Corti 2.0

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                                                      “ Corti 2.0 “

                                                                 

                                                    Corti  “ sociali ”

                                                                di

                                                  Antonio  Sapienza

Turri Lifu, dicembre 2012

                                                           “ La cinquina”

Personaggi:

Agatino…………………………………………………………………………postino;

Tano……………………………………………………………………………. Collega di Agatino

All’apertura del sipario c’è in scena Agatino Speranza, un uomo di circa quarant’anni, alto, biondiccio, vestito con la divisa da postino, sdraiato su un lettino. Su una sedia, vi è seduto Tano, un amico di Agatino, postino pure lui. Musica adatta.

Aga. – ( sul lettino, con un fazzolettone allacciato sotto il mento) Voglio morire, voglio morire. (prima sussurrato, poi sempre più forte) Cosa ci campo a fare?  Basta, la mia vita è finita! –

Tan. – (Alzandosi e avvicinandosi al lettino) Ma che dici, Agatino, vuoi morire, la tua vita è finita, che campo a fare?, ma che minchiate dici!-

Aga.- (alzandosi a sedere di scatto) Ah, per te sono minchiate? Secondo te non dovrei morire? (poi, sconsolato, mettendosi seduto sul lettino con le gambe poggiate sul pavimento) Naturale, non è toccato a te? E allora spariamo pure sentenze!-

Tan.- E va bene, è toccata a te questa sorte di sfortuna, ma la vita continua. ( detto come una battuta da telenovela)

Aga.- Per chi? Per chi continua? Per te, che sei un animale selvaggio, che non hai altri scopi nella vita che abbuffarti e scoreggiare. Ma per uno come me…-

Tan.- …nobile decaduto… intellettuale incompreso. Ma dai! E comunque morire non dipende da noi, questo è sicuro.-

Aga.- E lì che ti sbagli! Dipende da noi, sissignore! Quando uno non sa più cosa farsene della propria vita, bene, vuol dire che è finita, che deve andarsene, che deve morire, che deve tirare le cuoia, che deve schiattare! Ora a me non resta altra scelta…(con tono lamentoso, ristendendosi sul letto e sistemandosi il fazzolettone sotto il mento) Voglio morire, voglio morire…-

Tan.- (avvicinandosi per confortarlo) Fatti forza, certo, la fortuna non ti è stata amica…-

Aga.- (balzando dal letto) Amica? Mi è stata matrigna!  Vedi? Per me un terno era un sollievo, una quaterna la felicità, ma la cinquina era il Paradiso! (sconsolato) E, invece eccomi qua, ancora all’inferno! Quell’inferno che vive un separato in casa, con una moglie sciattona, con tre figlie insaziabili, con uno stipendiuccio da postino, pieno di cambiali, e per giunta, con forti debiti con Pinu l’usuraio.-   

Tan.- Coraggio…-

Aga.- …E ce ne vuole tanto, caro Tanu, ma tanto tanto, per continuare ad andare avanti (si alza e passeggia) Vedi? Prendo milleduencento euro di stipendio, ne dò a quella sciattona duecentomila per le sue “spesucce”, e quattrocentomila per i figli, debbo pensare alla spesa giornaliera, e alla rata del mutuo e della Seicento. Cosa mi resta? Cinquanta, sessanta euro, per me. Va bene che ho il pasto principale assicurato. (breve pausa) Vedi, secondo l’accordo, io porto la spesa all’una precisa; alle due pranziamo tutti insieme; e alle tre, a scelta, posso andare nella mia stanzetta, cioè in purgatorio, oppure, come dice quella ( indica la porta, come se dietro ci fosse sua moglie), andare a farmi rompere le corna fuori di casa. Però fino a mezzanotte, perché se ritardo un solo minuto la strega mette il paletto nel portoncino.-

Tan.- Certo che non è vita, questa…-

Aga.- E cosa ti dicevo, prima? Che vita è mai questa? Il bagno è per me dalle sei alle sette, se sgarro mi tocca uscire senza essermi lavato; dalle sette alle sette e mezza, è di Lucia, che va al liceo; dalle sette e mezza alle otto è di Michelina e Tinuzza, che vanno all’elementare, e dalle otto, fino a che Dio vuole, è della sciattona. (pausa) Ora con quella sorta di cinquina secca sulla ruota di Palermo, che mi dette in sogno mio padre, buonanima, io avrei risorto tutta la situazione… e magari magari … (cenno con la mano per dire tanto tanto) e se ne risolvevo soltanto metà, per me sarebbe stato ugualmente il Paradiso… ma no, quella sorte cornuta e buttana, non l’ha voluto! Voglio morire, voglio morire ( si rimette a letto come sopra).-

Tan.- Hai ragione, è stata veramente un colpo di jella inaudita…-

Aga.- (rialzandosi) Uno solo? Diecimila colpi di jella insieme, contemporaneamente, in concorso di evento, all’unisono, sulla mia testa! Ma come? Ma come? E perché, perché?-

Tan.- Perchè chi nasce jellato, muore jellato, Agatino mio.-

Aga.- Si, hai ragione… sarà proprio così… E i debiti crescono… Mi feci prestare duecentocinquata euro da Pinu, l’usuraio, per giocarmeli secchi sulla ruota di Palermo, come mi raccomandò la buonanima – salute c’è qua – Ma  Pino tentennò, si fece pregare, alla fine mi disse: “Caro Agatino, mi devi già quattromila euro e sei ampiamente scoperto, e me ne chiede altri cinquecento? No, non ti posso più aiutare…” E sai cos’ era tutta la storia?-

Tan.- Cos’era? Dimmela tu.-

Aga.- E certo che te lo dico io, bestiazza. La storia era che quel maledetto usuraio voleva raddoppiare l’interesse. (sedendosi) Quando lo capii gli dissi: Va bene, quanto volete? “Beh- mi fa- facciamo che ti do le duecentocinquanta euro e tu, lunedì mi restituisci cinquemila euro tondi”. Era sabato mattina, la cinquina era fresca fresca, tu cosa avresti fatto?-

Tan.- Mi sarei giocato pure i maroni.-

Aga.- E così feci io… perlomeno così volevo fare, perché, prima di andare al lavoro, mi recai subito alla ricevitoria del lotto, ma trovai scritto sopra la porta: chiuso per sciopero. Miseria ladra! mi dissi, anche lo sciopero si ci mette?-

Tan. – Perchè hai qualcosa contro i diritti sindacali? Lo sciopero e’ sacro!-

Aga.- Lo so, lo so, scopristi l’America. Lo so, lo sciopero è sacro e inviolabile, ma perche’ proprio a ridosso della mia cinquina? (pausa, si alza) Bussai e don Vito, della ricevitoria, mi aprì e mi disse: “C’è sciopero, ma se il signor ministro molla e accetta le nostre richieste, può darsi che venga revocato.” Revocato? gli dissi, e allora fatemi una cortesia, io vi lascio i numeri per la giocata e i soldi. Se lo sciopero non si fa, voi me la giocate, altrimenti … pazienza.-

Tan.- Ma allora, come fù…-

Aga.- …e aspetta che premura. Dunque, dissi così e cosà,  ma quel vecchio rimbambito non si volle prendere la responsabilità di farmi lui la giocata! (scimmiottando don Vito) “Sai caro Agatino, io il favore te lo farei, ma se poi dimenticassi di giocartela questa benedetta cinquina - sai nella confusione, è sabato, con lo sciopero revocato- insomma non posso impegnarmi. Però, nel caso, se ti sbrighi, fatti vedere. C’e tempo fino a mezzogiorno”. E io feci il mio giro più velocemente che potei, feci…feci…feci anche…insomma, tu lo sai, la pubblicità a chi vuoi che interessi …-

Tan.- …e la gettasti nel cassonetto della spazzatura …-

Aga.-… esatto. Ma nonostante tutta la mia buona volontà, quel giorno tutti gli italiani avevano qualcosa da dirsi e da spedirsi: Avevo il borsone pieno fino a scoppiare, ero carico come un asino.( tormentando il fazzoletto) Si fece l’una e ancora dovevo completare il giro. Beh, pensai: in fondo lo sciopero è sciopero. Quindi andai a fare la spesa, pranzai, mi feci una piccola pennichella, e poi scesi giù al bar a prendermi un caffè. Entro nel bar, mi faccio la mia brava chiacchierata con gli amici, e poi ordino il mio caffè. Nell’attesa che il banconista mi faccia un caffè come dico io, mi reco in bagno per fare una lunga pipi’. E stavo proprio li’ li’ per terminare, quando dalla finestrella del bagno che da sulla stradella, vedo don Vito che appende i numeri estratti. E leggo nella ruota di Palermo, la mia bella, la mia adorata, la mia promessa cinquina, di quelle che capita una sola volta in tutta la vita – o della morte di un padre – che faceva bella nostra di se, là nel tabellone beffardo. E mi venne una sincope. Mi trovarono svenuto con le testa nella tazza del cesso. Voglio morire, voglio morire. (c.s.).

Tan.- Bella sfortuna, però …(non sapendo più che dire)-

Aga.- (saltando giù dal letto) Bella sfortuna? No caro mio quella è jella allo stato puro, anzi allo stato selvaggio! (pausa) E quando mi portarono, a braccia, a casa, quella sciattona (indica ancora la porta) non disse ai baristi: “ E chi fu? Che è ubriaco? Vuoi vedere che ora, oltre che scansafatiche e jellato, è risultato pure ubriacone?” (pausa, tormentandosi le mani)-

Tan.- Cose da pazzi. Roba da non credere, eppure succedono certe cose che uno potrebbe dire: impossibile!-

Aga.- Hai visto? Ed ora, ti rendi conto di cosa è la mia vita? Che sorte di malasorte ho addosso? Separato in casa, pieno di debiti e ancora nelle grinfie di quella strega! Capisci perchè voglio morire? -

 Tan.- E si. Condoglianze.-

                                                              

                                                             “  La lotta “

Personaggi:

Cosimo con un braccio……………………………………………………………boscaiolo;

Il Castagnazzo……………………………………………………………………….Castagno centenario;

don Alfio…………………………………………………………………………………boscaiolo.

Sulla scena è stato ricostruito l’interno di una casupola, nel cui lato destro si vede un grosso fusto di castagno.

Cosimo, un boscaiolo di mezza età, con un solo braccio perché  l’altro glielo ha staccato la sega circolare, sta sdraiato su una brandina, fuma e guarda il soffitto. Ad un tratto, la sua attenzione viene presa da una piccola fenditura che si intravvede nel soffitto. Egli si alza e la va ad esaminare attentamente.  

Cos.- Non è fuliggine, maledizione, non è fuliggine...e  nemmeno ragnatela. ( esamina ancora, tocca il soffitto, tasta la fessura) Questa è... questa è una crepa, una dannatissima fessura!  Malanova a me! ma guardate: parte dal castagnazzo e arriva netta netta, bella saettante, fino all'altro capo della stanza. Beddamatri, questa è una brutta, bruttissima faccenda. Come dire: l'inizio della mia fine. Ecco qua: Sono rovinato! ( Cosimo, sconvolto, scende giù da tavolo ) Sono rovinato.  Questa cosa così miserabile, così insignificante, così traditrice, ha il potere di sconvolgere la mia vita (passeggiando e riflettendo al alta voce). Questo significa che nel giro di pochi mesi, ma che dico! nel giro di pochi giorni, 'sta miserabile mi avrà spaccato la casa in due: pulita pulita! netta, netta!  Ed io come farò?  Non ho certo gli stessi anni di quando mi costruii questo delizio di casetta, - con le mie mani, portando il materiale dal paese fin quassù sulle spalle, come un mulo -. Non ho più la stessa forza, la stessa salute d'allora... eppoi, ammesso che ce la facessi  ancora, dove li prendo i quattrini? - dove li vado a trovare i soldi per costruire un'altra casa? Ma com'è successo, santo diavuluni, com'è stato possibile? - Il castagnazzo, non c'è dubbio, è il responsabile! E qui non ci piove! (sale di nuovo sul  tavolo, va a controllare la fessura).  Certo è lui! (scende e riprende a passeggiare). Castagnazzo del mio cuore, la situazione e veramente delicata, e volenti o nolenti, la dobbiamo esaminare  per trovare le responsabilità reciproche e le possibili soluzioni. Tu lo sai che sei il sostegno della mia casa, quindi della mia vita - che sono ormai la stessa cosa. Sai pure che ti voglio bene, che ti ammiro perchè sei forte, superbo, dritto, pieno di salute e di vigore. Ed è per questo che ti scelsi tra tanti. I tuoi pampini mi hanno protetto dalla calura estiva, i tuoi rami mi hanno dato riparo dalla neve e dalla grandine. Il vento, grazie a te, diventa brezza per me. Sai anche che sono fiero di te e che ti rispetto come rispetterei mio padre buonanima, il tuo ex padrone. Ma ora, guardiamoci in faccia! ora stai minacciando la mia casa e me stesso. Capisci? mi stai demolendo la  casetta che finora hai protetto. Ed io che faccio? che posso fare? posso restare a guardare impotente, il tuo tristo operato? Posso assistere, con le mani in  mano, a questo delitto, commesso, per di più dal mio  migliore amico? E che amico sei se mi scassi la  casa? Non sei più un amico! Allora mi sei nemico! Sei un'anima nera! un traditore! una cosa fitusa! (accalorandosi, per poi calmarsi) Certo, tu potresti dirmi…

Cas.- ( voce del Castagnazzo, molle, suadente) … E a te chi te lo disse di costruire la casa addosso a me? Bella schifezza che hai fatto Cosimo!  Bella schifezza! E adesso che pretendi? che lo paghi solo io il tuo errore?-

Cos.- Ma quale errore! Non ti lasciai un po' di gioco?-

Cas.- E vuol dire che fu poco. Non sai che gli alberi  crescono e s'ingrossano? E che noi castagni siamo piante secolari?-

Cos.- Scopristi l'America! E fu per questo che mi appoggiai, fiducioso a te: Confidavo nella tua protezione. E fu anche per buon augurio, sissignore! E, se sei onesto, devi ammettere che ti fece pure piacere.-

Cas - Piacere? Scoppiai dalla gioia! Eccome! Mi feci anche  più dritto per assecondarti; alzai i rami per non  infastidirti; e ammonii tutti intorno: Non disturbatelo! E si! Mi feci commuovere dal tuo gesto: il figlio del mio amato padrone cercava la mia protezione. - altrimenti avrei dovuto impedirtelo. Non fu saggio!  Decisamente non fu una cosa saggia! Devo ammetterlo.-

Cos.- Parole sante, Castagnazzo. E adesso che facciamo?-

Cas.- Questo non lo so proprio. Certo è, che me ne hai dette di tutti i colori, e che mi hai pure ripudiato per amico. Che scelta abbiamo? Quali soluzioni ci restano?-

Cos.- Poche castagnazzo: o tu oppure io.-

Cas.- Ma dici sul serio? (pausa) Francamente non pensavo proprio che questa storia ci potesse mettere l'uno  contro l'altro - accidenti!: La tua casa contro la mia  vita, se ho ben capito...-

Cos.- Perfetto! E non ci resta che batterci: io per difendere la mia casa, tu per non morire!-

Cas.- E ti sembra giusto? Non ci sarebbero altre soluzioni?-

Cos.- E quali? Io non ne conosco! Qua, ripeto, le cose sono due: o tu o io!-

Cas.- Ma ne sei proprio sicuro? Hai proprio deciso? Dev'essere per forza lotta?-

Cos.- Sicuro! deciso! e sentenziato! Lotta dev'essere!-

Cas.- E tu saresti il famoso "homo sapiens"?-

Cos.- Che dici castagnazzo! Non ti capisco! Che fai, per caso, lo spiritoso?  pensa, invece a preparare la tua anima - che è meglio - perchè domani inizierà la lotta.-

Cas.- Ma dai Cosimo, non essere impulsivo. Ragiona… consigliati con don Alfio, il tuo principale.-

Cos.- Quello capisce solo di segheria, non è un vero boscaiolo. Poi, a questo punto, c’è poco da ragionare: mi stai scassando la casa, quindi mi stai rovinando, per cui ti debbo abbattere per salvarmi!-

Cas.- Cosimo, pensa alla nostra amicizia! torna in te, ti prego.-

Cos.- Basta! Non essere patetico. Ed ora non c’è altro da dire!-

Cas.- Allora debbo pensare che per forza vuoi la lotta?-

Cos.- Sissignore. Lotta dev’essere e lotta sia!-

Cas.- E pazienza - lotta sarà...-

Con effetti luminosi e musica adeguata, l’attore, con una scure nell’unica mano,  dovrà mimare la lotta con castagnazzo. (potrebbe essere una coreografia per un ballerino) Tre minuti di effetti e poi su udrà un forte rumore, come d’un tronco che cade. Quando riprende la scena, illuminata da un occhio di bue, ci sarà Cosimo sotto il grosso tronco.

Cos.-  (dolorante) Castagnazzo, che m’hai combinato? Mi hai schiacciato.-

Cas.- Cosimo, mi dispiace.

Cos.- Mi hai conciato per le feste.…  Sono tutto rotto!-

Cas.- Sono proprio dolente, ma io non sto certo meglio di te. Mi hai abbattuto… sono finito. La mia vita è attaccata solamente ad un pezzetto di corteccia… e si sta alzando il vento. Che sciagura. Addio Cosimo con un braccio.-

Cos.- Addio? No, arrivederci, perché, se me la cavo, il prossimo anno, vedrò i tuoi virgulti di almeno due metri d'altezza.-

Cas.- Li avrei avuti se tagliavi il tronco dove avevi deciso prima. Ma hai voluto strafare, mi hai tagliato l'anima, ti sei portato via la vita. Per me è finita Cosimo.-

Cos.- (si ode un forte sibilo di vento, Cosimo grida) Castagnazzo no!-

Il tronco, sospinto dalla raffica di vento, coprirà del tutto l’attore. L'occhio di bue intanto si restringerà su di esso.  Pochi secondi e si spegnerà, mentre la sinfonia andrà di nuovo in sottofondo, senza terminare. Il tutto durerà un minuto, un minuto e mezzo. Quindi riprenderanno le luci con l'occhio di bue sul tronco del castagnazzo, dove sta seduto Alfio a destra. Fine musica.

Alf.- ( come se parlasse con qualcuno che non si vede in scena, o agli spettatori) ... a voi sembrerà chissacchè, ma i boscaioli dicono che quel giorno, per tutta la montagna, si udì' l'eco di un forte urlo, come se fosse il grido di un gigante - dicono. E forse era il Castagnazzo che urlava acute accuse alla natura e folli implorazioni al cielo. (intanto si alza e incomincia a uscire dal cono di luce). E quando scoprimmo il fatto (accenna al tronco), qualcuno fece notare che il tronco era contorto, quasi avvitato su se stesso.  E questo - dicono - perchè il Castagnazzo aveva  tentato, fino all'ultimo, di schivare Cosimo con un  braccio.  - dicono. Mah, chissà... si dicono tante cose... si dicono ( e  lentamente esce dal cono di luce e dalla scena).-

Musica che riprende per mezzo minuto e luci che calano.

Fine.

 

    

                                          “Giugnetto, barelliere di i^ classe”

Personaggi:

Giugnetto………………………………………………………………barellieri di 1^ classe;

Modesto………………………………………………………………. Professore e luminare.

All'apertura del sipario c'è un uomo in camice bianco sgualcito e macchiato, appoggiato al muro, vicino alla barella, che si pulisce le unghie: E` Giugnetto, barelliere di I^ classe, permalosetto e un po’ credulone. Squilla il telefono.

Giu.-  Hai voglia di squillare, io non ti rispondo, perchè sono barelliere, non telefonista. Ho una qualifica io. ( sempre impassibile) Io sono qui, pronto a tutto, pronto agli ordini del Primario, l’illustrissimo professore Scecconi. (poi come se si rivolgesse a qualcuno fuori scena) Sono sempre sul pezzo-io! E qui ognuno dovrebbe fare il proprio lavoro (gridato verso l’interno), invece...no!  Ecco, per esempio: il telefonista dovrebbe stare qui, invece  è a giocarsi la schedina; l'altro barelliere bada all'ossigeno del nr 40, al posto dell'infermiere addetto, che è andato a casa del professore Scecconi a  riparargli il rubinetto del bagno; L’infermiere capo Ingrassia è assente… per motivi famigliari; il dottor Saccuni  invece di stare al reparto è a farsi una visita  domiciliare a pagamento... e anche Scecconi, il primario, per la verità, passa più tempo presso il suo studio  privato che qui in ospedale... E intanto  va tutto a  rotoli.  E` uno sfascio! ASL? e che vuol dire? vuol dire: lavoratori sempre assenti! E gli ammalati? Ma perchè ci sono pure loro? e cosa c'entrano 'sti scocciatori? (breve pausa)  Santa pazienza... Eppoi oggi, per completare l’opera, ci voleva anche questa benedetta visita fiscale, e con Ingrassia assente, è toccato a me, il fesso della situazione, di fare il piantone, anzi la sentinella, pronto a ricevere il grande professore, il luminare della scienza, accademico dei lincei, vicepresidente  dell'ordine dei medici, eccetera eccetera - che sta per arrivare,  per fare sta benedetta visita fiscale al commendatore Sansevero… così non va in carcere- si dice in giro. Certo il mio contratto sindacale non prevede questo incarico, ma per il primario ... ma pazienza… sono tutti assenti meno io! –

Suona di nuovo il telefono, questa volta Giugnetto, sia pure con riluttanza risponde.

Giu.-  Prontoooo… Ah, il barbiere che deve sbarbare Sansevero? No non è arrivato. Come? sta per arrivare? Ed io qui sto, sul posto, in attesa, appena arrivo lo inoltro...  (Suona il citofono, Giugnetto, lascia il telefono e ancora più riluttante, borbottando, risponde) ci voleva anche la portineria: Pronto, che vuoi?  C’è uno venuto per il commendatore Sansevero... (guardando fuori) Ah, lo vedo, è il barbiere, fai passare. (chiude il citofono).

Entra in scena il professore Modesto, porta la ventiquattrore.

Modesto: Buon giorno, sono Modesto, il professore Sceccono?-

Giu.-( sottovoce) E chi se ne frega se sei modesto. ( poi ad alta voce) Prego Scecconi, professore Scecconi, è il  primario, che è occupatissimo. Ma voi dovete andare da Sansevero… (Modesto annuisce) Vi serve qualcosa?. -

Modesto- Non vi disturbate, per quello che debbo fare mi basta che mi portiate direttamente da Sansevero.-

Giu:- …portare per piacere…-

Modesto:- … per piacere, certo.-

Giu:- Allora seguitemi.-

Modesto: -Grazie.-

Giu:- Prego… (armeggia come se chiamasse l’ascensore, nell’attesa parla) Vedete, senza offesa per i barbieri, ma io non mi faccio forte coi deboli e debole coi forti. Dovete sapere che qui, nessuno, dico nessuno, mi chiede qualcosa per favore. (poi permaloso) Giugnetto, fai questo, Giugnetto di là, Giugnetto di là… insomma, io sono barelliere di 1^ classe e non fctottummo. Ora mi tocca accompagnare voi dal commendatore – truffatore; poi, dovrò ricevere un certo professorone, sempre per Sansevero, che viene per la visita fiscale… (parlando confidenzialmente) Sapete quel commendatore è piantonato qui perché, per non andare in galera, si finge ammalato… il professore Scecconi gli ha trovato una bella malattia adatta, ed eccolo qua a fare il pascià. Ma qualcuno, là, al tribunale ha mangiato la foglia e ha chiamato quel professorone. E speriamo che l’incastri.-

Modesto- Ma davvero?-

Giu.- Già lo spero: sapesse com’è antipatico, com’è esigente con noi… come se fossimo ai suoi ordini.-

Modesto- Ma il primario?-

Giu.- Quello? Quello è nel libro paga di Sansevero, costruttore, corruttore, evasore. Eh, caro il mio figaro, le cose si sanno… la gente mormore… e i giudici fanno il resto. Senonchè…-

Modesto- Senonchè, ci sono gli Sceccono a proteggerli.-

Giu.- Scecconi, prego! Comunque, sante parole.-

Modesto- Ma state tranquillo, non tutti i medici sono come Scecconi… sapete? Ho l’impressione che il vostro Sansevero, oggi passerà una brutta giornata.-

Giu.- Sssi, va bene, e che gliela fate passare voi, barbiere? Che gli fate uno sfregio in faccia?-

Modesto- No, lo rimando in galera!-

Giu.- Bum! Un barbiere che si è montato la testa. Solo il professore Modesto, il luminare potrebbe fare tanto.-

Modesto – E quello sono io.-

Giu.- Voi… il luminare che aspettavamo?-

Modesto- Già proprio io.-

Giu.- Non vale! Doveva arrivare prima il barbiere, dopo voi. Uffa, oggi è la giornata delle cose storte… Sono un barelliere sfortunato io. Mammaggia a me!-

Modesto- E non vi avvilite, che sarà mai...-

Giu.- Già, voi mi dite : Giugnetto non vi avvilite. Ma voi non sapete quant’è grande la mia sfortuna: Pensate, stamattina Ingrassia, il capo sala, nonché mio futuro suocero mi telefona e mi dice: “Giugnetto, sto per diventare nonno”. Complimenti, gli dico, sua figlia Giulia sarà contenta. “No”, mi fa lui, “ non è mia figlia Giulia che sta per diventare madre, ma mia figlia Clara”. Clara? Accidentaccio, dico io!-

Modesto- Perché accidentaccio?-

Giu.- Perché Clara è la mia promessa fidanzata ed io, garantito, non sono il padre del nascituro, ecco perché!-

Modesto- Cose che capitano, caro amico. Poi, ve l’assicuro, voi siete un inconsapevole mezzo eroe.-

Giu.- Un inconsapevole mezzo eroe ospedaliero?-

Modesto- (solleticando la sua vanità) Di più! Un inconsapevole mezzo eroe della società civile (gli batte sulla spalla). Ed ora, per piacere, andiamo da Sansevero; poi, se non vi dispiace e sempre per piacere, accompagnatemi dal vostro primario.-

Giu.- Gli farete la… (furbescamente) barba pure a lui?-

Modesto- No, a lui… barba e capelli!-            

Escono a braccetto come se entrassero in ascensore.

 

                                                   “ Due santi e un ragazzo”

 Personaggi:

Un ragazzo…………………………………………………………………………….in crisi;

Santa Caterina……………………………………………………………………… in effigie:

San Gennaro………………………………………………………………………….in effigie.

Sulla scena viene ricostruita una scenografia, molto schematizzata di interno di una chiesa, essa è avvolta nella penombra e nel silenzio più assoluto. Nelle pareti laterali, su piccoli piedistalli vi sono due statue: Santa Caterina e San Gennaro.  Parte una musica, e dall'ingresso principale - che si spalanca lentamente - in controluce, entra un giovane adolescente, che, lentamente, si porta al centro della navata centrale e, in piedi, resta in raccoglimento.

Ragazzo: - …ma, infine, che vita è mai la mia? Tradito da tutti: genitori, ragazza, amici…nessuno escluso. Cosa vivi a fare? Per che cosa? Tu ci hai insegnato che bisogna amare il prossimo nostro- gli altri - ma non ci hai detto cosa dobbiamo fare  se questi rifiutano il nostro amore. Cosa possiamo fare, allora? Lo chiedo a te! (pausa) Io ho dato tutto il mio amore di figlio, poi quello d’innamorato, infine ho cercato di amare tutti gli uomini, e cosa ne ho ricavato? Tradimenti, menzogne, illusioni. Ma perché sono nato? Perché m’hanno messo al mondo? Solo per soffrire? Lo sai vero? I miei genitori si sono separati e se ne sono andati ognuno per i fatti propri, infischiandosene di me, che ancora ho necessità d’essere aiutato – almeno fino alla laurea. La mia ragazza mi ha piantato per un aspirante attore. I miei amici, sono tutti ipocriti e buffoni e nessuno mi ha teso una mano. Che faccio allora? Dimmelo tu! Perché, io, la finirei oggi stesso con questo mondo falso e ipocrita...-

 

Cenno d’intesa tra le due statue, che si sono animate man mano che il ragazzo parlava, quindi Santa Caterina parla a San Gennaro – naturalmente il ragazzo non sente nulla e resta come in raccoglimento.

Caterina: - Gennaro e qui bisogna fare qualcosa per questo ragazzo.-

Gennaro: – E cosa possiamo fare noi?-

Caterina: – Non lo so, ma qualcosa bisogna pur farla… inventiamoci un’idea, ma dobbiamo aiutare questo ragazzo prima che commette qualche gesto inconsulto.-

Gennaro: – Esagerata. Poi, Caterina mia, noi siamo santi e, perdippiù, vissuti centinaia di anni fa, cosa ne sappiamo di questo mondo moderno? E quindi, che aiuto possiamo dare a questo guaglione?-

Caterina: – Te l’ho detto: inventiamoci qualcosa… ecco, per esempio, perché non vai al confessionale e lo confessi, con questa scusa potresti tentare d’alleviare il suo dolore; possibilmente facendolo parlare, sfogare, e magari, poi, potresti dargli qualche consiglio…-

Gennaro: – Ma tu mi vuoi inguaiare? Che consiglio posso dare io ad un giovane del duemila?-

Caterina:- I giovani in fondo sono uguali in tutto il mondo e in tutte le epoche. E’ in crisi e noi dobbiamo alleviare le sue pene e, possibilmente, farlo desistere da eventuali propositi funesti. Dai, vai in confessionale che io tento di mandartelo.-

Gennaro :– Sei capa tosta. Caterì. E levati dalla testa quei pensieri cattivi…qui non si farà male nessuno. Comunque, va buono, facciamo come dici tu e speriamo in…Dio.-

Gennaro scende dal piccolo piedistallo, si siede su una sedia e si mette la stola. Caterina scende e va verso il giovane. Sempre musica adatta.

Caterina:- Sia lodato Gesù Cristo. ( e intanto si affaccenda come se stesse accendendo candele. Il ragazzo la guarda appena) Giovane signore, mi aiuterebbe ad accendere quelle candele in alto?-

Ragazzo: - (malvolentieri esegue) Ecco fatto, sorella.-

Caterina: – Grazie…(continuando le sue faccende) Giovane signore, se desidera confessarsi, lì c’è padre Gennaro.-

Ragazzo :- No grazie.-

Caterina:- Come desidera… però, sa, padre Gennaro è di una saggezza tutta speciale, s’immagini che ieri, proprio a quest’ora, ha confortato una ragazza che si voleva buttare dalla scogliera. E lo sa? Quella ragazza ci ha rinunziato.-

Ragazzo: -  Ma davvero… (ironico)-

Caterina :– Davvero. Se lei vuole…-

Ragazzo :- Non ora, comunque grazie lo stesso sorella. Ed ora mi scusi, ma debbo andare.-

Caterina: – Peccato… comunque sa? mi dispiace per i suoi genitori, si sono separati, chissà che dolore…-

Ragazzo:-  Per chi? I miei genitori? E lei come lo sa? Eppoi che cosa le importa? - 

Caterina: – Nulla, nulla, mi scusi. ( fa per allontanarsi)-

Ragazzo: – Un momento sorella…( tenta di parlarle)-

Caterina :– No, no, parli con lui. (indica Gennaro) Io debbo preparare per la messa. (esce)-

Ragazzo: – Con lui? (dubbioso, poi deciso) E va bene, cosa ci rimetto.-

Il ragazzo si avvicina a Gennaro, poi prende una sedia e si siede accanto a lui.

Ragazzo: – Allora frate, come fa quella monaca a sapere i fatti miei?-

Gennaro: – Mah, mistero caro figliolo, cose che solo il cielo sa - cose… da santi.-

Ragazzo :– E non potrei saperlo anch’io… in fondo sono solamente l’interessato (ironico).-

Gennaro: – Le vie del signore…-

Ragazzo: - …sono infinite (con sopportazione)-

Gennaro: - …ma se vuoi parliamo.-

Ragazzo: -  (prima riottoso, poi quasi con decisione) Và bene, siete tutti uguali voi religiosi. (quasi tra se) Poi, in fondo cosa ho da perdere? Tempo? ne ho anche troppo. (breve pausa) Di cosa dobbiamo parlare frate?

Gennaro :– Né guagliò, io sono Vescovo.-

Ragazzo: – Allora, Vescovo, di cosa parliamo?-

Gennaro: – Comunque puoi chiamarmi semplicemente Gennaro. Vediamo un po’: che ne diresti di parlare del Napoli?-

Ragazzo:-  Del Napoli? Vuoi dire della squadra di calcio del Napoli?-

Gennaro – Certo del Napoli, che ti fa schifo?... di Maradona…-

Ragazzo: – Ma dove vivi Gennarino? Maradona non giova più col Napoli da almeno vent’anni.-

Gennaro: – E’ ‘o vero?-

Ragazzo: – Garantito.-

Gennaro: – Si vede che mi sono perso qualcosa in questi anni…-

Ragazzo: - (divertito) E mi pare di si. Ma tu te ne intendi di Calcio?-

Gennaro: – E come no. Devi sapere che io sono il primo tifoso del Napoli e nume tutelare della società partenopea e  della Città.-

Ragazzo:- Bum! L’hai sparata grossa, Gennarino.-

Gennaro: – ‘O vero. Comunque il Napoli è sempre nel mio cuore.-

Ragazzo: – Io invece tengo per il Catania, e gli voglio bene – assai.-

Gennaro: – Mai quanto il bene che ho io per il mio Napoli.-

Ragazzo: – No, mi dispiace, ma tu non puoi averne di più di quanto non ne abbia io, per il Catania. Figurati, io sono stato giocatore nella giovanile.-

Gennaro – Sei un giocatore? E perché non me lo hai detto prima? Io per i calciatori tengo sempre pronte tre assoluzioni: Una per quelli che si pentono e l’altra per quelli che non si pentono...-

Ragazzo – E la terza?-

Gennaro – Quella è per i fessi come te!-

Ragazzo – Bella questa. E perché?-

Gennaro – Perché è un’assoluzione speciale, diciamo una specie di condono – che oggi è di moda - per i peccati pensati e non attuati. Giuvinò, prenditi st’assoluzione e vai in pace.-

Ragazzo – Ce ne sono matti in questa chiesa, vero? Tu, quella monaca…-

Gennaro:-  … e tu.-

Ragazzo:- Io? E perché?-

Gennaro:- Perché pretendi di sapere tutto e di giudicare tutti. Compreso i tuoi genitori, i loro amori… e la tua ex ragazza.-

Ragazzo: – Ahò, e cos’è ‘sta storia? Tu e quella monaca lì, sapete i fatti miei?-

Gennaro: – Solo ‘nu pocherillo. Come ti dicevo, sappiamo dei tuoi genitori, che stanno divorziando – e meno male, perché altrimenti si scannerebbero a vicenda. E sappiamo anche di una certa ragazza che ha preso una sbandata per un attore, ma che ora le sta già passando e vuole tornare con te. E sappiamo di un cocciutello ragazzino che si crede un martire, invece è solo un adolescente che si sta affacciando alla vita.  -

Ragazzo: –  Gennaro, adesso mi spieghi tutto.-

Gennaro: – Tutto?-

Ragazzo: – Tutto!-

Gennaro: – Ma proprio tutto?-

Ragazzo: – Proprio tutto.-

Gennaro: – E non ti impressionerai?-

Ragazzo: –Non sono un bambino.-

Gennaro :– Questo lo dici tu. Allora, sentimi bene e non m’interrompere, sennò mi perdo: allora, devi sapere che in questa chiesa ci sono due santi: Santa Caterina e San Gennaro, il quale sarei io…-

Ragazzo: – (divertito) …e Santa Caterina è la monaca…-

Gennaro: - …esattamente.-

Ragazzo – E io dovrei crederti? Ma che sono scemo?-

Gennaro :– Nu poco, solo nu poco. Allora noi siamo quelle statue lì (accenna le pareti), ma qualche volta scendiamo qui…(entra Caterina)-

Ragazzo: – E io sono quello lì in croce, e qualche volta scendo qui.-

Gennaro e Caterina all’unisono: -Scostumato! -

Gennaro: – Catarì dagli una dimostrazione.-

Caterina: – Con grande piacere.-

Caterina va al centro della scena e fa degli effetti di luci e di rumori, a scelta della regia, sbalordendo il ragazzo. Quando finiscono gli effetti, Caterina e Gennaro, sono di nuovo statue.

Ragazzo: -(che si era coperto la testa con il maglione, togliendoselo piano piano, e vedendosi solo) Oggi ho le traveggole! (è confuso, non ricorda ciò che è successo prima, quando parlava coi santi. Poi si guarda ancora attorno) Mi è sembrato che quelli lì… (accenna ai santi) credo che… mi abbiano parlato… Ma no, sto diventando veramente scemo… Ma, in effetti forse … ma va’, meglio che entri a scuola (guarda l’ora) prima che chiudano il portone… Addio… e, comunque… grazie. (cenno di saluto ai santi, esce di corsa)- 

Fine

                                        “Una questione da discutere”

                   

Personaggi:

Calogero……………………………………………un anziano quasi filosofo:

Una donna vestita di nero…………………………. Immaginate un po’chi è.

Sulla scena s’immagina uno scorcio di giardinetto di una casupola con un albero di fico sulla destra.

Sulla sinistra c’è Calogero, un anziano di circa settant’anni, che si apparecchia il suo desco per desinare. Egli canticchia una canzone in voga, oppure si sentirà una musica adatta.

Un minuto ed entra in scena da dietro il fico, dove si vede una staccionata e un cancelletto, una donna in nero. E’ la morte. Il regista la rappresenterà secondo il suo talento.

Calogero non se ne avvede subito, ma quando la vede resta sorpreso.

Cal.- (impacciato) Buon…buongiorno signora, scusate, non vi avevo sentita entrare. Cosa posso fare per voi? Una riparazione di scarpe?  (la donna fa cenno di no col capo) No? Forse una pentola da stagnare? Niente? E allora? Scusate… ( la donna apre il mantello e si mostra) Ma voi chi siete? Io non vi conosco…cosa volete? (intanto, guardandola meglio la riconosce) Ma voi…ma voi siete…sareste…(la donna annuisce) Che stupido! Avrei dovuto riconoscervi subito. ( la donna gli fa cenno di seguirla) Andiamo? (la donna annuisce) dobbiamo andare? (la donna fa cenno di si) Dovremmo, semmai. (la donna fa cenno che è ineluttabile) Un momento, un momento. Calma. Ragioniamo (scandisce le parole). Suvvia sedetevi (quasi supplichevole e la donna si siede) Ecco, così va bene. State comoda? (la donna fa cenno di si) Sono contento. Vuol dire che io mi arrangio con questa. (prende la sedia sgangherata e si siede. Durante il proseguo del monologo, l’attore avrà la possibilità di fare dei movimenti scenici a soggetto) Dunque, a noi! (poi conciliante) Sentite, cara signora, voi dovete aver pazienza, ma la questione è da discutere, eccome! Perchè, quando c’è  in ballo la vita, il parere degli interessati è  importante, anzi, importantissimo; e voi non potete non tenerne conto. Perchè, se  così fosse, il vostro che mestiere sarebbe? Tutti potremmo dire:” Beh, oggi faccio la Morte, tanto vado, prendo il primo che mi capita e buonanotte!” Evvero? Ma invece la cosa non è così semplice – eh, nevvero?

Vedete, per me il vecchio detto popolare secondo cui la Morte è capricciosa è sbagliato. Sbagliatissimo!

Capricciosa – ma quando mai …Per me voi siete di una serietà, di una compostezza, di una dignità, direi unica. No! E’ tutto sbagliato. I proverbi non ci azzeccano.

Fare la Morte…ssi…e che vi pare? (accenna a ipotetici ascoltatori) Fare la morte… Ma fare la morte è assumersi grandi responsabilità, è prendere gravi decisioni – in fondo è giustizia! E questo, in confidenza, non è di tutti, nevvero?(pausa e intanto la guarda per vedere un cenno d’assenso) Ed ecco, quindi, perché  nell’espletamento del vostro gravoso compito, per una questione di correttezza, oserei dire – professionale, voi avete il dovere di sentire gli interessati. Nevvero? (la donna resta impassibile) E allora sentite me!

In primisi in primisi, quando nacqui, ero settimino, quindi avevate tutto il diritto di venirmi a prendere. Invece non lo faceste. Perchè? eh, qui mi dovete una chiara risposta!

Secondo: Ho fatto due guerre, di cui una mondiale: sono stato due anni al fronte, fui ferito, per poco non congelai – laggiù in Russia, e voi niente!

Terzo: Ritorno a casa, trovo mia moglie buonanima a letto con l’amante, il quale, per paura mi spara, mancandomi, e voi niente! (la donna resta impassibile) Continuiamo? (la donna fa cenno come per dire: come vuoi).

Quarto: Ebbi la peritonite, fui nelle vostre mani per vari giorni. Vi attendevo di ora in ora, ma voi niente! “nisba” ! nein! – non c’eravate!

Ora che mi sto godendo la vita con una vecchiaia serena, senza problemi, in pace col mondo e con me stesso, ora venite voi e mi dite: “Calogero Buscemi, andiamo!”

E no, cara signora, mi dispiace, ma non ci siamo. Questo non sono discorsi degni della morte- nossignore! Questi sono ragionamenti da uomini, perché  noi uomini siamo frivoli, vanitosi, stolti e sciocchi: mentre voi siete seria, austera, solenne!

Ma, insomma, abbiate pazienza, mi volete spiegare perché  dovrei lasciate tutto e venire con voi? Per gli anni? Ma quelli non sono poi tanti. Per la salute? Eh, mia cara, quella e’ ottima. Perchè  è  giunta la mia ora? Ma quale ora? Chi l’ha detto? Perchè? Abbiate pazienza: dico io, se quest’ora fu segnata fin dalla nascita, che senso avrebbe allora l’istinto di conservazione? Se la pallottola che mi fu sparata non era quella giusta per morire, perchè  me la feci addosso? E mi dite, di grazia, perché  se un automobile mi sfiora, dall’interno mi salgono milioni di spilli sulla pelle? Infine, perbacco, perché  gli uomini vi temono? Ecco, se mi dite perchè, fine della discussione, prendo fagotto e vi seguo. (aspetta pazientemente una risposta che non arriva)

Non mi rispondete? E allora vuol dire che ho ragione io: Ci vuole il consenso degli interessati!

E’ naturale – dico io. (breve pausa) Voi venite, si discute la faccenda, si vagliano le situazioni, si danno i pareri, e dopo le necessarie valutazioni, si procede, con prudenza, verso un giudizio decisionale – meglio se non vincolante. (attende una risposta)

Non siete d’accordo? No? Beh, allora che posso dirvi? Mi dispiace, avete fatto un viaggio a vuoto, perchè, cara signora, io non sono, diciamo così, disponibile per il momento. Pazienza, che volete farci? ( sia avvia verso il cancello, per accompagnarla fuori) Vuol dire che ve ne ritornerete senza di me – da sola. Certo, un giorno o l’altro ci rivedremo – sicuro, sicuro – ma quel momento arriverà quando avrò dato (breve pausa) il mio consenso!

Statevi bene, signora, e…senza rancore. (apre il cancelletto).-

La donna dopo essersi alzata, fa un leggero inchino, e si avvicina al fico. (musica adatta) Quindi si siede sulle pietre poste sotto il tronco, assumendo una posizione d’attesa. Calogero la guarda sottecchi, per controllarne le mosse, poi, quando si assicura che la donna se ne sta tranquillamente seduta, entra in casa, prende un fiasco di vino e dei bicchieri e li dispone sulla tovaglietta del tavolo, apparecchiandosi la mensa. Appena terminata l’operazione, si siede con la faccia verso la donna seduta.

Cal.- Scusatemi signora, ma se non vi dispiace, io vorrei consumare il mio modesto e frugale pasto, qui, all’aperto. Vi do  fastidio? (la donna fa cenno di no) Grazie, grazie assai, siete veramente gentile. (la donna fa un leggerissimo inchino) Vedete signora, noi uomini abbiamo grossi difetti e tante piccolissime debolezze. Io, per esempio, con una bella giornata di primavera, come questa, non resisto alla tentazione di pranzare all’aperto. Faccio male a qualcuno? No evvero? (la donna annuisce, Calogero fa una breve pausa) Volete accomodarvi alla mia modesta tavola? Senza complimenti, favorite. Vi prendo una sedia anche per voi? Eh, ve la prendo? (la donna fa cenno di no) E a me dispiace. Veramente mi dispiace vedervi seduta su quei sassi. Cosa direbbe la gente di me? Calogero Buscemi quando venne a trovarlo la Morte, non le dette neanche una sedia per sedersi comodamente. Passere per villano! Non accettate? (cenno negativo della donna) proprio no? Come volete voi. Allora buon appetito.-

Calogero inizia a mangiare, mentre la donna si alza e gironzola per l’orto, curiosando qua e là, sempre tenuta d’occhio da Calogero. Musica adatta. Il vecchio tenta anche di offrirle del vino che la donna rifiuta con un garbato gesto. Quando Calogero avrà terminato il suo pasto, si alzerà  e si siederà sotto il fico, appoggiato al tronco.

Cal.- Col vostro permesso, signora, vorrei  distendermi sotto il mio fico. Sapete, i vicini credono che io dorma, invece io medito, penso, rifletto  e, perché  no? anche fantastico.-

La donna gli sorride e si dirige, lentamente, verso il cancelletto. Lì giunta, fa un gesto di scatto, come se volesse avvolgere nel mantello nero e Calogero, che si stava assopendo, fa uno scatto e urla.

Cal.- Ahi! Botta di sangu! Mi ha punto una vespa! (dimena le gambe) In questa stagione sti  insetti sono veramente fastidiosi, molesti! Poi questo doveva essere quanto o “ Liotru”; mi è sembrato di sentire le sue zanne entrare nella mia carne. Bonu va’, ho finito di pensare…fine della meditazione…mi sta venendo un sonno dolce dolce …mi sento la palpebra pensantissima…e va’ bene, Calogero Buscemi, fatti sta panzata di sonno e futtatinni!-

Calogero si assopisce, piega la testa e lascia andare le braccia lungo il corpo. La donna resta immobile vicino al cancelletto. Luci che cambiano. Poi con un movimento dolce del mantello, Calogero si sveglia, la guarda meravigliato, si alza a fatica, si pulisce i pantaloni, e, quindi, lentamente si avvia verso la donna. Giunto al cencelletto, lo apre e, galantemente le cede il passo. La donna esce e Calogero, lemme, lemme, la segue, intanto dà un’ultima occhiata al suo giardinetto e fa un gesto, come dire: Ti debbo lasciare, e pazienza…

Fine

                                                      “ Il poeta”

                                                         

Personaggi:

Il vecchio…………………………………………………………….. Poeta;

Paolo………………………………………………………………….. Giornalista

Seduti su una panchina di giardino pubblico vi sono un vecchio poeta e un giovane giornalista che si chiama Paolo.

Poeta: (declamando) Ero solo, aspettai a lungo la Vita, ma quando giunse era in compagnia della Morte.-

Paolo: Bella, molto bella, anche se un po’ pessimista… manifesta il suo stato d’animo…

Poeta: Eh, si! Comunque ti piace? (Paolo annuisce) Sono contento… ora che ti ho esaudito, lasciami… andare… a fare ciò che debbo.-

Paolo: Deve proprio?-

Poeta: Paolo, cerca di capire il mio gesto. Ascoltami bene, forse mi darai ragione: la mia vita è stata tutta malinconia, solitudine e vuoto attorno a me. In gioventù pensavo a grandi imprese, ma mi scoppiò sotto la guerra europea; nella maturità osai coltivare una speranza di sprazzi luminosi e mi rovinò addosso la guerra mondiale. Poi d'un tratto, mi sono trovato vecchio e solo. Unico conforto: la Poesia.     Questa vita mi ha defraudato moltissimo. E non è ancora finita: ora mi sta derubando anche dell'ultima sua parte: la vecchiaia. (pausa) Sai Paolo, mio nonno era veterinario e mi insegnò tantissime cose: a cavalcare, a pescare, a cercare funghi ed erbe commestibili, a riconoscere le stelle, a stabilire l'ora guardando il sole, a fare   zufoli. Insomma imparai molte cose, anche a conoscere  gli animali ed ad amarli. In quel tempo ci capivamo io e mio vecchio nonno. (pausa) Ma oggi i tempi sono cambiati. Chi siamo noi vecchi?  Siamo poveri relitti umani sbattuti dalle onde    ribollenti di questa esistenza. Siamo inutile peso per la società, fastidio e impedimento per molti. Spesso, mi pare di vedere nello sguardo degli uomini un muto rimprovero per la pensioncina che ancora ricevo, è come se mi dicessero: Ma come sei ancora vivo? (pausa) Paolo, i vecchi non hanno più niente da insegnare a ai giovani di oggi. Ciò che sappiamo o non li interessa o è già sorpassato. Poi non parliamo più la stessa lingua, non ci intendiamo più. No, i ragazzi non hanno nulla, ma proprio nulla da imparare da noi. Eppoi le professioni, i mestieri non sono più gli stessi. I giovani, ora, imparano dai cosiddetti Mass-media che li informano, li impegnano, li usano, li violentano e talvolta anche li uccidono.  Si, è vero, oggi si tenta di recuperare il vecchio; adesso lo chiamano anziano; hanno inventato la terza età' - e forse anche la quarta; hanno fatto anche dei sindacati – figurati; ma caro Paolo, non si può recuperare quello che si è irrimediabilmente perduto: la saggezza!  La saggezza del vecchio nonno, della zia anziana, dell'amico vegliardo. Se è rimasto un rapporto dei giovani con gli anziani, se questi lo dispongono, è solo quello del denaro - specie in questi tempi.-

Paolo: Caro Poeta, sentirsi inutili capita a tutti. Mi sembra troppo pessimista..-

Poeta: Forse, forse. Ma tu sei giornalista. Bene, allora prova a parlare con altri vecchi, sentirai cosa avranno da dirti. Ma ti prego, non intervistare i vecchi-bambini...-

Paolo: I vecchi-bambini? Forse non ho capito bene.-

Poeta: (con pazienza) I vecchi bambini, secondo me, sono quei vecchi che hanno trascorso la loro esistenza, senza averla vissuta. La vita gli è scivolata via, sulle spalle, senza che essi se ne siano accorti: quindi restando, bambini nello spirito, bambini nel carattere, nel comportamento. Ti faccio un caso: Ti è mai capitato d’essere in coda alla cassa di un supermercato e d’aver incrociato un vecchio che cerca di eludere la fila? Ebbene quello è il classico vecchio-bambino. E, sicuramente avrai notato, qualche volta, un vecchio che si atteggia a giovincello- velleitario? oppure, peggio, magari occhieggiando una ragazza, come se potesse fare con lei chissà che cosa? Quello è un altro tipo di vecchio-bambino. Comunque, tornando al discorso: Facendo il servizio, faresti un'interessante esperienza, amico mio, e forse prenderesti il Pulizer. (vedendo che Paolo sta per protestare) Va bene, scherzavo. (breve pausa) Certo, non lo nego, qualche vecchiaia diversa ci sarà, le eccezioni ci sono sempre, ma per la generalità... ( allarga le braccia come per dire: E` così!)-

Paolo: Qualche servizio simile l’ho già fatto. Una volta andai in un Asilo… cioè in una struttura per anziani e vi trovai una signora ricoverata, una donna ancora in gamba, colta, che in quel momento, figurati, stava leggendo Bertrand Russell, la quale mi fece un bel quadretto della loro situazione: Disastrosa!-

Poeta: Quindi adesso mi capisci meglio? (breve pausa) Come ben sai io non ho famiglia, e allora mi ricoverai in una tale struttura, come tu la chiami, e ti posso dare la mia esperienza di prima mano in qualità di… (tono altisonante) ospite parzialmente pagante. Ti potrà servire professionalmente. (breve pausa) Sapessi…Tutti i giorni, me ne stavo per ore seduto su una poltrona; in una stanza che dividevo con un altro “ospite”, in un ospizio che condividevo con altre cento povere creature;  ebbene, prova ad immaginare te stesso, al posto nostro  - al posto mio -  ancora nel pieno del mio vigore intellettuale e creativo, affossato in quello... stavo per dire lazzaretto, ma sarei ingiusto verso le religiose che pazientemente ci  accudivano. Per rispetto nei loro confronti, sarebbe bene dire: ricovero per vecchi poveri;  ancora un lapsus: volevo dire: geriatrico, è più elegante, abbandonati dai propri congiunti – che si lavano la coscienza facendo le loro sporadiche visite -  lasciati in mezzo alla sofferenza e, qualche volta, alla disperazione o alla pazzia dei compagni più sfortunati;  pensati come oggetti ingombranti; con la sola visione  della libertà attraverso la morte, che avviene in forma  riservata, silenziosamente, di notte, per non turbare gli ospiti; e questo disagio, questa sofferenza, questo patire, questo morire! di tutti noi- giorno dopo giorno,  monotono,  incessante, senza scampo, -ineluttabile! (pausa)  Ci pensi tu, Paolo? Lì per me, per noi, non esisteva neppure uno sprazzo appena accennato di speranza.  Lì c'era disperazione! Il mio compagno di stanza era diventato quasi ebete, e trovava un solo conforto: prendermi la mano e tenermela ben stretta nella sua (pausa)  Sai? ebbe questo bisogno dall’ultima volta  quando vennero a trovarlo i suoi figli, e litigarono per la quota parte di non so che cosa. Lui, senza che quelli se ne accorgessero, si alzò, venne da me, in silenzio, mi prese la mano e da quella volta non ha più parlato.-

Paolo: Certo in quelle condizioni…-

Poeta: (pensoso) Sai, era una persona mite ed era anche lui un poeta, e nel suo ambiente lo chiamavano " U Fruscagghiaru",    cioè colui che non produce nulla, solo fumo di trucioli di legno, in dialetto: fruscagghi. Nei primi tempi gli inservienti gli dicevano: Caro Professore - lo chiamavano  così, ironicamente perché scriveva - gli uomini vogliono maccheroni e bistecche, che riempiono la pancia… non fumo;  e accennavano alla poesia che, in quel momento, stava scrivendo. E lui abbozzava, sorrideva docilmente e tentennava il capo rassegnato. Ma, spero, che le sue fruscagghiate, le sue poesie, possano ristorare ancora gli spiriti di tante persone, come hanno ristorato il mio.(poi risoluto) E sono letteralmente fuggito! Per non morire dentro quell’orrido lazzaretto.

Ma basta Paolo, io ero un sognatore, una forte quercia… adesso sono vecchio, sono solo un povero pezzo di tronco secco, quasi marcio, nemmeno buono da ardere. (alzandosi faticosamente) Ti volevo salutare e l’ho fatto.  Ora, ora, ( quasi perentorio) se permetti, vado a fare ciò che debbo. Addio, amico mio.-

Paolo: Addio poeta!-

          

                                   “    GIALLO PAGLIERINO, QUASI OCRA  “

                                                             

Personaggi: Nina…………………………………………………. Vacanziera;

                      Gino…………………………………………………. Villeggiante.

La vicenda si svolge presso la ringhiera di un lungomare.

In scena c’è Nina che contempla il mare, entra Gino.

      Gino: Ciao Nina, come va?               

Nina:  (sorpresa) Ciao  Gino, va benone e sono felice, sto trascorrendo una       grande vacanza: Abito a pochi passi dal mare e faccio bagni meravigliosi in tutte le ore del giorno, in questo splendido mare sempre blu...

Gino: Sempre blu?

Nina: Beh, quasi sempre …blu…tranne…tranne…

Gino: … quando la corrente viene da Nord allora, l’acqua lambente la spiaggia, diventa di un colore indefinito, diciamo giallo paglierino, quasi ocra, con tracce evidenti di schiuma grigiastra - sospetta e… strani galleggiamenti.

Nina: E’ proprio così. Non sarà la foce del vicino fiume a immettere fanghiglia in mare?

Gino: Non è fanghiglia, mia cara, ma prosaici rifiuti organici.

Nina: Ma come? E me lo dici così?

Gino: E come vorresti che te lo dicessi, a rate?

Nina:  No dico: sei un amico, non potevi avvertirmi prima che prenotassi qui?

Gino: Intanto ero all’oscuro della tua prenotazione; poi la gentile signorina deve sapere che questo fattaccio l’ho appurato da poco tempo (ironico).

Nina: OK, ti credo. Rifiuti organici? Bene, adesso vado dal Sindaco e glielo faccio sapere.

Gino: Brava, scopristi l’America…quello lo sa già.

Nina: Lo sa già? E perché non provvede?

Gino: Perché, secondo lui, questo fenomeno è dovuto alle navi, specialmente ai traghetti che collegano l’isola al continente. Ti dirà: “ Ma lei lo sa in un giorno quanti passeggeri attraversano lo Stretto e fanno i loro bisogni fisiologici nei cessi delle navi?” ( poi, puntandole il dito) Dai, forza, prova a indovinare tu.

Nina: Quanti… tremila? (Gino fa cenno di non col dito) Quattromila…(Gino idem) diecimila?

Gino: Trentaseimila!

Nina: Ma và…

Gino: Già, figurati l’ha calcolato il signor Sindaco in persona (ironico). Egli ha considerato il numero dei traghetti, le corse che fanno e i mezzi che trasportano; quindi immaginando due occupanti per auto, il totale farebbe proprio trentaseimila passeggeri- che ogni giorno, eccetera eccetera. Poi la corrente farebbe il resto - dice lui.

Nina: ( sbalordita) E’ possibile… l’ho fatta anch’io, venendo qui. (riflessiva) Certo è plausibile…

Gino: E’ plausibile, ma non vero!

Nina: Ma che? mi vuoi minchionare?

Gino: Ti ho riferito quello che ti direbbe il Sindaco. Ma la verità è un’altra.

Nina: E dilla!

Gino: La verità? (pausa) Una sera me l’ha detta un pescatore in vena di confidenze: Mi ha riferito che da diversi anni, c’è sul litorale ionico, verso Nord, un Comune - che per una questione di…prudenza non mi ha nominato - col depuratore fognario difettoso, il quale quando si guasta – e si guasta molto spesso -,  riversa il liquame traboccante direttamente in mare e la corrente, come direbbe il Sindaco, fa il resto.

Nina: Accidenti! Questo è un comportamento delittuoso! E i Carabinieri, la magistratura, le associazioni ambientaliste, potrebbero intervenire…

Gino: …Dovrebbero intervenire! ( allarga le braccia)  Ma nessuno lo fa.

Nina E perché?

Gino: Già, perché? Questo è il Mistero! Addio cara. (esce)

Nina: ( frastornata, quindi annusandosi le braccia) Ci…ciao Gino.

 

                                                    “ Come va’ la salute? “

Personaggi:

Bastiano……………………………………………………………………………………il vecchio;

Lupercolo………………………………………………………………………………….il fantasmucolo;

Mollica……………………………………………………………………………………..padrone di casa

In scena c’è Bastiano che si prepara il caffè. Musica adatta. Dopo un minuto entra Lupercolo.

Bas.- Vivo da solo… e va’ bene, sono tranquillo, nessun disturbo, niente noie…se non fosse per quello là (indica le quante a sinistra) che mi rende difficile le vita… quel fantasmucolo di serie C.-

Lup.- (esce il fantasma di un anarchico) Io sarei un fantasmucolo di serie C? Bada Bastiano…-

Bas.- Che fai? Mi minacci?-

Lup.- Io…io, non so chi mi frena.-

Bas.- La tua bestiualità!-   

Bussano alla porta.

Bas.- Chi sarà a quest’ora?-

Lup.- Semplice, vai e apri.-

Bas.- ( da un’occhiataccia a Lupercolo, poi si reca, malvolentieri ad aprire) Vengo, vengo...mizzica, di prima mattina? ( Bastiano apre e  entra il cav. Mollica, il padrone di casa) Oh,  cavaliere Mollica, quale buon vento...-

Mol.- Buon giorno don Bastiano, posso entrare?-

Bas.- Ma certo, certo, accomodatevi.-

Mol.- Forse vi ho disturbato? Io sono sempre così  mattiniero...-

Bas.- Ma quale disturbo, prego sedetevi cavaliere. ( offre  una sedia).Tenete in testa, prego.-

Mol.- ( lasciandosi il cappello in testa) Grazie don Bastiano, voi siete veramente gentile. Io me lo toglierei lo stesso il cappello dalla testa, per  riguardo a voi, ma sapete, ho i reumatismi che mi tormentano. E, parola mia, se non fosse per questi  maledetti dolori, ci abiterei io in questa reggia. Sissignore, io!  Invece sono costretto a vivere in  una casetta moderna, tutta piena d'aggeggi infernali, aria condizionata che spacca i polmoni, termosifoni che  soffocano l'aria, moquette a terra che fa le cimici,  insomma una tortura, credetemi.  Invece voi, ve ne state in questo paradiso... ah, beato voi.-

Lup.- Ma che bugiardoo, questo ha una grande e meravigliosa  villa al mare e ci sta benissimo, lui.-

Bas.- Mi dispiace cavaliere se volete possiamo fare cambio.-

Mol.- No. Non importa, io so sacrificarmi... perchè in questa casa mi sarei sentito un Re. ( Luperchico sta  per mollargli un cazzotto in testa. Bastiano lo ferma)

Bas.- ( facendo finta i nulla) Lasciate stare i Re, cavaliere. Piuttosto a cosa debbo l'onore?-

Mol.- Don Bastiano, io, in questa casa, ai bei tempi, ci  stavo da Pascià... eh santa pazienza... Dunque, don  Bastiano, forse vi siete dimenticato che oggi è il  primo del mese? Insomma oggi, se siete comodo, dovreste  pagarmi l'affitto di questo paradiso.( Lup.  freme)-

Bas.- E` vero, che sbadato. Abbiate un minuto di pazienza,  cavaliere, vado di la a prendere i soldi.-

Intanto il cavaliere si alza e gironzola per la stanza come se volesse accertarsi del buon stato di manutenzione del locale. Spesso si abbassa per guardare meglio, e in quei momenti, Luperchico tenta di assestargli un calcione, ma va sempre a vuoto perchè Mollica si sposta in tempo. Rientra Bastiano.

Bas.- Ecco i soldi, cavaliere, e scusatemi se v'ho fatto aspettare.-

Mol.- ( contando i soldi) Ma... ma sono li stessi del mese  scorso?-

Bas.- Cre…credo di si, perchè, non dovrebbero essere?.-

Mol.- Manca l'aumento, ecco cosa manca.-

Bas.- Scusate, quale aumento?-

Mol.- L'equo canone, don Bastiano, equo canone.-

Bas.- ( a Luperchico) Chi dissi?-

Mol.- ( con accondiscendenza) Caro don Bastiano, voi dovete  sapere che esiste una legge, chiamata equo canone che  stabilisce gli aumenti dei fitti dei locali in base alla inflazione, alla salita del dollaro, al deficit  pubblico, alla scala mobile, al socof, al tikett, alla  borsa valori di Milano, Nuova York, Tokio, Londra, e... –

Bas.- …Canicattini bagni! Cavaliere, ma che mi raccontate a  me?-

Mol.- Vi racconto, che in virtù di quanto sopra, dovrete  sganciarmi altre, diciamo… ( fa un calcolo mentale)  duemila lire in tutto.-

Bas.- Duemila lire? Sangue di Giuda vedovo e martire, ogni  giorno aumenta qualcosa... e va bè, la legge è legge,  vado a prendervi il resto, con permesso.-

Lup.- ( fermandolo) Bastiano, questo ti sta truffando. A te,  come previsto dalla legge, nr 17 emendamento B del 15  Agosto, e al successivo decreto nr 137 bis, l'equo  canone non è applicabile, perchè hai un reddito  inferiore al minimo previsto.-

Bas.- ( tornando indietro e facendo segno a Luperchico  d'aspettare) Cavaliere, cavaliere sentite: A causa  della legge ... comandamento… approvato con discreto…  L'eco cannone non è appiccicabile all'inferiore minimu  ca vistu?-

Mol.- Don Bastiano, ma che cavolate state dicendo?-

Bas.- Un momento cavaliere, abbiate pazienza... ( si avvicina  a Luperchico, come se stesse riflettendo. Luperchico  gli suggerisce le parole della battuta precedente, che  Bastiano recita a pappagallo)-

Mol.- ( sbalordito) Ma... ma siete... sicuro?-

Bas.- ( ripetendo le parole di Luperchico) Consultate la  gazzetta ufficiale del l° maggio corrente anno, a pagina  22, primo capoverso, che recita così: Qualora il  reddito minimo previsto e` inferiore percentualmente...-

Mol.- ( in imbarazzo) Vi credo, vi credo...Don Bastiano, mi  basta la vostra parola ( vedendo che il colpo non gli  è riuscito)… voi siete un galantuomo...( tra se) Ma dove diavolo si sarà informato? Forse ha un avvocato…  ( a Bastiano, che intanto si congratula con Luperchico)  Don Bastiano, allora io me ne vado… ah, a proposito, vi volevo solo  chiedere un'ultima cosa: Come va la salute?-

Bas.- Benissimo cavaliere.-

Mol.- Siete sicuro?-

Bas.- Sicuro… che io sappia. E, grazie per l'interessamento.-

Mol.- Ma che dite, tra di noi… (poi tra se) E’ sicuro…mah. (poi a Bastiano) Bene allora tolgo il  disturbo, buona giornata don Bastiano. (lo squadra dalla testa ai piedi)-

Bas.- ( accompagnandolo) Arrivederci cavaliere e statevi  bene.-

Mollica esce.

Bas.- Luperchico non ti diro più fantasma bestia. Ti sei  riscattato... Senti ma dove hai imparato la legge?  Non ti sapevo così ferrato.-

Lup.- Neanche io.-

Bas.- Come sarebbe; neanche io. E quelle cose che hai detto?-

Lup.- Tutto inventato! Tanto ero sicuro che quello ti voleva truffare.-

Bas.- Tutto inventato? Tintu bummaru, mi vuoi fare litigare col padrone di casa?-

Lup.- Calmati, ne`?-

Bas.- Un cavolo mi calmo! Quello mi sfratta!-

Lup.- Quello non si nuove. La legge lo vieta.-

Bas.- La legge? Quale legge, quella che non conosci?-

Lup.- La legge naturale, sissignore, quella la conosco, e  come!-

Bas.- Ca comu! Ora per causa tua e della tua legge naturale, vuol dire che prossimamente dormirò all'aperto: Sotto gli archi della Marina.- ( si dispera)

Lup.- Stai calmo, non potrà farti nulla. Quello potrà disporre di questa topaia solamente alla tua morte. Ed è venuto proprio per questo, per vedere come stai in  salute...-

Bas.- ( fa le corna) Tie`, iettatore!-

Lup.- A me?-

Bas.- No a quello! ( indica la porta da dove è uscito  Mollica)...alla mia morte… ma guarda che cose…(scrolla la testa malinconico)-

Lup.- Ma dai, non ci pensare più. Avanti, prendi le carte che ci facciamo un terziglio.-

Bas.- Ma se siamo solo due.-

Lup.- Ce lo facciamo … col morto.-

Bas.- Che saresti tu.-

Lup.- Io? No tu – secondo il cavaliere. Dai gioca.-

fine

                                           “  E ora andiamo a farci due risate”

Personaggi:

Filippo Moncada………………………………………………………………..la vecchia volpe;

Giulia…………………………………………………………………………………architetto e futura nuora.

Don Crispino………………………………………………………………………trasportatore.

Sulla scena c’è Filippo Moncada seduto su una sedia a rotelle che sonnecchia. Intorno ci sono varie casse, per un trasloco. Entrano Crispino e Giulia.

 

Cri.- Possiamo portare via anche questi? (indica dei pacchi)-

Giu.- Potete, potete. E ditemi, il rigattiere è stato avvisato? (quasi tutto il dialogo che segue, verrà fatto sottovoce)-

Cri.- Certamente, ci aspetta. Ma, scusatemi l’intromissione, il signor Moncada lo sa? (accenna a Filippo)-

Giu.- Lo sa, non lo sa, e chi lo sa? (indica l’infermo) Lui non parla più…Ormai non c’è più (indica la testa), e anche fisicamente: infatti stiamo aspettando l’ambulanza per trasportarlo all’ospizio. Lì starà benissimo e non darà fastidio.-

Cri.- Scusate a chi darebbe fastidio?-

Giu.- Ma a me, che ho progettato la grande villa per ricavare anche il mio grande studio… sapete sto affermandomi… mi sto facendo un nome.-

Cri.- Ma la villona di chi è?-

Giu.- Per adesso è del vecchio rincoglionito, ma presto sarà mia, tramite quel… tramite… suo figlio Carlo…-

Cri.- Chi? quel signore che è rimasto giù, perché non se la sente di salire?

Giu.- Si.-

Cri.- E vi sposerete?

Giu.- Sposarci? No, per adesso conviviamo, poi, in funzione a come si metteranno le cose, si vedrà. Ed ora procediamo, don Crispino.- 

Cri.- Procedo. Però, con tutto il rispetto, architetto, ma non vorrei avere guai – dopo.-

Giu.- E che? forse è da oggi che ci conosciamo? Non vi preoccupate, comunque grazie per il cortese pensiero.-

Cri.- Io non mi preoccupo, ma…(indica ancora Filippo)-

Giu.- Chi quello? Ancora? Ma insomma, vi ho detto che – ormai …(fa cenno come per significare: non conta nulla). Procedete. (poi confidenzialmente) E, ditemi, col rigattiere come avete fissato il prezzo di tutti i mobili?

Cri.- A forfet.

Giu.- E quanto sarebbe questo forfait?

Cri.- Giusto la spesa del trasloco.

Giu.- Più il costo di quello scrittoio del XIX° secolo – che è tanto carino.

Cri.- forse…

Giu.- Sicuro! Sicuro – che mi porterete fino a casa.

Cri.- …può darsi…

Giu.- …vedremo.

Cri.- Vuole che ci rimetta io?

Giu.- E chi io? Ma andiamo, don Crispino, in questo affare non ci rimette nessuno.

Cri.- Va bene, demonio in gonnella, ma ci rimetto veramente.

Giu.- … ci rimette! chi ci crede è cornuto. ( sta per uscire, poi vede il ritratto di Caterina, la moglie defunta di Filippo e, con disprezzo lo prende e lo getta nello scatolo dei rifiuti) Pussa via! (quindi ancheggiando esce)-

Cri.- ( seguendola con lo sguardo) Già, chi ci crede è cornuto… o magari buttana!

Fil.- ( girando la sedia e alzandosi) Ben detto amico mio, ben detto.

Cri.- (sbalordito) Signor Moncada… ma … ma… parlate…camminate…il miracolo! Il miracolo!

Fil.- E’ vero, il miracolo! e me lo ha fatto san Crispino e santa Caterina.

Cri.- (uscendo di corsa) Il miracolo, Signorina Giulia… architetto… signor Carlo…il miracolo!

Fil.- Chiama, chiama – avvisali!… e sbrigati, perché si cambia itinerario! Non più all’ospizio… (si china e prende il ritratto della moglie e lo pulisce con la manica). Ti ha buttata via! E Caterina mia, sei sorpresa anche tu? Vero? Ho finto! e ti chiedo scusa, cara. Sai, però il colpetto l’ho effettivamente avuto e qualche giorno d’ospedale me lo sono fatto veramente. Poi, nell’ozio forzato, m’è venuto il sospetto… ho aguzzato l’ingegno, e ho agito. Ho simulato sissignore! ho simulato la grave malattia, e grazie a degli amici, ho fatto finanche il moribondo, ma è stata legittima difesa! solo per uscire illeso da quelle sabbie mobili in cui mi ero cacciato: “Bedda matri”, mi stavano affossando in senso metaforico e fisico. Sapessi, m’avevano convito lei, l’architetto e quel balordo di tuo figlio, a vendere questa casa per costruire una villa in periferia…” lì starai bene, aria pura, sole, tranquillità… “ E giù spese, e debiti… eppoi le prime  difficoltà per la mia sistemazione. E sai com’era finita la storia? Che loro l’avrebbero abitata, lei si sarebbe fatto lo studio, e io… all’ospizio - non c’è posto per me; lei  -lei- dopo il mio piccolo “colpetto” ( fa cenno alla testa) non aveva tempo per accudirmi – diceva a tuo figlio, che ubriaco di sesso, sbavava e diceva sempre si. Ora ti chiedo nuovamente scusa se non sano stato sincero con te, ma l’ho fatto per essere perfettamente credibile nei panni dell’acciaccato grave…  sai, una sola parolina, e avrei potuto tradirmi e rovinare tutto. E io dovevo assolutamente appurare con certezza quali erano le loro intenzioni - e provvedere. E sai, ce l’ho messa tutta, (sussurrato) arrivando anche al punto, come di ho detto, di dover fingere il malanno- e me ne vergogno. Ma ora, “salaratu Diu”, so tutto! E so anche cosa debbo fare – adesso.  Avanti cara, “nu baciuzzu”  ( bacia la foto, mentre la posa sul tavolinetto). Certo ne ho dovuto inventate di balle: il medico Cocuzza? Era il Ragioniere Capo in pensione Gegè Filogamo, mio ottimo amico, che mi teneva compagnia e mi aggiornava su tutti gli avvenimenti esterni; il fisioterapista? Era Alfio, il garzone del barbiere, che, oltre a sbarbarmi, mi organizzò la palestra da camera per fare attività fisica; l’infermiera? Era Agata, la nipote del portiere, che mi faceva la spesa e da paravento per le mie attività casalinghe: cucinare, fare le pulizie, ecc. ecc. Ora, dopo questa mia  avventurosa malattia , con le idee chiare –chiarissime - ho preso le giuste decisioni: Quali? Torno al paesello, cara Caterina, proprio come mi suggeristi tu. Come faccio? Semplice: Per telefono ho contattato l’avvocato Privitera, l’attuale proprietario della vecchia casa che fu di mio padre- là, a Solarino - e gli ho proposto un affare - vantaggioso economicamente per lui, liberatorio per me. Privitera che conosco fin da bambino, ha capito la mia situazione, ed ha accettato di concludere l’affare, inclusa la clausola di un mio eventuale ripensamento dell’ultima ora – che adesso, dopo quello che ho saputo, sicuramente non ci sarà! Dopodicchè, raggiunto l’accordo di massima, tramite un’Agenzia Immobiliare, abbiamo impostato il compromesso di permuta, che ora – ora – (ampio gesto per significare: dopo quanto ho visto e saputo),  firmeremo proprio qui, in questa casa -  questa sera. Ed ecco l’affare: la mia nuova casa, cioè la villa, così com’è, con tutti i miei debiti che ho dovuto fare, contro la sua vecchia casa, così com’è, più una piccola differenza a mio favore. E che ne sai, Caterina mia, mi ha detto che nella terrazza  c’è ancora la mia vecchia voliera… E ora andiamo a farci due risate. (prende la giacca ed esce)

Tela. 

Indice:

La cinquina…………………………………………………………………………………………pag.  2

La lotta………………………………………………………………………………………………   “     7

Giugnetto, barelliere di 1^ classe……………………………………………………….. “   12

Due santi e un ragazzo……………………………………………………………………….   “  16

Una questione da discutere……………………………………………………………….    “  22

Il poeta………………………………………………………………………………………………    “  27

Giallo paglierino, quasi ocra………………………………………………………………    “  31

Come va’ la salute?...............................................................................    “  34

E ora andiamo a farci due risate…………………………………………………………   “  39

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