Clarimonde

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Clarimonde

Clarimonde

La morte amoureuse

di Alberto Campora

Dramma liberamente tratto dal racconto “La morte amoureuse” di Théophile Gautier (1811 – 1872)

Opera tutelata dalla S.I.A.E.

PERSONAGGI

Romualdo -Anziano prete dal doloroso passato

Prete - Prete ancora più anziano e confessore di Romualdo

Giovane Romualdo - Il Romualdo vittima ed artefice del suo doloroso passato

Vescovo - Colui che celebra la condanna all'infelicità di Romualdo

Clarimonde - L'angelo ed il demone, la bellezza, la gioventù, la vita e l'amore

Sarapione - Il nemico della bellezza, della gioventù, della vita e dell'amore

Paggio - Giovane servitore di Clarimonde

Monaci -Non solo comparse, ma veri e propri tecnici che si muovono in scena permettendo i necessari cambi di scenografia

I atto

SCENA 1

E' illuminato soltanto un lato della scena, vicino al limitare del palco, dove ad un tavolo vi è vecchio prete che,

illuminato soltanto dalla debole luce di una candela, sta scrivendo. Sta piovendo e si odono fuori scena il rumore della

pioggia e del tuono. Si sente bussare ad una porta.

PRETE:

Avanti, è aperto.

Entra un altro vecchio prete.

ROMUALDO:

(entrando) Che tempesta!

Ma cos'è una volgare tempesta atmosferica in confronto alla tempesta che agita

il mio spirito?

PRETE:

(indicandogli la sedia all'altro capo del tavolo) Fratello, accomodatevi.

La mia dimora è piccola ma è calda ed accogliente, e per un vecchio prete in

pensione come me non vi è nulla di più piacevole che incontrare un confratello

con cui scambiare quattro chiacchiere.

ROMUALDO:

(accomodandosi) Temo che la mia non sia una compagnia piacevole.

(in tono grave) Sono un uomo maledetto ed il mio dramma sta per giungere al

suo epilogo.

PRETE:

Cosa tormenta il vostro animo al punto da farvi proferir simili parole?

ROMUALDO:

Ho peccato!

PRETE:

Suvvia, non fatene un dramma.

Tutti gli uomini peccano, anche i sacerdoti sono uomini e come tutti cadono in

tentazione.

Posso sgravare la vostra anima di qualche peso offrendovi il conforto della

confessione?

ROMUALDO:

Siete sicuro che non abuserei della vostra ospitalità chiedendovi di ascoltare il

triste resoconto delle mie disavventure?

PRETE:

Non siate ridicolo.

Cosa volete che sia ascoltare una confessione?

Talvolta è una noia, altre volte un divertimento, ma rimane pur sempre uno dei

nostri doveri.

(facendo una piccola pausa) Inoltre, la mia esperienza mi suggerisce che il

racconto delle vostre pene sarà tutt'altro che noioso.

Ma basta con il decantare le lodi della confessione, in fondo anche voi siete un

sacerdote e sapete benissimo cosa si prova nel confessare i nostri simili.

Chissà quante confessioni noiosissime avrete udito?

Donne che vengono a confessare di aver soltanto sognato di peccare, lasciando

inappagato il nostro desiderio di un racconto traboccante di lussuria.

Uomini frementi dal desiderio di peccare, ma troppo vili ed incapaci di farlo,

così insulsi nella loro incapacità di versare sangue da non meritare nemmeno il

perdono.

(sospirando) Ah, quale gioia confessare un vero peccatore!

Ah, quale gioia somministrare una vera penitenza!

Ah, quale diletto infierire con durezza su chi si è macchiato di gravi colpe!

Soltanto chi commette veramente il male merita il perdono.

Ne convenite?

ROMUALDO:

Non saprei.

Sono stato un pessimo sacerdote e devo confessarvi di aver dedicato ben poco

tempo al mondare dai peccati i miei simili.

D'altronde, come si può pretendere di mondare il prossimo dalle sue colpe

quando si è divorati dalla propria colpa?

PRETE:

Ditemi quale è la vostra colpa e vi darò la penitenza adatta a liberare la vostra

coscienza dal tormento che la divora.

 

ROMUALDO:

Non chiedetemi la mia colpa ...

Non è soltanto una colpa a gravare la mia anima, ma un'intera collezione.

(fa una breve pausa) Ma forse avete ragione, tutte le mie colpe sono

riconducibili ad una sola, la colpa suprema.

PRETE:

Ahimè, temo di capire che la vostra colpa è la lussuria.

Il ventre infido ed infuocato di una donna vi ha fatto abbandonare la retta via?

ROMUALDO:

Peggio!

Molto peggio!

La lussuria, confrontata con il demone che ha straziato la mia anima, è soltanto

un demone secondario.

La lussuria è soltanto una delle tante primizie dell'albero dai frutti velenosi da

cui mi sono fatto tentare.

PRETE:

(severo) Scellerato, avete forse amato?

ROMUALDO:

Padre mi chiedete se ho amato?

Ebbene si!

Non soltanto ho amato, ma lo ho fatto intensamente.

La mia è una storia singolare e terribile, e sebbene abbia settant'anni e siano

trascorsi decenni da quando la passione ha infiammato il mio cuore e la mia

anima, ancora oggi tremo di paura nel rimembrare quei giorni e di ravvivare le

braci mai sopite che si nascondono sotto le ceneri di questi antichi ricordi.

PRETE:

Non siate sciocco.

Il passato è passato, e se come dite le vostre colpe risalgono agli anni della

gioventù non avete nulla temere, l'età vi ha sicuramente reso più saggio e meno

incline al cadere in tentazione.

ROMUALDO:

Vi sbagliate.

Mi è bastato gettare uno sguardo un po' troppo insistente su una fanciulla per

perdere la mia anima.

Capite, soltanto uno sguardo ...

PRETE:

Non siate così severo con voi stesso, può succedere a tutti di cadere in

tentazione.

Beato è colui che, dopo esser caduto in tentazione, riesce a pentirsi ed a

redimersi, la sua anima è sicuramente più temprata di colui che vive nella santità

soltanto perché non ha mai conosciuto la tentazione.

Maggiori sono le prove ed i tormenti che un uomo deve affrontare e maggiore

sarà il suo premio finale.

Cosa volete che sia indugiare un po' troppo con lo sguardo sulle grazie di una

fanciulla?

Anche noi preti siamo uomini.

ROMUALDO:

Non potete capirmi, non avete vissuto il mio dramma.

Io, un povero prete di campagna, per oltre tre anni ho condotto una doppia vita.

Durante la giornata ero il più casto e devoto dei preti, dedito soltanto alla

preghiera ed alla penitenza, che ambiva soltanto alla santità ed era disposto

anche al martirio pur di ottenerla.

Ma come calava la sera e serravo le palpebre, diventavo un giovin signore, un

vero e proprio libertino, fine conoscitore di donne, cani e cavalli, dedito al gioco

d'azzardo, alla caccia, alla lussuria più sfrenata, alle nefandezze dell'alcol e della

bestemmia.

Quando il sole sorgeva e dissipava le tenebre, mi risvegliavo, ma anziché

ridestarmi da un incubo mi sembrava di sprofondare nel sonno e sognare di

essere un umile prete di campagna.

Non sapevo più se ero l'umile prete di campagna che di notte sognava di essere

un libertino, oppure se ero un libertino che, esausto dalle sue turpi fatiche,

sognava di essere un prete.

Quale era il sogno e quale era la realtà?

PRETE:

Un singolare caso di sdoppiamento della personalità.

Chissà quale ignoto tormento interiore ha spinto un umile prete di campagna a

vivere questa dolorosa ambiguità?

Avevate già sofferto di qualche disturbo nervoso?

ROMUALDO:

Non siate banale e precipitoso nei vostri giudizi, non ho mai avuto disturbi

nervosi.

PRETE:

Allora quale è stata l'origine del vostro male, che di peccaminoso ha ben poco

ma sembra piuttosto il sintomo di un malessere nervoso?

ROMUALDO:

Ho amato!

Ho amato così intensamente come nessun altro essere vivente abbia mai fatto.

Ho amato di una passione così insensata, furiosa e violenta che ancora oggi

stento a credere che non mi sia scoppiato il cuore.

Ho amato con rabbia e passione.

(quasi sognate) Ah, che notti!

Ah, che notti!

Ho amato!

PRETE:

Amare è sicuramente peccato, un buon prete dovrebbe amare soltanto il buon

Dio, ma tutto ciò non mi sembra così sconvolgente come volete farmi credere.

Raccontatemi cosa vi è stato di così peccaminoso nel vostro sognare di amare,

anche se temo di non potervi essere d'aiuto.

Voi avete bisogno di un medico, non di un prete.

ROMUALDO:

Credetemi, tra poco non la penserete più così.

SCENA 2

Romualdo si alza dalla sua sedia, prende in mano un teschio che stava sul tavolo ed inizia a passeggiare, accarezzando

distrattamente il cranio, intorno al tavolo a cui sta il vecchio prete. Quest'ultimo rimane seduto

ROMUALDO:

Sin dalla mia più tenera infanzia fui destinato a diventare prete e tutta la mia

gioventù fu indirizzata in tal senso.

Mia madre voleva un santo in famiglia e come nacqui decise che sarei stato io il

suo santo.

 

Così non appena iniziai a camminare, venni mandato in un convento, dove i frati

si sarebbero occupati della mia educazione.

Cresciuto in mezzo a quei santi padri, non desiderai mai null'altro che diventare

prete.

Trascorsi l'infanzia e l'adolescenza sognando di diventare il miglior sacerdote del

mondo, e prima o poi diventare anche vescovo.

Se poi il buon Dio sarebbe stato particolarmente generoso, sarei potuto anche

diventare Papa.

Infine, se il buon Dio mi avesse benedetto con il più grande dei doni, sarei

persino potuto diventare un martire e divenire uno dei tanti membri della schiera

dei santi.

Non fraintendetemi, non sono orgoglioso, non volevo essere un santo di quelli

importanti, di quelli a cui si chiedono le grazie, mi sarei accontentato di essere

semplicemente l'ultimo dei santi.

Ultimo ma pur sempre santo.

PRETE:

Come vi ho già detto, più che un prete a voi servirebbe un medico.

Comunque la vostra storia si sta facendo interessante, posso annotarla?

ROMUALDO:

Certamente!

Il vecchio prete prende un foglio ed una penna e si appresta a vergare su carta il delirio di Romualdo.

ROMUALDO:

Pervaso dal mio fervore e dall'impazienza di diventare quanto prima sacerdote,

mi dedicai anima e corpo allo studio ed i miei educatori mi ritennero degno di

prendere gli ordini a soli ventiquattro anni.

La mia ordinazione a sacerdote venne fissata durante la settimana di Pasqua.

PRETE:

(sempre più curioso) Andate avanti, cosa accadde?

ROMUALDO:

Per la prima volta lasciai il convento ed affrontai il mondo.

Un mondo che non conoscevo ed al quale ero pronto a rinunciare senza alcun

rimorso.

Sapevo che esistevano le donne e che sono la fonte di ogni peccato e tentazione

per l'uomo sin da quando Eva tentò Adamo, ma non ero neanche lontanamente

interessato a loro.

Ero innocente, la colpa non si era ancora insinuata in me.

Per me le donne erano soltanto delle peccatrici.

Erano soltanto degli esseri un po' più deboli e corrotti degli uomini e bisognose,

come e più dei figli di Adamo, di essere redente.

PRETE:

Ahimè, eravate decisamente impreparato al mondo.

Ma non posso biasimarvi, a suo tempo lo fui anche io.

Le donne non sono esseri deboli e corrotti, sono il più potente e subdolo tra gli

strumenti del demonio.

ROMUALDO:

Il gran giorno era alle porte.

Non rimpiangevo nulla e non ero minimamente attratto dallo scoprire cosa

riservasse la vita ad un laico.

Stavo per diventare un sacerdote, per coronare il sogno di tutta la mia vita, e non

mi importava di null'altro.

Il mio destino era già stabilito ed era quello più dolce e gioioso che la vita

 

potesse riservare ad un povero figlio di Adamo.

Se mi avessero offerto una corona ed un impero li avrei rifiutati, erano ben

misera cosa in confronto alla magnifica tonaca nera che stavo per indossare.

Mentre il vecchio Romualdo continua a raccontare, si illumina l'altro lato dello palco. Entrano in scena i monaci

incappucciati, portando delle panche ed una pedana che dispongono nel giusto ordine. Tre panche, una dietro l'altra, e

davanti ad esse, in fondo alla scena, la pedana, il tutto angolato in modo che il pubblico veda la scena inclinata. I

monaci si siedono, dando le spalle al pubblico e guardando la pedana. Ognuno di loro accende un piccolo cero, del tipo

di quelli usati per i cimiteri. Mentre Romualdo parlerà di lui, comparirà il vescovo che andrà a piazzarsi in modo

solenne sulla pedana.

ROMUALDO:

Il vescovo, un venerabile vegliardo in odor di santità, comparve all'altare.

Era lì per rendermi l'uomo più felice del mondo.

Era lì per celebrare la mia rinuncia al mondo.

Era lì per avvolgere per sempre le mie membra con la calda tonaca nera che

sarebbe stata l'armatura della mia incrollabile fede.

Compare il giovane Romualdo dall'altro lato della scena e si avvia molto lentamente verso il vescovo.

ROMUALDO:

Stavo avanzando, tremante come la sposa vergine che sta per concedersi al

marito, quando accadde l'imprevedibile.

Compare in scena Clarimonde, che va a piazzarsi oltre le panche dei monaci, frapponendosi tra il giovane Romualdo, le

panche ed il vescovo.

ROMUALDO:

Comparve lei, una giovane donna dalla bellezza rara.

Il giovane Romualdo si ferma dinanzi a Clarimonde ed i due si fissano.

ROMUALDO:

Il mio sguardo indugiò sulle grazie di quella fanciulla ed improvvisamente

provai le stesse sensazioni che prova un cieco che riacquista in un colpo solo la

vista.

GIOVANE ROMUALDO:

Il vescovo, che fino a pochi istanti prima mi pareva luminoso come un santo si

spense.

ROMUALDO:

La chiesa che, come tutte le chiese sin dai tempi dell'infanzia, mi era parsa

l'anticamera del paradiso divenne l'antro nero ed oscuro che conduce

all'infelicità.

GIOVANE ROMUALDO:

Come era bella!

ROMUALDO:

Nessun pittore aveva mai dipinto una creatura simile.

GIOVANE ROMUALDO:

Le madonne e le sante dipinte nelle chiese, che con la loro grazia per me erano

state l'ideale della bellezza, improvvisamente impallidirono.

ROMUALDO:

 

Le tele e gli affreschi che avevo tanto ammirato divennero soltanto dei volgari

scarabocchi.

GIOVANE ROMUALDO:

I suoi occhi da gatta erano gioielli più preziosi di tutte le pietre che avevo sino

ad allora potuto ammirare sulle croci dorate, sui santi calici e su tutti gli altri

orpelli sacri che avevo visto.

ROMUALDO:

Il suo volto era quello di un angelo, il suo sguardo era quello di un demone

lussurioso.

GIOVANE ROMUALDO:

Il suo sorriso mi disse che era entrambi, era la rappresentazione vivente della

bellezza e della tentazione.

ROMUALDO:

Il suo sorriso era soltanto l'aurora che spazza via le tenebre.

GIOVANE ROMUALDO:

Improvvisamente mi sentii rinascere, ero un uomo nuovo.

Il giovane Romualdo continua a rimanere imbambolato davanti alla bellezza di Clarimonde, che sorride trionfante.

VESCOVO:

Romualdo, venite avanti.

La tonaca nera vi attende.

La castità vi attende.

La solitudine vi attende.

Cosa aspettate?

Il martirio che bramate da tutta la vita vi attende.

Il giovane Romualdo inizia lentamente ad avvicinarsi al vescovo.

ROMUALDO:

Avanzai, anche se desideravo rimanere immobile davanti alla sublime

apparizione che aveva fatto vacillare la mia vocazione.

Il mio corpo, commettendo una violenza intollerabile nei confronti della mia

anima e del mio cuore, avanzò.

GIOVANE ROMUALDO:

Mi sentii come una di quelle giovani spose costrette a sposare un uomo che non

amano, che è stato loro imposto dalla famiglia, che si avviano all'altare pronte a

rifiutarlo con veemenza ma che poi cedono, accettando l'altrui volontà.

ROMUALDO:

Mi sentii come una di quelle vergini condannate al velo che giurano e

spergiurano che faranno a pezzi il loro velo davanti al vescovo, ma che poi

finiscono con il morire in un chiostro facendosi chiamare sorella.

GIOVANE ROMUALDO:

Ero divorato dalla paura.

ROMUALDO:

La paura dello scandalo.

GIOVANE ROMUALDO:

 

La paura di deludere tutte le persone che mi circondavano e le loro aspettative.

I MONACI IN CORO:

Romualdo cosa aspettate?

Il vescovo vi attende.

Il vostro destino vi attende.

ROMUALDO:

Feci uno sforzo sovrumano, uno sforzo sufficiente a sradicare una montagna

dalla terra ed a scagliarla contro la luna.

Gridai con tutto il mio essere che mai e poi mai sarei diventato prete.

GIOVANE ROMUALDO:

Vostra grazia, arrivo.

ROMUALDO:

Miserabile!

Miserabile!

Non ebbi la forza di lottare.

Clarimonde si gira verso Romualdo ed il vescovo.

CLARIMONDE:

Fermo!

Se deciderai di essere mio, ti renderò più felice di quanto Dio stesso nel suo

paradiso possa fare.

Gli angeli ed i santi ti invidieranno.

Strappa e getta via il sudario nero, quell'orribile tonaca che simboleggia la tua

condanna e della quale vuoi ammantarti per l'eternità.

Sono la bellezza, sono la gioventù, sono la vita, vieni a me e non sfuggirmi,

insieme saremo l'amore.

Cosa può darti Dio in cambio di ciò che ti offro?

La nostra vita sarà un sogno piacevole dal quale non sarai mai costretto a

risvegliarti.

La nostra vita sarà soltanto un lungo ed appassionato bacio che nessuno potrà

interrompere.

Getta e versa a terra il calice con il vino che l'infame vescovo ti porge e sarai

libero.

Libero di dormire sul mio seno.

Libero di amarmi.

Libero di peccare.

Ti amo e voglio sottrarti a quel Dio, dinanzi al quale innumerevoli cuori ed

anime nobili versano fiumi d'amore che non giungono nemmeno a lui.

Dammi il fiume impetuoso dell'amore che sgorga dal tuo cuore ed io ti renderò il

più felice tra gli uomini.

Entra in scena l'abate Sarapione.

GIOVANE ROMUALDO:

Sarapione, mio dolce abate, mio antico maestro ...

Sarapione prende Romualdo per un braccio, lo trascina davanti al vescovo e lo costringe ad inginocchiarsi.

SARAPIONE:

Scellerato, non cedete alla tentazione!

Fate il vostro dovere.

Clarimonde si getta in ginocchio.

 

CLARIMONDE:

Romualdo, amore mio, non farlo.

SARAPIONE:

Scellerato, fate ciò che dovete.

VESCOVO:

Romualdo, siete pronto a prendere i voti?

SARAPIONE:

Sbrigatevi a rispondere.

GIOVANE ROMUALDO:

(tentennando) S... N... S...

VESCOVO:

Allora?

MONACI:

Allora?

SARAPIONE:

Cosa aspettate?

GIOVANE ROMUALDO:

Si!

Clarimonde si alza e si avvicina a Romualdo, lo prende per un braccio e lo obbliga a voltarsi verso di lei.

CLARIMONDE:

Sciagurato!

Sciagurato!

Cosa hai fatto?

Clarimonde fugge via, uscendo di scena.

ROMUALDO:

Così divenni prete.

PRETE:

Tutto sommato, è stata la cosa più giusta.

Il vescovo ed i monaci escono di scena, portando con loro le panche e la pedana. Esce anche Sarapione. In scena, oltre a

Romualdo ed al prete, vi rimane soltanto il giovane Romualdo, che si inginocchia e rimane a capo chino.

SCENA 3

ROMUALDO:

La cosa più giusta?

Siete impazzito?

Conoscete il dolore della fanciulla che vede morire improvvisamente il fidanzato

al suo fianco?

GIOVANE ROMUALDO:

Conoscete il dolore della madre che trova il proprio neonato morto nella culla?

 

ROMUALDO:

Conoscete il dolore di Eva appena cacciata dal paradiso?

GIOVANE ROMUALDO:

Conoscete il dolore dell'avaro che trova il suo forziere pieno di pietre anziché di

monete d'oro?

ROMUALDO:

Conoscete il dolore dello scrittore che per errore lascia cadere nel caminetto

l'unico manoscritto di quello che sarebbe stato il suo capolavoro?

PRETE:

No!

(solenne) Io non ho mai peccato!

ROMUALDO:

Ebbene tutti questi dolori sono ben misera cosa se vengono accostati al mio.

PRETE:

Non siate sciocco, le vostre pene erano soltanto quelle di una banale infatuazione

giovanile.

Se le vostre colpe si limitano a ciò, avete ben poco di cui pentirvi.

Siete più simile alla donnetta che viene a confessarsi perché ha sognato e sperato

che il vicino abusasse di lei piuttosto che ad un vero peccatore.

Che delusione!

Temo di avervi sopravvalutato sin dall'inizio.

ROMUALDO:

Vi sbagliate!

Non avete la benché minima idea di quanto io possa essere lontano dalla

donnetta che brama peccare e non lo fa.

Io ho peccato e lo ho fatto per oltre tre anni.

Ciò che vi ho narrato fino ad ora è soltanto l'antefatto di ciò che devo

confessarvi.

PRETE:

Allora procedete.

Alla sera la noia non tarda mai di far sentire il suo richiamo e temo che, se non

mi racconterete qualcosa di veramente peccaminoso, presto verrà a farmi visita.

ROMUALDO:

Rimasi diversi mesi in un profondo stato di frustrazione.

Mi isolai nel mio convento, in quella che un tempo era stata la mia oasi di pace

ed il mio rifugio, la cella in cui avevo vissuto l'innocenza della gioventù e degli

studi forsennati per diventare prete.

Proprio quella stessa cella in cui mi consumai di desiderio per diventare quella

cosa che ormai non volevo più essere.

Nella mia cella mi ritrovai solo.

Solo con me stesso e con il terribile pensiero della fanciulla che mi aveva rubato

il cuore e l'anima.

Trascorrevo le giornate sognando ad occhi aperti di poter di nuovo annegare il

mio sguardo nel suo e bearmi di una chissà quale sconosciuta felicità.

GIOVANE ROMUALDO:

(sempre in ginocchio) Chi è quella donna?

Come si chiama?

La rivedrò?

 

ROMUALDO:

Ormai disperavo di scoprire il suo nome quando accadde l'imprevisto.

Un giorno, un uomo che non avevo mai visto e del quale nemmeno avevo mai

sentito parlare chiese di me.

Chiese di me, sostenendo che gli era giunta voce della mia santità e che aveva

bisogno del mio aiuto spirituale.

Soltanto un pazzo avrebbe chiesto il mio aiuto, ma quell'uomo non lo era.

A dire il vero non era nemmeno un uomo, era soltanto un ragazzo, un giovane

paggio.

Entra in scena il giovane paggio.

PAGGIO:

Romualdo, vengo portarvi una notizia che forse vi sarà gradita oppure sarà per

voi fonte di nuovi tormenti come lo è per la mia signora.

La mia padrona, la cortigiana Clarimonde, la donna che ha tentato di salvarvi ed

impedirvi di prendere i voti, vi porge i suoi saluti e vi dà il suo addio.

Sta per lasciare la città.

L'abate Sarapione, indignato per la sua intrusione alla vostra ordinazione, alla

fine è riuscito a far cacciare colei che lui definisce la peggiore tra le meretrici

dalla città.

Clarimonde sta per lasciare per sempre queste lande, che private della luce della

sua bellezza immortale precipiteranno nuovamente nelle tenebre, esattamente

come la vostra anima.

Il paggio senza attendere una risposta esce di scena.

GIOVANE ROMUALDO:

(gridando trasognante) Clarimonde!

ROMUALDO:

Saperla lontana, anziché placare le mie sofferenze, le acuì.

Iniziai a fantasticare su cosa sarebbe potuto accadere se non avessi ceduto alla

forza del mio maestro Sarapione e non avessi preso i voti.

GIOVANE ROMUALDO:

Se non fossi stato prete, avrei potuto correre da lei.

ROMUALDO:

L'avrei trovata ovunque fosse stata esiliata.

GIOVANE ROMUALDO:

Sarei potuto divenire il suo amante.

ROMUALDO:

L'avrei trovata ovunque fosse stata esiliata.

GIOVANE ROMUALDO:

Sarei potuto essere il suo sposo.

ROMUALDO:

L'avrei trovata ovunque fosse stata esiliata.

GIOVANE ROMUALDO:

Sarei potuto essere il padre dei suoi figli.

ROMUALDO:

L'avrei trovata ovunque fosse stata esiliata.

 

GIOVANE ROMUALDO:

Sarei potuto essere l'uomo più felice del mondo.

PRETE:

(severo) Un volgare peccatore?

Un prete che tradisce i suoi voti di castità?

No, quella non è felicità, la consapevolezza della colpa prima o poi vi avrebbe

fatto impazzire.

ROMUALDO:

Non fu la colpa a farmi impazzire, ma il ricordo delle sue ultime parole.

Entra in scena Clarimonde, che si piazza davanti al giovane Romualdo inginocchiato.

CLARIMONDE:

Sciagurato!

Sciagurato!

Cosa hai fatto?

Clarimonde esce di scena.

ROMUALDO:

Non potevo essere felice.

GIOVANE ROMUALDO:

Ormai ero un prete.

ROMUALDO:

Condannato ad indossare una sottana, un sudario nero.

GIOVANE ROMUALDO:

Un sudario nero che condanna alla castità.

ROMUALDO:

Un sudario nero che nega la libertà di amare.

GIOVANE ROMUALDO:

Un sudario nero che impone di sfuggire i piaceri ed il bello.

ROMUALDO:

Un sudario nero che obbliga alla solitudine di un chiostro.

GIOVANE ROMUALDO:

Un sudario nero che impone di dare conforto spirituale e vegliare moribondi

sconosciuti.

ROMUALDO:

Un sudario nero che dopo avermi fatto vegliare cadaveri abbandonati da tutti mi

obbliga a portare sempre e comunque, ogni giorno, il lutto.

GIOVANE ROMUALDO:

Una sottana nera e maledetta che sarà anche il mio sudario quando verrò

seppellito e dato in pasto ai vermi.

Entra in scena Clarimonde, che si piazza davanti al giovane Romualdo inginocchiato.

CLARIMONDE:

 

Sciagurato!

Sciagurato!

Cosa hai fatto?

Clarimonde esce di scena.

PRETE:

Il sudario nero che tanto odiate è la vostra salvezza.

Cosa vi ha spinto a pentirvi ed a cercare il conforto della confessione se non

proprio la tonaca che indossate con tutto ciò di buono che rappresenta?

ROMUALDO:

Mio buon padre, voi vi rifugiate dietro il nostro comune abito, ma finché non

avrete scoperto quali pene esso ci riserva non saprete mai né apprezzarlo né

odiarlo come merita.

Da giovane ho amato la tonaca e vedevo in essa il più regale tra gli abiti, poi

imparai a detestarla.

Infine, scoprii di non amarla né detestarla, è soltanto un abito.

Se non avessi mai conosciuto l'amore probabilmente sarei stato il migliore tra i

preti come avevo sempre desiderato sin dalla prima infanzia, ma non andò così.

Non ero né abbastanza forte né abbastanza preparato per prendere i voti.

Averli presi senza dapprima aver conosciuto il mondo è un errore che molti

sacerdoti fanno e dal quale andrebbero protetti.

Soltanto colui che sa a cosa rinuncia ed è consapevole delle insormontabili

difficoltà del suo destino sarà un buon prete e non era il mio caso.

PRETE:

Sciocchezze!

Non mi sono mai sporcato abbassandomi ad amare una donna e tutto ciò non mi

ha impedito di superare gli ottant'anni in tutta tranquillità.

Non ho mai avuto dubbi e la mia vocazione non è mai venuta meno.

ROMUALDO:

Beato voi!

Vi invidio.

PRETE:

Non parliamo di me, Dio è stato clemente con me, non mi ha mai messo alla

prova e non ho nulla da raccontare.

Io ascolto le colpe degli altri e le punisco.

Torniamo alla vostra scellerata gioventù.

ROMUALDO:

Trascorsi in preda allo sconforto diversi altri mesi, poi intervenne l'abate

Sarapione.

Il quale non aveva potuto intervenire prima perché si era dovuto dedicare ad

incarichi più importanti oppure perché aveva voluto semplicemente verificare se

ero abbastanza forte per uscire dalla mia crisi da solo.

Entra in scena Sarapione, che va a piazzarsi davanti a Romualdo.

SARAPIONE:

Romualdo, figlio mio, negli ultimi mesi la vostra condotta è stata veramente

esecrabile.

Voi che eravate così devoto e ligio ai doveri di un buon cristiano, dolce e calmo

come il placido agnello, ora vi dibattete nella vostra cella come una fiera in

cattività.

Trascurate le vostre orazioni ed i vostri doveri verso voi stesso e soprattutto

verso Dio.

 

Ditemi, amate ancora il buon Dio?

GIOVANE ROMUALDO:

Certamente, maestro!

SARAPIONE:

Allora state in guardia, non cedete alle suggestioni del maligno.

Il diavolo è furente con voi che avete rinunciato al peccato ed alle sue seduzioni

per consacrarvi a Dio e vi sta con il fiato sul collo, pronto a scoprire la prima

falla nella vostra vocazione, il primo istante di debolezza o sconforto, per

balzarvi addosso come un lupo affamato e farvi suo.

Non vi abbattete, pregate e fate penitenza, fortificate il vostro spirito con le

privazioni e le mortificazioni necessarie a fare di voi un vero prete.

Se lo farete sconfiggerete il maligno che vi tenta e forse diverrete il santo che

avete sempre sognato diventare.

GIOVANE ROMUALDO:

Maestro, aiutatemi.

Sarapione gli porge un flagello.

SARAPIONE:

La penitenza è tutto!

Soltanto essa mortificherà il vostro spirito e le vostre carni, distogliendo la

vostra anima dalla tentazione che alberga in voi.

Sapete cosa dovete fare e lo farete.

Sarapione esce di scena. Romualdo, sempre in ginocchio, si toglie la tonaca nera ed inizia a flagellarsi da solo.

GIOVANE ROMUALDO:

(colpendosi con vigore) Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

ROMUALDO:

Mi imposi le prove più dolorose per superare la crisi che aveva travolto la mia

antica vocazione e poter finalmente combattere ad armi pari l'amore che

straziava il mio cuore e la mia anima.

Ma il flagello era ben misera cosa in confronto alla passione che mi divorava, e

presto nell'estasi mistica provocata dal dolore, anziché trovare nuova forza,

trovai il ricordo del volto di Clarimonde e delle sue ultime parole.

Compare in scena Clarimonde, che va a posizionarsi di fronte al penitente che continua ad inveire contro se stesso.

CLARIMONDE:

Sciagurato!

Sciagurato!

Cosa hai fatto?

Clarimonde esce di scena. Il penitente continua a flagellarsi senza alcuna pietà per se stesso.

GIOVANE ROMUALDO:

Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

PRETE:

Temo che il vostro abate abbia sottovalutato gli effetti che può avere

 

un'infatuazione giovanile su un prete giovanissimo ed ancora nel pieno delle

forze.

Un prete giovane e forte, ancora troppo lontano dalla maturità e dalla saggezza.

Ah, la maturità ...

In tali casi, la vecchiaia dà un tale sollievo che nemmeno potete immaginare.

ROMUALDO:

Cosa intendete dire?

PRETE:

Se foste stato vecchio, la stanchezza e le privazioni di una vita vi avrebbero reso

impotente, simile ad un castrato, immune alla tentazione della carne.

Il buon abate è stato troppo indulgente con voi, se soltanto fosse stato un minimo

più severo vi avrebbe evitato tutto ciò.

ROMUALDO:

Come?

PRETE:

Ad un uomo di chiesa non serve a nulla essere un galletto, quando per adempiere

ai suoi doveri basta essere un placido cappone.

Il buon abate avrebbe dovuto farvi castrare.

Vi avrebbe evitato tante, forse persino troppe, sofferenze.

ROMUALDO:

Siete pazzo?

Poco fa avete sostenuto che ho bisogno di un medico e non di un prete, ma siete

sicuro di non essere proprio voi a necessitare di un medico?

PRETE:

Non sono pazzo, sono soltanto pratico e nel vostro caso, tale violenza,

inammissibile nei confronti di un qualsiasi altro essere umano, sarebbe stata cosa

buona e giusta.

ROMUALDO:

Un uomo senza pietà è un pessimo confessore.

Come potete aiutare il prossimo se siete senza comprensione?

PRETE:

Sciocchezze!

Se i peccati, che alla fine mi confesserete sono quelli che temo, dovrò essere

inflessibile nel darvi la penitenza che meritate, ne va della vostra anima.

Ma ora basta con le divagazioni, tranquillizzatevi non tenterò di evirarvi.

Ormai siete vecchio e dovreste aver raggiunto la saggezza necessaria a non

indulgere in certi peccati, ed anche se non fosse così voglio ben sperare che l'età

vi abbia donato la pace dei sensi e l'impossibilità fisica di peccare.

Tornate al vostro racconto.

ROMUALDO:

Trascorsi altri tre mesi, dibattendomi tra inflessibili penitenze e tormenti

d'amore, finché un giorno nella mia cella non comparve nuovamente l'abate.

Entra in scena Sarapione.

SARAPIONE:

Romualdo, i vostri antichi desideri sono stati esauditi.

GIOVANE ROMUALDO:

 

Mio buon padre, cosa intendette dire?

SARAPIONE:

Sono riuscito a farvi ottenere una parrocchia.

Non rallegratevene eccessivamente, è una ben misera parrocchia, sperduta tra i

monti e con poche anime da assistere.

Consideratela come il primo passo verso la vostra ascesa verso la santità.

Non potete deluderci, i poveri monaci di questo convento ed io, abbiamo

investito troppo su di voi e sul vostro destino di santità.

Dovete essere il primo santo ad uscire dal nostro seminario.

Il dovere vi chiama.

GIOVANE ROMUALDO:

Maestro, siete sicuro che sarò in grado di accudire i miei parrocchiani?

SARAPIONE:

Certamente!

Preparate le vostre poche cose, partiremo immediatamente per la vostra

parrocchia.

Vi accompagnerò personalmente.

Voglio essere certo che lascerete quanto prima questa città e le sue tentazioni, ma

voglio anche essere certo che prenderete la direzione giusta, quella che porta

verso la vostra parrocchia e non quella che potrebbe portarvi dalla dissoluta

Clarimonde.

Sarapione conduce il giovane Romualdo fuori scena.

ROMUALDO:

Partimmo e, a dorso di mulo, viaggiammo per oltre tre giorni su vecchie e

scoscese strade desolate, giungendo a destinazione soltanto dopo molte fatiche.

La mia chiesa era piccola ma bella e l'abate Sarapione mi abbandonò tra i miei

nuovi parrocchiani.

Lì, vissi alcuni mesi relativamente tranquilli.

Pervaso dal costante senso di colpa per la mia passione per una donna, travolto

dal dolore della lontananza dall'amata, e da molti altri pensieri, tentai di espiare

le mie colpe lavorando.

Divenni il parroco più attivo che i miei amabili montanari avessero mai avuto ed

iniziai ad essere ben voluto.

I miei parrocchiani ringraziavano il cielo per la fortuna di avere un prete giovane

e pieno di energie, non potevano nemmeno lontanamente immaginare che tutto il

mio ardore nel cercare di essere il miglior parroco possibile fosse soltanto il mio

inutile sforzo di sottrarmi alla colpa.

Lavoravo, pregavo, battezzavo, comunicavo, aiutavo i bisognosi e facevo

quant'altro avessi sempre sognato di fare, eppure ero infelice.

Il pensiero di Clarimonde non mi abbandonò mai.

Nemmeno per un istante.

SCENA 4

PRETE:

Quale immeritata fortuna!

Dopo tutte le vostre esitazioni e le vostre tentazioni il buon Dio, vi ha pure

donato una parrocchia di montagna, dove le occasioni di fare del bene non

mancano mai.

Dovreste provare vergogna per la vostra fortuna.

Potevate finire in una ricca e tranquilla parrocchia di campagna oppure nella

parrocchia di un quartiere benestante della città, invece la sorte vi ha benedetto

con una parrocchia di montagna.

 

Certo una parrocchia in un quartiere degradato di una grande città vi avrebbe

fornito maggiori occasioni di riscatto e permesso di mondare le vostre colpe

prima, ma non ne eravate pronto.

I monaci trascinano in scena un letto spartano e poi spariscono.

ROMUALDO:

Non dite sciocchezze.

Una chiesa vale l'altra e se un sacerdote è ben disposto a fare il suo dovere sarà

un buon prete ovunque finisca.

Il dramma era che io non ero pronto ad essere un buon parroco in nessun luogo

della terra.

Lontano da Clarimonde ogni luogo, anche il paradiso, per me sarebbe stato un

inferno.

PRETE:

Non vi rendete nemmeno conto delle vostre fortune.

Chi è così fortunato da essere dapprima tentato e poi essere messo in condizione

di riscattarsi?

Ma ora raccontatemi del vostro riscatto.

Il giovane Romualdo entra in scena e va a stendersi sul letto.

ROMUALDO:

Vi racconterò semplicemente il mio dramma, alla fine del quale non è previsto

nessun riscatto.

Una notte qualcuno bussò con insistenza alla mia porta.

Si sente bussare alla porta.

GIOVANE ROMUALDO:

Avanti, entrate, la casa del Signore è aperta a qualsiasi ora.

In cosa posso esservi utile?

Entra in scena il paggio di Clarimonde.

ROMUALDO:

Era lui!

Il paggio di Clarimonde.

GIOVANE ROMUALDO:

Il cuore iniziò a battermi all'impazzata.

PAGGIO:

Signor curato, la mia signora è in punto di morte e prima di lasciare questa valle

di lacrime desidererebbe poter sgravare la sua anima dai suoi peccati.

Ha bisogno di un prete.

Il giovane Romualdo si alza di scatto.

ROMUALDO:

Con il cuore che pulsava così forte da farmi temere che da un momento all'altro

potesse sfondarmi la cassa toracica, mi alzai.

GIOVANE ROMUALDO:

Portatemi immediatamente da lei.

 

Il paggio e Romualdo escono di scena. Rientrano i monaci che trascinano via il letto.

ROMUALDO:

Il terrore e l'angoscia più nera straziavano la mia anima.

Il paggio lavorava ancora per Clarimonde?

Era la mia Clarimonde ad essere in fine di vita?

Con questi terribili interrogativi intenti a lacerare la mia anima, salii su uno dei

cavalli del paggio e lo seguii in una forsennata cavalcata notturna.

I monaci portano in scena una bara su un piccolo carretto. Due di loro trascinano il feretro, gli altri avanzano tenendo in

mano dei ceri e recitando ad alta voce ed in tono grave una lugubre cantilena.

MONACI:

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

I monaci esaurito il loro compito escono di scena. Entra il paggio, che va a controllare il contenuto della bara e poi esce.

Rientra subito dopo con il giovane Romualdo.

PAGGIO:

(avvicinandosi al feretro) Troppo tardi!

Troppo tardi signor curato!

Mio buon padre, se non siete riuscito a giungere in tempo per salvare la sua

anima, forse riuscirete ad ottenere un castigo meno severo per i suoi peccati

vegliandone il povero corpo e pregando per lei.

ROMUALDO:

Non osavo avvicinarmi alla bara, temevo di scoprire che essa contenesse

veramente i resti mortali della donna che mi aveva rapito il cuore e l'anima.

Il giovane Romualdo tenta di avvicinarsi per ben tre volte alla bara, ma ogni volta si gira indietro per non guardare chi

contiene e torna al punto di partenza.

GIOVANE ROMUALDO:

Non potevo!

Non potevo avvicinarmi alla cassa e scoprire se essa contenesse o meno i resti

della mia Clarimonde.

Quella era una prova troppo grande per me.

Ero pronto a tutto fuorché a quello.

PAGGIO:

Signor curato vi lascio, voi sapete cosa fare in questi casi.

Io devo avvertire la servitù di addobbare il nostro castello a lutto.

GIOVANE ROMUALDO:

Non lasciatemi solo.

Vi prego ...

PAGGIO:

Un prete non è mai solo.

Il vostro amato Dio non è forse sempre con voi?

Il paggio esce di scena.

ROMUALDO:

Dopo avere esitato a lungo, finalmente mi avvicinai al feretro.

 

Il giovane Romualdo si avvicina alla bara.

ROMUALDO:

Era proprio lei!

GIOVANE ROMUALDO:

(gridando disperato) Clarimonde!

Clarimonde!

ROMUALDO:

Era pallida come un cigno ed aveva le mani unite in preghiera sul petto.

GIOVANE ROMUALDO:

La morte non aveva tolto nulla alla sua bellezza.

ROMUALDO:

La sua immobilità non la faceva nemmeno lontanamente apparire come un

cadavere.

GIOVANE ROMUALDO:

Era la statua di una madonna.

ROMUALDO:

Era la statua funebre di una regina pronta ad essere montata su un monumentale

sarcofago.

GIOVANE ROMUALDO:

Era una giovane fanciulla addormentata in un bosco fatato in attesa che il suo

principe la ridestasse.

Il giovane Romualdo si inginocchia e china il capo.

GIOVANE ROMUALDO:

No, non è morta!

ROMUALDO:

La bellezza non può morire.

GIOVANE ROMUALDO:

La vita non può morire!

ROMUALDO:

La gioventù non può appassire.

GIOVANE ROMUALDO:

L'amore è immortale.

ROMUALDO:

Eppure Clarimonde era lì, davanti ai miei occhi, priva di vita.

La fissavo con lo sguardo velato dalle lacrime e non riuscivo a capacitarmi che

la vita potesse aver abbandonato quel magnifico corpo.

Il giovane Romualdo si alza e si avvicina al feretro. Prende tra le sue mani una mano di Clarimonde e la porta contro

una delle sue guance.

GIOVANE ROMUALDO:

Amore mio, perché?

 

(disperato) Perché?

ROMUALDO:

Travolto dal dolore, anziché recitare orazioni funebri iniziai a baciarle la mano.

Il giovane Romualdo inizia a baciare senza sosta la mano di Clarimonde.

ROMUALDO:

Anche nella morte, Clarimonde era rimasta bellissima e sensuale.

Mai nessun cadavere fu così desiderabile.

Il giovane Romualdo accarezza il capo della defunta.

GIOVANE ROMUALDO:

Mi resi conto che era la prima volta che toccavo una donna.

ROMUALDO:

Una donna che sebbene fosse morta, faceva vibrare ogni singola particella del

mio essere di passione.

Era troppo seducente persino da morta.

GIOVANE ROMUALDO:

Le sue labbra rosse, appena impallidite dalla morte, erano più invitanti che mai.

ROMUALDO:

Mi chinai su di lei.

GIOVANE ROMUALDO:

Le mie lacrime scivolarono dal mio volto al suo.

ROMUALDO:

Le sue labbra mi chiamavano.

GIOVANE ROMUALDO:

Non avevo mai baciato nessuna prima di allora.

ROMUALDO:

L'amore più intenso e furioso che abbia mai straziato un essere umano mi

devastò l'anima.

Viva o morta, lei era la mia adorata Clarimonde, la donna che aveva fatto

vacillare la mia fede.

GIOVANE ROMUALDO:

Un ultimo saluto prima che i vermi la possano divorare.

ROMUALDO:

Il giorno della mia ordinazione mi disse che se non avessi preso i voti e fossi

stato suo la nostra vita sarebbe stata soltanto un lungo ed appassionato bacio che

nessuno avrebbe potuto interrompere.

GIOVANE ROMUALDO:

Cos'è un bacio?

ROMUALDO:

Decisi di scoprirlo.

Mi chinai e baciai le labbra che avevano turbato le mie notti ed anche le mie

giornate.

 

Il giovane Romualdo si china su Clarimonde e la bacia.

ROMUALDO:

Il mio primo bacio.

Un bacio delicato e sconvolgente.

PRETE:

(indignato) Sacrilegio!

Necrofilia!

ROMUALDO:

Tacete!

Mentre continuavo a baciare senza sosta quelle deliziose labbra mi parve persino

di percepire un lieve sospiro.

Per un attimo chiusi gli occhi ed immaginai che Clarimonde fosse ancora viva,

che rispondesse ad i miei baci e mi stringesse tra le sue braccia.

Mentre il giovane Romualdo continua a baciare Clarimonde, lei apre gli occhi, alza le braccia e lo stringe a se.

ROMUALDO:

Prodigio!

Miracolo!

GIOVANE ROMUALDO:

Viva!

Sei viva!

CLARIMONDE:

(alzandosi) Soltanto ora ti sei deciso a venirmi a trovare ed a baciarmi?

Ti ho atteso a lungo.

Ho sofferto le pene dell'attesa sino a morire di dolore.

Ti ho atteso a lungo.

Ma ora che sei mio, che questo bacio ci ha fidanzati, potrò vederti e venire da te

a mio piacimento.

GIOVANE ROMUALDO:

Mia dolce Clarimonde ...

CLARIMONDE:

Addio.

Addio mio dolce Romualdo.

Quanto ti ho detto è tutto ciò che avevo da dirti.

Ti amo e ti restituisco la vita che per un istante hai richiamato in me con i tuoi

baci.

Addio.

Clarimonde ricade nella bara.

ROMUALDO:

Clarimonde era nuovamente senza vita.

Il dolore che attraversò il mio cuore e la mia anima fu eccessivo e persi i sensi.

Il giovane Romualdo crolla a terra svenuto.

PRETE:

E' stata sicuramente soltanto un'illusione.

Avete baciato un cadavere.

 

Entrano in scena i monaci, e cantilenando portano fuori scena il feretro.

MONACI:

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

PRETE:

La necrofilia, che orrore!

I monaci riportano in scena il misero letto del giovane Romualdo.

ROMUALDO:

Se anziché giungere a conclusioni affrettate mi ascoltaste scoprireste che non è

così.

Ho ancora molte cose da raccontarvi.

PRETE:

Non vorrete dirmi che vi siete macchiato di altri peccati, ancor più blasfemi di

aver baciato un cadavere?

ROMUALDO:

Baciare un cadavere è ben poca cosa in confronto alle reali mie colpe.

Il giovane Romualdo si rialza.

ROMUALDO:

Mi risvegliai dopo tre giorni.

La mia perpetua ed i miei parrocchiani avevano temuto il peggio, c'era già chi

diceva che ero morto.

Era tutto vero o avevo soltanto sognato?

Non lo sapevo, non ero in grado di stabilirlo.

Nel dubbio di aver realmente baciato una morta decisi di fare penitenza.

Il giovane Romualdo si toglie la tonaca, prende lo scudiscio ed inizia a flagellarsi.

GIOVANE ROMUALDO:

Pietà!

Perdono!

liberami dalla tentazione!

PRETE:

Finalmente una cosa giusta.

SCENA 5

Il giovane Romualdo si rimette la tonaca nera.

ROMUALDO:

Qualche giorno dopo, all'improvviso ricevetti la più sgradita tra le visite, quella

del mio antico maestro, l'abate Sarapione.

Compare in scena Sarapione.

ROMUALDO:

Nessuna visita poteva essere così sgradita.

Sarapione era l'uomo che mi aveva forzato a prendere i voti.

 

GIOVANE ROMUALDO:

Sarapione era l'uomo che aveva allontanato Clarimonde dalla città e da me,

portandola alla morte.

ROMUALDO:

Sarapione non era più il mio amato maestro, ma era divenuto semplicemente un

abate impiccione di cui diffidare.

SARAPIONE:

(avvicinandosi al giovane Romualdo) Figliolo, mi è giunta notizia che siete stato

male.

GIOVANE ROMUALDO:

Mio buon abate, non è nulla di cui preoccuparsi.

E' stato soltanto un eccesso di fatica.

SARAPIONE:

I vostri parrocchiani non fanno altro che tessere le vostre lodi, dicono che siete il

miglior parroco che abbiano mai avuto.

GIOVANE ROMUALDO:

Ne sono lusingato, ma non merito tutte queste lodi.

SARAPIONE:

(severo) Ne sono certo.

GIOVANE ROMUALDO:

(con la voce tremante) Cosa intendete dire?

SARAPIONE:

A me non potete nascondere nulla.

(solenne) Io so!

GIOVANE ROMUALDO:

Sapete?

SARAPIONE:

Ahimè, non siete guarito.

Il maligno vi sta ancora tentando e, voi anziché combatterlo, ve ne rallegrate.

Sapete cosa è successo qualche giorno or sono?

GIOVANE ROMUALDO:

Non ne ho la benché minima idea, da mesi ormai vivo su questi monti e le

notizie giungono a noi soltanto quando non sono più delle novità e non hanno

più alcun interesse.

ROMUALDO:

Il diabolico abate era venuto per mettermi alla prova e lo fece.

SARAPIONE:

La cortigiana, la regina delle meretrici, Clarimonde è morta!

GIOVANE ROMUALDO:

(fingendosi sorpreso) Morta?

SARAPIONE:

Si, è morta!

 

Morta dopo una lunga e terribile orgia durata otto giorni ed otto notti, durante la

quale si sono consumati tutti i peccati possibili ed immaginabili.

Un'orgia in cui si sono rinnovate tutte le corruzioni delle feste pagane

dell'antichità.

Un'orgia spaventosa ed infernale durante la quale sono morte più persone.

Alcune consumate dalla loro stessa lussuria, altre uccise semplicemente per

soddisfare i capricci di quella donna e dei suoi invitati.

Si dicono cose terribili su quella donna.

GIOVANE ROMUALDO:

Cosa?

Vi supplico, mio buon maestro, raccontatemi tutto.

ROMUALDO:

Lo dissi soltanto per soddisfare il suo ego.

Sapevo che Clarimonde era morta, ma non credevo ad una sola delle sue

menzogne.

La bella Clarimonde non era morta per gli eccessi di un baccanale, era perita

consumandosi d'amore per me.

SARAPIONE:

Sapete che tutti i suoi amanti sono periti di morte violenta o peggio ancora

hanno avuto un destino così miserabile che per loro la morte sarebbe stata un

premio?

GIOVANE ROMUALDO:

Mio buon abate, sono le solite menzogne che le malelingue versano a fiumi

contro una bella donna.

Da tempo ormai non bruciamo più le streghe e nessuno crede più a simili

menzogne.

SARAPIONE:

Si dice anche che quella lasciva prostituta sia una vampira, ma sono più

propenso a credere che quella dispensatrice di peccati e seduzioni sia Satana in

persona.

ROMUALDO:

Mentre parlava, Sarapione mi fissava per studiare le mie mosse, ma non mi tradii

in alcun modo.

Non feci né la minima smorfia né accennai al più piccolo gesto di

disapprovazione per le vergognose parole che usava contro la donna che amavo.

Clarimonde era morta e ne ero certo.

Che fosse morta consumata dall'amore per me o in un sordido baccanale poco

importava, la sua morte straziava la mia anima.

Uno strazio che dovevo nascondere ad ogni costo.

Sarapione non doveva scoprire le mie debolezze e gioirne.

Sarapione gira intorno al giovane Romualdo, studiandolo.

SARAPIONE:

Figliolo, devo avvertirvi che state danzando sull'orlo di un abisso senza fondo.

State attento a non precipitare e cedere alla tentazione.

Satana ha artigli molto subdoli, che ghermiscono le sue anime a tradimento, e

non sempre i sepolcri sono definitivi.

La pietra che chiude quello di Clarimonde dovrebbe essere sigillata

accuratamente, perché si dice che non sia la prima volta che è morta.

Ora il dovere mi porta lontano da voi.

Ricordate bene le mie parole, non è la prima volta che quella meretrice muore.

Che il buon Dio abbia pietà di voi e vi protegga.

 

Addio, figlio mio.

Sarapione esce di scena.

II atto

SCENA 1

La scena è la stessa dell'atto precedente. Si riparte da quando l'abate è uscito di scena.

ROMUALDO:

Poco a poco ripresi la vita di sempre, comunicando, battezzando e svolgendo al

meglio tutte le mie mansioni, come se non fosse accaduto nulla.

Ma la mia anima era straziata.

GIOVANE ROMUALDO:

Il ricordo del bacio con Clarimonde mi faceva ardere di passione

ROMUALDO:

Il pensiero della sua morte mi precipitava all'inferno.

Il giovane Romualdo si distende sul suo letto.

ROMUALDO:

Una sera mi misi a letto deciso a non pensare ed a ricercare l'oblio del sonno.

Sonno che ahimè non mi donava mai né la pace né l'oblio, ma soltanto

terrificanti incubi.

Quando accadde l'imprevisto, il sogno si fece realtà.

Entra in scena Clarimonde. E' avvolta nel suo sudario funebre, sotto il quale indossa un abito quasi trasparente che non

nasconde quasi nulla delle sue grazie. Avanza lentamente, tenendo in mano un cero funebre.

GIOVANE ROMUALDO:

Tu!

CLARIMONDE:

Si, proprio io!

Clarimonde lascia cadere il suo sudario e posa in terra il suo cero. Lentamente avanza fino al letto del giovane

Romualdo.

ROMUALDO:

Mai prima di allora avevo visto tanta bellezza.

Le sue vesti quasi trasparenti mi permisero di intravvedere tutto il suo splendore.

Una bellezza infernale ed angelica allo stesso tempo.

CLARIMONDE:

Perdonami Romualdo.

Mi sono fatta attendere a lungo, così a lungo che temo tu possa aver pensato che

ti avessi dimenticato.

Ma vengo da lontano.

Da un posto così lontano dal quale nessuno prima è mai potuto tornare.

Un posto dove non splendono né il sole né la luna, dove non ci sono né spazi né

ombre, dove non vi sono né strade né sentieri, un posto dal quale è difficile

tornare.

 

Eppure mi vedi qui, perché l'amore è più forte della morte e ha trionfato su di

essa.

Ah, quanti visi pallidi e contorti dal dolore ho incontrato sulla mia strada.

Ah, quali orrori ho dovuto superare.

Terribili prove hanno straziato la mia povera anima piena di pena e decisa a

tornare in questo mondo ed a rientrare nel mio corpo.

Soltanto l'amore ed un'inesauribile forza di volontà mi hanno sostenuta.

Non immagini nemmeno quale sforzo è stato spostare la pietra con la quale mi

avevano ricoperta.

Guarda le mie povere mani ferite, che hanno dovuto lottare contro la mia lapide.

Clarimonde porge le mani al giovane Romualdo, che inizia a baciarle con amorosa devozione.

ROMUALDO:

Se Clarimonde era davvero Satana in persona, il diavolo mai prima di allora

aveva saputo nascondere così bene le sue corna ed i suoi artigli.

Clarimonde non suscitava altri pensieri e desideri che amore e voluttà e

generosamente dispensava a piene mani sogni.

Clarimonde sale sul letto e si mette a gattoni sopra il giovane Romualdo, ed inizia ad accarezzargli il capo.

CLARIMONDE:

Mio caro Romualdo, ti amato ben prima di averti visto.

Sapevo che esistevi e ti ho cercato ovunque.

Eri il mio sogno d'amore e quando finalmente ti ho visto, mentre andavi ad

immolarti in quella chiesa, la mia anima ed il mio cuore all'unisono hanno

gridato: “è lui!”.

Ti ha lanciato il mio sguardo saturo d'amore, uno sguardo tale da poter dannare

anche un cardinale, uno sguardo tale da far inginocchiare un monarca, uno

sguardo supplicante, ma tu sei rimasto impassibile e hai preferito il tuo Dio a

me.

GIOVANE ROMUALDO:

Non è vero!

Il tuo sguardo ha trapassato la mia anima.

CLARIMONDE:

Ma hai preso comunque i voti.

Ah, come sono gelosa del tuo Dio!

Il tuo Dio che ami.

Il tuo Dio che ami più di me.

GIOVANE ROMUALDO:

L'amore per Dio e l'amore per una donna sono diversi, non sono la stessa cosa.

CLARIMONDE:

Sciagurata!

Sciagurata che sono!

Io, Clarimonde la morta, che sono ritornata alla vita soltanto per uno dei tuoi

baci, che ho scalzato la pietra che sigillava la mia tomba, che sono tornata alle

sofferenze della vita, tutto ciò soltanto per poterti rendere felice, mai possiederò

l'esclusiva del tuo cuore.

ROMUALDO:

Mentre ripeteva tali parole, continuava ad accarezzarmi senza sosta ed io,

travolto dalla passione e dai sensi di colpa verso chi aveva fatto così tanto per

me, bestemmiai.

 

GIOVANE ROMUALDO:

Clarimonde, ti amo tanto quanto amo il mio Dio.

Forse persino di più.

PRETE:

(indignato) Scellerato!

Bestemmiatore!

Arderete tra le fiamme dell'inferno.

CLARIMONDE:

Davvero?

Mi ami tanto quanto il tuo Dio?

Forse persino di più?

Clarimonde abbraccia il giovane Romualdo.

GIOVANE ROMUALDO:

Si!

CLARIMONDE:

Allora verrai con me, mi seguirai ovunque ti condurrò.

Abbandonerai i tuoi insulsi parrocchiani.

Rinnegherai la tua tonaca nera, l'immondo sudario nero che castra i tuoi sogni.

Farò di te un cavaliere.

Farò di te il mio amante.

L'unico amante riconosciuto di Clarimonde, colei che ha persino rifiutato un

Papa.

Insieme vivremo una vita d'incanti, priva di sofferenze e colma di gioie.

Quando partiremo mio dolce amante?

GIOVANE ROMUALDO:

(Gridando) Domani!

Domani!

CLARIMONDE:

(sognante) Domani ...

Allora corro a preparare le mie cose, a sistemare il mio castello, le mie proprietà,

ad avvisare la servitù che non sono realmente morta.

Non temere per il denaro, gli abiti, le case e quanto altro un povero prete di

campagna non possiede, ti darò tutto io.

A presto mio dolce Romualdo.

Clarimonde si alza dal letto, recupera le sue cose ed esce di scena.

ROMUALDO:

Mio buon padre, non avete idea di come mi sentii il mattino seguente al mio

risveglio.

Era tutto vero?

Oppure il mio amore mi aveva soltanto fatto sognare l'improbabile ritorno della

mia dolce defunta?

PRETE:

Avete bestemmiato.

Questa è l'unica cosa che conta.

Scellerato!

ROMUALDO:

Lo sapevo e la certezza della colpa mi straziava.

 

Dovevo fare ammenda per i miei peccati.

Il giovane Romualdo si alza dal letto, si denuda, si inginocchia ed inizia a flagellarsi.

GIOVANE ROMUALDO:

Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

ROMUALDO:

Ma le mie preghiere furono inutili.

SCENA 2

PRETE:

Non vi è ombra di dubbio, voi siete completamente pazzo e tutto ciò che

sostenete di aver vissuto lo avete vissuto soltanto in sogno.

Voi siete soltanto un essere abbietto che sogna di peccare.

Finirete comunque all'inferno.

ROMUALDO:

Sogno o meno, la notte seguente Clarimonde tornò.

Il giovane Romualdo dorme sul suo letto. Entra in scena Clarimonde che va a scuoterlo, svegliandolo.

CLARIMONDE:

Allora mio dolce amante è così che mi attendi?

Dormi?

Sono così noiosa che preferisci il sonno al prepararti per la tua nuova vita con

me?

GIOVANE ROMUALDO:

Perdonami, mia dolce Clarimonde.

Temo di essermi addormentato senza nemmeno accorgermene.

Gli ultimi giorni sono stati particolarmente intensi per me e la fatica deve avermi

sorpreso a tradimento.

CLARIMONDE:

Basta con queste sciocchezze!

Alzati che un lungo viaggio ci attende.

Ma prima di partire renditi presentabile, getta via il tuo sudario nero ed indossa

questo.

Clarimonde porge al giovane Romualdo un sacchettino, dal quale il giovane prete prende una tonaca bianca. Il giovane

Romualdo getta sul suo letto la tonaca nera ed indossa quella bianca.

ROMUALDO:

Gettai via la mia tonaca ed indossai un bianco abito da gentiluomo.

Non assomigliavo più al piccolo prete di campagna, ma sembravo un giovin

signore.

Ero bello e la mia vanità ne fu più che lusingata.

Ero un altro uomo.

PRETE:

Eravate soltanto un sordido peccatore.

 

CLARIMONDE:

Andiamo, non perdiamo altro tempo in questo posto noioso e privo di qualsiasi

attrattiva.

GIOVANE ROMUALDO:

Dove?

Dove mi condurrai mia dolce sovrana?

CLARIMONDE:

Mi sembra ovvio nella città più decadente e sensuale che ci sia, a Venezia.

Clarimonde prende per mano il giovane Romualdo e lo conduce fuori scena.

ROMUALDO:

Fu un viaggio lungo e tumultuoso.

All'interno della carrozza di Clarimonde scoprii le delizie che l'amore riserva e

che sono negate ad un prete.

La mia bella posò il capo sulla mia spalla e si lasciò accarezzare.

Sballottati dal sussultare della carrozza consumammo più di una volta il nostro

peccato.

Non ero più un prete, ero finalmente un uomo.

Ero l'amante ufficiale e riconosciuto di Clarimonde.

PRETE:

Siete stato soltanto un peccaminoso sognatore oppure, nella peggiore delle

ipotesi, un necrofilo.

ROMUALDO:

Ero soltanto un uomo felice.

PRETE:

No, eravate soltanto un prete che tradiva i suoi doveri.

ROMUALDO:

Per giorni e giorni dimenticai di essere un prete.

Poi iniziò l'incubo.

Ogni notte, quando riuscivo a prender sonno, sognavo di essere un vile pretino di

campagna.

PRETE:

E vi pentivate delle vostre colpe?

Entra in scena il giovane Romualdo, che si toglie la tonaca bianca, si inginocchia ed inizia a flagellarsi.

ROMUALDO:

Certo che mi pentivo.

GIOVANE ROMUALDO:

(flagellandosi) Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

ROMUALDO:

Iniziai a vivere una doppia vita.

In me c'erano due uomini che erano l'uno all'opposto dell'altro.

In certi istanti ero l'umile prete di campagna che ogni notte sognava di essere un

gentiluomo.

In altri istanti ero il giovin signore che ogni notte sognava di essere un prete di

 

campagna.

PRETE:

Insomma, chi eravate?

ROMUALDO:

Non lo sapevo.

Ben presto, sogno e realtà si mescolarono, e non seppi più quale fosse l'uno e

quale fosse l'altro.

Il giovane Romualdo cessa di punirsi, si alza e raccoglie dal letto le due tonache. Distende il braccio destro tenendo la

tonaca nera ed esibendola. Dopo pochi secondi fa la stessa cosa con il braccio sinistro ma con la tonaca bianca. Ha le

braccia tese e gira continuamente il capo, guardando dubbioso entrambe le tonache.

ROMUALDO:

Presto le mie due anime presero ognuna la consapevolezza dell'altra.

Il giovin signore odiava l'insulso prete di campagna.

Il prete di campagna disprezzava le depravazioni del giovin signore.

Il giovin signore tanto più sognava di essere un prete di campagna tanto più si

dedicava con ardore a nuove perversioni.

Il prete di campagna tanto più sognava il giovin signore tanto più intensamente

si flagellava e supplicava l'aiuto di tutti i santi per la salvezza della sua anima.

PRETE:

La follia è il giusto castigo per i lussuriosi come voi.

ROMUALDO:

Non ero folle.

Nemmeno per un breve istante la follia ha attraversato la mia mente.

Entrambe le mie due personalità erano lucide.

Il giovane Romualdo posa le tonache e si sdraia sul letto.

PRETE:

Dove eravate?

ROMUALDO:

Il prete di campagna era nella sua parrocchia montana ed isolata dal resto del

mondo.

Il giovin signore era a Venezia, viveva in un palazzo nobiliare e passava il suo

tempo da una festa all'altra, da un'orgia all'altra, frequentava il bel mondo, aveva

una gondola tutta sua, andava a teatro ed ai concerti.

Inoltre, frequentava giovani debosciati, libertini, poeti, filosofi, nobildonne,

prostitute, attrici, scrocconi, parassiti, spadaccini, mercenari, politici, truffatori e

quant'altro la buona società dissoluta di una grande città possa offrire.

PRETE:

Ciò è impossibile!

O eravate nella vostra parrocchia oppure eravate a Venezia.

ROMUALDO:

Ero in entrambi i luoghi.

PRETE:

E di Clarimonde cosa ne è stato?

ROMUALDO:

Nonostante la mia vita dissoluta, le infinite occasioni di poter giacere con

 

un'altra donna, le fui sempre fedele.

Ero perdutamente innamorato di lei.

Entra in scena Clarimonde, che raggiunge sul letto il giovane Romualdo e si sdraiano uno vicino all'altra, in

atteggiamento affettuoso.

ROMUALDO:

Clarimonde era tutto!

Fedeltà ed incostanza.

Avere Clarimonde era come avere una ventina di amanti diverse, era come avere

tutte le donne del mondo in un colpo solo.

Era un vero e proprio camaleonte, in pochi istanti sapeva passare dall'amante

timida e riottosa alla più focosa delle mantidi e con lei era facile commettere

tutti i peccati, le infedeltà e le perversioni conosciute e sconosciute.

Quando notava che a teatro guardavo una donna, subito dopo a letto ne imitava

le movenze, le grazie ed i difetti, inducendomi a commettere con lei le infedeltà

che avrei potuto commettere con l'altra.

Stare con Clarimonde era la fedeltà ed il tradimento, il tutto ed il niente.

Mi dava tutto ciò che potessi desiderare ed anche di più.

PRETE:

Che donna spregiudicata, una vera serva del maligno.

Clarimonde si alza dal letto ed esce di scena.

ROMUALDO:

Clarimonde era la donna più ammirata ed invidiata di Venezia, diversi nobili ed

addirittura un cardinale, pronto a gettare alle ortiche la sua carriera ecclesiastica,

la chiesero in moglie.

Ma lei era soltanto mia.

Clarimonde amava soltanto me.

Le promisero oro, potere, fama e quant'altro avesse voluto ma lei li rifiutò.

Il suo amore per me era superiore a qualsiasi cosa potessero proporle.

Sarei potuto essere l'uomo più felice del mondo se non fosse stato per quel

maledetto incubo che mi tormentava.

PRETE:

Quale?

Il giovane Romualdo si inginocchia ed inizia a flagellarsi.

ROMUALDO:

(con disprezzo) Lui!

Il maledetto prete di campagna che tornava a molestare il mio sonno ogni notte e

si macerava nella pena, nel dubbio, e faceva penitenza per l'aver sognato di

essere un giovin signore.

GIOVANE ROMUALDO:

(flagellandosi) Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

SCENA 3

Il giovane Romualdo si rimette la tonaca bianca.

ROMUALDO:

 

Proprio quando aveva iniziato a colmarmi con i suoi ricchi doni, la felicità

sembrò voltarmi le spalle.

Entra in scena Clarimonde e va a sdraiarsi sul letto.

PRETE:

Cosa intendete dire?

ROMUALDO:

Un male oscuro, una malattia subdola e malinconica si impossessò della mia

dolce Clarimonde.

Ogni giorno che passava era sempre più pallida e debole.

Era pervasa da una strana malinconia e pareva doversi spegnere da un momento

all'altro.

Consultai i migliori medici di Venezia, ma fu inutile.

Feci venire famosi medici dal Piemonte, dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla

Germania, ma tutto fu inutile.

Nessuno di loro seppe formulare una diagnosi ed i loro insulsi rimedi non

sortirono alcun effetto.

GIOVANE ROMUALDO:

(prendendo la mano di Clarimonde tra le sue) Ti supplico, non morire.

Non lasciarmi solo.

CLARIMONDE:

(dando una carezza al giovane Romualdo) Non è nulla, vedrai che domani starò

meglio.

ROMUALDO:

Mentiva.

Mentiva per alleviare le mie sofferenze.

Entrambi sapevamo che stava morendo, e se io mi disperavo perché l'avrei persa

e sarei tornato ad essere infelice, lei si disperava non per l'idea della morte, ma

soltanto all'idea di essere la causa della mia sofferenza.

Il giovane Romualdo esce di scena per tornarvi subito con un cesto di frutta.

ROMUALDO:

Clarimonde cessò di mangiare da sola e fui costretto ad obbligarla.

Immaginando che un po' di frutta potesse farle bene, un giorno decisi di

sbucciarle una mela.

Il giovane Romualdo si siede sul bordo del letto ed inizia a sbucciare una mela.

ROMUALDO:

Mentre sbucciavo quel succoso pomo, accadde un piccolo incidente,

apparentemente insignificante.

GIOVANE ROMUALDO:

Ahi!

ROMUALDO:

Mi feci un piccolo taglio su un dito.

Un piccolo taglio insignificante, ma di quelli che sanguinano per un bel po'.

GIOVANE ROMUALDO:

Amor mio, perdonami, ti devo lasciare per andare a medicarmi, sto sanguinando.

Presto sarò da te.

 

CLARIMONDE:

(con un tono di voce particolarmente caldo e sensuale) Sangue!

GIOVANE ROMUALDO:

Non è nulla, non ti preoccupare.

Il giovane Romualdo accenna ad alzarsi, ma Clarimonde lo trattiene.

CLARIMONDE:

Non mi lasciare.

Lascia che siano i miei baci a medicarti.

Clarimonde porta il dito del giovane Romualdo alle sue labbra.

ROMUALDO:

Clarimonde iniziò a baciare la mia piccola ferita.

La cosa mi fece sorridere.

Mi amava a tal punto da credere di potermi guarire con i suoi baci.

Poi mi accorsi che aveva smesso di baciare il mio dito e che aveva iniziato a

succhiarlo avidamente.

Non ci prestai attenzione, talvolta quando mi tagliavo per far cessare il

sanguinamento facevo lo stesso da solo.

Ciò che mi lasciò perplesso fu la sua espressione di totale beatitudine mentre lo

faceva, sembrava quasi provarne un piacere alquanto innaturale.

Sembrava quasi che quelle poche gocce di sangue avessero avuto il potere di

portarla alle soglie dell'orgasmo.

GIOVANE ROMUALDO:

(preoccupato) Clarimonde cosa ti prende?

Clarimonde rialza il capo e lo fissa.

ROMUALDO:

Clarimonde sembrava tornata ad una nuova vita.

Le sue guance avevano ripreso il loro colorito e tutto il suo essere sembrava

traboccare di salute.

Fui troppo felice per prestare attenzione alle sue parole.

CLARIMONDE:

(felice) Non morirò!

Non morirò!

Potrò amarti ancora a lungo.

Il tuo amore ancora una volta mi ha salvata e riportata alla vita.

La mia vita è la tua, tutto ciò che è in me viene da te.

Il giovane Romualdo abbraccia Clarimonde.

CLARIMONDE:

Portami a fare un giro in gondola.

Portami a teatro.

Voglio tornare alla vita.

Voglio tornare ad essere la tua amante ed a farti felice.

Il giovane Romualdo e Clarimonde escono di scena, mano nella mano.

SCENA 4

 

ROMUALDO:

Ritrovai la felicità, ma la ritrovai soltanto per poco.

PRETE:

Il peccato non conduce mai alla felicità e l'amare una morta è senz'altro uno dei

peccati peggiori tra tutti quelli che potevate commettere.

Il giovane Romualdo rientra in scena, cambia tonaca e si siede sul letto.

ROMUALDO:

L'incubo di essere un povero prete di campagna tornò a tormentarmi e non tornò

da solo.

Anche il più sgradito tra gli ospiti doveva tornare a trovarmi.

Entra in scena Sarapione.

SARAPIONE:

Scellerato!

Non vi bastava perdere l'anima, ora volete pure perdere la vita?

GIOVANE ROMUALDO:

Maestro, cosa volete dire?

SARAPIONE:

Figliolo, in quale subdola trappola siete caduto!

Ho cercato di ammonirvi ma è stato tutto inutile, siete testardo e soprattutto siete

divorato dalla lussuria.

Temo che se non interverrò personalmente per voi non ci sarà alcuna speranza di

salvezza.

Siete soltanto uno scellerato.

GIOVANE ROMUALDO:

Maestro, smettetela di parlare per enigmi e ditemi ciò che realmente volete

dirmi.

SARAPIONE:

Vi avevo già avvisato, ma voi non avete prestato alcuna attenzione alle mie

parole, ora siete disposto ad ascoltarmi?

GIOVANE ROMUALDO:

Si, maestro.

La mia anima travagliata me lo impone.

Se solo poteste sapere quale oscuro demone mi tenta ogni notte.

SARAPIONE:

Conosco benissimo il vostro demone.

Avete visto il suo cadavere e sapete che è morta.

Ricordatevi bene che non è la prima volta che quella meretrice, quella creatura al

servizio del male, è morta.

Addio, mio giovane, povero ed ingenuo scellerato.

Sarapione se ne va. Il giovane Romualdo, si toglie la tonaca e si siede sul bordo del letto.

ROMUALDO:

Il perfido Sarapione aveva insinuato il dubbio in me.

Lo aveva insinuato sia nel pretino di campagna che nel giovin signore.

E se Clarimonde fosse stata davvero una vampira?

Era dal giorno in cui la mia amata mi aveva succhiato il dito che ogni sera mi

 

preparava una tisana per conciliare il sonno e dopo averla bevuta mi

addormentavo come un sasso e dormivo fino al mattino seguente.

E se la tisana fosse stata adulterata allo scopo di impedirmi di scoprire le sue

malefatte notturne da vampira?

Quando mi addormentavo lei usciva ed andava a prosciugare del loro sangue

innocente giovani vergini?

Dovevo scoprirlo.

Quella sera feci finta di bere la tisana e mentre Clarimonde si preparava per la

notte finsi di addormentarmi.

Il giovane Romualdo si stende sul letto.

ROMUALDO:

Dopo pochi istanti giunse la bella Clarimonde in abiti discinti, pronta a venire a

letto.

Entra in scena Clarimonde, che va a stendersi al fianco del giovane Romualdo.

ROMUALDO:

Clarimonde mi accarezzò il capo a lungo, quasi a voler verificare che fossi

davvero addormentato.

In seguito prese un grosso spillone d'oro.

Clarimonde prende un grosso spillone d'oro che aveva attaccato al suo negligé da notte. Dopodiché prende un braccio di

Romualdo tra le sue braccia e lo accarezza.

CLARIMONDE:

Mio dolce Romualdo, ti ruberò soltanto una goccia della tua linfa vitale.

Una piccola goccia che sarà simile ad un rubino ed ornerà lo spillone d'oro con

cui, mio malgrado, mi vedo costretta a ferirti.

Poiché mi ami dello stesso amore che strazia il mio cuore, è necessario che io

viva per renderti felice.

Se così non fosse potrei anche lasciarmi morire piuttosto che ferirti.

Berrò soltanto una gocciolina del tuo nobile sangue.

Dormi mio Dio.

Dormi bambino mio.

La tua Clarimonde non ti farà del male, prenderà soltanto il minimo

indispensabile per non morire.

Non ti priverò della vita, anzi la renderò la più felice tra le vite.

Ah, se non ti amassi potrei dissanguare il primo essere umano che incrocio, ma

da quando ti ho conosciuto soltanto l'idea di assaggiare il sangue di un altro mi

ripugna.

Per me ci sei solo tu.

(avvicina lo spillone al braccio del giovane Romualdo) Che bel braccio!

Il braccio bianco, rotondo e forte del mio giovane amante.

Che meravigliosa piccola vena blu.

Ah, quale tormento il doverti ferire.

Potessi non farlo.

Ma se non lo facessi ti perderei.

Se non lo facessi ti renderei infelice.

Clarimonde buca il braccio del giovane Romualdo e poi inizia a succhiare la piccola ferita con avidità.

ROMUALDO:

Clarimonde mi bucò il braccio e bevette il mio sangue.

CLARIMONDE:

(rialzando il capo dal braccio del giovane Romualdo) Basta!

Anche se il tuo sangue mi inebria, mi satura di voluttà e felicità devo smettere.

 

Amore mio, ti ho rubato soltanto il minimo indispensabile per sopravvivere e

poterti rendere felice.

Non morirai.

Non avrai segni.

Non ti ricorderai nemmeno di questa piccola, dolce e deliziosa comunione

sacrilega tra i nostri amori.

Ora ti lascio, vado a preparare tutto affinché tu al tuo risveglio possa essere

felice.

Clarimonde esce di scena.

ROMUALDO:

Non vi era più alcun dubbio, la mia Clarimonde era davvero una vampira.

Ma al giovin signore non poteva importarne di meno.

L'unica cosa che contava era il suo amore.

Le avrei donato volentieri tutto il sangue di cui aveva bisogno per sopravvivere,

per starmi accanto.

D'altronde ero giovane, avevo vene vigorose e capienti.

Non avevo paura, sapevo che mi amava e che il sangue che mi richiedeva era

poco e che non mi avrebbe esaurito.

Ma anche se il quantitativo sangue richiesto fosse stato tale da esaurirmi, per

amore e soltanto per amore, mi sarei lacerato le vene da solo e le avrei offerte

alla sua bocca vermiglia.

GIOVANE ROMUALDO:

Bevi mia dolce amante, bevi e sopravvivi.

Che il mio misero sangue possa farti vivere in eterno.

Che il mio amore si infiltri insieme al mio sangue nel tuo corpo e nella tua

anima.

Sono tuo, ti appartengo, disponi di me a tuo piacimento.

PRETE:

Pazzo!

Pazzo!

Sacrilegio!

ROMUALDO:

Quale pazzia?

Fu soltanto amore.

Un amore totale, devastante ed incondizionato.

Fu soltanto la felicità.

PRETE:

Fu soltanto la vostra dannazione!

ROMUALDO:

Per mesi e mesi, vissi felice.

Ogni sera fingevo di bere la tisana soporifera e poi mi lasciavo succhiare il

sangue.

Mentre Clarimonde si nutriva dalle mie vene provavo sensazioni paradisiache,

oltre i limiti dell'orgasmo.

Voi non potete immaginare cosa si prova a nutrire il proprio amore con la propria

linfa vitale.

Voi non potete immaginare cosa si prova a fondere la propria essenza vitale con

quella della persona amata ed essere un tutt'uno.

Fui così felice che non accennai mai alla mia dolce Clarimonde che sapevo tutto.

PRETE:

Le fiamme dell'inferno non vi terrorizzavano?

 

ROMUALDO:

No, mi terrorizzava soltanto il pensiero che nel sonno il pretino potesse tornare a

prendere il sopravvento su di me e che potesse distruggere con la sua follia

religiosa la mia felicità.

Il giovin signore viveva l'estasi del paradiso.

Il prete di campagna viveva i tormenti dell'inferno ed ogni giorno si puniva

sempre più violentemente per i suoi peccati.

Ah, se fossi morto non sarebbe di certo stato a causa delle suzioni notturne di

Clarimonde, ma bensì per gli eccessi del flagello del prete di campagna.

PRETE:

Siete stato fortunato a non morire in quello stato di profonda depravazione.

Sareste precipitato tra le fiamme dell'inferno.

Siete fortunato ad essere sopravvissuto, potrete pentirvi, far ammenda per i

vostri peccati e forse salvare la vostra anima.

Il buon Dio è misericordioso e quasi certamente vi perdonerà se vi pentirete.

Certe volte non lo capisco, è così buono ...

(severo) Io non vi perdonerei e vi condannerei a soffrire in eterno.

SCENA 5

ROMUALDO:

Ahimè, la sofferenza, la pena e la solitudine erano in agguato.

Sarebbero giunte proprio quando stavo per raggiungere l'apice della felicità.

Entra in scena Clarimonde.

CLARIMONDE:

Mio dolce Romualdo, cosa ti agita in maniera tale da convocarmi con urgenza

mentre ero a passeggio con alcune nobildonne, nostre amiche?

GIOVANE ROMUALDO:

Un demone terribile.

Un demone impetuoso.

Un demone che divora senza sosta la mia anima ed il mio cuore.

CLARIMONDE:

(maliziosa) Ha forse un nome questo demone?

GIOVANE ROMUALDO:

Certamente, il tuo.

CLARIMONDE:

(sorridendo) E' un demone così terribile?

GIOVANE ROMUALDO:

Si, è l'inarrestabile demone dell'amore.

L'amore che provo per te e che mi rende un uomo migliore, un uomo felice.

CLARIMONDE:

(sempre più maliziosa) Desideri scacciarlo?

GIOVANE ROMUALDO:

Tutt'altro!

Desidero essere suo per sempre.

(il giovane Romualdo prende da sotto al cuscino una scatoletta e la porge a

Clarimonde) Non voglio più essere il tuo amante ufficiale, voglio essere tuo

 

marito.

Nobile Clarimonde accettate l'umile ed insignificante Romualdo come vostro

marito?

CLARIMONDE:

(raggiante di felicità mette l'anello al dito) Quando ci sposeremo, mio dolce

promesso?

GIOVANE ROMUALDO:

Domani!

Si, prima sarò il tuo sposo e prima il mio destino di felicità sarà compiuto.

CLARIMONDE:

Domani?

E' una cosa magnifica, ma non ho l'abito adatto.

Mio dolce Romualdo, permettimi di correre dalla mia sarta, non voglio farti

sfigurare davanti ai nostri invitati.

Clarimonde esce di scena.

ROMUALDO:

Ahimè, l'emozione di aver chiesto la mia adorata Clarimonde in sposa mi fu

fatale.

Travolto dalla fatica e dall'emozione mi addormentai.

Il giovane Romualdo crolla sul letto.

ROMUALDO:

Quando mi svegliai, non si svegliò il giovin signore, ma il prete di campagna.

L'umile prete di campagna che aveva perso la sua santità e che era travolto anche

egli dai suoi demoni.

Il demone dell'odio.

Il demone dell'invidia.

L'odio per la felicità del giovin signore lo divorava.

Ma non era l'unica cosa che mi tormentava.

Ero tormentato dal rimorso per la mia incredibile proposta di matrimonio.

Cosa ne sarebbe stato della mia anima?

Cosa ne sarebbe stato di me?

Il giovane Romualdo si alza dal letto, si inginocchia nudo ed inizia a flagellarsi.

GIOVANE ROMUALDO:

Perdono!

Pietà!

Liberami dalla tentazione!

ROMUALDO:

Ma il peggiore dei miei demoni doveva ancora materializzarsi.

Lo avrebbe fatto con il suo consueto aspetto.

Entra in scena Sarapione.

SARAPIONE:

Scellerato!

Scellerato, gettate via il flagello, non sarà esso a mondarvi dalle vostre colpe.

Per liberarvi dalla vostra ossessione non vi che è che un modo, anche se è

estremo.

Ma come si dice a mali estremi, estremi rimedi.

 

Ho scoperto dove è sepolta Clarimonde.

Vi condurrò là e la disseppelliremo.

Vi mostrerò in quale stato è ridotto l'essere che amate.

Vi mostrerò la sua mostruosità e non sarete più tentato dal perdere la vostra

anima per un insulso cadavere.

Un cadavere divorato dai vermi e, privato del vostro aiuto, pronto a divenire

soltanto polvere.

Ritornerete in voi e vi salverete.

Indossate la vostra tonaca e seguitemi.

Il giovane Romualdo si riveste.

ROMUALDO:

Indossai nuovamente il mio sudario nero e lo seguii.

Il giovane Romualdo e Sarapione escono di scena.

SCENA 6

PRETE:

L'abate Sarapione vi salvò?

ROMUALDO:

Pazientate ancora un poco, la mia storia sta per giungere al termine.

I soliti monaci portano in scena la bara su un piccolo carretto. Due di loro trascinano il feretro, gli altri avanzano

tenendo in mano dei ceri e recitando ad alta voce ed in tono grave una lugubre cantilena.

MONACI:

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

I monaci escono di scena.

ROMUALDO:

Sarapione mi portò in un cimitero che non conoscevo.

Non era il cimitero della mia parrocchia, che conoscevo a menadito dopo avervi

celebrato decine e decine di funerali.

Era il cimitero di una città alle pendici dei miei monti.

Una città che riconobbi subito quando vidi il suo castello.

Era il castello dove raggiunsi Clarimonde ormai morta.

Nel cimitero vi era una cappella, dentro la quale vi era una grossa lapide di

granito con una scritta terribile, che fece sussultare il mio cuore.

Qui giace Clarimonde, colei che da viva fu la donna più bella e desiderabile del

mondo.

Sarapione con un colpo di piccone spezzò il granito e sotto di esso si rivelò una

piccola scalinata che scendeva in una cripta.

Compaiono in scena il giovane Romualdo e l'abate Sarapione, che stringe tra le sue mani un paletto ed un martello.

SARAPIONE:

Eccolo, il sarcofago della vampira.

I due si avvicinano alla bara e vi guardano dentro.

GIOVANE ROMUALDO:

 

Clarimonde!

ROMUALDO:

Era proprio lei.

Soltanto che non era il cadavere divorato dai vermi che mi aveva preannunciato

l'abate.

Era ancora bella, anzi bellissima.

Sembrava quasi viva.

SARAPIONE:

Non perdete tempo.

Prendete il paletto, appoggiatelo sul suo petto e con un colpo di martello

sfondatele la cassa toracica.

Spezzatele il cuore!

(eccitato) Uccidetela!

Sarapione dà il paletto ed il martello al giovane Romualdo.

ROMUALDO:

Poteva il prete di campagna spezzare il cuore di colei che gli aveva rubato la

vocazione?

Poteva il giovin signore spezzare il cuore della sua promessa sposa?

No, né l'uno né l'altro potevano.

Il prete di campagna desiderava liberarsi di Clarimonde più di ogni altra cosa,

senza di lei avrebbe potuto tornare a sperare nella santità, ma non era pronto ad

un simile atto di violenza.

Sapevo soltanto essere violento contro me stesso.

Il giovin signore si sarebbe ucciso piuttosto che fare ciò che l'abate gli

richiedeva.

In quel momento chi ero?

Non saprei dirlo.

I due esseri che si erano scissi tornarono uno solo.

Un solo Romualdo, un solo essere pervaso da mille dubbi ed altrettante paure.

Un solo Romualdo tormentato da amore e pentimento.

SARAPIONE:

Uccidetela!

Non posso farlo io.

L'unico modo che avete per liberarvi, salvare la vostra vita e forse la vostra

anima è ucciderla voi stesso.

GIOVANE ROMUALDO:

Non posso!

La amo!

SARAPIONE:

Dovete.

Sarapione prende le mani del giovane Romualdo e le guida lui, mettendo la mano che regge il paletto nella giusta

posizione ed alzandogli l'altra, pronta a colpire.

SARAPIONE:

Uccidetela!

GIOVANE ROMUALDO:

(disperato) La amo!

SARAPIONE:

 

Ne va della vostra salvezza, uccidetela!

GIOVANE ROMUALDO:

Non posso!

ROMUALDO:

Era vero, non potevo.

Non potevo uccidere la donna che amavo.

Ah, quale prova l'infame Sarapione mi chiedeva?

Come si può chiedere all'innamorato di uccidere la propria promessa?

GIOVANE ROMUALDO:

Non posso!

ROMUALDO:

Stavo iniziando a pensare di liberarmi dalla mia ossessione nel modo più equo.

Cambiando il bersaglio del mio paletto.

Se l'infame Sarapione non fosse più stato presente a molestarmi con si suoi

richiami al dovere, non sarei stato forse più felice?

Ma l'occhio attento dell'abate in qualche modo scoprì le mie intenzioni e non gli

fece perdere tempo.

SARAPIONE:

Scellerato!

Uccidetela!

Fate il vostro dovere.

ROMUALDO:

Non potevo.

Era molto più facile ed allettante uccidere Sarapione.

SARAPIONE:

Incapace!

Visto che non ci riuscite da solo vi aiuterò io.

Sarapione dà una spinta al Giovane Romualdo che cade sul corpo di Clarimonde.

ROMUALDO:

L'abete mi fece cadere sul corpo della mia Clarimonde.

Il paletto sospinto dal peso del mio corpo penetrò le sue dolci carni ed andò a

fare il proprio dovere.

Il giovane Romualdo si rialza e si gira furente verso Sarapione.

GIOVANE ROMUALDO:

Maledetto!

Maledetto!

Cosa mi avete fatto fare?

Clarimonde si alza, sedendosi.

CLARIMONDE:

Sciagurato!

Sciagurato!

Cosa hai fatto?

Perché hai dato ascolto a questo prete imbecille?

Non eri forse felice?

Cosa ti ho fatto di così terribile da indurti a violare il mio sepolcro e

 

distruggermi?

Ti ho soltanto amato.

Ti ho amato sino alla follia.

Per te ho rinunciato alle delizie dell'essere una vampira.

Per te ero pronta a morire.

Per te ero disposta a sopravvivere al mio infelice destino di vampira ed a farlo

soltanto per renderti l'uomo più felice del mondo.

Ahimè, questo paletto conficcato nel mio seno, quello stesso seno su cui ti era

caro addormentarti, interrompe ora e per sempre qualsiasi comunicazione tra le

nostre anime, tra i nostri corpi, tra i nostri cuori.

Addio mio amato Romualdo.

Addio amore mio.

Mi rimpiangerai in eterno.

Clarimonde ricade nella bara, morta per sempre.

GIOVANE ROMUALDO:

(in preda al dolore più straziante) Ah! Ah! Ah!

Cosa ho fatto?

Ho ucciso il mio amore!

Ho ucciso Clarimonde!

SARAPIONE:

La volontà del buon Dio si è compiuta.

Sarapione se ne va, uscendo di scena.

GIOVANE ROMUALDO:

(urlando) Clarimonde!

Clarimonde!

Come potrò vivere senza di te?

Entrano in scena i soliti monaci.

MONACI:

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

La processione di monaci porta via il feretro, poi torna e porta via anche il giovane Romualdo.

MONACI:

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

Povera Clarimonde, l'amore la ha consumata.

SCENA 7

PRETE:

Siete stato fortunato, l'abate vi ha salvato.

Ditemi, è finita qui la vostra storia o Clarimonde ha continuato a tormentarvi

anche dall'inferno?

ROMUALDO:

Il ricordo di Clarimonde è diventato la mia croce.

Il ricordo dei giorni felici con lei è il tormento che strazia la mia anima da

decenni e decenni.

Come mi aveva preannunciato morendo, la rimpiansi.

L'ho rimpianta, la rimpiango ancora e la rimpiangerò per sempre!

 

Non si può vivere sapendo di aver ucciso la donna, o il vampiro a seconda dei

punti vista, che si è amato fino alla follia.

Il giovin signore morì definitivamente, straziato dalla perdita della sua promessa

sposa.

Il prete di campagna non divenne mai un santo, anzi divenne un uomo distrutto

dal dolore ed assetato di vendetta.

PRETE:

Vendetta?

ROMUALDO:

Si, quando mi ripresi dallo shock per aver ucciso Clarimonde, decisi di punire

colui che mi aveva indotto ad uccidere la mia amante.

Sarapione doveva morire.

PRETE:

Lo avete ucciso?

ROMUALDO:

No, non ci riuscii.

Lo inseguii dappertutto, Parigi, Londra, Torino, Mosca, San Pietroburgo, New

York, Madrid, e tutte le altre città in cui il miserabile fuggì per sottrarsi alla mia

vendetta.

Ovunque andassi scoprivo che era già fuggito.

Soltanto una volta, ad Alessandria, riuscii a trovarlo ed a ferirlo, ma nonostante

le ferite riuscì a sfuggirmi.

Dopo quasi dieci anni di fallimenti, rinunciai ad inseguirlo.

Sarapione era più abile ed astuto di me, sapeva che lo volevo morto e non l'avrei

mai preso.

PRETE:

Cosa avete fatto?

ROMUALDO:

Tornai alla mia parrocchia e feci il prete di campagna.

Lavorando sodo per non pensare alla mia Clarimonde.

PRETE:

Avete fatto la cosa giusta.

Tornare prete era il vostro dovere.

Vi siete mai pentito?

Non vi siete mai confessato prima d'ora?

ROMUALDO:

No, mai.

PRETE:

Non temete di andare all'inferno?

I vostri peccati sono terribili.

ROMUALDO:

L'inferno è ovunque da quando ho ucciso Clarimonde.

Il pentimento non allevierà le mie pene.

PRETE:

Scellerato!

Peccatore senza speranza!

Se non volevate confessarvi, perché mi avete raccontato la vostra storia?

 

ROMUALDO:

Perché avete finto di ignorarla.

In realtà, non ho mai smesso di cercarvi.

Ho soltanto fatto in modo che voi lo credeste e così, dopo anni ed anni, quasi

un'intera vita trascorsa ad odiarvi, finalmente ho scoperto che siete diventato il

parroco di questa città e vi ho raggiunto.

PRETE:

Cosa volete fare?

Romualdo estrae dalla tonaca un pugnale.

ROMUALDO:

Sarapione morirete!

La mia vendetta sta per compiersi.

PRETE:

Pensateci bene.

Ne vale la pena?

Pentitevi e sarete salvato.

Perdonate i vostri nemici ed il buon Dio sarà più clemente con voi.

ROMUALDO:

Sarapione, voi avete mai perdonato?

PRETE:

Mai e poi mai!

Ma io non ho peccato, io sono sempre stato nel giusto.

ROMUALDO:

Basta!

Tacete e morite con dignità.

PRETE:

Uccidere un sacerdote è un sacrilegio.

Arderete per sempre tra le fiamme dell'inferno.

ROMUALDO:

Arderò per sempre tra le fiamme dell'inferno?

Insieme alla mia adorata Clarimonde?

E' proprio ciò che spero.

Romualdo colpisce il vecchio prete, che cade a terra morto.

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