Confusioni

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CONFUSIONI

di Alan Ayckbourn

traduzione di Masolino D’Amico

Personaggi:

FIGURA MATERNA

LUCY

ROSEMARY

TERRY

AL BAR

HARRY

PAULA

BERNICE

CAMERIERE

FRA UN BOCCONE E L’ALTRO

CAMERIERE

PEARCE

MRS. PEARCE

MARTIN

POLLY

LA FESTA DI GOSFORTH

MRS. PEARCE

MILLY

GOSFORTH

VICARIO

STEWART

DUE CHIACCHIERE AL PARCO

ARTHUR

BERYL

CHARLES

DOREEN

ERNEST

PRIMO ATTO

FIGURA MATERNA

Stanza di soggiorno di Lucy. È una stanza suburbana, abbastanza disordinata, con tracce dell’esistenza di bambini piccoli. Ci sono due porte: una porta dà sulla cucina e l’ingresso di servizio, l’altra sulle camere da letto e l’ingresso principale.

Lucy entra di corsa proveniente dalle camere da letto e diretta in cucina. È sciatta, struccata, in vestaglia e pantofole.

LUCY - (Forte, dietro di sé) Nicholas! Resta nel letto tuo e non dare fastidio a Sarah. (Il telefono squilla. Lucy esce in cucina, tornando subito con un bicchier d’acqua) Eccomi, Jamie, tesoro, la mamma torna subito con la bumba… (Passando accanto al telefono, alza il ricevitore e quasi immediatamente lo riappende) Ecco la mamma, Jamie, la mamma viene subito. (Lucy esce in camera da letto col bicchiere. Suona il campanello musicale della porta d’ingresso. Una pausa, quindi il suono si ripete. Lucy torna dalle camere da letto) Sarah! Sei una cattivaccia. Lo sciroppo di Jamie non è un giocattolo, quante volte te lo devo dire? È per i dentini di Jamie… (Di nuovo il suono musicale del campanello. Lucy lo ignora ed esce in cucina. Quasi immediatamente riemerge con un rotolo di carta igienica e ne strappa manciate, come in procinto di eseguire una qualche gigantesca operazione di pulizia) Nicholas, se quando entro non ti trovo a letto ti do le tottò sul sederino. (Due squilli al campanello della porta di servizio. Lucy esce in camera da letto. una pausa. Entra dalla cucina Rosemary, che è una donnina piuttosto fragile, un topolino)

ROSEMARY - (Chiama timidamente) Hu-hu!

LUCY - (Forte, dietro di sé, come prima) Adesso a nanna, subito. (Vedendo Rosemary) Oh.

ROSEMARY - Salve. Lo dicevo io che era in casa.

LUCY - Sì.

ROSEMARY - E infatti c’è.

LUCY - Sì.

ROSEMARY - Salve.

LUCY - Sa1ve. (Una breve pausa) Chi è lei?

ROSEMARY - La porta accanto.

LUCY - Eh?

ROSEMARY - Abito alla porta accanto. La signora Oates, Rosemary, si ricorda?

LUCY - (Vagamente) Ah, sì, salve.

ROSEMARY - Salve. Ho suonato a tutte e due le porte ma nessuno…

LUCY - No, ai campanelli non ci faccio molto caso.

ROSEMARY - Oh.

LUCY - Ho già abbastanza da fare.

ROSEMARY - Oh, sì. Coi bambini, vero? Come stanno?

LUCY - Bene.

ROSEMARY - Tutto bene?

LUCY - Sì.

ROSEMARY - Bene, Tre ne ha, vero?

LUCY - Sì.

ROSEMARY - Portano via tanto tempo, ma ne vale la pena.

LUCY - Non ho troppa scelta.

ROSEMARY - Già.

LUCY - Bene.

ROSEMARY - Ah, ma io non voglio… se ha da fare…

LUCY - No.

ROSEMARY - Voglio dire, se stava andando a letto.

LUCY - A letto?

ROSEMARY - (Indicando la tenuta di Lucy) Beh…

LUCY - Oh, no. È solo che oggi non mi sono vestita. Tutto qua.

ROSEMARY - Oh. Ma sta bene?

LUCY - Sì.

ROSEMARY - Oh.

LUCY - Non dovevo andare in nessun posto.

ROSEMARY - Oh, beh…

LUCY - Sono settimane che non vado in nessun posto.

ROSEMARY - Peccato.

LUCY - E sono settimane che non mi vesto!

ROSEMARY - Ah. Già, infatti, devo dire che non l’abbiamo mai, vista. Non che stessimo curiosando, per carità, però non l’abbiamo mai vista.

LUCY - No. Vuole sedersi?

ROSEMARY - Oh, grazie. Un minutino solo.

LUCY - Se trova un posto. (Scansa un giocattolo)

ROSEMARY - (Sedendosi) Sì, a dire la verità ci chiedevamo se si sentiva bene. Io e mio marito… Terry, mio marito… è stato lui à farmi notare che non la vedevamo da un po’ di tempo.

LUCY - Sì.

ROSEMARY - Certo, sentivamo i bambini. Non che ci dessero fastidio, per carità. Però li sentivamo e non vedevamo lei.

LUCY - No. (Durante quanto segue raccoglie vari giocattoli e li mette nel box)

ROSEMARY - Né suo marito.

LUCY - No.

ROSEMARY - Ma poi ho detto a Terry, dico, se avessero bisogno di noi, si farebbero vivi. Dove siamo lo sanno. Se invece vogliono state per conto loro, padronissimi. Cioè, per questo hanno tirato su quel muro tutt’intorno al giardino, no? Per stare per conto loro. E per noi va benissimo.

LUCY - Sì.

ROSEMARY - E poi dieci minuti fa abbiamo ricevuto questa telefonata.

LUCY - Telefonata?

ROSEMARY - Sì. Ha risposto Terry, mio marito, e gli dicono “accetta una telefonata a carico da un telefono pubblico a Middlesbrough”, e Terry dice “buona questa, chi mai conosciamo a Middlesbrough”, e io dico “assolutamente nessuno”, e lui dice “beh, questa è buona, si può sapere chi ci chiama? È qualcuno che conosciamo? Se non lo conosciamo non vogliamo buttar via soldi per parlarci, ma se lo conosciamo come niente è un’emergenza e dopo ci resta il rimorso.” E la centralinista dice “fate un po’ come vi pare, l’accettate o non l’accettate, per me fa lo stesso”. Così l’abbiamo accettata, ed era suo marito.

LUCY - Harry?

ROSEMARY - Sì, Harry. Il signor Compton.

LUCY - E che voleva?

ROSEMARY - Beh… Voleva lei. Era preoccupato. La chiamava da molti giorni. Dice che aveva fatto anche controllare la linea, ma che non rispondeva mai nessuno.

LUCY - Oh.

ROSEMARY - Non suonava?

LUCY - Forse sì. Io ai telefoni non ci faccio molto caso. (Va a tendere l’orecchio per sentire cosa fanno i bambini)

ROSEMARY - Oh. In ogni modo, sembrava molto preoccupato. E allora ho detto che mi sarei affacciata a controllare. Ho qui il suo numero se lei volesse… (È evidente che Lucy non ascolta) Ma lei sta bene?

LUCY - Sì, sentivo cosa faceva Nicholas.

ROSEMARY - Ah. È il piccolo?

LUCY - No.

ROSEMARY - (Con calore) Ah.

LUCY - Mi scusi, sono una gran maleducata. È che non… parlo con nessuno da parecchi giorni. Mio marito a casa ci sta poco.

ROSEMARY - Ah; capisco benissimo. Vuole il suo numero?

LUCY - Eh?

ROSEMARY - Il numero di telefono di suo marito a Middlesbrough. Lo vuole? Ha detto che non si muoveva di lì. È un albergo.

LUCY - No.

ROSEMARY - Oh.

LUCY - Se mi deve dire qualcosa me lo dica in faccia. Altrimenti, stia zitto.

ROSEMARY - Ah. (Posa vivacemente un pezzetto di carta sul tavolinetto) Beh, eccolo qua.

LUCY - Vuole bere qualcosa?

ROSEMARY - Bere? Oh… beh… che ore sono? Beh… non so se è il caso. Oh, sì, beh… perché no? Sì, grazie. Perché no? Appena appena.

LUCY - Arancia o limone?

ROSEMARY - Come ha detto?

LUCY - Spremuta di arancia o spremuta di limone. O del latte?

ROSEMARY - Ah, capisco. No, io pensavo che dicesse…

LUCY - Su, avanti. Arancia o limone?

ROSEMARY - Non è che per caso potrei avere un caffè?

LUCY - No.

ROSEMARY - Oh.

LUCY - Il caffè tiene svegli. La spremuta di arancia è la cosa migliore.

ROSEMARY - Oh…

LUCY - (Avviandosi) Buona lì, ferma. E con le mani a posto. Torno subito. (Esce in cucina. Rosemary rimane seduta, nervosamente. Dopo un secondo si alza, guarda con aria colpevole verso la cucina, si rimette a sedere. Suonano gli accordi musicali del campanello d’ingresso. Rosemary guarda verso la cucina, nessun segno di Lucy. Il campanello musicale suona una seconda volta, Rosemary si alza, esitante)

ROSEMARY - (Forte) Signora, ehm…

LUCY - (Da dentro, dalla cucina) un momento, un momento! Arrivo… (Di nuovo il campanello musicale. Rosemary corre alla porta d’ingresso. Lucy torna dalla cucina con un bicchiere di succo d’arancia) Eccoci qua, Rosemary, le ho… (Si guarda da intorno nella stanza vuota, contrariata. Forte) Rosemary! È sul tavolo. (Posa il succo d’arancia sul tavolinetto ed esce un’altra volta in cucina. Rosemary torna dall’ingresso con Terry, un omaccione corpulento in maniche di camicia)

ROSEMARY - (Sottovoce) Vieni dentro un attimo.

TERRY - Stavo a vedere la TV.

ROSEMARY - Un attimo solo.

TERRY - Non capivo che fine avevi fatto. Dovevi solo darle il numero…

ROSEMARY - Voglio che tu la veda. Voglio sentire che ne pensi. Secondo me non sta bene.

TERRY - Che?

ROSEMARY - Beh, sembra un po’…

TERRY - È malata?

ROSEMARY - Non lo so.

TERRY - Beh, o è malata o non le è.

ROSEMARY - Sttt. (Lucy torna dalla cucina con un piatto di biscotti)

LUCY - Eccoci qua. (Vede Terry) Oh.

TERRY - Buonasera.

LUCY - Ciao.

ROSEMARY - Mio marito.

LUCY - Terry, vero?

TERRY - Sì.

LUCY - Proprio un bel nome. (Indica il divano) Su, sedetevi. Hai bevuto la tua spremuta d’arancia, Rosemary? (Terry si siede)

ROSEMARY - Sì, grazie. (Prende il bicchiere di succo d’arancia e si siede)

TERRY - Spremuta d’arancia?

ROSEMARY - Sì.

TERRY - Che fai, la bevi?

ROSEMARY - A me piace la spremuta d’arancia.

LUCY - Sorpresina! Qui ci sono dei cioccobicchi buoni buoni. Però non li dovete mangiare tutti. Mi fido di voi. (Si rimette a rassettare la stanza)

ROSEMARY - (continuando ad assecondarla) Che bellezza. (Senza parlare mima a Terry un “di’ qualcosa”)

TERRY - Sì, beh… allora come va… eh, scusi, non mi ricordo… Leslie, vero?

LUCY - Signora Compton.

TERRY - Sì, signora Compton. Come sta?

LUCY - Sto benissimo, grazie, Terry. Sei molto carino a chiederlo.

TERRY - E Harr… E il signor Compton?

LUCY - Stava bene anche lui. L’ultima volta che l’ho visto. Rosemary, cara, cerca di non fare tutto quel rumore quando bevi.

ROSEMARY - Scusi.

TERRY - Sì, dicevamo che suo marito sta sempre in giro. Beh, certo, col lavoro che fa.

LUCY - Sì. (Si mette a piegare tovagliolini)

TERRY - Non sta a casa quanto vuole, immagino.

LUCY - Non ne ho idea.

TERRY - Chi ci sta sempre e chi non ci sta mai. Prenda me. Io a casa ci sto alle sei spaccate tutte le sere. Questa vuole così e non si sgarra. E non sono certo io che… (Una pausa) Sì, mi fa un po’ invidia suo marito, qualche volta. Per il fatto che va in giro. Voglio dire, se uno ci pensa, è più naturale. Per un uomo. È naturale. Beh, prima prima era così. La donna nella caverna e l’uomo fuori che cacciava. Oddio, la cosa di quei tempi lì era che l’uomo se ne andava a caccia di roba da mangiare. Oggi si caccia qualcos’altro, no?

ROSEMARY - (In un sibilo) Terry!

TERRY - Oggi si va a caccia di altre cosette! (Annuisce e strizza l’occhio)

LUCY - Adesso non fare lo sciocchino, Terry.

TERRY - Come? Ah… scusi. (Una pausa. Terry mangia un biscotto. Rosemary sorseggia la sua spremuta d’arancia)

ROSEMARY - Ottima questa spremuta d’arancia.

LUCY - Piena di vitamina C.

TERRY - No, non mi ha capito bene. No, sul serio, lo dico sempre anche a Rosie, un uomo non lo puoi mica mettere in gabbia. Se fai così, lo perdi. Capisce, che voglio dire?

LUCY - Questo, sarà vero anche per le donne, non credi?

ROSEMARY - Sì, certo, giustissimo.

TERRY - Come sarebbe a dire, giustissimo?

ROSEMARY - Beh…

TERRY - Tu ci stai bene a casa, no?

ROSEMARY - Sì, ma… sì, certo… Però…

TERRY - Appunto, è come dico io. Tu sei la donna, stai bene a casa a fare quello che devi fare. Io sono l’uomo, e ho bisogno di uscire e andare in giro.

ROSEMARY - Non lo so mica. Tu, se non ti spingessi io, non metteresti mai il naso fuori di casa.

TERRY - Ma che dici? Sto via tutto il giorno.

ROSEMARY - Solo perché sei costretto. Altrimenti non ti sposteresti di un centimetro. Tu, quando proprio non devi uscire, ti metti in poltrona, guardi la TV e vai a letto.

TERRY - Mi devo rilassare.

ROSEMARY - Non fai altro che rilassarti.

TERRY - Me lo vorresti negare?

ROSEMARY - Ma no.

TERRY - Come no, hai appena detto…

LUCY - Adesso non vi bisticciate. Non voglio sentirvi bisticciare.

TERRY - Eh?

ROSEMARY - Scusi.

LUCY - Vuoi un po’ di spremuta d’arancia, anche tu, Terry? È per questo che fai così?

TERRY - Ehm… Oh, no… non è che perda la testa per quella roba lì, se capisce quello che voglio dire. (Strizza l’occhio, poi allunga la mano verso un biscotto) Invece prendo un altro di questi, se permette.

LUCY - Un momento. Quanti ne hai mangiati?

TERRY - È il secondo. È solo il secondo.

LUCY - Va bene, ma poi basta. Secondo e ultimo. Ti prendi un bicchiere di latte. Quello sì che ti fa bene.

TERRY - (Facendo per alzarsi) Oh, no… grazie, il latte no, grazie.

LUCY - (Avviandosi in cucina) Aspetta lì. (Vedendo che Terry si è alzato a metà) E non saltare qua e là mentre stai mangiando, Terry. (Esce in cucina)

TERRY - Hai ragione. È strana.

ROSEMARY - Te lo avevo detto.

TERRY - Non mi sorprende che lui se la sia squagliata.

ROSEMARY - Forse è per questo che è strana.

TERRY - Perché?

ROSEMARY - Perché lui se l’è squagliata.

TERRY - Balle. E anche quell’altra storia, diamoci una calmata, se non ti dispiace.

ROSEMARY - Quale storia?

TERRY - Questo fatto che io non esco mai di casa.

ROSEMARY - Ma è vero.

TERRY - Prima di tutto non è vero, e poi io ci faccio una figura da idiota.

ROSEMARY - Ho detto solo…

TERRY - E anche se è vero, non c’entra niente che tu lo dica davanti a degli estranei.

ROSEMARY - Mamma mia quanto sei permaloso! Come parlo sbaglio di questi tempi, è così?

TERRY - Quasi sempre. Ora che mi ci fai pensare.

ROSEMARY - Non fai altro che punzecchiarmi. Ce l’hai con me dalla mattina alla sera. Ho sempre paura di aprire bocca. Non so che ti è preso ultimamente. Sei di cattivo umore da quando ti alzi fino a che non torni a letto.

TERRY - Ma di che parli?

ROSEMARY - Brontoli e ti lamenti…

TERRY - Ma stai un po’ zitta.

ROSEMARY - Starti accanto è diventato un supplizio di questi tempi, dico davvero.

TERRY - Ti ho detto di stare zitta.

ROSEMARY - (Più calma) Certe volte se tu te ne andassi da qualche parte non mi sembrerebbe vero. Non sto scherzando.

TERRY - Non mi tentare. Sapessi che voglia ne ho certe volte. Meglio che lasciamo perdere, va.

ROSEMARY - (In lacrime) Che bella notizia.

TERRY - Se credi che mi fa piacere passare tutte le sante sere della mia vita seduto a guardarti… (butta in terra il biscotto) Perché diavolo sto mangiando queste schifezze? …ti sbagli! (I biscotti gli hanno messo sete. Afferra il succo d’arancia di lei e lo tracanna di colpo)

ROSEMARY - Quello era mio, se non ti dispiace. (Si alza e batte il piede in terra)

TERRY - Avanti, andiamocene. (Salta su)

ROSEMARY - Mi hai bevuto tutta la mia spremuta d’arancia. (Entra Lucy con un bicchiere di latte)

LUCY - Cosa sono questi salti? (Rosemary si siede)

TERRY - Dobbiamo andare, mi dispiace.

LUCY - Non prima di avere finito, siediti!

TERRY - Senta, chiedo scusa se…

LUCY - (Vedendo che Rosemary è sconvolta) Che cosa è successo a Rosemary?

ROSEMARY - (Tirando su col naso) Niente.

TERRY - Niente.

LUCY - Che cosa le hai fatto?

TERRY - Niente.

LUCY - Ecco il tuo latte.

TERRY - Grazie.

LUCY - Non lo meriti.

TERRY - Non lo voglio.

LUCY - Non esser noioso.

TERRY - Mi ha sempre fatto schifo.

LUCY - Non ho intenzione di sprecare il fiato a discutere con te, Terry. Vuol dire che non vuoi diventare grande e forte.

TERRY - Senta un momento.

LUCY - Se vuoi restare una mezza cartuccia, sono affari tuoi. Però poi, quando ti cominceranno a cascare le unghie e i denti, non venire a piagnucolare da me. Allora, Rosemary? Fai un po’ vedere. (Posa il latte e prende i biscotti) Lo vuoi un cioccobicco?

ROSEMARY - No, grazie.

LUCY - Andiamo, ciocchibicchi buoni buoni. Guarda qua, ciocchicocchi al latte.

ROSEMARY - No, davvero.

TERRY - Allora, Rosie, ti muovi sì o no?

LUCY - Beh, quand’è così, bevi. Soffiati il naso e bevi, da brava. (Vede il bicchiere) Ah, è finito. Lo hai bevuto tutto insieme, eh?

ROSEMARY - Non l’ho bevuto io. È stato lui.

LUCY - Cosa?

ROSEMARY - Lo ha bevuto lui.

LUCY - Terry, la hai bevuto la sua spremuta d’arancia?

TERRY - Senta, c’è un programma che voglio vedere…

LUCY - Hai bevuto la spremuta d’arancia di Rosemary?

TERRY - Senta, buonasera.

ROSEMARY - Sì, è stato lui.

LUCY - Mi sembra una cosa bruttissima.

ROSEMARY - Lui si prende sempre tutto quello che vuole.

LUCY - È proprio brutto.

ROSEMARY - Non si sogna mai di chiedere.

TERRY - Beh, io me ne vado.

LUCY - Non prima di aver chiesto scusa a Rosemary.

TERRY - Buonanotte. (Esce)

LUCY - (Gli grida dietro) E guai se torni qui senza prima aver chiesto scusa. (A Rosemary) Non gli badare. Lascialo andare via. Vedrai che torna.

ROSEMARY - Ecco come bisogna trattarlo.

LUCY - Eh?

ROSEMARY - Ecco come bisognerebbe trattarlo più spesso.

LUCY - Mi dispiace tanto, ma non ammetto che nessuno si comporti in quel modo. Chiunque sia.

ROSEMARY - Ora farà il muso. Per giorni e giorni.

LUCY - Peggio per lui. Non ci preoccupiamo mica per così poco, vero?

ROSEMARY - No. È solo che certe volte succedono delle cose… e non ce la fai… e lui torna a casa alla sera e se la prende subito con me e io… (Si mette a piangere) Oh scusa… non volevo…

LUCY - (Carezzevole) Su, su. Andiamo.

ROSEMARY - Non mi era mai successo. Chiedo scusa…

LUCY - Non c’è niente di male. Su, su.

ROSEMARY - Mi scusi. (Continua a piangere)

LUCY - C’è qualcuno che ti sta guardando, sai.

ROSEMARY - E chi?

LUCY - (Prendendo una bambola) Jimmy il leprotto. C’è Jimmy il leprotto che ti sta guardando) Non ti vorrai mica far vedere da Jimmy il leprotto mentre piangi, vero? Vero?

ROSEMARY - (Poco persuasa) No…

LUCY - Vero, signor Jimmy? (Fa fare di no alla testa di Jimmy) Dice di no. No. Smetti di piangere, Rosie. Sì… sì… (Rosemary emette una risatina imbarazzata) Così va meglio. Era una risatina, signor Jimmy? Era una risatina? (Agita qua e là Jimmy il leprotto, portandolo vicino al viso di Rosemary e quindi allontanandolo di nuovo) Era una risatina? Era una risatina? Era una risatina? (Rosemary ride senza più controllarsi. Entra dall’ingresso Terry e si ferma esterrefatto)

TERRY - Ehm… (Lucy e Rosemary si rendono conto della sua presenza) Ehm… mi sono chiuso fuori.

LUCY - Sei tornato a chiedere scusa?

TERRY - Ce l’hai la chiave, Rosie?

ROSEMARY - Sì.

TERRY - Dammela.

LUCY - Prima devi chiedere scusa.

TERRY - Senta, io non chiedo scusa a nessuno. Voglio la chiave e basta. Per rientrate in casa mia, se non le dispiace. Forza.

ROSEMARY - (Estraendo la chiave dalla borsetta) Eccola.

LUCY - Rosemary, non gliela dare.

TERRY - Eh?

LUCY - Prima deve chiedere scusa.

TERRY - Rosie, dammi quella chiave.

LUCY - No, Rosemary. La prendo io. Dalla a me!

TERRY - Rosie.

LUCY - Rosemary.

ROSEMARY - (Combattuta) Ehm…

LUCY - (Con molta energia) Rosemary, dammi immediatamente quella chiave. (Rosemary dà la chiave a Lucy. Terry guarda Lucy)

TERRY - Le dispiacerebbe darmi la chiave di casa mia?

LUCY - Certo.

TERRY - Grazie mille.

LUCY - Non appena avrai chiesto scusa a Rosemary.

TERRY - Ho già detto che non chiedo scusa a nessuno.

LUCY - E allora resti senza chiave.

TERRY - Stia a sentire, io domani devo andare a lavorare, e non ho proprio voglia di mettermi a fare dei giochi con una pazza frustrata…

ROSEMARY - Terry…

LUCY - Non gli badare, Rosemary. Fa il prepotente.

TERRY - Me la dà, questa chiave, sì o no?

LUCY - Prima devi chiedere scusa.

TERRY - Benissimo. Allora me la devo venire a prendere, no?

LUCY - Tu provaci. Devi solo provarci, signorino.

TERRY - E va bene. (Fa un passo verso Lucy)

ROSEMARY - Terry…

LUCY - Tu provaci e vedrai cosa ti succede.

TERRY - (trattenuto dal tono di lei, incerto) Non scherzo mica.

LUCY - Neanch’io.

TERRY - Senta, non voglio… mi dia la chiave, da brava…

LUCY - Prima devi chiedere scusa a Rosemary.

TERRY - Oh, santa ma… E va bene. (A Rosemary) Scusa.

LUCY - Con garbo.

TERRY - Mi dispiace davvero, Rosie. E ora mi dia la chiave, sant’Iddio.

LUCY - Dopo che hai bevuto il latte. Ti siedi e bevi il tuo latte.

TERRY - Ma porca miseria… (Si siede)

LUCY - Così va meglio.

TERRY - Io il latte lo odio.

LUCY - Bevilo tutto. (Terry fa una smorfia e prende il bicchiere. Non vista da Lucy, Rosemary gli mostra la lingua. Terry sbatte il bicchiere sul tavolo e va verso di lei, come per colpirla)

LUCY - Terry!

TERRY - Mi ha fatto la linguaccia!

LUCY - Stai seduto.

TERRY - Ma lei…

LUCY - Seduto! (Terry si siede, torvo. Rosemary lo sogguarda beffardamente compunta. Notandola) E tu non fare così, Rosemary. Una bambina che conosco è rimasta così, con la lingua penzoloni, per tutta la vita. E stai dritta con le spalle. (Rosemary obbedisce)

TERRY - (Bevendo un sorso del latte) È cattivo! (Silenzio. Beve un altro sorso) È caldiccio. (Silenzio. Altro sorso) Alla televisione c’è una partita internazionale.

LUCY - Finché non hai bevuto tutto il latte non c’è nessuna partita. Forza, Rosemary, aiuta Terry a bere il suo latte. “E là sulla montagna…”

ROSEMARY - “Glu, glu, glu…”

ROSEMARY - e LUCY - (Insieme) “Bevono i sette nani… glu, glu, glu…” (Bis)

TERRY - (Vuotando il bicchiere con un sorso gigantesco) Ecco fatto. (Si asciuga la bocca)

LUCY - Bravo.

TERRY - Posso avere la chiave ora, per favore?

LUCY - Eccola qua. (Terry viene a prenderla) Come si dice?

TERRY - Grazie.

LUCY - Bene. Sparite adesso, tutti e due.

ROSEMARY - (Baciandola sulla guancia) Buonanotte.

LUCY - Buonanotte, cara. Buonanotte, Terry.

TERRY - (Dandole un bacetto anche lui) Buonanotte.

LUCY - E se arriva l’orco Bacù?

TERRY - Chiudo gli occhi e non c’è più.

LUCY - Terry, dai la mano a Rosemary. (Rosemary e Terry si prendono per mano) Bada che arrivi a casa sana e salva.

TERRY - Buonanotte.

ROSEMARY - Notte notte.

LUCY - Notte notte. (Terry e Rosemary escono per mano. Lucy gli manda dietro dei bacini. Con un sospiro) Che impiastri questi bambini. (Il telefono squilla. Lucy, passandogli accanto, lo prende e lo riattacca come prima. Su questo gesto, le luci si dissolvono, lasciando uno spot isolalo su di una cabina telefonica. Dentro c’è Harry con il ricevitore in mano)

HARRY - Oh porca miseria, un’altra volta. Pronto… pronto… Oh morte e dannazione. (Agita il ricevitore) Signorina… Pronto… pronto… Signorina, ma ci dev’essere un guasto sulla linea. Il numero che sto facendo da un’ora… Sì, sei-quattro-uno-nove… Ma insomma, è una vergogna. È la terza volta che faccio reclamo, e ancora non riesco a parlare con mia moglie… Le dispiace? Dispiace anche a me! Vogliamo darci una mossa? Perché guardi che questa storia non finisce qui… la posso portare molto in alto… Eh? No, ho detto in alto… elle-ti… ma lasci perdere. (Riattacca) Oh, Signore. (Harry esce dalla cabina. Su questo, si accendono le luci e la scena si è mutata in un bar)

AL BAR

Il bar di un albergo di seconda categoria. Musica diffusa, sommessa. Paula, ragazza fra i venti e i trent’anni, se ne sta sola a un tavolino, con accanto soprabito e borsetta. Sul tavolino sono la sua vodka e acqua tonica, e un whisky e soda non finito. Harry, uomo che ha passato i quarant’anni, torna e si siede accanto a lei.

HARRY - Scusi. Mi scusi tanto. Cominciava a sentirsi sola?

PAULA - No.

HARRY - Non ci si crede. Con tutto il casino che ho fatto, non ce l’ho fatta. Sento lo squillo e poi zac, smette di colpo. Ci dev’essere un guasto alla linea. Cin cin. (Beve)

PAULA - Chi cercava di chiamare?

HARRY - (Evasivo) Oh, niente di… la famiglia. Sa com’è.

PAULA - Sua moglie?

HARRY - Sì.

PAULA - È sposato?

HARRY - Sì.

PAULA - E figli ne ha?

HARRY - Sì, sì… che ne dice di un altro?

PAULA - Oh, beh, uno solo.

HARRY - (Chiama) Cameriere. (A Paula) Lo stesso? Vodka e tonic?

PAULA - Perfetto. (Compare il Cameriere)

HARRY - Ah, cameriere. Il bis, per favore. Vodka e tonic e whisky e soda.

CAMERIERE - Subito, signore. (Si volta per andare)

HARRY - Facciamoli doppi.

PAULA - Ma veramente…

CAMERIERE - Vodka doppia, whisky doppio, signore. (Il Cameriere esce)

HARRY - Mi diceva che è qui solo per un paio di giorni.

PAULA - Infatti. Ripartiamo domani.

HARRY - Ma lo sa che è incredibile. Questa mattina, dico, da Mason’s, quando mentre giravo il pianterreno ho visto voi due, lei e la sua amica… come si chiama?

PAULA - Bernice.

HARRY - Bernice. Bel nome. Paula e Bernice… bei nomi tutti due… e mi sono detto, eh no, queste non sono di qui. Stonano. Due tipini di classe come voi due sono fuori posto, da Mason’s. No, mi sono detto… queste vengono da Londra. Accetto scommesse. Queste sono in visita. Per la promozione di… che articolo vendevate?

PAULA - Profumo.

HARRY - E mi sono detto, caro Harry, sono anche pronto a giocarmi qualche altra cosina che queste due stanno al “Corona”. Dopodiché guarda caso, mi affaccio alla porta di questo bar e voilà… eccola lì, in mezzo alla hall dell’albergo.

PAULA - Una coincidenza.

HARRY - Fino ad un certo punto. In questa città di posti possibili ce n’è uno solo. Beh, esistono anche “La Spiga” e “Il Cavallo Nero”, ma non sono tanto consigliabili. Dia retta a me. Quando capita da queste parti, si butti dritta sulla “Corona”. Come sono andate le vostre dimostrazioni? Tutto bene?

PAULA - Sì, sì, benissimo. È solo un piccolo giro promozionale per la nuova linea.

HARRY - Sarebbe questo aroma delizioso che sento anche adesso?

PAULA - Ah, sì, infatti me ne sono messa un po’ anch’io.

HARRY - Ottimo. Proprio ottimo.

PAULA - Sta andando molto bene. È esotico senza essere stucchevole e lo si può portare sia di giorno sia di sera.

HARRY - Ma le danno una percentuale?

PAULA - Pagano molto bene…

HARRY - Si capisce, per farla venire fin quassù. Come lo trova, questo posto?

PAULA - Non mi lamento.

HARRY - È tremendo. Un cimitero. Qui alle sei di sera sono tutti a nanna. Provare per credere. Ho fatto due passi lungo la strada principale, dico la strada principale, badi bene, alle sette e mezza di un sabato sera, senza incontrare anima viva.

PAULA - Signore Iddio.

HARRY - Neanche un’anima. Vuoto. Il deserto.

PAULA - Ci viene spesso qui?

HARRY - Più o meno una volta ogni due mesi. Solo un controllino delle vendite. Non è che la mia ditta la prenda molto sul serio, questa zona. I consumi sono ridicoli. L’unico cliente grosso che abbiamo è Mason’s. Noi siamo piuttosto esclusivi, sa. Per questo ero lì, oggi; stavo rivedendo le nostre vendite con Mr. Molyneaux. Che è il loro boss. Non è antipatico quando hai imparato a conoscerlo, ma devo dire che le nostre vendite erano molto deludenti.

PAULA - Noi di profumo ne abbiamo venduto un sacco.

HARRY - Sì, certo, lì non c’è problema. Ma la nostra linea, beh, penso che si potrebbe definire, haute couture… alta moda, insomma. Un bel po’ al di sopra della media. E qui non c’è tanta richiesta per quella roba lì. Qui in maggioranza sono operai. Mercato molto ridotto. (La musica diffusa si attenua e cessa)

PAULA - Non c’è molta gente giovane. Lo abbiamo notato anche noi.

HARRY - Infatti. Non ci sono molte ragazze come… beh, come lei, per esempio. A lei certe cose nostre starebbero benissimo. Magnificamente.

PAULA - Davvero?

HARRY - Sì. (Fissandola) L’arancione. Il mandarino. Ecco i suoi colori.

PAULA - Dice?

HARRY - Assolutamente. Lei si dovrebbe buttare sulle tinte mandarino, si lasci servire da me. In questo sono bravissimo. A assegnare a una donna il colore che fa per lei. Ormai mi viene quasi automaticamente.

PAULA - Davvero?

HARRY - Vede, per me lei è la tipica ragazza moderna. Lei ha bisogno di colori moderni, di una linea moderna. Ha mai fatto la mannequine, per caso?

PAULA - No, non credo di avere il…

HARRY - Andiamo, andiamo. Non devono mica essere tutte come stecchini, sa. Un po’ di curve nei posti giusti non hanno mai danneggiato nessuno. Certi modelli che abbiamo le starebbero d’incanto. (Torna il Cameriere con i drink) Ah. Grazie. La vodka con tonic alla signora.

CAMERIERE - Prego, signore. Prego, signora.

HARRY - Lo mette sul conto della camera due-quattro-nove, per favore?

CAMERIERE - Due-quattro-nove. Benissimo, signore. (Aspetta)

HARRY - Ah, un momento, un momento solo. (Si fruga in tasca ed estrae una manciata di monete) Tenga.

CAMERIERE - Oh. Molto gentile, signore, grazie. (Esce)

HARRY - Cin cin. No, mettiamola così. Lavorando nel mio ramo devo essere in grado di guardare una donna e dire sì, quello che ci vuole per lei è questo e quest’altro. Al volo.

PAULA - Sì, me ne rendo conto.

HARRY - E con lei è lo stesso. Nessuna differenza. Al volo.

PAULA - Sì. (Breve pausa)

HARRY - È sposata, per caso?

PAULA - No, ci mancherebbe altro.

HARRY - Perché, nono le piace l’idea?

PAULA - Per il momento, no.

HARRY - Lei è molto saggia. Glielo dico io. Giri al largo.

PAULA - Non si faccia sentire da sua moglie.

HARRY - Beh, lei capisce quello che voglio dire. Si invidia sempre quello che non si ha, non crede?

PAULA - Davvero?

HARRY - La libertà. Quella mi manca. Ai vecchi tempi se fossi entrato qui, diciamo, e avessi incontrato una persona attraente… come lei, per esempio…

PAULA - (Ridendo) Io?

HARRY - No… scherzi a parte… sul serio… magari poi le cose, se uno le lascia succedere…

PAULA - Che genere di cose?

HARRY - Beh, dipende dalla ragazza, no?

PAULA - Ah, capisco.

HARRY - Cin cin. Un boy-friend, ce l’ha?

PAULA - Uno o due.

HARRY - Volevo ben dire.

PAULA - Niente di serio.

HARRY - Sciolta?

PAULA - Più o meno.

HARRY - E perché no? Alla sua età. Quanti anni ha? Ventuno, direi, a occhio e croce.

PAULA - Magari.

HARRY - Come, ancora meno?

PAULA - Venticinque.

HARRY - Venticinque? Ma va. Trentasette.

PAULA - Davvero?

HARRY - Trentasette. Non me li dava, trentasette anni, vero?

PAULA - No.

HARRY - Non male per trentasette anni. Pronta per un altro?

PAULA - No. Ho ancora tutto questo.

HARRY - No, secondo me voialtri giovani d’oggi state facendo la cosa più sensata possibile. Voglio dire, lo so che esiste tanta gente della mia generazione che potreste giudicare di vedute ristrette, io però trovo meraviglioso che oggi una ragazza come lei possa prendere tempo, guardarsi in giro, conoscere qualche uomo per conto suo… magari anche andarci a letto, se le va… senza tanti impegni. È meraviglioso.

PAULA - Cosa le fa pensare che io faccia così?

HARRY - No, quello che dico è…

PAULA - Non vado mica a letto a destra e a sinistra, sa?

HARRY - No, non dicevo questo. Quello che dicevo…

PAULA - Non è il tipo di cosa che mi piace fare.

HARRY - Ma no, si capisce. Però, se per caso lo fosse, non ci sarebbe nessun motivo per non farlo. Volevo dire questo.

PAULA - Può darsi.

HARRY - Volevo dire solo questo. Cin cin.

PAULA - Allora. Lei dove abita?

HARRY - Io? A Londra. Cioè, subito fuori Londra. Diciamo, verso Luton.

PAOLA Oh.

HARRY - E lei?

PAULA - A Londra. Shepherd’s Bush.

HARRY - Davvero? Io lo conosco benissimo, Shepherd’s Bush. Molto ameno. In certi punti.

PAULA - È vero. (Una pausa)

HARRY - No, per tornare a quello che dicevamo prima. Mettiamola così. Noi siamo due adulti. E questo è ora, oggi, il presente. Possiamo starcene qui a parlare… beh, di tutto quello che vogliamo… diciamo per ipotesi… di sesso… senza provare il minimo imbarazzo. Beh, io lo trovo un passo avanti enorme. Se si pensa a com’era una volta. (Una pausa) Voglio dire, io posso starmene qui, a questo tavolino, bere un whisky in un albergo pubblico, facendo conversazione con una ragazza molto, molto attraente, se posso dirlo, senza provare il minimo imbarazzo. E lei può fare lo stesso. Lei può fare lo stesso.

PAULA - Sì, è un albergo simpatico.

HARRY - Non è male. Non è meraviglioso, ma non è male. Cin cin. (Una pausa) Le camere sono discrete. Gliene hanno data una come si deve?

PAULA - Sì.

HARRY - Singola.

PAULA - No. Abbiamo una doppia.

HARRY - Lei e chi?

PAULA - Io e Bernice.

HARRY - Ah, già. È la sua amica?

PAULA - Sì.

HARRY - Io ho una doppia. Cioè, ci sono solo io, però ho una doppia. Non sopporto le stanze piccole, capisce. Tanto paga la ditta. E poi, è meglio essere sempre pronti, no?

PAULA - Come?

HARRY - (Ridendo) No, è una camera speciale, la due-quattro-nove. Cerco sempre di farmela dare, quando capito qui. Bagno attaccato, tutti i comfort. Ecco qua, guardi… (Mostra la sua chiave) Due-quattro-nove, vede? Camera due-quattro-nove. Se mai dovesse tornare qui, si lasci consigliare da me, cerchi di farsi dare la due-quattto-nove. Secondo me è la camera più silenziosa che hanno. Non dà sulla strada. È dietro l’angolo.

PAULA - Bene…

HARRY - E voi due dove siete?

PAULA - Eh?

HARRY - A quale numero?

PAULA - Oh, lo sa che le dico? Al momento non me lo ricordo.

HARRY - Beh, speriamo che se lo ricordi la sua amica. Altrimenti passerà tutta la notte a cercare la sua stanza, no? Magari finisce alla due-quattro-nove, se ho fortuna. (Ride) Cin cin. (Una pausa) Senta una cosa, pensa che le capiterà di fare un’altra capatina da queste parti?

PAULA - Vuol dire quassù?

HARRY - Sì, come niente tornerà qui una volta o l’altra, no?

PAULA - Non credo.

HARRY - Non si sa mai. Quando vedranno quanto profumo ha venduto, come niente la rispediscono subito qui a venderne un altro po’.

PAULA - È solo un lavoro temporaneo.

HARRY - Beh, se mai succedesse, dovrà tornare in questo albergo, vero? È l’unico possibile.

PAULA - Non credo che noi…

HARRY - Beh, quello che volevo dire è non vuole dare un’occhiatina svelta svelta alla due-quattro-nove? Per vedere se le va a genio. Nel caso che dovesse tornare qui.

PAULA - Oh, no.

HARRY - No, dico soltanto fare un salto al piano di sopra, infilare il naso nella porta, e vedere cosa gliene pare.

PAULA - No, non potrei, davvero…

HARRY - Un momento, un momento, ho un’idea migliore. Lo sa che cosa ho su di sopra? Me ne sono appena ricordato, ho una bottiglia di whisky. Le piace il whisky?

PAULA - No, lo detesto.

HARRY - Già, infatti, come dicevo, lei è un tipo da vodka, vero? Meglio ancora, senta me, dico due paroline all’amico qui, gli faccio mandare su una bottiglia di vodka. Io bevo il whisky, lei beve la vodka, festeggiamo.

PAULA - No, sul serio, lei è molto gentile ma preferisco di no.

HARRY - Beh, voglio dire, come vuole lei. Cioè, insomma. Se preferisce possiamo andare in camera sua.

PAULA - No, grazie tante lo stesso.

HARRY - Ah, bene, non c’è problema. Ho solo pensato che potesse interessarle dare un’occhiata. Pronta per un altro?

HARRY - No, sul serio, lei è molto gentile ma davvero dovrei essere… (Interrompendosi alla vista di qualcuno nel salone del bar) Eccola lì. Bernice!

HARRY - Ehi! È la sua amica, vero? (Entra Bernice. Ha qualche anno più di Paula) Salve! (Si alza)

BERNICE - Avevi detto nella hall.

PAULA - Scusa. Ho incontrato questo signore, capisci. Bernice, questo è… ehm, Harry, vero?

HARRY - Harry Compton, piacere.

BERNICE - (Senza badargli più che tanto) Piacere. (A Paula) Avevi detto che saresti stata nella hall.

PAULA - Beh, eravamo qui, girato l’angolo.

BERNICE - Ma io non ti ho vista. Perché dovevo girare l’angolo?

HARRY - Posso offrirle qualcosa da bere, Bernice?

BERNICE - Sì, prendo un gin e tonic, grazie.

HARRY - Gin e tonic per Bernice. Un’altra vodka per Paula.

PAULA - No, no.

HARRY - (Chiama) Cameriere! Vuol dare a me il suo soprabito, Bernice?

BERNICE - No, grazie, lo tengo. Sono stata lì fuori mezz’ora, sai.

PAULA - Mi dispiace.

BERNICE - Beh…

HARRY - Andiamo, andiamo. Non dovete litigate, ragazze. Cameriere!

BERNICE - (Sedendosi) Dio mio, questo posto è una galera.

HARRY - (Rimettendosi a sedere accanto a Paula) Proprio quello che stavamo dicendo anche noi, vero, Paula? Dopo le sei è un cimitero.

BERNICE - Senza contare che in quel negozio si gelava.

HARRY - Sì, è una vergogna. Voglio dire, non ci sono scuse. Cameriere! Dove diavolo si è cacciato? Restate qui, ci vado io, si fa prima. Voi aspettatemi qui, ragazze, ci metto un secondo. Bernice ha sete, non dobbiamo permetterlo. (Esce nel bar)

BERNICE - Chi è il tuo amico?

PAULA - Che ti devo dire. Era quello che traccheggiava intorno al banco stamattina. Quello che faceva le battutine.

BERNICE - Ah già, è vero. È lui. E come ci sei finita?

PAULA - Tu eri in ritardo e mi ha arpionata lì sola in mezzo alla hall.

BERNICE - Non ero in ritardo. Com’è?

PAULA - Beh, insomma…

BERNICE - E allora andiamocene, no?

PAULA - È andato a prenderci da bere.

BERNICE - E allora mica vorrai che ci si appiccichi,

PAULA - Oramai che ci siamo, possiamo anche bere un’altra cosa.

BERNICE - E va bene. Dopo però gli diciamo che dobbiamo tornare al nostro albergo. Digli che aspetti una telefonata o qualcosa del genere.

PAULA - Non si può. Crede che stiamo qui.

BERNICE - Cosa glielo ha fatto credere?

PAULA - Non lo so, se lo è messo in testa. Se gli diciamo che stiamo alla “Spiga”, quello ci viene dietro.

BERNICE - Non lo farà. (Estrae uno spray di profumo)

PAULA - Sì, invece.

BERNICE - E perché dovrebbe?

PAULA - Perché è uno di quelli. Ci siamo parlati per cinque minuti e ha già provato a portarmi in camera da letto.

BERNICE - Non ho ancora capito perché sei voluta venire in questo posto. (Si spruzza il profumo dietro le orecchie)

PAULA - Beh, Simon ha detto che era carino.

BERNICE - E tu ti fidi ancora di Simon. (Si spruzza dietro i ginocchi. Harry torna con i drink)

HARRY - Eccoci qua, ragazze. (Porge i bicchieri) Ecco il gin, ecco la vodka.

BERNICE - Ehi, quanta ce ne ha messa!

HARRY - È per non dover fare su e giù. Allora. Finito di litigare? Cin cin.

PAULA - Salute.

HARRY - Ha dato un’occhiata alla città?

BERNICE - Prego?

HARRY - Vedo che ha il cappotto indosso. Avrà fatto un giro.

BERNICE - Ah, sì, ho fatto due passi.

HARRY - Come posto per passeggiare non è un granché, vero?

BERNICE - No.

HARRY - Beh, è la vita. Quando mi sono svegliato stamattina e mi sono ricordato che dovevo venire qui, mi sono scoraggiato; lo dico francamente. E poi che succede? Finisco con due belle ragazze che mi fanno compagnia. Guarda un po’ certe volte.

PAULA - Sì.

HARRY - Io e Paula abbiamo chiacchierato, vero, Paula?

PAULA - Sì.

HARRY - Fino adesso. Che ne dice, Paula? Vogliamo vedere come me la cavo con Bernice?

BERNICE - Cosa?

HARRY - Dunque, guardando Bernice… penso immediatamente al blu. Ho ragione? Il blu le sta bene, dico giusto?

BERNICE - A me?

HARRY - È il colore ideale per lei. Non c’è di meglio, sempre che la cosa la interessi. Il blu.

BERNICE - No, io il blu non lo porto mai.

PAULA - Hai quel completo pantalone.

BERNICE - Non lo porto mai, il blu. Lo odio.

HARRY - Beh, potrei anche sbagliarmi. È capitato, ma non spesso. Si guardi un’altra volta vestita di blu. E dica se non ho ragione. Non parlo del blu elettrico e neanche del blu scuro… penso piuttosto all’azzurro chiaro. Come un vestito che abbiamo in questo momento, di una fibra nuova, fatta a mano, col dieci per cento di lana… ingualcibile… letteralmente un vestito che può appallottolare, ci può saltare sopra, se vuole, lo può strizzare, e poi se lo rimette come nuovo. È un azzurro veramente stupendo. Una specie di azzurro ghiaccio, lo si potrebbe chiamare, forse. Al ginocchio, non lungo. E ha un sopra abbastanza simile al suo di adesso, e non sto scherzando, visto il suo incarnato, Bernice, la valorizzerebbe in un modo incredibile. Lei, Paula, ce la vede Bernice in blu?

PAULA - Sì, starebbe bene.

HARRY - Sarebbe veramente fantastica. Quando l’ho vista stamattina al banco in mezzo a tutte le sue bottiglie e profumi eccetera, ho pensato subito, ecco chi lo potrebbe portare sul serio quel vestito.

BERNICE - Io il blu non me lo metto neanche morta.

HARRY - Eh, beh. Cin cin. No, come dicevo, mai me lo sarei aspettato di passare la serata con due ragazze sensazionali.

BERNICE - Quando si dice la fortuna, eh?

HARRY - Giusto, Bernice, parole sante. Non si sa mai quello che ti può capitare. Allora. Come la vogliamo passare, questa serata?

BERNICE - Beh, noi…

HARRY - Calma, calma. C’è tutto il tempo. Prima bevete con calma il vostro drink, e poi decidiamo: la notte è giovane, come dicono. Beh, nel mio caso, sono giovane di cuore. (Ride).

PAULA - Veramente non abbiamo in programma di fare grandi, cose, stasera.

HARRY - Nessuna obiezione, restiamocene qui. Io per me ci sto. Ci mangiamo qualcosa più tardi.

BERNICE. Oh, no.

HARRY - Qui il ristorante è buonissimo!

PAULA - Oh, no.

HARRY - Pago io. Pago io. È un piacere che non mi capita spesso.

BERNICE - È che non abbiamo fame nessuna delle due, grazie.

HARRY - Oh, andiamo, dovete mangiare, dovete mangiare. Per mantenervi in forze. No, sul serio, lo considererei un grande onore. Un grande onore! E poi dove la mettete la tristezza di mangiare da solo? Siate carine, per una volta… con la vita che faccio, finisco sempre a mangiare tutto solo.

PAULA - Tranne quando è a casa sua…

HARRY - Ah, beh… In quelle occasioni, in quelle rare occasioni… A dire la verità, tutta la verità, non ci capito spesso. Cioè, ora non voglio annoiarvi parlandovi di me, ma… beh, diciamo semplicemente che a casa non ci capito spesso. Tutto chiaro? Tutto chiaro. Cin cin. (Pausa) Voglio dire, non mi fraintendete. Io e mia moglie non siamo separati, niente del genere. È solo che… beh, per essere del tutto onesti, lei è molto più contenta se non mi ci trova troppo spesso, a casa. Non siamo più due anime gemelle, in un certo senso. Se capite quello che voglio dire. Lei ha le idee molto chiare su certe faccende e… beh, insomma, io… come dicevo anche un minuto fa a Paula; di natura io sono… molto aperto. Comunque, ognuno è fatto a suo modo, come si dice. Si dà il caso che mia moglie sia una di quelle persone che trovano che certe cose non si possono né perdonare né dimenticare… mai più. E non c’è niente da fare. Le puoi parlare all’infinito, la puoi supplicare di perdonarti. Lei è una di quelle donne per cui “mi dispiace” non è una risposta. Che ci puoi fare? Io abito lì… ogni tanto. Ecco tutto, più o meno. Ma non è vita. Io non la chiamo vita. (Pausa) Ad ogni modo, basta coi miei problemi. (Pausa) Il punto è che se mia moglie fosse qui con noi in questo momento, non avrebbe nessunissima pretesa da avanzare su di me. Né io su di lei, per essere onesti fino in fondo. Tutto finito. Tabula rasa. Cameriere, lo stesso per favore. (Il Cameriere si avvicina)

BERNICE - No, grazie, davvero.

PAULA - No, Harry. Harry…

HARRY - Cameriere! Lo stesso, per favore.

BERNICE - No, grazie, davvero. Per noi no, cameriere.

HARRY - Cameriere, ne vogliamo altri tre.

PAULA - No, sul serio, Harry…

HARRY - Altri tre, cameriere. Discutiamo dopo.

CAMERIERE - Altri tre, signore. (Se ne va)

BERNICE - Per me basta.

HARRY - Andiamo, era solo il primo.

BERNICE - Per me basta e avanza.

HARRY - E come fa a mettersi in pari con me e con Paula?

BERNICE - Non mi ci metto.

PAULA - Non sei gentile.

HARRY - Beh, troppo tardi, ce li sta già portando. Non si preoccupi, pago io. Pago io. Voglio dire, neanch’io sono un gran bevitore. Non mi fraintendete. Non sono mica un alcolizzato. Se è il caso vado avanti per delle settimane senza bere una goccia. Non me ne importa niente. Ma santo Iddio, se mi capita la fortuna di starmene qui con due creature semplicemente favolose, come non ne ho mai viste in vita mia, credetemi se dico… beh, che un goccetto ci vuole. A casa non bevo, sapete. A casa non bevo mai.

BERNICE - Non ci sta mai.

HARRY - Bevo solo in compagnia. Bevo solo per essere socievole. No, non è mai stato un mio problema, il bere. Ho altri problemi, ma il bere non è fra questi. Grazie a Dio. E lo ringrazio molto sinceramente. Dei miei altri problemi non vi dico nulla, non vi voglio scandalizzare. (Ride) Voglio dire, oggi, voi non ci crederete, che oggi a pranzo non ho fatto altro che bere con un mio collega, un vecchio amico, un caro vecchio amico che non vedevo da moltissimo tempo. Ce ne siamo fatto qualcuno col pranzo, non lo nego. E poi questa seta mi è successo di trovarmi qui per caso un’altra volta proprio mentre aprivano il bar. E non ho nemmeno il mal di testa. Ci credereste? Incredibile, vero? (Arriva il Cameriere con le ordinazioni) Ah. Grazie mille. Cameriere. Lei è un brav’uomo, un brav’uomo. Camera due-quattro-nove.

CAMERIERE - Due-quattro-nove. A posto così, signore?

HARRY - Per il momento, molte grazie. (Come il Cameriere si avvia, lo richiama) Oh, cameriere. Tenga, tenga… Un momento. (Si fruga in tasca e estrae una banconota da una sterlina) Ecco, per lei.

CAMERIERE - Oh, molto gentile. Molte grazie, signore.

HARRY - Beva alla nostra salute.

CAMERIERE - Molto gentile, signore. (Se ne va)

HARRY - Siate gentili con loro, e loro lo saranno con voi. Cin cin.

BERNICE - (Senza toccare il suo bicchiere) Cin cin.

HARRY - No, adesso vi dico qualcosa a tutte e due. Voglio essere del tutto onesto con voi; non vi scandalizzate, l’ultima cosa al mondo che vorrei è scandalizzare due ragazze deliziose come voi, ma devo dire che tutte e due… non sto minimamente tentando di attaccare con voi, niente del genere, siete due delle ragazze più incredibilmente, più strepitosamente sexy che ho mai visto in vita mia. Non crediate che stia… che stia minimamente scherzando. Dovete credermi.

PAULA - Grazie mille.

HARRY - No, no, Paula, amore mio, lei mi deve dire che mi crede. Mi dica chiaramente ci credo.

PAULA - Sì, ci crediamo!

HARRY - Ci credete, vero?

PAULA - Sì. (Bernice la guarda come per dire “ma via!”) Harry, Bernice deve andare a prendere suo zio alla stazione.

HARRY - Un attimo solo, lasciatemi finire…

PAULA - Deve prendere suo zio alla stazione, Harry, capisce. Il treno arriva fra pochi minuti.

HARRY - No, beh, ce la porto io, alla stazione, non si preoccupi di questo, amore mio. Vi chiamo un taxi.

PAULA - No, Harry…

HARRY - Vi offro un taxi.

PAULA - Dobbiamo andare.

HARRY - No. Statemi a sentire, statemi a sentire. Paula, Paula…. Bernice. Statemi a sentire. Non sto minimamente cercando di rimorchiarvi, non se ne parla nemmeno, vi prego di crederlo. Cioè, vi rispetto troppo, capite. Vi rispetto come signore. Ecco, la vedete questa?… (Mostra la chiave della sua camera) È una chiave, giusto? La chiave di camera mia, il due-quattro-nove che è una camera molto, molto carina, credetemi. Ora io poso questa chiave qui al centro del tavolino, così. E poi ce la lascio. Non voglio cercare di mettervi in imbarazzo, capite. Però la chiave è qui. Se la volete prendere, è qui. A vostra totale disposizione. Più onesti di così si muore. (Bernice si alza) Dove va?

BERNICE - Dobbiamo andare. (Paula cerca di alzarsi. Harry la spinge giù)

HARRY - Paula, ha visto la chiave?

PAULA - Sì, ma servirà a lei, Harry.

HARRY - No, io me ne faccio dare un’altra. Il portiere ne ha un’altra. Questa è per lei.

BERNICE - Vieni?

HARRY - Se la vuole è qui.

PAULA - Grazie, Harry.

HARRY - Due-quattro-nove. Se la vuole, se la prenda.

PAULA - Grazie, Harry. Ma dobbiamo andare a prendere suo zio.

BERNICE - Allora, Paula, vieni o non vieni?

PAULA - Sì, vengo. (Si alza)

HARRY - (Afferrando Paula per il polso) Un momento, un momento. Cameriere! Cameriere!

PAULA - No! (Arriva il Cameriere)

HARRY - Cameriere.

CAMERIERE - Sì, signore?

HARRY - Me lo fa un favore? Queste due incantevoli signore devono andare… dov’è che andate?… Alla stazione… a prendere lo zio. Crede che potrebbe chiamargli un taxi?

CAMERIERE - Glielo chiamerà il portiere, signore.

HARRY - Ah. Bene. Le dispiacerebbe gentilmente di chiederglielo?

CAMERIERE - Chiedo scusa, signore, ma non posso lasciare il bar.

HARRY - Questa, poi!

PAULA - Non fa niente, Harry, non si disturbi.

BERNICE - Insomma, vieni?

HARRY - Ma che razza di posto è questo?

PAULA - Andiamo a piedi, Harry, è vicino.

HARRY - Non ci andate, a piedi. Non vi lascio andare a piedi, sole così. Vi chiamo un taxi.

BERNICE - (Intervenendo) Non ci serve un taxi, grazie.

HARRY - (Spingendola da parte) Lei aspetti lì. (Confidenziale) Paula.

PAULA - Eh?

HARRY - (Spingendole in mano la chiave della camera) Ecco. La tenga lei. Mi capisce. Tocca a lei ora! Dipende tutto da lei. Voglio che lo sappia. Nessun obbligo. Nessunissimo obbligo.

PAULA - Grazie.

HARRY - (Si avvia barcollando) Arrivo subito. Cameriere, le affido queste due meravigliose creature. Mi raccomando.

CAMERIERE - Non si preoccupi, signore.

HARRY - Aspettatemi qui. (Esce attraverso il salone del bar)

BERNICE - Sant’Iddio, credevo che non saremmo mai riuscite a sbarazzarcene.

PAULA - È tremendo quando diventano così.

BERNICE - A questo punto credevo che avessi imparato la lezione. Sbrighiamoci.

PAULA - Non possiamo. È fermo davanti alla porta.

BERNICE. (Al Cameriere) C’è un’altra uscita, per favore?

CAMERIERE. Sì, per di qua, signora. C’è una porta laterale alla sua sinistra.

BERNICE - Grazie. Forza, andiamo.

PAULA - Buona sera.,

CAMERIERE - Buona sera a lei, signora. (Le ragazze si avviano per uscire dalla porla laterale) Oh, signora, mi scusi… Non vuole portarsi via la chiave, vero?

PAULA - Oh. Per poco me ne scordavo. (Gli porge la chiave) Le dispiace?

CAMERIERE - Niente affatto, signora. Buona sera. (Paula e Bernice escono. Il Cameriere si infila in tasca la chiave e comincia quindi a togliere i bicchieri vuoti, mentre le luci si attenuano fino al buio)

FRA UN BOCCONE E L’ALTRO

La sala da pranzo di un albergo. Due tavolini separati, ciascuno con due sedie. Fra di loro, un tavolo di servizio. Una porta di entrata e di uscita nella cucina. L’ingresso principale per i clienti. Rumore discreto di coltelli e forchette prodotto da altri avventori invisibili. Il Cameriere sta terminando di apparecchiare i due tavoli. Va casualmente verso il tavolo di servizio e vi si appoggia. Alla fine entra Donald Pearce, uomo d’affari di mezz’età.

CAMERIERE - (Andandogli incontro) Buona sera, signore.

PEARCE - Buona sera. Ho prenotato un tavolo per due a nome Pearce.

CAMERIERE - Tavolo per due, signore. Aveva prenotato?

PEARCE - Sì, gliel’ho detto in questo momento.

CAMERIERE - Molto bene signore. (Consulta il libro delle prenotazioni al tavolo di servizio) Sotto che home ha prenotato, signore?

PEARCE - Pearce. Anche questo gliel’ho detto un attimo fa.

CAMERIERE - Pearce… con la P, vero?… Ah, sì, signore. (Indica il tavolo più vicino alla porta) Pensa che questo qui possa andare bene, signore?

PEARCE - No, non direi. Preferisco questo qui.

CAMERIERE - Come vuole lei, signore. (Il Cameriere conduce Pearce al tavolo e gli tiene la sedia. Pearce siede dando le spalle al resto della stanza)

PEARCE - Grazie.

CAMERIERE - È solo, signore?

PEARCE - No.

CAMERIERE - Ah. Deve arrivare qualcuno, vero, signore?

PEARCE - Direi proprio. O almeno lo speravo quando ho prenotato un tavolo per due…

CAMERIERE - Bene, signore. (Il Cameriere va a prendere i clienti al tavolo di servizio. Entra Emma Pearce, stessa età di Pearce, tesa e preoccupata. Vede il marito e avanza verso di lui. Il Cameriere si precipita ad aiutarla con la sedia)

PEARCE - Ah, eccoti.

CAMERIERE - Buonasera, signora.

MRS. PEARCE - (Sedendosi) Grazie. (A Pearce) Potevi anche aspettarmi.

PEARCE - Non avevo la minima idea di dove ti fossi cacciata.

MRS. PEARCE - Lo sapevi benissimo dov’ero.

CAMERIERE - (Porgendole un menu) Prego, signora.

MRS. PEARCE - Te l’avevo detto!

CAMERIERE - Prego, signore.

PEARCE - Grazie.

MRS. PEARCE. Oh Dio, adesso devo leggere tutto questo. (Fruga nella borsetta)

CAMERIERE - Lei o la signora gradiscono un aperitivo?

PEARCE - No, grazie…

MRS. PEARCE - Macché, non li ho portati.

PEARCE - Magari del vino.

CAMERIERE - Bene, signore.

MRS. PEARCE - Ecco fatto. Non li ho portati. (Tira fuori una sigaretta)

PEARCE - Cosa?

MRS. PEARCE - Gli occhiali per leggere. Li ho lasciati a casa.

PEARCE - Questo significa che te lo devo leggete io, immagino. (Il Cameriere accende la sigaretta a Mrs. Pearce)

MRS. PEARCE - Se vuoi posso tirare a indovinare.

PEARCE - (Al Cameriere) Ci porta un posacenere, per favore?

CAMERIERE - Subito, signore.

PEARCE - Perché diavolo non puoi tenerli sempre nella borsetta, i tuoi occhiali…? (Il Cameriere si allontana. Quando questo avviene, la voce di Pearce si spegne. Durante tutto ciò che segue sentiamo del dialogo solo quanto avviene a portata d’orecchio del Cameriere. Questi tuttavia non dà mai a vedere se registri o meno il contenuto di quanto sente, ad eccezione di quando ci si rivolge direttamente a lui. Pearce continua a parlare ma noi non lo sentiamo più. Il Cameriere prende il posacenere dal tavolo di servizio, lo spolvera e lo porta al tavolo di Pearce)

MRS. PEARCE - (diventando udibile) …oggi pomeriggio mentre leggevo e me li sono scordati, tutto qui.

PEARCE - VA bene, va bene, va bene.

MRS. PEARCE - (Al Cameriere) Grazie.

PEARCE - E vorremmo anche la carta dei vini.

CAMERIERE - La carta dei vini. Subito, signore.

PEARCE - Allora, mi ascolti? Pronti, via. (Legge) Antipasti dal carrello, pompelmo a spicchi… (Dissolve. Il Cameriere torna al tavolo di servizio per prendere la carta dei vini. Entrano Polly e Martin, una coppia più giovane)

CAMERIERE - Buona sera, signore. Buona sera, signora. Due soli?

MARTIN - Sì, due.

CAMERIERE. Avevano prenotato?

MARTIN - No.

CAMERIERE - Mi scusi un momento. (Consulta il libro)

POLLY - Speriamo che ci sia posto.

MARTIN - (Guardandosi intorno nel ristorante) Direi di sì. (Vedendo i Pearce) Oh Dio, guarda chi c’è.

POLLY - Dove?

MARTIN - Laggiù, guarda. Donald Pearce con la moglie.

POLLY - Oh.

MARTIN - Sarà meglio andarli a salutare.

POLLY - No, lascia perdere…

MARTIN - Eh?!

POLLY - Andiamo da un’altra parte.

MARTIN - Ma che dici?

POLLY - Si sentirebbero in dovere di dirci di sederci con loro. Andiamo in un altro posto.

MARTIN - Io non vado in un altro posto.

POLLY - Non ci hanno ancora visto. Presto…

MARTIN - Non ho nessuna intenzione di andare in nessun altro posto. Che ti prende?

POLLY - È solo che non mi va di mettermi a parlare con loro.

MARTIN - E perché?

POLLY - Adesso non mi va.

CAMERIERE - Scusi l’attesa, signore. Va bene questo tavolo?

MARTIN - (Mentre lo seguono verso l’altro tavolo) Incontro il mio capo in un ristorante e secondo te non lo dovrei salutare?

POLLY - Facciamo finta di non averli visti.

MARTIN - Ma è evidente che li abbiamo visti.

POLLY - E perché? Loro non hanno visto noi. Facciamo ancora in tempo ad andarcene. (Il Cameriere tiene la sedia per Polly)

MARTIN - A questo punto io non me ne vado. (Si siede. Al Cameriere) Grazie. (A Polly) Ma che ti prende?

POLLY - Niente. (Si siede)

CAMERIERE - Chiedo scusa, signore.

MARTIN - Ci sei sempre andata d’accordo, no?

POLLY - Ma sì, certo.

MARTIN - Ci hai sempre parlato più che volentieri fino a oggi.

CAMERIERE - Gradiscono un aperitivo, signore?

MARTIN - Non hai mai trovato da ridire se… (Al Cameriere) No, grazie… Non hai mai trovato da ridire se qualche volta ci invitavano.

POLLY - Stasera non mi va. Non mi va di andarmi a sedere… (Dissolve. Il Cameriere torna al tavolo di servizio e prende la carta dei vini. La porta al tavolo dei Pearce)

PEARCE - (Diventando udibile) …sogliola meunière. Aragosta thermidor. Chele di aragosta all’americana parentesi in stagione. Scampi… scampi di qualunque tipo. Merluzzo ai ferri… (Dissolve. Il Cameriere ha deposto la carta dei vini sul tavolo accanto al gomito di Pearce e si è allontanato. Torna al tavolo di servizio, prende due menu e si dirige verso il tavolo di Martin)

POLLY - …vedo da tre settimane. Preferirei starcene per conto nostro.

MARTIN - Non sono mica stato io a andarmene.

POLLY - È la stessa cosa…

MARTIN - Voglio dire, in vacanza ci sei stata tu. Non ci sono stato mica io, in vacanza.

POLLY - Ci potevi andare. (Prende il suo menu) Grazie.

MARTIN - No che non potevo. Te l’ho detto. Quel caro Pearce che vedi laggiù… (prende il suo menu) …grazie… quel caro Pearce mi ha appioppato un carico dl lavoro da star bene per un anno.

POLLY - Non darai mica la colpa a me?

MARTIN - Ho detto che è colpa tua? Stavo semplicemente spiegando perché… (Il Cameriere si allontana. Si avvicina al tavolo dei Pearce con il taccuino delle ordinazioni)

PEARCE - …costolette di maiale ai ferri, tournedos Incoronazione, qualunque cosa siano, bistecca alla tartara, trance di pesce spada parentesi in stagione, lombatina… alla cacciatora… (Il Cameriere si allontana e va ad appoggiarsi contro il tavolo di servizio in attesa. Dopo un momento, si rimette in modo diretto verso il tavolo di Martin per vedere se lì è stata presa qualche decisione)

MARTIN - …prenotare una vacanza in un periodo in cui io ho il lavoro fino sopra i capelli.

POLLY - Perché se avessi aspettato il momento in cui tu hai meno da lavorare, in vacanza non ci sarei andata mai.

MARTIN - Avanti, tesoro. Sta aspettando che ci decidiamo.

CAMERIERE - Non si preoccupi, non c’è fretta, signore.

POLLY - In altre parole, o ci andavo da sola, in vacanza, o non sarei mai riuscita a… (Il Cameriere torna verso i Pearce)

PEARCE - Anatra arrosto con salsa all’arancio. Galletti ripieni arrosto. Tacchino arrosto con salsa di mirtilli… (Il Cameriere si ritira. Martin fa un cenno al Cameriere. Il Cameriere si dirige verso il tavolo di Martin)

POLLY - …anche da sola non mi dispiace.

MARTIN - Cameriere, qual è la soup du jour?

CAMERIERE - (Lanciando uno sguardo di controllo dietro le spalle di Martin) Ehm… minestrone, signore.

MARTIN - (Con scarso entusiasmo) Oh. (Martin e Polly meditano sui rispettivi menu. Il Cameriere indugia) Com’è andato il viaggio di ritorno?

POLLY - Non male. Stamattina mi sono dovuta trovare all’aeroporto alle sette. Siamo arrivati a Heathrow alle dieci…

MARTIN - Scusa se non ti sono venuto a prendere!

POLLY - Non mi aspettavo che lo facessi.

MARTIN - La riunione sulle vendite è andata avanti fino all’ora di pranzo. (Pearce fa un cenno per chiamare il Cameriere)

CAMERIERE - Sì, signore? (Attraversa la stanza dirigendosi verso il tavolo dei Pearce)

PEARCE - Cameriere, qual è la soup du jour?

CAMERIERE - Minestrone, signore.

PEARCE - Oh. (Pausa)

CAMERIERE - Desidera ordinare ora, signore?

MRS. PEARCE - C’è l’omelette aux fins herbes?

CAMERIERE - (Dubbioso, guardando dietro le spalle di Pearce) L’omelette aux fins herbes, signora…

PEARCE - Immagino che se facessero l’omelette aux fins herbes l’avrebbero messa sul menu.

CAMERIERE - Non credo, signora.

MRS. PEARCE - Era solo una domanda.

PEARCE - Voglio dire, ti ho letto tutto il menu con una bella voce chiara. Mi hai sentito dire “omelette aux fins herbes”?

MRS. PEARCE - Non lo so.

PEARCE - Ma ho finito di leggertelo in questo momento.

MRS. PEARCE - Non lo so, non stavo a sentire.

PEARCE - (Inspirando profondamente) Forse abbiamo bisogno ancora di qualche minuto per decidere, cameriere.

CAMERIERE - Benissimo, signore.

PEARCE - Devo rileggertelo da capo, immagino. (Il Cameriere torna verso Martin e Polly)

POLLY - …stato sempre stupendo. Un sole che ti arrostiva. Ed è un’isola meravigliosa.

MARTIN - (Senza interesse) Sì, così pare. (Vedendo il Cameriere) Ah. Allora. Per il momento vorremmo un paté e una trota affumicata. E stavi…?

CAMERIERE - (Scrivendo) Paté maison… trota affumicata.

POLLY - L’aragosta è fresca?

CAMERIERE - Oh sì, signora. Gliela consiglio.

POLLY - Allora per me una thermidor con insalata verde.

MARTIN - Per me poulet estragon.

CAMERIERE - Poulet estragon… Thermidor…Vuole la carta dei vini, signore?

MARTIN - Perché no. Mia moglie è appena tornata dall’assolato Mediterraneo. Probabilmente ci si è abituata, in tre settimane.

CAMERIERE - Ottima cosa, signora. Mi scusi un momento, signore. (Il cameriere attraversa la stanza diretto dai Pearce)

MRS. PEARCE - … nel momento in cui torni, ricominci.

PEARCE - Non sto ricominciando. Stavo solo dicendo… (Vede il Cameriere) Si?

CAMERIERE - Hanno deciso qualcosa, signore?

PEARCE - Neanche per sogno, non abbiamo deciso proprio niente. Quando saremo pronti glielo faremo sapere.

CAMERIERE - Molto bene, signore.

MRS. PEARCE - Non c’è stata nemmeno una volta in cui tu sia tornato senza… (Il Cameriere prende la carta dei vini dal tavolo di servizio)

MARTIN - …lo hai scelto tu.

POLLY - Beh, che ne potevo sapere che ci avremmo trovato quei due?

MARTIN - Sei stata tu a dire che volevi uscire.

POLLY - Dal momento che i bambini erano fuori, mi era parsa una buona idea.

MARTIN - Era un’ottima idea. Godiamocela.

POLLY - Sì, ma se avessi saputo che c’erano anche loro, non avrei…

PEARCE - (Chiama) Cameriere! (Il Cameriere torna da Pearce)

CAMERIERE - Comandi.

PEARCE - Sarà felice di apprendere che abbiamo finalmente deciso. Pronto con la matita? Si parte. Un cocktail di scampi… un pompelmo a spicchi ma se sopra c’è la ciliegina al maraschino non la vogliamo. Una sogliola meunière spinata… Una lombatina ai ferri fra medio e al sangue…

CAMERIERE - (Scribacchiando furiosamente) Un attimo, signore… Sogliola meunière spinata… lombatina ai ferri non proprio al sangue… Ha scelto anche il vino, signore?

PEARCE - Ah… sì. (Apre la carta) Emma? Bianco, lo vuoi bianco?

MRS. PEARCE - Per me fa lo stesso. Ne bevo solo due dita.

PEARCE - Beh, di’ solo rosso o bianco.

MRS. PEARCE - Onestamente non mi importa. (Fissa gli occhi davanti a sé)

PEARCE - Allora rosso. (Mrs. Pearce si volta di botto e lo guarda accigliandosi) Vediamo un po’. Di italiano cosa avete?

CAMERIERE - Credo siano in fondo, signore. Oggi il sommelier non è in servizio, altrimenti…

PEARCE - Ah sì, eccoli qua, gli italiani. All’albergo dove stavamo ce n’era uno niente male.

MRS. PEARCE - Credevo fossi andato per lavoro.

PEARCE - E sono andato per lavoro. Ma ogni tanto dovevo fare una pausetta. Non ti pare?

MRS. PEARCE - Mio marito si è massacrato di lavoro in Italia, poveretto…

PEARCE - No, non mi pare che ci sia.

MRS. PEARCE - Non capisco come hai fatto a lavorare, con quel sole accecante.

PEARCE - Una bottiglia di questo qui, ehm… uno zero quattro!

CAMERIERE - Benissimo, signore. L’uno… zero quattro. Subito, signore.

MRS. PEARCE - Come hai fatto a resistere per ben tre settimane?… (Il Cameriere esce in cucina e dopo un momento torna. Prende delle posate, le mette su un vassoio e si dirige verso il tavolo di Martin)

MARTIN - …ultimi sei mesi si stanno cominciando a muovere. A quanto pare la cosa sta a cuore a qualcuno molto in alto.

CAMERIERE - La trota affumicata è per la signora?

MARTIN - No, sono io… ma me la dia quando arriva il resto, per favore. Il vecchio Pearce è tornato oggi pomeriggio, tutto pieno delle gioie dell’Italia, almeno questo. Non so cosa ha combinato a Roma ma a quanto pare se l’è spassata. (Il Cameriere scambia alcune posate di Polly e Martin, mettendo coltello e forchetta da pesce)

POLLY - Ma non era andato per affari?

MARTIN - Non ci posso credere che ci vogliano tre settimane per firmare un contratto. Gli italiani saranno difficili quanto vuoi… detto fra noi, se fossi sposato con Emma Pearce, una volta a Roma non mi farei schiodate tanto facilmente.

POLLY - Non guardarli.

MARTIN - Stai tranquilla, ci volta le spalle. E lei è cieca come una talpa. No, probabilmente aveva una signorina italiana che lo aspettava. A lui piace mescolare gli affari con un po’ di… (Il Cameriere va al tavolo di Pearce)

CAMERIERE - Cocktail di scampi, signore?

PEARCE - Grazie.

CAMERIERE - La lombatina è per la signora?

PEARCE - No, è sempre per me. (Una pausa mentre il Cameriere scambia le posate, sostituendo quelle di Mrs. Pearce con un coltello e una forchetta da pesce e quelle di Pearce con un coltellino e una forchettina da pesce e con un coltello e una forchetta da carne)

MRS. PEARCE - Beh, mi dispiace ma non ti credo.

PEARCE - Fatti tuoi. (Una pausa) Io quello facevo.

MRS. PEARCE - Mi dispiace, ma penso che tu sia un bugiardo. (Il Cameriere attraversa la stanza diretto da Martin e Polly)

MARTIN - …e il problema è stato riprogrammare gli orari lavorativi degli impiegati in modo da garantire a tutti almeno un giorno libero su tre senza che ciò si riflettesse sulla produzione normale.

POLLY - Sì.

CAMERIERE - Chiedo scusa.

MARTIN - Ed stato un problema spaventoso. Sì?

CAMERIERE - Ha scelto il vino, signore?

MARTIN - (Prendendo la carta dei vini) Ah, già… capisci, in men che non si dica, una volta persi quegli uomini della catena di assemblaggio, devi essere sicuro che ti rimanga una forza lavoro sufficiente a garantirti il ciclo lavorativo dei tre giorni senza diminuzioni rilevanti nell’efficienza della produzione.

POLLY - Martin, sta aspettando che gli diciamo il vino.

MARTIN - Ah, sì. Avete anche un vino della casa?

CAMERIERE - Sì, signore.

MARTIN - Una caraffa di bianco. Se non è troppo dolce.

CAMERIERE - Una caraffa di bianco, signore.

MARTIN - In ogni modo, ci siamo riusciti. Abbiamo presentato il rapporto, e Donald Pearce è andato in brodo di giuggiole. Veramente ha avuto solo il tempo di buttarci un occhio oggi pomeriggio, ma… (Il Cameriere esce in cucina. I Pearce tacciono. Martin continua a chiacchierare rivolto a Polly. Il Cameriere torna con il primo piatto dei Pearce, pompelmo a spicchi, scampi, un piattino di pane tostato. Si dirige al tavolo dei Pearce)

CAMERIERE - Pompelmo a spicchi, signora?

MRS. PEARCE - Grazie.

CAMERIERE - Gli scampi, signore…

PEARCE - Grazie.

MRS. PEARCE - Mi dispiace, ma penso che tu menta.

CAMERIERE - Prego, signora?… Oh, chiedo scusa. Ecco i toast, signore. (Torna in cucina. I Pearce mangiano. Martin continua a parlare. Il Cameriere torna con il primo piatto di Martin e di Polly. Va al loro tavolo)

MARTIN - …e così alla fine ho fatto la sola cosa possibile. Mi sono accollato tutta la responsabilità per il progetto A, D e J. Mi sono preso tutte e due le rogne. Ho fatto tutto quanto io.

POLLY - Sì, lo so, me lo hai già detto, Martin. (Il Cameriere le serve il paté) Grazie.

MARTIN - Quando te l’ho detto? (Si sporge verso di lei. Il Cameriere tenta invano di insinuare il piatto sotto le mani di Martin)

POLLY - Sono stata via solo tre settimane, sai.

MARTIN - A che ora dobbiamo prendere i bambini?

POLLY - Ho detto alla nonna che saremmo stati lì per l’ora di pranzo.

MARTIN - Ah, beh, fine della pace e della tranquillità. (Si riappoggia allo schienale della sedia. Il Cameriere fa scivolare rapidamente al suo posto il piatto di Martin) Grazie.

POLLY - Ti sono mancati?

MARTIN - Onestamente non ho avuto un attimo per accorgermi della mancanza di nessuno, amore. Nemmeno della tua.

POLLY - A me sono mancati moltissimo.

CAMERIERE - (Indugiando al tavolo) I toast sono lì, signora.

POLLY - Grazie.

MARTIN - Ah, ti ho detto che Graham Stotter ha finalmente ottenuto quella commissione a Glasgow?

POLLY - Ma non mi dire… (Il Cameriere va in cucina, tornando con il vino della casa in caraffa e con quello in bottiglia per Pearce. Depone la caraffa sul tavolo di servizio, spolvera la bottiglia, la scuote capovolta, quindi la porta al tavolo di Pearce dove la porge perché sia esaminata)

CAMERIERE - L’uno zero quattro, signore.

PEARCE - Ah, sì. (Legge l’etichetta con gran cura, borbottando fra sé e sé tutte le parole compreso il nome dell’importatore) Sì, va bene.

CAMERIERE - Grazie, signore. (Estrae di tasca un cavatappi e comincia ad aprire la bottiglia, mantenendosi accanto al tavolo)

PEARCE - Hai fatto venire qualcuno per quel radiatore in camera da letto?

MRS. PEARCE - Hanno detto che vengono martedì.

PEARCE - Ah…

MRS. PEARCE - Hanno detto che dalla descrizione serve un pezzo nuovo.

PEARCE - Non se ne parla nemmeno. (II Cameriere estrae il tappo con un “pop”) Non ho nessuna intenzione di pagare un pezzo nuovo. Sono soldi sprecati.

MRS. PEARCE - A differenza di quelli spesi per andare in vacanza. (Il Cameriere versa un dito di vino nel bicchiere di Pearce)

PEARCE - Lo fai apposta? Stai cercando di farmi arrabbiare questa sera?

CAMERIERE - Vuole provare, signore?

PEARCE - Oh… (Sorseggia il bicchiere) Un po’ freddino. Ma non fa niente. Continui pure.

CAMERIERE - Grazie, signore. (Il Cameriere comincia a versare il vino alla signora Pearce)

MRS. PEARCE - Basta così, grazie.

CAMERIERE - Grazie, signora.

PEARCE - Lo mangi o lo lasci?

MRS. PEARCE - Lo lascio. (Il Cameriere finisce di riempire il bicchiere di Pearce e posa la bottiglia sul tavolo)

CAMERIERE - Lo lascio qui, signore. La signora ha finito?

MRS. PEARCE - Sì, grazie.

CAMERIERE - Qualcosa che non andava?

MRS. PEARCE - Era ottimo. Ma non ho fame.

CAMERIERE - (togliendole il piatto) Grazie, signora.

PEARCE - Non capisco che senso abbia ordinare la roba per poi non mangiarla… (Il Cameriere torna al tavolo di servizio, prende la caraffa di vino e si dirige verso il tavolo di Martin e Polly)

POLLY - Secondo me è una prepotenza inconcepibile.

MARTIN - No, onestamente, amore, non è che… grazia… (Il Cameriere comincia a versare il vino a Polly. Lei prende il bicchiere mentre quello sta ancora versando) La qualità della moglie ha un’importanza spaventosa. Se hai un dirigente che è praticamente responsabile di… diciamo anche due o trecento uomini certe volte… il fatto di avere sposato la donna giusta ha un’importanza vitale.

POLLY - Perché?

MARTIN - Uno così deve avere un rapporto stabile. Non può stare con una che magari lo pianta all’improvviso. (Il Cameriere prende il bicchiere di Martin e lo riempie, in modo che Martin non possa toccarlo prima che abbia finito di riempirlo)

POLLY - Ma mi dici che la moglie non ha niente a che fare col lavoro del marito.

MARTIN - Beh, no, certo.

POLLY - E allora secondo me la ditta dovrebbe impicciarsi degli affari suoi. Mi dispiace ma… (Il Cameriere si allontana. Pearce finisce. Il Cameriere va a togliergli il piatto)

MRS. PEARCE - Ho detto, chi e?

PEARCE - Chi e chi?

MRS. PEARCE - Chi e lei? (Pearce apre la bocca per rispondere, ma a questo punto si accorge del Cameriere. Il Cameriere gli toglie il piatto e lo posa sul tavolo di servizio. Vede che Polly e Martin hanno finito e va a togliere i loro piatti)

POLLY - …quello che dico è che per quanto mi riguarda, tu potresti fabbricare… della marmellata. Passi tutto il giorno in ufficio, lavori a casa la maggior parte della sera, non parli mai coi bambini e la maggior parte del tempo non so nemmeno cosa stai facendo.

MARTIN - Senti, tesoro, anche se te lo dicessi non saresti in grado di capire… (Il Cameriere porta in cucina i piatti vuoti. Pearce e Mrs. Pearce stanno dialogando con frasi brevi e secche. Martin parla agitato, Polly ha un’aria leggermente disperata. Il Cameriere torna con la seconda portata dei Pearce: lombatina per lui, sogliola per lei, e contorni. Va al loro tavolo)

PEARCE - Non mi sembra sia il luogo né il momento per una conversazione di questo tipo.

MRS. PEARCE - Non so pensare a un momento migliore.

PEARCE - In un luogo pubblico.

PEARCE - Perché no?

CAMERIERE - Sogliola con salsa meunière, signora.

MRS. PEARCE - Grazie.

PEARCE - Non vedo a che serva fare una scena.

MRS. PEARCE - Non sto facendo nessuna scena. Ti ho fatto una domanda normalissima. Chi e questa donna?

CAMERIERE - Lombatina, signore.

PEARCE - Cosa importa?

MRS. PEARCE - Importa che lo voglio sapere.

PEARCE - E poi chi ha detto che c’era qualcuno?

MRS. PEARCE - Oh, andiamo, tesoro. Non sono mica scema. Non sono per niente affatto scema.

PEARCE - Ti dispiace di abbassare la voce?

MRS. PEARCE - Io la voce non l’abbasso.

CAMERIERE - Fagiolini, signora?

MRS. PEARCE - No, grazie.

CAMERIERE. Carote, signora?

MRS. PEARCE - No, grazie, va bene così.

CAMERIERE - Neanche due patate, signora?

MRS. PEARCE - (Stridula) Va bene così.

CAMERIERE - Molto bene, signora. (Fa il giro del tavolo per andare da Pearce)

PEARCE - (A Mrs. Pearce, furioso) Ti pregherei di cercare di controllarti.

CAMERIERE - Lei li prende i fagiolini, signore?

PEARCE - (con un ringhio) Sì, grazie.

MRS. PEARCE - Beh, ti voglio dire una cosa, tesoro. Se quella puttanella mi capita sotto le mani, le torco il collo.

PEARCE - Per favore, per favore!

CAMERIERE - Carote, signore?

PEARCE - Sì.

MRS. PEARCE - Glielo puoi dire da parte mia, a quella zoccola.

CAMERIERE - Patate, signore?

PEARCE - No. Niente patate. Basta così.

CAMERIERE - Molto bene, signore.

PEARCE - Ho detto che basta così.

CAMERIERE - Bene, signore. (Si allontana e torna in cucina. Entrambi i tavolini si trovano in un notevole stato di animazione. Il Cameriere torna con la seconda portata di Polly e Martin: aragosta, pollo, condimento per l’insalata, insalata, contorni. Si dirige al loro tavolo)

POLLY - …stringi stringi il punto è proprio questo. io non provo il minimo interesse per il tuo lavoro e tu di quello che faccio io te ne infischi. Tutto qua. Non abbiamo assolutamente niente in comune.

MARTIN - Ma via, andiamo, cosa dici. (Il Cameriere serve l’aragosta di Polly)

POLLY - Grazie.

MARTIN - A me interessa quello che fai.

POLLY - Davvero?

MARTIN - Ma certo.

POLLY - Balle.

MARTIN - Non sono balle.

CAMERIERE - (Servendo) Poulet estragon, signore.

POLLY - In tre settimane in cui sono stata via, ti sei dato la minima pena per sapete dov’ero?

MARTIN - Ma lo sapevo, dov’eri.

POLLY - Davvero?

MARTIN - Eri a Maiorca… anche se poi non so dove sia di preciso.

POLLY - Non ero affatto a Maiorca, tesoro, guarda un po’. Ero a Roma.

CAMERIERE - Un po’ di verdura, signore?

MARTIN - Eh… Solo carote, grazie. A Roma? E che ci facevi a Roma?

POLLY - Ero con Donald Pearce.

MARTIN - Con Donald Pearce… sì grazie, basta così… che ci facevi con Donald Pearce?

POLLY - Ho passato tre settimane con Donald Pearce. In un albergo, a Roma.

MARTIN - Dio mio. (Seppellisce la testa fra le mani sul tavolo)

CAMERIERE - Patate, signore?

MARTIN - Oh, Dio mio.

CAMERIERE - (Chinandosi ad angolo retto per parlare a Martin) Chiedo scusa, signore.

POLLY - (Al Cameriere) Non le vuole.

CAMERIERE - Ah, bene, signora.

POLLY - (A Martin) Mi dispiace.

CAMERIERE - Ah, scusi, signora. L’insalata.

MARTIN - Oh, Dio mio.

CAMERIERE - Olio e aceto, signora?

POLLY - Appena appena.

MARTIN - Come hai potuto?

POLLY - Non lo so. Mi dispiace. Mi sentivo di… non lo so…

MARTIN - Ti rendi conto di cosa hai fatto?

POLLY - Non ha importanza, tesoro, è tutto finito. Per questo te l’ho detto.

MARTIN - Sarà anche tutto finito per te. E che succederà se lo scopre lei?

POLLY - Chi?

MARTIN - Emma Pearce. Ti rendi conto di cosa mi succederebbe?

POLLY - Cosa?

MARTIN - Mi troverei col sedere per terra. Come la cosa arriva alle orecchie di Emma Pearce… oh, dannazione. Ma se proprio dovevi andare con qualcuno, perché diavolo doveva essere Donald Pearce? Ma non ti tendi conto? È la fine di tutto la fine della mia promozione, ci puoi scommettete. Come niente mi costringeranno a dimettermi.

POLLY - È questo che ti preoccupa?

MARTIN - Mi preoccupa, sì.

CAMERIERE - Basta così, signora?

POLLY - Oh santissimo Iddio del cielo. Non ci credo… non ci posso credere. (Si alza, respingendo la sedia)

MARTIN - Dove vai?

POLLY - Ma non ti importa niente di me? Niente di niente?

MARTIN - Dove vai?

POLLY - Mi si sta rivoltando lo stomaco. (Polly esce impetuosamente)

CAMERIERE - Andava tutto bene per la signora?

MARTIN - Sì. Tutto bene. Grazie!

CAMERIERE - Grazie, signore. (Si allontana e si dirige al tavolo dei Pearce con l’intenzione di versare altro vino nei bicchieri, tentando di non farsi notare)

PEARCE - Per l’ultima volta, hai intenzione di controllarti?

MRS. PEARCE - Come la vedo l’ammazzo, l’ammazzo.

PEARCE - Non fare la stupida. (Vedendo il Cameriere, secco) Cosa vuole lei?

CAMERIERE - Le versavo il vino, signore.

PEARCE - Ci pensiamo noi. Se ne vada.

CAMERIERE - Come desidera, signore. (Fa per andare)

MRS. PEARCE - Cameriere.

CAMERIERE - Signora?

MRS. PEARCE - (Indicando il suo piatto) Porti pure via.

CAMERIERE - Ha terminato, signora?

MRS. PEARCE - Sì, era squisito, grazie. (Si alza) Scusa.

CAMERIERE - Andava tutto bene, signora?

MRS. PEARCE - Benissimo. E solo che non riesco a gustare un pasto in compagnia di un uomo che si rivela un bugiardo, un satiro e un mascalzone. (Rovescia il piatto di Pearce nel grembo di costui. Pearce balza in piedi. Mrs. Pearce esce in fretta dal ristorante, soffiandosi il naso. Passa accanto a Martin senza vederlo. Ancora frastornato, Martin non la vede)

PEARCE - (Pulendosi i calzoni col tovagliolo) Oh, per l’amor di Dio.

CAMERIERE - Vado a prenderle un asciugamano, signore. Torno subito.

PEARCE - Ma guarda qua, guarda qua, dov’è la toilette? Devo andare a pulirmi. (Martin si alza in piedi)

CAMERIERE - Da questa parte, signore, glielo faccio vedere. (Il Cameriere guida Pearce verso la porta oltre il tavolo di Martin. Martin si è alzato in piedi)

PEARCE - Che cosa idiota. Che maledetta… (Cozza contro Martin) Mi scusi, io… Dio santo, salve, Chalmers.

MARTIN - Oh, salve, signor Pearce.

PEARCE - C’era anche lei? Non l’avevo vista. Mi scusi, ho avuto un piccolo incidente.

MARTIN - Già, santo cielo, lo vedo.

PEARCE - Uscitina serale?

MARTIN - Sì, sì, infatti.

PEARCE - Anche noi. Beh, una volta ogni tanto bisogna pure concedersi un po’ di svago, non trova?

MARTIN - Come no, come no…

PEARCE - Sta ancora mangiando o…

MARTIN - No, stavo per…

PEARCE - Beh, senta che le dico. Io devo andare a darmi una rassettata alla toilette. Ci metto un attimo. Poi… le va un brandy rapido rapido al bar?

MARTIN - Oh, mi sembra un’ottima idea, signor Pearce.

PEARCE - Rapido rapido. (Al cameriere, che sta ancora strofinandogli i calzoni) Va bene, basta così, cameriere, grazie. Mi porti il conto al bar, per piacere.

CAMERIERE - Sì signore, senz’altro.

PEARCE - Ah, e ci metta anche quello del signore, per favore.

MARTIN - Oh, non si deve disturbare, signor Pearce.

PEARCE - Nessun disturbo, nessun disturbo. Dopo la sgobbata che si è fatto su quella relazione, il minimo che posso fare è invitarla a pranzo, non trova?

MARTIN - Oh, non saprei… (Il Cameriere esce dalla portata d’orecchio. Pearce assesta una pacca sulla schiena a Martin. Il Cameriere comincia a sparecchiare il tavolo dei Pearce. Pearce e Martin escono dal ristorante. Pearce con la mano sulla spalla di Martin, entrambi ridendo e parlando animatamente. Il Cameriere fissa gli occhi davanti a sé, mentre cala il sipario)

SIPARIO

SECONDO ATTO

LA FESTA DI GOSFORTH

Interno di una tenda per rinfreschi. Un lungo tavolo su cavalletti, qualche panca scompagnata e sedia pieghevole. In un angolo, accanto a un ingresso della tenda, un amplificatore a valvole piuttosto voluminoso, messo insieme alla meglio, con dei fili che ne partono andando a finire fuori. Un altro ingresso all’estremità opposta del tavolo. Entra barcollando Milly, donna dal viso fresco e roseo, con una scatola di tazze da tè. Indossa una giacca da lavoro. Lascia cadere le tazze sul tavolo. Tenta di calcolare il numero delle tazze senza toglierle dalla scatola. È intenta a questa operazione quando entra Emma Pearce dall’altro ingresso. Ora Mrs. Pearce è tutta elegante, con cappello piumato, impermeabile leggero, guanti bianchi, borsetta alla moda intonata con le scarpe.

MRS. PEARCE - Chiedo scusa.

MILLY - Abbia pazienza, il tè lo daremo solo fra un paio d’ore. Posso esserle utile?

MRS. PEARCE - Beh, io sono Emma Pearce.

MILLY - Eh… Gesummio. Il Consigliere Emma Pearce.

MRS. PEARCE - Infatti.

MILLY - Oh. Gesù Santo. Non l’ha ricevuta nessuno?

MRS. PEARCE - No. Ho visto un paio di persone, ma sembravano piuttosto occupate.

MILLY - Oh, sì…

MRS. PEARCE - Ho lasciato la macchina nella stradina qua davanti. Ho fatto bene?

MILLY - Sì. Purtroppo siamo un po’ indietro coi preparativi.

MRS. PEARCE - Sì. Beh, il signor… ehm… Gosforth…

MILLY - Gosforth, sì…

MRS. PEARCE - Nella lettera diceva alle due e un quarto.

MILLY - Dovrebbe essere… qui intorno. Era qui. Io sono Milly Carter. (Si danno la mano)

MRS. PEARCE - Piacere.

MILLY - È stata gentile a venire.

MRS. PEARCE - Si immagini.

MILLY - Suo marito sta meglio?

MRS. PEARCE - Meglio?

MILLY - Sì. Non era ammalato?

MRS. PEARCE - No.

MILLY - Ah, credevo che non fosse venuto per questo. Mi scusi.

MRS. PEARCE - No. È solo che ha avuto un impedimento di lavoro. Non ha potuto liberarsi. All’ultimo momento.

MILLY - Ah. Capisco.

MRS. PEARCE - Ragion per cui dovrete accontentarvi di me. Temo.

MILLY - Sì… Oh, no. Ma che dice. Le siamo tutti gratissimi di essere venuta. Davvero. È fantastico. Dico sul serio.

MRS. PEARCE - Grazie.

MILLY - Ed è per un’ottima causa, sa?

MRS. PEARCE - Ma certo.

MILLY - Voglio dire, è la cosa di cui questo paese ha più bisogno… una sala nuova. Quella vecchia l’ha vista? Dovrebbe esserci passata accanto venendo qui.

MRS. PEARCE - Sarebbe quell’edificio sulla…

MILLY - Sì. In fondo alla stradina qua davanti. Diciamoci la verità, è un pugno nell’occhio. La tirarono su durante la guerra. È tutta di lamiera. Se fuori c’è la pioggia mentre facciamo una riunione nessuno sente più una parola.

MRS. PEARCE - Me lo immagino… Il tempo non sembra molto promettente neanche oggi.

MILLY - Sì. Spero sinceramente che non piova. Voglio dire, possiamo ospitare un bel po’ di attività sotto il tendone lì fuori… e anche sotto questa tenda dei rinfreschi, nel peggiore dei casi, ma ci sono cose come il Saggio Ginnico dei lupetti del signor Stokes che qua dentro non si potrebbero mai fare, per esempio.

MRS. PEARCE - Erano Lupetti tutti quei ragazzini qua davanti con le magliette da atletica?

MILLY - Sì. Si comportavano bene?

MRS. PEARCE - Tiravano dei sassi contro una roulotte. Io gli ho detto di smettere.

MILLY - Oh, brava. Non che si sognino di dar retta. Sono dei piccoli mostri, tutti quanti. Ma grazie comunque del tentativo. No, vede è importantissimo avere un buon concorso di pubblico. Assolutamente vitale. Il signor Gosforth ha lavorato come un castoro. Io mi occupo del tè. Faccio la vivandiera per oggi. Di solito insegno alla scuola.

MRS. PEARCE - Oh, molto interessante.

MILLY - È una bella sfida, glielo dico io. La maggior parte dei bambini da queste parti hanno la testa dura come un ciocco di legno. Se fra loro c’è un piccolo genio, bisogna dire che è ben nascosto… (Si sente da dentro la voce di Gosforth dentro un megafono che grida “Via da lì, ragazzi”) Oh, ecco il signor Gosforth.

MRS. PEARCE - Ah. (Entra Gosforth. Ha un faccione da bevitore di birra, è in maniche di camicia, tutto sudato, nel suo aspetto di condottiero nato. In una mano ha un megafono a batteria, nell’altra un sacchetto di plastica pieno di bottiglie tintinnanti. Ha tutta l’aria di essere nel pieno della battaglia. Non appena entrato, si volta e lancia un’occhiataccia attraverso l’ingresso della tenda)

GOSFORTH - (Tuonante) Lupetti! Scendete immediatamente da quell’impalcatura. È l’ultima volta che ve lo dico. (Abbassa l’altoparlante e si volta verso l’interno della tenda) Maledetti piccoli vandali, brulicano come… (Vede Mrs. Pearce) Ah…

MILLY - Signor Gosforth, questo è il Consigliere Pearce.

GOSFORTH - Dio santo. Piacere. (Posa l’altoparlante sul tavolo e le stringe la mano)

MRS. PEARCE - Piacere.

GOSFORTH - Gordon Gosforth. È stata gentile a venire. Sarei dovuto venire a riceverla, mi scusi. Ho avuto un problema di cavetti.

MRS. PEARCE - Non mi dica.

GOSFORTH - Le abbiamo affittate tutte e due, queste maledette tende; capisce. Ma le abbiamo tenute lì senza montarle fino a oggi. Non c’era lo spazio. Quando ci siamo decisi, abbiamo trovato che manca la metà dei cavetti della tenda principale, questa qui è abbastanza sicura, e così abbiamo dovuto fare un intervento di emergenza. Abbiamo requisito le cordine dei saliscendi alle finestre di mezzo paese. (Ride) Allora, il programma è il seguente. Calcio d’inizio alle due e mezza. Io la presento brevemente… non c’è bisogno di tirarla per le lunghe… lei parla e appena ha finito partiamo con la banda, l’ho fatta venire da Hadforth, si immagini un po’… dovrebbero essere già qui… perché non ci sono? Poi, se non le dispiace, lei potrebbe fare un giretto, scambiare due chiacchiere con chi le capita… sempre se non le dà fastidio… magari tira una boccia nella gara per il maiale… ho appena visto il camioncino di Fred Crake, grazie a Dio almeno il maiale è arrivato sano e salvo… butta qualche monetina nel vaso col pesce rosso, insomma quelle cose lì… poi, alle tre e mezza… se può trattenersi fino allora… io spero di sì… Saggio Ginnico del Branco dei Lupetti di Little Pendon, organizzato da Stewart Stokes, dovrebbe durare una mezz’oretta… alle quattro il tè, offerto da Milly Carter e altre dame assortite… quattro e trenta, come hanno ingoiato l’ultimo biscotto, corsa nei sacchi, corsa dei papà, corsa delle mamme, corsa a tre gambe riservata ai nonni, tutte quelle scemenze lì… dalle cinque e mezza alle sei, gran finale con cori accompagnati dalla Banda di Hadforth… il Reverendo ha fatto fotocopiare i testi delle canzoni?…Dieci contro uno che se l’è scordato… alle sei si fanno i bagagli, si smontano le tende… sette e trenta, tutto ripulito perché il vecchio Swale rivuole il campo per le sue mucche per domattina all’alba. Spero proprio che possa restare per i giochi.

MRS. PEARCE - Sì.

GOSFORTH - Si divertirà. Milly, dov’è quello stramaledetto Fairchild?

MILLY - Ha detto che tornava. Aveva una chiamata.

GOSFORTH - Sarà meglio per lui, se torna. Per ora non funziona assolutamente niente. (A Mrs. Pearce) Come elettricista abbiamo il medico condotto e questo è il prezzo che paghiamo. (Indica l’amplificatore) Guardi che accrocco ha fatto per coordinare tutta la parte acustica… microfoni, amplificatori, altoparlanti, chi più ne ha più ne metta. C’è solo un difetto, non funziona niente neanche per sbaglio. E adesso sparisce perché l’hanno chiamato d’urgenza.

MRS. PEARCE - Non mi dica.

GOSFORTH - Le dico sì. Se non lo mette a posto prima che lei faccia il suo discorso, nessuno sentirà una sillaba di quello che dirà… (Un rombo di tuono) Non mi piace quello che ho sentito. Milly, tesoro mio…

MILLY - Sì, Gordon?

GOSFORTH - (Porgendole la borsa di plastica) Qui ci sono dei premi per le corse. Sei bottiglie di sherry. Nascondile dietro il banco, per piacere, fuori portata dei Lupetti. (A Mrs. Pearce) È il vantaggio di gestire un bar. Se servono del premi ce li hai sempre sottomano. (Si accorge di qualcosa che sta succedendo fuori della tenda, alle spalle di lei) Mi scusi un attimo. (Dà di piglio all’altoparlante e ci grida dentro) Reverendo, da questa parte. Reverendo, le dispiace… (Abbassando l’altoparlante, a Mrs. Pearce) Utile aggeggio. Risparmi le corde vocali. Vuol dare un’occhiata prima che cominciamo, Consigliere Pearce? Ci vorrà ancora qualche minuto. Credo che troverà il tutto notevole. Almeno quello che siamo riusciti a metter su.

MRS. PEARCE - Volentieri. (Il Vicario entra, ridendo. È uno che ride molto, specialmente quando è nervoso)

VICARIO - (Ridendo) Salve. Brutte notizie, Gosforth, temo.

GOSFORTH - Che è successo?

VICARIO - Non sono riuscito ad avere le fotocopie delle canzoni, dopotutto.

GOSFORTH - (Afferrandosi la testa) Oh… (Parola che non si sente) …ci aiuti tutti. Scusi l’espressione.

VICARIO - No, l’uomo che aveva la fotocopiatrice è fallito.

GOSFORTH - E va bene. Annulliamo i cori. E al loro posto inseriamo canti a bocca chiusa.

VICARIO - (Ride) Buona questa. Canti a bocca chiusa. Mi piace… (Vedendo Mrs. Pearce) Oh, mi scusi…

GOSFORTH - Mi scusi lei. Consigliere Pearce, questo e John Braithwaite, il nostro vicario.

MRS. PEARCE - Molto piacere. (Si danno la mano)

VICARIO - Piacere mio. Molto gentile ad essere venuta. E suo marito come sta? Meglio, spero.

MRS. PEARCE - Non è malato.

VICARIO - Oh, che mi dice. Sul serio?

MRS. PEARCE - No, non è malato.

VICARIO - Oh, le chiedo scusa. Avevo capito “molto malato”. Non è malato. Meglio così.

MRS. PEARCE - Sì.

VICARIO - C’è una grossa differenza fra “non è malato” e “molto malato”, vero? Non è il caso di confondere una cosa con l’altra…

GOSFORTH - John, non vorrebbe mica mostrare al Consigliere Pearce il teatro delle operazioni? La porti a fare un giro dove c’è la tombola.

VICARIO - Ma certo. Con gran piacere.

GOSFORTH - Con permesso, Consigliere… temo che dovrò sistemare questo sistema di altoparlanti. Vedrò un po’ cosa posso fare con le mie forze.

MRS. PEARCE - Ma sì, certo.

GOSFORTH - Undici altoparlanti appesi tutto attorno al campo e non ne esce nemmeno un ronzio.

VICARIO - Vuole seguirmi, Consigliere?

MRS. PEARCE - Con piacere. A più tardi. (Esce)

GOSFORTH - Sai che spasso. Senta, Reverendo, per piacere dica anche a quei dannatissimi Lupetti di scendere dall’impalcatura. E stata fatta solo per gli altoparlanti.

VICARIO - Glielo dico, glielo dico.

GOSFORTH - Un peso così, non lo regge. Lo capisce?

VICARIO - Sì. Ricevuto. (Esce)

GOSFORTH - Anzi, a occhio e croce, direi che non dovrebbe reggere nessun tipo di peso. Allora. Come se la sta cavando la mia piccola Milly? Tutto bene?

MILLY - Noi siamo a posto, direi. Fra un minuto il vecchio signor Durban dovrebbe portare il bidone del tè.

GOSFORTH - Magnifico. A questo punto… (Un tuono) Santa pace. Senti lì. Allora, dove devo mettere le mani a questo punto? (Guarda l’amplificatore in terra) A quanto pare l’amplificatore funziona. (Accende la luce) Beh, almeno la luce si accende.

MILLY - Gordon…

GOSFORTH - (Assorto) Un attimo solo, tesoro… Meglio cominciare dalla fine e risalire all’origine. Ci dev’essere un contatto da qualche parte. Altro non mi viene in mente. (Comincia a esaminare le prese del microfono e il cavo, saggiandole di tanto in tanto) Pronto, pronto, uno, due, tre, quattro, cinque.

MILLY - Gordon, per favore. Ce l’hai un momento?

GOSFORTH - Pronto, pronto. E quel tuo maledettissimo fidanzato, dove diavolo è andato a finire?

MILLY - Non lo so.

GOSFORTH - Beh, non dovrebbe squagliarsela proprio adesso. Poteva darmi una mano. Mai che sia lì quando ne hai bisogno. Quei suoi Lupetti stanno scorrazzando come selvaggi, che Dio li fulmini tutti quanti.

MILLY - Gordon, ce l’hai un minuto? Per favore…

GOSFORTH - (Sedendosi su di una sedia, sempre trafficando col microfono) Luce dei miei occhi, ti sembra che non abbia niente da fare?

MILLY - È tremendamente urgente, Gordon.

GOSFORTH - E va bene, vecchia mia. Dimmi tutto. Io continuo a trafficare.

MILLY - Beh… (Una pausa)

GOSFORTH - Sì…

MILLY - È proprio terribile. Tutto sembra indicare che potrei essere incinta.

GOSFORTH - Ah sì.

MILLY - Sì. (Gosforth lascia cadere il microfono, comprendendo solo ora quello che lei ha detto. L’urto accende il meccanismo. In lontananza, sentiamo le loro voci che riecheggiano da una serie di altoparlanti. Nello stato in cui si trovano, loro due sono i soli a non rendersene conto)

GOSFORTH - Hai detto incinta?

MILLY - Mi dispiace moltissimo.

GOSFORTH - Di me?

MILLY - Non può essere stato nessun altro, Gordon.

GOSFORTH - Dio Santo. (Si alza, col microfono)

MILLY - Mi dispiace moltissimo, davvero. Che cosa facciamo ora?

GOSFORTH - Beh…

MILLY - Che gli dico a Stewart?

GOSFORTH - Oh…

MILLY - Ho idea che la prenderà piuttosto male.

GOSFORTH - Sì, me lo immagino. Sì.

MILLY - Magari non mi vorrà più sposare.

GOSFORTH - Oh, certo. Può darsi.

MILLY - (Con la bocca che le trema) Non so che cosa fare.

GOSFORTH - Su, calma, calma, Milly. (La circonda con un braccio) Prima di tutto, sei sicura al cento per cento?

MILLY - Sì.

GOSFORTH - Sì. Beh. Bisogna pensarci sopra.

MILLY - Ma che dirà Stewart quando lo saprà? Come ci resterà? Lo sanno tutti che siamo fidanzati. Che figura ci farà davanti ai suoi Lupetti?

GOSFORTH - Lui ha buon carattere. È uno scout, dopotutto. È una brava persona. Ora stammi a sentire, Milly, per prima cosa dobbiamo arrivare alla fine della giornata. Dopo ne parliamo. Mi capisci?

MILLY - Sì.

GOSFORTH - Intanto non ti preoccupare.

MILLY - No.

GOSFORTH - Non ti devi preoccupare, ce la caveremo. Prima le cose più urgenti. Tu organizza il tuo tè e io vedo se riesco a far funzionare questo maledetto coso… Uno, due, tre… ah, fantastico, funziona… non so che cosa gli ho fatto, ma direi proprio che… ah… (Si guardano l’un l’altra, costernati)

MILLY - Da quanto tempo era acceso?

GOSFORTH - Ottima domanda. (Entra Stewart Stokes in tenuta da scout dalla testa ai piedi. Di solito è un giovane pacifico, ma in questo momento è paonazzo dal furore)

MILLY - Stewart!

STEWART - Gosforth, sei un figlio di puttana…

GOSFORTH - Ciao, vecchio.

STEWART - Sei un dannatissimo figlio di puttana, hai capito, Gosforth.

GOSFORTH - Non perdere la calma, Stokes.

STEWART - Io ti ammazzo, Gosforth…

GOSFORTH - Stai calmo, Stokes.

STEWART - Con le mie mani, ti ammazzo.

GOSFORTH - Ti avverto che questo affare è acceso.

STEWART - E allora spegnilo, vigliacco. Spegnilo.

GOSFORTH - Non so come si fa.

STEWART - Non sei ancora contento? Che effetto credi che faccia, apprendere che la mia fidanzata è incinta di un altro? Già questo è spiacevole. Ma quando tu lo annunci pubblicamente su un campo di un chilometro quadrato… davanti a tutti i miei Lupetti…

GOSFORTH - Te l’ho già detto, Stewart, mi dispiace.

STEWART - Ci sono anche delle Giovani Esploratrici fuori, sai.

GOSFORTH - Guarda che è ancora acceso, Stewart. È ancora acceso. (Stewart butta in terra il suo bastone da scout, afferra il microfono e tenta di strapparlo dalla mano di Gosforth)

STEWART - E allora spegnilo! Spegnilo!

GOSFORTH - Piano, piano, piano. Guarda che è sempre acceso. Spegnilo tu, Milly! Spegnilo!

MILLY - Un momento, un momento, state fermi. (Spegne l’amplificatore) Ora è spento. È spento.

GOSFORTH - Grazie a Dio.

MILLY - Stewart, di questo ne parliamo dopo.

STEWART - Io non voglio parlarne dopo. Io non voglio parlarne affatto.

MILLY - Stewart, ti prego. Perdere la testa non serve a niente.

GOSFORTH - Ha ragione, Stewart, vecchio mio. Ha ragione.

STEWART - (Crollando su una sedia, quasi in lacrime) Un chilometro quadrato… un chilometro quadrato…

GOSFORTH - Calma, Stewart, vecchio mio, calma. Sistemiamo tutto, te lo prometto. Più tardi ci mettiamo lì con calma e sistemiamo tutto. Milly, apri una di quelle bottiglie mie, per piacere. Dagli un bicchierino di sherry.

STEWART - Io non bevo. Lo sai che non bevo mai.

GOSFORTH - Adesso ne hai bisogno, Milly.

MILLY - Sì, un attimo. (Apre una bottiglia e versa un po’ di sherry in una tazza. Il Vicario infila la testa nella tenda)

VICARIO - Chiedo scusa.

GOSFORTH - Che c’è, Reverendo?

VICARIO - Vi siete resi conto che le vostre disavventure sono state trasmesse all’esterno?

GOSFORTH - Sì. Grazie, John, ce ne siamo resi conto.

VICARIO - Capito. Santo cielo. Mi dispiace moltissimo…

GOSFORTH - Sì. Grazie, John. Grazie. (Il Vicario se ne va) Oh, beh, mi dispiace, Milly. È la fine della tua reputazione dl fanciulla immacolata, almeno in questa parrocchia.

STEWART - Guarda che non fa ridere.

GOSFORTH - Scusa, vecchio mio, scusa.

MILLY - (Portando la tazza e la bottiglia di sherry) Ecco qua…

GOSFORTH - Giusto. Mandalo giù tutto, vecchio, tutto quanto. (Stewart beve, poco convinto)

MILLY - Non sarebbe il caso di metterlo disteso nella tenda del pronto soccorso?

STEWART - Non voglio distendermi.

GOSFORTH - La. tenda del pronto soccorso non l’abbiamo mai montata. Mancava uno dei pali; se l’era fregato qualcuno.

STEWART - Ho troppe cose da fare.

MILLY - Cosa?

STEWART - Non ho finito di montare la piattaforma. (Comincia a piovere)

GOSFORTH - Come, non hai finito? Dio santo!

MILLY - Quale piattaforma?

GOSFORTH - La piattaforma sulla quale il Consigliere Pearce doveva fare il suo discorso già venti minuti fa. Bisogna finirla immediatamente. Altrimenti non possiamo neanche cominciare.

MILLY - Ma. non potrebbe farlo qualcun altro?

STEWART - Non ti preoccupare, ci penso io. Ci penso io.

GOSFORTH - (All’ingresso della tenda) Oh, no. Arriva la pioggia, accidenti a lei.

MILLY - Oh, no. (Un tuono) Oh, guarda che roba. Non verrà più nessuno e quelli che sono già qui se ne andranno a casa.

GOSFORTH - Gesù bambino. Sembra proprio un uragano. Calma e sangue freddo. Cercherò di tirargli su il morale. Bisogna tentare di tenerli qui in qualche modo. (Prende il megafono e si mette sulla soglia) È solo uno sgrullone. Prendete pure riparo nella tenda principale. Ripeto, è solo uno sgrullone. (Abbassa il megafono) Mi sa che non ho convinto nessuno.

MILLY - (All’improvviso) Santo cielo.

GOSFORTH - Che c’è?

MILLY - Ho lasciato fuori i biscotti. (Esce di corsa dopo aver preso un giornale con cui si protegge i capelli. Stewart è seduto e beve)

GOSFORTH - Non ne bere troppo, Stewart, vecchio mio, se non sei abituato.

STEWART - Tu vai al diavolo, Gosforth, fascista che non sei altro.

GOSFORTH - La tua piattaforma si sta bagnando. Vuoi una mano per tirarla dentro?

STEWART - Vai all’inferno, Gosforth. Maiale.

GOSFORTH - E va bene, ci penso io. (Gosforth esce, mentre Milly entra con una scatola di cartone piena di biscotti)

MILLY - Fiuu! Salvati appena in tempo. Mi dai una mano, Stewart? Stewart!

STEWART - Ah!

MILLY - Va bene. Fai come vuoi… (Esce. Gosforth entra dall’altra porta, trascinando la piattaforma di Stewart. È un piccolo rostro quadrato, con una ringhiera a mo’ di pulpito stradale)

GOSFORTH - Se si rovina è un peccato. Con tutta la fatica che ci hai messo. Fuori c’è il diluvio universale. La baracca del tirassegno sembra una cascata naturale. Ci mancava solo questo, vero, Stokes? Stokes? Oh, andiamo, smettila di startene lì in un angolino a compatirti. (Entra barcollando Milly con una seconda scatola di biscotti, tenendosi il giornale sulla testa)

MILLY - Chi da una mano al signor Durban che deve trasportate il bidone del tè? Si è impantanato nel fango al cancello. È bloccato lì.

GOSFORTH - Va bene, va bene, vado io. Inutile aspettarsi che il nostro boy-scout alzi un dito. (Esce dall’altra porta)

MILLY - Oh, Stewart, davvero. Come fai a startene lì, infischiandotene del povero signor Durban. Sai benissimo che ha più di settant’anni… e quei tuoi Lupetti stanno facendo a pallate di fango. Dovresti cercare di controllarli. Portarli al riparo dalla pioggia. Prenderanno tutti la polmonite. Basta che dopo non dai la colpa a me.

STEWART - Perché lo hai fatto, Milly?

MILLY - Cosa?

STEWART - Con un uomo come… Gosforth? Con quel fascista…

MILLY - Oh, non tirare in ballo la politica, Stewart, per l’amore del cielo!

STEWART - Perché lo hai fatto?

MILLY - (Vivace) Oh, non lo so. Non mi ricordo adesso.

STEWART - Come sarebbe a dire, non ti ricordi?

MILLY - (Si toglie il giornale dalla testa) Beh, forse sì, mi ricordo, dopotutto. È stato quando tu eri andato al raduno interregionale dei Giovani Esploratori.

STEWART - Oh Dio.

MILLY - Andai al bar a prendere del brandy… per la mamma… si sentiva venire un raffreddore. Voleva metterlo nel latte caldo.

STEWART - Continua.

MILLY - Beh… Gordon era lì, dietro il banco come al solito. Per qualche ragione era una serata molto tranquilla. Non c’era nessuno. Mi offrì da bere.

STEWART - Ti ha ubriacata. (Beve un altro sorso)

MILLY - Ma no. Non molto, comunque. Ero molto meno ubriaca di come lo sarai tu fra un minuto se continui con quel ritmo.

STEWART - Tipico. Ti ha ubriacata e si è approfittato di te.

MILLY - Lo vuoi sentire quello che è successo, o no?

STEWART - No. Sì… non lo so.

MILLY - Insomma. Si e fatto un po’ tardi… e… la mamma è rimasta senza brandy. Gordon ha chiuso il bar e siamo restati lì a chiacchierare. Mi ha raccontato tutto della sua ex moglie e io gli ho raccontato di te.

STEWART - Gli hai raccontato di me? Di noi?

MILLY - Sì.

STEWART - Come hai osato parlare di noi con quell’uomo.

MILLY - Oh, per l’amor di Dio, Stewart! Se vuoi esprimere una dolorosa indignazione, togliti quel cappello. È ridicolo.

STEWART - Non è affatto ridicolo.

MILLY - In testa a te, sì.

STEWART - È il simbolo del mio grado.

MILLY - E quei calzoni corti. Sono assurdi.

STEWART - Hai sempre detto che ti piacevo, in divisa.

MILLY - Beh, non mi piaci più.

STEWART - Non so cosa ti è preso, Milly.

MILLY - Non lo so neanch’io! Sono cresciuta, credo. Ho trentaquattro anni e sono incinta di un uomo di cui non mi importa niente e sono cresciuta! E direi che era ora… (Esce. Stewart si alza malfermo, si assesta la divisa e si versa ancora da bere. Entra il Vicario coprendosi la testa con un cartellone che dice: “Oggi Grande Festa Ore 14,30”. Nell’altra mano ha un’asta di microfono)

VICARIO - Santo cielo, santo cielo. Ah, Stewart.

STEWART - Salve, reverendo.

VICARIO - Hai… ehm… sentito la trasmissione… immagino?

STEWART - Sì, ho sentito.

VICARIO - Mi dispiace. Non e il modo più delicato per apprendere notizie del genere.

STEWART - Già.

VICARIO - Dev’essere stato un grosso choc per te.

STEWART - Dica pure per tutti. Lo hanno sentito tutti, no?

VICARIO - Ah, sì. Veramente, però, gli altri lo sapevano già. Mancavi solo tu, capisci.

STEWART - Lo sapevano?

VICARIO - Oh, sì.

STEWART - E come facevano?

VICARIO - Beh, il paese e piccolo, no? E lo spettacolo della signorina Carter che sgattaiolava dalla porta di servizio della “Volpe Rossa” alle sei del mattino di domenica non è di quelli che capitano tutti i giorni.

STEWART - Capisco.

VICARIO - Se tu non fossi stato al tuo raduno, io… (Mostrando l’asta di microfono) Ho portato dentro questo, non so se sia importante per qualcosa.

STEWART - Oh, sì, dovrebbe essere l’asta del microfono.

VICARIO - Ah. Bene. A quanto pare i tuoi Lupetti si stanno rotolando nel fango.

STEWART - Li lasci fare. Chi se ne frega.

VICARIO - Beh, no, loro si divertono. Ma non so cosa diranno le loro madri. Avevano le magliette nuove per il saggio ginnico. (Gosforth entra barcollando col bidone del tè seguito da Milly)

MILLY - Ce la fai? (Il Vicario interviene a dare man forte, ma si brucia la mano)

GOSFORTH - Sì… pesa una tonnellata… (Lasciandola cadere sul tavolo all’altra estremità) Ecco fatto. Allora.

MILLY - Meno male che ci sei andato tu. Il povero signor Durban era incastrato nel fango fino ai ginocchi.

VICARIO - Santo cielo.

GOSFORTH - Veniamo a noi. Penso che qui ci vuole un cambiamento di programma… Stewart, lascia stare quella bottiglia. Dato il tempo direi di anticipare il tè. Pensi di farcela tu, Milly?

MILLY - Sì, credo di sì. Ho visto la signora Winchurch aggirarsi da qualche parte. Può darmi una mano lei. Le mie altre signore venivano solo alle tre e mezzo.

GOSFORTH - E che diavolo sarà successo alla Banda di Hadforth? Dovevano essere qui mezz’ora fa. Bene. Modifica di programma. Numero uno. Discorso inaugurale del Consigliere Signora Pearce…

MILLY - Sotto la pioggia?

GOSFORTH - Lei può restare all’asciutto. Possiamo mettete quella piattaforma qui all’ingresso della tenda… in modo che lei rimanga all’interno. Anche se non la vedono, la sentiranno. E come ha finito… il tè. Poi preghiamo che mentre prendiamo il tè la tempesta si plachi. Dovremo cancellare il saggio ginnico… tanto l’istruttore non mi sembra in condizione.

STEWART - Vai a farti friggere, Gosforth. (Beve ancora, dalla bottiglia)

GOSFORTH - Perché non ci vai tu, vecchio mio? Poi… a proposito, dove diavolo è finita?

MILLY - Chi?

GOSFORTH - M il Consigliere, la signora Pearce. Dov’è? Che cosa ne ha fatto, reverendo?

VICARIO - Ah. Sì. Mi pare di averla persa di vista durante la… trasmissione. Credevo che fosse… è strano. Oh, santo cielo!

GOSFORTH - (Afferrando il suo megafono e marciando verso la porta) Consigliere, signora Pearce. Il Consigliere signora Pearce è gentilmente pregato di presentarsi alla tenda del tè. (Abbassando il megafono) Non può essere andata lontano.

VICARIO - Guardo se la trovo. (Esce di corsa coprendosi col suo cartellone. Si sente un grosso schianto di tuono. Gosforth si mette a fissare il microfono alla sua asta, che colloca davanti alla piattaforma sulla soglia. Milly comincia a disporre qualche tazza con piattino)

MILLY - Mi domando quanti saranno

GOSFORTH - Quante tazze hai?

MILLY - Un trecentocinquanta.

GOSFORTH - Beh, per il momento comincerei con sei. (Esaminando l’amplificatore) Dio mio, la pioggia comincia a passare. Se non stiamo attenti avremo un corto circuito (Lo sposta accanto al tavolo. Stewart lo ostacola) Senti, Stewart, ti dispiace… Milly, mi levi di torno il tuo boy-friend, per piacere?

STEWART - Non sono il suo boy-friend.

MILLY - Non è il mio boy-friend. (Torna il Vicario)

VICARIO - Sparita senza lasciare traccia. Spero che non le sia successo niente.

GOSFORTH - Dove diavolo si sarà cacciata? Non può essere svanita nel… (Mrs. Pearce entra dall’altra porta. Ha il cappello con penna sulle ventitré, le scarpe e le calze coperte di fango. È fradicia e sfinita. Milly soffoca un grido) Consigliere Pearce!

VICARIO - Santo cielo.

MRS. PEARCE - Oh. Finalmente…

VICARIO - Si sieda, signora Pearce, si sieda.

MILLY - Ma che le è successo?

MRS. PEARCE - (Ansimante) Sono andata… ho visto la sua chiesa… pensavo di avere il tempo per darle un’occhiata…

VICARIO - Ma sì, certo. È la benvenuta.

MRS. PEARCE - Si è messo a piovere… non trovavo più la strada. E alla fine uno dei suoi Lupetti me l’ha indicata…

VICARIO - Bravo figliolo.

MRS. PEARCE - Mi ha mandata nella direzione opposta. E sono finita in un campo arato.

GOSFORTH - Tipico. Piccoli vandali… Signora Pearce, se se la sente, penso che dovremmo proprio dare inizio alla cerimonia… per quello che ne è rimasto. E poi potremo prendere il tè.

MRS. PEARCE - Va bene.

GOSFORTH - Tutto a posto?

MRS. PEARCE - Sì, sì.

GOSFORTH - Bene, allora. Mettiamoci in moto. Con o senza la Banda di Hadforth, accidenti a loro. (Accendendo l’amplificatore) Preghiamo solo che questo affare funzioni.

STEWART - Gosforth, sei un maiale.

GOSFORTH - (Ignorando Stewart) Fin qui tutto bene. (Sale sulla piattaforma, dà qualche colpetto sul microfono per saggiarlo) Uno due, tre quattro… funziona. Buon pomeriggio a voi, signore e signori… ragazzi e ragazze. (Interrompendosi alla vista di qualcosa) Voialtri Lupetti lasciate stare quel porcello, per favore. State indietro… via dal porcello… grazie. (Riprendendo) Consentitemi innanzitutto di ringraziarvi per aver sfidato gli elementi oggi pomeriggio venendo qui a sostenere una causa assai degna. Questa causa è, come tutti sanno, la costruzione della nuova sala comunale. Un edificio che servirà per la ricreazione di tutti noi membri di questa comunità. Non ho intenzione di dilungarmi più del necessario… mi rendo conto che non è il tempo ideale per stare fermi all’aperto ad ascoltate dei discorsi. Date le circostanze, siamo costretti a modificare un poco il programma della giornata. Prenderemo il tè nella tenda apposita, che è questa da cui vi parlo, subito dopo aver sentito l’intervento della nostra illustre ospite d’onore. Si tratta di una persona che non ha bisogno di presentazioni. Tanto lei quanto suo marito sono da molti anni consiglieri per il nostro distretto, durante il quale periodo posso dire, e in questo caso parlo prescindendo dai diversi schieramenti politici in cui militiamo, posso dire che hanno svolto un’opera preziosa tanto per noi quanto per l’intera comunità alla quale tutti apparteniamo. Senza altre cerimonie mi sia consentito di invitare il Consigliere signora Pearce a dichiarare formalmente aperta questa Grande Festa. Consigliere signora Pearce. (Scende dalla piattaforma per fare spazio a Mrs. Pearce. Frattanto, durante il discorso precedente)

VICARIO - (A Milly, sottovoce) Pensa che sarebbe molto scorretto da parte mia se mi versassi una tazza di tè zitto zitto?

MILLY - (Sottovoce) Ma no. Faccia pure!

VICARIO - (Sottovoce) Grazie. Ne ho proprio bisogno. (Milly torna a rivolgere la sua attenzione al discorso. Il Vicario va a prendersi una tazza di tè. Nella sua nella sua ansia di non disturbare nessuno, gira il bidone così da puntare il rubinetto proprio sopra l’amplificatore. Stewart, che a questo punto è disteso in terra, si mette a cantare piano)

MILLY - (A Stewart) Shh. (Essendosi versato il tè, il Vicario scopre di non riuscire a chiudere il rubinetto del bidone)

VICARIO - Santo cielo.

MILLY - Shh.

VICARIO - Aiuto!

MILLY - Eh?

VICARIO - Non riesco a chiudere il rubinetto.

MILLY - Oh. Un momento… (Milly si precipita, gli porge un’altra tazza vuota per raccogliere il tè che continua a scorrere e gli toglie di mano quella piena. Continuano questa catena di tazze riempite mentre frattanto tentano invano di far cessare il flusso del tè, ma senza successo. Questo va avanti finché Gosforth non ha terminato il suo discorso. Non appena questo è avvenuto, Mrs. Pearce sale sulla pedana)

MRS. PEARCE - Signore e signori, a quanto pare mi sono portata dietro il maltempo. Ma almeno di questo inconveniente spero che non vorrete dare la colpa a me o al Partito Conservatore. Mi viene in mente una. battuta che mio marito ripete spesso. Vi ricordate la canzone di Eliza in My Fair Lady “La pioggia in Spagna bagna la campagna”? In Inghilterra bagna anche tutto il testo. Ma scherzi a parte, e sia ben chiaro che non ho nessuna intenzione di tirare in ballo la politica in una occasione come questa… dal momento che abbiamo la maggioranza nel vostro Consiglio… ritengo che tutti mi daranno ragione se affermo che i Conservatori hanno ottenuto grandi progressi… (Afferrando il microfono) …progressi non soltanto per il ricco nel castello… ma anche per il povero al cancello. Mi sia consentito di esaminare brevemente la nostra recente attività nell’edilizia comunale. Più di trecento abitazioni nuove in meno di due anni. Confrontiamo questi dati con quelli della precedente amministrazione laburista, di sole centocinquanta case comunali in tutto. In altre parole, un aumento del cento per cento. Un aumento che definirei sensazionale… (Durante quanto sopra)

GOSFORTH - (Sottovoce, incalzante) Ma che diavolo fate?

MILLY - Si è bloccato.

GOSFORTH - Che cosa?

MILLY - Il rubinetto. Non si chiude.

VICARIO - E se lo capovolgessimo?

GOSFORTH - Dovete per forza toccare ogni cosa? (Stewart ha trovato il megafono e comincia a canticchiarci dentro, piano in un primo momento, una selezione di canti da campeggio)

STEWART - Guarda che passa la villanella… Osce che bella la fa innamorar…

GOSFORTH - Zitto, Stokes! Milly, togligli quell’aggeggio.

MILLY - Si è bloccato. (impegnata a fare la spola, con le tazze) Come faccio?

GOSFORTH - (Alle prese col rubinetto) Accidenti a questo affare.

STEWART - Quel mazzolin di fiori… che vien dalla montagna…

MILLY - Stai zitto, Stewart!

STEWART - (A Mrs. Pearce) Tutta propaganda fascista.

GOSFORTH - Stokes! Qualcuno lo tolga di lì.

STEWART - Viva la rivoluzione!

GOSFORTH - (Lasciando perdere il bidone) Voi continuate, continuate. (Gosforth va da Stewart, gli toglie il megafono e lo tira su in piedi, ruvidamente) Su, su.

STEWART - Piano, levami le mani di dosso, adultero.

GOSFORTH - Su. Fuori, all’aria fresca. (Trascina Stewart verso l’altra uscita)

STEWART - Baden-Powell alla presidenza!

GOSFORTH - Su.

STEWART - I Lupetti al potere! (Gosforth trascina fuori Stewart. Milly e il Vicario continuano ad arginare il flusso del bidone con un’infinità di tazze)

MILLY - Non riusciremo mai a bere tutto questo tè.

VICARIO - Presto, per favore, presto.

MILLY - Faccio più presto che posso. (Gosforth torna asciugandosi le mani)

GOSFORTH - Lui e a posto. Allora. Vediamo qui. Indietro. Indietro, reverendo.

VICARIO - Non credo sia il caso. Potrei…

GOSFORTH - (Spingendolo indietro) Si scansi, per favore. (Riparte all’attacco del rubinetto. Senza la tazza del Vicario a raccoglierlo, il tè cade direttamente nell’amplificatore sottostante. Un ronzio sonoro e un ululato dal sistema degli altoparlanti. Mrs. Pearce, che stringe il microfono e che è tuttora impegnata nella sua orazione, comincia improvvisamente a vibrare con violenza, fisicamente e vocalmente. Gosforth riesce a chiudere il rubinetto) Fatto! (Avvertendo il frastuono) Che diavolo succede?

MILLY - Guarda… (Indica Mrs. Pearce)

VICARIO - Dio santissimo. (Corre verso Mrs. Pearce) Mrs. Pearce… (Il Vicario e Gosforth schiodano Mrs. Pearce dal microfono. Il Vicario afferra l’asta e riceve una scossa)

GOSFORTH - Fermo, fermo, reverendo… (Con un colpo stacca la mano del Vicario dall’asta e si volta in tempo per afferrare al volo Mrs. Pearce, che crolla) Milly, dacci una mano.

MILLY - (Correndo in soccorso) Subito.

GOSFORTH - Tutto a posto, Consigliere?

MRS. PEARCE - (Con voce debole e tremante) Il Partito Conservatore si è sempre sforzato per…

GOSFORTH - Reverendo, ce la fa con Milly a portarla al pronto soccorso?

VICARIO - Senz’altro, senz’altro…

GOSFORTH - Io tengo la posizione.

MRS. PEARCE - Abbiamo sempre creduto nel dare pari occasioni a ciascuno…

MILLY - Si calmi, signora Pearce.

GOSFORTH - Dove diavolo è finita quella maledetta Banda di Hadforth? Quando ti serve non c’è mai. (Milly e il Vicario assistono Mrs. Pearce verso l’altra uscita)

VICARIO - La portiamo alla tenda del pronto soccorso.

MILLY - Non è stata montata.

GOSFORTH - Ditegli di montarla. È un’emergenza. (Milly, il Vicario e Mrs. Pearce escono. Gosforth, contemplando la scena per un attimo) Oh, santo Iddio… (Dà di piglio al megafono e balza sulla piattaforma) Signore e signori. Vi chiedo scusa. Col che si dimostra che nessuno di noi è al ripara da piccoli incidenti tecnici. Ci sarà un’altra piccola modifica nel nostro programma. Fra quindici minuti, alle tre e un quarto, avrà inizio la gara per la miglior torta fatta in casa, nella tenda principale, dopodiché… (Un tonfo sonoro) Oh mio Dio. Lupetti! Ve l’avevo detto che quell’impalcatura non era solida. Indietro, tutti. Fate passare il pronto soccorso. Si prega di fare largo… (Musica di una banda di ottoni che sta sopraggiungendo) Oh Dio misericordioso, bel momento per arrivare. (Di nuovo nel megafono) Banda di Hadforth! Banda di Hadforth! Distesi a terra ci sono dei Lupetti che abbisognano di assistenza medica immediata… vi prego di stare molto attenti a dove mettete i piedi. Ripeto, prego di fare molta attenzione a dove mettete i piedi… (Si appoggia alla ringhiera della piattaforma, che prontamente cede. Mentre lui casca oltre l’ingresso della tenda, le luci si dissolvono fino al buio)

DUE CHIACCHIERE AL PARCO

Un parco. Quattro panchine di parco, separate ma non troppo distanti l’una dall’altra. Su di una siede Beryl, ragazza giovane, aggressiva, attualmente immersa nella lettura di una lunga lettera. Su di un’altra siede Charles, che ha l’aspetto di quello che è, ossia un uomo d’affari in tenuta da week-end. Sta lentamente sfogliando una voluminosa relazione. Sulla terza panchina siede Doreen, di mezza età, vestita in modo sciatto. Sta dando da mangiare agli uccelli con un sacchetto di briciole di pane. Sull’ultima panchina siede Ernest, un uomo più giovane. Questi ha gli occhi fissi nel vuoto. Gli uccelli cantano. Dopo un momento entra Arthur. È un uomo che ricorda un uccello anche lui, con un lungo impermeabile. È evidentemente in cerca di compagnia. Alla fine si avvicina alla panchina di Beryl.

ARTHUR - È occupato questo posto, per caso?

BERYL - (Secca) No. (Continua a leggere)

ARTHUR - Magnifico. (Si siede. Una pausa. Inspira profondamente e lancia qualche occhiata furtiva in direzione di Beryl) Studentessa, eh?

BERYL - Eh?

ARTHUR - Studentessa, scommetto. Lei sembra una studentessa. Io le riconosco al volo.

BERYL - No.

ARTHUR - Ah. Però lo sembra. Come età potrebbe essere una studentessa. È ancora abbastanza giovane. Bella vita, no? Quella dello studente. Nessun pensiero al mondo. Si sta nel parco in una giornata così. Al sole. Non lo vediamo spesso, il sole, eh? Eh? Non capita spesso, eh!

BERYL - No. (Si rifiuta di farsi coinvolgere nella conversazione)

ARTHUR - Io, per esempio, non dovrei essere qui. Normalmente dovrei essere a casa. Al chiuso. Sapesse le cose che ho da fare. Le scansie della cucina, tanto per dirne tre. Solo che quando ti ritrovi in casa in una giornata così. Domenica. Con niente da fare. Tutto solo… Pensi, è inutile, così non combinerai niente… e finisce che ti accorgi che stai parlando da solo. Lo sa cosa dicono di chi parla da solo? Eh? Eh? Sì. E allora ho pensato, meglio che esci, altrimenti vengono e ti portano via. Lei deve sapere che io non mi perdo mai d’animo. Sono una persona perfettamente realizzata. Per esempio ho una delle più grosse collezioni di figurine di calciatori di chiunque, vivo o morto. Una cosa così non la metti insieme standotene a sedere tutto il santo giorno. Ma le voglio rivelare un segreto. Lo sa qual è la cosa più preziosa che si possa collezionare? Le persone. Io sono un collezionista di persone. Le guardo, le osservo, le sento parlare, ascolto il loro modo di parlare e penso, ecco qua, un altro. Diverso. Diverso un’altra volta. Perché le voglio rivelare un segreto. Sono come le impronte digitali. Non sono mai le stesse. E ne ho incontrate un bel po’ nella vita. Un bel po’. Qualcuna buona, qualcuna cattiva, tutte diverse. Ma le migliori, e questo glielo dico in tutta franchezza, apertamente, le migliori sono donne. Le donne sono persone superiori. Sono persone migliori. Sono persone più pulite. Sono persone gentili di cuore. Se potessi scegliere vorrei essere donna. Questo la farà ridere, immagino, ma è la verità. Quando decido di fare due chiacchiere con qualcuno, posso dirle che è con una donna ogni volta. Perché le donne sono ascoltatrici attente. La maggior parte degli uomini non mi risponde nemmeno se gli chiedo che ora è. Il guaio è che non riesco a conoscere tante donne quanto vorrei. Il lavoro che faccio non mi mette in contatto con le donne quanto vorrei. E questo è un peccato. (Beryl si alza in piedi)

BERYL - Mi scusi. (Si allontana)

ARTHUR - Va via? (Beryl va alla panchina di Charles)

BERYL - (A Charles) Scusi, è occupato questo posto?

CHARLES - (Quasi senza alzare gli occhi) No. (Si scansa lungo la panchina)

BERYL - (Sedendosi) Grazie. Scusi, sa, ma quel tizio lì non si sta zitto un momento. Io volevo leggere in pace. Non riuscivo a concentrarmi. E lui continuava a sproloquiare della sua collezione o chissà che. Normalmente io a queste cose non ci faccio caso, ma quando hai ricevuto una lettera come questa hai bisogno di tutta la concentrazione possibile. Non puoi avere una persona che ti parla dentro l’orecchio… specie se stai tentando di decifrare una calligrafia come questa qui. Doveva essere completamente partito quando l’ha scritta. Non sarebbe la prima volta. Guardi qua. Vuole che torni. Sta fresco. Da lui. È pentito, non voleva fare quello che ha fatto, giuro che non lo farò più, eccetera, eccetera. Mi sembra tanto di averla già sentita, questa storia. Non è la prima volta, glielo garantisco. E non sono scuse, le pare? Per la violenza, voglio dire. Sempre lì, si va a finire. Ogni volta che perde la pazienza lui… voglio dire, non ci sono scuse. Una frattura, sa. Quasi. L’osso incrinato, c’è mancato tanto così perché fosse una frattura. Così mi hanno detto. (Indica la propria testa) Proprio qui. Praticamente si vede ancora. Due radiografie. Quando tornai a casa gli dissi, “Figlio di puttana, lo sai che cosa mi hai fatto in testa?”. E lui se ne sta lì come un baccalà. Fa sempre così. “Scusa”, dice. “Mi dispiace davvero”. Io gli ho fatto, dico, “Sei un figlio di puttana, ecco cosa sei. Sei violento, cattivo, non ti controlli. Sei un vero figlio di puttana”. E lo sa che cosa ha detto lui? Dice, “Dimmi figlio di puttana un’altra volta e ti spacco quella faccia da cretina”. Ecco cosa dice, ha capito, non si può parlare in modo razionale, civile, con un uomo così, si rende conto? È un figlio di puttana al cento per cento. La mia amica Jenny dice, “Tu sei tutta scema, lascialo per l’amor di Dio. Sei tutta scema”. Ci mancava anche questo. Capito cosa ci si deve sentir dire? Solo, andare dove? Voglio dire, c’è tutta la mia roba… le mie cose private. Tutti i miei… tutto, insomma. Lui, ha perfino il mio libretto postale, che Dio lo fulmini. Ci dovrò tornare per forza, così andrà a finire. Avevo completamente perso la testa. Eh. Certe volte ho voglia di scendere in fondo a un buco profondo così e dimenticare tutto. Ma so di sicuro che arrivata in fondo ci troverei quel figlio di puttana che mi aspetta. Per darmi un fracco di legnate e ridurmi come uno straccio. Eh?

CHARLES - Sì. Mi scusi. (Si alza)

BERYL - Mi scusi lei. Non volevo metterla in imbarazzo.

CHARLES - No, no.

BERYL - È che non ho potuto…

CHARLES - Non si preoccupi, non si preoccupi. (Si sposta da Doreen. A lei) Non c’è nessuno?

DOREEN - Eh?

CHARLES - Non c’è nessuno?

DOREEN - Dove? (Si guarda intorno)

CHARLES - Lì accanto a lei.

DOREEN - No, no.

CHARLES - Mi scusi. Le dispiace se mi siedo? (Si siede) Non la disturbo. Quella ragazza lì ha un guaio con l’amichetto e viene a sfogarsi con me… come se mi interessasse. Cioè, ci siamo passati tutti, una volta o l’altra. Cosa le fa pensare che me ne importi qualcosa? Sì, certo, abbiamo tutti i nostri guai, non si discute. Ma non ci mettiamo mica tutti su una panchina a scocciare a morte il primo disgraziato che ci capita. Questo a casa mia si chiama egocentrismo, con la “e” maiuscola. E non so se ha notato che sono sempre i giovani. Non gli passa per la testa che possiamo essere stati giovani anche noi. Voglio dire, cinque anni fa io avevo una casa in campagna, una moglie deliziosa, due figli tanto carini, non si poteva immaginare una famiglia più felice. Poi, all’improvviso, mia moglie muore, e i miei figli decidono che non sopportano più quel posto e emigrano in Canada io allora vendo la casa e finisco in un appartamentino dove non c’è quasi lo spazio per rigirarsi. Però non vado mica in giro a asfissiare la gente. È la vita. Ho avuto venti anni buoni, anzi diciamo pure venticinque. Che diritto ho di lamentarmi se me ne capita qualcuno meno buono? Badi bene, lo so che ne ho degli altri davanti a me. Di cattivi, dico. Prima di migliorare le cose devono peggiorare. È sempre così. E la sa una cosa interessante a proposito dei guai? Io penso sempre che sono un po’ come il tarlo. Quando attaccano se non si fa qualcosa subito si diffondono. Comincia in famiglia e prima che tu te ne renda conto te lo ritrovi nel lavoro. Il che spiega come mai mi ritrovo qui a leggere una relazione messa insieme così male che la devo leggere tutta nel mio unico giorno di riposo per sintetizzarla in un’altra relazione prima ancora di avere la certezza di essere fallito. Voglio dire, non so se le interessa, ma guardi solo questa pagina qui, è tipica. È tutto così. Mi dica se ci si raccapezza… (Doreen si alza e si allontana. Charles borbotta) Oh, le chiedo scusa. (Doreen passa alla panchina di Ernest)

DOREEN - Mi scusi.

ERNEST - Eh?

DOREEN - Mi scusi. Posso sedermi un momento? (si siede) Quel signore lì voleva… mi capisce… io ho preferito non fare una scena, ma lui… mi capisce, insomma, forse dovrei chiamate la polizia… ma tanto non lo prenderebbero mai. Voglio dire, quasi tutti i poliziotti sono uomini anche loro, no? Detto fra lei e me, mi dicono che lo sono anche la maggior parte delle poliziotte. Uomini travestiti, capisce. Servizi Speciali, così li chiamano. Così mi ha spiegato il mio, ex marito. Insomma, è uno strazio, non puoi stare a sedere in un parco oggigiorno senza che un uomo… lei mi capisce… vede, io ho un assegno fisso… quella lì è proprio l’ultima cosa che cerco. Me lo passa mio marito. Il mio ex marito. Ha un bar. In campagna. Ma ho dovuto lasciarlo. Siamo attivati al punto in cui o si faceva quella cosa lì o… lei mi capisce. Io amo i cani, per esempio, e lui non ha mai voluto… diceva di no, e la cosa finiva lì. Poi un bel giorno io ho capito che dovevo assolutamente avere un cane. Diventò… non so se mi capisce… una specie di ossessione. Così me ne andai. Di solito me lo porto dietro, il mio cane, ma oggi e dal veterinario. È solo un cucciolo. Lo hanno dovuto trattenere. Gli fanno… lei, mi capisce… poverino. Lui quell’uomo lo avrebbe fatto girare al largo. Piccolo ma fedelissimo. Capisce assolutamente tutto quello che gli dico. Ehi, Rossetto, gli ho detto stamattina, tu vieni con me dal veterinario per… lei mi capisce, e lui ha alzato le orecchie e si è messo ad agitare il codino. Ha capito tutto. Io trovo che i cani sono più intelligenti delle persone. Sono molto meglio come compagnia e la cosa meravigliosa è che quando hai un cagnolino, dopo conosci altre persone che hanno i cani. E quello che io dico sempre è che le persone che hanno un cane sono le persone migliori. Sono quelli con cui so che andrò d’accordo. (Ernest si alza in piedi) Lei non ha mica un cane, per caso? (Ernest la ignora e strisciando dietro gli alberi va da Arthur)

ERNEST - (Mettendosi a sedere accanto ad Arthur) Mi scusi. Cerco un riparo. Pazza in vista. Una donna infernale che mi si è messa a blaterare del suo cane. Dovrebbe stare sotto chiave. Crede che tutti le corrano dietro. Ma le dia un’occhiata. La guardi. Le corrono dietro? Dovrebbe pagarli, quella lì. Lo conosce il tipo, vero? È di quelle che se le lasci parlare finiscono per convincersi che gli sei saltato addosso. Prima che tu te ne renda conto sta gridando all’assassino, ti portano via col cellulare e tanti saluti. Se ti va bene ti becchi due anni. E pensi che io sono venuto qui per star lontano da mia moglie. Figuriamoci se voglio trovarne un’altra come lei. Per questo sono nel parco. Per avere un minimo di pace. Lei ha figli? Resti senza. Senta il mio consiglio, non si sposi. Da fuori sembra che funzioni, ma dia retta a me… non sei più padrone di nulla. Hai pagato tutto, ma niente è più tuo. Dammi dammi dammi. Prendo prendo prendo. Non basta mai niente. Guardi che non sto contando balle, ma certe volte la mattina la guardo e penso, Gesù, pare che ho vinto l’ultimo premio a una riffa. Badi che non escludo mica che anche lei stia pensando la stessa cosa. Anzi, lo so di sicuro che la pensa. Certo, mi tiene lontano. Ciao caro, ti ho messo il resto sul tavolo, e sparisce. Non la vedi più nemmeno per sbaglio. La domenica mattina è una corsa a chi esce per primo. Chi perde si tiene il piccolo. Beh, stamattina ho vinto io. Ed eccomi qui, in santa pace. Mi sono tolto dal baccano. La vuole sapere un cosa interessante? La maggior parte della nostra vita è tutto rumore, non è così? Rumore artificiale, creato dall’uomo. Ma uno se ne sta qui in ascolto… e… beh, sì, c’è un po’ di traffico, ma tolto quello… una gran pace. Come diceva sempre mia madre, chiudi gli occhi in campagna e senti il respiro di Dio. (Chiude gli occhi)

ARTHUR - (Sporgendosi verso Beryl) Ehi… ehi… psst! Senta qua che ho trovato. Crede di sentire il respiro di Dio… (Ride)

BERYL - (Sporgendosi verso Charles) Ha ricominciato. Mi parla. Che si fa in questi casi? (Sorride)

CHARLES - (Sporgendosi verso Doreen) Rieccola. Cosa le avevo detto? La saga dell’amichetto, capitolo due.

DOREEN - (Sporgendosi verso Ernest) Mi sta parlando. Se non smette subito chiamo un poliziotto…

ERNEST - (Ad Arthur) Santa pace. Ma perché non se ne va a casa sua? Sentila. Ma la sente? Sta farneticando… (Il brano seguente e conclusivo viene recitato come una ronde, la forma musicale in cui ogni cantante continua a ripetere la stessa frase, in contrappunto con tutti gli altri. Doreen è la prima a finire, quindi si interrompe Charles, seguito da Beryl, Arthur e infine Ernest)

ARTHUR - (A Beryl) Ehi… ehi. (Beryl continua a ignorarlo) Ma faccia come le pare.

BERYL - (A Charles) Psst-psst. (Charles la ignora) Ma sì, che me ne importa.

CHARLES - (A Doreen) Senta, senta. (Doreen lo ignora) E va bene, non muore mica nessuno.

DOREEN - (A Ernest) Mi scusi, mi scusi, mi scusi. (Ernest la ignora) Ma che faccia tosta.

ERNEST - (Dà nel gomito ad Arthur) Ehi-ehi. (Arthur la ignora) D’accordo. Come vuole. Uno può anche parlare con se stesso. (Rimangono tutti fermi, seduti, col broncio. Le luci si dissolvono fino a un buio totale, e cala la tela)

SIPARIO

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