Daniele tra i leoni

Stampa questo copione

COMCEDIA

Daniele tra i leoni


Commedia in tre atti di Guido Cantini

A SERGIO TOFANO

PERSONAGGI

DANIELE

DONATO

GIOVI

GHERARDO

MASSIMILIANO

MASSAI

GIOVANNI

GIULIANA

LAURA

MARIA

LISA

In una città di Italia oggi.

ATTO PRIMO

Una stanza chiara moderna assolata, con grandi finestre piene d'azzurro ove si ve­dono lievemente ondeggiare cime d'alberi che s'immagina debbano popolare il giar­dino sottosante. Tutt'intorno alle pareli cor­rono delle vetrine; il « umilerò delle far­falle ii, come lo chiama Laura. Quelle vetri ne mostrano infatti un'infinità di farfalle e d'insetti, accomodati per bene, uno sotto l'al­tro, in tante file regolari, ciascuno col suo cartellino: la sua piccola tessera d'identità. Su una tavola di legno chiaro collocata da un lato si vede il microscopio. Dei barattoli pieni di un liquido giallo, arabescati dalle forme strane degli animali che vi riposano dentro, si trovano un po' da per tutto, men­tre diecine e diecine d uccelli impagliati con­templano da alte mensole, al di là dei finestroni, la campagna. Sotto i davanzali, pres­so la tavola, presso il camino, delle poltrone profonde, ricoperte dì cotonina a fiorami vi­vaci, rivelano abitudini quiete. Nei vasi, delle rose; nei quadri, rari, visioni di marine e di montagne dalle cime nevose.

È una mattina di primavera.

Dopo qualche attimo un suono di voci un po' lontano, che lentamente s'avvicina. En­tra Laura con Maria Bianca.

LAURA                -  (è una donna matura: ma bella anco­ra e molto elegante. Una donna «effervescente »)

MARIA  BIANCA-  (è una fanciulla  moderna).

LAURA                -  ... e questo, vedi, è il suo studio: il cimitero delle farfalle, come lo chia­mo io.

MARIA  BIANCA    -  Ah!

LAURA                -  Già, è qui che mio fratello compie i suoi misfatti quotidiani.

M.BIANCA          -  Misfatti?

LAURA                -  Ma sì, cara. Guarda, guarda tutte queste povere farfalle, tutti questi poveri calabroni... Guarda tutti quegli uccelli che sembrano struggersi dalla voglia di spiccare il volo. Noi, almeno, quando si muore, si va là sotto. Non ci si pensa più. Ma loro... Dalla mattina alla sera debbono starsene lii immobili a guardare coi loro occhi dì vetro quegli altri uccelli che volano e cantano liberi nella cam­pagna.

M.BIANCA          -  (affacciandosi, guardando fuori) - Oh che magnifica vista!

LAURA                -  Sarà, non dico, sarà... fo, per me, la campagna non l'ho mai potuta soffri­re. Forse perché in questi luoghi ci son nata. Ah, non mi potrò mai dimenticare gli anni della mia adolescenza. Che noia mortale! E che liberazione, quando ho potuto scapparmene vìa!

M.BIANCA          -  (s'è intanto avvicinata al Microscopio. Guardandolo curiosamente) Cos'è quest'arnese?

LAURA                -  Questo? Mah!

M.BIANCA          -  Sarà un mìcroscoopio?

LAURA                -  Può darsi... Ma non mi domandare spiegazioni perché io sono di un'incultu­ra spaventosa. Un microscopio!... Non è un affare che serve per vedere le cose grandi grandi?

M.BIANCA          -  (ridendo) - Ma sii

LAURA                -  Allora è meglio che non ci guardi dentro. Non vorrei vedere più grande dì quello che è la mia bolletta.

M.BIANCA          -  E tutti questi animali se li è raccolti da sé?

LAURA                -  Vuoi scherzare? Gli arrivano da ogni parte del mondo. Ci si rovina. Oh, senti, se io avessi dei quattrini da buttar via, preferirei una bella donna.

M.BIANCA          -  (sorrìdendo) - Un bel giovi­netto, via.

LAURA                -  Impertinente!

M.BIANCA          -  Ma è lui, poi, che se li mette a posto così?

LAURA                -  Lui, lui. Guai a chi glieli leccasse. Gli ho visto fare quell'operazione una volta, su delle farfalle vive, e me ne ri­corderò fin che campo.

M.BIANCA          -  Come fa?

LAURA                -  (con leggero ribrezzo) - Posa la far­falla su una specie di cuscinetto dì velluto nero, delicatamente le allarga le ali, poi la trafigge con uno spillo. Gli animali restano un momento immobili, esterre­fatti; ma a un tratto le ali hanno un fremito, un suono: una specie di piccolo grido strozzato...

M.BIANCA          -  (rabbrividendo) - Che orrore!

LAURA                -  Allora cosparge l'animale di non so che, lo solleva pian piano sul suo piccolo feretro e va a riporlo in una di quelle ve­trine là, che si richiude col tonfo sordo di una pietra sepolcrale...

M.BIANCA          -  Basta, basta, per carità! (Dopo un attimo) Ed è questo l'uomo che vorresti farmi sposare?

LAURA                -  Ma sì, cara; perché Daniele è un angelo.

M.BIANCA          -  Salute!

LAURA                -  Un angelo, te lo assicuro. Il suo amore per le scienze lo rende a volte spietato; ma questo non conta, Daniele adora ì fiori, i bambini, E forse uccìde le far­falle perché le ama troppo; le uccide per circondarsene.

M.BIANCA          -  Detesto gli uomini strani, A me piacciano gli uomini normali, Sa­ni... come mio fratello Gherardo.

LAURA                -  Uh senti, quanto a questo, ti posso assicurare che Daniele è normalissimo.

M.BIANCA          -  Normalissimo con tutto quello che m'hai detto?

LAURA                -  Ebbene, che cosa ti ho detto?

M.BIANCA          -  Un uomo che alla sua età se ne vìve ai margini della città, solita­rio... No, mi dispiace, ma questo becchi­no dì farfalle non mi attrae. Senza con­tare che, secondo le tue descrizioni, quan­to a fisico, via, non so se mi spiego...

LAURA                -  Cos'è? Andresti in cerca d'un ma­rito bello, adesso? Per fartene che cosa? Un marito deve piacere per tante altre ragioni... Un marito, perdinci, non è mica un amante!

M.BIANCA          -  Sia pure, ma...

LAURA                -  Sentitela! Parola d'onore, non credo alle mie orecchie. Lo sai quanti milioni ha Daniele? Daniele non ha mica fatto come me! Luì, se ne togli le farfalle, per sé non spende un soldo neanche... Eppoi, lo vedrai, ci starai insieme, e se ti ho in­gannata...(Motore fuori, in giardino, lunghi ululati di dacron) Gherardo! (Élla ti precipita alla finestra) Ah, finalmente! (Ad altri personali, invisibili) Oh, ma bravi, bra­vi! (Fuori, voci confuse. LAURA  si rivolge a Maria Bianca) E’ venuto con Massimi­liano e Lisa. (Verso il giardino, di nuovo) Salite, salite, via! (Tornando dentro) Ma, a proposito, nessuno ha pensato alla cola­zione. A questa gente bisognerà dare qualcosa da mangiare, no? (Suona) A lo­ro e a noi.

(Entrano quasi di corsa Gherardo, Mas­similiano, Lisa: giovani tutti e tre, facili, disinvolti. Saluti).

GHERARDO       - Quando si va a colazione in questa casa? Ho una gran fame.

LAURA                -  Capitate benino! A colazione! Caro Gherardo, io vi ho invitati, è vero, da mio fratello; ma non mi sono neanche sognata d'avvertirlo. E siccome lui vive solo, non credo che ci sarà molta abbon­danza. Per di più il padrone di casa è fuori; dunque, occorre pazienza.

MASSIMILIANO     - Oh Dio, se si sapeva, si com­prava qualcosa passando.

LISA                     - Almeno un pollaio ci sarà, nella villa!

LAURA                -  Silenzio. Morire di fame non vi lasceremo. Ah. (È entrato Giovanni, il servitore),

GIOVANNI         - Comandi, signora?

LAURA                -  Che cosa c'è da colazione, Gio­vanni?

GIOVANNI         - Nulla, signora.

TUTTI                   - Nulla! Oh Dio santo!

GIOVANNI         - Oggi, signora, è venerdì.

LAURA                -  E con questo? Il venerdì non si mangia?

GIOVANNI         - I! venerdì il signore ha il Rotary. Fa colazione fuori.

TUTTI                   - Ma bene! Benissimo! Torniamoce­ne vìa.

LAURA                -  Silenzio. Ci sarà del caviale, in di­spensa, immagino, del salmone, del prosciutto.

GIOVANNI         - Qualcosa, si.

LAURA                -  Ve lo dicevo che di fame non vi avrei lasciati morire? Ebbene, Giovanni, portateci qua del pane, del caviale... In­somma tutto quel che trovate di freddo. Dei vermouth, percocktail».

GIOVANNI         - Subito, signora.

LAURA                -  Un momento, Mentre noi facciamo questo spuntino, farete preparare una colazione... vera  a piacer vostro.

GIOVANNI         - Subito, signora.

LAURA                -  Ah, Giovanni!

GIOVANNI         - Comandi?

LAURA                -  Dove tiene i sigari e le sigarette il signore?

GIOVANNI         - Il signore non fuma,

LAURA                -   Volete che non lo sappia? Ma avrà delle sigarette per gli ospiti, spero.

GIOVANNI         - Sì, signara, sì. Là, in quel cas­setto,

LAURA                -  Benissimo.

(Mentre Giovanni esce, ella va al cassetto indicato e ne trae molti pacchetti di siga­rette e delle scatole di avana). Venite, ragazzi, servitevi.

LISA                     - Ma non sarà troppo abusare?

LAURA                -  Scherzate? Allora non conoscete Da­niele.

M.BIANCA          -  Appunto perché non si conosce, almeno io, mi pare...

LAURA                -  Sarà felicissimo, ve l'assicuro. Fu­mate. (i giovani si Servono).

GHERARDO       - Cos'è, un museo di storia na­turale, questo?

M.BIANCA          -  Macché. È... còme l'hai chiamato, Laura?

LAURA                -  Oh, non mi seccare. Sicuro che è un museo: forse la più importante rac­colta di farfalle che ci sia in Italia.

MASSIMILIANO     - (andando con Lisa da una ve­trina all'altra) Ah, che bellezza! Guarda che colori, quella.

LISA                     - E quella? È enorme.

M.BIANCA          -  Si chiama... (leggendo) Pa­voni» Maggiore.

(Mentre Massimiliano, Maria, Bianca e Lisa sono intenti a guardare le farfalle, ed hanno esclamazioni dì meraviglia, LAURA si è seduta sul davanti. Prendendo furtivantante per una mano Gherardo).

LAURA                -  Dunque?

GHERARDO       - Non ho potuto disimpegnarmi.

LAURA                -  Vuoi correre proprio?

GHERARDO       - Ormai mi sono iscritto.

LAURA                -  Per quanto tu sapessi che mi davi un dolore.

GHERARDO       - Non vorrai, spero, che ti stia sempre attaccato alle sottane.

LAURA                -  No, no, mi piace anzi la tua auda­cia. Ma ti voglio bene, e ho paura dì ditto.

LISA                     -  (volgendosi) - Vieni a vedere, Gherar­do. Sai che sono meravigliosi:?

GHERARDO       -  (alla voce della fanciulla si stac­ca da Laura).

LAURA (resta interdetta). (In questo momento entra Giovanni spin­gendo innanzi a sé una piccola tavola a rotelle coperta d'una tovaglia di merletto, carica di piccole scatole, di piattini, di posate, di bicchieri, di bottiglie).

LAURA                - Venite, ragazzi. (Tutti circondano Giovanni. Il sacchegio comincia) la colazione, quella vera, va avanti?

GIOVANNI         - Sissignora,(Entra Donato).

DONATO             - Finalmente  vi trovo, Giovanni. Oh, ma che folla!

LAURA                -  Come state,  Donato?

DONATO             - Voi!

LAURA                -  Arrivo da Venezia in automobile coi miei amici. Conóscete?

DONATO             - Ma... Sì, certo. Come va?

(Saluti, strette di mano).

M.BIANCA          -  Scusi se non le do la mano. Le ho tutte e due impicciate.

DONATO             - Non  importa.  A quanto Vedo, non è l'appetito che manca qui.

LAURA                -  (preparando Un panino) Tutt'altro.

(Porgendo il panino a Gherardo) A voi, Gherardo.

GHERARDO       - Oh, grazie;

DONATO             - E Daniele?

LAURA                -  Non lo abbiamo trovato. Pare che oggi abbia non so che banchetto.

GIOVANNI         -  (intento a servire i giovani)  Il Rotary, signore.

DONATO             - È vero. Oggi e venerdì. Non ci avevo pensato. Sicché chi si quando rientra.

GIOVANNI         - Non saprei.

DONATO             - Accidenti! Questo mi secca. Gli si può telefonare, no?

GIOVANNI         - Certamente.

DONATO             - Ebbene, telefonategli. Ditegli che venga subito; ho urgente bisogno di parlargli.

GIOVANNI         - Sta bene. (Esce),

LAURA                -  Non vi dico se volete fare uno spuntino anche voi. Immagino che avrete giù fatto colazione.

DONATO             - Ma neanche per sogno! Pensavo appunto di far colazione con Daniele,

GHERARDO       - Ah, ma questo padrone di casa!

M.BIANCA          -  Già, tutti vengono a far Colazione da lui e nessuno lo trova.

MASSIMILIANO     - Lo minacceremo dì non tornarci più.

LISA                     - Gli toglieremo il saluto.

LAURA                -  (a Donato) - E allora, se volete fa­vorire,..

DONATO             - Ma col più grande piacerei (Sì serve).

LAURA                -Non ti ho domandato ancora se Giuliana sta bene.

DONATO             - Benissimo, grazie.

LAURA                -  E i bambini?

DONATO             - Le bambine...

LAURA                -  Ma già che erano due bambine!

DONATO             - E gemelle.

LAURA                -  Avevano dei nomi curiosi, mi ri­cordo.

DONATO             - Rosa e Fiora. Ma poi son venuti anche due maschi.

M.BIANCA          -  Gemelli anche quelli?

DONATO             - È quasi ridicolo... Sì.

LISA                     - Ridicolo? Ma no! Anzi, a due a due, come soldatini.

M.BIANCA          -  Hanno dei nomi floreali anche loro?

DONATO             - Dei nomi io non sono responsa­bile, lo dico prima.

MASSIMILIANO     - Come?

DONATO             - A trovare un nome pe' mìei fi­gliuoli ci ha sempre voluto pensar Da­niele.

LISA                     - Davvero?

DONATO             - Daniele è un uomo arrendevolis­simo, non si può negare; ma quando sì i trattato di dare un nome aì miei bambi­ni, per forza si è dovuto fare a modo suo.

M.BIANCA          -  (a Laura) - Che angelo, eh? (LAURA alza le spalle).

DONATO             - Figuratevi che tanto io quanto mia moglie se ne sarebbe voluto chiamare almeno uno...Daniele. Macché! Non c'è stato verso.

LAURA                -  E perché?

DONATO             - Chi lo sa? Pare che a lui non piaccia il suo nome. E notate che Daniele ne avrebbe avuto quasi diritto.

MASSIMILIANO     - Diritto?

LAURA                -  Ma certo! La casa di Giuliana e di Donato senza Daniele sarebbe incompleta.

DONATO             - Povero Daniele, è tanto buono! Gli incarichi più noiosi se li prende lui, e senza che nessuno lo preghi, intendia­moci bene; così, per generosità di cuore... Se c'è da discutere su un conto, ci pensa lui; all'ufficio delle tasse ci va lui. Insom­ma, se io non avessi Daniele, sarei un disgraziato. Non vi dico poi Giuliana... Per darvi un'idea del bene che ci vuole Daniele, ve ne dirà una sola, ma che ba­sta per tutte. E’ arrivato a fare per noi il supremo sacrificio...

LAURA                -  Mìo Dio, quale?

DONATO             - Ci ha ceduto il suo cuoco.

LAURA                -  No!

DONATO             - Si

LAURA                -  Vi ha ceduto Bertrando?

DONATO             - Bertrando.

LAURA                -  Il suo Bertrando!

(Gli altri stanno ad ascoltare sbalorditi). Voi non potete capire. Lo aveva da quindi­ci anni s'intendevano a volo. Non l'ha vo­luto cedere neanche a me. Ah, questa non gliela passo. Me ne dovrà render conto.

DONATO             - « Infine, ha detto, se lo cedo a voi  posso continuare a goderne anch'io ».

LAURA                -  È incredibile! Ma questo deve finire.

DONATO             - Cosa?

LAURA                -  È durato anche troppo il vostro sfruttamento.

DONATO             - Scherzate,

LAURA                -  Sfruttamento, sicuro. Voi e vostra moglie vi approfittate di Daniele, della sua inerzia, per servirvene a vostro pia­cere, finché un bel giorno... Ah, io lo vedo l'avvenire di mio fratello! Finirà solo come un cane.

DONATO             - Calmatevi, Vi assicuro che v'in­gannate, Più d'una volta tanto Giuliana che io abbiamo spinto Daniele ad ammo­gliarsi, gli abbiamo presentato noi degli Ottimi partiti.

LAURA                -  Chi sa che brutte donne!

DONATO             - Renata.

LAURA                -  (stupita) - L'ha rifiutata?

DONATO             - Già, e Daniele non le dispiaceva punto.

LAURA                -  È una splendida figliuola.

DONATO             - E Silvia?

LAURA                -  Anche Silvia?

DONATO             - Anche lei.

LAURA                -  Allora, mi piange il cuore a dirlo, ma mio fratello è un grande imbecille.

M.BIANCA          -  (piano a Laura) - Se ce ne andassimo?

LAURA                -  (alza le spalle).

DONATO             - No, Daniele è un uomo intelli­gentissimo, soltanto...

MASSIMILIANO     - Rifugge dal matrimonio.

DONATO             - Ecco.

GHERARDO       - Allora si può sapere come si chiamano i due soldatini?

DONATO             - ... Cipriano e Ricciotto.

LAURA                -  Scusatemi, ma come nome prefe­risco Daniele.  

DONATO             - A chi lo dite! Ma qualcosa biso­gna ben concedergli ogni tanto.

LAURA                -  Immagino che i bambini ameranno follemente il loro Daniele.

DONATO             - Follemente, è la parola. Un amo­re  conquistato  con infinita pazienza  e con doni innumerevoli. (Motore, fuori). Ah, sarà Daniele. (i giovani s'affacciano).

GHERARDO       - No, è la signora Giuliana.

DONATO             - Mia moglie?

LAURA                -  Sarà venuta a colazione anche lei. (Tutti si muovono per andare incontro a Giuliana). Ma voi, non sapevate; che dovesse venire?

DONATO             - No. E mi secca maledettamente che mi trovi qui.

LAURA                -  Perché ?

DONATO             - Perché avevo bisogno di parlare con Daniele ad insaputa di lei. (Entra Giuliana, bionda vaporosa elegan­tissima).

GIULIANA          - Ma c'è ricevimento!

LAURA                -  Giuliana, siamo noi: un'improvvisata andata male.

GIULIANA          -  Laura! Come va? Sempre più bella e...

LAURA                -  Per carità, non dire « più giovane ».

GIULIANA          - (salutando gli altri)  Perchè?

LAURA                -  Perchè si dice ai vecchi.

DONATO             - (facendosi avanti) - Buongiorno.

GIULIANA          - Non avevi un appuntamento d'affari?

DONATO             - Sicuro, con Daniele.

GIULIANA          - Se Daniele non c'è! Eppoi, al­l'ora di colazione?

DONATO             - Già, ma la cosa buffa è che ho sbagliato giorno. E tu?

GIULIANA          - Son venuta a prendere il mio discorso.

DONATO             - Quale?

GIULIANA          - Il discorso inaugurale del mio Comitato. Non doveva prepararmelo Da­niele?

DONATO             - E vieni a quest'ora?

GIULIANA          - Quando sono sola, io mangio in cinque minuti.

GHERARDO       - Sicché ha già mangiato? Beata lei!

GIULIANA          - Oh poco e controvoglia.

MASSIMILIANO     - Ho capito: un'altra che ha fame.

(Entra Daniele. e’ un uomo dai fare sem­plice, uno di quegli uomini che, quan­do ce ne sono degli altri più belli, pia forti, piìù giovani, ha paura di sé, e si cancella).

DANIELE            - Eccomi qua.

LAURA                -  Era tempo! Ma che indelicatezza! Tutta questa gente non aspetta che te; e tu ti fai aspettare tanto.

DANIELE            - Perdonatemi, Non lo faro più.

LAURA                -  Ed ora, spero che mi darai un bacio,

DANIELE            - Ma sì, cara. Come stai? Potevi avvenirmi  però.

LAURA                -  Eppure dovresti saperlo che io non scrivo mai.

DANIELE            - Tutti bene a Palermo?

LAURA                -  A Palermo? Se da un anno sto a Venezia !

DANIELE            - Non potevo indovinarlo.

LAURA                -  . Conosci tutti, mi pare, tranne la sorella di Gherardo, Maria Bianca. Guar­da che amore.

DANIELE            -  (resta interdetto).

LAURA                -  Beh, non dici nulla?

DANIELE            -  (con un sorriso) - Hai detto già tutto tu, mi pare. (Poscia, salutando a uno a uno gli altri) Donato! Giuliana! Vanno bene i piccoli? Massimiliano! Lisa! Ma è una festa. E c'è anche Gherardo!

LAURA                -   (a Maria Bianca) - Beh, come io trovi ?

M.BIANCA          -  Ah, molto meglio di come...

LAURA                -  Dio, ti ringrazio! Avevo una paura!

DANIELE            - Giovanni mi ha detto che siete tutti affamati. Ma tra poco sarà pronto. Intanto, giù c'è un tennis, c'è un campo di golf. E, chi ne avesse voglia, anche una piscina,

MASSIMILIANO     - (a Laura) - Potevate dircelo prima che c'era rutta questa grazia di Dio.

DANIELE            - Non è per mandarvi via, inten­diamoci. Ma siccome so che, voialtri gio­vani specialmente, non sapete far a meno di tutte quelle cose, ci ho tenuto ad avvertirvi che qua siamo aggiornati. Ed ora, chi vuole andare, vada; chi vuol restare, resti.

LAURA                -  Io, a dir la verità, ero venuta soprat­tutto perché ho un gran bisogno dì parlarti.

DANIELE            - Possiamo fari» dopo?

LAURA                -  No, dopo mangiato non posso fare sforzi ài memoria, e sono tante le cose che debbo ricordarmi!...

DANIELE            - E allora, Giuliana, per favore fa tu, come al solito, gli onori di casa.

GIULIANA          - Volentieri. Venite, (Esce con gli altri).

DANIELE            - Grafie.

DONATO             - (a bassa voce) - Dopo, Daniele, ho da parlarti. Cose gravi.

DANIELE            - I tuoi affari?

DONATO             - Magari fossero quelli! Peggio.

DANIELE            - Mi fai stare in pena.

DONATO             - Quando avrai parlato con tua sorella; ma in modo che Giuliana non s'ac­corga di nulla. (Esce).

LAURA                -  (ì'I gettata su una poltrona fumando. Sem bia assente).

DANIELE            -  (riflette un momento, quindi, guar­dandosi intorno) - Ma Dio! Sembra un campo di battaglia dopo la fuga del ne­mico, il mio studio. (Chiamando) Giovanni) Giovanni! (Intanto raduna i por­tacenere, i piattini).

GIOVANNI         - (compare).

DANIELE            - Giovanni, sbarazza, pulisci... Ep­poi, quante volte debbo dirti che nel mio studio, no, nessuno?...

LAURA                -  (come tornando in si) - Scusami, sono stata io.

DANIELE            - Oh non intendevo...

LAURA                -  So che la prima cosa che fai ve­dere a chi viene a trovarti è la tua col­lezione...

DANIELE            - Sì, ma così, di passaggio; odio la confusione, qua dentro. Non lo dico per rimproverarti, veh. Oh, una cicca pro­prio sul microscopio. E delle briciole, anche delle briciole! Ecco, via, via tutto, alla svelta. (Soffia di qua e di la) Dammi il piumino. Tu vattene pure col tuo car­retto, Faccio io.(Giovanni  esce portando  via  la  pìccola tavola a rotelle). Di', cara. Ti ascolto. (Spolverando il ta­volo e le vetrine col piumino) Dì pure.

LAURA                -  Ah, non è facile cominciare.

DANIELE            - Perché?

LAURA                -  Perché sono tante le cose che ho da dirti.

DANIELE            - Sì, cara: questo lo so già.

LAURA                -  Eppoi... Però fammi il piacere di la­sciar stare quel piumino. Come si fa a parlare di cose serie con uno che ti gira intorno spolverando i mobili?

DANIELE            - (sema posare il piumino SÌ avvi­cina alla sorella restando in piedi, appog­gialo al tavolo) - Hai ragione.

LAURA                -  Devi sapere che il Giovi...

DANIELE            - (cercando nella memoria) . Il Gio­vi? E chi è?

LAURA                -  Il mio intendente.

DANIELE            - Non si chiamava, scusa...

LAURA                -  Franceschi.

DANIELE            - Ecco,

LAURA                -  Ma quello è l'intendente vecchio.

DANIELE            - Se non sbaglio lo prendesti due anni fa.

LAURA                -  Ebbene, è quello vecchio.

DANIELE            - Ah.

LAURA                -  Il Giovi l'ho da un anno. Vale oro quanto pesa. Ma, purtroppo, non sa far nulla senza denari. Quando c'è da com orar qualche cosa, da pagare dei conti, lui, senza denari...

DANIELE            - Ho capilo. È un uomo privo di fantasia.

LAURA                -  Ecco. E prevedo che dovrò ubriacare anche lui,

DANIELE            - A me ci vorrebbe un uomo facile, che tiene a bada i creditori con delle barzellette, che li contenta con delle pro­messe...

LAURA                -  (illuminata dalia speranza) - Pro­prio cosi. Ne avresti uno sottomano?

DANIELE            - No. E quand'anche lo avessi, non te lo darei,

LAURA                -  Perché?

DANIELE            - Perché se ora, con lic^li inten­denti saggi e ordinati, hai potuto fare... quello che hai fatto, figuriamoci cosa ti succederebbe se...

LAURA                -  Daniele, te ne prego, non mi riny provcrarc. Lo sai che tutto posso soppor­tare nella vita fuorché i tuoi rimproveri (Porla il fazzoletto itila bocca),

DANIELE            - Non ho l'intenzione di rimproverarti.

LAURA                -  Ed e questo che mi umilia... Sicu­ro! Sarebbe meglio che tu mi dicessi quat­tro male parole; invece da un anno io non mi faccio viva, e tu mi accogli così, con una boati... Sono una donna indegna! indegna!

DANIELE            - Non calunniarti. Tu sci... una bambina. Ecco quello che sei. E i bam­bini non son responsabili delle loro azioni.

LAURA                -  (con un sorriso commosso) - Una bambina, già è inutile, potrei girare il mondo intero, una che mi capisca come te non lo troverò mai. (Dopo un silenzio) Sii franco. Come mi trovi?

DANIELE            - Ma... bene. Mi sembra che tu stia benissimo.

LAURA                -  Volevo dire... invecchiata?

DANIELE            - Tu non invecchi mai. Ti trovo bellissima.

LAURA                -  (allegra) - Sei un tesoro. E allora... Già, dove eravamo rimasti?

DANIELE            - Al  passo del... Giovi,

LAURA                -  È vero. (Ma, al solito, non su come cominciare).

DANIELE            - (avvicinandosi a lei un pòco di più)  Ci risiamo?

LAURA                -  ... Sì. Ecco qua. (In fretta trae dal portafogli delle carte),

DANIELE            -  Trecemocin...

LAURA                -  (troncandogli la parola su le labbra) -È un'enormità, lo so. Dopo quello che hai fatto per me l'altr'amio! Ma nelle mani io ci debbo avere una maledizione. I soldi non mi ci durano. E credi che ci metto tutta la mia buona volontà... Lo credi?

DANIELE            - E come no? (Ella piange) Non importa. Faremo il possibile, anche que­sta volta. Ma non affliggerti. Tutti i mali fossero questi!

LAURA                -  Lo dicevo io che sei un tesoro!

DANIELE            - un guaio, LAURA mia, e  che il te­soro va sempre più assottigliandosi, e che un bel giorno nnn so come faremo... Quanto a me, posso benìssimo ridurmi con un lazza di pane. Per i bisogni che ho! Ma ho paura per te. Per te... che una volta o l'altra dovrai deciderti ad abitar qui; e allora bisognerà allargarsi, bisognerà...

LAURA                -  Di qui ad allora c'è tempo. Io, la campagna... Non ho tentato forse?

DANIELE            - Per fortuna, se ora tu ti decidessi, la piscina, il campo di tennis, quello di golf li abbiamo già in casa. Qualche spe­sa di meno.

LAURA                -  Vedesti? A che mi valse fare attrez­zare !a villa in modo... abitabile? A nul­la. Dopo pochi mesi...

DANIELE            - Disgraziatamente, da un pezzo in qua, per quanto cerchi di fare econo­mia su tutto, le cose non vanno più bene. Le riparazioni alla tenuta, le case dei contadini. Sai che ho dovuto rifare quasi tut­te le case dei contadini?

LAURA                -  Perfin co! bagno, già.

DANIELE            - Son esseri umani anche loro. Se no, a che serve predicare il progresso?... Insomma, bisogna aver giudici» d'ora in-nana». Molto giudìzio.

LAURA                -  Questa, te lo giuro, è l'ultima volta.

DANIELE            - Non è per rinfacciarti nulla; ma ogni anno dici così.

LAURA                -  È vero. Sono una miserabile. (Con disperazione sincera) Portai alla rovina il mio povero marito, mi son mangiata i» mia dote, adesso con te. Me lo diceva il mio intendente l'altro giorno che in pochi anni m'hai dato una somma favolosa. Eppure, l'hai fatto sempre come og­gi, quasi te>l sorriso sulle labbra... Ah! (Appoggia il capo alla spalliera della pol­trona. Singhiozza).

DANIELE            - (carezzandole la tetta)  Suvvia, Laura. Te l'ho detto, io mi preoccupo per te. A me non devi  neanche pensarci.

LAURA                -  (afferrando le mani del fratello) -Salvami, Daniele, salvami.

DANIELE            - Lo sai che sono qua, pronto? Ma che cosa posso fare?

LAURA                -  Nulla, questa volta. Questa volta picchia sodo. Sono due anni. E me ne fa di tutti i colori. Ha delle amanti, lo so, le conosco perfino, e tollero... Per­chè... perchè, se lo perdessi... (Di nuovo ella nasconde il viso nel fazzoletto) Pen­sa che forse lo sposerò. Voglio legarlo a me. Non rni deve lasciare,

DANIELE            - Povera Laura!

LAURA                -  Gì sono dei momenti che vedo, ve­do tutto. Vedo dove andrò a finire, do­ve forse trascinerò te, e ire propongo di metter giudizio. Macché! Sempre peggio. Ebbene, se un'altra volta mi vedi tor­nare, come oggi, chiudimi l'uscio in faccia; non mi dare neanche un soldo. Pro­mettimelo.

DANIELE            - (con un sorrìso) - Ma si.

LAURA                -  Giurami che lo farai, che sarai sen­za pietà,

DANIELE            - Sta bene.

LAURA                -  Stasera poi parleremo.

DANIELE            - Stasera, impossibile.

LAURA                -  Perchè?

DANIELE            - C'è una festa in casa di Dona­to. Non posso mancare, E verrai anche tu, credo...

LAURA                -  Sì, ma non ho portato Bulla : non ho un vestito decente. Bisogna che corra da «Anna e Anna»: qualcosa ruscolc-rò. (Dopo un attimo) Va bene; se non potremo parlare stasera, pazienza. Par­leremo domani. Ti dirò tutto. Mi aiute­rai a liberarmene... (Daniele fa un gesto) Si, devi aiutarmi tu a liberarmene. For­se in due, chi sa che non si riesca?

VOCE GHERARDO (dal giardino) - Laura!

LAURA                -  Lui. (Corre alla finestra) Che vo­lete Gherardo?

VOCE GHERARDO  Venite, Si sente la vostra mancanza qua.

LAURA                -  (illuminata dalla gioia) - Vengo. (A Daniele) Hai sentito? Hai sentito come l'ha detto? Sente la mia mancanza. Certe volte è un tesoro; Bisogna che vada. (Sul limitare, volgendosi) Ah, mi dimen­ticavo la cosa più importante.

DANIELE            - Cosa?

LAURA                -  Non hai capito quando ti ho pre­sentato la piccola Maria Bianca?

DANIELE            - Cosa dovevo capire?

LAURA                - Che era il mio clono. La moglie per te,

DANIELE            - Scherzerai!

LAURA                -  fe un fiorellino. Un vero fiorellino. La sorella di Gherardo.

DANIELE            - Ah! Ma io, lo sai, non mi am­moglio.

LAURA                -  Tu sapessi, per me, quando sórto lontana, questa tua solitudine, che pensiero! Eppoi, è tempo che cessi.

DANIELE            - Che cosa?

LAURA                -  La tua relazióne.

DANIELE            - Quale?

LAURA                -  La tua relazione con Giuliana,

DANIELE            - La mia...?

LAURA                -  . Come se non lo sapessi che tutta la tua giovinezza l'hai sacrificala a lei! Ma ora basta. Me ne occupo io.

DANIELE            - Ti assicuro che fra me e la si­gnora...

LAURA                -  Già, già, voi uomini dite sempre cosi. Se ti dai del tu con Giuliana!

DANIELE            - Siamo amici d'infamia. Sentì, Laura. Una volta per sempre non più allusioni di questo genere. Non posso am­mettere che si dubiti di Giuliana nem­meno per un momento, Per lei e per Do­nato. Soltanto io so come si vogliono bene, che cosa sono l'uno per l'altra, che cos'è quella famiglia.

LAURA                -   Sarà, se lo affermi cosi recisamente, sarà... Ma che vuoi, tu sei tanto...

DANIELE            - Tanto che?

LAURA                -  Tanto ingenuo! Si, tu sci un idea, listai vedi tutto bello, tutto puro, tutto roseo.

DANIELE            - Io? Ecco un altro luogo comune. Ecco come si fa la fama della gente.

LAURA                -  Non vorrai dirmi che set un pessi­mista.

DANIELE            - Che c'entra? Pessimista no. Ma le cose le vedo anch'io come sono. Vuol dire che non faccio come tanti che vedono il marcio anche dove non c'è.

LAURA                -  (con maliziti gentile)  per andar d'accordo, diciamo che ne vedi poco anche dove ce n'è molto.

DANIELE            - Eh, come sottilizzi tu! Pur d'aver ragione, ti metti lì con la bilancia. In ogni modo, Giuliana è fuori causa. Su Giuliana non ammetto chiacchiere.

LAURA                -  Ma si, caro. Come vuoi tu.

DANIELE            - Com'è giusto.

LAURA                -  (condiscenderne) - Com'è giusto, sì.

VOCE GHERARDO Laura, dobbiamo ve­nite a prendervi?

LAURA                -  Che impazienza! Sentilo. Parleremo domani. Ora fammi scappare. Se no, va in collera. E quando va in collera... (Pare voglia dire; che meraviglioso»). (Scompare).

DANIELE            - (resta un momento soprappensiero, quindi fa per uscire; ma su la soglia incontra Giuliana).

GIULIANA          -No. A tempo per fermarti. LAURA m'ha detto che eri solo. Fuori il discorso;

DANIELE            - Ah, è vero. Eccolo qua. (Cava un foglio di tasca).

GIULIANA          - Bisognerà ch« lo impari a me­moria?

DANIELE            - Non occorre. Vuoi che te lo legga prima io?

GIULIANA          - Non c'è tempo. L'adunanza è tra poco. Lo guarderò in macchina.

DANIELE            - Le gemelline?

GIULIANA          - T'aspettano, Non fanno che parlare dello « zio Daniele ».

DANIELE            - E i gemellini?

GIULIANA          -Fanno eco alle sorelline più grandi.

DANIELE            - Per domenica avrò delle grandi sorprese.

GIULIANA          - Di che genere?

DANIELE            - Ma, acqua in bocca. Mi debbono arrivare dei giocattoli meravigliosi, ordi­nati apposta.

GIULIANA          - Tu me li viai.

DANIELE            - A proposito, son passato dal tap­pezziere, Mi ha promesso di portarti le due grandi poltrone per stasera.

GIULIANA          - Ci sci riuscito?

DANIELE            - Grazie a un'idea straordinaria che mi è venuta lì per lì. Gli ho detto di ricoprirmi tutta (a mobilia del salotto az­zurro.

GIULIANA          - Ma come? Non l'hai fatta rito-prire che è poco?

DANIELE            - Bisognava pure smuoverlo in qualche modo. Conclusione, avrai le pol­trone per stasera.

GIULIANA          - Sei un tesoro.

DONATO             - (entrando) - Ohi, cosa sono queste espansioni?

GIULIANA          - Figurati che Daniele è riuscito a farmi avere le poltrone per stasera!

DONATO             - Daniele, sei un genio. Lo vedi? Basta una cosa da nulla perche una don­na si rassereni. Uria donna e un bambino. Mi teneva il broncio.

GIULIANA          - Lo credo, mi lascia a colazione sola come un cane!

DONATO             - Diglielo, se non abbiamo da par­lare d'affari noi due.

DANIELE            - Eh?

DONATO             - Ma sì, Daniele, dove hai la test»?

DANIELE            - Ah! Ah! Già, e vero.

DONATO             - Solamente, era per domani, ed io ho sbagliato giorno.

DANIELE            - Ecco, già.

DONATO             - Ma non importa. Si può benissimo parlare oggi invece eli domani.

DANIELE            - Veramente io.-.

DONATO             - (tirandogli la giubba) - Cosa?

DANIELE            - Ma sicuro, si può benissimo.

GIULIANA          - E allora, io scappo.

DONATO             - Hai la macchinar

GIULIANA          - Sì, la millecinquecento. Addio. (Sì baciano. Strìngendo la mano a Da­niele) A stasera, Daniele.

DANIELE            - Ma chi ci sarà a questa famosa serata?

GIULIANA          - Una quantità di genie. E tutta bella. Potrai sbizzarrirti.

DANIELE            - Oh, io...

DONATO             - A proposito, sai, Giuliana, dianzi LAURA ci ha accusati dì essere troppo egoi­sti: dì allontanare Daniele da! mairi monio.

DANIELE            - Oh, che sciocca! Giuliana . Ma ha ragione. Daniele non deve mni sposarsi. Come si farebbe noi senza Daniele?

DANIELE            -  (sorridendo) - Non temere, Giulia­na. Ho già troppe mogli.

DONATO             - Cosa?

DANIELE            - Ma si: tutte queste farfalle.

DANIELE            - Ah!

GIULIANA          - E per fortuna, non volano più, quelle! Allora, a stasera, Daniele?

DANIELE            - Dispensami- Quando c'è tanta gente io, io sai...

GIULIANA          - Non far lo scemo. Non intendo discorsi, e se alle dieci...

DANIELE            - Ma certo! Non devi mancare,

DANIELE            - E va bene. Come volete, A sta­sera. (Egli }a per accompagnare Giu­liana),

GIULIANA          - Ma no, la strada la conosco, mi pare. (Esce).

DANIELE            - Mi vuoi spiegare...

DONATO             - Ssst!

DANIELE            - Non avevamo nessun appunta­mento noi.

DONATO             - Ssst! Ssst! (Va cautamente alla porta. Giuliana s'è allontanata; egli torna indietro). Avevo bisogno di parlarti da solo a solo. Chi poteva mai immaginarsi che ci avrei trovato tutta questa gente, e che proprio oggi tu avessi il Roury?

DANIELE            - Sono anni, ormai.

DONATO             - Non ci ho pensato.

DANIELE            - Perchè non m'hai telefonato?

DONATO             - Non ho voluto farlo.

DANIELE            - Ma infine, cos'è successo?

DONATO             - ft successo che domani, forse sta­sera, in casa mia ci sarà la rivoluzione,

DANIELE            - Cosa?

DONATO             - Sicuro, La pace in casa mia sta per finire.

DANIELE            - Vuoi spiegarti meglio?

DONATO             - Devi sapere che io... ho un'amante.

DANIELE            - Tu?!

DONATO             - Beh, cosa c'è di strano? Sono un mostro?

DANIELE            - Un'amante! A proposito!... Ma da quando?

DONATO             - Da parecchi mesi.

DANIELE            - E com'è che io non ne ho mai saputo nulla?

DONATO             - Siamo amici, va bene; ma non crederai che ti venga a raccontare tutto tutto.

DANIELE            - Eh, me ne accorgo. (Dopo un at­timo) Un'amante! È incredibile. Insensato.

DONATO             - Non so darti torto, è così; in­sensato.

DANIELE            - Quando si ha una moglie come Giuliana, quando si hanno dei bambini come i tuoi!

DANIELE            - Ebbene? Cosa credi? Che per que­sto io voglia meno bene a Giuliana? Clic Voglia meno bene ai miei figliuoli?

DANIELE            - Allora si tratta di una cosuccia passeggera, si tratta...

DANIELE            - (fa cenno di no).

DANIELE            - E’ una cosa seria?

DANIELE            - Terribilmente. Quando meno me l'aspettavo, ho trovato una donna capace di far di me tutto quello che vuole. Mi ha preso per i sensi, caro mio; e coi sensi non si ragiona. Quando quella maledetta febbre t'entrn nel sangue, hai voglia poi d'odiare te stesso, di dirti tutti gl'impro­peri del mondo:  l'indomani fai peggio.

DANIELE            - Basterebbe, mi paie, un po' di forza dì volontà, un po' di riflessione, ver».

DONATO             - Come ragioni bene tu! Perché an­cora non hai provato. Prova e me ne riparlerai... Ma già, non è lo stesso caso. Tu sci solo, puoi fare quello che ti pare; io no, E ogni volta che rientro in casa sono assalito da rimorsi atroci; mi do del vile, del...

DANIELE            - ...porco.

DANIELE            - Sicuro. Inutilmente. Il pensiero dì quell'altra...

DANIELE            - Pagherei a sapere perchè queste cose le vieni a raccontare proprio a me.

DONATO             - E a chi vuoi che le racconti?

DANIELE            - Va bene. Ma cosa ci posso fare io?

DONATO             - Oh, quanto a questo, molto.

DANIELE            - Io? Spiegati perchè non ci capisco nulla.

DONATO             - Ascolta. Stamani ho ricevuto una lettera anonima: mi minacciano di rive­lare tutto a mia moglie,

DANIELE            - No! Sarebbe un dolore terribile per Giuliana. Bisogna impedirlo.

DONATO             - Vedi?

DANIELE            -  Ma chi può essere stato?

DONATO             - Armanda, dì certo,

DANIELE            - Armanda?

DONATO             - Oh, una stupidaggine, una cosa durata sci mesi. Ma sai come sono le donne? Prendono tutto sul serio.

DANIELE            - Un'altra!

DONATO             - Che vuoi, le occasioni sono tante! Come si fa? A volte si corre il rischio di passare per stupidi.

DANIELE            - Ma nessuno poteva mai supporre...

DONATO             - Cosa credi, che le cose io non le sappia fare?

DANIELE            - Eh, me ne accorgo!

DONATO             - E anche questa volta, se il diavolo non ci metteva la coda... Intanto quell'al­tra mi ha strappato la promessa d'accom­pagnarla a Parigi...

DANIELE            - Parti?

DONATO             - Per forra. Quando ti dico che non sono più (ladrone di me... Passerà, speriamo, passerà; ma intanto... Se quella pazza di Armanda manda ad effetto la minaccia, son rovinato, in ceni casi le donne pensano subito alla vendetta. E Giu­liana più delle altre. Lo ha detto sempre.

DANIELE            - Ma no!

DONATO             - Caro mio, ce ne son troppi che le stanno dietro; Muzio, Lori, Massai, lo ho sempre fatto finta dì non vedere, per­chè di Giuliana sapevo di potermi fidare. Eppoi, quale è quella donna graziosa, ele­gante, che non sìa corteggiata? Ma in certe crisi, puoi sapere come gira la resta?

DANIELE            - (passeggia concitatamente) - E io... Cosa posso farci io?

DONATO             - Tener gli occhi aperti. Gli estranei vedono sempre più in la del marito, disgraziatamente. Bisogna che tu le stia vi­cino. Bisogna...

DANIELE            - Oli, basta. Sono stomacato.

DONATO             - Cosa?

DANIELE            - Stomacato, sicuro. Un uomo delta tua età, quando commette di queste cose, il meno che possa fare è di tenersele per sé, come hai fatto sino ad ora. Ecco quello che posso dirti. Scuse? Non ne hai nean­che una. Nennchc una nelle tue condi­zioni, con quello che hai la fortuna di pos­sedere. 1 rimorsi! Bella roba i rimorsi! Dopo che uno ha fatto il comodacelo suo, allora gli vengono tutti ì rimorsi, tutte le paure. E quasi quasi ha l'aria di reclamare la tua compassione... Perchè i rimorsi non ti son venuti prima, eh? Allora nulla! La moglie, la famiglia, chi se ne ricorda? Sol­tanto aprendo l'uscio dì casa, soltanto quando senti quelle Quattro vocine chia­marti papà, soltanto allora ti dai del vile... Scusami se te lo dico, ma questo è troppo comodo,  perdio,  fi  troppo comodo.

DONATO             - Mi dici perchè ti riscaldi unto?

DANIELE            - Ma perchè, se fossi ne' tuoi panni, mi contenterei di quello che la Provvidenza mi avesse dato e non cercherei altro.

DONATO             - E chi ti ha impedito di avere am che tu tutte quelle cose che la Provviden­za ha largito a me? Chi te l'ha impedito?

DANIELE            - Chi me l'ha impeditol Nessuno. Ma ci son certi che si chiudono in se stessi,  non sì sa perché. E una volta passato il momento... io poi ho avuto i miei studi.

DONATO             - Studi, sii

DANIELE            - Eh?

DONATO             - Raccontalo ai primo che passa.

DANIELE            - È proprio cosi: i miei studi mi hanno assorbito interamente, non m'han­no lasciato il tempo per altro.

DONATO             - No, caro.

DANIELE            -  No?

DONATO             - No. Hai troppa sensibilità, tu.

DANIELE            -  E con questo?

DONATO             - Quando uno ha la tua sensibilità non si contenta dì farfalle morte.

DANIELE            - Vuoi dire che io ho una doppia vita, che...

DONATO             - Ma no.

DANIELE            - Spiegati, allora, perché noli ca­pisco.

DONATO             - Tu non sei «:n anormale, vero?

DANIELE            - Grazie a Dio.

DONATO             - ... eppure la mia casa finora ti è bastata, non hai cercato una tua felicità, ti è bastato il riflesso di quella che bril­lava tra Ir mie quattro pareti. Spiegami un po' questo.

DANIELE            - Avanti, rimproverami l'affetto che ho per voi.

DONATO             - Non ci penso neppure.

DANIELE            - Tu, Giuliana ed io non sfamo cresciuti insieme? Poi voi vi siete sposati e non abbiamo perso l'abitudine della no. stra amicizia, «eco tutto.

DONATO             - No, c'è dell'altro.

DANIELE            - Ma via!

DONATO             - (piano, calmo) - C'è che tu hai vo­luto bene a Giuliana. Senza che lei se lo figuri neppure. Tutto tuffetto che hai per noi è in parte un riflesso di quello che in altri tempi hai avuto per lei.

DANIELE            - Cosa dici?

DONATO             - La verità, Daniele. Era tanto che l'avevo qui. Finalmente ce la siamo detta. Ed e meglio, credi; è meglio per tutti e due.

(Daniele è impallidito. Non sa che fare, non sa dose guardare. Silenzio. Donato gli si avvicina, gli metti un braccio su le spalle, affettuosamente) Sta sii. Questo non muta assolutamente nulla tra noi.

DANIELE            - Ho voluto sempre bene a Giulia­na, Non Io riegó. Ma come a una sorella, come a una compagna di giuochi. Lo stesso bene che ho voluto a te. (Donato crolla il capo) Eppoi, quand'anche avessi provato un sentimento pia forte, ti giuro...

DONATO             - Cosa? Non hai da giurarmi nulla. Perché io so già tutto. Altrimenti credi che ti avrei lasciato per giornate intere insieme con lei, che te l'avrei affidata, co­sì come ho fatto tante volte, come ho latto non più tardi di poco fa? Lo sapevo bene quello che vali, e che tu sci incapace di tradire un'amicizia come la nostra.

DANIELE            - Però non dovevi parlare, Donato. Era meglio,

DONATO             - Perché?

DANIELE            - Ma perché tra noi noti potrà non esserci ora un disagio insuperabile. No no, avresti fatto meglio a non parlare.

DONATO             - E lo dici tu, che al di sopra di tutte le còse proclami sempre la beltesa .della verità?

DANIELE            - Vi sono nella vita, nei ra^norti tra gli uomini, dei silenti necessari : perchè ciascuno di noi sèrba nel profondo di se stesso qualcosa che non fi deve dir mai, a nessuno.

DONATO             - Eppure, se c'è una cosa di cui tu non devi vergognarti con me è -irnorio questa. Eh, non sono molti quelli che si comportano in questo modol

DANIELE            - Però, sappi una cosa; fosti tu a portarla via a me.

DONATO             - Io? E chi ti impedi allora di di­chiararti? Potevi benissimo precedermi.

DANIELE            - (lentamente) - Già, ma ptr parler? bisogna essere in due. Voglio dire che l'altra... deve incoraggiare. Ebbene, lei non mi ha mai incoraggiato. Mi trattava, anche allora, con amicizia, come fa oggi, con affetto; nulla di più... Ma amore non era, Son cose che si sentono. Specialmen­te quàhdo non si ha molta audacia, molta fiducia in se stessi. Insomma, rimandai da un giorno all'altro. Poi tu tornasti da quel lungo viario. Ah, non me lo dimenti­cherò mai! Come uno può cambiare in pochi mesi! Tornasti un altro. Da ragaz­zo che cri partito, tornasti uomo, con una sicurezza di te! Pareva che tutto il mondo fosse tuo, che dovesse bastarti lanciare un grido perché fosse tuo. E allora anche lei divento un'altra. Come vidi tutto chiara­mente! Che potevo fare? Lottare, già. Si fa presto a dirlo. E ouando avessi lottato bene bene? Si posson forse inspirare per forza sentimenti che non st provano spam taneamenre? Uno, eia, si mette in mezzo e dice: « Ohi, attenti, ragazzi, che qua ci son io ». Bravo! Per farsi ridere sul muso e voltare le spalle. Come se non avessi visto che néri avevate occhi che per voi. Se in quei momenti vi avessero det­to che tutto il resto dell'Umanità stava per sprofondare, non ve ne sarebbe im­portato nulla. Figurarsi di me!... Io poi non ho mai saputo combattere nella vita, E te l'ho lasciata, nascondendo il mio dolOre. Perchè allora ho sofferto; Poi, certo» ci si mette l'animo in pace... Anzi, ti dirò che ormai era una cosa lontana, dimenti­cata... se tu non ci fossi tornato sopra. Un altro, è vero, se ne sarebbe andato, sareb­be scomparso; io no... Questo è un sacri­ficio che allora non seppi fare. Mi basta­va la sua felicità, quella che le davi tu, che mi pareva le dessi' tu. E quando poi son verniti i bambini... (Con commozione) Quando son venuti i bambini, li ho ama­ti perché erano suoi... Guarda quanto è buffa, perchè erano... vostri. (Un grande silenzio).

DONATO             - (gli tra vicino, gli siede accanto, gli prende le mani) - Credi che tutto questo non !o sapessi già?

DANIELE            - Ed avrai riso di me. (Dpnato ha un gesto) Di questi individui in generale si ride.

DONATO             - Quando ti dico che ti ho ammi­rato e amato o»nt giórno di più!

DANIELE            - Ed ora? Cosa facciamo?

DONATO             - Cosa dobbiamo fare? Te l'ho det­to, niente è mutato. Eppoi, scusa, lei non sa mica nulla.

DANIELE            - Ah questo no!

DONATO             - Disgraziatamente però il tuo sa­crificio e il mio amore saranno stati imi­tili se la bufera sconcia,

DANIELE            - Perchè hai parlato?

DONATO             - Perchè era necessario. Perché tu sapessi che io sapevo, e che nonostante questo... Anzi, proprio per questo. Ma aspetta, fa conto che non ci siamo detti nulla... Infine, che cosa ti chiedo? Se Giuliana ti parla... E di una cosa simile a chi può parlare se non a te? Se vedi che Giuliana soffre, avvertimi subito, dille tu, semmai, delle parole buone; dammi il tempo di tornare. Tu sci la sola persona al mondo, la sola alla quale io possa confidare una cosa simile. Queste non son mica preghiere che si rivolgono tutti i giorni. Bisogna proprio che uno sia un amico provato come te. Potrei dimostrarti dì più la mia fiducia, la mia fraternità? Pensaci, e te ne convincerai... Ed ora, addio.

DANIELE            - No, aspetta.

DONATO             - Dimentichi che hai degli ospiti". Eppoi, anch'io sono atteso. (Guardando l'orologio) Oh, è già. tardi.

DANIELE            - Non resti a colazione?

DONATO             - No, non posso. L'ho detto dianzi tanto.per dire qualcosa. Ci vediamo sta­sera a casa mìa?

DANIELE            -  (dìnratio) .Eh?

DONATO             - Abbiamo gente, ftp?

DANIELE            - Ah sì: già.

DONATO             - Addio. (Si danno la mano).

DANIELE            -  (lo guarda uscire senza, forse, ve­derlo).

CALA LA TELA

ATTO SECONDO

In casa di Giuliana. Un bellissimo salotto. Mobìli antichi e moderni assortiti con gusto eccellente. S'immagina che il salotto faccia parse d'una sfilata d'altri salotti, terminanti con la sala da ballo. Di tratto in tratto s'ode lontana l'orchestra.

Dev'essere un'ora già molto a fan sala. Al­cuni ini/itati sì sono raccolti in questo sa-

lotto, portando con sé coppe di spumante, tartine, piatti dì dolciumi,  che. si  eedono sparsi un po' da per tutto. In un gruppo si: trottano Gherardo, Maria Bianca, Lisa, Massimiliano.

GHERARDO       - Lisa ha ragione: sei uno screan­zato.

MASSIMILIANO     - Ma se la sanno tutti quella barzelletta! Eppoi l'altro giorno Lisa me ne ha raccontata una molto peggio di questa.

LISA                     - Io?

MASSIMILIANO     - Ma sì; vieni a farmi la pu­ritana, adesso!

LISA                     - Che c'entra... (Si confonde).

GHERARDO       - Quand'è così, la devi raccontare anche a me.

LISA                     - A W poi, noi

GHERARDO       - E perché, a ine no?

LISA                     - Perché a te non do confidenze.

GHERARDO       - Oh bella!

LISA                     - Già te le prendi da te. Se poi faccio tanto d'incoraggiarti!...

GHERARDO       - Stupida! Vieni qua, voglio dirti una cosa in un orecchio.

MASSIMILIANO     - Mamma miai Qualche scon­cezza, di sicuro.

GHERARDO       - Non sono te. Vieni, Lisa.

LISA                     - (avvicinandoti a lai curiosa, tentata, già un po' eccitata) - Bada che ti do uno schiaffo, eh?

GHERARDO       - Va bene. (La trae in disparte, si piega al tao orecchio, mentre  M.BIANCA e  MASSIMILIANO restano un po' di­scosti patlandoV.

LISA                     - (ridendo) - Soli?

GHERARDO       - Ma naturalmente!

LISA                     - Potrai sfuggire alle grinfie di... Idi?

GHERARDO       - Chi, lei?

LISA                     - Va là, non farmi l'indiano! Se dicono anche «he ti vuole sposare!

GHERARDO       - Questo poi noi Lasciali dire, non è vero nulla,

LISA                     - Nulla?

GHERARDO       - Nulla, te l'assicuro, Ha uà po' di simpatia per me, non lo nego; ed io... Povera donna! Come si fa? Vieni qua, «enti, Voglio dirti dove ti porto. (La conduce verso un sofà. Vi si getta­no lutti e due. Egli le passa un braccio intorno alia vita. Seguitano a parlare, egli sempre più provocante, ella tempre più accaldala).

MASSIMILIANO     - Che mortorio, questa restai

M.BIANCA          -  . Se si tagliasse la corda?

MASSIMILIANO     - Io questi ricevimenti bor­ghesi non li ho mai potuti soffrire. Si va al «Gelsomino d'or » ?

M.BIANCA          -  (sbadigliando) - Io me ne va­do a letto. Altroché 1

MASSIMILIANO     - Cosi presto?

M.BIANCA          -  . Lo sai che sono le due?

MASSIMILIANO     - Sole? Credevo di più. Il tempo non passa mai.

M.BIANCA          -  Se LAURA si decidesse a ve­nir via!

MASSIMILIANO     - Vuoi aspettarla?

M.BIANCA          -  Per (orzai

MASSIMILIANO     - Cos'hai?

M.BIANCA          -  Ho... ho che non ile posso più.

MASSIMILIANO     - Di che?

M.BIANCA          -  Ma di tutto, di tutto... questo.

MASSIMILIANO     - Tutto che?

M.BIANCA          -  Lasciami stare... (Ella s'al­za, ti stira, muove qualche passo).

MASSIMILIANO     - (accende una sigaretta. Quin­di prendendo per una mano M.BIANCA     l'obbliga a sedersi dì nuovo). Tieni, fuma.

M.BIANCA          -  No, di queste no. Son troppo leggere. Dammene una delle altre.

MASSIMILIANO     - Ti faccio notare che non hai smesso un momento di fumare, oggi.

M.BIANCA          -  E con questo?

MASSIMILIANO     - . Oh, per me, figurati I

M.BIANCA          -  Tanto, una voi» dev'esser quella, no?

MASSIMILIANO     - Come sei lugubre, staserai

M.BIANCA          -  Per forza! «on vedi come siamo ridotti?

MASSIMILIANO     - Non ci pensare! Tutto si metterà a  posto.  Laudagliela sposare, e vedrai.

M.BIANCA          -  Ma che diranno? E’ una vecchia.

MASSIMILIANO     - Davvero ti preoccupi di quel che diranno?

M.BIANCA          -  Hai ragione. Ormai, eh?

MASSIMILIANO     - Ma no, non volevo dir que­sto. Volevo dire che io me ne infischio di quello che gli altri possono pensare di me. Vado per la mia strada.

M.BIANCA          -  E quando Gherardo avrà sposilo Laura, io?

MASSIMILIANO     - Tu.,: tu... Potrai sposare an­che tu, no?

M.BIANCA          -  Quello, il fratello?

MASSIMILIANO     - Ma «1; non c'è poi unto male.

M.BIANCA          -  Ouffl Cambiamo discorso. Andiamo fuori.  Andiamo al  «Gelsomi­no d'oro». Andiamo dove volete. (Beve avidamente una  coppa di spu­mante).

GHERARDO       - (a Lisa) - ... allora, si? Ci stai?

LISA                     - Ma si, lo sai bene che ci sto!

LAURA                -  (entra. Porta un vestito da bóllo mol­to scollato, mollo elegante e giovanile, ma non ridicolo). Ah, siete qui? (Alla sua voce, Gherardo ritira il braccio che teneva intorno alla vita di Usa, ma non così rapidamente che

LAURA                -  non ve­da. Ella impallidisce; ma, cercando di vincersi). Perchè non venite a ballare?

GHERARDO       - Non ne abbiamo più vòglia. Dio,  che nota,  questa  serata I

Lavba (con forzata disinvoltura) - Anche voi? Come vi do ragione! (giovenilmen-te) Cosa facciamo allora, ragazzi? Dove vogliamo andare?

MASSIMILIANO     - lo avrà proposto il « Gelso­mino d'oro ».

LAURA                -  A quest'ora? Ma è gia tardi!

MASSIMILIANO     - Sono appena le due.

LAURA                -  E voi che ne aite, Gherardo?

GHERARDO       - Oh, io... (come dicesse. «lo faccio quello che fate voialtri. Tutto mi l indigerente»).

M.BIANCA          -  Se invece ce ne andassimo tutti a dormire?

LAURA                -  Va bene: è deciso: ritirata genera­le. Però, ragazzi, bisogna che facciate un altro giro almeno: ballate questo tango, e poi via, insalutati ospiti.

TUTTI                   - Accettato. Deciso. Benissimo, ecc.

MASSIMILIANO s'incammina con M.BIANCA e Lisa. Gherardo fa per accom­pagnarli).

LAURA                       -  Oh Gherardo! (Gherardo torna in­dietro) Domattina fatemi il piacere... (Gli altri sono svaniti. Con diverso tono) Ghe­rardo!  

GHERARDO       - (un po' duro) - Beh, cosa c'è?

LAURA                -  (smarrendosi) -No, nulla, cosi... Sta­re un minuto sola con te.

GHERARDO       - Ah.

LAURA                -  Nient'altro. Assolutamente, Capi­rai, non siamo stati soli neanche un momento, staserai

GHERARDO       - (curandosi le unghie) - Sareb­be stato un po' difficile; con tanta gente!

LAURA                -  Naturalmente; hai ragione. Ma ciò non toglie che... insomma... E oggi? Og­gi, in tutto il pomeriggio... (Egli la fissa. Ella vorrebbe ringoiare le parole che ha dette. Con allegria sfor­atala) Oh, non voglio mica farti una sce­na, sai? Ci mancherebbe altro! Non sono gelosa. Avrò tutti i difetti di questo mondo, ma la gelosia no. Figurati! Per me sei padrone' di far quel che ti pare. Anche ora, per esempio, anche or ora, ti ho sorpreso lì con Lisa. Le tenevi un braccio intorno alla vita. Ebbene? Credi che io me la prenda? Neanche per sogno. In fondo Lisa è una ragazza abbastanza carina, e civettine la sua parte; è natu­rale... Eppoi, ri piace. (Ella lo guarda. Gherardo resta immo- bile. Seguita a curarsi le unghie) Oh, si si, non negarlo, ri piace. È giusto, Jel resto. Credi che io me ne addolori? E perchè, scusa, dovrei addolorarmene? Sei giovane, fai bene. Sarei una stupida se agissi diversamente. Io non ho diritti. Nes­sun diritto. Lo riconosco da me. E ora va pure caro. Va a ballare. Poi torneremo all'albergo.

GHERARDO       -  (sogghignando) - E pensare che non volevi tarmi una scena!

LAURA                -  Una scena, questa? Ah no, via. Que­sta volta sbagli. Unsi scenai Io vedo le cose come sono, ecco. E ne parlo cosi, ac­cademicamente. Del resto, quella che tu chiami una scena è bell'c finita. Tra po­co, all'albergo, vedrai se ci tornerò sopra.

GHERARDO       - Ma.io non posso rientrare su­bito.

LAURA                -  Ah.

GHERARDO       -  Debbo vedere gli organizzatori del circuito.

LAURA                -  Alle tre?

GHERARDO       - Quella gente non ha ore.

LAURA                -  Già, già. (Un silenzio) È strano però: dàniio gli appuntamenti soltanto di notte.

GHERARDO       - Mah!

LAURA                -  . Sta bene. Allora, domani mattina?

.

GHERARDO       - Domani sono all'autodromo. Tutto il giorno. Debbo anche allenarmi un poco, no?

LAURA                -  Ma certo. E chi «a come sarai stan­co dopo, povero piccolo!

GHERARDO       - Non chiamarmi povero pic­colo, fammi il piacere. Lo.ili che mi ur­ta i nervi,

LAURA                -  È vero. Scusa. Non me ne ricordo mai. D'altronde sei il mio piccolo; il mio ragazzo. (Con tenerezza) E cosa ci posso fare io, se sei il mio radazzo?

GHERARDO       - Oh, in fondo è stupido che sia proprio tu a ricordar sempre questa no­stra differenza d'eli. È un'altra cosa che mi dà sui nervi. Se c'è, pazienza. Non sono eertamente io quello che ne parla

LAURA                -  -Oh no, no: mai.

GHERARDO       - E allora?

LAURA                -  E allora... Sono una scjocea. cosa ci vuoi fare? Disgraziatamente è la ve­rità-: e non me la posso dimenticare, Tu sei un ragazzo; io...(Egli le mette una mano su la bocca; el­la gliela bada, la tiene fra le sue) Va a ballare. Va. (Gherardo si stringe nelle spalle. Esce. Ella lo sta a guardare per un attimo, im­mobile. Poi nasconde la faccia nel fazzo­letto).

DANIELE            - (entra senza far rumore. Vede Laura. Si avvicina a lei) - Laura, che t'hanno fatto?

LAURA                -  (alzando la lesta) - Che m'hanno fat­to?... Me l'hai domandato come si domanda ai bambini.

DANIELE            - Ho visto Gherardo allontanarsi da questa stanza... E ti trovo a piangerei

LAURA                -  Cosa ci vuoi fare?

DANIELE            - (facendo sedere la sorella) - Sentì, Laura. Ce ne vogliamo andare, noi due?

LAURA                -  Dove?

DANIELE            - Non so, via. Andiamocene via. Partiamo.

LAURA                -  E credi che lontani potremo dimen­ticare?

DANIELE            - Potremo?

LAURA                -  Sì, tu ed io.

DANIELE            - Ma io...

LAURA                -  (ironica)  Oh, è vero, tu non hai nul­la da dimenticare, assolutamente nulla.

DANIELE            - Ebbene, quand'anche fosse...?

LAURA                -  Stupido! Non partire tu. Io sì che dovrei partire. Per sempre, magari. Per­chè a questa età un sentimento come il mio è una cosa terribile: ci sono dentro troppi altri sentimenti: anche... già, an­che un do' di maternità. E non si può odiare del tutto, nemmeno se ci fanno del male. Odiare diventa una cosa contro na­tura. Si è indulgenti, si perdona con fa­cilità... Si diventa vili... Questa tenerezza è qualcosa di più e di meno dell'amore, credi. Ma tu... per te è un'altra cosa. Tu sei giovane. Tu puoi. E va, non aver pau­re inutili. Prendi quello the puoi. Non avere scrupoli. Tanto nessuno te ne sarà grato. E la vita passa così presto! Tu sa­pessi come passa presto la vita! È incre­dibile. Ci si volta. Ed è Ria finito tutto. Tutto. Te ne accorgerai quando dovrai dirlo tu : è finito tutto!... (Élla s'allontana, DANIELE abbassa il capo. Quindi va verso il fondo e siede in una poltrona che lo inghiotte).

GIULIANA          - (entra con Massai, un giovane ele­gante e simpatico) - No, basta: per sta­sera non voglio più ballare.

MASSAI               - Un altro giro.

GIULIANA          - Ci sono tante belle signore!

MASSAI               -  Non sono voi.

GIULIANA          - Non fate lo sciocco.

MASSAI               - Avanti, su:  per farmi piacere.

GIULIANA          - E perche, scusate, dovrei far pia­cere a voi?

MASSAI               - Lo sapete benissimo.

GIULIANA          - Ah, già, è vero: io vi tolgo il sonno e l'appetito-

MASSAI               - Questo non l'ho mai detto.

GIULIANA          - Meno male.

MASSAI               - Non usa più. Ma vi ho detto che dalle cinque alle sette sono li ad aspet­tarvi...

GIULIANA          - Già, è vero: a casa vostra. C'è un sarto, un parrucchiere nel palazzo?

MASSAI               - Io abito all'hàtell

GIULIANA          - Infatti, è più comodo. E più mo­derno, vero?

MASSAI               - Quando vi deciderete?

GIULIANA          - Quando mi sarò finalmente in­namorata di voi.

MASSAI               - Domani?

GIULIANA          - Come correte!

MASSAI               - Ho vìnto la gara dei cento metri!

GIULIANA          - Né domani...

MASSAI               - (troncandole la parola su le labbra) - No. Su queste cose non bisogna mai giurare.

GIULIANA          - Come siete sicuro di voi!

MASSAI               - Che volete, so che non vi dispiac­cio. E voi piacete a me.

GIULIANA          - Meno male! Non mi avete detto che mi amate.

MASSAI               - Questo, se mai, ve lo dimostrerò...

GIULIANA          - Come?

MASSAI               - (fa l'atto dì volerla baciare).

DANIELE            -  (alzandosi dalla sua poltrona)  Fuori di qui!

MASSAI               - (stupito) - Eh?

DANIELE            -  . Fuori di qui, ho detto. Se non vuole che la prenda per un braccio e la scaraventi giù dalie scale.

GIULIANA          - Ma DANIELE!

DANIELE            -  Via! Vada vìa!

MASSAI               - Oh sa... È solo perchè non voglio fare scandali: e perchè siamo in casa del­la si onora.

DANIELE            - Va bene, ma ora se ne vada. Ha capito?

MASSAI               - Buona sera. (Esce).

GIULIANA          - Ma DANIELE!

DANIELE            - Scasa, ma era mio dovere.

GIULIANA          - Dovere?

DANIELE            - Insomma... Quell'individuo ti ha mancato di rispetto.

GIULIANA          - Ma no, scherzava.

DANIELE            - Lo chiami scherzare» quello?

GIULIANA          - Ma si; fanno tutti così. Scher­zano. Bisogna lasciarli dire.

DANIELE            - Ma ti ha detto...

GIULIANA          - Lo dicono sempre. Tentano. E se trovano chi ci sta...

DANIELE            - Dunque...

GIULIANA          - le non prendo le cose su! tragi­co come fai tu. E soprattutto non faccio storie. E soprattutto non agisco con tanta leggerei».

DANIELE            - Leggerezza?

GIULIANA          - Sicuro! Ma quando imparerai a vivere? Quello può credere chi s che.

DANIELE            - Cosa può credere?

GIULIANA          - Ma andiamo, DANIELE. Ora tu esageri, in ingenuità.

DANIELE            - Ti assicuro, Giuliana, che non capisco.

GIULIANA          - Diavolol Potrebbe credere che tu avessi il diritto di prendere le mie di­fese.

DANIELE            - Ma certo che l'ho.

GIULIANA          - Ah beh!

DANIELE            - Sono o non sono amico tuo e di Donato?

GIULIANA          - Sì, ma ci vuole un po' di tatto, anche in un'amicizia come la nostra.

DANIELE            - Tatto? Che tatto? Per poco non l'ho preso per il collo, qwel mascalzone, e...

GIULIANA          - E hai fatto benissimo. Non te l'avrei mai perdonata.

DANIELE            - Ma allora...

GIULIANA          - Allora, cosa?

DANIELE            - Allora non ti offendi, quando...

GIULIANA          - Ma neanche per idea. Ti ripeto che quelle cose lì gli uomini le dicono sempre, oggi, quando una donna è appe­na carina. La corte non si fa più come... come ai tempi delle nostre nonne. Vuol dire che una è padrona dì starci o di non starci. La vuoi capire?

DANIELE            - Capisco. Capisco. Ma tu, Giu­liana...

GIULIANA          - Ebbene, io, cosa? Non posso mi­ca mettermi a fare la casta Susanna: per farmi prendere in giro... Dunque, scusa se te lo dico, d'ora innanzi sei dispensato da cotesti bei gesti. Per difendermi» quan­do ne ho bisogno, c'è mio marito. O aspetta, almeno, che ti chiami.

DANIELE            - Va bene, va bene. Scusa.

GIULIANA          - Assai ti vedono sempre per ca­sa! Se poi ti metti a far lo smargiasso, chi sa cosa dicono.

DANIELE            - Niente. Perchè tu, Giuliana, sei al di sopra...

GIULIANA          - Tutte le donne sono al di sopra, fino al momento che non sono al di sotto: basta nulla.

DANIELE            - Oh Giuliana! Hai ragione. Ho agito come uno «ciocco: non so neanch'io co» m'ha preso. Scusami. Non mi perdo­nerei mai che per causa mia...

GIULIANA          - Non ne parliamo più. Cercherò io d'aggiustare alla meglio le cose.

DANIELE            - Non ti so dire quello che ho pro­vato: non ci ho visto ~iù. Forse perchè...

GIULIANA          - Perchè?

DANIELE            - Perchè mi è parso, non so...

GIULIANA          - Che cosa?

DANIELE            - ...aveva creduto che tu ti saresti rivoluta, quando costui... Invece hai riso.

GIULIANA          - Naturalmente. Avrei dovuto prenderlo sul serio?

DANIELE            - Ecco: questa è la cosa che non riesco a capire.

GIULIANA          - Non si dà importanza. Eppoi, perché' no? Un po' di corte non ha mai fatto dispiacere a nessuna donna.

DANIELE            - Già, già.

GIULIANA          - (tanto per cambiare discorso) - C'è un bicchiere pulito, tra quelli?

DANIELE            -  (cercando) - Sì.

GIULIANA          - Versami un po' di spumante. Ho sete.

DANIELE            -  . Ecco.

GIULIANA          - Grazie. Tu non bevi?

DANIELE            - No (Qualche minuto di silenzio. Entra Do­nato. Egli indossa un abito da viaggio).

DONATO             - Me ne vado all'inglese. Scendo per la scala di servigio.

GIULIANA          - Quando torni?

DONATO             - Presto, spero. Dipende...

GIULIANA          - Porti con te Cesare» vero? Non vorrai guidar tu tutto il tempo.

DONATO             - No. Preferisco guidare io.

GIULIANA          - (a DANIELE) - Da quando siamo sposati è la prima volta che Donato fa un viaggio senza di me, lo sai bene: e in macchina, per giunta.

DONATO             - Gli affari...

GIULIANA          - Ma va!...

DONATO             - Cosa vuoi dire?

GIULIANA          - Un viaggio d'affari, in macchi­na, così lontano I

DONATO             - Te ne ho spiegato le ragioni.

GIULIANA          - Oh sì. Ma questa me la sai spiegare?

(Va ad un piccolo mobile. Ne trae una lettera laporge a Donato).

DONATO             - Cos'è?

GIULIANA          - Leggi.

DONATO             - Non ha firma.

GIULIANA          - Infatti. È una lettera anonima.

DONATO             -  Oh allora...

GIULIANA          - Ma leggi lo stesso: è interes­sante.

DONATO             - (dopo aver letto) - È stupida.

GIULIANA          - Però dice delle cose vere.

DONATO             - Vere?

GIULIANA          - Già; parla del tuo viaggio: ile annuncia la destinazione: ne enumera... gli scopi. Insomma, colui o colei che l'ha scritta è una persona che sa il fatto suo!

DONATO             - Può darsi, ma è facile dare ad un viaggio degli scopi diversi da quelli reali. Qualunque impiegato licenziato...

GIULIANA          - Sarà. È appunto per questo, vedi, scene non te ne ho fatte. Ho detto: o è vero, e a quale scopo trattenerlo? O non i vero, e allora perché «mareggiargli il viaggio? Sarà quel che sarà.

DONATO             - Ah, ti metti l'animo in pace, tu!

GIULIANA          - Cos'è? Adesso mi fai una scena perché non te ne ho fatta una io?

DONATO             - No, ma questa tua rassegnazio­ne, di fronte ad un'accusa simile, capirai...

GIULIANA          - Ma tu parti lo stesso.

DONATO             - Questo deve dimostrarti die la ra­gione vera dei viaggio tono...

GIULIANA          - Gli affari.

DONATO             - Del resto, DANIELE…DANIELE Eh, io? Cosa, DANIELE?

Donato . Sì, tu puoi dire a Giuliana che è vero che io parto per affari.

DANIELE            -Ma...

DONATO             - Ma?

DANIELE            -  ...ma certamente.

DONATO             - Sentì? E DANIELE è un uomo che non mentisce mai.

GIULIANA          - Si vede che non mentisce mai.

DONATO             - E’ mutile. Non sei convinta. E va bene, (Butta via pastrano e berretto) Va bene. Sai che cosa faccio? Mando un telegram­ma e non parto. .

GIULIANA          - Sei uno stupido. Chi ti ha detto di non partire? Mi lasci forse in lacrime? Avanti avanti, riprendi il tuo paltò: su, da bravo.

DONATO             - Ma via, DANIELE: ripetile per filo e per segno tutto quello che ci siamo detti stamani.

DANIELE            - (stupito) - Eh?

DONATO             - Sì, riferiscile il nostro colloquio.

DANIELE            - Ma io, veramente, non so...

DONATO             - Te ne autorizzo. Per mia moglie io non ho segreti: lei conosce le mie cose più gelose. Avanti, parla,

DANIELE            -  Ma senti, Donato...

DONATO             - Dille dell'affare degli acciai...

DANIELE            - Ah degli acciai?

DONATO             - Dille come io mi sia ormai com­promesso...

DANIELE            - Eh!

DONATO             - ...e che da questo dipende tutto il mio avvenire. (Siede. Aspetta).

DANIELE            - (sollevato) - Ahi Ahi Ma certo... Dunque, Giuliana, devi sapere che Do­nato ha impegnato una grossa partita d'acciai...È vero? È cosi?...

Donato (fa un cenno affermativo).

DANIELE            - Ah! (Ingoiando) Una grossa par­tita d'acciai. Ma cosi pois», cosi grossa... Come è grossa, Donato?

Donato Centomila tonnellate.

Giuliana . Niente dì meno!

DANIELE            - A dirlo pare nulla. Centomila tonnellate. Ma sono vagoni e vagoni. Quanti vagoni,

DANIELE            - ?

DONATO             - Non so, non ho fatto ancora il conto.

DANIELE            - Ma prw'a poco?...

DONATO             - Non so. Va avanti, va avanti.

GIULIANA          - Va avanti, vìa, DANIELE.

DANIELE            - Eh, diavolo! E cosa sto facendo? Dunque... Una partita cosi grossa, che i capitali che ha a disposizione non gli bà­ttano... È vero?

DONATO             - Purtroppo.

(Giuliana ascolta in  attitudine ironica).

DANIELE            - Già, e...

GIULIANA          - Ho capito: è venuto a chiedere un prestito a te,

DANIELE            - Appunto. Brava! Com'hai indo­vinai»?

Giuliana . Ci vuol poco.

DANIELE            - Ah non dirlo! Ci vuote invece una beila dote dì perspicacia. Io, per «empio... Giuliana Ma siccome tu non hai disponi­bilità... Si dice cosi?

DANIELE            - SI, cosi : disponibilità : benissimo.

GIULIANA          - ... lui deve recarti a Parigi, per ottenere da quei signori del trust una di­lazione. Non e coti?

DANIELE            - Ma ni, Giuliana, die tei mera­vigliosa?

GIULIANA          - Ma certo che lo so. Io indovino. Vedo, Sono una veggente. A proposito, velo lì Lori che mi cerca per l'ultima danza. Perché bisogna che la mandi via questa gente. (Chiamando) tati) Sono subito dà voi. (A Donato) Addio, caro. (Distrattamente) Un bacio, Fa buon viaggio. Torna pretto, sai?- Torna presto, mi raccomando. E in bocca al lupo. Ecco­mi, Lori.

(Scappa via. Donato e DANIELE restano a guardarsi).

Donato (dopo un silenzio) - Hai visto?

DANIELE            - Eh, ho visto, si.

DONATO             - Me lo dici come faccio ora » partire?

DANIELE            - Oh, quanto a me, sai...

DONATO             - Lo so, tu non partiresti. Tu tei il puro folle.

DANIELE            - Macché puro! Macché folle 1 Io non partirei, Non ci avrei mai pensato a partire.

DONATO             - Va bene, Io invece debbo partire per forza. Anche te lei dubiti. Ma «e du­bita, perchè la prende coti alla leggera?

DANIELE            - Mahl

DONATO             - Mahl Tu non sai dire altro. Mah!

DANIELE            - Cerco anch'io: non trovo.

DONATO             - A meno che non l'abbia fatto per vedere se io mi sarei tradito.

DANIELE            - Può darsi.

DONATO             - Ma io tradito non mi sono. Mi son  tradito?

DANIELE            - Non mi sembra.

DONATO             - Tu francamente, scusami te te Io dico, potevi dimostrare più spirito.

DANIELE            - Ma scusa, mi prendi cosi, alla sprovvista. E poi, queste cose non mi rie­scono, a me.

DONATO             - Allora, cosa faccio? Par»?

DANIELE            - lo he l'ho detto: non partirei.

DONATO             - Ah tome ragioni bene tu, con la pellaccia degli altri,

DANIELE            - E’allora parti.

DONATO             - In questo stato d'animo?

DANIELE            - Hai ragione: non partire.

DONATO             - Hai visto, quando l'ha chiamata il Lori? É corsa subito.

DANIELE            - E questo è nulla!

Donato . Nulla? Perchè?

DANIELE            -  (pentito) - No, dicevo cosi per dire.

DONATO             - Non far lo stupido, Tu sai qual­cosa.

DANIELE            - Ti assicuro...

DONATO             - Tho detto di non far lo stupido.

DANIELE            - Ebbene, poco fa ho trovato Massai...

DONATO             - Quell'altro, già, che non la lascia in pace un momento.

DANIELE            -  . Figurati che le diceva delle cose...

DONATO             - Delle cose?

DANIELE            - Insomma le faceva una corte tale che io...

DONATO             - Tu?

DANIELE            - Sai come succede: uno perde il lume degli occhi... Per poco non gli son saltato al collo.

DONATO             - Invece, cos'hai fatto?

DANIELE            - L'ho cacciato via di cata.

DONATO             - Tu?

DANIELE            - Io,

DONATO             - Bravo. Per fargli eredere chi sa che, a quello là.

DANIELE            - L'ha detto anche Giuliana.

DONATO             - Male. Molto male.

DANIELE            - Ma tu m'avevi detto di «tare attento,

DONATO             - Sicuro. Attento, per riferirmi, poi. Ma insomma, lei che atteggiamento »-veva?

DANIELE            - Lei? Appunto per questo io non ci ho vitto più. Mi pareva che lei ascol­taste...

DONATO             - Come?

DANIELE            -  Sì... con compiacenza.

DONATO             - Allora, quel tuo modo dì fare-. di dianzi... Eh già, san cose che succe­dono. Perche non potrebbe succedere an­che a me?

DANIELE            - Giuliana! Ma ti par possibile?

DONATO             - No. Ma fino ad ora non dubita­va di me. (Con risalutione improvvisa) Non parto.

DANIELE            - Oh, bravo. Così va bene.

DONATO             - Sta attento che non venga nessu­no. Telefono.

DANIELE            - A chi?

Donato Che bestiai Ma a Quell'altra. La debbo avvertire, no? Le debbo ben dire qualcosa.

DANIELE            -  È vero. Io mi metto quaggiù.

Donato (va all'apparecchia, forma iì nu­mero) - Pronto?.Dora? Sì, sono io. Im­possibile partire... Un contrattempo... Mia moglie... Cosa? Ma no, te lo giuro... No! Noi... Scusa, lasciami spiegare... Ah!, (Lascia Vapparecchio).

DANIELE            - Allora?

DONATO             - Non intende ragioni. Se fra un quarto d'ora non sono da lei... parte da sola. Non mi rivedrà più.

DANIELE            - Che carattere!

DONATO             - Cosa faccio?

DANIELE            - Siamo al punto di prima.

Donato (dopo un silenzio) - In fondo, son tutte ubbie che mi metto in testa io. Giuliana è una dorma onesta. E una don­na onesta non si perde in pochi giorni. Una donna onesta, bisogna che ami. E non si ama da un minuto all'altro. Ti pare?

DANIELE            -  Mi pare.

DONATO             - Dunque, ho tutto il tempo di tor­nare. Di riprenderla. Di farle dimenticare. La porterò via. Farò un viaggio anche con lei...

DANIELE            - Pare impossibile, per fare all'a­more bisogna che tu sia in viaggio!

DONATO             - In fondo, la mia è una passio­nacela di quelle che finiscono alla svelta. Vedrai. Addio,

DANIELE            - . .Danieli - Addio.

DONATO             - Telegrafami, in ogni modo. Al l'indicizzo che ti ho dato.

DANIELE            - Non mancherò.

DONATO             - Qualunque cosa. Non aver ti­mori.

DANIELE            - Sta tranquillo,

DONATO             - Addio. (Esce),

GIULIANA          - Se ne tono andati tutti, te Dio vuole.

DANIELE            - Ah, allora bisogni che me ne vada anch'io.

Giuliana . Eh si, caro DANIELE: sono stan­ca morta. (Si getta su una poltrona) Donato?

DANIELE            - Ma... è partito. Non lo avevi sa­lutato?

GIULIANA          - Sì sì, e vero.

DANIELE            - Strano!

GIULIANA          - Che cosa?

DANIELE            -  Non ti ho mai vista come stasera.

GIULIANA          - Cioè?

DANIELE            -  Così... cosi lontana.

GIULIANA          - Lontana, già.

DANIELE            - E che, non so, sei accaldata...

GIULIANA          - Ho ballato fino ad ora.

DANIELE            - Disfatta. 

GnnjANA - Pah dani anche questo. Datn-' mi una sigaretta,

DANIELE            -  (prende una scatola tu un topoli­no) - Tieni.

Giuliana .Grazie.

DANIELE            - Allora... buona notte."

GIULIANA          - No. Aspetta che abbia fumato questa sigaretta.  .

DANIELE            -  Come vuoi.

GIULIANA          - Stai in piedi? r

DANIELE            - Non (fono «tanca

GIULIANA          - Mi.dai noia in piedi. Siedi.

DANIELE            -  (Siede).

GIULIANA          - Cos'hai d guardarmi cosi?

DANIELE            - Io? (svia lo sguardo).

GIULIANA          - È tutta la sera che non- mi. levi gli occhi da dosso.

DANIELE            - Che ideal

GIULIANA          - Te Io -posto assicurare.  

DANIELE            -  ' L'avrò fatto non volendo.

GIULIANA          - Ho qualcosa che non va? Non uri sta bene questo vestito?

DANIELE            - Delizioso.

Giuliana . Troppo originali questi due co­lori uniti?  Dilto senza riguardi.

DANIELE            - Sono perfetti.

Giuliana Ma vìa, non mi guardare awl.

DANIELE            -  Non posso mica ammirare il tu», abito tenendo gli ocelli chiusi?

GIULIANA          - Questo no; ma insomma... Ci ho ripensato, dopo quell'episodio cosi poco piacevole...Non è a mo sguardo di kit,

DANIELE            -  (ridendo) - Gì», me ne soq fatto fare uno nuovo.

Giuliana . Tutta la sera, bastava che voi-tassi gli occhi per vederti lì fisso. Come sospettoso. Come tu indagassi.

DANIELE            - Io? È un'idea. (Silemsio) Dì, non hai freddo cosi nuda?

GIULIANA          - Ma no!

DANIELE            - Vuoi che ti prenda qualcosa?

GIULIANA          - Non ti disturbare. (Breve silen- xio).

DANIELE            -  Basta. Ora sari meglb che tu vada a dormire. Hai detto che sei stanca.

GIULIANA          - SI, sono stanca. Ma non ho son­no. Credo d'aver fame, piuttosto.

DANIELE            -  Fame?

GIULIANA          - Lo faresti volentieri uno spun­tino?

DANIELE            -  A quest'ora? Pero, ora che mi ci fai pensare, in tutta la sera «ori ho pre­so nulla.

GIULIANA          - Neanche tu? E allora, vogliamo mangiarci gli avanzi?

DANIELE            - C'è rimasto qualcosa?

GIULIANA          - Spero. Va a vedere nell'office.

DANIELE            - Vado.

Giuliana (restata tèa, allunga una matto, prenda la lettera anonima che era rimasta su m topolino, sì posa gÙ occhi; posti te ripiega, s'alza, la chiude in un cassetto).

DANIELE            -   (fonia «>f» un postolo) - Ho trovato qualche tartina, un mezzo fagiano, un po' i spumante.

GIULIANA          - Ce n'e d'avanzo. Da' qua. (Prende il vassoio, io posa su un tavolo Basto, Seggono uno di qua, uno di là). A onesta vista mi si è svegliato un appetito formidabile. A te no?

DANIELE            -  No. Soltanto un knguorino, qua, in fondo. (Cominciano a mangiare).

GIULIANA          - Se Donai» potesse vedeteli

DANIELE            - A" quest'ora fui fila a cento.

Giuliana' - Poveraccio! Mi pento d'averlo lasciato partire così. In /ondo, non ci avevo attica créduto a quella lettera ano­nima.

DANIELE            - No? Davvero? Ah, come sono contento I

GIULIANA          - Toh, lo dici," come se tu ti fossi levato un pesò dal cuore) ' Daniel» - Ma certo, un gran peso. (Si versa . da bere) Capirai, lui aveva- tanta -paura...

GIULIANA          - Di che?

DANIELE            -  Che tu ci avessi creduto.

GIULIANA          - Ah. (Ella smette dì mangiare. S'alza),

DANIELE            - Beh? Non mangi più?

GIULIANA          - No.

DANIELE            - Dicevi d'aver tanta fame!

GIULIANA          - Non era vero; Falso appetito.  Mangi tu.

DANIELE            - .- Io? Io lo facevo per farri compagnia. Ma fame io non ne avevo nean­che un po'.

.

GIULIANA          - Cercavo di creare un'atmosfera confidenziale, ecco tutto. DANIELE, sii franco.

DANIELE            - Se tu e Donato mi prendevate in giro piche a scuola, perchè non sapevo dire le bugie)        

GIULIANA          - Ma è una cosa che s'impara. E l'hai imparata anche tu.

DANIELE            - Io?

GIULIANA          - Quella lettera diceva il vero: Donato è partito con la sua amante. -

DANIELE            -  (male) - Ma noi

GIULIANA          - Va bene: ora ne sono sicura.

DANIELE            - Ioriero...

GIULIANA          - D'accordo. tu non hai detto nulla. E invece, come hai parlato!

DANIELE            - Ah, maledetto questo mio ca­rattere! Ebbene? Quand'anche fosse? Do­nato vuol bene a te, a te soltanto!

Giuliana (crolla il capo) - No.

DANIELE            - Davvero;.

GIULIANA          - È tanto tempo che ha cessato di volermi bene!  

DANIELE            - Credi...

GIULIANA          - Mi permetterai di saperlo me­glio di te.

DANIELE            - No. Perchè non più tardi di.og gì, d'un momento fa...

GIULIANA          - Sciocchezze. Vuoi bene alla sua casa, «i suoi figliuoli, forse. A me, no.

DANIELE            -  Ed io che credevo...

GIULIANA          - Già, tu d vivi vicino, sei, si può dire, della famiglia, e non ti sei accorto di nulla. Fingevo, ecco tutto» Fingevo. La parte della moglie trascurata mi sec­cava. Mi secca.

DANIELE            - E allora, perché non ti sei ag­grappata a lui,..

Giuliana (sorridendo) Sembri un roman­zo d'appendice.

DANIELE            - Se lui avesse saputo, non sa­rebbe partito.

GIULIANA          - Forse. Ma, t poi?

DANIELE            - Eppoi, quell'altra sarebbe partita da sola, lui l'avrebbe dimenticata, e... e...

GIULIANA          - Eppoi?

DANIELE            - Eppoi la pace sarebbe tornata...

Giuliana (Irònica) - ... a regnare sotto que­sto tetta. Scommetto che volevi dir cosi. Sarai un bravo naturalista, ma faresti un pessimo letterato. No, la pace, come eri Il per 11 per dire, non sarebbe tornata a regnare sotto il nostro tetto,

DANIELE            -  > E perchè?

GIULIANA          - Perchè noi non ci amiamo più.

DANIELE            -  Voi...

GIULIANA          - Si, neanch'io amo più Donato. È una cosa finita, ecco. Cancellata. Un mucchio di sassi.- Di cenere. Scegliti l'immagine che preferisci, giacchi fd su quella via.

DANIELE            - parli sul serio?

GIULIANA          - Più di cosi?... Ma non per colpa mia, credi. E’stato lui. Una cosa che venuta a poco a poco. Ha cominciato coi flirfs, coi tè clandestini, ha continua­lo nelle, camere d'albergo, nei pieds-à-ter-re,. forse scenderà nel sottosuòlo: nelle stanze di servìzio. È, finita. Ecco. Che vale disperarsi? L'ho fatto. Tanto. Poi... Anche quando muore uno ci si consola. Si finisce per dimenticare. La vita ri­prende. E perchè non doveva riprendere per me, la vita? Infine, non sono ancora vecchia... (Silenzio) Povero Daniefel Tu non ti ci raccapezzi. Sicuro: Girt&ma e Donato sono a questo punto, E sènza che tu lo supponessi neppure.

DANIELE            - Ma tu, la tua esistenza...

GIULIANA          - Uno squallore,

DANIELE            - Bisogna reagire, Giuliana,

GIULIANA          - Ma che bel carattere hai I Tu fai tatto facile, tutto semplice. Tu sei un uomo gaio per natura! e le cose ti si presentano sotto il loro aspetto migliore.

DANIELE            - Gaio per naturai Cosa ne sai tu di me?

GIULIANA          - Cosa ne so? Vuoi che non ti conosca,-dopo tanti anni?

DANIELE            - Tu, meno degli altri. 

GIULIANA          - Oh, questa poi...

DANIELE            - Meno degli altri, sicuro.

Giuliana -E perchè proprio io, meno degli altri?

DANIELE            - Perchè... Si crede di conoscere il nostro prossimo, ma in realtà' se ne ve­dono soltanto I lati esteriori...

Giuliana ~ E i lati interiori come sono?

DANIELE            - Se si cambiasse discorso?

GIULIANA          - No; Perchè? In fondò è la pri­ma volta che parliamo di noi. Fa bene ogni tanto,

DANIELE            - Secondo.

Giuliana Ah, come vorrei somigliarti! Ma già, per una donna è molto più difficile.

DANIELE            - Cioè?

GIULIANA          - Un uomo può raccogliersi tut­to, come te. ne' suoi studi, fare a meno della famìglia, dell'amore, contentarsi di una casa amica. Se vogliamo, è una for­ma d'egoismo.

DANIELE            -  Può darsi.

GIULIANA          - Di' la verità,

DANIELE            - j éxrrao tu non %E’mai amato nessuno?

DANIELE            - Cosi...

GIULIANA          - Ma un grande amore, mai, vero?

DANIELE            - Grandi amori tutti ne abbiamo pro­vati; o almeno crediamo d'averne provati.

GIULIANA          - Avanti, Giacché siamo in vena di confidenze, parla.

DANIELE            - Lo sai, Giuliana, che son quasi le tre?

GIULIANA          - Ti ripeto che non ho sonno. Se andassi a letto, Io so, mi metterei a fu­mare, ma non dormirei.

DANIELE            -  (falsamente gaia). Ma ho sonno tei

GIULIANA          - Niente storie. Avanti. La tua esistenza secreta (M'incuriosisce.

DANIELE            - È la prima volta, In tanti anni.

GIULIANA          - Voguo sapere di questi grandi amori. Conosco?

DANIELE            - No,

GIULIANA          - Eppure le tue conoscènte sono le mie.

DANIELE            - Sì, ma ho anche viaggiato, no?

GIULIANA          - Già. Dunque?

DANIELE            - Dunque, cosa?

GIULIANA          - Racconta.

DANIELE            - Giuliana, non mi seccare.

GIULIANA          - Perchè non l'hai sposata?

DANIELE            -  ...  non potevo.

GIULIANA          - Era maritata?

DANIELE            - Eh, visto che non et» monacai

GIULIANA          - Bella?

DANIELE            - La più bella.

GIULIANA          - Grazie.

DANIELE            - Dopo di te, s'intende bene.

GIULIANA          - L'hai rimediata discretamente, E le hai voluto bene sin a sacrificarle tut­ta la tua esistenza?

DANIELE            - San cose che succedono.

GIULIANA          - Raramente. E nessuno ne ha mai saputo nulla? Sei un bel fintone, sai?

DANIELE            -  . Non ho mai detto nulla a nes­suno; cioè...

Giumana - A lei?

DANIELE            -  . A lei, si, naturalmente.

GIULIANA          - E ti ha amato? Che donna cnt

DANIELE            - Basta, Giuliana.

GIULIANA          - Voglio sapere che donna era. Poi ti mando via,

DANIELE            - Era una donna... forse come tut­te le altre; ma per me... Per me era uni­ca, naturalmente. Le avrei dato la vita, se me t'avesse chiesta; invece preferì un altro.

GIULIANA          - Dunque era ragazza?

DANIELE            - Era... era vedova. Già. Si rima­ritò. Con un altro.

GIULIANA          - E perchè non ti volle?

DANIELE            - Perché parlai troppo tardi. Per­chè nella mia vita io non ho mai avuto coraggio. Perchè sono stato sempre un vile.

GIULIANA          - Un vile, tu? Ohi (ride).

DANIELE            - Un vile. Un vile. Fin da ragazzo. Al mio paese c'era una villa con un gran cancello tempre chiuso, che lasciava intra­vedere un parco profondo, quasi tenebroso. Io stavo per ore attaccato a quel cancello immaginandomi la vita misteriosa, fan­tastica, che doveva svolgersi sotto già al­beri centenari; creavo nella mia mente personaggi, fiabe, incantesimi, odii, de­litti, vendette... Pare che avessi dato nel­l'occhio al giardiniere che un giorno mi fece trovare il cancello spalancato e mi disse d'entrare. Come sarei entrato volen­tieri, come avrei voluto conoscere i per­sonaggi che avevo tanto amati e tanto o-diati!... Invece...

GIULIANA          - Che facesti?

DANIELE            - Me la detti a gambe e il giardi­niere non mi rivide mai più. Ecco come «ai fatto io. Non oso. Non so osare. Per questo la mia vita è stata sempre cosi vuotai'

GIULIANA          - Senza che nessuno lo sapesse?

DANIELE            - Dirlo! A che prò? Perche gli al­tri ti fuggano? Le persone in generale non amano i malinconici. Ed io ci ho te­nuto a non sembrare un noioso. Del resto, gli altri sono talmente occupati di se stessi, che per il prossimo non hanno né voglia né tempo... Eppoi. Non ti ricordi, Giu­liana, della nostra adolescenza? Non ti ricordi che tranne voi, te e Donato, io rifuggivo da tulli?... Vuoi sapere perchè? Perchè mi confrontavo con loro. E li tro­vavo così diversi, cosi forti, loro, che un odio a poco a poco cominciò a prendermi. Oh, non per foro, per me. SI; cominciai a odiate me «esso, a darmi torto, sempre, in ogni occasione. Gli altri facevano onore alla vita, al mondo: io no, ero un . essere inutile. E diventai timido e la mia timidezza fu presa per bontà, Ma spesso la bontà non è che una forma di vigliac­cheria. Per essere cattivi ci vuol coraggio... Io non seppi nemméno.essere cattivo. Il solo che mi desse riposo, confidenza, era Donato; e doveva essere proprio lui...

GIULIANA          - A far. clic?

DANIELE            -  (riprendendosi) - Ma... ma a restare il mio buon amico. Ed ora, buona notte.

GIULIANA          - Aspetta.

DANIELE            - A che prò?... Tutta la mia vita è stata cosi. Ho avuto forse anch'io la possibilità d'averne la mia parte, qualche volta. Nulla. L'ho buttata via.

GIULIANA          - Sei sempre a tempo.

DANIELE            -  (crollando il capo) - No. Queito che si ì lasciato è perduto per sempre. Par­lavi di sassi, di cenere, tu, dianzi? Eb­bene, io son tutto un mucchio di sassi.

GIULIANA          - E Jei ha potuto non accorgersi di un così grande amore?

DANIELE            - Le donne! Ma che dico le donne? Tutti gli esseri. Inscguono i loro sogni. Gli altri, nulla. Se ne han bisogno, sé ne accorgono, li cercano^ altrimenti, sono... come se non fossero mai nati,

GIULIANA          - È vero.

DANIELE            - E dunque? Volevi che lei si c-corgesse di me? Di me che non parlavo? Di me che mi struggevo dinanzi a lei, che morivo e nel medesimo tempo cercavo di tener ben chiuso il mio sentimento per­ché lei non lo vedesse, per non turbare la sua felicità?

GIULIANA          - Era felice?

DANIELE            - Sì, allora, era felice. Ora forse no. E pensare che... una parola buona, sol­tanto una parola buona sarebbe basista alla mia famel Briciole. Io mi son sempre contentato di briciole... (Con nitro tono) Ah ma ora basta... Se no del seccatore me lo dai tu.

Giuliana (dolcemente) - Hai avuto torto a non confidarti con me. Ti avrebbe sol­levato.

DANIELE            - SI, ma quando alle cose non ci siamo avvezzi!... Se uno è abituato a stare al buio, prova a spalancare le finestre: la prima cosa che tari il disgraziato sarà quella di coprirsi gli occhi per non ve­dere la luce.

Giuliana (con commozione) Se ora non e più felice corri da lei. Dille tutto. Può darsi che ora ti voglia ascoltare.

DANIELE            - ... è lontana.

Giuliana Raggiungila.

DANIELE            - E se non volesse ascoltarmi nean­che ora?

GIULIANA          - Prova. Gli eroismi piacciono alle donne. Le commuovono.

DANIELE            - E... donna commossa mezza con­quistata vero? L'ha detto Casanova.

GIULIANA          - Che se n'intendeva. Mah... Tutti abbiamo diritto alla nostra parte di vita. E così credi? Che io voglia rinunciare a quello che mi spetta? No.

DANIELE            - Giuliana!

GIULIANA          - Hai fatto bene a parlare. Le tue parole mi hanno dato coraggio. Sono anni che sopporto. Ma questa finzione non pos­so piò tollerarla. Non posso più tollerare nel mio letto la vicinanza di un uomo che ha ancora addosso il profumo di un'altra. Di cento altre. E per questo?... Perché lui è un vile io debbo piegare la testar'A , ventano anni debbo soffocare i rniei sen­timenti? Tutti i miei sentimenti?

DANIELE            - Ma allora tu, Giuliana...'

GIULIANA          - Ma si. Tanto ormai, dopo te tue confidenze,  posso dirlo.  Anch'io, ho un sentimento come il tuo. Ma io non fare» come te. Non avrò i tuoi scrupoli. Non voglio ridurmi uh mucchio di sassi, io! E Dio solo sa se ho amato Donato! Dio solo sa se avrei voluto continuare a vo- . lergli-benel Ma viene un momento che non se ne può più. Viene un momento, che qualcosa si spezza dentro di noi. Si capisce che tutto è finito. L'altro è un c-straneo. Peggio che se non si fosse mai conosciuto.

DANIELE            - Giuliana!

GIULIANA          - A me non fa paura la verità. E son pronta a dirgliela in faccia, a Do­nato. Difenda pure lui il suo quieto vivere borghese. Io difendo questo mìo di giovinezza, di vita, lo difendo il mio amene.

DANIELE            - Vuoi bene... a un altro, davvero?

GIULIANA          - E Io scriverò subito a Donato. Volevo avere prima una certezza. Stasera l'ho avuta. Io non sono abituata a far le, cose sott'acqua. Tutto alla luce del sole.E’ finita per lui? È finita anche per me. Gli dirò il nome, non dubitare. Gli dirò tutto,

DANIELE            - E poi... che farai?

GIULIANA          - Ce ne andremo insieme.

DANIELE            -  E... i bambini?

GIULIANA          - Mi spettano, credo. Infine, non sono stata io la prima ad abbandonare, la casa.

DANIELE            -  E sìa. Se hai preso questa riso­luzione, non si può tornare indietro.

GIULIANA          - No. Tornare indietro è impos­sibile.

DANIELE            - Non scrivere a Donato. Gli par­lerò io.

GIULIANA          - Tu?

DANIELE            - Sì, io. Queste cose si dicono. Due uomini, in questi casi, si affrontano. Non si scriyono. Si parlano.

GIULIANA          - Tutti, ma non tu.

DANIELE            -  . E perchè non io?

GIULIANA          - Ma perchè è bene che parli io,

DANIELE            - Tu vorresti esporti...

GIULIANA          - A che? Sta «tranquillo...

DANIELE            - No, no, Giuliana, lascia parlare me.

GIULIANA          - Tu sei amico nostro, va bene. Ma in fin dei conti questa cosa riguarda mio marito e me. Tu, in questo, non c'entri,

DANIELE            - Ahi... Hai ragione. Hai ragione.. Mi era parso...

GIULIANA          - Che cosa?

DANIELE            -  (con un sorriso mortale) - Che stu­pido!... Mi pareva... che avrei potuto... A volte ci ti erede più di quello che si è! Che stupidol

GIULIANA          - Ma no, anzi: il pensiero era gentile.

DANIELE            - Gentile, già, gentile. Che stupidol Allora... buona nottel

GIULIANA          - Spegni le lampade centrali. Così. Grazie. Mi metterò li a scrivere, tra un momento. (Ella si  stende  sul divano  volgendo  le sfalle alla porta). Buona notte.

DANIELE            - Buona notte, Giuliana. (Si appoggia un istante allo stipite. Sì passa una mano sulla fronte, Esce).

CALA LA TELA

In casa di DANIELE, come al primo atto. È mattina.

DANIELE            -  (iti giubba da catti, è seduto al ta­volo da lavoro. Ha davanti a tè alcuni esemplarì dì farfalle, che ad una ad una va appuntando su una specie di cuscino ttero. Entra Laura. I suoi capelli, sotto la paglia chiara del cappello, hanno striatine d'oro palesemente recenti, Agita con gio­vanile inquietudine uà minuscolo om­brellino di merletto candido).

LAURA                -  . Buongiorno, DANIELE. Siamo qui. I ragazzi stanno già spogliandosi.

DANIELE            -  (senz'alitare la testa) - Buongiorno, Laura.

LAURA                -  . Ti abbiamo disturbato?

DANIELE            - Ma no!

LAURA                -  Intendiamoci, loro non ne hanno nes­suna colpa. L'idea i venuta a ine. E un peccato che di quella piscina non se ne serva nessuno,

DANIELE            - Sì, un vero peccato.

LAURA                -  (Avvicinandosi al fratello) - Che fai? (con orrore) Ah, crocifiggi al solito delle farfalle?

DANIELE            -  (senz'alitare, neanche ora, la testa) - Tutti a modo nostro crocifiggiamo delle farfalle.

LAURA                -  Tutti? Non capisco.

DANIELE            -  (c. s.) - Ogni individuo è seguito nel suo cammino da uno sciame di far­falle. Son sogni, desideri... degli altri. E noi per tutta la vita noa facciamo che an­dare a caccia di coteste povere cose con due ali: e non siamo contenti finché non se n'è abbattute più che si può.

LAURA                -  Pessimista, tu?

DANIELE            - Mah, cosa vuoi farci? (Egli alza la testa. Vede la sorella. Resta immobile, stupito).

LAURA                -  (dopo un intimo) - Beh, che hai?

DANIELE            - (riabbassando il capo) - Nulla. Nulla. (Cerca di far subito Qualche cosa).

LAURA                -  Sci buffo.

DANIELE            - Questo è stabilito da molto tem-pò, no?

LAURA                -  Avanti, DANIELE! (Apre la borsetta, si guarda nel piccolo specchio. Si dà un altra velo di cipria). Cos'hai stamattina? Sei amaro, acido, di malumore. Non ti succede spesso. Che hai?

DANIELE            - Un anno di più. Oggi.

LAURA                - E’ vero. Oggi. Scusa d essermelo dimenticato. Ah, ma bisogna festeggiare! (alla finestra) Ragazzi! Ragazzi!

DANIELE            - No, per carità. Nat» c'è nulla da festeggiare,

LAURA                -  (tu' ragazzi, fuori) - Sapete che oggi è il compleanno di DANIELE?

Tutti (fuori)- Viva DANIELE! Fuori DANIELE! Cento di questi giorni.

DANIELE            -  (chino al lavoro} - Di che non mi secchino.

LAURA                -  Sei poco gentile. Ed hai torto di non affacciarti. In costume da bagno Ma­rta Bianca è una meraviglia.

DANIELE            -  (non risponde:).

VOCE DI LISA   - Dobbiamo venire di sopra ». fargli gli auguri?

LAURA                -  Ma... (a DANIELE) Hai sentito? Voglion venire di sopra a farti gli auguri.

DANIELE            -  (sì stringe nelle spalle, rassegnato).

LAURA                -  Dice che vi vedrà volentieri. (An­dando vaso il fratello) Pranziamo insie­me stasera?

DANIELE            - Non posso.

LAURA                -  Sei da Giuliana?

DANIELE            - Ma no. Non sono da nessuno. Sona solo. Voglio restare solo, possibil­mente.

LAURA                -  Sei sgarbato.

DANIELE            - E’ vero, scusa. Ma che vuoi, ini son etesso in testa di fare il comodo mio, d'ora in poi.

LAURA                -  Lt> dici per me?

DANIELE            - Per te?

LAURA                -  Ti do noia ? Forse non dovevo chie­derti quello che ti ho chiesto l'altro giorno.

DANIELE            -  (arrossendo subitamente) - Cosa vai a pensare! (Con altro tono) No, non parlavo per te, Laura.

LAURA                -  Per chi, allora?

DANIELE            - Cosi, in generale!

LAURA                -  Ah! (Restano in silenzio qualche secondo, Ella i triste. La tua maschera di belletto, ora che non ì animata da ma fittizia allegria, sembra una cosa gelida, qUttsi macabra),

DANIELE            -  (gurda la sorella. Ella si sente guar data, Si volge a sua volta verso il fratello. Sì vergogna improvvisamente: proprio co­me una maschera còlta dalla luce del giorno dopo una nottata carnevalesca. En­trano i ragazzi. Sui costumi da bagno por­tano degli accappatoi, delle vestaglie. Sono caldi, dorati).

LISA                     -  (per la prima) Auguri! (Ciascuno reca un fiore. Uno per volta, vanno a deporti sul tavolo da lavoro, di­cendo: u Auguri! »),

LAURA                -  (rianimata a un tratto) Hai visto? Come sono graziosi! Che pensiero gen­tile!

DANIELE            - (tanto per dir qualcosa) - Molto gentile, davvero. Grazie.

GHERARDO       - 1 fiori però li abbiamo dovuti cogliere nel suo giardino. Siamo stati presi alla sprovvista. Non si poteva fare diver­samente.

LAURA                -  Basta il pensiero, non è vero, DANIELE?

DANIELE            - Ma naturale!

M.BIANCA          -  Abbiamo interrotto il suo lavoro?

DANIELE            - (non dice nulla),

GHERARDO       - Perche non viene anche lei a fare un po' di tuffi?

DANIELE            - Non sono uno sportivo, io.

MASSIMILIANO     - Possedere questa magnifica piscina e non approfittarne!

DANIELE            - Che vuole, io mi contento di urta semplice vasca da bagno.

LISA                     - Tutti i gusti son gusti.

(Entra Giovanni recando un vassoio con su un biglietto da vìsita),

DANIELE            -   (dando  un'occhiata al biglietto) -Fa aspettare. (Giovanni esce).

LAURA                -  Via, ragazzi, ora the avete salutato DANIELE, potete tornare già. Lasciamolo alle sue vìsite, al suo lavoro.

TUTTI                   - Ha ragione Laura. Andiamo, A do­po. A tra poco. Dobbiamo fare una gara, ecc.

(Escono tutti rumorosamente).

DANIELE            -  (restato solo va ad aprire una porta. Mormora) - S'accomodi. (Entra il Giovi. È un uomo di cinquanta anni. Porta un paio dì pantaloni grigi, una giubba d'dpagas, un cappello targo, di paglia. Magro, dai lunghi baffi spio­venti, ha modo scattanti e nervosi: un fare autoritario).

GIOVI                  - Buongiorno, professore.

DANIELE            - Le ho già detto, fin dall'altro giorno, che non sono professore.

GIOVI                  - Già, ma non posso convincermi che un uomo come lei, con la sua scienza...

DANIELE            - E non basta forse?...

GIOVI                  - Là scienza senza un titolo? No, Conta invece moltissimo un titolo, anche senza la scienza.

DANIELE            - A me, basta.

GIOVI                  - A lei!... Ma noi non si conta per noi stessi, si conta per il concetto che dì noi ha la gente.

DANIELE            - Già, tutto il contrario di quello che penso io.

GIOVI                  - Male. Lo lasci dire a me, Io, nella mia lunga carriera militare non ho am­bito che a diventare colonnello...

DANIELE            - E invece?

GIOVI                  - Son rimasto maresciallo maggiore. Il magazzino. La cantina... già. Eppure avrei avuto tutto per essere un perfetto colonnello. E non pecco d'immodestia, creda. Si figuri che mi chiamavano Polso di Ferro. Che cosa mi mancava? I galloni, signor mio. Soltanto i galloni. Che vale dunque la scienza senza un titolo?

DANIELE            - Sa che la mìa sorella in questo moménto si trova qui?

GIOVI                  - Me lo ha detto or ora il suo mag­giordomo.

DANIELE            - Cameriere, semplicemente.

GIOVI                  - Peccato! Ha tiri tale aspetto da mag­giordomo... Sono srato fortunato. È man­cato poco che non m'imbattessi nella si­gnora marchesa.

DANIELE            - È capitata d'improvviso.

GIOVI                  - Coi soliti amici, lo so. Stanno fa­cendo il bagnò, vero? Anche la signora marchesa ?

DANIELE            - No... Spero almeno. (Va alla fine­stra per assicurartene) No. Lei assiste.

GIOVI                  - Ah. La signora marchesa è lontana dall'immaginarsi che io mi trovi qui da lei. E per quelle ragioni, poi!

DANIELE            - (venendo avanti) - Ha portato ì do­cumenti?

GIOVI                  - Tutti. Anche le cambiali che ho potuto ritirare dalla circolazione.

DANIELE            - Bene.

GIOVI                  - E il mio dubbio è diventato certezza. Guardi qua. (Fruga nella cartella) Questa firmar...

DANIELE            - Non E’quella di mia sorella?

GIOVI                  - Pare. Anche a me 11 per H ha fatto la stessa impressione. Ma nessuno riesce a ingannare il Giovi. Nessuno, creda. Questa firma è falsa.

DANIELE            - Falsa?

GIOVI                  - Osservi bene: guardi h svolazzo... è forse uguale a... (Fruga novamente nella cartella) a quello di quest'altra firma?

DANIELE            - Ma veramente...

GIOVI                  - No, no, no, non mi venga a dire che queste due firme sono identiche. Perdiana! La prima cosa che deve imparare a conoscere un bravo amministratore è la firma dei suoi amministrati. Se no, spes­so, come farebbe » falsificarla? (S'alza).

DANIELE            - E chi si sarebbe approfittato?,..

GIOVI                  - Chi? Uno che aveva la certezza di farla franca, e d'essere in ogni caso perdonato.

DANIELE            -  Quello?

GIOVI                  - Già. E lo confermo questa lettera. (Fruga di nuova nella carie/la) di cui so­no riuscito ad  impossessarmi.

DANIELE            -  (scattando) - Ah! Questo poi è it colmo. Quell'indivìduo ha fatto assegnamento sulla mia dabbenaggine. Ha detto: alla peggio, per salvare la sorella, per evi-tare lo scandalo, lui pagherà! Ma questa volta si è sbagliato! Io non pagherò. Io affronterò qualunque scandalo. Ormai non m'importa più di nulla. Più di nulla, capisce? Io ne ho abbastanza di cedere, cedere, cedere sempre. ììaut. Infine conto qualcosa anch'io, nella vita, no? (Lo guat­ati) Ma già, lei non può capire.

GIOVI                  - S'inganna: io capisco benissimo. Soltanto, non si fa così.

DANIELE            - Come?

GIOVI                  - No, non si fa così. No, lei non lo prenderà per il collo, non griderà, non lo denuncerà. Gli parlerà. Gli metterà sotto il naso le prove delle sue malefatte. Ma piano, tranquillamente quasi. Un pezzo di giovanotto a quel modo! Lo vedrà diventare un agnellino.

DANIELE            -   Non mi riesce, lo ho bisogno di buttar fuori tutto quello che ho in corpo. Io le partì subdole non le SO fare.

GIOVI                  - Male. Nella vita non riescono che quelle!

DANIELE            - Lo so. Ma alla mia età non posso mutarmi il carattere.

GIOVI                  - Davvero vorrebbe esporre sua so­rella a pubblicità di questo genere?

DANIELE            - Ma non capisce che è appunto questa la cosa su cui quell'individuo ha fatto assegnamento?

GIOVI                  - Lo so.

DANIELE            - Ed io dovrei cedere, anche questa volti?

GIOVI                  - No, Tutt'altro... Vuol vedere? Lo chiami,

DANIELE            -  Badi, io non so chi mi tenga. Non so se sarò padrone di me,

GIOVI                  -  (ri è avvicinato alia finestra) - Appro­fitti di questo momento che la signora marchesa è in fondo al giardino. Lo chiami.

DANIELE            - Gherardo!  Venga  un momento su... (Si mette a passeggiare concitatamente).

GHERARDO       -  (entra) - Che vuole, DANIELE?

DANIELE            - Voglio...

GIOVI                  -  (troncandogli le parole su le labbra) -Scusi, voleva presentarmi a lei, semplice­mente. (Gherardo resta interdetto) Non è vero, signor DANIELE? (Porgendo la mano a Gherardo)

GIOVI                  - , amministratore della signora marchesa.

DANIELE            - Ma...

GHERARDO       -  (va con gli occhi da GIOVI   a DANIELE).

GIOVI                  - Non si meravigli. Date le voci che corrono, volevo...

GHERARDO       - Che voci?

GIOVI                  - Mio Dio, ormai la signora marchesa noi» ne fa più un mistero, con nessuno. Si parla dì nozze; e allora io ho creduto mio dovere...

GHERARDO       - Nozze! Mi sembra prematuro...

DANIELE            - Non vorrà aspettare che mia so-rella sia maggiorenne!

GHERARDO       - E allora, già che ci sono entrati loro in questo argomento, come vedrebbe lei, DANIELE, questo matrimonio?...

DANIELE            -  (frenandosi a stento) - Ah, io lo vedrei...

GIOVI                  -  (intervenendo) - Benissimo! Benis­simo!

DANIELE            - Già, nonostante... Quanti anni ha esattamente mia sorella, signor GIOVI?

GIOVI                  - Glielo dico subito. (Fruga nella cartella) E’ nata... e nata... il 4 marzo 1888.

DANIELE            - Quarantotto, allora. E lei...?

GIOVI                  -  (troncandogli di nuovo la parala su la bocca) - E lei quanti iu- ha?

GHERARDO       - Ventotto.

GIOVI                  - Bell'età.

GHERARDO       -  lo però non sapevo...

DANIELE            - Che fosse vicina alla cinquantina doveva saperlo.

GIOVI                  - Via via, in fondo quarantotto non sono cinquanta.

DANIELE            - Ed ora, ora che sa, cosa intende fare?

GHERARDO       - Mantenere la mia parola,

GIOVI                  - Oh questo sì che si chiama essere onesti! Molto bene, bravo. Molto più che proprio un momento fa si diceva: che bella cosa sarebbe che il signor Gherardo se la sposasse! Almeno, d'ora in avanti ci penserebbe lui.

GHERARDO       - A chi?

GIOVI                  - Diavolo, a sua moglie, alla signora marchesa.

GHERARDO       -  (con una specie di orgoglio) - La signora non ha, ch'io sappia, bisogno di me.

GIOVI                  - Che sappia lei, no; ma che sappia io, sì. (A DANIELE) Non sa ancora. Bisogna che io parli.

GHERARDO       - (nervosamente) - Ma dica! Io non capisco.

DANIELE            - LAURA non ha più un soldo, se vuol saperlo.

GHERARDO       - (lì per lì resta male; ma ripren­dendosi) - Ebbene...? Con questo? (uovi - Tante volte, eh, le male lingue? Si figuri che qualcuno diceva che lei l'a­vrebbe sposata  per i  quattrini,

GHERARDO       - (indignato) - Ohi

DANIELE            -  (fremendo) - Che roba, eh?

GHERARDO       - E fier dimostrarle che i miei propositi sono onesti, sono disposto...

GIOVI                  -  . Ma sì, ina sì! Perbacco! Lo sappia­mo che lei è disposto! Soltanto... scusi, che proventi ha lei? Sa, io parlo da ammini­stratore. (A DANIELE) E’ mio dovere, non le sembra?

DANIELE            - Li conosco io i suoi proventi...

GHERARDO       - Io corro.

GIOVI                  - Infatti. Ma lei corre... un po' troppo.

GHERARDO       - Noi corridori, sa...

GIOVI                  - Lo so, lo so. Ma son tutte cose di là da venire. Siamo pratici.

DANIELE            - Mia sorella è una donna che còsta molto. Quanto costa esattamente, signor GIOVI ?

GIOVI                  -  Esattamente... (Fruga nella cartella) Dal 1913 ia signora marchesa ha speso sedici milioni ottoccntasettamaseimila. Lire e quarantacinque centesimi. Il che fa, al­l'anno...

GHERARDO       - Non importa.

DANIELE            - È vero che ci son qua io...

GHERARDO       - Oh, non permetterei mai...

DANIELE            - Non ne dubito,

GIOVI                  - Del resto, anche se volesse... Posso, vero?

DANIELE            -  Sì figuri!

GIOVI                  - A lei non resta ormai, e discreta­mente intaccala, altro che questa tenuta,

GHERARDO       - (involontariamente) .. Ah! (itovi - Già.

DANIELE            - Già.

GIOVI                  -  . Ma via, signor DANIELE, bisogna to. glicrc dall'imbarazzo questo povero GIOVIne.

GHERARDO       - (che imbarazzo? DANIELE lo non chiedo di meglio.

GIOVI                  - Adesso che si è tanto compromesso, bisognerebbe offrirgli un modo di sparire!

DANIELE            - Un giuoco di bussolotti, eh' Un anello meraviglioso!

GHERARDO       - (tempre iù nervoso) - Io non ca­pisco.

DANIELE            - Non capisce.

GIOVI                  - È naturale che non capisca!

DANIELE            -   Un modo di sparire? Ma se lo è procurato lei, senza saperlo, non volendo...

GHERARDO       - lo?

DANIELE            - Glielo faccia vedere, signor Giòvi.

GIOVI                  -  (frugando nella cartella) - Come? Ec­co qua, come. (Va tolto il nato di Gherardo, mostra fa cambiale),

GHERARDO       -  (istintivamente afferra la cambia' le, fa per slrnffiiirla).

GIOVI                  - Inutile, tanto ho qua tutte le altre.

GHERARDO       -  (riprendendosi) - Non capisco.

DANIELE            - Davvero? (f:a per aliare il pugno. Ma prestamente GIOVI si mette fra i due).

GIOVI                  - Via via, subito fuori di qua, senza salutare nessuno: sparire. Non far par­lare più di sé. Lontano. Come morto. Altrimenti... (Spingendolo innanzi a se senta toccarlo) Altrimenti... tireremo fuori le altre. Lo scandalo non ci spaven­ta. Fuori alla chetichella! E attento! Se stasera lei non è fuor di tiro, si denuncia. Via! Via! Auff! fe fuori. (Richiude la porta). DANIELE(è immobile, a capo chino).

GIOVI                  -  (affacciandosi alla finestra) ~ Sale in macchina. Non guarda, non saluta nessu. no. Neanche il signore che entra in que­sto momento pel cancello, e che gli fa cenno con la mano. Non vuole che una cosa: essere lontano aita svelta. Ha visto come si fa? (Venendo avanti) lìeh? Cos'ha?

DANIELE            - Tutto questo mi umilia. Non po­terlo castigare come si meriterebbe. (itovi - Non potersi rimboccare le maniche eh? Non poter picchiare giù pugni su pugni?... Si consoli. Lei ne avrebbe toccate.

DANIELE            -  (aha il capo. Lo guarda),

GIOVI                  - Sicuro. Quello è più forte, E allo­ra? Quando non si può picchiare, sì fa così. Si aggirano le posizioni, È, triste, lo riconosco. Ma cosa vuol farci? Io, vede, nella mia vita non ho potuto fare altro. Lei dirà: e, m fondo, è finito così. Vero, verissimo. Ma se non lo avessi fatto, po­tevo finire anche peggio.

DONATO             -  (entrando) - DANIELE!

DANIELE            - Tu? Come mai?

DONATO             - Son tornato, a precipizio... Sei occupato?

DANIELE            - No.

GIOVI                  - Ne«-eè" r^ùv bisogno dì me?

DANIELE            - - N», Di lei-non c'è bisogno, ora.

GIOVI                  -  (prende la sua cartella. Esce).

DONATO             - Mi vuoi apiegate?

DANIELE            - Cosa?  

DONATO             - Quello che è successo.

DANIELE            - Dove?- Quando?

DONATO             - Da quanti giorni non vedi GÌUi lianar"

DANIELE            - Cinque giorni. Da quella sera.

DONATO             - E perché?          

DANIELE            - No» ha potuto andarci.

DONATO             - Non hai potuto? 

DANIELE            - No. Molte noie, molti 'grattacapi.

DONATO             - Non «i mai «tato tanti giorni Senza farti vedere         

DANIELE            - Perchè sei tornato?    

DONATO             - Una lettera di Giuliana.

DANIELE            - Ah.  

DONATO             - E’sai cosa dice Quella lèttela? Giuliana ama uà altro. Vuol dividersi, Se c'è tiri modo, "divorzia™. Insomma, non vuole più vedermi.

DANIELE            - L'ha fatto.

DONATO             - Come, tu sapevi?

DANIELE            - Cosi;,, vagamente.'

DONATO             - Dunque si 4 confidata cori te? E nonostante tutte le mie raccomandazio­ni, non m'hai scritto)pimit» - Me lo ha proibito.

DONATO             - Proibito? .

DANIELE            - Me ne ha pregato.

DONATO             -  E come inai ha sentito il bisogno di farti quella coofidenia?

DANIELE            - Sai... era cosi triste,per il turab-. baudotìo, E mi ha detto... ' "

DONATO             - Anche il nome?'

DANIELE            - Che nome?

DONATO             - Ma... il nome di... di quello?

DANIELE            - No. E a te?

DONATO             - Nemmeno,

DANIELE            - Respiro. Sei cosi impulsivo; tu!

DONATO             - Oh-, ma non dubitare, lo verrò ti conoscere ugualmente. E giurad... lo ammazzo.

DANIELE            - Lo ammazzi, Eppoi?

DONATO             - Eoóoi?

DANIELE            - quando lo avrai ammazzato?

DONATO             - M«... quando l'avrò ammazzato...

DANIELE            - Avrai forse riconquistato l'amore di Giuliana?

DONATO             - Almeno, mi sarò vendicato,

DANIELE            -   Oh, à, capisco che a volte può far piacere, anche questa. Ma non serve a nulla.

DONATO             - Io voglio bene a Giuliana since­ramente, profondamente. Rìdi?

DANIELE            - Cosa vuoi che faccia?

DONATO             - Non ci credi?

DANIELE            - Ormai no. Tu vuoi bene — a quella cosa,, a quella specie di mudo che ti sei costruito, che ti tiene al calduccio 1" inverno, nelle serate troppo fredde, quando non hai voglia d'uscire. Niente di più. E Giuliana lo sa.. Ma l'ha detto.

DONATO             - Come?

DANIELE            - Ma... come So te lo dico; quasi -con le stesse parole.

DONATO             - L'ho voluta io. È terribile. (Sikth xìo. Quindi, di tatttp) Ah, ma non finirà mica cosll

DANIELE            -  Cosa' vuoi fare?

DONATO             - Cosa? Riprendermi Giuliana, Còti qualunque mezzo.

DANIELE            - Non ce ne sarebbe che uno. L'a­more. Ma e lei non ti ama più...

DONATO             - Quésto -non è verni Non può es» sére vero.

DANIELE            -  -Eppure «e l'ha scrittoi

DONATO             - In uh momento di disperazione.

DANIELE            - Non Giuliana. È troppo assen­nata» Bisógna che abbia' riflettuto, che sia ben sicura del suo. sentimento.

DONATO             - Pare che tu ci goda a scorag­giarmi.   

DANIELE            - Stupido!

DONATO             - E il peggio è che debbo'darti ra­gione. Giuliani non deve amarmi più, se mi ha scritto in quel modo. (Dogo un lungo silenzio) Damele, come ti ha detto, esattamente?

DANIELE            - Ma... non ricordo. Sai come suc­cède. Si parla...

DONATO             - Si. Ma una non dice di punto in bianco di quelle cose a un amico, sia pure a. un'amico come te.

DANIELE            - Una parola tira l'altra. Vengon fuori i ricordi. Còsi. Nient'altro.

DONATO             - Nient'altro. Ma per arrivare a una confessione di quel genere.,;

DANIELE            - Ha detto che tu l'hai fatta tanto soffrire. Che lei sa dà molto tempo. E che ha taciuto deliberatamente.

DONATO             - Ha taciuto. E tu?

DANIELE            - Io, cosa?

DONATO             - Immagino che per trapanarla a nuelia confessione avrai dovuto trovare delle parole "persuasive; insomma l'avrai presa dal lato'del sentimento, del cuore.

DANIELE            - Dio mìo! Chi ai ricorda? Può darti, io ho parlato della mìa vita, lei '..'.della su.   .-"."""."  ." . ' -V" "

DONATO             - Della vosfxa viu?^ :.

DANIELE            - 'SI. Anch'i» mi sentivo rari» triste!

DONATO             -  (scattando)- - Ah che idiota I Che idiota I Ed io che non c'ero andato I Ora capisco. Ma sicuro, non può essere che così. Parla di uno che è molto affezionato ai nostri bambini, che, li terrebbe come, suoi. Naturalmente) Bisognava èssere in­genui in modo eccessivo, anzi addirittura imbecilli, per noti -approfittare dell'occa­sione. Bravo. Mi rallegro. Congratula­zioni)

DANIELE            - Approfittare...

DONATO             - Ma si. Confessa. Confessa che le hai detto tutto. Del tuo sentimento, del tuo sacrificio. Confessa.

DANIELE            - Ma di', sei pazzo? Come puoi dire di queste enormità?

DONATO             - Oh, non credo mica che fra te e lei... Macché! Se no, non t'avrei dato quell'incarico. Ma le paiole! Quelle si. E' a volte le parole hanno-più presa...

DANIELE            - Ma via! Falla finita.

DONATO             - Nega di avere approfittato di quel momento per dirle tutto, per farle la tua brava confessioric,

DANIELE            - Sicuro'che nego.

DONATO             - Non ti credo. Figurati I Mi sem­bra di vederti, di sentirti.

DANIELE            - Ed io ti ripeto che sei matto da  legare.           

DONATO             - Matto? (Mùott qualche corro verso Daniel») Te lo farò vedere io «e sono matto.'

DANIELE            - (calma) - Ridicolo sei, questo «I!

DONATO             - (smontato, amaramente) - Già, tra fratelli ci si può anche ammazzare per ra­gioni di questo genere. Ma tra noli Nel riostro' tempo! Nella nostra condizione! Avanti! Di'tutto.

DANIELE            - ì$àÀ ho nulla da" dire. Nulla,' vuoi capirla? L'unica cosa che ho detto — e proprio perchè lei ha insistito — è stato... Insomma ho fatto allusione a una mia vecchia, passione. Nieut'altt».

DONATO             - Il solite trucco, già.

DANIELE            - Le ho parlato di wna signora co­nosciuta all'estero, Lei mi ha compianto, no» nego. .Ma non ha capito.

DONATO             - Però nella sua lettera parla di-uno "che vuol molto bene ai nostri banv bini.

DANIELE            -  (si stringe ntlk spalle).

DONATO             - Chi altri c'è intorno a noi che potrebbe essere disposto a prenderseli co­me se fossero suoi?

DANIELE            - (sinceramente) . Cosa vuoi che n« sappia io? Una cosa sola ti posso dire.: -che non sono io.

DONATO             - (siede. Si prende il caco tra le ma­ni. Subitamente) -, Ascolta, DANIELE, Tra noi non C'è mai stata una parola.. Mai, per nessuna ragione. Sono... Quanti anni?

DANIELE            - Tanti, DonatoTanti.

DONATO             - Ventiquattro o ventjejaque....

DANIELE            -  Crédo.

DONATO             - Pu ai Giardini Pubblici, ti ri­cordi? Le nostre due maritale diventaro­no amiche soltanto perchè noi non « po­teva star lontani l'uno» dall'ateo. Poi, in prima ginnasio, si conobbe Giuliana. Da quei giorno non ci siamo si può dir mai separati. Mai. Nemtnen durante la guer­ra. Ti decadi quella nottt, sul Mostrilo?

DANIELE            - (nrrvotamenté) «Diavolo, vuoi 'c6e non me ne ricordi?

DONATO             - E «Dora... Ti scongiuro, DANIELE, dimmi la verità.

DANIELE            - Te l'ho detta.

DONATO             -  Tu non sai, non lo puoi sapere, perché tutte le apparenze sono contro di me, non sai fina a che punto io voglio bene » Giuliana. Lei è la cosa miglior; che io possegga. Senza di lei non potrei più vivere... Guarda, arrivo ad ammettere' 'd'averla portata via a. te. Ma allora non sapevo. Ho capito dopo. Molto dopo. Se l'avessi saputo».

DANIELE            - Saresti andato ugualmente per la " tua 'strada.

DONATO             - Forse, Ma vedi... Io sono stato talmente viziato dalla vita! Ho talmente avuto sempre "tutto, che le cose mi sono abituato a prenderle alla leggera. Per ca­pire il. dolore degli altri bisogna aiveV molto sofferto noi stessi, Io non ho mai sofferta Questa è la prima volta. .L'a­more, facile; gli affari, udii. Tutto fàcile. Bastava che allungassi la mano,-per pren­dere quello che volevo. Sicché tutto mi pareva ghiotto e trascurabile allo stesso tempo. Sentimenti prqfoadl" io nou- ne ho mai provati, tranne uno forse; il mio amore per Giuliana. E... non .sorridere, (piano) la nostra amicizia. Vedi, non esi­to a dirlo. A dirlo cosi. Nemmeno in questo momlnto che può sembrare as­surdo.

DANIELE            -  (faeendoelisi vicino^ sedendogli ac­canto) . Sei sincero, Donato?  Pròprio?

DONATO             - M« sì, nawr»lmente. Perchè non dovrei èssere sincero? Capisco, può sem­brare una finzione volgare per strapparti la verità. No.        

DANIELE            - E allora senti, donato... Ti giuro. Sai che io non giuro mai? Ti giuro che non sono io. Te lo giuro. Me l ha detto " lei che era un altra 

DONATO             - Senza fard il nome?

DANIELE            - Senza farmi il nome.

DONATO             - È stato dopo... dopo quella- specie di confessione?

DANIELE            - Oh, talmente velata, credi...

DONATO             - Le donne sono furbe.

DANIELE            - Mi avrebbe dato un segno, mi avrebbe lasciato capire...

DONATO             - E invece...?

DANIELE            - Molta dolcezza, al solito. Nient'altro. È stato allora che mi ha detto di amare un altro.

DONATO             - Come te l'ha detto?

DANIELE            - Cosi: semplicemente.

DONATO             - E tu non hai avuto nemmeno per un momento il dubbio che quell'altro...

DANIELE            - Non lo nascondo. Da prima, si.

DONATO             - Lo vedi?

DANIELE            - Ma quando le ho detto che era mio dovere scriverti, ha risposto secca­mente che questa cosa riguardava lei e suo marito, che io non c'entravo per nulla. Allora ho capito. 

DONATO             - Non ha detto altro?

DANIELE            - Altro.

DONATO             - E ti è bastato questo per convin­certi?

DANIELE            - Sì.

DONATO             - É terribile) Ne parliamo insieme come se la cosa quasi non ci riguardas­se!... Non capisci che una scena d'amore, tra voi, sarebbe stata assurda, impossibi­le? Ma si, lei non-poteva comportarsi di­versamente. Lasciarti capire. Poi agire' per conto suo come ha fatto. Più ci penso, più mi convinco che non può essere che cosi. Ma tu devi renderti conto che è una pazzia. Tu non puoi prendere questa Cosa sul serto. (D'improvviso) Sentì, DANIELE.

DANIELE            -  (scuotendosi) - Parla.

DONATO             - Si, ma non essere cosi assente.

DANIELE            -  Assente io?

DONATO             - È necessario trovare una soluzio­ne, Ne sarai convìnto anche tu; credo.

DANIELE            - Certamente.

DONATO             - Bisogna che io abbia il modo di riprendere Giuliana.

DANIELE            - Lo riconosco.

DONATO             - Tutto ciò che potrà ricordarle questo increscioso episodio dev'essere lon­tano da lei. E se la nostra vita riprende... (Convinto) Riprenderà, non dubitare... Tempo fa non parlavi d'un viaggio, no?

DANIELE            - E’vero.

DONATO             - E non ti pare che questo sarebbe il momento?

DANIELE            - Ci pensavo, infarti. Ma perché dirci tutto quello eh ci siamo detti ? Ce un pudore ctó sentimenti che è più de­licato di quello carnale. Ce ne siamo dimenticati troppo. Bada che a quello che pensi tu, io non ci credo, nemmeno ora. Per me son fantasmi d'una mente malata. Però sarebbe meglio che tu non avessi frugato così. Non bisogna scavare mai troppo... Io partirò. Farà bene anche a me. La vostra vita rinrenderà. Ne sono si­curo anch'io... Ma... Ma se Giuliana non volesse? Consideriamo oer un momento il caso che tu ti faccia delle illusioni. Infi­ne, anche lei ha dei diritti. E se ama qualcuno veramente...

DONATO             - Giuliana è mia moglie fino a pro­va contraria. Mia moglie. E io non me la lascerò portar via cosi facilmente. Il di­ritto è dalla mìa parte.

GIULIANA          - (entrando) . Ah, tu?  Benissimo,

DONATO             - Giuliana!

GIULIANA          - Già. Erano cinque  giorni cheDANIELE non si faceva vivo. Al telefono rispondevano evasivamente...

DONATO             - Non cercare giustificazioni.

GIULIANA          - Nessuna giustificazione. Ho pe­rò capito le tue ultime parole: parlavi di diritti.

DONATO             - Al punto in cui siamo!

GIULIANA          - Proprio la parola che fa meno effetto su di me : il diritto!

DONATO             - Ma vìa, Giuliana! Tu non puoi parlare seriamente.

GIULIANA          - Ah, ti par proprio che abbia l'a­ria di una che scherza?

DONATO             -  (con voluta leggerezza) - Tutte le donne in questi casi ricorrono a simili mezzucci. Ma io non ci casco. Potevi pen­sare una cosa più assurda?

GIULIANA          - Cosa?

DONATO             - Ma sì ; il tuo giochetto è scoperta

GIULIANA          - Ti sbagli, nessun giochetto.

DONATO             - E dopo tanti anni, ti decidi ora?

GIULIANA          - Non mi sarei decisa mai, se tu non mi ci avessi trascinata.

DONATO             - Dunque non è amore. L'amore per dispetto non è amore. Del resto, se lui ti ha voluto bene io non te ne ho vo­luto di meno, lo sai pure. E prendesti me, appunto perchè a me volevi bene sul serio, mentre per luì non avevi che dell'amicìzia. Non ti lasciare accecare dal­l'ira. Tu vuoi bene a me. Soltanto a me.

GIULIANA          - (tenia riaverti dallo stupore) - Ma, Donato, che stai dicendo?

DONATO             - DANIELE m'ha confessato tutto.

GIULIANA          - Luì!

DONATO             - Ma via, non fingere più. È inu­tile.

GIULIANA          - (volgendosi a DANIELE , che è nel fondo, a cafro chino)  DANIELE! Allora, tu, DANIELE, l'altra notte...No, non ave­vo capito, (Un silenzio) Non avevo mai capilo. Come ero lontanai E te ne sci an­dato, senza dire il nome!

DONATO             - Non è lui!

GIULIANA          - (rivolta al marito) - DANIELE! Sì, tanta amicizia. Ma come hai potuto pensare a... a un altro sentimento? Mi sem­brerebbe che avesse qualcosa d'incestuoso qualcosa contro natura.

DONATO             - Ti deciderai allora a dirmi chi i,

GIULIANA          - (francamente) - Che importa?

DONATO             - E’ pazzescol

GIULIANA          - Perché? Era pazzesco per te pren­derti tutte le donne che ti pareva? Per te, si può amare seguitando a fare il como­dacelo proprio, Per me, no. Quando io amo, non posso farmi a pezzi: questo a te, quest' altro al primo che passa. Io non amo più te : ne amo un altro, È semplice. E me ne vado da un'altra parte.

DONATO             - Bisognerà vedere se io ti lascio andare.

GIULIANA          - Ah già, il diritto! Il tuo famoso diritto. Ma fortunatamente il Codice contempla anche il mio dei casi.

DONATO             - Giuliana, ascolta.

GIULIANA          - Che cosa?... Un po' di resina in­diana, vero, ed ecco i cocci riappiccicati come se tutto non fosse andato in fran­tumi. Ti contenti, tu? Io no. Del resto, non hai che da fare mea cupa. Ohi, t'av­verto che ho già preparato lutto. E che stasera me ne vado via. Coi bambini. A casa dei mici... Oh, non te la prenderei Vedrai che finiremo col trovarci bene, tutti e due.

DANIELE            - (rompendo la sua immotilità)  Voi, soltanto voil Gli altri, come se non esìstessero. Io etì qua, tu di là. Ed è fi­nita. Non resta che un mucchio di «assi. E quel mucchio di sassi era l'amore. Lo buttate via. .Come un peso, come una cosa marcia, come una cosa che non serve ptù.

DONATO             - Che ti prende, DANIELE?

DANIELE            - Queste «ano cose mie, sarebbe­ro state mie, se io non ve le avessi af­fidate. Questa sarebbe stata la mia felicità. La mia vita. Queste cose vecchie e noio­se: la casa, il focolare, io le volevo. Le avete avute voi. Ho il diritto di doman­darvi cosa ne volete fare : ho il diritto che non le buttiate via così. E i bambini? Già già: ve li leticherete. Come oggetti. Toccano a me, toccano a te. Al di sopra di tutto, la vostra vita, il vostro egoismo ; non sapete difendere che quello. Ma i bambini, Giuliana, cosa vuoi farne dei bambini, dei tuoi bambini?

GIULIANA          - Bastai Basta! E’soltanto per loro se fino ad ora... Lui ha fatto di rutto per­chè io me ne dimenticassi. Ed è un mi­racolo che io non me ne sia dimenticata mai. Hai trovato l'unica parola, l'unica «he... che... (Non può continuare. Il pianto la strozza. Scappa pia).

DANIELE            -  (a Donato) - Hai sentito? La sola parola, E allora, va, raggiungila. Fa presto.

DONATO             - (esce in frette).

DANIELE            -  (piomba a sedere. Entra Laura).

LAURA                -  Dove correvano Giuliana e Donato?

DANIELE            - Non so. Forse... a casa loro.

LAURA                -  Il GIOVI mi ha tenuto fino ad ora a parlare. Brav'uomo. Ma che peso! Se poi si è in certi stati d'animo!...

DANIELE            - Mah!

LAURA                -  E’una situazione spaventosa.

DANIELE            - Già.

LAURA                -  In queste condizioni, capirai... sa­rebbe stato assurdo pensare a sposarlo.

DANIELE            - Ah,

LAURA                -  ... così gli ho scritto: dicendogli di partire. Di non farsi veder più.

DANIELE            - Sì?

LAURA                -  (mettendosi il fazzoletto agli txehi) - ... No. Se n'è andato ài sé. Poche righe e basta. Mah!

DANIELE            - Povera Laura! Forse non dovevo.

LAURA                -  Che cosa?

DANIELE            - Nulla.

LAURA                -  Credi che soffra molto? No. (Con un sospiro) Che vuoi, non ci avevo mai troppo sperato. Va, Laura, dicevo, prendi quello che viene. Per te è già sera. Fra poco sarà buio pesto. Contentati. A un certo momento bisogna pure contentarsi! Sai, come uno che non ha un giardino suo e va dal fioraio e si fa mandare a casa delle rose. Lo stesso, l'amore. A un certo momento si prende dove, si può. Mah! In fondo, dalla vita io ho avuto anche troppo. Rimorsi non ne ho davve­ro. Peccato, però!(Si è tolta una tosa dal seno. L'odora). Così, questa povera vecchia d'ora in poi l'avrai sempre fra ì piedi. Ma non sarò noiosa, vedrai. Ho sempre detestato le per­sone noiose in vita mia, e non voglio far quella fine. Ma che hai, DANIELE? Sei stranito.

DANIELE            - Sono stato sempre un po'... così, no?

LAURA                -  È vero. Fin da bambino. Qnando penso che per anni t'ho fatto da mam­ma!... Ed eccomi qua, ancora.

DANIELE            - Laura,  Vieni  qui. Stetti vicino a me.

LAURA                -  Di', Ciro.

DANIELE            -  -E’triste, non è vero?

LAURA                -  Che cosa?

DANIELE            - Questo venire dei capelli bianchi, queste fughe, questa vecchiezza, mentre dentro di noi si è ancora come dei ra­gazzi...

LAURA                -  (con una spteie dì comico orrore) -Cosa ti viene in mente? Partiamo di cose più allegre. Ne avrei tanto bisogno!

DANIELE            -  (come se non l'avesse udita) - ... bi­sogna proprio guardarsi allo specchio per capire che tutto invece è così cambiato.

LAURA                -  E vero, sì, è vero. (S'tiha, inquieta),

DANIELE            - Ci sentiamo soltanto un poco ptìl stanchi. Ogni giorno di più. Se no, la vita continuerebbe come un giuoco.

LAURA                -  Stanco, tu che sei un bambino? Lascialo dire a me, (Pentita, tornandogli vi dna) Stanco? Davvero?

DANIELE            - Molto,

LAURA                -  Mah! Bisognerebbe nascer d'uà» pasta diversa. Tu disgraziatamente sei come  DANIELE, sai... quello che fu messo trai leoni. Disgrazia a chi tocca nascere cosi,

DANIELE            - (ienxa empire) - DANIELE? Che c'en­tra DANIELE? (sorrìdendo) Scommetto che non sai neanche chi fosse.

LAURA                -  Diavolo!... Era... era un tale della Bibbia, no? Chi me ne ha pelato? E lì ammansì poi quei leoni?

DANIELE            - Dicono. A meno che non se lo siano divorato.

LAURA                -  Non mi stupirebbe. Poveraccio! (accarezzando il fratello) A proposito di capelli bianchi, lo sai che ne hai qualcuno anche tu?

DANIELE            - Parecchi, per quésto.

LAURA                -  Perchè non ti dai un po' di fanne?

DANIELE            - A che scopo?

LAURA                -  Prima che gli altri se ne accorgano.

DANIELE            - Oh, gli altri...

LAURA                -  (contìnuando ti carezzarlo) - DANIELE.

DANIELE            - Laura.

LAURA                -  Che ne diresti sé anch'io cessassi di darmi questo biondo?

DANIELE            - Mi parrebbe un'ottima idea.

LAURA                -  (piana) - Bada che lo confido a te so­lo; sai che avrei una testa quasi tutta bianca?

DANIELE            - Credo che staresti benissimo.

LAURA                -  Mah! Vedremo. Ho tempo di pen­sarci. Forse... se quest'inverno sarà di moda il viola, come pare. Viola e argentò. Stanno bene insieme. Vedremo

CALA LA TELA


    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 0 volte nell' arco di un'anno