Conti e contadini

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Siamo in un salotto della villa del conte Eugenio Balzelli, è la vigilia di Natale del 1968

Carissimo appassionato/a di teatro, ti informiamo che questo copione, come tutti gli altri nostri testi, non è protetto dalla S.I.A.E., e l’abbiamo fatto volutamente proprio per non gravare ancora di ulteriori spese le compagnie amatoriali che vivono, come la nostra, di stenti e di sacrifici. Se però deciderai di metterlo in scena ricompensaci facendolo sapere e sarà per noi come ricevere un milione di euro. Grazie

Scrivici e ti invieremo l’autorizzazione scritta alla messa in scena.

e-mail : fulviobarni@alice.it   

tel. cell. 338.2414038

Conti

e

contadini

commedia brillante in due atti

di

Fulvio Barni e Maria Letizia Ceccuzzi

Questo testo può essere considerato il felice epilogo della vicenda raccontata nel nostro precedente lavoro, “Nonno Gèngio”. Il racconto però, è comprensibilissimo anche da chi non conosce l’antefatto, in quanto all’inizio sono spiegati in maniera chiara i trascorsi della famiglia del conte Eugenio Balzelli. Questo lavoro ha quindi una trama assolutamente autonoma.

In “Nonno Gèngio”, Dante, figlio di Eugenio, ha una relazione segreta con Caterina, figlia dei domestici di casa Balzelli e aspetta un bambino da lei. Il conte, causa la sua antiquata mentalità, si oppone al che lui sposi una ragazza di origini contadine. I due innamorati decidono lo stesso di convolare a nozze e vanno a vivere a Torino. Anche Ortensia, figlia minore del conte, stanca delle imposizioni del padre se ne va da casa.

“Conti e contadini” è ambientata dopo dieci anni di mancati rapporti familiari, quando don Paolo, prete amico di famiglia, convince i figli a riavvicinarsi al padre ………

Indiscusso protagonista di questa storia è sempre nonno Gèngio che, con la propria saggezza, riesce a trasformare in esilaranti vicende momenti che diversamente sarebbero risultati tristi.

Personaggi in ordine di entrata:

Maria: moglie del conte

Conte Eugenio Balzelli

Gèngio: suocero di Mafalda

Calandri: uomo d’affari

Mafalda: domestica di casa Balzelli

Aristide Cerboni: fattore della tenuta

Poldo: operaio dell’azienda

Gino: operaio dell’azienda

Leontina: una modista

Don Paolo: sacerdote amico del conte

Giulia: nipotina del conte

Siamo in un salotto della villa del conte Eugenio Balzelli, è la vigilia di Natale del 1968. L’arredamento è d’epoca: un tavolo con sedie, un divano, due poltrone, un piccolo scrittoio, una cristalliera, un armadio e alcuni quadri alle pareti.  Il conte Eugenio, seduto in poltrona,  sta leggendo il giornale. Entra sua moglie Maria.

Eugenio: (la vede entrare e distoglie lo sguardo dal giornale) Si può sapere dove eri andata a finire?

Maria: In camera mia. Stavo parlando al telefono con don Paolo.

Eugenio: Lo hai trovato tu o ha chiamato lui?

Maria: Ha chiamato lui.

Eugenio: E dove si era cacciato, che era quasi un mese che non si faceva sentire ne trovare?

Maria: Mi ha detto che si era ritirato in un convento nei pressi di Torino. Sentiva bisogno di riposo e di esercizi spirituali.

Eugenio: Perché non mi hai fatto chiamare? Ci avrei parlato volentieri anch’io.

Maria: Non ti ho fatto chiamare perché don Paolo sarà qui tra poco. In questo momento è a Nebbiano. Si è fermato un attimo per salutare don Piero che è appena tornato dall’ospedale.

Eugenio: Gli hai chiesto almeno se si ferma per passare il Natale insieme a noi?

Maria: Non ci ho minimamente pensato …… Glielo chiederemo non appena arriva.

Eugenio: Però, il fatto che venga da noi il giorno della vigilia, mi fa ben sperare …..

Maria: Io non m’illuderei. Sai benissimo che don Paolo è sempre pieno d’impegni. Un giorno è a Roma, un giorno è a Firenze ….. un giorno qua, uno là ………

Eugenio: (malinconico) E questo vorrebbe dire che con molte probabilità passeremo il Natale da soli anche quest’anno.

Maria: (sconsolata) Caro Eugenio, penso che ormai passeremo da soli tutti i Natali che ci rimangono.

Eugenio: Pazienza. Si vede che questo era il nostro destino.

Maria: E invece no, caro Eugenio, perché tu conosci benissimo il vecchio detto dei nostri antenati latini: Faber est suae quisque fortunae.

Eugenio: E forse avevano ragione loro: ognuno è artefice del proprio destino.

Maria: Non forse, ma sicuro al cento per cento.

Eugenio: Ti ricordi che bei tempi Maria quando in questo giorno ci scambiavamo i regali con i nostri figli?

Maria: (acida) Vuoi che non lo ricordi? ………….. Se non sbaglio ero presente …..

Eugenio: Facevo così per dire. So benissimo che c’eri anche tu.

Maria: Sono già passati dieci anni da quando i nostri figli, per colpa tua, se ne sono andati da questa casa …... (con un fazzoletto si asciuga qualche lacrima)

Eugenio: (arrabbiato) Maria! Non ricominciare con questa storia. Sai bene che non ho cacciato nessuno da questa casa ……... È stata una scelta loro.

Maria: (sarcastica) Certo! Messi di fronte ad una scelta fatta da te ……. O vuoi dire che non è stato così?

Eugenio: Sai altrettanto bene che in seguito, almeno con te, ho riconosciuto più volte alcune mie colpe e ………

Maria: Eeeeee …….

Eugenio: E che sarei stato disposto anche a perdonare ………….

Maria: (con tono alto della voce) Perdonare?……….. perdonare chi? …………. Nostro figlio Dante? Forse perché ha avuto la colpa di amare Caterina e aspettare un figlio da lei?

Eugenio: Non dimenticare che Caterina era una serva in questa casa.

Maria: Oppure volevi perdonare nostra figlia Ortensia, che ti sei permesso persino di sceglierle la facoltà che doveva frequentare?

Eugenio: Se non ricordo male anche tu facesti scenate quando venisti a conoscenza da chi aspettava un figlio Dante.

Maria: Certo, sul momento non fu piacevole sapere che Dante aveva una relazione con la figlia dei nostri domestici ……. Ma poi …….. poi pensai a mia nipote ………

Eugenio: Sarebbe bastato un piccolo cenno da parte loro, farsi sentire almeno una volta…….. e tutto si sarebbe risolto.

Maria: E perché non lo hai dato tu questo piccolo cenno? ………. non sei riuscito a trovare il tempo o le parole?

Eugenio: Non si cancella così, come niente fosse successo, l’affronto che ho subito io ……

Maria: Ma di quale affronto parli? Del fatto che Dante e Ortensia hanno rinunciato ai tuoi soldi, e hanno cominciato a camminare con le loro gambe?

Eugenio: Non ai mie soldi, Maria, ma al fatto che abbiano sputato sopra a quello che i miei avi hanno costruito nei secoli ………...

Maria: Ma non essere ridicolo Eugenio, e togliti dalla testa questa mentalità ottusa che ti acceca e non ti fa godere delle cose belle della vita …….

Eugenio: Sei tu ad essere ridicola, Maria, che ti stai prendendo gioco del mio orgoglio……

Maria: (ride con sarcasmo) Ah, ah, ah ….. Orgoglio ……... (fissa Eugenio per alcuni attimi poi esplode con disprezzo) Eugenio, vai al diavolo tu e il tuo maledettissimo orgoglio ……. (Maria esce, dalla parte opposta entra Gèngio)

Gèngio: Sor conte si pòle?

Eugenio: Vieni Gèngio, entra pure.

Gèngio: È desiderato da un signore. Che fò, lo fò entrà’?

Eugenio: Non mi dire che anche oggi c’è qualcuno che ha voglia di parlare di affari, èh.

Gèngio: Boh, io ‘un lo so se vole parlà’ d’affari. So che qui fòri de la porta c’è un cristiano che m’ha domandato se poteva  parlà’ con lei e basta.

Eugenio: E cosa vuole di tanto importante per venire a parlare con me proprio la vigilia di Natale?

Gèngio: Io ‘un gliel’ho domandato sor conte …… Però, lei mi dica che devo fa e io lo fò.

Eugenio: Speriamo non sia qualcuno venuto per parlare della vendita dei terreni perché oggi non ne ho proprio voglia.

Gèngio: S’ha fa’ ‘na bella cosa sor conte? Io lo fò passà’ e lei glielo domanda …. S’ha fa’ così? (il conte si alza dalla poltrona)

Eugenio: Va bene, fallo accomodare, però digli di aspettare cinque minuti. (si avvicina a Gèngio e gli parla in confidenza) Devo andare al bagno a fare un goccio d’acqua. (esce)

Gèngio: Ma gli riesce di ritrovallo co’ ‘sto freddo? A me m’ha fatto come le lumache. S’è ritirato tutto e ‘un gli si vedono più manco i corni …………. (va verso la porta da cui è entrato) Signore, venga, s’accomodi ………. (entra un signore ben vestito)

Calandri: Permesso?  Si può?…..

Gèngio: Ma che discorsi fa, èh. Se gli ho detto s’accomodi, vòl dì’ che pòle entrà’, se no ‘un glielo dicevo noo?………. Si metta seduto. (i due si siedono) Lei è il signor …….

Calandri: (le da la mano) Calandri ….. Gusmèo Calandri ……

Gèngio: Gusmeo? (sbattendo insieme le mani) Oh, poraccio …… e che aveva fatto di tanto male appena nato per mettigli un nome così?

Calandri: Perché? Lo trova un nome tanto strano?

Gèngio:  Strano? Io lo trovo ma parecchio brutto …….. E specialmente per un cittino ...... Aspetti un pò un momento …. come ha detto che si chiama di cognome?

Calandri: Calandri ............. Gusmèo .........

Gèngio: (cerca di ricordare) ....... Calandri ...... Calandri ....... C’era una famiglia di contadini una volta che erono in un podere de’ la tenuta e si chiamava Calandri.

Calandri: Può darsi, ma non so dirle se erano miei parenti ......

Gèngio: Ma si tratta de’ primi del novecento, èh. E se non mi sbaglio andarono via verso il ’10.

Calandri: E lei, invece, come si chiama?

Gèngio: Io ‘un mi chiamo mai. Forse qualche volta ……… ma di rado, di rado ……

Calandri: Allora mi dica quale è il suo nome?  

Gèngio: Gèngio ……… mi chiamono tutti Gèngio.

Calandri: E Gèngio scommetto che sta per Vincenzo.

Gèngio: Ma che Vincenzo. Mi chiamono Gèngio e basta.

Calandri: Ma non è possibile. Gèngio è  per forza il diminuitivo di Vincenzo.

Gèngio: O qua, si fa subito ‘na prova che così si convince da se ……. Si alzi in piedi e chiami Vincenzo a voce alta, forza, su.

Calandri: (si alza in piedi e urla) Vincenzoooooooo ….. (alcuni attimi di silenzio)

Gèngio: E ora provi a chiamà’ Gèngio, su.

Calandri: Gèngioooooooo …….

Gèngio: (con voce alta anche lui) O ‘un so quiiiii …… mica c’è bisogno di bercià’ forte così ….. (Calandri si rimette seduto) Allora, è convinto o no che mi chiamo Gèngio.

Calandri: Ha ragione lei. Si chiama proprio Gèngio. (si guarda intorno) Ma ………  il conte non arriva?

Gèngio: Arriva, arriva. È andato un attimo al gabinetto a fa’ ’na pi ………… Volevo dì’ ……. L’hanno chiamato …..

Calandri: L’hanno chiamato al gabinetto?

Gèngio: Si! ………..  ma perché ………….. devono fa’ ‘na riunione di famiglia.

Calandri: E si riuniscono al gabinetto? Mah! … Con tutto lo spazio che hanno a disposizione...

Gèngio: Ma lo sa che lei è buffo ………. ma saranno padroni o no di riunissi dove gli pare e piace o prima lo devono domandà’ a lei?

Calandri: No, no, per carità! Padronissimi……….. e ci metterà parecchio?

Gèngio: Che gli devo dì’ …… a volte fanno veloci, a volte gli ci vòle di più ........ dipende ……

Calandri: E quando si attardano da che cosa dipende?

Gèngio: O da che dipenderà secondo lei? ......Da quanti litri tiene ‘l serbatoio.

Calandri: Ma che cosa c’entra il serbatoio, scusi.

Gengio: ‘Un mi dica che lei ‘un sa che è un serbatoio, èh?

Calandri: Certo che lo so che cosa è un serbatoio.

Gèngio: O allora me lo dica, su.

Calandri: (perplesso) Un serbatoio è…… (mima i contorni di una cosa rotonda)  un recipiente.....

Gèngio: Codesto che dice lei a me mi sembra più un paiòlo da pulenda ……. Altro che un serbatoio.

Calandri: Mi faccia finire, per Bacco ….

Gèngio: Io lo fò finì’ ma se lei ‘un lo sa che è un serbatoio mica c’avrò colpa io, no?

Calandri: (si sta arrabbiando) Mi ascolti bene, io so benissimo che cos’è un serbatoio, ma non ho nessuna intenzione di spiegarlo a lei. Le va bene così?

Gèngio: A me mi va benissimo, però, se tante le volte ‘l conte  glielo dovesse domandà’ e lei ‘un gli sa risponde, ‘un fa ‘na gran figura, èh.

Calandri: Ma mi spiega perché il conte dovrebbe domandarmi se so che cosa è un serbatoio?

Gèngio: (convincente) Questo ‘un glielo so dì’. Però so che glielo potrebbe domandà’………..

Calandri: (titubante) Forse non ha tutti i torti ……

Gèngio: Come gli potrebbe domandà’ che è ‘na saracca.

Calandri: E cos’è una saracca? Mai sentita nominare.

Gèngio: (come se prendesse una misura sul braccio) È una cosa lunga così ………  anzi, no, famo più corta ………. pressappoco così ….

Calandri: (spazientito) Insomma, lo sa o non lo sa che cosa è una saracca.

Gèngio: (alterato) O lillo, io lo so per davero che è ‘na saracca, èh, se mai è lei che ‘un lo sa.

Calandri: E allora se lo sa me lo dica.

Gèngio: Glielo dico se mi dice perché lo vòle sapé?

Calandri: Perché se il conte me lo chiede almeno so che cosa rispondere.

Gèngio: (capisce che è un tipo timoroso e allora si diverte) Allora ascolti bene quello che gli dico: se lei vòle fa colpo sul conte, mi deve dà’ retta.

Calandri: (si mette composto dove è seduto e poi seccamente) L’ascolto attentamente. Parta subito.

Gèngio: Parto per andà’ dove?

Calandri: Dicevo …….. parta subito che la seguo …….

Gèngio: Ho capito che devo partì’, ma per andà’ dove?

Calandri: Voglio dire, cominci da dove vuole basta che vada.

Gèngio: (si spazientisce) Vòle vedé’ che ora ce lo  mando io in un posto dove c’è parecchio buio  e tanto  puzzo di fogna?

Calandri: Forse non mi sono spiegato. Volevo dire, cominci pure a dirmi che cosa devo fare per far colpo sul conte.

Gèngio: Òòòòòòh! Ci voleva tanto! ……. Dunque: al conte, per esempio, rimangono parecchio simpatici quelli che gli parlono bene de la su’ tenuta.

Calandri: Ma io non conosco la sua tenuta. Non saprei neanche cosa dirgli.

Gèngio: Ma ci so’qui  io che gli spiego che gli deve dì’………

Calandri: Ah, gia, me ne ero dimenticato.

Gèngio: Per esempio: da pochi giorni so’ spuntate le piantine dei lupini.  (indicando i piedi) A che altezza so’ secondo lei?

Calandri: All’altezza dei piedi.

Gèngio: Preciso! Poi ci sarebbero le fave ………. (fa segno all’altezza delle chiappe) che so’ un po’ più alte ……… no, le fave, no! Forse è meglio di no …… lasciamo sta’ le fave …….

Calandri: Perché? Le fave al conte non piacciono?

Gèngio: Gli piaciono, si, ma è meglio lascialle perde’, dia retta a me.

Calandri: Se lo dice lei, mi fido.

Gèngio: Le piante de la canapa, ‘nvece, che poi sarebbe quell’erba che quando è secca ci si fa le corde, (indicando il collo) so’ a quest’altezza qui …..

Calandri: La canapa è al collo.

Gèngio: Bravo! ……….. Tutti l’anni, la signora contessa, sceglie una scrofa nel branco de’ maiali per ingrassalla, che poi noi s’ammazza per facci le salcicce e i prosciutti. E ora sarebbe a tiro per fagli la funzione che gli ho detto.

Calandri: Ho capito perfettamente. Non aggiunga altro.

Gèngio: Aspetti che ‘un ho finito ….. e mi raccomando, gli faccia sentì’ che lei le cose le sa prima che lui gliele domandi.

Calandri: (con tono di chi sa le cose) Certamente …… Il serbatoio, la saracca ……… a proposito, non mi ha detto che cos’è la saracca.

Gèngio: La saracca sarebbe una specie di aringa, ma più piccina e meno bòna a mangiassi.

Calandri: Ho capito, più meno un po’ più grande di un acciuga.

Gèngio: No, la saracca è grande come ‘na saracca, punto e basta.

Calandri: (indicando la misura sul braccio) Più o meno potrebbe essere così.

Gèngio: Ho detto di no! La saracca è grande come ‘na saracca.

Calandri: Va bene, ci credo, però non si arrabbi.

Gèngio: Poi gli potrebbe’ parlà’ del saltanacchio, o del battipalle, oppure del cacaccio ………. so’ tutte cose che al conte gli fanno tanto piacere quando ne sente parlà’.

Calandri: (titubante) Speriamo che questi nomi me li ricordi tutti. (rientra il conte)

Gèngio: (toccandolo con il bastone sui piedi per spronarlo)  Oh …… oh ….. in piedi, forza, ecco ‘l sor conte. …….. Sor conte, questo è ‘l signore che voleva parlà’ con lei.

Eugenio: (tende la mano per salutare) Conte Eugenio Balzelli, molto lieto.

Gèngio: (al conte) Invece lui lo sa come si chiama?  Calandri ……. Gusmeo … (guardando Calandri) Auh! Che nome.

Calandri: (quasi si dovesse discolpare) Non è colpa mia signor conte. Fu il mio povero nonno a volerlo.

Gèngio: (al conte) Allora siamo a posto. Io posso anche andà’. (fa per andare) Arrivederci …….

Eugenio: Rimani Gèngio che tra poco accompagni di nuovo il signore, tanto facciamo alla svelta. (a Calandri) Mi dispiace ma stamane non posso dedicarle molto tempo. Sono occupatissimo per impegni già presi.

Gèngio: Anch’io sor conte c’ho da fa’. ‘Un posso aspettà’ manco un minuto. Magari doppo risalgo, ma ora devo andà’ via in tutti i modi.

Eugenio: Va bene, torna pure tra cinque minuti. (il conte va a sedersi allo scrittoio. Gèngio si avvia per uscire)

Calandri: (quasi sottovoce) Signor Gèngio ………. grazie mille  per i suoi consigli.

Gèngio: Ma gli pare. Quando posso aiutà’ qualcuno io mi ci smezzo…….

Calandri: Li metterò subito a frutto.

Gèngio: (al pubblico) Apposta me ne vò. Perché ‘un ci voglio esse’ quando lo fa ………… (Gèngio esce)

Eugenio: Si accomodi Signor Calandri ………..  (si siede) a che cosa devo la sua visita?

Calandri: Sono l’amministratore delegato della società Agricul e i soci che io rappresento sono intenzionati ad acquistare i terreni di sua proprietà che ha messo in vendita.

Eugenio: Vengo subito al sodo, signor Calandri, così non perdiamo tempo nessuno dei due. La mia intenzione è senz’altro di vendere, ma non ho nessuna voglia di parlarne proprio oggi, il giorno della vigilia di Natale.

Calandri: Con tutto il rispetto, signor conte, potrei capirla se mi fossi presentato domani, anche se non mi sarei mai permesso, ma oggi, è un giorno come un altro.

Eugenio: Forse per lei lo è, per me no. Comunque le ho già detto che ho degli impegni e per di più sto aspettando un amico che arriverà da un momento all’altro.

Calandri: Le dispiacerebbe almeno dirmi, anche solo orientativamente, quale sarebbe il prezzo che chiede?

Eugenio: La prego di non insistere signor Calandri. (sta guardano all’interno di un’agenda) Guardi, se vuole possiamo fissare  fin d’ora una data e ci ritroveremo per discutere. Oggi non ho proprio tempo. (entra Maria)

Maria: (rimane sulla porta) Oh, Scusami Eugenio, non sapevo che avessi un ospite.

Eugenio: Vieni pure Maria che non disturbi. Il signore è qui perché interessato all’acquisto dei nostri terreni ……… Signor Calandri questa è mia moglie, Maria, questo è il signor Calandri .….

Calandri: (Calandri fa il baciamano alla signora) Buongiorno signora contessa, i miei ossequi.

Maria: Buongiorno ……… (mentre si allontana) voi continuate pure, devo solo cercare un foglio su cui ho segnato l’orario dell’appuntamento con il parrucchiere e tolgo il disturbo.  (Maria rovista dappertutto senza trovare nulla)

Eugenio: Le stavo dicendo signor Calandri, che potremmo fissare fin d’ora un appuntamento e se per lei va bene potrebbe essere addirittura il sette gennaio prossimo, verso le dieci e trenta.

Calandri: Volevo dirle, signor conte, che prima di arrivare qui alla villa mi sono fermato lungo la strada e ho visto quanto sono ben coltivati i suoi campi.

Eugenio: È vero!  In effetti  ne sono molto orgoglioso. Ho gente molto in gamba nell’azienda.

Calandri: (si alza in piedi e mima ciò che dice) Ho visto che c’ha i lupini  ai piedi ……… le fave …..…… (al pubblico)  no, le fave no, Gèngio ha detto di non nominarle ……… la canapa al collo e (tutto sorridente) …… meraviglia delle meraviglie (Maria è piegata verso un mobile e mostra il suo di dietro)……… quella scrofa della signora contessa è proprio a tiro giusto …..

Maria: (si drizza di scatto e si rivolge a Calandri) Diceva a me signore?

Eugenio: La scrofa a cui si riferisce ha a che fare con mia moglie?

Calandri: (mentre indica Maria) Certamente! Sto parlando di quella scrofa che tutti gli anni, in questo periodo,  gli operai dell’azienda la prendono e tutti insieme e gli fanno la festa.

Maria: (tra il serio e il ridicolo) Oh, mio Dio! Ma tutto ciò è inaudito!

Eugenio: (livido in volto ma non si è scomposto) Signor Calandri, sono indeciso se pensare che lei sia completamente fuori di testa, oppure se sia un cretino che vuol prendersi gioco di me.

Calandri: Per non parlare poi dei serbatoi ….Lei non ci crederà, ma io so che cosa sono i serbatoi.

Eugenio: Signor Calandri la prego di lasciare immediatamente questa stanza. Non ho più voglia di starla a sentire.

Calandri:  E vado pazzo anche per i saltanacchi, èh ……

Eugenio: (va alla porta e chiama a voce alta) Gèngioooo ……. vieni subito su …..

Calandri: I battipalle poi mi fanno proprio andare in estasi …………..

Eugenio: Gèngiooooo ….. vuoi salire per favore ……

Calandri: O il cacaccio signor conte  …..….. so che a lei piace molto il cacaccio ………

Gèngio: (entra di corsa trafelato) Che c’è sor conte, è scoppiata ‘n’altra guerra?

Eugenio: (fuori di se) Prendi questo animale, ignorante, maleducato e portalo immediatamente fuori di qui. (fa per uscire poi si ferma) E già che ci sei digli anche di non farsi rivedere mai più da queste parti. (il conte esce) 

Calandri: Signor conte, aspetti ……….. non abbiamo fissato la data del prossimo incontro …… Signora contessa, sono mortificato, non era mia intenzione offendere nessuno…….

Maria: (altezzosa) Giovanotto caro, se aveva intenzione di farmi la corte, avrebbe dovuto farlo prima di tutto in assenza di mio marito, e poi ………(con fare da maliarda mentre esce) usando parole molto, ma molto più carine ……….

Gèngio: Ma si pòle sapé’ che ha combinato?

Calandri: Che cosa ha combinato chi? Io?

Gèngio: No, io ………. Ora sta’ a vedé’ che è colpa mia che neanche c’ero.

Calandri: Non riesco a capire che cosa abbia dato fastidio al conte per imbestialirsi in quel modo.

Gèngio: Gliel’ha detto perbenino tutto quello che gli ho detto di digli?

Calandri: Tutto. Per filo e per segno. Non ho tralasciato niente.

Gèngio: Allora i casi so’ due, o lei ‘un gliel’ha saputo raccontà’, oppure si vede che oggi ‘l conte e la contessa ‘un c’hanno la luna bòna.

Calandri: Però se fosse  rimasto anche lei mi avrebbe potuto dare una mano ……

Gèngio: Èh, gia …….. Io sembro un po’ coglione ma ‘l pericolo lo conosco, èh. (Gèngio prende per un braccio Calandri e lo tira verso la porta) O ‘ndiamo, su, prima che ritorni ‘l conte e ci cacci tutti e due di casa. (i due stanno uscendo. Entra Mafalda)

Mafalda: Gèngio, cercavo proprio voi. Appena avete fatto co’ ‘sto signore ritornate su che ho bisogno che mi fate due o tre piaceri.

Gèngio: (a Calandri) Ha sentito? Mica ha detto mi dovete fa’ un piacere, no, tre.

Mafalda: Via Gèngio, ‘un la fate tanto lunga, su, eppure lo sapete che domani è Natale e c’ho da preparà’ un sacco di cose.

Gèngio: E chi sarebbero l’ospiti di domani? Sempre quelli dell’anno scorso?

Mafalda: Questo non lo so. So solo che la signora m’ha detto che devo preparà’ per una quindicina di persone.

Gèngio: So’ dieci anni ormai che pe’ la vigilia di Natale prepari un sacco di cose e poi ‘l conte e la contessa mangiono da soli.

Mafalda: A me ‘un m’importa niente, loro mi dicono di preparà’ e io preparo. Mi pagono per fa’ quello che vogliono.

Gèngio: Ho capito, ma che gusto ci sarà a sprecà’ tutta que’ la robba. Il meglio vino de’ la cantina, i capponi più grossi del pollaio, il prosciutto più stagionato ………

Mafalda: Quest’anno, però, qualcosa mi dice che un po’ di ospiti ci saranno.

Gèngio: O che sei andata da’ la strega a fatti fa’ le carte?

Mafalda: No, però lo sento che qualcuno arriva. ‘Un so perché, ma vi dico che è così.

Gèngio: Boh!.... Speriamo di no.

Mafalda: Perché avete detto speriamo di no?

Gèngio: Perché per noi che si deve lavorà’, meno gente arriva e meglio è.

Mafalda: Quando tornate su cercatemi in cucina. (Mafalda esce)

Gèngio: Va bene, maresciallo. (rivolto a Calandri) Mi’! Ma lei è sempre qui? (lo spinge fuori) ‘Ndiamo …..’ndiamo, su che è tardi.

Calandri: (con le mani giunte) Signor Gèngio mi aiuti, mi dica come posso fare per farmi perdonare dal conte.

Gèngio: Secondo me ‘un gliela fa neanche se si mette a fa’ i salti mortali. Il conte quando ha detto è come se avesse scritto.

Calandri: Lei non immagina nemmeno quanto sia importante per me ottenere questo incontro.

Gèngio: Secondo me l’unica cosa che potrebbe fa’ è provacci co’ la signora.

Calandri: Lo farei tanto volentieri, anche perché è una bella donna,, ma se poi il conte se ne accorge.

Gèngio: Ooooh, ma che ha capito, èh. Io per provacci intedevo di provà’ a rabbonì’ la signora.

Calandri: E come posso farlo se il conte le ha detto di accompagnarmi fuori.

Gèngio: Proprio per questo si deve andà’ via subito. Se dovesse ritornà’ e ci trova sempre qui minimo ci maltratta anche me.

Calandri: Ma come faccio a trovare la contessa per parlarle.

Gèngio: Senta, domani è Natale e tutti si deve esse’ più bòni, sicchè voglio esse’ bòno anch’io.

Calandri: (gli prende le mani) Grazie signor Gèngio, grazie. Questo è il più bel regalo di Natale che potessi ricevere.

Gèngio: Lei ora scende con me , aspetta un pochino e poi piano, piano, senza fassi vedé’ dal conte, mi raccomando, (rimarcando le parole) e a suo rischio e pericolo, ritorna su.

Calandri: Ma come faccio a trovare la signora contessa?

Gèngio: Proverò a parlacci  io e cercherò di falla venì’ qui in salotto.

Calandri: (le prende la mano) Grazie signor Gèngio, grazie. Questo è il più bel regalo di Natale che potessi ricevere.

Gèngio: Prego, prego, però ‘un la faccia tanto lunga, èh, perché a me ‘un mi piaciono tante smancerie ……. E ora si va via, forza, su. (i due escono, entrano il fattore e due operai che portano un abete e una scatola di decorazioni)

Fattore: Coraggio, che non è tanto pesante come volete fa’ crede’ voi.

Gino: Ma perché ‘un la porta lei ‘sta robba e noi si viene al posto suo a fa’ ‘l fattore?

Fattore: Poche chiacchiere e cercate di fa’ a’ la svelta.

Poldo: Calma, èh, perché la mi’ mamma ci mise nove mesi per fammi e guardi qua che robba che tirò fòri.

Fattore: (indica il luogo) Te Poldo l’albero lo metti lì e te Gino lo scatolone lo  appoggi qui.

Forza, veloci, ....... e senza dormì’. Al letto ci si va stasera.

Gino: (dopo eseguito) Alé! Anche questa è fatta, disse quello che ammazzò la moglie.

Poldo: (pronti per andarsene) Allora se ‘un gli serve altro sor fattore noi si tornerebbe a fa’ ‘l nostro lavoro.

Fattore: No, no, fermi lì. Dov’andate. Ora dovete fa l’addobbo dell’albero.

Gino: Ma chi lo deve fa’ l’addobbo dell’albero, noi?

Fattore: Certo che lo dovete fa’ voi, io no di certo?

Poldo: Ma lei è sicuro che noi si sa fa’ il confezionamento dell’albero?

Fattore: Questo ‘un lo so, però a me la contessa m’ha detto: fattore, prenda i due migliori operai che c’ha, gli faccia portà’ nel salotto un abete e le decorazioni e gli dica di addobballo.

Gino: Hai sentito Poldo che ha detto ‘l fattore? Noi siamo i migliori operai che c’ha l’azienda?

Fattore: Per forza, oggi ci siete voi e basta al lavoro, quell’altri so’ tutti in festa.

Poldo: Ti pareva che almeno una volta c’andava bene.

Gino: E ora scommetto che lei va via, vero?

Fattore: Certo che me ne vò! Mica penserete che sto qui a votammi i corbelli co’ l’albero de’ la sòra contessa.

Poldo: Allora vorrebbe dì’ che noi si rimane soli?

Fattore: Ma perché da soli avete paura?

Gino: ‘Un è questione d’avé’ paura, è che noi ‘un si sa neanche da che parte fassi per comincià’.

Fattore: Neanche io se è per questo, perché in casa mia l’albero lo fa la mi’ moglie. (mentre mima le dimensioni) Quest’anno gliel’ho portato uno grosso, ma grosso …..

Poldo: Allora chissà che palle …….

Gino: Ovvia, Poldo, qua, cominciamo subito che così ci si leva ‘sto pensiero. Tanto ho capito che tocca a noi come l’osso al cane. (cominciano a rovistare nella scatola)

Fattore: Non c’è bisogno che vi dica che dovete fa’ una cosa decente, vero?

Poldo: (scocciato) Va bene sor fattore, vada tranquillo.

Fattore: E fate in modo che assomigli il più possibile a un albero di Natale.

Gino: (scocciato) Stia tranquillo che cercheremo di fa’ del nostro meglio.

Fattore: E mi raccomando di non rompe’ niente, perché per solito dove mettete le mani voi è come se ci passasse la grandine.

Poldo: Stia attento lei, piuttosto, che manco ha cominciato e ha rotto subito qualcosa.

Fattore: (guarda intorno ed in terra) Perché, che ho rotto? Non mi so’ accorto di niente.

Poldo: Le scatole a noi ha rotto e se ‘un si leva di torno tra poco ci cascono a pezzi.

Fattore: Poca confidenza, èh! ....... Io scendo un attimo nello scrittoio (mentre esce) ma ……… occhio a quello che fate perché tra poco ritorno ……….. ci siamo intesi?

Gino: Sie, s’è capito, mica siamo tonti. Forza, Poldo, comincia a mette’ qualche palla ‘n qua e la, su ……

Poldo: E te che fai, guardi me che attacco le palle?

Gino: Io le piglio da’ lo scatolone e te le passo. ‘Un sei contento?

Poldo: ‘Un vedevo l’ora. Quando stamani venivo al lavoro mi so’ detto: speriamo che ci chiamino a fa’ l’albero di Natale e a me mi tocchi di attaccà’ le palle.

Gino: E poi dici che ‘un sei fortunato. Te dovresti giocà’’ tutti i giorni al lotto

Poldo: O cominciamo, su, se no qui va a finì’ che ci famo Pasqua invece che  Natale……..

Gino: (tira fuori un cappello da donna) E questo qui dove va messo?

Poldo: (glielo toglie di mano) Te dove lo metteresti un cappello, sentiamo? (mentre lo posiziona sulla punta) Se ‘un mi sbaglio va qui, nel capo!

Gino: Boh! (tira fuori un portachiavi) Questo, ‘nvece lo pòi mette’ dove ti pare perché sta bene dappertutto. (Poldo lo appende)

Poldo: Ora dammi qualche nastro di quelli che luccicono.

Gino: Ancora ‘un le vedo. Saranno in fondo a lo scatolone ……… intanto attacca questo, tòh. (gli porge un ramaiolo)

Poldo: Questo potrebbe sta’ bene proprio sotto al cappello.

Gino: Ma via, su ……. un ramaiolo  ‘un ci sta bene sotto al cappello. (Poldo ce lo prova)

Poldo: Si ….. forse hai ragione te, ‘un ci sta bene. (lo appende in un punto qualsiasi)

Gino: (meravigliato) Òh, òh! Ma guarda te come le fanno oggi ‘st’addobbi di Natale …….. (tira fuori una coloratissima cintola da donna)

Poldo: Dammi qua e fatti l’affari tua. Non ti sta’ a preoccupà’ de’ le cose che ‘un ti riguardono.

Gino: Ora voglio proprio vedé’ dove la metti.

Poldo: Dove la metterò secondo te ………. nel punto vita dell’albero. Praticamente al su’ posto.

Gino: (tira fuori un paio di scarpe da donna con tacchi a spillo) Sta’ zitto e ‘un mi dì’ niente, voglio vedé’ se ‘sta volta la ‘ndovino: queste vanno ‘n fondo all’albero di sicuro.

Poldo: Bravo Gino, lo vedi che piano, piano impari anche te a fa’ l’alberi di Natale.

Gino: Io mi sbaglierò, ma l’alberi addobbati co’ ‘sta robba un l’ho mai visti.

Poldo: Gino, ora te lo dico un’altra volta e poi ‘un te lo ridico più: fa’ quello che t’hanno comandato e sta’ zitto.

Gino: (tira fuori un foulard)  Toh, Poldo, questo va senz’altro sotto al cappello …..

Poldo: Te Gino mi sa che mi vòi fregà’. Secondo me te l’alberi di Natale l’hai già rifatti e ‘un me lo vòi dì’.

Gino: (tira fuori una pipa) Questa però secondo me ‘un c’entra niente ……..

Poldo: (che è di spalle) Dimmi che robba è.

Gino: Una pippa ……

Poldo: Oh Gino guarda di risponde per bene se no ti do un cazzotto nel capo, èh …….

Gino: Allora giriti e guarda da te se ‘un è ‘na pippa. (Poldo si gira)

Poldo: È una  pippa per davero …….. Però se è dentro lo scatolone vòle dì’ che ci si deve mette’ anche questa.

Gino: Io, però, fossi te ‘un ce la metterei ….

Poldo: O spieghimi perché ‘un ce la vòi mette’, su, sentiamo …..

Gino: Ma scusa sa, tutto quello che s’è attaccato finora è robba da donna o no?

Poldo: (da un’occhiata all’albero) Mi sembra che tu abbia ragione ……

Gino: E allora secondo te che significa ………

Poldo. Falla corta e dimmelo te che hai capito, su.

Gino: Significa che questo è l’albero della signora contessa e che la pippa ‘nvece è dell’albero del conte.

Poldo: Potrebbe anche esse’ …… e allora che c’entrava che la mettessero ‘n mezzo a’ la robba de’ la signora?

Gino: Ma si vede che l’anno scorso quando hanno guastato l’alberi, pe’ sbaglio è andata a finì’ in quello de’ la signora. (cerca ancora nello scatolone)

Poldo: Ma lo sai Gino che però sei parecchio furbo. A vedetti così ‘un ti ci  farebbe nessuno.

Gino: O seguita, forza, che se ritorna ‘l fattore e ‘un s’è finito sentirai che cicchetto che ci da.       Ci so’ anche un paio di occhiali da sole.

Poldo: Che occhiali so’, da òmo o da donna?

Gino: (li inforca) ‘Un le vedi che so’ da donna? O che sei orbo? (Poldo li prende e li mette subito sotto il cappello)

Poldo: O lillo, doppo che s’è trovato la pippa è meglio stacci attenti, èh.

Gino: Auh! ….. M’immagino come s’incazzerebbe ‘l fattore se nel mezzo ci si mettesse qualcosa da òmo.

Poldo: (si era allontanato per guardare da lontano l’effetto) Però ti devo dì’ ‘na cosa, Gino….

Gino: Allora dimmela senza falla tanto lunga, su ……..

Poldo: Devo dì’ che per due come noi che l’alberi ‘un l’hanno mai addobbati, ce la siamo cavata abbastanza bene …….. è vero o no ….. che ti sembra?

Gino: (anche lui lo guarda da lontano) Lo sai Poldo che mi senbra? Più che un albero di Natale mi pare una di que’ le vetrine che ci so’ ne’ negozi di città dove vendono i vestiti. (entra Maria)

Maria: Buongiorno, cari ……..

Poldo e Gino: (si tolgono il cappello e fanno un mezzo inchino) Bongiorno signora contessa….

Maria: (attraversa la scena ma non guarda l’albero) State facendo l’albero, vero? Bravi ragazzi! … fate un buon lavoro, èh, mi raccomando. (sta cercando ancora il foglietto di prima)

Gino: Stia tranquilla che quest’anno c’avrà un albero come poca gente al mondo ce l’ha. Vero Poldo?

Poldo: Ah, certo! Come questo se ne vede pochi ‘n giro.

Maria: Lo so, lo so che voi siete degli ottimi operai, me lo ha detto il fattore .………. quello che mi raccomando, però, cercate di non rompere le palle.

Poldo: Cercheremo di stacci attenti signora, comunque, quando vede che gli si da  noia ce lo dica che noi si va via subito.

Gino: (sottovoce dopo avergli dato una gomitata) Poldo falla finita ….. ‘un le dì’ le cazzate.

Poldo: Ma perché gli ho risposto male? …… Se una ti dice che non gli devi rompe le palle …….

Gino: (indicando l’albero) La signora parlava de’ le palle dell’albero.

Poldo: Ma se nell’albero ‘un ce n’è manco una …….

Gino: Anche questo è vero! ………….. Allora po’ darsi che tu abbia ragione te.

Poldo: (sollecitandolo) O forza, Gino, su, finimo di scontà’ ‘sta condanna ……… (continuano l’addobbo)

Maria: Òòòòòh, finalmente! (mostrando il foglietto) è un’ora che sto cercando questo appunto.

Gino: Chi cerca trova, signora contessa.

Poldo: Seguita a fa’ l’albero, camina e fatti le tua ……..

Maria: (si avvicina ai due) Da un momento all’altro dovrebbe venire a trovarmi un amico, non appena arriva, uno di voi, venga a chiamarmi nel mio salottino.

Gino: Vengo io signora che so dov’è.

Maria: (in confidenza) E se riuscite a fare in modo che il conte non lo venga a sapere, siete davvero due bravi ragazzi ……… (mentre esce) A proposito, come vi chiamate?

Poldo: Io Poldo.

Gino: E io Gino.

Poldo: Èh signora contessa, ma l’albero ‘un lo guarda per niente?

Maria: In questo momento non ho tempo, ma sono sicura che mi piacerà …… Bravi, i miei complimenti. (la contessa esce. entra Calandri in punta di piedi. Ha in mano un mazzolino di fiori. Vede Poldo e Gino e va a nascondersi di fianco all’armadio)

Gino: (sta tribolando per togliere una cosa dalla scatola)  Poldo, dammi ‘na mano che mi sa che s’è incastrata e ‘un ‘un vòle venì’ fòri. (Poldo cerca di aiutare Gino)

 

Poldo: (con tono alto della voce) Allora, vòi venì’ fòri o ti devo piglià’ a zampate. (Calandri pensa di essere stato scoperto e si agita)

Gino: Guarda che è meglio se vieni fòri da te perché mi sta per andà’ via la pazienza e potrei diventà’ pericoloso. (Calandri comincia a gemere dalla paura)

Poldo: (che ha sentito i gemiti) Èh, Gino, ma che ti ci viene da piange’?

Gino: Ancora no, ma ‘un c’ho più tanto. (con tono agitato) Vedrai a momenti che fò se ‘un si decide a venì’ fòri ……… Piglio e butto tutto  da’ la finestra. (Calandri esce dal nascondiglio con le mani alzate)

Calandri: (agitatissimo) No, no, pietà ………. Abbiate pietà ………Posso spiegarvi tutto ……… (Poldo e Gino non si scompongono)

Poldo: Èh Gino, ma questo ce l’ha con te?

Gino: Con me no senz’altro. Forse ce l’ha con te ……..

Calandri: (sempre con le mani in alto) Vi prego, non dite niente al conte che sono qui se no mi ammazza ….

Poldo: (sottovoce) Gino, vòi scommette con me che t‘indovino chi è questo?

Gino: (con tono ammiccante) ‘Un c’è bisogno. Ho capito anch’io …….. È l’amico che aspettava la sòra contessa. (fuori scena si sente la voce di Eugenio)

Eugenio: Maria ……. Sei in salotto? (Calandri si agita)

Calandri: (disperato vaga per la stanza) Oh, mio Dio ……. Oh, mio Dio ….. ecco il conte …… e adesso cosa faccio …… Aiutatemi per favore …….

Poldo: (apre uno sportello dell’armadio) Venga qua, svelto ….. si nasconda qui dentro …. (Calandri s’infila dentro, Poldo e Gino chiudono. Entra il conte)

Poldo e Gino: (cappello in mano e inchino) Bongiorno signor conte ……..

Eugenio: Buongiorno ……. Avete visto mia moglie?

Gino: Era qui cinque minuti fa, ma è andata via quasi subito.

Eugenio: È molto che siete qui?

Poldo: Saranno più o meno dieci minuti ………

Eugenio: Avete visto entrare qualcuno in questa stanza?

Gino e Poldo: Nessuno! ……

Gino: Noi si faceva l’albero ….. te Poldo ha’ visto entrà’ qualcuno?

Poldo: Io ‘un ho visto nessuno …… neanche un’anima ……..

Eugenio: Eppure mi hanno detto di aver visto un uomo con in mano un mazzolino di fiori che si aggirava per i corridoi.

Gino: Sarà da qualche altra parte, perché qui non è entrato nessuno.

Eugenio: Se alle volte doveste vederlo, fatemi avvisare immediatamente.

Poldo: ‘Un dubiti sor conte, si fidi di noi …….

Eugenio: Grazie ……. (fa per uscire poi torna indietro) Anzi ….. bloccatelo addirittura, e tenetelo fermo fino al mio arrivo.

Gino: Ha visto sor conte che bell’albero di Natale che s’è fatto?

Eugenio: (mentre esce) In questo momento non ho tempo di fermarmi. Lo guarderò dopo.

Poldo: Io pagherei per sapé’ perché ci fanno fa’ l’albero se poi ‘un frega niente a nessuno. (rientra il conte)

Eugenio: Dovrebbe arrivare una signora che deve parlare con me. Non appena arriva, uno di voi, venga a chiamarmi nel mio studio.

Gino: Vengo io, sor conte, che so dov’è.

Eugenio: Grazie …….. e…… (in tono confidenziale) se fosse possibile ……. Vorrei che mia moglie non sapesse di questo arrivo ……. Niente di strano, èh, per l’amor di Dio ………

Poldo: ‘Un faccia complimenti, sor conte …….. se ‘un ci si regge la balla tra noi òmini ………

Eugenio: Ma che cosa dici. Lo faccio soltanto per non suscitare in lei inutili gelosie …….Voi sapete come sono fatte le donne …..

Gino: Ha ragione sor conte. Anche la mi’ moglie quando ritardo a tornà’ a casa pensa subito che so’ andato a mettigli i corni.

Poldo: Lei vada tranquillo che si pensa a tutto noi.

Gino: E questa signora che arriva ‘un c’è bisogno di bloccalla, no. È un tipo tranquillo ……

Eugenio: (sorridendo) Ma certamente! È molto tranquilla, la conosco molto bene ………

Poldo: (Con fare furbesco) Scommetto che siete andati a scuola insieme …..

Eugenio: Ecco ….. si …… bravo ….. è una mia ex compagna di scuola …… allora io vado tranquillo, èh …… mi posso fidare di voi …..(esce)

Gino: Dorma pure tra sette cuscini, sor conte …….

Poldo: Gino, io mi sbaglierò, ma qui sento puzzo di corni.

Gino: Mi sa anche a me Poldo. E a da’ retta a quello che mi dice ‘l cervello, ‘l conte e la contessa fanno a chi se le fa più grossi.

Poldo: Comunque noi si fa quello che c’hanno comandato e zitti. A noi de’ su’ corni ‘un ce ne frega proprio niente.

Gino: (all’improvviso) Èh Poldo, ma quello che s’è nascosto dentro l’armadio ‘un lo famo uscì’?

Poldo: (si precipitano ad aprire l’armadio) Hai ragione, porca miseria. Tiramolo fòri, c’avesse a morì’ asfissiato.

Gino: (mentre apre lo sportello) Venga fòri, che per ora ‘l fronte è calmo. (l’uomo non esce. Gino guarda dentro) Èh Poldo, ma qui mica c’è nessuno.

Poldo: Ma come ‘un c’è ……. Fammi vedé’ a me. (cerca all’interno) Eccolo qui, è dietro a un cappotto, più morto che vivo, ma c’è. (Poldo e Gino lo sorreggono per farlo uscire)

Gino: (a Calandri) Forza, su, si ripigli che tra poco arriva la contessa …….. mica si pòle fa’ trovà’ così.

Calandri: (con sospiri profondi) Ariaaaaa ……. Ariaaaaa ……..

Poldo: Forza Gino, non ti perde’ in chiacchiere, va’ a chiamà’ la signora e guarda di fa’ a’ la svelta, su.

Gino: (mentre esce) Te intanto guarda di fagli qualcosa. Cerca di rimettelo ‘n pochinino in sesto.

Poldo: Te dici bene, ma che gli fò? … Gli posso soffio nell’orecchi.… (Poldo ci prova, Calandri ha dei sussulti) Però sembra che gli faccia, èh …. (si sente una voce femminile fuori scena)

Leontina: È permesso? ….. Signor conte? ……. Si può? …..

Poldo: Questa dev’èsse’ la donna che aspettava il conte ………. Oddio ….. e ora come fò, questo mi casca da tutte le parti ………… Il conte in questo momento ‘un c’è ……….

Leontina: Eppure avevo un’appuntamento con lui a quest’ora.

Poldo: Ho capito ma qui ce n’è già un altro di appuntamento …….

Leontina: Se posso entrare lo aspetto, tanto credo che non tarderà molto ……

Poldo: Aspetti un momento, glielo dico io quando deve entrà’ ………….

Eugenio: (da fuori scena) Poldo ………. Gino ……… mi ha cercato nessuno?

Poldo: Si …… volevo dì’, no ………. (a Calandri) Forza, forza, entri dentro l’armadio che arriva il conte….. (fa appena in tempo a chiudere ed appare il conte sulla porta)

Eugenio: Non ho sentito bene …… mi ha cercato qualcuno o no?

Poldo: Si ….. no …….. ‘un lo so ……..

Eugenio: È arrivata o no la signora che aspettavo?

Poldo: Ancora ‘un s’è visto nessuno ………. (entra Gino)

Gino: (non si è accorto del conte) La signora arriva tra cinque minuti ……… gliel’hai fatta a fagli ripiglià’ conoscenza?

Eugenio: (sospettoso) Chi è che aveva perduto conoscenza?

Poldo: (a Gino) Chi è che aveva perso conoscenza?

Gino: (non sa che dire) L’aveva persa ………l’albero di Natale ……

Eugenio: Non capisco cosa c’entri l’albero di Natale …….

Poldo: E ora spieghigli al conte che è successo, su, vediamo di che sei capace………..

Gino: (con tono di cosa ovvia) Ma era per modo di dì’, sor conte. Prima c’era cascato l’albero che s’addobbava e allora è toccato ricomincià’ tutto daccapo ……..

Eugenio: Mi assento due minuti e poi ritorno nel mio studio, se dovesse arrivare …… quella signora …… Mi raccomando ………. (il conte esce)

Poldo: Vada tranquillo sor conte che siamo qui noi …….. (a Gino) Fòri de’ la porta c’è la signora che aspettava ‘l conte ……

Gino: E perché ‘un gliel’hai detto al conte che era arrivata?

Poldo: Ma perché sta per arrivà’ la contessa …….

Gino: È vero! Però da lì bisogna falla sparì’. Se la vede la contessa che gli si racconta?

Poldo: Signora ……… Signora ……. Venga, s’accomodi ……… (entra Leontina)

Leontina: Buongiorno, (Poldo e Gino salutano) il conte Balzelli non è ancora arrivato?

Gino: È arrivato ma ha detto di aspettallo cinque minuti perché doveva fa’ una cosa urgente.

(fuori scena si sente la voce della contessa)

Maria: Poldo …… Gino …….

Poldo: Oddio! La contessa ……. Svelto Gino pigliamo la signora e nascondemola dentro l’armadio. (prendono Leontina per le braccia e la trascinano verso l’armadio)

Leontina: Ma che fate? ………. Siete impazziti?

Gino: Schhhhhh ….. silenzio ….. che arriva la signora …….

Poldo: Entri dentro per piacere che dopo gli si spiega tutto, su …… (Leontina viene spinta nell’armadio e dopo aver chiuso lo sportello i due rimangono con le spalle contro lo stesso)

Maria: (entra e guarda in giro) Dov’è?

Poldo: Dov’è chi?

Maria: Come chi? Ma l’amico per cui siete venuti a chiamarmi.

Gino: Poldo, dov’è l’amico della signora?

Poldo: (guarda intorno) Boh! ……… eppure du’ minuti fa era qui.

Gino: ‘Un sarà mica rientrato nell’armadio?

Poldo: Ma certo che è lì, tonto …… Ce l’ho messo io.

Gino: Ah, ma allora te lo vòi fa’ morì’ per davero. (si sente bussare da dentro l’armadio)

Poldo: Chi è? ……..  (bussano ancora) Avanti ……….

Calandri: Sono io, Calandri …….

Maria: (sorpresa) Ma c’è qualcuno dentro l’armadio ………

Gino: Certo che c’è qualcuno, c’è l’amico che aspettava.

 

Maria: E perché si trova lì dentro?

Poldo: Perché è arrivato il conte all’improvviso e non si sapeva dove fallo nasconde’.

Maria: Fatelo uscire di lì, avanti …… non lo vorrete mica far morire asfissiato ……… (Poldo fa per aprire lo sportello, Gino lo blocca)

Gino: (sottovoce) Èh Poldo, guarda di piglià’ quello giusto però, èh, perché se la signora vede la donna, siamo ne’ casini. (aprono)

Poldo: (sottovoce) Te Gino para la signora che non esca fòri ………. (a Calandri mentre lo fa uscire) Esca, forza, che c’è l’ora d’aria ……. (Calandri barcolla)

Gino: Gli si deve mette da qualche parte oppure lo porta via lei?

Maria: Aiutatelo a sedersi nella poltrona.

Poldo: (a Calandri) Lei deve reagì’ giovanotto, se no quest’anno ‘l Natale ‘un lo vede manco ‘n cartolina. (i due lo fanno accomodare)

Gino: (a Calandri in confidenza) Ma me lo sai dì’ che gli racconta questo a’ la signora se le forze l’abbandonono subito! (si sente ancora bussare da dentro l’armadio)

Maria: Ma c’è ancora qualcuno nell’armadio!

Poldo: (prontissimo) Ma proprio! ….. dev’èsse’ l’èco di quando bussava ‘sto signore. (Gino si precipita verso l’armadio)

Gino: Sentiamo ‘un po’ se è l’èco per davero (bussa sullo sportello. Da dentro rispondono) Si, si, è senz’altro l’èco …….. (a voce alta quasi a contatto dell’armadio) Ora basta però, èh, perché qui c’è la contessa e ‘un vòle esse’ disturbata.

Poldo: (con voce alta verso l’armadio) Ci siamo capiti o si vòle seguità’ a fa’ casino! (tende l’orecchio per ascoltare . I rumori cessano. Si rivolge alla contessa) Ha visto signora, quando siamo in giornata a noi ci da retta anche l’èco.

Maria: Vi ringrazio ……. Ora, però, se poteste lasciarci soli, ve ne sarei molto grata……..

Gino: ‘Un è mica possibile signora, ancora si deve finì’ l’albero ……..

Poldo: Se ritorna ‘l fattore e ancora ‘un s’è finito sentirà che solfa che mette su …..

Maria: Parlerò io con il fattore e gli dirò che vi ho comandato una cosa da fare.

Gino: (a Poldo) Veramente anche il signor conte c’aveva comandato una cosa.

Poldo: È vero, ‘un ci ripensavo ……… Noe, via, non ci si pòle assentà’ assolutamente ……..

Maria: E che cosa vi aveva comandato di tanto importante?

Gino: Cose da òmini, signora ………. E ci ha detto anche di non fallo sapé’ a lei …….

Maria: (irritata) Ah, sii? Allora me la dite subito questa cosa, che vi piaccia o no.

Poldo: (mentre da un pestone sul piede di Gino) Sta’ zitto, scemo!……..Ma via signora, mica crederà a quello che dice ‘sto cetròlo ...... Lui scherzava ……. È vero Gino che scherzavi?

Gino: Certo che scherzavo! (al pubblico) Tanto se no mi dai ‘na calcagnata ‘n quell’altro piede.

Poldo: Senta ‘na cosa signora, ma perché ‘un va a chiacchierà’ nel su’ salottino, così co’ ‘na fava si chiappa du’ piccioni?

Gino: Bell’idea! ……… Vi chiudete dentro e così potete fa’ quello che vi pare senza che nessuno vi dia noia……..

Maria: Forse avete ragione voi. Farò così. (a Calandri) Venga giovanotto, su, mi segua. (esce)

Poldo: (sottovoce a Calandri mentre passa) Un liquorino pagato per Poldo e Gino all’osteria del paese …….. Capito? (esce anche Calandri). Gino va’ a chiamà’ ‘l conte, su, che così gli consegnamo la signora e se Dio vòle s’è finito …….

Gino: Volo! (mentre esce) Tiella d’occhio, però, mi raccomando, che questa mi sa che è più vispa di quell’altro. (Poldo si precipita ad aprire l’armadio)

Poldo: Esca fòri signora, che tra poco arriva ‘l conte. (la signora esce)

Leontina: Mi spiegate per favore che sta succedendo?

Poldo: Niente! Perché è successo qualcosa?

Leontina: Mi scusi tanto: arrivo qui chiamata dal conte, vengo lasciata fuori della porta, poi all’improvviso mi prendete e mi chiudete dentro un armadio …….

Poldo: E ‘un è contenta? Guardi che mica a tutti quelli che arrivono qui gli fanno visità’la villa, èh.

Leontina: Io per ora ho visitato soltanto l’interno di un armadio.

Poldo: Si chiami fortunata, signora, perché a parecchi ‘un glielo fanno vedé’ manco da fòri …….

Leontina: Mi dica una cosa, piuttosto, il conte ne avrà ancora per molto?

Poldo: Arriva subito. Gino è andato a chiamallo………. Perché intanto che aspetta ‘un si mette a sedé’? Mica si paga niente, èh. (Leontina si siede)

Leontina: Speriamo faccia alla svelta il conte perché stamani devo visitare ancora molti clienti....

Poldo: Certo che voi fate un mestieraccio, èh, ‘un sapete mai chi incontrate ……….

Leontina: A me, invece, piace molto il mio lavoro. L’unica seccatura è quando devo andare, come oggi,  a casa dei clienti.

Poldo: Ha ragione. Col rischio che poi la moglie scopra tutto e allora si che diventono faccende serie.

Leontina: Non sempre però, sa, perché spesso sono direttamente le mogli a venirmi a cercare, nonostante l’idea sia stata del marito.

Poldo: Senta, sarà anche vero che co’ ‘ste proteste del ’68 l’amore è diventato più libero, ma che si sia arrivati fino a ‘sto punto, ‘un ci credo.

Leontina: Non capisco che cosa vuole dire ……. Non la seguo …..

Poldo: ‘Un la faccia la furba che ha capito bene quello che voglio dì’ ……..

Leontina: Le giuro che non ho capito .

Poldo: Allora glielo ridico. Lei mi vorrebbe fa’ crede’ che le mogli la chiamono per levà’ ‘na sodisfazione al marito?

Leontina: Chiamano le mogli ma sono stati i mariti che hanno avuto l’idea del regalo .....

Poldo: Sarà anche come dice lei, ma a me mi sembra ‘na cosa tanto strana ...........(rientra Gino)

Gino: ‘L conte ne’ lo studio ‘un c’è e io ‘un so dove cercallo ………..

Poldo: Ah! E ora che si studia ………

Gino: Finché ‘un ritorna tocca rinascondela nell’armadio …… (rientra il fattore)

Fattore: (si ferma sulla porta) È cosi che addobbate l’albero? A chiacchiere ?

Poldo: Guardi sor fattore che noi l’albero s’è gia fatto e ora si stava a fa’ una faccenda che c’ha comandato ‘l conte.

Fattore: E v’ha comandato di fa’ le dame di compagnia a’ la signora? (Gino va dal fattore)

Gino: (ammiccante e in confidenza) La vede que’ la signora che è a sedé’ in poltrona? (si avvicina anche Poldo)

Fattore: La vedo, mica so’ guercio …….

Poldo: È qui che aspetta ‘l conte e da quanto c’è sembrato di capì’(battendo gli indici tra loro) dovrebbero fa’ ‘na cosa insieme …… Capito?

Gino: E la contessa ‘un deve sapé’ niente ……… capito?

Fattore: Ho capito, mica so’ scemo! ……

Poldo: Il conte s’è cercato ma ‘un c’è stato verso di trovallo.

Fattore: Va bene …… va bene …… ora ci penso io …….. comunque se con l’albero avete fatto ritornate a fa’ quello che facevi prima …….. via, sparite tutt’e due …….

Poldo: Prima almeno guardi se gli va bene come s’è fatto. (tutti e tre vanno verso l’albero)

Gino: S’è fatto del nostro meglio ……. Capirà che con poche cose a disposizione, più bello di così ‘un poteva venì’ …….

Fattore: (esterefatto) Ma che avete combinato? ….. razza d’incapaci che non siete altro. Mi volete prende’ in giro?

Poldo: Ma perché, ‘un gli piace?

Fattore: E secondo voi questo sarebbe un albero di Natale?

Gino: Oh fattore, ora ‘un attacchi la solfa come ‘l su’ solito, èh. La robba per fallo ce l’ha data lei o sbaglio?

Fattore: (irritato) V’ho fatto vedé’ due scatoloni: uno era degli addobbi di Natale e uno era pieno di cose inutili da portà’ ‘n soffitta ………

Poldo: (a Gino) Si vede che allora s’è portato ‘n soffitta quello dell’addobbi …….

Gino: (al fattore) O che sarà mai, su ……. Lo faremo meglio un’altra volta. Se ‘un si mòre sa quanti natali ancora devono venì’, uuuuuuuuuuh……..

Fattore: (urlando) Andate immediatamente a riprende’ lo scatolone in soffitta, guastate ‘sta schifezza e rifatelo come si deve ….. forzaaaaa!

Poldo: Ci dica ‘na cosa fattore, che si fa per primo si va a prende’ l’altra robba o si guasta l’albero ……..

Fattore: Fate quello che vi pare, basta che lo fate nel giro di pochi minuti ……

Gino: Io direi di andà’ prima a prende’ la robba, perché se arriva qualcuno all’improvviso almeno vede che l’albero c’è ……..sarà brutto, come dice lei, ma c’è.

Fattore: (sempre urlando) Fòri dai cog……… Andate viaaaaa ……… (i due prendono lo scatolone ed escono. Il fattore, con fare galante, va dalla signora) Bongiorno, io sono il fattore Cerboni ……. Aristide Cerboni ………Posso fa’ qualcosa per lei?

Leontina: Si! Trovarmi il conte Balzelli e dirgli che è già un po’ che lo sto aspettando. Ho molta fretta e vorrei andarmene prima possibile. (si siede accanto a lei)

Fattore: Se intanto vòle parlà’ con me ……… io sono a sua completa disposizione …….

Leontina: Se devo essere sincera non so nemmeno cosa vuole ancora da me. Quello che mi aveva chiesto gliel’ho già fatto.

Fattore: E i suoi prezzi come sono, bassi, medi, alti? ……. Perché …. Sa ….. potrei essere interessato anch’io …….. ai suoi articoli …….

Leontina: Vuol sapere quanto costa la cosa che ho fatto per il conte?

Fattore: No, no …… il mio era un discorso più generale ………….

Leontina: Ma per chi mi ha preso! Io sono un’artista caro signore e di prezzo non parlo mai prima della fine del lavoro. Neanche se uno mi dice con esattezza quello che vuole.

Fattore: Ma se uno volesse scegliere qualcosa ….. non so ….. di frivolo, per esempio, come fa a rendersi conto di quello che sarà il risultato finale …

Leontina: Non è un problema. Basta che venga a casa mia, dove lavoro, e vedrà di persona le tante cose che riesco a creare …….

Fattore: Ma certe cose scelte dalle fotografie ………

Leontina: Dalle fotografie? Ma cosa sta dicendo? Dal vero, caro il mio fattore. Lei potrà vedere con i suoi occhi e toccare con mano tutta una serie di lavori che sono in grado di fare.

Fattore: Bellissima idea questa delle dimostrazioni dal vivo ……….

Leontina: Cose fatte principalmente da me, e a secondo delle richieste del cliente, aiutata dalle mie collaboratrici specializzate.

Fattore: Eeee ……. Mi faccia una confidenza ……… il conte Balzelli come ha saputo di lei …….. eppure è un uomo tutto di un pezzo ……. Serio, Integerrimo ……..

Leontina: (risentita) E questo cosa significa …… Tutti i miei clienti sono persone serissime…..

Fattore: Ma senz’altro …… è che forse non mi sono spiegato ……… volevo dire, come ha fatto il conte a sapere che lei faceva certi lavori …..

Leontina: Non glielo so dire. Gli avrà fatto il mio nome qualche suo amico ………

Fattore: Sicuramente! Certe notizie arrivano sempre con il passaparola …….

Leontina: Lei non ci crederà ma ho più contatti con gli uomini che con le donne.

Fattore: Non avevo dubbi! …….. È quello che m’ero immaginato.

Leontina: Mi venga a trovare anche lei…… (prende dalla borsetta un biglietto da visita) tenga, qui c’è il mio indirizzo.

Fattore: Credo che lo farò senz’altro …… Quello che però mi frena un po’ è il fatto di non sapere quanto vado a spendere….. sa …. Io sono il fattore, non il conte ……

Leontina: (ridendo) La spesa non è un problema ……. Faccio cose per tutte le tasche …….. Certamente non alla portata degli operai ………ma questo non è il suo caso ………

Fattore: Devo solo aspettare il giorno che mia moglie va a trovare i suoi genitori ……..

Leontina: Non vuol farlo sapere a sua moglie, vero?

Fattore: Èh, bèh ……. credo sia meglio che non lo sappia …….

Leontina: Guardi che per me non è problema, sa. Spesso vengono mogli e mariti assieme.

Fattore: Secondo me è meglio se vengo da solo.

Leontina: Ho capito! Vuole fargli una sorpresa ……… birichino di un fattore ……

Fattore: No, forse non mi so’ spiegato …… Se vengo a trovarla, è meglio che la mi’ moglie ‘un sappia assolutamente niente ……..

Leontina: Come vuole ……. Allora facciamo così: lei viene a trovarmi e io intanto le faccio vedere alcune cose che potrebbero interessarle …….

Fattore: Potrei anche venì’ a occhi chiusi, tanto so’ sicuro che le cose che fa lei a me mi piaciono senz’altro tutte.

 

Leontina: Adesso però non mi metta in imbarazzo con questa sua incondizionata fiducia.

Fattore: E a che ora è meglio che venga, mattino, pomeriggio, sera ……..

Leontina: Quando vuole, non prima però di avermi dato un squillo di telefono ……. Ah, e non si dimentichi di portarmi le misure.

Fattore: Le misure? Ma se vengo di persona le misure ce l’avrò con me, che dice?

Leontina: Sarebbe comunque meglio se invece delle misure portasse con un vestito ….. o meglio ancora un tailleurino ………

Fattore: Un taglia che?

Leontina: Un tailleur, fattore, un normalissimo tailleur ………

Fattore: Mmmmmmh …… ‘un cominciamo co le cose strane perché io so’ uno che gli piaciono le cose tradizionali, èh …….

Leontina: Oppure se non riesce a trovare un tailleur, porti pure uno chemisier ………

Fattore: Senta  ‘na cosa, so’ sicuro che ‘sta robba ‘un ce l’ho di certo e a compralla apposta ‘un ci vò’ davero.

Leontina: Faccia come vuole, però poi non si lamenti se i risultati del lavoro non saranno di gradimento della signora …….

Fattore: Ascolti me, qui le cose so’ due: o lei è, o ci fa ….……. (si avvicina a Leontina e le parla sottovoce) Ma l’ha capito o no che la mi’ moglie ‘un deve sapè’ niente di ‘sta cosa o glielo devo ridì’ ‘n’altra volta ……..

Leontina: (si avvicina e anche lei parla sottovoce) E non me lo poteva dire subito che era un regalo per l’amante ………. Birbaccione! ………

Fattore: Noe, via, ‘un c’è niente da fa’, ‘un ci si capisce. Si vede che io parlo un’altra lingua. (fuori scena si sente la voce di don Paolo)

Don Paolo: Eugenio so’ arrivato ….. l’hai preparato un goccino di quel vinsanto che tieni da parte pe’ l’amici? (entra) Buongiorno fattore .(il fattore si alza e va a salutarlo)

Fattore: Bongiorno don Paolo, come sta?

Don Paolo: Abbastanza bene, grazie. Il conte non c’è?

Fattore: In questo momento no. L’aspettava anche ‘sta signora che intanto gli facevo compagnia

Don Paolo: (con grande meraviglia) Leontina, ma che fai da queste parti? (si baciano e si abbracciano da amici quali sono).

Leontina: Sono venuta dal conte per un lavoro.

Don Paolo: Fatti guardare…….stai benissimo …. E sei sempre più bella ……

Leontina: Non mi sarei mai immaginata di incontrarlo qui e proprio la vigilia di Natale ….. Come sta………. Era un po’ di tempo che non ci si vedeva ………

Don Paolo: Sto benone …… e il tuo lavoro come va? Tutto a posto, spero ………

Leontina: A gonfie vele don Paolo. Ormai mi sono fatta conoscere e i clienti non mi mancano.

Don Paolo: Fattore, se vedesse che lavori è capace di fare Leontina ………

Fattore: Lo so, lo so ……. Infatti cercavo di combinacci un affare anch’io………

Don Paolo: Quando qualche hanno fa l’ho conosciuta è stato come se nostro signore mi avesse mandato un angelo dal cielo.

Leontina: Via, don Paolo, ora non esageri, se no mi fa arrossire per l’imbarazzo …….

Don Paolo: Fattore, mi creda, da quando è arrivata Leontina  in parrocchia, è tutta un’altra vita.

Sa fare di tutto! …… di tutto ……..ma poi come lo fa! …… si vede proprio che ci mette passione ……

Fattore: ( al pubblico) Ci fa anche ‘l furbo, ci fa …… almeno stasse zitto ……..

Don Paolo: (al fattore) Appena c’ha un momento libero viene subito a fammi qualche lavoretto in chiesa ……..

Fattore: A parte che da quello che mi diceva la signora m’è sembrato di capì’ che il tempo libero gliene rimane poco.

Leontina: Verissimo! E me ne dispiace perché vorrei averne molto di più per don Paolo ….. e per tutti i parrocchiani, naturalmente (entra Gèngio) 

Gèngio: Reverendo, ‘un l’ha trovato ‘l conte?

Don Paolo: No Gèngio, ma non fa niente, arriverà ……. Tanto, come vedi, sono in buona compagnia ……..

Gèngio: Lo vedo, lo vedo ….. voi preti siete fortunati come zucchini che nascono sempre col fiore ‘n culo ………

Don Paolo: Te Gèngio conosci la signora, vero?

Gèngio: La conosco si. È venuta qui anche pochi giorni fa …..(Gèngio fa per andare, il fattore lo blocca. Il prete e Leontina continuano a parlare tra loro)

Fattore: Gèngio, cavimi una curiosità, ma chi sarebbe di preciso ‘sta signora?

Gèngio: Di preciso ‘un lo so, ma dice che è una che c’ha le mani d’oro …….

Fattore: La conoscono tutti, insomma, chi di fama, chi per sentito dì’, chi per avella vista all’opera ……. tutti ……….. meno che io ………

Gèngio: Faccia ‘na cosa fattore, quando arriva ‘l conte lo domandi a lui chi è, che senz’altro gli sa risponde’ ……….. a quello che mi risulta è già parecchio tempo che ci si serve ……… (dalla parte opposta entra il conte).

Eugenio: Don Paolo, ma dove ti eri cacciato?

Don Paolo: (si alza e gli va incontro) Eccolo il conte Balzelli ………..Come stai vecchia volpe ……. Era un po’ che non ci si vedeva …….(si stringono le mani e si danno pacche sulle spalle).

Eugenio: Ma non potevi lasciar detto dove andavi a rifugiarti?

Don Paolo: Ti spiego tutto dopo, ora fai pure con Leontina …….

Eugenio: Vi hanno già presentati?

Don Paolo: Presentati? Conosco Leontina da poco meno di cinque anni. Figurati un po’ …….

Eugenio: Chiedo scusa per il tempo che le ho fatto perdere signora, ma ho dovuto fare una cosa molto urgente ……..

Leontina: Non si preoccupi …… contrattempi che capitano …….

Eugenio: (mentre le porge una busta) Qui dentro c’è il suo avere ……... E grazie ancora per la sua puntualità ………..

Leontina: Spero che il cappellino che ho disegnato e cucito per sua moglie sia di suo gradimento.

Eugenio: Non ci sono dubbi ….. Lei è la migliore modista che io conosca …. (le fa il baciamano) Arrivederla ……. E buon Natale ….

Leontina: Arrivederla signor conte …… Arrivederci don Paolo …….. (Leontina esce)

Don Paolo: Ciao Leontina, buon Natale ……. ci vediamo presto ……..

Fattore: Mi perdoni se sono indiscreto, signor conte,  ma la signora Leontina è una modista?

Eugenio: (mentre esce prendendo sottobraccio don Paolo) Certo, ed è pure bravissima ……. Aveva bisogno di qualcosa da lei?

Fattore: Si!… Anzi, no!… (si toglie il cappello, lo getta per terra e lo calpesta più volte) Una modista! …..che figura di cacca …… Fattore Aristide Cerboni, quella è una modista …… hai capito?  Hai fatto una grossa figura di cacca ……

Fine primo atto

Secondo atto

La scena si apre sempre nel salotto. L’albero di Natale fatto da Poldo e Gino è diventato una cosa normale. Seduti nelle poltrone e nel divano ci sono Maria, Eugenio e don Paolo che stanno parlando.

Eugenio: E così don Paolo ti eri nascosto in un convento nei pressi di Torino?

Don Paolo: Proprio nascosto non direi, il vescovo sapeva di questo mio ritiro.

Maria: E quindi ora puoi dire di esserti rimesso in sesto nel corpo e nello spirito.

Don Paolo: Soprattutto nell’anima, Maria, perché sono riuscito ad appianare una cosa che mi affliggeva da diverso tempo.

Eugenio: Ormai che l’hai accennata dicci anche di che cosa si tratta.

Maria: Presto sarai nominato vescovo!

Don Paolo: Questa è una cosa che non è mai stata nei miei pensieri e se un giorno dovesse accadere sarà soltanto perché l’ha voluta nostro signore.

Eugenio: E allora non farci stare sulle spine, dai, diccela.............

Don Paolo: Sono stato a Torino a casa di vostro figlio .........

Maria: (apprensiva) Adesso come stà? Fisicamente voglio dire ............ è un pò che non lo vedo ........ Quella colica renale non lo aveva lasciato molto bene .........

Don Paolo: Si è rimesso in forma, stai tranquilla ........  Stavo dicendo ....... dato che mi trovavo vicino Torino, un giorno sono andato a salutare Dante. Lui ha chiamato Ortensia e ha voluto che rimanessimo a pranzo con loro ...........

Maria: (apprensiva) Anche Ortensia sta bene, vero? Sempre fisicamente, voglio dire .............

Don Paolo: Si, sta bene, non ti preoccupare ......... E anche la piccola Giulia e Caterina stanno bene ........

Maria: E di che cosa avete parlato .......... perché argomenti ne avevate di cui parlare........

Don Paolo: Un po’ di tutto, Maria, ma soprattutto delle proteste che sono in atto nelle università e nelle fabbriche italiane ……… 

Eugenio: Ho letto che Torino è in ginocchio. Tre mesi di agitazione alla Fiat hanno paralizzato tutte le attività produttive e commerciali.

Don Paolo: Purtroppo è vero. La città è vicino al Natale più nero della propria esistenza. Nemmeno l’ultima guerra aveva angosciato tanto: le luci sono spente, i negozi chiusi ………

Maria: Questa situazione non produrrà nulla di buono per l’Italia. Perché i giovani rimangono divisi in una miriade di gruppi e formazioni di diversi orientamenti e a volte in conflitto tra loro.

Don Paolo: Sfortunatamente anche la chiesa sta attraversando un momento difficile e di giorno in giorno assistiamo sempre più alla crescita di tensioni all’interno di essa ……..

Eugenio: E naturalmente Dante e Ortensia stanno dalla parte di quest’orda di scalmanati?

Don Paolo: Si Eugenio, ma questo non deve rimanerti nuovo perché già conoscevi le idèe progressiste dei tuoi figli ……….. Mah! …… avranno le loro buone ragioni ……

Maria: (risentita) Don Paolo! Mi meraviglio di te ……….. Stai tentando di giustificarli?

Don Paolo: Assolutamente no! Ma tu sai quanto bene voglio a Dante e Ortensia ……….

Dopo pranzo, mentre fumavo il mio mezzo toscano giornaliero, ho provato a lanciare un sasso nello stagno ………..

Eugenio: Vale a dire?

Don Paolo: Ho domandato a tua nipote Giulia …….(Eugenio interrompe don Paolo)

Eugenio: (duro) Don Paolo, tu sai benissimo che io non ho nipoti …..

Don Paolo: (drastico) Eugenio non ricominciare con la solita storia: tu sei perfettamente cosciente di avere un nipote. E per l’esattezza un nipote di sesso femminile, che risponde al bellissimo nome di Giulia. Punto!

Eugenio: Sei venuto ancora una volta a farmi la paternale?

Don Paolo: Eugenio, se non vuoi starmi a sentire sei padronissimo di farlo, parlerò con Maria, ma il mio consiglio è che tu ascolti. (Eugenio va a sedersi allo scrittoio)

Maria: Parla pure don Paolo, sono ansiosa di sapere cosa è successo .......

Don Paolo: (si rivolge a Maria) Ho domandato a tua nipote Giulia: saresti contenta di passare le feste natalizie a villa Belvedere insieme ai tuoi nonni?

Maria: Sono sicura che ha risposto si. Ma Dante avrà cambiato subito discorso .........

Don Paolo: Stai calma Maria, che non è come hai detto tu .......... mi ha risposto: allora dovrò chiedere più soldi al babbo per comprare un bel regalo per il nonno Eugenio. A Lui non ho mai potuto darglielo di persona. (Eugenio si alza e prende una scatola dentro un mobile)

Maria: Dio la benedica! Quanto mi piacerebbe averli tutti qui con me.

Don Paolo: A quel punto Dante mi ha detto: don Paolo, se mio padre è contento di conoscerla e tu te la senti di accompagnarla e riportarla da noi, Giulia può venire.

Maria: E perché non è venuta con te? Perché non l’hai portata?

Don Paolo: Perché volevo prima  sapere che cosa ne pensava Eugenio. Ma da quanto ho sentito, nel suo cuore non c’è ancora posto per Giulia. (Eugenio si avvicina e mostra la scatola a don Paolo)

Eugenio: Qui dentro ci sono tutti i regali che Giulia mi ha mandato tramite Maria. Li ho conservati e ogni tanto li tiro fuori e li guardo.

Don Paolo: E allora perché continui ad essere così ostinato. Abbassa la cresta una volta tanto e goditi i tuoi figli, tua nuora e soprattutto tua nipote.

Eugenio: I miei figli non hanno mai voluto riconoscere l’affronto che mi fecero ...........

Don Paolo: Eugenio, smettila! Se proprio vogliamo parlare di affronti dovresti contare quanti ne hai fatti tu a loro.

Eugenio: Certamente! Se vuoi considerare affronti le scelte fatte per loro quando non ne erano in grado ...........

Don Paolo: Ti sbagli Eugenio, non è stato sempre e solo così …..

Eugenio: E questi affronti, come tu li chiami, sono sicuramente serviti a dargli un’educazione.

Don Paolo: Tu dimentichi che hai scelto per loro anche quando erano già maggiorenni ........ Eugenio, educare i figli non sempre significa imporre a tutti i costi la propria volontà.

Eugenio: Forse dovresti dirmi che ho lasciato perdere fin troppo. Hai sentito tu stesso con quali ideologie sono diventati adulti ........

Don Paolo: Hanno idèe politiche diverse dalle tue, è vero, ma questo non significa assolutamente che non siano ben educati ......... Sono delle ottime persone ........non puoi lamentarti di loro.

Maria: (supplichevole) Fallo questo passo Eugenio, ti prego ........ fai pace con Dante e Caterina.

Eugenio: Ci penserò Maria .......... ti prometto che ci penserò ...........

Don Paolo: Mentre tu prendi tempo per pensarci, i giorni scorrono inesorabili, Eugenio. Nessuno di noi sa quanto ancora il padreterno ci lascia da vivere...........

Maria: Pensa alla serenita che ridarai alla nostra famiglia.

Eugenio: E va bene, avete vinto voi ……. (ancora molto rigido a don Paolo) Se in questi giorni li senti .......... digli pure che possono chiamarmi ............

Don Paolo: Ed invece non dirò niente a nessuno ………. Sarai tu stesso a parlarci, se lo vorrai. Loro sono già qui. Sono venuti insieme a me da Torino.

Maria: (si alza di scatto) Dove sono adesso? ....... Dimmi dove sono, don Paolo .............

Don Paolo: Sono a Nebbiano da don Piero. Gli ho detto di aspettare lì finché non avessi parlato con voi.

Maria: (quasi urlando mentre prende da dentro l’armadio il soprabito e la borsetta) Gèngio ……. Gèngio ……...  Mafalda ……. Mafalda …….. (Eugenio e don Paolo parlano tra se)

Gèngio: (da fuori scena) Ha preso fòco, qualcosa signora contessa? …….. (entra) Le fiamme però ‘un le vedo …….

Maria: Gèngio, cercami subito Ghino e digli di tirare fuori la macchina dal garage ……. Subito, però, non domani ……

Gèngio: Signora contessa, se ‘un trovo Ghino vorrà dì’ che attaccherò la somara al barroccio …..

Maria: (scherzando) Semmai andiamo a piedi e tu vieni a farmi compagnia. Tanto è qui vicino.

Gèngio: Se ‘un è lontano va bene, perché co’ mi’ ginocchi al massimo ci fò ‘un chilometro e poi bisogna che aspetti qualcuno che mi riporti a casa.

Maria: (tutta contenta) Si va a Nebbiano, Gèngio ….. si va a Nebbiano da don Piero …….

Gèngio: E c’è bisogno di andà’ a Nebbiano per trovà’ un prete? (indicando don Paolo) Adopramo questo che ci s’ha qui a portata di mano.

Maria: (lo prende sottobraccio e s’incammina) Svelto Gèngio, svelto, non c’è tempo da perdere.

Gèngio: Ma mica tante le volte dovrà partorì’ ‘sto don Piero? (entra Mafalda)

Mafalda: Mi ha chiamata signora contessa?

Maria: Si. Volevo dirti che per il pranzo di domani devi preparare per dieci ….. Ah! E anche per il pranzo e la cena di oggi, naturalmente.

Mafalda: Ma siamo sicuri che poi ‘ste persone vengono? Oppure poi si butta tutto ne’ la spazzatura come l’anni passati?

Maria: Sicurissimi! Stanno arrivando, anzi, sono già arrivati. (Gèngio e Maria escono)

Mafalda: (mentre esce) Boh! Almeno speriamo che ‘un sia gente tanto sofisticata ……..

Don Paolo: Vieni anche tu Eugenio, ti prego. Te lo chiedo in nome della nostra vecchia amicizia.

Eugenio: Sai qual’ è la cosa che mi blocca, don Paolo? Che non ho voglia di sentire prediche e rimproveri.

Don Paolo: Dante e Ortensia non ti faranno pesare nulla, puoi starne certo………. Anche loro hanno tanta voglia di vederti.

Eugenio: (una pacca sulla spalla) E va bene, prete noioso, mi hai convinto …… vengo anch’io.

Don Paolo: (lo abbraccia) Grazie Eugenio, mi stai facendo passare il più bel Natale della mia vita …….. Andiamo ……

Eugenio: Tu intanto scendi, ti raggiungo tra due minuti, devo prendere una cosa ……

Don Paolo: (mentre esce) Non farci aspettare, però, èh ……Sbrigati…….

(Eugenio prende un incarto nascosto dentro un mobile. Lo apre. Dentro ad una scatola c’è una bambola. Nel frattempo entra furtivo, in punta di piedi, Calandri. Il conte si gira e lo vede)

Eugenio: È di nuovo qui? Chi lo ha fatto entrare?

Calandri: (impaurito) Veramente ……. Non sono mai uscito…….

Eugenio: Mi fa molto piacere! ………Eppure mi era sembrato di essere stato chiaro quando prima le ho detto di andarsene.

Calandri: Speravo tanto che la signora contessa le avesse già parlato.

Eugenio: Di che cosa avrebbe dovuto parlarmi? (sta rincartando la bambola)

Calandri. (quasi tremante) Avrebbe dovuto parlarle di me …….. che avevo parlato con lei ….. per convincerla a parlare di nuovo con me ……

Eugenio: Si spieghi meglio, giovanotto. Così fa solo confusione ….

Calandri: Si, forse ha ragione …… aspetti che riprovo …….. Ho convinto sua moglie a parlare con me perché parlasse con lei …….. no …. Non va bene nemmeno così …….

Eugenio: No, infatti …….. ascolti, facciamo così: se non le dispiace sarò io a dirle quello che lei  vorrebbe dirmi.

Calandri: Si, si, la prego ……. se lei ha capito qualche cosa mi faccia il piacere di dirlo, tanto io non mi offendo ……..

Eugenio: Lei ha parlato con mia moglie perché mi convincesse a fissarle un incontro a proposito della vendita dei terreni.

Calandri: Ecco, si ….. giusto……Volevo dire proprio così…. Meno male che ha capito da se…..

Eugenio: Si, me ne ha parlato ……..Ebbene, caro giovanotto, le avevo detto che avremmo potuto vederci il giorno sette gennaio ….

Calandri: Se fosse possibile farlo prima questo incontro ……. Le sarei eternamente grato …..

Eugenio: Se lei avesse avuto la bontà di non interrompermi, le avrei detto che per me andrebbe bene il giorno 27 ……. Facciamo …… sempre alle dieci e trenta ……..

Calandri: Non oso più insistere ….. se prima non le è possibile ……..

Eugenio: Giovanotto! Deve aspettare soltanto tre giorni. Oggi siamo al 24, domani è Natale 25 e dopodomani il 26. Se non le va bene nemmeno così non so proprio cosa farle.

Calandri: (euforico) Grazie signor conte, grazie,  Dio la benedica …….. avevo capito il 27 gennaio.

Eugenio: E ora sparisca prima che ci ripensi, su ……. (gli da la mano) Buon Natale …….

Calandri: Grazie di nuovo signor Conte…. e le auguro di passare un lieto, anzi, lietissimo Natale.

Don Paolo: (da fuori scena) Eugenio, stiamo aspettando te …..                                                    

Eugenio: Grazie. Lo spero anch’io. Anzi, credo che quest’anno lo sarà senz’altro. (tutto contento) Sto andando con mia moglie a prendere i miei figli, mia nuora e mia nipote che sono appena arrivati da Torino.

Don Paolo: (da fuori scena) Eugenio ….. vuoi venire per favore …….

Eugenio: Eccomi, sto arrivando …… ( prende la scatola ed esce a passo svelto. Dall’altra parte entra Gèngio)

Gèngio: Che me l’avrà fatte scende’ a fa’ le scale che poi per risalille i ginocchi mi fanno vedé’ le stelle. (vede Calandri) Mi’! ….. ma lei è ancora qui?

Calandri: Si, ma sto andando via ……….. Arrivederci, Gèngio, buon Natale

Gèngio: Buon Natale anche a lei ……(Calandri esce, entra il fattore)

Fattore: (guardando l’albero) Òòòòòòh, ora sta bene, altro che prima …..

Gèngio: (anche lui lo guarda) Ma perché prima stava male?

Fattore: Si! E neanche poco ……….

Gèngio: Poraccio, mi dispiace …..  e che ha avuto? Qualche disturbo improvviso?

Fattore: Ma di chi parli?

Gèngio: Dell’albero che è stato male …….. L’ha detto lei.

Fattore: Te Gèngio hai sempre voglia di piglià’’n giro’………..

Gèngio: Mi dica ‘na cosa, piuttosto, giovedì’ ci va a la fiera di Stoppiano?

Fattore: Certo che ci vò ……. Vieni anche te?

Gèngio: Se c’ha posto vengo volentieri. Voglio andà’ a fammi da un’aggiustatina ai capelli.

Fattore: Senti, Gèngio, mica sai dov’è ‘l conte?

Gèngio: È andato a Nebbiano da don Piero insieme a’ la signora e a don Paolo.

Fattore: E che so’ andati a fa’?

Gèngio: Questo ‘un lo so’ ma ci dovevono avé’ qualcosa d’importante perché so’ scappati di corsa come se c’avessero la canizza dietro……..

Fattore: Stamani ‘un trovo il verso di parlà’ con lui.

Gèngio: Ma se prima ho visto che era insieme a lui e al prete.

Fattore: È vero, ma quello che gli devo dì’ non è una cosa che si spiega in du’ minuti.

Gèngio: O che gli deve raccontà’, un romanzo?

Fattore: Gli devo parlà’ de’ le spese che ci so’ state pe’ la semina …….. (Gèngio si siede)

Gèngio: Glielo dirà più avanti, tanto so’ sicuro che i guadagni, come sempre, saranno parecchi più de’ le spese.

Fattore: (si siede anche il fattore) Senti ‘na cosa Gèngio, erono diversi giorni che te lo volevo domandà’, ma come è andata a finì’, poi, que’ la storia de la beccaccia?

Gèngio: Zitto, fattore, zitto, per piacere, ‘un ci si metta anche lei …… Tanto ho fatto ‘na figura di niente ……. Un vecchio cacciatore come me ……Auh!

Fattore: Raccontimela, dai Gèngio, che so’ curioso ……

Gèngio: Ma che gli devo racontà’ che ormai lo sanno tutti…….

Fattore: Tutti meno che io ….. Dai Gèngio, su ……

Gèngio: Ovvia, gliela racconterò, tanto se no lei mica mi da pace ……..

Fattore: Bravo Gèngio …… attacca, dai ……

Gèngio: Circa un mese fa erono venuti a caccia ne’ la riserva del conte, il cavalier Cellini e ‘l su’ futuro genero ……

Fattore: Damiano Ricchetti, il figliolo del sindaco di Monteverde …..

Gèngio: Preciso! Il guardia prima gli fa fa’ ‘na bella girata su a Poggio Buco per vedé del lepre e poi le porta al Fosso nero perché volevono guardà’ de’ la beccaccia …….

Fattore: Se ce n’è una sola ’n giro è senz’altro lì………

Gèngio: Gira che ti rigira, la beccaccia ‘un gli riuscì di trovalla. Però secondo ‘l cavaliere c’era stata perché per terra aveva visto una cacatina più o meno grossa così …….. (mostra la dimensione toccando insieme il pollice con la punta dell’indice)

Fattore: Ma c’eri anche te a caccia con loro?

Gèngio: Ma che che fa, mi piglia ‘n giro? Ma ‘n do’ vòle che vada co’ ‘ste ginocchi che mi scricchiolono come la crosta de’ la porchetta …..

Fattore: Da come la racconti avevo pensato che c’eri anche te ……… 

Gèngio: Ma proprio! A me mi venne a chiamà’il guardia perché sa che so’ un vecchio cacciatore e parecchio esperto.

Fattore: Vecchio cacciatore senz’altro …….

Gèngio: Siccome il sor Ricchetti diceva che la cacatina non era di beccaccia ,voleva sentì’ ‘l parere di qualcuno che se ne intendeva.

Fattore. Praticamente ti chiamarono a fa’ il giudice …….

Gèngio: Vò giù, guardo per bene la cacatina di qua e di là, e dico: per me ha ragione il cavaliere, anche secondo me è di beccaccia …… ‘Un l’avessi mai detto! Il sor Ricchetti cominciò a piglià’ a brutte parole me e il cavaliere, poi andò via di volata tutto immusonito come se gli fosse stata fatta chissà quale offesa ………. 

Fattore: Ma è vero che il cavalier Cellini la raccattò e poi la mandò a un laboratorio per falla analizzà’?

Gèngio: È vero, si, però ‘un m’interrompa se no perdo ‘l filo e ‘un mi ricordo più di niente….

Fattore: Scusa, Gèngio, t’ascolto e ‘un parlo più …….

Gèngio: Al tramonto, quello che era successo, lo sapeva già tutto ‘l paese: il cavaliere lo raccontò in casa, la su’ cameriera lo disse in gran segreto da’ la finestra a’ la Gina dell’ortolano, lei lo disse come in confessione al su’ marito, il su’ marito doppo manco dieci minuti l’aveva già detto in confidenza a Zighere ‘l calzolaio, che c’aveva la bottega piena di fannulloni a scaldassi pel gran freddo ……..

Fattore: Ah! Come se l’avessero detto al telegiornale de’ le otto nel primo canale…….

Gèngio: Tòh! …… È da lì che parti la bomba ……. Un quarto d’ora doppo ‘un c’era più nessuno’n paese che ‘un lo sapesse ……… da’ lo spazzino al fabbro, dal segretario comunale all’arciprete, ‘un c’era nessuno che non ci diceva la sua ……

Fattore: Peggio di uno scandalo di stato …….

Gèngio: Parecchi, quella sera, ‘un finirono neanche di cenà’ per uscì’ presto a informassi meglio.

Fattore: Infatti, mi ricordo che verso le cinque capitai in farmacia e sentii il farmacista che diceva al maestro de’ la banda: so’ sicuro che non è di beccaccia perché l’ho vista prima che ‘l cavaliere la spedisse al laboratorio. Il dottor Baldoni invece dava ragione al maestro di musica.

Gèngio: Per forza che gli dava ragione! ‘L dottor Baldoni al maestro di musica gli cura la moglie anche quando sta bene …….

Fattore: Davero? Questa mi mancava ……

Gèngio: Insomma successero di tutti i colori. Gente che scommetteva nel risultato anche diecimila lire ……. Chi si picchiava perché voleva ragione a tutti i costi ….. ‘l cavaliere che mando a dì’ al Ricchetti che ‘un gli faceva più sposà’ la figliola ……

Fattore: Ma insomma, alla fine s’è saputo di chi era la cacatina?

Gèngio: Ormai me la faccia raccontà’ tutta se no è ne’ corbelli che abbia cominciato …….

Fattore: Hai ragione Gèngio, scusa …..

Gèngio: Pensi che pe’ ‘sta storia c’è anche chi è finito sotto processo ……

Fattore: Ma possibile? Non ho sentito dì’ niente …..

Gèngio: Lei lo conosce il Cerri, il guardia caccia del conte?

Fattore: Lo conoscerò, che dici? So’ o non so’ il fattore de’ la tenuta ……

Gèngio: Insomma, dice che è sotto processo perché quel giorno che il cavaliere e ‘l Ricchetti si presero a parole al Fosso Nero, lui tirò ‘na schioppettata al su’ cane perché ‘un gli dava retta e ‘nvece di impallinà’ ‘l cane chiappò un contadino che era poco più là a fa’ l’erba ……

Fattore: A me non m’ha detto niente! Così ora si becca qualche mese di condizionale e qualche centinaio di mila lire di multa.

Gèngio: Fatto sta, che quando succedono ‘ste cose, lei lo sa meglio di me, la gente si divide, chi parteggia per uno e chi parteggia per quell’altro ……..

Fattore: Succede sempre così quando c’è di mezzo un fatto importante.

Gèngio: Il Ricchetti era ben visto da parecchi per via che ‘l su’ babbo è sindaco, ‘l cavaliere però ce n’aveva di più da’ la su’ parte per via de’ tanti quattrini che c’ha …….

Fattore: Comunque queste so’ cose che a’ la fine contono poco, quando c’è di mezzo ‘l giudizio de’ la scienza ……

Gèngio: E di fatti è andata a finì’ così …… Una bella mattina, mentre andavo all’appalto a comprà’ ‘l sigaro, t’incontro ‘l postino che mi fa: O Gèngio, se vòi sapé di che bestia è la cacatina, va’ a casa del cavaliere perché cinque minuti fa gli ho portato la lettera col risultato.

Fattore: E te, via di corsa a casa del cavaliere ……

Gèngio: ‘Un ci fu bisogno, perché appena misi piede dentro l’appalto ‘l tabaccaio mi fa: caro Gèngio, ‘sta volta hai proprio toppato perché la cacatina ‘un era di beccaccia, ma di pollo. (entra Mafalda)

Mafalda: Gèngio, datemi una mano per favore, su, che tra oggi e domani devo preparà da mangià’ per tante persone.

Gèngio: O che hanno ‘nvitato un reggimento di bersaglieri……..

Mafalda: Di preciso ‘un me l’hanno detto, so solo che so’ dieci persone a pranzo e cena per oggi e dieci anche domani.

Gèngio: E allora dimmi che ti serve, su, che piano, piano guarderò di procuratti tutto.

Mafalda: Dunque: l’acqua, ‘l vino, l’olio quello bòno, ‘l prosciutto quello già avviato, du’ barattoli grossi di salsa di pomodoro, qualche cipolla, l’insalata ………

Gèngio: Ferma Mafalda, che mi so già scordato la prima che ha’ detto. Fa’ ‘na cosa, scrive  tutto in un pezzo di carta, che poi tra me e qualcun altro cercheremo di capì’ quello che c’è scritto. 

Mafalda: (prende carta, penna e scrive) Lei fattore lo sa chi so’ questi che hanno invitato?

Fattore: Non m’hanno detto niente ……..  Anzi, se devo esse’ sincero ho pensato che fossero soli anche quest’anno. (Gèngio si alza)

Gèngio: Ovvia, io intanto vò a preparà’ qualcosa. Te Mafalda guarda di scrivici tutto ne’ la lista e cerca di fammi fa’ meno viaggi che pòi …….. Lei fattore scende con me?

Fattore: (si alza) Si Gèngio, vengo anch’io. Il conte lo vedrò dopo Santo Stefano …… Ciao Mafalda e buon Natale.

Mafalda: Buon Natale, fattore. E faccia tanti auguri anche a’la signora e a’la su’ figliola.

Fattore: Grazie, non mancherò ……… (Gèngio e il fattore escono. Dall’altra parte, non visto, entra Calandri)

Calandri: (Si guarda intorno) E sono di nuovo in salotto ….

Mafalda: (si spaventa) Aaaah! …..

Calandri: Buongiorno signora …….. Mi farebbe un grosso favore?

Mafalda: E lei chi è? …… Come ha fatto a entrà’?...... Che vòle?

Calandri: Una cosa alla volta e le dirò tutto …… Sono entrato dalla porta …… ma non adesso ……. (guarda l’orologio) …… diciamo ……. una mezzora fa ……. se vogliamo essere precisi.

Mafalda: (con aria di sfida) Ma chi vòle prende’ in giro, due minuti fa quando so’ entrata io, lei non c’era.

Calandri: Temo di non essermi spiegato ………….. Volevo dire che sono arrivato in questa casa circa mezz’ora fa.

Mafalda: Così va già meglio …… E ora mi dica chi è e che vòle.

Calandri: Sono Gusmeo Calandri ….

Mafalda: Auh, che nome! Ma ‘un glielo potevono mette uno ‘n po’ meglio?

Calandri: La ringrazio per il complimento, ma me lo ha già fatto Gèngio ……… Però noi ci siamo già visti, non ricorda?

Mafalda: Secondo me, quando lo rincontro è la seconda volta che lo vedo.

Calandri: Ma no, ero insieme  a Gèngio quando lei è venuta a chiedergli di farle dei  favori …..

Mafalda: Ah, già è vero. Era qui col mi’ sòcero quando so’ venuta a cercallo.

Calandri Esattamente. Ero venuto per parlare con il conte e Gèngio mi ha accompagnato da lui.

Mafalda: E ancora ‘un gli è riuscito a parlacci?

Calandri: Si, si, ho già fatto, grazie.

Mafalda: E allora perché ancora gira per casa? Che fa, visita la villa?

Calandri: Ed ora le rispondo alla domanda “che cosa vuole” ……. Le confesso che non riesco più a trovare le scale che portano al piano terreno.

Mafalda: Poteva scende’ insieme al conte quando è andato via.

Calandri: Non ho fatto in tempo. Lo hanno chiamato ed è uscito di gran carriera. Sembrava quasi  stesse scappando.

Mafalda: Forse perché l’aspettavano la moglie e don Paolo per andà’ a prende’ certi ospiti che erono arrivati ……. 

Calandri: È vero, adesso ricordo …… mi ha salutato dicendo che non poteva trattenersi oltre perché doveva andare a prendere i figli, la nuora e sua nipote che erano arrivati da Torino. (Mafalda ha come un sussulto)

Mafalda: (con aria di sfida punta l’indice contro Calandri) Ridica per filo e per segno quello che ha detto un secondo fa ……..

Calandri: (indietreggia impaurito) Signora non faccia così, la prego…….. non volevo offenderla.

Mafalda: Gli ho detto che mi deve ripete’ parola per parola quello che ha detto un secondo fa…

Calandri: (costretto si siede) In questo momento non ricordo niente, mi suggerisca qualcosa lei.

Mafalda: Chi so’ quelli che doveva andà’ a prende’ il conte?

Calandri: Ah, si …… i figli, la nuora e sua nipote che erano arrivati da Torino.

Mafalda: (minacciosa) Lo giuri come se lo giurasse in tribunale!

Calandri: Lo giuro sopra la mia testa ……

Mafalda: E ora che è sotto giuramento lo dica un’altra volta.

Calandri: Si, certo. È uscito di corsa per andare a prendere i figli, la nuora e sua nipote che erano arrivati da Torino.

Mafalda: (impazzisce per la gioia) Ma si rende conto che vòle dì’ per me quello che ha detto?

Calandri: (sempre più impaurito)No!....... Però se l’ho offesa l’ho fatto involontariamente …… mi cacci pure via in malo modo se vuole …. ma non mi faccia così, la prego …..

Mafalda: (al settimo cielo) E invece no. Lei resta qui con me perché voglio che me lo ridica ‘un'altra volta.

Calandri: Io glielo ripeto volentieri ma lei dopo da in escandescenze ………

Mafalda: Giuro che ‘sta volta resto calma ….. avanti lo ridica ……

Calandri: (quasi balbuziente) È ….. uscito per …. andare a prendere …. i figli ….. la nuora e sua nipote che erano arrivati da Torino …….. gliel’ho fatta ……

Mafalda: (urlando) Che bella notizia ………. (lo abbraccia) Grazie, grazie ….

Calandri: Signora, per favore, mi spiega che cosa sta succedendo?

Mafalda: La nipote che è andato a prende’ il conte, è anche la mi’ nipote, capito?

Calandri: Allora lei sarebbe la moglie del conte? ……. Però, io, prima, ne ho conosciuta un’altra …… Boh!

Mafalda: (lo prende per mano e lo indirizza verso la porta) Ora vada, su, tanto è inutile che mi metto a spiegagli come stanno le cose, co’ la testa che c’ha per lei sarebbe troppo difficile da capissi ….. Buon Natale ….. (Mafalda finisce di scrivere la lista)

Calandri: Si, si, vado subito, anche perché ho molta fretta ……. Buon Natale ……… e grazie infinite .…… (Calandri esce. Dalla parte opposta entra Gèngio)

Gèngio: L’hai preparata ‘sta lista?

Mafalda: La finisco di scrive’ e ve la do.

Gèngio: Dai che giù di sotto ci so’ Poldo e Gino. Prima che vanno via mi fò da ‘na mano a portà’ su la robba. Anzi, quella che mi so’ ricordato la portono su subito.

Mafalda: Eccola ……. (gliela porge) E guardate di non dimenticavvi niente.

Gèngio: E che problema c’è. Se mi scordo qualcosa ci riandrò. Tanto ormai i ginocchi mi fanno già male. (entra Calandri)

Calandri: (si guarda intorno) E sono di nuovo in salotto …….

Gèngio: Mi’! Rieccolo un’altra volta ……. Ho capito, via, Mafalda mette un piatto in più che oggi‘sto signore mangia con noi …….

Calandri: Oh, grazie, rimango molto volentieri. Dicono che in queste zone si mangia benissimo.

Mafalda: (a Gèngio) E per fortuna che aveva fretta, se c’aveva tempo da perde’ toccava preparagli il letto perché restava anche a dormì’.

Calandri: Non vorrei essere indelicato, signora, ma la colpa è sua che non mi ha indicato la strada per andarmene.

Mafalda: E allora perché lei è uscito lo stesso?

Calandri: Giusta osservazione ……... Non ci avevo pensato.

Gèngio: Ovvia, intanto che la Mafalda prepara ‘l pranzo, lei vada a fa’ ‘na bella  passeggiata in giardino, su.

Calandri: E perché dovrei andare in giardino?

Gèngio: Perché così ‘un ne sta tra i piedi e la smette di girà’ a tondo per casa.

Calandri: E se il conte mi vede che passeggio in giardino che cosa gli dico?

Gèngio: La verità! ……. Gli dice che Gèngio l’ha invitato a pranzo a casa sua.

Calandri: Giustissimo! Dire la verità è sempre la cosa migliore.

Gèngio: Bravo, perché se si dicono le bugie poi il signorino ci manda all’inferno ……

Mafalda: O vada, su, che quando è pronto la chiamo io. (Calandri fa per uscire)

Gèngio: (con voce ferma) Fermo lì, sa! …… Non si mòva! (Calandri si blocca e alza le mani)

Calandri: Che cosa ho combinato questa volta?

Gèngio: Da dove si passa per andà’ in giardino? (Calandri si gira)

Calandri: Veramente non lo so. Non ci sono mai stato.

Gèngio: Appunto! Se lei esce e fa la solita strada, tra due minuti è qui e a me mi tocca invitallo anche a cena.

Calandri: Che strada devo fare per andare in giardino?

Gèngio: Bravo! Così si fa. Quando le cose non si sanno, si domandono …….. Appena uscito svolti subito a destra, conti tre porte e la quarta la apre. Lì ci trova le scale per scende’ ‘n giardino.

Calandri: Ho capito perfettamente, grazie …… Allora a presto. (Calandri esce)

Gèngio: Speriamo di no, perdio. Quanto la vòle seguità’ a fa’ i giri de’ corridoi.

Mafalda: Gèngio, avvicinatevi che vi dico ‘na cosa in gran segreto.

Gèngio: Sie, rifamo la storia de’ la cacatina de’ la beccaccia ……

Mafalda: (tutta contenta) Indovinate che ci so’ andati a fa’ ‘l conte e la contessa a Nebbiano.

Gèngio: O che ne so……. Saranno andati a fa’ l’auguri a don Piero e a que’ le persone che so’ arrivate ……..

Mafalda: Ma neanche vicino ci siete andato ………

Gèngio: Allora vediamo che ci potrebbero esse’ andati a fa’ ………. Potrebbero esse’ andati a piglià’ qualcosa che gli hanno portato.

Mafalda: Fochino, fochino …… ci siete quasi ……

Gèngio: Senti Mafalda, dimmelo te, via, che si fa prima. Lo sai che a me l’indovinelli ‘un mi so’ mai piaciuti.

Mafalda: Preparatevi ……. Siete pronto?   A casa di don Piero ci so’ Dante, la Caterina e la Giulia ....…… e anche l’Ortensia.

Gèngio: Ma fammi ‘l piacere …… ‘nventela una più piccina se vòi che ti ci creda ….

Mafalda: Vi dico che è vero, Gèngio ….….. ve lo giuro…..

Gèngio: E a te chi te l’avrebbe detta ‘sta cosa?

Mafalda: Quello lì che è andato via ora …. Canardi …. Calindri ….. manco me lo ricordo come si chiama.

Gèngio: Si chiama Calandri …… E te ti fidi di lui? …… Ma ‘un l’hai visto che cristiano che è?

Mafalda: Quando me l’ha detto, lì per lì, ‘un ci credevo manco io. Però per sicurezza gliel’ho fatto ripete tre volte.

Gèngio: E lui come l’ha saputo? Che s’è fatto fa’ le carte?

Mafalda: Ma ‘un dite strullate! A lui gliel’ha detto ‘l conte quando l’ha salutato che andava via.

Gèngio: Apposta quando so’ partiti la contessa m’ha detto: (imitando una voce di donna) aspettami a casa, Gèngio, che quando ritorno ti do il mio regalo di Natale.

Mafalda: E il conte com’era? Calmo, arrabbiato …..

Gèngio: O com’era? …….. A me m’è sembrato normale…..Poi, se c’è andato anche lui, vòle dì’ che gli andava bene se no manco partiva.

Mafalda: Avete ragione ……… O come si potrebbe fa’ per esse’ sicuri che ‘sta notizia è vera?

Gèngio: Telefoni a don Piero e gli dici: pronto, don Piero, so’ la Mafalda, mica me la passerebbe la mi’ Caterina?

Mafalda: Ma via, Gèngio, ora possibile che gli dico così ……… idea! Aspettate un attimo ……

Gèngio: Io aspetto anche un’ora, la mi’ cittina, tanto mica c’ho da fa’ niente ……  (Mafalda va al telefono) Ma che fai, gli telefoni davero?

Mafalda: (cerca il numero) Zitto un momento. ‘Un mi confondete per piacere. (compone il numero) Pronto? È la parrocchia di Nebbiano? …..No, èh …… Scusi tanto, ho sbagliato…….

Gèngio: Chi t’ha risposto?

Mafalda: Un cretino che ha detto: non è Nebbiano, perché qui c’è ‘l sole tutto l’anno …..

Gèngio: ‘Sto stupido. Lo potevi passà’ a me che gli sturavo un’orecchio ……. (compone ancora il numero)

 

Mafalda: Zitto, Gèngio ……. Pronto, è la parrocchia di Nebbiano? ……. Barbara sei te? …… So’ la Mafalda …… mica sai se il conte e la contessa so’ ancora da don Piero? ……. So’ partiti da cinque minuti? ……. lo sai perché t’ho chiamato? Perché volevo sapé’ per quanti devo apparecchià’ …… di preciso non me l’hanno saputo dì’ quando so’ partiti da qui ……. Si ….. aspetta che scrivo…….dimmi …… due so’ loro, poi c’è don Paolo, Dante, la mi’ figliola e la cittina e Ortensia … allora so’ sette …Grazie Barbara, m’hai fatto un grosso piacere …… Ciao …. Ciao (Gèngio e Mafalda si mettono a ballare per la gioia).

Mafalda: È vero, Gèngio ……. È vero …… erono lì e ora so’ pe’ la strada per venì’ a’ la villa.

Gèngio: Evviva …….. evviva ……… Che notizia, ragazzi, quest’anno si fa un Natale co’ controcazzi….

Mafalda: Ve l’avevo detto Gèngio, che  lo sentivo che ‘sta volta qualcuno arrivava.

Gèngio: Lo dico sempre o no che da quando i russi e l’americani hanno zeppato tutti que’ missili ne’ la luna il mondo s’è (ribaltato) rivulticato.

Mafalda: Magari ribaltasse tutti i giorni ‘n questo modo. Si starebbe tutti meglio.

Gèngio: (va verso un mobile) Qua che si beve …… Bisogna festeggià’ immediatamente (prende una bottiglia e due bicchieri).

Mafalda: Se arriva il conte e ci trova a beve sentirete che ripulita che ci da a tutti e due …….

Gèngio: Digli che ci provi, che così questa è la volta bòna che si guasta l’amicizia. (entrano Poldo e Gino con una cassa)

Poldo: Permesso? Si può entrà’? ……… Si so’ portati un po’ di viveri …….

Mafalda: Entrate …. entrate ….. prendete du’ bicchieri nel mobile che bevete anche voi ……

Gino: Che si festeggia il compleanno di qualcuno? (Poldo prende i bicchieri)

Gèngio: No, si festeggia me perché domenica fò la prima comunione. (Gèngio versa da bere)

Poldo: Se ‘un hai preso impegno con nessuno ti si potrebbero fa noi il padrino e la comare.

Gèngio: ‘Un è possibile, perché voi ‘l prete ‘un vi ci vòle‘n chiesa. Siete sempre a smoccolà’.

Mafalda: E ‘nvece sarebbero proprio adatti, ‘un lo vedete come so’ bellini …….. E poi so’ sicura che so’ parecchio meglio di tanta gente che va tutti i giorni a battisi ‘l petto davanti all’altare …..

Gèngio: Su, alzate tutti il bicchiere che si fa un brindisi …….

Gino: E a che si brinda? ……… Ma mica passerai la comunione per davero?

Gèngio: Che eri bischero lo sapevo, ma mica che eri arrivato fino a ‘sto punto.

Mafalda: Forza, Gèngio, che devo andà’ a apparecchià’e a finì’ di preparà il pranzo, tra poco arriva gente, lo sapete……

Gèngio: Pronti? Per la contessina Balzelli …… Hip, hip, (tutti) Urrà ….. Hip, hip, (tutti) Urrà Hip, hip, (tutti) Urrà …….. Bevere …… (bevono)

Poldo: E chi sarebbe ‘sta contessina Balzelli?

Gèngio: Se c’hai tempo, ‘ste giorni, fa’ qualche girata qui intorno a’ la villa che lo scopri da solo chi è,  senza che te lo dica io.

Mafalda: Io porto via i bicchieri che così le lavo. Voi Géngio mettete a posto la bottiglia e poi andate subito a da la notizia a Ghino.

Gèngio: Bisogna che lo cerchi perché mica lo so dov’è. (esce)

Mafalda: Stamani m’ha detto che andava a’ le stalle de’ cavalli…...Poldo e Gino, voi aspettatemi qui che ritorno subito…….. Un po’ di robba la voglio mette’ subito in sala da pranzo. (esce)

Gino: Basta che fai a’ la svelta perché io a mezzogiorno c’ho da andà’ via. Devo portà la mi’ moglie dal parrucchiere.

Poldo: (sicuro di quello che dice) Se ‘un vòle spende’ i soldi dal parrucchiere gliele posso fa’ io i capelli.

Gino: Ma perché te sai taglià’’anche i capelli?

Poldo: Basta che però ‘un abbia paura del fòco e del fumo, perché se no ‘un s’è fatto niente…….

Gino: Che c’entrono ‘l fòco e ‘l fumo?

Poldo: C’entrono, perché io i capelli le so fa con un tizzo acceso che piglio dal camino.

Gino: Ma camina, scemo! Si pòle sapé’ perché dici sempre le cazzate? (entra Calandri)

Poldo: Èh Gino, guarda chi si rivede! 

Gino: Salve! Ma è stato impegnato fin’ora co’ la contessa?

Calandri: Salve! No, no. Con la signora sono rimasto impegnato soltanto pochi minuti.

Poldo: (a Gino) Mi sembrava strano. ‘Un era possibile che avesse retto tutto ‘sto tempo.

Gino: E fin’ora che ha fatto, si raccontava le barzellette da solo?

Calandri: No, no,  ero sceso a fare una passeggiata in giardino. (curiosa qua e la per la stanza)

Poldo: Ma lei è matto. Se il conte lo incontra che gli ‘nventa, che era lì a coglie’ le margheritine?

Calandri: Io ed il conte ci siamo già incontrati ed abbiamo raggiunto un accordo. Ritorno il giorno 27 e discutiamo della cosa.

Gino: Però ‘un leticate, èh. Guardate di sistema la cosa senza discute.

Calandri: State tranquilli, se ci troviamo d’accordo sul prezzo la compro senza tanto pensarci su.

Poldo: (a Gino) Il conte vende la moglie? Certo, ragazzi, che ce l’ha davero il senso di fa’ l’affari, èh.

Gino: Vedrai che se le su’ galline ‘un gli fanno minimo du’ òva al giorno, lui manco si confonde a governalle.

Poldo: (a Gino) Io però  se ero ‘l conte gliela tiravo dietro stamani, altro che mettimi a discute del prezzo.

Gino: Hai tutte le ragioni del mondo! E se questo ci ripensa e ‘l 27 ‘un si presenta?

Poldo: Vòl dì’ che gli resta in mano e se la succhia come ha fatto fino a oggi. Gli sta bene a st’infingardo. (entra Mafalda)

Mafalda: Poldo, Gino, forza che è tardi, su, portatemi di qua ‘sta robba …… (vede Calandri. Alza la voce) Calindri …….. è ritornato qui un’altra volta?

Calandri: Calandri signora, mi chiamo Gusmeo Calandri …..

Gino: Gusmeo? Auh! Ma ‘un ce l’avevono un nome più brutto da mettigli ‘l su’ babbo e la su’ mamma?

Mafalda: (indicando con l’indice) Vada in Giardino. Gli ho detto che quando il pranzo è pronto lo chiamo io. Veloce.

Galandri: Ci sono stato, ho passeggiato per un po’ ma poi ho sentito freddo.

Mafalda: (con tono autoritario indicando la porta) Ho detto in giardino. Non ce lo voglio tra i piedi. Se ha freddo ogni tanto faccia una corsetta che così si riscalda, via. (Calandri esce)

Gino: Forza Mafalda, su. T’ho detto che ho fretta e ‘nvece te ti gingilli.

Poldo: Quale robba si deve portà’ di là?

Mafalda: Portate tutta la cassa che così scelgo quello che mi serve. (Mafalda esce seguita da Poldo e Gino. Dall’altra parte entra il conte con sua nipote Giulia che ha in mano una bambola)

Eugenio: (la bambina guarda curiosa la stanza) La mia casa ti piacerà, vedrai …… ci sono tantissime stanze. Più tardi ne sceglierai una e il nonno la farà diventare quella dei tuoi giochi.

Giulia: Nella mia casa di Torino non ce l’ho la stanza dei giochi perché è molto piccola.

Eugenio: Però immagino che avrai una cameretta tutta per te.

Giulia: Neanche. Dormo nel mio lettino nella camera della mamma e del babbo.

Eugenio: Non appena arriva nonna Maria andremo insieme a lei a vedere dove dormirai questa notte, così avrai una cameretta tutta per te.

Giulia: Mi dispiace, nonno, ma non posso. Questa notte devo dormire in casa della nonna Mafalda e del nonno Ghino. Gliel’ho promesso da tanto tempo.

Eugenio: Va bene, non importa. Dormirai da noi domani.

Giulia: Può darsi …….. Se non mi trovo bene da loro, allora dormirò da voi.

Eugenio: Mi sembra giusto! Quando uno può scegliere, perché deve adattarsi con la prima cosa che capita di fronte ………

Giulia: (guardando il soffitto) Questa casa deve avere parecchi anni, perché in quelle di oggi non ce li fanno tutte queste pitture sui soffitti. (si siedono)

Eugenio: Moltissimi. Pensa che in questo salotto, e precisamente dove sei seduta tu, tanti e tanti anni fa,  ha preso il  tè un principe che poi è diventato l’imperatore d’Austria.

Giulia: I re dell’Italia però non ci sono mai stati, vero?

Eugenio: No, i re d’Italia non ci sono mai stati ……. E tu come fai a saperlo?

Giulia: Una volta ho sentito il mio babbo che diceva che anche se è nato nobile, lui non avrebbe mai voluto il re.

Eugenio: Ti ha detto una cosa vera. Tuo padre, infatti, non li avrebbe mai fatti entrare qui dentro …… e neanche tua zia Ortensia.

Eugenio: A te e alla nonna, invece, piacciono i re, i principi, i conti, vero? Il mio babbo lo dice sempre.

Eugenio: Il tuo babbo dice tante cose e tua mamma, invece, cosa dice?

Giulia: Alla mia mamma va bene tutto quello che dice il mio babbo. Loro si vogliono tanto bene.

Eugenio: Ti piace la bambola che ti ho regalato?

Giulia: Tantissimo. Quando torno a Torino ci gioco insieme a tutte  le altre che mi ha regalato nonna Mafalda.

Eugenio: Dopo pranzo, quando aprono i negozi, andiamo a comprare anche una camera per questa bambola, e tanti bei vestiti.

Giulia: Non ti preoccupare, nonno, ne ho già tanti. Quando nonna Mafalda mi viene a trovare me li porta sempre un sacco. (entra Mafalda. Giulia la vede e le corre incontro) Nonna Mafalda ……

Mafalda: (si abbracciano e si baciano) Giulia, amore mio …. Quando sei arrivata? Il babbo e la mamma dove sono?

Giulia: Sono arrivata da poco, Il babbo e la mamma sono fuori che parlano con il nonno Ghino… (indicandolo) Tu lo conosci mio nonno Eugenio?

Mafalda: Si amore, ci si conosce da parecchio tempo. E conosco bene anche la nonna Maria.

Giulia: Scommetto che vi conoscete perché abitate vicino di casa.

Mafalda: È vero anche questo. Ma come fai a indovinà’ tutte ‘ste cose?

Giulia Perché io conosco molto bene la mia amichetta Sara e anche lei abita vicino a me.

Mafalda: Sei stata brava a scuola? …… Dimmi la verità, èh.

Giulia: Bravissima. Ho preso tanti dieci …….. e anche un nove …… Senti, nonna mi porti a vedere la tua casa?

Mafalda: Più tardi, quando la nonna ha finito di preparà’ il pranzo, ora non posso.

Giulia: (mentre tira per un braccio la nonna) Portamici ora, per favore, dai, nonna ……… Nonno io vado con la nonna a vedere la sua casa ……… Tu non ti muovere di qui, hai capito?

Eugenio: Andate pure. Io non mi muovo di qua ……… (ridendo) Vai Mafalda, prima che Giulia ti stacchi un braccio?

Mafalda: Grazie, signor conte per quello che ha fatto. In questo momento credo di esse’ la persona più felice del mondo.

Eugenio: Tu lo credi perché non sai quanto lo sono io, altrimenti non  avresti provato neanche a dirlo.

Giulia: Andiamo, nonna, per favore ……….

Mafalda: (mentre escono) O su, da dove si comincia?

Giulia: Guardiamo per prima la stanza dove si mangia. (entra Gèngio)

Gèngio: Con tutti ‘ste viaggi in su e in giù, oggi ho consumato un paio di scarpe. (vede il conte) Ah, è qui? ……… sor conte, cercavo proprio lei.

Eugenio: Che cosa c’è di nuovo? Non sarà mica ritornato alla carica quel signor Calandri?

Gèngio: No, no, stia tranquillo …… Oh, però ‘un è mica tanto lontano, èh. dovrebbe esse’ giù ‘n giardino.

Eugenio: In giardino? E che cosa fa in giardino?

Gèngio: Niente, sor conte, aspetta che la Mafalda lo chiami a pranzo. L’ho invitato a casa mia.

Eugenio: E perché l’hai invitato a pranzo? Non ce l’ha una casa?

Gèngio: Ce l’avra senz’altro. Però l’ho invitato perché m’ha fatto tenerezza. Pensi che s’era perso là pe’ corridoi de la villa.

Eugenio: Se sei venuto per chiedermi qualcosa, dimmelo velocemente perché sono molto impegnato.

Gèngio: (scherzoso) Già! Ho visto che gli è arrivata tanta gente. Che so’ parenti sua?

Eugenio: (anche lui scherzoso) Non lo fare il furbo Gèngio. Sai da te che sono parenti miei.… quanto tuoi.

Gèngio: Che famiglia che s’è fatto, sor conte. Auh! ……… Mi so ‘mparentato col conte Balzelli ……. Io scherzo sor conte, èh.

Eugenio: Naturalmente ……. Hai visto che bella bambina che è Giulia? Sarai fiero di essere il suo bisnonno.

Gèngio: Certo che so’ contento. Ma io la conosceva già, èh. L’avevo vista diverse volte. L’ultima volta il giorno del su’ compleanno.

Eugenio: Ed io, invece, soltanto oggi …….Tu non hai idea, Gèngio, quanti rimpianti e rimorsi mi affliggono in questo momento.

Gèngio: ‘Un cominciamo co’ piagnistei, sor conte, èh. Queste devono esse’ giornate d’allegria e no di musi lunghi.

Eugenio: Quanti momenti tristi avrei risparmiato a molta gente se solo ti avessi dato retta quando successe il fatto di Dante e Caterina.

Gèngio: Ora basta davero però, èh, se no me ne vò. Io ‘un le voglio più sentì’ ‘ste lagne. Quello che è stato è stato e ‘un ci si deve ritornà’ più sopra.

Eugenio: Che cosa eri venuto a dirmi?

Gèngio: Ah, già, ero venuto apposta….. Ghino voleva sapé’ perché ora gli deve sellà’ il cavallo.

Eugenio: Digli di non prepararlo più, oggi non vado. Ho da fare altre cose. (fuori scena si sentono delle voci. Sono di Poldo e Gino)

Gino: Forza, camina veloce e zitto.

Poldo: Se fai una mossa falsa sei un òmo morto.

Eugenio: Chi è che urla in questa maniera?

Gèngio: Da’ la voce mi sembrono Poldo e Gino. Chissà che hanno da strillà’. (Gèngio va a vedere, nello stesso istante entra Calandri tenuto per un braccio da Poldo che ha in mano un grosso bastone. Gino lo segue. Ha con se un quadro)

Gino: Entra  dentro e senza falla tanto lunga, forza .........

Poldo: Ubbidisce perché se no te lo fò assaggià’ ne’ la schiena, èh ........

Eugenio: Poldo, Gino, che cosa significa questa sceneggiata?

Gino: Significa che s’è visto ‘sto delinquente mentre usciva da’ la villa  co’ ‘sto quadro sotto al braccio. (mostra il quadro al conte che lo prende e lo osserva attentamente)

Calandri: Non è vero che stavo uscendo, stavo entrando ...........

Poldo: Per forza, quando hai visto noi hai fatto marcia indietro e sei tornato dentro.

Calandri: Non ho visto nessuno e non stavo scappando.

Gèngio: Bella figura m’ha fatto fa’, èh. Lo dicevo proprio ora al conte che l’avevo invitato a pranzo perché m’aveva fatto tanta tenerezza.

Calandri: Gèngio, mi creda, io non sono un ladro.

Gino: Ci vorresti fa’ crede che ‘sto quadro è tuo?

Calandri: Assolutamente no, il quadro non è mio, è del conte. Ma non l’ho rubato.

Poldo: (a Calandri mostrando il bastone) Vòi scommette’ che te lo dò ne’ denti e ti fò mangià’ il semolino per qualche mese?

Eugenio: Basta Poldo, fai silenzio ……. e lascialo libero.

Gino: (minaccioso a Calandri) Se provi a scappà’ t’accrocco tutte e trenta le costole, èh.

Gèngio: Ma perché, le costole so’ trenta?

Gino: E che ne so. Però penso che una trentina dovrebbero esse’.

Eugenio: Gino e Gèngio, quello che ho detto a Poldo vale anche per voi.

Poldo: (a Calandri) Hai capito che t’ha detto ‘l mi’ collega?

Eugenio: (duro) Allora! Avete sentito o no quello che ho detto io?

Gino: Noi s’è capito ma si voleva esse’ sicuri che avesse capito anche lui. (indica Calandri)

Eugenio: Signor Calandri, a questo punto credo mi debba una spiegazione.

Calandri: Certamente signor conte …… Ma non ho rubato il quadro …….

Eugenio: Va bene, non ha rubato il quadro, e probabilmente è vero, anche perché nella villa non l’ho mai visto. Però lei dice che è di mia proprietà .........

Calandri: Il quadro è suo, signor conte ne sono sicurissimo.

Eugenio: Ammesso che il quadro sia mio, ma fino a pochi minuti fa nelle sue mani, significa che lei, in qualche modo, se ne è appropriato.

Calandri: No, signor conte, ne sono venuto semplicemente in possesso.

Eugenio: Benissimo. Allora mi spieghi come ne è venuto in possesso.

Calandri: Alcuni mesi fa è morto mio nonno, un uomo molto anziano, aveva 90 anni.

Gèngio: Aih! Cominciono a richiamà’ le classi. Ho capito, prima o poi mi tocca partì’ anche a me.

Poldo: Ti tocca partì’ per dove?

Gino: Sta’ zitto Poldo, che tanto te ‘un capisci quanto una persona normale.

Calandri: Alcuni giorni prima che succedesse mi disse che aveva una cosa da dirmi .......

Poldo: (mentre si accomoda in poltrona) Òòòòòòh ...... bravo .... racconta che so’ curioso, dai.

Gino: (a Poldo) Ma che sei a casa tua?

Poldo: Che ti sembra che c’ho le poltrone a casa mia?

Gino: Alziti di lì, scemo. (Poldo si alza)

Eugenio: (a Poldo e Gino)  Fate silenzio. Continui signor Calandri ....

Calandri: Mi raccontò che nel 1910, contadino di questa tenuta, allora di proprietà di suo padre, fu mandato via dal podere perché accusato di aver sottratto alcuni sacchi di grano dalla quota spettante al padrone.

Gèngio: (a Calandri) Ora mi ricordo bene. Gliel’avevo detto che ‘ste Calandri le conoscevo ...... (al conte) ma mica furono loro a rubbà’ ‘l grano, èh …….. fu quel delinquente del fattore ....... quello avrebbe rubbato anche ‘l fumo a’ le candele ......

Poldo: Che razzaccia che so’ i fattori ......... Accident’a loro e a chi gli passa lo stipendio, tòh ....... con tutto ‘l rispetto per lei sor conte, èh ......

Calandri: Mio nonno, per fare un torto a suo padre, a seguito di quell’ingiusta accusa, una notte s’introdusse nella villa e rubò il quadro.

Gèngio: È vero, ha ragione. Mi ricordo anche che i carabinieri ci stettero una settimana ne’ la zona e interrogarono tutti i contadini. Ma poi ‘un vennero a capo di niente e in galera ‘un c’andò nessuno.

Calandri: Mi disse che il quadro per alcuni giorni lo l’aveva nascosto sotto una catasta di legna e poi, dopo averlo portato con se, lo aveva murato in un intercapedine nella soffitta del nuovo podere dove era andato ad abitare.

Gèngio: Dopo parecchio tempo si seppe che erono andati in Maremma, perché qui ne’ la zona il podere non glielo voleva da’ nessuno.

Calandri: Esattamente! Si trasferì nella zona di Talamone e lì è rimasto fino a quando non è morto.

Gèngio: ’L su’ nonno si chiamava Francesco, vero? Detto Checco del castrino.

Calandri: Era proprio lui! Mi fece giurare che in qualche modo avrei fatto riavere il quadro al suo legittimo proprietario.

Eugenio: Quindi, la storia della società che vorrebbe comprare i miei terreni è tutta inventata?

Calandri: Assolutamente no! Io sono quello che le ho detto e sono venuto qui principalmente per l’affare dei terreni. Forse è stato il destino a darmi l’opportunità di restituirle il quadro.

Eugenio: Sarebbe stato molto più semplice parlarmene stamani quando ci siamo incontrati. Anche se lo avessi denunciato non avrebbe rischiato niente.

Calandri: È vero! Perché non potevo certamente essere io l’esecutore del furto, non essendo ancora nato quando è avvenuto, ma volevo evitare l’umiliazione di raccontarle tutto questo.

Eugenio: Bravo signor Calandri, il suo gesto le fa molto onore. In qualche maniera avrebbe potuto venderlo, magari all’ estero, tramite qualche antiquario senza scrupoli.

Calandri: È un bel dipinto e anche se non so dirglielo con certezza credo che abbia un discreto valore.

Poldo: Bello? .... Auh! ...... io un aggeggio così ‘un lo metterei manco ‘n cantina......

Gino: Poldo, ‘l conte ha detto di sta’ zitti! ………. Ma ‘un ti viene mai sete?

Poldo: Scusi sor conte ma m’è scappata .....

Eugenio: Gèngio, ti ricordi anche in quale stanza era appeso?

Gèngio: Questo ‘un me lo ricordo, sor conte, ma lo pò attaccà’ dove gli pare, tanto qui ne’ la villa dove lo mette sta bene, vero Poldo?

Poldo: Si, si, dove lo mette sta bene. Anche ‘n cucina.

 

Calandri: Posso dirglielo io dove era …… Mio nonno lo prese nella biblioteca, accanto al ritratto di una donna.

Eugenio: In biblioteca c’è un ritratto di una donna, quello della mia bisnonna Margherita e accanto c’è proprio uno spazio dove questo quadro entra sicuramente.

Gino: Ovvia, allora sta faccenda s’è risolta …….. Co’ ‘sto giovanotto che ci si fa, sor conte, si butta nel pozzo o si da ai maiali?

Calandri: (impaurito) Signor conte, ma che cosa dice il suo uomo?

Eugenio: (sta allo scherzo) Per questa volta lasciamo perdere, non facciamogli nessuna delle due cose …… però, per punizione, oggi rimane a pranzo da me.

Gèngio: Mi’! O ‘un gli ho detto che l’ho già invitato io?

Eugenio; Me lo ricordo Gèngio, ma per oggi sarà ospite mio e di mia moglie, da te verrà la prossima volta.

Gèngio: Ma perché deve ritornà’ un altra volta?

Eugenio: Certo, il giorno 27, ed allora sarà ospite tuo.

Gèngio: Famo così, tanto qui chi comanda è lei, ‘sicché c’è poco da discute’ ........

Eugenio: (mentre gli da la mano) Poldo, Gino, grazie di tutto, e ora andate a casa dalle vostre famiglie e passate un buon Natale.

Poldo e Gino: Grazie signor conte ........ buon Natale anche a lei e alla sora contessa (escono. Dall’altra parte entrano don Paolo e Maria)

Don Paolo: Eugenio, ma dove ti eri cacciato che non riuscivo a trovarti?

Eugenio: Da quando sono salito con Giulia sono sempre rimasto qui …… Dante, Caterina e Ortensia dove sono?

Don Paolo: Si sono fermati a salutare il fattore.

Maria: (vede Calandri) E lei che cosa fa ancora qui?

Eugenio: Abbiamo parlato molto e si è fatto tardi. L’ho invitato a rimanere a pranzo con noi ….. don Paolo, questo è il signor Calandri, amministratore di una società interessata all’acquisto di alcuni miei terreni. (i due si stringono la mano)

Maria: Allora bisogna avvertire Mafalda che aggiunga un piatto in tavola.

Eugenio: Non appena la vediamo glielo diciamo ……. (mostrando il quadro) Guardate che cosa stupenda ……

Don Paolo: (lo prende e lo esamina attentamente) Ma è bellissimo! …… Eugenio, questa non è una crosta qualsiasi, è un dipinto di pregio ………

Eugenio: Lo so! E di ottima fattura anche ….. e la cornice non è da meno …….

Maria: Ne hai acquistato un altro? In questa casa non c’è più una parete libera dai quadri.

Eugenio: Non l’ho acquistato Maria ….. Diciamo che può essere considerato un regalo…..

Don Paolo: Per Bacco! Questo non è un regalo da tutti i giorni …….

Eugenio: Infatti domani è Natale …….

Calandri: Se il signor conte permette, dirò io come lo ha avuto: questo quadro, dimenticato per anni nella soffitta di mio nonno è saltato fuori per caso. Non essendo adatto al genere di arredamento che c’è in casa mia, ho deciso di farne dono al signor conte per farmi perdonare il disturbo di oggi. (entra Mafalda con Giulia)

Maria: Ah, Mafalda?

Mafalda: Dica signora contessa ……

Maria: Dovresti aggiungere un piatto in tavola, il signor Calandri pranza con noi ……. E avrei piacere se anche tu, Ghino e Gèngio, oggi foste nostri ospiti.

Mafalda: La ringrazio signora contessa ma è meglio di no. Ognuno deve sta’ al su’ posto. Io so’ la domestica e voi quelli che mi pagono. Venga lei domani, insieme al signor conte e a don Paolo, a mangià’ a casa nostra. Ci so’ ‘l mi’ genero, la mi’ Caterina co’ la figliola e la su’ cognata ………

Eugenio: Invito accettato, Mafalda. A che ora si pranza?

Mafalda: All’ora di sempre che mangia lei, signor conte. All’una è in tavola ……..

Gèngio: (si porta al centro della scena e si rivolge al pubblico) E poi ‘un mi volete da’ ragione se dico che ‘l mondo s’è (ribaltato) rivulticato? ……….. da quando i russi e l’americani hanno mandato ne’la luna tutti que’ missili, ‘un ci si capisce più niente ……..Ditimi voi quando s’erono mai visti i conti andà’ a mangià’ a casa de’ contadini?

Fine

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