Cosma perduto

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Cosma Perduto

commedia di  Mario  Bagnara

Personaggi

(in ordine di entrata)

Cosma

La Madre

Il Padre

L’Infermiera (Marlena)

Il Professore

Arabella

La Futura Suocera

Il Futuro Suocero

La Ragazza

Il Commissario

La Tuttofare

L’Affittacamere

N.B.     Le parti di Arabella e La Ragazza  saranno affidate alla medesima interprete.

Ugualmente,  se opportuno, può essere affidata all’interprete de  Il Futuro Suocero anche la parte de Il Commissario e all’interprete de la Tuttofare la parte de l’Affittacamere.

Il numero   degli  interpreti   indispensabili scende pertanto a nove.

 

                                                       

Primo Tempo

UNO

La stanza di Cosma.

(Cosma bocconi sul letto, la testa avanti. Il Professore gli sta guardando il cranio con  una grossa lente)

IL PROFESSORE  -  Mi dica esattamente come se n’è accorto. In ordine di tempo per favore.

COSMA  -  L’inizio è stato il tredici febbraio. Domani sarà un mese. Dio, già un mese.

IL PROFESSORE  -  Bene, un mese. Continui.

COSMA  -  Di quel mattino ricordo due cose. Ma è facile adesso interpretarle alla luce dei fatti che seguirono, allora invece si proposero come dettagli marginali.

IL PROFESSORE  -  Le cose che rammenta. Quali sono.

COSMA  -  Una fu l’impressione di vaghezza che provai quella mattina al mio risveglio.

IL PROFESSORE  -  Sia più preciso: una vertigine?

COSMA  -  Sì, forse.

IL PROFESSORE  -  E lei non ritenne di allarmarsi?

COSMA  -  No francamente non le diedi peso.

IL PROFESSORE  -  Sempre così. Ci si trascura, e quando magari poi è tardi... Be’, be’,  be’, vada avanti.

COSMA  -  Ecco invece il secondo ricordo riguarda il momento che aprii la finestra e mi accorsi di quello che c’era sul mio davanzale.

IL PROFESSORE  -  Cioè? Che cosa?

COSMA  -  Una presenza. Violetta e un po’ gelatinosa.

IL PROFESSORE  -  Spiegazione?

COSMA  -  Un verme.

IL PROFESSORE  -  Sopra il suo davanzale?

COSMA  -  Immaginai che l’avesse portato un uccello.

IL PROFESSORE  -  Però lei non lo vide l’uccello.

COSMA  -  Un verme non si arrampica sui muri. E tanto meno quel che vidi, un verme morto.

IL PROFESSORE  -  Piano. La vera morte è quella clinica. Certificata da un dottore.

COSMA  -  Le ho detto che allora lo pensai. Quel maledetto mattino. E mi venne l’idea di toccarlo, un po’ per vincere il ribrezzo un po’ per gioco. Ma non fu un gioco era imprudenza. Fece uno scatto e si agganciò al mio dito.

IL PROFESSORE  -  Strano comportamento se diciamo che era un verme.

COSMA  -  Non pensai più che fosse un verme - o solo un verme.

IL PROFESSORE  -  E che cosa pensò?

COSMA  - Mi prese un tremito, ma interno, che saliva dalle mie profondità.

IL PROFESSORE  -  Non ebbe l’istinto di reagire?

COSMA  -  No, non subito.

IL PROFESSORE  -  E cosa fece?

COSMA  -  Lo martellai sopra lo spigolo del davanzale, finché lui si staccò, precipitando nel giardino. Ma le assicuro non fu una vittoria. Dovetti farne un vero scempio, una carneficina.

(Il Professore intanto è venuto in avanti. Cosma si alza a sedere sul letto)

COSMA  -  Mi voltai e mi vidi allo specchio. Ero bianco ero tutto sudato. Volli asciugarmi la fronte e senza motivo razionale lasciai che la mano proseguisse il movimento sulla testa. Fu in quella mano a concretarsi il male. Vidi il primo capello rimasto lì morto, perduto, senza più vita né peso né senso. Ripeto che adesso è molto  facile connetterlo ai fatti successivi. Allora fu soltanto uno, perciò lo scossi e lo dimenticai. Ma l’indomani crebbe il numero. E i giorni seguenti in progressione. E’ stata una pioggia inesorabile, che da quel giorno non si è più fermata.

IL PROFESSORE  -  Capisco. In ogni modo stia tranquillo.  (Estrae dalla tasca un laccio di gomma)   Ora si metta coricato come prima.   (Gli lega il laccio intorno al collo)

COSMA  -  Che cos’è?

IL PROFESSORE  -  Un laccio di gomma.

COSMA  -  Stretto così? Ma è necessario?

IL PROFESSORE  -  Aumenterà la sua pressione verticale. Dico del sangue.

COSMA  -  Respiro male. Ho le vertigini. Ora mi ronzano le orecchie.

IL PROFESSORE  -  Sia paziente ancora un attimo. (Lo tiene fermo e lo osserva con la lente) Basta così.  (Lo libera. Gli passa le dita sulla testa, sempre osservandolo)Sente qualcosa? Formicolio?

COSMA  -  Dove?

IL PROFESSORE  -  Alla nuca.

COSMA  -  Non lo so.

IL PROFESSORE  -  Cerchi di stare un po’ più attento. E non si muova per favore, non ho ancora terminato.

(Entra la madre di Cosma)

LA MADRE  -  Permesso?

IL PROFESSORE  -  (sempre curvo sulla lente) Oh cara venga, signora mia, venga a vedere.     (Agita una mano alla cieca finché non l’afferra. Se la tira e tiene accanto)

LA MADRE  -  Ma se disturbo...

IL PROFESSORE  -  Ma no. Lei ha profumo ha calore ha confort. Appoggi pure la sua guancia. Adesso l’occhio sulla lente.

LA MADRE  -  E cosa guardo?

IL PROFESSORE  -  Non li vede? I cristallini. Sono loro i nostri piccoli nemici.

LA MADRE  -  Dove?

IL PROFESSORE  -  Alla base di ciascun capello.

LA MADRE  -  Ah, quei minuscoli... cubetti?

IL PROFESSORE  -  Esatto. Brava.

LA MADRE  -  Oh senta, oh guardi. Che carini!

COSMA  -  Ma che significa? Quali cristalli?

IL PROFESSORE  -  No, lei stia fermo, immobile e zitto per favore. Stavo parlando alla sua mamma.

COSMA  -  E cosa c’entra? Sono io l’interessato!

(Il Professore si rialza, tenendo sempre allacciata la Madre)

IL PROFESSORE  -  La spiegazione sono certe ghiandole aggregate al follicolo sottocutaneo. Elaborano un succo detto sebo che diciamo lubrifica il pelo. Ma se - mettiamo - c’è una causa ipsilon che altera il loro funzionamento, il succo aumenta e al contatto dell’aria si rapprende. E cristallizza, formando alla base del capello una morsa che - infine - lo spezza.

COSMA  -  Ma è orribile, come...

IL PROFESSORE  -  No, lei stia sempre fermo e sempre calmo. E le consiglio di evitare i paragoni.   (Porta la Madre un po’ discosto. Parlano in confidenza)  Soggetto ansioso. Non domina i fatti. Tende a pensieri tortuosi, concepisce paure irrazionali.

LA MADRE  -  E’ strano sa, non lo capisco, perché io gli ho sempre dato una perfetta educazione.

IL PROFESSORE  -  Ha qualche tormento personale?

LA MADRE  -  Non direi. Anzi fra poco avrà una visita che lo può solo rallegrare. A proposito, scusi, chiedo permesso, devo andare.

IL PROFESSORE  -  Allora la lascio. Con rammarico.

LA MADRE  -  Spiace anche a me, ma devo correre in cucina. La sua ragazza verrà qui coi genitori. E’ il primo contatto, ufficialmente. Così le preparo del croccante.

IL PROFESSORE  -  Buono, buono.

LA MADRE  -  Non solo. Ma indicativo sulla dentizione. Se nella mia futura nuora c’è del marcio, tanto vale che si sappia.

IL PROFESSORE  -  E se per caso avrà bisogno di un parere medico, qualunque ora, conti pure su di me.

LA MADRE  -  Lei è un tesoro. Si consideri... baciato. Oh che sfrontata. Con permesso.

IL PROFESSORE  -  Arrivederci.

(La madre esce. Cosma va a chiudere la porta)

COSMA  -  Guardi che ancora non mi ha detto se ne guarirò.

IL PROFESSORE  -  Ragazzo mio non sia precipitoso. Al mondo tutto va per gradi, anche le malattie. Fare una previsione è come un salto e la Natura non ne fa.

COSMA  -  Ma a me interessa...

IL PROFESSORE  -  Lei, lei, lei! Lei si concentri sul presente. Cioè l’azione. Cioè le cure. Punto e basta.

COSMA  -  E lei è un medico che mi spaventa perché è senza umanità. Mi ascolti un attimo.

IL PROFESSORE  -  La Scienza non è sentimentale.

COSMA  -  Accetterò le conseguenze.

IL PROFESSORE  -  E va bene va bene va bene!  (Lo porta avanti. Si esprime con circospezione)  Parli. Però si attenga ai fatti.

(Cosma si accoccola davanti a lui)

COSMA  -  Da ragazzo giocavo al pallone...

(Il Professore, parlando, ricomincia esaminargli la testa con la lente)

IL PROFESSORE  -  Abbiamo tutti giocato al pallone. A tempo debito. L’ho fatto anch’io. Ma non ne provo alcun rimorso.

COSMA  -  Mia madre diceva che sudavo troppo e che ciò era dannoso per il cuore.

IL PROFESSORE  -  Bella donna, sua madre. Mi stimola.

COSMA  -  Mi accusava di eccedere nel dribbling.

IL PROFESSORE  -  Giusto. E’ il gioco di squadra, che va coltivato.

COSMA  -  A lei premeva che mi risparmiassi. S’infischiava che riuscissi a diventare un goleador. O se una squadra di ragazzi meno agiati si rifacevano sul piano atletico.

IL PROFESSORE  -  Bene, d’accordo, vada avanti.

COSMA  -  Crescendo cominciai a guardare le donne.

IL PROFESSORE  -  E’ normale.

COSMA  -  Era un istinto lievitante, di curiose dimensioni. Ma mi accorsi che da solo non bastava.

IL PROFESSORE  -  Certo che no. Qualche obbiettivo ha da raggiungerlo.

COSMA  -  Avrei voluto resistere. Ma per sentirmi sublimato dalla resistenza. Secondo gli esempi edificanti che mi venivano indicati. Invece io resistevo...

IL PROFESSORE  -  E’ già sciocco resistere, creda.

COSMA  -   ...per vigliaccheria. Mi spaventava il rimorso, non il male.

IL PROFESSORE  -  Come dire pretendeva di sfamarsi con la fame.

COSMA  -  Ma le donne non cambiano secondo i modi che vorremmo noi - le parole gli umori gli addii sono sempre gli stessi. Insomma sì, il mio vero gusto era la tentazione.

IL PROFESSORE  -  Come il piacere di umiliarsi con me adesso?

COSMA  -  No, io sto solo confidandole...

IL PROFESSORE  -  Ma io non sono un confessore.

COSMA  -  Non importa.

IL PROFESSORE  -  E sta già meglio?

COSMA  -  Non mi pare. Tuttavia non ho finito.

IL PROFESSORE  -  E allora forza, arrivi al punto. Non sarà semplicemente che ha paura di sposarsi? So che lei oggi...

COSMA  -  Lei disapprova?

IL PROFESSORE  -  E perché mai? Anzi, sarà una distrazione. Può giovare. Perché lei, soprattutto, mi creda, ha una passione un po’ morbosa per se stesso e si... compiace del suo stress.

COSMA  -  E potrà...  rinforzarmi i capelli?

IL PROFESSORE  -  I suoi capelli noi li cureremo. Mi pareva di averglielo detto.

(Va a sedersi.  Prende un blocco di ricette e una biro.  Dopo un attimo di  concentrazione comincia a scrivere una lunga lista di rimedi.  Cosma  lo osserva in silenzio)

IL PROFESSORE  -  Pantatricosòl compresse, ne prenda due al giorno per sei giorni. Una pastiglia di Bellarsenato un giorno sì un giorno no dopo le refezioni: la farà sciogliere sotto la lingua ma si ricordi non inghiotta nulla, anzi passati quaranta secondi sputi e si lavi bene i denti, con energia, per carità. Mentre alle sette alle dodici e alle diciannove cinque c.c. di Bulbocapillina, nuovo prodotto, interessante, alle sue prime applicazioni. Potrebbero emergere reazioni secondarie, qualche fastidio intestinale o che ne so, d’altra parte Parigi val pure una messa. Ecco, a proposito, la sera, metteremo una bella supposta di Gomma Sceicco.  (sempre scrivendo) E frizioni la testa tutte le mattine usando questo preparato. Fatto, qui ha la ricetta e la posologia.

COSMA  -  Non si capisce quel che è scritto.

IL PROFESSORE  -  Non importa. Le manderò una mia infermiera. Stasera stessa, se possibile. Sarà tutto tempo guadagnato. La saluto.    (Si alza e si appresta ad andarsene)

COSMA  -  Arrivederla.

IL PROFESSORE  -  E complimenti per sua  madre.

(Il Professore se ne va.  Cosma, allo specchio, prende un pettine e con estrema cautela lo usa.  Al termine, in controluce, conta i capelli che vi sono rimasti. Rabbioso, pulisce il pettine e lo ripone.  Estrae di tasca un taccuino e una matita, e segna il numero dei capelli caduti.  Ripone il taccuino)

COSMA  -  A cosa mi serve un’infermiera? Avrà idee preconcette. Vorrà ridurre ogni mio dubbio all’evidenza, come se la realtà di quel che sono non fosse un enigma ma rientrasse in una logica normale. Mentre io devo chiedere a tutti che nessuno si fermi alle semplici cose, o rifiuti gli allarmi latenti, le inesplicabili persecuzioni di cui si nutre questa mia paura: perché la vertigine di quell’abisso è un mio problema personale, ma la voragine che ha spalancato non è una trappola che attende solo me!

(Si copre il viso con le mani, il  gesto è quasi disperato.  Si fa improvvisamente buio)

                                                                                                                                                                                                      

                                                      

DUE

La stanza di soggiorno. Adiacente uno studiolo, anch’esso in vista perlomeno in parte.

(C’è il padre di Cosma nello studio, seduto. E’ concentrato davanti a una   scacchiera. Entra nel soggiorno la Madre introducendo gli ospiti: la Futura Suocera,  il Futuro Suocero e Arabella)

LA FUTURA SUOCERA  -  Che bella casa.

IL FUTURO SUOCERO  -  Perbacco. Bellissima casa.

LA FUTURA SUOCERA  -  Luminosa.

IL FUTURO SUOCERO  -  Perbacco. Moltissima luce.

LA MADRE  -  E questo è il  piccolo soggiorno.

IL FUTURO SUOCERO  -  Piccolo? Io dico, a occhio, dico a naso, ma non meno, dico al minimo, quaranta/cinquanta metri quadri.

(Lo misura a passi in lungo e in largo)

LA MADRE  -  Mentre  di là c’è il piccolo studio dove mio marito più che altro gioca a scacchi.

(Il Padre si è alzato e va loro incontro)

IL PADRE  -  Oh, evviva. Benvenuti. (Bacia o stringe la mano a tutti e tre)

ARABELLA  -  Buongiorno.

IL FUTURO SUOCERO  -  Perbacco.

LA MADRE  -  Sieda signora. Anche tu cara, siedi.

IL PADRE  -  (al Futuro Suocero) Venga, facciamo una partita.

(Lo conduce davanti alla scacchiera)

IL FUTURO SUOCERO  -  Oh. Sono fuori allenamento.

IL PADRE  -  Non ci credo.

(Siedono e dispongono i pezzi in posizione di partenza. Intanto nel soggiorno è entrato Cosma.  E’ andato a salutare la Futura Suocera, poi Arabella.  Con lei si dicono ciao sottovoce)

LA MADRE  -  Cosma, lasciaci sole per favore.

(Cosma esce. E’ sempre cupo)

IL PADRE  -  (al Futuro Suocero - essi restano estranei ai discorsi delle donne) Per il colore.

IL FUTURO SUOCERO  -  Pari.

IL PADRE  -  Dispari.

TUTTI E DUE  -  E bim, e bum, e bà!

IL FUTURO SUOCERO  -  Quattro. Mi prendo il bianco. Che è il colore della sposa.

IL PADRE  -  A lei la mossa.

IL FUTURO SUOCERO  -   E poi ha una sua forza, insomma è un simbolo, dice qualcosa, è una gloriosa tradizione. S’immagini lei se proprio io non apprezzassi e difendessi i nostri usi secolari. Dico: io!, ci sarebbe da ridere.  (Muove un pedone) Ma lei mi capisce che risparmio, se bastasse la parola. 

IL PADRE  -  Certo. Però... un velo bianco, largo, lungo... spazza, o meglio, copre tutto. Direi che anche questo è un bel vantaggio.

IL FUTURO SUOCERO  -  Non vorrà dire della mia Arabella.

IL PADRE  -  No. Ma vorrei che pensassimo a giocare.  (Muove. Continuano a giocare in silenzio)

(La Madre ha avuto nel frattempo un serrato dialogo con la Futura Suocera. Ora si  volta a guardare Arabella)

LA MADRE  -  Ora vogliamo dare un’occhiatina alla figliola?

(Arabella si avvicina. La Madre la esamina minuziosamente. La guarda, la palpa. Si  sofferma a tastarle il collo)

LA FUTURA SUOCERA  -  L’ha visto, eh, che linea morbida e che invasatura? Ereditate da mia madre, che ai tempi suoi vinse un Gran Premio, il suo bel collo era citato come proverbiale.

IL FUTURO SUOCERO  -   (distogliendosi per un attimo dal gioco) Cara, non era un Gran Premio, era una festa parrocchiale. Fu Babbo Natale che le disse...

IL PADRE  -  E io mi mangio un bel cavallo, disse il Lupo.  (Glielo mangia)

IL FUTURO SUOCERO  -  Oh, oh, perbacco.  (Riprendono a giocare)

LA MADRE  -  Guardi qui, c’è un accenno di gozzo.

LA FUTURA SUOCERA  -  Ma  emerge molto relativamente e per di più è bene orientato. Vogliamo dire una collina da buon vino?

LA MADRE  -  E va bene, diciamolo.  (abbassando lo sguardo ai piedi di Arabella)  E i piedi all’indentro?

LA FUTURA SUOCERA  -  Un attestato di virtù. Io l’ho saputo frequentando il nostro Circolo Ufficiali, che i piedi all’indentro si collegano ai ritegni - forse ai tiranti dello stato verginale.

LA MADRE  - Strane teorie, più di una volta, che provengono dalle alte sfere delle Forze Armate.

LA FUTURA SUOCERA -  (passando le mani su Arabella)  Guardi il corpo, ben fatto, armonioso. Acerbetto, s’intende, o se vogliamo ancora al dente,  ma attrezzato. Da lavoro e da gioco, spero che lei mi voglia intendere, davanti alla bimba preferisco non chiarire.

LA MADRE  -  Mettiamola così: più che una tavola imbandita, ecco... un cestino da pic-nic. Non è così?

TRE

La cucina di casa.

(La Tuttofare sta spennando un pollo. Entra Cosma)

LA TUTTOFARE  -  Voleva me?

COSMA  -  No. Devo attendere e non so che cosa fare. (Si mette a osservare il pollo, mentre la Tuttofare continua a spennarlo con molta energia)  Cos’è?

LA TUTTOFARE  -  Un galletto. Un amico mio, ma un fanfarone, e si muoveva nel pollaio come se fosse stato il re. Pensi che invece per tirargli il collo è stato un attimo. Sarà che in fondo si fidava. Non ha quasi protestato.

COSMA  -  Magari chissà: non gli importava.

LA TUTTOFARE  -  Si muore meglio, se si accetta, questo è vero. Le galline fanno sempre una cagnara...

COSMA  - Secondo te cosa succederebbe se da vivo ritornasse nel pollaio in quello stato?

LA TUTTOFARE  -  Così com’è ora? Perderebbe ogni rispetto, a essere un gallo senza piume. Io le conosco le galline. Danno più peso all’apparenza che alla sostanza delle cose. Creda  a me, meglio in pentola e amen.

COSMA  -  Eh, tu, come fai presto a dire amen!

(Buio)

QUATTRO

La stanza di soggiorno.

LA FUTURA SUOCERA  -  I fianchi lo sa sono importanti. Anche a prescindere dalla bellezza c’è la funzionalità; l’armonia delle cosce; e la tornitura delle gambe, due candele.

(E’ entrata la Tuttofare col carrello del tè)

LA MADRE  -  Oh, meno male, arriva il tè. Penso che avrà la gola secca.

(Si alza e aiuta la Tuttofare a servirlo. Intanto i due uomini stanno sempre a giocare la loro partita)

IL PADRE  -  Ecco, non mi rimane molto chiaro se la tenuta della Molinetta sarà nella dote di Arabella oppure no. (Muove)

IL FUTURO SUOCERO  - Le terre subito, naturalmente, ma l’usufrutto non ancora. Cosma potrà aiutarmi ad amministrarle se vorrà. Farà esperienza per il giorno che Arabella essendo a sua volta figlia unica ne disporrà a titolo pieno. Spero non presto.   (Muove)  Metto in salvo il Re.

IL PADRE  -  Bene, basta non dire che la Molinetta farà parte della dote.

IL FUTURO SUOCERO  -  Ma sì che c’è. C’è, come dire?, in prospettiva. Di fronte a un amore che si imposta per l’eterno,  che vuol dire? Ma una bambina conservata in boccio, donata in sposa, Santo Dio! Non è questo il maggior capitale?

IL PADRE  -  Io vorrei solo poter distinguere con esattezza fra le virtù di vostra figlia e le sue entrate.

IL FUTURO SUOCERO  - Ecco, ma Cosma sarà pure in grado, dico io, di garantire a nostra figlia un treno di vita dignitoso. (Muove)  Lavora per lei?

IL PADRE  -  No, sono io che lavoro per lui.

IL FUTURO SUOCERO  -  Meglio, così non si pongono problemi.

IL PADRE  -  E invece sì, ce n’è uno grosso, ma è un problema tutto suo, perché io adesso papperò la sua Regina.

(Il Futuro Suocero, per rimediare, allunga una mano, ma il Padre gliela ferma in aria)

IL PADRE  -  No,  mi dispiace, troppo tardi, aveva tolto il dito. (Si prende la Regina. La bacia e la ripone)

IL FUTURO SUOCERO  -  Ma per banale distrazione, conversando...

IL PADRE  -  E dunque taccia.  Si concentri. Io gliel’avevo suggerito.

(Continuano il gioco senza più parlare)

LA MADRE  -  Tieni, Arabella, prendi, assaggia un po’ questo croccante.

LA FUTURA SUOCERA  -  (bloccando la figlia)  No. Mi scusi. Niente dolci.

LA MADRE  -  Oh poverina. E come mai? E’ diabetica?

LA FUTURA SUOCERA  -  No.

LA MADRE  -  E perché no?

LA FUTURA SUOCERA  -  Perché osserva un fioretto.

LA MADRE  -  Un fioretto? Che brava. E quale dieta fa?

LA FUTURA SUOCERA  -  Ho detto un fioretto, non la dieta.

LA MADRE  - Be’, ad esempio, per i denti mal curati, guai mangiare del croccante.

LA FUTURA SUOCERA  - I denti non c’entrano. Ma vuole guardarmela anche in bocca?  Siamo venute a farvi visita, ma certo non per una  T.A.C.

LA MADRE  -  Per carità. Ho visto abbastanza.

ARABELLA  -  Posso andare a raggiungere Cosma?

LA MADRE  -  Sì, cara, vai pure.

LA FUTURA SUOCERA  -  Ragazzi, non allontanatevi. E rimanete all’aria fresca.  Passeggiate.

(Arabella va via)

LA MADRE  -  Proprio bellina. E di carattere? E temperamento? A chi somiglia? A suo marito o a lei?

LA FUTURA SUOCERA  -  Non so. Non sceglierei. Quello che so è quanto le sono stata addosso, giorno per giorno, come un cerbero.

LA MADRE  -  Non dubito.

LA FUTURA SUOCERA  -  Usando tutte le mie forze.

LA MADRE  - Davvero? Sarà stremata! Si prenda un cremino.

CINQUE

La stanza di Cosma.

(Cosma seduto davanti allo specchio. Sta passandosi il pettine in testa con   molta cautela. Geme a tratti, come se provasse anche dolore fisico. Quando ha finito, sempre lamentandosi, esamina e comincia a contare i capelli rimasti  attaccati al pettine.  Li conta con pignoleria, soffiando ogni tanto per  distinguerli meglio uno per uno. Cava di tasca taccuino e matita e marca sul  taccuino il numero dei capelli caduti. Sempre gemendo si mette a sommare una lunga colonna di numeri che vi è segnata.

Entra Arabella. Cosma non la sente. Arabella gli si avvicina senza far rumore. Poi di scatto ridendo gli ruba il taccuino)

ARABELLA  -  Cos’è? Fa’ vedere.

COSMA  -  (nervoso)  Dammelo.

ARABELLA  -  E’ un diario?

COSMA  -  No.

ARABELLA -  (sfogliandolo) Soltanto numeri? Perché in colonna? Riferiti a cosa?

COSMA  -  A niente.

ARABELLA  -  Perché c’è la data su ogni pagina?

(Cosma tenta di afferrare il taccuino, ma Arabella ridendo gli sfugge)

COSMA  -  Rendimi quel taccuino.

ARABELLA  -  Vieni a prenderlo.

(Secondo tentativo di Cosma.  Arabella si getta bocconi sul letto, stringendo al  petto il taccuino. Lottano qualche istante.  Cosma le afferra i polsi e le allarga le braccia.  Arabella smette di opporgli resistenza e si lascia voltare)

COSMA  -  Dov’è?

ARABELLA  -  Dimmi cos’è.

COSMA  -  Dove l’hai messo?

ARABELLA  -  Ahi, mi fai male.

COSMA  -  Parla. 

ARABELLA  -  Bene. Te lo lascio.  (Cosma la libera)  Prendilo. E’ qui. (Si indica il seno)

COSMA  -  Dammelo, su, non far la scema.

ARABELLA  - Tu, sei lo scemo, perché ti lasciavo... (Tira fuori il taccuino e glielo getta. Cosma lo raccatta e lo fa sparire in tasca. Arabella rimane sul letto)  Potresti essere un po’ più carino. Vieni qua. (Inarca il busto) Ti sembra che abbia poco petto?

COSMA  -  Che domande. Che domande!

ARABELLA  -  Mia madre dice che è la giovinezza.

(Cosma va a sedersi per terra, appoggiando la schiena alle gambe di lei)

COSMA  -  Non mi è simpatica tua madre. Quando mi guarda stringe gli occhi.

ARABELLA  -  E con ciò?

COSMA  -  Non si fida di me.

ARABELLA  - (Lo abbraccia, dal dietro, curvandosi su di lui. Posa la guancia sopra la sua testa)  Anch’io ho i miei dubbi qualche volta, cosa credi.

COSMA  -  A che riguardo?

ARABELLA  -  Specie di notte, se mi sveglio, provo ad immaginarti e non ci riesco più. Come se tu fossi... svanito, non fossi più dentro di me.

COSMA  -  In che senso, svanito.

ARABELLA  -  Diventato un altro. Non voglio avere... insicurezze, su di te. Che amore sarebbe? Mi capisci?

COSMA  -  No. Per nulla.

ARABELLA  -  Insomma io voglio sentirti più… vicino. Fisicamente riconoscerti. Anche pensandoci, anche in sogno. Chi mi dice che in questo momento non stiamo sognando? (Aumenta le effusioni)  Giura che niente può cambiare fra di noi.

(Cosma si svincola un po’ bruscamente.  Si alza e si rimette a passeggiare)

COSMA  -  E io dovrei considerarmi condannato a non cambiare? Chi l’ha detto?

ARABELLA  -  Non parlavo di condanna.

COSMA  -  Rifiutarsi di accettare la realtà è una condanna!

ARABELLA  -  (Offesa)  E se io sono una condanna, torno giù! (Si alza e va allo specchio a ricomporsi velocemente)

COSMA  -  Non tollero certe insinuazioni!

ARABELLA  -  Che insinuazioni? Caso mai...

COSMA  -  Le tue osservazioni! I tuoi sospetti!

ARABELLA  -  Ma cosa...

COSMA  -  I tuoi discorsi ambigui! Le tue carezze ambigue!  E cerchi di condizionarmi!  Per trasformarmi in… chissà che!

(Arabella esce sbattendo la porta. Esce anche Cosma, spegnendo la luce)

SEI

La stanza di soggiorno.

(La Madre e la Futura Suocera che proseguono i loro discorsi. Nello studiolo  sempre i due mariti concentrati sulla scacchiera)

LA FUTURA SUOCERA  -  Allora io non ho resistito. Le ho detto: guardi, non ammetto che lei transiti a servizio in casa mia con quei vestiti e un maquillage - mi scusi sa - ma che mi sembra una bagascia. Vero che mio marito allunga gli occhi come una lumaca, ma ascolti me, lo lasci perdere, alla sua età gli si induriscono solo le arterie. (Ridono tutte e due. La Futura Suocera si alza e va nello studio dove i mariti sono concentratissimi a giocare a scacchi)   Caro? Dobbiamo andare. (Scuote una spalla del Futuro Suocero, che non si è mosso)   Ehi, dico a te!

IL FUTURO SUOCERO -  (di soprassalto)  Eh? Cosa c’è?

LA FUTURA SUOCERA  -  E’ l’ora di andarcene.

IL FUTURO SUOCERO  -  Di già?  (Guarda l’ora) Oh, sì, certo, davvero. Perbacco.   (al Padre, indicando la scacchiera)  E lei che fa?

IL PADRE  -  Come, che faccio!  Sto aspettando la sua mossa.

IL FUTURO SUOCERO  - Oh, perdinci. Mi spiace. Lo sa che mi ero addormentato? Come un sasso.

IL PADRE  -  No, lei è più intelligente di un sasso.

IL FUTURO SUOCERO  -  Troppo gentile. Mi perdoni. E’ che a quest’ora…

IL PADRE  -  (trattenendosi a stento)  Ma se teneva gli occhi aperti!

IL FUTURO SUOCERO  -  E poi lei stava così zitto...

IL PADRE  -  Rispettavo la sua concentrazione!

LA FUTURA SUOCERA  -  (alla Madre)  E’ un’abitudine, anzi un vizio. Dorme sempre con gli occhi aperti. Inizialmente mi faceva un’impressione... per non parlare della nostra  prima notte, dopo che... be’, tirai un urlo. Pensai, se questo già dal primo assalto mi entra in coma andiamo male.

IL FUTURO SUOCERO  -  (alzandosi) Certo. Leviamo il disturbo. E grazie tante. Piacevolissima partita.

IL PADRE  -  (a denti stretti)  E come no. Indimenticabile.

IL FUTURO SUOCERO  -  Poi com’è andata? Chi vinceva?

IL PADRE  -  Guardi, guardi la scacchiera: in qualunque modo lei muovesse...

IL FUTURO SUOCERO  -  Eh, veramente... avere di fronte un avversario addormentato... Eccomi, cara. 

LA FUTURA SUOCERA  -  Vuoi chiamare Arabella?

ARABELLA  -  (entrando)   Sono già qui.

LA FUTURA SUOCERA  -  Allora eccoci, pronti a partire. (a Cosma, che è entrato poco dopo Arabella)   Oh, Cosma caro. Hai dei problemi?

COSMA  -  Io? No. Perché?

LA FUTURA SUOCERA  -   Ti vedo pallido. (alla Madre) Non è un po’ pallido? Forse è la luce.  E’ stato un davvero un gran piacere.

IL FUTURO SUOCERO  -  Perbacco. Un piacerissimo.

(Arabella e i Futuri Suoceri escono, il Padre li accompagna.  Restano in scena la Madre e Cosma)

LA MADRE  -  (mettendosi subito a riordinare la stanza) Cosma, non voglio frenare il tuo entusiasmo, però tieni gli occhi aperti. Finché ha vent’anni, si capisce, di fronte a me la ragazza non ride, non inghiotte, rimane a testa bassa e io potrei pensare: è timidezza, che so, riverenza. Mentre lei mi nasconde i suoi denti e dissimula il pomo d’Adamo. Facci un po’ caso? Io ti ho avvertito.

(Rientra il Padre)

IL PADRE  -  Scusate il termine, ma quello è un figlio di puttana. Comodo, addormentarsi quando muovo l’attacco decisivo.

(Cosma esce)

LA MADRE  -  E per la dote cos’ha detto?

IL PADRE  - Ecco, anche lì, cosa fa? Il furbo. Mette la Molinetta nella dote come nuda proprietà, godendola lui fino che campa e tenendone in mano l’amministrazione.

LA MADRE  -  Be’, ma se in breve tempo... Potevi chiedergli quanti anni ha. Non vorrei essere troppo ottimista, ma non direi che ha un aspetto molto giovanile.

IL PADRE  -  In ogni modo, ho tirato i remi in barca anch’io: sulle rendite di Cosma non mi sono pronunciato. E mentre lui stava chiedendosi come obbligarmi a dir qualcosa, gli ho mangiato la Regina.

LA MADRE  -  Ma amore, chi se ne frega della Regina.

IL PADRE  -  E invece è un sintomo. E che cavolo. La scorrettezza di un consuocero è una cosa seria.

LA MADRE  -  Oh che problemi che ansie un figliolo che vuole sposarsi.  (Escono)

SETTE

Sempre il medesimo soggiorno, poi la stanza di Cosma.

(Si sente suonare alla porta d’ingresso. Passa la Tuttofare. Poco dopo ritorna, seguita da una giovane donna in soprabito che porta in mano  una valigetta.  Attraversano il soggiorno.  Si illumina la stanza di   Cosma.

Si fa buio completo nel soggiorno.

Cosma è coricato sul letto. Quando sente bussare si mette seduto)

COSMA  -  Avanti.  

(La Tuttofare fa entrare la giovane donna. Poi se ne va, lasciandoli soli)      

COSMA  -  Lei chi è? Cosa vuole?

(La donna si leva il soprabito.  E’ in divisa bianca)

L’INFERMIERA  -  Buona sera.

(Cosma si rimette coricato. Appare molto stanco)

COSMA  -  Ah! L’infermiera. Che nome ha?

L’INFERMIERA  -  Marlena. Il signor Cosma è lei?

COSMA  -  Sì. Io. Per mia disgrazia.

(Uno stacco)

OTTO

La stanza di Cosma.

(Cosma sul letto pronto all’iniezione. L’Infermiera con la siringa in una mano e un  po’ di cotone nell’altra)

COSMA  -  A cosa mi servono le cure? Il mio male va sempre avanti.

L’INFERMIERA  -  Perché lo combatte senza convinzione.

(Comincia a strofinarlo col cotone)

COSMA  -  Non sono un combattente, sono un campo di battaglia. Piano con quel cotone, per favore.

L’INFERMIERA  -  Oh che uomo di pelle delicata.    (Smette di strofinare.  Si appresta a pungere. Cosma si irrigidisce)    No.  (Gli dà un colpetto sulla natica)  Non arricci il sedere in questo modo.

COSMA  -  Come faccio? E’ un riflesso automatico. Un ago incombente è una minaccia.

L’INFERMIERA  -  Chiuda gli occhi, se vuole.

COSMA  -  Non serve. Lo vedo con l’immaginazione. Seguo la traiett... Ahi!      

(L’Infermiera ha vibrato il colpo)

L’INFERMIERA  -  E’ colpa sua se le fa male. Tira il muscolo tutte le volte. (Massaggiandolo) Oh che uomo che uomo che uomo.

COSMA  -  La pianti un po’ di dir che uomo. Oppure rimandi le sue conclusioni. Non può giudicarmi onestamente mentre mi trovo in questa posizione.

(L’infermiera ride, smette di massaggiarlo e ripone tutto)

L’INFERMIERA  -  Non ho detto che lei non mi piace.

COSMA  - (rivestendosi)   E lei è una donna… insomma, è strana.

L’INFERMIERA  -  In che senso?

COSMA  -  Una strana infermiera.

L’INFERMIERA  -  Perché?

COSMA  -  La immaginavo... Non so. Diversa.

L’INFERMIERA  -  Anch’io.

COSMA  -  Be’, se è per quello che riguarda me... lo credo bene. (Si porta una mano agli occhi, poi la passa in testa, a lisciarsi i capelli, un po’ istericamente)

L’INFERMIERA  -  Qualcosa non va?

COSMA  -  Sto male.

L’INFERMIERA  -  Mi spieghi.

COSMA  -  Sono agitato. Il mio stato d’animo è sempre… costantemente… alterato..

L’INFERMIERA  - E noi stiamo curandola. Ci lasci il tempo di...

COSMA  -  Ma è il tempo che passa,  il mio nemico principale! I capelli si staccano! Continuano! Sto disgregandomi come una pianta morta in piedi! Voi lo capite questo o no?

L’INFERMIERA  -  No. Questo no. Non tutto quello che lei pensa è una realtà.

COSMA  -  Mi sento i tarli! Nella testa!

L’INFERMIERA  -  Perché si autosuggestiona.

COSMA  - E invece è vero! Ho una continua tentazione... di vertigine! Un senso di vuoto sotto ai piedi!

L’INFERMIERA  -  Ma se non le è mai mancato niente! Andiamo, via! Ma che vuoto?

COSMA  - Non lo so! Non lo so! Non lo so!

(Buio)

                                                        

NOVE

Accanto a due apparecchi telefonici.

(Il Padre e il Futuro Suocero, ciascuno al suo ricevitore. Il Futuro Suocero è piuttosto sostenuto)

IL FUTURO SUOCERO  -  Ecco, malvolentieri ma devo metterla al corrente di una faccenda che perbacco non mi piace. Pronto?

IL PADRE  -  Sì, pronto, dica.

IL FUTURO SUOCERO  -  Pare che l’altro giorno in casa vostra, mentre noi si parlava del loro avvenire...  -  pronto.

IL PADRE  -  Sì, pronto, pronto.

IL FUTURO SUOCERO  - Suo figlio Cosma si comportasse… insomma in un modo molto poco per la quale - nei confronti di Arabella.

IL PADRE  - Vale a dire?

IL FUTURO SUOCERO  -  Sgarbato, rustico, ad esempio.

IL PADRE  -  Ma che tipo di sgarbi? Perché, mi scusi, lei mi dovrebbe un po’ circostanziare. Altrimenti…

IL FUTURO SUOCERO  -  Ecco, io, nevvero, sui dettagli non mi voglio pronunciare, siamo ai primi accertamenti.

IL PADRE  -  E cosa dice Arabella?

IL FUTURO SUOCERO  -  Poco. Ma lei non l’ha vista in questi giorni, com’è nervosa e com’è chiusa, invelenita.

IL PADRE  -  Mi dispiace. Però...

IL FUTURO SUOCERO  -  Al che si aggiunge anche il silenzio di suo figlio, che perbacco, nevvero, un galantuomo si sarebbe fatto avanti, visto che il giorno del fidanzamento scegliendo la meno consigliabile delle occasioni...

IL PADRE  -  Sì, ma se posso dire...

IL FUTURO SUOCERO  -    ... era già stato, e si era già dimostrato di pessimo umore. Senza ragione, a quel che so. Ecco, nevvero, io chiedo a lei se a voi tutto ciò sembra normale.

IL PADRE  -  No, ma c’è un fatto che forse...

IL FUTURO SUOCERO  - Mia moglie e io, sia detto chiaro, non giustifichiamo. Pronto.

IL PADRE  -  Sì, pronto – ma aspetti, mi lasci aggiungere una cosa, perché in fondo tanto vale che la sappia: Cosma ha un problema - soprattutto psicologico, che tuttavia lo assilla molto. E questo direi che certamente, insomma,  merita un’indulgenza più affettuosa.

IL FUTURO SUOCERO  -  E che problema sarebbe?

IL PADRE  -  Perde i capelli.

FUTURO SUOCERO  -  Da quando.

IL PADRE  -  E’ già un po’ di tempo, a dire il vero.

IL FUTURO SUOCERO  -  E non esiste un… rimedio? Una cura?

IL PADRE  -  Ma certo, che c’è! E’ lui che vede tutto nero e si risente come se avesse la minaccia di uno spettro alle sue spalle.

IL FUTURO SUOCERO  -  Strano fenomeno, comunque.

IL PADRE  -  No, perché? La medicina al giorno d’oggi... santo cielo, e che ci vuole?

IL FUTURO SUOCERO  -  Bene. Può darsi. Ma io lo devo riferire. Valuteremo questa nuova situazione. Per ora, nevvero, non mi posso minimamente pronunciare.

IL PADRE  -  Ma non c’è nuova situazione vera e propria,  le ho solo spiegato il suo comportamento, perché vi faceste una ragione, tutto qui.

IL FUTURO SUOCERO  -  Avete in famiglia qualche precedente?

IL PADRE  -  Non abbiamo nessun precedente in famiglia, mi creda.

IL FUTURO SUOCERO  -  Ne è proprio sicuro? Indaghi più a fondo. Riverito.  (Posa il ricevitore)

(Buio)

                                                                                                                                

DIECI

La stanza di soggiorno.

(La Madre, la Futura Suocera e Arabella)

LA FUTURA SUOCERA  -  Guardi che io, fin dall’inizio, e Arabella lo sa, io ci sentivo come un buco, una lacuna.

LA MADRE  -  Dove.

LA FUTURA SUOCERA  -  In suo figlio.

LA MADRE  -  Ma quale buco! Abbia pazienza! E non mi faccia…

LA FUTURA SUOCERA  -  Signora il suo comportamento e tutto il resto erano molto indicativi. E senza dirvelo, ma stavo all’erta. E adesso giudico il fidanzamento come iniziato veramente male. Meglio così: capirlo in tempo. E subito correre ai ripari. Essere drastici e troncarlo.

ARABELLA  -  Cosma non c’è?

LA MADRE  -  Sì, adesso viene. E non si aspetta una notizia simile. Poverino, gli nuocerà alla salute.

LA FUTURA SUOCERA  - Cara, volevo avere la delicatezza di non parlarne nemmeno della sua salute. Non nominarla, quantomeno. Le malattie come quella di Cosma sono scelte che fa la Natura.

LA MADRE  -  Ma che discorsi. E’ solo un caso.

LA FUTURA SUOCERA  -  Eh, cara lei. Se lei ci crede. Io a certi casi non ci credo.

LA MADRE  -  E tu, Arabella? Che ne pensi?

LA FUTURA SUOCERA  -  E’ d’accordo con me.

LA MADRE  -  Non lo direi. Vedo che sta per piangere.

LA FUTURA SUOCERA  -  Perché le dispiace. E’ una brava ragazza.

LA MADRE  -  Diciamo ubbidiente.

LA FUTURA SUOCERA  -  Diciamo sensibile.

LA MADRE  -  Dice?

(Buio)                                                                  

                                                                           

          

     

UNDICI

La stanza di Cosma.

(L’Infermiera e Cosma.  Cosma cammina avanti e indietro agitatissimo. L’Infermiera lo guarda, appoggiata allo stipite della porta)

COSMA  -  Cosa sono venute a controllare? Con che occhi a guardarmi? E che bisogno c’era, di informarle? Per quale tipo di liberazione? Da cosa? Perché mettere in piazza questa mia miseria? Non si può lasciarmi in pace?

L’INFERMIERA  -  Stanno aspettandola, vada.

COSMA  -  C’è un modo di essere, che mi appartiene, e per il quale adesso quando scenderò mi sembrerà di sprofondare in un abisso.

L’INFERMIERA  -  Gli abissi esistono, ha ragione, ma si può anche non caderci.

(Cosma le si avvicina, sospettosamente)

COSMA  -  Vuole prendermi in giro?

L’INFERMIERA  -  No. Affatto.

(Prende il viso di lui tra le mani. Lo bacia, all’improvviso. Cosma dapprima rimane  sconcertato, poi viene sul davanti, dandole le spalle. Nella pausa che segue, entra bruscamente la Madre, seguita da Arabella e dalla Futura Suocera.)

LA MADRE  -  Caro ma che succede?

COSMA  -  (Guarda verso l’Infermiera)   Niente.

L’INFERMIERA  - Stava giusto per scendere.

COSMA  -  No, non è vero. Non scendevo.

L’INFERMIERA  -  Permesso.

(Cosma continua a guardarla. L’Infermiera va via. Cosma prende una decisione e va a sedersi sul fondo del letto. Rimane lì con la testa tra le mani,  immobile.  La Futura Suocera gli si avvicina.  Guarda i suoi capelli con soddisfatta disapprovazione.  Fa un cenno ad Arabella che viene a sua volta a guardare.  Cosma improvvisamente si tappa le orecchie con le mani)

COSMA  -  Andate via. Sento i vostri pensieri.

LA FUTURA SUOCERA  -  Voglio chiarire formalmente...

COSMA  -  Non c’è niente da chiarire!

LA MADRE  -  Cosma, sono venute per rompere il fidanzamento. Mi hai sentito?

(Cosma alza la testa.  Guarda Arabella, poi rapidamente verso la porta dove  è uscita l’Infermiera.  Ritorna nella sua posizione e comincia a ridere piano,  nervosamente)

LA MADRE  -  Oh Dio, ma che fai, ridi?

COSMA  - E dovrei piangere?

LA FUTURA SUOCERA  -  Meglio così. Sarà più semplice. Ti dico addio senza bisogno di dettagli.

COSMA  -  (esagerando un inchino)  Sarà un onore. Adieu Madame. God bless you, adiòs, gute nacht.

LA FUTURA SUOCERA  -  Bravo. Fai pure lo stupido.

(Se ne va, sdegnata, seguita dalla Madre.  Arabella  si ferma accanto a  Cosma)

ARABELLA  -  Senti non è soltanto per il fatto in sé, cioè che ti cadono i capelli.

COSMA  -  Io non ho chiesto spiegazioni.

ARABELLA  -  E’ che il tuo amore si era spento. Pensi soltanto...

COSMA  -  Va’ via! Va’ via! Va’ via!

ARABELLA  -  Volevo lasciarti gentilmente.

COSMA  -  Non si può! Rompere un patto, un sentimento, gentilmente! Ho detto vattene!

(Arabella esita un attimo, poi corre via.  Entra l’Infermiera.  Si avvicina a Cosma)

L’INFERMIERA  -  Avete litigato?

COSMA  -  Sì.

L’INFERMIERA  -  Ti dispiace?

COSMA  -  Non so. Non direi.   (La guarda)   Ma posso illudermi sul conto tuo.

(L’Infermiera sorride.  Si toglie la cuffia.  Scioglie i capelli)

L’INFERMIERA  -  E’ questo che ti sembro? Un’illusione?

COSMA  -  Mi fido poco della fantasia, può fondare sui baci una speranza inutile.

L’INFERMIERA  -  Usala invece, potrebbe aiutarti.

COSMA  -  Teorie! C’è una realtà che può impedirlo! Difficoltà! Pesantezze! Malattie!

L’INFERMIERA  -  La tua realtà è dentro di te.

COSMA  -  Il mio problema è la mia condizione! Il mio mondo è la mia condizione! La mia misura di forze!

L’INFERMIERA  -  Ma Cosma tu... cosa pensi di essere? Sei tu. Ti sembra strano? Non lo è.

COSMA  -  Ma non è vero!  Sono già un altro! Ma sono l’unico a saperlo!

L’INFERMIERA  -  E allora vattene da qui.

COSMA -  Da questa casa?

L’INFERMIERA  -  Sei un uomo. Te la senti?

COSMA  -  Non lo so.   (Pausa)    Perché tu prima mi hai baciato?

L’INFERMIERA  -  Non volevi?

COSMA  -  Sì, volevo, ma...

L’INFERMIERA  -  Ma cosa.

COSMA  -  Be’,  vorrei...  capire bene.

L’INFERMIERA  -  Capire un bacio? Dipende. In ultima analisi, da te. Da quello che tu vorrai decidere. Ma non domani o chissà quando. Adesso. Insomma, prendere o lasciare. Me compresa.

COSMA  -  Decidere adesso? Come faccio?

L’INFERMIERA  -  Perché? Non sei un uomo libero?

COSMA  -  Sì, ma così, senza nemmeno... Ho da rifletterci. Io non so niente della libertà. Sarò un pesce fuor d’acqua. E poi diciamolo: mi attrae,  ma più ancora... mi fa una paura fottuta.

L’INFERMIERA  -  La libertà?

COSMA  -  La libertà. Non è normale?

L’INFERMIERA  - Certo. Ma normalmente si fa presto anche a cambiare opinione. Ti aiuterò.

(Gli sorride. Anche Cosma finisce per sorridere e le tende le braccia. La  luce si attenua molto lentamente. L’Infermiera gli prende le mani. Ora sono illuminati soltanto loro due, Cosma seduto sul letto e Marlena in piedi  davanti a lui)

COSMA  -  Veramente il mio male non ti dà fastidio? Sono poco attraente.

MARLENA  -  E chi lo dice?

COSMA  -  Io. E quei nei sulla schiena che ho... Li hai notati? Contati?

MARLENA  -  Sicuro. E ti dirò: ne vado pazza. Non ci credi?

COSMA  -  No.  Ma dove andremo? Dico a stare.

MARLENA  -  In una camera d’affitto, se ti va. Ne ho in mente una che...

COSMA  -  Libera quando?

MARLENA  -  Subito.

COSMA  -  Sì. Ci vengo.  (L’attira a sé) 

MARLENA  -  (staccandosi)  Ora però dobbiamo fare la frizione.

(Va a prendere un asciugamano e una bottiglietta. Gli mette un asciugamano intorno al collo e comincia a spruzzargli la testa)

COSMA  -  Dio come sei tedesca in queste cose.  (Marlena comincia a massaggiarlo) Ehi. Piano. Mi fai male.

MARLENA  -  Ma no, che non ti faccio male.

(Buio)

Secondo Tempo

UNO

Una camera d’affitto. Attiguo, un cucinino. Nella stanza c’è il letto e anche un tavolo dove mangiare. Un mobile con cassetti e scaffali. Una tendina chiude gli scaffali. Di lato la porta d’ingresso. La porta del cucinino è aperta.

(Nessuno nella stanza.  Marlena è in cucina.  Si sente rumore alla porta d’ingresso, poi il campanello che suona)

MARLENA  -  Dalle un colpo, ha lo scatto difettoso.

(Entra Cosma.  Ha un cappello in testa e una pesante valigia in mano.  Posa a terra la valigia.  Si guarda attorno)

                                  

MARLENA  -  (sempre restando in cucina.  Il loro colloquio successivo continuerà per un pezzo in questo modo)   Va’ a sistemare la tua roba. Ti ho fatto posto nei cassetti. Io finisco di pelare le patate.

(Cosma si leva il cappello.  La calvizie è avanzata ulteriormente.  Gli rimangono ormai pochi capelli.  Si leva la giacca e la butta sul letto.  Si corica per terra schiena in giù elevando le gambe in verticale. Parla  restando in quella posizione)

COSMA  -  E’ in questa reggia che vivremo?

MARLENA  -  Hai  mal di gola?

COSMA  -  No. 

MARLENA  -  Hai una voce... (Entra portando le patate)     Ma che fai?

COSMA  -  Spingo sangue alla testa. Mi ha detto il tassista che fa bene.

MARLENA  -  Sei venuto in tassì?

COSMA  -  Sì. Ma lo sai? Era pelato come me.

MARLENA  -  Chi?

COSMA  -  Quel tassista. Però portava la parrucca. Se l’è levata per mostrarmela. Secondo lui risolve tutto.

MARLENA  -  Vuoi comprarti una parrucca?

COSMA  -  Ti  piacerebbe?

MARLENA  - A me no. Perché saresti un altro uomo e nel mio cuore un’altra cosa.  (Gli fa solletico. Cosma ripiomba seduto)   Vuoi che ti faccia la minestra in brodo?

COSMA  -  E dopo? A parte le patate.

MARLENA  -  Tonno in scatola.

COSMA  -  Accidenti.  Abbiamo anche un frigorifero?

MARLENA  -  E come no. Va a intermittenza, ma funziona.

                

COSMA  -  Ebbene… (Apre la sua valigia) ti ho portato una bottiglia di champagne.

MARLENA  -  Vero champagne?

COSMA  -  Lo spero bene. L’ho fregato in casa mia.

MARLENA  -  Oh. E tua madre che ne pensa?

COSMA  -  Mia madre non pensa. Non lo sa.

MARLENA  -  Non dicevo lo champagne. Ma che sei qui e che stai con me.

COSMA  -  Ehi. Non eri tu che mi parlavi della libertà?   (Le dà la bottiglia)   Mettila in frigo. Se è il momento che funziona.

MARLENA  -  E se ci sta.    (Porta in cucina lo champagne)

(Cosma comincia a disfare la valigia.  Marlena ritorna portando  su un piatto il tonno in scatola.  Lo posa sul tavolo)

MARLENA  -  Vuoi che ti aiuti?

COSMA  -  Sì. Grazie.

(Cominciano a disfare la valigia. Vengono fuori sia indumenti sia  medicinali. Un grande numero di medicinali)

MARLENA  -  Lascia. Le medicine le sistemo io.

COSMA  -  Mi piace, arrivare. Partire è diverso, è una tristezza. Ehi, non sarai mica pentita.

MARLENA  -  E perché dovrei esserlo?

COSMA  -  Ma che ne so, un ripensamento…

 

MARLENA  -  E tu?

COSMA  -  Be’, no. Non sarei qui.  (Si muove, si guarda attorno)  Non avevo mai visto una stanza d’affitto.

MARLENA  -  Lo so che è bruttina, ma...

COSMA  -  Non preoccuparti. Penso che in due non lo sarà.

MARLENA  - Vuoi che mangiamo?

COSMA  -  Okay.  (Siedono a mangiare)

MARLENA  -  Però tu dimmi di tua madre.

COSMA  -  Ma che importa? Che pensi pure quel che vuole.

MARLENA  -  Be’, m’importa.

COSMA  -  Manca il vino.  (Marlena si alza e va a prendere il vino) Sai cos’ha detto mia madre?  Ha detto che tu... le sembri una donna molto pratica.

MARLENA  -  In che senso?

COSMA  -  Non so. Puoi giudicarlo un complimento.

MARLENA  -  Invece io sono sicura che è rimasta male.  (Posa il vino sul tavolo)  Hai preso le compresse?

COSMA  -  Non le voglio. Non stasera. Questa sera festeggiamo.

MARLENA  -  Ma le compresse devi prenderle.    (Le prende e gliele porta)

COSMA  -  Il Professore lo sa già?

MARLENA  -  Cosa?

COSMA  -  Di noi.

MARLENA  -  Sì, lo sa. L’ho informato.

COSMA  -  Di’ un po’, ma...

MARLENA  -  Cosa?

COSMA  -  Non è che alla fine poi si scopre che fai parte della cura?

MARLENA  -  E’ così che tu pensi?

COSMA  -  Te lo chiedo per non pensarlo.

MARLENA  -  Le compresse.

COSMA  -  Va bene, le prendo! Le prendo! (Le ingoia)

MARLENA  -  Mangia.

COSMA  -  Non ho più fame. Le compresse mi hanno tolto...

MARLENA  -  Ma finiscila!  (Ride di lui.  Porta tutto in cucina. Ci rimane. Parleranno a distanza, come prima)

COSMA  -  Serve aiuto?

MARLENA  -  No, grazie.

COSMA  -  Qui non esiste una poltrona?

MARLENA  -  No. C’è il letto.

COSMA  -  Vedo. Non è un po’ un po’ strettino?

MARLENA  -  E’ alla francese. Ti dispiace?

COSMA  -  Mi imbarazza. Non parlo francese.   (Marlena ride, sempre in cucina a rigovernare)  Davvero non vuoi che io mi faccia una parrucca? 

MARLENA  -  (Si affaccia nella stanza, asciugandosi le mani)  Ascoltami bene: guai a te.

COSMA  -  E’ vero che fanno le parrucche coi capelli delle suore?

MARLENA  -  Esistono tipi più economici. Donne in miseria che li vendono. Credo orientali.

COSMA  -  E di uomini?

MARLENA  -  No. Non che io sappia.

COSMA  -  Suore o donne denutrite, sai che bella alternativa.

MARLENA  -  Non sarà più un’alternativa, se accetti di essere te stesso.

COSMA  -  E che cos’è? Se lo sapessi, cosa sto per diventare, sceglierei! Ma non sapendolo…

MARLENA  -  Un altro Cosma. Migliore di quello di prima. (Va a sedersi da lui, con tenerezza)

COSMA  -  Balle!  (cupo improvvisamente) E in ogni modo non mi adatto. Nessuno, mai, mi ha preparato! Mi hanno educato, cresciuto, insegnato a vivere come se tutto, il mio destino, fosse garantito. Mentre lo vedi che...

MARLENA  -  Ma sono loro, casomai, che hanno sbagliato! Non tu! Perché vuoi fartene una colpa? Se hai da affrontare un cambiamento...

COSMA  -  Lo soffro! Io percepisco la condanna che nessuno... - nemmeno tu! - è ancora riuscito a immaginare! La sento! E quando ci penso  sto male! Mi svuoto! Di colpo!  (Ha alzato la voce)

MARLENA   -  Cosma!

COSMA  -  Scusami. Non volevo. Ero contento, così eccitato, poco fa.

MARLENA  -  Vuoi che facciamo l’amore?

COSMA  -  Quando?

MARLENA  -  Adesso.

COSMA  -  Be’. Lo proponi in un modo, aspetta un attimo.

(Marlena lo accarezza. Sorride)

MARLENA  -  Non l’hai mai fatto?

COSMA  -  Va confessato?

MARLENA  - Tanto vale. Però se è un problema…

(Cosma si alza. Passeggia)

COSMA  -  Sì! Mi secca! E mi fa rabbia la tua calma. Mi dà... mi metti agitazione. Ecco cos’è.  (Pausa)  Se poi ti deludo, tu che fai?Come lo so, cosa ti aspetti?

MARLENA  -  Io? Niente. Di far l’amore con te.

COSMA  -  Ecco. E già qui… non è normale.

MARLENA  -  Cosa, non è normale?

COSMA  -  Che tu ne parli in questo modo, come fosse... abnegazione!

MARLENA  -  Ma non lo è. Io lo desidero. Sei tu a pensare che...

COSMA  -  Oh guarda io non lo so più che cosa penso!

DUE

Lo studio del Professore.

(C’è la Madre seduta. Entra il Professore. Indossa un camice aperto e due  grossi guanti. I guanti lo impacciano nei movimenti delle mani)

IL PROFESSORE  -  Cara signora. Stia comoda.

LA MADRE  -  Buon giorno.

IL PROFESSORE  -  Che ora è?

LA MADRE  -  Le dieci e mezzo.

IL PROFESSORE  -  Devo subito parlarvi di una cosa. C’è un imprevisto... accidentale, diciamo. Suo figlio dov’è? Ho convocato anche lui.

LA MADRE  -  Quale imprevisto.

IL PROFESSORE  - Ora le mostro le fotografie. Ecco, le osservi attentamente.

LA MADRE  -  Non riesco a comprenderne il soggetto.

IL PROFESSORE  -  Le ho scattate durante un’autopsia.

LA MADRE  -  Foto di un morto? Ma che orrore! Se è per attendere mio figlio, non ha una rivista un po’ più frivola?

IL PROFESSORE  -  No. Le guardi con senso scientifico. Cioè con l’ansia del dettaglio. Quello è il dettaglio di un addome.

LA MADRE  -  A me sembra… piuttosto malconcio.

IL PROFESSORE  -   Lo credo bene.

LA MADRE  - Anch’io mi sento qualche volta una puntura, esattamente… qui. Non so se mi devo…

IL PROFESSORE  -  Vuole dirmi per favore dirmi che ora è?

LA MADRE  -  Sono le dieci e trentadue.

IL PROFESSORE  -  Santi numi. Guardi lì. Vede? Scusi il dito.

LA MADRE  -  Anzi. E’ un bel dito.

IL PROFESSORE  -  Vede la slabbratura? Questa. Su quell’addome c’erano molte slabbrature. Lacerazioni violente. Buchi, brandelli, ustioni.

LA MADRE  -  Ha preso fuoco?

IL PROFESSORE  -  O meglio, un botto. Ha fatto un botto.

LA MADRE  -  Come, un botto.

IL PROFESSORE  -  Un’esplosione.

LA MADRE  -  Esploso? Un uomo?

IL PROFESSORE  -  Direi proprio così.

LA MADRE  -  Era un suo amico?

IL PROFESSORE  -  No. Un paziente.

LA MADRE  -  Malato di cosa?

IL PROFESSORE  -  Di calvizie.

LA MADRE  -  Oh Dio del cielo.

IL PROFESSORE  -  Ragione per cui vi ho convocati. Lei che ora fa?

LA MADRE  -  Minuto più minuto meno, sempre quella.

IL PROFESSORE  -  Suo figlio in genere è puntuale?

LA MADRE  -  No. Né puntuale né ordinato.

IL PROFESSORE  -  Vorrei che oggi non tardasse.

LA MADRE  -  Scusi, ma la calvizie le fa esplodere i pazienti?

IL PROFESSORE  - E che ne so? Non era mai successo. Il che tuttavia - tuttavia - non elimina i dubbi. In altri termini: non la calvizie, ma i rimedi. Le parlo molto francamente. La Scienza vive di sperimentazioni.

LA MADRE  -  Le medicine che gli abbiamo dato?

IL PROFESSORE  -  E cosa vuole che le dica? Forse. Ipotizzo - ipotizzo -, da qualche parte nell’interno di quest’uomo, lo stabilirsi di un eccesso di reazioni chimiche. Sentivo in effetti un borborigma che poteva essere gas. Di tendenza esplosiva, come sarebbe l’evidenza a suggerire. Suggerire.

LA MADRE  -  Di modo che lei…?

IL PROFESSORE  -  Di modo che io?

LA MADRE  -  Cosa farebbe?

IL PROFESSORE  -  Al posto mio?

LA MADRE  -  E si capisce.

IL PROFESSORE  -  Accertamenti. Sempre che lui mi arrivi in tempo. Se tarda, o non arriva affatto, signora mia bella...

LA MADRE  -  Di quanto tempo disponiamo?

IL PROFESSORE  -  Appunto. Questo paziente si era messo in cura con pochissimo anticipo rispetto a lui.

LA MADRE  -  Quanto?

IL PROFESSORE  -  Due giorni.

LA MADRE  -  Ed è scoppiato quando?

IL PROFESSORE  -  L’altro ieri.

LA MADRE  -  Oh mio Dio. A che ora?

IL PROFESSORE  -  Le undici.

LA MADRE  -  Oh Maria Vergine.

IL PROFESSORE  -  Che ore sono?

LA MADRE  -  Le dieci e quaranta.

IL PROFESSORE  -  Spero che lei voglia notare la mia serietà. Lo sprezzo del pericolo, giacché mi appresto a fare un sondaggio così a caldo, nell’imminenza del fenomeno.

LA MADRE  -  Sì, ma a Cosma che cosa diremo?

IL PROFESSORE - Innanzi tutto, gli chiederemo di collaborare. Nell’interesse, non solo suo, ma generale. Se per esempio si potesse dimostrare che l’organismo già dispone di un sistema predisposto per un’autodistruzione. Pensi che fascino. Se la morte non fosse un accidente, ma l’impulso finale del cervello. O addirittura una difesa. Lei mi capisce che rovesciamenti.

LA MADRE  -  E cercare di evitarlo non si può?

IL PROFESSORE  -  Certo. E’ quel che faremo, sempre che arriviamo in tempo. Bloccare subito la cura e per contenere l’eventualità, procederemo con le diete morbide, gelatine polente puré semolino mollica di pane.

LA MADRE  -  (ansiosa di discolparsi)   Caro, se lei sapesse quanto ho detto e quanto ho fatto perché quel ragazzo si abituasse a mangiare il porridge la mattina. E’ una prima colazione così inglese, gli dicevo, non potrà che farti bene. Ma lui niente, ostinato, non è mai stato di governo facile. E già da piccolo sa che faceva? Rifiutava la balia, la sputava via. Sarebbe morto di fame se non ci fossi stata io, mettevo lo zucchero sopra i capezzoli di quella donna quando accennava a distaccarsi. Zucchero a velo, si intende. Però umiliante, creda a me. Oltre tutto era un petto sfacciato. Doverlo anche vanigliare, con lo stipendio che prendeva. Eh, lo so io se ne ho passate.

IL PROFESSORE  -  Eccolo qua.

(E’ entrato Cosma)

LA MADRE  -  Cosma, sei molto in ritardo.

COSMA  -  (di buon umore)   Molto? Non molto. C’era un bel sole e me la sono fatta a piedi.

LA MADRE  -  A piedi? Ma caro, tira un vento... (al  Professore) Non si riguarda, e figurarsi adesso, che è andato a starsene per conto suo. Io non so più...

IL PROFESSORE  -  (a Cosma)  Levi la giacca e la camicia per favore. Si distenda sul lettino.

COSMA  -  Debbo avvertirla, c’è un fatto nuovo stamattina.

IL PROFESSORE  -  Nuovo in che senso? Quali sintomi?

(Si corazza indossando un pesante grembiule da radiologo)

COSMA  -  E lei perché indossa quel grembiule?

IL PROFESSORE  - Niente, è ... la nuova normativa. Abbiamo regole di prevenzione.

COSMA  -  Per proteggersi da che?

LA MADRE  -  Caro, non fare domande. Ti deve solo visitare.

IL PROFESSORE  -  Ecco, e mi stia rilassato. (Comincia ad auscultarlo attentamente con uno stetoscopio) Allora piano - cautamente - contragga i muscoli, qui, dell’addome. 

COSMA  -  Così?

(Il Professore fa d’istinto un salto indietro)

IL PROFESSORE  -  No! Ho detto piano, e cautamente, per favore.

COSMA  -  Ma perché?

(Il Professore gli ritorna accanto)

IL PROFESSORE  - Lei segua solo le istruzioni.  L’ora?

LA MADRE  -  Dieci e tre quarti.

                                     

IL PROFESSORE  - (a Cosma) Procederò a un’ulteriore palpazione. Lei, se fa male, avverta subito. Male?

COSMA  -  No.

IL PROFESSORE  -   (Si rialza)  Bene. Basta così.

COSMA  -  Posso parlare?

IL PROFESSORE  - Risponda a me: acidità? Rigurgiti? Aerofagie? Flatulenze?

COSMA  -  Perché?

IL PROFESSORE  -  Sì o no?

COSMA  -  No.

IL PROFESSORE  -  Sicuro?

COSMA  -   Sì.  E lei mi esamini la testa.

IL PROFESSORE  -  Andiamo, giovanotto, cosa c’entra la sua testa. (Lo ausculta ancora)

COSMA  -  Ma  è quella che lei mi sta curando!

IL PROFESSORE  -  Nossignore. Anzi la cura va bloccata.

COSMA  -  Come, bloccata.

IL PROFESSORE  -  Bloccata.

COSMA  -  Ma niente affatto!

IL PROFESSORE  -  Avrà le dovute spiegazioni - non adesso, il tempo stringe.

LA MADRE  -  Caro, non essere testardo.

COSMA  -  Ma c’è una cosa che ignorate! I miei capelli hanno ripreso a crescere!

IL PROFESSORE  -  O bella! E dove?

COSMA  -  E dove possono? Sulla mia testa! Dunque la cura…

IL PROFESSORE  -  Figuriamoci. (Lo guarda in testa sbrigativamente) Non vedo niente.

COSMA  -  Osservi meglio. Con la lente.

(Il Professore prende la lente e comincia ad esaminarlo)

IL PROFESSORE  -  Non si tratta di capelli veri e propri. E’ solo lanugine. Non ha nessun significato.

COSMA  -  Come, non ha significato!

IL PROFESSORE  -  Non è una ricrescita. Non ha radici. E’ solo un fenomeno superficiale.

COSMA  - In ogni caso quella cura non la smetto.

IL PROFESSORE  -  E io le ripeto: va interrotta. Adesso che fa?

COSMA  -  (Ha cominciato a rivestirsi) Vado via.

LA MADRE  -  Cosma, ti prego. (al Professore) Tornasse almeno a casa sua. Potrei occuparmene, aiutarlo magari a...

COSMA  -  Mamma! Finiscila! Non impicciarti!

LA MADRE  - E noi che cosa abbiamo fatto? Tuo padre e io? Abbiamo rispettato la tua volontà. Con che risultato? Che di salute...

COSMA  -  Sto meglio, vi dico, mi sento più in forze!

IL PROFESSORE  -  (a Cosma)  Ha detto meglio? Ha detto meglio? Guardi che qui è come trovarci sulla cima di un vulcano. Vuole o no fare quel che dico? (alla Madre)  Che ora è?

LA MADRE  -  Dieci e cinquanta.

IL PROFESSORE  -   (a Cosma)  Sieda davanti a questo tavolo.

(Prende una candela e la posa sul tavolo)

COSMA  -  Solo se lei mi avrà informato.

IL PROFESSORE  -  Rimpiangerà di averlo chiesto.

LA MADRE  -  Sempre uguale, come quando era bambino. (a Cosma) Facevi inutili domande. E’ molto meglio non saperle, certe cose.

COSMA  -  E a certe regole,  meglio non credere!

LA MADRE  -  No, tu credimi, invece! Eri un figlio tremendo! Precoce solo negativamente, hai cominciato addirittura in sala parto, so io che momenti ho attraversato perché sei venuto a questo mondo coi piedi in avanti.

IL PROFESSORE  - (a Cosma porgendogli un fascicolo) Ecco,  qui c’è una dettagliata relazione.          

(Mentre Cosma legge, il Professore accende la candela. Poi va a prendere un bicchiere, riempito d’acqua a metà. Prende anche un barattolo e un cucchiaino)

COSMA  -  E’ uno scherzo?

IL PROFESSORE  -  Le sembra uno scherzo?

COSMA  -  (impaurito da ciò che ha letto)  Potrebbe succedere anche a me?

IL PROFESSORE  -  Sì. Ma si calmi, per favore.

COSMA  -  Com’è accaduto?

IL PROFESSORE  -  E’ lì scritto.

COSMA  -  Quando?

IL PROFESSORE  -  Due giorni fa.

COSMA  -  Quella candela a cosa serve?

IL PROFESSORE  -  A fare un piccolo esperimento.

COSMA  -  Cioè?

IL PROFESSORE  -  Voglio accertare se già ora lei contiene troppo gas.

COSMA  -  Io non contengo nessun gas.

IL PROFESSORE  -  Lo spero anch’io. Su, beva questo.

(Prende dal barattolo un cucchiaino di polvere. La mette nel bicchiere insieme all’acqua. Si produce una grande effervescenza.)

COSMA  -  Cos’è?

IL PROFESSORE  -  Una specie di citrato. Lo beva e si sporga, si appoggi al tavolo con la bocca davanti alla candela. Il più vicino possibile. Dovrà eruttare in direzione della fiamma. Se esistono gas di un certo tipo, prenderanno fuoco.

COSMA  -  E se questo accadesse?

IL PROFESSORE  -  Analizziamo i contenuti del suo rutto successivo.

COSMA  -  Si può eliminarli in qualche modo? Dico i gas.

IL PROFESSORE  -  Non posso dirglielo, senza un’analisi. Avanti, beva.

(Cosma esegue. Il Professore rimette i guanti che si era tolto  e  riassesta il grembiule. Attendono trepidanti)

COSMA  -  Per quanto tempo...

IL PROFESSORE  - Zitto. Non parli e non si muova. (Attendono. Cosma ha finalmente un’eruttazione)  Ohmolto bene, non c’è stata combustione. Un pericolo imminente si sarebbe rivelato. (Si leva guanti e grembiule)  Tuttavia, a medio termine...

                                      

COSMA  -  (già riprendendosi)  Rifiuto l’ipotesi. E’ una fesseria.

IL PROFESSORE  -  Perché vuole illudersi? Noi lo sappiamo, è già accaduto.

COSMA  -  Non a me.

IL PROFESSORE  -  Più esattamente, non ancora. Se questo le sembra sufficiente per…

COSMA  -  No! Ne ho abbastanza!

LA MADRE  -  Ma che dici?

COSMA  -  Non mi presto più!

IL PROFESSORE  -  Guardi bene le fotografie.

COSMA  -  Non mi interessa! Me ne vado!

LA MADRE  -  Cosma!

IL PROFESSORE  -  No, lasci fare, non importa. E’ padrone di andare dove vuole. Padrone anche di morire, se gli piace l’idea.

COSMA  -  No: crepi lei, che è più vecchio di me!

(Va via)

                                                                                                                                                                 

TRE

La stanza d’affitto.

(Marlena è in cucina. Sta usando il frullatore. Entra Cosma. Si toglie impermeabile e cappello e siede sul letto. Nervoso, insofferente. Leva anche le scarpe e si corica all’indietro. Si tasta l’addome. Dà un colpo di tosse. Cessa il rumore del frullatore. Marlena viene sulla porta)

MARLENA  -  Ah, ma sei qui.  (Cosma tossisce ancora)Non stai bene?

COSMA  -  Solo un po’ di mal di testa.

(Marlena gli mette una mano sulla fronte)

MARLENA  -  Ma hai la febbre.

(Va a prendere un termometro. Cosma lo mette)

COSMA  -  Sai anche tu di quel… quell’altro che …

MARLENA  -  Sì ,  l’ho saputo stamattina.

COSMA  -  E la sua cura…?

MARLENA  -  Sì.

COSMA  -  Ma si sentiva come me?

MARLENA  -  Mi hanno parlato di dolori,  ultimamente. Anche un disturbo alla vescica.

COSMA  -  Alla vescica?

MARLENA  -  Credo.

COSMA  -  Io non ho niente, alla vescica.

MARLENA  -  Lo so.

COSMA  -  Diglielo, al Professore. E’ diventato un allarmista.

MARLENA  -  Gliel’ho detto.  Ma tu devi fare delle analisi.

COSMA  -  Oh senti, un uomo non diventa un mortaretto.

MARLENA  -  Hai visto le foto?

COSMA  -  Di sfuggita. E non le voglio... (Si interrompe e si stringe il corpo con le braccia)

MARLENA  -  Cosa c’è?

COSMA  -  Niente.

MARLENA  -  Brividi?

COSMA  -  Un po’.

MARLENA  -  Hai gli occhi rossi.

COSMA  -  Ho preso aria. C’era vento.

MARLENA  -  Dove.

COSMA  -  In giro. In città.

MARLENA  -  Sei stato fuori tutto il giorno?

COSMA  -  Ho camminato. Volevo pensare ai fatti miei.

MARLENA  -  Tuo padre e il Professore sono venuti a cercarti.

COSMA  -  Li hai fatti entrare?

MARLENA  -  Sì, certo.

COSMA  -  Era meglio di no. Non mi fido.

MARLENA  -  Dammi il termometro.

(Cosma si leva il termometro e glielo dà.   Improvvisamente si alza e va allo  scaffale delle medicine.  Lo scaffale è vuoto)

MARLENA  -  Trentotto e otto.  Devi metterti…

COSMA  -  Le medicine. Dove sono? Le hai levate tu?

MARLENA  -  Devi metterti a letto.

COSMA  -  Oppure le hanno prese loro?

MARLENA  -  Cosma, vuoi ascoltarmi? Quand’è che sono cominciati?

COSMA  -  Cosa?

MARLENA  -  I dolori alla testa.

COSMA  -  Le tre, le quattro. Non lo so.

MARLENA  -  Hai mangiato?

COSMA  -  Sì, al parco. C’era un bel chiosco e anche dei tavoli sulla veranda e... lì mi sono accomodato. Solo che c’era un po’ freddino e forse il freddo sullo stomaco... ma poco male, perché poi li ho vomitati.

MARLENA  -  Hai vomitato cosa.

COSMA  -  I pesci fritti.

MARLENA  -  Pesci fritti! Ma Cosma!

COSMA  -  E semmai! Ne ho tante di cose sullo stomaco... Ma perché tu gli hai consentito di portar via tutte le medicine?

MARLENA  -  Sono venuti per parlare con te. Nessuno di noi può consentirti di correre un rischio così grave.

COSMA  -  Dovevi impedirglielo! E’ solo mia, la decisione di curarmi oppure no!

MARLENA  -  Dai, vieni a metterti sul letto. (Lo accompagna. Cosma si corica. Marlena prende la coperta e la sistema su di lui)

COSMA  -  Se mi passasse il mal di testa.

MARLENA  -  E’ la febbre. Ti do una aspirina. (Va in cucina)

COSMA  -  E’ la rabbia che ho dentro!

(Marlena rientra con un bicchiere e l’aspirina)

MARLENA  -  Butta giù questa.

COSMA  -  Hai già cenato?

MARLENA  -  Non ancora. Ma ora mangio. Tu sarà meglio che ti spogli e che ti metti bene al caldo.

(Mentre lei torna in cucina Cosma si alza dal letto, va verso il bagno,  poi  si ferma e si volta guardandosi in giro)

 

COSMA  -  Dov’è il mio pigiama?

MARLENA  -  Sotto al cuscino.

(Cosma va a prenderlo. Vede qualcosa. Prende il cuscino come un vassoio  e muove qualche passo verso la cucina)

COSMA  -  Marlena!

MARLENA  -  Sì?  (dopo una pausa)Stai male?   (Rientra)  Cosa c’è?

COSMA  -  Guarda. Altri quattro. Ti rendi conto?

MARLENA  -  Quattro cosa?

COSMA  -  Capelli! Ricominciano a cadere!

MARLENA  -  Cosma, ma se per quattro...

COSMA  -  E’ la fine la fine la fine!

MARLENA  -  Hai un viso tremendo.

COSMA  -  Mi sento svenire.

MARLENA  -  E’ la febbre.

COSMA  -  (perdendo conoscenza, mentre Marlena che l’ha afferrato lo trascina verso il letto) Non è la febbre... è che il mio male ricomincia... filo su filo... non ci vedo più...

(Si lascia andare sul letto, svenuto. Marlena gli tira su i piedi e gli slaccia il colletto. Corre in cucina a prendere l’aceto. Bussano alla porta.  Marlena va a aprire. Entrano il Padre e il Professore)

MARLENA  -  Oh, per fortuna, siete voi.

IL PADRE  -  E’ tornato?

MARLENA  -  Sì. Ma non sta bene. (Indica Cosma)   Ha perso i sensi.

IL PADRE  -  O santa pace.

IL PROFESSORE  -  Che sintomi?

MARLENA  -  Febbre.

IL PROFESSORE  -  Dolori addominali?

MARLENA  -  No.

IL PROFESSORE  -  Temperatura?

MARLENA  -  Trentotto e otto.

IL PROFESSORE  -  Quando è svenuto?

MARLENA  -  Adesso.  (Vanno da lui. Marlena gli fa annusare l’aceto, il Professore gli sente il polso)Si era inquietato a causa vostra per le medicine. Ve l’ho detto, era un errore. Lo avete reso più insicuro. Ero riuscita già a convincerlo a diminuire gradualmente quella cura. Sono due giorni che...

IL PROFESSORE  -  C’è solo una strada, che è di intervento molto drastico. Lo sa benissimo anche lei.

MARLENA  -   So com’è fatto. Se gli neghiamo ogni fiducia... (al Padre)  sarà peggio ancora, vi assicuro.

IL PADRE  -  Ma siamo qui per ragionare!

MARLENA  -  E crede sia facile? Che sia di qualche utilità? Quando si è accorto che i capelli  gli ricominciano a cadere ha avuto il crollo.

IL PADRE  -  Ma Dio santissimo, che cos’ha addosso quel ragazzo.

IL PROFESSORE  -  Scendo a prendere la borsa in macchina. (Esce)

IL PADRE  -  Faccia vento, si è mosso. E provi ancora con l’aceto. Ecco, rinviene. Cosma!

(Cosma si muove lentamente. Fa fatica anche a parlare)

COSMA  -  Cos’è successo?

MARLENA  -  Sei svenuto.

IL PADRE  -  Ehi. Giovanotto. Come va?

COSMA  -  Tu cosa vuoi?

IL PADRE  -  Ma niente. Calmati. Andrà tutto per il meglio.

COSMA  -  Meglio? Siete entrati in casa mia come dei ladri! A portarmi via tutto! Anche la piccola speranza che mi stava...

IL PADRE  -  No, ladri no, non lo puoi dire o meglio non lo devi dire. Non a tuo padre, Cosma.

COSMA  -  Ma attenti! In un modo o nell’altro mi ribellerò! Più esplosivo di quanto pensiate! Fuoco alle case, alle vostre banche e ai vostri letti! Porterò l’ultimo contagio alle coscienze incancrenite, amputerò il nostro universo da tutti i perdenti come me!

IL PADRE  -  Ma cosa dice? Delira.

MARLENA  -  Cosma stai giù, non ti agitare.

COSMA  -  Non è vero, lo vedrete chi delira più di me!

(Rientra il Professore)

IL PADRE  -  Oh Professore, venga, è rinvenuto, ma veda un po’ cosa può fare, per me il ragazzo non ragiona più.

COSMA  -  Mi controllo benissimo!  (Ha un’altra crisi)  Dov’è Marlena?

MARLENA  -  Sono qui.

COSMA  -  Ho nuovamente... la vertigine...

MARLENA  -  Giù. Stai più giù.

IL PROFESSORE  -  Gli alzi le gambe. Le ginocchia, gliele pieghi. Calmo, così. (a Marlena)   Porti un bicchiere con due dita d’acqua.  (Marlena va)

COSMA  -  Mi sento ancora.

IL PROFESSORE  -  Non è niente, sono fatti di corteccia cerebrale. Piccole insufficienze.

(Cava dalla sua borsa un flacone e ne svita il tappo)

COSMA  -  Sudo.

IL PROFESSORE  -  Certo. Sudore freddo. E’ tipico.

IL PADRE  -  Ti asciugo.    (Gli asciuga la fronte col fazzoletto)

COSMA  -  (respingendolo)    Lascia. Mi dai fastidio.

IL PADRE  -  Fastidio, Dio santo,  gli do fastidio.

(Il Professore porge la bottiglietta a Marlena, che è ritornata col bicchiere d’acqua)

IL PROFESSORE  -  Questa.

MARLENA  -  Quante?

IL PROFESSORE  -  Trenta gocce.

MARLENA  -  (esitando)  Ma Professore, trenta è il doppio del...

IL PROFESSORE  -  Lo so benissimo quello che è. Trenta gocce, coraggio.

MARLENA  -  Mi  scusi. (Versa)

COSMA  -  Voglio riaverle tutte qui, le medicine che mi avete preso! Mi sentite?

 

IL PROFESSORE  -  Se io gliele lascio, lei è disposto a non usarle?

COSMA  -  Professore, non posso aspettare! Ho perduto altri quattro capelli!

MARLENA  -  Su, bevi qua.

(Cosma beve)

COSMA  -  Aspettare di perdere anche tutti gli altri?

IL PROFESSORE  -  Mi dia il tempo di studiare una diversa terapia. Non voglio rischiare che si formino...

COSMA  -  No, è troppo tardi per cambiare.

IL PROFESSORE  -  Bene, come lei vuole, le restituisco tutto quanto, ma sia chiaro: qualunque cosa succeda, la responsabilità non sarà mia. Mi siete tutti testimoni che io diffido il mio paziente dall’assumere queste medicine.

(Tira fuori dalla borsa tutte le medicine di Cosma e le rimette al loro posto negli scaffali)

IL PADRE  -  Cosma, è assurdo che tu ti comporti così. Vogliamo aiutarti. E anche tua madre...

COSMA  -  Aiutarmi? E come? Pensando per me? Scegliendo per me? Sbagliando per me?

IL PADRE  -  (ferito, indignato)  Bene. Se qui non servo a nulla me ne vado.

IL PROFESSORE  - Aspetti, vengo con lei. (Va a prendere il polso di Cosma) Allora figliolo, ripasserò fra qualche giorno.  (a Marlena) Mi raccomando a lei.

(Marlena siede sul letto, affettuosamente)

MARLENA  -  Certo.

IL PROFESSORE  -  (al Padre)  L’infermiera è molto brava. Sarà di conforto anche per voi genitori sapere che Cosma, nella sua disgrazia, ha avuto un’ottima assistenza.

COSMA  -  Sagge parole. Nobili come un necrologio.

IL PROFESSORE  -  Oh, non si muore così,  le garantisco, quasi mai. Con una ragazza in fondo al letto.

(Prende il Padre a braccetto e lo porta sul davanti. La delimitazione delle luci dovrà indicare che essi sono usciti dalla stanza, pur senza rinunciare del tutto all’intrusione nella sfera intima dei due giovani. Guardano nella loro direzione, restando in silenzio)

MARLENA  -  Va un po’ meglio?

COSMA  -  Senza di loro... molto meglio.

MARLENA  -  Come sei sciocco. Appoggiati qua.

COSMA  -  Abbassa la luce.

MARLENA  -  Sì.

COSMA  -  Mangerai dopo.

MARLENA  -  Sì.

(Abbassa la luce. Restano immobili nella penombra. Tutta la  stanza è ora in penombra)

IL PROFESSORE  -  Be’? Cos’è? S’è avvilito?

IL PADRE  -  Lo credo bene. Ho visto mio figlio fronteggiare me, risentito con me del suo destino, e quasi  chiedermi ragione dei mali che ha - come se io glieli avessi nutriti, con la mia vita il mio sangue le mie debolezze, e che diavolo, se mi dicesse perlomeno quale colpa esattamente è stata mia.

IL PROFESSORE  -  Eh, sono giovani - sono crudeli. Ma che prontezza di recupero. Con trenta gocce ben somministrate, eccoli pronti a trasformare tutto, anche un colpo di febbre in passione d’amore.

IL PADRE  -  E il mio amore in veleno.

IL PROFESSORE  -  Ma no. E’ che i ragazzi non capiscono. E forse, badi, neanche noi. Sono loro la sabbia - loro il tempo che ci sfugge tra le mani, e… polverizza le nostre illusioni e velleità. Loro la sabbia e noi la polvere, conclusione poetica tutto sommato.

IL PADRE  -  Non è poesia che mi si manchi di rispetto.

IL PROFESSORE  -  Oh, presto niente sarà più poesia. Noi se non altro, per quanto possibile, della poesia abbiamo goduto. Un giorno per questo ci invidieranno. Tardiva, ma sarà una rivincita. Scopriranno anche loro di non valere più di noi.  (Vanno via)

(Marlena si alza dal letto e viene a sedersi al tavolo. La stanza ritorna ad essere illuminata normalmente. Marlena si accende una sigaretta. Si alza anche Cosma e comincia a passeggiare avanti e indietro nervosissimo)

COSMA  -  Dio che vergogna, che abisso che abisso che abisso!

MARLENA  -  Cosma, è normale, può sempre succedere, hai la febbre.

COSMA  -  Non servo a niente! Non funziono!

MARLENA  -  Ti analizzi troppo. Sei vissuto in una falsa sicurezza. Ti hanno educato alla paura.

COSMA  -  (violento) E questa tua maledetta pietà! Forse l’umiliazione più grande per me, che tu ora finga di non essere delusa e minimizzi tutto, Cristo, tutto! Trasformandoti in quattro secondi da amante male utilizzata in infermiera, ecco perché! Ti piace trattarmi da malato!

MARLENA  -  Non è vero!

COSMA  -  La verità è che precipito. Sono fottuto.

MARLENA  -  Ti consumi a nutrire sospetti, la sola cosa che sai fare è di rinchiuderti in te stesso come un riccio.

COSMA  -  Beato lui, lo invidio il riccio, nasce riccio e muore riccio e già si sa! Io la mattina appena sveglio vado allo specchio con timore, a riconoscere le tracce di ogni novità!

MARLENA  -  Puoi cambiare anche in meglio.

COSMA  -  Sento la testa che rimbomba! Non è normale quello che succede!

MARLENA  -  Tu non accetti i contrattempi. Forse l’ipotesi più giusta è la più semplice, cioè che ti abbiano viziato.

COSMA  -  Un contrattempo? Sentirsi annientare?  Ma perché tutti vi affannate ad ingannarmi? O vi sentite colpevoli? Per me è anche questo a farmi male!

MARLENA  -  Non sono io che ti anniento, Cosma.

COSMA  -  (violento)  No? Chi lo dice? Anche tu!    (Pausa)   Hai le mani che puzzano d’alcool.                  

MARLENA  -  Oh, Cosma, per amor del cielo.

COSMA  -  Quell’odore si mette fra noi. Mi disgusta e mi blocca, ecco cos’è!

MARLENA  -  Ti sei stancato di me? (Cosma non le risponde. Va a coricarsi sul letto)  Se vuoi posso andarmene anche subito. (Ma è Cosma che si alza e si prepara per uscire)

MARLENA  -  Che cosa fai?

COSMA  -   Esco. Ho un impegno.

MARLENA  -  Con la febbre?

COSMA  -  Con la febbre. Tanto peggio.

MARLENA  -  Che impegno è?

COSMA  -  Un appuntamento.

MARLENA  -  Una ragazza?

COSMA  -  Tu che dici? Posso piacere a una ragazza?

MARLENA  -  E perché no? A me sei piaciuto. Chi è?

COSMA  -  Non lo so. L’ho incontrata casualmente solo oggi.

MARLENA  -  Al parco pubblico?

COSMA  -  Sì. Era lei che serviva i pesci fritti.

MARLENA  -  Oh. E che cos’altro ne puoi dire.

COSMA  -  Nulla, se non… un fatto strano: somiglia molto ad Arabella.

MARLENA  -  Oh. Le somiglia. Un bel caso. Ma che importanza ha?

COSMA  -  E che ne so, potrebbe averne.

MARLENA  -  Non hai bisogno di un fantasma, credo.

COSMA  -  No di certo. Ma non è questo.

MARLENA  -  E non credo che ti occorra una puttana.

COSMA  -  Non è una puttana!

MARLENA  -  Avresti intenzione di portarla a vivere con te? E’ così, che intendevi?

COSMA  -  Se lei accetta…

MARLENA  -  E’ graziosa?

COSMA  -  Sì. Molto. E’ giovane e… insomma, un bocconcino.

MARLENA  -  Bene.  (Volta la testa)  Buon appetito.

COSMA  -  E così sia!

(Calca il cappello e se ne va)

QUATTRO

Casa paterna. Soggiorno.

(Il Professore e la Madre. Nello studiolo, completamente estraneo ai loro discorsi, il padre gioca da solo agli scacchi)

IL PROFESSORE  -  Suo marito?

LA MADRE  -  Di là. Fa il solitario con gli scacchi. Da quando Cosma se n’è andato è quasi la sola attività. Ogni tanto piagnucola.

IL PROFESSORE  -  Strano.

LA MADRE  -  La ringrazio della sua sollecitudine. So bene di averla disturbata, ma non so più con chi parlare.

IL PROFESSORE  -  (accostandosi)  Ha fatto bene. Non è sopportando all’infinito che...

LA MADRE  -  Oh, caro lei, non si trattasse che di questo, non fossi altro che una donna trascurata...

IL PROFESSORE  -  E perché mai dovrebbe esserlo? Lei ha diritto ad un compenso. (Si accosta ulteriormente)  Non so se adeguato, non quanto merita, ma se è disponibile a considerarlo...

LA MADRE  -  Professore, anche un figliolo, dico io, dovrebbe essere un compenso; ma perché il mio mi causa solo sofferenze? Non si è più fatto vivo, con me. Due giorni fa era il mio onomastico e lui niente, né un colpo di telefono né un bigliettino - niente.  La prego, attraverso l’infermiera lei gli faccia intendere... Che cosa c’è?

IL PROFESSORE  -  Non vive più insieme a suo figlio, se n’è andata. Beninteso, non di propria iniziativa, è stato lui a non volerla più.

LA MADRE  -  E perché?

IL PROFESSORE  -  Creda a me, la malattia di quel ragazzo genera ormai complicazioni inestricabili.

LA MADRE  -  Eh, ma chissà che vita hanno condotto. Si sarà preso un esaurimento, glielo dico io.

IL PROFESSORE  -  No, non credo.

LA MADRE  -  Be’, se è così, almeno, tornerà da me. Ritroverà camera sua, col suo bel letto. E la mattina una tazza con l’uovo sbattuto. Vedrà.

IL PROFESSORE  -  Anche su questo, ho molti dubbi.

LA MADRE  -  Lo ha visto?

IL PROFESSORE  -  Sì. Ieri.  Gli ho parlato con buon modo ma lui no, mi ha riso in faccia tutto il tempo. Peggio che un riso. Un’insolenza.

LA MADRE  -  Ma come farglielo capire che la solitudine, per un ragazzo ipersensibile, non è per nulla educativa?

IL PROFESSORE  -  Non era solo. Ha un ragazza.

MADRE  -  Un’altra ancora?

IL PROFESSORE  -  Sì.

LA MADRE  -  Dio, com’è fragile, e mutevole - intendo sentimentalmente. E non le ha chiesto come sto, come la penso, ha dimostrato un interesse, nei miei confronti, in qualche modo?

IL PROFESSORE  -  No.

LA MADRE  -  E i… capelli?

IL PROFESSORE  -  Perduti.

LA MADRE  -  Tutti?

IL PROFESSORE  -  Non proprio. Quasi tutti. Gliene rimane ancora uno. Che non è molto, se vogliamo.

LA MADRE  -  No, in effetti. Proprio no. Ma andrò da lui.  Sono sua madre, dopo tutto.

IL PROFESSORE  -  Io la sconsiglio. Non vada. E’ molto cambiato.

LA MADRE  -  E con ciò? Insomma un figlio è sempre un figlio e anche una madre non smobilita la sua funzione, per nessun motivo al mondo.

IL PROFESSORE  -  Non si è figli, se non lo si vuole. Si voltano le spalle e si va via, si lascia una casa, si rompono le regole di una famiglia di una morale di una società, si può tutto ma non si è più figli.

LA MADRE  -  Ma io non voglio pensarlo, e se le mie viscere...

IL PROFESSORE  -  Non vada: le riderà in faccia come a me.  Creda, lei ha già fatto la sua parte, non si può andare contro la natura: prima si è donne, poi madri, e poi di nuovo donne...

LA MADRE  - Amico mio, lei riesce a volgere in galanteria perfino un figlio perduto...   (Il Professore le bacia una mano)   Ma cosa fa...

(Il Padre, restando seduto al suo tavolino, comincia a piangere lamentosamente, piegandosi sulla scacchiera, e devastando la disposizione dei pezzi)

CINQUE

La stanza d’affitto.

(Cosma è nel cucinino. Entra dalla porta d’ingresso la Ragazza, di fretta. Comincia subito a raccogliere la sua roba. Cosma la sente e viene nella stanza. Ha la testa coperta di schiuma, un asciugamano sulle spalle, e in mano una tazza nella quale sta sbattendo un uovo)

COSMA  -  Perché prendi la tua roba?

LA RAGAZZA  -  Mi preparo.

COSMA  -  A cosa fare?

LA RAGAZZA  -  Parto.

COSMA  -  Che significa, ’parto’?

LA RAGAZZA  -  Che vado a fare un viaggio in moto.

COSMA  -  Quale viaggio.

LA RAGAZZA  -  Esattamente, non lo so.

COSMA  -  Che direzione?

LA RAGAZZA  -  Sud.

COSMA  -  Starai via molto?

LA RAGAZZA  -  Non so ancora.

COSMA  -  Ci vai da sola?

LA RAGAZZA  -  Sì, figurati, da sola.

COSMA  -  E allora con chi?

LA RAGAZZA  - Non lo conosci. Hai visto in giro le mie scarpe blu?

COSMA  -  Come si chiama?

LA RAGAZZA  -  E che ti frega?

COSMA  -  Mi riguarda, quanto meno.

LA RAGAZZA  -  Be’, si chiama…Gianni Palla.

COSMA  -  Palla? E’ il cognome?

LA RAGAZZA  -  E’ il soprannome. Tutti lo chiamano così.

COSMA  -  Senza un motivo?

LA RAGAZZA  -  Per il motivo che è un ciccione.

COSMA  -  E tu vai a zonzo col ciccione?

 LA RAGAZZA  -  Mi porta al mare. Il mare è per tutti.

(Vede le scarpe. Le raccoglie e si rimette a radunare la sua roba)

COSMA  -  L’idea di chi è stata?

LA RAGAZZA  -  Ha detto: ‘vieni?’  Ho detto: ‘sì ’. 

COSMA  -  Potevi chiedermi quello che penso.

LA RAGAZZA  -  Ma tu non hai visto la sua moto, caro mio. Qualunque ragazza…

(Cosma la prende bruscamente per un braccio, al volo mentre lei passa)

COSMA  -   Di’ un po’: scherzi?  Lo dici per rendermi geloso?

LA RAGAZZA  -  No. Lasciami.

COSMA  -   Ehi, ma è fantastico! In viaggio con chi? Con Gianni Palla! Senza nemmeno farci caso se…

LA RAGAZZA  - Pensi di essere attraente tu?  (Cosma, ferito, va a sedersi, dopo averla lasciata)   Scusa. Mi riferivo a quella schiuma sulla testa.

COSMA  -   Non è che la metto per divertimento.

LA RAGAZZA  -  Va be’, ma già ti ho chiesto scusa.

COSMA  -  Oh, certo, ‘scusa’ - e poi mi lasci..

LA RAGAZZA  -  Qualche giorno. Prendo solo una vacanza.

COSMA  -  Una vacanza?  Da chi, da me?

LA RAGAZZA  -  Non essere idiota. Dal lavoro.

COSMA  -  Ma non è a me che l’hai chiesto!

LA RAGAZZA  -  E perché? Ti ho detto mi piace quella moto. A parte il fatto che, da te, proposte di andare a fare un giro non ne ho mai sentita una.

COSMA  -  Io non sto bene! Vuoi farmi una colpa del mio male? 

LA RAGAZZA  -  E tu cosa vuoi? Farlo pagare a me? E poi non accetto queste scene, sono libera di andare dove voglio, quando voglio e con chi voglio! Se ci tieni  che restiamo ancora amici! Okay?

(Cosma si mette a mangiare l’uovo. Segue una pausa piuttosto lunga. La Ragazza stipa tutta la sua roba in una sacca)

COSMA  -  Ti occorre denaro?

LA RAGAZZA  -  No.

COSMA  -  Pagherà tutto lui?

LA RAGAZZA  -  No!  (Chiude la sacca)

COSMA  -  Aspetta, ascoltami. Poco fa, nella memoria, mi si è staccato un ricordo ed è venuto su. Un fatto… così, forse da nulla, di molti anni fa.

(La Ragazza si muove, ma Cosma si mette davanti alla porta)

LA RAGAZZA  -  Me lo racconti un’altra volta. E’ inutile Cosma, non ti ascolto.

COSMA  - Non importa se mi ascolti oppure no.   

(La Ragazza prende la chitarra, gli volta le spalle ostentatamente e si mette a cantare sottovoce)     

COSMA  -  Molti anni fa, quand’ero piccolo, e spesso a scuola si prendevano i pidocchi, un’estate, in campagna, mia madre prese senza dirmelo la decisione di farmi rapare i capelli. Così una mattina arrivò un uomo e dopo la prima colazione dovetti uscire e poi sedere su un panchetto, in mezzo all’aia, imprigionato in un asciugamano. Ricordo il metallo della macchinetta che risaliva il collo, la nuca la testa, lasciandosi dietro una scia deserta, brutalmente a nudo. Non durò molto, ma per me fu come un’esecuzione. Ebbi pietà di me stesso e cominciai a piangere. L’uomo anziché comprendermi chiamò mia madre e le chiese se fossi non un maschio, ma una femmina, così affezionato ai miei capelli. Aggiunse qualcosa sottovoce ed entrambi ne risero di cuore e si scambiarono con gli occhi i sottintesi. Io soffocavo di rabbia e di vergogna. Quando seppi che aveva finito, scappai di corsa verso un bosco lì vicino, un bosco grande, di castagni. Ricordo, correndo, che registravo sulla testa ogni passaggio di temperatura, come se tutto giungesse a toccarmi e mi contaminasse, le zone d’ombra, le macchie di sole e le folate di vento che salivano dalla vigna. Ma ancora ero piccolo e non capivo. Pensavo che, qualunque cosa m’impaurisse, il tempo a venire l’avrebbe sanata. Il futuro ai miei occhi non conosceva dolori né umiliazioni. Pensavo a una vita sempre facile, che non dovesse avere fine.

(La Ragazza smette di cantare e si alza. Raccoglie la sua sacca. Tenendo sacca e chitarra si volta verso di lui)

LA RAGAZZA  -  Ti avvertirò quando torno - se vuoi.

COSMA  -  Poco fa, mentre facevo la frizione, ho perso l’ultimo capello.

(Posa la tazza e con l’asciugamano si toglie la schiuma dalla testa. Siede, depresso)

LA RAGAZZA  - E dai. Non te la prendere. Da uno a zero fa ben poca differenza.

COSMA  -  Fra uno e zero ci sta tutto l’universo.

LA RAGAZZA  -  Lasciami andare.

COSMA  -  I tuoi amici sono fortunati. Hanno lunghi capelli, tanti da essere riconosciuti come una bandiera, un diritto al futuro, alla sopravvivenza. Per me no, né rimedio né scampo. (Si scosta e le volta le spalle) Va’ sulla moto col ciccione. Va’ all’inferno!

(La Ragazza esce. Cosma si mette di nuovo a mangiare il suo uovo,  seduto sul letto.  Il resto della stanza diventa buio. Cosma porta il  cucchiaio alla bocca in un gesto meccanico, inutile)

                          

SEI 

          

(E’ comparso il Professore, che ride pianamente, di compatimento, scuotendo la testa. Tiene in mano una rivista)

IL PROFESSORE  -  Ma che fa, ma che fa. Non si accorge neppure di quello che fa. E cosa mangia? Me lo dica.  (Avanza in piena luce)  Non può nutrirsi di ricordi. Quella tazza è vuota.

COSMA  -  Di nuovo qui, ma lei che vuole, se ne vada via.

IL PROFESSORE  -  No che non me ne vado, e si rallegri: (alza la mano che tiene la rivista) siamo qui per portarle… Indovini? la sua guarigione.

COSMA  -  Chi c’è con lei?

IL PROFESSORE   -  (verso il buio)  Venga signora, venga avanti.   (a Cosma)  Sua madre, e chi altri?  (Si rifà luce nella stanza)

LA MADRE   -  (avanzando)  Mi ero proposta di non pensare più a te. Giuro. Meritavi che non ti amassimo e ti lasciassimo andare alla deriva.   (Si guarda intorno) Ma guarda un po’ come ti sei ridotto. In questo caos.

IL PROFESSORE  -  (alza ancora la rivista)  Lo sa cos’è questa? Una rivista medica, straniera, molto seria. Sua madre mi ha detto che lei non conosce l’inglese.

LA MADRE  -  Ecco, glielo dica.  Non ha mai voluto studiare le lingue. Mentre oggigiorno…

IL PROFESSORE  - (sfogliando la rivista) Cito una dotta relazione del Professor Hare, dermatologo molto quotato. Frase focale: “We did ascertain - abbiamo accertato - we can document  -  possiamo documentare  - an infallible way to make up  -  un modo infallibile per riparare  - for the baldness - calvizie, un rimedio infallibile per la calvizie: - you only have to castrate and to wait - dovete solo castrare ed attendere”.

(Cosma rimane immobile e non parla. Si riporta il cucchiaio alla bocca. La Madre lo spia inutilmente sperando in una sua reazione)

LA MADRE  - Cosma non puoi non dire nulla. E’ una notizia straordinaria, vero o no? (Non ottiene risposta)  Smettila un po’, con quel cucchiaio, non succhiarlo, non sta bene.

IL PROFESSORE  - Guardi, non avrò peli sulla lingua – e non le dispiaccia l’espressione: insomma, lei non era nato per avere una vita sessuale di molto rilievo. Tre donne - una fidanzata e ben due amanti -, nel giro di poche settimane, hanno fallito con lei, o lei con loro: tre. Perché mancavano i presupposti. Mi creda.

(Gli si avvicina e gli toglie il cucchiaio di mano. Cosma non reagisce. Il Professore prende la tazza, e va a posare tutto sul tavolo.  Torna verso di lui)

IL PROFESSORE -  E dunque adesso non mi dica che l’ipotesi avanzata le imporrebbe chissà quale privazione.

LA MADRE  -  Non pensare che a me non dispiaccia. Ma è il solo modo che ti resta per rientrare nella regola, avrai di nuovo una famiglia e tornerai a casa. Per la gioia di tutti, davvero. Papà non è più lui, da quando ci hai lasciato. Ma pensa, caro, ritornerai come un ragazzo; non avevi una vita felice, quando lo eri? Pensa com’erano più agevoli, a quei tempi, faccio per dire, i rapporti con la servitù. Tu avevi tutto il nostro affetto - e le tue… cose, in fin dei conti, sempre lì a pendere, inattive, non ci facevi neanche caso se le avevi oppure no.

IL PROFESSORE  -  Avrà qualche conseguenza secondaria, per esempio una tendenza ad ingrassare e anche la voce muterà. Ma avremo estirpato alla radice i suoi tormenti.

COSMA  -  (improvvisamente violento)  No! Vi sbagliate! La loro radice non è in me!

IL PROFESSORE  -  Comunque un segno, che lei ha subìto particolarmente.

COSMA  -  Ho combattuto con tutte le forze! Cos’altro avrei potuto fare? (quasi piangendo)

IL PROFESSORE  -  Forse doveva esaurirle per purificarsi e poi accettare il suo destino. Tutto qui. Tenga presente che non soffrirà. E non avrà solo il vantaggio di guarire dal suo male: perché se da un lato subirà una perdita, grazie alla stessa evirazione annulleremo anche i rimpianti. Sarà un limbo gradevole, senza tempeste, e non per questo senza affetti. E’ dimostrato che gli eunuchi ispirano alle donne una speciale tenerezza.

LA MADRE  -  Caro, ci sono uomini completi che a cinquant’anni hanno già perso ogni iniziativa. Fanno i galletti soltanto parole.

IL PROFESSORE  -  Insomma lei deve soltanto scegliere, cioè accettare, tutto qui. Il mio consiglio? Usi la sua virilità per decidere di rinunciarvi. Ne avrà in cambio una messe di compensi, le cresceranno capelli abbondanti, forse chissà diventerà poeta, o un grande politico, oppure un big della finanza, chi lo sa.  Un sacrificio dà sempre i suoi frutti.

COSMA  -  E questo chi  lo garantisce?

IL PROFESSORE  -  La statistica. O meglio non lo garantisce ma in fondo è parente con la matematica, il che beninteso non esclude un rischio. Ogni trasformazione paga un prezzo all’eroismo, in qualche modo. Un uomo nuovo, scientificamente, ha più senso di mille individui banali.

COSMA  -  Lasciatemi solo.

LA MADRE  -  No, caro, ascolta, ritorna a casa, ne parliamo.

COSMA  -  Andate via!

IL PROFESSORE  -  (alla Madre) Vuole riflettere. Mi sembra giusto. Lasciamo che scelga per suo conto. Che importa se è già stato deciso?

(Il Professore e la Madre vanno via. Cosma in preda a crescente agitazione Poi si alza, va al tavolo, prende un foglio e una penna. Scrive velocemente. Si sente la sua voce registrata e amplificata che dice quanto sta scrivendo)

Voce di COSMA  - “Io, Cosma qualunque, Cosma disgraziatissimo, la prima domenica del mese. Caduto stamattina insieme all’ultimo capello il giorno del mio ultimo respiro”.

(Mentre la voce continua , Cosma si alza, va agli scaffali delle medicine. Porta sul tavolo bottigliette, scatolette, vasetti)

Voce di COSMA  - “Per chi vorrà comprendere, dico che ho smesso di avere paura. Io, Cosma qualunque, Cosma tribolatissimo, senza più desideri da esprimere né addii da affidare a nessuno, destinato ad esplodere prossimamente, esaurito negli organi e nelle funzioni, rinuncio all’inutile ricerca della comprensione. Il vuoto che lascio, se ne lascio, mi spiegherà meglio di me. Comporrò con le mie stesse medicine  la pozione decisiva. Soluzione ingloriosa ma, almeno, di mia volontà. La vendetta in un unico sorso, che avrà un colore senza nome e un risultato senza storia.

(Ha finito di raccogliere sul tavolo le sue medicine.  Ha cominciato a vuotarle  indiscriminatamente nella tazza in cui aveva mangiato l’uovo, rimescolando  il tutto.  Versa il ricavato in una delle bottiglie rimaste vuote.  La riempie e la tappa.  Intanto la luce si attenua molto lentamente.  Si sente di nuovo in sottofondo il canto della Ragazza.  Cosma si corica sul letto, si butta il lenzuolo sui piedi e lo tira su.  Quando è coperto in gran parte, si ferma e si irrigidisce, come sospeso, con la bottiglia in mano.  Ascolta la voce di Marlena, e ciò che si erano detti)

Voce di MARLENA  -  E’ questo che ti sembro? Un’illusione?

Voce di COSMA  -  Mi fido poco della fantasia, può fondare sui baci una speranza inutile.

Voce di MARLENA  -   Usala invece, potrebbe aiutarti.

Voce di COSMA  -  Teorie! C’è una realtà che può impedirlo! Difficoltà! Pesantezze! Malattie!

Voce di MARLENA  -  La tua realtà è dentro di te.

Voce di COSMA  -  Il mio problema è la mia condizione! Il mio mondo è la mia condizione! La mia misura di forze!

Voce di MARLENA  -  Ma Cosma tu... cosa pensi di essere? Sei tu! Ti sembra strano? Non lo è! Se non lo fossi saresti...

COSMA  -  (dal letto, finendo per lei con voce altissima)   ...già morto!

(Si copre la testa col lenzuolo. La luce si spegne di colpo, e cessa anche il canto della Ragazza)

SETTE

La stessa scena.

(Nel buio che è seguito, si fa strada con violenza, sempre più vicino, l’urlo di una  sirena.  Quando si spegne, ritorna la luce nella stanza.  Entra di malagrazia l’Affittacamere)

L’AFFITTACAMERE  -  Ecco, signor Commissario, è in questa stanza. Steso sul letto col lenzuolo che lo copre.

(E’ entrato il Commissario, con passo lento, studiato, guardandosi attorno)

IL COMMISSARIO  -  Il lenzuolo era in quella posizione?

L’AFFITTACAMERE  -  Qui non è entrato più nessuno e io non ho toccato nulla.

IL COMMISSARIO  -  Si è coperto da sé. Aveva il… pudore di morire, dico bene?

L’AFFITTACAMERE  -  C’è una sua lettera sul tavolo.

IL COMMISSARIO  -  Ah sì, la lettera. Vediamo.

(Va a prenderla.  La legge.  Poi tenendo la lettera in mano va a sollevare un lembo del lenzuolo, e dà un’occhiata alla testa di Cosma)

IL COMMISSARIO -  Be’. Riguardo ai capelli non mentiva.

L’AFFITTACAMERE  -  Oh no. Certo che no.

(Il Commissario torna a posare la lettera sul tavolo.  Cammina sempre a passi lunghi e lenti.  Si accende una sigaretta)

IL COMMISSARIO  -  Faccia entrare la donna. Poi chiuda la porta. E non si metta ad origliare.

L’AFFITTACAMERE  -  Capirai! Se crede che a me interessi tanto...

IL COMMISSARIO  -  Vada, vada.

(L’Affittacamere esce.  Entra Marlena.  Piange ma silenziosamente, con dignità)

IL COMMISSARIO  -  Vuole guardarlo per favore? (La vede esitare) E’ una formalità ma deve dirmi se è di lui che parlavamo.

(Marlena si avvicina al letto.  Il Commissario solleva il lenzuolo. Marlena guarda Cosma per un attimo, poi si volta.  Il Commissario ricopre Cosma)

IL COMMISSARIO  -  E’ lui?

MARLENA  -  Sì.

IL COMMISSARIO  -  E con lui ha convissuto in questa stanza?

MARLENA  -  Sì.

IL COMMISSARIO  -  Lo amava?

MARLENA  -  Sì.

IL COMMISSARIO  -  Quanto tempo è durata quella relazione?

MARLENA  - Ben poco.

IL COMMISSARIO  -  E poi avete litigato?

MARLENA  -  Sì.

IL COMMISSARIO  -  Per colpa di lui?

(Marlena dà un’occhiata verso il letto)

MARLENA  -  Senza colpa di nessuno, credo.

IL COMMISSARIO  -  Perché oggi è venuta a cercarlo? Con un motivo ben preciso, oppure...?

MARLENA  -  No. 

IL COMMISSARIO  -  Rifletta, prima di rispondere. Ha avuto… che so, un presentimento?

MARLENA  -  Forse.

IL COMMISSARIO  -  Dunque... temeva un gesto simile? Lo prevedeva?

MARLENA  -  No.

IL COMMISSARIO  -  E in una vostra riconciliazione? Lei ci sperava?

MARLENA  -  Non lo so.

IL COMMISSARIO  -  Lei sa ben poco signorina mia. Questo è un po’ strano, ne conviene?

MARLENA  -  Ho pensato che avesse bisogno di me.

IL COMMISSARIO  -  E perché avrebbe avuto bisogno di lei?

MARLENA  -  Perché io... sono infermiera. Gliel’ho detto.

IL COMMISSARIO  -  E lui era malato?

MARLENA  -  Ma sì. Di calvizie.

IL COMMISSARIO  -  Oh, certamente: di calvizie! (Lo ha detto senza nascondere un certo sarcasmo. Va a prendere la lettera)Legga la lettera che ha scritto. Non si sa a chi.  Non è indicato.  (Gliela porge) Mi conferma che è la sua calligrafia?

MARLENA  -  Sì, lo confermo.   (Legge la lettera. Poi la rende al Commissario)

IL COMMISSARIO  -  Be’? Che ne pensa? Ha un’opinione?

MARLENA  -   E come posso? E’ il suo congedo, la sua scusa e la sua accusa; e tutto quello che non riesco a condividere, o peggio ancora a comprendere, mi peserà sulla coscienza già abbastanza, che cosa vuole che aggiunga?

IL COMMISSARIO  -  Allora vada, signorina, non mi serve più.

(Marlena, dopo un’ultima occhiata verso il letto esce frettolosamente.   Il Commissario si avvicina a Cosma, ne scopre la testa per un attimo,   contemplandolo. Poi lo ricopre, scuotendo il capo. Viene avanti fino al centro della stanza)

IL COMMISSARIO  -  Uccidersi per la calvizie, che è un processo del tutto naturale, a me sembra una reazione molto strana. Molto strana. Molto strana. Molto strana.

(Ha parlato accarezzando i suoi folti capelli. Al termine si trova nella mano un capello staccato. Lo prende, lo guarda per un attimo. Poi lo scuote dalle dita con elegante leggerezza)

FINE

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