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CRONACA

Dramma in tre atti

di LEOPOLDO TRIESTE

PERSONAGGI

DANIELE

MASSIMO

SANDRO

LUCIA

ELENA

GIOVANNA

ATTO PRIMO

Un appartamentino d'affitto, in città

(Massimo ed Elena abitano insieme un apparta­mentino in città. Sul fondo è la porta d'ingresso. A sinistra una finestra con tendine, ora chiusa, e accanto una porta interna. Altra porta interna è a destra).

Elena                             - (sola, affondata in una poltrona, sta leg­gendo i giornali alla luce Ai una lampada accanto alla radio accesa).

Sandro                          - (dopo un po', una chiave gira nella toppa e Sandro entra dal fondo, si libera dell'impermea­bile che aveva sul braccio).

Elena                             - Ciao, Sandro. Solo? E Massimo?

Sandro                          - Non è con me, come vedi. (Va ad aprire la finestra e, nel passare dietro la poltrona, getta un'occhiata frettolosa sui giornali di Elena).

Elena                             - Non aprire, per favore.

Sandro                          - (ha aperto la finestra; gualche rumore dalla strada) Ha smesso di piovere. Si cammina bene. Fa piacere stare per la strada.

Elena                             - (obiettiva) Perché non ci sei rimasto? (Quasi irritata) Chiudi, ti prego.

Sandro                          - (chiude la finestra, spegne la radio) La tua maledetta cronaca. Non piove più, ci sono le stelle perfino: e tu qua a rovinarti gli occhi. Poi gli occhi ti diventano rossi. Piccola, non sono sim-patiche le donne che devono usare il collirio.

Elena                             - (seguitando a leggere, distratta) ...il collirio?

Sandro                          - (accende la lampada centrale e va al mo­bile bar).

Elena                             - Offrimi un kummel: sentivo che avevo dimenticato qualcosa.

Sandro                          - (versa per sé e beve, poi le porta un bic­chierino) Ecco: doppio kummel! Allora?

Elena                             - (distratta) Credi che m'importi se ti piacciono o no gli occhi rossi?

Sandro                          - (siede sulla spalliera della poltrona, legge qualche titolo da un giornale) « Un reduce si uccide per aver perduto i genitori». «...Sperduto per il mondo, senza il conforto di uno che mi po­tesse aiutare...». Vigliacco.

Elena                             - Aspetta. Guarda qua. (Gli mette sotto gli occhi un giornale).

Sandro                          - (legge) « La scimmia urlante ».

Elena                             - « ... talvolta gli urli della bestia tormen­tata erano tali che gli stessi aguzzini se ne stan­cavano... ».

Sandro                          - (alzandosi) E' odioso come tu ti butti in mezzo a queste cose.

Elena                             - (ironica) Sì?

Sandro                          - Con che avidità, voglio dire.

Elena                             - E se vai per le strade non è lo stesso?

Sandro                          - (alla finestra, sposta le tendine e guarda fuori. Scandendo) Le scimmie urlanti.

Elena                             - A volte guardo giù. Finché mi si an­nebbia la vista. (Va alla finestra) Non hai l'impres­sione che tutti abbiano qualcosa da nascondere?

Sandro                          - (gitasi astioso) E allora ti sforzi d'in­dovinare.

Elena                             - Hai provato anche tu? Sì cammina al fianco d'ogni passante. Ne accompagni uno per un tratto, poi gli ridi in faccia e passi a un altro.

Sandro                          - Brava. E così fai arrivare l'ora di cena.

Elena                             - (sbadiglia) Oh, c'è anche la radio per questo... i giornali, e quel mobile là... Mi fai bere qualcosa? (Breve pausa) Che hai da guardarmi?

Sandro                          - (quasi con ira improvvisa) Avevi una tua casa, credo. Mi pare di avertelo sentito dire.

Elena                             - E con questo?

Sandro                          - Perché non te ne vai?

Elena                             - Posso farti io una domanda? Perché non scrivi le vite dei santi? (Leggermente) A sen­tirti parlare nessuno indovinerebbe chi sei.

Sandro                          - Cioè?

Elena                             - (lo guarda e sorride curiosamente; prende una sigaretta da un pacchetto sul tavolo e con un cenno gli chiede fuoco) Parlavi di una casa, mi pare.

Sandro                          - Sì, e mi chiedo perché l'hai piantata per venirtene qua.

Elena                             - C'era una casa, è vero. Poi... (Muove in giro il palmo rovescio) Le bombe. Non mi lagno. E' una faccenda capitata a più d'uno. Vuoi sapere il seguito? (Sandro annuisce rapidamente) Una scuola. Una specie di casermone. Eravamo in molti lì dentro. Poi non so che è successo. Un caso di tifo, credo. Sì, tifo. Qualcuno s'è sentito male e s'è buttato giù col tifo. E allora porte sprangate, e tutti in pri­gione. La chiamavano quarantena. (Breve pausa) Capirai che appena ho potuto... (Fa il gesto di chi se la svigni).

Sandro                          - E così... Massimo.

Elena                             - Credi che avessi qualcosa di meglio? Sì, c'erano gli inglesi, gli americani e anche altre razze; una vera libertà di scelta. A una ragazza non manca mai da scegliere, lo sai bene. (Vivace) Non mi fra­intendere: Massimo non è stato un ripiego. Mas­simo mi piace.

Sandro                          - (ironico) II grande amore.

Elena                             - Dimmi dove l'hai lasciato piuttosto.

Sandro                          - (guarda l'orologio) Comincio ad avere fame.

Elena                             - Anch'io. Dov'è Massimo?

Sandro                          - Andiamo a mangiare insieme. Non so quando torna.

Elena                             - (una punta d'inquietudine) C'è qual­cosa di nuovo.

Sandro                          - Ma no! Avevo appuntamento con lui e non è venuto. Non mi piace aspettare, lo sai. Poi te lo incontro in mezzo a una strada piena di gente. Gli vado incontro seccato e, prima ch'io apra boc­ca, mi fa: «Vattene». Ma così, in mezzo ai denti, senza fermarsi.

Elena                             - Che vuoi dire?

Sandro                          - Che ne so. Aveva un'aria... attenta. Sembrava controllare qualcosa con la coda degli occhi. Ma come se si trattasse d'un gioco. Certo, era in pieno divertimento.

Elena                             - E tu?

Sandro                          - Ho fatto finta di niente, e non mi sono neppure voltato. (Conclusivo) Ecco, seguiva qualcuno, secondo me, o piuttosto era seguito da qualcuno. Roba del genere, insomma.

Elena                             - Chi poteva seguirlo?

Sandro                          - (alza le spalle) Del resto, è stata una impressione. Posso anche sbagliarmi. (Pausa) Per­ché non ci sono mai fiori, in questa casa? Una donna dovrebbe pensarci: non capisco la funzione delle donne. E neppure un bel quadro. O una di quelle statuette, sai, di Amore e Psiche, con la pancia nuda.

Elena                             - Che t'importa delle statuette?

Sandro                          - Cosi. E' una casa abitata da una coppia graziosa, e allora uno si aspetterebbe... (Elena ha un gesto d'impazienza. Sandro è seduto su una spalliera e dondola una gamba) Non si dovrebbe mai dare a un altro la chiave di casa. Neppure a un amico fidato.

Elena                             - Perché?

Sandro                          - E' una cosa innaturale. (Trae di ta­sca una chiave e ci gioca) Uno entra, trova una ragazza sola. L'altro non arriva.

Elena                             - Piantala.

Sandro                          - (leggermente) E' vero: noi non ab­biamo il tempo per queste cose. Abbiamo gli affari. (Si alza, cammina) Questa stupida guerra. Ha por­tato una cateratta di affari. Mi chiedo se ne vale la pena.

Elena                             - Certo.

Sandro                          - Fai quattrini, e dimentichi il resto. Una volta si pensava anche ad altro. Una volta non avrei lasciato in pace una ragazza sola in una stanza. (Elena lo guarda ironica) Già... c'è Mas­simo. (Coti noncuranza) Tu sai bene chi è Mas­simo?

 Elena                            - Altro che. So che mi piace. Quando stai con lui non t'annoi. Poi non ha paura di nes­suno. Poi ha sempre denaro.

Sandro                          - Tu sai come si guadagna il denaro?

Elena                             - In un modo o nell'altro. Non manda avanti un locale?

Sandro                          - Certo. « II Canguro ». Si balla, si beve, si ride. Si fa dell'altro. (Fa il gesto di chi fiuti stu­pefacenti).

Elena                             - Se la gente ama le porcherie, è affar loro.

Sandro                          - Lo sai come Massimo ha cominciato a fare il denaro?

Elena                             - No.

Sandro                          - Denunciando gli ebrei.

Elena                             - (dopo una pausa; aggressiva) Perché stai con lui, se c'è qualcosa che non ti va?

Sandro                          - Ho detto questo?

Elena                             - Mi pareva. E ora basta. Ho voglia di leggere. (Riprende U giornale) Tu puoi anche tor­nare più tardi, se vuoi.

Sandro                          - Io aspetto Massimo. (S'inginocchia da­vanti alla radio) Non gli capiterà nulla, non te­mere.

Elena                             - (secca) Lo so anch'io.

Sandro                          - E' il tipo che se la cava.

Elena                             - Naturalmente. (Maligna) Che facevi tu, prima di conoscere Massimo?

Sandro                          - L'operatore. Quando c'era il cinema. E prima ancora studente d'ingegneria.

Elena                             - L'intellettuale.

Sandro                          - Io?

Elena                             - Ti ripugna eh? Massimo no: è un al­tro tipo. (D'un tratto, quasi trionfante) E' vero che la tua amicizia con lui cominciò con uno schiaffo?

Sandro                          - (ha spento la radio) Eh?!

Elena                             - Me lo ha raccontato Massimo. Tu ba­ravi, o, non so, guardavi le carte dietro le sue spalle. Allora lui venne a casa tua e ti schiaffeggiò.

Sandro                          - Dev'essere stato così.

Elena                             - (lentamente) Gli aprirò gli occhi, sai? Non mi piace che tu gli ronzi attorno.

Sandro                          - (ride) Io sono la sua guardia del colpo.

Elena                             - (sena) Perché te ne sei venuto stasera con questi discorsi? E' pietà?

Sandro                          - Pietà di te?

Elena                             - Sì, ti domando.

Sandro                          - (aggressivo) Credi che noi possiamo avere pietà?

Elena                             - Chi. noi?

Sandro                          - Ma tutti, tutti. Stupida, non capisci che resteremmo schiaccia ti se fossimo capaci di pietà? (Brontola) Non ci mancherebbe altro che la pietà.

Elena                             - E allora, perché vuoi occuparti di me?

Sandro                          - Ma no, non voglio farti la corte.

Elena                             - Ci mancherebbe altro. Perciò non mi spiego.

Sandro                          - Tu dirai che la cosa non mi riguarda...

Elena                             - Proprio così.

Sandro                          - (la prende per le spalle) Sei un'illusa. Credi di vivere nella favola qua, col tuo bel ragazzo pieno d'allegria e di Quattrini. Una stupidaggine: non sei neanche innamorata di lui.

Elena                             - Che ne sai?

Sandro                          - Vattene, Elena, finché sei in tempo.

Elena                             - E tu allora? Non gli stai appresso come uno sciacallo? Se Massimo è un farabutto, non lo è più di te.

Sandro                          - D'accordo.

Elena                             - E allora che vuoi? Perché mi fai le pre­diche? Lo hai odiato sempre, lo so. E anche lui lo sa, sta sicuro. O sarò io che gli aprirò gli occhi.

Sandro                          - (la guarda, scuote la testa) Se tu aves­si un po' di... (Si picchia sulla ironie).

Elena                             - Lasciami in pace, ti dico!

Sandro                          - (violento) Quando sarà stufa di te, ti prenderà a calci col suo bel sorriso sulle labbra, senza scomporre di un millimetro il fazzolettino del petto o la riga dei capelli. Voglio vederti allora.

Elena                             - (toccata) Sandro!

Sandro                          - (muove ripetutamente l'indice verso i gior­nali) Vedi la tua cronaca? Finirai per cadérci dentro, sta attenta. E' una faccenda pericolosa. Filatela da qui.

Elena                             - (lo guarda, pensosa).

Sandro                          - (incalza) Non porta cinture di brillan­ti, il tuo ragazzo, come quei cafoni d'America: ma anche lui cammina imbottito di pistole... e gii va sempre più a genio l'idea di usarle. E le occasioni non mancano, ti assicuro, con la vita che facciamo. Gira alla larga, tu scherzi troppo coi tuoi giornali. (S'accorge che Elena sorride silenziosa e s'arresta).

Elena                             - Povero Sandro. Tu sì che hai fantasia. Vedi Massimo... come una specie di ragno.

Sandro                          - E', un ragno.

Elena                             - Un ragno affascinante. Sennò non con­tinueresti a fargli l'angelo custode. (Quasi con tri­stezza) E allora, carne puoi pretendere che io...?

Sandro                          - (sorpreso dal tono di lei) Elena... tu vedi chiaro allora... (Con calore) Accoltami... Intor­no, è un triste spettacolo... Ma tu hai delle risorse, ancora: si leggono in viso queste cose. Sei piena di stupore: una bambina, sei. Questa casa... Massimo: una specie di romanzo, per te. Ma non è giusto: rischi di andare al fondo, non capisci? (Breve pausa, quasi con pudore) Ti mancano i mezzi per vivere? Posso aiutarti io, intanto. Te ne vai di qui. Che nessuno sappia dove. Neanch'io voglio saperlo. In qualche modo troverai da sistemarti. Dimmi di sì, Elena. (Elena volge altrove il capo) Dimmi di sì.

Elena                             - Non posso.

Sandro                          - (con rabbia) Se te ne allontani due giorni, dimentichi che esiste. Credimi, è così. Tu devi andartene. (Elena resta immobile. Sandro si accosta a lei. Breve pausa; fra i denti) Un piccolo ragno. Incoscienza, allegria: tutto qui. E ognuno pronto a vendergli l'anima. (Si rivolge verso di lei, persuasivo) Ti ripeto: vattene.

Elena                             - (c. s.). Non posso più

Sandro                          - (breve pausa; capisce) Elena!

Elena                             - (china II capo).

Sandro                          - (tono staccato) E... Massimo lo sa?

Elena                             - . No.

Sandro                          - Non... sei sicura, ancora?

Elena                             - Ma sì.

Sandro                          - E dunque?... Hai paura di dirglielo? (Va al bar) Cristo. (Beve. Con ostentata freddezza) Considera chiusa la parentesi. Me n'infischio, io.

Elena                             - (dopo una pausa; ha come un piccolo riso isterico e Sandro si volta a guardarla) ... te lo fi­guri un piccino in fasce che picchia gli altri poppanti?

Sandro                          - (violento) Sta zitta!

Massimo                        - (in questo momento apre la porta dei fondo e viene avanti).

Elena                             - (in piedi) Massimo!

Massimo                        - Che c'è? Che succede? (Va rapida­mente alla finestra e fa per scostare le tendine, poi ferma il gesto. A Elena) Vieni tu, qua. Cerca di guardare giù... ma senza aprire la finestra. (Elena esegue) Piano. Non farti vedere. C'è qualcuno fermo giù? di fronte, o vicino al portone?

Elena                             - No.

Massimo                        - Nessuno?

Elena                             - Un uomo e una donna, ma...

Massimo                        - (febbrile) Un uomo e una donna? Che fanno? Dove sono rivolti?

Elena                             - Stanno parlando. Ma che hai, Massimo?

Sandro                          - Chi sono?

Massimo                        - (alza le spalle) Da due ore mi seguono, passo per passo.

Elena                             - Tutt'e due?

Massimo                        - Sì.

Sandro                          - E' strano.

Massimo                        - E' mostruoso, vuoi dire. Pensa: un uomo e una donna. Mai sentito nulla di simile. (Breve pausa) Mi fermo a un caffè, e loro stanno prendendo una bibita. Poi, senza guardarmi in fac­cia e senza una parola fra loro, lasciano la bibita a metà e mi vengono dietro. Così da una strada all'altra, piano, sotto la pioggia. Lui con quel cappel­laccio calato sul viso, e lei muta, come una gatta.

Elena                             - Non la conosci?

Massimo                        - Ti dico di no. Mai visto nessuno dei due. Un uomo solo è un altro conto: potrebbe non garbare vederselo dietro... e i rimedi non mancano in casi del gemere. Ma un uomo e una donna: che vuoi fare? Ti tocca portarteli appresso come fan­tasmi.

Elena                             - Sono sempre là... (Abbassa di colpo le tendine) Guardano in alto, da questa parte... (Spia) Si son mossi verso il portone... Entrano... Stanno venendo qui.

Sandro                          - Qui?

Elena                             - Sì, sì, non son più sulla strada.

Massimo                        - Via! Andatevene, sì, tutt'e due. La­sciatemi solo. E' una faccenda che voglio sbrigare da solo...

Elena                             - Massimo... ma noi...

Massimo                        - Via, ti dico. E' troppo divertente. Ci vediamo al ristorante: cominciate senza di ms.

Elena                             - Se tardi più di dieci minuti, torniamo qui...

Massimo                        - Sì, ma andatevene, ora.

Elena                             - (uscendo) Hai ancora l'impermeabile addosso...

Massimo                        - (togliendosi l'impermeabile) Non chiu­dete la porta, lasciate socchiuso... (7 due via fretto­losamente. Massimo accende una sigaretta e dopo qualche istante si sente rumore dietro la porta) Avanti!

Daniele e Lucia             - (spingono la porta e sono sulla soglia. Breve pausa).

Massimo                        - Entrate, vi prego.

Daniele                          - (allarga le braccia) Non vieni ad ab­bracciarmi? (Pausa) Mi hai abbracciato l'ultima volta, non ti ricordi? Massimo... (Si toglie il cappello di feltro e lo fa volare su un divano) Mi me­raviglio che tu...

Massimo                        - (piano) Daniele...

Daniele                          - Proprio io... finalmente... Un po' cam­biato, forse, ma io... Non sei contento di rivedermi?

Massimo                        - Certo.

Daniele                          - E a Lucia non dici niente? E' lei, sai...

Lucia                             - (viene avanti gaiamente) Massimo... ti sei fatto un bai giovane... e sempre il tuo viso...

Massimo                        - Che viso?

Lucia                             - Allegro. Aperto.

Daniele                          - Occhio femminile, vedi? Nota subito le cose importanti. Ma tu... come la trovi?

Massimo                        - Incredibile.

Lucia                             - (rode).

Daniele                          - Già... sono passati degli anni. E' stata lei. Un'idea sua. Da un pezzo mi parlava di te. Cioè non ha mai cessato di parlare di te. « Massimo, che farà Massimo? Che avrà fatto in questi anni di guerra? ». Non ci avevi più dato tue notizie.

Massimo                        - Infatti.

Daniele                          - Imperdonabile: un amico d'infanzia...

Massimo                        - (dopo una pausa) Chi vi ha dato il mio indirizzo?

Daniele                          - E' una storia un po' complicata. Ab­biamo avuto fortuna, ecco. Ma... capitiamo a spro­posito? Non vorrei...

Massimo                        - Tutt'altro. Sedete, vi prego... e toglie­tevi... (I due si tolgono i soprabiti e siedono).

Daniele                          - (dopo una pausa impacciata) Tre amici d'infanzia: non è bello essere qui, riuniti?

Massimo                        - Già.

Daniele                          - Un peccato perdersi di vista. Ma... non mi giudicare ridicolo: specialmente uno che torna ha di queste debolezze.

Lucia                             - Daniele è tornato dalla Germania, lo sai?

Massimo                        - Ah sì?

Lucia                             - Deportato dai tedeschi.

Daniele                          - Io sono ebreo. Lo sapevi, vero?

Massimo                        - ...mi pare di ricordare. E... ti hanno deportato?

Daniele                          - (evasivo) Una brutta faccenda. Così si spiega... (Si passa due dita sulle guance, alluden­do alla magrezza e al pallore) Non ci far caso: pic­cole conseguenze.

Lucia                             - L'importante è che è tornato.

Daniele                          - Non ne parliamo più.

Lucia                             - Un miracolo. Ne ho passate molte.

Massimo                        - Dove eri?

Daniele                          - Uno dei tanti campi. Ne avrai appreso qualcosa dai giornali. Tutti sanno quello che suc­cedeva là dentro.

Lucia                             - Pochissimi si sono salvati, su trecento.

Daniele                          - Trecento miserabili... cui giorno per giorno si scoprivano di più le gengive. Sì, per la fatte. E pochi altre persone occupate a liquidare i trecento. Per un mese furono impegnati, poi il cam­po fu tolto. Ma... basta. Tu che fai?

Massimo                        - (dopo una pausa; di colpo) Perché mi avete spiato tutto il giorno? Perché siete venuti qua?

Lucia                             - (ride) Burlone! Te n'eri accorto e non dicevi nulla?

Daniele                          - Avuta a male? E' stato uno scherzo.

Massimo                        - (brontola) Uno scherzo discutibile.

Daniele                          - Lucia parlava di te, ma non avevamo il tuo indirizzo. Poi, oggi ci capitò d'incontrarti: fui io a riconoscerti.

Massimo                        - Perché non mi hai rivolto subito la parola?

Lucia                             - Davvero ce l'hai con noi?

Daniele                          - Sulle prime non ero ben sicuro che si trattasse di te... e volevo accertarmi. E in segui­to... ecco, in seguito ci parve divertente venirti die­tro a bua insaputa, e vederti andare in giro... sem­pre così svelto, così pieno dì vita.

 Massimo                       - Poteva essere pericoloso. Un uomo che si vede pedinato... non si sa mai...

Daniele                          - (a Lucia) Come s'è fatto, eh? Un vero uomo che non è disposto a subire neanche uno scherzo.

Lucia                             - (ride, affettuosa) «Principe».

Massimo                        - Eh?!

Lucia                             - Ti chiamavamo così, non ricordi? Avevi la manìa di regalare tutto: dolci, giocattoli. Quando venivi alla villa, per me era una festa: ci prepara­vano la merenda, a te non piaceva la cioccolata e la davi a me. Qualche volta ci volevi picchiare, eri violento, e suo padre era costretto a tirarti le orec­chie...

Massimo                        - ...Suo padre? Ma... non era anche...?

Lucia                             - Ah, tu credi ancora...

Massimo                        - Non siete fratello e sorella, voi due?

Lucia                             - L'ho creduto anch'io, per molto tempo. No, Massimo, la verità è un'altra. Mi fu rivelata poi, quand'ero più grande. (Breve pausa) Suo padre era un medico per bambini, lo sai... e un giorno una donna portò a far visitare una piccina ancora in fasce... un fagottino che strillava con tutta l'anima.

Massimo                        - Che aveva?

Lucia                             - Niente. Sana come un pesce. Era un pre­testo. Quando il dottore fece chiamare la donna, questa non c'era più.

Massimo                        - . Ah! Era tua madre?

Lucia                             - Non so... non sì fece più viva. Così il povero dottore si trovò con quella creaturina fra capo e collo. Era buono, e mi tenne con sé... mi fece allevare insieme al figlio... (indica Daniele).

Massimo                        - E il dottore, ora...?

Lucia                             - (gli fa cenno di tacere).

Daniele                          - Sono tornato io solo.

Massimo                        - (brontola) Mi dispiace.

Daniele                          - Mio padre era un ingenuo. Quando cominciarono a perseguitare gli ebrei scrisse una lettera non so a chi. « Non vivo a carico di nessuno. Rispetto le leggi e l'ospitalità vostra. Ho lavorato per la vostra scienza e cultura. Perché mi persegui­tate? ». Era un uomo ingenuo.

Massimo                        - (d'un tratto) Ma allora... voi due...

Daniele                          - No, no, non c'è nulla fra noi.

Lucia                             - E' cresciuto per me come un fratello... e se anche ora so...

Daniele                          - (come per vincere l'imbarazzo) E tu?... Stai solo qui?

Massimo                        - No.

Daniele                          - Bene. Non perdi il tuo tempo. (D'un tratto, come per caso) Ma tu non sai una cosa: il mio arresto avvenne proprio dopo che ci siamo in­contrati. (Ride) Non mi hai portato fortuna. Ti ave­vo lasciato da poco, quando mi acciuffarono e mi spedirono via. Ricordi? Tu mi avevi abbracciato, e mi avevi battuto sulla spalla. Quando ci lasciammo, capitarono quelli. All'ufficio di polizia, poi, c'era una ebrea, una della mia razza. Quando io negai di es­sere ebreo, lei disse; « Spogliati e vediamo se sei o no un ebreo ». Capisci che... mancanza di rispetto?

Lucia                             - Un'ebrea, pensa. La sorella di Giuda.

Daniele                          - Non mancano mai i Giuda. Ne spunta tutta una serie quando viene il momento. Che ne dici? (Pausa, poi Daniele scandisce) Tu, per esem­pio, quanto hai guadagnato per avermi fatto ac­ciuffare?

Massimo                        - (balza in piedi, anche Lucia sì alza come smarrita).

Lucia                             - Daniele!

Massimo                        - (toccato) Che hai detto?

Lucia                             - (a Daniele) Tu vuoi dire che... (Si volge verso Massimo).

Massimo                        - Immagino che... anche questo sia uno dei vostri splendidi scherzi...

Daniele                          - (colmo) No, è una domanda seria. Vo­glio sapere se ne valeva la pena... anche tenendo conto che io e te eravamo amici d'infanzia...

Lucia                             - (pensoso, inorridita) Per questo tu volevi ritrovare Massimo... (A Massimo) Non dici niente, tu?...

Massimo                        - Che devo dire? Certe cose passano il segno... Scherzi o no, io conosco una sola reazione in questi casi...

Daniele                          - Quale?

Massimo                        - (va piano verso di lui che è sempre se­duto, e lo afferra per il bavero della giacca facen­dolo alzare).

Daniele                          - Non temere, non sono venuto per ven­dicarmi. Neanche ho intenzione di denunciarti. (Si libera dalla stretta) Pensa che idiota: mentre ti av­vicinavi, o m'illudevo » che ancora tu volessi abbrac­ciarmi. Ho trovato affascinante quel gesto...

Lucia                             - Daniele! Per farmi sentire queste cose mi hai portata qua?!

Daniele                          - No. Avevo anche da proporgli un affa­re. Sì, si, ho bisogno dì parlarti.

Massimo                        - Sentiamo.

Daniele                          - Poi. Vorrei tentare di... chiarire altri punti, prima.

Lucia                             - (violenta) Credi di essere un uomo, tu? Sei davanti a quello che ha distrutto la tua vita, e parli di... chiarire dei punti...

Daniele                          - (a Massimo che intanto è andato al bar) Offri a noi qualche cosa... è bene che tutti ci te­niamo in forma... (Va al bar) Hai del cognac? SI, preferisco. (Versa per sé) Ah, scusa: e tu, Lucia? Vedo qui del kummel. O vuoi anche tu un cognac?

Lucia                             - Non voglio niente, io!

Daniele                          - (si stringe nelle spalle e alza il bicchiere verso Massimo) Alla tua salute. (Beve) Non so perché, il liquore m'induce alla tenerezza. La tene­rezza ti afferra quando meno te l'aspetti. (Ride) Ricordo laggiù, al campo: eravamo nei pressi d'un bosco: una natura stupenda. Il bosco serviva a na­scondere meglio alla vista il fumo dei forni... Ebbe­ne, di fronte a certi chiari di luna nel bosco, o quan­do si sentivano treni lontani, tu avresti voluto ab­bracciare i tuoi custodì e dire loro parole dolci. (Passaggio) Ma se t'avvicinavi, era un'altra faccen­da: ti agghiacciavano gli occhi dei cani.

Lucia                             - I cani?

Daniele                          - Si, bestie stupende. Razza danese. Addestratissime ad acchiapparci... se a un disgraziato veniva voglia di tentare un'evasione. Tu pensavi a una fuga, e ti scontravi con gli occhi dei cani. Mas­simo, mi fai vedere i tuoi occhi?

Massimo                        - (senza voltarsi) Io aspetto dove vai a parare. Poi sarà il mio turno.

Daniele                          - (a Lucia) Non è interessante il tuo amico? Guardalo: ne vale la pena. Non è il solito squallido avventuriero dei tempi d'inflazione. Gio­vane, denti a posto, nervi a posto. E perfettamente incosciente. Un bel campione, insomma.

Massimo                        - Continua.

Daniele                          - Ho finito. (Gli va di fronte, do Per molto tempo non ho sognato che questo: venire qua... Immaginavo una casetta accogliente, e non mi sono ingannato. (Si passa una roano fra i capelli) Son desideri che turbano, a volte, e non danno tregua.

Massimo                        - (sprezzante) Hai tempo da perdere. Di che ti occupi tu?

Daniele                          - Ero avviato verso la professione pa­terna: medico per bambini. (Ride) Pensa: dedicare la propria vita a curare i bambini malati. Ma ti; confesso; non ho avuto la forza di ricominciare, da quando sono tornato.

Massimo                        - E vieni da me?

Daniele                          - Tu, mi devi aiutare.

Massimo                        - Io?!

Daniele                          - (.serio, insinuante) Non hai avuto nes­sun scrupolo nel denunciarmi e nell'incassare il denaro? Cerca di essere sincero, ti prego.

Lucia                             - (balza in piedi) Non posso sentire que­sti discorsi!

Daniele                          - No, Lucia, devo sapere. Ho pensato spesso che noi, intendo noi ebrei, ci meritiamo quello che ci è capitato. E poi, ci capita così regolarmente... Vedi (indica Massimo) lui che è sano, e ha le spalle larghe e il naso corto, forse ci conside­ra... dei puri accidenti. Assurdi come i mostri ma­rini, come i bambini che nascono gobbi...

Lucia                             - (come disgustata) Daniele!

Daniele                          - Certo. Noi che, senza una terra no­stra... andiamo covando nel nido degli altri. Io credo che nessun uccello sia più antipatico del cuculo. Ti meravigli poi se lo beccano?

Massimo                        - (sbadiglia) Ti avverto che mi annoi con questi discorsi.

Daniele                          - Coraggio: ora passeremo agli affari, Affari inebrianti per te.

Massimo                        - (vivace) Parla, allora.

Daniele                          - (o Lucia) Vedi? Si accende quando fiuta gli affari. Patto su misura per prosperare di questi tempi. (Ride) Una specie dì gabbiano... e certo merita l'ammirazione con cui lo stai guar­dando.

Lucia                             - Eh?!

Daniele                          - Tu, sì. (Con slancio) L'incontro ira voi due era inevitabile e destinato a meravigliosi sviluppi.

Lucia                             - Che sviluppi? Sono curiosa di saperlo.

Daniele                          - Non c'è bisogno di parole. Tutto verrà da sé. (Pensoso) Massimo... Daniele... Lucia... forse qua dentro, in queste mura estranee, stiamo realiz­zando una sorte che si è appiccicata a noi molti anni fa...

Massimo                        - Per caso ti occorre un astrologo?

Daniele                          - Pai bene a scherzare: io sento che nell'aria qualcosa va maturando...

Lucia                             - ...e intanto che va maturando...?

Massimo                        - ...per conto mio, vi pregherei di slog­giare.

Lucia                             - (si alza, rassetta in gualche modo il suo abito rosso).

Daniele                          - (la guarda come affascinato, poi grida) Lucia! Il tuo abito rosso... (I due si voltano a guardarlo) Sì, non c'è dubbio... di lì è nato tutto... ora so...

Lucia                             - Di lì...?

Daniele                          - L'abito rosso! Ricordo, ricordo con una precisione terribile... e la vergogna ancora m'inchio­da al suolo...

Massimo                        - Che diavolo ricordi?

Daniele                          - (a sé) ...i bambini per bene... i tre bambini per bene...

Lucia                             - Che hai, insomma?

Daniele                          - II figlio del dottore... la bambina capi­tata chissà da dove... e l'altro che arrivava ben pet­tinato, lindo, i pantaloncini dì velluto... giocavano... 1 loro giochi innocenti...

Massimo                        - Ebbene?

Daniele                          - Io che piangevo. Non sapevo piangere: rigiravo il piccolo pugno chiuso nell'orbita, e m'im­brattavo tutto di lagrime...

Lucia                             - Perché piangevi?

Daniele                          - Perché avevo capito... (nettamente) che voi due vi volevate appartare...

Lucia                             - Noi due?

Daniele                          - Sì... io ero di troppo... preferivate che io non ci fossi...

Lucia                             - (dopo una pausa, con sdegno) ...come puoi buttare veleno...

Daniele                          - ...sull'azzurro dei tuoi ricordi d'infan­zia? I bambini a volte fanno giochi scabrosi, si sa... Con che precisione vedo la scena: io che piangevo, e voi che cercavate un cantuccio senza di me, nel solaio o nel padiglione...

Lucia                             - E' un'infamia...

Daniele                          - Mi son trascinato sempre quel peso... e d'un tratto, ora il tuo abito rosso... Lucia, anche allora indossavi un vestitino rosso...

Massimo                        - Avevi un vestito rosso, da piccola?

Lucia                             - (con sforzo) ...mi pare di sì.

Daniele                          - (brontola) Ormai la mia sola funzione è quella di andarmene.

Lucia                             - ...e la mia di rimanere con Massimo?

Daniele                          - ...come allora, come allora, tu non de­sideri altro.

Lucia                             - E' il colmo!

Daniele                          - Ti portarono in fasce in quella villa sulla collina... non so di che sangue, di che origi­ne... col destino di stare ad un bivio... tra me e Massimo... (A Massimo) Tu hai avuto la meglio.

Massimo                        - Se non l'ho vista per anni...

Daniele                          - Tu crescevi e ti allontanavi da noi Eravamo dei giovanetti, ormai. Mille volte il di­scorso caduto su te. Era lei, non poteva dimenti­carti. Porse lei stessa non si rendeva conto.

Lucia                             - Ammesso questo, ora che vuoi?

Daniele                          - L'ombra di Massimo è stata sempre fra noi. Tu devi... liquidare quell'ombra.

Massimo                        - (ride) Dovrebbe liquidarmi passando per il mio letto?

Lucia                             - (furiosa afferra la sua roba e fa per uscire).

Daniele                          - (la trattiene a forza) Abbi coraggio.

Lucia                             - ...Coraggio?! E mi credi disposta a se­guirti in questa manovra rivoltante?! (Verso Mas­simo) Non so per che scopo maledetto. Non arrivo a capire. Oggi ti incontriamo per caso, e si mette alle tue calcagna e - quello che è peggio - costringe anche me. Poi mi fa salire le scale e scoppia con questi discorsi. Dove vuoi arrivare, insomma? Che vuoi?

Daniele                          - Solo illustrarti le qualità romantiche di Massimo.

 Massimo                       - Un momento. Io non conto niente in tutta questa faccenda?

Daniele                          - Tu sei il pilastro della situazione.

Massimo                        - (si fa avanti minaccioso) Non sono stato mai lo zimbello di nessuno.

Daniele                          - Chiami zimbello acquistarti questa pre­da superba?

Massimo                        - (guarda Lucia) Tu che ne dici?

Lucia                             - Che la presenza di quell'uomo mi co­mincia a ripugnare.

Daniele                          - (quasi felice) Certo!... i capelli cre­spi... il naso molle... il nostro pensiero sotterraneo... (Va piano a prendere il cappello e il soprabito. Sul­la soglia, come distrattamente a Lucia) La mia casa è sulla collina: un po' spoglia, dopo il passaggio dei barbari... ma sempre in piedi. Insomma, sai dove sto. (Fa per andare e Lucia d'un tratto lo segue) Dove vai?

Lucia                             - Ti prego: non ho più voglia di scher­zare.

Daniele                          - Ma io non scherzavo. Giuro che non scherzavo.

Lucia                             - (quasi con dolore) Può essere pericoloso, sai.

Daniele                          - (vago) ...la mia casa è sulla collina...

Lucia                             - Non ci tornerò, Daniele.

Daniele                          - (dopo breve pausa) Credi... non sia una fatica per me, andarmene, ora? :

Massimo                        - Stai rigirando il pugno chiuso nell'orbita?

Daniele                          - (fra sé) ...giovane figlia del secolo... Avida di esperienze morali. Fa' che la tua scelta sia un atto di coscienza. (Breve pausa) Arrivederci, Lucia.

Massimo                        - Ma dì: non avevi da propormi un affare?

Daniele                          - (si scuote) E' vero: ti spiego subito.

Lucia                             - Non l'ascoltare, Massimo! Sarà un'altra infamia.

Daniele                          - Semplicissimo: tu hai un amico che s'intende di cinema, vero?

Massimo                        - Come lo sai?

Daniele                          - (sorride) Io so tutto di te. Inoltre tu conosci persone... diciamo così... di larghe vedute, uomini, donne...

Massimo                        - Allora?

Daniele                          - Ecco... mi servirebbero dei fìlms... qualche cosa di «piccante», capisci?

Massimo                        - Vuoi dei films pornografici?

Lucia                             - Che ti dicevo? Mandalo all'inferno. Non hai niente da guadagnare con lui.

Daniele                          - Al contrario: pagherò bene. Non avrai da lagnarti con me, ti assicuro Pensaci: ci rivedremo. (Via).

Lucia                             - Promettimi che non gli farai più pas­sare quella soglia.

Massimo                        - Dipende.

Lucia                             - Da che, dipende?

Massimo                        - Ma... dal mio umore del momento.

Lucia                             - Non ti fidare di lui.

Massimo                        - Ai miei affari ci penso io. (Pausa) Tu piuttosto che intenzione hai?

Lucia                             - Le intenzioni sono un lusso: io non ho più una casa.

Massimo                        - Puoi restare qui: un cantuccio sì trova sempre... (Pensoso) Un cantuccio... (Lucia si muove per uscire) Dì, ma... sincèramente: non ri­cordi nulla di Quelle storie di bambini?

Lucia                             - (nettamente) No.

Massimo                        - E il resto? E' vero che sei stata sem­pre... un po' innamorata di me?

Lucia                             - Chissà!

Massimo                        - Ah!

Lucia                             - (con improvvisa drammaticità) Perché hai denunciato Daniele? Perché hai fatto questo?

Massimo                        - Daniele amico d'infanzia?

Lucia                             - Non solo. Daniele uomo.

Massimo                        - Non t'aspettare da me questo genere di preoccupazioni. Sono cresciuto in un mondo che tendeva a farmi violenza. E io sono molto orgo­glioso: m'è parsa una specie di sfida. Ho lottato come ho potuto.

Lucia                             - Ma... non ci sono dei limiti?

Massimo                        - Non lo so.

Lucia                             - Nulla da rispettare?

Massimo                        - Che pretendi da me? Prima m'hanno imbottito la testa, poi mi hanno messo delle armi in mano. A un certo punto m'è parsa venuta l'ora dì usare la forza come volevo io.

Lucia                             - E' terribile: non so più giudicarti.

Massimo                        - (ride) Non ti chiedo tanto. E' suffi­ciente che tu...

Lucia                             - (in preda alla sua idea lo interrompe) Ma Daniele amico d'infanzia?

Massimo                        - (annoiato, rapido) Perfettamente un estraneo, sa vuoi sapere. Altra pelle, altro sangue. Sangue impuro. Non hai bagagli?

Lucia                             - (distratta, allarga le braccia) Tutto qui.

Massimo                        - Tanto meglio. (Fuma; offre) Siga­retta?

Lucia                             - (rifiuta con un gesto la sigaretta) An­cora non ho accettato.

Massimo                        - S'intende. Dormirai su una panca dei giardini pubblici. Vuoi vedere la casa? (Si muove).

Lucia                             - (lo ferma col gesto) Non c'era qualcu­no, qua, prima di me?

Massimo                        - Sì, c'era.

Lucia                             - Come si chiama?

Massimo                        - Elena.

Lucia                      - Che farebbe Elena se io...?

Massimo                        - Vuoi sapere che farà Elena? E' un problema che non mi tocca. (Trilla il campanello) Porse ci siamo: la piccola storia da sistemare. (Va ad aprire; entrano Elena e Sandro; a Sandro) Perché hai suonato? Non avevi la chiave?

Sandro                          - Sì... ma tu hai degli ospiti...

Massimo                        - Certo. Anzi... è bene che tu mi dia quella chiave. D'ora innanzi suonerai sempre, per entrare.

Sandro                          - (breve pausa) Come vuoi. (Gli da la chiave).

Massimo                        - (indicando Lucia) Una mia amica. (Sandro accenna un inchino) Si trova in difficoltà per l'alloggio. Così... resterà qui.

Elena                             - (timidamente) Dove... pensi di siste­marla?

Massimo                        - Vedremo. Potresti tu, fare un pic­colo sacrificio. Forse Sandro ha del posto per te. Qui stiamo un po'... (Gesto come per dire « stret­ti ». Sandro ed Elena si guardano in viso).

Elena                             - (mordace) E'... quella signora che ti seguiva per la strada?

Massimo                        - (si volta a guardare Elena con ostilità).

 O4

 Lucia                            - (per vincere l'Imbarazzo, falsa gaiezza) Lo sanno tutti: sono popolare, ormai.

Massimo                        - (a Elena che accenna a sedersi) No, no: non vorrei guastarvi la serata: avete già ri­tardato abbastanza la cena, per colpa mia.

Sandro                          - ...non si potrebbe tutti insieme...?

Massimo                        - Lucia è stanca. Porse preferisce più tardi.

Elena                             - Insomma... ci metti alla porta? (Con slancio improvviso) E' la mia casa, questa, Non mi lascerò calpestare così. Anche se ormai credi di avere esaurito il capriccio.

Massimo                        - (con ira) Elena!

Sandro                          - (come a sé) ...prima di quanto io aves­si pensato...

Massimo                        - Anche tu ti permetti di pensare qual­cosa? (Sono faccia a faccia).

Sandro                          - Elena ha lasciato tutto per venire qua.

Massimo                        - Ho preso qualche impegno, io?

Sandro                          - (forte, significativo) Più di quanto tu stesso non creda!

Massimo                        - Che vuoi dire? Su parla.

Sandro                          - Non chiedo di meglio

Elena                             - (a Sandro) Ti dico di no! Ti dico di no!

Sanerò                           - Perché?

Elena                             - Sandro!

Massimo                        - (dopo una pausa, violento) Avete anche i segreti, ora? Bene. Via di qui, via! (A Sandro) Hai sempre aspettato questo momento. Sì, di prenderti Elena, non fare l'ipocrita. Mi giravi attorno con questa sola speranza. Eccoti servito. Che altro vuoi? Pila. (Sandro guarda il viso di Elena, e si muove per uscire. Massimo a Elena) E tu, che aspetti? Hai trovato il protettore, ora... se già la cosa non era fatta da un pezzo...

Elena                             - (dolore, sdegno) Davvero tu pensi questo?

Sandro                          - Non lo pensa. E' un pretesto. Vieni via, Elena. (Prende Elena per un braccio e la porta via. Sulla soglia, a Massimo)... le donne... Come ap­profitti bene della loro stupidità. Però stavolta hai sbagliato. (Via).

Massimo                        - (gli grida dietro) Telefona domani. Devo parlarti di un affare. (Dopo una pausa scoppia a ridere clamorosamente).

Lucia                             - (quasi con disgusto) Perché ridi?

Massimo                        - Penso con che gusto sputerà sul mio cadavere... appena gli sarà possibile. Se non avesse paura di me... la mia pelle non varrebbe un cen­tesimo.

Lucia                             - E... lo tieni con te?

Massimo                        - Che dovrei fare? Con un altro sa­rebbe lo stesso. Non c'è altra maniera d'impostare dei rapporti... d'amicizia. Sono tempi dannati. (Stacco) Ma che stiamo facendo? Ci sono le stelle, l'aria è dolce, e soprattutto ci sei tu, amica mia: tutto sommato, queste cose so ancora apprezzarle. (Prende il soprabito di lei e la aiuta precipitosamente ad indossarlo) Sì, i piccoli incidenti di sta­sera mi hanno messo un grande appetito. Non vedo l'ora di muovermi, di respirare... (Apre la porta).

Lucia                             - (brontola) ...eccomi... un momento... che furia... (Si sta aggiustando una calza).

Massimo                        - (la guarda. E' un attimo: ora i suoi movimenti sono più lenti) Hai ragione: dopo tutto non c'è fretta... (Chiude col piede la porta, torna piano verso di lei).

 

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La stessa scena del pri­mo atto, un mese dopo

Una luce grigia, triste, denuncia una mattinata piovosa.

Massimo                        - (da sinistra lo si ode fischiettare alle­gramente).

Lucia                             - (dalla porta interna a sinistra, viene in scena con vivacità, in vestaglia e pantofole: sembra uscita ora dal bagno. Durante il dialogo seguente, farà qualcosa, come pettinarsi, truccarsi, curarsi le unghie). Non ci siamo ancora, manca più d'una cosa qua dentro. Non sai tu che esistono dei buoni scendiletto spugnosi? Eppure qualcuno li ha inventati.

Massimo                        - (di dentro) Li hanno Inventati?

Lucia                             - Certo: qui non si fa altro che gelarsi i piedi.

Massimo                        - (c. s.) Che meraviglia! Siamo in autunno, allora... A te non piace l'autunno?

Lucia                             - Sì, quando la doccia è calda abbastanza, e ci sono pantofole di feltro.... e accappatoi come si deve...

Massimo                        - (c. s.) Ma sì: so bene che ti occorrono calze e pantofole.

Lucia                             - ... e una vestaglia no? Credi ch'io possa portare ancora questa specie di saio?

Massimo                        - (c. s.) D'accordo, madama. Stamat­tina andrete in giro e vi cercherete un po' di roba. E' questo lo svantaggio, ogni volta.

Lucia                             - Che svantaggio? ?

Massimo                        - (c. s.) Che runa disprezza le cose lasciata dall'altra.

Lucia                             - Lasciano tutte qualcosa?

Massimo                        - (c. s.) Dipende. Elena, per esempio, non s'è fatta più viva a ritirare la sua roba. E' or­gogliosa, quella ragazza. Andava trattata meglio, tutto sommato.

Lucia                             - Sei sempre in tempo. Tu che fai?

Massimo                        - (e. s.) M'insapono.

Lucia                             - Dopo, voglio dire.

Massimo                        - (c. s.) Che vuoi che sì faccia in una mattinata cosi se non accompagnare un'amica per i negozi, e sceglierle dei regalucci?

Lucia                             - (ha finito di truccarsi) Cuore grande. Su, sbrigati. Io sono pronta, devo solo indossare 11 vestito.

Massimo                        - (c. s.; d'un tratto) Accidenti!

Lucia                             - Che c'è?

Massimo                        - (appare da sinistra, in accappatoio, col viso insaponato) Immagini un uomo che s'è in­saponata la faccia per un quarto d'ora di seguito e poi s'accorge che ha finito le lamette? (Lucia scoppia a ridere) Come ci si regola in casi come questi?

Lucia                             - Ci si lava la faccia, si esce con la barba bianca e poi si va dal barbiere.

Massimo                        - Non ci vado dal barbiere, io.

Lucia                             - Perché?

Massimo                        - ... restare alla mercé di un uomo con un rasoio in mano... e della gente che ti passeggia dietro le spalle. Uno può anche passare sulla strada e farti la pelle.

Lucia                             - Capisco. Cose d'America.

Massimo                        - (brontola) No. no, è successo anche qua. (Via di nuovo a sinistra).

 Lucia                            - E allora? Il problema è serio. (Accende una sigaretta) Mi sembri un orfanello, sai, senza difesa. Hai risolto?

Massimo                        - (rientra finendo di pulirsi il viso con un asciugatoio; passando bacia Lucia che col dito gli toglie un po' di saponata dietro l'orecchio. Rumore di pioggia) Uhm... viene giù ch'è un piacere... (Dilata il torace) Comincia la mia stagione... An­che il locale va meglio. (Va alla finestra e guarda fuori) Sono quattrini, questi.

Lucia                             - (butta via la sigaretta, sbadiglia, si ran­nicchia nel divano) Strano come da un momento all'altro passa la voglia di uscire. (Sembra Quasi assopirsi, brontola) Vieni qui, Massimo. (Massimo non sì muove) Sai qual è la cosa che ricordi più nettamente di te?... come fosse ora... (Massimo va piano e le siede accanto. Lucia a occhi chiusi, con gesto preciso, gli mette una mano dietro la nuca e lo accarezza) Avevi un viso feroce, da piccolo de­monio. Lo avevi buttato a terra lottando, e gli mordevi la nuca.

Massimo                        - Gli mordevo la nuca?

Lucia                             - Non ridere! Era arrabbiatissimo; le tue furie di bambino isterico.

Massimo                        - E Daniele... non si difendeva?

Lucia                             - Eri il più forte. Poi... Daniele ha avuto sempre una maniera sua di difendersi.

Massimo                        - (respingendo la mano che lo accarez­za) Spiegami.

Lucia                             - Non reagisce direttamente: sembra qua­si « assorbire » le offese. Capisci?

Massimo                        - No. Ma tu... per chi parteggiavi?

Lucia                             - A volte ti odiavo. Abusavi della tua forza.

Massimo                        - Mi hai perfino graffiato una volta. Ricordo perfettamente. Come una gatta. Con le tue piccole unghie.

Lucia                             - (ride) Sì?

Massimo                        - Però mi ammiravi.

Lucia                             - Quando diventammo grandicelli, e tu cambiasti casa, speravo sempre che tu tornassi a trovarci.

Massimo                        - Lo so. Anche tu mi piacevi: comin­ciavi a diventare quella che sei.

Lucia                             - (s'inchina scherzosa).

Massimo                        - T'incontravo qualche volta al suo fianco, alta, superba. Ma non mi avvicinavo. C'era lui, non potevo soffrirlo.

Lucia                             - Ma perché?

Massimo                        - Una repulsione oscura che cresceva con gli anni. Mi piaceva fare a pugni da piccolo, e lui sfuggente... col suo sorriso scialbo, dolciastro... l'aria da vittima predestinata.

Lucia                             - Ecco. Alla base della sua natura... come un oscuro presentimento...

Massimo                        - Che presentimento?

Lucia                             - Del tuo abbraccio. E la terra mai sicura sotto i loro piedi: sempre terra straniera.

Massimo                        - Lucia, sei ebrea, tu, o no?

Lucia                             - (quasi con pena) Non so. Non ho ele­menti per dire...

Massimo                        - Hai qualcosa nel viso... gli occhi forse, tagliati così...

Lucia                             - (si scuote come se l'esame le desse fastidio. Appoggia il viso sulle mani e i gomiti sulle ginocchia) L'idea dì quella donna di portarmi in casa di ebrei farebbe pensare... ma non c'è nulla di certo...

Massimo                        - E tu non senti un istinto... o qualche affinità...?

Lucia                             - Ho pensato molto. Specie al tempo del­le persecuzioni. E' un punto oscuro, per me.

Massimo                        - T'importa, risolverlo?

Lucia                             - Sì. Ognuno vorrebbe sapere... da che parte schierarsi. (Lo guarda e pronuncia netta­mente) Spingendomi verso di te, Daniele vuole aiutarmi... a scegliere la mia razza.

Massimo                        - Eh?!

Lucia                             - Capisci? Da una parte tu... dall'altra Daniele. (Sussurra) M'è toccata una sorte strana: sono nata ad un bivio...

Massimo                        - (si alza; con l'aria di prenderla in giro) E noi rappresentiamo...?

Lucia                             - Tu... cacciato nella vita con tutta la tua baldanza... Lui... che gira intorno alle cose... oscuro, enigmatico...

Massimo                        - (allegramente) Quanto a me, hai scelto un cattivo campione. Ma... come puoi fare la tua scelta, se Daniele ti lascia qua, con me?

Lucia                             - Credi che una donna non ti resista? ?

Massimo                        - (accende una sigaretta) E' pericoloso comunque. Anch'io ho le mie piccole carte da gio­care. Lui se la svigna, ti lascia sola: e allora, per­metti, le sue probabilità diminuiscono seriamente.

Lucia                             - ... se la svigna, hai detto? (Sottile) Se­condo te, Daniele è lontano da questa casa?

Massimo                        - Non è in questa casa. Ed io ho qui la testa, le spalle... e il resto.

Lucia                             - (coti suggestione) Non hai mai sentito Daniele, qui? Non lo senti ora?

Massimo                        - Che mi vai raccontando?

Lucia                             - Tu apri una porta, e dietro c'è Daniele... col suo viso magro, lo sguardo incomprensibile... Do­vunque io mi giri, sento Daniele che spia. E' nato per spiare, per stare in agguato...

Massimo                        - Anche stanotte lo hai sentito... men­tre ti stringevo fra queste braccia? Non credo di avertene lasciato il tempo.

Lucia                             - (ha un moto di stizza).

Massimo                        - Sentiamo: dov'è Daniele in questo momento?

Lucia                             - Forse sotto i platani della piazza, per ripararsi dalla pioggia. Porse nel caffè d'angolo. Forse dietro le tue spalle mentre stai dicendo tan­te cose idiote.

Massimo                        - (si volta quasi spaventato) Che ti prende stamattina?

Lucia                             - (a sé) ...come se in questa casa ci fossero sorci.

Massimo                        - Sorci?!

Lucia                             - Sì. E' uno che può saltarti fuori da un momento all'altro, mentre fai per muovere una sedia o per aprire un tiretto.

Massimo                        - (scoppia a ridere di gusto) Così... quell'anima misteriosa me la riduci alle proporzioni d'un sorcio?

Lucia                             - (con eccitazione quasi frenetica) Non capisci che Daniele è qui con noi, in tutti gli istanti? Che ogni minuto che sto con te è un minuto di prova? E che egli è sempre presente per ricordarmi che non ci sei solo tu con le tue spalle d'atleta e la tua faccia di piccolo mascalzone? Non senti che ci soffoca? Credi di essere nella tua casa, tu, al sicuro. Non vai dal barbiere per paura di uno che passi e ti spari alle spalle... e da Daniele, stupido, chi potrà mai guardarti?

Massimo                        - (innervosito, corre alla porta del fondo e la spalanca di colpo, quasi aspettandosi di vedere Daniele. Ed ecco dal pianerottolo, viene avanti piano Elena) Elena! Vieni avanti! Ti serve qual­cosa? Ma come ci guardi: si vede proprio che era­vamo a caccia di topi?

Elena                             - Avete topi?

Massimo                        - Un'idea di Lucia. Pare che abbiano invaso la casa. Ne hai mai visti, tu?

Elena                             - Io? Mai.

Massimo                        - (a Lucia) Vedi? Eppure c'è stata pa­recchio. (A Elena) Ma com'è che per un mese in­tero?... Non hai riguardi per gli amici. Uno può stare in pensiero. (Mentre Elena sta togliendosi l'impermeabile) Hai intenzione di tenerci un po' di compagnia? Vi conoscete, vero?

Elena                             - Ho questo privilegio.

Massimo                        - Non fare cerimonie, non è il caso. Datevi del tu, anzi.

Elena                             - Grazie. (A Lucia) Come stai?

Lucia                             - Mi sto chiedendo la stessa cosa. E spero presto di formarmene un'idea.

Massimo                        - (a Elena, accennando verso Lucia) S'è svegliata piena di estro, stamattina. Forse è il cambiamento di stagione. Vuoi bere qualcosa? (Va al bar).

Elena                             - Credi che abbia bisogno di ubriacarmi per dirti quello che devo dirti?

Massimo                        - (compiaciuto, pauroso) Devi dirmi qualcosa?

Lucia                             - Forse sono di troppo.

Elena                             - Ma no, resta; è meglio.

Massimo                        - Naturalmente. Non siete due amiche? E poi, insieme formate un'atmosfera perfetta. (Ver­sa per sé) Allora bevo io, se proprio non vuoi. Che hai fatto in questo tempo?

Lucia                             - (vedendosi osservata da Elena) Scusa se io... (allude alla propria vestaglia)... ancora non ho provveduto.

Massimo                        - (a Lucia) Non ci pensare: Elena è una ragazza dì spirito.

Elena                             - Forse non abbastanza.

Massimo                        - Perché fai la modesta? Tu sai che ti ho sempre stimata. Allora che devi dirmi? (Le tende il portasigarette) Sigaretta? Già, che smemorato: tu non fumi che le tue sigarette. (Prende dal tavolo la borsetta di lei e l'apre. Si ha l'impressione che Elena accenni un moto per impedirglielo. Massimo vede qualche cosa dentro la borsetta, e fa schioc­care più volte la lingua) E questo che è? (Trae con la punta di due dita una piccola rivoltella) Tu porti di questi gingilli? E da quando? (Controlla se è ca­rica) Ma è pericoloso, pensa: potrebbe scattare il grilletto, basta un urto casuale, e a-ddio, ti buca la borsa. Peccato; vero coccodrillo. E poi te l'ho re­galata io, mi pare. (Posa la rivoltella sul tavolo) Ah, queste donne... tu sogni, e loro intanto... (Dalla borsa ha tratto un pacchetto di sigarette e ne da una, a Elena che meccanicamente la mette in bocca. Mentre sta per offrirle fuoco, Elena butta via la sigaretta) Insomma, sei di malumore. Non ti riconosco.

Elena                             - (ha come un'improvvisa stanchezza. Si alza e comincia a indossare l'impermeabile).

Massimo                        - Te ne vuoi andare? Non capisco pro­prio. Non eri venuta per parlarmi? O eri venuta per... quello? (Indica la rivoltella) Capisco: era una delle possibili soluzioni. E com'è che ora ri­nunci?

Elena                             - (s'avvia per uscire).

 Massimo                       - Elena!

Elena                             - (si volta; con semplicità) Me ne vado. Parto.

Massimo                        - Parti?

Elena                             - Sì, Massimo. Lascio questa città.

Massimo                        - Che succede? E Sandro? Non andate d'accordo? .

Elena                             - (ha un gesto di fastidio) Ti prego, Mas­simo...

Massimo                        - Mi dispiace di perdere un'amica. Non posso rassegnarmi. (Elena è già sulla soglia) Senti, Elena! Perché non rinunci all'idea di parti­re? La vita è difficile, sai. Porse ho qualcosa da proporti: sì, del lavoro. Così resti.

Elena                             - Del lavoro?

Massimo                        - Ascolta: Sandro sta facendo dei films, per conto mio... oh, dei fumetti, niente di difficile, e io sto pensando...

Lucia                             - (grida) No, Massimo!! (A Elena) Tu, vattene!

Massimo                        - Che vuoi?

Lucia                             - Vattene, Elena! Non l'ascoltare...

Massimo                        - Togliti di mezzo!

Elena                             - (con calma apparente) So di che si tratta: Sandro gira dei films... e tu mi proponi di prestarmi anch'io?

Lucia                             - (brontola) E' spaventoso...

Massimo                        - (a Elena) Semplicissimo, vedi: un lavoro come un altro.

Elena                             - (è faccia al pubblico; e d'un tratto il suo respiro sembra farsi difficile, e lagrime le rigano il volto. Quasi con dolcezza). ... Tu mi proponi questo, Massimo? Io devo avere un figlio da te.

Massimo                        - (strascicando) Eh?!

Elena                             - Sono incinta. Devo avere un figlio da te.

Massimo                        - Vuoi scherzare, spero! (Elena scuote il capo quietamente) E vieni a dirmelo ora, dopo un mese che convivi con un altro?!

Elena                             - Lo sapevo già da prima, quando ho lasciato questa casa.

Massimo                        - Inaudito! E questo figlio, se è vero che devi averne uno, sarebbe mio? (Finge di ridere. A Luc'ti, come cercando aiuto) Capisci, è l'amante di un altro, e se ne spunta fuori con questi discorsi. (A Elena) Solo tu potevi avere una simile faccia tosta.

Elena                             - (con fermezza) Massimo, tu sai che è vero.

Massimo                        - Io? E' pazzesco! Neanche nei roman­zi si legge una storia come questa. Via di qui, prima che io...

Elena                             - No, Massimo. Qualunque cosa tu dica, non cambierai questo fatto...

Massimo                        - Insemina, che speri? Hai bene orga­nizzato il tuo piano: prima la rivoltella... ora la storia del figlio. Credi che attacchi con me?

Elena                             - Nulla al mondo cambierà questo fatto. E' così, Massimo.

Massimo                        - (ira fredda) Ammesso che sia vero, che vuoi?

Lucia                             - (s'avvia verso sinistra).

Massimo                        - Dove vai, tu?

Lucia                             - Vado a vestirmi.

Massimo                        - Perché questa fretta?

Lucia                             - (uscendo di scena a sinistra) Perché me ne vado.

Massimo                        - Perfetto. Quello che si chiama soli­darietà. Lei arriva..., col figlio, e tu le fai largo. Ma vi sbagliate tutt'e due.

 Elena                            - (scatta) Sei tu che ti sbagli. Crede che tutto gli sia permesso. Non assume responsabilità, lui. Non lo sapevi che queste cose possono succe­dere? E' un bel gioco, vero? Ti piaccio, e mi porti qua. E mi parli d'amore. « Mi piaci. Tu sei la mia donna». E poi, finito il capriccio, neanche una pa­rola, e via. Non vuole fastidi, il signore. E ora? E ora?

Massimo                        - Che vuoi, insomma, denaro?

Elena                             - (ironica, violenta) Sicuro! Te l'ho detto. Sei tu che ti sbagli stavolta. Hai fatto male i tuoi conti. (Ha un riso falso) C'è una soluzione, forse. Te l'offro io. Dove non arriva il denaro ci son le pallottole. E' un discorso che ti ho sentito fare. Su, deciditi allora. Non hai via di scampo.

Massimo                        - (torvo) C'è una soluzione.

Elena                             - (con slancio) No! Quello no! Devi am­mazzare me prima! Te l'ho detto. Non mi presto a cose del genere. Ti piace che una volta uno ti dica in faccia quello che pensa?: sei un miserabile! Ma non disporrai di me come ti piace. I films porno­grafici, vero? E ora... se c'è un figlio che da fasti­dio, sbarazziamoci del figlio. No, amico mio. Anche gli altri esistono. Anch'io esisto. Hai molto da im­parare ancora.

Lucia                             - (rientra da sinistra vestita, e s'avvia con decisione verso il fondo, ma subito)

Massimo                        - (si mette davanti alla porta e le sbarra il cammino. Pausa).

Lucia                             - Fammi passare.

Massimo                        - Perché?

Lucia                             - Avete cose da sbrigare, voi due. Io mi annoio. (Breve pausa) Fammi uscire, ti dico.

Massimo                        - Qua dentro comando io. Te n'andrai quando io vorrò. Nella mia casa, non mi piace che uno faccia di testa sua.

Lucia                             - (torna indietro Quasi con indifferenza, poi d'un tratto impugna la rivoltella ch'era sul tavolo e la punta contro Massimo. Poi cammina piano verso di lui) Fammi uscire.

Massimo                        - (finge di scherzare) Ah... una don­nina energica. E' carica, sai, non scherzare.

Lucia                             - Lo so che è carica. Per questo ti dico di toglierti di lì.

Massimo                        - Mi piaci così. Imparate presto, voi donne.

Lucia                             - Naturalmente.

Massimo                        - Tu saresti capace... di sparare sul serio.

Lucia                             - Naturalmente. (Pausa) Massimo, è l'ul­tima volta. (Massimo si scosta piano dalla porta e Lucia avanza, è ora spalle allo, porta e la apre die­tro di sé) Mi fai pena. (Aprendo la porta, scopre la figura enigmatica di Daniele. Sentendo il con­tatto di lui, Lucia si volta di scatto, e intanto...)

Daniele                          - (l'ha disarmata) Ma che succede? E' un giuoco di società?

Massimo                        - Ah! il sorcio... Allora è vero che stai dietro le porte?

Daniele                          - Chi mi calunnia così?

Massimo                        - E' lei. (Indica Lucia).

Elena                             - (intanto rapidamente attraversa la scena ed esce dal fondo)

Daniele                          - (la segue curiosamente con lo sguardo).

Massimo                        - (le grida dietro) Lasci qua il tuo giugno?

Daniele                          - Che faccia!... Che le hanno fatto?

Massimo -------------- - Un marmocchio. E veniva a sfogarsi  qua. E' la casa dei derelitti, questa. (A Lucia) E tu... t'è passata la fretta?

Daniele                          - (intanto è andato a sedersi comodamen­te, dopo avere intascato la rivoltella).

Massimo                        - A che devo l'onore?...

Daniele                          - Ho pagato anticipato io, sì o no?

Massimo                        - Sì.

Daniele                          - Ho pagato bene?

Massimo                        - Non dico di no.

Daniele                          - Allora ho il diritto di esigere la pun­tualità.

Massimo                        - Perché?... Non hai avuta la mercé?

Daniele                          - No. Ho aspettato stamattina il tuo agente secondo i patti, e non ho visto nessuno.

Massimo                        - Non è venuto un giovanotto... a con­segnarti...?

Daniele                          - No.

Massimo                        - (un po' preoccupato) Mi meraviglio. Doveva occuparsene Sancirò. (Va al telefono e mentre sta per forviare il numero, il campanello trilla. A Lucia) Aprì la porta. Forse è lui. (Lucia apre ed entra Sandro che sembra eccitato) Che c'è?

Sandro                          - C'è... che è successo un guaio. (Si guar­da intorno esitante).

Massimo                        - Avanti, parla.

Sandro                          - Avevo mandato il ragazzo, stamattina, a portare la roba... e quel cretino s'è fatto arrestare.

Massimo                        - Arrestare?!

Sandro                          - Sì. E' capitato in una dimostrazione dì piazza, non so, monarchica, antomoitiarchica, che il diavolo se li porti... Ci sono state botte. Hanno fermato una ventina di persone... e il cretino c'è rimasto in mezzo.

Massimo                        - E... la pellicola?

Sandro                          - Ha cercato di disfarsene... ma forse qui è stato il guaio: credevano si trattasse di una bomba. Puoi immaginarti il panico. Insomma lo hanno acciuffato e anche la pellicola è nelle loro mani.

Massimo                        - Ma... ne'la confusione... come possono dire che la portava lui, la pellicola?

Sandro                          - C'è un inconveniente: anche il ragaz­zo figura nella pellicola... sì, fra gli attori...

Massimo                        - Ma... da chi hai saputo, tu?...

Sandro                          - C'era Anna, con lui. E' riuscita a svi­gnarsela. S'è attaccata subito al telefono, per rac­contarmi la storia. E inoltre... ha fatto un po' di propaganda. S'è messa a spifferare tutto agli altri... Sono allarmatissimi. In mezz'ora ne ho avuti tre el telefono.

Massimo                        - Idioti... perdono la testa per niente.

Sandro                                     - Per niente?

Massimo                                  - Ma sì! quattro fotografie cretine.

Sandro                                      - Caro, sono fotografie che ti mandano in galera.

Massimo                          - In conclusione, che vogliono?

Sandro                          - Non lo sanno neanche loro. Vogliono andarsene via, piantare la baracca. Bussano a de­naro.

Massimo                        - Ah! una specie di ricatto?

Sandro                          - Gli scotta il terreno sotto i piedi. Han­no bisogno di soldi. E pensano che tu debba prov­vedere per loro.

Massimo                        - Io? Si sbagliano di grosso. Io li ho pagati. Se la sbrighino da sé.

Sandro                          - Ma che devono fare? Che dobbiamo fare?

Massimo                        - Anche tu... ti metti con loro?

Sandro                          - Non capisci che, se quel ragazzo canta...

Massimo                        - Ebbene?

Sandro                          - Se lui canta, siamo sistemati tutti.

Massimo                        - Anch'io, vuoi dire?

Sandro                          - T'illudi che prima o dopo nessuno faccia il tuo nome?

Massimo                        - Per caso... è una minaccia?

Sandro                          - Mi pare che tu per primo stai perden­do la testa. Sono venuto a concertare il da fare.

Massimo                        - Prima di tutto bisogna impedire che facciano quella proiezione.

Sandro                          - Figurati! A quest'ora me li immagino tutti pigiati in una stanai, quelli della polizia, ad arricciare il naso e a fare smorfie... mentre se la spassano un mondo. Non si lasceranno sfuggire un'occasione del genere.

Massimo                        - E allora?

Sandro                          - Allora... Codice penale; commercio di films clandestini. E da lì sta' sicuro, verrà a galla tutto il resto. (Trilla il telefono).

Massimo                        - (al telefono) ... sì... (Ascolta per un po' una voce che parla con concitazione, poi riat­tacca bruscamente il ricevitore).

Sandro                          - Chi è?

Massimo                        - Un altro dei tuoi. Maledetti. Tutti isterici. Non ti danno neanche il tempo di riflettere.

Sandro                          - E' un brutto pasticcio. Bisogna esco­gitare qualcosa. E, senti a me, non li trattare male. Sei un po'... nelle loro mani.

Massimo                        - (scoppio d'ira) Eh?! Vedranno. E quanta a te, puoi risparmiarti i consigli, capisci? (Cammina nervosamente davanti a Daniele che se ne sta tranquillamente seduto) Non hai niente da dire, tu?

Daniele                          - (serafico, allarga le braccia) Io?

Massimo                        - Tu! E' stata un'idea tua, fino a pro­va contraria.

Daniele                          - Calma. Gli incerti del mestiere, ami­co mio.

Massimo                        - Se dovesse capitare qualcosa, neanche tu la passerai liscia, sta' sicuro.

Daniele                          - Hai prove contro di me?

Massimo                        - Non ho bisogno dì prove, io, per sistemare le mie faccende.

Daniele                          - T'invito ancora alla calma. E' una via sbagliata, questa.

Lucia                             - (sussurra, a Daniele) Così... stai rag­giungendo il tuo scopo?

Daniele                          - (la guarda).

Sandro                                     - (come fra sé, guardando Massimo) „. Il ragno... Ma forse questa volta hai trovato un ragno più grosso.

Massimo                        - (violento, a Sandro) Che hai da bron­tolare, tu? Perché non parli chiaro?

Sandro                          - (piano) Non sai far di meglio che prendertela con qualcuno? Credevo tu avessi altra stoffa.

Massimo                        - Imbecille... nella peggiore delle Ipo­tesi, ci si mette in una macchina e si fila via. Mi da ai nervi che qui facciate la tragedia. (Verso Lucia e Daniele) Che altro volete, voi? Ho da fare, se ancora non lo avete capito.

Daniele                          - (si alza lentamente) Da un pezzo... l'avevo capito. Ti faccio tutti i miei auguri. (Arrivato alla soglia, seguito da Lucia, si volta verso Sandro) Tu... non hai incontrato la tua amica, venendo?

Sandro                          - Che amica?

Daniele                          - Ma... quella ragazza... o forse m'in­ganno?...

Sandro                          - Vuoi dire Elena?

Daniele                          - Sai... è uscita di qua da pochi mi­nuti... e sono preoccupato, ti confesso.

Massimo                        - (.torte a Daniele) Piantala!

Sandro                          - Perché preoccupato?

Daniele                          - (a Lucia) Diglielo tu. In fondo, io ho avuto appena il tempo di vederla... e non sono del tutto al corrente...

Sandro                          - (a Lucia) Che è successo?

Daniele                          - Quando io sono entrato, lei usciva... con un viso, sai, poco allegro...

Sandro                          - (a Massimo) Che hai fatto, ad Elena? E perché è venuta?

Massimo                        - Non è il momento di pensare a lei.

Sandro                          - Lo è invece. Che voleva, Elena?

Daniele                          - Ho visto rivoltelle in giro... Bisogna fare attenzione alle donne.

Sandro                          - (guarda tutti interrogativamente).

Lucia                             - E' venuta a dire che... si credeva incinta di Massimo.

Sandro                          - Ah... (A Massimo) E tu?

Lucia                             - Lui le ha proposto di... partecipare ai tuoi films.

Daniele                          - (ride) Si trattava di questo?

Sandro                          - (a Massimo, dopo una pausa) Tu hai fatto questo?

Massimo                        - Ho fatto questo. Non ti garba?

Sandro                          - (a Lucia) Dov'è andata Elena?

Lucia                             - (alza le spalle).

Daniele                          - Una donna... quand'è esasperata...

Sandro                          - Che vuoi dire?

Daniele                          - Ti ripeto che non so nulla. Ma tu... sei affezionato a quella ragazza?

Sandro                          - Non ti riguarda. Dimmi piuttosto quel­lo che sai.

Daniele                          - Non ho altro da aggiungere. E' uscita di qua... piuttosto stravolta. In quei casi, una ra­gazza può tranquillamente commettere qualche pazzia... (Breve pausa) Ma si, darsi al primo venuto, e, che so, se proprio ha perduto le staffe, può an­che ammazzarsi... (Grande tensione di Sandro) Ti consiglierei quasi di andare in cerca di lei. Ma come fare? La città è grande... e piena di posti perico­losi... pericolosi s'intende per una persona che si trovi in quelle disposizioni di spirito... (Sandro lo guarda) Ponti, terrazze, veicoli, capisci? Una gran­de città è una cosa preoccupante.

Sandro                          - (furioso, a Daniele) All'inferno! (A Massimo) E tu l'hai fatta uscire così?

Massimo                        - Io non m'impiccio negli affari degli altri.

Sandro                          - ... «degli altri»?! Lo sai chi è Elena per te?

Massimo                        - (ingenuo) No. E'... l'amante di un mio amico.

Sandro                          - Io non ho mai toccato Elena.

Massimo                        - Mai?! Tu che entravi e uscivi da questa casa a tuo piacimento... lei romantica, piena di nostalgia... e vuoi farmi credere?...

Sandro                          - Sai bene che stai mentendo.

Daniele                          - (a Massimo) E' una supposizione... poco lusinghiera per te.

 Massimo                       - (a Sandro, forte) Del resto il passato non conta. Di questi tempi non si può chiedere a una ragazza la fedeltà. Ma da un mese Elena è a casa tua. Ormai quello che riguarda lei, è affar tuo.

Sandro                          - Io non l'ho toccata, ti ripeto. Elena ha un figlio tuo.

Daniele                          - (si avvicina a Sandro, e in tono quasi confidenziale) Se questo è vero, non capisci il servizio da amico che Massimo si aspetta da te?... Tu dovresti persuadere quella ragazza...

Sandro                          - (scatta) Cosa?!

Daniele                          - Ma sì! Non è difficile intuire. Tu hai abbastanza esperienza della vita...

Sandro                          - Questo, poi...

Massimo e Sandro        - (si guardano con odio e si ha l'impressione che da un momento all'altro possano aggredirsi).

Lucia                             - (d'un tratto fra i due) Attenti! E' lui il vostro nemico... Fa di butto per provocarvi. Non ve­dete che spettri ha saputo evocare?

Sandro                          - Spettri?

Lucia                             - Certo. Una ragazza che a quest'ora attraversa la città cercando disperatamente una soluzione. E poi...

Daniele                          - (ride) Avrei io la colpa di questo? Anche del figlio che sta facendo? Amica mia, am­metti di essere una visionaria?

Lucia                             - Sì?! E la polizia che da un istante all'altro può capitare qui... e tutti gli individui che nei vari punti della città si agitano al pensiero del piccolo disco in cui è registrata la loro infamia... e la ragazza che veniva dal padre del suo bambino e s'è visto offrire un ignobile contratto... son cose da visionaria, queste?

Massimo                        - (a Daniele) Visionaria o no, è un fatto che tu mi stai sempre tra i piedi.

Daniele                          - Caro... abbiamo impostato insieme un affare: non si può risolvere tutto per corrispon­denza.

Massimo                        - E così?

Daniele                          - Devi rassegnarti, almeno ogni tanto, a subire la mia presenza.

Massimo                        - E' proprio questo che non mi garba.

Daniele                          - (s'inchina) Grazie della franchezza. Ma dimentichi un piccolo dettaglio. Sono sorte complicazioni. Ci sono loro... (indica Sandro) sì, i tuoi complici... che tirano calci come se stessero per affogare. E’ da loro che devi guardarti. Sandro era Italico che ti poteva, aiutare, ma con lui hai commesso un errore.

Massimo                        - Quale?

Daniele                          - (brontola) ... le interferenze senti­mentali... Non si lavora bene con uno che...

Sandro                          - Sono curioso di sentire il seguito.

Daniele                          - Tu sei innamorato di Elena. E Mas­simo ha fatto un grave torto a quella ragazza. (Ride) Un momento fa mi hai fatto una brutta impressione: sembravi sul punto di saltargli ad­dosso...

Massimo                        - (ghigna) Non aveva che da provare. (Tensione fra Sandro e Massimo).

Daniele                          - (li spia).

Lucia                             - I vermi... (A Daniele) E tu sei sceso fin nella tana... e li stuzzichi...

Daniele                          - (ride).

Massimo                        - (a Daniele) Ridi pure. C'è quest'uo­mo(indica Sandro) che va tenuto d'occhio... e non ho il tempo di dedicarmi a te, ma... verrà il tuo turno...

Daniele                          - Fa' con comodo: io posso aspettare.

Sandro                          - (a Massimo) Grazie della precedenza. Ti sono obbligato.

Massimo                        - Niente. E' un mio dovere. Nessuno vorrebbe lasciare questioni in sospeso col proprio... angelo custode.

Sandro                          - Infatti.

Daniele                          - Ah! sei... l'angelo custode?

Massimo                        - Sicuro: la mia guardia del corpo... In termini più modesti. Tocca a lui guardarmi le spalle, non è meraviglioso?

Daniele                          - Stupendo addirittura! E... rende bene?

Massimo                        - Coscienziosissimo. Sempre alle mie spalle: e ben armato anche. Non sono le munizioni che gli fanno difetto. Disponiamo di un arsenale.

Daniele                          - Allora... che gli è mancato finora?

Massimo                        - L'occasione. Soltanto quella. Spia l'occasione propizia.

Daniele                          - Per farti la pelle?

Massimo                        - Acuta interpretazione, la tua. Sì, mo­destamente... credo di ispirargli dei sentimenti vio­lenti... (A Sandro) Non è vero, amico mio? Mille volte le mani ti prudono... quella mano, anzi... (.in­dica la sinistra che Sandro tiene nella tasca dei pantaloni)... quella mano spesso tormenta il gril­letto della pistola... e l'angelo custode passeggia come un pazza alle mie spalle. Si decide o non si decide? Ma no! Esita ancora... Guardate, guardate!

Sandro                          - (toglie di tasca la mano con un pacchetto di sigarette. Le labbra gli tremano) ... Ha voglia di scherzare, lui...

Massimo                        - Ma neanche per sogno. E neanche tu scherzi: la mano ti trema. Attento! non riusci­rai ad accendere la tua sigaretta.

Sandro                          - (butta via con rabbia la sigaretta).

Massimo                        - (trionfante) Avete visto?! Sempre così... i nervi scoperti: si guasta la salute con me. E' il tarlo che lo rode... l'idea di spedirmi al crea­tore. (Ride) Dicono che ai mancini anche nel cer­vello qualcosa va storto. Devo averlo letto in un libro.

Sandro                          - Basta!

Massimo                        - (dolce) Perché? Mi fa pena, a volte, saperti così turbato, alle mie spalle, con quella mano che gioca. (Agli altri, obbiettivo) Lui sa che, se sbaglia il primo colpo, è finito. Sandro è mancino, io sono ambidestro, capite. Il vantaggio è dalla mia parta. (Pausa piena di tensione. Va verso Sandro, ride) Ieri sera, è vero?, sei stato sul punto... (Adii altri) In macchina. Io ero al volante. Sandro dietro di me. La macchina andava piano. L'ho sen­tito che si agitava. Allora ho accelerato, ho acce­lerato. L'occasione era sfumata. Capite? (Ride) Dio... se non avessi ingranato la marcia... questione di un attimo. Avrebbe sparato... e subito raddriz­zato il volante. Ma ormai... eravamo a cento all'ora. Tutto da rifare. (Piano, a Sandro) E' così, o non è così?

Sandro                          - (stringe i pugni e contrae le mascelle).

Massimo                        - Preferisci non rispondere?

Sandro                          - (con voce che trema, fingendo di scher­zare) Sei troppo furbo, tu.

Massimo -------------- - Cerca anche tu di essere furbo. (Si­bila) A tradimento non riuscirai. Cogli ora il mo­mento,.. (Si scosta qualche passo e allarga lentamente le braccia) Su... hai il vantaggio del tempo. Alle spalle, ti domino. Non ho bisogno di guardarti per saper quello che fai e che pensi. Ora invece...

Sandro                          - (s'è ripreso. Accende con calma l'accendisigari) Stai esagerando. Sei nervoso.

Massimo                        - (lento) Ancora una parola poco ri­spettosa... e ti accoppo come un cane.

Daniele                          - (piano, a Massimo) Perché ti odia così?

Massimo                        - (allenta la tensione, ride) Ah, non sapete la storia dello schiaffo? un umile schiaffo... (A Sandro) Neghi di essertelo meritato? Son brutte azioni, cose da niente... ma danno fastidio. Nel mio locale, capite, veniva a disturbare i giocatori. Guar­dava le carte dietro le spalle, e, se capitava, sì la­sciava sfuggire qualche strizzatina d'occhi. E io ci tengo al buon nome del mio locale.

Daniele                          - Vedo. Ne fai una questione di moralità.

Massimo                        - (Sandro) Non mi dire che la lezion-cina sia stata inadeguata al resto. Poi lo ingaggiai... i fratelli siamesi...

Daniele                          - Così ti ha seguito sempre... deciso a farla finita...

Massimo                        - ... alla prima occasione. Al primo passo falso ero fritto. Così... m'imponevo una di­sciplina. Una gaffe significava... brrr.... vi rendete conto?

Daniele                          - Questa si chiama saggezza. Ora mi spiego i tuoi successi.

Massimo                        - Bontà tua. Io vado avanti con questi criteri. Avere attorno gente devota. E la vera devo­zione nasce dalla paura.

Sandro                          - Massimo!

Massimo                        - Non t'agitare. Ho detto paura.

Daniele                          - E ammirazione, devi aggiungere. In fondo... hai l'amore della ragazza che lui ama.

Massimo                        - (sprezzante) Elena? Non so che far­mene. (A Sandro) Va' a consolarla, e tenetevi anche il figlio, dal momento che ci siete.

Daniele                          - ... il figlio... è il tuo regalo di nozze?

Sandro                          - (al colmo dell'esasperazione) Questa volta, perdio!... (Sta per slanciarsi).

Massimo                        - Questa volta...? (Avanza verso San­dro; gli è di fronte, lo fissa, poi d'un tratto lo schiaf­feggia. Sandro fa per indietreggiare, ma inciampa in uno sgabello e cade. Con una furia fredda Mas­simo gli è addosso e ancora lo schiaffeggia. San­dro riesce ad alzarsi, e ormai è mia vera collutta­zione. Si ha l'impressione che Lucia voglia inter-porsi fra i due, ma Daniele la trattiene e la respinge alla parete).

Daniele                          - (a Lucia) Ecco il tuo eroe... (Intanto Sandro e Massimo lottando sono caduti su una poltrona. Massimo è di sotto. Si ode una detonazione. Per gualche attimo immobilità assoluta dei due, poi)

Massimo                        - (spinge da parte Sandro, che rotola inerte dalla poltrona, e si alza. Corre alla porta ad origliare, poi alla finestra scosta le tendine. Rassi­curato, guarda Lucia e) Che hai? Non temere: un morto si comporta bene, non fa chiasso.

Lucia                             - No... (sembra che stia per gridare).

Massimo                        - Non gridare. Te l'ho detto: un morto si comporta meglio di un vivo.

Daniele                          - Devi fuggire, ora.

Massimo                        - (si passa una mano sul viso).

Daniele                          - (va in fondo e fa per uscire. Sulla soglia, a Massimo) Hai la barba lunga... e questo da un'aria sospetta...

Massimo                        - E' vero...

Daniele                          - Hai forse bisogno...? (Trae di tasca una lametta per barba!)

Massimo                        - Certo. Non avevo lamette. (Corre a prender la lametta che Daniele gli tende, e si avvia verso sinistra, cominciando a fischiettare).

Lucia                             - (intanto è rimasta addossata alla parete, come inchiodata dall'orrore).

Daniele                          - (esce dal fondo chiudendo la porta die­tro di se).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Sala di soggiorno di una villa in collina. Lo stesso giorno del secondo atto.

 (Un'ampia stanza al pianterreno della villa di Daniele sulla, collina. Ambiente di una bellezza se­vera. Quasi tutto il fondo è occupato da una grande porta a vetri oltre la quale, nel parco, già si adden­sano le ombre notturne).

Daniele                          - (è sprofondato in una poltrona, a oc­chi chiusi).

Giovanna                      - (governante anziana, entra da destra) Il signore cena in casa? (Pausa) Si sente male, il signore? Ha bisogno di qualche cosa?

Daniele                          - No, un po' stanco...

Giovanna                      - (si china sul camino e fa un po' dì fuoco).

Daniele                   - E' una buona idea; quest'anno il freddo è venuto di colpo.

Giovanna                      - II signore preferisce questa luce?

Daniele                          - (annuisce).

Giovanna                      - (spegne la lampada centrale e ne ac­cende una accanto al camino. Così tutta la parte della scena verso il fondo resta nell'ombra. Giovan­na via di scena, a destra. Pausa).

Lucia                             - (dal fondo, viene avanti piano, ed apre la porta).

Daniele                          - (senza muoversi, con semplicità) Sei tu, Lucia?

Lucia                             - M'aspettavi?

Daniele                          - Si.

Lucia                             - Eccomi.

Daniele                          - (volgendosi a guardarla) E Massimo?

Lucia                             - Ti prego, non parliamo più di lui.

Daniele                          - (si alza, si muove per la stanga) Ho desiderato questo momento... il tuo ritorno. E sei qui.

Lucia                             - Non ti lascerò più.

Daniele                          - Che posso offrirti io? (Scuote il capo) Mi sono stillato il cervello, da quando sono tornato. Gli altri continuavano la loro vita... così, un po' confusamente, ma tuttavia erano vivi. A caccia di denaro... o alle prese con le difficoltà quotidiane... ma qualche mèta l'avevano, anche modesta, anche sbagliata... (Lo guarda) E io m'aspettavo il vuoto, tornando. Laggiù in quella vallata tedesca, io ho smarrito il senso di ogni possibile esistenza. Curare i bambini? A che scopo, se poi diventeranno ottusi e malvagi come i loro padri? E quale traccia se­guire... se poi d'un tratto tutto si ferma, e si torna indietro di secoli? ed è concesso ai barbari di distruggere il lavoro dì generazioni? Eppure c'è chi insegue qualcosa: è incomprensibile...

Lucia                             - Vedi? Ci son persone che sono risalite da un profondo sconforto. Anche tu riuscirai a dimenticare.

Daniele                          - Dimenticherò la voce pacata di mio padre? Il suo sguardo fiducioso? Dimenticherò... il fumo dei forni?

Lucia                             - Tuo padre parlava sempre del tuo candore, dei tuoi studi severi... Ecco, tu devi ritrovare quel candore.

Daniele                          - Ero ridicolo. Arrossisco al pensiero di quello che era. (Pausa) Poi... Massimo, l'amico d'infanzia, mi venne incontro in mezzo alla strada e m'abbracciò. E dietro gli aguzzini spiavano.

Lucia                             - Sì, la malvagità degli uomini esiste. E' un fatto reale. Ma per questo... tu vuoi rinunciare a te stesso?

Daniele                          - Non ho più fiducia.

Lucia                             - Se ti è impossibile dimenticare, ci son altre risorse per vivere... c'è la vendetta... o il per­dono...

Daniele                          - (sprezzante) ... Il perdono? (Breve pausa) Mi sono attaccato alle costole di quell'indi­viduo... e speravo di provare interesse...

Lucia                             - Ma provavi interesse! Non gli hai dato tregua finché non l'hai demolito.

Daniele                          - Se laggiù non mi avessero distrutto, l'avrei strozzato al primo incontro... in quel bar dove lui con aria soddisfatta ordinava il suo vermout, (Breve pausa) No, è finita. Un uomo vivo, con mu­scoli, nervi... Questo io ero. E che hanno fatto di me? (Durante queste ultime battute si sentirà, forte, il rumore di un'auto che si ferma nel parco).

Lucia                             - Chi è?

Daniele                   - (si stringe nelle spalle e va ad aprire la porta).

Massimo                        - (di dentro. Si sente la sua voce tran­quilla) Ciao, Daniele. Con quel buio, sembri un fantasma. (Ora è sulla soglia. Cordialmente) Lucia! Non mi sono ingannato, dunque. «Vuoi Lucia? Va a trovare Daniele ».

Lucia                             - Che vuoi?

Massimo                        - Ti pare un'accoglienza adatta? Sono stato più ospitale io. (Viene avanti, a Daniele) Ma chiudi quella porta. C'è un ambiente raccolto qui, con un buon camino che funziona... e fuori si gela. (Daniele chiude la porta ed entra. Massimo si toglie i guanti da automobilista) Non m'invitate a sedere? (Siede vicino al fuoco).

Lucia                             - Che vuoi?

Massimo                        - Sei indiscreta. Ho più diritto io, di farti delle domande. (A Daniele) Capisci, le pare logico uscirsene di casa senza una parola, e sparire così... M'illudevo, appena fatta la barba, di trovarla nell'altra stanza, pronta a fare qualcosa per aiu­tarmi... a uscire da quell'imbroglio. Invece entro... e nessuno. Solo, quel povero diavolo steso per terra. La tua assenza mi ha sorpreso spiacevolmente, ti confesso. « Dove si sarà cacciata? » ho cominciato a pensare. Ho dato due giri di chiave alla porta... Peccato, avevo faticato a trovare quella casetta. Si parte, capisci?

Lucia                             - Parti?

Massimo                        - Naturalmente. Che altro resta da fare? E tu... sei qui da stamane?

Daniele                          - E' arrivata ora anche lei.

Massimo                        - Ah sì? E che hai fatto tutto il gior­no? Anche tu per le strade, come quell'altra?

Lucia                             - Quell'altra?

Massimo                        - Ma sì, Elena. Un'ora fa, mentre sono In giro con la macchina a sistemare le mie faccen­de, vedo un mucchio dì gente, ferma su un marcia­piede. M’avvicino, e caccio la testa dallo sportello. « E' svenuta una donna », mi spiega qualcuno. In mezzo a tutte quelle teste, riesco a vedere una ra­gazza. Elena, figuratevi! Con un'aria patita. Irri­conoscibile. Non deve avere mangiato, tutto il giorno a spasso con questo freddo.

Daniele                          - E... l'hai lasciata lì? Non ti sei fer­mato?

Massimo                        - Non conosci le donne. Si sarebbe at­taccata a me peggio di prima. Ho ben altro da fare, ora, che perdere tempo. Tira aria cattiva. (Si alza, A Lucia) Allora, sei pronta?

Lucia                             - Pronta... per che?

Massimo                        - Non capisci? Ho sistemato tutto. Ho venduto quello che c'era da vendere. Anche il locale è in buone mani. Non abbiamo più alcuna ragione di rimanere. (Fra i denti) In fondo, è stato un passo falso. M'ero destreggiato sempre, finora. Fino a quel punto non mi piaceva arrivare.

Daniele                          - Fino... al sangue?

Massimo                        - E' stata colpa tua! Ti sei divertito a montargli la testa. E così è diventato ingombrante. La sua cocciutaggine ha finito per indispormi. Beh, ora è fatta... (A Lucia) E non c'è tempo da perdere.

Lucia                             - Allora?

Massimo                        - Non è chiaro? Tu verrai con me. (Cordiale) Ha capito la tua stoffa, sai, in quell'istante che te ne stavi con la rivoltella in mano e volevi passare. « Questa ragazza ha le unghie » ho pensato. «Quello che ci vuole per me». L'altra faceva una pessima figura, al tuo confronto. Piagnu­colosa, noiosa. E io ho bisogno di una che, al mo­mento opportuno, si sappia far rispettare...

Daniele                          - (o Lucia, allegramente) Come vedi, l'hai conquistato. Qua ti fanno un'offerta precisa.

Massimo                        - Certo. Non è tipo da stare a marcire, lei... Appena entrato ho avuto nausea... Qua, al buio, con una casa piena di libri... Io ho ben altre idee.

Daniele                          - Sì?

Massimo ___________ - (si pianta in mezzo alla stanga)  Sono tempi stupendi questi. Porse mai alle parsone si sono aperte tante possibilità. Naturalmente, a uno che abbia del fegato... e un cervello a posto.

Daniele                          - Tu, per esempio.

Massimo                        - Io. In un armo, o poco più, ho messo da parte una fortuna. E ora che dispongo di un capitale, ho mille idee per usarlo. Vedrai, ho in­tenzione di non fermarmi. Dopo tutto, m'ero stan­cato di questa città... e non mi dispiace di tagliare la corda. (A Lucia) Ti farò vivere splendidamente, come neanche t'immagini. Non ti mancherà nulla... di quanto può desiderare una donna.

Daniele                          - (ride; a Lucia)  «Principe». E' sempre «Principe», vedi?

Massimo                        - Perché dovrei cambiare? Con una donna che mi piace, non ho l'abitudine dì lesinare.

Daniele                          - (brontola, a Lucia) ...una sorte invi­diabile...

Massimo                        - (a Lucia) Certo... son tempi di mischia, e bisogna buttarsi nella mischia, se uno non è vigliacco. Non so quanto durerà la cuc­cagna, e si deve approfittarne in tempo. Ma, ti garantisco, quando finirà, ne usciremo con tutto quello che occorre. Ho abbastanza fiuto per imbroccare il momento.

Daniele                          - Molto allettante, tutto questo... ma se Lucia non volesse seguirti?

Massimo                        - (stupito) Perché non dovrebbe?... volge verso di lei).

Daniele                          - Vedi... ho l'impressione che...

Lucia                             - Lasciami in pace, Massimo.

Massimo                        - Che?! Tu rifiuti? (Pausa) Pensaci bene. Forse hai prospettive migliori?

Daniele                          - Pare, se non accetta.

Massimo                        - (a Lucia) Vuoi startene qua, con questa specie di... rettile? Ogni volta che lo vedo, mi viene sempre più voglia di...

Daniele                                    - ... di?

Massimo                        - Schiacciarti la testa.

Daniele                          - (premuroso dolciastro) Lo so, lo so, amico mio. E credimi, vorrei evitarti... questa pena.

Massimo                        - Quale pena?

Daniele                          - ... di vedermi rubare... la mia parte di ossigeno. Ma... quando hai cominciato a odiarmi?

Massimo                        - Ci tieni a saperlo?

Daniele                          - Non t'immagini quanto. Non ho pace se non lo so.

Massimo                        - Sempre.

Daniele                          - Sempre?

Massimo                        - Sempre. La tua immagine... sempre legata in me a movimenti di bile...

Daniele                          - Ecco, ecco... cerca di frugare nei tuoi ricordi...

Lucia                             - E' odioso...

Daniele                          - (a Lucia, rapidamente) Lascia stare: ho bisogno di orientarmi... (A Massimo) Così io cre­scevo... e i capelli mi diventavano crespi...

Massimo                        - Non sapevi giocare. T'appartavi. Un piccolo rospo che se ne stava negli angoli...

Daniele                          - Tu invece chiassoso, allegro...

Massimo                        - Non ricordo in te uno slancio, un im­pulso... crescevi nel buio.

Daniele                          - Crescevo nel buio! Forse... fiutavi in me l'aria dei ghetti.

Lucia                             - Basta! Siete pazzi, tutt'e due...

Daniele                          - No. Devo capire il perché dei camion appostati sull'orlo dei ghetti. Passano i secoli, e questo fatto ritorna: all'alba, risuonano passi pe­santi: e il ghetto è accerchiato. I camion, i mitra... gente buttata giù dal letto con gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Le case bruciate. E questo da sempre, capisci? Voglio arrivare al meccanismo che mette in moto quei camion.

Lucia                             - E vuoi che t'aiuti Massimo? Chi è Massimo?

Daniele                          - Quello che m'abbracciò senza battere ciglio. (Comincia a camminare piano verso Mas­simo che come affascinato gli va incontro. Si ferma e Massimo continua a camminare finché lo ab­braccia, occhi negli occhi. Daniele sussurra) Parche, Massimo? Perché ci mettete in croce? (L'abbraccio si muta piano piano in una stretta feroce poi Mas­simo sì svincola e balza indietro respirando a fa­tica).

Lucia                             - Non c'è un perché: è un fatto entrato nel sentimento degli uomini...

Daniele                          - (ansioso) ... per sempre?

Lucia                             - Ci sarà sempre qualcuno pronto a ban­dire una pazza crociata, e avrà i suoi seguaci. Pa­re... sia necessario impazzire, a scadenza fissa.

Daniele                          - E così?

Lucia                             - Cosi, ogni tanto, la pazzia degli uomini si rivolgerà verso i ghetti

Daniele                          - Che dobbiamo fare?

Lucia                             - Quello che avete sempre fatto. Curerete le piaghe, stringerete le file... continuerete a vivere Come non sapeste che la pazzia furiosa degli uomini va covando il prossimo scoppio...

Daniele                          - Non è giusto...

Lucia                             - Anch'essi lo sanno. Un vostro feroce nemico, un capo tedesco, s'è impiccato in una latri­na, e ha lasciato scritto queste parole: «Abbiamo dimenticato Dio e Dio si è dimenticato di noi. L'odio per gli ebrei ci ha fatto commettere terribili errori: il popolo deve saperlo».

Massimo                        - Finiamola. (A Lucia) Sto aspettando che ti decida. Ogni minuto che passa per me au­menta il rischio.

Lucia                             - (è fra i due. Un attimo di pausa, poi si avvia verso Daniele) Daniele, io ho scelto.

Massimo                        - Che?! Non hai orrore del suo... san­gue impuro?

Lucia                             - (o Daniele) Se il tuo è sangue impuro, anch'io voglio sangue impuro. Se una condanna pesa su te... (.arresta la battuta quasi per pudore).

Daniele                          - (grave) Continua Lucia.

Lucia                             - ... che pesi anche su me e sui miei figli. Anche se nei secoli i miei figli dovranno andare ra­minghi sospirando una terra.

Massimo                        - (ghigna) Commovente. Mi credi ve­nuto qua per ascoltare sciocchezze? (Afferra Lu­cia per un braccio) Sei arrivata nella mia casa quan­do io non mi ricordavo neanche che esistevi, sulla faccia della terra. E ti sei installata con tutte le comodità. Non ti ho trattata bene? Per te... ho mandato al diavolo quella disgraziata che, dopo tutto... e ora, d'un tratto, ti salta in mente che preferisci piantarmi... e mi credi disposto a subire i tuoi ghiribizzi, come un cretino qualunque? Devi snebbiarti il cervello, con me.

Lucia                             - (si sottrae alla stretta) Lasciami in pace!

Massimo                        - (più conciliante) Hai paura? Credi ch'io... non me la sappia cavare, per la storia di Sandro? Se è questo, puoi stare tranquilla. Non avremo fastidi: ho già un piano perfetto. (Vedendo che Lucia resta ostile, assente) Ah, è deciso allora? (Ira fredda) Se è così, ascolta: io lascio questa città... e alle spalle c'è un morto. In queste cose, il difficile è cominciare. Dato che devo sparire, può anche non dispiacermi l'idea di... ripulire la terra di un lurido ebreo! (Nel dire la battuta, si gira bruscamente mettendosi spalle alla porta e caccia minacciosamente una mono in tasca).

Daniele                          - (gli corre incontro gridando) Ma guar­da chi c'è! Fa' largo, ti prego. Una visita gradita. (Scosta Massimo ed apre la porta ad Elena) Elena, entra. Capiti in buon punto. Vedi? Tre amici d'in­fanzia stavano romanticamente evocando vecchi ricordi. Vieni. C'è un buon fuoco. Ti farò portare qualcosa di caldo. (Sta per suonare per la came­riera ma...)

Elena                             - (lo ferma con un gesto. Ha l'aria sofferente, ma vuole mascherare il suo stato).

Massimo                        - Cosi, eccoci tutti riuniti. Cerchi anche tu Lucia... o piuttosto Daniele?

Elena                             - No. Cercavo te.

Massimo                        - E... hai intuito...?

Elena                             - Sì, ero sicura di trovarti qui. Poi ho visto la tua macchina fuori.

Massimo                        - (brontola) Le donne... a volte, non vi manca il colpo d'occhio.

Elena                             - Ti sorprende vedermi?

Massimo                        - Tu sei un'abulica. Non m'aspettavo da te... tanta precisione.

Daniele                          - (a Massimo) Non ti puoi lagnare. Non andavi cercando una compagnia, tu?

Massimo                        - (ironico) Ah... così Elena, secondo te, colmerebbe una lacuna.

Daniele                          - Questo è affar vostro. Né mio, né di Lucia.

Massimo                        - E' quello che vedremo.

Elena                             - Ho pensato che stamattina... avevamo sbagliato il tono. Perciò mi son decisa...

Massimo                        - Si?

Elena                             - Tu hai un carattere allegro. E anch'io in fondo. Non c'è nessuna ragione di complicare le cose.

Massimo                        - (ironico) Diventi ragionevole. Per dirmi questo, mi hai... inseguito fin qui?

Daniele                          - « Inseguito » ? Potresti essere più galante. E' una ragazza che ti oltre il suo amore.

Elena                             - (sincera) Non scherziamo, vi prego. (A Massimo) Ho riflettuto. Nessuna di queste persone vuole il tuo bene. Andiamocene, Massimo.

Massimo                        - Dove?

Elena                             - Dove vuoi.

Daniele                          - (a Massimo) Accetta il suo consiglio. Di lei puoi fidarti.

Massimo                        - (a Elena) E... tutta quella storia del figlio?

Elena                             - (rassegnata smorzando il tono) Penso che... debba decidere tu. (Daniele si volge a guar­darla con pena) Sono stata a casa, prima di qui.

Massimo                        - (vivace) A casa?! Quando?

Elena                             - Mezz'ora fa.

Massimo                        - Hai suonato il campanello... e nes­suno ti ha aperto?

Elena                             - Sì. (Breve pausa) Ma... che c'è?

Massimo                        - (scoppia a ridere clamorosamente) Splendido... vi figurate? Lei fa le scale, suona. -Sfido io, che nessuno le apriva! Eppure, sai, qualcuno c'era, in casa...

Elena                             - (turbata) Chi c'era? (Massimo ancora ride. Elena guarda tutti interrogativamente).

Massimo                        - Non so dei due chi aveva più bisogno di aiuto. Erano fatti per intendersi. A distanza di un passo, l'uno dall'altra... Una semplice porta in mezzo, tre dita di spessore... Hai suonato. Hai suo­nato ancora... poi hai rifatto le scale... Che mera­viglia!

Elena                             - Che... vuoi dire?

Massimo                        -  Ma Sandro, Sandro! Il tuo paladino... a volte non si è neppure in grado di aprire una porta.

Elena                             - Sandro era in casa? (Allarmata) Che è successo? Ditemi voi.

Lucia                             - (dolce) Elena, vattene.

Elena                             - Vi scongiuro... voglio sapere...

 

Massimo                        - Eri a un passo dal tuo migliore ami­co... e gli hai voltato le spalle...

Elena                             - (forse ha capito) Massimo!

Massimo                        - A un uomo possono capitare Inci­denti... se si ostina a mettersi sulla strada di un altro... e allora è questione di legittima difesa.

Elena                             - (inorridita) No­

Massimo                        - Perché no? (A se) E' inebriante sen­tire che tutti sono nelle tue mani. A volte, abbrac­ciando una ragazza o discorrendo con un amico, io ho pensato; « Idiota, se tu sapessi chi sono! Se ti sfiorasse l'idea di chi sono, oh come grideresti... come scapperesti lontano con butta la forza che hai in corpo! » E non perché pensassi di fare loro del male. Ma... ero in grado di fargliene, mi compren­dete? Non dipendeva che da me, schiacciarlo o lasciarlo parlare tranquillamente. Una ragazza, ti bacia, e chiude gli occhi, e non sa che sta rasen­tando un abisso. (E' sulla soglia, ha ripreso i guanti) Ho sprecato del tempo con voi, mi avete visto an­dare e venire, e sapete chi sono? Tu, per esempio... (a Daniele) hai creduto di mettermi nel sacco Imbecille! Ora io sto per partire... e mi chiedo se... Vedi quella mosca? Per me non vali più di lei. Che tu' sia vivo o morto, per me ha lo stesso valore di quella mosca. Posso distruggerti o lasciarti stare, come mi piace. (Mette una roano in tasca e ne trae una moneta) Attento a come cade, questa moneta. Può contare molto per te. (Butta in aria la moneta, l'afferra al volo, la guarda, ride) Hai avuto fortuna. Porse c'incontreremo ancora. E potrò non avere.. il buon umore di oggi. Oh, ti assicuro, sentirete par­lare di me.

Daniele                          - (ambiguo) Spero presto.

Lucia                             - (angosciata, a bassa voce) Sta' zitto, Daniele.

Massimo                        - (guarda Daniele) Perché mi vuoi pro­vocare? Non mi lascio influenzare da te. Spreche­resti un colpo di rivoltella per una mosca? E' una cosa... sproporzionata, io credo. Addio, amici... che Dio v'accompagni e vi guardi dall'incontrarvi an­cora con me. (Ride, apre la porta del fondo, scom­pare. Poi si udrà il rumore della sua, macchina che s’allontana. Una pausa fra i tre, poi Elena con passo fermo va al telefono).

Lucia                             - Che vuoi fare?

Elena                             - (formando un numero) Lo conosco bene questo numero. Forse ho sempre saputo che do­veva finire così. Pronto? Questura centrale? Ascol­tatemi bene: in questo momento, da una villa dell'Aventino, si è mossa una macchina targata « Città 68482 ». A bordo c'è un uomo solo. Fer­mate quell'uomo, ha commesso un delitto. Fra poco verrò io stessa a deporre... Ma sì, verrò io stessa. Chiarirò tutti i punti. Ripeto: la macchina è tar­gata « Città 68482 ». (Riattacca. Agli altri in tono desolato, lentamente) E così, siamo scivolati anche noi nella cronaca.

Lucia                             - (con pietà) Elena...

Elena                             - Domani la gente leggerà: «Un feroce bandito è stato denunciato dalla sua amante ». Op­pure: «Denuncia per omicidio il padre del suo bambino». La cronaca... troppo piena di sugge­stioni... pericoloso scherzare.

Lucia                             - Ma tu... nelle tue condizioni...

Elena                             - Mio figlio vedrà la luce. Dio, com'è fa­cile arrivare a questo punto. Una facilità incredi­bile. L'errore è cominciare. Poi... le cose prendono il loro verso, e non puoi più fermarle.

 Lucia                            - Come farai... con tuo figlio?

Elena                             - La mia croce... e non posso rifiutare di sopportarla. Non è concesso a nessuno di noi... Ho sbagliato, non potevo aspettarmi che questo. (Fa per aprire la porta).

Lucia                             - Fermati ancora. Tu stai male.

Elena                             - Mi aspettano laggiù. Li ho avvisati. E’ meglio che vada. (Esce).

Lucia                             - (dopo una pausa, siede al camino) Così... tutto è finito. E tu... hai trovato la risposta che cercavi? (Daniele scuote il capo) Anche tu hai su­bito il fascino di Massimo. Ti ossessionava.

Daniele                          - Forse è vero... Mi chiedevo come sia possibile a un uomo calpestare tutte le leggi umane e divine...

Lucia                             - E per questo... hai spiato Massimo con tanta Intensità che..., a un certo punto, m'è parso...

Daniele                          - T'è parso?...

Lucia                             - Ecco, che tu lo assorbissi in te... che quasi lo trasformassi in un tuo processo interno...

Daniele                          - (ride) Massimo dentro di me? Io avrei scatenato il male dentro di me... per dominarlo... e uscirne vittorioso?

Lucia                             - (lo guarda con coraggio) Sì.

Daniele                          - Io ho semplicemente fatto la mia vendetta.

Lucia                             - Tu hai conosciuto Massimo. Sentiamo il giudizio.

Daniele                          - Quella ragazza ha risposto. Cronaca. Nulla di eroico, nulla di splendido. Niente più che cronaca. Una squallida cosa. (Va a scaldarsi le mani inginocchiato davanti al camino) Quando la­sciai quel campo...

Lucia                             - No... (Gli fa cenno di tacere).

Daniele                          - Ascolta: ero in mezzo a una zona ridente. Ricordo che andavo strascicando i piedi e borbottando: «Lasciatemi dormire. Lasciatemi dor­mire». Dormire poteva significare la fine. Io mi sdraiai sulla terra. Allora dì colpo sentii, come mal prima nella mia vita, che cos'è solitudine. Come fossi stato l'unico essere della mia specie per un raggio di migliaia di chilometri. Nessuno su cui contare per avere aiuto, o solo un briciolo di sim­patia. Una bestia braccata. Da quell'istante, non ho più superato l'impressione di solitudine.

Lucia                             - E quando arrivasti qua, nella tua casa?

Daniele                          - Mio padre non c'era. Mi guardavo In­torno stupito, cercando almeno di riconoscere un oggetto... capisci? Anche soltanto un oggetto: un libro, una pipa, il camino... Ogni cosa era sorda, staccata da me.

Lucia                             - (coti pietà) Daniele...

Daniele                          - La sera stavo per le strade fino a tardi, e sai che speravo? (Ride) Sì, qualcuno che m'aggredisse... che m'imponesse un violento con­tatto, una reazione da uomo contro uomo. Solo que­sto poteva scrollarmi. Comprendi perché Massimo mi parve la mia salvezza? Ordinava il suo ver­mouth, con l'aria felice che gli è abituale. Le larghe spalle d'atleta... la sua presunzione di dominare il mondo. Forse egli aveva la chiave di tutto.

Lucia                             - Per mezzo suo volevi... penetrare la na­tura del male?

Daniele                          - (a sé) ... scendere dentro di lui... fino alla molla finale che lo faceva tranquillamente denunciare un amico, corrompere... vendere stupefacenti... e infine versare il sangue d'un complico.

Lucia                             - ... il risultato?

Daniele                          - Niente. Nessuna soluzione... per quel­la via.

Lucia                             - (con amore) Ci sono io, ora. Io posso salvarti.

Daniele                          - (pensoso) Un filo ci lega alle cose. Da quando nasciamo, e ci strappano a forza dal seno materno, faticosamente annodiamo quel filo... Anch'io l'avevo annodato: c'erano i bambini da cu­rare, i bambini malati. C'erano delle persone di cui m'importava. (Lucia lo guarda) In quell'attimo, mentre poggiavo il dorso sulla terra tedesca, il mio filo s'è tagliato.

Lucia                             - E non potevi ricostruirlo con l'odio. Con l'odio per Massimo. (Intensamente) Io son qui per aiutarti a vivere.

Daniele                          - (piano, assente) Non so se qualcuno è in grado di aiutarmi. Ora no. Ho bisogno di dar ordine alle mie idee. E tutto è confuso. Lasciami solo, ti prego.

Lucia                             - (si alza, va verso il fondo) Ti amo, Da­niele, come non credevo di poter amare: perché, con te, io scelgo la mia razza. Tornerò, in questa casa.

Daniele                          - A che scopo? Chi trovi tornando?

Lucia                             - Lo so: ti hanno brutalmente offeso nella tua condizione di uomo, e tu ora per orgoglio... Ma credimi: un po' di umiltà... solo questo è necessario. Riprendere il proprio posto in umiltà. E' l'unica via.

Daniele                          - (sincero) Mi manca la forza.

Lucia                             - E' necessario. Tornerò, Daniele. (Via per il fondo).

Daniele                          - (appare pensoso).

Giovanna                      - (entra da destra) Di là è pronto. Se il signore vuole cenare...

Daniele                          - Giovanna, da quanto tempo sei in questa casa?

Giovanna                      - (sorride) Molto tempo, signore. Trent'anni. Da quando la sua famiglia è venuta ad abitare qua.

Daniele                          - (a sé) Per trent'anni mio padre si è aggirato per queste stanze... sorridente, sereno... fra i suoi libri, i suoi ferri... Trent'anni di fede, di ret­titudine... (Sussurra) Curare le piaghe, riordinare le file... Giovanna, bisogna dar ordine allo studio... (Indica verso sinistra) Mancano dei pezzi, ne hanno asportati, distrutti. Speriamo sia possibile procurar­seli. Puoi andare. Un momento... porgimi quel libro per piacere.

Giovanna                      - (è davanti ad una scansia di libri) Quale?

Daniele                          - Ha una rilegatura rossa... dev'essere quello, fra quei due piccoli...

Giovanna                      - «Malattie dell'infanzia ». E' questo?

Daniele                          - Sì, Giovanna, « Malattie dell'infan­zia». (Prende il libro) Grazie. Non voglio essere disturbato, ora. Ti chiamerò io, se ho bisogno di qualche cosa.

Giovanna                      - Va bene, signore. (Esce).

Daniele                          - (sfoglia il libro, i suoi pensieri lo distrag­gono, chiude il libro, poi lo riapre e s'immerge nella lettura).

FINE

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