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DACCAPO

DACCAPO

Commedia in tre tempi

di PLINIO ACQUABONA

                                   

PERSONAGGI

MAUD UGATI

FILIPPO UGATI

ELI­SA PENATI

GIULIO PENATI

PIERA PENATI

CIMA PENATI

CLARA VISA

MARIO ZATTA

CAMERIERA

Commedia formattata da

PRIMO TEMPO

(Il palcoscenico è diviso in due. La metà poste­riore rappresenta l'attico di un palazzo in co­struzione. In fondo, locali bassi attigui con i vani di due finestre e di una porta, ancora sen­za infissi. Dai lati delle stanze correranno in avanti i parapetti che, a metà della scena, si piegheranno in fuori. Al centro, in linea con i parapetti uscenti, una lunga scala, adagiata so­pra una staggia laterale e appoggiata verso le estremità a due fusti ritti, sembrerà un divi­sorio, una ringhiera, fra gli ambienti, possibil­mente situati su piani diversi. Un'altra scala a libretto in piedi sulla sinistra, in fondo. La me­tà anteriore della scena è un salotto. Panchette, un tavolo basso e altro, davanti a un divano, a destra. A sinistra, un altro tavolo accanto alla parete arredata, dove si trova la presa del tele­fono. L'azione ha inizio nel pomeriggio di un settembre inoltrato. Cima e Piera si muovono qua e là per il salotto).

Piera                              - Lascia che te lo dica, Cima: hai certi amici buffi davvero.

Cima                             - Qualcuno, sì, è maniaco dell'eccen­tricità.

Piera                              - E tu digli qualcosa.

Cima                             - Non serve a niente. Lo sai.

Piera                              - Io mi vergognerei, andare in giro così. Cima (quasi risentito) Ma se siete state voi donne, a dare la spinta, con il vostro coraggio! Piera (ridendo) Per le donne, è diverso. E' un'altra cosa, la donna. Cima (pensieroso) La donna...

Piera                              - Sotto qualche aspetto, avete annullato le differenze fra voi e noi.

Cima                             - Hanno, se mai.

Piera                              - Hanno, hanno.

Cima                             - (con fastidio) Ma anche quest'argo­mento, che noia!

Piera                              - Che cosa non arriva a noia?! Ma se uno si mette lì con i pugni sulle guance e una fronte di rughe!

Cima                             - La fronte di rughe ce l'hai messa tu, sorella. (Siedono vicini, sulla stessa panchetta. Breve silenzio).

Piera                              - (semiseria) Non vorrei ingannarmi. (Cima la guarda) Ingrassi, sai?

Cima                             - (sfuggente) Dimagro, invece.

Piera                              - (c. s.) Per i troppo logoranti sospiri. Ma la causa? (Sorride allusivamente) La solita causetta.

Cima                             - (c.s.) Ti prego. (Si china in avanti, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. Tacciono).

Mario                            - (entrando nell'attico con una borsa di pelle, seguito da Clara) Guarda quanto spazio, Clara. Non c'è cosa più bella di un pro­fondo respiro.

Clara                             - (seccata) Tu ti distendi con niente e io, invece...

Mario                            - Che tono!

Clara                             - Mi si addica o no, questo è il tono.

Mario                            - Che a me non piace. (Posa la borsa sul parapetto di sinistra).

Clara                             - Poco importa, Mario.

Mario                            - (gentile) Ti prego dì stare tranquilla, almeno nei pochi momenti che stiamo insieme.

Clara                             - In cui ti devo seguire di qua e di là, per esigenze professionali.

Mario                            - (paziente) Tra un anno mi laureo, Clara. L'ingegnere Terri mi stima, perciò mi ha chiesto di seguire il suo lavoro. E io non posso dirgli di no. Ti vuoi rendere conto che è una fortuna?

Clara                             - (impaziente) Ma adesso, qui, che ci fai?! Al centro o al Circolo, con me, non avresti respirato lo stesso?

Mario                            - (c. s.) Io qui studio la possibilità di costruire un altro grande palazzo. Lì, vedi? (Indica in basso) Che dovrebbe essere più alto di questo.

Clara                             - (c. s.) Tutte le sere, Mario, me lo ri­peti come una favola.

Mario                            - (serio) Non ti capisco. C'è qualcosa di strano in te. E non c'è, per esempio, nelle fidanzate dei miei colleghi, che lavorano e vi­vono con loro, piene di entusiasmo e di fiducia. Francamente, ora, dimmi che cosa mi manca, e perché non ti senti di seguirmi come vorrei. (Minaccioso) Devi dirmelo, sai? Io lavoro, ot­tengo dei risultati, e ho pur bisogno di qual­cosa per continuare. Senti: nessun passo falso ci lega, sono chiaro ed esigo che tu lo sia altret­tanto. (Siede sulla scala distesa, con le spalle al proscenio).

Clara                             - (quasi al pianto) E mi offendi.

Mario                            - Del resto, una ragazza come te deve sempre ritenersi libera di scegliere. Non faccio pressione di sorta.

Clara                             - E' proprio questo il punto: tu non eserciti pressione, non sei presente. Noi stiamo vicini come due foglie. (Siede anch'essa, sulla stessa scala distesa, ma rivolta al proscenio. Tacciono).

Piera                              - Dico: quando avrai finito il pisolino, me lo dirai.

Cima                             - (alzandosi) Siano d'un genere o di un altro, le donne non lasciano mai in pace nes­suno.

Piera                              - Siete voi che non sapete scegliere un oggetto migliore per i vostri pensieri.

Cima                             - (fa un gesto perché taccia) La rabbia mi mangia.

Piera                              - Quando ti dichiari così crivellato dalla sorte, mi fai ridere. (Cima fa uno scatto) E di più, quando t'arrabbi.

Cima                             - (con impeto) Odio gli ostacoli, ecco.

Piera                              - Piuttosto, non mangiare la gente.

Cima                             - Io?

Piera                              - E non te ne accorgi nemmeno. (Ridono. Scherzosa) Mi sento... cognata.

Cima                             - (sulla difensiva) Piantala, Piera!

Piera                              - Se magari una volta facessi sul serio, ti calmeresti davvero. Hai bisogno di un centro d'equilibrio, che abbia un nome... che possa dirsi a tutti.

Cima                             - (l'abbraccia e la culla) Che gran sorel­la! Che impazienza affettuosa! Piera       - (liberandosi) Affettuosa, per niente.

Cima                             - Bugiarda.

Piera                              - Con te, sì.

Cima                             - E perché?

Piera                              - Perché non sei sincero e aperto con me.

Cima                             - Ho capito. (Si muove un po' per la stanza, prima di parlare. La sorella incrocia le braccia). Hai visto il palazzo quasi finito, qua? (Stende un braccio) L'assistente dell'ingegnere, che è uno studente universitario...

Piera                              - Lo so.

Cima                             - Lo viene a prendere una ragazza.

Piera                              - La fidanzata. Cima            - (irritandosi) Perché la fidanzata?

Piera                              - Pare.

Cima                             - (c. s.) E' una ragazza, e mi piace.

Piera                              - Ti piace?

Cima                             - Sì.

Piera                              - E non poco.

Cima                             - E con questo?

Piera                              - Non sarà facile.

Cima                             - E tu portami iella. Piera     - (offesa) Io?!

Cima                             - (per farsi perdonare) Sono molto ner­voso. E per parlare alle ragazze bisogna esser calmi. Calmi, quasi sprezzanti, lo so.

Piera                              - Bisogna far capire che ce ne sono tante in giro, anche lì, dietro l'angolo.

Cima                             - E che una piccola ombra imprevista, scoperta in quel primo istante d'imbarazzo, quasi inevitabile, potrebbe deludere. (Si vergo­gna a proseguire. Tacciono).

Clara                             - (alzandosi) Visto che neanche questa brezza avvicina le foglie, vado. (Passa dall'altra parte della scala).

Mario                            - (alzandosi) Vorrei pregarti di riflet­terci su, nell'interesse tuo, Clara, in primo luogo, se noi siamo adatti l'uno all'altro. Non vivrei, nel timore di costringerti a un sacrifici superiore alle tue forze.

Clara                             - Mi sottovaluti, Mario.

Mario                            - Ti rispetto. Clara    - (triste) Vedo.

Mario                            - Non sarò io a prendere una decisione.

Clara                             - (inquieta) Va bene. (Quasi con rancore) Dovresti essere come tutti gli altri. Invece, sei assente; e io, no. Mi capisci?

Mario                            - (distaccato) Non da adesso; ma da ora, meglio.

Clara                             - (acuta) Bravo!

Mario                            - (c. s.) Io, però, ti rispetto. (Pausa) Così, il giorno che dovessimo separarci, noni avresti nulla da rimproverarmi.

Clara                             - (ironica, nella delusione) Saremmo! stati semplicemente amici. (Gli batte sulla spali la) Fai l'offeso?! In fondo, cosa ho detto?

Mario                            - Per sconcertarmi?

Clara                             - (sorpresa) Addirittura!

Mario                            - (secco) Ho l'impressione che, all'im­provviso, tu abbia perso il ritegno.

Clara                             - (siede dove sedeva prima Mario, volgendo le spalle al proscenio) Siedi. (Mario siede] al posto di Clara, rivolto al proscenio) Rifletti, prima di disprezzarmi, Mario. Non ti fermare) ai pretesti.

Mario                            - Ognuno si ferma dove perde le forze.)     - (Tacciono).

Piera                              - (prendendo il fratello per una mano e tirandoselo dietro) Beh? T'affezioni alla nuo­va casa?

Cima                             - Non c'è fretta.

Piera                              - Ma ci sono buone ragioni.

Cima                             - Certo.

Piera                              - Non si finisce mai... Cima - (interrompendola) Mai di martirizzare tutto.

Piera                              - La fantasia è un dono di natura.

Cima                             - Non per chi la subisce. Hai notato?

Piera                              - Che?

Cima                             - (dopo un silenzio) La freddezza fra mamma e papà?

Piera                              - Uhm, Cima!

Cima                             - Non vorrei che riaffiorasse...

Piera                              - Per carità!

Cima                             - E' stato il periodo più triste della mia vita, quello.

Piera                              - E per me?

Cima                             - Qualcuno o qualcosa deve averlo fatto ricordare...

Piera                              - Non si sfugge.

Cima                             - (forse indovinando). Filippo, il nuovo collega di papà.

Piera                              - Ma che! (Convinta) Lui, sì, con tutte le virtù che vede nella moglie, come fossero vasi con l'etichetta.

Cima                             - (confermando) Sicuro! (Pausa).

Piera                              - Una moglie negra. Mah!

Cima                             - Laureata. E con un'intelligenza sor­prendente, dice.

Piera                              - Vedremo. Doveva già esser qui.

Cima                             - Dalla foto, si direbbe... dolce. (Pausa) La mamma lo era, prima.

Piera                              - E anche il babbo.

Cima                             - (con una punta di indignazione) Poi, s'è innamorata e... (Amaro) A quell'età!

Piera                              - (affettuosa) Non ricominciamo, Cima. Bisognerebbe conoscerla meglio, la vita, per non esser cattivi. Al cinema, un caso simile, t'avrebbe commosso.

Cima                             - (riprendendosi) Tutta conseguenza del dolore, della delusione.

Piera                              - Io, Cima, se devo esser sincera, ho provato... Sai, ripensandoci, ho finito per imma­ginare d'esser la figlia di lui, del medico.

Cima                             - Non dire sciocchezze, Piera.

Piera                              - E sai, questo m'ha fatto provare una gran tenerezza per tutt'e due, così infelici; in­felici e cari, come il babbo. Insolito, eh!

Cima                             - Insolito, sì.

Piera                              - Sii più affettuoso con la mamma, Cima.

Cima                             - E anche tu.

Piera                              - Sì. Devi convincerti che, fra loro, non c'è stato niente. Ma fa tanta pena! Non la vedi ancora mortificata, e in certi momenti smar­rita?

Cima                             - E il babbo?

Piera                              - Il babbo... (Prendendo il fratello sot­tobraccio, volge le spalle al proscenio, parla con lui sottovoce, spostandosi a destra della scena).

Giulio                            - (entra nell'attico. Vedendo Clara e Ma­rio, istintivamente, fa per ritrarsi) Scusino!

Clara                             - (alzandosi) Prego, s'accomodi.

Mario                            - (alzandosi contemporaneamente a Clara) Avanti, avanti! Permettete? (Si presenta). Mario Zatta, l'assistente del progettista di que­sto palazzo. La signorina...

Clara                             - (punta dall'incompleta presentazione, stende la mano) Clara Visa, la sua fidanzata.

Mario                            - Ah, sì !

Giulio                            - (stringendole la mano) Giulio Penati. Un bel ficcanaso, come vedono. (Ride).

Mario                            - Piuttosto, mi sembra che sia uno dei pochi che rendano giustizia al merito.

Giulio                            - (scherzoso) Giustizia, merito: due termini giuridici con i quali, almeno in que­sto momento, non vorrei avere a che fare. So­no venuto ad abitare nei paraggi da pochi giorni, e soltanto dopo ho visitato questo palazzo, al­trimenti ci avrei preso un appartamento. Eh, sì I

Mario                            - Mi dice una cosa interessante. L'in­gegnere Terri mette un talento evidentissimo nelle cose che fa. (Forse senza ironia) Vero, Clara?

Clara                             - (in ritardo, con dispetto) Sì, sì.

Giulio                            - (accorgendosi dell'atteggiamento di Cla­ra) E si vede, altro che! Molto bello, anche il mio appartamento, ma non come questi. E se volessero visitarlo, ne sarei lieto.

Mario                            - Grazie! Volentieri.

Clara                             - (fredda) Grazie. Mi scusi, ma devo andare. Arrivederla. (Si stringono la mano. Ap­pena per convenienza, a Mario). Ciao.

Mario                            - (indifferente) Ciao. (Mentre Clara esce, Mario e Giulio si avvicinano imbarazzati).

Giulio                            - (per rompere il ghiaccio) Non fosse per il caldo e per il freddo eccessivo, l'attico sarebbe il mio eden, perché io sento il bisogno di spaziare. (Con Mario continuerà a discorrere sottovoce. Si appoggeranno con le braccia al parapetto di sinistra, guardando di sotto).

Cima                             - (ansioso, consulta l'orologio) A quest'ora circa la ragazza è dalle nostre parti.

Piera                              - Nervosetto, Cima?

Cima                             - (rapido, ingenuo) Sì vede?

Piera                              - A un'altra, non so che effetto farebbe.

Cima                             - (impaziente) Vado.

Piera                              - Ti precipiti.

Cima                             - (quasi minaccioso) Se l'incontro, la fermo.

Piera                              - Fossi in te, oggi... Ti manca il sorriso.

Cima                             - (ingenuo) Accidenti! (Prova a sorride­re) Non ci riesco. (Piera ride) No!

Piera                              - (sempre ridendo) Faresti un fiasco da... cima a fondo.

Cima                             - (irritandosi) E io ti dico di no. (S'avvia).

Piera                              - (seguendolo) Non vorrai buttarti dalla finestra, spero.

Cima                             - Sbrigati. (Piera lo prende a braccetto ed escono).

Mario                            - (staccandosi dal parapetto) Com'è fat­to, l'uomo! Io ho un carattere freddo, mi con­trollo in tutto. Eppure, oggi, mi capita qualcosa d'eccezionale. E, il fatto che glielo dica aperta­mente, ne è per me la conferma. (Quasi assor­to) Ma com'è strano, l'uomo! Basta una paro­la, a volte: basta un apprezzamento del suo la­voro - mio, però, questo non è - e subito la gratitudine gli sale dentro come un'onda, che, oltre i limiti naturali del suo carattere, vorreb­be diffondersi all'infinito, anche in un momento critico.

Giulio                            - (cogliendo l'allusione) Ho notato, sì.

Mario                            - (continuando ad alludere alla fidanza­ta) E c'è qualcuno, che dovresti aver vi­cino per sempre... Lasciamo andare.

Giulio                            - C'è modo di riflettere.

Mario                            - Creda pure, non sarei il tipo capace di saltare la prassi dei calcoli. Abitudine pro­fessionale, ormai. (Sorridono e s'arrestano, pre­si ciascuno da un pensiero già presente).

Giulio                            - Io sono laureato in diritto; ma ricor­do che, quando studiavo e ripetevo le lezioni, tenevo lo sguardo fisso ai fori, agli archi, agli acquedotti romani dei libri di storia dell'arte, con la convinzione che le norme lapidarie del diritto, benché illuminanti, valessero molto me­no di quelle costruzioni solide e pur misteriose.

Mario                            - Qualcosa di misterioso l'ho scoperto anch'io. Da bambino, una volta, vidi l'imboc­catura della galleria d'una talpa. L'allargai un po' con uno sterpo. Ci misi dentro l'occhio. Spinsi lo sguardo in ogni direzione per ren­dermi conto di come quel condotto potesse reggersi. E mi parve una cosa straordinaria. Non so che luce mi desse il senso religioso di quella piccolezza, che oggi mi sembra la prima scintilla della mia vocazione.

Giulio                            - E' importante trovare dei riferimenti che valgano solo per noi.

Mario                            - Appunto! Di questo, a me così chiuso e riservato, non sembra strano parlarne qui a lei, che vedo per la prima volta; ma alla mia fidanzata - guardi da che confidenza mi sento ora animato - non ne avrei mai parlato.

Giulio                            - Eppure, dovrebbe.

Mario                            - Anzi, è una cosa... (Col gesto allude a un taglio).

Giulio                            - Involontariamente...

Mario                            - Deciso. (Nervoso) Lo sa, lei, che una volta di terra come quella della talpa può re­sistere, mentre una di cemento può crollare, se il ferro e il cemento non legano?

Giulio                            - Capisco.

Mario                            - (serio) Bisogna cominciare a costruire, andar su, su, per accorgersi.

Giulio                            - Forse qualche aspetto misterioso sfugge. La donna è complessa, molto, a volte.

Mario                            - O elementarissima. (Un silenzio, nel quale Giulio guarda giù dal parapetto. Anche Mario si distrae).

Giulio                            - Ormai, siamo amici. L'ho sentito d'istinto, come l'ha sentito lei. Così, posso con­fidarmi anch'io.

Mario                            - Dica.

Giulio                            - Sono suo debitore, caro Zatta.

Mario                            - Debitore?

Giulio                            - Esatto.

Mario                            - E in che maniera, avvocato?

 

Giulio                            - Pensi, prima di rispondere.

Mario                            - Si capisce.

Giulio                            - M'ha visto mai lei, qui?

Mario                            - (lo guarda fisso) Per le scale, ho incontrato qualche persona; ma non potrei direi con certezza: lei, sì.

Giulio                            - Allora, le dirò.

Mario                            - Se vuole...

Giulio                            - E quello che dirò, non le sembri I strano.

Mario                            - Ascolto.

Giulio                            - Un giorno, mi son fatto coraggio.! (Accalorandosi via via) Quello che prima immaginavo, guardando da fuori, l'ho poi vissuto! pienamente, entrando negli appartamenti del! suo palazzo. (Mario sorride e fa segni di assenso) E in ognuno, ero un altro; in altre vicende, come nascosto a me stesso. (Desistendo)\ Ma il mio discorso è vago.

Mario                            - Ha reso l'idea benissimo.

Giulio                            - (in tono sommesso) Poi, ho pensato...  

Mario                            - Dica.

Giulio                            - Se il mio comportamento era giusto.

Mario                            - Ma sì.

Giulio                            - Non so.

Mario                            - M'incuriosisce.

Giulio                            - (ansioso) Io vivo con un'intensità smemorante. Immaginare, è consumarsi nei rapporti, al di fuori della vena di vita comune; come se la vena comune si spaccasse. (Lancia allusivamente le mani in alto, aprendole) Ma, per carità, non dica che sono sogni! Sono la mia realtà. Uno spaccarsi doloroso: un diritto | che si paga il meglio di sé. Eppure...

Mario                            - Eppure?

Giulio                            - Certe volte, in tanta ansia, mi sor-1 prendo come in flagrante. Una voce improvvisa mi chiama.

Mario                            - La sua propria o un'altra?

Giulio                            - (assorto) Triste, triste...

Mario                            - Secondo me, la domanda da farsi è questa: se uno scivola verso un mondo equi­voco o se, al contrario, uno cerca...

Giulio                            - (quasi scattando, a riprendendosi subito) Se uno cerca?!... E' costretto!

Mario                            - E allora, perché ha detto in flagrante?

Giulio                            - A volte, sembra di sbagliare. Ma, in realtà, non si riesce a credere che gli altri ab­biano sbagliato tanto, tanto.

Mario                            - Capisco. Ma gli errori...

Giulio                            - (interrompendolo, con foga) Ci sono errori che restano nelle proporzioni della realtà e altri, invece, che la spaccano; non foss'altro per la sensibilità di coloro che urtano. (Una pausa. Scherzoso) A questo punto, caro Zatta, noi, poveri travolti, cadiamo nel ridicolo. (Ri­dono) Che fantasia!...

Mario                            - Già. (Immediato e greve silenzio nel quale Giulio va ad appoggiarsi al parapetto di sinistra, seguito lentamente da Mario).

Elisa                              - (entrando nel salotto, eccitata, con un fa­scio di fiori tra le braccia) Avanti, avanti! Ma che magnifica sorpresa! (Sarà seguita da Maud, una bellissima negra, che parlerà la lingua per­fettamente, ma con accento un po' esotico. Poi entreranno Filippo e Piera) Grazie, per i fiori stupendi.

Maud                            - Di nulla, cara !

Elisa                              - Nulla, questa magnificenza?! (A Fi­lippo) E lei è stato bravo davvero, a mantenere il segreto di questa visita sorprendente. Ma io la biasimo lo stesso.

Filippo                           - Me lo merito, proprio?

Elisa                              - (a Maud) Quando è giunta? Mi dica.

Piera                              - (a Filippo) I segreti con noi!

Maud                            - Nelle prime ore del pomeriggio.

Elisa                              - E mi dica !

Piera                              - Mamma, lasciale prender fiato. S'ac­comodi, signora Maud.

Maud                            - Non subito. Grazie.

Piera                              - Come crede. (Prendendole le mani con uno slancio cui risponde Maud con un sorriso) Permetta. (Le guarda le mani sopra e sotto, poi se le stringe al petto) Mi scusi. Ma è la prima volta...

Maud                            - Che vede da vicino una negra. Dica: negra. Prenda confidenza con questa parola che l'ha fatta esitare, e che non è offensiva.

Elisa                              - (disapprovando) Piera!

Piera                              - L'ho fatto anche per te, mamma, che non ne hai il coraggio.

Elisa                              - Non ho mai autorizzato nessuno a dar saggi della mia indelicatezza.

Maud                            - (a Elisa) Non ne faccia un dramma! Ci sono abituata ad aiutare a vincere l'imbaraz­zo. Meglio tutto in una volta, come ha fatto Piera. Che male c'è?! Davanti ai fiori, lei non ha esclamato per la sorpresa? Per un'altra ra­gione, ora, l'ha fatto sua figlia. Anzi, è stata brava. (S'avvicina a Elisa e alza una mano per accarezzarla. Elisa è tentata di ritrarsi, poi sporge il volto verso Maud che, naturalmente, s'accorge dell'incontrollata repulsione).

Elisa                              - (scoppiando in singhiozzi e abbracciando Maud) Mi scusi, mi scusi!

Maud                            - (accarezzandola) Coraggio, su. Non si dispiaccia di nulla. Ormai il ghiaccio è rotto, e questo è l'importante. (Si separano).

Filippo                           - (a Elisa) Creda a Maud.

 

Elisa                              - (asciugandosi gli occhi) Sì, sì! Siete mille volte migliori di me, tutti quanti.

Filippo                           - Per così poco?

Elisa                              - Non è poco, per me.

Piera                              - (prendendo a braccetto Maud) Un giorno, le farò tante, tante domande.

Maud                            - Risponderò volentieri.

Elisa                              - (a Maud) E avrà le confidenze che io non ho.

Piera                              - Mamma!

Maud                            - Parleremo, parleremo. (Piera annuisce. A Elisa) E' una fortuna avere una figlia così simpatica. (Al marito) Tu, ormai, la conosci bene, Filippo.

Filippo                           - Piera?! Eh, sì !

Maud                            - Fresca, immediata, e chiara chiara. (Questa parola, detta da lei negra, dà la misura profonda della valutazione, che sorprende. Maud sorride e ripete graziosamente, con leggerezza infantile) Chiara chiara.

Elisa                              - (nascondendo la commozione) La mia figliuola. (Tutti si avvicinano a Piera, festeg­giandola. A Filippo) Francamente, non imma­ginavo sua moglie così. Del resto, è meglio, no?

Filippo                           - E' molto meglio.

Piera                              - (a Maud) Se mi darà una foto, la met­terò in camera mia.

Elisa                              - Ottima idea.

Maud                            - (schermendosi) Fossi una diva, io!

Piera                              - Che c'entra !

Filippo                           - (scherzoso) L'avessero chiesta a me... (Ridono).

Maud                            - (a Elisa e Piera) Piuttosto, ce la fa­remo assieme: un bel gruppo. Ma non siamo al completo.

Elisa                              - E' vero. Cima...

Filippo                           - Il ragazzo.

Elisa                              - Avrebbe dovuto esser qui, e anche mio marito. Sa, gli uomini sono poco casalinghi; e poi c'è la novità del luogo. (Continuano a par­lare a bassa voce; le donne siedono sulla destra).

Giulio                            - (allontanandosi dal parapetto) E' così, caro Zatta! (Ora Zatta porrà il piede su un piolo della scala verticale) Mi suggerisce una bella immagine. Lei è con un piede sulla scala verti­cale, la scala della perfezione, che porta su, su. Lei ancora sale su quella, arriverà in cima, starà in piedi su un solo punto. Io, invece, eccomi qua. (Mette il piede sulla scala orizzontale) Que­sta è una ringhiera, un confine, un pericolo. Come si sia rovesciata, non si sa. (Un silenzio) Ecco il mio limite.

Mario                            - (avvicinandoglisi) Ma i simboli non sono la verità.

Giulio                            - La sono, e come !

Mario                            - Sono indicazioni parziali, punti di partenza.

Giulio                            - Ogni loro lettura è una verità. (Cam­biando tono) Grazie per l'ospitalità, caro Zatta. E quando vorrà - anche stasera, se volesse -venga a trovarmi. Abito al numero quindici. Parleremo ancora. (Si stringono la mano).

Mario                            - Volentieri, avvocato Penati.

Giulio                            - (avviandosi e guardando indietro) Non scende?

Mario                            - Ho un po' da fare. (Tocca la borsa sul parapetto).

Giulio                            - Bene. Arrivederci. (Esce).

Mario                            - Antivederla. (Estrae alcuni fogli dalla borsa e li esamina. Poco dopo, s'affaccia Clara, avanza a passi sonori, ma il fidanzato non si volge) Che c'è?

Clara                             - Ho sentito tutto.

Mario                            - E capito?

Clara                             - Se un essere elementarissimo può ca­pire.

Mario                            - Capire o no...

Clara                             - Avanti !

Mario                            - Se hai sentito tutto, avanti devi esser­ci andata da sola. (Si volge e se la trova di fron­te) Siamo fidanzati da pochi mesi, è evidente però che tu, avendo vissuto una vita molto di­versa dalla mia, non possa capirmi. Tu hai bi­sogno di un uomo che abbia la tua stessa vita­lità, tutti i tuoi gusti; io non faccio per te. Tu già soffri vicino a me, e io non posso seguirti, non potrei vivere una vita che non sento.

Clara                             - (mettendo nervosamente i fogli dentro la cartella) Sei stato tu a cercarmi. E adesso, mi metti alla porta.

Mario                            - Perdona la franchezza.

Clara                             - (sfogandosi) Ti parlo come si parla a un amico; per ascoltarti, per sentirti più vi­cino, più mio. E tu inorridisci! (Con rabbia) Ma non ti vergogni?! E l'hai raccontato al primo venuto. Che idea si sarà fatto di me? Eh? Che idea? E chi gliela cambierà, adesso? Chi? (Piera accende la luce elettrica nel salotto).

Mario                            - (secco, strappandole la borsa di mano) Tu.

Clara                             - (gridando) Vedrai. (Escono).

Piera                              - (mentre si rianima la conversazione) Presto. Decidetevi per un aperitivo. (Si alza).

Filippo                           - Un amaro.

Maud                            - Un amaro. (Piera esce un momento e ritorna, restando poi vicino a Filippo, in piedi. Maud a Elisa) Sono appena giunta; ma, si­stemata la casa, ci organizzeremo.

Elisa                              - (riconoscente, espansiva) Con grande piacere. (Non nascondendo una certa ansia, sottovoce) Sapesse! Ho tanto bisogno di uni aiuto. Ho tanto bisogno di svago, di vita.

Maud                            - Ma loro sono così vivi!

Filippo                           - Meglio non si potrebbe.

Elisa                              - (volgendosi) Vorrà dire i ragazzi, tra» loro.

Piera                              - Hanno sonato nell'ingresso?

Elisa                              - (alzandosi) Sonato?!

Piera                              - M'è parso. Cima sfiora appena il pulsante.

Elisa                              - Il mio Cima. Ma i maschi sfuggono.!

Filippo                           - (ambiguo) Peccato. (Ride. Maud sin alza).

Elisa                              - Cosa mi combinerà!

Filippo                           - (a Maud) Suscita gran simpatia. (Sorridono).

Maud                            - Immagino. (A Piera) E tu?

Piera                              - (ridendo) Io?! Lo chiede davanti a mia madre?

Elisa                              - Meglio tardi, il più tardi possibile.! Per quello che può seguire! Ma l'aperitivo?! (Mentre si gira verso la porta, entra la domestica con il vassoio. Passa dall'uno all'altro. Tutti si servono) Sarebbe il caso di fare un beli brindisi. Che ne dite? Che sciocca! Domandarlo a voi. (Alzando il bicchiere e la voce) Un brindisi per la signora Maud. (Tornando al tono normale) Lei lo merita, sì. (Mostrerà, nel divagare, una segreta agitazione, come se temesse qualcosa) Sa, Cima, abituato a scherzare con i suoi compagni, fa certi brindisi sciocchini, ma 1 divertenti. Lì per lì, ci si ride, come quando salta il tappo dello spumante; ma subito si teme che cada in testa, e che qualcuno s'offenda,: Cima, sì, ci sa fare. (Alza il bicchiere) E quello magari brinda da un'altra parte. E allora, alla signora Maud che ci ha veramente... (S'arresta nel veder comparire Giulio. Gli altri, seguendo il suo sguardo, si volgono, esprimendo viva sorpresa).

Giulio                            - Signora Maud. (S'inchina, quindi le va incontro e le bacia la mano) Finalmente, la sua apparizione! Un mago davvero, Filippo, sia per la scelta prepotente della migliore che per il modo di presentarla. Benvenuta in casa nostra.

Maud                            - Grazie, dottore.

Giulio                            - Di che!?

Filippo                           - (porgendo a Giulio il proprio bicchie­re) Posso?

Giulio                            - C'è anche lì, guarda.

Filippo                           - No. Questo.

Giulio                            - Come vuoi. (Prende il bicchiere e Filippo, a sua volta, ne prende uno dal vassoio. Giulio, rivolto a Maud, guardandola fissa) Pa­role, no. (Bevono. Poseranno i bicchieri via via).

 

Elisa                              - E Cima?

Giulio                            - Ci sarà per la cena.

Elisa                              - Doveva essere qui, a quest'ora, tan­to più...

Piera                              - (ridendo) Che ci sono gli ospiti?

Elisa                              - (infastidita) Non l'ho detto. E lui non lo sapeva. Si cena presto, ecco. (Riprendendosi) Ma cosa mi fai dire?

Filippo                           - Niente, niente.

Giulio                            - (infastidito) Via!

Elisa                              - (nervosa) Basta, basta.

Filippo                           - La prego, signora Elisa.

Elisa                              - (sorride a Filippo, poi subito seria) Che c'è di male, a desiderare la famiglia al completo?

Maud                            - E' umano volersi trovare al centro dì tutte le proprie forze. (Elisa la guarda illumi­nandosi, e le spunta una lacrima. Tutti le si avvicinano, spontaneamente, meno il marito).

Elisa                              - Magari fossero tutte mie, le forze. (A Maud) Prima m'aprivano l'animo, senza che glielo chiedessi, ma ora...

Piera                              - Non c'è nulla da dire.

Elisa                              - (eccitata) Possibile?

Piera                              - E' così, cara.

Elisa                              - (a Maud) Lo crede, lei?

Maud                            - Dovremmo parlarne.

Giulio                            - (seccato, alla moglie) Ma ti pare il momento?!

Elisa                              - (non riuscendo a frenarsi) Io cerco l'equilibrio di queste forze; ma ce ne sono trop­pe contrarie, e non sembra. (Scoppia in sin­ghiozzi).

Piera                              - Esageri, esageri mamma!

Giulio                            - (e. s.) Finitela!

Filippo                           - (a Elisa) Questo, poi! Su, su. (A Elisa e a Piera) Venite con me.

Maud                            - Mi ascolti, Elisa.

Elisa                              - No, no. Lasciatemi sola, Scusate, scu­satemi.

Filippo                           - (prendendo Elisa e Piera ciascuna per un braccio e portandole con sé) Venite, ascol­tatemi. Maud, per favore, tu resta con Giulio.

Maud                            - Resto, sì. (Filippo, Elisa e Piera escono. Un silenzio) Avrei fatto meglio a tacere.

Giulio                            - Lei? (Le si avvicina e la guarderà sempre intensamente).

Maud                            - Sì.

Giulio                            - Non ha detto nulla di particolare.

Maud                            - Si potrebbe credere che conoscessi già la vostra situazione familiare, per indiscre­zioni di Filippo.

Giulio                            - Ma via! Chiunque altro avrebbe po­tuto dire le stesse cose che ha detto lei.

Maud                            - Non vorrei che...

 

Giulio                            - No, no. Invece, le domando se quell'invocazione all'unità le sia sembrata piuttosto drammatica o piuttosto comica.

Maud                            - Semplicemente umana. A volte, basta una goccia...

Giulio                            - Può darsi. (Breve pausa) Tutti per­seguiamo un itinerario che comprende momenti di natura diversa. Il guaio è che quelli della stessa natura non coincidono. Non si procede vicini.

Maud                            - Si può esser vicini gli uni agli altri, sia precedendo sia seguendo. Ed è una cosa notevolmente bella. Permette di aiutare gli al­tri, attraendoli; e permette agli altri di attrarci.

Giulio                            - Questa è la grande speranza - non la mia, purtroppo - di chi appartiene a una razza che crede, come la sua, benché mortificata, e la cui voce sembra un'invocazione sperduta nella notte. Mi ricorda alcuni versi: « Mi par­torì mia madre nel deserto,           - io sono negro ma ho l'anima bianca ».

Maud                            - « My mother bore me in the southern wild, - and I am black, but O, my soul is white! ».

Giulio                            - Come li rende dolci, questi versi del Blake, la sua voce!

Maud                            - E' la verità che li rende dolci, vivi; è il sogno del Blake di un « Matrimonio del cielo... ».

Giulio                            - « e dell'inferno ». La citazione, ora, mi fa immaginare - imprimendomi una forte carica emotiva, lo creda - una sua strana giovinezza, la sua vita segreta d'oggi. (Quasi ti­mido) E' la prima volta che parlo con una creatura negra. Non saprei dire tout-court: una negra. (Dando spicco alla frase) E, a questo incontro, provo il senso di un acuto risveglio.

Maud                            - Ah!

Giulio                            - C'è anche... un'altra cosa che mi col­pisce. Lei parla perfettamente la mia lingua, dimostrando una dignità tutta sua.

Maud                            - Chi conosce due lingue, vale due uomi­ni, dice un proverbio inglese. Ma io sono don­na. (Sorride).

Giulio                            - Posso esser sincero?

Maud                            - E' naturale!

Giulio                            - L'impressione, che s'incide cristalli­namente, è che lei si sia così fusa agli altri, da sembrare una degli altri, una di noi sotto un'altra pelle. E questo, per me, è d'una tale evidenza da soggiogarmi.

Maud                            - Grazie, dottore.

Giulio                            - (incalzante) M'aiuti a capirla anche meglio.

Maud                            - Ma è già arrivato al fondo.

Giulio                            - Davvero?! Me lo renda chiaro.

Maud                            - Se due persone della stessa razza s'in­contrano e sorge un interesse reciproco, esse si pensano sullo stesso piano. Almeno io lo credo. Se, invece, s'incontrano due di razza diversa, tra le due è lo straniero a esser giudicato infe­riore. (Con il tono di una rivendicazione) Ma quando si possiede la lingua di chi si avvicina e se ne conosce il costume...

Giulio                            - (prevenendola) Si oppone una forza.

Maud                            - (c.s.) Per questo, mi sento come gli altri, e lei riconosce che lo sono. E forse ricorda anche la fine della poesia del Blake: « When I from black... ».

Giulio                            - « Quando egli bianca nube, io nube nera - intorno a Dio saremo come agnelli -oscurarlo vorrò fino a che senta - all'ombra mia la gioia accanto a Dio ». Giusto orgoglio!

Maud                            - Che, in terra, poiché io sono in terra, dà una certa sicurezza, rende pienamente dispo­nibili di sé.

Giulio                            - (vibrando la frase) Verso chi può aiutarci a superare certi altri limiti umani, quando qualcosa all'improvviso risvegli e rige­neri.

Maud                            - (scherzosa ma decisa) Superare i limi­ti?! No! Io li accetto.

Giulio                            - (in maniera persuasiva) Finché può. Fino a che non brucino.

Maud                            - Brucino pure.

Giulio                            - (imbarazzato) Si danno certi impre­visti... incredibili. Sì porta dentro un segreto per tanto tempo - un tormento che nasce da un complesso di ragioni -; si vigila perché non traspaia dal contegno, e succede che uno scono­sciuto entri all'improvviso nell'intimità, lo co­nosca, e, non so, per averlo conosciuto, dia l'im­pressione di metterci al sicuro e dia il senso di un'espansione leggera, oltre quei limiti che pochi minuti prima sembravano insuperabili. (Con forza) Ma tutti i limiti sono superabili, sicuro.

Maud                            - Io resisto nei miei.

La Domestica                - (affacciandosi da destra) Il signor Zatta.

Giulio                            - (a Maud) Era a lui che alludevo. (Alla domestica) Avanti.

Mario                            - (entra, sorpreso dalla presenza di Maud) Buona sera. Signora! (Presentazioni) Non voglio approfittare.

Giulio                            - Si figuri.

Mario                            - Passando, ho voluto informarla che, per una decisione repentina, m'assenterò alcuni giorni.

Giulio                            - Alcuni giorni?! Bene.

Mario                            - Ci rivedremo al ritorno.

Giulio                            - Molto gentile ad avvertirmi.

 

Mario                            - Ora, credo ai sentimenti improvvisi, I caro avvocato.

Giulio                            - E reciproci. (A Maud) Stupisce il trovarsi, quasi non volendo, a un livello... più alto, (A Zatta) Bisogna ringraziare l'occasione.

Mario                            - Me, no! Ed è strano come qualcosa! in noi muti per uno scatto misterioso.

Giulio                            - (approvando) Al quale non potremmo sottrarci. Infatti, scendendo dall'attico, ho sentito scattare qualcosa proprio dalla sua esortazione, così umana, a vedere le cose e i simboli come punti di partenza; ho sentito scattare qualcosa come il richiamo a una presenza che, prima di me, lei sentiva già urgere avanti; e urgeva davvero, dandomi una di quelle gioie inquiete dell'adolescenza, di quando si deve; incontrare qualcuno.

Mario                            - Tanto proficuo, l'incontro!

Giulio                            - (con calore) Sì. M'ha come restituito a me stesso, e m'ha suggerito di non lasciarmi sfuggire... più nulla. E dopo l'inferno degli ultimi tre anni, è facile rendersi conto del valore I che subito questo abbia avuto per me.

Mario                            - Meglio così.

Giulio                            - Dunque, grazie, caro Zatta. Amico.

Mario                            - Amica, la buona sorte. (Disposto ad andarsene) Mi scusino, allora.

Giulio                            - Scusarla! Invece, le sono grato. E l'attendo. (Si salutano e Zatta esce. Un po' eccitato) Grato, gli sono gratissimo! Mi ha dato il senso di una verità positiva nello squallore in cui mi trovavo. (Quasi con entusiasmo) Ci siamo incontrati oggi, dopo il lavoro, nell'attico del palazzo in costruzione, in fondo alla via.

Maud                            - (dando l'impressione di orientarsi) Ho capito.

Giulio                            - (con delicata insistenza) Prometta di salirci. Ho una ragione per chiederlo.

Maud                            - Immagino.

Giulio                            - Una ragione.

Maud                            - Lo credo.

Giulio                            - (esaltandosi un po', ma entro limiti convenienti) Lassù, in tanto spazio, sembra che la terra sollevi sul palmo di una mano, verso la certezza sperata. Ma non sono parole, quelle che dico.

Maud                            - (non sapendo negare) Prometto.

Giulio                            - (ravvivato dalla condiscendenza) Oh, grazie! Dopo tanto inferno, l'incontro con Zatta m'ha fatto risentire vivo; m'ha preannunciato che qualcuno entrava nella mia vita, come un sogno, e non era; e poi ne ho conosciuto il volto,     - (breve pausa) finalmente il volto.

Maud                            - (in ansia, scotendosi) Potrebbero atten­derci. (S'avvia).

Giulio                            - (seguendola) Attendere, sì. (Velario),

 

SECONDO TEMPO

Le stesse scene del primo atto. La scala verti­cale sarà accanto al parapetto di sinistra. Cima, con le mani in tasca, passeggia nervo­samente davanti al proscenio.

Piera                              - (seguendolo da una posizione più arre­trata) Sapresti dirmi quanto è larga la stan­za? (Ride).

Cima                             - Piera, non me ne va per niente.

Piera                              - Ci metteremo il bottone nero all'oc­chiello.

Cima                             -  Basta la lingua tra ì denti.

Piera                              - E se me la mangio, dopo?  

Cima                             - Io, starei meglio dì prima.

Piera                              - (alzandosi) Ma sei da psichiatra!

Cima                             - Sono da lasciare in pace, io.

Piera                              - Sentitelo! Almeno, tu puoi coccolarti l'immagine.

Cima                             - Certo, è qualcosa.

Piera                              - Pensa a me, che ancora...

Cima                             - Ti compatisco.

Piera                              - E sto calma. Dunque, stacci anche tu, ragazzo.

Cima                             - (semiserio) E' sempre lui, il sentimento prisco, quel... (si chiude la bocca) che non mi dà pace. Tre giorni che non la vedo!

Piera                              - Metti sul quotidiano un: cercasi.

Cima                             - Trovasi qui: seccatura. (Piera ride. Cima resta indifferente).

Piera                              - Sai che la tua infelicità sta creando la mia?! (Breve pausa) Che tipo è il fidanzato?

Cima                             - (irritato) Uno che non mi piace.

Piera                              - A parte questo.

Cima                             - L'ha fatto la madre, non so.

Piera                              - Ma come le è venuto?

Cima                             - Maschio.

Piera                              - Questo dispiace a te, non a me.

Cima                             - Te lo regalo.

Piera                              - Grazie. E ci troveresti il tuo torna­conto. (Cima la guarda quasi con sorpresa, pen­sando alla possibilità suggerita involontaria­mente dalla sorella) Qui, è appena comparso e nessuno l'ha visto, tranne il babbo. Ma non mi va dì fargli domande.

Cima                             - Tutto a me, il privilegio.

Piera                              - Quei due si vogliono bene, e tu vuoi dargli un fastidio.

Cima                             - Lui fastidio non lo dà a me?

Piera                              - Che c'entra! E' il fidanzato.

Cima                             - Bene, io tento.

Piera                              - Se uno lo facesse a te?

Cima                             - Gli romperei il muso.

Piera                              - Come se anche tu non avessi un muso da rompere.

Cima                             - Si vedrà. (Piera ride).

La Domestica                - (entra annunciando) Il dottor Filippo.

Filippo                           - (seguendola) Ragazzi!

Piera                              - Dottore.

Cima                             - Buona sera.

Filippo                           - (a Piera) Se facessi ridere anche me?

Piera                              - Non m'azzardo.

Filippo                           - (a Cima) Te la prenderesti a male?

Cima                             - (indicando Piera) Ci perda un po' tem­po, con quella.

Filippo                           - Ho capito.

Piera                              - E' piuttosto irrequieto.

Filippo                           - (ridendo) E Giulio?

Piera                              - E' uscito a imbucare.

Filippo                           - (fa un leggero moto d'impazienza) Questo benedetto telefono, quando me lo met­teranno! Non avrei disturbato.

Piera                              - Che dice!

Cima                             - (si avvia adagio verso destra) Mi scusi. (Continua a muoversi, ma non esce, restando proprio al margine della scena).

Filippo                           - Vai?

Cima                             - (fermandosi) Due passi. (Piera ride vicino a Filippo, entrambi sulla sinistra della scena).

(Mentre s'attenua la risata, nell'attico entra Giu­lio, in apparenza calmo. Girando qua e là, guar­derà ripetutamente l'orologio, poi lo terrà fermo davanti agli occhi. Su tutte due le scene, la luce s'affievolisce e si spegne; torna improvvisa sugli stessi presenti, negli stessi ambienti, in posizio­ni diverse. Sono passati alcuni giorni. Giulio, ora, volge le spalle al proscenio, tenendo le mani in tasca).

Piera                              - Papà veste bene.

Filippo                           - Ha un bravo sarto.

Piera                              - Veste anche Cima.

Filippo                           - (rivolto a Cima) Si riconosce il taglio.

Piera                              - Mamma dice che fa le spalle spioventi.

Filippo                           - (a Cima) Ci si sta liberi, vero?

Cima                             - Più liberi, sì. (Guarda l'orologio).

Piera                              - (lamentandosi del fratello con Filippo) Che compagnia fa!

Filippo                           - Ma gli uomini, sai, devono perdere il tempo.

Cima                             - Ho paura di sì.

Filippo                           - (sollecitandolo) Altrove, però.

Cima                             - Giusto. (Si stringono calorosamente la mano) Arrivederci.

Filippo e

Piera                              - Ciaìo. (Cima se ne va).

Piera                              - (presso Filippo, quasi con aria di miste­ro) E'...

Filippo                           - Capitìssimo dall'aria ringhiosa.

Piera                              - E la signora Maud?

Filippo                           - Studia le sue piante della città.

Piera                              - Ancora !

Filippo                           - Quando le conoscerà bene, vorrà che la interroghi. E dove vorrò che mi conduca, mi condurrà. (Ridono).

Piera                              - Nemmeno fosse costretta!

Filippo                           - Si costringe, ecco.

Piera                              - E' molto orgogliosa.

Filippo                           - Direi meglio: ansiosa di sapere. E' tutta per la dignità della sua razza. E io solo so di quale dedizione Maud sia capace.

Piera                              - (compiaciuta) Immagino. Le ho voluto subito bene. Mi ha fatto tenerezza - guardi un po'! - come una bambina lontana da casa.

Filippo                           - Ma con tutta la casa dentro di sé. (Continuano a parlare sottovoce sedendo sulla destra).

(Maud compare nell'attico. Giulio, assai lenta­mente, tira fuori le mani dalle tasche, intanto che Maud lo raggiunge).

Giulio                            - (parlerà sempre con serietà. Maud, inve­ce, apparirà serena) Signora!

Maud                            - Dottore! (Non si danno la mano. Maud guarda intorno) Si spazia su buona parte della città.

Giulio                            - Sì.

Maud                            - E sul mare. Se Filippo non avesse contratto un impegno a lunga scadenza, l'avrei consigliato di prendere un appartamento all'ul­timo piano, o magari l'attico.

Giulio                            - E' stata anche una mia idea.

Maud                            - Una buona idea.

Giulio                            - Dunque, le piace qui.

Maud                            - Oh, molto!

Giulio                            - Comincia a darmi ragione.

Maud                            - M'è stato un po' faticoso salire.

Giulio                            - A lei così forte?!

Maud                            - La fretta.

Giulio                            - Temeva di tardare?! Direi di no.

Maud                            - Così... (Breve pausa).

Giulio                            - Ho atteso uno, due... diversi giorni. E con crescente insistenza, mi sono chiesto se non le avessi fatto una proposta inaccettabile.

Maud                            - No.

Giulio                            - Ma nel dubbio, incontrandola in casa, mi sono ben guardato dall'accennare alla cosa.

Maud                            - L'ho notato.

Giulio                            - Sapevo che prima voleva conoscere la città.

Maud                            - Infatti, sono a buon punto. Io devo sapere dove sono.

Giulio                            - (allusivo) E con chi sono.

Maud                            - (sorridendo) Noi possiamo conoscerci a poco a poco, mentre nelle strade devo cam­minare tutti i giorni.

 

Giulio                            - Ma non scappano, sa.

Maud                            - E neanche lei.

Giulio                            - Anzi, ha visto che so attendere.

Maud                            - (divagando) Spazioso, qui. Come disse scusi, la sera che ci conoscemmo?

Giulio                            - (imbarazzato) Non ricordo.

Maud                            - Ricorda, altro che! Disse: sull'attico] sembra che la terra sollevi sul palmo di una mano. Aveva ragione.

Giulio                            - (entrando in argomento, nervoso) E tanti giorni, perché?

Maud                            - Non mi sentivo disposta.

Giulio                            - Che cosa ha creduto?

Maud                            - Per restare perplessa?

Giulio                            - E che cosa crede?

Maud                            - (evitando di rispondere) Ma c'è stato! un momento in cui ho immaginato la sua ansia.1

Giulio                            - (rapido) E' nell'ansia che vivo.

Maud                            - Se vuol parlarmene, ascolto.

Giulio                            - (c. s.) Benché abbia sollecitato l'in­contro, ora sono così teso, così teso.. Bisognai sentirla la necessità della confidenza. E io,| adesso...

Maud                            - (calma) Come crede. (Facendo di sì con il capo, Giulio lentamente andrà ad appoggiare i gomiti sul parapetto di sinistra. Maud lo seguirà e si appoggerà vicina a lui. Nell'attico comparirà Clara, sorpresa di trovare Giulio e Maud. Ha un'idea improvvisa, incrocerà le brac­cia sul petto, facendo una smorfia. Buio nei due ambienti. Al ritorno della luce, Piera e Filippo siedono sempre nel salotto a destra. Maud non c'è più).

Clara                             - (si muove pensierosa, poi si ferma da­vanti a Giulio) A ricevere le confidenze di Mario nei miei riguardi, non so se abbia avuto fortuna o sfortuna.

Giulio                            - (cortese) Sfortuna, perché non ne ha gioito nessuno.

Clara                             - (quasi scattando) E il modo? Lei, in fondo, era il primo venuto. Che motivo c'era di fargli quelle confidenze?!

Giulio                            - Chi suscita simpatia, può meritare un segreto. Ecco perché mi sono lasciato anda­re anch'io.

Clara                             - E se tanto avviene fra estranei, una ragazza che chieda al fidanzato una più intensa presenza - dico al fidanzato -, le sembra giusto che debba esser presa come una che abbia per­so il ritegno? Ma non sente la meschinità del pretesto? (Con animazione) E lei l'ha esortato a riflettere. Naturalmente, a vantaggio suo, non mio.

Giulio                            - La riflessione porta un vantaggio esclusivo?

Clara                             - Se c'è simpatia, sì. Ho fatto male a non vincermi, quel giorno. Fossi rimasta! La mia presenza l'avrebbe indotto a un contegno diverso.

Giulio                            - Può darsi.

Clara                             - E anche lei.

Giulio                            - (si stringe nelle spalle) Non so.

Clara                             - (vibrante) Di me, s'è fatto un giudizio sbagliatissimo. E questo mi dà un assillo con­tinuo, mi brucia, oltre a tutto. Non mi doveva conoscere così, presentata in distacco. Che co­sa ha pensato di me? Che pensa? Lo dica.

Giulio                            - Anche volendo, sarebbe difficile giu­dicare senz'alcun elemento. Perciò, non stia in pena. Non sono portato a occuparmi del pros­simo. Creda.

Clara                             - Si sa, quel che si può dire, volendo. Ma l'impressione che resta, è la prima.

Giulio                            - No, è quella che nasce da un incontro.

Clara                             - (illuminando) Lo crede davvero?!

Giulio                            - Sì.

Clara                             - (triste) Non mi respinge, allora!

Giulio                            - Mi sembra che usi parole molto gros­se. Ma per quali ragioni dovrei?!

Clara                             - M'aiuti, allora. In lei vedo la sola per­sona capace di sostenermi.

Giulio                            - (imbarazzato) L'aiuterò.

Clara                             - Capace di seguirmi. Non m'abbando­ni, la prego.

Giulio                            - (c. s.) Prometto. Ma che?!

Clara                             - Mi stia vicino. (Gli prende una mano) Vorrei che mi conoscesse.

Giulio                            - E perché, no?!

Clara                             - E' disposto?!

Giulio                            - Sì.

Clara                             - Sente la simpatia necessaria?

Giulio                            - Ma sì.

Clara                             - Come le sono grata! (Abbraccia Giulio e gli appoggia il capo sulla spalla) Tanto grata ! (Gli s'allaccia al collo e lo bacia. Lasciandolo) Tanto, tanto...

Giulio                            - Ma è assurdo !

Clara                             - (insinuante) Lo sarà sempre meno.

Giulio                            - Ma no !

Clara                             - Dobbiamo dar torto a chi ha avuto ragione. D'ora in poi, non sarò che unghie, vedrà.

Giulio                            - Bisogna riflettere.

Clara                                         - Ancora? !

Giulio                            - Sicuro.

Clara                             - (tra invocazione e minaccia) Non ri­peta ch'è assurdo! (Nel silenzio, giunge Maud. Si ferma nel vano della porta, sorpresa dalla presenza di Clara, poi torna indifferente).

Giulio                            - (accorgendosi di Maud) Signora!

Maud                            - Buona sera.

 

Clara                             - (volgendosi) Oh!

Giulio                            - (presentando) La signorina...

Clara                             - (stendendo la mano) Visa Clara.

Maud                            - (stringendogliela) Maud Ugati. (Dopo aver guardato in giro, seguita da Giulio, sotto lo sguardo di Clara molto contrariata) Un pit­tore troverebbe il luogo adatto per farci il suo studio.

Clara                             - E un poeta, no? Luce e spazio, la mi­glior fonte d'ispirazione.

Maud                            - Il più ampio respiro.

Clara                             - (blandamente insinuante, eppure in mi­sura che suscita subito un contrasto segreto, riflesso nell'atteggiamento degli altri) Ma questo luogo, signora, lo conosceva e l'apprez­zava già.

Maud                            - (tranquilla) Sì.

Clara                             - Infatti, m'era sembrato d'averla vista altre volte da queste parti, e quassù.

Maud                            - M'arrampico volentieri.

Clara                             - (allusiva) In cerca di nidi?

Maud                            - (disinvolta) Per pittori, come si di­ceva.

Clara                             - (a Giulio) Sarebbe capace d'approfit­tare di un ingressino indipendente, come que­sto? (Lo indica).

Giulio                            - Non faccio il pittore.

Clara                             - Chi non Io fa, oggi?

Giulio                            - Io sono negato.

Clara                             - (con grazia, per far pesare il meno pos­sibile le parole) Modesto, il nostro caro av­vocato! Ha grandi qualità, invece! (A Maud) Vero?

Maud                            - (con lo stesso tono di Clara) Anche lei ne dimostra, signorina!

Clara                             - Lei di più. Intanto, parla la nostra lingua. Ed è molto.

Maud                            - E' bella.

Clara                             - (svelta, come se continuasse la battuta di Maud) Si fa amare. (Con intenzione) E le belle qualità, no?

Giulio                            - (seccato) Ma che qualità?! Di chi?!

Clara                             - (con l'aria di chieder scusa) Ho forse ecceduto? (Guarda interrogativamente Maud, che non le risponde).

Giulio                            - (e. s.) Ma via!

Clara                             - Scusate!

Giulio                            - (poiché Maud si gira per andarsene, la trattiene per un braccio) La prego.

Clara                             - (approfittando della presunta scoperta) Comprendo benissimo. (Raggiunge la porta, ma­nifestando inquietudine, sparisce).

Giulio                            - Le chiedo scusa per l'allusione di quella... povera ragazza.

Maud                            - Molto sicura di sé.

Giulio                            - Si difende.

Maud                            - (risentita) Offende.

Giulio                            - Spiacente di esserne stato la causa.

Maud                            - Chi è?

Giulio                            - (quasi impaziente) Le dirò dopo. Parliamo di noi.

Maud                            - Di noi?

Giulio                            - Sì, di noi. (Maud lentamente s'avvi­cina alla scala di sinistra e comincia a salirvi. Quando sarà giunta a metà, Giulio raggiungerà la scala e l'afferrerà, ansioso) Di noi, sì. (Poiché Maud non risponde, scoterà la scala. Maud darà un urlo, egli seguiterà, ma Maud non aprirà più bocca. Giulio, allora, arretrerà e s'appog­gerà curvo sul parapetto di destra. Maud scen­derà e s'appoggerà al parapetto dì sinistra).

(Nella parte anteriore della scena Filippo e Pie­ra, che sedevano vicini, riprenderanno la con­versazione, mentre entreranno Zatta e Cima, salutando. Rispondendo al saluto, Filippo e Pie­ra s'alzeranno, presentandosi poi).

Cima                             - Ci siamo incontrati sul pianerottolo.

Piera                              - Ah! Lei è Zatta?! Ce ne ha parlato papà.

Mario                            - Sì?

Piera                              - Lo voleva?

Mario                            - Se non disturbo.

Piera                              - Purtroppo, non c'è.

Mario                            - Allora...

Piera                              - Ma può attendere. Ci farà compagnia.

Mario                            - (scherzoso) Se proprio non chiede di meglio... (Indicando Filippo) Eppure, c'è. (In­dica anche Cima).

Piera                              - S'accomodi.

Cima                             - Come sta la signora?

Filippo                           - E' tutta presa dalle guide della città.

Cima                             - Benissimo. E il telefono gliel'hanno messo, poi?

Filippo                           - E' incredibile! No.

Cima                             - Sarà questione di giorni.

Elisa                              - (entrando) Scusate il ritardo. Mi son dovuta mettere in ordine. (Stringe la mano a Filippo).

Piera                              - Il signor Zatta.

Mario                            - (stringendo la mano a Elisa) Piacere.

Elisa                              - Accennava a lei mio marito. (Col ge­sto invita a sedere) Piuttosto, ragazzi, se pre­ferite stare fra voi, e sentire qualche disco, non so: fate senza complimenti.

Piera                              - (a Zatta) Se lo gradisce.

Mario                            - Ben volentieri.

Cima                             - Per di qua. (Dopo cenni di congedo, escono dietro a Cima).

Elisa                              - Sono stanca, mi creda.

Filippo                           - Ma non s'affatichi troppo.

Elisa                              - Stanca e inquieta.

Filippo                           - Inquieta perché stanca.

 

Elisa                              - E' il contrario, dottore: stanca pel l'inquietudine. (Un breve silenzio) E' tanto chi desidero sfogarmi un po' con lei; ma i giorni passano. (Sospensione di un attimo) Dio mi come passano, meno certi pensieri! Ha visti mai lungo un rapido corso d'acqua qualcosa che s'è impigliato a un ramo, a un ferro, che  so; e se ne sta lì, a dispetto della corrente! Così, così!

Filippo                           - E se la corrente portasse via tutto

Elisa                              - Finalmente!, si direbbe. Che faticai dottore! Perché quei pensieri...

Filippo                           - Logorano.

Elisa                              - E sapesse come ammiro sua moglie!

Filippo                           - Maud?

Elisa                              - Ce l'aveva descritta esattamente col m'è. Semplice e dolce. Con la capacità di accettare tutto, di sorridere sempre. Di vedere subito le buone ragioni per obbedire con entusiasmo, come se i denti d'arresto del passata non esistessero. Dio mio! Ma come si fa a es­sere così! Mi sarà mai possibile?! E questo pensiero mi dà le vertigini. Perché tanta dif­ferenza tra un essere e un altro?

Filippo                           - Ma come Maud, chissà quante ed ne sono.

Elisa                              - Oh, sì! Io, per esempio, come sono? E' difficile dire come uno è. Ma lo capisci dagli altri, quando ti tagliano fuori. (Vincendo l'imbarazzo durante la pausa e poi durante il discorso) Mi creda, sono arrivata al punto in cui sento il bisogno di aprire l'animo a qual­cuno. Si prova questo bisogno, no?

Filippo                           - E' naturale.

Elisa                              - Ma specialmente quando una persona ispira fiducia, sembra che tardare ad aprirsi sia orgoglio. Mi chiederà perché non ho pre­ferito Maud, che è una donna. Forse proprio perché è una donna, e forse perché ho una sti­ma tutta particolare per Maud, la vedo troppo in alto.

Filippo                           - E' nello stesso mondo che vive,

Elisa                              - In cui viviamo tutti, conficcati in una solitudine insopportabile, malgrado le appa­renze.

Filippo                           - Parli con la massima libertà.

Elisa                              - Parlare. Griderei, se fossi sicura di strapparmi qualcosa dal cuore per sempre.

Filippo                           - Lo faccia, se crede.

Elisa                              - E' che non si perde mai il senso del ridicolo. Ogni cosa, da un attimo all'altro, di­venta un'altra. E tutta la fatica compiuta per arrivare a quell'attimo, si perde. Questo, per le cose giuste. Immagini come possano esser viste le cose sbagliate, gli errori!

 

Filippo                           - Se esistesse qualcuno perfetto, avreb­be da temere di più.

Elisa                              - Eppure, con tutto che nessuno è per­fetto, nessuno è disposto a giudicare come, in­dubbiamente, pretenderebbe per sé.

Filippo                           - Sentiamo.

Elisa                              - Sa che Giulio giocava.

Filippo                           - Sì.

Elisa                              - (ansiosa in modo sempre più palese) E con scarsa fortuna. Ebbene, sperando di ri­farsi, cominciò a giocare forti somme. E sic­come seguitava a perdere, e doveva pagare, diede fondo a tutto il liquido che avevamo in banca. Giocò anche in borsa, senza fortuna. Le lascio immaginare quanto incidesse sulla serenità familiare un simile stato di cose. E non sentiva ragione, non c'era verso di toccar­gli il cuore. (Più accesa) Si mise a far debiti. In casa, non si vedeva quasi più. E sempre peggio. Dovetti vendere due terreni della mia dote, ormai roba dei ragazzi. E questo sarebbe stato il meno se, infine, avesse dato un taglio alla cosa. Ma no. Intanto io, abbandonata a me stessa, m'ero talmente esaurita da non con­nettere più. E non volevo che estranei e pa­renti venissero a sapere. Quindi, evitai ogni aiuto. E pensavo alle cose più assurde, infranta da tutto. (In tono più alto) E doveva vederlo: un altro, un automa. (Con lo stesso tono di prima) E nemmeno le crisi di dolore che mi facevano urlare, lo trattenevano. Sa, il sistema nervoso mi bloccava ora una parte ora un'al­tra, come con una paralisi. Impazzivo, al pen­siero di poter restare impedita per sempre. E occorreva che il medico mi rassicurasse di con­tinuo. Ascoltavo la favola del mio corpo come me la raccontava, come voleva che la credessi. Ed ero insaziabile, perché la paura di pari pas­so divorava tutto.

Filippo                           - Una vera tristezza.

Elisa                              - (con sorriso amaro) Vera da allora, sì.

Filippo                           - Da allora !

Elisa                              - (scuotendo il capo) Da sola non po­tevo riuscire a superare la crisi. (In tono più alto) Mio marito non s'accorgeva più di me. (Mortificata) Mi vedeva lì. Ci guardavamo come se avessimo perso la necessità della parola. Non stava quasi mai in casa. Quindi, non avevo che il medico. E a lui ricorrevo, a tutte le ore, quan­do sentivo di morire, contratta dal dolore. Era un uomo fine e comprensivo. Sapeva come in­sinuarsi nel mio animo, per ravvivare la poca forza rimasta. E per farmici credere, leggeva, leggeva nei miei primi anni di vita. E via via che recuperava qualcosa, me lo faceva vedere, credere, sino a farlo diventare la mia più cara risorsa.

Filippo                           - Immagino questi faticosi progressi.

Elisa                              - E chi non si sarebbe sentita attratta da un uomo così; chi non sarebbe stata rico­noscente per un bene così grande?

Filippo                           - E' comprensibile.

Elisa                              - E pensi se potevo illudermi della com­prensione di Giulio, che non mi rivolgeva più la parola; anche per vergogna, è probabile. O sospettava? Chissà?! Eppure, dovevo parlargli. Quanto ho dovuto lottare da sola, sapesse! Dio mio!

Filippo                           - E i figli?

Elisa                              - Piera m'è stata più vicina. Disse an­che al padre di smetterla, bruscamente, a scan­so dell'irreparabile. (Smarrita) E ora, vede?, non ho più il coraggio di parlarne. Le dirò un'altra volta.

Filippo                           - Meglio. Si divaghi.

Elisa                              - (c. s.) Bisogna arrivare a esser così soli, per comprendere lo smarrimento in cui può cadere una povera creatura, e il terrore che domina un animo stanco, il peso che op­prime un corpo svuotato.

Filippo                           - Non ci pensi più.

Elisa                              - (esaltandosi) Se ci fosse stata vera colpevolezza da parte mia, le cose sarebbero andate meglio. Il mio slancio sentimentale -che lei ha ben capito quanto fosse umano - l'ha tentato di seguitare a gravarmi di quell'ingiu­sta condanna al distacco, dopo quanto avevo fatto per lui. Ed è stato un bene, perché l'in­giustizia - in un primo momento - m'ha un po' rinsaldato. Poi - ed era inevitabile - ho perso di nuovo le forze. (Pausa) Nessuno di noi è più quello di prima. Certe volte, mi smar­risco nella mia stessa casa, nella mia famiglia. Mi credo tanto colpevole, esclusa. E il giorno che ho conosciuto Maud - ricorda? - a un cer­to punto, mi sono sentita sopraffatta, letteral­mente. Sarà apparso ridicolo, il mio compor­tamento, non importa: io sono così; non mi potrei mai nascondere. E' solo per orgoglio che salvo la faccia, qualche rara volta.

Filippo                           - Eppure, non sembra.

Elisa                              - (elusiva) Gli altri, lo vede, hanno una loro vita; io non frequento nessuno, e finisco per parlare da sola. (Pausa) Sa? Senza volerlo, è stato lei a ravvivare un po' tutto.

Filippo                           - E in che modo?

Elisa                              - Con gli elogi che faceva a Maud. M'ac­cusavano.

Filippo                           - Guarda!

Elisa                              - Ma, constatando che Maud era veramente diversa dagli altri, ho subito trovato in lei un aiuto.

Filippo                           - Sentiamo. (Piera e Cima, quasi con­temporaneamente, chiamano la madre).

Elisa                              - Il modello in cui immaginarmi per vivere una vita semplice, umile come non fui e come non sono; ma a fianco di un uomo senza volto, per il quale non fui, non sono e non sarò che quella. E sapesse che gioia ho provato a pensare questa mia immutabilità!

Filippo                           -  E' confortante, sentirla.

Elisa                              - Così, qualche volta, posso rivivere con la pienezza dei sentimenti, in un giorno na­scente.

Filippo                           - Bellissimo.

Elisa                              - Per poter evadere dalla realtà della propria condizione, dalla condizione della pro­pria razza, per conoscere Maud, ad esempio, che vive così a lungo la propria infanzia, la propria fede! La pelle, che importa, se nascon­de un tesoro?

Filippo                           - (con evidente commozione) Le sono grato, Elisa, per avere esaltato la profonda ragione del mio amore per Maud. Maud vive davvero la sua vita in un giorno nascente, con un respiro tranquillo. (Piera e Cima chiamano di nuovo).

Elisa                              - Almeno voi, felici! E ci starete vicini?

Filippo                           - Quanto vorrete.

Elisa                              - Benedico il giorno... (S'interrompe all'arrivo dei figli).

Piera                              - Per favore, prepara qualcosa da offrire. La donna non c'è.

Elisa                              - Rinunci al tuo orgoglio?

Piera                              - Una volta tanto.

Cima                             - Dunque?

Elisa                              - Andate. Veniamo subito. (/ figli esco­no) Vede? Tutto sembra normale, ma per me...

Filippo                           - Ci tornerà quanto prima. (Escono anch'essi, mentre nel salotto si spengono le luci).

Maud                            - (dopo essersi avvicinata passo passo a Giulio) Nell'animo di ogni donna - e di tutti, credo - la lusinga trova un'eco avvol­gente. Ma escluda che sia qui per questo. M'è parso che il movente del suo invito - più di quanto non abbia voluto dire - fosse una ragione da conoscere. Ascolto. (Un silenzio) Devo prenderla io l'iniziativa? (Giulio lentamente si gira verso di lei) E su quali tracce?

Giulio                            - (con un senso d'impaziente disagio) Tracce, tracce...

Maud                            - (prudente) Non ho nessuna pretesa.

Giulio                            - Né io sono il tipo che voglia passare da vittima. Domandi a mia moglie come mi giudica, quel che valgo. Sarà molto precisai

Maud                            - E' troppo delicata per parlarmene E per questo m'è tanto cara che farei qualunque cosa potesse giovarle.

Giulio                            - Ma c'è qualcosa in me, del quale meno che del resto, potrebbe parlarle. Non che lo ignori. Sa che c'è in me, come in ogni altro essere umano; ma di qui a conoscere l'urgenzai della mia amarezza, ci corre. Eh, sì! Innaturale, se vuole; tuttavia, dissolvente. (Pausa) Se ho[ avuto un torto - e nella misura relativa in cui lo possono fare le persone sostanzialmente rette che sbagliano - , l'ho avuto per colpa mia. Perché non ammetterlo? Ma la mia colpa non sta al confronto con l'avvenimento, per me ira-previsto, di un simbolo che crolli, strappando? radici remotissime e facendomi piombare in) quell'inerzia sbalordita che non so quanto sia durata.

Maud                            - Lo credo.

Giulio                            - E poi, sa come succede, ci si ripensa sempre più intensamente della prima volta' Subendo, sempre. Ma, a un tratto, non si subisce più. (Riprendendosi) Non ho più subito. (Un po'] concitato) le cose, ai miei occhi, hanno riacquistato evidenza: la stessa acuta evidenza del mio slancio. E che possibilità nuova m'è apparsa…. Ho cominciato a immaginare, a rivivere! Io coni un'altra donna. Io in una casa misteriosa - ora questa, ora quella - con una donna di là; ma che - per mia volontà - non dovevo vedere e toccare. E a seconda di quanto s'avvicinava, diventavo ansioso, sgomento, perché non volevo;  deludermi. Ed ero tentato, si capisce; e nello! sforzo, rabbridivo. Dovevo buttarmi fuori di me, sparire nel paesaggio scoperto da ogni casa,! ogni volta; ma tutto, invece, mi respingeva in  me stesso, nel cuore del pericolo. Ed ero lì, sul punto di cedere, imperlato di sudore. E il pen­siero dell'incontro con la donna che avevo allei1 spalle diventava angoscioso. Non so come non gridassi, sentendomi appena toccare infine la spalla. E mi riproponevo ciò che m'ero proposto in principio, nel rifugio tranquillo: quella miracolosa distanza, in cui si è presenti e assen­ti; e, se l'occhio la scoprisse, Dio ne liberi! Mi nascondevo così. E come i ragazzi, credevo che I sarei stato scoperto solo se visto negli occhi.  

Maud                            - E si lasciò guardare?

Giulio                            - (scattando) No. Mai. Gioivo della possibilità di ricominciare, di ritrovarmi quell'onda familiare alle spalle, capace di sollevarmi fino al vertice dello spazio e poi di spingermi all'orlo dell'abisso. Come può essere una donna! Presente e invisibile! Capace di una virtù inalterabile! Però, il riflesso di tanta virtù non l'avrei mai potuto cercare in un volto. E i miei ne, occhi irrequieti sprofondavano tra i pini, nel mare e nel cielo. (Breve pausa) C'erano anche i figli, intorno: diversi o eguali alla realtà, a seconda dei momenti. Presenti e invisibili, anch'essi. Anch'essi s'avvicinavano fin quasi a toc­carmi. Anch'essi, se m'avessero guardato negli occhi, m'avrebbero scoperto! E non mi doveva, non mi deve scoprire nessuno. Perché so troppo bene che l'occhio penetra i segreti e contamina tutto. Così, ho provato il principio di una cer­tezza. (Con dolore) E la rabbia che le illusioni abbiano semi amari.

Maud                            - E come tornava alla realtà?

Giulio                            - (dopo una pausa) Eh, i figli! Sentivo la loro tristezza farsi sempre più convincente, imperiosa sulla mia comprensione. Tacitamen­te, invocavano la madre, la mamma! E diventa­vano piccini, davvero. Tutto si faceva piccolo, allora, e si dissolveva.

Maud                            - (dopo una pausa) I figli!

Giulio                            - Devo esser sincero. Il mio sentimento è stato sempre dominato dalla timidezza. E lo avrà già intuito. Per ogni donna, la delicatezza pavida di quando si è appena innamorati. E si va soli al tramonto, struggendosi in mille pen­sieri, con gli occhi spalancati e la voglia e il timore di parlarne a qualcuno. Soli così, mentre l'ombra si fonde alle cose spogliando lo sguardo, quasi spogliandoti della tua speranza e ansiosa­mente ti s'acuisce la lucidità, finché s'accen­dono le luci, in una gioia improvvisa. Allora, t'aggrappi alle case dove c'è vita, alla casa dove vorresti che fosse la vita che pensi, quella vita che non dovrebbe mutare mai più; e invece non dura che ore, minuti soltanto. (Pausa) C'è un limite, un limite a tutto.

Maud                            - Mi lasci parlar chiaro. Che cosa ha tentato per imporre a se stesso il rispetto della vera, inequivocabile fedeltà: la sola di cui si dovrebbe dar prova?

Giulio                            - (risentito) La prova, la prova... Ci ho pensato, sì. Che prova si può dare con il cuore vuotato... di tutto? (Coprendosi la faccia) Quel maledetto vizio del giuoco! Mi ci sono dissipato con l'accanimento più folle! Eh, sì! Tutte le cose le ho sempre vissute con un'intensità sme­morante, lo dicevo anche a Zatta.

Maud                            - In fondo, la sua crisi le ha rivelato una capacità di vita interiore.

Giulio                            - Un'incapacità, dica meglio.

Maud                            - Ciò che ha detto, se è tutto, fa pensare a un'immaginazione bianca. (Giulio sorride) Come?!

Giulio                            - Scopro che il suo comportamento è simile al mio. Immaginiamo che una persona consista solo in quello in cui essa stessa si raffigura.

Maud                            - E' un dovere credere al prossimo. Non possiamo anticiparcene i limiti. Mentre parlava, prima, capivo che si rappresentava isolato in certi momenti intensi della sua vita, molto importanti; e capivo che lei non era tutto in quelli. Io, però, non ho voluto avere davanti agli occhi che quelle sue immagini, perché è un dovere credere al prossimo, quando si dimostri così chiaro.

Giulio                            - (con vivacità) Io sono il contrario, il contrario. (Agitandosi via via) Voglio infrangere il limite. Alla mia immaginazione bianca voglio dare un colore.

Maud                            - (secca) Il nero? (Giulio, come fulmina­to, ammutolisce; inavvertitamente, arretra con­fuso. Avvicinandoglisi, Maud parlerà con estre­ma semplicità) Quando lei ha scosso la scala, ho gridato....

Giulio                            - (prevenendola) Al mio posto. Per me.

Maud                            - Per lei, sì, perché capisse. Quando mi invitò qui, quella sera, accettai. E poiché non ce ne fu il tempo - e d'altra parte sarebbe stato difficile parlarne subito -, io stessa le diedi tem­po per riflettere. Passarono alcuni giorni, prima che salissi qui. Vero?

Giulio                            - Sì.

Maud                            - E questo che cosa dice, se non che fui pronta alla comprensione?

Giulio                            - E' vero.

Maud                            - E fu un atto di aperto coraggio, cui non doveva essere tesa un'insidia.

Giulio                            - (agitato) Che insidia, che insidia? Qualcosa si spaccò in me, la vena di una vita strozzata. E fu un balzo improvviso e impre­visto.

Maud                            - Sull'attico, disse...

Giulio                            - (precedendola) La terra solleva sul palmo di una mano.

Maud                            - Verso la certezza sperata: quella di rivalersi del torto subito da sua moglie.

Giulio                            - Lei mi lacera, sa?

Maud                            - Lo ammetto. (Aggressiva) Ma forse lei pensava che io qui potessi essere un'altra di quelle creature da immaginare di là, presenti e invisibili? Non lo pensava, no. Sia sincero. Questa, inevitabilmente sarebbe stata la volta dell'incontro...

Giulio                            - (prevenendola, in tono drammatico) Importante.

Maud                            - (con lo stesso tono di Giulio) Per chi?

Giulio                            - Per me.

Maud                            - Non per me.

Giulio                            - Perché non crede solo a quello che dico?

Maud                            - (severa) Preferisce che sia più espli­cita?

Giulio                            - (addolorato) Non è possibile che mi respinga senza pietà.

Maud                            - Caro Giulio, come non ammettere che la forza di certi sentimenti possa spaventare? Siamo tutti esseri umani. Il suo tormento non nasce forse da un caso simile a quello che vor­rebbe provocare? (Giulio china il capo) Le ho chiesto come ritornava alla realtà, ricorda? E m'ha risposto: i figli. Ha detto che reclama­vano la loro vera madre e che questo dissolveva tutto. (In tono sempre più vibrante) Io, invece, i figli non li ho avuti, pur desiderandoli Dio sa quanto. Ho sempre pensato che me li sarei dovuti lungamente meritare. E ho accettato quest'attesa, sognandoli; e non ho sognato per ingannare l'attesa, ma preparandomi, perse­guendo un ideale di purezza sul quale la mia creatura potesse scendere. Ma lei è un uomo, perciò non può rendersi conto dell'aspirazione di una donna alla maternità; di una povera negra, che quasi non osa pensare a una sua creatura, forse nera forse bianca. Una creatura dagli occhi grandi e dolci, attesa da tanto tem­po, per un giorno forse tanto lontano. E non mi stanco mai di guardare il cielo, da dove sono discesa per mano a Gesù piccolo e da dove, per mano a Gesù piccolo, dovrà scendere mio figlio. E sono salita sull'attico per guardare il cielo da un posto nuovo, dal quale chissà che non mi sarebbe stato possibile ascoltare qual­cosa di nuovo nel cielo. Sa, Giulio, io apparten­go a un razza che si esprime con il canto perché il canto si perde nel cielo; appartengo a una razza che si torce come il girasole per seguire un cammino tutto nel cielo. Così, qualunque cosa dovesse farmi abbassare gli occhi per la vergogna, io non la farei mai, a costo della vita. (Giulio la guarderà evidentemente commosso, mentre nel silenzio s'attenuerà la luce fino a spegnersi. Al ritorno della luce, Giulio sarà solo nell'attico, sorpreso da Clara).

Clara                             - (raggiungendolo quasi in fretta) Dot­tore! (Gli stringe la mano e gliela trattiene nel­la sua, guardandolo interrogativamente).

Giulio                            - (subito il suo slancio, dirà tutto serio) Dica.

Clara                             - Serio com'è, pare che lei nasconda qualcosa da dirmi.

Giulio                            - (liberandosi dalla sua mano) Proprio così. Non so come le sia saltato in mente di alludere a una relazione tra me e la signora Ugati, che ci è rimasta malissimo. Ma ci vuole! un bell'ardire!

Clara                             - (con espressione dolorosa) So io quel che mi costa, sempre.

Giulio                            - Non si ostini così.

Clara                             - (assumendo tutta la gravità che può, lo fissa) Tutti s'ingannano sul mio conto. (Quasi  alle lacrime) Non mi abbandoni. (Minacciosa Non tenti di sfuggirmi!

Giulio                            - (sbalordito) Ma sa che mi mette addosso la sua febbre?!

Clara                             - (c. s.) Una febbre che m'ha fatto immaginare una trama... Non mi faccia parlare. Piuttosto, si sforzi di capire. (Al colmo del proprio] conflitto) Scelga.

Giulio                            - (si percuote la fronte con il palmo della mano) Scegliere! ?

Clara                             - (incalzante) Pensando alle inevitabili! conseguenze, nel caso che non...

Giulio                            - (rude) Basta, basta!

Clara                             - (mettendoglisi davanti, audace) Ma lei! non m'intimorisce, sa? (Poi le vengono meno le forze. Si ripiega su se stessa) Io graffio il vetro! con le unghie. Non serve a nulla. E' facile? J ridere di me.

Giulio                            - (sossopra) Non lo dica.

Clara                             - (quasi prorompendo) Tutto calpestai il mio orgoglio.

Giulio                            - (più distaccato) Non dia troppa! importanza.

Clara                             - (reagendo) A una cosa che, invece, lai riassume tutta? La fortuna sta dalla parte vostra, è vero. Ma è una fortuna equivoca. Non! è giusto. (Animandosi) E io vorrei colpirla nell'intimo d'ognuno, e tormentare non più di quanto sia tormentata. (Fredda) Ma ho deciso,'1 deciso. Lei ha contribuito a minare il terreno.! Però, vedremo chi salterà.

Giulio                            - (con rabbia, mentre Clara s'avvicina alla I porta) Contribuito?

Clara                             - Al momento opportuno, lo proverò.! (Con foga) Ma tu, prima, sceglierai. Ti lascio! riflettere su un altrimenti inflessibile. (Scompare).

Giulio                            - (a lenti passi va al centro della scena e ansiosamente ripete tra sé) Inflessibile! Che cosa fare? Che fare? Ma è assurdo! (Nei due ambienti, buio. Nell'attico inizierà la visione interiore di Giulio, in un cono di luce. Per qual­che tempo, Giulio resterà fisso; quindi alle sue I spalle Maud, evocata, avanzerà adagio fino ali margine del cerchio illuminato; dopo di che Giulio dirà con voce molto accorata) No, Maud. Non puoi più starmi alle spalle. Non puoi più essere soltanto l'aria pura invisibile e intocca­bile che è, sì, la gioia e il respiro, ma non è tutto. Oh, la vera vita, è ben altro! E quanta vera vita ho sciupato! Oggi, però, il cielo dove fuggivo al timore di volgermi e di conoscerti non esiste più. Non posso più fuggirti, Maud Non è possibile fuggire la vita per i sogni! (Pausa. A bassa voce, quasi non osasse) Ti prego raggiungimi. Tu sei viva, reale. Voglio guardarti profondamente negli occhi, poiché non ho mai conosciuto nessuna come te. Voglio guardarli ascoltarli. (In tono più teso) Ho bisogno di te di pietà. (Pausa, in cui Maud entra nel cerchio di luce, sfiorando Giulio, che tuttavia non si volge) Ma dire il tuo nome, del quale vivo, Maud è insieme perdere tutte le forze! (Con un gesto repentino, si copre il volto con le mani) Ma perché tremo?! Perché tento invano di nascon­dermi quel che infrango per sempre?! Aiutami, Maud! Che non sia io soltanto a volere, che insieme si voglia! (Si gira verso di lei. Si ba­ciano. Il cerchio illuminato si restringe, s'atte­nua, ma non si spegne. Un lungo silenzio. Ve­lario).

TERZO TEMPO

Le stesse scene degli atti precedenti. Un gira­dischi sul tavolo basso.

(All'aprirsi del velario, il salotto è al buio e nell'attico la visione interiore di Giulio continua sotto lo stesso cono di luce. Giulio e Maud si baciano ancora. Poi si separano. Giulio si copre di nuovo il volto con le mani, mentre Maud si ritira nell'ombra. Clara avanzerà lentamente fi­no all'orlo del cerchio illuminato, indossando lo stesso abito che portava alla fine del secondo atto. Resterà ferma, incombente, alle spalle di Giulio).

Giulio                            - (dopo un lungo silenzio, si strapperà le mani dalla faccia, chiedendosi incredulo) Ma perché tremo?! (Valutando la verità e con uno' scatto d'odio verso di sé) Ho infranto qualcosa, irrimediabilmente. Qualcosa che vedo e sento precipitare. Qualcosa che coinvolge tutta la realtà della mia vita e me la rivolta contro ne­mica, denunziando spietatamente tutti i miei passi falsi. E li aggrava. Mi copre di vergogna. (Nel terrore delle cose viste e descritte) Ma io non voglio, non posso permettere questo. Devo difendermi. Urlare! (Pausa) No. Tacere, men­tire! (Trasalisce come colpito da qualcosa di materiale) Impossibile! (Ansioso) Allora?! (Con dolore) Mendicherò comprensione. (Sussulta a una violenta risata di Clara) E' assurdo. Nes­suno m'ascolterà. (Disperato) Tutti sono al si­curo. Resterò solo. Crollerò, senza avere più una speranza. M'infrangerò, com'è avvenuto del sogno. Maud, Maud! (Si piega su se stesso. Cla­ra, arretrando, scompare dietro il cerchio illu­minato. Ovunque, buio completo. Per un certo tempo, si sente un disco dolcissimo. Quando nei due ambienti ritorna la luce, nessuno è nell'attico).

(Piera siede nel salotto ascoltando la musica. A un tratto, s'alza, esce, rientra con l'apparecchio telefonico, inserisce la spina nella presa sulla parete di sinistra e forma un numero. At­tende a lungo che le si risponda).

Piera                              - (pausando convenientemente il discor­so) Il signor Zatta? (Ride) Sei tu? Senti? E' il tuo disco. Se mi piace? Sì. Dice tanto, ascolta. Ascolto anche te. Non so quale voce sia la più dolce. Sì, sì! La tua! Senza confronto. Lo ascolteremo assieme, appena potrai. Ciao, caro. E grazie ancora. (Ride) Sì, sì. (Posa il ri­cevitore. Si sdraia, ascolta a occhi chiusi. Cima e Clara, entrando, la trovano così. Restano qual­che attimo in silenzio, poi Cima s'avvicina alla sorella e le prende una mano).

Cima                             - Piera.

Piera                              - (sussulta. Alzandosi) Che spavento!

Cima                             - Scusami. Guarda. (Indica Clara).

Piera                              - (presentandosi) Penati, Piera.

Clara                             - Clara Visa. Abbiamo disturbato?!

Piera                              - Disturbato? Ma che! (Ferma il gira­dischi).

Cima                             - Indovina, Piera.

Piera                              - Che cosa?

Cima                             - Come ci siamo conosciuti, noi due.

Piera                              - Vi avrà presentato qualcuno.

Cima                             - Esattamente. Ma indovina chi?

Piera                              - Prendiamo la rubrica.

Cima                             - (ridendo) Uno dei più intimi.

Piera                              - Sbrigati! Dillo tu.

Cima                             - Parentani!

Piera                              - Il piccolino? Oggi?

Cima                             - (allegro) Tre giorni fa.

Piera                              - Bravo! Segreto e sorpresa.

Cima                             - (ride) Questa è Clara a tre dimensioni. Va bene? E questa, la mia più cara confidente.

Clara                             - (a Piera) Dunque, sai tutto di Cima. E di me? Sì, molto. Nuovo, Piera?

Piera                              - (all'allusione, prudentemente si stringe nelle spalle) Quello che mi dirai.

Cima                             - (un po' preoccupato) Su, ragazze! Dia­mo il tempo al tempo.

Piera                              - Per me...

Clara                             - Tutto il tempo che vuoi.

Cima                             - Bene, bene. (A Clara) Ti piace quel disco? Clara Cima

Piera                              - Nuovo.

Cima                             - L'hai comperato oggi?

Piera                              - Sì.

Cima                             - Sentiamolo.

Piera                              - (opponendosi troppo energicamente) No.

Cima                             - Piera, che modo! Non vuoi emozioni in comune?!

Clara                             - Sembra di no.

Piera                              - Sarà meglio chiacchierare, non ti sembra?

Cima                             - (cingendo con un braccio le spalle della sorella) Tuttavia, cara, sempre. (Ride).

Piera                              - (con garbo, si libera del braccio) Ma forse, a metà. (Ridono tutti e tre. Poiché Clara guarda in giro, facendo di sì col capo) Ti piace?

Clara                             - Il vostro nuovo appartamento?

Piera                              - Sì.

Clara                             - (infila il suo braccio in quello di Cima) Verrete da me un giorno, no?

Cima                             - (animandosi) Io, sì.

Piera                              - Certo.

Clara                             - Quando vorrete.

Cima                             - Subito.

Clara                             - (con intenzione appena evidente) Mi piace rendere le cortesie.

Cima                             - (allarmato, divagando) Conoscerai tutti i nostri amici, Clara. Ormai, sei dei nostri.

Clara                             - (allusiva) Dei vostri. (Piera per non rispondere a tono, canticchia).

Cima                             - (prendendo Clara per i polsi) Dei no­stri. E tu scappa, se sei capace.

Clara                             - (dando uno strattone, si libera) Vedi? (Ride) Arrivederci.

Cima                             - (serio) Non scherzare, su. Sei appena arrivata.

Clara                             - (fredda) E' tardi.

Cima                             - (affettuoso) Sei appena arrivata.

Clara                             - Ma è tardi.

Cima                             - (eccitato) Devi restare.

Piera                              - Sì.

Clara                             - Ma voi sequestrate la gente.

Piera                              - (in una strana maniera difensiva) Mio fratello è un gran bravo ragazzo.

Clara                             - (dopo averla fissata) Nessuno ne du­bita.

Cima                             - (riprendendo vivezza) Balliamo, fi­gliuole. Su, un giro per ciascuna.

Piera                              - (togliendo il suo disco) Balliamo.

Clara                             - Gelosa, di questo?

Piera                              - Sì.

Cima                             - Ne prendo degli altri. (Esce correndo).

Clara                             - (indicando il disco sul tavolo) Eppure, io la conosco quella musica.

Piera                              - Le novità sono in tutti i negozi.

Clara                             - Non tutte le novità.

 

Piera                              - Quelle degne di un pubblico.

Clara                             - Ci sono anche le altre.

Piera                              - Difficile, giudicare.

Cima                             - (entrando con un mucchio di dischi) Ce n'è per tutti i gusti. Senti, Clara, facciamo! uno slow. Ti va?

Clara                             - Mi va.

Cima                             - (posando i dischi) Sporge. Eccolo. mette sul giradischi. Piera siede. Cima comincia a ballare con Clara. Mentre ballano, entra Giulio. Poco dopo, Cima se ne accorge) Buona sera! papà. Ti presento la signorina Visa.

Giulio                            - Fate pure. Piacere.

Clara                             - Ci conosciamo.

Giulio                            - Già.

Cima                             - Benissimo. E indovina un po' chi ci ha presentati, papà?

Giulio                            - Hai tanti di quegli amici, tu.

Cima                             - Sai chi? Indovina. (Pausa) Non indovini? Parentani.

Giulio                            - Il piccolino. E quando?

Cima                             - Precisamente tre giorni fa. Un caro, uni

carissimo amico, un fratello   - (Squilla il telefono. Cima stacca il ricevitore) Pronto. Chi è?|

Tu? (A tutti) Lupus in fabula: Parentani. Che! c'è, vecchio? Un favore grandissimo? Venire da te? Questo, poi! C'è musica e gente, qui. Balliamo. Senti: vieni tu. Se sei a due passi, meglio. Sì, vieni. Io? Mi rovini, ti dico. (Lun%v\ascolto) Ma guarda, non più di cinque minuti,nMonto in macchina. Subito. (Attacca il ricevitore) Scusami, Clara. Potevo dirgli di no? (Stropiccia pollice e indice) Affari. Vado e venga Cinque minuti. (Scappa di corsa).

Piera                              - (presso il giradischi) Ancora?

Clara                             - Per me, no. (Piera ferma l'apparecchio).\\

Giulio                            - (avvicinandosi) Un po' di quiete.

Clara                             - Appunto.

Giulio                            - Mi permetterà, signorina, di dire una verità. (Clara e Piera, per un falso allarme, sii mettono quasi sulla difensiva) Piera prepara cocktail meravigliosi. (Le ragazze si distendono. A Piera che ride) Vorresti prepararcene uno secondo la tua migliore ricetta, e con la massima cura? (A Clara) Ci vorrà un po' di tempo; mal dopo, sentirà. E poi, dobbiamo aspettare Cima.

Piera                              - (sorridendo) Mi garba. Con permesso,

Clara                             - Fai pure. (Piera esce).

Giulio                            - (si muove avanti e indietro. Clara lo osserva) Piera ha le mani d'oro.

Clara                             - Che effetto le ha fatto, la mia presenza qui?

Giulio                            - Quello di un'amica dei miei figli.

Clara                             - Acqua gassata. (Giulio sorride) Proprio?

Giulio                            - (serio) Oh! No, davvero.

Clara                             - (avvicinandoglisi e parlandogli sottovoce) - E allora?

Giulio                            - (per imporre una distanza) Ma' in­somma...

Clara                             - (ferma) Che cosa hai deciso?

Giulio                            - (autoritario) Non insisterai nello scherzo? !

Clara                             - Speri che lo sia?

Giulio                            - Allora, sei pazza.

Clara                             - (ride) Giulio, così disarmato ci perdi moltissimo.

Giulio                            - Mi dai fastidio, con questa maledetta insistenza. Capisci?

Clara                             - Scusami tanto. E' preferibile che le cose facciano il loro corso? Come non detto. Come non fatto, eh noi, non si può dire.

Giulio                            - (nervoso) Ma a che fatto alludi?

Clara                             - Ai fatti, ai fatti. E di come uno è nato, non può rispondere. Lo ammetterai, questo. Io, che sono nata vendicativa, pago. Per che cosa, poi? E gli altri, no? So troppe cose, io. Ne vedo...

Giulio                            - Finiscila.

Clara                             - (decisa) Bene. Arrivederci.

Giulio                            - (trattenendola per un braccio) Il cocktail.

Clara                             - Grazie. Molto gentile. (Mette in moto il giradischi. Prende Giulio per ballare) E' vero che le negre hanno un odore particolare?

Giulio                            - Sì. (Irosamente l'allontana da sé) Non ti permettere mai più di nominarla.

Clara                             - Certo. Mi auguro che non ce ne sia più ragione.

Giulio                            - Non c'è mai stata.

Clara                             - La testimonianza delle parti in causa, sai bene che non è ammessa, avvocato.

Giulio                            - La verità è la verità.

Clara                             - Per me, la mia, in cui credo.

Giulio                            - Sei...

Clara                             - (dolce) No. (Lo riprende per la mano per farlo ballare) Scusami. (Ballano un poco. All'improvviso, lo bacia, stringendolo con il braccio intorno al collo. Poi Giulio si divincola e si netta le labbra con il fazzoletto) Scusa, se t'amo davvero.

Giulio                            - Davvero sei pazza.

Clara                             - (ridendo) Tu mi fai avere questo coraggio. (Ferma il giradischi. Giulio fa appena in tempo a intascare il fazzoletto che entra la figlia con il vassoio) E adesso, l'esame. (Pren­dono un bicchiere per ciascuno).

Piera                              - Ho fatto presto? (Ride) Ce n'era un termos pronto.

Clara                             - (dopo aver sorseggiato) Veramente ottimo.

Piera                              - Grazie.

 

Giulio                            - Come sempre.

Clara                             - (allusiva) Bravissima in tutto. Perché chi riesce nelle piccole, riesce anche nelle gran­di cose.

Piera                              - Le grandi cose non sono alla mia portata.

Clara                             - (ridendo e alzando il bicchiere, come se alludesse alla preparazione del cocktail) Di­rei di sì. (Beve, e bevono anche gli altri).

Piera                              - Fai l'università?

Clara                             - Fossi matta, a invecchiare sui libri. E tu?

Piera                              - Sì.

Clara                             - Si vede. (Ridono).

Giulio                            - (alzando il bicchiere) Ci vuole alle­gria. (Beve, e bevono anche Clara e Piera, men­tre rientra Cima che, battendo le mani, le fa voltare).

Cima                             - Magnifico! La specialità di Piera. (Pren­de il suo bicchiere e li raggiunge) Ti piace, Clara?

Clara                             - Molto.

Cima                             - Sono contento. (Beve tutto d'un fiato) Si fa due salti, eh? (Clara alza le sopracciglia) Non vuoi? Ti dà soggezione papà?

Clara                             - Soggezione! E perché?

Cima                             - Allora... (Giulio va a sedersi) Papà balla con Piera.

Giulio                            - Ho già ballato, io.

Cima                             - (sbotta in una risata) Ballato?! Metti su un disco, Piera. (Intanto, abbraccia Clara. Iniziano musica e ballo. Dopo qualche passo) Questo disco ti piega in due, ti fa piangere, dentro. (Accosta la guancia a quella di Clara e danza per poco, perché Elisa con il cappello in testa s'inoltra fino a metà della stanza, costringendo tutti a salutarla e quindi anche a interrompere il ballo. Presentazioni).

Elisa                              - Un attimo, ragazzi. Mi tolgo il cap­pello e torno. Ha telefonato Maud?

Giulio                            - (volgendosi a sentir nominare Maud) Maud no, da quando sono in casa.

Piera                              - No, mamma.

Elisa                              - Chiama un po', Piera. Senti se vengono. (Clara, sollecita in maniera evidente, e certo gioiosa, arresta il giradischi).

Giulio                            - (nervoso) Ma che bisogno c'è. Lascia andare.

Piera                              - Accontentiamo la mamma. (Compone il numero, attende, riappoggia il microfono) Niente. Saranno qui tra poco, al solito.

Elisa                              - Grazie. (Se ne va rapidamente).

Cima                             - (a Clara) Così conoscerai la signora Ugati. Una magnifica negra. Giovane, mia ma­dre, eh?

Clara                             - Sì, sì.

Cima                             - (a Clara indicando il giradischi e metten­dolo in moto) E scusa, perché hai fermato il cuore, qui?

Clara                             - Il telefono.

Cima                             - Già. Ma adesso, riprendiamo.

Elisa                              - (rientrando) Proseguite ragazzi, senza complimenti. (Siede accanto al marito).

Piera                              - Vuoi bere, mamma?

Elisa                              - Pochino, però.

Piera                              - Prendo il termos. (Esce, mentre il fra­tello e Clara ballano. A mano a mano che ballano, Cima stringe Clara sempre di più. Rientra Piera, versa da bere alla madre, che poi sorseggerà).

Cima                             - Stile raffinato, eh? (Elisa tossisce, forse a causa del cocktail. Clara si stacca sensibilmen­te da Cima).

Elisa                              - Molto. Sì.

Cima                             - (a Clara) Sei una piuma, un chiaro di luna. « Con te - solo una notte, e mai non fosse l'alba ».

Giulio                            - (alzandosi) Come sei sciocco.

Cima                             - (fermandosi) Papà?!

Elisa                              - (a Giulio) In fondo, è un verso del Petrarca, che magari gli ha fruttato un bel voto.

Giulio                            - (nervoso) Che c'entrano quei versi!

Cima                             - Papà !

Piera                              - (a Cima) Taglia corto. (Stacca il gira­dischi. Clara sorride).

Giulio                            - (a Clara) Che ci sia da ridere, poi...

Cima                             - (al padre) Non me l'aspettavo, da te.

Giulio                            - E' il modo, quello, di ballare?

Cima                             - Ma le guance, più di lì non vanno.

Giulio                            - Sciocco.

Cima                             - (alzando la voce) Papà!

Piera                              - Cima!

Elisa                              - (contemporaneamente alla figlia) Giu­lio! (Un silenzio in cui Clara inizierà una risata lenta e beffarda, che sorprenderà tutti).

Giulio                            - Beh?

Clara                             - (a Cima) Sei un ragazzo intelligente, ma non sei furbo.

Elisa                              - E perché?

Cima                             - (non raccapezzandosi) Mi fate girare la testa.

Giulio                            - La signorina non è abituata alle bevan­de forti.

Clara                             - (con intenzione) Troppo comodo, chia­mare in causa le innocue bevande. Ragiono be­nissimo.

Cima                             - (c. s.) Datemi tempo di seguirvi.

Elisa                              - Che cos'altro, se è lecito, dovrebbe esser chiamato in causa?

Giulio                            - (spazientito) Ma la pianti. Meglio,

andasse.

Cima                             - (trasecolato) Papà, papà hai bevuto, tutto

Elisa                              - (improvvisa) La signorina, invece! rimane.

Clara                             - A disposizione. (S'irrigidisce).

Cima                             - (agitato) Guarda, papà...

Giulio                            - (severo) Che cosa?

Elisa                              - (ai ferri corti) Insomma, qual è la ragione di questi discorsi e di questi atteggiamenti così misteriosi?

Clara                             - La ragione è che Cima, non sapendo bisogna ammetterlo, questo - ha invaso il campò paterno. (Giulio ride forzatamente).

Elisa                              - (c. s.) Sia più esplicita.

Clara                             - Quand'è così...

Cima                             - (a un tratto) Io, il campo paterno! Clara !

Clara                             - Due api sullo stesso fiore.

Giulio                            - E' una squinternata.

Cima                             - (prendendo posizione) Possibile, papà!

Elisa                              - Sentiamo.

Giulio                            - Ma che sentire!

Clara                             - (con aria di sfida) E allora, no?

Giulio                            - (indignato) Se ne vada...

Cima                             - Papà, offendi una ragazza che mi sta a cuore. (Si slancia verso il padre, ma è subita trattenuto dalla madre e dalla sorella) Hai passato i limiti.

Elisa                              - (al marito) Ti pare la maniera?!

Giulio                            - E' l'unica. (A Clara) Che aspetta?!

Elisa                              - Non se ne andrà. (Prende il marito e tirandolo da parte) Nessuno esce di qui. Voglio! sapere la verità.

Piera                              - (esigente, a Clara) Dire una cosa simile! a mia madre! E' inaudito.

Clara                             - Solo le cose piacevoli sono vere?

Piera                              - E' ridicolo che mio padre...

Maud                            - (che indosserà un bellissimo abito ampia d'un rosa tenue, entra nell'attico precedendo dì pochi attimi Filippo. Dirà, contemporaneamente a Piera) E' ridicolo       - (E, dopo che Piera avrai detto: « che mio padre... »), assurdo vivere appiccicati alla terra! Ecco, dove bisognerebbe! vivere, qui; dove ci si accorge d'avere altri! polmoni, altra vista.

Filippo                           - (con molta grazia) E di saper scalare! lo spazio. (Ridono concordi, divertiti).

Maud                            - Infatti. (Lo abbraccia) Ho scalato lo spazio, e ho raggiunto il mio sole bianco. (Sì baciano. Poi si sciolgono e, festosi, tenendosi per mano, si muovono guardando intorno).

Filippo                           - Qui, lo spazio entra dentro davvero. Che leggerezza improvvisa! (Sospira) Pensa, Maud: un appartamento quassù! In questo nido d'aquile! Bisognerebbe che le case non fossero case.

Maud                            - Ma nidi d'aquile.

Filippo                           - Per avere questo infinito.

Maud                            - Un infinito per la felicità.

Filippo                           - (esaltandosi) Vieni, cara. (La sospin­ge verso il parapetto di destra) Guarda il mare!

Maud                            - Così aperto! (Restano un po' estatici. Stringendosi al marito) Mi chiedo se si potreb­be essere più legati di noi.

Filippo                           - (semiserio) Non farti domande, Maud. Godiamoci le occasioni che ci rallegrano, evi­tando ogni pericolo.

Maud                            - (ridendo) Filippo, i tuoi pericoli sono uno spasso. (Si abbracciano dondolandosi) Cam­bi estro di momento in momento, come un ragaz­zo. (Gioiosa) E io sola ti conosco così, così ricco, vivo. Oh cosa sei per me!

Filippo                           - Non sono quello che immagini. M'inventi.

Maud                            - (birichina) Abile anche se menti, sei destinato a piacermi, sempre.

Filippo                           - Il mio destino è una bella spirale. (Vi accenna con il gesto. Cingendosi reciproca­mente la vita, vanno ad appoggiarsi al parapetto, volgendo le spalle al proscenio).

Cima                             - (con forza) Di' la verità, Clara. Perché, se è vero...

Clara                             - E allora, perché quell'accanimento con­tro di me?

Cima                             - E tu perché sei venuta a dirlo qui? Che ragione c'è?

Clara                             - Lui, lui deve parlare.

Piera                              - Ha già detto che sei pazza. (Clara le ride in faccia) Cose simili non succedono ad altri.

Clara                             - Ma a tuo padre, sì. Pretenderesti l'in­nocenza per lui?

Piera                              - Pretendo che questa burla finisca.

Clara                             - Ormai, è finita.

Cima                             - (afferrando Clara per le mani, la trascina so il fondo) Raccontami tutto, da quando vi siete conosciuti, come. (I tre giovani conti­nuano a parlare fra loro animatamente, senza che li si senta).

Giulio                            - (accanto a Elisa, che si muove verso il proscenio) Te l'assicuro.

Elisa                              - (parlerà sempre con grande amarezza) Non riesco a crederlo. E che c'entri tu con la letta? Se mai, sì sarebbe dovuta vendicare qualche altro modo: accusando Piera, non te.

Giulio                            - Ma, insomma, come te lo faccio ca­pire?

Elisa                              - (con disprezzo) Sii sincero, almeno.

Giulio                            - Oltre questo punto, c'è la pelle: prèndila.

Elisa                              - Tu, ti sei vendicato; tu, non lei.

Giulio                            - Vendicato?!

Elisa                              - E non ti sarà parso vero.

Giulio                            - Ti giuro...

Elisa                              - Ho giurato anch'io, senz'esser creduta da te.

Giulio                            - E va bene: credilo, se ti fa comodo fare la vittima.

Elisa                              - Tentare una ragazza che potrebbe esser tua figlia! Questo mi fa male, questo.

Giulio                            - (scattando) E' assurdo, assurdo.

Elisa                              - (delusa) Come colpisce il rancore! Io per te non sono più nulla; e non mi rispetti nemmeno per un riguardo ai tuoi figli.

Giulio                            - (c. s.) Senti, Elisa: a momenti... Abusi di una pazienza che non ho. (Con forza) Mi stai provocando.

Elisa                              - Di' tutto quello che vuoi, perché, in­tanto, il peggio l'ho conosciuto. (Animandosi) Ma tu non sai come. Non sai fino a che punto sia giunta.

Giulio                            - (si ottura le orecchie, mentre Maud e Filippo, tenendosi per mano, passano dal pa­rapetto di destra a quello di sinistra) Ancora il passato?!

Elisa                              - (sbalordita) E quello che fai? Non è contro il passato? Tu non parli. Non ti lasci sfuggire una parola di bocca; e séguiti a col­pire con il silenzio; e coi fatti, adesso.

Giulio                            - (scattando ancora) Quali fatti, quali?

Elisa                              - Me lo domandi, dopo uno scoppio così? Proprio in casa?

Giulio                            - E allora, arrangiati.

Elisa                              - Infatti, c'è da arrangiarsi, con questo disprezzo in faccia. Come per il passato. (Con vivo dolore) Ma se tu sapessi a che cosa m'hai spinto, che cosa sono stata per fare.

Giulio                            - (risentitissimo) E perché non l'hai fatto?! Giacché la colpa poteva essere tutta e soltanto mia. Scrivevi, prima, una bella lettera drammatica; e io...

Elisa                              - (interrompendolo) Mi rendo conto, però, di quello che non varrebbe mai la pena di fare. Il tempo è misterioso, ma fa conosce­re anche i segreti. (Maud e Filippo si spostano lungo il parapetto. E Maud, con il braccio al­zato, indica lontano).

Giulio                            - (scotendola) Che vuoi dire?!

Elisa                              - Ho sempre detto la verità.

Giulio                            - Basta. Smettiamola.

Elisa                              - Vedo la buona volontà che ci hai messo, attaccandomi alle spalle. (Singhiozza. Maud e Filippo, guardandosi tutt'intorno, fan­no larghi segni di esultanza).

Giulio                            - (imbarazzato) Non piangere, Elisa.

Elisa                              - So anche avere coraggio.

Giulio                            - Qui, mettilo il coraggio, nel ragio­nare; nel darmi ragione. Quella là       - (indica Cla­ra), te l'assicuro io, non è una ragazza norma­le. (Squilla il telefono e Giulio si precipita a staccare il ricevitore. Ma, essendo riaffiorate le voci di Piera, di Clara e di Cima, non riesce a capire chi sia che gli parla. Alzando la voce) Insomma, silenzio! (Tutti ascolteranno la te­lefonata) Chi è? Chi è? Non riconosco la voce. Zatta? (Clara farà ampi gesti d'assenso) Dica. Il disco? Quale disco? (Nuovi evidenti segni di Clara. Secco) Macché sentire! Io no. Non è aria. Tutt'altro! Sì, sì. Venga subito. Fra un quarto d'ora. Come vuole. (Posa il ricevitore. In fondo, ora risalteranno le voci, senza che se ne distinguano le parole, quindi taceranno).

Elisa                              - E' inutile nasconderlo. Se t'ha accu­sato, vuol dire che c'entri, che può dimostrarlo.

Giulio                            - Dimostrare che cosa? (Scotendo il capo e prendendo la moglie per un braccio la sospinge a destra. Continua a parlare con lei, gesticolando) Persuaditi. (Poi le loro voci non si sentiranno più).

Filippo                           - (secondando le parole con la mimi­ca) Più bello, più fresco e più arioso non potrebbe essere, qui. E anche intorno tutto lo è, a perdita d'occhio. Sembra di stare a con­tatto soltanto con la natura, e non con il ce­mento.

Maud                            - Che pace!

Filippo                           - Veramente. (Un po' serio) Facci ca­so, a contatto con la natura, tutto si allontana da noi, allenta la presa, e noi stessi ci atte­nuiamo in ciò che siamo più acuti e peggiori. Vuol dire che recuperiamo qualcosa di simile alla natura.

Maud                            - Il nostro vero fondo.

Filippo                           - Già. (Animandosi) E allora, appro­fittiamo di questa pace.

Maud                            - (pronta) E perché no?

Filippo                           - Sai che farei, Maud?

Maud                            - Una delle belle cose possibili.

Filippo                           - La più semplice. Mi sdraierei su quel parapetto lì.

Maud                            - (allarmata, facendo un passo indietro) Per carità! Mi gira la testa a pensarci.

Filippo                           - Rinuncio, rinuncio.

Maud                            - Sì.

Filippo                           - Scusami, cara. (Si avvicina alla scat adagiata, la scavalca con una gamba, ci siede sopra, ci distende la schiena).

Maud                            - Qui fa lo stesso.

Filippo                           - Sì. Intreccerei le dita sotto la nuca (esegue), e guarderei il cielo, così. (Una pausa Come facevo tante volte da ragazzo. Ero serioso.

Maud                            - Ci sei rimasto.

Filippo                           - M'incantavo a guardare una foglia ben scelta; e mi sforzavo di seguirla, mentre l'aria, all'improvviso, agitava l'albero. Quel brivido profondo mi confondeva, come in un sogno. Nella quiete, poi, ricercavo ansiosamente la mia foglia; ma non la trovavo più. E l'azzurro e il verde, così mescolati, era come se reggessi con gli occhi. (Pausa) Di che strane impressioni è fatta la giovinezza!

Maud                            - E l'intera vita, almeno la nostra.

Filippo                           - (alzandosi, dirà in tono più grave) Pensavo, adesso, parlando: allora avevo sotto di me una terra compatta, sorda, tranquilla Oggi, invece, sdraiato, che cosa ho sotto me? Una grande struttura vuota, irrequieta! d'echi, viva; predisposta alle insidie, con un; capienza illimitata per tutti i misteri, per tropi pi problemi. (Agitando le mani in segno di fastidio) No, no. Qui, no; non potrei riadagiarmi (Riflettendo) Un momento. Quel che è temibile se mai, sarà; non è ancora. (Riacquistando l’espressione gioiosa, a mano a mano che considera le cose) Eh già, non ci siamo! Qui, ad cora, è tutto vergine, fresco, sano. Questo, ancora, è un alveare dove - perché no? - favi) vuoti possono essere colmati di miele, soltanto di miele.

Maud                            - I grandi favi per le grandi api della

fantasia, più grandi degli uomini, immense, sof

fuse di un alone di polline d'oro, che si muove

con esse e le annuncia.

Filippo                           - (dandosi una sonora manata sul collo) Accidenti. Qualcosa m'ha punto! Guarda

Maud                            - (si precipita) Non si vede nulla. Povero caro! E' buio.

Filippo                           - (coprendosi la parte con il fazzoletto)  Mentre tu lo contemplavi, il tuo dirigibile d'oro ha sganciato.

Maud                            - A tradimento! (Ridono).

Filippo                           - (movendosi per uscire, batte i piedi) A Terra nuova, vergine, ancora non impregnata del sangue dell'esistenza.

Maud                                       - Forse.

Filippo                           - Già. E chi ci potrebbe giurare? Qual­cosa può sempre avvenire, prima di noi, o con noi, a nostra insaputa.

Maud                            - Ma se quello che avviene non impe­gna la nostra volontà, che importanza può avere?

Filippo                           - Nessuna, certo.

Maud                            - E' tardi, caro. Passiamo un momen­tino dai nostri amici; poi si va a cenare in un ristorante che ho scoperto io. Sta in una via che tu certamente non conosci.

Filippo                           - In quanto a vie, con te non compete nessuno.

Piera                              - Questa prova, ti vuoi decidere a dar­la? Finiamola, ho detto.

Clara                             - Guarda       - (indica Giulio) nella tasca destra dei pantaloni... Prendi il suo fazzoletto, e vedrai.

Piera                              - (attraversa la scena, s'avvicina al padre, di sorpresa gli prende il fazzoletto dalla tasca indicata e lo stende) E questo? (Le tracce del rossetto saranno ben visibili. Tutti si av­vicineranno a Piera) E questo, cos'è?

Clara                             - La prova, la prova.

Cima                             - (agitandosi) La prova!

Elisa                              - (prende il fazzoletto. Con estrema ama­rezza) Non è il mio rossetto! (Portandosi il dorso della mano alla fronte) Mio Dio, im­pazzisco.

Giulio                            - (eccitato) E' il suo rossetto, il suo.

Elisa                              - Finalmente, lo dici.

Giulio                            - (scagliandosi contro Clara, trattenuto dai figli) Dillo, dillo che sei stata tu.

Clara                             - Io, io !

Giulio                            - Lo vedi che qui credono alle tue men­zogne? Vedi quel che succede?

Clara                             - Purtroppo, subisco.

Elisa                              - Lei, a me che sono la più offesa, deve dirla la verità.

Giulio                            - Ma che verità!

Elisa                              - (gridando) Voglio saperla.

Clara                             - E perché, no? Giulio, ormai posso chiamarlo anche Giulio, m'ha illuso, tenendo il piede in due staffe - due, dico -; mettendomi poi Cima alle costole.

Lio                                - (insofferente) Bugiarda. Cima, di' tu.

Cima                             - Io non so nulla.

Giulio                            - (andandogli con i pugni sotto la fac­cia) Come non sai?

Cima                             - C'è tutto il resto.

Elisa                              - Ha detto che mio marito teneva il piede in due staffe. Quali staffe? Avanti! (S'avvicina con Piera a Visa, e parlano animatamen­te, arretrando a sinistra. Cima si butta di schian­to sul divano e il padre gli si avvicina).

Giulio                            - Come si può ascoltare, soltanto ascol­tare un'enormità del genere? (Cima non rispon­de) Io t'ho spinto dietro a lei?

Cima                             - (saltando su) Quello non è vero. Ma il resto, sì. Baciarla qui in casa. Ecco la ra­gione del risentimento per me. Ho capito tante cose, in pochi minuti. Sei un meschino, tu: un meschino. (Si butta sul divano).

Giulio                            - E allora, credici.

Cima                             - (balzando su) Di quella lì sono inna­morato, va bene? E tu l'hai baciata.

Giulio                            - (afferrandolo per il petto) Non ti permetto di credere che sia stato io a volerlo. (Lo lascia).

Cima                             - (tormentato) Ma io perché non riesco a credere? Dio, cosa provo! Perché proprio tu?!

Giulio                            - E' anormale, ti dico.

Cima                             - Giura papà, su tuo padre, tua madre. Giuralo, papà. (Si butta sul divano singhiozzan­do. Giulio guarda il figlio e tace).

Elisa                              - (a Clara) Qual è l'altra staffa? Voglio sapere qual è?

Piera                              - O l'hai inventata.

Clara                             - Non invento io, scopro.

Elisa                              - Se non parla, non esce di qui.

Clara                             - E voi, non vi siete mai accorti di nul­la? Possibile che abbia visto tutto e soltanto io? Non fate le gnorri, su.

Elisa                              - Nessuna fa le gnorri qui. Chissà cosa macina lei.

Clara                             - Il mio grano amaro. (Rivolta a Piera, aggressiva) Forse perché entrando pensavo a Zatta, forse perché pensavo d'incontrarmi con lui qui dentro, ho avuto la sensazione che quel disco fosse suo, te l'avesse dato lui. E me l'hai confermato quando ho fatto qualche allusione e tu sei scattata. La telefonata, alla fine, ha stampato la cosa. E tu credi che subire questo non mi sia costato niente? Io adesso lo aspetto qui, voglio affrontarlo. Vedrai.

Piera                              - Così, la questione sarà definita una volta per sempre.

Elisa                              - Non abbiamo irretito nessuno. Glielo domandi. E stia certa che se si riterrà ingan­nato, qui non metterà più il piede; ma, se ri­conoscerà il contrario...

Clara                             - Non ho paura.

Elisa                              - (con violenza) Si spiega o no?

Clara                             - (ardita) Veniamo all'altra staffa, sì. (Poiché entrano Maud e Filippo) Eccola, eccola qui. (L'attenzione generale cadrà su Maud. Ci­ma si alzerà lentamente).

Giulio                            - (vibrante) Vi avverto che questa è una pazza.

Clara                             - Fa troppo comodo prevenire la gente. Loro, intanto, non lo possono dire.

Giulio                            - (avvicinandolesi minaccioso) Prima che lo possano dire, se ne vada.

Clara                             - Neanche per sogno. E coi pazzi non c'è niente da fare.

Giulio                            - Non mi costringa. (Tutti si mettono fra i due per allontanarli) E' una pazza, ve lo dico io.

Clara                             - (a Filippo) Lei è il marito della si­gnora?

Filippo                           - Sì.

Clara                             - E amico dell'avvocato Penati?

Filippo                           - Sì.

Clara                             - Ed è al corrente dei molti incontri avvenuti tra loro nell'attico del palazzo nuovo in fondo alla via?

Filippo                           - (ha un moto d'imbarazzo) Perché le interessa?

Clara                             - E a lei, no?

Filippo                           - Pensi per i fatti suoi.

Clara                             - Ma è proprio per questo.

Elisa                              - Giulio !

Cima                             - (contemporaneamente alla madre) Papà!

Giulio                            - Volete che non senta?

Clara                             - Come se non fosse vero!

Filippo                           - (a Clara, intimidatorio) Pensi a quello che dice.

Clara                             - (si avvicina a Maud) Noi, non ci siamo conosciute sull'attico?

Maud                            - Ebbene?

Clara                             - Bene gliene è venuto a lei, vero Giulio?

Giulio                            - Ma si vergogni a fingere questa confi­denza.

Clara                             - Tu fingi davanti a lui         - (indica Filippo), che certamente sa tutto adesso da me.

Filippo                           - Lei è pazza.

Clara                             - Ma guardi che la pazzia non cancella la verità.

Filippo                           - (irondosi) Ma che verità! Conosco troppo bene mia moglie.

Clara                             - Tutti ci conosciamo sempre molto bene. Ma il fatto è che non siamo mai contenti gli uni degli altri e ci capitano queste sorprese.

Giulio                            - (scrollandola violentemente per un brac­cio) Sei tu la sorpresa, con il tuo veleno. Ma ora chiedi scusa, scusa, scusa; altrimenti la rivelo io la vera cosa sgradevole.

Clara                             - Scusa?! (Lasciata da Giulio, ride) Dilla la cosa sgradevole. Come sei stato capace mentire al tuo amico, puoi essere capace mentire agli altri.

Maud                            - (a Giulio) La prego di non mettersi si suo piano.

Clara                             - (con forza) Qualcosa d'ineluttabile  lo trascina.

Giulio                            - (come sopraffatto) Non sopporto più

Clara                             - Sfido io! Perché pensi che non sapracavartela a tu per tu con loro. Ti dovranno considerare pazzo, per non crederti. Come di di me.

Giulio                            - Ma tu sei peggio, se Zatta t'ha piantata.

Clara                             - (amara) E te lo sei preso per tua figlia il mio fidanzato….

Giulio                            - E speravi che, mettendoti con me Zatta si pentisse e m'invidiasse. Poi credesti cte Maud mi strappasse a te. E m'hai fatto delle intimidazioni: dovevo scegliere tra lei e ti Ma se non t'avessi scelto, ti saresti vendicata! E l'hai fatto. Ma dillo che non mi sono ma prestato. (Scotendola) Dillo.

Cima                             - Basta, papà. (Giulio continua a scuoterla, ma Clara appare abbandonata, svuotata. E comincia un pianto sommesso, e accorateCima, avvicinandolesi) Clara, Clara!

Clara                             - (disperata) Ridatemi Zatta, il mio Zatta! Farò una pazzia. (Prorompendo in sighiozzi, fuggirà).

Cima                             - (fa per seguirla) Clara! (Il padre lo trattiene e lo spinge indietro. Tutti restano 'immobili, in un grande silenzio pieno di tensione).

Giulio                            - (eccitatissimo, cammina avanti e indietro. All'improvviso, si ferma, accentuando là sospensione) Vi farete delle domande?!

Elisa                              - (con voce spenta) E chi non se lo farebbe? !

Giulio                            - (audace) Pronto a rispondere.

Elisa                              - (beffarda)   - - A tutte?! (Guarda con insistenza Maud, suscitando un fremito in Filippo) A tutte?!

Giulio                            - (sprezzante) Perché no?

Maud                            - (senza scomporsi) Certamente.

Elisa                              - (a Giulio) Di coraggio, dai prove spai

ventose.

Giulio                            - (c. s.) Eh, già!

Elisa                              - (animandosi e commovendosi) Ma il coraggio non ti dà credito. E io, come potrei?!1) Non te ne importa. Lo so. E non me ne importa») più neanche a me. Ma gli altri? Loro? Esigono! chiarezza.

Filippo                           - (a Giulio) Immediata. Mi sono trattenuto, prima. Giuro, però che non credevo a me stesso.

Elisa                              - (a Giulio) senti?

Filippo                           - Non riuscivo a credere che tu avessi tentato... Maud la conosco. Lascia che le cose, a un certo punto, prendano anche la piega che non condivide. E quando se l'è cavata - da sola sempre, - ne parla. Ma tu, ora, sai quello che devi spiegare. (Pungente) Del resto, ti sarà Facile.

Giulio                            - (tormentatissimo) Quel che mi costerà...

Filippo                           - (eccitandosi) E non lo dire come se noi ne avessimo colpa.

Giulio                            - (c.s.) Facilissima, la tua parte.

Maud                            - (tranquilla) Facili o difficili, non impor­ta come saranno le parti. Rivediamo tutto dac­capo. (Al cadere dell'accento su « daccapo », nell'attico, il buio).

Elisa                              - Che sia proprio lei a proporre...

Maud                            - (prevenendola) Una cosa assurda? (Risentita) La proporrei per un torto? (Alla pro­nuncia di « torto », nell'attico un raggio di luce verticale, mentre nel salotto la luce s'abbassa soltanto).

Elisa                              - (sconcertata) Dentro, sapesse!

Giulio                            - (ansioso) Daccapo, sì. (Al « daccapo », il raggio di luce dell'attico s'allarga).

Filippo                           - (esigente) Con assoluta franchezza.

Giulio                            - (irritato) Se ne vuoi un anticipo sulla pelle, strappalo.

Elisa                              - (ironico) Parole !

Maud                            - Anticipo? No. Daccapo, l'ho detto per tutti. (Al « daccapo », buio nell'attico e nel salot­to. Nel salotto, contemporaneamente, s'illumina al centro un largo cono, che, oltre a Maud, com­prende qualcuno dei presenti. Il resto della bat­tuta sarà detto nel cerchio illuminato).

Giulio                            - (allusivo) Così, vedremo dove le ra­gioni sono diventate dei torti.

Elisa                              - (a sua volta, allusiva) E i torti, ragioni.

Giulio                            - (pronto) E le conseguenze.

Filippo                           - Segrete e palesi.

Giulio                            - (rabbioso) Sicuro. (Un silenzio, nel quale latta avanza fino al cerchio illuminato) Ecco Zatta. Non ci mancava che lui.

Mario                            - E lo scopo, scusate?

Giulio                            - (scandendo le sillabe) Chiarire.

Mario                            - Son pronto. (Dopo attimi d'immobi­lità, tutti muovono qualche passo verso la luce. Su questo moto, il velario).

FINE

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