Cose da… santi

Stampa questo copione

L’UOMO D’INSUCCESSO

                                                                           Cose da…santi  

                                                                         Commedia surreale  

                                                                                       di

   

                                                                          Antonio   Sapienza

Personaggi vari:                                                               Attori quattro: due donne e due uomini.                

                                                                                                                                                                                   

San Gennaro incarnato;

Santa Caterina incarnata;

Il Ragazzo;

Prof. Ettore Bellassai, padre del Ragazzo;

Giovanni, ragazzo di Marinella;

Marinella ex ragazza del Ragazzo;

Madre del Ragazzo;

Donna del padre;

Pittore, uomo della madre.

Psicanalista o psichiatra;

Liliana, figlia del presidente della squadra;

Pasquale magazziniere della squadra;

Poi tante voci.

Gli attori, possibilmente solo quattro, si alterneranno e si sostituiranno velocemente, mutando aspetto anche con semplici parrucche o cappelli o quant’altro, per significare il cambio del personaggio. Quindi solo loro quattro copriranno i ruoli dei personaggi, previsti dagli episodi della commedia, al fine di velocizzare l’azione, che, come si evince dal contesto, dev’essere recitata in gran parte frenetica.

Naturalmente sarebbe bene utilizzare l’illuminotecnica per i repentini cambi di scena, avendo cura di far svolgere una scena a destra del palcoscenico e una a sinistra, illuminandoli alternativamente.

Musiche adatte.

                                                                        Primo quadro

In scena: Gennaro, Caterina e il Ragazzo.

Sulla scena viene ricostruita una scenografia, molto schematizzata di interno di una chiesa, essa è avvolta nella penombra e nel silenzio piu` assoluto. Nelle pareti laterali, su piccoli piedistalli vi sono due statue: Santa Caterina e San Gennaro.  Parte una musica, e dall'ingresso principale - che si spalanca lentamente - in controluce, entra un giovane adolescente, che, lentamente, si porta al centro della navata centrale e, all'impiedi, resta in raccoglimento.

Ragazzo - …ma, infine, che vita è mai la mia? Tradito da tutti: genitori, ragazza, amici…nessuno escluso. Cosa vivi a fare? Per che cosa?

Tu ci hai insegnato che bisogna amare il prossimo nostro- gli altri - ma non ci hai detto cosa dobbiamo fare  se questi rifiutano il nostro amore.

Cosa possiamo fare, allora? Lo chiedo a te! (pausa)

Io ho dato tutto il mio amore di figlio, poi quello d’innamorato, infine ho cercato di amare tutti gli uomini, e cosa ne ho ricavato? Tradimenti, menzogne, illusioni.

Ma perché sono nato? Perché m’hanno messo al mondo? Solo per soffrire? Lo sai vero?

I miei genitori si sono separati e se ne sono andati ognuno per i fatti propri, infischiandonesi di me, che ancora ho necessità d’essere aiutato – almeno fino alla laurea. La mia ragazza mi ha piantato per un aspirante attore. I miei amici, sono tutti ipocriti e buffoni e nessuno mi ha teso una mano. Che faccio allora? Dimmelo tu! Perché, io, la finirei oggi stesso con questo mondo falso e ipocrita...

 

Cenno d’intesa tra le due statue, che si sono animate man mano che il ragazzo parlava, quindi Santa Caterina parla a San Gennaro – naturalmente il ragazzo non sente nulla e resta come in raccoglimento.

Caterina - Gennaro e qui bisogna fare qualcosa per questo ragazzo.

Gennaro – E cosa possiamo fare noi?

Caterina – Non lo so, ma qualcosa bisogna pur farla…inventiamoci un’idea, ma dobbiamo aiutare questo ragazzo prima che commette qualche gesto inconsulto.

Gennaro – Esagerata. Poi, Caterina mia, noi siamo santi e, perdippiù, vissuti centinaia di anni fa, cosa ne sappiamo di questo mondo moderno? E quindi, che aiuto possiamo dare a questo guaglione?

Caterina – Te l’ho detto: inventiamoci qualcosa… ecco, per esempio, perché non vai al confessionale e lo confessi, con questa scusa potresti tentare d’alleviare il suo dolore; possibilmente facendolo parlare, sfogare, e magari, poi, potresti dargli qualche consiglio…

Gennaro – Ma tu mi vuoi inguaiare? Che consiglio posso dare io ad un giovane del duemila?

Caterina- I giovani in fondo sono uguali in tutto il mondo e in tutte le epoche. E’ in crisi e noi dobbiamo alleviare le sue pene e, possibilmente, farlo desistere da eventuali propositi funesti. Dai, vai in confessionale che io tento di mandartelo.

Gennaro – Sei capa tosta. Caterì. E levati dalle testa quei pensieri cattivi…qui non si farà male nessuno. Comunque, va buono, facciamo come dici tu e speriamo in…Dio.

Gennaro scende dal piccolo piedistallo, si siede su una sedia e si mette la stola. Caterina scende e va verso il giovane

Sempre musica adatta.

Caterina- Sia lodato Gesù Cristo. ( e intanto si affaccenda come se stesse accendendo candele. Il ragazzo la guarda appena) Giovane signore, mi aiuterebbe ad accendere quelle candele in alto?

Ragazzo - (malvolentieri esegue) Ecco fatto, sorella.

Caterina – Grazie…(continuando le sue faccende) Giovane signore, se desidera confessarsi, lì c’è padre Gennaro.

Ragazzo - No grazie.

Caterina- Come desidera…però, sa, padre Gennaro è di una saggezza tutta speciale, s’immagini che ieri, proprio a quest’ora, ha confortato una ragazza che si voleva buttare dalla scogliera. E lo sa? Quella ragazza ci ha rinunziato.

Ragazzo -  Ma davvero…(ironico)

Caterina – Davvero. Se lei vuole…

Ragazzo - Non ora, comunque grazie lo stesso sorella. Ed ora mi scusi, ma debbo andare.

Caterina – Peccato… comunque sa? mi dispiace per i suoi genitori, si sono separati, chissà che dolore…

Ragazzo-  Per chi? I miei genitori? E lei come lo sa? Eppoi che cosa le importa?  

Caterina – Nulla, nulla, mi scusi. ( fa per allontanarsi)

Ragazzo – Un momento sorella…( tenta di parlarle)

Caterina – No, no, parli con lui. (indica Gennaro) Io debbo preparare per la messa. (esce)

Ragazzo – Con lui? (dubbioso, poi deciso) E va bene, cosa ci rimetto.

Il ragazzo si avvicina a Gennaro, poi prende una sedia e si siede accanto a lui.

Ragazzo – Allora frate, come fa quella monaca a sapere i fatti miei?

Gennaro – Mah, mistero caro figliolo, cose che solo il cielo sa - cose… da santi.

Ragazzo – E non potrei saperlo anch’io…in fondo sono solamente l’interessato (ironico).

Gennaro – Le vie del signore…

Ragazzo - …sono infinite (con sopportazione)

Gennaro - …ma se vuoi parliamo.

Ragazzo -  (prima riottoso, poi quasi con decisione)Và bene, siete tutti uguali voi religiosi. (quasi tra se) Poi, in fondo cosa ho da perdere? Tempo? ne ho anche troppo.(breve pausa) Di cosa dobbiamo parlare frate?

Gennaro – Né guagliò, io sono Vescovo.

Ragazzo – Allora, Vescovo, di cosa parliamo?

Gennaro – Puoi chiamarmi semplicemente Gennaro. Vediamo un po’: che ne diresti di parlare del Napoli?

Ragazzo-  Del Napoli? Vuoi dire della squadra di calcio del Napoli?

Gennaro – Certo del Napoli di Maradona…

Ragazzo – Ma dove vivi Gennarino? Quel Napoli non esiste più. Sappi, caro mio che ora il tuo Napoli adesso è in serie C.

Gennaro – E’ ‘o vero?

Ragazzo – Garantito.

Gennaro – Si vede che mi sono perso qualcosa in questi anni…

Ragazzo - (divertito) E mi pare di si. Ma tu te ne intendi di Calcio?

Gennaro – E come no. Devi sapere che io sono il primo tifoso del Napoli e nume tutelare della

società partenopea e  della Città.

Ragazzo- Bum! L’hai sparata grossa, Gennarino.

Gennaro – ‘O vero. Comunque il Napoli è sempre nel mio cuore.

Ragazzo – Io invece tengo per il Catania, e gli voglio bene – assai.

Gennaro – Mai quanto il bene che ho io per il mio Napoli.

Ragazzo – No, mi dispiace, ma tu non puoi averne di più di quanto non ne abbia io, per il Catania. Figurati, io sono stato giocatore nella giovanile.

Gennaro – Sei un giocatore? E perché non me lo hai detto prima? Io per i calciatori tengo sempre pronte tre assoluzioni:

Una per quelli che si pentono e l’altra per quelli che non si pentono...

Ragazzo – E la terza?

Gennaro – Quella è per i fessi come te!

Ragazzo – Bella questa. E perché?

Gennaro – Perché è un’assoluzione speciale, diciamo una specie di condono – che oggi è di moda - per i peccati pensati e non attuati. Giuvinò, prenditi st’assoluzione e vai in pace.

Ragazzo – Ce ne sono matti in questa chiesa, vero? Tu, quella monaca…

Gennaro … e tu.

Ragazzo- Io? E perché?

Gennaro- Perché pretendi di sapere tutto e di giudicare tutti. Compreso i tuoi genitori, i loro amori…e la tua ex ragazza.

Ragazzo – Ahò, e cos’è ‘sta storia? Tu e quella monaca lì, sapete i fatti miei?

Gennaro – Solo ‘nu pocherillo.

Ragazzo – E no, Gennaro, adesso mi spieghi tutto.

Gennaro – Tutto?

Ragazzo – Tutto!

Gennaro – Ma proprio tutto?

Ragazzo – Proprio tutto.

Gennaro – E non ti impressionerai?

Ragazzo –Non sono un bambino.

Gennaro – Questo lo dici tu. Allora, sentimi bene e non m’interrompere, sennò mi perdo: allora, devi sapere che in questa chiesa ci sono due santi: Santa Caterina e San Gennaro, il quale sarei io…

Ragazzo – (divertito) …e Santa Caterina è la monaca…

Gennaro - …esattamente.

Ragazzo – E io dovrei crederti? Ma che sono scemo?

Gennaro – Nu poco, solo nu poco. Allora noi siamo quelle statue lì (accenna le pareti), ma qualche volta scendiamo qui…(entra Caterina)

Ragazzo – E io sono quello lì in croce, e qualche volta scendo qui.

Gennaro e Caterina all’unisono: Scostumato! 

Gennaro – Catarì dagli una dimostrazione.

Caterina – Con grande piacere.

                                                                  Secondo quadro

Caterina va al centro della scena, provoca gioco di luci e inizierà la scena del padre innamorato di un’altra donna. Musica adatta.

In scena: un uomo (prof. Bellassai, padre del ragazzo) e il Ragazzo.

Uomo. – (come se passeggiasse e parlasse con un ipotetico interlocutore) Eravamo alla Villa, lui stava davanti a me, dritto. Aveva le mascelle serrate e non parlava; i suoi occhi aggrottati mi scrutarono anche il midollo, poi mi fece un lieve cenno col capo, si sedette nella panchina, a destra, accavallo' le gambe e aspettò. Lo conoscevo bene; e sapevo cosa volesse significare quell'aria, quell'espressione e quel silenzio cupo: era impazienza, disappunto, fastidio, irritazione e, all'occorrenza, irriguardoso e impietoso sarcasmo. L'avevo atteso da quasi un'ora, seduto su quella panchina, sotto il grande ficus ombroso, che di tanto in tanto lasciava cadere, come triste presagio, qualche foglia secca attorno a me - e avevo ingannato il tempo a pulire per benino quel sedile, poi gli dissi (intanto entra in scena un ragazzo):

Uomo- Grazie d'esser venuto.-

Raga. - Me l'hai chiesto...-

Uomo- Si, te l'ho chiesto io, grazie ancora.-

Raga.- Ma, mi hai fatto venire fin quassù per dirmi solo grazie?-

Uomo- Io? no, niente; cioè si. Volevo dire: nulla di personale.  Insomma, ti devo parlare, da solo. -

Raga.- Siamo soli, parla.-

Uomo- Come se fosse facile! Ma cosa credi che mi sia semplice  dirti quello che ho da dirti? -

Raga.- Se non ti e' facile e semplice dirmi quello che mi devi   dire, vuol dire che non mi dirai ciò che mi dovresti dire.   E tanti saluti. Va bene così? -

Uomo- No, che non va bene!   L'argomento è molto, ma molto serio, bello mio, per  ironizzare sui preamboli, come fai tu.(breve pausa) Io ti debbo aprire il mio cuore, e non mi sarà facile  farlo, proprio con te, Capisci?(finta commozione) -

Raga.-Ma guarda un pò... ma che fai?  adesso ti diventano gli  occhi rossi?  piangi? (divertito e irritato)-

Uomo- Macchè! E' stato un moscerino.- ( si gira di spalle).-

Raga.- Già il solito moscerino tempista. Istrione! – ( sarcastico, sibillino)- Dai, parla. E non esitare! Ma cosa credi che sia facile  anche per me, dover ascoltare quello che, immagino, mi  dovrai dire?  Sono in imbarazzo quanto te, se non di più.( ancora imbronciato, ma un po' più disteso.)-

Uomo- Tu - lo immagini? – (domanda di speranza di aver fatto breccia nella sua dura corteccia e d'averlo commosso).-

Raga.- Certo. Cosa credi che in questi giorni, a casa, non abbia  avuto occhi, ne' orecchi?  -

Uomo- Bene, meglio cosi'."  - (breve pausa come colui che ha l'animo travagliato). Ci sono situazioni particolari, momenti curiosi,  accadimenti strani, forse anche fatalità, che   interreagiscono, inaspettati e insidiosi, nella vita di un  uomo, soprattutto di un certa età, - quindi piu'   vulnerabile.  Prudenza vorrebbe che costui non si facesse mai - mai! -  trovare sotto scopa.

I sentimenti, imprevedibili e padroni, - Dio mio, com'è  possibile parlartene in modo distaccato - i sentimenti  tiranni, se inseriti in quell'ambito, ti tengono in pugno e  ti stringono fino a stritolarti...

Raga.- (interrompendolo) Cosa stai cercando di dirmi? Stai mettendo le mani avanti?  Con me puoi farne a meno! Poi, so anch'io cosa sono i  sentimenti, anzi le passioni; risparmiami quindi le tue  riflessioni, metti da parte le elucubrazioni sui tuoi  massimi sistemi, e vai subito ai fatti, ti prego.( con foga)-

Uomo- Si, si scusami... hai detto bene: sentimenti e passioni! Si   si... ma si! sicuro: sentimenti e passioni mi hanno  avviluppato proprio in questa critica età, e mi strozzano, mi dilaniano.-( mettendola sul patetico) Chi me lo doveva dire che avrei, che avrei...-

Raga.- ... amato, contemporaneamente, due donne ...( sorriso sornione).-

Uomo- Sai già? – (sospiro di sollievo)  Ebbene, si!  proprio così: contemporaneamente!  Con   un'estrema intensità di passioni, l'una; e con sentimenti  pacati, sereni, come ben sai, l'altra.

Raga- Avanti, dai: dimmi chi e' e dove l'hai conosciuta.-

Uomo- Come corri! Dal preambolo vuoi arrivare subito al finale?   Diamine, almeno dammi il tempo di trovare le parole giuste.   Chi è. Chi è... ma e' poi così importante sapere chi è?   E'.. è  una donna...-

Raga.- ... bella scoperta...-

Uomo- …affascinante...-

Raga.-... occhi verdi, capelli biondi, coscia alta...-

Uomo- E dalle! con quest'ironia, mi rendi tutto più difficile!  E' una donna non tanto bella, in verita'; ma e' molto, ma  molto affascinante. E' colta, spiritosa. Ha trent'anni, e  l'ho conosciuta al mare: Lei era la', sempre, sullo stesso posto, di fronte al nostro, in bikini la cui parte superiore, a  stento, celava un poco dell'enorme seno prosperoso. – unico  difetto fisico, se lo si vuol proprio considerare tale - sdraiata al sole, sull’accappatoio, come una lucertola. Di tanto in tanto,   come uscendo dal torpore, si metteva a sedere, scuoteva la testa per ravviarsi i rossi capelli, e, poi, allacciandosi  le gambe con le braccia, mi fissava con quegl'occhioni  verdi malinconici pieni di fascino: pareva che mi   chiamassero, quasi - che mi implorassero. E, insomma, ciò solleticava la mia vanità, capisci; in fondo, onestamente, sono ancora un...un bell'uomo, mi pare...uno e ottanta, niente pancia, tutti i capelli - anche se un po' brizzolati.( Intanto s'è alzato e si pavoneggiavo dinanzi a lui. Poi contrariato)  E non guardarmi cosi', mi metti in imbarazzo! Sii serio.-

Raga.- Impressionante! traumatizzante! " - (resta qualche secondo con la bocca aperta: sbalordito)-.

Uomo- (contrito cade letteralmente a sedere, consapevole del  puro, profondo, senso del ridicolo in cui era caduto)-

Raga.- (vedendolo afflitto, quasi conciliante) E non te la prendere: quindi ti sei lasciato ammaliare.-

Uomo- (quasi a bassa voce) Non proprio. Mi turbava, questo si, ma non più di tanto. (tono normale) Poi non la vidi più - per lungo tempo. Ma alla mia ultima  conferenza, mentre spiegavo il significato di certe scene  ad una scolaresca, ecco che avverto sul mio fianco, a destra, la pressione di qualcosa di morbido e di caldo: era lei, col suo grande seno sinistro, adagiato discretamente, con noncuranza, sul mio avambraccio, - mentre guardava la  scenografia e ascoltava attentamente le mie parole...-

Raga.- Non mi dirai che era l'insegnante?-

Uomo- Proprio cosi'.-

Raga.-E allora? -

Uomo-E allora, le chiesi di rivederci il giorno seguente, al mare, nello stesso posto, ed ella ritornò, puntualmente...-

Raga.-... e lei …ci stava bene con te.-

Uomo- Infatti!-

Raga.- E d'allora...-

Uomo- ... che ci vediamo. Si, ci frequentiamo...insomma, stiamo   bene insieme.-

Raga.- Ci vai a letto? -

Uomo- Oh, ma sono domande queste? ... insomma, ebbene, si. Si!-

Raga.- Patatrak! E cosa vuoi da me? Comprensione? o che altro?-

Uomo- Voglio aiuto!-

Raga. - Da me? ma sei matto! -

Uomo - Da te, sissignore! – (poi con voce suadente)  Sentimi, mio caro, se tu potessi parlarne con... con...-

Raga.- Con mamma? (cenno di si dell’uomo) Tu sei matto, caro babbo!  Fallo  tu! ti manca il coraggio? Ma che uomo sei?  Eppoi mi sembra estremanente indelicato - per mamma! Ma che idea...no! tu hai fatto la frittata e tu la rivolti – caro babbino, foglia di ficus, ormai secca che cade a terra e poi marcisce.-

Uomo- E se fosse la mamma la foglia di ficus secca ed io il ramo?-

Raga.- Ma dici sul serio? Sciocco babbino…-(esce)

Uomo- (come parlando con l’interlocutore assente di cui sopra)  Poi si alzò,si aggiustò la piega dei pantaloni e se ne andò.  

Ecco come sono i figli: quando ne hai più di bisogno, ti abbandonano! accidenti! Avrei voluto dirle: Ma, insomma capiscimi, questo e' il mio problema: se lascio l'una per restare con l'altra, faccio del male all'una e non all'altra; e viceversa. Ma io, ma io! il male me lo faccio ugualmente, sia che resti   con l'una, sia che resti con l'altra! Capisci! Capisci? E avrei voluto gridargli:

Sarei io il ramo secco? Senti, ragazzino saccente: un ramo, seppur vecchio d'anni, con nuova linfa può ancora germogliare. –

Ma mi lasciai morire la frase in bocca.

Poi, sospirando deluso, sollevai il capo e m'avvidi che un ramo dell’albero di ficus stava perdendo un'altra foglia. Sorrisi, e, lentamente, mi alzai dalla panchina, feci qualche passo, mi fermai, mi   abbassai, raccolsi la foglia di ficus che mio figlio aveva abbandonato dopo essersela rigirata fra le mani per tutto il tempo, imboccai il vialetto opposto, quello di ponente, inondato di rosso  tramonto…- (esce)

Caterina – Allora che ti sembra? ti sei comportato da uomo? hai dimostrato, non dico pietà, ma almeno comprensione, per quel povero padre dilaniato dai sentimenti?

Ragazzo – Comprensione? Ma che dici. Pietà per lui? Semmai di mamma!

Gennaro – A si? Allora guarda.  

                                                                           Terzo quadro

Gennaro fa le stesse mosse precedentemente fatte da Caterina.

In scena: Una donna, madre del Ragazzo, e il Pittore.

La donna sta ritta in mezzo alla scena, poi nel suo cono di luce entra un uomo. Quindi i due si guardano negli occhi, intensamente.

Musica adatta.

Uomo - Ho sognato i tuoi occhi blue…

Donna - …che ti dicevano…L’hai cercato per tanto, troppo tempo; consolati, ora l’hai trovato.

        Ora hai trovato l’amore, dopo le chimere, le illusioni…ora le certezze.

Uomo -  Ed ecco che ora vedo questi occhi proprio davanti a me, in questo momento:

          T’ho cercata, t’ho attesa, sei venuta.-

Donna- T’ho chiamato, hai risposto.

          Sapevo che ti avrei raggiunto, nel sogno o nella realtà.-

Uomo-  Da prima,

          da sempre,

          dall’Eternità,

          da oggi,

         da quest’attimo ci riconosciamo: questo è il miracolo...-

Donna- …l’incredibile per gli altri è possibile per noi.

Io accetto questo evento amoroso come un fatto lungamente atteso.-

La donna si avvicina all’uomo, gli prese la mano e così rimangono immobili a guardarsi. Intanto s’ode il rumore della risacca sugli scogli. Poi i due attori, si staccheranno e ponendosi l’uno di fronte all’altro, si muoveranno attorno alla scena, facendo ampi giri, come se si inseguissero, senza mai raggiungersi.

Uomo- Quel giorno arrivai sulla scogliera, alta, nera, e guardai l’acqua limpida, tremolante, ricca di bianca spuma , cercando di intravedere qualche pesciolino, un piccolo granchio o chissacchè, in fondo al mare chiaro e profondo, quando dalla controluce emergesti tu, come Venere dalle acque, per me, giovane donna, che sbalordito ti guardavo sorpreso e incantato.

Donna - Ti vidi malinconico appoggiato al parapetto, al sole, e compiaciuta, riconoscendoti, ti ammirai, ti desiderai. 

Uomo- Ed io affascinato da quel seno traballante, appuntito, fuoriuscente che mi si presentava davanti al viso, quasi offrendosi, mi turbai.

Donna - Il tuo corpo perfetto, dai muscoli svelti, imperlato di sudore, mi fece da dolce richiamo, e venni…

Uomo-… con quel tuo corpo bello, perfetto, guizzante, sgusciante, imperlato, inguainato nel nero abitino appiccicato  addosso come la pelle di una foca.

Donna - Mi tuffai nella luce, per esserti di sorpresa.

Uomo- Sorpresa che mi attraversò la pelle attraverso quegli occhi blue - occhi interminabili, abissali, madreperlate ma tuttavia segnati da un briciolo di tristezza. “ Occhi conosciuti”, ti chiamai.  E quando mi sorridesti, socchiudendo appena le labbra, ma illuminandomi con gli occhi lampeggianti, allora ti riconobbi: eri la donna del sogno, erano gli occhi del sogno. Quel sogno ricorrente, puntuale, di tutte le notti: Eri tu!

Donna - E per me - tu! Eri tu l’uomo che tutte le notti mi compariva in sogno, sulla scogliera, con quei capelli chiari al vento, col vello riccio al petto e la barba ramata al viso, con quegli occhi tristi; sempre da solo, là, su quello stesso posto.

Uomo – Stavo lì sempre in attesa di qualcuno… e sei finalmente arrivata.

Donna – Venivo lì e sapevo che t’avrei trovato.

Uomo -  Poi ti tesi le mani…

Donna - …che io presi e mi strinsi al petto.

Uomo – Cercammo il rifugio…

Donna - …lo trovammo laggiù.

Uomo- Poi ci amammo,  proiettandoci in un amplesso flessuoso, lungo…

Donna - …tumultuoso, generoso, lungamente atteso ed improvvisamente esploso.

Uomo- E quindi amore, amore e ancora amore, liberi, nudi, armoniosi, guizzanti. (pausa)

Donna – Amore sano, amore infinito.

Uomo – Ma non eterno. Io sono strano.

Donna- Tu, quando non potrai più amarmi

come ora,

mi avrai già tanto amato

che mi basterà per il resto

della mia vita.

Il tuo poco per me sarà tutto,

il nulla tristezza e morte.

Io avevo solo il nulla

e anche se questo momento non dovesse più rinverdire,

sappi che mi hai donato tutto:

la vita.-

Uomo-  … ma, con dolore, debbo lasciarti, sembri dirmi. Ma vivere è peccato?

Donna – Vivere senza amore – lo è.

Uomo - Amare è follia, ed io sono pazzo!

Donna - Rispondere al richiamo della vita è una colpa? Ho fatto bene oppure ho fatto male a rosicchiare il bozzolo che mi avvolgeva? E gli altri, quelli che sono prima di te, quelli degli anni vicini, che diritto hanno su di me? Che dovere ho verso di loro?-

Uomo- Loro hanno avuto le stesse cose che hanno dato a te.  Il bilancio è a pareggio.

Donna-  Una vita ha sempre lo stesso corso?  Ma la mia differenza, gli…altri; tutto, …poi anche queste domande, .. quali risposte dare?-

Uomo - Stai ricucendo il bozzolo…

Donna-  Io? Non…non credo..-

Uomo-  Io penso, invece, di si. Non lo fare, ti prego…anche se non stessi più con me, rimani libera, non rinchiuderti, ti prego, ti prego!-

Donna -  Resterò libera, te lo dico, ma dovrò allontanarmi pensandoti e pensandomi. Aspettami sereno, e forse, un giorno o l’altro incontrerai il mio sogno e chissà, potrebbe annunziarti il mio ritorno.-

Uomo – T’aspetterò. E se non verrai impazzirò.

Donna – Addio amore…

Uomo – Ora andrai e ti dissolverai alla luce del sole calante e che a poco a poco ti ingoierà.

Donna -  Addio amore, sappi che prima di sognarti, molto prima del tuo odore, prima ancora d’udirti, di vederti, io già saprò...

Uomo- …e chissà, se quegli occhi blue, nel sogno…-

Gennaro – Allora? Che ne dici?

Ragazzo – Pure mamma? O Dio!-

Gennaro – E’ fatta di carne pure lei.

Ragazzo – Ma voi siete dei santi, come mai li giustificate?

Gennaro – Non giustifichiamo un bel nulla! Sappi, comunque, che prima di diventare santi siamo stati uomini e donne. (breve pausa) E certe cose lì comprendiamo…anche se adesso non li approviamo. Ed ora vuoi vedere il resto?

Ragazzo- Visto che ci sono, vediamolo (Rassegnato)

Gennaro – E guarda ancora.

La donna da sola.

Donna – Mi ama alla follia! Partendo mi disse che sarebbe impazzito se non fossi più tornata. Ed io volevo tornare da lui, lo volevo a qualunque costo, con qualunque sacrificio, in qualsiasi modo… ma poi pensai a loro: a Ettore, al mio ragazzino… come potevo abbandonarli?  Si, certo, anche Ettore aveva i suoi sollazzi, credete che non lo sappia? Ma per amore della unione della famiglia e per la sana crescita del ragazzino, io sopportavo. Facevo la tonda! Certo, mi trovavo in un periodo amorfo, vita senza significato, senza stimoli, in perfetto abbandono e facevo, rassegnata, quasi vinta - la moglie e la madre: basta!

Ma sognavo. Questo nessuno poteva impedirmelo: né loro, né la mia coscienza. E sognavo nulla e tutto. Sognavo chimere, illusioni, fantasie…anche a occhi aperti…Sognavo come una ragazzina di sedici anni, quale io ancora mi sentivo nell’animo. Sognavo…sognavo… e una volta sognai lui, il Pittore. Lo sognai senza mai averlo visto o conosciuto. Lo sognai come se squarciasse un velo di luce e venisse a me, dritto, verso di me…verso di me…che emozionata lo contemplavo nella luce dorata e trasparente del sogno. Ed io in ansia, fremente lo vedevo avvicinarsi e ne riconoscevo i particolari, i tratti somatici. Poi svaniva nel nulla.

E mi svegliavo stizzita.

E questo parecchie altre volte ancora, in sogno.

Ma una notte….ah che notte…egli finalmente arrivò a me. E, per pudore non dico che notte fu! ma lo penso ancora! (pausa)

Poi non l’ho più rivisto, perlomeno di notte nel sonno vero; ma lo sognavo ad occhi aperti, e sempre facevamo le stesse meravigliose… cose.

Pensavo che i sogni fossero sogni e basta. (Breve pausa)

Ma i sogni sono bugiardi!

I sogni sono ingannatori!

I sogni sono… sono forse premonitori?

Si, sicuro, perché un giorno, passeggiando oziosamente al lungomare - appoggiato alla ringhiera della terrazzina, che si protende sul mare, quasi come la prua di un vascello  - vidi lui!

Oddio, si, era lui, in carne ed ossa.

Era lui vivente e non sognato.

Era lui che, non appena mi vide, allargò le braccia per accogliermi… ed io mi portai le sue mani al petto in segno di resa e devozione.

Ah che amore.

Ma poi ebbi paura di questo amore folle, e per me impossibile… partii…  mi aspettò… ma non tornai. (breve pausa)

Sono stata cattiva, con lui,

che è così buono.

Cattiva, cattiva…anzi stronza!!!

Stronza, stronza…

Che casino!

Ma quando Ettore mi confessò che amava un’altra donna, ruppi gli indugi e lo cercai. Non fu facile trovarlo perché era ammalato, mi dissero…era turbato…aveva problemi mentali…E allora, fuggii via! lasciai  la mia famiglia, la mia casa, ed mi trasferii quaggiù - dove quel giorno ci amammo per la prima volta - qui in attesa di lui.

In chiesa.

Ragazzo – Che disastro! Mamma mia che disastro. Oddio…oddio…non ci avrei mai creduto.

Gennaro – Allora, la condanni?

Ragazzo – No, forse la compatisco.

Gennaro – Tutto qui?

Ragazzo – E cosa pretendi che mi rallegri delle corna che si fanno, reciprocamente, marito e moglie? Ma lo sai che se mia madre fa la puttana, mio padre è matematicamente cornuto ed io sono, inevitabilmente figlio di buttana?

Gennaro – Non esagerare adesso, siamo in chiesa…Sei troppo duro, guagliò…

Caterina – …e bisogna saper perdonare.

Gennaro -  Anche Marinella, in fondo…

Ragazzo – Marinella? Chi? La sgualdrinella?

Gennaro – Sei tosto, guagliò…

Caterina – Già…e allora guarda.

                                                                      Quarto quadro

Professore, Marinella e Giovanni

Davanti all'Istituto "Stanjislasky- Dancenko", gli allievi aspettano l'inizio della lezione: Giovanni e Marinella, due studenti del primo corso, stanno in disparte e discutono animatamente.

Gio:- Ma dai...-

Mar- No e poi no! Tu la guardavi, e non per guardarla,  come tu dici, ma per concupirla con gli occhi!   Zozzone! Lussurioso!-

Gio- Ma se le ho dato appena uno sguardo...-

Mar- Tu! tu! tu con quello sguardo l'hai spogliata!-

Gio- Oddio! Ma come sei esagerata...-

Mar- Esagerata? io?-

Gio- No, mia sorella. Ah, ecco il professore.-

Mar- Ne parleremo dopo!.. Esagerata...-

Entra il professore.

Prof.- Buon giorno, lieto di vedervi così numerosi  e ...di buon umore (allude a Giovanni e Marinella, imbronciati, che sono seduti in prima fila). Oggi vi parlerò, brevemente, del Teatro Siciliano a cavallo tra il 1800 e il 1900, poi andremo nel salone.

Come vi dissi la lezione scorsa, Giovanni Verga fu  l'innovatore del teatro italiano moderno, con il Verismo in scena: "Cavalleria rusticana","La Lupa", "Caccia al lupo", sono le sue opere più note.

Verista come lui fu Luigi Capuana, il quale compose  opere anche in dialetto siciliano, proponendo in chiave comica i vizi e i vezzi di popolani, di nobili decaduti, di nuovi ricchi, di eccentrici e di preti. Esempio: "Il Paraninfo", gustosa commedia incentrata sui matrimoni d'interesse; e "Lu Cavaleri Pidagna", la  cui trama è data dalla fuga della figlia...-

Giov.- ... la famosa "fujitina" di una volta.-

Prof.- Brrraaavo.

Ma l'affermazione definitiva del Teatro Siciliano si  ebbe con Nino Martoglio, il quale riuscì a portare il  Teatro del Riso alla vera e propria Condizione d'Arte. I suoi personaggi, umanissimi, reali, vivi sono incisi nella memoria collettiva non solo dei siciliani, ma di tutta la Nazione.

Chi non ricorda Mastru Austinu Misciasciu, del " San Giovanni decollato"; Cicca Stonchiti e Messer Rapa dei  "Civitoti in Pretura"; Cola Dusciu de " L'aria del  continente"?

Insieme a Martoglio è doveroso segnalare alcuni autori  minori, almeno per fama: Antonino Russo Giusti ( "L'eredità dello zio canonico" e "Articolo 1083", più  nota come: "Gatta ci cova"); Giuseppe Macrì ( "Fiat voluntas Dei"); Giuseppe Marchese ( "I Don").

Ma il sigillo universale lo dette Luigi Pirandello, il  quale, spinto dall'amico Martoglio, compose, per il grande Angelo Musco, alcune commedie in dialetto agrigentino. “Da Lumie di Sicilia” a “Liolà”. E il Musco non lo deluse: tutte le commedie ebbero successo di critica e di pubblico, per decenni.

Ed ora, se volete passare nel salone, continueremo la lezione rifacendoci al copione della commedia “L’Aria del continente”, che, spero, vorrete contribuire a renderla viva salendo sul palco e recitandola dignitosamente.

Esce. I due ragazzi si attardano, come se aspettassero che l’uno o l’altro, prenda l’iniziativa.                               

Giov.- Che fa? Andiamo?

Mari – E andiamo (rassegnata, ma non si nuove.)

Giov. – Marinella, non essere arrabbiata con me…sai che ti amo.

Mari - Io so che guardi le altre.

Giov. – Ti prometto che non guarderò più nessuno. Lo giuro! (fa cenno del giuramento).

Mari - … i tuoi giuramenti…

Giov. – Vuoi una prova più concreta? Eccola: vedi questa lametta? (si china e raccoglie da terra la lametta) Bene, ora mi taglio i polsi per dimostrarti quanto ti amo. (sta per fare, ma Marinella lo blocca)

Mari – Che fai? Fermo! Fermo…scemo …ti credo…ti credo e ti voglio troppo bene per vederti…morire…--

Giov.- (con la lama in mano) Sei sicura di non volere la solenne prova?-

Mari – Sicura.

Giov. (lasciando cadere la lama) E allora dammi un bacio.

Mari – Davanti a tutti?

Giov. – Si, davanti a tutti: tutti debbono essere testimoni dell’accadimento celestiale che è un tuo bacio, almeno per me.

Mari – Esagerato…te lo darò sulla guancia.

Giov. – Lo voglio qui (si mette le labbra a boccuccia)

Mari- Ma dai, non fare il bambino…

Giov. - …ehi, io sono un uomo.

Mari – E allora…comportati da uomo.

Giov. – Semplice a dirsi…

Mari-... e a farsi.

Giov. – Ma tu mi ami, mi ami?

Mari – Ma certo che ti amo, testone! Ma non mi mettere in imbarazzo di fronte alla classe.-

Giov. – Stanno andando tutti nel salone, vedi?

Mari – Lo vedo… ( ma non si muove)

Giov. – Marinella, restiamo per ultimi…

Mari – Perché? (maliziosa)

Giov.- Te lo spiego dopo.

Mari – Uomo misterioso. (come se aspettassero l’uscita dei compagni e intanto si dondolano)

Giov. – Eccoci soli. Allora questo bacio?

Mari.-  Eccolo. ( lo bacia sulla guancia)

Giov.- Non così, ma così (tenta di baciarla sulla bocca)

Mari.- No, fermo.

Giov.- Cosa c’è ora?

Mari.- Nulla… solo…

Giov.- …solo?

Mari. – Solo… che non mi devi far fretta. Non forzarmi.

Giov.- Chiederti un bacio è forzarti?

Mari .- Non è il bacio…è…è

Giov.- E’? 

Mari – Io… non lo so…forse ho paura.

Giov.- Hai paura di me?.. o del tuo ex?

Mari – No, ma cosa dici? Non di te, e neppure dell’altro. No, no. Forse ho paura d’amare.

Giov.- Ti fa paura l’amore? Oppure io, mio amore?

Mari – No, te l’ho detto. Non ho paura di te – so che sei buono – ma…ma dell’amore…capisci?

Giov.- (ciondolando il capo) L’amore, l’amore?

Mari.- (pudicamente) Si.

Giov.-  Capisco…comprendo…perché, in fondo, anch’io…

Mari – Anche tu? Mai?

Giov.- Si. (timidamente)

Mari – Giovanni, Giovanni mio, adesso so perché ti voglio tanto bene. Lo sentivo che eri solo mio.

Giov.- E tu sola mia. (l’attira a se) Ti amo tanto che quando ti stringo a me, sento…sento…la scossa!

Mari – Ed io i campanellini che mi tintinnano in testa e mi annebbiano la vista...

Giov. – …e canti angelici in sottofondo…

Mari – …con profumi di fiori di campo…

Giov.- …che salgono fino al cervello e lo incantano…(intanto si inginocchiano l’uno di fronte all’altro)

Mari - … e luci! Luci splendenti, luci abbaglianti, luci paradisiache.. (si toccano)

Giov.- … e una vampa di sole sul viso…

Mari - … e la mia anima si smarrisce…

Giov.- … col mio corpo che freme…

Mari - … io sono una corolla di fiore… (attirandolo a se)

Giov.- …che si schiude

Mari -… che ti chiama

Giov.-… che ti brama (si sdraiano per terra)

Mari- … Oddio, ti sento!  

Giov.-… Ed io ti cerco…

Mari - …e mi trovi.

Giov.- …in te...

Mari - …in me, ci sei tu...

Giov.-…con la mia anima...

Mari-… e l’anima mia vola.

Giov.-…con la mia e s’incontrano in Universi infiniti che frullano il cuore…

Mari -…e un’Eternità di corpi ci serrano l’anima…

Giov.-…mentre la vita scorre dai miei pensieri…

Mari -…e l’accolgo io, con gratitudine, in me – la tua vita! (buio)

Di nuovo la chiesa:

Gennaro – Allora che ne pensi? Marinella è innamorata di te o di lui?

Caterina – E’ sgualdrinella, come tu dici?

Ragazzo – Calma, vi rispondo: E’ innamorata di lui. E…e…non sono sicuro che sia una…Ma io che sono allora? Una schifezza…

Gennaro-…della schifezza della schifezza. E piantala con questa lagna. Tu sei uno come tanti altri. Le delusioni sono come la morte: inevitabili. Ma mentre contro la donna con la falce non c’è rimedio, le delusioni invece si possono combattere.

Ragazzo- E come?

Gennaro – Domandalo a lei (indica Caterina)

Ragazzo – Lei? (è sbalordito) 

Gennaro – Si, lei! E cosa pensi che prima di farsi monaca e poi di diventare santa, lei non ha avuto una sua vita secolare? Parlagli Catarì.

Caterina – (reticente) Insomma… molto tempo fa… ci fu uno scudiero…ma niente di serio…sposò un’altra.

Ragazzo- Anche tu? Delusa? Sono in buona compagnia allora.

Gennaro – E visto che siamo fra amici e che ci stiamo confessando, dirò che la mia bella delusioni l’ebbi anch’io. Dio com’era bella e… com’era zoccola!

Ragazzo- Cose da pazzi.-

Caterina  – Queste sarebbero cose da pazzi? E guarda qui, allora:

                                                                          Quinto quadro

Il scena il professore, poi lo psicanalista che non parla, ma pian piano s’addormenta.

Prof.- Come se fosse così semplice confessare d’essere un autodidatta - anche se lo fece, candidamente, un grande della scrittura del calibro di Borges-.

Beh, allora per evitare paragoni improponibili, diciamo che sono un quasi autodidatta e basta!

Basta? E allora cosa confesso?

Confesso, confesso, intanto ecco il mio nome: Ettore Bellassai, classe 1945, di professione aspirante filantropo, un po’ fannullone; e come hobby, docente di drammaturgia.

Volete il mio curriculum? Ebbene non ne ho. Perché? Perché ve lo già detto prima: sono un fannullone.

Insistete? e allora, per accontentarvi, vi do il mio curriculum scolastico.

Quindi, cosiddetta carriera scolastica: in quinta elementare il maestro Floridia mi disse: Lascia perdere lo studio e vai a lavorare.

Consiglio rigettato, mi piaceva studiare, ma avevo la memoria a breve termine, come fare? E’ grave!

E si, perché, per esempio della professoressa Guarino, pseuso-insegnante d’italiano, mi ricordo soltanto il nome. Poi fine.

Poi la smania per lo studio mi riprese e tornai a studiare, ma l’uso del congiuntivo me lo insegnò un mio compagno di “sventura”.

Dopo mille vicende e fatti, riuscii, come Dio volle, a maturami, però con la promessa tacita che non mi sarei iscritto all’Università.

Promessa che, da spergiuro, infransi qualche anno dopo. Ma fortunatamente per poco, perché la voce di Floridia me la sentivo sempre negli orecchi, e allora correttamente mi ritirai.

Poi feci un lavoro di bibliotecario che mi permise di “saccheggiare” un’intera biblioteca. E allora la Narrativa, il Teatro, la Saggistica erano il companatico del mio pane quotidiano.

E, infine, da doppio spergiuro, tornai all’Università col preciso  scopo di laurearmi in teatrofobia, volevo dire teatrologia applicata, no, insomma, Teatro e basta. Detto fatto: laurea con 80/110. E levati di torno.

Poi, un giorno commisi un peccato mortale, scrissi una timida poesia. Perché timida? Perché leggendo le poesie di autori famosi e bravi, a loro confronto, la mia poesia sembrava dissolversi in minuscole goccioline di similpoesia. Ma poi mi si diffuse un leggero alone di coraggio e la mano, col tempo, divenne più audace nella composizione.

Scrivere poesie…mica me l’ha ordinato qualcuno?  Ma che bello poetare. Dicevo, però debbo badare a non “intrupparmi” perché, fatta salva qualche eccezione, sentivo, spesso, nelle altre composizioni sapore di rimasticatura, odore di retorica, afflati di mammismo e sentori di odi e lodi per il proprio paese.  Poi magari, ermetici scimmiottamenti di un caposcuola di successo, ma senza mai che qualcuno proponesse una “favola”, un fine, una idea concreta e conclusa, un pensiero compiuto, oppure una visione, un profumo, un alito, un’illusione, un lampo, un sapore dolce o aspro – magari poi negati.

Lo avrete già capito: smisi di scrivere

Scusate, ora la mia domanda scema è questa: Se, per capire questo genere di  poesia  pseudointellettuale, è necessaria la cultura, o peggio, l’erudizione, allora che poesia è?   

Sarò retorico ma la poesia, per me, uomo di tutti i giorni e poeta a tempo determinato, è percepire, raccogliere e porgere pensieri, sensazioni, fatti, emozioni, sentimenti, idee, intuizioni, dolori e sogni, al fine di far sognare, vibrare, emozionare, sbalordire, sorridere addolorare, commuovere altri uomini come me. O mi sbaglio? Forse si. Però, secondo voi - trascurando le regole fisse e rigide della composizione - un buon musicista non potrebbe, dignitosamente, musicare una pagina d’elenco telefonico?

Ma qualcuno potrebbe, giustamente, osservare: e la pittura allora? Astrattismo, simbolismo, informale, surreale, impressionismo, espressionismo, cubismo e tutti gli ismi di questo mondo ancora? Come la mettiamo?

E io vi dico: lasciate stare questi movimenti perché la pittura – come la poesia – è una cosa seria e non va confusa con le tecniche, gli stili, le mode, le forzature e le originalità a tutti i costi. Tralasciamo, ovviamente, anche i mistificatori imbrattatele. Parliamo soltanto dei veri Artisti, per intenderci.

Solo il vero Artista ( il genuino talento), filtrando la realtà da poeta, tramite i suoi occhi incantati, attraverso la sua anima, con la sua personale maestria, propone la sua personalissima, originale, unica visione estetica, a seconda della sua ispirazione o estro, e la carpisce, fissando sulla tela ciò che altri mai potrebbero vedere: il mondo, la vita e la sua essenza.   

Ora ritornando alla comprensione della poesia, della pittura, e alla funzione dell’Arte: E’ evidente che il pittore è pittore perché dipinge una tela e la mostra; il poeta è Poeta perchè scrive la poesia sulla carta, e la pubblica.

Si potrebbe supporre, quindi, con ragionevole certezza, che essi abbiano “ creato” queste opere non per farsi dire: “ Ma che brrravo!”, ma in funzione degli altri uomini, affinchè le ammirino, le apprezzino, le capiscano e le godano.

Altrimenti, se operano per se stessi; se non debbono essere capiti, apprezzati, ammirati e goduti, allora il pittore non deve dipingere sulla tela, ma sulla sua anima; e il poeta non deve scrivere sulla carta ma sul suo cuore. Chiusa parentesi.

Ma riprendiamo il filo interrotto.

La matematica fu la mia bestia nera…insieme all’inglese…E il Greco: che era affascinante e misterioso, che per me rimase sempre misterioso e affascinante.

E il latino? Lasciamo perdere che è meglio.

Fine curriculum

Ora credete che, secondo i canoni, ciò ho detto sia in perfetto equilibrio tra introduzione, corpo e finale?

No, vero? E certo, altrimenti che autodidatta sarei - allora.

E’ tutto, che ne pensate? Anzi no! Ho moglie e un figlio. Ora è veramente tutto”.

Ma non ottenne nessuna risposta, quindi lentamente, si alzò dal divanetto e silenziosamente, quasi furtivamente, scivolò via dalla stanza - per non svegliare lo psicanalista.

                                                                            Sesto quadro                                                      

             

Professore Bellassai. Psicanalista, insofferente, che, dopo un poco, esce di scena, infuriato

Psicanalista - Ed ecco il profondo pensiero del Professore Ettore Bellassai (scribacchia sul taccuino), allora?

Professore - Dunque – tralasciando l’insegnamento - faccio tutto quello che faccio per la Società, per l’umanità tutta, disinteressatamente, con slancio, con vera passione; mi tuffo su ogni iniziativa benefica come un assetato nell’acqua; smuovo mari e monti per avere appoggio e quattrini per questa e quella iniziativa, ottengo quasi sempre l’uno e gli altri; coinvolgo gente volente e anche nolente, e alla fine mi scopro invidioso (o geloso) dell’uomo che mi ha portato via la moglie, quel pittore squattrinato.

      Bestia! Selvaggio! Scriteriato! Che non sono altro.

Ma perché invidiarlo, diamine, perché? Che cosa è in fondo? egli è soltanto un pittore fallito, no? E’ un inetto, è mezzo matto, è disadattato, è un illuso...è...è…ma si, è un Artista, Santo Iddio. E’ un  creativo, vede quello che altri non si sognano di vedere, mai!  E’ un sensibile figlio di buona donna che con la sua innocenza conquista il mondo. E’ uno che lascerà traccia del suo passaggio in questo mondo, come dicono certi critici - e anche quel bestione di monaco che gli ha dato la commissione d’affrescare la chiesa.-

Invece io…io non possedendo nulla di ciò che si definisce grandezza umana - vuoi Scienza, vuoi Arte, vuoi Spiritualità - sono un inutile erudito costretto ad arrabattami con la carità…anzi con la beneficenza, per sentirmi un uomo che vale…che vale. E, invece è lui

che vale, per Dio se non vale. E quel monacaccio lo sa, lo ha capito per primo. E ora lo so anch’io! Prima mi rifiutavo di accettarlo, di saperlo; lo volevo così, solamente come un povero pittore imbrattatele, un artista  senza talento bisognoso solo d’aiuto, ma ora so che è un grande Artista: il pennello lo sa tenere in mano, i colori gli sgorgano naturalmente, sa comporre le figure, questo è noto. E sicuramente quell’ispirazione, quella visione che, quasi in estasi, ci ha preannunciata, nell’accettare la commissione dell’affresco della chiesa, si tradurrà con naturalezza, in forme e colori; e lui  si immortalerà dipingendo l’assurdo e il reale, il vero e il falso, il profano e il divino, in quella chiesa che io ho voluto, si, IO HO VOLUTO!

Aspetta…aspetta… quella chiesa che io ho voluto…Certo io l’ho voluto, con la mia pervicacia, con le mie insistenze, con le mie conoscenze. Io ho raccolto i primi fondi, ergo IO L’HO FATTA!  E se l’ho fatta io, allora mi compete di diritto una bella targa di marmo posta sulla facciata principale, in perenne ricordo, dove ci sarà scritto per sempre:

                                   Al Professore Ettore Ballassi di Catania

                                                 Studioso d’arte e di civiltà

                                                  Benefattore  e  Fondatore

                                          La Comunità e il popolo tutto        (ma si, mettiamolo pure)

                                                    con riconoscenza

                                                              Pose

                                          Questa Targa a Perenne Ricordo

Bene, detto questo, o meglio, pensato questo, mi sentii, finalmente, allargare il cuore e respirando ondate di aria dolce e fresca. Mi sentii di nuovo poeta. E, dicendo un Pater Nostro, poi presi un sentiero in salita, che si inoltrava nei boschi. Dovevo assolutamente smaltire la sbornia che mi aveva procurato il solo pensiero della lapide  di marmo.

Salivo e mi svuotavo di pensieri, mentre i miei occhi, ancora abbacinati dalla luce del cratere fumoso che riposava molle e sonnolente come un vecchio fumatore d’oppio, si placavano ammirando l’armonia di verde e giallo che lo circondava.

E intanto arrancavo sul sentiero ripido e pensavo ai versi di  una poesia sentita chissà dove:

Bevo aria fresca e silenzio.

Vago sulle costole della Montagna

mentre le scarpe calcano la rena nera,

come se facessero una carezza audace,

come a volerla penetrare

col suo corpo che conosce il piacere,

con la sua mente che lo ricorda,

col suo ricordo che s’affievolisce.

E sfioro il fugace riposo

Del cratere che conosce il sublime turgore

I boati della smania,

le scosse dell’orgasmo,

l’eruzione del viscerale magma

che cola dai lombi,

abbruciatore.

Bevo aria fresca e silenzio

Mentre m’avvolge

Una folata di libeccio

Che sa di zolfo rovente

Che frulla la mia vertigine.

Poi il suolo m’accoglie, e mi consola.

Finito di fantasticare questa bella fine della mia vita, come quella di un poeta romantico, ricorrendo a quei  versi ricordati a casaccio, mi accorsi d’essere veramente circondato dalle tenebre, la luce era comparsa repentina. Ero al buio. E questa era vera realtà.

Ebbi un brivido premonitore: m’ero smarrito tra i boschi di castagno. E come un bimbo che ha paura del buio e dell’uomo cattivo, battendo i denti per il terrore, correndo all’impazzata incurante dei graffi che mi procuravano gli arbusti, scivolando sulla rena, annaspando, finalmente riuscii a gridare: aiuto…AIUTOOO! (poi come se avesse avuto una regressione infantile, cerca attorno a se lo psicanalista che è fuggito poco prima).

Dottore, mi sono perso! Che faccio? (esce)

                                                                      Settimo quadro

In questo quadro, unita alla bravura recitativa dell’attore, si dovrà mettere in evidenza anche tutta la maestria dell’illuminotecnico, e  di quella del datore della musica.

In scena il Pittore.

Pittore – Ancora non è venuta… Lei, occhi blue non viene. Perché non torni? Vuoi farmi impazzire? (pausa) Ora t’aspetto qua, dentro questa chiesa, tra quelle mura bianche, immacolate, vergini, pronte per me, mentre contemplo quella grezza materia alla quale dovrò dare vita col mio pensiero e le mie mani: E, intanto, penso a te, occhi blue, amore universale, amore dell’amore. Poi un brivido mi attraversa il midollo; e una vampata mi monta alla testa; e una luce m’abbaglia fino a stordirmi; e nel silenzio dei suoni

assenti, ma frastornato da un ritornello ossessivo e incalzante, che mi ronza battente e petulante nel cervello “ O che bel castello, naccondino ‘ndino ‘ndero…”;  con la testa che mi gira come se volteggiasse su una giostra ( ha gli occhi roteanti, dalla bocca semiaperta con un filo di bava gli cola da un angolo, le braccia aperte come a mantenersi in equilibrio). Quindi esplodi mente mia! esplodi fantasia, e dà forma, anima, colora, visioni reali e irreali, possibili e fantasmagoriche, caste e oscene ( gioco di luci e colori, ed egli aiutandosi con timidi passi di Sirtaki, indica le pareti sulle quali esse si devono fissare).

E in questo carosello di visioni, si materializza ora mio padre morente, col viso scarno e pallido con la bocca secca e le labbra screpolate, semiaperte  che stentano a pronunciare quella parola mai detta, forse la più importante, destinata al figlio; e le palpebre rosse che vorrebbero aprirsi, ma non vogliono lasciare la visone che ammira ormai da giorni: l’aldilà? Forse. E la mano di cera, ossuta, il cui dito indice, storto dall’artrosi, pare volesse indicargli l’ultimo mistero.

Poi è la volta del professore Battiato, che seduto sulla panchina ciondola il capo, e, al lento sopraggiungere della donna in nero, si scuote di soprassalto, si guarda attorno irritato, restringe gli occhi a fessura, e la vede, e la riconosce, e le sorride sardonico e percuote il terreno col bastone, quindi fa un gesto di ironica e finta stizza, e si beffa della morte chiamandola: bella signora - scocciatrice.

Ed ecco dottore Anelli, il suicida - col volto sorridente e solare - con la barba incolta, i panni inzuppati, e una grossa macchia rossa sulla candida  camicia, proprio all’altezza del cuore - insieme ad una smagrita soave dolce signora; con la quale, tenendosi per mano, solcano il balenio dei raggi del sole e si posano come foglie vive trasportate dal vento, su un ampio trono fatto di pietra calcarea, bianca, gessosa, polverosa, che al loro sopraggiungere, espande argento dai suoi braccioli, e oro dalla grande spalliera.

E gira, gira e gira, e ancora si materializzano corpi di donne nude col viso irriconoscibile; forme di uomini acri; poi cannoni e sirene; quindi sangue e sudore di sangue; poi fumo nero e rosso che invade tutta la chiesa. D’un tratto dal pavimento, s’innalzano colorati getti di fontana che rompono il muro di fumo e si riversano a piccole strisce gialle dappertutto; ma poi man mano si ingrandiscono solcando piani azzurri; torrenti di verde si riversano su sfondi ocra; zampilli rossi si fondono col verde mare; e il nero sta in agguato. E allora mio padre, il professore, il dottore e sua moglie, si dissolvono in lava incandescente che colma valli grigie e forma colline verdi e promontori rocciosi a strapiombo su un mare di lucentezza bianca, blu e gialla, con allo sfondo una pallida, perlacea falce di sabbia lambita da acque molli e ferme - e si fissano nella volta dell’abside.

Ed ecco da una finestra, il viso d’adolescente di Marinella che guizza in aria come una cometa, e si ferma sopra un vaso di terracotta che improvvisamente diventa il corpo di donna. Le due figure si fondono roteando su se stesse, per essere poi risucchiati da un vortice che si ingrandisce man mano, che gira e rigira - a incredibile velocità. Quindi si ferma di colpo e da esso, come liquido sballottato dentro una vasca,  travasa e si riversa una marea di colore azzurro spumeggiante, il quale sale e sale fin sopra la volta della chiesa e si ferma a perpendicolare su di me. Quindi il mare si apre e da alla luce una stella dorata – che si fissa e muore.   

E dal fondo arriva una miriade di mosche blu. Gli insetti ronzano attorno all’uomo, poi, come impazzite, si urtano, si scontrano, s’attraggono e s’allontanano, fino a diventare una vaga forma umana che ha gli occhi di Deborah, mia ex moglie. La forma assume una piccola, insignificante, scia di colore rosso che s’innalza in cabrata, per poi picchiare al suolo mutandosi, nel terribile impatto, in miliardi di scintille che ricoprono tutto il pavimento - formando un mosaico fosforescente.

Dall’ingresso, in controluce, nello splendore del sole calante, una folata di vento reca ai miei piedi  un ventaglio chiuso. Il ventaglio al timido tocco dell’uomo, si apre e si ingrandisce repentinamente. I suoi raggi sono formati da figure umane: c’è il Gallerista, il mio maestro, il mio collega, il critico d’arte, il mio vicino di casa, il parroco, il matto e lo scemo del quartiere, che dilatandosi danno origine a un cimitero monumentale. Ma improvvisamente dal cielo scocca una folgore che li avvolge e li sconvolge. Quando il fragore è passato, in chiesa appaiono e brillano duecento tonalità di colore, che si spingono, e si ostacolano, e si sopraffanno, fino a diventare un Universo pieno di corpi celesti, che si muovono armoniosamente - per fissarsi definitivamente, durante il milletrecentomilionesimo giro, nella parete di destra.

E da cielo piomba la femmina più bella, la mia bella, la Bella per eccellenza, occhi blue, l’amore allo stato puro, che, come un’atomica, scoppia ai miei piedi . Forma il famoso fungo di terra, di polvere, di aria e di niente. Gira attorno a me e, man mano si affloscia tra le mie braccia fino a divenire carne palpitante- e cade per terra. Mi chino amorevolmente per raccoglierla, ma la Bella, si riscompone, schizza via e si schianta contro uno dei grandi archi. Ne risulta un’allegoria d’amore di rossi, gialli, verdi, blue, avvampa e poi sfuma, che si torce e poi guizza, fermandosi solamente - e fissandosi - quando l’arco principale, sopra di me, è tutto dipinto. Allora, per la prospettiva faccio alcuni passi indietro per vedere quell’opera finalmente in pace, per godere di questo amore, ma  sprofondo giù il fondale, a tre chilometri di distanza, per poi pentirmene e riemergendo.

Poi, ad un mio gesto affettuoso, si formano dei personaggi che declamano ad alta voce, versi sconosciuti e strambi. E faccio un gesto, come per zittirli, e questi personaggi si fondono in colori rosso e azzurro e oro, e si ricompongono nella figura del monaco committente - Dio Padre – e si fissano sul fondo dell’abside.

In quel momento tutto tace! Anche il ritornello nel suo cervello. E tutto si serba, attonito, e sembra come un’atmosfera d’attesa di un mondo intatto, aspettando un non si sa chi - o che cosa; un minuto, un secondo, l’Eternità; poi il carosello di colori riprende con maggior vigore. Mi riavvolgo su me stesso, inciampo, cado, faticosamente tento di rialzarmi, ma sembro incollato, schiacciato al suolo. Sto per urlare, quando alzo gli occhi e vedo una girandola rossa, che si muta in verde, che cambia in giallo per fissarsi nel volto di Giovanni - Cristo Gesù, avvolto in un alone di misterioso bianco traslucido che parla senza profferire parola, che gesticola senza muoversi, che cammina restando immobile, che guarda senza guardare, che sorride senza sorriso. E guardo estasiato quella figura che è evanescente e imponente, che ricompare e scompare, ma dai miei occhi, non dalla mia mente, dentro la quale si forma, s’ingrandisce, si dilata, si espande fino a fare esplodere il mio cervello. Un getto di coriandoli invade la chiesa: tutti gli archi ne sono cosparsi, e si forma un vortice, che lentamente si esaurisce, e impregna, pervade, s’insinua in tutta la chiesa, fino a calmarsi, a decantare, a fermarsi. E quel vortice ha formato due figure strane, inusitate, inattese, ma belle e innocenti, e hanno le sembianze di un Ragazzo e di Marinella, ma sono tratti tremuli, perlacei, spumeggianti, che ondeggiando e dondolando, si uniscono in una sola figura: un Albero, grande, frondoso, tondeggiante, verde,  polposo, succoso,  intensamente odoroso, che si fissa sopra il portale d’ingresso. Un coro angelico protesta e quindi il grande albero fluttua come un miraggio, si stacca dalla parete e si pianta sul pavimento con un fragore di temporale estivo e si ferma. Stormiscono le sue foglie e rievocano il nulla, il tutto, anche il Tempo. Quindi si ode un canto di fanciullo, che diventa pian piano musica di flauto dolcissima, delicata, lieve, carezzevole, sussurrata come da un impalpabile soffio. Poi ancora silenzio, pace, amore, solitudine, bellezza, armonia; e l’Albero, prima solo idea, riappare in tutta la sua splendida maestosa gratificante figura, risplendente al sole, là, in alto, al centro della grande chiesa - ormai tutta affrescata con colori vivi e morbidi che riecheggiano mondi, stelle, galassie, comete, e l’Etna Madre Terra, dal cui ventre sgorgano boschi, montagne, mari, fiori e frutti, con il monaco - Dio creatore onnipresente e compiaciuto - mentre una frescura, emanata dalle sue radici, e la luce delle sue fronde, sempre più rassomiglianti al volto di Giovanni - Cristo, incredulo, angustiato e dolente - percorrono l’aria e avvolgono l’Infinito.

S’allargano i colori e i suoni. Un tuono fragoroso scoppia improvviso; un lampo saetta da un capo all’altro; il Tempo è stupito; lo Spazio è basito; poi una nebbia si alza uggiosa, ma dura un tempo o due, ed è subito spazzata via da un colpo di vento impetuosissimo; e uno schianto nelle viscere della terra, o in quelle mie, attesta la sua presenza, prepotentemente: E la chiesa traballa, quindi gira e si capovolge e si rigira, e allora, io, o la mia ombra, accaldato, impermalito, sudato e impettito- sputando saliva nera e rossa – con certosina calma euforica, raccolgo tutto: pavimento, soffitto, pareti, volta, archi, abside, li arrotolo, e me li metto sotto il braccio e, accompagnato da un ritornello - fiducioso: “Giro, giro tondo, quanto è bello il mondo…” che ode fischiettato in lontananza, ma forse più come idea che col pensiero, corro e giro in tondo, ispezionando con un feroce ghigno sardonico, la chiesa ridiventata nuovamente bianca, nuda e grezza. Poi, improvvisamente, ricordandomi libero, colmo di folle ebbrezza, vado e mi precipito verso il tramonto inseguito da una scia profumata che sa di ginestra. 

E un ululato di sirene si ode in lontananza…

                                                                          Ottavo quadro

In scena Pittore e Psichiatra

Il pittore prima starà steso come se fosse sul lettino ( stringerà un radioregistratore che trasmetterà una sinfonia di Bethoven). Poi, quando si alzerà, reciterà a scatti, con voce stridula, o rauca, oppure roboante (esaminare la possibilità di far dire allo stesso personaggio le varie battute delle “voci”). Lo psichiatra, prima si muoverà sulla scena come se dettasse delle memorie ad una segretaria;  poi seguirà i deliri del pittore, infine sarà quasi annoiato.

Psichiatra – (come se leggesse) “Nel quarto anniversario della sua morte, sul giornale “La crisi del mattino”, fu pubblicato questo annuncio: Lauta ricompensa a chi troverà e conserverà il suo ricordo.

Eppure io ero ancora lì, gironzolavo per le strade, guardavo le vetrine, scrutavo i passanti, leggevo i titoli dei giornali esposti nelle edicole; e nel giardino pubblico scansavo la cacca dei cani e scalciavo le foglie morte. In una parola: vagavo per la città. Ma loro: niente!

E va bene, vuol dire che provvederò da me stesso.

Allora scrissi al tipografo:  Quando S.E. l’Arcivescovo, nel fare una genuflessione, inciampò e cadde, beh, che vi debbo dire? fui io a fargli lo sgambetto. E al Sindaco? Come fu che al Sindaco gli si ingarbugliarono la lingue e i fogli del discorso? Eh? E allora? “

Bene, bene, allora, cosa dici, pittore?

Pittore - Non lo dissi io che quel giorno c’erano 44° all’ombra? Cosa? Dissi che il cane ruggiva? Psichiatra - Questo non lo ricordo. Ma disse proprio così?

Pittore -  Va bene lo dissi. Ma loro ancora: niente!

E pazienza, vuol dire che ognuno ha la propria stella cometa - con tanto di coda e corna-.

Perché, quando l’Avvocato Santamaria giunse fin lassù, non restò a bocca aperta?

Ma che razza di posto è mai questo? Disse. E ora dove mi metto? Cosa faccio? a chi lo dico?-

Psichiatra - Dillo a me.-

Pittore - A te? Ma non è possibile!-

Psichiatra - E perché?-

Pittore - Perché tu sei un gatto, e per di più spelacchiato e randagio. Ecco perché! Vedi? E’ una tegola che si adagia sulla mia spalla, come una pappagallo brasiliano.(lo psichiatra si estranea).

Tegola, che succede? Cos’è che vuoi?-

Voce Tegola -  Non voglio più stare con le mie compagne.-

Pittore - Perché mai?-

Voce Tegola - Perché mi opprimono, m’incatenano, mi frenano, non mi lasciano esprimere…-

Pittore - Tutto qui?-

Voce Tegola - Si, più o meno.-

Pittore - Va bene, dillo all’Arciprete dell’arcipretura di Trequestioni!-

Voce Tegola - Grazie, ma non posso.-

Pittore- Come? non puoi?-

Voce Tegola - Vedi, sono musulmana!-

Pittore - E, intanto, l’elefante muggiva rabbioso e diceva: Sono un incompreso. Guadagno molto, è vero, ma sono e resterò sempre un incompreso. Ora, mi dite da che parte tira lo scirocco? Dalla mia o dalla vostra?-

Psichiatra – (avvicinandosi come per calmarlo) Tieni, smiffa, quattr’ossa e lascia perdere.-

Pittore – (come se non avesse visto e sentito)  Quel giorno era venerdì e non si mangiava abbastanza in quel luogo. Cristoforo Dionisi respirava a fatica, l’aria era afosa e pesante: duecento tonnellate per centimetro quadrato, e i suoi passi non lasciavano impronte sulla sabbia umida di rugiada a zero gradi. Quando sorse il sole - o la luna? - egli emise un lungo fischio silenzioso e la ragazza si voltò! Ma che faccia aveva quella! Erano due natiche all’antica, l’una più audace e l’altra timida. Quella timida sorrise e arrossì. E i gamberi furono cotti! Quella notte a Venezia c’era tutto il vicinato: il ragioniere Trombatore e la signora; Garella e suo fratello; Cosimo Corallo era con la sua giovane testa tenuta a guinzaglio a mezza  altezza sul canale di ponente. Qualcuno dei presenti defecava artisticamente nella laguna. E il capostazione si disperava:

Voce Capostazione - Ma insomma, si parte o non si parte?-

Pittore - Perché si parte?-

Voce Capos. - Perché lo dico io.-

Pittore - Tu chi?-

Voce Capos. - Il capostazione.-

Pittore - Non mi pare, onestamente…-

Voce Capos. - Fai tu allora.-

Pittore - Faccio cosa?-

Voce Capos. - Fai cucù!-

Pittore - E nel cuore della notte - o nel fegato, non ricordo bene - egli pianse di piacere.

Le lacrime gioiose

Fluivano copiose

Sulle aiuole e sulle rose

Percorrendo vergognose

Tante vie rugose

Incanalandosi esose

Formando ruscellose

Un fiume di ventose.

Poi, a mezzavia, scoppiò un tuono e la vettura si capovolse. Dai rottami incandescenti, con occhietti fosforescenti, venne fuori, lesto lesto, un altissimo e lentigginoso topo.

Voce Topo - Buon giorno signori, permettete?-

Pittore - E si asciugò i piccoli occhi color del mare sul visone di Clarissa Colmani, in Santamaria, procuratrice legale, che svenne per l’emozione.

E il barbiere protestò:

Voce Barbiere - Certo, ai miei tempi…-

Pittore - Naturale, quando si dice la fortuna…-

Voce Barbiere - Cacchio! Ma pensa: con un sol colpo, com’è possibile che te ne arrivano tre? E tutte e tre citrulle ( o citrigne)?-

Pittore - Dai racconta…-

Voce Barbiere - Niente, e che debbo dire? Ero là fermo, che facevo perno sul piede sinistro, quando le vedo che mi si avvicinano a ventaglio. Tu cosa avresti fatto?-

Pittore - Quello che facesti tu, immagino.-

Voce Barbiere - Esatto! E io lo feci!-

Pittore - Tutto questo accadde perché, in quel tempo, un socialista era la potere. La gente diceva: - Verrà! È questione di spazio.-

E intanto la campana suonava a falce e martello - o a tenaglia? – mamma quante indecisioni…

1 Voce - Questa cassa non è proprio da disprezzare, è decente.-

2 Voce - E l’addobbo? L’avete visto? Era tutto di velluto viola…-

3 Voce - Pareva una santa…-

1 Voce - Io certe cose non posso vederle!-

2 Voce - Quando morì mia suocera, sant’anima…-

3 Voce - Già quello furono bei tempi.-

1 Voce - Ma il confessore ci fu?-

2 Voce - Due volte aprì gli occhi e due volte li richiuse.-

3 Voce - Poi fece un grande sospiro…-

1 Voce - … e vi mandò tutti affanculo!-

2 Voce - Ma l’organo non c’era. Non s’usa, scusateci.-

3 Voce - E ora se volete passare di qua, prego…-

Pittore - E scesero nella fossa settica.  Poi giunsero nella mattinata. E erano tre:

scaricarono l’auto, montarono il telaio, stesero le bandiere, sistemarono gli amplificatori, misero i nastri, attaccarono con la musica, videro i poliziotti - due in tutto - fecero una passeggiata, mangiarono ceci abbrustoliti - la calia -,

spensero gli amplificatori, tolsero le bandiere, ammainarono le velleità, smontarono i telai,  staccarono le trombe,

caricarono tutto sul portapacchi, entrarono tutti nell’auto, innestarono la prima - che grattò-, e partirono.

Restò solo un volantino:

diceva:

Manifestazione giustizialista!

Psichiatra  - Per chi ci crede…-

Pittore – E al tramonto fu più triste. Dall’albero pendeva Carlo Giacinto Tropea. S’era impiccato di gioia!

E, intanto, il tempo passava. Gli chiesi:

Pittore - “ Mbeh?”

Voce Tempo - “ Mi sento solo.”

Pittore - Mentre la colomba brucava l’erba incandescente e burrosa, una donna scollacciata la guardava con occhi velati di pianto indelebile e nella fontana un fanciullo faceva pipì. Poi tutto diventò rosso- inchiostro e la terra girò all’incontrario - o era il sole? - quindi, gagliardo, il postino bussò:

Voce Postino – C’è posta per voi.-

Pittore - Chi mi scrive?-

Voce Postino - L’ufficio oggetti smarriti.-

Pittore - E che vuole?-

Voce Postino - Vuole sapere chi siete.-

Pittore - Rispondete: sono sempre io. Segue lettera, cazzo!- Ma fatti strafottere, avrebbe voluto dire quello, pensieroso, intanto che inseguiva l’amico tra le alghe finte dell’acquario, boccheggiante come un pesce maturo in un pomeriggio estivo, nell’Africa Nera.

E il tempo passava.

Poi gli chiesi:

Pittore - Allora?-

Voce Tempo - E che vi debbo dire, mi sento un po’ stanco, vorrei fermarmi un pochino…-

Pittore - Ma un pensiero volante cadde giù, rovinosamente, sull’occhio dorato del pavimento di linoleum, fece un grande fragore, e disse disperato: Accidenti, a momenti cantavo in coro.-

Pittore - E quando gli presentarono il conto – erano le tre circa del pomeriggio del giorno dopo, quando guardando il cielo in basso, sputai sul mare in alto, biascicando: Poche sono le cose buone di questo mondo, ed esse sono sempre degli altri!-   

Psichiatra - Come? Nemmeno una è tua?-

Pittore - No, perché? E’ forse importante?-

Psichiatra - No, così… sai… non si può mai sapere.. può darsi… chissà … uno sbaglio, un errore..-

Pittore - No, egregio eccellenza chiarissima e reverentissima Toccasana, a me le cose buone non arrivano nè per sbaglio, nè chessoio…-

Psichiatra - Ma tu ci hai provato?-

Pittore - Sempre!-

Psichiatra - E allora?-

Pittore - E allora mi rispondono sempre: tu-tu, tu-tu, tu-tu, occupato!-

E la canzone tango va!

Allegra e sconosciuta si insinua nelle vie,

nei cortili,

passa dalle finestre,

entra nelle stanze vuote

della mia vita.

Bilancio annuale:

Zero più zero uguale

ZERO!

Psichiatra - E sei ancora vivo?-

Pittore - Perché, si vede?-

Psichiatra - Pittore, Pittore, ci sei?-

Pittore - E certo che ci sono, frescone!-

Psichiatra - Pittore, mi senti?-

Pittore - Ti sento, ti sento.-

Psichiatra - E allora alzati e cammina!-

Intanto il pittore si è risdraiato. Lo psichiatra gli toglie gli elettrodi (messe repentinamente in precedenza).

Quindi il pittore scende dal lettuccio, stringe la vecchia e sdrucita vestaglia color grigio sporco sul pigiama azzurro spiegazzato, si prende il piccolo registratore che continua a suonare un brano di musica classica, se lo pone sotto il braccio, ed esce mogio mogio.

Psichiatra – Infermiere, portatelo al reparto bagni, e lì, ascoltando Bethoven, fategli fare un bel bagno caldo e uno freddo, uno caldo e uno freddo, uno caldo e uno freddo…”

Poi, signorina, per oggi basta.

                                                                         Nono quadro  

Nella chiesa.

Gennaro, il Ragazzo e Caterina.

Ragazzo – Pazzesco! Quello che riuscite a fare è …è sbalorditivo.

Gennaro – E non hai visto il resto.

Ragazzo – il resto? C’è dell’altro?

Gennaro – Ci sei tu!

Ragazzo- Io? E come, di grazia?

Gennaro – Tu! come vorresti esserci -  forse così?

Caterina c.s.

In scena Liliana, il Ragazzo e poi Pasquale.

Liliana -“Te ne pentirai!”

Ragazzo -  Questa frase attraversò la mia stanza come una lama d’acciaio, conficcandosi nel mio petto, mentre colei che me l’aveva lanciata, usciva  infuriata, sbattendo  la porta dietro di se. “ E’ finita” pensai.

E mi disperai perché credevo che tutti i miei sogni, le mie speranze, le mie ambizioni, e, forse, anche la mia vita, stessero per svanire come in un convulso incubo dell’alba - quando i sogni appaiono e sembrano più reali della stessa realtà - per colpa di quella donna, che poteva disporre del mio futuro a proprio piacimento, nel bene e nel male -ma da quella minacciosa frase, sarebbe stato senz’altro nel male. Infatti quella mantide ventiseenne, belloccia e capricciosa, si chiama Liliana de Pretis, ed è la figlia del Presidente del mio Sodalizio Sportivo e un’influente Consigliera della Società di Calcio Esperia.

“Accidenti, accidentaccio d’un accidenti.” – gemevo, picchiando i pugni sul cuscino – io lo sapevo che sarebbe finita così - lo sapevo!

Pasquale m’aveva avvisato:

Pasquale - Stai attento alle donne , guardati soprattutto da Liliana De Pretis.

Ragazzo -  Ed io, ingenuo, gli avevo riso in faccia, dicendo: “ Ehi, zio, stai buono, so badare a me stesso”.

Ed ecco come avevo saputo badare a me stesso. Conclusione: Ora mi trovavo nella stanza del Villaggio del Esperia - forse per l’ultima volta – sdraiato su un letto, che mi commisero per ciò che mi è accaduto, e per quello che mi sarebbe potuto accadere in seguito, e tutto ciò a causa di una donna.

Quando giunsi nella grande società di calcio mi sembrò d’aver toccato il cielo con le dita, perchè tutto corrispondeva secondo le mie aspettative: grande Club, grande città, grande pubblico, grande allenatore, grandi campioni per compagni e maestri. Beh, c’erano anche i soldi, e molti, ma per me questi particolari erano di secondaria importanza: a me interessava … interessava…- suvvia e dilla! - interessava la fama, la gloria, l’osanna dei centomila del pubblico: l’ovazioneeeee!

-Oddio, oddio, tutto è compromesso, se non definitivamente perduto!

Poi la scenata: Ero solo nella mia stanza, e stavo studiando - avevo ancora due ore a disposizione, prima di recarmi allo stadio per assistere all’ultima e decisiva partita della prima squadra; la quale doveva assolutamente vincere per potersi fregiare, nuovamente, dello Scudetto di Campioni d’Italia - ed ero nervoso- chi non lo sarebbe stato?- ma ciononostante, caparbiamente, volevo farmi lo stesso i due capitoli giornalieri di Ragioneria- come avevo promesso a papà –  e, quindi, stoicamente, mi applicai a leggere e a ripetere le  prime paginette della materia più ostica di tutto il ciclo dei miei studi.

Immerso nello studio, non mi accorsi che la porta della mia stanza si era aperta e che, silenziosamente, era entrata Liliana; la quale, avvicinandosi da tergo in punta di piedi, mi tappò gli occhi e mi domandò con una vocina infantile:

Liliana  - Indovina chi è?

Ragazzo – Io prima sobbalzai per la sorpresa, quindi schizzai quasi fino al soffitto - quando ella  lasciandomi finalmente liberi gli occhi, mi si offrì alla vista quasi nuda - poi caddi a sedere e spalancai la bocca, mentre il cuore mi balzò in gola, mozzandomi il fiato. Subito dopo il  cuore, si mise a battere a mille all’ora – come dice la canzone – e il mio viso si smarrì tra il rossore, le mie gambe vacillarono perché, insomma, era evidente, ella, come si mise, mi si offriva! E i miei ormoni questo lo captarono molto chiaramente.

Ma Pasquale m’aveva messo in guardia:

Pasquale  - Ragazzo, la donna, anzi la femmina ti riduce a pappamolla: perdi la forza, lo scatto, i riflessi, e per un portiere è meglio morire!”

Ragazzo – Ed io, memore, avevo resistito prima a lei - facevo il finto tondo: Come? Quando? C’è caldo…Devo andare…la partita. ( poi il pudico) Sono ancora vergine, mi vergogno.( infine respingendola apertamente) Mi dispiace, non posso, Scusami.

( e a beneficio dei miei ormoni: recitavo un Padre Nostro dietro l’altro).

E fu allora che ella, abbottonandosi furiosamente la camicetta, mi lanciò quella terribile tagliente frase:

Liliana - :  Te ne pentirai!

Ragazzo- Restai imbambolato per chissà quando tempo, finchè, finalmente, mi riscossi e sentii Pasquale che mi diceva.

Pasquale -  Ghepardo, svegliati, alzati, sono due ore che busso! Alzati! Grandi notizie! Devi scendere subito nel salone. Sei stato convocato, forse devi andare in panchina! Ci pensi, moccioso? In panchina! Vitale, la riserva ha avuto una colica renale, poveraccio. E’ all’ospedale. E Arturo, l’altro portiere chissà dov’è. Comunque, indipendentemente, il Mister ha scelto te. Dai presto, sciacquati il viso e vieni giù. Devi pranzare con gli altri.”-

Ragazzo - Dissi: Non è uno scherzo, vero Pasquale? Bada che sono capace di strozzarti…-

Pasquale - Alzati! Il Mister t’aspetta!

Ragazzo – Mi alzai e nel bagno, intanto che mi asciugavo il viso, vedendomi allo specchio dicevo:

-Non è possibile. Non è vero. Sto ancora sognando – e giù la testa sotto il rubinetto – bruh bruh… Non ci posso credere: in pochi minuti, da che il mondo sembrava crollarmi addosso, sono passato a questa grande notizia…e chissà…Whuau! Whuau!!!

Pasquale, il Ghepardo è pronto, anzi prontissimo!-        

Voce - “Ghepardo, tu verrai con la squadra. Tieniti a disposizione per sedere in panchina. E adesso vai a pranzo insieme ai tuoi compagni.-

Ragazzo - I miei compagni! Così m’aveva detto l’allenatore, ci pensate? Aveva detto proprio così: i miei compagni. E quei compagni comprendevano, nientemeno, che sette nazionali, cinque campioni stranieri, più cinque “spiccioli” di classe, tanto per gradire… 

Immediatamente, il super portierone, Annibaldi, Capitano, “zio” e Nume Tutelare dello “spogliatoio”, mi accolse con il solito buffetto in viso, invitandomi, quindi, a sedermi al suo fianco. Quello era un onore riservato a pochi eletti; quel posto in effetti era molto importante: era destinato al personaggio del giorno. Il cibo era buono, ma non mi scendeva nell’esofago: vi restava a mezz’aria, come sospeso, non si decideva a scendere giù, nonostante i miei volenterosi e ripetuti tentativi di deglutizione forzata.

La squadra era appena partita, mi raccontò Pasquale, quando, con uno stridore di freni, arrivò nel vialetto un’auto sportiva rosso fiamma. Ne scese Liliana. Era cupa e nervosa.

Come una Valkiria imbufalita, ella scese gli scalini a balzi veloci e feroci; quindi affrontò Pasquale e il custode, con occhi fiammeggiati, gli puntò il dito al petto a mo’ di spada e disse:

Liliana - Dov’è?-

Pasquale - Dov’è chi? –

Liliana - Dov’è il ghepardo! Dimmelo subito o sei nei guai!- 

Pasquale - Ah, lui?  Dev’essere in camera sua a studiare, mi pare…-

Liliana - Ehi, cialtroni! Su non c’è, lo so! Vi ho detto già che passerete dei guai? No? Bene, ve lo dico adesso. Ditemi immediatamente dov’è il Ghepardo!-

Pasquale – Custode, custode  sapresti dire alla signorina dove si trova il portierino?-

Voce custode -  Allo stadio.-

Liliana - Allo Stadio? Così presto? Perché?-

Voce custode- Non saprei, signorina, è andato con la squadra. L’ho visto salire sul pulmann…-

Liliana - Con la squadra? E come mai?

Voce custode - Doveva andare in panchina, mi pare d’aver capito. Altro non saprei…-

Liliana -  In panchina? E Vitale? –

Voce custode- Colica renale, signorina. E’ all’ospedale.

Liliana - Il Ghepardo in panchina…maledizione! già…già. ..Grazie! Bene! Con voi due faremo i conti dopo. –

 

Liliana esce dalla scena come il vento, per rientrare come una tempesta.

Liliana - La ruota è a terra! Maledizione! Pasquale, cambiamela!-

Pasquale – (come se cambiasse la ruota) Anche la ruota di scorta è sgonfia.

Liliana - Me ne frego! Montala lo stesso. Debbo arrivare allo stadio prima che inizi la partita! -

Pasquale - Signorina, ma rovina tutto…voglio dire, oltre al copertone si rovina il cerchione, la trasmissione, la carburazione, la testata…E’ un peccato rottamare quest’auto così bella, così preziosa…- 

Liliana - Va bene, maledizione! Allora vengo con voi.-

Pasquale - Signorina, noi ancora non siamo pronti, poi usiamo il furgone…

Liliana - Sbrigatevi o vi fulmino. Debbo fermarlo! Non deve stare neppure in panchina, non deve giocare!

Pasquale – Ma, naturalmente non arrivammo in tempo perchè facemmo appena tre chilometri, quando il furgone, chissà perché, si  fermò senza più una goccia di benzina, tra un incurante gregge di pecore.

Ragazzo - Intanto le squadre entravano in campo preceduti dalla terna arbitrale. Il pubblico si agitava, applaudiva, intonava cori, mentre gli altoparlanti annunciavano le formazioni. Io, in tuta nuova fiammante,  entrai al seguito della Squadra, insieme ai miei cinque compagni di panchina e presi subito posto accanto all’allenatore in seconda.

E la partita ebbe inizio, ma le cose, si vide subito, che per noi si sarebbero messe male: c’era paura in campo, perché si doveva vincere a tutti i costi, senno addio scudetto. Poi subito dopo, con una nuova tattica del Mister, unita allo sforzo degli atleti in campo - a parte qualche brivido corso in contropiede - diede i suoi frutti: Nicola Zardo, piccolo saettante attaccante opportunista, con un guizzo da serpente, affondò il piede su una palla fiondata da destra e spinse il pallone in rete.

Il boato che si levò al cielo fece tramare me e lo stadio, e mi si trovai abbracciato al poliziotto Carvagna, un mio baffuto compaesano. Era il trentesimo minuto del secondo tempo.

Ora tutto sarà più facile, pensavo: la squadra ospite si sarebbe aperta e loro avrebbero raddoppiato, mettendo al sicuro il risultato, la vittoria e lo scudetto.

Ma non fu proprio così.

Come una maledizione di qualche dio invidioso, sui miei compagni piombò la paura di vincere: Divennero nervosi, sbagliavano i passaggi più facili, sembravano senza più forze,  le gambe legnose. E, come se ciò non bastasse, Zardo si “mangiò” un gol già quasi fatto!

E gli avversari, purtroppo, lo capirono; si presero di coraggio e fecero vedere i sorci verdi ai miei spiritati compagni, al Mister - che aveva perso il self-control -; al pubblico e, forse forse, anche al nobile Presidente e a suo figlia.

Come Dio volle, si arrivò al novantesimo minuto, e il risultato era sempre sull’uno a zero. Sembrava già fatta, anche se, dal bordo campo, segnalarono all’arbitro che si dovevano recuperare tre minuti di gioco. E pazienza, quindi, ancora tre minuti d’angoscia. Tre interminabili minuti di sofferenza per centomila cuori; tre minuti per esplodere di gioia o per strapparsi i capelli.

Pasquale -  Buon Dio dei calciatori: Tre minuti, solo tre minuti di protezione. Come? tre secoli? No, macchè: solo tre miserabili minuti, centottanta secondi. Poi un cero alto come una porta non te lo leva nessuno!

Ragazzo - Ma era tempo di Cresime e il Buon Dio del “ pio e disinteressato” magazziniere, probabilmente, era impegnato altrove; e il Maligno, sempre secondo Pasquale,  ne approfittò per fargli uno sgarbo personale, sgambettando la squadra col suo caprino zampino: Infatti, nonostante fossero già trascorsi i tre minuti di recupero, l’arbitro, forse perché ispirato proprio da Belzebù, non si decideva ancora a fischiare la fine della partita. E, purtroppo, come spesso accade, ecco il fattaccio:

Da un rimpallo casuale, un atleta avversario – un campione dal fisico di fauno - di contropiede, s’involò verso la porta difesa da Annibaldi. Corsi  fu tagliato fuori, di slancio; Geronetti tentò, invano, di placcarlo prima che quel demonio entrasse nell’area di rigore; mentre, d’intuito, gridai al mio portiere:

-Esci!-

Sempre  velocemente, quell’indiavolato attaccante, approfittando anche della piccolissima esitazione dello “zio” nell’uscita, con  una diabolica finta lo superò. Senonchè, prima di depositare la palla in rete, quel satanasso commise l’errore di guardare, con sguardo mefistofelico, il grande  Annibaldi - che aveva “mandato a spasso”. Ma il portierone lo punì! Con un tuffo disperato piombò sui piedi di quel luciferino e arrogante avversario – travolgendo.

Rigore ed espulsione, non c’era rimedio. 

Lo stadio ammutolì. Il silenzio era così profondo che si udì lo zufolare di un merlo nel vicino parco. Ma tutto durò pochi attimi, forse un secondo, poi esplose un finimondo di proteste contro l’arbitro: reo, secondo i tifosi, d’aver prolungato ingiustificatamente la durata dell’incontro; d’essere stato eccessivamente severo fischiando il calcio di rigore;  e d’aver espulso l’incolpevole portierone.

Annibaldi. Poi  Geronetti, a cui passò la fascia di Capitano, e gli altri compagni, protestarono energicamente con l’arbitro, ma era più che evidente che fossero  proteste sterili, inutili: l’arbitro, irremovibile Minosse, non si mosse di un centimetro dal dischetto del rigore.

E il Mister, intanto fece l’unica mossa possibile:

Voce - Fuori Zardo, dentro Ghepardo.

Ragazzo - Io - che ero rimasto calmo e compassato durante tutta la fase critica della partita - al cenno del Mister, e al grido di Taddei, il secondo :

Voce:  “ Vai Ghepardo!”

Ragazzo - Allora, silenziosamente e rapido mi alzai dalla panchina, presi a volo i guanti che mi lanciò Pasquale, aspettai l’autorizzazione per entrare nel terreno di gioco, e ottenutala, con naturalezza entrai in campo.

Un grido di donna squarciò l’aria:

Voce:  “Ghepardo!”

Ragazzo - Quindi ancora silenzio, incurante delle esortazione dell’arbitro che mi invitava a far presto, impassibile - a lunghi e felpati passi - mi diressi verso la mia porta: la porta del mio Destino.

Il mio viso era di pietra, il mio sguardo ardente, i miei movimenti felini; e, mentre procedevo, il mio pensiero era rivolto solo al pallone, alla sua probabile traiettoria e alla forza che vi avrebbe impresso il giocatore avversario incaricato del tiro.

Poi si fece il vuoto attorno a me: rimasi  solo tra i Centomila.

E come ai tempi delle interminabili partite a palla nelle strade del mio quartiere - quando Vincenzino mi gridava:” Ghepardo, para questo rigore!” - raggiunsi la porta, mi piazzai tra i pali; poi, guardandomi la punta delle mie scarpette bullonate, attesi che il giocatore designato a calciare il rigore si recasse sul dischetto; e quando l’avversario si accinse a battere, alzai la testa e lo fissai dritto negli occhi coi miei occhi felini – da Ghepardo!; poi,  pacatamente, gli dissi:

-Tira.-

Il giocatore sferrò uno di quei tiri  che i giornalisti definiscono imparabili: il pallone, cento all’ora, filò verso l’angolino alto della porta, a destra, proprio all’incrocio dei pali:

- Amen!- voi direste.

Ma io,  o meglio, il Ghepardo scattò: si erse in tutta la sua altezza, saettando con tutti i muscoli tesi fino allo spasimo, quasi allungando le sue membra, snodando le ossa, stirando i tendini, dilatando le cartilagini, violentando le leggi fisiche e anatomiche; quindi con i polpastrelli della mano destra sfiorò la palla ed essa schizzò, innocua, sopra la traversa.

L’urlo della folla coprì il triplice fischio dell’arbitro che decretava la fine dell’incontro.                                        

In chiesa.

Gennaro – Così ti sta bene?

Ragazzo – Certo, direi di si, va benissimo, ricostruzione quasi perfetta.

Gennaro – E invece no. Guarda fino alla fine. Guarda cosa ha da dirti Vincenzino, il raccattapalle dello stadio.

Voce di Vincenzino - Ehi, Ghepardo, Pasquale dice che dobbiamo piazzarci nella curva Sud: tu raccatti a destra, ed io raccatto a sinistra.

Gennaro – E tu tristemente annuisti; quindi dando una malinconica occhiata ai Centomila ti calcasti il berrettino con la visiera, quasi fino agli occhi - come se non ti volesse far riconoscere da quel pubblico che qualche attimo prima, nella tua fantasia, t’aveva osannato: Gattopardo!...

Ragazzo – …Ghepardo!

Gennaro - … (occhiataccia) quindi, trottorellando, prendesti posizione nel posto che ti era stato assegnato - caro il mio raccattapalle. 

Ragazzo – Raccattapalle, purtroppo, per ora. Ma non per molto, io ho la stoffa…

Gennaro – (interrompendolo)…speriamo…speriamo…e vedremo. Bè, Catarì, sto guaglione –  portierone della giovanile (beffardo) - è nu tantinello bugiardo, ma nun è cattivo questo gattopardo.

Ragazzo – Ghepardo! (breve pausa) Ma con voi non si può neppure sognare…

Caterina – Eccome! Si può e si deve sognare! Ma permetti anche agli altri di…sognare.

Ragazzo – Perché, quello che ho visto finora erano solo sogni?

Caterina – Non proprio e non tutti. Tu che ne dici?

Gennaro – (tagliando corto) Beh, pe’ mo basta. Spero che tu abbia capito…spero…(lo guarda di sottecchi, curioso, il ragazzo nicchia, imbarazzato ) Va bo’, perdonato. Guagliò, non ci pensiamo più, e per festeggiare questo nostro incontro…soprannaturale, vai a prendere tre pizze e due birre (poi piano) per lei una gazzosa, non sopporta l’alcool; e ci facciamo uno spuntino, perché giusto giusto stanno per suonare i Vespri, e avrei un languorino...

Ragazzo – (divertito) Senti ciucciarello, va bene che ho esagerato, ma se volevi scroccarmi una pizza, potevi dirmelo prima.

Gennaro – Vuoi ‘e dinare?

Ragazzo – No, offre la ditta. Come la volete?

Gennaro – Allora a me la pizza piace con pomodoro, la mozzarella – di bufala, mi raccomando – poi nu poco di olio calabrese a crudo, na pizzicata d’origano e basta. Ah, che sia sottile e ben cotta.

Ragazzo – Sottile e ben cotta…(pensieroso)

Caterina – A me piace con poco pomodoro, poi formaggio pecorino, rucola e mentuccia - e spessa, molto spessa.

Ragazzo – (sbalordito) Ma…ma… sono le pizze che piacciono a papà e mammà…non è che essi sarebbero…voi sareste…io sarei…

Gennaro - …noi saremmo, e tu saresti?

Caterina – Allora egli sarebbe…

Tutti e tre – Oddio!

Dissolvenza.

    Questo copione è stato visto
  • 2 volte nelle ultime 48 ore
  • 2 volte nell' ultima settimana
  • 15 volte nell' ultimo mese
  • 83 volte nell' arco di un'anno