Colui che viveva la sua morte

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Commedia in un atto

di Marcel ACHARD

Versione di Suzanne Rochat

da IL DRAMMA n. 139-140 del 1° Settembre 1951

LE PERSONE

GIACOMINO

IL PAZZO

1° ARCIERE

2° ARCIERE IL RE

LA REGINA

IL NUNZIO


Prima dell'alzarsi del sipario, si sentono suonare al­ternativamente due arie di trombetta, l'una allegrissima, l'altra tetra. Giacomino entra in scena da sini­stra e il Pazzo da destra; s'incrociano in mezzo alla scena, si salutano gravemente con espressione impassibile; si dicono  « buon giorno » ed escono. Gli ar­cieri arrivano insieme suonando un'aria di trombetta.

1° Arciere      Il nostro buon Sire è matto.

2° Arciere  Che Iddio l'abbia in sua protezione.

1° Arciere  Sapete niente di più stupido dell'ob­bligo che abbiamo di suonare l'uno arie allegre, l'al­tro  arie  tristi,  per  accompagnare l'umore del Re e modificarlo secondo l'ora?

2° Arciere  Non so.

1° Arciere  È faticoso soffiare nelle trombette.

2° Arciere   Nella mia, soprattutto.

1° Arciere  Vedrete che a forza di soffiare, fra poco, renderemo l'ultimo respiro.

2° Arciere  E facciamo tanto chiasso che non lo sentiremo nemmeno.

1° Arciere  D'altronde, in che cosa possono le no­stre suonatine modificare l'umore di Carlo di Valois?

2° Arciere  Se è allegro, che le nostre arie siano al­legre; se è triste, che siano tristi; è felice se riflettono l'immagine dei suoi pensieri. Se cantiamo, è felice del diversivo. I matti sono facili da accontentare.

1° Arciere  Accontentiamolo. (Suona).

2°Arciere  È il vostro giorno di tristezza, oggi?

1° Arciere   (molto allegramente)   Eh, sì.

2° Arciere   Allora, ci rintronerete un'altra volta.

1° Arciere  Eh, sì.

2° Arciere  Non vi piacerebbe di più suonare un'aria  allegra?

1° Arciere  È molto più faticoso. Ci sono più note... e alla lunga, è anche triste.

2° Arciere   (lugubre)    Suvvia, sarò allegro, se è necessario.

1° Arciere  Suoniamo. (Suonano).

2° Arciere  Un momento. Non ho più fiato.

1° Arciere  Allora giochiamo1.  (Tira fuori dalla tasca un mazzo di carte).

2° Arciere  Sì, sì, avanti.

(Giocano a carte per un po'. Interrompono la partita di tanto in tanto per suonare la trombetta).

1° Arciere  È graziosa, vero?, la mia sonatina triste...

2° Arciere  Sì, ma dovreste cambiare un pochino.

1° Arciere  Perché?

2° Arciere  Perché   suonate   sempre   la   stessa.

1° Arciere  Non è la stessa. Solo che tutte le suonatine tristi si assomigliano.

2° Arciere  Ah! ah!

1° Arciere  Ci sono buone notizie sulla guerra?

2° Arciere  Cosa intendete dire per buone notizie?

1° Arciere  Non abbiamo mica preso parte per nessuno?

2° Arciere  No, no.

1° Arciere  Né per gli Armagnacchi, né per i Borgognoni?

2° Arciere  Noi siamo matti.

1° Arciere  È vero. Che fortuna!  (Suonano).

2° Arciere  La sorte ci  favorisce decisamente.

1° Arciere  Infatti. Ecco più di duecento pistole che vi vinco. (Suona un'aria sinistra).

2° Arciere   (lamentoso)    Ho perso cento pistole. (Suona un'aria allegrissima;  poi suonano insieme l'aria allegra e l'aria triste, il che produce una spa­ventosa cacofonia).

Giacomino (entrando)    Cosa intendete fare, con questo?

1° Arciere  Seguiamo le istruzioni che abbiamo ricevuto.

Giacomino    Chi è il pazzo?

2° Arciere  Il nostro sire, Carlo di Valois. 

(Il Pazzo che  è appena entrato  e  Giacomino  si  sco­prono rispettosamente).

Il Pazzo     Sua Maestà sta per venire; concede un'udienza privata al messo del nostro Santissimo Padre il Papa. Saranno presenti i suoi consiglieri intimi. Voi (s'inchina davanti a Giacomino)   ed io. (Giacomino s'inchina davanti a lui)   Forse, la Sua Augusta Maestà la Regina di Francia degnerà onorare questa riunione con la sua presenza. 

(Saluta molto profondamente una persona immaginaria)  

Suonate un'aria solenne poiché l'avvenimento è della massima importanza.

Uno degli Arcieri Un'aria solenne?

Giacomino    Un'aria solenne è sempre triste.

(Annunziano il Re, che appare, molto bello, molto pal­lido; fa segno al secondo arciere di seguirlo suo­nando la tromba, fa due volte rapidamente il giro della scena e va verso il  trono dove si siede. La Regina prende posto al suo fianco. Il Re fa un gesto verso il salone d'onore dove aspetta il messo del Santissimo Padre. Il Nunzio arriva. Mette un ginocchio in terra davanti al Re).

Il Nunzio   Dal Sovrano Pontefice della Chiesa Cattolica apostolica e romana  (il  Re si alza, suo­nano le trombe)   al nostro amato cugino Carlo di Valois, re di Francia.

(Il Re fa un gesto verso il Nunzio del Santissimo Padre che ingiunge di inter­rompere la sua lettura. Si prende la testa fra le mani con un gesto di rapida meditazione, poi comanda al vegliardo di continuare)  

La Francia è la figlia maggiore della Chiesa. Che se ne ricordi. Essa tro­verà nella preghiera e nella speranza in Dio la forza necessaria per affrontare i suoi nemici. La miseri­cordia di Dio è infinita e non si allontana dalla fronte del peccatore. I destini della Francia...

(Il Re interrompe di nuovo il vegliardo e si dirige verso il Pazzo che agitava i sonagli del suo  scettro  di matto, gli dà un calcio nel sedere, gravemente, poi ordina di riprendere la lettura)  

I destini della Francia uniti alla fortuna del nostro amato cugino Carlo di Valois sono nella destra di Dio che è terribile. Invoco le benedizioni dell'Altissimo e la sua mise­ricordia sulla  Francia e sul  nostro amato cugino Carlo di Valois.

Il Re            Carlo di Valois si annoia. Voi annoiate Carlo di Valois. Lasciatelo solo con i suoi pensieri.

(Tutti escono. Giacomino e il Pazzo si preparano ad uscire. Il Re li ferma col gesto)  

Eh, voi? Come? Stavate per uscire, miei cari amici?

Giacomino    Ma, Sire...

Il Re            Ho detto di lasciarmi solo con i miei pensieri. Non siete voi che pensate per me? Canta, buffone, sono di umore tetro.

Il Pazzo(canta)  

Cinque maschi nati dalla mi' donna

che un altro aveva fatti  (bis)

Son morti tutti e cinque andando in guerra

che un altro aveva fatto (bis)

Ho pianto sopra a quelle cinque salme

che altri avevan fatto (bis)

E non voglio andare a far la guerra

che ancor altri faranno (bis).

Il Re             Di chi è questa canzone?

Il Pazzo     Ne sono l'autore modesto e ben cantante.

Il Re            Pazzo, sarai impiccato se ne ritorna una sola rima alle mie orecchie regali.

(Il Pazzo saluta. A Giacomino)   Che cosa pensi del Papa?

Giacomino    Lo credo canuto e di  piacevole tratto.

Il Re            Se tu fossi re, gli dichiareresti guerra?

Giacomino     No.

Il Re            Ho tanta voglia di farlo.

Giacomino     Sarete dannato...

Il Re             (urlando)    No, non l'Inferno!... Ho paura... ho paura...

Il Pazzo      (per consolarlo come si farebbe ad un bimbo)    Kili... kili... kili...

Giacomino    Un messaggero pagato con beni della Chiesa, è venuto da Roma a bella posta per portarvi le benedizioni celesti. Cosa avete da te­mere dall'Inferno? Cosa avete da temere da chiunque?

Il Re             (con una vocina da bimbo)    Sì... sono il Re... sono il Re...

Giacomino(presentandogli un mazzo di carte da gioco)    Vedete queste carte? (Gliene fa vedere una; il re di cuore)   Il re di cuore... è Vostra Mae­stà. Le altre carte rappresentano i vostri innume­revoli nemici. Mischiatele.

(Il Re segue questo gio­chetto col più vivo interessamento e attenzione pue­rile. Aderisce al desiderio di Giacomino. Questi, con un'abilità da prestigiatore fa apparire il re di cuore davanti alle altre carte)  

Mischiate ancora. Non c'è che il re di cuore... Mischiate... Non c'è che il re di cuore... I vostri nemici non ci sono più; li avete sconfitti.

Il Re            Sì... sì... sono onnipotente... sono il padrone.

Uno degli Arcieri(suonando con la tromba una aria lugubre)    Sua Maestà la Regina di Francia sollecita la grazia di un'udienza privata.

(Il Pazzo, Giacomino e il Re scappano. Il Re ritorna però e richiama col gesto i suoi amici).

Il Re Restate. (Musica).

La Regina    (entra e s'inchina)   Possa il cielo concedere lunga vita alla Vostra Maestà per il più gran bene della Francia.

Il Re             (con vera maestà)    Parlate, signora... (Ac­cennando a Giacomino e al Pazzo)   Questi signori possono ascoltare tutto.

Il Pazzo      (buffoneggiando)   Possiamo ascoltare tutto.

Giacomino(con un profondissimo saluto)    E ne chiediamo umilmente perdono alla Vostra Maestà.

La Regina   Vengo a chiedere al mio Re la testa del Sire di Trinquemaille.

Il Re          Oh, ancora una! Che diavolo fate, signora, di tutte le teste che mi reclamate?

La Regina   Chiedo al mio Re che giustizia sia fatta. Il Sire di Trinquemaille ha offeso la Regina di Francia.

Il Re             È proprio un destino... Non c'è un si­gnore: di Francia che non vi possa vedere senza offendervi.

La Regina   Sono bella, Sire.

 Il Re            (con rabbia contenuta)    Perdinci! (Pausa brevissima)    Che sia  fatto secondo il vostro desi­derio. (La Regina s'inchina)   Trinquemaille sarà im­piccato in alto, con corto laccio.

Giacomino(piatto)    Il Sire di Trinquemaille è gentiluomo.

Il Re            Giusto. Morirà sul ceppo.

Giacomino(c. s.)    Il Sire di Trinquemaille era ad Azincourt. Fu ferito. Uccise più di trenta In­glesi di propria mano.

Il Re             (dopo un silenzio)    Vostra Maestà non si potrebbe accontentare di una detenzione a vita? Il Sire di Trinquemaille è un valoroso.

La Regina   L'offesa che mi ha fatto sarebbe diminuita?

Il Re            Non dico questo...

La Regina   L'onore della Regina di Francia non vale il sacrificio d'un gentiluomo, sia  pure eroe?

Il Re            Senza dubbio...

La Regina   Ho fatto a questo miserabile l'onore di esigere la sua testa. La dovete alla Regina di Francia.

Giacomino    Il Sire di Trinquemaille è lo zio della nostra damigella Odette de Champnivert, che fu tanto buona con Sua Maestà...

Il Re             (dopo una pausa)    Non posso, decisamente, concedervi la testa di quest'uomo.

La Regina   Ma l'onore della Regina di Francia...

Il Re             Abbiamo già faticato tanto a difenderlo... (Con schiacciante maestà)   La testa del Sire di Trin­quemaille mi è sacra, ormai. Se qualcuno dei vostri amici avesse qualcosa contro di lui, fate in modo che non avvenga nulla d'increscioso a questo no­bile signore. (Con furore freddo)   Non esiste testa che io non possa far cadere...   (Esce seguito dal Pazzo).

La Regina   Giacomino. sarai impiccato.

Giacomino    O là!

La Regina   Giacomino, sarai impiccato.

Giacomino    E perché  sarò  impiccato?

La Regina   Mi dài fastidio.

Giacomino    A che cosa devo quest'orribile disgrazia?

La Regina   Sono stanca di trovarti sempre sulla mia strada con la tua falsa aria di mendicante d'amore. Sarai impiccato.

Giacomino    Capisco tutto: è politica vostra.

La Regina   Ti taglieranno il polso come s'usa per i parricidi.

Giacomino    Deplorevole idea.

La Regina   E ti esporranno alla croce del Trahoir perché tu senta prima di morire tutti gli in­sulti, tutti i più bassi insulti della plebe.

Giacomino    Quale fine più bella, per un poeta!

La Regina   Taci. Un momento fa davanti al Re tu mi hai umiliata senza farlo vedere, certamente, curvo e col più sornione dei tuoi sorrisi; ma io ho ben sentito che la tua falsa umiltà era per me una vergogna di  più.

Giacomino    Oh! Signora Regina!

La Regina   Se ho un progetto, ti trovo sempre di fronte a me... Passi la misura. Sarai impiccato.

Giacomino    Che peccato.

La Regina   Guardami.

Giacomino(con ammirazione)    Voi siete bella, signora Regina.

La Regina   Giacomino, tu m'intralci. Io ho grandi progetti che non puoi capire ma che puoi servire.

Giacomino    Come? Non sono che poeta e pit­tore. Io disegno con amore carte da giuoco, cerco passatempi per svagare il nostro povero Re.

La Regina   Giacomino,  voglio dirti tutto. È forse imprudente ma  saprò assicurarmi il tuo si­lenzio.  Senti: ho bisogno, per riuscire nei miei grandi progetti, che io ti consiglio di  non cono­scere, di una dedizione cieca e sorda che lavori per mantenere il nostro Sire nella sua dolce follia.

Giacomino    Ah!

La Regina   Ho bisogno di un re folle. Ora il nostro amato Carlo è folle per grazia di Dio. Egli vive la sua morte. È una paura vivente che cam­mina. Ognuna delle sue crisi è causata dalla paura della morte o da quella dell'Inferno; egli morrà di queste due paure combinate. (Pausa)   Mi ci impegnerò.

Giacomino    Perché confidarmi queste cose? Io non capisco niente di politica.

La Regina   Non credo alla tua ingenuità. Ascol­tami bene: io so che solo la tua influenza è capace di riportare il nostro Sire alla ragione. Ho capito il tuo giuoco. (Con passione)   Tu cerchi di liberarlo dalla paura della morte, dalla paura dell'Inferno, le mie uniche risorse... Che Iddio mi perdoni. Se io ti lasciassi fare ancora per sei mesi, il Re po­trebbe riprendere presto il comando delle nostre armate. (Pausa)   Io non voglio. Rifletti. Hai qualche ora ancora. Tu puoi servir me e sarai ricco e po­tente. Tu puoi servire il  Re, e provocare il mio odio.

Giacomino    In un caso come nell'altro, vuol dire essere impiccato... Ebbene, ecco la mia rispo­sta. Io sono pittore e poeta. Non ho niente da te­mere da Dio che mi chiamerà alla mia ora. Io con­tinuerò dunque a dipingere per il nostro amato signore delle piccole carte da giuoco nelle quali metterò tutta la mia anima e a comporre dei ma­drigali nei quali l'oro, la luna, le stelle e il sole si disputeranno l'onore di essere paragonati alla Re­gina di Francia. (S'inchina).

La Regina   È la vostra ultima parola?

Giacomino    Non è del tutto l'ultima. Se io non sarò impiccato che fra due ore, avrò il tempo di pronunciarne ancora.

(S'inchina ed esce. La Regina rimasta sola dà segni manifesti di furore. Il Re entra, appoggiandosi alle spalle del suo Pazzo. La Regina gli fa una profonda riverenza).

Il Re            Non mi piace vedere il vostro viso, si­gnora.

(Il Pazzo saluta)  

Non che sia brutto... voi siete molto bella e lo sapete (s'inchina)   ma è scuro come se dentro piovesse sempre... Andatevene, si­gnora, e non tornate che stasera tardi. Inoltre, per non farmi fare la figura del villano, fate che sia anche  (calca su questa parola)  il vostro piacere.

(La Regina esce. Una pausa)  

Sei triste, buffone?

Il Pazzo     No, signore, io sono matto.

Il Re            Anch'io.

Il Pazzo     Non è la stessa cosa.

Il Re            Perché?

Il Pazzo     La mia follia è obbligatoria... la vostra, è di lusso.

Il Re            Ah!

Il Pazzo     Sì. Naturalmente. Io sono obbligato ad essere pazzo. Voi non siete obbligato. Ecco la differenza.

Il Re            Non è dunque divertente esser folle?

Il Pazzo     Sì, qualche volta, quando sono solo. Qui, io sono pazzo per voi e non è divertente.

(Una pausa)  

Voi siete triste. Sire?

Il Re            Io sono triste d'essere matto senza esserci obbligato. Fammi ridere.

Il Pazzo     Di che cosa?

Il Re            Di me, naturalmente. Avrai notato che non ridevo se non di me o delle mie follie. Sono l'unico che abbia diritto di ridere di me... e sono divertente. Merito di avere almeno uno spettatore. Se vuoi esser divertente, cerca di assomigliarmi.

Il Pazzo     Allora, perché tenete un pazzo?

Il Re            Per vedermi.

Il Pazzo     Avete già degli specchi.

Il Re             (drappeggiato nel suo mantello)  Ma non sono intelligenti.  Non ne ho ancora trovato uno solo capace di riflettere esattamente i miei occhi. Mi sei caro, perché ho potuto ritrovarli qualche volta nei tuoi.

Il Pazzo     Dunque date tanta importanza agli occhi?

Il Re            Forse. Si dice che essi siano gli specchi dell'anima, e sono qualche volta, come i  tuoi, lo specchio dell'anima degli altri. Per questo bisogna lavarli sovente.

Il Pazzo     Con che cosa?

Il Re            Con le lacrime.

Il Pazzo     Io non li lavo mai.

Il Re            Tu non piangi?

Il Pazzo     Mai.

Il Re            Ridi?

Il Pazzo     Spesso fino alle lacrime.

Il Re            Queste lacrime non lavano.

(Pausa).

Il Pazzo     Ah!

Il Re            Fammi ridere.

Il Pazzo     Devo fare il giocoliere? Cantare? Bal­lare? Ricevere nel sedere il vostro augusto piede? (Successive negazioni del Re)   So qualche storia triviale.

Il Re             (molto nobilmente)    Sono un Valois.

(Il Pazzo s'inchina).

Il  Pazzo    So delle magnifiche storie d'amore.

Il Re            Sono cornuto.

(Il Pazzo s'inchina).

Il Pazzo     Il mestiere di pazzo diventa più dif­ficile di giorno in giorno.

IL Re            Quello di re invece diventa sempre più facile. Basta sedersi su di un trono, avere un no­bile gestire, tutti i segni della potenza e nessuna potenza. Tutti i segni della maestà e nessuna mae­stà. Basta avere una moglie Isabeau e un cugino che si chiami Giovanni di Borgogna. Tu puoi es­sere re. È di tutti essere re, ma non è di tutti es­sere folle. Io ti regalo mia moglie.

(Il Pazzo s'inchina malcontento)  

Io ti regalo mio cugino.

(Il Pazzo s'inchina)  

Io ti regalo il mio trono.

(Il Pazzo s'inchina)  

Dammi il tuo bastone a sonagli.

(Cambia la sua corona con il bastone del Pazzo).

Il Pazzo     Io sono un Valois. Fammi ridere, buffone.

Il Re            È facilissimo. Vostra grazia è ingannata. Vostra grazia è presa in giro. Vostra grazia è tra­dita. Voi non avete più nel vostro reame che due amici:  il vostro Pazzo e Giacomino Gringonneur. Voi siete inoffensivo e impotente; e nonostante ciò tutti desiderano la vostra morte. Voi avete paura dell'inferno e per questo tutto cospira alla perdita della vostra anima.

Il Pazzo     È assai divertente.

Il Re             (gettando il bastone a sonagli)  Basta buffone, io non voglio più essere pazzo, non mi di­verte più.

(Il Pazzo riprende il suo bastone a sonagli e il Re la sua corona. Riflettendo)  

L'uomo della foresta del Mans aveva ben ragione. « Non andare oltre, nobile signore». Io ne sapevo già di troppo. È perché non ho seguito il suo consiglio ed ho voluto andare oltre, che mi credono folle. (Pausa)  

« Tu sei tradito » diceva, « tu sei tradito ». Si, io sono tradito. Per fortuna il tradimento perde e salva. H tradimento può essere pretesto e asso­luzione. È il tradimento che fa dei martiri. Che sarebbe Cristo senza Giuda? Che sarei io senza tra­dimento? Sarei Azincourt. Oggi, non sono più te­nuto a rispondere del disastro. Ho pagato.

(Pausa)  

Il Duca  d'Orléans  non ha mai tramato la mia morte. Egli mi aveva dato così una prova di buona amicizia.

(Una breve pausa)

Essi l'hanno  ucciso come uccideranno me. Ho paura. Ho paura.

Il Pazzo     Sta bene. Giochiamo ad aver paura. Sarà divertentissimo.

(Il Re si è calmato perché si trova davanti ad una grande finestra aperta sulla campagna).

Il Re            Io amo la natura...

Il Pazzo     Tutti i grandi spiriti hanno amato la natura.

Il Re            Io non sono un grande spirito. Io sono pazzo. Vi sarei molto obbligato se ve ne ricordaste. (Guarda fuori)   Che cos'è questa specie di montagna?

Il Pazzo     È il cielo.

Il Re            E là non c'è niente?

Il Pazzo     È ancora il cielo.

Il Re            Ah! (Guarda lontano più attentamente ancora)   Che cos'è quella linea che non si vede finire?

Il Pazzo     È là, dicono, che il cielo e la terra s'incontrano.

Il Re             Se io andassi su quella linea, allora, toccherei il cielo?

Il Pazzo     No. Nicolas Flamel dice che se voi andaste laggiù il cielo cambierebbe posto e non incontrerebbe la terra che molto più lontano.

Il Re            Allora, sarà la stessa cosa dopo la mia morte. Quando io crederò di possedere finalmente il cielo che tutti i vescovi del reame mi hanno promosso, tu vedrai che allora avrà cambiato posto. (Una breve pausa)   Non c'è nulla d'altronde che provi che io sia pazzo.

Il Pazzo     Sta bene. Non facciamo più i matti. Sarà molto divertente.

Il Re             (in confidenza)    In più, ho una grande idea.

Il Pazzo      (ossequiosamente)    Ah.

Il Re            Voglio cambiare il simbolo della follia. (Accennando al bastone a sonagli)   È idiota questa bambola con i suoi sonagli. Domani, tu ti farai vedere nella sala di Teseo con un arco e una frec­cia come simbolo. Follia della guerra, follia dell'amore.

Il Pazzo     Eros e Marte. Sì, sì.

Il Re            Follia d'amore... Anch'io ho amato. In quel momento, ero veramente  folle.  Ho  tanti ri­cordi di quell'epoca.  Ho dei  meravigliosi  ricordi. Non me ne ricordo più. (Pausa)   Parliamo d'amore.

Il Pazzo     Parliamo in versi.

Il Re          Hai ragione. (Sillaba sulle dita)   Per i bei occhi della mia bella...

Il Pazzo     Ci manca una sillaba.

Il Re            Sì.

Per gli occhi belli della mia donna...

(Conta sulle dita, guarda a lungo la mano, s'inter­rompe)   Ciò che m'irrita nelle ossa, è che son parte dello scheletro.

Il Pazzo      (per distrarlo ripete di nuovo)   Per gli occhi belli della mia donna...

Il Re            E poi?

Il Pazzo     Sì. E poi?

Il Re            Per gli occhi belli della mia donna

Ho conosciuto gran felicitade.

Il Pazzo      Non si fanno versi per dire che si è contenti.

Il Re            È vero. (Riprende)

Per gli occhi belli della mia donna

Ho sofferto...

Il Pazzo     Sì, ma allora per un tormento d'amore ci vogliono dodecasillabi.

Il Re             Non voglio più fare versi. Voglio pen­sare.

Il Pazzo     Pensiamo.

Il Re            Pensa senza di me.

Il Pazzo     Bene.

Il Re             (quasi subito)     Io penso,  tu lo sai, io penso. 

(Rivolto a Giacomino che sta per entrare con grande effetto)   Ah; eccoti. Sono contento. Ri­spondimi: ti capita mai dipensare?

Giacomino    Qualche volta.

Il Re            E naturalmente, alla morte?

Giacomino    Ah, no.

Il Re             Tu non pensi alla morte e a quello che sarà dopo la morte?

GiacominoAvrei giurato che m'avreste parlato di questo.

Il Re            È l'unica cosa che m'interessa, ora.

Giacomino    Si direbbe che è la sola cosa che vi diverte.

Il Re            Rispondi seriamente. L'argomento Io me­rita; il giuoco vale la candela.

Giacomino    Altro che candela; anche un cero, purché sia offerto alla Madonna.

Il Re            Non hai paura della morte?

Giacomino    Non ci penso mai.

Il Re            E io ci penso sempre.

Giacomino    E questo vi uccide. La Regina lo sa bene. Quest'orgasmo vi avvelena la vita. Eppure la morte non è triste. Si è soliti renderla brutta e farla triste con delle funebri pompe. È un errore. L'ultima  partenza sarebbe molto facilitata da un po' di musica allegra, di fiori chiari e di sole.

Il Re            Io non ho paura della morte, ho paura dell'Inferno.

Giacomino    Non avete il diritto d'aver paura. Il Regno dei cieli è dei poveri di spirito. Voi siete folle, non è vero?

Il Re            Sì, io sono folle, io sono folle.

Giacomino    Dunque voi siete povero di spirito.

Il Re            Sì, io sono povero di spirito; sì, io sono povero di spirito.

Giacomino    Dunque, il Regno dei cieli vi ap­partiene.

Il Re             (sognando)    Non avevo mai pensato a questo.

Giacomino    Voi vivete due volte la vostra mor­te. Lasciate dunque fare alla vita.

(Un silenzio. Il Re sogna).

Il Re             (rivolto al Pazzo con tono allegro)    E tu. ci pensi, qualche volta, alla morte?

Il Pazzo     Quando vedo la Regina. (Subito)   Io penso alla morte,  io penso alla morte.

(Compare la Regina. Procede in silenzio fino al Re. davanti al quale s'inchina leggermente).

Il Re            Quale nuova sventura venite ad annunciarmi, signora?  Nessuna sventura avete da annunciarmi? E gli Inglesi non sono padroni delle nostre armi? E Parigi è ancora francese? E i  Borgognoni non hanno assassinato alcuno della mia famiglia. Ah! signora, voi venite meno a tutti i vostri doveri. Siete un po' sorpresa, naturalmente, di sentirmi parlare liberamente senza la minima apparenza di follia. Ascoltate, signora, e capite. Io non ho più paura dell'Inferno. Io sono liberato dei miei timori.

(Uscendo e con alterigia infantile)  

Il Regno dei cieli è dei poveri di spirito, signora...

(Il Pazzo saluta ed esce. Giacomino saluta e si dispone ad uscire).

La Regina   Rimanete.

Giacomino    Io sono agli ordini di Vostra Maestà.

La Regina   Giacomino, tu trionfi, tu hai vinto questa volta. Io sono leale e lo riconosco, vedi. Tu forse hai salvato quest'uomo e hai perduto questo Re. Tu gli hai reso la sua anima. Rifletti all'opera tua e ne sarai spaventato. Tu hai rimesso i destini della Francia nelle mani di questo mezzo pazzo. Egli si occuperà ora degli affari del suo regno. Toc­ca a lui, ora, trattare con gli Inglesi. Non hai paura?

Giacomino    È il Re. Ama la Francia.

La Regina   Cosa ne sai, tu?

Giacomino    Ne sono sicuro. Io amo molto la Francia, ma l'amerei molto di più se fosse mia. E la difenderà. Siatene sicura, meglio di qualsiasi altro perché contemporaneamente alla sua anima si risveglierà in lui l'istinto della proprietà.

(Pausa).

La Regina   Ami il Re?

Giacomino    Sì, perché è solo e triste, perché è buono. E voglio salvarlo perché ciò è facile e nes­suno ancora l'ha tentato. Lo si crede pazzo, ma la sua follia non è che una paura infantile, puerile e ridicola della morte e di ciò che segue la morte. E io distruggerò in lui questo timore. Ho già co­minciato e ci riuscirò.

La Regina    (con voce mutata)    Giacomino, io so che tu mi ami. Ti ho visto spesso seguire con gli occhi il mio corpo con un viso sconvolto. Ho visto tremare le tue mani quando per scherzo mi avvi­cinavo a te.

Giacomino    È vero. Io vi adoro.

La Regina   È una tua singolare maniera di provare l'amicizia. Tu ami il Re e tu l'inganni.

Giacomino    Non è ingannarlo l'amarvi d'amore. Egli avrebbe piuttosto il diritto di meravigliarsi del contrario.

La Regina   Che cosa osi dire?

Giacomino Ohimè. Io vi amo ma vi conosco. Non vedete dunque nelle mie parole null'altro che una grande naturalezza. Io vi amo più che il Re perché l'amore è più forte dell'amicizia. Io vi amo e vi desidero. Ed è già da molto tempo. È una follia ben comprensibile. Avevo letto in un vecchio testo che una regina un giorno aveva baciato le labbra d'un poeta addormentato su uno sgabello. Non appena vi vedevo, io mi addormentavo al vo­stro passaggio, ma voi  non mi avete mai baciato.

La Regina    Giacomino.

Giacomino     Il mio amore per voi minaccia il Re. Io lo sento bene. La ragione mi ordina di ta-cere e di dimenticare. E so che tutto questo è impossibile e mirabile. Ma ho fatto il folle sogno di possedervi  un giorno.

La Regina   E io ti offro l'occasione di realizzare questo sogno.

Giacomino    Deve costar cara, una regina.

La Regina   Dopo Margherita di Borgogna, si compra la Regina con la propria vita.

Giacomino    È proprio quel che dicevo, costa cara.

La Regina    Contrattiamo: il tuo cadavere per il mio corpo.

Giacomino    L'anima delle donne è un mistero impenetrabile. Se si potesse raccogliere in un solo sguardo tutti gli infiniti sguardi degli uomini che amano e muoiono d'amore, questo sguardo sarebbe brillante come il sole, chiaro come un cielo d'estate, profondo come il dolore umano, eppure non po­trebbe vedere nulla nell'anima di una donna, fosse anche questa la più semplice e la più sincera di tutte.

La Regina   Sarebbe perché troppe lacrime l'avrebbero turbata.

Giacomino    Voi non piangete, signora. Il vostro cuore è come una roccia e più duro ancora, perché le rocce si spaccano e fanno schizzare l'acqua sor­gente. Il vostro cuore non si è mai spaccato per far sgorgare le lacrime...

La Regina   Gioco  la  tua  vita  contro il mio amore. La Regina ha bisogno della tua vita.

Giacomino(ironicamente)  Amo la donna, non amo la Regina.

La Regina   Accetti? In cambio del tuo povero destino melanconico e inutile, ti offro il miracolo radioso della mia carne.

Giacomino    Tengo al mio povero destino melanconico.

La Regina   Non tengo al mio corpo. L'ho già offerto a tanti baci, a tante carezze diverse. Bruti, principi, carcerieri, l'hanno avuto prima di te. Mi hanno stretto fra le loro braccia robuste. Mi hanno piegato. Si davano la gioia suprema di far soffrire chi li uccideva. Ognuno dei miei baci li avvicinava di più alla morte, e accresceva il loro valore.

Giacomino    Basta! Basta! Accetto.

La Regina   Ah, lo sapevo... quello che non po­teva fare il desiderio, l'ha fatto la gelosia. Non hai voluto non essere  uno di  loro.  Avresti rinunciato a me se non mi fossi insudiciata...

Giacomino    Signora...

La Regina   Accetti?

Giacomino    Accetto.

(Pausa. Il viso della Regina si illumina di un bizzarro sorriso).

La Regina   Ho ancora qualcosa di meglio da proporti. Mi irriterebbe indubbiamente sentire la tua mano pesante sulla mia spalla bianca, subire le tue carezze maldestre, e il tuo amore. Voglio tentar d'evitarle. Tu hai inventato il gioco delle carte, e sai dipingerle con arte. Non passa giorno che tu non inventi qualche nuovo mezzo per ser­virtene. Ti propongo di salvarti la pelle. Giochiamo: se vinci, sarò tua una sera, senza condizioni, e avrai salva la vita. Non dubiti, vero, della parola della Regina? In caso contrario, sei morto. Non è più uno scambio, è un gioco...

Giacomino    Sapete che so barare?

La Regina   Non oserai.

(Giacomino tira fuori dalla tasca un mazzo di carte, e la partita comincia)  

Quel che non sai, Giacomino, è che sono una sgualdrina coronata. Il mio corpo, questo corpo che non terrai mai tra le braccia, perché certo perderai, il mio corpo è stato contaminato da ogni bramosia. Ti racconterò, se vuoi, un'avventura, una sera, al corpo di guardia. Correvo per la città in incognito, e certo m'avrai incontrata senza riconoscermi. In­dossavo vestiti da pezzente. Dei soldati ubriachi mi videro, m'afferrarono e mi condussero in una sala in cui molti arcieri di ronda eran già seduti a bere... là, senza una parola, come bruti, due si gettarono su di me... Impallidisci? Perché mi divori con lo sguardo? Mi svestirono completamente. Ero nuda, sotto gli occhi di quei dieci uomini... Ma sta' at­tento al gioco. Ho appena barato... Quando ad un tratto, il capitano degli arcieri s'avvicina a me... Beh, dimmi ora in qual modo vuoi suicidarti. Che ge­nere di morte preferisci? Ferro o veleno? Pugnale o fiala? Eccoli ambedue.

(Depone un pugnale e una fiala sulla tavola)  

Il capitano s'avvicinò a me, indicò col dito un piccolo segno nero che ho vicino all'inguine e disse con voce sottile per il terrore: « È la Regina ». Per quello m'aveva riconosciuta. (Cambiando tono)   Addio, Giacomino, ho vinto.

Giacomino     Vero, devo morire.

La Regina   Hai paura?

Giacomino    Peuh.

La Regina   Che morte scegli?

Giacomino     Non vorrei far smorfie all'ultimo momento.

La Regina        Prendi la fiala.

Giacomino    Farò smorfie?

La Regina   Che t'importa?

Giacomino    La principale preoccupazione delle creature brutte è di morire in bellezza.

La Regina   Bevi.

Giacomino    Bevo agli occhi vostri che sono i più belli del mondo, alle vostre labbra che non ba­cerò..... (Con una smorfia)   Questo liquore è detestabile!

La Regina   Hai perduto, e paghi.

Giacomino    Ho mal giocato. La vita è un gioco a carte in cui il cuore non è mai la briscola.

(Pausa) 

Vi sarò riconoscente se farete avvertire il Re. Ci sono degli arcieri nella galleria.

(La Regina s'allontana. Giacomino cade ginocchioni. Il Re entra col Pazzo).

Il Re Giacomino... mio povero Giacomino.

Giacomino    Sire, muoio...

Il Re            Di che? Perché? Come?

Giacomino    Muoio... non vi sono ragioni spe­ciali... Non sono neppure da compiangere... È più facile morire come me che subire mille morti come voi.

Il Pazzo     Mio vecchio amico!

Giacomino(al Pazzo)    È vero, ero tuo amico.

Il Pazzo     Sì... Giacomino.

Giacomino    M'hai voluto bene, vero?

Il Pazzo      Sì, Giacomino.

Giacomino    Provalo. Piangi.

Il Pazzo     Cosa?

Giacomino    Piangi, sì, voglio esser sicuro che vi sarà qualche lacrima su di me. Piangi, amico mio, piangi. Bene. Molto bene. Basta.

Il Re            Giacomino, parlami. Sono anche tuo amico. Ti amo. E poi voglio sapere...

Giacomino    Che?

Il Re            Muori, no? E bene!, la morte, com'è? Come dicevi? Come tu dicevi? È un riposo? Una tortura? Parla... Qual è la tua impressione?

Giacomino    Cattiva!

(Muore).

F I N E

Rappresentata per la prima volta al Théâtre de l'Atelier il 18 giugno 1923,  nell'interpretazione di Michel Duran (Giacomino), Arnaud (il Pazzo),  Lavialle e Beauchamp (gli Arcieri), CharlesDullin (Il Re),MarcelleDullin (La Regina),Decroux  (il Nunzio).


1   Nel testo, scherzoso bisticcio intorno al verbo jouer, che risulta intraducibile.

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