Comedia de Timon greco
di Galeotto Dal Carretto
PROLOGO
El POETA parla:
El POETA
Letizia, contenteza, gaudio e pace
Idio vi doni, o voi qui circunstanti
che questa festa d'onorar vi piace,
s come chiar vi scorgo a gli sembianti.
Se la richiesta mia non ve despiace,
porgete vostre orechi tutti quanti
et ascoltate questa mia comedia
ch chiunche attento l'orator non tedia.
ARGUMENTO DE LA COMEDIA DE TIMON
Timon, avendo per servir gli amici
largo dispeso ogni sua facultate,
piange sua sorte e soi casi infelici.
Da ognun lassato, gionto in povertate;
zappando cum sudor un steril campo,
getta querele a Giove despietate:
il qual, raceso di piet d'un vampo,
manda da lui Mercurio e la Richeza
per farlo in tutto de miseria scampo.
Essendo ricco, ognun costui apreza
e da Trasicle e Gnato e d'altri molti
visitato e lui costor dispreza.
Cum sua zappa questi in fraude avolti
minaccia et alfin batte, e lor sen vanno
pieni di sdegno e cum irati volti,
e van biasmando el recevuto danno.
ATTO PRIMO
[Scena prima]
TIMON essendo in povert lamentassi di GIOVE e dice solo questo capitolo avendo la zappa in mano.
TIMON
O re del ciel, che a noi gi fusti pio,
che usurpi il falso nome tuo di Giove,
o di vendette gi severo dio
che gi facesti tante orrende prove
contra la gente perfida mortale
col folgor che dal ciel fiamma gi piove;
el dardo de Vulcano a te che vale,
col qual gi fulminasti Capaneo
che volse contra te troppo alzar l'ale?
Che val la toa possanza, che gi feo
bassar s presto ai validi giganti
el vano orgoglio temerario e reo;
e che mand il diluvio a tutti quanti
excepto a Pirra cum Deucalone
che sopra i monti andro in nave erranti?
Tu pi non teni a noi qua gi ragione
e teni de piet chiuse le porte
e d'ogni mal del mondo sei cagione.
Iustizia pi non regna in la toa corte
e del mal viver nostro non te informi
ch'ognora nel mal far se fa pi forte.
Tu tieni gli occhi chiusi e lento dormi
e come un insensato non provedi
a tanti vizii exorbitanti enormi.
L su nel trono tuo sublime sedi
e come un mercenario non fai cura
del grege tuo, che sperso andar tu vedi.
Altre fiate davi morte dura
col fier tuo dardo ai perfidi viventi:
or sol col tuono apena fai paura.
Tu cum toi terremoti s frequenti,
cum nimbi impetosi et aspre pioge
gi castigasti le sfrenate genti.
Mille vendette de diverse fogie
tu gi mostravi agli mortal scorretti;
or stai ocioso al fresco in le tue logie.
Se gli uomini son donche maladetti
et ogni giorno van de mal in pegio,
questo se asscrive solo a toi deffetti:
alcun far voti al nume tuo non vegio,
se non sol qualche vechie a antica usanza
et ogi senno a far un sacrilegio.
Pi non se stima la tua gran possanza,
ognuno ruba i toi sublimi tempi
e pi non gli ch'in te ponga speranza.
I tuoni toi che tanti orrendi et empi
parvero a molti, sono ogi al d vani,
n dan pi morte come ad altri tempi:
or son sol boni a risvegliar i cani
perch ad alcun non fan pi nocumento
n pi son or agli audienti strani.
E per far fine a tal ragionamento
nel qual sfocai in parte el mio martoro,
di te, Giove crudel, io mi lamento:
quando fui ricco et ebbi un gran tesoro
per dar soccorso ai miseri mendici
largo dispesi ogni mio argento et oro;
essendo gionto i miei giorni infelici,
io son talmenti da costor fugito
s come fusser mei mortal nemici.
Or vado scalcio e tutto mal vestito
e cum la zappa el victo me guadagno,
ch'al viver mio non trovo altro partito:
Maltempo mi sta a lato e m' compagno
e Povert m' s fidel amica,
che mai dal suo comerzio mi scompagno.
Dorme pur, Giove, e non cercar fatica:
serra gli orechi e di': Chi ha mal, suo danno;
e come pu, chi ha fame se nutrica.
Et io vivrommi cum miseria e affanno.
[Scena seconda]
Sentendo GIOVE le gran querele de TIMON, guardandolo e non lo conoscendo dice a MERCURIO le subsequente parole cum ciera maravigliosa. IOVE a MERCURIO.
IOVE
Qual costui che cum furor s grande,
cum alti acuti e dolorosi accenti
verso del cel le sue parole spande,
facendo contra me tanti lamenti?
Filosofo costui, ch nul s infande
biasteme mi trarebe e s pongenti,
como fa lui ch'avendo in man la zappa
fode la terra e laborando frappa.
MERCURIO a GIOVE.
MERCURIO
Questo Timon, che gi tante fiate
in casa soa t'ha cum onor racolto,
et ha dispeso la sua facultate
per far a molti miseri bon volto.
Or che si trova gionto in povertate,
ognuno el fugie e spacialo per stolto,
e lui per questo si lamenta e dole
e getta contra te queste parole.
GIOVE a MERCURIO.
GIOVE
questo quel Timon che per gli amici
in casa sua tenea corte bandita?
Et agli egeni miseri e mendici
sempre porgeva lietamente aita?
E che nei tempi soi lieti e felici
era onorato per far bona vita?
Or facto zappator e mercenario:
guarda se 'l celo stato a lui contrario!
MERCURIO a GIOVE.
MERCURIO
La sua grata acoglienza e gran pietade
ver tutti quei che furon bixognosi,
la splendideza e prodigalitade
condutto l'hanno a casi tai noiosi,
per ch'essendo cum cotal brigade,
i falsi tratti a lui erano ascosi .
di questi adulator, che insino al vivo
l'han raso e de richeze in tutto privo.
Da tanti voltor donche lui corroso,
che soi veraci amici esser pensava,
in questo tempo suo necesitoso
non pi conosciuto e ci gli grava;
et partito come vergognoso
da la sua patria che cotanto amava,
e mal vestito cum la zappa in mano
vive a l'altrui merc como un vilano.
IOVE a MERCURIO.
IOVE
Non da disprezar questo Timone
che del suo stato non si lagna a torto.
L'aspra vendetta, e gran punizione
de questi adulator nel petto porto:
e posto non ho gi in oblivione
de gli iuvenci il cumul che m'ha sporto,
ch ancor ho ne le nare il proprio odore
de gli olocausti fatti per mio onore;
ma perch ho avuto i sensi ad altro involti
per far provision contra coloro
che cum pergiuri e sacrilegii molti
contra il mio nume ribelanti fuoro,
ad Atica non ho gli ochi mei volti,
avendo ne gli orechi i gridi loro ,
che cum falsi argumenti e dubii crebri
paiono proprii veri insani et ebri.
Per questo il mio Timon, che non rio,
patito ha de miserie tanto affanno,
ch spesso accade che un uom iusto e pio
patisce per gl'iniusti un grave danno.
Ma gi di lui io non mi scordo e oblio,
anzi sue opre tutte in cor mi stanno:
vatene a quello e la Richeza mena
che 'l facia rico e levi lui di pena.
MERCURIO partendosi dice lui solo queste parole:
MERCURIO
Quanto mi par che molte volte giove
el lamentarsi cum gran sdegno e audazia!
Timon perch si lament cum Giove
ha obtenuto per gridar la grazia
che un gran tesoro trovar l dove
travaglia col bidente le sue bracia,
ch se zapando fuosse stato muto
da Giove mai richeze arebe avuto.
[Scena terza]
MERCURIO va da la RICHEZA e gli dice:
MERCURIO
Da te, Richeza, Giove qui mi manda.
RICHEZA.
Per qual cagion?
MERCURIO.
Perch vl adoprarti;
e che venghi da lui or ti comanda,
per che vle da Timon mandarti,
il qual gli ha facto una querela granda
di sua miseria in solitarie parti.
RICHEZA.
Da Giove vegner, ma gi non pensa ch'io vada a quel che me fe' tanta offensa.
[Scena quarta]
La RICHEZA compare e dice a GIOVE:
RICHEZA
Iove, di te io mi lamento e doglio
che tu mandar mi vogli da Timone,
ch lungamente star gi mai non soglio
cum dissolute e prodige persone.
Io per niente andar da lui non voglio
perch non ha nel me servar ragione,
e servo essendo stato a Bacco e Venere,
par che dal parco patre suo degenere.
IOVE a la RICHEZA.
IOVE
Dimi, Richeza, perch andar non vi dal mio Timon,
poi ch'io il comando e dico?
RICHEZA.
Sempre fui presta a li precetti toi,
ma questo mai non fu mio vero amico
e cum gli parasiti socii soi
m'ha distraciata come rio nemico:
da Timon donca non voler mandarme,
ma da color che sano ben servarme;
ch star cum quei che povert preponeno
a le richeze e giorni soi letissimi,
e per un soldo la sua vita exponeno
sol cum la zappa essendo poverissimi,
et in un giorno un gran tesoro donano
a' dissoluti per parer larghissimi,
cum questa giente gi non voglio vivere
perch il deffetto a lor suol si pu ascrivere.
IOVE a la RICHEZA.
IOVE
Timon ch' stato in gran necessitate
e da disdagio oppresso e duol trafitto,
et ha vivuto in gran calamitade
e se guadagna cum la zappa el victo,
ha le sue membra tanto castigate
e cum la zappa nel stentar s afflitto
che povertade non sar proposta
a tue richeze, tanto il mal gli costa.
Ma tosto di pensier tu ti cangiasti
che sono de' passati assai contrari,
ch spesso meco tu ti lamentasti
non voler star cum stitichi et avari,
da chi rinchiuder gi tu te lassasti
in forti scrinii e ben ferrati armari
e tante guardie da costor avevi
che mai veder la luce non potevi.
Ma son tal gente come l'amatore
che la sua donna amata ognor possede:
el fructo non vl goder del suo amore,
ma la tien cara e fa che nul la vede.
E fan s come il can che da tut'ore
i cauli del giardin serva cum fede,
e baglia a chiunque per la strada passa:
n lui li manza n ad altri manzar lassa.
Ma Timon mio ch'in la sua larga corte
t'ha sempre mai lassato in tua bailia,
cum scrinii aperti e le patente porte,
senza sospetto e senza compagnia,
tu l'abandoni e porti odio da morte
e come a tuo guerrer fai vilania?
Va' donche a lui e trallo de pensiero,
ch'a' liberali el celo tesauriero.
La RICHEZA a GIOVE.
RICHEZA
Se ben tu cercarai, o summo Giove,
vedrai che ci non fe' senza ragione,
perch la remission che cum sue prove
ha fatto per adietro in me Timone,
non fu per amicizia che 'l commove,
n ch'abia di me gi compassione,
ma fece sol costui per consumarmi:
donche laudar costui ragion non parmi.
E quei che ne' lor scrinii cum affanno
la notte e 'l d mi tengono serrata,
son stolti, perch al fin mi lassaranno
ad altra gente assai pi fortunata:
donde che lor da me laude non hanno,
n quei che mal la roba han consumata,
ma solo quei che vivon cum misura
e fan che mia amicicia cum lor dura.
Ma se gli alcun che prenda una per moglie
e lassa in libert senza rispetto,
e poi consente a sue lascive voglie,
che prenda con gli amanti il suo diletto,
e senza gelosia mai non toglie
di quella alcuno affanno n sospetto,
iudichi tu, ch'inamorato fusti,
che nel marito tai amor sian iusti?
E se per contra un altro donna prende
che sia legiadra e bella giovenetta
e molto l'ama e mai d'aver intende
el piacer dolce che ciascun diletta,
e per lei arde e mai a nul la ostende,
e como cossa cara la tien stretta,
dimi tu, Giove, che provecto sei:
questo marito ama forte lei?
Or questa e tal cagion prendo a disdegno:
essendo io d'alcuni calcitrata
et ingiottita cum vorace segno
da certa trista e prodiga brigata;
e d'altri de li quai parlar mi sdegno
da chi pi del dover sono guardata;
s che gli avari e ' prodighi me danno
per puoco e per il troppo sempre affanno.
IOVE a la RICHEZA.
IOVE
Perch ti sdegni contra di costoro?
Ch l'uno e l'altro portaran gran pene,
s come Tantal, c'ha le pome d'oro
a pi la boca e l'acqua ai labri vene,
e fugon sempre e non pu gustar loro
e fame e sette sempre in corpo tene,
e mai spenger non pu sua fame o sete
e far non pu gi mai sue voglie liete.
Altri s come Fineo saranno
dannati ad una discontenta sorte
per che l'arpie l'esca gli torranno
fuor de la golla cum lor ungie forte,
e cotal pena lor supportaranno
che gli sar pi trista assai che morte.
Ma vanne da Timon ch'el trovarai
sobrio e parco pi ch'el fuosse mai.
La RICHEZA a GIOVE.
RICHEZA
Timon de vacuarmi sempre intende
per spender largamente al modo usato,
e meco inanti tempo un colpo, prende
per vacuar un vaso perforato,
e vacuando fa che 'l vaso pende
per far pi presto e che non sia bagnato:
per che di portar acqua parmi quasi
a quelle c'hanno i perforati vasi.
GIOVE a la RICHEZA.
GIOVE
Per convienti al perforato vaso
stuppar i buchi anchor sol una volta,
ch'essendo el mio Timon pover rimaso
se si lamenta, forza ch'io l'ascolta,
e che soccorra al bisognoso caso
dove si trova cum mestizia molta.
Or su, Mercurio e tu Richeza, andate
dal pover uomo e ricco me lo fate.
ATTO SECONDO
[Scena prima]
MERCURIO a la RICHEZA che nel partire va zoppa e cieca.
MERCURIO
Andiam, Riccheza. Ohim, tu non te move!
Tu ceca sei e vai cum un p zoppo.
RICHEZA.
Non son sempre coss,
ma quando Giove d'alcun mi manda,
alor non corro troppo,
s che a fatica al fin par che lo trove
e quel che crede i' venga de galoppo
o ch' in vechieza o carico di tempo,
o ch' mal sano o more inantitempo.
Ma quando sono per partirmi, alora
vomene sciolta, pi ligier che 'l vento:
e come corre a la destinata ora
el barbaresco, dal garzone spento,
e passa gli altri senza far dimora
tanto che 'l palio col suo corso ha vento,
coss passo io e vo cum leggier pede
che de' spectanti alcun mai non mi vede.
MERCURIO.
Ohim, te inganni:
perch sono molti,
che se volesti ti saprei contare,
che gi da tanti fur bisogni accolti
che non t'arian possuto un soldo dare;
et or son ricchi e coi gonfiati volti,
cum veste d'oro ognor li vedo andare,
e da costor, s come dir ti sento
tu non andasti gi col piede lento.
RICHEZA.
Da Giove gi mandata non son io a questa giente,
come tu te crede,
anzi da Dite o sia Pluton, ch' dio de le richezze, come ognuno vede;
e tanto m'ha ciascun d'aver desio
che ognuno esser si sforza di me erede,
e s soave del mio odor il gusto
che per avermi se tradisce el giusto.
Se poi accade de uno in l'altro andarmi
essendo ne le carte ben notata,
beato quel che pu presto pigliarmi
e a pre' di s tenerme conservata:
el morto a cui fu forza abandonarmi,
s come cossa abietta e dispreciata,
in qualche luoco de la casa, solo,
giace coperto d'un pi vil lenciolo.
E quei che speran poi d'averme, stanno
cum boche aperte al foro ognor gridando,
come li figli nel suo nido fanno
la rondinella matre sua aspettando:
ivi gran lite insieme tra lor hanno
cum studio et arte ognun di lor cercando
d'avermi e qui ciascun vl star di sopra
e chi pi inganni sa, quel pi n'adopra.
Quando da poi son iudicata andare
da quello che di me si fa signore,
subitamente inanti a quello appare
alcun parente o qualche adulatore
che lo comincia tosto a pelucare,
e, come trista, me discacia fore
donando in un sol d quel che in molt'anni
fu guadagnato cum spergiuri e inganni.
MERCURIO.
Queste che dici non son cosse nove;
ma tu quando ne vai cum gli toi pedi,
la ceca strada, dime, come trovi?
E quei che di far richi come vedi?
Quelli, dico io, quai come vl Giove
son di te sola degni e iusti eredi.
RICHEZA.
Perch or son molti de diverse tempre,
per costoro non gli trovo sempre.
MERCURIO.
Quando tu pur sei destinata ' andare,
dimi, Richeza, per tua f, che fai?
RICHEZA.
Or suso or giuso incomincio a errare
andando in luoco dove non fu' mai,
tanto ch'al fin da poi io vo a trovare
un qualche abiecto pover pien di guai,
che mai si crese de vedermi seco,
et in bon stato, de miseria, el reco.
MERCURIO.
A questo modo donche Giove inganni,
che si tien certo senza fraude vegni
e faci richi, non cum arte e inganni,
sol quei che sono de richeza degni!
RICHEZA.
Mandandomi a casi ardui e pien d'affanni
e che nascosi par che 'l tempo tegni,
gabar senza ragion Giove non credo,
sapendo ch'io son ceca e che non vedo.
Essendo li ben puochi e i mali molti
che tutt'il mondo possidendo vanno,
vo cum collor che sono in fraude involti
n guardo a la virt n manco a inganno
e lor senza ragion, s come stolti,
mi fan gran festa e molto cara m'hanno;
e lieta vivo un tempo cum costoro.
poi, quando parmi, partomi da loro.
MERCURIO.
Partendoti da lor, poi, come fai
se nel fugir tu non sai la via?
RICHEZA.
La strada nel partir m' nota assai
e molto acuta alor la vista mia;
e s son presta nel fugir, che mai
un leopardo non m'agiongeria;
quando qualcun da lui partir mi vede,
alor, Mercurio, non ho zoppo il pede.
MERCURIO.
De molti ancor me maraviglia alquanto
i quai san che sei smorta, cieca e zoppa,
e vannoti seguendo in ogni canto
e t'aman come bella, cum f troppa,
e ognun d'esser beato si d vanto
pur ch'una volta te, Richeza, intoppa:
e se si vedon da te abandonati
viveno al mondo como desperati.
RICHEZA.
Non credi tu ch'a loro sian palesi
i miei diffecti et ogni occulto inganno?
MERCURIO.
Perch son ceci e del tuo amor accesi
e di te sempre tanta stima fanno?
RICHEZA.
Perch de amenzia e grandi error son presi
che tutte le provinzie occupate hanno,
e tanto il mio comerzio a questi agrada
che forza a ' gnun ch'in le mie rette cada.
A ci non paia poi deforme in tutto,
cum dolce e amabil larva, gemme et oro,
mi copro il viso e poi col corpo obducto,
cum attrativo modo vo da loro.
E come quei che van sperando frutto
vedendo il finto volto mio decoro,
sempre in pensieri et in tristizia stanno
per fin ch'in le sue forze lor non m'hanno.
MERCURIO.
Come se ingannan quelli un'altra volta
che per adrieto t'hanno conosciuta?
Perch non denno aver la mente avolta
in tue lusinghe e 'n la tua insidia acuta,
ch la persona ben si pu dir stolta
che d'un palese error gi s' aveduta,
e pur ritorna in quel come fusse orbo:
qual se ha poi mal per suo diffetto e il morbo.
RICHEZA.
Alcune cosse son, Mercurio mio,
qual tengo in mio soccorso a tal preposto.
MERCURIO.
Qual sono queste de saper desio.
RICHEZA.
Se tu m'ascolti l'udirai ben tosto:
se alcun m'accetta, meco conduco io
dentro a sue porte, a suo darmagio e costo,
Ambizion, Molizie et Ignoranzia,
Errore, Contumelia e gran Iactanzia;
e l'animo infelice ch' depreso
le cosse d'admirar gi mai non mira,
e ben che alor si senta un greve peso,
tanto d'avermi el desiderio il tira
che, come quello qual d'amor acceso,
le cosse da fugir brama e desira,
ancor che veda il mal suo manifesto:
lui di lassarmi moriria pi presto.
MERCURIO.
Questo fan lor perch sei delicata,
lubrica, fragil, fugitiva e leve
e come anguilla o cossa insaponata
che scappi da ogni mano in tempo breve;
e sei de molti lacci et ami armata,
dolce al principio al fin acerba e greve.
Ma fin faciamo. E poi, como faremo
che lo tesoro nosco non avemo?
RICHEZA.
Non dubitar, per che ascoso in terra
sempre n tengo ad ogni piacer mio,
e mai ad omo alcun non se disserra
se non soltanto quando poi voglio io.
ATTO TERZO
[Scena prima]
MERCURIO.
Non siamo al luoco, se 'l veder non erra,
dove Timon, il qual servir desio:
vien mecco donche e tienti forte al braccio.
RICHEZA.
Ben fai, Mercurio e quel c'hai detto, facio,
ch senza te, s come ceca errante
in qualche parte precipitaria.
Ma che vl dir tal strepito sonante,
che par ch'un ferro su 'na petra dia?
MERCURIO.
Timon quel ch'in questo luoco astante
avendo molta giente in compagnia,
cum la sua zappa percuotendo cava
questa vil terra lapidosa e prava.
Cum lui Povertade e Sapienzia,
Fatica, Toleranzia e Fortitudine
e tutti quei che Inedia e Abstinenzia
han fatto docti in ogni amaritudine
e come forti avuti han pazienzia
in ogni suo infortunio et egritudine;
e certo, a dir il vero qua tra noi,
sono meglior compagni assai ch'i toi.
RICHEZA.
Ohim, Mercurio, come no partemo
da lui c'ha tanti e tai compagni a lato?
Perche laudabil cossa non faremo
cum lui ch' cossi ben accompagnato.
MERCURIO.
Richeza, aver timor noi non dovemo,
per che cossi Giove ha gi ordinato.
POVERT.
O d'Argo gi pastor falso omicida,
di questa ceca chi t'ha facto guida?
MERCURIO.
Per satisfar a questa tua domanda
io son contento a dirlo, o Povertate.
Giove cum questa da Timon mi manda
per dar soccorso a sua necessitate
perch mi par che lui dolente spanda
molte querele, insino al ciel passate;
e lui per non lassarlo in tal tristeza
da quel mandato m'ha cum la Richeza.
POVERT.
Or da Timone le richeze vanno
che mal vivendo in le delizie presi
e cum stentati e industriosi affanni
l'ho fatto virtoso in puochi mesi:
a questo modo cum ingiuria e inganni
sendo tradita, il tempo indarno spesi
per ch'a tradimento m' levato
Timon, che di virt gi feci ornato.
Qual per richeza se far superbo,
effeminato insano e senza lege;
ma la sua veste lacera gli serbo
che anchor lui torner nel nostro grege.
MERCURIO.
Per ubedir al sacro e divin verbo
di Quel che 'l cel col universo rege,
noi siam venuti qua como tu vedi,
non gi per farte ingiuria come credi.
POVERT
Andiam Sapienzia, e tu Fatica, andiamo,
e voi altri fideli miei compagni,
perch Timon come uom dolente e gramo
d'avermi persa vo' che ancor se lagni.
Noi de virt dotato l'avevamo,
qual da s presto vo' che se scompagni,
e dato mente sana in corpo sano:
qual cosse tutte gli abian date invano.
[Scena seconda]
MERCURIO vedendo partir la POVERT dice:
MERCURIO
Poich la Povert con socii sol
se prtino da lui, andiamo inanti.
TIMON.
O temerario audace omo, che vi?
E tu, ria ceca, che la gente pianti?
O maladetti, ohim, che seti voi
che per mio danno quinci andate erranti!
Partiteve in malora, ors partete,
se da me sassi in dono non volete.
MERCURIO.
Non far, Timon! non trar contra noi sassi,
perch divini siamo e non mortali!
Questa Richeza, che cum lenti passi
da te venuta, cum presenti tali
che ricco sarai sempre e i luochi bassi
lassando, ad alto stato andrai senza ali.
Et io Mercurio son e da te Giove
ne manda e sopra te sua grazia piove.
TIMON.
Io vi percuoter, ben che dei siate,
perch mi sono in odio uomini e dei:
per partite e in pace mi lassate,
che di star vosco non elegerei;
e questa ceca, che la Povertate
fatto ha fugir cum li compagni mei,
la voglio martelar cum la mia zappa
e puoco non far se la mi scappa.
RICHEZA.
Mercurio, questo al mio iudizio insano;
per tornar da Giove mi par meglio,
ch chi d'un stolto scappa da la mano
elegie certo un optimo conseglio.
MERCURIO.
Non far contra di noi atto vilano
e fa, ti prego, ci che ti conseglio:
piglia Richeza, fin che averla pi,
qual Giove manda a li bisogni toi.
TIMON.
Io non fo stima di cotal fortuna,
ch de richeze sono in tutto sacio,
e questa cara zappa mia sol una
richeza grande et optimo solacio;
e son felice se persona alcuna
non me s'acosta n mi dona impacio,
ch sol beato quel che si contenta
di quel c'ha per sua sorte, ancor ch' el stenta.
MERCURIO.
A questo modo, o inumano amico,
anzi empio, a dirti el proprio tuo nome,
ogni immortal celeste hai per nemico,
che cerca aleviar tue grave some,
e avendo tanta cura di te inico
tu gli dispregi e ti lamenti come
a tua salute fussero contrari
e gli rifiuti come suchi amari.
TIMON.
Mercurio, te col patre tuo ringrazio
del ben che voi m'avete demostrato,
ma ben vo' confessarti ch'io son sacio
di questa ceca che tu meni a lato
e poi che mi son sciolto del suo laccio,
mai pi tornargli son deliberato.
MERCURIO.
Deh, dimi, per tua f, caro Timone
se non ti spiace, qual la cagione.
TIMON.
Perch la fu cagion de mei gran danni,
ponendomi in le man d'adulatori
e cum insidie false e occulti inganni
grandi odii ha suscitati e gran rancori;
et in invidie cum mortal mei danni
m'ha posto, sempre in man de detractori;
et in delicie et ocio m'ha nutrito
e come falsa sempre m'ha tradito.
Ma l'optima mia sozia Povertade
sempre in viril fatiche m'ha nutrito,
e m'ha soccorso in la necessitade
cum ferma fede e patto stabilito;
e mentre ho lavorato in egestade
m'ha sempre mai soccorso e favorito,
mostrandomi spreciar tutto 'l soperchio
s che ancor porto di bon nome il merchio.
Questa fu quella che m'ha gi mostrato
le sue richeze e fatto possessore:
richeze che lo popol concitato,
n qual si voglia o sia calumniatore,
o iudice corrotto e tributato,
o lusinghero o falso adulatore,
o iniusto accusator o rio tiranno
levar mi possa cum astuzia e inganno.
Cum questa sanit bona e secura
questo mio campo picolo lavoro
e de le gran citate non fo cura,
n de gran stato n d'argento et oro
e vivo sol di quel che vl natura:
el campo cum la zappa il mio tesoro,
ch l'acqua e 'l pane son pi dolci assai
che giotti cibi misti cum gran guai.
MERCURIO.
Timon, questa tua vana fantasia,
ch' cossa pueril, da te rimove
et ubedisce a la parola mia:
non dispregiar i doni del gran Giove,
da poi che cum Richeza a te me invia
e che soa grazia sopra di te piove.
RICHEZA.
Timon, te parlar se non t' greve.
TIMON.
Parla, o Richeza, e cerca d'esser breve.
RICHEZA.
D'esser prolixa ben arei mestiero,
avendomi tu a torto gia accusata;
ma se vorrai intender chiaro el vero,
iniusta non sar da te chiamata,
perch fui causa del tuo onor primero,
de la tua dignit tanto appregiata
e per me sempre fu el tuo nome chiaro,
il qual adesso par non te sia caro.
Se dagli adulator avesti inganno
non sono in causa, n 'l deffetto mio,
anzi pi tosto avendo avuto danno,
di te ben lamentar sol mi posso io,
che cum mia gran vergogna e grave affanno
m'hai puosta per costor in ceco oblio,
i quai com falsi subreptizii canti
t'hanno laudato falsamente inanti.
E d'esser da me offeso gi dicesti:
come per contra te accusar potria
che cum toi tristi obscuri e brutti gesti
gi mi scaciasti como lupa ria!
E questa gonna abiecta che tu vesti
in cambio hai de la bella vesta mia;
e sa Mercurio come gi mi dolsi di Giove:
e come a te venir non volsi.
MERCURIO.
Richeza, ormai il mio Timon aiuta
che vl esser tuo amico cum effetto!
Timon, cum la tua cara zappa acuta
cava la terra senza alcun rispecto;
e tu Richeza, a ci sia conosciuta
sua bona volont che tene in petto,
fa che 'l tesoro in questa parte trove,
s come gi tu prometesti a Giove.
TIMON.
Mercurio, i' voglio far quel ch'a te piace
e d'esser ricco gi mi vien desio;
e stolto in tutto, temerario e audace
colui che vl andar contra de Dio;
ma dammi cossa tal ch'io viva in pace
perch contento fina qui vixi io,
che se me desti pi, non mi bisogna:
a me faresti danno, a te vergogna.
MERCURIO.
Timon, porta tal peso per mio amore
ancor che duro e 'ntolerabil sia,
a ci che crepi ognun ch' adulatore
cum la sua invidia maladetta e ria.
Da voi mi parto cum iocondo cuore
e tranquil almo andr per questa via.
Adio, vi lasso, che nel cel vado io.
Adio Richeza, e tu, Timon, adio!
ATTO QUARTO
[Scena prima]
RICHEZA a TIMON.
RICHEZA
Mercurio a l'alto cel se n' volato
et io, Timon, ancor me voglio andare.
O bel tesoro che qui stai celato,
lassati presto da costui trovare!
Timon, or cum la zappa in questo lato
cava la terra che lucente pare
e trovarai tanto or quanto te piace.
Adio Timon, ormai rimane in pace.
TIMON cavando cum la zappa trova un tesoro.
TIMON
Or su, mia zappa, or mostra tua possanza
e cava fuor di terra il bel tesoro.
O Giove, o voi amici in ch 'i' ho fidanza,
venite qua a veder: ohim quanto oro!
Io vivo in forse e sto cum dubitanza
che questi non sian sogni ch'amo e adoro,
e temo quando ch'io sar svegliato
che poi non abia alcun carbon trovato.
Anzi pur oro e gi non m'insogno io:
oro fin, fulvo, ponderoso e terso!
Or vedo ben che Giove grato e pio,
il qual m'ha restaurato il ben c'ho perso!
Io lo ringrazio e ben che lui sia dio
credo che in piogia d'or gi fu converso
quando ebe Danae in la gran torre clausa,
ch l'or conforta et amicicia causa.
L'oro ha parechie propriet secrete
che fanno molti effecti a chi l'ha seco:
fa le persone trunfante e liete,
fa bona vista a chiunche ha l'ochio bieco,
l'or fa le genti stolte esser discrete,
o sian latine o di paese greco;
l'or ha un mantel ch'ogni magagna copre
e chi nol cre' se referisca a l'opre.
O auro, optima cossa agli mortali
che nocte e giorno come fuoco splendi!
O Mida, o Creso, o Re de' Persi, i quali
festi per or miracoli stupendi:
a mie richeze voi non fusti equali!
Or son tuo servo e questo ognuno intendi.
O zappa e tu mia gonna, i' ve consegno
e lasso affixe a questo secco legno.
Et io comprando tutta questa terra
far voglio una gran torre sul tesoro,
e poi vivendo senza rixa o guerra
delibro de star qui per fin ch'io moro;
poi voglio che un sepulcro qui mi serra
per che il morir me sia dolce e decoro:
qui, dove fui da Giove gi exaudito;
e questo in la mia mente ho stabilito.
Pi cum alcuno praticar non voglio
e refutar delibro ogni parente;
e come nave schifa un duro scoglio,
coss fugir delibro ogni indigente;
e poi vivendo cum dureza e orgoglio
non voglio aver piet d'alcun dolente,
e come d'ogni gente i' me disgiongo,
coss a me stesso amico esser dispongo.
Se veder brusar in qualche luoco
alcun disfortunato che mi prega,
cum pece et olio accender pi il fuoco,
n vo' che prego alcun gi mai mi piega
e prender de tutti il mal in gioco,
come chi tene i panni a chi se anega;
se alcuno in freddo veder morire
lo voglio in giacio presto sepelire.
Perch gi mai alcun non ho trovato,
mentre che vixi in grande extremitade,
che m'abia mai soccorso et adiutato
n avesse una sol dramma de pietade,
anzi io fui da tutti abandonato
in la mia extrema e grande povertade;
ch si suol dir: A chi Fortuna contra
in bon parente e amico mai se incontra.
Ma la ragione del passato tempo
fa sempre l'uomo del futuro accorto:
coss intervene a me, ben che per tempo
el gran deffetto e ceco error ho scorto,
e ben che in gli anni andando ognor me attempo:
non son per per gran penuria morto,
anzi son ricco per merc di Giove
e de parenti e amici ho fatto prove.
[Scena seconda]
In questo instante TIMON vede venire alcuni uomini dissoluti e dice:
TIMON
Ma chi son quei che vengono trottando
pulverulenti, stanchi et anellanti?
Asconder qua mi voglio e dopo,
quando saranno a me vicini o drieto o inanti,
gli vo' seguir cum sassi iaculando,
e partiran da me cum buscie e pianti.
Ma gi non so pensar come costoro
abian sentito al naso el mio tesoro.
El primo che sen ven correndo Gnato:
Gnato guloso, adolator s destro
che mille volte inanti ha trunfato
a la mia botte et anche al mio canestro;
a cui soccorso avendo dimandato,
mi porse per bon merto un vil capestro.
Ma fa ben a venir da me correndo,
che inanti agli altri de busciarlo intendo.
[Scena terza]
GNATO arrivando dove TIMON gli dice:
GNATO
Ora pur vera la sentenzia mia,
quando te dissi dianci, a te povrissimo,
che Giove al fin non te abandonaria,
perch a lui sempre fusti devotissimo.
Idio te salvi, e 'l tuo desir te dia,
o placido Timon liberalissimo!
TIMON.
Se' tu quel grande vorator Gnatone
che manzi roba per dece persone?
GNATO.
Sempre ti piacque el mottegiar di corte,
e delegiar li amici a securtate.
Ma dove son le starne, i polli e torte
e l'altre tue vivande delicate?
Ho certe cancionette dolce e accorte
qual in tuo onor da me saran cantate:
andiamo a mensa e fa quel che te dico,
perch tu sai che sempre fui tuo amico.
TIMON piglia la zappa e battendolo dice:
TIMON
Quando t'ar percuosso cum la zappa,
alor mi canterai la tua canzone!
GNATO.
Timon tu pur mi dai?
TIMON.
Do su la cappa.
GNATO.
Anzi mi batti contra ogni ragione.
TIMON.
Se tua persona in le mie mane incappa
io ti torr la vita, o vil poltrone!
GNATO.
Non piacia a Dio! ma sanami 'sta piaga
perch l'or stringe senza l'arte maga.
TIMON.
Ancor qui meco, o vil gaglioffo, resti?
E non fai stima de' miei colpi amari?
GNATO.
Or ben demostri cum superbi gesti
che non estimi i vechi amici cari!
Ma questa roba che da Giove avesti
non durar mai teco, ch agli avari
el cel sempre contrario e gran nemico:
coss fia a te che sprezi il vechio amico.
[Scena quarta]
FILIADE compare inanti a TIMON.
TIMON.
Ma chi quel calvo ? ohim, l'ho conosciuto!
Egli Filiade, quel adulatore
ch'un bel prezioso ha da me avuto,
e maritai sua figlia a grande onore
perch gi mi laud, come versuto,
fra molta giente, ch'era bon cantore;
unde che infermo a lui soccorso chiesi
e lui mi d di pugni, il che non cresi.
FILIADE essendo cum TIMON gli dice:
FILIADE
Ciascun vl far bon volto al mio Timone,
ma nulla fanno, ch'egli fatto accorto.
Per se 'l falso amico suo Gnatone
ha ben batuto, gi no 'l fece a torto!
Anzi l'ha fatto cum iusta ragione,
ch'al suo bisogno gli ha un capestro sporto;
ma cum lui voglio viver cum misura,
a ci che facia di me magior cura.
Salve, Timon! a mie parole attende!
Deh, fugie, prego, questi adulatori,
per che laccii occulti ognun ti tende!
S come tristi e falsi ucelatori
di questi ognun de consumarti intende,
e ti fan festa e sono inganatori,
e vengono da te senza vergogna
s come fan li corbi a la carogna.
Al tempo d'ogi non se vl dar fede
ad alcuno uomo, perch ognuno ingrato.
Io son tuo amico sol, come ognun vede:
al tuo bisogno argento avea portato,
ma essendo per camin, un uom da pede
mi disse ch'un tesor avei trovato.
Per darti aviso venni come amico,
a ci che 'l tuo non doni al tuo nemico.
TIMON battendo FILIADE cum la zappa gli dice:
TIMON
Filiade, i' te ringrazio: or fatti inanti
che cum la zappa ti vo' far gran festa.
FILIADE essendo battuto grida ad alta voce:
FILIADE
Correte, o voi che setti circunstanti,
perch Timon a torto mi molesta!
Il qual per merto degli avisi sancti
cum la sua zappa mi spez la testa:
o uomo iniquo, pien d'insidie e frodi,
i' prego a Dio che 'sto tesor non godi!
ATTO QUINTO
[Scena prima]
TIMON vedendo DEMEA venir da longe dice:
TIMON
Ecco Demea, in questa turba tanta,
qual porta da man dritta un gran libello.
Costui d'esser parente mio se vanta
e sempre a mia salute fu ribello;
pur io, constretto da pietate sancta,
fuor di presone liberai gi quello
cum certa summa d'or, perch altramente
era per far sua vita assai dolente.
Passati poi che furon molti mesi,
vedendolo che ricco assai viveva,
cortesamente i miei dinar gli chiesi:
e' mi rispuose non mi cognosceva.
Quando da lui cotal parole intesi
dissi fra me: Per certo i' non credeva regnasse in questo tanta sconoscenzia!
Ma pur portai tal onta in pazienzia.
[Scena seconda]
DEMEA giungendo da TiMON dice:
DEMEA
Salve, Timon, di nostra stirpe onore,
tutella e gloria de la patria nostra!
La plebe per te manda e grande amore
per tue virtude certo ti dimostra.
Ascolta quel c'ho scritto in tuo favore.
DEMEA legendo una sua scritta che ha in mano dice:
DEMEA
Timon in Francia vinse gi la giostra!
Timon ben canta balla salta e corre
et a luctar forte come torre.
TIMON.
Questa che dici, certo falsa ciancia
e par che tu mi narri un novo sogno!
Perch so ben che mai non fui in Francia,
e per tuo onore forte mi vergogno;
n mai giostrai n mai io ruppi lancia,
ch non son smemorato ne me insogno;
ma nel laudarmi t'affatichi in vano
ch'ogni tuo inganno m' palese e piano.
DEMEA.
Se mai non fusti in Francia, almen tu sei
una fiata per vederla ancora.
Molte tue laude a questi versi miei
agionger voglio, a ci che assai t'onora:
s come armato contra turchi e ebrei
tu combatesti cum virt decora,
e ne portasti summo onor e gloria
per l'ottenuta grande tua victoria.
TIMON.
Che mi delegi, o vil Demea, parmi!
E questo apertamente assai comprendo,
ch mai da tempo alcun non portai armi,
n di portarne ancor gi mai intendo!
DEMEA.
Timon, tu vi pur smemorato farmi:
per ch'in le sentenzie proferendo,
in dar sano conseglio en la milizia,
la tua persona a noi gi fu propizia.
Per tutte queste cosse al popul parse
e a li primarii ancor di tutti loro,
de far a le sue spese non gi scarse
a tuo gran nome un'alta statua d'oro,
ch'abia un gran flgor, come quello ch'arse
gi Capaneo cum crudel martoro;
e coronarli el capo de corone
de fin terso oro come vl ragione.
E queste cosse palesar col canto
delibro, o Timon, ogi per tuo onore,
a ci che intendi chiaramente quanto
in te il mio amor e optimo pur cuore
e vo' che 'l mio figliol in ogni canto
abia el tuo proprio nome, per tuo amore;
ch certo mi parrebe mancamento
a far ch'un tanto nome fusse spento.
TIMON.
Come esser pu, che mai togliesti moglie?
DEMEA.
Io spero d'averne una quest'altro anno
che far un maschio, come son mie voglie,
e nome ar Timone senza inganno.
TIMON battendo DEMEA cum la zappa dice:
TIMON
Questo non so, ma vo' che pria tu toglie
un colpo de mia zappa per tuo danno,
a ci che intendi che mi fai molestia
cum tua falsa arte; e che non son gi bestia.
DEMEA essendo battuto dice:
DEMEA
Ohim Timon, tiranno, ohim, che fai?
Che citadin non sei, n liber manco,
e cum tua zappa percuotendo vai
me citadin gientil, libero e franco:
ma ancor la pena tu ne portarai,
perch 'l sacrario gi brusasti et anco per altri falli.
TIMON.
Non ver, poltrone!
Per questo, se ti batto i' n'ho ragione.
DEMEA.
Se ricco fatto sei, fu che robasti
el luoco sacro dove fu el tesoro!
TIMON.
Integro quel sacrario, e mal parlasti:
en tela ragna tesci el tuo lavoro!
DEMEA.
Col tempo el rubarai, e gi servasti
in quello la tua roba e mal dato oro!
TIMON di novo battendolo dice:
TIMON
To' su quest'altra gnoca.
DEMEA.
Ohim, le rene!
Ohi uomo iniquo, a che mi dai tal pene?
TIMON.
Pi non gridar, perch la tercia arai:
per che restarei isvergognato
che a l'infinite laude che me dai,
avendo in giostra onor gi riportato
e vinto ebrei e turchi, come sai,
avendo combatuto disarmato,
vergogna mi sarebe, te, suol omo,
cum questo mio bidente non far domo.
[Scena terza]
TIMON vedendo venir TRASICLE da longe dice:
TIMON
Ma chi colui che ven con le man gionte
s come quel che nulla cossa cura,
col longo supercilio e scura fronte
e cum la torva e bassa guardatura,
cum la prolixa barba e chiome inconte
ch'asesomiglia a Boria in la figura?
Trasicle quello, pien d'ipocresia,
van professore de filosofia.
Costui, come censor se 'n va pensoso
cum veste abiecta e cum suo passo lento,
e come un omo santo e virtoso
riprende ogni gran vizio e mancamento;
e mostra esser turbato e corrucioso
se vede in le delizie alcun contento,
e predica la iusta e sancta vita
ben ch'abia del ben far la via smarrita:
per che d'ogni vizio costui pieno,
guloso, giotto, edace, ebrio e lascivo
e s'alcun sente ch'abia mosto in seno,
forte il riprende e par che l'abia a schivo;
e in le spurzizie vive senza freno,
s come quel ch' d'ogni virt privo;
en le patelle el summo ben ritrova,
e fa de l'ongie, in ben netarle, prova.
E nei conviti sempre assai verboso,
de sobrietate et onest parlando,
e va de sue parole copioso
spesso la lingua nel parlar piegando;
e dal vin vinto, ebrio e corrucioso
la gente in spalla spesso el van portando;
padito poi ch'ha el vino, in s tornato
giura che cotto lui non mai stato.
Fra gli altri adulatori porta el vanto,
n mai in boca se gli trova un vero;
costui fa venefizii et ogni incanto
s come quel ch'en l'arte lo primiero;
ma le sue fraude cambiaransi in pianto,
perch fu sempre mio mortal guerrero.
Trasicle, ohim, da me venisti tardo
e come uom stupefacto ora ti guardo.
TRASICLE giunto da TIMON gli dice:
TRASICLE
Timon, non come molti da te vegno
che di tua roba admirativi sono,
facendo de blandizie un chiaro segno
a ci gli faci di tua roba un dono,
ch i delicati cibi ho sempre a sdegno:
el porro e l'aglio 'l ver mio cibo bono,
el mio bon vino la fontana chiara,
e pi che d'oro m' tal vesta cara.
La causa che da te m'ha qui menato,
per levarti il cor dal tuo tesoro
che suol ogni om daben far insensato,
e darli assiduo e tacito martoro;
ma se mi crederai, com'ho pensato,
queste richeze, questo tuo tanto oro,
in mar el getterai s come quello
che stima povert per don pi bello.
Ma tanto nel profondo no 'l gittare
che, quando in mia presenzia el lanciarai,
io senza legno non vi possa andare,
come son certo che per me farai;
se forse un meglior modo vi trovare,
a molti el tuo tesor distribuerai:
a chi cento ducati, a chi ducento,
ma ' un mio paro ne darai seicento.
Per me questo non dico n domando,
perch di questa tasca mi contento
purch me l'empi tutta volta, quando
sarai per dispensar questo oro e argento.
Filosofo non deve andar cercando
pi del dovuto alcuno emolumento,
ma solo tanta roba che gli basta
e che a miseria a gran pena contrasta.
TIMON battendo cum pugni e cum la zappa TRASICLE dice:
TIMON
Parlasti ben, Trasicle, ma vo' inanti
armarti ben de pugni el capo e 'l dosso
e cum la zappa darti colpi tanti
che sano non ti lassa pur un osso;
e le tue ciancie convertirti in pianti,
ch darti degno premio altro non posso:
ch, se me illudi cum le tue parole,
che te piaga de pugni el dover vle.
TRASICLE essendo battuto gridando dice:
TRASICLE
O magistrati, o lege, o voi Signori,
porgete aiuto a me tanto oltragiato!
Venite, prego, a questi gran rumori,
n consentite che sia distraciato!
TIMON.
Perch ti sdegni, o re d'inganatori?
S come degno sei, t'ho bastonato!
TRASICLE.
Se tu mi batterai, Timon insano,
io ti trar di quel che aver in mano!
TIMON.
Non te adirar Trasicle, che ancor voglio
dartene quatro sopra l'altre avute!
TIMON vedendo in questo istante venire alcuni altri dice:
TIMON
Ma che vl dire che per pi cordoglio
Brespia e Lache et altre gente astute
vengano presti, i quai se bene accoglio,
al pianto le lor lingue non fian mute,
perch gli dar tanto de 'sta zappa
che fia felice quel che da me scappa.
Ma voglio in questa parte retirarmi
lassando riposar la zappa mia,
e cumular gran saxi e difensarmi
contra 'sta turba fraudolente e ria;
ch'a mia salute io non voglio altre armi
finch saciato contra lor mi sia.
BREPSIAS.
Non trar Timon, che tutti se n'andiamo!
TIMON.
S, ma ciascuno va dolente e gramo.
FINIS COMEDIE
[Epilogo]
EL POETA parla a li circunstanti.
EL POETA
Voi ch'ascoltato intentamente avete
questa morale de Timon comedia,
exempio sopra lui pigliar possete:
ch quando l'uomo in povertade e inedia,
refutato e da ciascun fugito
s come quel ch'ogni vivente tedia.
Se lui altre fiate ha ben servito
mentre fu ricco, el suo servir fu vano,
ch' poi scordato e ognun el vede invito.
Se poi vien ricco, apresso e da lontano
corre ciascuno e 'l suo commerzio brama:
beato chi tocar gli pu la mano!
Ognun segue il favor e il bon tempo ama,
s come la cicogna che va al nido
quando le fronde son per ogni rama.
La povert non ha proximo fido
e la virtute non transpare in quella,
per che nacque sotto un tristo sido.
Richeza quella relucente stella
che in questo mar mondan ne scorge el passo,
e ne defende d'ogni ria procella;
el manegiar denar un dolce spasso
e chi non ha, se 'l mal suo in pace porta
e d'ogni cura et avarizia casso.
Un'altra cossa in la comedia ho scorta:
per lamentarsi el bon Timon di Giove
fatto ricco e lieto se conforta:
per chi 'n povert par che si trove,
a Dio ricorra e quello pregar voglia
che sopra i iusti la sua grazia piove
e fa che lor adempiano sua voglia.
FINE
- Questo copione è stato visto:


