitty, quanto in­tendete ancora trattenervi qui?

Kitty                             - Quando vorrete, son pronta  per partire.

Porteous                        - Clive mi dà ai nervi. Si pianta qui dalla mattina alla sera. Sembra che non possa lasciarvi un momento.

Kitty                             - (sorpresa, un po' soddisfatta e lieta) Non mi verrete ora a dire che siete geloso del povero Clive!

Porteous                        - No, non sono geloso, ma vi guar­da in certo modo, che mi dà noia.

Kitty                             - Bisogna avere una certa rassegna­zione, Ugo. Io non invecchierò mai. Potrete battermi, fare di me quello che vorrete, ma sarà impossibile che vi riesca d'impedire agli uomini, in generale, e a Clive in particolare, di desiderarmi.

Porteous                        - Ma è stato vostro marito.

Kitty                             - Mio caro, non avete nulla da teme­re. Egli, poverino, non ha mai neppur sognato quella vostra bella presenza, quella squisita ele­ganza che fanno dire a tutti, quando si entra in un ristorante: « Chi è quel signore così di­stinto? ».

Porteous                        - (ringalluzzito) —- Certamente, qualche cosa di vero c'è in quello che dite. Quando un uomo da giovane è stato bello...

Kitty                             - Clive è un disastro.

Porteous                        - Sì, povero ragazzo, è piuttosto logoro. Io, invece, sebbene abbia tre anni più di lui, sono ancora in gamba.

Kitty                             - Vi ricordate, caro, di quella sera quando mi portaste via? Eravate qui, vicino a questa porta, ad attendermi. Io ero agitata, commossa, come stordita. Mi avete presa per mano, e senza dirci una parola ci siamo spro­fondati nella notte. (Avvicinandosi alla terrazza è guardando fuori) Una bella notte, come questa: calda, voluttuosa, profumata...

Porteous                        - Come ci amavamo allora!.

Kitty                             - E credevamo che sarebbe durato tuta la vita!

Porteous                        - Illusioni d'amore!

Kitty                             - Purtroppo! (Entra Clive).

Porteous                        - Facciamo un bridge?

Clive                             - Tutt'al più, un morto. La signori Shenstone non si sentiva bene ed è andata a letto

Porteous                        - Peccato! Non è un'aquila, quel la piccina, ma è un buonissimo quarto.

Clive                             - Con lei, lo spirito si distende ne vuoto. Quando non c'è, è una distrazione chi viene a mancare.

Porteous                        - Mi dispiace che sia partito que giovanotto. Giocava benino.

Clive                             - Luton?

Kitty                             - Partire così, senza neppur salutarci

Porteous                        - Marca di fabbrica dei giovali d'oggi!

Kitty                             - Mi sembrava che non ci fossero pi treni là sera.

Clive                             - Infatti è così. L'ultimo passa alle cinque e quarantacinque.

Porteous                        - E allora com'è partito?

Clive                             - E' partito.

Kitty                             - (incuriosita) Ma che cosa vuol din questo mistero?

Clive                             - (la guarda un momento riflettendo).-' Kitty, devo dirvi una cosa grave. Elisabetta vuo-lasciare Arnoldo.

Kitty                             - Perchè?

Clive                             - Si è innamorata di quel ragazzo di Luton. Ecco perchè è partito.

Porteous                        - Ed Elisabetta lo vuol seguire?

Kitty                             - (con dolore) Dio mio, Dìo mio! Chi cosa si potrebbe fare?

Clive                             - Voi potreste far molto...

Kitty                             - Io? Com'è possibile?

Clive                             - Parlate a Elisabetta. E ditele voi stessa in quale strada va a cacciarsi... (La guai da fìsso. Ella apre dei grandi occhi spaventati):

Kitty                             - No, no. Non deve. Così, no.

Clive                             - E' una bambina. Dandole qualclw consiglio farete del bene a lei e ad Arnoldo, hi' tervenire è un vostro dovere.

Kitty                             - Ugo, che cosa devo fare?

Porteous                        - Quello che volete; quello che vi sentite di fare. Non voglio influire per nulla sul vostro atteggiamento. Qualunque cosa deci diate di fare, avrete la mia approvazione. (En­tra Giovanni con una lettera su un vassoio. E esitante vedendo che non c'è Elisabetta).

Clive                             - Che volete?

Giovanni                       - Cercavo la signora.

Clive                             - Come vedete, non c'è. Quella lettera è per lei?

Giovanni                       - Sì, signore. E' da consegnarsi in proprie mani. E' mandata dall'albergo.

Clive                             - Consegnatela pure a me. La darò io alla signora.

(Giovanni presenta il vassoio a Clive che prende la lettera. Giovanni esce).

Porteous                        - Viene dall'albergo del paese?

Clive                             - (guardando la lettera) Sì. E' un al­bergo nel quale non ho mai sentito dire che al­cuno vi abbia alloggiato.

Kitty                             - Ho indovinato tutto. Egli è sceso all'albergo perchè non c'erano più treni per partire.

Clive                             - Proprio così. (Sottovoce) Che cosa le scriverà? (Va alla porta, del giardino) Elisa­betta!

Elisabetta                      - (di fuori) Sono qui! Vengo!.

Clive                             - C'è una lettera per te. (Un silenzio mentre si aspetta Elisabetta, che poco dopo en­tra in scena).

Elisabetta                      - Che dolce nottata! Deliziosa!

Clive                             - Dall'albergo hanno portato questa lettera per te.

Elisabetta                      - Grazie! (Apre tranquillamen­te la lettera. Gli altri la guardano mentre sta leggendo. Ma la lettera è lunga: tre pagine. La mette nella borsetta).

Kitty                             - Ugo, mi fate la cortesia di andare a prendere il mio mantello? Vorrei fare una pas­seggiata in giardino. Dopo trent'anni d'Italia, non riesco a sopportare la rigidità di quest'au­tunno inglese. (Senza rispondere, Porteous esce. Elisabetta è assorta nei suoi pensieri) Clive, vor­rei parlare un momento con Elisabetta.

Clive -                           - Benissimo. Me ne vado. (Esce).

Kitty                             - Che cosa scrive?

Elisabetta                      - Chi?

Kitty                             - Il signor Luton.

Elisabetta                      - (fa un atto di sorpresa. Poi osser­va Kitty) Ah! Ve l'hanno detto?

KlTTY                          - Era inutile. Avevo già indovinato tutto.

Elisabetta                      - Mi odierele, ora! Siete la ma­dre di Arnoldo.

Kitty                             - Purtroppo sono così poco sua madre.

Elisabetta                      - Bisogna essere indulgenti con me, signora. Non sono fatta per la vita che Ar­noldo vuole impormi. Egli non ha che un pen­siero: la politica; non ha che una preoccupa­zione: il suo posto nella società.

Kitty                             - Amate davvero il signor Lnton?

Elisabetta                      - Sì, molto... molto.

Kitty                             - E lui vi ama?

Elisabetta                      - Sono il suo primo amore.

Kitty                             - Arnoldo acconsentirà al divorzio?

Elisabetta                      - No. Anzi è assolutamente deci­so a non volerlo chiedere.

Kitty                             - Perchè?

Elisabetta                      - Non vuole uno scandalo.

Kitty                             - Povera bambina!

Elisabetta                      - Sono disposta ad assumere io tutte le responsabilità...

Kitty                             - Ma avete pensato bene a lui? Al­l'uomo che si legherà a voi, per tutta la vita, con una sola parola, con la sua promessa? La Chiesa annulla il matrimonio, la società accor­da il divorzio, il nodo coniugale può essere sciolto da coloro stessi che l'hanno consacrato. Ma la libera unione, per un uomo onesto, è una catena che soltanto la morte può spezzare.

Elisabetta                      - Se un giorno Teddy sarà stan­co di me, gli renderò subito la sua libertà.

Kitty                             - Questo, noi donne, lo diciamo quan­do siamo ben sicure dell'amore di un uomo; ma quando questa sicurezza è scomparsa... allora è un'altra cosa. Allora difendiamo con tutte le nostre forze... disperate, quel po' di felicità che ci può rimanere.

Elisabetta                      - Teddy mi amerà sempre.

Kitty                             - Anche questo si crede, generalmen­te... Avete un patrimonio?

Elisabetta                      - No.

Kitty                             - E come vivrete?

Elisabetta                      - Teddy...

Kitty                             - (interrompendola) So quello che state per dirmi : « Teddy lavorerà, è molto in­telligente... ».

Elisabetta                      - Teddy è sul serio molto intelli­gente. Sono stata conquistata dalla sua intelli­genza.

Kitty                             - Le donne credono sempre, in buo­na fede, di amare un uomo per le sue qualità morali e intellettuali: in realtà lo amano per­chè fisicamente è di loro soddisfazione. (Elisa­betta fa cenno di no) Piccina mia, se un giorno questo idillio avesse fine, che cosa sarebbe di voi? Potrò sembrare sciocca o frivola, ma in realtà ho imparato a conoscere la vita a una scuola molto amara. A favore delle donne si po­tranno far leggi fin che volete; ci daranno, forse, il diritto di voto, ma non ci potremo con siderare uguali agli uomini altro che il giorno in cui, al pari di loro, saremo in grado di guadagnarci la vita.

Elisabetta                      - (sorridente) Mi sembra strano sentirvi parlare in questo modo!

Kitty                             - Una cuoca che sposa un maggiordodomo all'occasione può farsi sentire, perchè guadagna quanto lui. Ma una donna che si trova nella vostra, come nella mia posizione, dipenderà sempre dall'uomo col quale vive.

Elisabetta                      - Io non sento la neccesità deldenaro. IMon immaginate neppure come io sia stanca del lusso. Il mio palazzo di Londra mi fa l'effetto di una prigione. Quando vado a passeggio, in auto, con una bella toilette, invidio la ragazzina che, in camicetta, si arrampica sulla piattaforma dell'autobus.

Kitty                             - Sì, sì, ma se foste nel caso di dover pensare alla vostra esistenza quotidiana, vi accorgereste...

Elisabetta                      - Ci saprei pensare.

Kitty                             - Ma che cosa vorrete fare? Dare lezioni di piano? Non pensiamoci neppure. Il lusso ammollisce i nervi di una donna e al lusso, quando ci si è abituati, non si può rinunciare.

Elisabetta                      - Secondo la donna...

Kitty                             - Finché si è giovani, ci crediamo differenti le une dalle altre; ma quando si comincia ad  invecchiare, ci accorgiamo di essere tutte uguali.

Elisabetta                      - (con un gesto di stanchezza) Vi sono grata, signora, del vostro affettuoso interessamento.

Kitty                             - Mi piange il cuore nel vedervi commettere la stessa mia pazzia.

Elisabetta                      - Non lo dite, non lo dite, per le mani carità!...

Kitty                             - Elisabetta, guardate noi... Guardate me, e guardate Lord Porteous... Vi sembriamo un bel risultato? Credete che, se fosse possibile, ritorneremmo a fare lo stesso?

Elisabetta                      - Certo.

Kitty                             - Abbiamo vissuto ore divine: ci amavamo perdutamente. I due primi anni hanno lasciato in me un ricordo dolcissimo. Eravamo felici e isolati nel nostro amore. Eppure non ho dimenticato certe antipatiche vessazioni di cui ero vittima. Mi è capitato di ritrovare una vecchia amicizia, di avvicinarmi a lei con entusiasmo, lieta di rivederla, e di essere accolta con uno sguardo glaciale...

Elisabetta                      - E potete rimpiangere amiche simili?

Kitty                             - Non so. Forse, poverette, sono inti­midite dall'audacia della nostra vita, forse sono veramente urtate nel loro sentimento dell'one­stà. In ogni modo, sarà sempre meglio non sot­tomettere le vostre amiche a questa prova, non fosse altro che per serbarvi l'illusione di averne di più.

Elisabetta                      - Ma ci sono anche vere e since­re amiche.

Kitty                             - Sì, quelle vi invitano in casa loro quando sono sicure che non potrete incontrarvi nessuno, oppure vi dicono; « Mia cara, io ti voglio un bene dell'anima e la tua posizione non mi dà affatto noia... ma ho delle figlie, che so­no quasi signorine... Tu mi capisci... e non mi terrai rancore se non ti dico di venire a casa mia... Verrò io da te, cara ». In altre parole: « Tu sei una donna che non si riceve ».

Elisabetta                      - (sorridendo) Piccole cose!

Kitti                              - Da principio era niente; anzi ero quasi felice che fosse così. Rimanevamo più so­li. Ma gli uomini sono originali: il più inna­morato, il più affettuoso non è così tutto il gior­no. Hanno bisogno di un diversivo, come dire? di uno svago... (Elisabetta sorride) Così, sicco­me non eravamo più ricevuti a Londra, andam­mo all'estero. La città di Dante e di Beatrice era una meta che avevo sempre desiderata. Ci stabilimmo a Firenze. La buona società italia­na ci chiuse naturalmente le porte in faccia. E fummo accolti in un curioso mondo, un po' equivoco, con una doppia etichetta, di belle donne senza marito e di giovanotti stagionati in cerca di piacere. A questa varia e bizzarra me­scolanza di gente si univano alcuni giovani per bene, ma a corto di quattrini. Costoro ci tesero le mani e qualche volta anche la mano... Ugo allora cominciò a rimpiangere la sua vita d'un tempo. Espresse il desiderio di ritornare, per una gita, solo, in Inghilterra, per rivedere ì vecchi amici... Ma lo trattenni a Firenze. Teme­vo che non sarebbe più ritornato.

Elisabetta                      - Ma non eravate sicura del suo amore?

Kitty                             - Sì, ma il matrimonio, mia cara, è una gran benedetta istituzione per le donne. E come la Chiesa ha ragione di volere l'indi...

Elisabetta                      -...ssolu....

Kitty                             -...bilità di esso. Credete a me, non è una cosa da poco contare solamente sulle pro­prie forze, per tenere un uomo. Bisognerebbe non invecchiare mai. Vi voglio confidare un se­greto, che a nessun altro, per tutto l'oro del mondo, avrei rivelato.

 Elisabetta                     - Ditemi!...

Kitty                             - Mi dovete giurare di non dirlo ad anima viva.

Elisabetta                      - Ve lo giuro.

Kitty                             - Ebbene, mi tingo i capelli.

Elisabetta                      - Davvero?

Kitty                             - Davvero. Lo avreste potuto imma­ginare?

Elisabetta                      - Mai!

Kitty                             - Nessuno lo sa. Invece, mia cara, i miei capelli sono bianchi. Bianchì prematura­mente, ma bianchi. Ho sempre creduto che rap­presentasse un simbolo della mia vita. Ci cre­dete ai simboli?

Elisabetta                      - Io...

Kitty                             - (interrompendola, senza aspettare la risposta) Anche quando ero stanca, abbattuta, depressa, mi sono sempre preoccupata di sem­brare vivace e brillante. Non ho mai voluto che Ugo si accorgesse che il mio cuore soffriva. Non doveva vedere che il sorriso nei miei occhi.

Elisabetta                      - (un po' commossa) Signora...

Kitty                             - E come soffrivo, e quale gelosia e quale timore mi assalivano quando lo vedevo vi­cino a un'altra donna che gli interessava o gli piaceva. Ma avevo l'aria di non accorgermene. Non avrei osato fargli una scenata. Ma se fossi stata sua moglie... allora...

Elisabetta                      - (delusa) Sicché egli ha amato qualche altra donna?

Kitty                             - Ne sono certa.

Elisabetta                      - (non sapendo che cosa dire) Avete sofferto molto?

Kitty                             - Terribilmente. Mi diceva di andare al circolo e io sapevo benissimo che egli andava altrove... Intere nottate ho passato singhiozzan­do. Credete a me: un marito ingannato può fare a meno di vendicarsi di sua moglie: c'è l'amante, pronto a fare le sue vendette... Natu­ralmente avevo a disposizione parecchi uomini che non chiedevano di meglio che consolarmi. Son sempre piaciuta agli uomini, io.

Elisabetta                      - E' naturale...

Kitty                             - Ma per la dignità, per il rispetto di me stessa non volevo commettere un atto del quale mi sarei potuta pentire più tardi.

Elisabetta                      - Oggi sarete contenta...

Kitty                             - Sì, molto. Nonostante le innumere­voli tentazioni, mi sono sempre mantenuta fe­dele a Ugo... in spirito.

Elisabetta                      - In spirito? Non capisco.

Kitty                             - Conobbi un povero giovane italiano : il conte di Castelgiovane. S'innamorò perduta­mente di me. Sua madre stessa mi scongiurava di non essere troppo crudele. Temeva, povera donna, che il ragazzo morisse consunto. Che cosa avrei dovuto fare? E poi... Oh! parecchi mesi dopo un ufficiale dell'esercito, Antonio Molita, mi fece una corte assidua. Un giorno mi disse che si sarebbe ucciso, se io... sì, se... insomma, voi capite... Non potevo cerio permettere che il poverino facesse una fine così miserevole...

Elisabetta                      - Avete creduto, sul serio, che egli si sarebbe ucciso?

Kitty                             - Non si sa mai. Il temperamento de­gli italiani è così passionale! Era poi una squi­sita e dolce creatura. Aveva negli occhi uno stra­no languore e, nello stesso tempo, stringeva fra le braccia in un cerio modo...

Elisabetta                      - Non avrei proprio creduto...

Kitty                             - Le mie parole vi hanno delusa? Ur­lata forse? Che volete, cara bambina, si sacri­fica all'amore la propria vita e ci si accorge poi che l'amore è una cosa effimera e fuggevole. Nel­l'amore il più brutto non è né la morte né la separazione. L'una e l'altra si possono soppor­tare. E' che si trasforma, un giorno, in indif­ferenza... (Entra Arnoldo).

Arnoldo                        - Posso parlare un momento con te, Elisabetta?

Elisabetta                      - Sì, certo.

Arnoldo                        - Andiamo a fare una passeggiata in giardino?

Elisabetta                      - Come vuoi.

Kitty                             - Rimanete pure qui. Io salgo in ca­mera. Ho una ventina di lettere da scrivere. (Esce).

Arnoldo                        - Elisabetta, tu mi hai fatto per­dere la testa. Ti ho detto parole antipatiche, ingiuste, che deploro. Senio il bisogno di chie­derti scusa.

Elisabetta                      - Per carità! Sono io, invece, spiacente di aver procurato l'occasione di fartele pronunciare.

Arnoldo                        - Vorrei chiederti ancora...

Elisabetta                      - Dimmi.

Arnoldo                        - Sei proprio decisa a lasciarmi?

Elisabetta                      - In modo assoluto.

Arnoldo                        - Le mie stupide parole forse ti hanno offesa. Ma se tn potessi leggere in me, ti accorgeresti del gran bene che ti voglio.

Elisabetta                      - Oh! Arnoldo...

Arnoldo                        - Hai potuto dimenticare le ore lu­minose del nostro fidanzamento, il giardino di Villafranca, i nostri sogni dorati? Ti amavo e tu non ne dubitavi. Dopo il nostro matrimonio, lo confesso, ho mancato di abilità. Tu hai potuto credere che io fossi preso totalmente dalla politica, dagli affari. Invece, nella mia mente, nel mio cuore, tu hai sempre tenuto il primo posto. Ho lavorato per l'avvenire della nostra casa, per i bambini che mi avresti dato... Ma una donna, una donna giovane, ha diritto a qualche cosa di più o di diverso; a particolari riguardi, a tenere parole d'amore. Dovevo capirlo.

Elisabetta                      - Non ti rimprovero...

Arnoldo                        - Sono io che mi rimprovero. Aman­doti al di sopra di tutto e di tutti, non te l'ho saputo dire; non ho saputo renderti certa del mio amore. E' questa la mia colpa, di cui im­ploro il perdono.

Elisabetta                      - Non hai da farti perdonare pro­prio nulla.

Arnoldo                        - Sono orgoglioso di te! E ti ammi­ro, sai? Non puoi immaginare quello che rap­presenti nella mia vita. Se tu mi lasciassi, di­verrei il più infelice degli uomini.

Elisabetta                      - Ora tu esageri!

Arnoldo                        - Questa casa senza di te, non la so immaginare. Quale sarebbe lo scopo della mia vita? Quale la sua attrattiva? Elisabetta, nulla è rimasto in te del nostro amore?

Elisabetta                      - Devo essere sincera: no.

Arnoldo                        - Il mio affetto, la mia devozione non ti commuovono?

Elisabetta                      - Mi rattrista il dolore che ti pro­curo.

Arnoldo                        - E il pensiero di essere causa della mia infelicità?

Elisabetta                      - Vederti soffrire mi fa male. Ti confesso che non avrei mai immaginato di oc­cupare questo posto nella tua vita. Sono vera­mente, sinceramente commossa, ma ormai...

Arnoldo                        - Non dovrei torturarti così...

Elisabetta                      - Vedi, Arnoldo, per tanto tempo ho sperato che avrei potuto amarti. Ma non si impone l'amore. Lo si subisce. Oggi sono trasci­nata da una forza sconosciuta e irresistibile. Non ho una volontà mia. Obbedisco a un istinto oscuro e profondo...

Arnoldo                        - Povera piccina, voglia Dio che tu non sia infelice, che tu non abbia a pentirti...

Elisabetta                      - Arnoldo, bisogna che tu dimen­tichi me... e tutto il male che ti faccio. Abban­donami al mio destino. (Una pausa).

Arnoldo                        - (cammina a passi concitati. Si ferma, pensa, osserva attentamente Elisabetta) Dal momento che tu ami quest'uomo, e che sei pro­prio decisa a dividere la vita con lui, io non mi opporrò più.

Elisabetta                      - Grazie, Arnoldo, grazie.

Arnoldo                        - Ti chiedo soltanto un favore.

Elisabetta                      - Dimmi, ti prego.

Arnoldo                        - Il signor Luton non ha un patri-monio. Non posso permettere che dopo aver vis­suto con agiatezza, con lusso, tu vada incontro a un'esistenza di privazioni.

Elisabeta                       - Luton lavora. E poi, né io né lui abbiamo pretese.

Arnoldo                        - Ho la sensazione che la vita di mia madre non sia stata facile. Ha potuto sop­portarla soltanto perchè Lord Porteous era suf­ficientemente fornito di danaro. Permetti che io ti assegni una rendita annua di mille sterline.

Elisabetta                      - Mai e poi mai! Non pensarci neppure!

Arnoldo                        - Ti prego, ti scongiuro di accettare la mia offerta.

Elisabetta                      - Riconosco la tua bontà, rico­nosco che il tuo gesto è generoso ed elegante, ma non accetterò mai un soldo da te.

Arnoldo                        - E va bene. Ma tu non potrai im­pedire che io apra un conto corrente a tuo nome. Depositerò una somma che rimarrà a tua dispo­sizione. Padrona, poi, di non servirtene...

 Elisabetta                     - Arnoldo, la tua generosità mi commuove... ma io desidero, invece, una cosa sola...

Arnoldo                        - Quale?

Elisabetta                      - Ti sarò infinitamente ricono­scente se chiederai il divorzio.

Arnoldo                        - No; questo non lo farò. (Pausa). Ma ti potrò fornire le prove che ti metteranno in condizione di chiederlo tu.

Elisabetta                      - Davvero?

Arnoldo                        - Così.

Elisabetta                      - E il tuo seggio al Parlamento? E la tua carriera politica?

Arnoldo                        - Mio padre rassegnò il mandato in circostanze come queste'. Farò come lui.

Elisabetta                      - Ma si tratta di tutta la tua vita!

Arnoldo                        - Forse; ma che farci?

Elisabetta                      - Sarei l'ultima delle donne se permettessi la rovina della tua carriera.

Arnoldo                        - Da principio, per la paura dello scandalo, sono stato un po' esitante. In realtà avrei preferito evitare il divorzio. Ma ora riconosco di non avere il diritto di ostacolale la rico­struzione della tua vita.

Elisabetta                      - Ma io spezzerei la tua, se accet­tassi l'offerta. Sono io, io sola che devo soppor­tare le conseguenze della mia decisione.

Arnoldo                        - Non insistere. Non chiederò il di­vorzio, ma ti fornirò gli elementi dei quali potrai servirti contro di me.

Elisabetta                      - Arnoldo, a essere così generosi, si è perfino crudeli!

Arnoldo                        - No, la generosità non c'entra. Non ho altri mezzi a mia disposizione per dimostrarti come sia profondo, sincero, appassionato il mio amore. (Un silenzio. Le offre la mano). Buona sera, mia piccola Elisabetta. Devo lasciarti. Ho da lavorare.

Elisabetta                      - (molto commossa) Buona sera, Arnoldo...

Arnoldo                        - Permetti ancora che ti dia un bacio?

Elisabetta                      - (estenuata dall'emozione) Ar­noldo!... (Arnoldo la bacia austeramente sulla fronte ed esce. Elisabetta resta assorta nei suoi pensieri. Si siede e rimane immobile).

Teddy                           - (entra dal giardino coti circospezione. A bassa voce) Elisabetta!

Elisabetta                      - Voi?

Teddy                           - Scusatemi, Elisabetta. Volevo andar via senza di voi. Non ho potuto. Tutta la mia vita è qui... Vi aspetto da due ore. L'automobile è pronta...

Elisabetta                      - Quale automobile?

Teddy                           - Non ce n'erano altre. Ho preso quella di Porteous. Perchè non avete risposto alla mia lettera? Perchè non siete venuta, come vi dicevo? Ho avuto a un tratto la sensazione vaga, istintiva che la mia felicità fosse minac­ciata... Allora come un pazzo, nascondendomi come uri ladro, sono venuto a raggiungervi e por­tarvi via.

Elisabetta                      - (con voce tremante) Teddy, so­no molto infelice!

Teddy                           - (meravigliato) Che cos'avete? Siete pallida, commossa: tremate tutta. Perchè agi­tarvi così? Vi voglio serena, libera, tutta com­presa della nostra felicità...

Elisabetta                      - Soffro, Teddy, soffro orribil­mente.

Teddy                           - (la guarda con aria interrogativa) Mi fate morire. Ditemi che cosa è successo. Par­lale, per l'amor di Dio!

Elisabetta                      - Non posso partire.

Teddy                           - Perchè?

Elisabetta                      - (sènza guardarlo) Non vi amo abbastanza.

Teddy                           - Non è vero. Voi mi amate come io vi amo. (Le prende una mano) Guardatemi negli occhi e ripetetemi queste parole : « Non vi amo ».

Elisabetta                      - (volta il capo e si libera dalla stretta di Teddy) Lasciatemi!

Teddy                           - La menzogna non è degna di voi. Voglio sapere la verità. Non ne ho il diritto?

Elisabetta                      - Sì, vi amo come si, può ama­re... e credo nel vostro amore. Ma non sapevo che anche Arnoldo mi amasse... mi amasse pro­fondamente. Io sono tutta per lui.

Teddy                           - Che cosa vi ha detto?

Elisabetta                      - Oh! Egli è troppo buono, trop­po generoso! Ha consentito al divorzio, alla sola condizione che fosse pronunciato contro di lui.

Teddy                           - E' un gesto elegante!

Elisabetta                      - Ma non vi accorgete che sono vinta dalla sua generosità? Come potrei permet­tere un sacrificio simile? Non mi darei pace se abusassi della sua bontà. Non posso costruire la mia felicità sulla sua rovina.

Teddy                           - E volete sacrificarvi in due? Non ne avete il diritto. Nulla, in sostanza, vi trattiene. Non avete bambini...

Elisabetta                      - Ma io ho sposato, di mia libera volontà, un uomo che mi ha dato, proprio in questo momento, una vera prova del suo amore. Ora, se l'abbandonassi, mi farei orrore.

(Entrano Porteous e Kitty. Kitty è avvolta in un mantello. Entrambi hanno un gesto di sorpresa vedendo Teddy).

Elisabetta                      - (molto commossa) Addio, Teddy!

Kitty                             - Mia piccola Elisabetta, ho già ca­pito tutto. Vi approvo e vi compiango. Fate bene a non partire. Ve ne pentireste un giorno. Ve lo posso ben dire io, che ho tutto sacrificato al­l'amore. Coraggio, mia pìccola. (A parte) Io questo coraggio non l'avrei davvero.

Porteous                        - Sarebbe stata una pazzia sepa­rarvi da vostro marito. Non ho speciali simpatie per lui. Gioca al bridge come un cane. Sentite, Kitty, con tutto il riguardo che vi è dovuto, per me è mi babbeo.

Kitty                             - E' un destino: alla sua età Clive era così.

Porteous                        - Ma se vi foste separati,, per voi sarebbe stata la fine. L'uomo è un animale de­stinato a vivere in comunità. Tutti siamo mem­bri di questa comunità. E guai a colui che si attenta a uscirne! (Una pausa).

Teddy                           - (sottovoce) Elisabetta...

Elisabetta                      - Cercate di capirmi, Teddy. Non siate cattivo. Abbiate pietà di me. Diciamoci addio... Rinunciando a voi, rinuncio a tutto il mio bene, alle mie speranze, alla mia felicità.

(Teddy si avvicina a lei e. la guarda profon­damente negli occhi).

Teddy                           - Ma non è la felicità che io vi of­frivo. Col mio modo di voler bene, la felicità, forse, non si raggiunge. Sono geloso; il mio ca­rattere non è facile. Sono cattivo, nervoso, irri­tabile. Forse avrei potuto anche battervi! Nei momenti brutti mi avreste odiato. E allora avreste versato lagrime sulla vostra vita spez­zata, sul vostro passato, su tutto quello che vi avrei fatto perdere. Pensate: senza più parenti, senza più amici. No, non è la pace, non è la tranquillità che io vi offro. Vi offro invece la lotta e la trepidazione. Non la felicità, ma l'a­more.

Elisabetta                      - Teddy! (E’ tutta vibrante di desiderio, di passione. Non resiste più. Gli ten­de le mani. Si abbracciano stretti).

Kitty                             - Quando le ha detto che avrebbe po­tuto batterla, mi sono accorta che non c'era nul­la da fare. So che cosa è la donna. (Elisabetta è fra le braccia di Teddy. Kitty si rivolge a Porteous) Ho le lagrime agli occhi!

Porteous                        - (di buon umore) Questi poveri Champion Cheney, tutti uguali!

Teddy                           - (a Elisabetta) Andiamo, venite con me, Elisabetta.

Porteous                        - (allegrissimo) Siete pazzi, pazzi tutti e due! E' l'una del mattino. Come vor­reste partire?

Teddy                           - Ho già provveduto. Prendiamo la vostra auto.

Porteous                        - Come?

Teddy                           - Guidare, in una notte come questa, è delizioso!

Porteous                        - Oh, Kitty! Mi sembra di avere trent'anni di meno!

Kitty                             - Come li invidio!

Porteous                        - Trent'anni fa, noi passammo la nostra prima notte all'albergo.

Kitty                             - (molto emozionata) Ve ne ricordate?

Porteous                        - Se l'avessi saputo avrei scritto al padrone dell'albergo di preparare una camera per questi ragazzi... Via, Kitty, non piangete...

Teddy                           - Andiamo, cara.

Elisabetta                      - Non posso andare via così.

Teddy                           - La signora Champion Cheney potreb­be prestarvi il suo mantello. Non è vero, signora ?

Kitty                             - (togliendosi il mantello) Se non ve lo dessi io, sareste capace di strapparmelo di dosso.

Teddy                           - (aiutando Elisabetta a mettersi il man­tello) Presto, presto... andiamo...

Kitty                             - Non può partire così. Bisogna pure che scriva un rigo ad Arnoldo.

Porteous                        - Si, un biglietto che noi attac­cheremo sul guancialino degli spilli.

Teddy                           - No, no: via subito. (Elisabetta bacia Kitty e Porteous).

Elisabetta                      - Addio! Addio!

(Prende Teddy per una ninno ed escono per la porta del giardino).

Kitty                             - In questo momento rivivo tutta la mia vita! Soffriranno quanto abbiamo sofferto noi? Perchè il nostro esempio non li ha trat­tenuti?

Porteous                        - L'esperienza degli altri non è mai stata un insegnamento per nessuno. La vita compie, inesorabilmente, il suo ciclo.

(Clive entra fregandosi le mani, soddisfatto e felice).

Clive                             - Così credo di aver buttato all'aria i progetti di quel giovanotto!

Kitty                             - Oh!

Porteous                        - Di quali progetti parlate?

Clive                             - Di quelli di Teddy Luton, caro Ugo. Ho dato dei buoni consigli ad Arnoldo. Egli li ha eseguiti... Una prigione è tale, soltanto per­che ha le inferriate e i chiavistelli. Se togliete gli uni e le altre, il prigioniero diventa un uomo libero, e allora è finito per lui il bisogno di scappare. (Ride con aria soddisfatta. Kitty e Porteous lo guardano sbalorditi).

Porteous                        - Non capisco più nulla.

ClIve                             - Metterò i punti sugli i. Ho consi­gliato Arnoldo di restituire a Elisabetta tutta la sua libertà. Conosco le donne, io! Eliminate le difficoltà, soppressa la soddisfazione di superarle.

Kitty                             - E Arnoldo?

Clive                             - Ha seguito alla lettera le mie istru­zioni. L'ho visto poco fa. La piccina è molto indecisa. Sono pronto a scommettere cinquecento sterline contro una, che non lascerà suo marito. Un colpo proprio da maestro. Che ne dite, mio vecchio Ugo? (Gli batte sulla spalla) Nella vita ce la possono fare una volta, ma due no... Lo devo riconoscere da me: sono furbo come una vecchia volpe. Sì, furbo, è proprio la pa­rola! (Ride. Anche Kitty e Porteous si uni­scono di cuore alla risata).

FINE

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