Cristo ha ucciso

Stampa questo copione

CRISTO HA UCCISO

Dramma in tre atti

di GIAN PAOLO CALLEGARI

PERSONAGGI

ANGELA, la nipote di Nunzia - ANTONIO, il servo di Pilato

NATALE, legionario romano - FLORO, legionario romano

GIOVANNI, il Barabba - NUNZIA, la vecchia

CONCETTA, la nipote di Nunzia - NICOLA, il Pilato

RAFELE, il centu­rione - MARTINA, la moglie di Basile

MARIO, il Caifas - BASILE, il Cristo

SAVERIO, l'angelo consolatore - FRANCO, l’Eleazar

VITALE, l'a­mante di Martina - MARISA, la prigioniera aristo­cratica

PROTOVIEFF, il prigioniero bulgaro -MARCEL, il prigioniero parigino

MARGARITA, la prigioniera tirolese - PESARO, il vecchio profes­sore

NIKLA, l'ebrea polacca          - FRIDA, la pri­gioniera pazza

ANNA, una prigioniera - LUCIA, una prigioniera

OLGA, la zingara - VERA, la sorella di Nikla

VALENTE, il cattivo ladrone -MAURO, il buon ladrone

LUCIDO, il Longino -BLASE, l'operaio alle croci

PANTALEO, l'operaio alle croci - IL GHIEGGHIO, custode di santuario

Un deportato italiano - Un uomo che prega - Una donna che prega

Un penitente forestiero - Una peni­tente forestiera       - Il coro della Passione

I farisei della Passione - Legionari romani          - Ebrei antichi - Erode

Il diavolo di Getsemani - La folla - I peni­tenti 

Uomini prigionieri - Donne prigioniere

Versi e mottetti della seicentesca Pigghiata di Squillace


ATTO PRIMO

Tempi attuali. Un pomeriggio del giovedì santo in un'antica casa calabrese di un paese soprastante il litorale fonico. Una enorme e affumicala cucina con grandi otri da olio negli angoli, vetuste statuette sacre sopra le mensole. Sulla destra al disopra del largo e prominente focolare - privo di cappa secondo l'uso - una fila di anfore da acqua e un fucile da caccia. Attrezzi rurali appesi alla parete opposta. Ai lati della arola del focolare, due pancalì rozzi per sedere al caldo. Sul fondo la cucina si apre in una grandissima volta ad arco oltre la quale è una terrazza sormontata da un pergolato di vite e contornata da una balaustra a mu­riccia rustica meno che nel tratto anteriore ove, per una scalinata, si intuisce la discesa diretta sulla piazza. Oltre la terrazza si vedono altre case rustiche in un largo che lascia intendere la piazza invisibile. Nell'in­terno della cucina il grande tavolo, alquanto spostato verso sinistra, regge un pomposo bacile con a fianco un asciugatoio a trina ancora piegato. Alla destra, di fianco al focolare, è una porta semi aperta che conduce ad una stradetta posteriore la quale, come accade nelle località montane, passa allo stesso livello della stanza sebbene questa anteriormente risulti elevata di un piano. Nella parete di sinistra è un uscio che conduce alle altre camere. Al centro della terrazza si scorge rivolta verso la scalinata una grande poltrona curiale posata sopra un tappeto rosso discendente in parte anche per gli scalini. Sopra la terrazza si intravede in allo, fra i tralci di vite della pergola, una specie di baldacchino rosso che la orna esteriormente per raffigurare un solenne padiglione. Dalla piazza viene brusìo di folla e le per­sone che si affacciano alle finestre di fronte guardano tutte nella stessa direzione, verso sinistra. Sul brusìo dello, folla si alza qualche indistinto canto religioso e le musiche che l'accompagnano sono nenie di intona­zione quasi araba. Alle finestre prospicienti la piazza sono stesi drappi multicolori in segno di festa; le donne che vi si scorgono portano veli' in testa, scapolari al collo e qualche fanciullo reca alucce dorate d'angelo. (Nella cucina ai lati del focolare siedono sopra una panca la vecchia Nunzia e la nipote Concetta che in­sieme intrecciano un grande canestro di vimini. Esse vestono il costume tradizionale: corpetto bianco accol­lato a maniche lunghe e larghe, gonna bruna a piegoline e rialzata davanti e annodata dietro a coda sopra un panno che è rosso per le maritate e verde per le nubili; un palmo di camicia candida sporge sulla caviglia nuda sotto il panno; la testa è coperta da uno scialle di velluto nero o di saia a righe gialle e rosse e che a tratti le donne tengono ravvolto a coprire mezzo viso come le arabe. Sull’arola del focolare è accosciato Gio­vanni con i capelli arruffati, il viso sporco di cenere, una tunica di sacco stracciata e una fune al collo: egli è il personaggio di Barabba. Attorno al tavolo sono due giovani in armatura di legionario romano antico, Floro e Natale, insieme ad Antonio abbigliato da servo greco: essi giocano a carte. Sul terrazzo, da una parte, siede sopra la muriccia, il centurione Bajéle. È evidente che il vestiario dei personaggi antichi è scenico e di sapore stilizzato. Dalla porta .del vicolo entra concitata Angela, vestita essa pure del co­stume tradizionale e a piedi nudi come le altre; essa porta il canestro in capo. A tratti la musica religiosa diviene più netta e importante).

Angela                          - (posando il canestro) Sentite?... Sentite come gridano? Quando ha fatto la prova delle serpi e ha segnata la croce sul braccio del serparo, sono cascate tutte. Mi sa che avremo un buon raccolto quest'anno, e finalménte si dovrebbe stare in pace. Anche Marco e quelli della Vigna Grande si sono dati la mano.

Antonio                         - Non credeteci. Cacceranno fuori il coltello domani.

Angela                          - (prende il mortaio e siede accanto a Nunzia a pestare il sale) Basile per me è già a riva.

Natale                           - Finché non l'hanno alzato sulla croce non può fidarsi. Basta un fischio o uno che gli gridi il nome di quella donna.

Floro                             - Ci vuol poco che ad una testa calda prenda la voglia di gridare il nome di Nikla quando tutti stati zitti a bersi le sue parole; e Basile sarà rovinato per sempre da doversene andar via anche lui. Il Cristo dev'essere un uomo che sulla coscienza non ha neanche la colpa di aver guastato un filo d'erba per sbaglio. Antonio aveva ragione.

Giovanni                       - Antonio esagera sempre. L'usanza non è che sia preso un santo, ma un buon cristiano onesto, e Basile è come noi, come la maggior parte di quelli che non si danno pace sul suo conto. Del resto anche Lucido aveva i suoi torti.

Antonio                         - Basile solo non si sarebbe arrischiato; qualcuno ce l'ha messo fra i piedi per sfida.

Angela                          - Voi piuttosto avete sfidato le convin­zioni della gente, piantandovi contro Basile con tanta stizza.

Floro                             - È lui che ha buttato per aria ogni regola.

Nunzia                          - La colpa, date retta a me, è dell'eretica.

Antonio                         - No!... (Rimescola un poco le carte da giuoco e poi si alza in piedi e, andando di fronte a Giovanni, gli punta il dito contro) Sei stato tu!

Giovanni                       - Io, sì, l'ho difeso. Ma l'ha difeso anche la povera gente che per abitudine si cava il cappello davanti a voi, ricchi del paese. Non crediate però che gli vada il vostro egoismo e la vostra pre­potenza.

Antonio                         - Allora voi avete più riguardo per un uomo che lascia la moglie all'amico e si tira in casa senza matrimonio una sbattezzata, piuttosto che per noi che facciamo le cose pulite.

Angela                          - Sì! le cose pulite di fuori. Le vostre donne conoscono soltanto l'interesse e, con la scusa della religione, vorrebbero tutte le altre sotto i piedi.

Nunzia                          - Basta, Angela.

Antonio                         - (a Giovanni) Lo sappiamo che proprio tu hai messo insieme Salva, Prospero, Valente e qualche altro per mandarli con Basile in piazza a gridare contro la Congregazione.

 Floro                            - Se scoppiava la vostra rivolta, ci saremmo rinchiusi dentro la chiesa con i fucili, piuttosto dì darvela vinta.

Giovanni                       - Già, ma noi eravamo pronti da un pezzo a portar la statua della Addolorata sulla scala delle vozze. Dovevati farci la pelle per venirla a ripigliare!

Nunzia                          - Dio benedetto, ma è il modo di parlare, questo, tra cristiani?

Concetta                       - Davanti a Lucido in croce Salva la Madonna non sapeva piangere come quando si vedeva sopra Basile. E senza di lui i forestieri non venivan più alle devozioni della Settimana Santa.

Antonio                         - Siete stati finalmente contenti a sentirlo parlare in piazza contro di noi. Ha minacciato di piantarsi in testa la corona di spine e di mettersi in gara di fronte a Lucido per far vedere che la gente avrebbe seguito lui. Non sapete, disgraziati, che il vescovo ci avrebbe sprangata la chiesa e levati i sacramenti?

Giovanni                       - Basile ha mostrato di avere come Cristo una piaga al costato che glie l'hanno fatta in guerra; ha detto che lo ha tradito un amico, come Cristo. Cosa ci trovate di male?

Nunzia                          - E ora dovreste stare in pace per lui: si è rimesso sulla strada per bene. Ha mandato via la straniera.

Antonio                         - Se oggi Cristo è lui, vuol dire che infine anche noi della Congregazione siamo andati d'accordo.

Giovanni                       - D'accordo quando la gente aveva già fatto a modo suo.

Antonio                         - Pazza la gente, come i vitelli slegati. Quando ha ben corso, si lascia ributtar dentro a calci. Nella stalla ci siamo sempre noi a rinchiuderla. (Dopo una pausa) Sei già pronto Nicola?

Nicola                           - (invisibile oltre l'uscio di sinistra) Che fretta!... un momento Antonio.

Floro                             - (rivolto a Nicola) Anche se hai preso le arie di un governatore di Roma, ci metti troppo a vestirti.

Antonio                         - Nicola ingrassa più delle sue bestie e la corazza non gli va più.

Nicola                           - (c. s.) Cosa pretendete da questo ma­landato costume? Lo hanno portato mio padre e mio fratello maggiore, e le donne di casa hanno dovuto lavorare mezza giornata attorno agli strappi. E poi, dalle grida, mi pare che Cristo sia ancora indietro.

Nunzia                          - Dal terremoto di Gerace non ricordo una Passione così lunga.

Concetta                       - Se non la lasciano continuare, la crocifissione lassù finirà al buio da pestar i bambini più piccoli...

Floro                             - Dopo la guerra per i patimenti la gente ha più voglia di divertirsi; poi si ricorda dei pericoli e gli vien voglia di pregare. Questa sera gli uomini di Mariano berranno come asini alla Vigna Grande: così finiscono le penitenze, oggi.

Giovanni                       - La verità è un'altra e tutti la sanno e non vi piace dirla: questa è la prima volta, dopo degli anni, che Cristo è tornato lui. E a Basile credono davvero. Negli anni indietro nemmeno gli storpiati venivano dai paesi vicini a pianger l'elemosina.

Nunzia                          - Quest'anno siamo pieni di forestieri e non si ha più fine a cucinare per preparare da man­giare a tutti. È da ieri che arrivano traini e carovane di asini. Da Amàroni ne sono capitati più di cento, e portavano per penitenza sulle spalle una bara di pietra; il gruppo delle « tre Marie ».

Natale                           - (voltandosi dal giuoco che prosegue indolente e a tratti) Hanno aspettato tutta la notte nell'oliveto dietro la mia casa, per entrare in paese con gli apostoli questa mattina. Tutta la notte hanno pregato. Gli arnaronesi pregano con un lamento che strazia, perfino le mie capre non prendevano sonno. Hanno i peccati dentro la voce.

Giovanni                       - Sono più ingenui di chi li nasconde nel fegato.

Antonio                         - (a Giovanni) Non so perché tu debba dir cose che non c'entrano. Oggi sei di traverso con qualcuno?

Giovanni                       - (ad Antonio) Ed io non so perché tu non voglia mai capire le cose che tutti capiscono.

Angela                          - Nemmeno noi abbiamo potuto chiudere gli occhi. Quei mangiamale di Valtòrcola sono pio­vuti dalla montagna ieri sera e tutta la notte hanno picchiato alle porte per chiedere da dormire. Devono avere lasciate le bestie sulla piazza senza biada tanto ragliavano.

Nunzia                          - Telemaco Guttasette... l'avete sentito nominare, voi che siete di questo secolo? Portava le sante piaghe aperte, poteva digiunare per una settimana, e reggere sulla mano le. brace come fossero fiori. L'avrete sentito ricordare.

Antonio                         - Se ne parla anche adesso.

Nunzia                          - L'ho visto coi miei occhi, un anno, sudare sangue nell'orto di Getsemani. Davanti a lui, per un certo voto, ho fatto tutto il vicolo Pròtaro sulle ginocchia con una pietra appesa al collo, "una pietra di quindici libbre. Eh, ero giovane allora!

Ploko                             - Il miracolo ve lo fece?

Nunzia                          - Me lo fece.

Giovanni                       - Quale miracolo?

Nicola                           - (entrando dall'uscio di sinistra, vestito da Ponzio Pilato) Non ve lo dice, vi pare? Sarà stata una questione d'amore.

Concetta                       - Stamani all'ingresso del paese Cristo non poteva andare avanti, tutti gli volevano toccare la veste. Le donne hanno stesi in terra, i loro valicali dove passava.

Nicola                           - Ho piacere. E c'è ancora chi crede che Basile non andava bene.

Antonio                         - Io.

Angela                          - (indicando un'anfora sopra: il focolare) Quella di mezzo, che vedete lì sopra, l'ho comprata ieri da lui: abbiamo quasi fatto lite per una diffe­renza dì 12 lire. Eppure stamani quando predicava, m'è venuto da piangere. Vi ricordate la questione che ha Marco il fabbro con la parrocchia per l'eredità del compare? Quando ha dovuto incontrarsi con lui per il giudizio delle monete e Basile gli ha risposto « Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quanto è di Dio » è rimasto senza fiato. E la causa non la vuol più fare.

Antonio                         - Però lui non rida a Cesare quello che è di Cesare e tanto meno a Dio quello che Dio non gli ha dato di prendere. Si è portato dietro una straniera, una donna che dicono ha anche marito. Voi questo lo dimenticate, vero?

Nicola                           - Nikla se ne è andata oggi, prima di giorno, e lui non ha più colpa.

Antonio                         - Non è vero. Nikla è ancora in paese. C'è chi l'ha vista, anche se sta nascosta.

Nicola                           - Nikla è qui, ma partirà. Valente s'è impegnato a portarla alla ferrovia con l'asino.

Flobo                             - Ieri è venuto a cercarla in segreto uno straniero che ha la sua stessa parlata. Ha mandato la guardiana dei miei tacchini a chiamarla e si sono detti gli affari loro fra le canne, vicino al fiume. Poi è sparito. Per questo lei se ne parte.

Natale                           - Altro che il rispetto per la nostra festa!

Antonio                         - E voi niente: è un santo, eh?

Nicola                           - Stamattina accanto a me s'è confessato e comunicato. Se il prete non gli dava l'assoluzione come poteva comunicarsi?

Giovanni                       - Il prete, che ha gli studi per queste cose, lo ha assolto. (Ad Antonio) Ed ecco te che vuoi darci un parere diverso.

Concetta                       - Hanno detto che quella donna l'ha lasciato così, senza nemmeno un saluto.

Angela                          - Dal primo momento s'è capito che era senza cuore. Se ne sta dura lì e non piange neanche agli accompagnamenti dei morti, quando le donne si strappano i capelli e si graffiano. E se non l'han bastonata è per paura delle stregonerie. Anche le zingare parlano come lei e nessuno si fida.

Concetta                       - Mamma mia, che pericolo abbiamo passato.

Antonio                         - Allora è venuto Cesare e s'è riportato a casa il suo.

Giovanni                       - Intanto a Basile nessuno rende il suo, né Martina né un poco di pace. E voi gli cave­reste anche l'onore.

Antonio                         - Bell'onore ha un uomo che piange appresso alla moglie scappata con un altro. Vedrete se sbaglio: Basile finirà per riprendersi Martina. Basta che qualcuno ci metta una buona parola. (A Giovanni) Tu, per esempio.

Giovanni                       - Non sei certo te a saper dire buone parole. Tu sei uno di quelli che l'insultano alle spalle e lo rispettano sulla faccia, per stare al sicuro.

Angela                          - Non fa più paura, Basile. Quando tornò dalla prigionia e scoprì chi gli aveva portata via la moglie, tutti si pensava che avrebbe una sera o l'altra aspettato Vitale dietro la pietra di sant'An­tonio. Invece se n'è rimasto senza sangue a scaldarsi addosso alla straniera.

Floro                             -  Brodo freddo, invece che sangue.

Nicola                           - Quando la prendete su con qualcuno, niente vi va bene, neanche la bontà sopportate.

Antonio                         - Si può essere buoni perché non s'ha la forza d'essere cattivi.

 Giovanni                      - (od Antonio) E tu ti senti un buon uomo perché presti quattrini, e ti credi di non essere cattivo quando riesci a cavar dalle tasche dei disgraziati gli interessi senza litigare. Ma lo sai cosa pensa di te il paese?

Antonio                         - Il campanile nuovo l'ho pagato io, e se sentite suonar mezzogiorno lo dovete a me.

Giovanni                       - Mi contento di far carbone e di appoggiarti sulla mano alla fine di ogni mese gli inte­ressi, così posso sentire le campane di mezzogiorno senza mandarti dietro i miei ringraziamenti.

Antonio                         - Siete diventati un branco di carogne,' in questo paese.

Nicola                           - I cani bastonati mordono.

Antonio                         - State attenti che non capiti qualcuno a giudicarvi secondo il merito e a ricacciarvi al vostro posto con le mani, e se occorre anche con i piedi.

Giovanni                       - Ecco! Sentite? Lo diceva ieri Basile sulla piazza. Tutti si vogliono sedere da giudici, ma quando la parte diventa pericolosa, allora ognuno lascia a rimetterci gli innocenti e se ne lava, le mani. Come Pilato.

Nicola                           - (ad Antonio) Se vuoi essere tu, Pilato!

Antonio                         - (sedendo accanto a Nunzia) Siete senza coscienza. A lasciar andare le cose al modo vostro, con gli esempi che abbiamo, devono venir su bene i nostri figli. Basile e Nikla, Vitale con la moglie di Basile. Una volta a suon di campane li avrebbero cacciati dal paese! (Rumore di folla lontana e canti. Il discorso resta sospeso- Raféle, il centurione, che è seduto sulla muriccia del terrazzo, si protende a vedere).

Il Popolo                       - (cantando con tono cupo di salmo, ancora, molto lontano)

« Jesu bonu, Jesn santu

che lu Patre n'ha mandatu,

Jesu beddu, Jesu jancu,

li surdati t'han pigghiatu ». (Musica).

Natale                           - (a Raféle ) Arrivano?

Raféle                           - Sono ancora nell'orto di Getsemani. La gente ha schiantata la siepe dell'aranceto per avvicinarsi di più a Cristo. Valente bestemmierà domani a rimetterla su e a contar le arance guastate.

Nicola                           - Questa volta Giuda finirà inseguito a sassate, con la frenesia che ha la gente per il Cristo.

Antonio                         - Si buttan tutti come foglie secche. Fino a ieri gli sputavan dietro quando passava, e oggi in ginocchio a pigliar le sue benedizioni. .

Floro                             - Non mi meraviglierei se domani Martina si arrischiasse di venire al mercato per vender la ricotta. Se passa davanti alla mia casa, libero il cane e glielo mando addosso.

Nunzia                          - Ai miei tempi, quando le cose andavan meglio, nessuno tirava fuori questi discorsi arrabbiati aspettando che passasse il Cristo. 0 si diceva il rosa­rio, o si cantava la Passione con il coro.

Nicola                           - (a Nunzia) Eh, voi non siete andata mai più in là dell'oliveto di Germinara e ve la fate soltanto con le donne di campagna. Il mondo, se lo poteste vedere, è diventato un'altra cosa, da metter paura anche al diavolo. E la gente non se ne sta più agguattata e va avanti come gli abbia preso fuoco alle vesti.

Giovanni                       - Altro che fuoco! L'inferno addirit­tura. E la prova dell'inferno fa cattivi, ma qualche volta anche più buoni, e proprio in quei casi che i buoni all'usanza vostra sarebbero senza misericordia. Nessun paesano rimasto alla casa riesce a perdonare Nikla, perché nessuno di voi, grazie a Dio, s'è visto sgozzar i genitori come capretti e dar fuoco a tutto «pianto.

 Antonio                        - A sentirvi, io dovrei ridurmi alla miseria e alla disperazione per imparare a compatir le male azioni d'oggi. Se posso campar senza disturbi, che gusto prendermi i vostri?

Giovanni                       - Ecco la lingua dello strozzino! (An­tonio balza in piedi e si avventa contro Giovanni, ma Nunzia, lo ferma).

Antonio                         - A me? Giovanni, sta attento a come parli. Basta che facciamo un po' di conti sopra un pezzo di carta e ti calmerai.

Giovanni                       - Stavolta ti restituisco tutto, anche di più. (Gli altri osservano immobili, senza intervenire).

Nunzia                          - Misericordia di Dio, fermatevi! Fer­matevi almeno per la morte di nostro signor Gesù Cristo. (I due uomini si distaccano in silenzio).

Il Popolo                       - (ancora lontano) « Jesu bonu, Jesu santu che lu Patre n'ha mandatu, Jesu beddu, Jesu jancu, li surdati t'han pigghiatu ». (Musica).

Nunzia                          - Sentite i buoni cristiani? Brutto segno... brutto segno questa lite il giorno della Passione. Nicola           - Non c'è da pensarci, se non resta mala­nimo. (Ad Antonio) Stasera anche tu dovrai far pace con Basile appena sceso dalla croce. È già ora di mettersi tutti d'accordo. Non ti pare?

Antonio                         - Per me sono in pace con tutti. Mi son sempre tenuto giù quieto come un sorcio in can­tina, e vi posso chiamare a, testimonio. (A Nicola) Lo puoi dire.

Nicola                           - Eh no, Antonio. Non farmi dire che i contadini di Lascarìde hanno dovuto vender le coperte del letto per pagarti i ceci.

Antonio                         - Davvero non capirete mai la respon­sabilità di chi ha due stracci al sole al giorno d'oggi. Posso levare il debito ai contadini di Lascarìde, quando a me non si perdona un soldo di tasse?

Giovanni                       - Perdìo, Nicola, passagli la parte di Pilato! Avete sentito voi (rivolto a Floro e a Natale), voi che tenete la corda a certa gente? È questo il sistema che ha mandato tutti quanti a scannarsi fra loro e adesso appoggia la fame sulle spalle di chi la pelle l'ha salvata appena.

Il Popolo                       - (appressandosi, ma non ancora vicino) « Ti pigghiaru sutt'u ficu cu' i curtieddi e la viltà; frate Juda n'ha traditu 'a Maronna cia.ngerà ». (Musica).

Raféle                           - Nicola, ci siamo. Stanno risalendo verso la piazza. Nel palco di fronte, la corte di Erode s'è già messa a posto. (Tutti si alzano. Nunzia, Angela e Concetta depongono i loro lavori. Concetta esce a vedere sul terrazzo, tenendosi mezza nascosta dietro la poltrona curale. La « musica » seguita con brusìo di folla).

Nicola                           - Mettiamoci anche noi al nostro posto.

Concetta                       - (dal terrazzo) Quanta gente!... Guar­date! Anche gli incordati delle Serre con la cenere in testa...

Antonio                         - (a Giovanni) Stasera, quando la pas­sione è finita, devo parlarti su quello che m'hai detto.

Giovanni                       - Credo che anche Basile abbia certi discorsi da farti.

Il Popolo                       - (come sopra) « 'A Maronna ciangerà, ciangerà lu figghiu beddu, ca di nui n'ava pietà»!  (Musica).

(Dalla porta di destra, recante al vicolo, compare Martina, la moglie di Basile. Porta i capelli sciolti per le spalle come la Maddalena; va a piedi nudi e con un dimesso costume paesano, come le altre donne. I  presentì si voltano stupiti verso di lei).

Antonio                         - Perché sei venuta qui, Martina?

Martina                         - Vi prego, non mandatemi via. Mi basta di rimanere qui dentro.

Nicola                           - Vattene subito. Tu non puoi stare con noi.

Martina                         - Non voglio stare con voi, mi contento di vedere di nascosto. Sono sempre sua moglie. (Floro e Natale, frattanto, vanno a sistemarsi ai lati dello scanno sul terrazzo ove è Raféle. Concetta rientra e va accanto a Nunzia e ad Angela).

Nicola                           - (a Martina) Non capisci che tu qui fai venire in mente alla gente quel che è successo a Basile e che Basile, almeno per oggi, non può avere disonore? Vattene subito.

Martina                         - Starò nascosta. Nessuno mi vedrà.

Angela                          - Vattene. Questa non è solo una delle stazioni della « Via Crucis », ma è anche casa nostra. E noi non ti vogliamo!

Martina                         - Lo so. Ma non mandatemi via.

Concetta                       - Se rimane vicino al fuoco, vede bene senza che nessuno se ne accorga di lei.

Angela                          - (a Concetta) Ma ti sei impazzita?... (A Martina) Fuori! Fuori subito! Abbiam diritto di tenere in casa chi ci pare.

Martina                         - Sono una disgraziata che ha da far la sua penitenza. Oggi tanta gente, anche dei fore­stieri, la l'anno. La Maddalena, ch'era peggio di. me, fu lasciata stare.

Nicola                           - Bada che se t'arrischi, quelli in proces­sione ti tireranno le sassate.

Martina                         - Prenderò le sassate senza gridare, senza scappar via, se questo ha da essere il castigo.

Nicola                           - Fate un piacere: nascondetela. Badate che non s'avvicini. Basile ne avrà male a rivederla.

Nunzia                          - (dopo una pausa) Lasciatela qui. È nella mia casa.

Martina                         - Grazie, Nunzia. I vecchi son quelli che capiscono...

Antonio                         - Guai a te, se ti muovi d'un passo da quell'angolo

Nicola                           - E non parlare! (Martina consente con­ti capo e resta in piedi presso il focolare. Nicola esce sul terrazzo e prende posto sulla- poltrona fra i legionari. Antonio, approntato bacile e asciugatoio, si tien presso a Ponzio Pilato. Tutti, prima di sistemarsi, si fanno il segno della croce. Il canto del popolo risale dalla piazza sempre più impetuoso. Giovanni, quale Barabba che dovrà uscire successivamente, rimane nella cucina con le donne).

Concetta                       - (a Martina) Sei venuta giù in paese per lui?

Martina                         - Sono venuta per me. Non potrei aver dietro a lui certe idee mentre è il Cristo. Soltanto a Gesù Cristo penso, che vorrei mi rimettesse a posto.

Angela                          - Eppure vuoi vederlo. Ti ho incontrata vicino alla sua casa, e stavi seduta in terra dietro la fontana.

Martina                         - Anche se sono quella che sapete, posso aver voglia di guardare dove stavo quando ero con­tenta.

Concetta                       - Forse speri di tornare in casa con lui.

Martina                         - - Non so quello che ho in testa. In questo paese nessuno può volere da solo. Comandano gli occhi della gente. E se gli occhi sono cattivi, si può volere soltanto rabbia.

Il Coro della Passione   - (canta avvicinandosi al pretorio di Pilato)

« Vienne, ribaldo iniquo e scellerato,

con tua malizia contra al vero Dio.

T'adduciam al giudizio di Pilato,

a pagar di tue colpe orrendo fio! ». (Musica).

Nunzia                          - (a Concetta e Angela) Non tormentatela con le domande. Voi non avete ancora marito e certe cose non le potete capire.

Angela                          - Cantate sempre con la stessa musica, nonna.

Martina                         - Non mi dan fastidio a domandare. Di queste cose disgraziate anch'io ho bisogno di parlare ogni tanto.

Nunzia                          - Siedi, Martina.

Martina                         - Preferisco restare in piedi. C'eravate voi stamattina alla porta di Gerusalemme?

Concetta                       - Proprio una cosa da Paradiso. Per­fino i colombi che alleva Mario di Gennarino han preso a volargli sopra.

Martina                         - Anch'io, che sono sua moglie, oggi gli penso da non toccargli un dito, come non fossi mai stata nel suo letto.

Giovanni                       - (a Martina) Ora basta! Devi andartene subito, prima che arrivi. Ti ho sopportata anche troppo e tu ringrazia Dio che Basile non t'abbia sentita!

Nunzia                          - Giovanni, Martina è in casa mia. E una volta, quando c'era più rispetto, anche ai briganti si dava un bicchiere di vino, se venivano dentro dopo aver domandato il permesso e appoggiato il fucile fuori dalla porta.

Giovanni                       - Va bene. (A Martina) Io vi avrei ammazzati tutti e due, te e quell'uomo.

Martina                         - Era meglio. E se lui crede di rifarsi così anche adesso per il rispetto della gente, digli che vada avanti. Ormai fa meno male tutto il ca­stigo, che sentir cosa dicono ed essere guardata da schifo.

Il Popolo                       - (cantando a salmo, giù sulla piazza) « Perdona Gesù costor che non sanno il male che ti fanno. Perdona Gesù! ». (Musica).

(Nunzia, Concetta e Angela lasciano Martina e Gio­vanni e si portano sulla soglia della terrazza, tenen­dosi indietro per non essere viste dalla piazza. Anche Giovanni, pur restando alla bada di Martina come stranita nel mezzo, fa attenzione alla Passione che già comincia in questo « luogo deputato ». Pilato e i suoi prendono l’atteggiamento conveniente. Il primo che sale sul pretorio ponendosi isolato' da una parte della balaustra è Saverio, Vangelo consolatore).

Caifas                            - (invisibile, ai piedi della scala per il pretorio) « Udite ormai con quanto orgoglio parla quest'ITom superbo e delle sacre leggi discoverto inimico?  ».

Il Coro                          - (invisibile sulla piazza)  « Mora, mora Gesù, morano seco tutti i suoi difensor, mora l'infame ».

Caifas                            - (come sopra) « Io ti conduco, o Preside Romano, un Uomo oscuro e di pietade indegno, ch'ornai sovverte la città col regno».

Il Coro                          - (come sopra) «Andiam senza dimora, sotto i nostri flagelli ei cada e mora! ». (Salendo dalla piazza, appaiono frattanto in gruppo con Eleazar i farisei che si dispongono nel pretorio, lasciando sempre aperta la, scena, sì che se ne segue tutta l'azione).

Caifas                            - (salendo per la scaletta e apparendo infine di fronte a Pilato) « Sua dottrina o magia fra il volgo sparge e seduce le turbe e le fomenta a creder ch'Egli sia Messia verace. Di Gesù Nazzaren parlo e discorro. Ei t'è già noto e le malìe stupende . ch'adopra, a ciaschedun son chiare e conte ».

 Il Coro                         - (come sopra) « Mora, mora Gesù! Con la sua vita scampi la nostra, e col suo proprio sangue sani la nostra con la sua ferita-Lui ne rimanga per ognuno esangue ».

Pilato                             - (alzandosi solennemente in piedi e rivolto al Cristo che è ancora, ai piedi della scala, sulla piazza, invisibile) « Sei tu re de' Giudei, come c'è detto, che subvertendo vai la santa legge!... Tu non rispondi, e fai ch'io son costretto a punir chi per sé non si corregge ».

Cristo                            - (ancora invisibile ai piedi della scala) « S'io tei dirò tu l'arai poi in dispetto:  sappi, s'el vero Dio che tutto regge non t'avessi di me dato balìa, invan sarebbe ogni tua signoria. Per lo perdono che donato avrete, consólo in Cielo e amistà troverete, ma per le colpe non purgate in terra avrete li torménti e fiera guerra ».

Martina                         - Nunzia!... Nunzia, queste cose le dice per me. Capite? Come si può purgare quello che ho fatto?

Nunzia                          - (voltandosi verso Martina, sempre nascosta) Ognuno sente le parole che gli riguardano. Cristo ne ha dette per tutti.

I Farisei                         - (salmodiando in coro come fondo sommesso alle quattro battute successive) « Noi siam di giudizio che morte si dia a lingua sì ria; lo strazio e lo scempio vogliamo ad esempio ». (Musica).

 

Angela                          - (avvicinandosi a Martina) Ma perché non te ne vai con quell'uomo da questo paese di caproni ingrassati ad « avemarie? ».

Martina                         - Lasciami stare.

Angela                          - Ha molti mestieri alla mano ed è svelto. E poi, via, potrai rimetterti la fede al dito e andargli sotto braccio per le strade.

Martina                         - Basta! Basta!

Il Coro                          - (c. s.) « Mora, mora Gesù sopra la croce! ».

Pilato                             - «Frena, popolo ebreo, frena la voce!». (Appare sulla scala il Cristo, Basile. Il Cristo è all'incirca come nella, tradizione: veste un lungo camice bianco, ha, capelli lunghi e barba bionda, le mani sciolte. Al suo apparire, Nunzia, Concetta e Angela, sempre arretrate, si inginocchiano. Martina, sin­ghiozzando, si ritrae lentamente come per annullarsi).

Il Coro                          - (c.s.) «Sia tormentato perché c'è inimico!».

Pilato                             - (alzandosi in piedi) «Non più: tacete, olà! Tacete, dico! Non lice a voi di procurar sua morte, né a me di condannarlo essendo ei giusto ».

Caifas                            - «Giusto non è, ma reo di mille morti!».

Pilato                             - « Io non discuopro in lui parlare ingiusto ».

Caifas                            - (a Pilato) « Or guarda che t'aspetta trista mèta ».

Pilato                             - « Mal avvenir non puote a chi mal vieta ».

Il Coro                          - (come sopra) « O Preside Eomano, intendi nostra voce: il Nazzareno insano s'inchiodi sulla croce! ».

Cristo                            - « Sol di pietade ho predicato, o sere, nel sacro tempio e fra le turbe affrante del Padre ho confidato il gran volere, sì che s'apprendan le virtudi sante. In verità vi dico e m'ascoltate: ognuno tenga quel che gli partiene e renda al creditor la somma, e il pondo ; nessuno brami quanto noi conviene e i cupi sensi spreggi d'esto mondo. Se all'uom facesti male rimpiangi fin che vaLe, del Padre nostro al piede sol il pentito siede ».

Martina                         - (si appoggia al muro della cucina sin­ghiozzando) Ecco!... E lui mi schiaccia in terra con le parole di Cristo.

Angela                          - (sempre in ginocchio, voltandosi appena verso di lei) Sei stupida a farti schiacciare adesso. C'è tanto posto al mondo per non pestarsi i piedi.

Giovanni                       - (a Martina) Nemmeno la faccia ti lavi con quelle quattro lacrime.

Angela                          - (a Martina) Senti che ti fai dire, a strisciare gli occhi in terra. Ora che è già fatta, vattene con la testa dritta e lasciali cantare. Sei stupida!

Il Coro                          - (c. s. canta, iniziando come fondo musicale alle tre battute precedenti) « O Preside Romano giustizia ornai ci dà: quest'Uomo di tua mano isconti sua viltà ». (Musica).

Caifas                            - (a Pilato) « Forse ti lega il senno e il cor ti molce questo superbo Galileo mendace? ».

Pilato                             - (a Cristo) « Sei galileo?... (Cristo annuisce) Allora il giure impone che sia rimesso al suo principe Erode. Egli convien che sopra lui conosca, conosciuto il condanni ovver lo solva. Di stare in pace e in amicizia ho voglia ».

Il Centurione                 - (a Pilato) Eseguirò veloce il tuo volere.

Il Coro                          - (c. «., mentre Raféle il centurione, insieme ai farisei, sospinge Basile-Cristo per la scaletta e sgombera lentamente il pretorio ove restano Pilato con gli altri personaggi della sua corte, nonché immobile alla balaustra l'angelo consolatore, Saverio) «Mora, mora Gesù! Con la sua vita! scampi la nostra, e col suo proprio sangue sani la nostra con la sua ferita. Lui ne rimanga per ognuno esangue ». L'Angelo     - (solennemente verso la piazza) « Se pianger non sai al suo grande dolore, o core non hai o marmo sei tu. Di scoglio hai l'asprezza se il cor non si spezza al grave cordoglio che soffre Gesù! ».

(Esce scendendo la scala).

Il Popolo                       - (nella, piazza cantando come fondo a parte delle battute successive) « In croce pendente al mondo che langue tuo sangue innocente ristoro darà. Cadrà debellato l'inferno e il peccato. Del Cielo le porte tua morte aprirà ». (Musica).

(Nunzia, Angela e Concetta si rialzano in piedi, Martina è nella posizione di prima, a singhiozzare).

Giovanni                       - (a Martina) Ora che lo hai visto, vattene prima che torni dal giudizio di Erode. Nunzia è stata troppo buona a lasciarti entrare. Se venivi da me, so io che avrei fatto.

Martina                         - Sono anni che non sentivo la sua voce, Nunzia. Si capisce che deve aver patito per me.

Angela                          - Sì, ha patito. Ma per te è tardi. Cosa aspetti ad andartene con l'altro? In un paese fore­stiero dove non ti conoscono, nessuno ti farà pic­chiar la fronte in terra dalla vergogna, come qui.

Martina                         - Non starò in pace lo stesso, con l'altro. Perché fra noi due ci verrà su quello che la gente forestiera non sa e non ci dice.

Nunzia                          - Martina, gli vuoi ancora bene?

Martina                         - Con che coraggio posso rispondervi? Nessuno mi saluta più e quando vengo in paese sento sbattere le finestre che si chiudono. Credevo che questa volta mi coprissero di sputi. Sono passata guardando dritto, e nessuno ha detto una parola. te

Giovanni                       - Vuoi che la gente badi a te, mentre Cristo è sulla « Via Crucis »?  Sei venuta in paese con dei pensieri da inferno! Va via!

Martina                         - È inferno capire che si ha colpa e aspettare il castigo? Forse per questo la gente pri­ma non mi ha toccata.

Giovanni                       - La gente è come i cani, rincorre e addenta soltanto chi scappa.

Angela                          - E dopo esser sempre andata di nascosto per i vicoli con il vancale sopra la bocca, da non conoscerti, ecco che addirittura alzi la voce contro gli uomini. (Concetta va sul terrazzo).

Martina                         - Perché ora non mi voglio più nascondere. Ho diritto anch'io di parlare, di urlare! Mi devono sentire tutti!

Giovanni                       - (respingendola brutalmente contro il muro) Sta zitta e non. muoverti. Altrimenti ti spacco la testa contro il muro.

Il Popolo                       - (lontano, all'altro lato della piazza, cantando) « Al cimento, alla battaglia eolla morte hai da pugnar. Alma forte in te prevaglia, che se mori al colpo orrendo, dèi morendo trionfar ». (Musica).

Concetta                       - (dalla terrazza) Venite! È comin­ciato in fondo alla piazza il tribunale di Erode. (Nunzia e Angela si affacciano a lato di Concetta, pur tenendosi arretrate dallo spazio ove è Pilato con i suoi. Pestano nella cucina Martina e Giovanni).

Il Coro                          - (cantando dalla piazza) « 0 degno Erode e provvido rettore, Pilato a te rimette un suo prigione e sì pel giusto e sì per farti onore, sendo de' tuoi, che tu ne fa ragione ». (Lunga pausa, durante la quale sarà, non udita, la parola di Erode).

Il Coro                          - (come sopra) « Mora, mora Gesù, mora l'infam e!  O divo Erode sazia nostre brame! ».

Giovanni                       - (a Martina) Mi chiedo come ne hai avuto il coraggio. Basile ti ha presa che non tenevate nemmeno il sale in casa e t'ha fatta sedere accanto alle vozze, a riscuotere i soldi, salutata e rispettata.

Il Popolo                       - (all'altro capo della piazza, cantando in sordina durante la battuta che segue) « Jesu borni, figghiu 'e mamma, nui n'avemu martoriati!; dint'u cori avi na fiamma c'appicciammu co 'u peccatu ». (Musica).

Martina                         - (a Giovanni) Spesso non sono io a fare le cose, ma le cose a mandarmi dove vogliono. La colpa non è nemmeno di Vitale, la colpa è di tutto. Siamo stati troppo poco insieme, Basile ed io; poi lui l'hanno preso per fare la guerra, lo sai. A lavorare nel posto suo, quando mi piantavo nella terra creta fino alle ginocchia ed ero infangata anche in viso, non ci pensavo: cuocendo i vasi nella fornace, mi sentivo bene e calda. Ma alla sera, quando le vozze erano fredde e le avevo tirate su a pila per la mostra, allora mi sentivo la pelle impaurita. Poi Mario co­minciò a fabbricar vasi anche lui, e lui poteva mandare gli operai fino alla svolta del fiume per la creta gialla: la gente non comperava più da me ed ho ricominciato a non aver il sale in casa, ma non dovevo farlo sapere a mio marito. Allora, a vedermi seduta per terra le ore intere, le vecchie del nostro vicolo mi dissero che in guerra facilmente muoiono i giovani buoni e pensai di seguito che Basile moriva e che rimanevo sola. Avevo paura, perché la nostra fornace ormai non andava più... Una volta Vitale venne a comperare i tappi di coccio per gli otri e mi disse: tu non sai scrivere e lui come si può ricordare, se non gli scrivi? Cercherà un'altra donna nei paesi dov'è. E allora diventai furiosa e dissi: Ini ha da godere con le donne e io aspetterò mangiando appena l'erba sciapa cotta nell'acqua e mi farò vecchia senza un uomo che mi scaldi il sangue. Non mi crederai, Giovanni, il letto nostro mi faceva rabbia e dentro, grande com'era, sentivo freddo.

Giovanni                       - Quando c'è la guerra molte donne dormono sole o coi figli.

Martina                         - Senza figli, mi restava la paura di cascare in terra come un ramo secco.

Ceisto                            - (alla fine del canto, ancora nella piazza, ma più vicino alla scaletta del pretorio) « Co' mìa flagelli pago l'altrui danno, nudo tra questi lupi e derelitto. Popolo ingrato, iniquo e pien d'inganni, perché non riconosci il tuo delitto? Sento che mi prepari atroce morte, ma siederò alla destra del Potente, che il Padre già dal Ciel arire le porte al Piglio sceso a riscattar sua gente ».

Il Coro                          - (come sopra) « Mora, mora Gesù, mora di croce! 0 divo Erode spegni la sua voce! ».

Martina                         - Ammazzate anche me!... Anche me, davanti a tutti. Così finalmente Basile proverà un po' di compassione.

Giovanni                       - Non deve avere compassione. E se l'avesse, non ti torna il conto. Ti riprenderebbe dentro casa soltanto per rifare il letto che gli è rimasto in disordine.

Martina                         - Giovanni, parla più chiaro. Cosa vuoi dire?

Giovanni                       - Nikla ha preso su l'usanza tua...

Martina                         - Giovanni, parla!

Giovanni                       - ... e se ne è andata. (Nunzia, Concetta ed Angela si ritraggono dalla terrazza in fretta, mentre Pilato e i suoi riassumono l’atteggiamento scenico di prima).

Il Popolo                       - (sulla piazza, cantando in maniera da accompagnare in sordina le battute successive) « Buon Gesù perdona ai tristi che ti fanno iniquità. In ginocchio t'imploriamo, abbi almen di noi pietà! ».

Nunzia                          - (a Martina e a Giovanni) Lo hanno flagellato con le funi grosse un dito. Non avevo mai visto dar tanti colpi.

Concetta                       - Ora è tutto piagato e porta già la corona di spine. Il ramo di spine lo hanno raccolto stamattina nel nostro orto... (Pregando) « Gloria patri et filio et spiritui sancto, sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculórum, amen »! (Tutti, meno Martina, sono protesi verso il terrazzo sul quale dovrà riapparire Cristo).

Il Coro                          - (dalla piazza) « Perisca fra tormenti infami l'empio, perché al popol giudeo sia dato esempio! ».

Martina                         - (a Giovanni che ancora si tiene nascosto dentro in attesa di prender parte alla scena) Sai, la volta che cominciai a parlarmi con Basile fu un giovedì santo, come oggi. Lui camminava in su con la croce fra i giudei per il vicolo Pròtaro. Mi guardò diverso da quando veniva a vender la mer­canzia verso Germinara e m'incontrava. Sulle scalette mi benedì. Poi ogni sera veniva a darmi una mano al frantoio. (Dalla scaletta sale per primo sul pretorio Vangelo consolatore).

Giovanni                       - Lasciami!

L’Angelo Consolatore - .« Ahi vista, ahi vista fiera" Colui che al tutto impera sotto crudi tormenti è tristo e lasso ; e l'uomo ch'è di sasso negar può il pianto, ed ei gli dona il sangue ». (Nel pretorio salgono anche i farisei condotti da Caifas e Eleazar).

Martina                         - (a Giovanni) Giovanni!... Giovanni!... Posso chiederlo il miracolo, ora che quella donna è tornata nei suoi paesi? Giovanni!...

Giovanni                       - No, ti ho detto, è inutile! Nasconditi. (La respinge) Finché ci sono qui io, non ti muovi, (Nel pretorio riappare Cristo condotto dal centurione. Ha i segni delle battiture, lo, corona di spine, una canna, fra le mani legate. Indossa una straccio rosso attorno ai fianchi).

Il Coro                          - (dalla piazza) « Che si porti a morir, presto condanna! ».

Pilato                             - « Olà, piano, vii turba, non t'affanna. Qual consiglio, Pontefice, t'ha spinto a tornar da me? ».

Caifas                            - « 0 gloria de' romani, Erode inchina alla tua signorìa in amistà il prigione che gl'inviasti. Noi per gravi e verissime sue colpe perseguitiam il Nazzaren protervo, e a ciò solo l'amor di Dio ne spinge ». Eleazar      - (uscendo dal gruppo dei farisei) « Fin qui mi son taciuto, già ch'è tempo per l'innocenza ardisco scior favella ». "CAiFAS|(a Eleazar) «Nato in peccato, ardisci a noi por macchia? ».

Eleazar                          - « Con l'opre inique, voi chiamate quella ».

Caifas                            - « Vedi velen che vomita dal petto ».

Eleazar                          - « Veda ognun quanto netta hai tu la gonna. Io non comprai il sacerdòzio a prezzo ».

Caifas                            - « Compri l'ira di Dio, compri l'inferno! ».

Il Coro                          - (c. s.) «Compri l'ira di Dio, taci Eleazaro!».

Pilato                             - « Onorati signori, non vo' più rissa ».

Caifas                            - (a Pilato) « Odi di tutto il popolo la voce ».

Il Coro                          - (c. s.) «Mora, mora Gesù trafitto in croce! ».

Pilato                             - « Di Stato empia ragione questa sei tu, che mi costringi e premi ».

Caifas                            - « Se costui non rimetti a punizione, Cesare non più terni! ».

Pilato                             - (a Cristo) « Udisti uomo, che qui veggo tristo'?». (Martina di scatto oltrepassa Nunzia, Concetta e Angela che sono davanti a lei, e si butta al piedi del marito in panni di Cristo. Incertezza e stupore generale, dapprima, poi reazione da ogni parte).

Voci                              - (dalla piazza ove è coro e popolo) Spu­dorata!... È Martina!... Cacciatela via!...

Martina                         - (mentre il centurione ed Eleazar tentano di afferrarla) Lasciatemi! Non andrò via! Lasciatemi!

Antonio                         - Non s'ha da permettere questa in­decenza.

Cristo                            - (a Martina) Che vuoi qui, ora?

Martina                         - La Maddalena, con tutti i suoi peccati, andò da Gesù...

Voci                              - Tiratela via! ...Ma che ci vuole a buttarla fuori?...

Martina                         - (a Cristo) ...e anch'io ci son venuta, con i miei.

Pilato                             - Via, via!  Stareste a sentire questa donna? Dobbiamo seguitare.

Antonio                         - Bella figura facciamo questa volta con i forestieri.

Ploro                             - Forza, seguitiamo, che la gente più lontana non se n'è accorta nemmeno.

Cristo                            - Un momento. Lasciatela dire. Tanti per la strada han raccontata la loro confessione al Cristo, senza che attorno si perdesse la testa.

Martina                         - Ho fatto del male a un uomo e in questo stato non reggo più. Voglio che mi perdoni e che mi riprenda a casa sua. Così, senza dirmi niente, perché ora so quello che ho fatto e non ne posso più. Cristo, aiutami!... Cristo, aiutami tu! (Il popolo rumoreggia con grida a soggetto. I personaggi della Passione che sono sul pretorio di Filato fanno segni «Ma pila sotto perché si calmi).

Natale                           - Solo ora t'ha preso il prurito alla coscienza!...

Angela                          - Lacrime di rospo!...

Cristo                            - (riassumendo l’atteggiamento scenico) Alzati, o Maddalena. Nel nome del Padre in verità ti dico: ti saranno rimessi i tuoi peccati, come ri­metterai i debiti ai tuoi debitori. (Martina singhioz­zando si ritrae, subito afferrata, appena dentro, da Giovanni che con violenza la butta sulla panca presso il focolare. Frattanto la Passione riprende).

Giovanni                       - (a Martina) Bestia lurida! Dalla Passione ne hai cavata fuori una lite da fiera... o da bordello!

Farisei                           - (riprendendo la recita) « Malnata pianta, udiste il suo blasfemo? P giusto il suo morir di cui n'è degno. Sol che péra il fello» la pace avremo ».

Il Coro                          - (come sopra) « Vogliam la pena a immaginar più atroce: flagelli, chiodi, lance, aculei, croce. Mora, mora Gesù con pena e duolo, giusto è ben che per tutti mora un solo ».

 

Pilato                             - « Uso regale è in questo santo tempo dare la vita in dono a qualche reo. Qual di costoro volete eh'io disciolga? Barabba uomo pravo e si perverso, ovver Gesù, che voi chiamate il Cristo? ». (Il centurione introduce nel pretorio Giovanni-Barabba che si teneva pronto).

Il Coro                          - (come sopra) « Barabba noi vogliam che resti sciolto e goda il don della bramata vita! ».

Pilato                             - (indicando Cristo)  « Del costui sangue, in cui non scorgo fallo, io mi protesto e dico esser già mondo ».

Il Coro                          - (come sopra)  « Mora, mora Gesù, mora quest'empio, crocifìggasi ornai, si crocifigga! ».

Voce isolata                  - (dalla piazza) Dacci Martina!

Altra voce                     - (come sopra) La forca per lei ci vuole!

Pilato                             - (dopo aver fatto segno ai disturbatori di quietarsi)  « Quando nulla vi cai de' vostri danni, giust'è che nulla ancora a Ponzio caglia. Olà! ». (Fa segno maestoso al servo, Antonio).

Antonio                         - (avanza col bacile e l'asciugatoio) « Son qui, signore ».

Pilato                             - « Venga a noi l'acqua cristallina e jjura ond'io, sedendo dirimpetto al sole, pria ne purghi le mani... ». (Siede, si bagna le mani solennemente, se le asciuga e si rialza appressandosi alta balaustra per indicare il Cristo)...Eccovi l'uomo! ». (Inaspettatamente, Basite-Cristo scioglie le mani legate e con un corto coltello, che teneva nascosto, colpisce Nicola-Pilato. Questi si abbatte sulla poltrona, mentre gli altri personaggi sulla scena restano immobili, tanto fulmineo e imprevedibile è il fatto).

Nunzia, Concetta, Angela      - (dopo una pausa, urlando) Ah!... (Si avvicinano allo scanno di Pilato).

Voce femminile dalla folla     - (urlando) Cristo ha ucciso!... (Trambusto e rumore. Basile è immobile e tramortito. Antonio, Floro, Natale e gli altri tentano di soccorrere Nicola. Legionari e farisei cercano di calmare la folla e di contenerla perché non salga sul terrazzo).

Antonio                         - (a Nunzia, Angela e Concetta) Voi dentro!... Tornate dentro. (Le donne si ritirano nella cucina ove è Martina già sulla soglia per uscire).

Martina                         - (alle donne) Fatemi vedere!

Nunzia                          - (trattenendola) Pesta dentro con noi!

Antonio                         - (a legionari e farisei) Non fate salire nessuno!

Floro                             - - Subito, della roba da fasciarlo.

Raféle                           - (porgendo l'asciugatoio di scena) Tieni. Fasciate stretto, tanto che arrivi qualcuno.

Natale                           - Vado io a chiamare.

Voci                              - Basile è stato!... Una coltellata!

Antonio                         - (a Natale che cerca di fender la, folla pre­mente alla sommità della scaletta) Avverti le sorelle, non parlar con la madre.

Voci femminili              - Badate, lassù fan lite!

Natale                           - (traversando la folla) Fatemi passare!... Fatemi passare!...

Voci                              - Non salite! Si danno coi coltelli!

Antonio                         - (verso la folla) State calmi. Attenti, non schiacciate i bambini.

Giovanni                       - (ch'è stato dal primo momento a fianco di Basile per protezione, si rivolge alla fotta) Indietro, nessuno salga. Non è nulla. Soltanto un poco di sangue. (Trascina Basile dentro la cucina) Basile, ma perché a Nicola1?

Basile                            - (circondato dalle donne) A Pilato. (8i guarda attorno stranito e ferma gli occhi su Martina).

Martina                         - Pilato?

Nunzia                          - ; Che hai fatto, Basile?

Concetta                       - E ora? (Mentre seguita il trambusto attorno a Nicola, Martina esce decisamente sul ter­razzo e avanza verso la folla trattenuta).

Martina                         - (alla folla) Gente!... Gente!...

Voci                              - Taci tu!... Strappati la bocca!

Martina                         - (c.s.) Non è stato Basile, è stato Cristo!

Voci                              - Fateci vedere!... Vogliamo passare!..

Martina                         - (c. s.) Cristo non muore più!... Ascolta­temi!... Non gli potete fare niente!

Voci                              - Va a predicare ai cani con la rogna!... Basta!.. (Antonio e gli altri sono ancora chini su Nicola).

Giovanni                       - (netta cucina, a Basile) Se vuoi scap­pare, vattene subito. Passa da quella porta e prendi verso la montagna di Serbàcoli. Ci potremo ritrovare alla carbonaia grande del Reventino, questa notte.

Martina                         - (c. s.) Lui non lo potete toccare. Non capite che porta ancora i segni di Cristo?... Non dovete! (Rumore della folla).

Mario e Raféle              - (alla folla, contenendola) Non spingete!... Non si può!...

Rafele                           - (a Martina) Ma smettila tu!

Antonio                         - (affacciandosi atta cucina) È già morto.

Concetta                       - (con un segno di croce) È morto...

Nunzia                          - Misericordia di Dio, proprio nella Passione!

Giovanni                       - (a Basile) E che stai ancora lì fermo?

Basile                            - Non si lava più le mani... Troppo se l'era lavate per tutta le gente di questo mondo...

Angela                          - (a Basile che non reagisce) Ma ti par­liamo di Nicola, che è la disteso!

Martina                         - (c. s.) Questa volta è toccato a Pilato!... Pilato lascia sempre ammazzare Cristo!... A Cristo gli volete bene!...

Voci                              - È vivo o morto?... Vogliamo vedere!... Vattene!...

Martina                         - (e. s.) Cristo è vivo!... L'avevo messo in croce io, e lui s'è liberato!... Cristo è vivo!... (Intona cantando un versetto popolaresco della resurrezione) « Jesu beddu, Jesu santu, resurrectio ne cantarmi! Alleluja! ».

Voci                              - (prima pochi e, a crescere, tutti) « ... resurrectio ne cantarmi! Alleluia! Russu a Tia vestimu u mantu, fiuri a Matreta donamu! Alleluja! ».

 Basile                           - (sullo stesso canto) Vedete? L'aspettavano. Tutta la gente a sto mondo l'aspettava. Ora a Cristo-nessuno lo potrà più fare...

Antonio                         - (sulla fine della canzone) Basta!  Basta! C'è un morto! (Silenzio stupito della folla).

Giovanni                       - (a Basile) Basile, non perdere tempo.

Angela                          - (a Basile) Fa presto. Fra poco è buio e non ti trovano più.

Voce                             - (dalla folla ad Antonio) Ecco la Congre­gazione che s'è preso: un assassino da coltello!

Antonio                         - Voi l'avete mandato, gridando da ossessi perché lo prendessimo.

Voci                              - Noi no!

Antonio                         - State calmi, e fidatevi di me.

Voci                              - È un assassino! Noi lo vogliamo!... Noi!

Nunzia                          - (a Basile) Non devi scappare, Basile. Tu hai qualche cosa da dire, che la sentii in bocca e non sai come fare.

Voci                              - Attenti!... Prendiamolo!... Passate dal vicolo! (La fotta preme e sta per irrompere).

Martina                         - No!... Non potete!... E Cristo vivo!...

Antonio                         - Lasciate! A quell'uomo là ci penso io!

Basile                            - (mentre Giovanni lo sospinge verso la porta) Giovanni, spengi il fuoco alla fornace. (Si toglie la corona di spine)Vado soltanto dove è meglio che li aspetti, se hanno bisogno di me. (Esce dalla porta di destra, mentre parie della gente si fa attorno al morto e Giovanni, con Nunzia, Concetta e Angela, lo guarda andare. Martina, che ha intuito, dalla terrazza corre per raggiungerlo, poi si ferma in mezzo alla cucina).

Martina                         - (alla folla che irrompe per seguire Basile) No!... No!...

Antonio                         - (a Floro, Natale, Mario che sono incerti) Lasciate fare.

Martina                         - Basile!... Basile!... (Cade, mentre la folla la travolge proseguendo attraverso la cucina per inseguire il fuggitivo dalla porta di destra).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Anno 1944: un campo di concentramento in Germania. Uno squallido-spiazzo, sudicio di detriti vari, di im­mondizie abbandonate, lucido per qualche pozza d'acqua nel fango: è diviso a mezzo da un duplice reticolato alto due metri e mezzo con interspazio di circa un metro e che finisce a vivo alla ribalta, come abbia a proseguire ancora. Netta parte a sinistra del duplice reticolato è il reparto donne, alla destra il reparto uomini: l’uno e l'altro sono destinati a prigionieri politici o a puniti. Nel reparto donne è un cumulo di grosse pietre, evi­dentemente trasportate, poi un palo infisso per legarvi le colpevoli di infrazioni disciplinari. Nel reparto uomini un lungo e rozzo lavatoio in lamiera come nelle caserme, sul fondo la lurida baracchetta delle latrine. Bo spiazzo, sia nell'uno che nell'altro reparto, è circondato dalle baracche di legno dei prigionieri, contrassegnate da grandi numeri. Dietro le baracche di fondo, alti rami di alberi spogli; fra questi, semi invisibili, le torrette delle sentinelle che, nelle ore, buie, esploreranno il campo con i riflettori. Attraverso le vette degli alberi, e sui tetti di lamiera ondulata delle baracche, corrono cavi elettrici e telefonici che si separano, che si ricongiungono a fascio, come paurosa ragnatela.

(Tempo grigio e freddo : tardo pomeriggio. I prigionieri, uomini e donne, passano nei rispettivi piazzali, dalle baracche alle latrine o al lavatoio e viceversa: chi lava la gavetta dopo il rancio, chi indugia seduto sulla' soglia della baracca o sulle pietre. Dentro le baracche, che hanno la porta aperta, si vedono prigionieri e prigioniere accoccolati a terra a rabberciare vesti o arnesi d'uso; altri addirittura rannicchiate nelle brande sovrapposte a castello. È tutta gente avvilita, macilenta, segnata dalla fame, dal freddo, dalla disperazione: barbe lunghe, teste arruffate, piedi nudi o fasciati da paglia e cenci, raramente calzati di rozzi zoccoli di legno. Oli uomini vestono casacche a strisce da forzato, ma più spesso divise militari a brandelli, panni borghesi divenuti stracci, uniformi austriache o serbe o ungheresi rapinate dai tedeschi e date ai reclusi. Le donne hanno maglioni maschili, tute strappate, oppure abitini e cappotti femminili in condizioni pietose; tutto retto da nodi e spaghi. In testa parecchie donne hanno fazzoletti, come molti si riparano dal freddo tenendo addosso la coperta da branda. Tutti i prigionieri, come contras­segno, portano una larga banda rossa a vernice pen­nellata obliquamente attraverso la schiena e sui pantaloni o sulla gonna all'altezza dei ginocchi. In primo piano è Basile con la gavetta in mano che il bulgaro Protovieff scruta con avidità. Gli altri uomini sono seduti in giro. Balla parte delle donne, Marisa è presso il reticolato di fronte a. Basile; Nìkla, con una coperta addosso tirata fino sulla testa, è seduta in terra contro una delle baracche: è un mucchio di stracci dai quali escono appena i piedi fasciati nella paglia e la gavetta. Nel posto-letto più alto, a fianco della porta d'ingresso della più vicina baracca nel reparto uomini, si scorge la lunga barba del professore Pesaro il quale dal gia­ciglio partecipa ai discorsi di quelli fuori. Vitale cam­mina guardingo, facendo ascolto al suono di una musi­chetta che viene da lontano, oltre le baracche di fondo. Vitale si avvicina a Basile).

Vitale                            - I padroni sono in baldoria. Hanno le donne stasera. Certo qualcosa è finito nel secchio dei rifiuti. Ci provo, ma stai zitto con gli altri.

Basile                            - (fermandolo) Aspetta: non tira buon'aria stasera...

Vitale                            - Lascia perdere. Ogni poco fanno pro­getti, ma nessuno s'arrischia.

Basile                            - M'è venuto in mente d'un tratto... Quando Antonio mi comprò la capra, tornò tre volte a casa per darmi i soldi, e lo sapeva che io ero alla fornace. Voleva trovare sola Martina. È lui, dimmi!

Vitale                            - Se il nome non te lo hanno scritto i parenti... se loro non lo sanno, loro che dovevano badare a tua moglie, come posso conoscerlo io!

Basile                            - I parenti, sì... I miei fratelli si son fatti la parte più grossa e ai vitelli gli lavano i garretti col vino nuovo. Se avessi preso Martina con cinquanta pecore invece che una camicia sola, volevi vedere!

Marisa                           - Non t'inquietare, Basile: di vita ce n'è ancora poca!

 Vitale                           - Eppoi fai sempre gli stessi discorsi e diventeremo pazzi ad andare avanti così! Stanotte ce l'avevi con Nicola e tu sai che Nicola è un pezzo di pane. Lo vuoi carpire che io sono partito prima e che non so niente?

Protovieff                     - (dopo una pausa) Quando stavo comodo non ho mai pensato che mangiare è un amore...

Marisa                           - Invece la fame è rabbia, ma una rabbia diversa dalla solita. Sembra che non abbia forza per uscire.

Basile                            - (a Vitale) Scusami, paesano!

Vitale                            - Capisco. È perché tutti si crepa di fame...

Marisa                           - Hai visto? È passato il polacco.

Vitale                            - Avverti Nikla.

Marisa                           - Non importa. Lo sa lei quello che deve fare. (Vitale esce a destra).

Marcel                           - (dopo una nuova pausa) Pour moi la faim c'est eomme un caillou, un gros caillou... un grosso sasso qui dans la poitrine. Mais pas un. caillou rond, eomme les galets: une grosse pierre, ébréchée par le pie, et qui vous décbire... Alors je pense au pie et le pio me rentre dedans et après je vois sa pointe qui brille... Alors j'essaye de penser à l'autre bout, à celui qui coupé, et sento che lui mi taglia... (Testo italiano da alternare a tratti, a criterio della regìa, con il testo francese: « Per me la fame è come un sasso, un grosso sasso sotto le costole. Ma non un sasso rotondo, di fiume: un sasso sbrecciato dal piccone e che punge. Allora penso al piccone, ed il piccone mi penetra dentro e vedo luccicarne di seguito la punta... Provo a pensare l'altra parte del piccone, il taglio, e mi sento tagliare... »).

Margarita                      - Es ist so kalt taglia via dita dei piedi. Bald werden sie wie krochene weige herab-hàngen. (Testo italiano, come sopra: «È il freddo che taglia via le dita dei piedi. Una volta o l'altra ci cadranno come rami secchi »).

Basile                            - Già, anch'io sentivo un sasso quando mi venivano le febbri: un sasso qui... (indica il fianco sinistro) dove c'è la milza. Dalle mie parti c'è la malaria alla costa, ma fa caldo. Se uno mangia salame con tanto pepe rosso e beve vino forte, si difende; e se no c'è il chinino. Costa caro quello rosso, ma si sta a letto sicuri... e fa caldo!

Protovieff                     - (fissando la gavetta di Basile) Il caldo è felice. Bello sudare e stendere tutto il corpo.

Marisa                           - Tutti qui dentro facciamo come i ricci, ci raccogliamo in un pugno, per nasconderci al freddo e a, loro...

Margarita                      - (che ogni tanto borbotta preghiere fa­cendosi segni di croce piccoli e celeri sulla bocca, sulla fronte e sul petto) Auch die Blume così fanno. (Testo italiano come sopra: «Anche i fiorilo fanno»).

Marcel                           - Et les vers de terre aussi... et per noi meglio dire vermi. (Testo italiano, come sopra: «Anche i vermi... E per noi è meglio parlare di vermi! »).

Pesaro                           - (intervenendo dal suo allo giaciglio, visi­bile appena dentro la porta della baracca più vicina nel reparto uomini) È un grave errore discutere tanto come voi: si consumano energie preziose e fondamentali, per vostra regola. Il sistema migliore è quello di non muoversi, di non pensare, di non fiatare. È veramente strano che non riusciate a seguirlo, per quanto ve lo consiglio. Finirà che solo io soprav­viverò di tutti voi giovani...

Marcel                           - Nous, en pensant, on vit, et toi es dejà mort, perché tu non pensi più pour essayer de vivre, professeur!"  - (Testo italiano, come sopra: «Noi pensando viviamo e tu sei già morto perché, per vivere, non pensi più, caro professore! »).

Pesaro                           - (coti una risata senile) Ah, ah!... Sentilo questo!... Solo la fìsica e la matematica comandano, per vostra norma e regola!... E adesso non voglio dirvi altro: non vai la pena consumare particelle di energie vitali per voi!... Basta!...

Protovieff                     - (dopo ulteriore pausa, implorando Basile e indicando la gavetta di questi) -Tutto finito lì?

Basile                            - (porgendola) Guarda pure: è vuota.

Protovieff                     - Ancora c'è piccola rapa!... (La prende a due dita e se la mette in bocca).

Pesaro                           - Fermati, Protovieff!... C'è un metodo per mangiare molto di più. Non masticare: tieni la rapa fra la lingua e la guancia e ti sembrerà di avere la bocca piena. Ora devi pensare che hai già ingoiato un boccone e poi manderai giù questo. E cosi è come se tu avessi avuto in bocca tanti pezzi di rapa... Ecco: ora piano piano puoi masticare, ma non ingo­iare subito...

Protovieft                      - (scoppia a piangere) Difficile!... Troppo difficile!... (Il pianto gli si tramuta in un guaito repulsivo).

Marcel                           - Ta gueule, chialeur!... (Testo italiano, come sopra: «Alla cuccia-, idiota»).

Marisa                           - (mentre Protovieff si riprende appena e con due dita deterge l'interno della gavetta di Basile leccandosele poi) È stupido piangere, Protovieff!

Pesaro                           - E fa male alla salute!

Marisa                           - Dovrai farci l'abitudine anche te. Quando si è già ridotti a bestie, sì è calmi; si patisce invece fintanto che si è uomini e donne. La grazia che ci resta da chiedere a Dio è che ci lasci andare giù un altro poco, sempre un altro poco, fino a morire, quasi di nascosto a noi e a loro...

Margarita                      - « De profundis clamavi ad te, Domine... ».

Marcel                           - (interrompendo) Tu ne va pas recommencer maintenant, Margarita!... On fai tout ce qu'on peut pour vivre, chacun à sa facon. Le prof, lui, y reste dans ses puces pour pas gaspiller ses forces; moì je reste debout, - resto in piedi - pour pas me laisser aller... Et toi, vieille bigotte, si tu veux, tu n'as q'à crever pour nous tous!... Basta che prendi a schiaffi uno di loro, un des ces salauds, et tu pourras crever sans rien demander au bon Dieu. (Testo italiano, come sopra: «Non ricominciare, Margarita!... Facciamo tutto per vivere, ognuno a modo proprio e tu ci canti il mortorio... Il professore se ne sta in branda per non consumare le energie vitali, dice lui; io mi tengo in piedi come un cavallo di razza per non allentare la forza dei nervi... Se vuoi, crepa tu, vecchia bigotta, per tutti noi!... Basta che prendi a schiaffi uno di loro e senza l'aiuto di Dio riceverai subito il biglietto per l'ultimo viaggio! »).

Margarita                      - « Se credi che vita ist hir, dove non c'è più, tu vai zum Teufel!... Io, regno dei Cieli!

 Marcel                          - J'aime encore mieux le carottes que le pain blanc du regno dei Cieli! (Testo italiano, come sopra: «Bell'affare! Preferisco le carote al pane bianco del regno dei Cieli »!)

Basile                            - Sta attento a Dio, Marcel!

Marcel                           - Dieu c'est la sentinelle là haut... et le voilà notre règne del Cieux! (Testo in italiano, come sopra: «Dio?... Sai che è Dio?... La sentinella lassù!... E quello è il regno dei Cieli! ».

Pesaro                           - Infatti, se non gli avesse tirato un sasso, il giovane La-fitte sarebbe ancora vivo.

Protovieff                     - Se non aiutavo io, cadeva anche gavetta piena. Mangiato due gavette quel giorno...

Pesaro                           - Diceva che lo stomaco non ce l'aveva più e che sentiva la fame nel cervello.

Basile                            - Io sento come una bestia nello stomaco, che graffia, graffia per venire fuori. Ma forse è perché una volta, che scovavo la creta per i vasi, trovai un tasso: porta bene inchiodare la sua pelle nella stalla. Lo presi e me l'infilai nella camicia per por­tarlo a casa. E quello mi dava nello stamaeo col muso e con l'unghie da cavarmi sangue. Con me c'era Giovanni, il mio garzone, ed io gli dissi: « la fame disgraziata deve far male come il raspo di quest'animale, ma di dentro ». E se non avessi detto così, chissà ora cosa penserei.

Marisa                           - Io non ci ho mai pensato. Non si può dire altrettanto di questi maledetti. Il capitano Peter l'ha, studiata, la fame, l'ha smontata e rimon­tata e l'adopera come un fucile!

Protovieff                     - Bada, Marisa, Olga sente tutto, anche quando non c'è!

Pesaro                           - Se attaccate i discorsi imprudenti, chiudo gli occhi e mi metto a dormire. Certe volte non conviene stare in vostra compagnia.

Marcel                           - Chaque fois che Je t'entends, ho im­pressione de vivre avec une civetta. (Testo italiano, come sopra. «Bel danno che ci fai! La tua compa­gnia è come quella dì un gufo su! tetto! »).

Marisa                           - Olga per forza mi deve rispettare. Tante volte sedeva sulla porta del consolato a Budapest per legger la mano a quelli che facevano la fila per il visto. Mio marito non voleva straccioni attorno e la cacciava; ed io invece la. lasciavo vivere, pur sapendo che cercava sempre di rubare qualche cosa. Dopo che ebbero ammazzato mio marito, anche lei finì dentro al rastrellamento di noi, « politici »... Ora qui tiene il bastone per il manico e fa tremare tutti: ma a me non ha il coraggio nemmeno di guardare.

Protovieff                     - Basta... Non parlate della spia!

Basile                            - (a Marisa,) Chiama NIkla. Vorrei darle l'indirizzo dei miei.

Marisa                           - Sì! Per farti impiccare, se la pescano. Lasciala stare là.

Margarita                      - No, lascia... Se nonmvolete tutti kaputt, lasciate lei e il polacco.

Marcel                           - Ta gueule, tu vas luì foutre la poisse. (Testo italiano, come sopra: « Sta zitta, sacco vuoto! Non darle il malocchio! »).

Pesaro                           - (piagnucoloso) Basile!... Protovieff!... Vi prego... il solito piacere!... (I due chiamati si diri­gono di cattiva voglia verso il vecchio).

Protovieff                     - Tocca sempre a noi... (Sollevano il professore dalla branda e, ravvolto in una coperta, lo conducono fuori, verso la latrina, mentre il dialogo seguita).

Marisa                           - Ieri Olga ha vista la piccola greca che fingeva di portare le pietre e l'ha denunciata. È una Jena; ma se incontra un tipo di carattere gira al largo.

Marcel                           - En attendenti, elle, lei ci frega tutti, cornine vous dites. Elle a un manteau et des godasses! (Testo italiano, come sopra: « Intanto, ci frega tutti: ha un buon cappotto e un vero paio di_ scarpe »!). (Basile e Protovieff, che hanno lasciato il professore Pesaro nella latrina, tornano verso il gruppo dei com­pagni. Vitale, frattanto, entra dal fondo a destra e va a bere alla fontanella del lavatoio).

Basile                            - (tornando a sedere dove era prima) Sì, anch'io ieri ho visto picchiare la greca. Era diventata azzurra per tutto il corpo, ma non faceva sangue, perché le davano coi tubi di gomma. Non piangeva, miagolava come un gatto.

Marisa                           - Alla fine sembrava vestita con una maglia a strisce.

Vitale                            - (si appressa a Basile) Basile, ho trovato...

Basile                            - Aspetta. Dopo!

Vitale                            - No, subito! Andiamo dietro la baracca.

Marisa                           - Vitale, ci vuoi nascondere qualcosa!

Protovieff                     - (guardando la bocca di Vitale) Tu mangiato ancora!

Vitale                            - Ne ho un poco per il mio paesano! Fatevi indietro! Non vi dò nulla!... (Mentre gli altri circondano Vitale, Nikla si riscuote alzando la testa, dalle ginocchia).

Protovieff                     -  Cos'hai trovato?

Vitale                            - (mostrando un pugno di roba che ha tolta dalla tasca) Sono poche bucce di patata e di mela che erano dietro la casermetta degli ufficiali... (Nikla si alza in piedi e viene verso il reticolato con la coperta sul capo).

Protovieff                     -  Ti prego, Vitale!... Ti prego!... Le bucce di mela sono dolci... ricordano un poco la torta... la torta...

Vitale                            - Vedete che poca roba? (La mostra) È per il mio paesano. Per noi i paesani hanno il posto dopo i fratelli!

Basile                            - Se hai fame, non pensare a me, Vitale!

Nikla                             - (aggrappata al reticolato divisorio) Avete qualcosa per mia sorella? Ho paura che sia rimasta digiuna, oggi.

Basile                            - Vitale, per me non importa. Dai a Nikla. (Vitale rimane immobile e interdetto).

Marisa                           - Sua sorella Vera è ancora piccola e piange dalla fame come i cuccioli. Noi invece per la faine si discute.

Marcel                           - Bon!... Alors donnons-les à Nikla pour Véra. (Testo italiano, come sopra: « Va bene così, ragazzi: datele a Nikla per sua sorella »).

Nikla                             - (prende la manciata di roba allungando il braccio oltre il reticolato, dopo aver osservato come gli altri verso le torrette delle sentinelle se qualcuna di queste guarda) Grazie! (Nasconde le bucce in seno).

Un Deportato                - (in attesa davanti alla latrina, dà pugni sulla porta) Che, muoviti!... Vecchio bidone, ti sei svuotato?

 Basile                           - (voltandosi) Protovieff, ci siamo dimen­ticati del vecchio. Potrebbe essere morto là dentro...

Protovieff                     -  Ehi, professore!...

Pesaro                           - (affacciandosi penosamente alla porta della latrina davanti alla quale già altri prigionieri fanno la fila impazienti) Siete senza cuore con un vecchio. Non trattereste in questo modo vostro padre!

Protovieff                     -  Tu cammini come noi...

Vitale                            - E pretendi che facciamo anche la fatica delle tue gambe, per campare di più sul nostro danno.

Pesaro                           - (sempre sulla soglia della latrina) Sono un povero vecchio sfinito!... Non mi tengo più su!... Venite a darmi una mano!... Cadrò nella merda!... Venite!...

Marcel                           - Ca t'irait bien une fosse à merde, come lit de morti... (Testo italiano, come sopra: « Ti sta proprio bene un cesso per cassa da morto! »).

Pesaro                           - (si lascia andare a terra, mentre il primo della fila lo scansa, in malo modo per entrare nella latrina) Aiutatemi fino alla baracca!... Sono pochi passi!... (Si rivolge agli altri reclusi che aspettano il turno per la latrina, ma nessuno gli dà ascolto).

Margarita                      - (a tutti gli uomini) Muovetevi, schweine! (Testo italiano, come sopra: « Muovetevi, porci! »).

Pesaro                           - Aiutatemi!... Ih!... Ih!...

Margarita                      - Volere vedere voi crepare là dentro!

Marcel                           - (mentre Protovieff, impaurito dalla maledi­zione, si alza e va ad aiutare il professore fino alla sua baracca, scatta, e si avventa presso il reticolato di mezzo) Via, strega!... On ne t'à pas appelé. Si tu ne fous pas le camp, je te jette des pierres!... (Testo italiano, come sopra: « Va via, strega!... Ch t'ha chiamato?... Se non te la fili ti prendo a sassate! »).

Margarita                      - (imperturbabile) Così sarai erschos-sen, und ich kann fur deine Seele beten. (Testo italiano, come sopra: « Così sarai fucilato ed io potrò pregare per l'anima tua! »).

Marcel                           - Mais ere ve, salope! (Testo italiano, come sopra: «Schiatta tu, maledetta! »). (Si allontana adirato).

Nikla                             - (sedendo accanto a Basile, ma dall’altra parte del reticolalo) Qui porto nascosta una mezza carota rossa e non la mangio. (Indica il seno) Vorrei morderla: l'ultima volta che mi lasciarono a digiuno per punizione, non rie potevo più: ma non la tocco...

Basile                            - Perché? (Margarita si dirige alla baracca donne).

Nikla                             - Vera ha sedici anni ed è colpa mia se l'han cacciata qui dentro. Non dovevo tenerla con me. Quando eravamo nell'altro campo, ogni settimana ci passavano la rivista sanitaria, nude nel cortile. Chi era troppo pallida o aveva per il corpo qualche piaga, veniva spedita all'infermeria: dall'infermeria le malate non tornavano mai, perché le passavano alle camere a gas. Tutte noi, il giorno della visita, dovevamo apparire sane e in gamba, ci sforzavamo di essere dritte e contente anche nel gelo del cortile. Bisognava avere un bel colorito alle guance, guai a tremare dal freddo: e invece mia sorella batteva i denti, diventava grigia e curva, come una vec­chissima bambina. Allora con la mia carota lemsfregavo le guance e il seno per darle colore. Me lo aveva insegnato una francese...

Marisa                           - Anche nei campi le francesi pensano ai trucchi dì bellezza!

Nikla                             - Spesso a Vera tingo le guance con la carota anche adesso, perché sembri svelta e in buona salute: forse, una notte o l'altra, ci passeranno la visita sanitaria all'improvviso. Ci sono tante fosse di calce... oh, io lo so... il mio compagno Vladimiro ne butta molti ogni notte nelle fosse di calce!

Marisa                           - E smettila! Tutte così voi donne!... Io vorrei stare solo con gli uomini: almeno non par­lano sempre di morire. E qualche volta sanno anche sorridere. Tu no (rivolta a Basile), tu non sorridi mai. (Marcel si riappressa ai compagni).

Basile                            - E come potrei, se penso che al paese, anche se ci tornerò, non troverò più da star bene?

Vitale                            - Tutto per una donna... eh?

Marisa                           - Dovevi essere uno di quei tipi che stanno in adorazione della moglie come di una santa sull'altare.

Marcel                           - Nikla adore une carotte... toi, Basile, une spina d'acacia!  Pas vrai? (Testo italiano, come sopra: «Nikla adora una carota... tu, Basile, una spina d'acacia, vero! bei tipi che siete! »).

Basile                            - Non adoro nulla. Porto cucita quaggiù (indica l'estremità di un calzone) una spina d'acacia e basta.

Marisa                           - Ti si vede sulla bocca che hai voglia di raccontare la storia della spina. Nulla sappiamo e nulla vogliamo sentire: tu dici soltanto cose tristi, mentre Marcel qualche volta combina i giuochi di prestigio e ci fa passare il tempo. In troppi qui siete gente squallida.

Vitale                            - Fate presto a immaginare tutto disgra­ziato prima ancora di saperlo. Questa, non è una storia triste.

Basile                            - Sotto il Calvario staccai dalla corona che m'avevano messo in testa una spina e per reli­quia la regalai ad una donna. Era Martina che diventò poi mia moglie... Questa storia non la potete capire.

Protovieef                     - Basile è pazzo!... Ah, ah!... il Calvario!...

Pesaro                           - Anche se siamo pazzi, qualche cosa si deve dire fra noi, altrimenti ci accorgiamo davvero di essere pazzi e il tempo non passa. L'importante è piuttosto non dire cose faticose per non bruciare troppa energia. Veramente i discorsi pazzi, se ci badate, sono spesso quelli che stancano meno, perché non fanno pensare...

Nikla                             - (interrompe agitala) Vera non torna!... Voi discutete in maniere idiota se siamo pazzi e quando occorre parlare e come si deve parlare; ma non vi importa di Vera!... Vera non torna ancora ed è stata comandata a lavorare nella lavanderia degli ufficiali!... Voi non lo capite,... perché non lo capite e mi guardate con quella faccia?

Basile                            - Si godrà il caldo, c'è l'acqua bollente.

Marcel                           - Je voudrais bien y aller, moi, alla lavanderia, me chauffer les piedi sul pavimento tiède! (Testo italiano, come sopra: «Vorrei andarci io in lavanderia, con i piedi sul pavimento tiepido!»).

Marisa                           - Forse stasera ne troveranno di più divertenti che Vera.

Nikla                             - Ecco: anche tu pensi che soltanto quelle belle sono andate alla lavanderia. Anch'io ho questa idea e sto male. (Gala lentamente la sera sul campo e nella baracca di sinistra s'accende un piccolo lume attorno al quale sono altre donne con Margarita).

La Pazza                       - (dall'interno della baracca, con strazio acutissimo) Franco!... Elena!... Non toccateli!... no!..

Basile                            - Ricomincia la pazza!

La Pazza                       - (c.s.) Se li toccate vi cavo gli occhi! Vi strozzo!...

Pesaro                           - (dal suo solito posto in branda) Ritiratevi nelle baracche e chiudete la porta. Quando la pazza grida è meglio non farsi vedere.

Basile                            - Si è calmata, sembra.

Nikla                             - Se Vera tarda ancora, dovrò fare qualcosa.

La Pazza                       - (c. s.) Vigliacchi!... (in crescendo) no!... no!... no!... (Entra in scena trattenuta a stento da altre prigioniere, particolarmente da Anna, da Lucia e da Margaret).

Anna                             - Calmati, non urlare. Torna in baracca.

La Pazza                       - No!... no!... non li toccate, vigliacchi!

Lucia                             - Basta! ci farai pestare!

Anna                             - Aiutatemi anche voi: tenetela stretta che non scappi. (Improvvisamente si accende una luce).

Basile                            - Attenti, che accendono i fari!

La Pazza                       - Guardate, sono i miei figli!...

Vitale                            - Ma tiratela dentro, fate presto! (Tutti gli uomini si sono ritirati verso le baracche del loro reparto, mentre le donne fanno gruppo attorno alla pazza che cercano di ricondurre nelle baracche di sinistra).

Basile                            - Nikla, Marisa, mettetele un fazzoletto sulla bocca! (Mentre la pazza continua a urlare senza senso, la prima luce apparsa si moltiplica: sono i fari che entrano in azione).

Marisa                           - (rivolta a Nikla) Se viene la ronda questa sera, non puoi fare niente... (Rivolta alle altre donne) Presto, presto!

Nikla                             - Non farti sentire.

Una Sentinella              - (invisibile sulla torretta, lancia due lunghissimi colpi di fischietto. Le donne s'immobilizzano, compresa la pazza che torna d'improvviso alla, realtà).

Marisa                           - Ancora le pietre!

Marcel                           - Porquoi qu'on ne l'assomme pas quand elle gueule? (Testo italiano, come sopra: «Ma perché non la tramortiscono con una botta in testa quando grida? »),

Vitale                            - Oggi è la quarta volta che le inguaia.

La Sentinella                 - (c. s., dà tre colpi di fischietto e il gruppo delle donne si dispone in fila. Ad un suc­cessivo segnale dato con brevissimi e intermittenti colpi dello stesso fischietto, le prigioniere si avvicinano al cumulo delle pietre e cominciano in silenzio a sol­levarle, una a testa, portandole dal lato opposto del piazzale verso il fondo. Una nuova serie di colpi di fischietto con una cadenza più affrettata fa accelerare le prigioniere nel trasporto delle pietre).

Marcel                           - Y a de l'eau dans le gaz ce soir. I porci sono en train de renifler par ici. (Testo italiano, come sopra: « Stasera c'è molta elettricità per aria. I porci stanno annusando da questa parte»).

Makisa                          - (rivolta alle compagne) Non fermatevi!... Nel piazzale otto ieri spararono sopra un vecchio che era caduto a sedere.

Basile                            - Se la giostra la fanno durare fino a notte come ieri l'altro, il polacco non potrà venire da Nikla. E allora quello che preparano?

Vitale                            - Forse è meglio per lui, si salva la pelle.

Basile                            - (a Nikla che sta per cadere passando oltre il reticolato davanti a lui) Bada!... bada di non cadere, Nikla. Se ti fai male, ti mandano all'infer­meria. (Si sente passare un treno; il rumore aumenta fino a divenire assordante e poi gradualmente diminuisce fino a scomparire).

La Pazza                       - (seguitando il trasporto delle pietre) Perché, quando son venuti, Franco non,...

Anna                             - (interrompendola) Stai zitta, per carità!

Lucia                             - Avanti, avanti, non fermatevi!

Vitale                            - Hai visto Margarita? Anche ora è riuscita a portare via dalle mani della pazza la pietra più piccola.

Marcel                           - Mais cette nuit, se la crisi la reprende, Margarita va se faire mordre et gifler quanto vuole. (Testo italiano, come sopra: « Ma questa notte, quando a quella torna la crisi, Margarita rimedia morsi e graffi quanti ne vuole »).

Pesaro                           - (c. s.) Se l'è presa vicina per adoperare anche lei la sua coperta. Se la domi lei!

Vitale                            - E poi perché si lamenta? Quand'era al reparto otto, la mandavano con la squadra a scavare il canale e stava dieci ore con l'acqua fino alle ginocchia.

Basile                            - Ma almeno quello è un lavoro che si vede andare avanti.

Nikla                             - (ad una compagna) Aiutami, mi cade!

Basile                            - (a Vitale) Perché quando ci fanno portare le pietre, tiri fuori quelli del reparto otto? Tu solo sembri contento di portar pietre, Vitale.

Vitale                            - Uno che non pianga di continuo come voi, vi sembra contento. E tu perché vai dietro a quello che faccio o che dico e non ti va bene nemmeno se sto zitto? T'ha morso uno scorpione sul fatto mio?

Basile                            - Io non ho in mente nulla, ma sembra che tu abbia paura che io ci pensi al fatto tuo...

Vitale                            - Dagli stranieri hai imparato a parlare difficile. Paresti meglio ad aiutarmi a rimediare qualcosa per la pancia.

La Sentinella                 - (dà un lunghissimo colpo di fischietto. Le prigioniere si fermano e depongono le pietre. Dopo un successivo trillo del fischietto, esse si considerano in libertà e si abbandonano sfinite a terra o sulle pietre stesse. Nikla e Marisa vengono a trovarsi vicine a Volta rete divisoria e vi restano, mentre Margarita rimane presso la baracca di sinistra e le altre molto più in fondo).

Marcel                           - (al professor Pesaro) T'as raison, meglio stare in branda. (Testo italiano, come sopra: « Hai ragione te. È meglio stare in branda »).

Pesaro'                           - Se io fossi una donna giovane mi sarei salvato da un pezzo dalle pietre. Starei nella branda dei sergenti.

Nikla                             - Se volevo andare a letto con loro potevo farlo prima. Tu sei qui perché ti sei'.lasciato pigliare come un coniglio, ma io ci sono finita per quel che facevo, e allora oggi non vale più la pena.

Protovieff                     -  Ma tu, Nikla, da ultimo vai camera capitano Peter. Prima chiedi andare suo bellissimo bagno e prendi rasoio.

Basile                            - (a Nikla) Puoi dire al polacco, se viene, l'indirizzo dei miei. Ma lo ricorderà,, senza che glielo scriva? ...Voglio che li avverta che sono ancora vivo e che lo dicano a Martina. Stia attenta che se torno, ci so ancora fare col coltello. Quando l'anno scorso ero col battaglione in Croazia e m'hanno scritto la sua infamia, sono scappato per fare i conti con lei, ma si stava già cascando sotto padrone e questi mi presero. Due volte ci ho riprovato; e poi hanno finito per salarmi in questo barile, con voi. Il tuo paesano glielo deve far sapere a Martina che è ancora presto perché si risposi.

Nikla                             - Ma Vitale non ti ha ancora detto come è andata? Eppure dev'essere rimasto al tuo paese fino a poco tempo fa.

Basile                            - Non parla. Non lo sa o non lo vuol dire. Quando l'han preso che portava fuori la farina, già mancava da un pezzo dal paese.

Nikla                             - Ma ha pur detto che la piaga che ha sulla mano sinistra è una scottatura che s'è fatto infornando le castagne! Dunque a ottobre era a casa.

Basile                            - Non so. Certo da quando ci siamo ritrovati qui, mi sembra un altro. Ma lui è qui da un mese, e io da un anno. E allora forse sono io che sono cambiato.

Nikla                             - Dopo che sei partito, l'aiutava Vitale tua moglie alla fornace?

Basile                            - No, il garzone. Vedi, passato il primo momento, ho pensato, com'è giusto, che patire così era la volontà di Dio. Ci sono tanti peccati da scon­tare. Ma ora, ogni giorno che sto piantato in questo marcio, m'invelenisco di più. Speravo almeno di guadagnarmi la coscienza e invece divento cattivo.

Nikla                             - Ah, perché immaginavi di scontare qui i tuoi peccati e di metterti in pari e poi di sentirti forte d'aver ragione su tutti!

Basile                            - Non ti capisco.

Nikla                             - Anch'io potrei patire con rassegnazione se servisse a far vivere meglio la gente e a darle un poco di giustizia, ma queste carogne non sono mandate dal tuo Dio a sistemare le coscienze, non capiscono la rassegnazione e con le nostre pene si allenano a inventarne sempre di peggio.

Marcel                           - Ca vaut pas le coup de discuter avec lui. Basile c'est un type qui offre aux femmes des épines d'acacia au lieu de bouquets de fleurs. (Testo in italiano, come sopra: « Non vale la pena che tu discuta con lui. Basile è quello che alle donne invece di mazzi di fiori regala spine d'acacia»).

Marisa                           - Lascialo in pace. Se si è tenuto su con le preghiere come Margarita, beato lui!

Basile                            - Per forza. Venivo dal paese. Da noi, per la Settimana Santa si recita la Passione e da quando mio padre non pareva più un uomo giovane e biondo, il Cristo lo facevo io. Mi preparavo con buona regola, mi lasciavo andare la barba e i capelli, e mi rimettevo a mente il Vangelo che da noi si sa a memoria. Nei quadri che sono in chiesa per le stazioni, c'è spiegato tutto; e poi sin da bambino avevo visto mio padre come faceva. In quel giorno che il paese diventava Gerusalemme, per la devozione mi pareva davvero di sentire un gran male, forte da morire, quando mi flagellavano e mi legavano sulla croce; e per la gente, e anche per me, non c'ero più io ma solamente Cristo.

Nikla                             - C'era un commediante.

Basile                            - Un commediante! Perché1? E allora la gente che s'inginocchiava, quelli che mi gridavano i loro peccati e tanti che mi baciavano la veste, sbagliavano anche loro!

Protovieff                     - (ridendo) Amico mio Odessa passava grande ago qui... (indica una guancia) qui... (indica l'altra) e niente sangue e niente male.

Basile                            - Voi non mi capite perché non gli date ascolto a Dio. Noi, al paese, Dio ci aiuta. Una volta l'ho sentito: avevo tutto un calore dentro il capo e le mani leggere. C'era un bambino che non si reggeva sulle gambe e andava avanti come le bestie. E la madre a gridare: « Gesù, fallo camminare come i cristiani », senza pensare che era mia vicina dì casa e aveva comperato una brocca da me. Dissi: « Padre, Piglio e Spirito Santo, aiutatemi! » e l'alzai in piedi, il bambino, e quello camminò, e la gente cadde in ginocchio e tutti urlavano. Piangevo anch'io e quella volta nell'orto di Getsemani, il mio amico che faceva Giuda, non volle seguitare tanto gli sembrava male.

Marcel                           - Quand on était aux travaux dans le Sidi-Keifr, j'ai vu par exemple au milieu du désert un lac avec tre belle ragazze nude, trois belles filles nues, qui se baignaient. Et y a un copain qui m'a dit: « Prends une photo ». Moi je l'ai prise, ma nella foto era deserto; invece lago e filles nues, macache! Dans le bled ils appellent ca des mirages. Et toi, mon vieux, t'es capable de voir tous les saintes dansta soupe! (Testo italiano, come sopra: «Quando facevamo i lavori nel Sidi-Keifr, vidi in mezzo al deserto un lago con tre belle ragazze nude a fare il bagno. E uno mi disse: « Fagli la fotografia ». Io la feci e nella fotografia il deserto c'era, ma il lago con le tre ragazze no. Questo, laggiù, lo chiamano miraggio. Tu vedi tutti i santi dentro il brodo, se capita »).

Basile                            - Voi avete l'istruzione e sapete tante cose, ma noi, quando Dio chiamava si sentiva.

Marcel                           - Prova a chiamarlo adesso, pour qu'y te coupé les reticolati. (Testo italiano, come sopra: « E prova un po' a chiamarlo adesso, perché ti faccia aprire i reticolati »).

Nikla                             - Credo che anche a Cristo gliel'abbiano già fatto questo discorso...

Basile                            - ... e il Vangelo dice che Egli non volle perché le cose dovevano andare avanti come era stabilito.

Marcel                           - Ah!... Ah!... Voilà comment vous ve la cavate! On pourrait le faire, mais en le fait pas parce que impossibile changer ce qui est établi! (Testo italiano, come sopra: « Ah!... Ah!... ecco come ve la cavate!... Si potrebbe fare, ma non lo facciamo perché guai a toccare quello che è stabilito! »).

Nikla                             - Dio qui non c'è. S'è fermato contro lo sbarramento dell'alta tensione. E anche Basile non può sentirlo.

Basile                            - Per essere, c'è anche qui. (Indica un gassa che ha preso in mano) Sono io che non l'incontro più perché ho il fiele di fuori... (Dal fondo entra Vitale) Vitale, diglielo tu: io non so più la verità.

Nikla                             - Ma nemmeno lui la sa.

Vitale                            - Ed io che c'entro! Ero andato alla baracca cinque per rimediare la coperta di quello che hanno fatto fuori stamattina. Ma cosa ci potevo fare con un cucchiaio rotto e due braccia di filo di ferro, contro le tre sigarette del rumeno che ha il porro in fronte!

Nikla                             - Quando tu facevi la Passione, Giuda era lui! (Indica Vitale).

Vitale                            - (scattando) No! Io ero il Sereno, quello che di notte lega le puttane sugli asini con la faccia rivolta alla coda.

Basile                            - (insorgendo contro Vitale) Che cosa dici? Cosa ti ha fatto lei!

Marisa                           - Basta! basta! Non vi sopporto più. Preferirei che mi schiacciaste la testa con ì sassi, piuttosto che sentirvi fare questi discorsi maledetti. Delle bestie, siete, che parlano soltanto di mangiare, di mangiare sudice cose, di soddisfare luridi bisogni. E ora vi mettete a parlare di Dio fino a prendervi a pugni. Disgraziati! Come se fosse il comandante del campo. Prima di oggi, qui, non se ne era mai parlato.

Vitale                            - Noi invece siamo gente che ne parla, ma vogliamo che delle cose sue se ne dica con rispetta e senza imbrogli per gli altri.

Marisa                           - Ah!... Ah!... Non farmi ridere, anche te ti metti a predicare ora!... Siete un branco di montoni che si ubriacano con le bevande degli uomini, ma restate montoni!

Anna                             - Calmati Marisa; è meglio andare in branda.

Marisa                           - In branda ricominciate voi, con i soliti discorsi dei mariti o delle altre storie; e quella rogna di Margarita parla della morte come fosse a nozze.

Lucia                             - (dopo aver guardato verso il fondo) Donne, attente! C'è Olga in giro fra le baracche. (Osservando con maggior attenzione) Ma... ma viene qui!

Marisa                           - Nikla, non avranno scoperto tutto? Non verrà per te!

Nikla                             - Può essere. Lasciatemi sola. Rientrate nelle baracche.

Marcel                           - Du calme au contraire. Calma! Fermi! Bougez pas. Continuons à parlare. Je vais. vous raconter une petite histoire de Parigi. (Testo italiano, come sopra: « Calma invece. Non muovetevi. Seguitiamo a rjarlare. Adesso vi racconto una sto­riella parigina »).

Nikla                             - Vera... Vera... per questo non è tornata: l'hanno già presa!

Anna                             - (guardando verso il fondo) Ecco Olga!

Vitale                            - Non voltatevi.

Marcel                           - Une soir Place de l'Opera un monsieur demande à un type: «Pardon monsieur, auriez vous l'obligeance de me dire ou conduit cette rue?».!  «A Versailles, monsieur », répond le type. «A ct'heure-ci», dit le monsieur. «Trop tard. Moi je vais me coucher! ». (Testo italiano, come sopra: « Una sera in Piazza dell'Opera, un signore domanda a un tale: «Dove va questa strada?». « A Versailles», risponde quel tale. «A quest'ora?» dice il signore: «È tardi, io vado a letto!  »).

Basile                            - Dov'è?

Vitale                            - Vicino al lavatoio.

Marcel                           - (sforzandosi) «A Versailles », répond Fautre type... «À ct'heur-ci?», dit le monsieur. (Testo italiano, come sopra: «A Versailles «"risponde l'altro uomo. « A quest'ora? » dice il signore... ).

Protovieff                     -  Non cerca reparto uomini. Meglio andare dentro.

Marcel                           - (alzando un poco la voce perché Protovieff capisca che non si deve muovere) « A Versailles », répond l'autre type... (Testo italiano, come sopra: «A Versailles», risponde l'altro uomo...»).

Marisa                           - (a Nikla) Sei sicura di non aver nascosto niente in branda?

Marcel                           - (ancora caricando per coprire gli altri discorsi) « À ct'heure? », dit le monsieur. «Trop tard, je 'vaia me coucher! ». (Testo in italiano, come sopra: «A quest'ora?», dice il signore. «È tardi, io vado a letto!»).

Lucia                             - Non ci mancherebbe altro. Prendono anche me, che. dormo nel posto sopra.

Nikla                             - No, non ho niente.

Olga                              - (venendo avanti) Marisa!... Marisa, ho bisogno di te. (Alle parole di Olga tutti si alzano in piedi senza parlare).

Marisa                           - (di scatto)'  - Io non ho fatto nulla, Olga!... Tutti lo possono dire che non ho fatto nulla!...

Olga                              - Sai come dice il capitano Peter?... Chi dice che non ha fatto niente è pro|»rio quello che lo ha fatto.

Basile                            - È stata sempre qui... si parlava...

Olga                              - Chi parla dentro al campo, fa male. Li conosco i vostri discorsi.

Basile                            - Quelli di poco fa?... non credo.

Olga                              - (con un sorriso pericoloso, scrollando il capo) Basile, lo sai come si fa su al comando; quando se ne devono tirar fuori dieci e ne manca uno, si piglia il primo che capita, anche se non ha fatto niente... capisci?...

Basile                            - È da sempre che finisce sotto i piedi chi non ha colpa. Ma una buona volta si dovrebbe cambiare l'usanza di scannare soltanto gli agnelli di un mese.

Olga                              - (dopo una pausa) Agnelli voi?... agnelli che graffiano, mordono,... e parlano. (Si avvicina a Marisa).

Marisa                           - Io non ho detto niente. Qui non è ac­caduto nulla.

Olga                              - (dopo una pausa) Ah, non è accaduto nulla? Ma ha ragione il capitano Peter: quando non è accaduto nulla è sempre accaduto qualche cosa che non sanno quelli che comandano e che voi avete fatto invece.

Nikla                             - Anche tu sei stata prima al reparto cinque e sai che qui non c'è nulla da fare.

Olga                              - Che teste dure siete! Ce la fate apposta!... Vi ho detto che è sempre accaduto qualcosa anche quando non è accaduto niente. Ora Marisa ha parlato, ma io non avevo parlato con lei.

Marisa                           - (impaurita) No!... ma ti hanno detto qualcosa di me?... Olga!... Olga, io non faccio nulla di male, qui, neanche ci penso...

Olga                              - (cinica) Almeno a me qualche volta devi pensare. E pensi male, sebbene tu ora sia pronta a baciarmi le mani e le scarpe.

Marisa                           - (sempre più impaurita) Non ho detto nulla, ti giuro, Olga! Loro tutti lo sanno.

Olga                              - (afferrandola"per un braccio con violenza) Non importa, lo so io quello che racconti di me! E lo sa anche il capitano. Ecco perché sono venuta in questo posto di carogne.

Marisa                           - (riassumendo il suo contegno) Un'altra volta sei venuta apposta da me. Sparavano da tutte le parti, e sei venuta a ripararti da me. Ti diedi il mio capetto, quello verde col bavero di pelliccia, perché avevi freddo; e la manica sinistra si macchiò tutta di sangue quando mi aiutasti a portare sul divano del salotto mio marito. E mentre quelli sfon­davano le porte, avevamo tutte e due la stessa paura e si sperava ancora di salvarci.

Olga                              - Chi dorme con lei?

Anna                             - Io, perché?

Olga                              - Bada di consegnare al sergente la sua coperta e la gavetta, se stanotte la trattengono al comando.

Marisa                           - (dopo una pausa) Quel ragazzo, Lafitte, vi lasciò almeno la gavetta piena... andiamo. (Si avvia verso il fondo con Olga).

Olga                              - (si arresta e si avvicina a una baracca) Che puzza! Voglio ordine nel mio reparto. Voi due         - (indica Lucia e Anna) vuotate subito il « kùbel », prima che vi rinchiudano per la notte. (Rivolta agli uomini) E voi cosa fate ancora fuori? (Esce con Marisa sul fondo a sinistra .mentre Lucia e Anna escono col vaso della baracca dirigendosi al fondo in centro. Riprende il rumore di treni che passano in lontananza. Lentamente in silenzio Vitale, Marcel, Protovieff e gli altri si avviano alla baracca di destra dov'è il professor Pesaro, mentre le donne si ritirano nella baracca di sinistra).

Marcel                           - (prima di entrare in baracca rivolto a Vitale che è rimasto indietro) « Tu sais, si la fièvre te riprende, io fregato une aspirina au professore, je l'ai cachée dietro al piede destro della tua branda». (Testo italiano, come sopra: « Guarda che se ti torna la febbre ho fregato al professore un'aspirina. L'ho nascosta dietro al piede destro della tua branda»). (Basile entra nella baracca come gli altri. Solo Nikla, nel suo reparto, si ferma in un angolo d'ombra nell'atteggiamento evidente di chi attende qualcuno. Il rumore dei treni si affievolisce. Poco dopo dalla sua baracca esce nuovamente Basile che si dirige al lavatoio dove ha dimenticato la gavetta. Tornando alla baracca, Basile scorge Nikla. Il colloquio fra i due si inizia mentre ciascuno sta celato nell'ombra delle rispettive baracche. Successivamente essi si avvicineranno al reticolato che li divide).

Basile                            - Sei tu, Nikla?

Nikla                             - Sì.

Basile                            - Tornerà Marisa?

Nikla                             - Non credo. Se non fosse ridotta così male, forse si salverebbe. Un tempo doveva essere una donna da piacere assai.

Basile                            - Olga non la porterebbe dal capitano se avesse un'aria da piacere ancora.

Nikla                             - Olga mangia ed ha ragione e sembra perfino intelligente. Ha detto cose che non sapremmo pensare. E questo perché mangia.

Basile                            - Io non mi fido più neanche delle cose che mi vengono in mente. Hai sentito quello che ho detto a Olga1? Me ne sono accorto dopo, che poteva portare via anche me.

Nikla                             - Già, e poi chi ci racconta la storia della spina d'acacia?

Basile                            - (freddo) Io non posso avere da raccontare tutte le cose che sapete voi. (Si allontana).

Nikla                             - (trattenendolo con il discorso) Vera non torna ancora, Basile! non posso aspettare l'appello di domattina... non te la prendere, di questi qui tu sei il solo che io posso sempre stare a sentire.

Basile                            - Perché ti sembro più disgraziato degli altri? .

Nikla                             - No, perché sei il solo che è rimasto uomo. Oramai qui siamo in mezzo alle bestie; quando tu mi parli e mi guardi, io sento che posso ancora reggere... Tu prima guardavi me, non guardavi Marisa.

Basile                            - Eri in pericolo più di Marisa.

Nikla                             - Da quando sono... così, non ho mai sentito che da questa parte eravamo donne e che lì c'erano uomini. E invece per vivere bisogna sentire qualche volta la mano dì un uomo; ma qui c'è di mezzo tanto filo spinato, e uno sguardo basta.

Anna                             - (entra furtivamente e precede Lucia che non appare completamente in scena) Nikla!... Nikla!... ,

Nikla                             - (piano) Anna, che c'è?

Anna                             - " Vladimiro è qui. È nel fossetto dietro la baracca sei. Ha detto che non può venire qui perché lo vedrebbero dalla torretta. Ti aspetta.

Nikla                             - Dove?

Anna                             - Vedi Lucia? è lì ferma apposta. Te lo indica lei. (Nilcla si muove, ma dall'alto piove una forte luce proiettata dalla cima della torretta. Per non essere scorte, Nihla, Anna e Lucia si buttano a terra, mentre Basile si ritrae nella zona d'ombra prodotta dalla sua baracca).

Lucia                             - (sul fondo, sottovoce) Dice che non c'è tempo da perdere. Ti aspetta dopo la quarta ronda, dietro la catasta di legna vicino all'infermeria.

Nikla                             - (più avanti delle sue compagne) Ma quando?

Anna                             - (a terra, a mezza via fra Nihla e Lucia) Dopo la quarta ronda.

Nikla                             - Non faccio in tempo. Devo prendere con me anche Vera e la devo aspettare.

Anna                             - (verso Lucia) Non può subito, aspetta Vera.

Lucia                             - (verso l'interno, pianissimo) Non può subito, aspetta Vera. (Dopo un silenzio, ripetendo evidentemente le parole di Vladimiro in direzione di Anna) Dice che non si può. Più tardi non si arriva fino alla catasta... Dice che solo uno può prendere... (Pausa).

Anna                             - (a Nihla) Cosa devo rispondere!

Nikla                             - Manderò Vera, se la trovo.

Anna                             - (c. s., verso Lucia) Manda Vera. La va a cercare.

Lucia                             - (c. s., verso l'interno) Manda Vera...

                                      - (Pausa; rispondendo verso Anna) Ha detto che va bene. Per uno c'è posto. Il passaggio è sicuro.

Anna                             - (c. s., verso Nihla) Il passaggio è sicuro. Aspetta. (Dopo un attimo di silenzio, la luce cessa. Anna e Lucia si rialzano; Anna va ad aiutare Lucia a riportare il vaso nella baracca. A folate di vento si ode l'orchestrina degli ufficiali).

Nikla                             - (a Basile) Prova a cercarla. Se venisse da un'altra parte, avvertila tu.

Basile                            - Vladimiro non ha detto che all'infer­meria s'arriva? Passa di là; poi basta attraversare il fossato per trovarsi alla lavanderia. (Nihla cauta­mente esce sul fondo a sinistra, mentre Vitale si trat­tiene nell'ombra e più distintamente si ode l'orchestrina degli ufficiali. Dopo brevi istanti, dalla baracca degli uomini esce Vitale che scorgendo Basile si ferma).

Vitale                            - Fra poco vengono a chiuderci. È un rischio farsi trovare fuori.

Basile                            - Io sto ancora un pò fuori. Rientra te.

Vitale                            -  Non ti fidi più di me. Anche tu ti vuoi mettere con quelli che fanno il colpo stanotte.

Basile                            - Di quell'affare non so nulla. Ma credo che da questo gabbione non si esca nemmeno morti: ci sono apposta dentro le fosse di calce.

Vitale                            - Basile, non mi dici la verità. Se riesci a scappare, non tornare al paese... Hai un buon mestiere nelle mani e anche in città puoi fare fortuna. Io ti voglio bene, Basile: non tornare al paese. Forge andresti a sbattere contro quell'uomo e ti verrebbe la voglia d'ammazzarlo e sarebbe il male tuo più che il suo... Io ti voglio bene, capisci?

Basile                            - Perché ti è venuto in testa che non devo tornare al paese? Hai paura per me... Dimmi la verità, Vitale: tu sai tutto, anche il nome di quello!

Vitale                            - Io sono stato sempre il tuo amico. (Si apre la porta della baracca di centro nel reparto donne e esce correndo una figura di donna scarmigliata, la pazza).

La Pazza                       - (urlando) Staccateli dal palo!.., (Traversa la scena ed esce urlando ancora più forte) Slegateli, vi dico!... slegateli! perché li avete tenuti al palo tutta la notte sotto la neve?... Lì avete uccisi!... Assassini!... Sotto la neve!... (Fischietti di sentinelle invisibili squillano a distanze diverse, come a indicare una adunata in varie direzioni; dopo un breve silenzio, si ode un urlo acutissimo).

Vitale                            - Sono più contento che non cerchi di scappare, Basile. Entriamo in baracca!

Basile                            - Devo vedere se torna la sorella di Nikla... cosa importa a te se al paese m'incontro con quell'uomo?... Cosa t'importa?...

Vitale                            - Di sera hai spesso la febbre e diventi sospettoso. Niente m'importa di lui. Ma non dovresti star fuori a prenderti quest'umido.

Basile                            - Se avessi moglie e fossi come me e l'incontrassi, tu che faresti?

Vitale                            - Non lo vorrei incontrare.

Basile                            - Ma se te lo vedessi davanti all'improvviso!

Vitale                            - L'ammazzerei.

Basile                            - Sì, e anche Martina.

Vitale                            - No, Martina era una donna sola, «.le ha sempre munto le capre e non sa neanche scrivere. Non puoi sapere quel che le è successo.

Nikla                             - (rientrando agitata dal fondo) Basile!... Basile!...

Basile                            - Parla piano!

Nikla                             - È tornata Vera?

Basile                            - No, non si è vista.

Nikxa                            - Alla lavanderia non c'è più, da molto tempo se ne è andata... Temo che l'abbiano uccisa... L'hanno uccisa!... Hai sentito quell'urlo?

Vitale                            - Era la pazza. Ve l'hanno levata dai piedi. Pai presto, Basile. Ti aspetto. (Rientra nella baracca).

Nikla                             - Non capisco più nulla... La colpa è mia...

Basile                            - Rientra anche te, vai in branda! Vera tornerà e domattina la troverai accanto a te sul pagliericcio.

Nikla                             - Non posso stare con le altre senza sapere cosa le è accaduto. (Si ode un rumore cadenzato di passi oltre le baracche di fondo).

Basile                            - Senti? la ronda passa dal piazzale otto. Devi deciderti.

Nikla                             - Volevo che lei scappasse, poi con questi mi sarei arrangiata. Io sola no, perché lei non sa­prebbe difendersi e la. farebbero subito fuori. Va tu alla catasta vicino all'infermeria.

Basile                            - No.

Nikla                             - Hai paura? Ha detto Vladimiro che è una cosa sicura.

Basile                            - Anche tu non hai paura, come me, eppure rimani.

Nikla                             - E tu per chi rimani?

Basile                            - Per te.

Nikla                             - - Perché per me?... perché per me?... Cos'è che mi butti in faccia, la voglia che hai?... Mi bastava che qualche volta tu mi guardassi diver­samente degli altri, come una donna, per sentire la mano di un uomo, per sentirmi vivere; e ora parli all'improvviso come mi dovessi prendere. Perché?... se abbiamo in mezzo questo filo spinato e solo da morti potremmo finire l'uno sull'altro nudi, nella fossa di calce.'

Basile                            - (eccitato) E strappati le vesti, appoggiati al reticolato, che ti possa veder nuda, che provi almeno a toccarti.

Nikxa                            - No, Basile, fermati, non fare così! Io devo credere che sei rimasto qui solo per aiutarmi ad aspettare mia sorella. Solo questo devo credere per volerti bene... (Pausa) Perché adesso non dici più nulla?... Che cosa pensi?...

Basile                            - (dopo una lunga pausa) - Quando hai chiesto per chi rimanevo, ho capito d'aver detto « per te » solo quando all'improvviso mi son sentito il sangue bruciato. E poi ti ho parlato così perché non sapevo dirti diverso. Forse avrei dovuto dirti solo: ti voglio bene. Hai ragione, Nikla, ma con il buon tempo forse ci manderanno ai lavori fuori e potremo stare vicini. Nikla, se il tuo compagno riesce a scappare, potrò provare a farmi scegliere per il servizio che faceva lui; allora, quando da voi muore qualcuna, posso entrare nel tuo reparto.

Nikla                             - C'è troppa rovina attorno a me. Non dire che verrai qui o che staremo insieme. Non può accadere più nulla di buono per noi.

Basile                            - Quando Vera tornerà, anche tu penserai almeno per un momento a una cosa buona. Certo, ora non ci resta che guardare il buio e cercarvi dentro un ricordo da volergli bene.

Nikla                             - Così mi diceva anche Martelli, l'assistente di mio padre che era allora chimico a Varese, in un setificio. Tutti i suoi desideri, tutti i suoi pensieri importanti cercavano sempre alla fine il senso del buio. E invece Martelli preparava i colori e quando io andavo nel suo stanzino tutto pieno di boccette e di ampolle, faceva per divertirmi le mescolanze più strane: dei colori che non avevano più colore e finivano per somigliare alla luce. Quando nacque Vera, ci portò un grande mazzo di fiori che durarono soltanto poche ore, ma che ci fecero ridere un mondo. Aveva cambiato tutte le tinte dei fiori, tenendo i gambi a bagno nelle sue boccette. C'erano rose verdi, garofani neri, viole rosse... dei fiori pazzi come lui. Non sapemmo mai perché poi si uccise. Non era neanche innamorato.

Basile                            - Per noi che lavoriamo sempre al sole nei campi, o a impastare la creta dei vasi il buio è una consolazione. Non è solo un riposo, ma nel buio vengono in mente le cose così grandi che, di giorno, sembra non avere spalle da portarle. E al buio anche si prova il bene che si vuole.

Nikla                             - Io ho paura del buio, perché nella vita che rn'han fatto fare, al buio s'è sempre faticato e rischiato e non c'è stato mai riposo. Saprei pensare a qualcosa di buono se avessi almeno per un momento in mano i fiori pazzi di Martelli, con tutti quei colori ricchi.

Basile                            - Quell'uomo di tuo padre non ha mai voluto bene a una donna, l'hai detto te.

Nikla                             - È vero.

Basile                            - Ma se tu provi a pensare...

Nikla                             - A chi?

Basile                            - Non so. A quando ti sentivi contenta.

Nikla                             - È difficile.

Basile                            - Se hai una lacrima dentro gli occhi e li chiudi, vedi scoppiare tanta luce e trovi per un momento il meglio che hai perduto...

Nikla                             - (trasognata) I fuochi artificiali sulla Vistola... e due grandi boccali di birra... li beviamo così, con le braccia incrociate... Si accendono tutte le girandole, io m'impaurisco, ma per gioco e allora, alla luce che abbaglia, mi stringo contro la tua spalla, Fiodor... Vedi la luce sugli alberi?...

Basile                            - Sugli alberi, per me, quella notte c'era qualcuno, come qui sulla torretta. Anche Martina m'indicava gli alberi. Le pecore di Martina volevano rientrare nell'oliveto di Germinara; se le avessero viste i guardiani del padrone vecchio, le avrebbero sparate tutte e due per la questione dei cinghiali... Ecco, Nikla, anche nei miei ricordi ci sono le luci, tutti una qualche volta hanno in mente delle luci viste prima! le luci di un vacearizzo con trecento bestie là in fondo, le luci di Siderno piccole piccole in fila e più lontane sul mare quelle delle lampare alla pesca... Martina, dobbiamo andare a casa! tre sere indietro hanno preso a coltellate un mandriano dietro la pietra di sant Antonio per un motivo di gelosia. Ed io so che Lucido siede sulla porta alla sera per vederti nassare e ti guarda da bruciarti le vesti... Bada!... laggiù si muove gente ed è meglio riunir le pecore e tornare per il sentiero di sopra...

Nikla                             - Basile!... io vedo Vera nella calce viva!... uno la prende per le gambe, un altro per le spalle... Basile!... Basile!...

Basile                            - Non gridare, non fare rumore. Devi avere ancora pazienza.

Nikla                             - Tu vuoi che ami; e invece, per quanto lo voglia anch'io, riesco soltanto a odiare. Odia anche te, perché tu perdoni, sopporti tutto, e non mi aiuti in questa rabbia che ho addosso.

Basile                            - Anch'io vorrei prepararmi ad ammazzare l'uomo che m'ha portato via la moglie. Poi mi domando come potrei dire le parole di Cristo e come crederanno che le abbia dette prima, con coscienza? Ma è per questo che patisce tutta la povera gente, perché Cristo vuole che perdoniamo. Se ci avesse detto di rifarcì per ogni male avuto, a questo mondo avremo visto più sangue, ma dopo si sarebbe conosciuta la giustizia, proprio com'è.

Nikla                             - (con un urlo represso guardando verso il fondo a Vera che entra appressandosi in silenzio, stranita) Vera!... Vera!... (Nilcla la prende il viso fra le mani) Come sei calda!... perché non parli? Che ti è successo?

Vera                              - Non posso dirlo!... (Scoppia a piangere).

Nikla                             - (accarezza la sorella in silenzio; poi si volta a Basile) Hai sentito? ...non ci lasciano pensare al bene nemmeno un minuto... ed io dovrei perdonare!.. I santi sono dei pazzi...

Basile                            - Se ora potessimo sedere sul muretto davanti alla mia casa, dove si vede il mare, crederemmo che prima non fosse mai successo niente.

Nikla                             - Non piangere, Vera!

Vera                              - (singhiozzando) Mi hanno fatto mangiare e bere tanto... ho mangiato buone cose, Nikla, proprio come loro... Ho mangiato tanto fino a stare male... Eravamo al caldo vicino al caminetto... sai, un fuoco alto e bello, come nelle case!... Non sono più capace di mangiare e mi è venuto da vomitare e mi hanno condotta in un'altra camera... Allora, mentre ero ancora piena di nausea... (Singhiozza con estrema disperazione) Nikla!... mi hanno detto che qui, sul braccio, mi marcheranno una scritta: «per ufficiali»...

Nikla                             - Basile, cosa possiamo fare?... La mandano al postribolo, capisci?

Vera                              - Vuol dire che sarà così tutte le sere, Nikla?... Non è possibile!...

Nikla                             - Se tu fossi tornata prima, ti facevamo fuggire con Vladimiro. Certo, per rappresaglia, quando l'avessero scoperto avrebbero finito per impiccarmi, ma almeno questa volta il capitano Peter... (Si odono sirene vicine e lontane, raffiche lontane di mitra).

Basile                            - Nikla! che li abbiano scoperti?... bi­sogna rientrare subito. (Si muovono per separarsi, diretti alle rispettive baracche, ma in quel momento il riflettore della torretta: si accende e li investe. Si odono tre brevi colpi di fischietto) Ferme!... ferme!... e alzate le mani!... (Basile, Nilcla e Vera si arrestano impauriti a mani alle nel cono dì luce).

Nikla                             - (piano) Vera, non muoverti!

Vera                              - (agitata) Sotto la doccia ghiacciata si impazzisce!... (Rumore di passi che si avvicinano).

 Nikla                            - Vera, sta tranquilla!... Vera!...

Vera                              - (scatta, abbassando le braccia ed urla) Non voglio ingrassare per voi assassini!... Non voglio mangiare vicino al fuoco e vomitare nel vostro letto!... (Sale di colpo sul praticabile die forma un rialzo di suolo al fondo, una raffica di mitra dalla torretta Vabbatte).

Nikla                             - - Vera!... Vera!... (Sta per lanciarsi sul corpo della sorella. Squillo acutissimo di sirene).

Basile                            - Fermati, Nikla!... Sparano anche a te!...

Nikla                             - (singhiozzando) Vera!... Vera!...

Basile                            - Cristo, perché non li hai ammazzati allora?... (Sirena ancora più acuta).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Soprastante il paese, sullo sfondo degli oliveti che digradano al mare, la sommità nuda di un colle che, nella sacra rappresentazione, significa il Calvario. Nel mezzo sono erette due grandi croci con i supporti per posarvi i piedi dei crocefissi; attorno, a terra, vi sono alcune pale, picconi, rotoli di fune ed una scala a pioli. Fra le due croci, allineate, è pronto la scavo per infiggere la terza, quella del Cristo.

(Uomini e donne, saliti per assistere con devozione alla scena ultima - la crocefissione - sono in gruppo sul fondo e pregano, facendo saltuariamente da coro ai discorsi dei personaggi con devote lamentele. Due operai, Biase e Pantaleo, stanno rincalzando alla base con le pale le due croci già erette. In primo piano, accanto alle croci e agli operai, sono in piedi Lucido [il Longino'], Valente [il cattivo ladrone] e Mauro [il buon ladrone]).

Valente                         - Questa volta faremo tardi, finiremo al lume delle torce.

Mauro                           - Tanto meglio, ci sarà anche un guadagno: molti forestieri saranno costretti a mangiare e a passare la notte in paese.

Valente                         - Purché la gente con le torce non venga sotto la mia croce: un anno ebbi da soffocare. E poi a casa m'aspettano quelli di San Biase che vogliono comprare i miei aranci.

Mauro                           - Non vendere ancora, dammi retta. Il prezzo deve andare su; sono gli ultimi.

Lucido                          - (parlando da solo, appoggiato alla lancia) « ... nel nome del Padre che regna nei Cieli io vi dico: Chi lascia una moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio con questa e se la moglie ripudia il marito e prende un altro uomo, essa pure diviene adultera. In verità vi dico: guai a loro, essi sono fuori dalla Legge di Dio... ». (Pianta la lancia in terra con rabbia e si volta ai compagni) Questa frase del Vangelo la potevo dire io, che tengo sempre la moglie rin­chiusa in casa e al catenaccio della finestra ci metto un capello annodato per vedere se l'apre.

Mauro                           - E se l'apre e ce ne rimette un'altro!

Lucido                          - E dove lo piglia rosso? Io ci metto i miei. Volevo dire che a Basile quella frase non sta in bocca, se no gli buttano i fichi d'India.

Biase                             - (voltandosi) Pensate che, tre ore fa, davanti al tempio dei farisei, predicava che bisogna ammazzare tutti i cattivi perché se no la guerra ricomincia e la miseria non finisce.

Lucido                          - Ah, così ha detto?... bene!

Pantaleo                        - Certo, ha detto bene.

Mauro                           - Se vuole farci la pelle per pigliarsi la roba nostra, una volta o l'altra lo trovano steso in terra con una fucilata nello stomaco.

Lucido                          - Sono stato provveduto io a benedire le pecore e a macellare i montoni neri; nei montoni neri ci sta il demonio... Certe volte, Basile ha la voce impazzita. Io non mi fido!

Valente                         - (a Mauro) Ah, gli vuoi sparare?

Maubo                           - Io, no.

Valente                         - Ma hai paura che ti prenda la roba tua. Perché? Ha parlato di te?

Mauro                           - No, perché non gli conviene.

Valente                         - Ma hai paura che ti prenda la roba tua. Vuol dire che sai d'averla guadagnata male.

Pantaleo                        - A qualcuno bisognerebbe spaccare la pancia con questo piccone. Nemmeno il chinino per la malaria, ci danno, nemmeno il grano muffito che mangiano i porci, perché devono ingrassare i porci. Mia moglie scava cipolle selvatiche... A qualcuno apriremo un giorno o l'altro la pancia per prendere fuori un po' di pane bianco.

Lucido                          - (si avvicina alle croci e prova se sono state infisse bene a terra) Mi pare che reggano.

Biase                             - Nel salire, fate attenzione di appoggiare la scala da questa parte. Ho messo una zeppa di rinforzo dietro.

Valente                         - (o Mauro a seconda delle diverse comples­sioni fisiche dei rispettivi interpreti, provando a sua volta la stabilità delle croci) Questa è piantata meglio; la prendo io che sono più pesante.

Mauro                           - (o Valente c. s.) Oh... state attenti di legarmi bene. L'anno della frana grande che tirò giù la strada del Ponte, ho creduto davvero di morire appeso: non potevo appoggiare i piedi e tutto lo sforzo lo feci con le braccia tese.

Valente                         - (o Mauro) Mi ricordo, quella volta, ma ti stava proprio bene! M'avevi venduto le castagne secche tarlate dentro come spugne.

Mauro                           - (o Valente) E tu le macinasti lo stesso e rivendesti tutto per farina dolce di prima qualità. Hai memoria solo... (siede a terra accanto ad una enee) ...per le cose mie.

Lucido                          - Mi raccomando, non cominciate a litigarvi prima del tempo : e sulla croce ditevi le parole del Vangelo e non parlate di castagne secche, se no la gente penserà che siete ladri in terra quanto appesi per aria.

Biase                             - Avete ancora bisogno?

Valente                         - Per tirarci sulla croce, ci aiuteremo fra noi e se mai chiameremo qualcuno di quelli là.

Biase                             - Allora ce ne possiamo andare. Vorrei arrivare in tempo a vedere mia figlia che fa la Veronica. Vi lasceremo un piccone ed una pala. (Anche il secondo dei ladroni si siede accanto al prim,o).

Mauro                           - D'accordo.

 

Pantaleo                        - Sarebbe più semplice una fucilazione. Io sì che saprei mirare senza sbaglio.

Biase                             - Morsicati quella lingua sacrilega!

Pantaleo                        - Ma io non penso mica a Cristo. Lo sai a cosa penso io.

Biase                             - (agli altri) Fate bene la vostra parte, nel nome di Dio. (Se ne va insieme a Pantaleo).

Valente e Mauro           - Grazie.

La Gente                       - « A flagello terraemotus, libera nos Domine! ». (Musica).

Lucido                          - Quando la Congregazione mi ha detto di prendere un'altra parte invece di quella di Cristo mi è piaciuto Longino. Almeno, con la lancia, gli potrò dare una buona puntata in un fianco da lasciargli il segno.

La Gente                       - « A peste, fame et bello, libera nos Domine! ... ». (Musica).

Mauro                           - Potevi metterti coi flagellatori; ci avresti avuto più gusto.

Valente                         - E poi perché t'arrabbi? Siamo stati sempre d'accordo che prendevi il suo posto per quando era via. Non t'hanno mica offeso a ridargli quello che qui in paese è stato sempre un diritto degli uomini di casa sua.

Lucido                          - E allora, a sentir voi, non hanno nem­meno insultato la Chiesa? Siete tutti diventati spu­dorati. Il Cristo vivo amante di un'ebrea e la moglie nelle mani d'un altro... Se Dio è giusto, fra poco abbiamo da vedere spaccarsi questo monte e inghiot­tire le croci.

Valente                         - Tu parli così, perché finora, alla finestra, hai trovato sempre il capello rosso annodato.

Lucido                          - Se stesse in me, a quelle due donne gli darei il castigo dei turchi quando venivano a rubare nelle nostre parti. Quelle che si litigavano un uomo, le incastravano nude coi piedi nello stesso ceppo l'una di fronte all'altra, a mani libere. Gli davano per ciascuna un coltello lungo mezzo dito e le lasciavano fare finché s'erano spennate per bene.

Valente                         - Tutti ora vorreste dare addosso a Martina, come a una bestia: ma dentro di voi, di notte, la sognate e spaurite che vostra moglie se ne accorga. Vorreste prenderla a sassate perché non si creda che vi piace, e più che altro per la rabbia che non vi ha dato retta. Quando Basile andò via, Antonio le scaricò fino su in casa un sacco di farina dolce... E anche a te     - (indica Lucido) piaceva; e uscivi col fucile come per trafficar di caccia ,e invece stavi le ore vicino al fontanile ad aspettare che venisse a lavare.

Lucido                          - Non è vero! Io non l'ho mai guardata. Mi fa schifo.

Valente                         - Tutti l'avete guardata! E ora ce l'avete a morte con Basile proprio perché si è fatta scappare la più bella pecora del paese e non l'ha parata verso il vostro orto... (A Mauro) So anche che tu le chiedesti di venire su alle carbonaie di Reventino per far da mangiare.

Mauro                           - A me e alla mia gente in montagna fa da mangiare mia moglie.

Valente                         - Hai preso la Comunione questa mattina, e non dici la verità!

I Penitenti                     - (ancora invisibili dietro il monte) « Stabat Mater dolorosa, juxta Crucem lacrimosa, dum pendebat filius... ». (Musica).

Valente                         - Tutti avete cercato che Basile lasciasse disteso Vitale, così lei restava senza uomo: allora sarebbe diventata il comodo del paese. Avreste sputato in terra quando passava, ma dopo esservi rivoltati nel letto per la smania accanto a vostra moglie, al mattino presto l'avreste aspettata di nascosto dietro gli alberi per portarvela con l'asino in montagna.

Mauro                           - Mi sembra che sei tu ad aver persa la pace per Martina e a volere che ci si scanni per lei.

Lucido                          - (dopo una pausa, verso la gente che è im­mobile sul fondo) Ehi, laggiù!... la vedete salire la processione?

Uno della Gente           - Sono altri che vengono su pregando.

Lucido                          - (a Mauro e Valente) Ecco, io credo di avere capito cosa è. C'è gente che in questi anni, per forza, ha dovuto andare lontano, e c'è chi è rimasto qui a badare alle cose sue. Ora, quelli che hanno dovuto lasciare i mestieri, si ritrovano delle mani diverse, e gli verrebbe di fare tatto come hanno im­parato per via. Per forza nel paese non si va più d'accordo perché ci sono due specie di mani: le nostre e le loro... (Interrompendosi perché si è accorto che è silenziosamente entrato Vitale) Vitale... Vitale, perché sei venuto1?

Vitale                            - Perché non torno a sedermi sul muretto in piazza, non posso camminare dove vanno gli altri? Se avessi seguitato a venirci, mi avreste ancora stretta la mano... Almeno tutti quelli che si trovano le mani come le mie, come dicevi tu.

Lucido                          - Eh, no. Uno non ti avrebbe stretta la mano.

I Penitenti                     - (appaiono dalla costa, avanzano con strano atteggiamento, ricurvi guardando a terra. Oli uomini sono « incordati », cioè avvolti con grossi funi; le donne a piedi nudi e con i capelli sciolti. Conducono anche una o due capre vestite con scialli di seta, ornate di monili alle corna e di collane al collo. Cantano in maniera lamentosa ed ogni tanto baciano il suolo) « Cujus animan gementem, contristatam et dolen-tem, pertransivit gladius! ». (Musica).

Mauro                           - (a Vitale) Potevi fare anche te una peni­tenza, oggi. Ti avrebbe aiutato, in faccia a tutti, per ritrovare un po' di stima.

Vitale                            - La penitenza mìa l'ho già fatta.

I Penitenti                     - (giunti nella zona delle croci fanno inginocchiare la capra e, in ginocchio alla loro volta, cantano) « Nigro 'u sole s'astutao 'a Maronna strazza 'u velu c'u bon Jesu ne spirao subra 'a Cruci, ciange 'u Cielu. Petru, Janni e Arimattia, Pietà per l'anima mia »! (Musica).

(Baciano la terra e si rialzano per andare).

Lucido                          - (ai penitenti) Avete visto se la Veronica gli ha già asciugato il viso col panno?

L'Uomo penitente         - Abbiamo fatto la devo­zione di arrivare quassù con la faccia in terra, se finiva la malattia nel bestiame.

 Lucido                         - Ma la Veronica era lì sotto al bivio...

La Donna penitente      - Chiedetelo ai vostri paesani e non intrigatevi di noi. A Pagliarelle la ricotta vostra si dà ai maiali. (I penitenti escono dal fondo, riprendendo la seconda metà del mottetto precedente).

Valente                         - Gente selvatica... le donne portano il coltello nascosto fra i capelli...

Mauro                           - ... i morti li fanno rotolare con la bara per una frana per arrivare prima al cimitero, e le donne dietro a urlare.

Vitale                            - E voi non siete meglio per la grandezza che date alla gente quando muore. Crepano tante mosche, topi, passeri e nessuno fa storie. Bisogna imparare a far morti come il raccolto.

Valente                         - Che bai, da non parlar giusto?... C'era bisogno di venire con la scure quassù?

Vitale                            - Sto lavorando nel bosco. Ah!... Ah!... questa sera avete paura tutti. Dite la verità che v'aspettate un guaio, se mi trovo con Basile.

Valente                         - Non è bene che tu l'incontri qui.

Vitale                            - Bè, che importa? Ci potremo anche am­mazzare, ma noi non ci vogliamo male. Lui solo può capire perché gli ho preso Martina, e io solo so perché ha portato qui Nikla. E quando le perderemo, solo noi due ci sapremo compiangere. In questi anni abbiamo imparato ad ammazzare senza rabbia, a prendere le donne senza voglia, a rubare senza guadagno. Nessuno vuole bene a Basile come me.

Lucido                          - (ridendo) Il bene che gli voglio io. Il bene di Giuda.

Vitale                            - No! No, io gli voglio bene. Per un anno intero c'è voluta tutta la mia forza a tenerlo su, che non cascasse come uno straccio, perché se mollava era finito. E quando, se Dio vuole, tutto è andato per aria, Nikla gliel'ho portata in braccia per tre giorni perché non rimanesse sotto i piedi di quelli che scappavano e di quelli che venivano.

Valente                         - Non vorrai dire queste cose a Basile sotto la croce, spero.

Vitale                            - Le dirò proprio qui, in faccia alla gente, se mi pare. Tutto il paese si è impastato nelle cose mie, e ho diritto di rispondere. Qui stasera li trovo tutti.

Mauro                           - È un anno che vi girate attorno. C'è tanto bosco per spiegarsi senza disturbare il Calvario.

Valente                         - Ma non capisci che qui le persone non sono se stesse, sono un'altra cosa?

Vitale                            - Già, ma il Calvario siamo noi. Per voi qui finisce la festa, e poi si va a mangiare e a bere.

Lucido                          - Bada, Vitale, la festa ha la sua regola e noi ti impediremo di metterti di mezzo con e se che non c'entrano.

Vitale                            - Ho capito. Non mi lascerete mai aver ragione.

Una Voce lontana         - (dalla valle) Ehi!... gente lassù... scendete! (Le persone sul fondo si protendono in ascolto e scambiano cenni a" aver capito verso V in­visibile, mentre la voce prosegue indistinta. Lucido va verso di loro per sentire. Mauro, Valente e Vitale fanno attenzione verso quella parte. La gente raccoglie le proprie cose e se ne va dal fondo, mentre Lucido torna verso il gruppo presso le croci).

Valente                         - Ma che hanno?

Lucido                          - Dicono di tornare giù perché la Passione è finita. Hanno ammazzato un uomo.

Mauro                           - Un uomo!

Valente                         - Chi?

Lucido                          - Dicono che è stato in piazza. Altro non s'è capito.

Valente                         - Venti anni fa, mi pare, fu preso a coltellate uno di Spadola che era venuto a fare il galletto, ma la Passione arrivò alla fine. Del morto in terra se n'accorsero appena quelli che erano intorno.

Mauro                           - E se questa volta è stato uno vestito in processione? Porse la gente si è impaurita. Bisogna raccogliere gli arnesi.

Lucido                          - Anche la scala. (La indica e Valente da solleva) Sarà il caso di scendere subito: la Con­gregazione vorrà fare l'adunata.

Vitale                            - Fermatevi!... sentite, vi devo dire la verità. Voi soli saprete la verità.

Mauro                           - Cosa c'è?... Avanti!

Vitale                            - Ero venuto qui... (fa un gesto espressivo come a trafiggere) per lui.

Lucido                          - Devi dire tutto. È Martina che...

Vitale                            - Non è vero! Ora lasciatemi in pace. Martina non sa nulla.

Valente                         - E tu, l'avresti fatto, mentre lui era lì?

Vitale                            - No, con la croce dietro non mi sarei rischiato. Dopo, quando si fosse levata la corona di spine e messo addosso il mantello, lo avrei chiamato con me... Credetemi, dopo.

Lucido                          - Dopo, è già meglio.

Valente                         - No, meglio è che scendiamo subito: con quel che c'è staio avranno bisogno anche di noi. (Sta con gli altri per uscire portando gli arnesi, mentre Vitale resta immobile, quando dal fondo entra Basile. Egli porta ancora la tunica rossa stracciata di Cristo, ma non ha più in testa la corona di spine).

Basile                            - (allucinato) Lasciate in piedi le croci! Ce ne stanno quattro appesi per il collo.

Valente                         - Che fai qui solo?

Lucido                          - Dove sono gli altri?

Basile                            - Guardate. La corda c'è. Ogni croce sono due forche.

Vitale                            - (buttando la scure che ha in mano) Non volevo farti nulla, credimi.

Basile                            - Ah! Vitale!.... Sei venuto, finalmente. Devi avere grande paura di me se per rivedermi hai aspettato che fossi appeso alla croce.

Vitale                            - Finché eri lassù, sarei rimasto in ginocchio come gli altri.

Mauro                           - Ma ti abbiamo chiesto perché sei venuto qua solo. Rispondi.

Basile                            - Non sono solo. Mi tiro dietro la mia disgrazia che non riesco neanche a perderla per la strada.

Martina                         - (entrando affannata di corsa) Basile, non fermarti. Basile, va avanti, fino su alle carbonaie.

Basile                            - (fermando Martina col gesto, rivolgendosi a lei e a Vitale) Era meglio per le cose vostre, che fossi morto sulla croce. Sareste stati finalmente liberi. Questa volta non muoio io... non morirò, Vitale!

Martina                         - Ma io non voglio essere libera, e lui non può seguitare con me. Noi tre non resistiamo più nello stesso branco. Lui ha qui la sua, casa e il bosco da lavorarci. Io col primo carro che passa me ne vado in Aspromonte, da Nedda, alla raccolta dello zafferrano. Non ti voglio più vedere, Basile, non pensare che ti venga ancora dietro, ma devi far presto. Se vuoi, passo da casa tua, ti prendo un poco di roba e te la porto su alla pietra di sant'Antonio.

Vitale                            - Ha ragione. Ormai dobbiamo andare ognuno per la nostra parte.

Basile                            - Ora no! (A Vitale) Ora devi restare con me. Io sono venuto quassù per fermarmi.

Martina                         - Ma non puoi fermarti, devi scappare, finiranno a cercarti anche qui!

Mauro                           - Insomma, cosa avete fatto laggiù?

Martina                         - Se mi ha messo le mani addosso, se mi ha bastonata, se m'è venuto contro col coltello, cosa ve n'importa a voi? È ancora mio marito e lo può fare.

Lucido                          - Da giù hanno gridato che è stato am­mazzato un uomo.

Basile                            - A un certo punto ammazzare è utile e buono come far dei figli.

Lucido                          - E questa volta chi è andato con la faccia in terra?

Basile                            - Sono venuto apposta sul Calvario per cambiare la regola.

Mauro                           - Chi hai ammazzato?

Basile                            - Pilato.

Valente                         - Ma che dici, sei pazzo?

Vitale                            - Hai ammazzato Nicola?

Martina                         - Non avvicinatevi. Non lo toccate. A voi non ha fatto nulla.

Vitale                            - (raccogliendo la scure e guardando minaccioso Lucido, Valente e Mauro) Nessuno lo tocca. Ma non basta che si nasconda su alle carbonaie. Deve andare più lontano.

Basile                            - Questa volta non ha fatto a tempo a condannare Cristo.

Lucido                          - Chi non ha fatto a tempo? Assassino!...

Mauro                           - (calmandolo col gesto) Questi sono fatti loro, lascia stare; noi non c'eravamo.

Lucido                          - Ma ci hanno chiamati giù!

Mauro                           - Bè, andiamo.

Martina                         - Fino che lui è qui, voi non vi muovete.

Valente                         - Vado io, Martina, Di me vi potete fidare. Qualcuno deve scendere, se no verranno a cercarci. (Lisce).

Vitale                            - Hai ammazzato Nicola!...

Basile                            - Niente pazienza, niente perdono... Se Cristo allora avesse fulminato Erode, Pilato, i farisei, i cattivi non sarebbero mai montati su e i buoni non avrebbero aspettato di morire per con­solarsi... Cristo ha sbagliato allora, me oggi ha fatto giusto e Pilato non comanda più.

Mauro                           - Tu bestemmi!

Lucido                          - No, non puoi bestemmiare così. Tu fai il pazzo e sei venuto fin qui perché il paese ti prenda per pazzo; ma in galera ci finisci lo stesso, perché un motivo ci deve essere per avere ammazzato Nicola.

Mauro                           - (a Lucido) Ti ho detto che questi sono fatti loro e noi, grazie a Dio, possiamo star dietro la finestra.

Basile                            - Si è lavato le mani davanti a me. Voi non l'avete guardato, ma teneva due occhi come quelli di Olga. Come quelli dell'uomo di Argirò, del tenente... Quando rubarono nello stipo dì Argirò, il suo uomo cacciò via me, perché ero il più piccolo dei garzoni e non potevo difendermi! ma lo sapeva che non avevo rubato.

Martina                         - Perché ora ripensi a questa gente che mai più incontrerai nei tuoi affari? Bada per te, invece.

Basile                            - C'erano tutti. Anche il tenente che tirava a sorte con i bigliettini a chi toccava andare nei posti da morire. E quella volta lesse il mio nome, ma non c'era scritto . e, perché non sapevo leggere, la cosa fu ingiusta. Ora non ci sono più, Martina.

Martina                         - (guardando Lucido e Mauro) Ma c'è n'è rimasti di peggio.

Vitale                            - Vieni, Basile, ti faccio strada per il castagneto.

Basile                            - No, io devo restare qui. Nessuno può mettere più Cristo sulla croce. Io aspetto qui i più disgraziati, che per quello che hanno visto hanno trovato il coraggio e tireranno su per il collo i peggiori. Cristo ha da adoperare le croci rimaste libere.

Lucido                          - Quando Cristo ero io, alla fine la Con­gregazione distribuiva il grano ai poveri, e prima di cominciare il digiuno del Venerdì Santo, ci si dava il bacio davanti alla chiesa.

Mauro                           - (a Lucido) Non stare a far discorsi. Dovrà farli lui, lìsci e precisi, quando gli tocca. Noi ce ne andiamo... e non vi abbiamo visto.

Martina                         - (a Basile) Li lasci andare?

Lucido                          - Ormai è tardi, non passiamo nemmeno per il paese.

Basile                            - Troveranno chi li riporta su. (Liucido e Mauro escono).

Vitale                            - Ora che siamo soli, e che ci incontriamo dopo tanto tempo, e non ci vedremo più, senti Basile. Hai detto che Cristo quassù deve dare la sua parte a chi ha fatto del male. Non so come da solo puoi rimettere tutte le cose a posto, e gli altri ti lascino fare. Per me, Nicola era un brav'uomo e ti voleva bene... ma io certo ti ho fatto del male, e allora, se vuoi comincia da me.

Martina                         - (a Basile) Mi hai perdonata. Ma poi all'improvviso tutto è cambiato, quello che era scritto e sì credeva giusto. E allora anche quello che m'avevi detto non conta, ed è giusto così.

Basile                            - È tardi, è troppo tardi. Prima dovevo farlo e non ho potuto. E ora non devo fare le cose per me. Non devo più sapere che ho avuto la moglie, gli amici, le disgrazie mie. Sono qui per le disgrazie degli altri. Andate via! Io sono solo.

Valente                         - (entrando con Nikla) Ecco. È ancora qui.

Nikla                             - Basile!

Basile                            - Perché sei tornata indietro?

Nikla                             - Mi ha richiamato Valente.

Valente                         - (a Nikla) Parlategli voi. Vi faccio aspettare dal garzone con l'asino sotto le Timpe Rosse. Potete passare attraverso i lentischi, non vi vedrà nessuno. Io è meglio che torni in paese a vedere come si mettono le questioni. Fate presto. (Esce).

 

Nikla                             - (a Basile) Non devi farti prendere. Vieni via con me. Stanotte saremo già in mare.

Martina                         - Perché deve venire via con voi? Per darsi alla macchia bastano questi boschi e per aiutarlo e per dargli da mangiare ci siamo noi.

Basile                            - Andatevene tutti! Non posso sentire Valente che vuol portarmi via con l'asino e te che vuoi tirarmi non so dove per mare, e te che vuoi nascondermi in montagna. Via, via tutti, non posso sentire nemmeno le vostre voci. (Lunga pausa durante la quale Basile sale sul praticabile centrale, jra le croci, in ascolto) Ecco, ecco la banda. Senti Vitale? La banda che viene su.

Vitale                            - No, la banda nei giorni di Cristo morto non la fanno suonare.

Basile                            - Ma io la sento... la sento Vitale, anche tu la senti, vero? e anche tu Nikla? (Procedendo verso Martina) No... no... tu no. (A Vitale e a Nilcla) È davanti alla cucina e noi siamo arrivati in due squadre, e suonano forte una musica allegra. Ci ha accompagnati fuori del campo come le altre volte, quando si lavorava al legname. Sotto la scarpata della ferrovia Marcel, il parigino, mi dà uno strattone e per forza mi fa finire in mezzo alla sua squadra, e si ferma. Lui sapeva cosa s'andava a fare. E la banda suona una musica sempre più forte, una musica come da ballare. E quelli che erano prima con me sono schiantati uno addosso all'altro e noi abbiamo fatta la buca. Davanti alla chiesa tutta la notte    - (verso Martina) hanno suonato la musica, ti ricordi? quando prese marito la figlia del tuo padrone. E voi eravate in mezzo alla strada coi letti sul carro, che v'avevan cacciato dall' oliveto di Germinara. Le olive di ottomila piante dovevano marcire per ingrassare i cinghiali da far sparare ai suoi amici. E anche i miei fratelli non ci vollero in casa e ci diedero appena il basso dietro la stalla, perché allora ti presi cosi disperata e ti sposai. I cinghiali di Germinara. La gente moriva di fame per i cinghiali. E a te, Nikla, hanno levato il paese, la casa, i parenti e ti facevano cascare sotto le pietre, e tua sorella te l'hanno am­mazzata perché non voleva sfamare i cinghiali. Ti hanno strappata la pelle a frustate, Vitale, e ora tu, il bulgaro, la vecchia che diceva sempre le preghiere, il parigino, e tutti quei disgraziati che non si facevano capire a parlare, i morti con la banda, quei bambini che sentimmo urlare tre notti tra le case bruciate, tutti mi avete mandato qui. Ci sono venuto. Non siete contenti? Ci sono venuto perché sul Calvario cominciassero a piangere solamente i cattivi. (Dopo un silenzio, sedendo affranto) Perché non rispond te?

Vitale                            - Hai ricominciato a parlare come allora. Ecco, e voi due siete seduti in terra con la schiena curva, come quando ci passavano dietro le sentinelle. Non si può rifare i conti sempre da principio. Io mi sono fatto una scure nuova per tirare giù le piante che sono cresciute in questi anni, e tu hai lasciato la cava vicino al fiume e hai cercato la creta sotto le Timpe Rosse.

Nikla                             - Non sento più dietro a me le sentinelle e se m'è venuto di piegare la schiena dipende dalle cose nuove che ho davanti. Non voglio che tu parta con me per nasconderti, Basile, ma per continuare a fare, se vuoi, quello che qui è forse inutile e non sempre giusto. Dovevo dirti che sono venuti i miei vecchi compagni a cercarmi e che quando loro vogliono io devo seguirli, ma ho preferito lasciar credere che la mia partenza avveniva per meritarti il rispetto dei tuoi paesani.

Martina                         - Ma se non venivano sareste rimasta; e perché allora non vi presero, siete finita qui a cercare una casa e l'aiuto di un uomo. È questo il bene che si vuole dalle vostre parti? Io in quest'anno vi ho guardata dentro gli occhi giorno e notte, anche quando stavate chiusa in casa con lui. Montavo sul muro della fontana e vedevo dentro la camera il mio letto. Vi ho guardata, vi ho guardata e ho capito che avete occhi che non vogliono bene. E quella volta che lui era via e sono venuta a comprare una vozza, per entrare nella mia casa, e vi guardavo e vi ho buttati i soldi senza parlare e ho pregato Dio che mi diceste qualcosa per potervi mordere la faccia, ho visto per caso il pane sull'asse, un pane piccolo, senza la croce sopra. Voi non ci Credete, lo so, ma se gli volevate bene non gli avreste dato il pane scomunicato. Sono scappata su per i campi e m'è venuto da piangere.

Nikla                             - E se voi aveste voluto bene, l'avreste aspettato. Io sì, che l'ho amato e ho creduto di poter restar qui tutta'la vita a lavorare con lui, distaccata da tutti i miei morti. Invece sono una parte viva di loro, e se anche per amore mi sono sentita debole e ho avuto bisogno di venire a scaldarmi verso il sole, ora so che devo seguitare anche per loro. Sono stata vile.

Martina                         - Siete vigliacca!

Basile                            - Perché gridi contro chi ha riaperto la porta che avevi lasciata inchiodata con due assi e ha rifatto il letto e ha spazzata la casa?

Martina                         - Perché è falsa, perche imbroglia con le parole.

Nikla                             - (a Martina) Siete voi che non avete il coraggio di capirle, perché la colpa è soltanto vostra. Se avessi saputo che Basile aveva ancora una moglie che l'aspettava a casa, mi sarei strappata da dosso il bene che gli volevo e non sarei venuta in questo paese.

Basile                            - (a Martina) Tu spargi la colpa sugli altri perché ti scotta in mano, e non la puoi reggere. Siamo tornati insieme noi tre, una notte. E venendo su dalla stazione per la salita, ho capito che tutti e tre si pensava a te... Ma credevo che tu (a Vitale) lo facessi perché ti facevo pietà. Alla pietra di sant'An­tonio, a un tratto mi hai salutato quando ci si doveva mettere d'accordo per ritrovarci a bere con gli amici. Io e lei   - (indica Nilcla) siamo arrivati davanti alla casa senza sapere più parlare e tremando. Speravo di ritrovarti - (a Martina) e avevo paura. E anche lei forse. In paese nessuno mi diceva mezza parola e io duro, perché non volevo che si accorgessero che ti cercavo. Alla fine, quando non ne potevo più, presi di petto Antonio e lui me lo disse. Ti dovevo ammazzare subito, (a Vitale) ma avevi patito quanto me, e s'era stanchi.

Martina                         - (a Basile) Hai paura a dire che non t'importava più di me, perché avevi lei! Ma se venivo a guardarti attraverso la siepe quando lavoravi la creta, e piantavo gli occhi nello stomaco a questa donna, non credere che io sia andata con lui soltanto perché non sapevo con chi andare. Ci sono andata perché un giorno ho sentito che il flato non mi reg­geva più senza di lui, e lui non voleva nessun'altra.

Vitale                            - È questo!... Per te (a Basile) essere finito lassù diventava un'ingiustizia, per me un castigo. Io;; me l'aspettavo un castigo, e ho capito che era il mio, giusto, quando ho trovato te. Non parlavi che di Martina, che ormai era più mia che tua, e io dovevo farti coraggio come fosse solo tua. Mi spiegavi come m'avresti ammazzato senza sapere che ero io, e io dovevo aiutarti ad ammazzarmi. Tu potevi urlare e anch'io avevo voglia di urlare e non potevo. M'era toccato addirittura che tu mi dormissi vicino per tenermi sveglio la notte a doman­darmi di lei. Sì, ti ho aiutato a campare, eppure sono quello che t'ha fatto il male peggiore.

Basile                            - Era meglio che tu mi lasciassi andare come quel vecchio, il professore.

Vitale                            - E come dovevo fare questo contro di te, se alla fine non sono andato addosso neanche alle guardie che m'avevano rotto le ossa?

Nikla                             - Siamo rimasti al mondo tanto pochi, che facevamo il nostro dovere. L'hai visto anche tu morire di fame il professore.

Vitale                            - E Margarita, con tutti i suoi rosari, gli ha strappato i denti d'oro. (A Basile) Tu hai sepolte vive nella calce due sentinelle.

Basile                            - Avevano sparato addosso a Vera.

Vitale                            - Olga..

Nikxa                            - Olga aveva impiccato con le sue mani Marisa e il parigino.

Vitale                            - E tu l'attaccasti ai fili dell'alta tensione e passasti la corrente in tre volte perché si bruciasse più adagio.

Martina                         - Bestie, eravate!

Vitale                            - Era difficile tornare cristiani. Tu qui, da casa, non hai saputo queste cose e non ci puoi intendere. Eravamo tanti e tanti, da ogni parte, e non si capiva neanche a parlare fra noi e si andava avanti a segni. E ci hanno fatto tutto il male possibile e non se ne aveva colpa, e non si contava niente.

Basile                            - Allora anche tu, Vitale, sai perché ho ucciso Pilato.

Vitale                            - Lo so. Ma chi è morto? (Basile china il capo affranto).

Martina                         - (guardando a sinistra richiamata da un rumore) C'è gente che viene su per il bosco.

Vitale                            - (che, stando alla parte opposta, guarda verso il fondo) Sì, stanno arrivando anche dal Salto del Lupo.

Nikxa                            - (alzandosi con improvvisa decisione mentre Basile resta immobile) Se passo in costa alla frana e giro dietro le acacie, posso arrivare alle Timpe Bosse senza che mi vedano?

Vitale                            - Dopo le acacie scendi diritto all'Arco dell'Acquedotto e subito ci sei.

Martina                         - (a Nikla) Ora avete paura di restare eoa lui.

Nikla                             - Di andarmene ho paura, e di lasciare... la sola pace che avevo trovato. Fra quattro giorni devo essere a Porto Said. Stanotte ci imbarchiamo di nascosto e se tutto va bene ci arriveremo Quando si comincia, si deve finire. È anche per te, Basile.

Basile                            - (rialzando il capo a guardarla, stupito) Ora so che mi hai voluto bene.

Nikxa                            - (esce sul fondo mentre Martina, e Vitale la guardano).

Basile                            - Nikia!

Martina                         - Perché la richiami?

Basile                            - Perché lei avrebbe le parole per aiutarmi a dire a questa gente cosa gli uomini hanno fatto agli nomini e quello che c'è da rendere. Forse dovevo farlo prima, e solo quando avessero capito, dovevo...

Martina                         - (chiamando) Nikla!

Vitale                            - È inutile. Non vengono per farlo parlare.

Martina                         - Basile, sei tutto sudato. Vieni che ti asciugo la fronte.

Basile                            - (a Vitale) Metti via quell'accetta.

Vitale                            - La dovevo arrotare. C'è su un tronco di noce che rompe anche il ferro.

Martina                         - (dopo una pausa) Ma non vengono ancora?

Vitale                            - Verranno sii raccogliendo margherite, per portarcele qua.

Martina                         - Dov'hai lasciato la corona di spine? (Appaiono nel fondo Mauro e Lucido).

Vitale                            - Ecco, ti mandano avanti quello della spugna col fiele. (Entra Antonio).

Antonio                         - L'hanno disteso sulla tavola di Nunzia, e l'hanno coperto col mio mantello. Troppi erano quelli che volevano venirlo a vedere, e per chiudere la casa c'è n'è voluto del tempo. Abbiamo fatto tardi, Basile, a venire su... Credevo di non trovarti, ma è meglio che tu sia restato. Sono ancora corte le giornate e qui, col bosco vicino, fa buio presto. Giù... giù no: c'è tante candele. Sono quelle che tenevano in mano le statue della Congregazione. I bambini si sono strappati le ali, si sono messi a urlare e ora di Cristo avranno soltanto paura. E l'avranno anche i forestieri che sono scappati vìa a raccontare dalle loro parti che qui il rispetto al Sacramento finisce a coltellate. Abbiamo chiamato dieci donne a piangere per questa notte, e fra loro c'è anche la moglie di tuo fratello. Quando lui l'ha saputo è corso dal campo e ini ha chiesto dov'eri: ti voleva cercare... ma non è qui, è rimasto giù, e più tardi aiuterà a riportare Nicola a casa sua, nel suo letto. Ci hai dormito anche te in quel letto quando morì tua madre, e la sua ti tenne, finché andasti garzone da Argirò nelle Serre. S'è buttata in terra nella cucina di Nunzia, e se Angela e Concetta non la tenevano ferma, metteva la faccia nel fuoco. Urla più forte di tutte le donne, ha chiesto a tutti chi è stato e nessuno s'è fidato di dirlo. Gliel'ho detto io, Basile!

Basile                            - (ha uno scatto violento di odio verso Antonio, subito represso) Alla statua dell'Addolorata mettete in mano il fazzoletto perché pianga sempre, e anche le sette spade nel cuore gli avete piantato perché si ricordi che ha da piangere. Giuda lo prendete a sassate e urlate « Morte a Pilato » e venite qui a sporcarvi di terra la faccia perché Cristo non si meri­tava di andare in croce. Questa volta una sola s'è lasciata andare in terra a strapparsi i capelli., Vorrei tirarla su... ma è una sola, e prima erano tutte!

 

Antonio                         - Non fare discorsi da matto. C'è un disgraziato che è finito con. due coltellate a un fianco e tu gliele hai tirate e l'hai ammazzato.

Basile                            - Vitale, da un anno m'è peggio d'un nemico, ma lui lo sa come è stato.

Antonio                         - (a Martina) Ah, li hai già messi d'accordo!

Vitale                            - Non siamo d'accordo. Ma io so quello che ha passato.

Antonio                         - Non basta.

Martina                         - Cosa fanno là in fondo Lucido, Mauro e gli altri?

Basile                            - Se hanno da parlarmi possono venire qui.

Antonio                         - No, io ho da parlare, perché ad avvertire il brigadiere di Montauro ho mandato solo ora. L'avrebbe saputo lo stesso fra poco. Intanto bisogna mettere tutte le cose a posto fra noi, come s'è sempre fatto. Il paese davanti al tribunale non ci deve andare: il tribunale siamo noi, i galantuomini del paese. E quelli che ieri ci sono venuti coi pugni sotto la faccia per aiutare la tua prepotenza, ora ti vor­rebbero buttar giù dar Salto del Lupo, come si faceva coi ladri del bestiame. Il fiume là sotto ti porta al mare, e la partita è chiusa. Ma non conviene, perché bisogna sapere. Il coltello te l'eri portato addosso, e con Nicola sei stato sempre per casa. Non s'era mai visto uccidere tanto male. Anche se t'hanno tenuto in mezzo a gente diversa da noi, che fa cose che noi non sappiamo, tu non potevi andare contro i tuoi paesani e portarci discorsi che qui non si credono. Allora sei ritornato pazzo?

Basile                            - No. In mezzo a tanti compagni mi sono imparato anche quello che qui non si vede ma che è più importante del nostro paese.

Antonio                         - Allora è qui che ti hanno cambiato le idee? Lo dicevano gli altri, e dicevano che bisogna trovare chi è stato, perché quando gli sarà data la la sua parte, c'è caso che tutti ritornino a casa più tranquilli. Lo dico anche per te.

Basile                            - Nessuno è stato. Non andavo neanche a bere con gli altri.

Antonio                         - Quella donna che. tenevi con te?

Basile                            - No. Lei no. Sarei andato via con lei. (Si ode una canzone lontana). « All'unchianari ne cattao furtuna! Allu Scinniri ne fui spaturnatu! Caterine cin ci Caterine cin eia! ». (Musica).

Antonio                         - Allora è stato per il male che hai trovato qui. La vigilia di San Giuseppe il cane dei postino è stato morso lungo la strada da una bestiaccia di mandra ch'era arrabbiata. Nessuno ci ha badato e giovedì, all'improvviso, gli ha addentato il bambino.

Il Ghiegghio                  - (entra cantando. È un malandato vecchietto che porta scapolari e immagini sacre sul petto e una grande bisaccia a traverso. Si tratta di un « eremita », cioè custode e cercatore di elemosine per un santuario di montagna) Buona sera, signorìe! Avete fatto cose da baroni da queste parti. Dev'essere venuta una barca dì gente! Ne ho visti per così che tornavano indietro. Io ho finito il giro dei taberna­coli in campagna e su tutti i Cristi Nostri Signori ci ho impattata la pezza viola, che fino a sabato sera stanno corcati. (Scorgendo Basile ancora in veste di Cristo) Uh, Madonna del Carmine, l'hanno appena sceso! Permettete che faccia il dovere mio. (S'ingi­nocchia davanti alle croci presso le quali è Basile. Borbotta con inchini e segni devoti una preghiera).

Martina                         - (che si era alzata, si avvicina ad Antonio rimasto a parte) Avete detto che anche a Basile è accaduto come al figlio del postino. Se la gente prende il cane che lo ha morso, che gli ha messo questo veleno dentro, stanotte va a dormire tran­quilla*

Antonio                         - Sì.

Martina                         - E lui, dopo?

Valente                         - (entrando dal fondo) Antonio, Antonio, vieni qua.

Antonio                         - (con un gesto a Valente) Un momento. (Prosegue con Martina) Ora pensa a quello che gli hai fatto prima. Lui dopo avrà una colpa di meno e la gente si sarà già stancata le mani.

Il Ghiegghio                  - (si alza, guardando al Calvario) Ohi compari, ma che fu?... (A Basile) A voi non v'hanno fatto portare su a spalla la croce o avevi un ladrone in meno?

Vitale                            - (al Ghiegghio) Andiamo! Bada alla raccolta per San Rocco.

Il Ghiegghio                  - Uh, Madonna del Carmine, han ragione a dire che al vostro paese si balla quando tempesta. Un ladrone di meno e accendono i fuochi laggiù per i Sepolcri. Buonanotte, cristiani belli. (Esce cantando) : «All'unchianari ne cattao furtuna! Allo Soinniri ne fui spaturnatu! Caterine cin ci

Caterine cin eia! ». (Musica).

(Il canto si allontana).

Martina                         - (si avvicina nuovamente a Basile) Basile, vado a prendere la roba mia e poi scendo subito al bivio. Antonio m'ha detto che fra poco ha da passare il carro di Marco che va in su, nell'Aspromonte. È una buona occasione per andare da Nedda... Se guardi bene nello stipo della biancheria e alzi il con­trofondo, c'è piegato ancora un vancale nuovo di seta, a righe. L'avevo tessuto per metterlo la prima volta che tornavi. Oramai non mi serve. Per quello che ho da fare, basta questo. Puoi darlo a Nunzia che stamani mi ha presa dentro in casa. Se Marco non aveva fretta, avrei potuto ripulirti la casa e alzarti a pila le vozze. Sarà tutto in disordine... Eh, ma è tardi ormai.

Vitale                            - Vuoi che t'accompagni? Posso portarti la roba fino al carro. Giù di qua, sola, non vorrei che andassi stasera.

Antonio                         - Anche Mauro e Lucido han da scendere. Puoi andare con loro.

Martina                         - (con un molo di raccapriccio) Con Mauro?

Antonio                         - Sì.

Martina                         - Allora... allora, addio, Vitale... Basile!...

Basile                            - Sì, Martina!

Martina                         - No... No, niente. (Esce, seguita da Mauro e da Lucido).

Valente                         - (a Antonio) Bada che non c'è da star qui a guardar in aria. Quelli in piazza si sono straniti e alle grida han fatto correr su i morti di fame che abitan le grotte. L'olio di Mauro va per la strada e i fichi da sole di tuo cognato li han buttati ai bam­bini delle sterratrici nell'appalto di don Cosimo.

Antonio                         - Poteva capitare peggio, con quello che han visto.

Valente                         - Ma la rabbia gli vien così, senza discorsi, dalla parte dove ci sono i soldi e la roba.

Antonio                         - Anche gli stravoltati della piazza si metteranno subito a sedere. Gli ho preparato un pancale da distendersi tutti.

Valente                         - Da quassù? E che hai fatto?

Antonio                         - Basta che invece dell'olio e dei fichi trovino qualcosa che gli dà più gusto, il meglio che cercano. Io gli ho mandato il meglio, e non avran più voglia di lavarsi i piedi sporchi nell'olio di Mauro.

Vitale                            - (ad Antonio) E ti senti sempre sicuro che prendono quello che gli dai e si contentano così e non te lo tirano in faccia?

Antonio                         - Ogni bestia di questo branco ha già il suo segno e per ognuno abbiamo la pastura che conviene. So quello che faccio.

Vitale                            - Quando non hai voluto che accompagnassi Martina, è perché mi comandi di restare qui con te? Non sei mio padre o mio fratello grande da farmi dipendere.

Antonio                         - A te, stasera, non ho da comandare niente.

Vitale                            - Anche se non hai nulla al mio riguardo, tu stai per finire i patimenti nostri secondo il vostro giudizio e non so come. Ma ricordati che noi non siamo più dentro le vostre maledette pasture e che di cercar padrone fra voi nessuno ha più voglia.

Valente                         - Non è mica lui solo che deve decidere. Abbiamo diritto di parlare tutti. (Entrano Eloro, Natale, Raféle, Mario. Eloro e Natale vestono ancora in parte da legionari romani, dimesse quelle cose del costume che sarebbero state d'impaccio a correr su per il monte; Mario è ugualmente nei panni di Caifas; Raféle ha invece rivestiti i panni suoi).

Floro                             - Antonio, ti sei messo d'accordo?

Mario                            - Dobbiamo far presto, perché alla svolta di Germinara s'è sentita la motocicletta del briga­diere di Montauro.

Natale                           - Ed è bene che qualcuno di noi gli parli subito.

Vitale                            - D'accordo? Ci contrattate all'aperto come le bestie. Non c'è più il re di Napoli, ma tu (ad Antonio) pretendi d'essere cavaliere di carta bianca sulla pelle nostra e questi ti reggono la coda.

Basile                            - Allora, tutto' è stato inutile...

Antonio                         - Ora non vi converrebbe più di parlar troppo.

Floro                             - (ad Antonio) Te l'ha detto perché l'ha fatto?

Antonio                         - No.

Mario                            - In conclusione, al brigadiere glielo diamo o non glielo diamo? (Entra dal fondo Concetta che porta lo scialle di Martina).

Concetta                       - Sentite, don Antonio... (vedendo Basile) Ah, ma sei ancora qua?

Valente                         - Cosa c'entri tu? Le donne devono starsene a casa.

Concetta                       - Lo so. Ma Lucido m'ha dato questo da portare a lui. (Accenna ad Antonio, protendendo il « vancale »).

Valente                         - Via, ti ho detto, qui abbiamo da fare.

Concetta                       - È il vancale di Martina. Mauro e Lucido mi han detto che lo dovevo dare in mano a don Antonio.

Vitale                            - Martina era con loro?

Concetta                       - No, erano soli.

Vitale                            - Dove li hai trovati?

Concetta                       - Proprio ora al sasso grande, subito dopo il Salto del Lupo. Nunzia m'aveva mandato su a vedere se gli uomini scendono, che c'è da tra­sportare Nicola a casa sua!

Vitale                            - (strappando il vancale dalle mani di Concetta) Dai qua.

Valente                         - Ma quei due non t'han detto dove è andata?

Concetta                       - No. Mi hanno detto solo di far presto. Gli sarà successo qualcosa di male?

Antonio                         - (dopo una pausa, nel silenzio di tutti) Va a dire a Nunzia che fra poco torniamo. (Concetta esce mentre dura il silenzio di attesa fintanto che ella scompare).

Basile                            - (ad Antonio) L'hai fatta buttar giù come finivano una volta i ladri del bestiame!

Vitale                            - Ma cosa vi aveva fatto a voi? Non le aveva alzato un dito contro nemmeno lui!  (Indica Basile).

Antonio                         - Per questo c'era il canchero in paese. È cominciato da lei quello che avete fatto e che adesso ci tocca a noi di spianare, per salvar la reputazione a tutti.

Vitale                            - È cominciato da te che vai in giro a fiutar la miseria per impiantarci dentro i tuoi affari di quattrini e poi ti lavi la faccia e ti drizzi sulla piazza a fare la legge. È cominciato da Lucido, che quando tornammo non ci voleva a zappar la sua vigna perché, a modo suo, avevamo le mani disavvezzate. C'è la parte di lui (indica Basile), di voi          - (indica Natale Floro, Mario e Raféle), di me, di tutti.

Valente                         - Ma se non si prende mai il coraggio di perdonare, se si tiene in mente sempre ogni fatto, o si finisce per ammazzare, o si va stesi del tutto in terra. Fa male ai galantuomini che non ci sia altra strada.

Basile                            - Nicola... Davvero era soltanto Nicola!... Nessuno trova mai un sasso più alto da montarci sopra e vedere, senza starci in mezzo, gli altri laggiù e quello che non va bene. Per castigare chi ha co­minciato a dare male a Nostro Signore e e. tutti i disgraziati di questo mondo come me, avevo ritrovato Pilato, ma alla fine chi ci ha sofferto? Soltanto Nicola, che è come me. E loro, perché Nicola non aveva colpa ed era una ingiustizia questa, hanno buttata giù dal Salto del Lupo Martina, che a Nicola non l'aveva nemmeno guardato. Capite, ora?... Si vede un altro, che non è quello. E si va avanti con gli occhi ubriachi a dar cornate come le bestie, sia dove sia, perché qui al mondo nessuno può rimettere le cose al giusto.

Valente                         - Ma allora perché lo hai fatto?

Basile                            - Ora è finito...

Raféle                           - Dimmi: cosa avevi contro Nicola.

Floro                             - Ieri mattina li ho visti insieme che discutevano dietro il campanile. Adesso ci ripenso: Nicola alzava la voce...

 Natale                          - (a Basile) È meglio che cominciamo a parlarci chiaro.

Mario                            - Mi viene in mente che li ho visti la set­timana scorsa alla fiera di Serbàooli e che la felice memoria di Nicola aveva alcune carte da mille in mano. Ora comincio proprio a capire!

Floro                             - Devi deciderti Basile, con noi non si va avanti a storie.

Mario                            - È meglio che tu dica la verità!

Raféle                           - Parla!

Basile                            - Gli dovevo dei soldi. Abbiamo litigato.

Floro                             - Avete sentito? Finalmente si sa che cosa è stato!

Mario                            - Lo immaginavo... Quando li vidi alla fiera di Sérbàcoli, dissi subito dentro di me: « qui c'è del nero »...

Raféle                           - (ad Antonio) E tu non avevi capito niente di questo?

Antonio                         - Ho sentito ora, come voi.

Valente                         - (a Basile) Basile, tu dei soldi a Nicola?

Vitale                            - (a Basile) Perché dici una cosa che non può essere vera?

Basile                            - Questo vogliono per capire, e per sentire che tutto quanto torna liscio come gli fa comodo.

Valente                         - Ma non devi andar giù a stender le braccia per le manette, dicendo una scusa stupida.

Basile                            - Meglio una scusa stupida messa insieme con cose che si vedono, piuttosto di quello che mi verrebbe voglia di dire. Per fare il discorso che di nascosto mi son sempre portato dietro, dovevo essere Cristo davvero.

Floro                             - Bè, andiamo Basile.

Raféle                           - Non è il caso di farlo aspettare, il brigadiere; e se vieni giù da solo, tranquillo, ci ragioni.

Mario                            - Antonio, lo dobbiamo portar giù, allora?

Antonio                         - Fate come vi sembra meglio.

Basile                            - Andiamo. Ora avete capito. (Esce con Floro, Natale, Mario e Raféle. Mestano sulla scena, Antonio, Vitale e Valente).

Valente                         - Potevo accompagnarlo anch'io.

Antonio                         - Tiriamo giù le croci. Poi ce ne andiamo. (Valente comincia a scavare ai piedi della prima croce con la pala; Antonio si rivolge allora a Vitale) Dagli una mano con l'accetta. Si va più svelti. (Vitale inizia il lavoro sulla prima croce e si odono cadenzati i colpi di accetta sul legno).

Valente                         - È stato un guaio grosso. Dai fichi e dall'olio era passati già ad appiccare fuoco...

Antonio                         - Allora aveva ragione il vecchio di San Bocco. Alla casa di Basile?

Valente                         - No. C'è sempre in paese chi crede di avere avuto danno e chi anche da una grandinata spera di ricavare concime. E forse non ha sempre torto.

Vitale                            - (ad Antonio) Ma ora sarai contento. Hai messo a posto le cose come volevi te. E di quello che oggi ci è passato a tutti per la testa, non sentirai più parlare.

Antonio                         - Chi sa? (Continuano, ritmici, i colpi della scure di Vitale).

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 4 volte nell' arco di un'anno