Come siamo stati

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Commedia in un atto

di Arthur ADAMOV

Titolo originale dell'opera: COMME NOUS AVONS ÉTÉ

Versione italiana di Gian Renzo Morteo

da IL DRAMMA n. 191 del 15 Ottobre 1953

LE PERSONE:

A.

LA MADRE

LA ZIA

* Tutti i diritti sono riservati.


(La scena s'illumina. Benché sia pieno giorno, una lampada elettrica è accesa. A destra, un letto sul quale dorme A. completamente vestito in abito da sera. Vicino al letto, una sedia di paglia; sulla sedia, uno svegliarino. In un angolo, un violino. Entra la madre: una cinquantina d'anni, capelli grigi, abiti neri, calze e scarpe nere. La madre si avvicina cau­tamente al letto e guarda A.; A. si muove appena, e continua a dormire. La madre esita un momento, indietreggia. In quel mentre sfiora la sedia, compie un movimento sbagliato; lo svegliarino cade. A. sus­sulta e si sveglia).

La Madre    (raccogliendo lo svegliarino, che rimette sulla sedia)   Mi scusi signore; non volevo sve­gliarla. L'ho fatto per una balordaggine. Sarei tornata tra un momento. Sono inquieta, ma non fino a questo punto....

A.                 (sollevandosi)    Ha bussato?  Non ho udito. Credo di essermi addormentato.   (Guardando lo svegliarino)  È l'ora nevvero?

La Madre   Mi pare. (Pausa)  Sono veramente confusa, lei mi scuserà.

A.                 Non lo dica neppure per ischerzo: lei mi ha reso un grosso servizio. Senza la sua visita...

La Madre    (sorridendo)   Inattesa.

A.                 (alzandosi)   Stavo facendo tardi, e... preferisco non immaginare quello che sarebbe successo. (Pau­sa)   Niente di peggio che una dormita in pieno giorno. Al risveglio, ci si sente completamente sfasati.

La Madre    Se era stanco, doveva pur riposare.

A.                 Io non devo mai dormire con la luce, e com­pletamente vestito. Non sta bene.

La Madre   Eppure capita; in viaggio, per esempio.

A.                 Che vuol dire? Non sono mica in viaggio, che io sappia. Sono qui, nella mia camera, a casa mia.

La Madre   Vuole rinfacciarmi la mia sfacciataggine? (Essa ride lievemente)  Sì, mi rendo conto di disturbarla, ma io volevo semplicemente domandarle se per caso non aveva visto il mio piccolo.

A.                 Il suo piccolo?

La Madre   Sì, lo cerco.

A.                 Io non lo conosco neppure, il suo piccolo, non l'ho mai visto, come lei d'altronde e non capisco...

La Madre   Chissà perché sono andata a pensare che potesse essere qui? Forse perché ancora un mo-mento fa stava giocando alla palla nel corridoio. Lei l'avrebbe certamente udito, se non avesse il sonno tanto pesante. Bisogna proprio dire che esistono persone che dormono sodo. Quanto a me è esattamente il contrario.

A.                 Io continuo a non capire.

La Madre   Eppure non è difficile. La porta era spalancata, e io mi sono detta che la palla poteva essere rotolata in camera sua, e che il mio piccolo Andrea era venuto a cercarla.

A.                  (sedendosi sul letto)   Supponiamo pure che la porta sia rimasta aperta e che la palla sia finita qui dentro, io comunque non vedo perché il suo ragazzo avrebbe dovuto venire in camera mia e restarci.

La Madre   Perché? Ma per chiacchierare con lei. per farle delle domande. Non la smette mai con i suoi "perché". Io non sono sempre capace a rispondergli. Comunque me la cavo certamente meglio di suo padre, che ne era assolutamente incapace. A. (alzandosi)   Ah! Lei non ha più marito?

La Madre    (accennando ai suoi abiti)   Lei vede, sono in lutto. (Pausa)  Oh, non voglio dire che Andrea non amasse suo padre...

A.              (bruscamente)   Spiacente, signora, ma io non ho visto suo figlio.

La Madre   Lo credo bene, se lui è venuto mentre lei dormiva!

A.                 Venuto eripartito immediatamente.

La Madre   Partito? Perché mai? Può darsi benis­simo che egli si sia nascosto qui. (Ride)  In un angolino.

(Ispeziona la stanza con gli occhi)  Ha la mania di nascondersi...   per farsi cercare.  Si diverte un mondo quando finalmente lo trovano. È un diavo­letto, il mio piccolo Andrea. Ma che vuole? è l'età.

(Essa si siede ai piedi del letto).

A.                 Quanti anni ha?

La Madre   Nove. Ma gliene si danno molti di più. È molto precoce ed è questo che noi spaventa. I ragazzi precoci sono sempre i più delicati. Andrea è continuamente malato. Lo stomaco soprattutto gli giuoca dei bruiti scherzi.

A.                 Allora... deve seguire un redime.

La Madre   Sì, ma questo complica le cose, in particolare quando capita di viaggiare sovente. Come a noi. Fortunatamente io conosco il cuoco del va­gone-ristorante. Una perla d'uomo. Fa bollire delle patate apposta per lui.

(Entra da sinistra la zia. Circa sessant'anni, piccola, incartapecorita, comple­tamente vestita di nero. Ha le calze cascanti. Tiene in mano un ricamo e un pacco legato con lo spago).

La Zia          (alla madre, con voce acuta e lamentosa)  Sono soltanto io. La zia Giulia! Ero tutta sola, mi annoiavo; allora, quando ho udito la tua voce, mi sono detta: « Sai che faccio? scendo a chiacchierare un po' ». (Pausa)  Ho un regalo! sì, per il nostro pic­colo angelo. Non ti dico che cos'è; una sorpresa! Signore. Lei permette che mi sieda?

A.                 Mi scusi, ho molta fretta...

La Madre   Un momentino comunque l'avrà.

La Zia         Sì, soltanto un minuto. Poi ce ne an­dremo. Nevvero, Enrichetta? (Siede sulla sedia).

A.                 Scusatemi, sono costretto ad uscire. (Si mette a camminare in lungo e in largo)  Io non dispongo del mio tempo. Non si direbbe, nevvero? (Rivol­gendosi alla madre)  Lei mi ha trovato addormentato sul bel mezzo del pomeriggio, allora evidentemente si è detta: « Quello là non ha molto da fare: ciò che gli manca non è certamente il tempo da buttare via ». Eppure non è affatto così. Io ho molto da fare, ho molti impegni. (Si ferma).

La Madre   Ce ne parli un poco.

La Zia         Oh sì, ce ne parli, per piacere! A me piace tanto che mi raccontino delle cose. Mi faccio piccola piccola e ascolto... (Si mette a ricamare)  È una cosa che mi è sempre piaciuta. Non è vero, Enrichetta, che mi è sempre piaciuto che mi raccontino...

La Madre   Ti è sempre piaciuto che ci si occupi di te, questo è vero.

La Zia         Hai ragione; tutti però si sono sempre occupati talmente poco di me. Quanto a te, comun­que, è un'altra cosa.

La Madre    (volgendosi ad A.)   Dunque lei ha delle giornate intense.

A.                 Ebbene, sì ho delle giornate intense. (Brusco)  Che cosa volete sapere? Se mi guadagno la vita? No, non ancora. Ma in ciò non c'è nulla di straordinario. Per il momento non sono incalzato dal bisogno. Quindi mi butto a capofitto in qualunque attività, esclusivamente per fare qualcosa... per darmi, come si dice oggi, l'impressione di vivere.   (Ride).

La Madre   I suoi genitori le hanno lasciato delle rendite sufficienti?

A.                 (ricominciando a camminare)   Mio Dio, quanto basta a tirare avanti qualche po' di tempo. Questa faccenda però non può durare molto ed io sono ben deciso a non aspettare l'ultimo momento per assicu­rarmi una certa indipendenza.

La Madre    (sorridendo)   Capisco.

A.                 Non sono sicuro che lei mi capisca. Per capirmi bisognerebbe conoscermi.

La Madre   Naturalmente.

A.                 Sì, è indispensabile conoscermi per valutare tutte le difficoltà che incontro. Per gli altri, tutto facile, senza problemi. Se ne stanno con i piedi piantati per terra. Prendono delle carte, aprono delle porte, depongono le carte, aprono altre porte, e tutto ciò non impedisce loro d'avere sempre una mano libera da tendere a questo o a quello. (Quasi gri­dando)  Io no, io non posso.

La Madre   Ma questa è una cosa che le fa onore.

A.                 Certamente. Ma non è uno stato di cose che possa durare in eterno. Si deve reagire.

La Zia          (senza alzare gli occhi dal suo lavoro)   Lei ha ragione, si deve reagire. Non sembra anche a te, Enrichetta?

A.                 (proseguendo)   È per questo che, tal quale mi vedete, ho deciso di cambiar vita. E oggi stesso...

La Madre   Oggi stesso?...

A.                 Questa sera, prendo moglie.

La Madre       Avrei dovuto sospettarlo.  (Accen­nando all'abito di A.)   Il suo abito doveva dirmi qualcosa.

A.                 Sì, ho fatto bene a vestirmi in anticipo. Altri­menti adesso non avrei più nessuna speranza di arrivare in tempo. Comunque nemmeno così debbo indugiare. (Cammina).

La Zia         La conosce da molto tempo la sua fidan­zata? Non ci si conosce mai troppo prima di spo­sarsi. Glielo dice una vecchia che ha visto, farsi e disfarsi, mucchi di matrimoni.

A.                  (proseguendo)   Il municipio è a casa del dia­volo, dall'altra parte del fiume. Bisogna prendere un tram e poi un secondo tram e poi, come se non bastasse, bisogna ancora fare un pezzo a piedi. Dio sa perché è voluta andare a sposare proprio in quel municipio? Come non ce ne fossero altri! Sta bene, lei abita da quella parti, ma ci si può sempre aggiustare: il regolamento non è poi così spietato, via, non facciamo le cose più grosse di quello che sono. Sennonché, per aggiustare le cose, occorreva muovere qualche pedina.

La Madre   Ai nostri giorni non si ottiene niente se non  si   muove qualche  pedina,   ed è  faticoso. Soprattutto per gli esseri fragili e sognatori...

A.                 Mi creda, non è questione di pigrizia.

La Madre   Non occorre che ce lo dica. (Si alza)  Pigrizia? Che storie sono queste? È soltanto una fac­cenda di temperamento. Così, quando qualcuno mi dice che il mio Andreuccio è pigro, io non ci credo un bel niente.

La Zia         Pigro, lui? Al contrario! Sempre indaffa­rato, sempre in movimento. Un autentico scoiattolo.

La Madre   I voti della scuola in generale non provano un gran che. Lui non ha sempre delle vota­zioni superbe. Ma con la sua salute! E la vita che ha fatto, povero piccolo! Bisogna mettersi nei suoi panni.

A.                 (avvicinandosi eh madre, brutalmente)   Forse è già rientrato ed è di là che aspetta.

La Madre   Oh, no! Ho chiuso la porta e lui non ha la chiave. D'altronde, non vedendomi, sarebbe salito dalla zia Giulia.

La Zia         Viene a vedermi tutti i giorni. Non perde un'occasione.

La Madre    (alzandosi, e all'orecchio di A.)   Dopo viene a raccontarmi tutto. Che risate facciamo tutti e due!

(A. si scosta bruscamente; la madre si risiede, poi, ad alta voce) 

In ogni caso l'avremmo udito salire.

(A. si ferma e si prende il viso tra le mani).

La Zia         Io ho sempre paura che caschi dalle scale. (Ad A.)  Sa come fa? Si nasconde gli occhi con le manine, poi scende così svelto svelto.

La Madre    (ridendo)   Per spaventarci!

(A. scopre bruscamente il viso e si accosta alla madre e alla zia).

Mi scusi: le ho preso il posto.

(La madre si alza).

A.                 Non importa.

La Madre    (torna a sedere)   Lei è gentile.

La Zia          (alla madre)   Sai, le mie mani oggi non tremano affatto, lavoro che è un incanto, quasi come quando ero una ragazzina. (Voltando la testa verso A.)  Vede, mio caro signore, io ho sempre lavorato. Cucito, cucito, cucito. Ah se il mio povero fratellone fosse là!

(La madre batte col piede)

Sarebbe ve­nuto ad abbracciarmi, e poi avrebbe preso il suo violino.

(A. sussulta) 

Io avrei continuato il mio la­voro, ascoltandolo piena d'ammirazione. La musica non da noia quando si lavora. Anzi aiuta, e stimola.

La Madre   Ah! la sua musica ti stimolava?!

La Zia         Quando penso che ha venduto il suo vio­lino, piuttosto che dirle...

La Madre       Piuttosto che dirmi?...  

(Si  volta verso A. e accennando alla zia si batte la fronte con un dito).

La Zia          (si alza tenendo il lavoro in mano)   È più forte di me; non posso pensare a Luigi senza una stretta al cuore. Ho torto, lo so, perché lui, adesso, se li fa (alza un dito in aria)  lassù, i suoi concerti. Tutto il santo giorno! (Voltandosi verso la madre)  Non c'è più nessuno che gli ripeta: « Stai perdendo tempo, faresti meglio a guadagnar soldi! ». (Scorgendo il violino)  Ah! ma lei ha un violino. Lo suona? Che bella sorpresa! Mio Dio, Enrichetta, il signore suona il violino!

La Madre    (ridendo)   Ebbene, pregalo di suonarci un pezzetto.

A.                 (avvicinandosi alla zia, brutalmente)   Vi sba­gliate (si volta verso la madre)  tutte due. Io non ho mai suonato il violino, come d'altronde nessun altro strumento; ed è un puro caso...

La Zia         Va bene, non parliamone più.

(Torna a sedere e riprende a lavorare. La madre ride).

A.                 (avvicinandosi alla madre)   Sì, è un puro caso che questo violino si trovi qui. L'avrà lasciato qual­cuno che cercava di venderlo, in attesa di un compratore...

La Zia         Ve l'ha affidato.

La Madre   I violini son roba che non si vende facilmente, nevvero?

A.                 Né più né meno del resto. (Cammina)  Per rivendere un oggetto bisogna fare i salti mortali, ne so qualcosa io. Ho tentato, proprio recentemente, di vendere un vecchio anello che...

La Madre   ... Che aveva ereditato dai suoi genitori?

A.                 Era uno splendido zaffiro.  Ebbene, crede­temi o no; non mi hanno offerto nemmeno un quarto del suo valore. Chi per un pretesto, chi per l'altro. Una volta era la pietra, una volta era la montatura. C'è sempre qualcosa che non va...

La Madre   Allora non l'ha venduto. (Pausa)  Sono convinta che non se ne pentirà.

A.                 Tutt'altro,  ne sono felicissimo. Mi avrebbe fatto male al cuore separarmene... per un prezzo così irrisorio... E ciò nonostante in quel momento avevo un terribile bisogno di soldi.

La Zia         Vedi? Luigi non era il solo. Anche il signore.

(A. si ferma ed ascolta) 

E tu, tu che scagliavi la pietra a tuo marito!

La Madre   Il fatto è che io pensavo ad Andrea. Povero piccino. Tutto solo su per quello scalone!

La Zia         È colpa tua! Completamente colpa tua! Non avevi che da andarci tu e lasciare lui tranquillo nel suo lettino.                                                   

La Madre    (ad A.)   Lei deve giudicarci terribilmente maleducate e soprattutto vecchie pazze. (Alla zia)  In ogni caso mi pare necessario spiegargli la situazione.

La Zia         Certamente: è il meno che si possa fare.

La Madre   Cercherò dì fare del mio meglio. (Ad A.)  Si segga.

(A. dopo un attimo di esitazione si siede ai piedi del letto, lontano dalla madre) 

Più vicino, mio caro!

(Si china verso A. e gli indica la zia che continua a ricamare) 

È dura d'orecchio, ma meno di quanto si creda, ed io preferirei che non udisse. Se crederà che si sparli di lei, tanto peggio, ne ho l'abitudine. Ogni volta che parlo con Andrea, è la stessa storia.

(La madre prende A. pel braccio e lo obbliga ad avvicinarsi) 

Così staremo a nostro agio.

(La zia si alza tenendo sempre il lavoro in mano e viene a sedersi ai piedi del letto, al posto lasciato da A. ha madre fa un gesto desolato come per dire: « che ci possiamo fare?». Completamente rivolta ad A.) 

Mio marito ha sempre avuto la passione del giuoco.

La Zia          (schiacciandosi contro A. e chinandosi da­vanti a lui per parlare alla madre)   Non è vero! Non sempre! Questa storia è cominciata quando ti ha conosciuta. Dopo il matrimonio.

La Madre    (continuando imperturbabile)   Ha dila­pidato quasi tutta la nostra fortuna. Se siamo al punto in cui siamo, io posso dirle che fu colpa del suo vizio. Personalmente lei capisce benissimo, tutta questa faccenda mi sarebbe indifferente, ma io ho Andrea e devo dargli un'educazione solida e se è possibile vorrei lasciargli, più tardi, qualche coserella.

(A. si agita) 

Io racconto a lei tutto questo perché so che può capirmi. Dopo quello che ci ha detto un momento fa...

A.                 (alzandosi)   Io non ho detto un bel niente! Proprio niente. E mi domando che cosa possa... Ah sì, i soldi dei miei genitori! Ma erano così poca cosa...

La Madre   Può darsi, comunque torniamo ad Andrea.

La Zia         Sì, torniamo ad Andrea.

(A. in piedi davanti alla madre e alla zia, ascolta).

La Madre   Noi avevamo l'abitudine di trascor­rere l'estate in una stazione termale ancora poco fre­quentata a quell'epoca e ci andavamo soprattutto per via di una casa da giuoco, che oggi è stata chiusa. Inutile dire che mio marito era un assiduo frequen­tatore di quel luogo.

La Zia         Perché tu gli rendevi la vita impossibile in casa. Basti dire che dalle dieci di sera in poi non poteva neppur più suonare il violino.

La Madre   Aveva venduto il violino da un pezzo. (A mezza voce, rivolta ad A.)  Confonde le epoche. È l'età. (Pausa)  Dunque, tutte le sere mio marito andava a giocare. Passava al tavolo una parte della notte, e quando dico una parte... (Pausa)  E io, io aspettavo. Di addormentarmi, neanche il caso di parlarne. Allora, qualche volta, svegliavo Andrea e lo pregavo di andare a cercare suo padre.

La Zia         Tutte le notti svegliava quel povero angioletto. « Andrea, mio piccolo Andrea, va a cercar il  papa e riconducilo qui ad ogni costo, capito? ».

(A. che non ha smesso di ascoltare viene meccanicamente a sedersi sul letto tra le due vecchie) 

Io avevo un bel piangere e dire:  « Lascialo in pace, vacci tu stessa »; toccava ancora a me mettergli il soprabitino.

La Madre   Non occorre dire che il povero piccino finiva sempre per tornarsene tutto solo a raccon­tarmi come erano andate le cose.

A.                 (con voce neutra)   I bambini non sono autoriz­zati ad entrare nei casinò. Ai piedi dello scalone, c'era il portiere.

La Madre   Ma il mio Andrea è testardo. Dopo un po', il portiere si arrendeva ed andava nella sala a cercare suo padre.

A.                 Era una faccenda che non finiva mai. Il por­tiere non ritornava e la gente continuava a salire e scendere.

La Madre   Andrea aveva paura?

A.                 Moltissima, fin quando non vedeva suo padre apparire in cima allo scalone.

La Zia         Allora gli correva incontro, rassicurato e gioioso.

(La madre si mette a ridere).

A.                 Sì, era felice, perché era venuto il momento di dire tutto quello che gli pesava sul cuore, guar­dando il padre fisso nei suoi occhietti morti.

La Madre   E lui che cosa rispondeva?

A.                 Niente. Si limitava a ripetere: « Va' a dire a mamma che sto vincendo e che ritorno...  tra una mezz'ora ».

La Madre   Povero piccolo! Che commissioni gli facevano fare!

A.                 Oh, ma aveva la sua ricompensa. Appena rientrava, non si pensava più che a lui. Erano carezze e latte caldo.

La Zia         Ero io che mettevo a scaldare il latte!

La Madre     (all'orecchio di A.)   A darle retta, si direbbe che fosse lei a fare tutto. Ancora un po' (ride)  e sarà lei che ha portato Andrea nel ventre.

La Zia          (depone il ricamo, al quale, d'altronde, ormai non lavorava più che molto distrattamente)   Per oggi può bastare. Darò ancora qualche punto stasera, a letto! (Pausa)  Adesso è venuto il momento di mo­strarvi il mio regaluccio, (Disfa il pacco e ne tira fuori un piccolo treno per bambini)  Ecco! Non è bello? Un vero treno!

La Madre   Magnifico. Scommetto che l'hai com­perato ai « Magazzini Riuniti ».

La Zia          (simette a quattro gambe e  monta il trenino)  - Guardate. Basta caricarlo... e lui cammina da solo... senza fermarsi, fino alla fine.

La Madre    (posando il braccio sulla spalla di A. che si alza contemporaneamente a lei)   È vero, cammina bene.

A.                 (accoccolandosi davanti al giocattolo)   Sì, cammina bene.

La Madre    (risedendosi sul letto, al medesimo posto)   Sono i giocattoli che preferisco.  Forse perché amo i treni veri. Abbiamo viaggiato di quel tanto nella nostra vita!

(A. si rialza bruscamente).

A.                 Ebbene  per parte mia, vi compiango, io non conosco niente di più...  (si rimette a camminare)  sgradevole che viaggiare continuamente. Si arriva in una città, ancora pieni dei ricordi di un altra, s'im­bocca una strada e questa strada vi ricorda altre strade viste la vigilia, se non il giorno stesso... (Pausa)  E come andare al cinematografo di mattino. È una... di quelle cose che evito con tutte le mie forze.

La Madre   Lei mi ricorda mio marito. Anche lui non amava i treni, benché trascorresse la maggior parte del tempo in viaggi d'affari. (Pausa)  Si sarebbe detto che avesse dei presentimenti.

(A. si ferma un momento, poi si rimette a camminare) 

Non può restare un po' fermo? mi dà le vertigini.

(A. continua a camminare. La madre si alza, lo riconduce per mano e si risiede con lui sul  letto.  La zia è sempre a quattro gambe davanti al trenino che gira) 

Un giorno d'estate ero malata e mio marito costrinse Andrea a fare con lui una lunga passeggiata in campagna. Naturalmente, Andrea avrebbe prefe­rito rimanere con me, ma non ci fu verso di convin­cere suo padre. Io ero a letto e non potevo interve­nire. Partirono tutti e due. Trovai la forza di andare fino alla finestra; li vidi allontanarsi e diventare pic­coli piccoli. Andrea camminava qualche passo dietro a suo padre.

A.                 (a mezza voce)   Sulle prime non parlarono. Poi, d'un tratto, non lontano dal passaggio a livello, il padre si fermò e si mise a gridare. (Si alza, e facendo la voce grossa)  « Tu le hai detto tutto? Perché? Ti riguardava forse? Se tua madre non avesse sa­puto, non avrebbe spettegolato con le sue amiche e nessuno avrebbe saputo. Avrei trovato i soldi! Un debito di giuoco, si aggiusta sempre », (Facendo una voce da bambino)  « Non l'ho fatto apposta! Non è colpa mia... mamma insisteva... ». (Di nuovo con la voce grossa)  «Questo non cambia niente. Per colpa tua, io sono un uomo compromesso, un uomo perduto ».                                                           

La Madre    È con queste parole che ha lasciato Andrea?

A.                 No, dopo gli ha domandato perdono per avergli parlato in modo brusco:           « Andrea, mio piccolo Andrea, non bisogna serbarmi rancore ». E se ne è andato.

La Madre   Andrea ha lasciato che se ne andasse. Ora è di questo che il povero piccolo non sa darsi pace.  Come se lui avesse potuto sapere che suo padre andava a coricarsi sulle rotaie... e che un treno sarebbe passato proprio in quel momento.

A.                 Avrebbe dovuto saperlo. Gli sarebbe stato suf­ficiente guardare suo padre!

La Madre   Ma che cosa dovrei dire io, allora? Io che lascio così sovente il mio piccolo Andrea tutto solo. Non dovrei farlo neppure io. Oh, non che tema che gli succeda qualcosa del genere, ma il fatto è che appena lo si lascia solo lui si sporca. Le mani soprattutto. E quando si è in viaggio...

(A. indietreggia. Adesso volge la schiena al pubblico) 

I treni sono sempre sporchi... a causa del fumo.

(Essa si alza bruscamente e si avvicina ad A.) 

Si guardi.

(Gli abbassa imperiosamente la testa).

A.                 (guardando il suo abito gualcito)   Sì, sono pro­prio sporco. Ma non capisco...

La Madre E la faccia? Tutta sudicia anche quella. (Chiamando la zia)  Giulia, porta il tovagliolo.

(La zia, che è rimasta fino allora a quattro gambe davanti al piccolo treno, si alza e resta allocchita) 

A destra, in fondo, lo sai bene. Non ha cambiato di posto.

(La zia va a prendere un tovagliolo, lo tende alla madre, poi va a riprendere il suo posto accanto al treno, che ricarica quando è necessario. La madre lavando la faccia ad A., che del resto non è affatto sporco) 

Si direbbe fuliggine.

A.                 (con voce bianca)   Fuliggine? Perché?

La Madre   Dovresti saperlo, e... (ride)  sapere anche dov'è il mio povero piccino, così sporco e.. così stanco.

A.                 (sempre con voce bianca)   ... Che si corica in pieno giorno, completamente vestito.

La Madre    (risedendosi allo stesso posto di prima; prendendo stille ginocchia A. che lascia fare) 

Ma adesso lo spoglieremo  (gli toglie la giacca)  e lo metteremo a letto. (Corica A. con precauzione)  La sua mamma gli fa fare la nanna (gli stende sopra una coperta)  perché giocare alla palla tutto il giorno è tanto faticoso. (China su di lui e con voce cantante) 

Come correva correva la pallina, come correva, correva, correva, correva...

(Il sipario si chiude mentre la madre pronuncia le ultime parole. La zia intanto, sempre a quattro gambe, continua a guardare il trenino che corre ancora).

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