De Pretore Vincenzo

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di Eduardo De Filippo

(1957)

Persone

Vincenzo De Pretore

La portiera

Ninuccia

Donna Nannina

Un brigadiere di P. S.

Un agente di P. S.

Don Ciro, tabaccaio

Una signora straniera

Un signore straniero

Una signora

Prima donnetta

Seconda donnetta

Una venditrice di uova

Un pizzaiuolo

Un bibitaio

Un uomo in maniche di camicia

Un vecchio cameriere

Un vigile urbano

Un impiegato di banca

Maria

Giuseppe

Gioacchino

Ciro medico

Pietro

Il ¬ę Signore ¬Ľ

Primo infermiere

Secondo infermiere

Un dottore

Inquilini, popolani, passanti


Parte prima

Primo quadro

La cameretta di Vincenzo De Pretore, all'ultimo piano d'una casa deiquartieri popo­lari di Napoli. A sinistra una porta che dà sulle scale, a destra una porta-finestra da cui si esce su un balcone. L'arredamento è scarso ma ricercato. A destra, vicino alla porta-finestra, un armadio con lo specchio; a sinistra un comò in palissandro, al centro un letto, sormontato da un'immagine sacra, debolmente illuminata da una piccola luce, e vicino al letto un comodino. In primo piano un tavolo sul quale, coperti da una salvietta, si vedono gli avanzi d'una cena consumata assai di recente. Un po' dovunque ninnoli, oggetti eleganti, acqua di colonia, sali da bagno; un lume da notte sul comodino. Giacca e pantaloni sono accuratamente disposti su un omino accanto al letto. Qualche sedia, un tappeto.

All'alzarsi del sipario la scena è quasi buia, perché le imposte della porta-finestra sono chiuse e ne filtra appena un raggio di luce che, insieme al debolissimo chiarore della lampadina sotto l'immagine sacra, permette di scorgere una persona che sta dormendo nel letto. Poi si sentono alcuni colpi discreti battuti alla porta: il dormiente si agita nel letto senza svegliarsi. I colpi sono ripetuti, con maggiore energia, ma sempre di­scretamente. Allora, di scatto, una figura si leva a sedere sul letto e, con voce ancora assonnata, chiede:

De Pretore   Chi è?                               

Portiera   (dall'esterno) Don Vincenzi', sono io, la portiera.    

De Pretore   Quante volte vi ho detto di non bussare così forte? Non siamo mica in caserma, no? (Si alza dal letto, stiracchiandosi, e si infila alla meglio le pan­tofole).

Portiera   (dall'esterno) Ma meno forte di così?        

De Pretore   (andando ad aprire) Meno, meno, meno! (Apre e corre a rimettersi a letto).

La portiera entra, portando un vassoio sul quale è la colazione, che mette sul tavolo; poi torna alla porta, prende la scopa che aveva lasciato fuori, e chiude.

Portiera Vi avrei lasciato dormire di pi√Ļ, ma il biglietto che avete lasciato fuori la porta ieri sera era chiaro : ¬ę Sveglia alle nove, con latte e caff√® e brioche, come al solito ¬Ľ. (Si dirige alla finestra per aprire).

De Pretore Adesso non la spalancate, la finestra; non sono ancora sveglio del tutto! Se mi riempite la ca­mera di luce, mi stordisco e sto male tutta la giornata!... E poi mi vanno tutte le cose storte!

Portiera   (aprendo lentamente) Ma sì!

De Pretore   (gridando) Piano, piano!...

Portiera   Il latte-caffè, ve lo devo portare a letto?

De Pretore Sì, ma non proprio a letto. Accostate una sedia e metteteci la guantiera sopra!

La portiera esegue, poi resta ferma, accanto al letto, a guardarlo.

Beh?... Ci guardiamo in faccia?... Versatemi il latte-caffè.

Portiera   (versando) Latte poco, vero?

De Pretore S√¨... Non mi fido nemmeno di alzare un brac¬≠cio, stamattina... (Una pausa; comincia a far colazione) La vedete questa stanzetta, donna Carmela? Un giorno sar√† un grande appartamento, con un arredamento principesco... Al posto vo¬≠stro ci sar√† un cameriere personale, con la giacca bianca, con i guanti... (Guarda le mani della portiera) Questo, per√≤, lo potreste fare gi√†... La mattina vi dovreste mettere i guanti... Mi spiego? √ą giusto?

Portiera   Vi spiegate benissimo, come no! Giusto! Se io mi mettessi i guanti, figuriamoci nel palazzo... Vedermi salire con questa guantiera in mano e... Mi portano al manicomio!

De Pretore¬†¬† Eh, gi√†! Perch√© nessuno pensa a migliorarsi, a progredire! Neanche la punta del piede fuori di quel quadrato dove uno √® nato! Per l'amor di Dio! Sapete che aspettano? A Napoli dicono ¬ę il panariello ¬Ľ,¬†¬† che¬†¬† secondo¬† loro,¬†¬† dovrebbe¬† venir gi√Ļ colmo d'ogni ben di Dio! Senza nemmeno la corda dovrebbe venir gi√Ļ, ma da s√©, per opera e virt√Ļ dello spirito santo! Mi spiego? √ą giusto? Oppure sapete che altro s'aspettano? Il comuni¬≠smo! Ma fatemi il piacere!... Voi credete vera¬≠mente che esistono ricchi e poveri? Esistono po¬≠veri ricchi e ricchi poveri... Io, io, sono ricco!

Portiera¬†¬† E allora, che aspettate a farvi quest'appartamento principesco? Con servit√Ļ e lacch√®? Perch√© ve ne state in questa cameretta modesta?

De Pretore¬†¬† Ogni tempo viene... Neanche questa avevo quat¬≠tro anni fa... Se vedevate dove dormivo io, allora... L'appartamento principesco vi sarebbe sem¬≠brato questo. Piano, piano... Mi spiego? √ą giusto?

Portiera   Ah, certo, siete giovane... col vostro lavoro... Ma che lavoro fate?

De Pretore   E a voi che ve ne importa? Il mensile lo pago, ogni quattro del mese? Voi siete retribuita puntualmente, come abbiamo pattuito? Questa brioche e questo latte ve li pago?

Portiera   Per la pace di Dio... Don Vincenzi'; chi vi ha detto il contrario?

La portiera comincia a far le pulizie; sparecchia il tavolino, raccoglie qua e l√† qualche cosa che √® caduta in terra, e di tanto in tanto va ad aprire un po' di pi√Ļ la finestra facendo maggior luce nella stanza.

De Pretore Io odio la gente ficcanaso. Non √® la prima volta che mi domandate: ¬ęQual √® il vostro lavoro? Che mestiere fate?... ¬Ľ √ą un lavoro antico, donna Carme', il pi√Ļ antico del mondo... Va bene? Vo¬≠lete che vi dica di pi√Ļ? √ą un lavoro cristiano! Ancora ?

Portiera   Basta, basta... è un lavoro cristiano... basta. Man­giate qui, oggi?

De Pretore S√¨. Vedete, esco appunto presto per tornare di buon'ora. √ą gioved√¨... mi dovete fare...

Portiera   Lo spaghetto al pomodoro fresco?

De Pretore   No, li ho mangiati ieri...

Portiera   E ve li siete finiti ieri sera.

De Pretore   Appunto, pure ieri sera... Non mi va.Voglio mangiare capretto.

Portiera   Solo capretto?                            

De Pretore   Solo. Spezzatino... coi piselli.     

Portiera¬†¬† Alla ¬ę pasqualina ¬Ľ ?¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†

De Pretore   Brava! Con l'uovo... e tanto formaggio! (Lui è ancora sdraiato sul letto).

                                 

La portiera va raccogliendo calzini e cravatta per prepararglieli.

No, Carmela, no... Con quei pedalini, quella cra­vatta no... il vestito è grigio. Marro' sul grigio va benissimo.                             

    

La portiera cerca ancora ma non riesce a trovare quella preferita da Vincenzo.

Quella!...   Quella!...   No,   quella,   no!   Lasciate stare, me la cerco da me, dopo.

Portiera   Neanche i calzini vanno bene? (Ne ha preso un altro paio).

De Pretore   (tanto per farla contenta) Ecco, sì, quelli che avete in mano.

De Pretore alza il lenzuolo e salta dal letto; si stira, fa qualche flessione, va allo specchio, tira fuori la lingua, si dà una ravviata ai capelli, accende una sigaretta.        

Adesso potete aprire la finestra, su. Coraggio, aria, aria, aria... aria! E fate presto con la pulizia, perché esco subito. Mi spiego?

La portiera ha aperto completamente la finestra; De Pretore esce sulla loggetta, aspira una bella boccata d'aria e va nel bagno, che √® appunto fuori, sulla loggetta. La portiera comincia ad alzare le lenzuola, rifare il letto, spazzare, spolverare; solleva i materassi, mette le coperte sul davanzale. A questo punto si sente battere leggermente alla porta; la portiera va ad aprire ed appare Ninuccia: √® una ragazza di nep¬≠pure vent'anni, fresca, pulita nel volto e nelle vest√¨, dal corpo gi√† pi√Ļ che evidente. La portiera la lascia entrare.

Ninuccia   Donna Carme', ci avete parlato?

Portiera   (riprendendo le sue faccende) Ma che mestiere mi vuoi far fare!

Ninuccia   Non ci avete parlato? Ecco, lo sapevo!

Portiera   E allora?

Ninuccia   Perché mi avete detto che ci avreste parlato?

Portiera Perché sei noiosa! Se ti dicevo di no, non mi la­sciavi campare... Possibile che tu da sola non trovi il mezzo di farglielo capire? Di dirglielo?

Ninuccia   Per capire, l'ha capita... lui la sa lunga!

Portiera E allora, se non t'ha detto niente vuol dire che non vuol saperne.

Ninuccia Macché, saperne ne vuole sapere... Quando mi incontra, è sempre lui che mi ferma, è sempre lui che vuole parlare. E come mi guarda! Che? Certe guardate non le capisco io? E il regalo che m'ha fatto?

Portiera   T'ha fatto un regalo?

Ninuccia Uno! Mica è la prima volta... Mi porta il ciocco­lato, le castagne sciroppate, bottigliette di pro­fumo, ma quello fino... Solamente...

Portiera   Che cosa?

Ninuccia   Ieri mi ha portato una scatola e mi ha detto: queste sono calze. Io non l'ho aperta in presenza sua... sembrava brutto... ma quando l'ho aperta, a casa, ho trovato sei fazzoletti... da uomo. Che ne facevo, poi, di questi fazzoletti da uomo?

Portiera   Quello  è  mezzo  matto...   Lascia  perdere...   Si parla, nel vicolo...

Ninuccia   Oh, figuriamoci... quelli parlano sempre!

Portiera¬†¬† Ma scusa... questo √® venuto qui sei mesi fa; si affitta questa cameretta, non riceve nessuno. Non ha un amico, non ha una femmina... Io sto sul portone, e vedo chi entra e chi esce! Questo √® preciso come un orologio: esce la mattina, torna per mangiare, solo, lui, qui, in camera, su que¬≠sto tavolo, il pranzetto che gli faccio io... Guarda... c'√® ancora il tegame di ieri sera... Poi riposa un paio d'ore e la sera esce. Dove va ? Non si sa... E qui intorno non frequenta nessuno... Parlano? Si capisce che parlano! Che mestiere fa quest'uomo? Chi l'aiuta? Paga puntualmente... √ą largo di mance... Io gliel'ho domandato, e lui risponde: ¬ę Un mestiere antico... il pi√Ļ antico del mondo... ¬Ľ Lascialo stare.

Ninuccia √ą un ragazzo serio... questo √® tutto. Lavora per conto suo... Perch√©? Dovrebbe mettere i manifesti?

Portiera   Ma da dove è venuto?

Ninuccia   Da casa sua. Che ve ne importa?

Portiera   Ma tu hai proprio perduto la testa!...

Ninuccia La testa... le braccia... le gambe... tutto, donna Carme'...

Portiera   E mammà?

Ninuccia   Mammà m'ha preso a schiaffi, l'altra sera... per­ché non dormivo... e non ho voluto mangiare... e non mangio, donna Carme'... neanche oggi, mangio...

Portiera   E così te ne vai in gloria... (Accompagna la pa­rola col gesto).

Ninuccia   L'ho pensato pure... mi piglio il veleno.

Portiera   E papà?

Ninuccia   Papà... s'è preso i fazzoletti.

De Pretore rientra dal bagno. Alla vista di Ninuccia e della portiera che stanno con­versando si irrita.

De Pretore   Ah! Qui facciamo conversazioni!... Le pulizie non si fanno!... Perdiamo tempo!

Portiera   Avete detto che dovete uscire...

De Pretore   (a Ninuccia) Ninu', tu qua non ci devi venire! Per due ra­gioni! Primo, perché sei una ragazza, e la gente può pensare male; poi, perché... e donna Carmela mi capisce... (Rivolto alla portiera) Donna Carme', la vedete?... Questa mi piace!

Portiera   Sì ?

De Pretore E mi piace pure assai! Allora, non vorrei dare ragione alla gente che pensa male... Ninu'... di­pende da te. (Il tono di De Pretore è allegro, gioviale).

Ninuccia   Che cosa?

Portiera   Te ne devi andare... Non è aria qui, per te... Anzi, scendi con me... Su, vieni...

De Pretore, accanto al comò, sta cercandosi la cravatta; Ninuccia, sospinta dalla por­tiera, esce a malincuore.

Ninuccia e la portiera sono uscite. De Pretore è solo. Si veste, mette i pantaloni, la camicia, la cravatta, e fischietta allegramente. Poi apre un cassetto del comò, ne prende un orecchino e lo osserva come se lo vedesse per la prima volta, indi lo soppesa, va alla finestra come per osservare la lucentezza delle pietre. Torna al comò, prende una bilanciola, dello stesso tipo usato dagli orefici, pesa accuratamente l'orecchino. Infine rimette tutto nel cassetto che chiude a chiave. A questo punto si sente nuova­mente bussare alla porta.

De Pretore   (quasi sussultando) Chi è?                  

Ninuccia   (dall'esterno) Don Vincenzi'... sono io...

De Pretore   (rassicurato) Che vuoi?

Ninuccia   (c. s.) Non potete aprire?

De Pretore   Certo. (Va ad aprire).

Ninuccia appare sulla porta.

Allora, che vuoi?

Ninuccia   Ma non mi parlate così!

De Pretore   E come vuoi che ti parli?

Ninuccia   In un altro modo... Non come si parla alle per­sone antipatiche o ai bambini che danno fastidio. Non vedete che io vi parlo sempre con dol­cezza?

De Pretore Io non ti parlo in nessuno dei modi che tu dici; ti parlo in un terzo modo... che tu forse non ca¬≠pisci... Mi spiego? √ą giusto? Vorrei parlarti con dolcezza, ma vedo i tuoi occhi, la tua bocca e tutte le altre cose che possiedi, e mi arrabbio... Che vuoi? Perch√© sei venuta?

Frattanto Ninuccia è sgusciata dentro.

Ninuccia   Volevo parlarvi del regalo che mi avete fatto ieri.

De Pretore   Ah... Le calze?

Ninuccia   Ma quali calze! Erano sei fazzoletti da uomo!

De Pretore Siediti, siediti. Vediamo com'è andata questa fac­cenda. Dunque... ha sbagliato il negoziante. Sai, quando si va nei negozi... la confusione... chi compra una cosa, chi ne compra un'altra... i pacchetti si accumulano alla cassa... tu vai a pa­gare... prendi uno di quelli e te ne vai... E che ne sai che c'è dentro?

Ninuccia   Chissà quanti, in quella confusione, finiscono per rubare!

De Pretore   Eh,  no?   Ad  ogni  modo:   calze  o fazzoletti, t'hanno fatto comodo?...

Ninuccia   Li ho regalati a papà...

De Pretore¬†¬† (riprendendo a prepararsi per uscire) √ą tutto?

Ninuccia   No, voglio sapere una cosa: mi dovete dire per­ché siete innamorato di me e non mi dite niente.

De Pretore   (dopo un attimo di sorpresa) Ho capito!... Non si esce... Il fatto è lungo! Dunque tu credi che io sia innamorato di te?

Ninuccia   (con decisione) Mi dovete dire se è vero o no.

De Pretore   (con leggera esitazione) Sì, è vero.

Gli occhi di Ninuccia si illuminano.

E tu?

Ninuccia   Io mi prendo il veleno, se non ci sposiamo.

De Pretore è colpito dalla semplicità del tono e dall'estrema serietà dell'affermazione. L'espressione del suo volto si fa seria, accorata; la sua voce tralascia il tono superficiale e diventa pacata, dolce.

De Pretore   Povera Ninuccia... Mi vuoi veramente bene?

Ninuccia   Assai.

De Pretore   (un po' ironico, sorridendo) Assai, quanto?

Ninuccia   (seria) Quanto tutto il mondo.

Ve Pretore   (c. s.) Povera Ninuccia!

Ninuccia   (scattando) Povera... povera... povera... povera di che? Povero a te se non lo capisci! Perché così fate voi altri uomini! Scartate, scartate e poi andate a finire con la faccia in  quella  roba là!... (Piange,  dirottamente, senza riserve).

De Pretore le si avvicina, l'accarezza e la fa sedere accanto a sé.

De Pretore Allora, veramente mi vuoi bene? Uno scatto di questo genere non l'avrebbe fatto nessuno... Mi spiego? √ą giusto? Allora debbo parlarti seria¬≠mente. (Prende una sedia e la fa sedere, accanto al tavolino; poi le mostra l'anello che ha al dito) Ti piace quest'anello?¬†¬†¬†

Ninuccia   E che c'entra?

De Pretore Io non dico cose inutili, e tanto meno ne faccio. Se te l'ho chiesto vuol dire che una ragione c'è. Mi devi dire se ti piace.

Ninuccia   (compiacente) Sì.                            

De Pretore   (rifacendole il tono)

Come ¬ęs√¨¬Ľ? √ą bellissimo quest'anello; questo √® un anello da gran signore, Ninu'; il signore nato non porta mai un gioiello vistoso. Guarda, c'√® una piccola corniola; cos√¨ sembra nera, ma, vista in trasparenza √® rossa, e c'√® un disegno sopra, una scultura, che non si riesce pi√Ļ a capire bene. E poi guarda l'oro: √® quell'oro che sembra rossa¬≠stro, come rame consumato.

Ninuccia ¬†¬†(cercando di fargli piacere) √ą un ricordo?

De Pretore¬†¬† Magari! Brava: sembra proprio un ricordo, uno di quegli oggetti di famiglia che ti vengono dal nonno, da uno zio... (con amarezza) dal pap√†. Un pap√† che a sua volta l'ha ricevuto da pap√† suo, insomma uno di quegli oggetti che stanno in casa tua da centocinquant'anni, che quando lo porti al dito √® come se mostrassi la¬† fede di nascita, come se dicessi :¬† ¬ę ecco chi sono! ¬Ľ E quando lo trovai,¬† perch√© questo l'ho trovato, Ninu', te lo giuro, l'ho trovato...

Ninuccia   Sì, l'hai trovato, beh? C'è bisogno di giurare?

De Pretore   Mi guardi cosi intontita, come se avessi detto una bugia!...

Ninuccia   Allora?

De Pretore Tu non ci crederai, ma nel vedere quest'anello capii subito chi ero. (Confidenziale) Ninu', io sono un gran signore! Non mi posso staccare da quest'anello, ho l'impressione di averlo sempre portato. Ho l'impressione sul serio che me lo ab¬≠bia lasciato in eredit√† mio nonno, mio zio, mio padre... Tu dici : ¬ę che vuoi dire con questo di¬≠scorso? ¬Ľ Voglio dire che la donna mia, quella che sar√† la donna mia (fissa il suo sguardo avido sulla ragazza) - tu, eh!, mi piacerebbe se fossi tu - dev'essere piena di gioielli, con dei vestiti da gran signora, un guardaroba pieno, tante scarpe...

Ninuccia   Ma a me non me ne importa niente di tutta questa roba...

De Pretore¬†¬† (con forza) Ma a me s√¨! La donna mia dev'essere invidiata. Devono spalancare gli occhi quando la porto sotto braccio. Perch√© sai che significa avere tanti vestiti e tante scarpe ? Significa ricchezza, e la ricchezza, sai cos'√®? √ą libert√†, √® potenza.

Ninuccia   (come temendo) Ma io ti voglio bene!

De Pretore¬†¬† (c. s.) Ma che ci mangiamo, ¬ę bene ¬Ľ?

Ninuccia   Lavoriamo... Io lavoro...                 

De Pretore Già, mia moglie lavora! Ma la donna mia non deve spostare una sedia da qua a là. Che lavoro fai, tu?

Ninuccia   (coraggiosamente) Pulisco le bottiglie.

De Pretore   Le bottiglie?

Ninuccia   (sfidandolo) E guadagno!

De Pretore   Aspetta, fammi capire che significa pulire le bot­tiglie. Dove pulisci queste bottiglie?

Ninuccia Veramente lavo pure i piatti, in una trattoria, qui, due vicoli appresso. Siamo in due, facciamo a turno, questa settimana mi tocca di sera... Ma il guadagno mio è tutto sulle bottiglie... Quat­tro, cinquecento bottiglie, mi danno pure trecento lire!

De Pretore   (ironico senza volerlo) Tutti i giorni?

Ninuccia   (sorridendo) Magari! Una volta alla settimana, ci saranno tre o quattrocento bottiglie da pulire... Il vino si smer­cia, è una trattoria accorsata! Prima il padrone le faceva pulire pure all'altra, e allora io gua­dagnavo la metà, ma poi quando ha visto come le pulivo io... Il vino rosso forma come una camicia, all'interno della bottiglia... una camicia zozza, nera, se vedessi... che per levarla ci vorrebbe la carta vetrata! Sai, perché io ho un segreto!... Me l'ha insegnato mia nonna. Metto l'acqua in tutte le bottiglie, poi ci ficco dentro tanti pezzettini di giornale, ma tanta carta di giornale, dev'essere pi­giata bene dentro... e poi le lascio li mezza gior­nata. Quando le vuoto, con una semplice sciac­quata la bottiglia torna lucente come se fosse venuta dalla fabbrica... Le metto tutte lì per terra, come tanti soldati... Poi faccio entrare il sole, e vedo tutta una macchia verde, che sembra il mare. E pure i muri intorno diventano verdi, tutto verde...

De Pretore   (ironico) Pure le tasche!

Ninuccia   (uscendo quasi da un incanto) Come hai detto?

De Pretore   Niente... E per pulire i piatti, quanto guadagni?

Ninuccia   Cinquecento lire al giorno, e il pranzo, o alla sera o a mezzogiorno... 

De Pretore Sai chi faceva il mestiere che fai tu? Beh, adesso te lo dico io: la donna che mi ha cresciuto. Si chiamava Maria...

Ninuccia¬†¬† √ą morta?¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†

De Pretore Non lo so... Perché quando scappai dal paese... Tu conosci Melizzano?

Ninuccia   No.

De Pretore Dunque, Melizzano sta a cinque chilometri da Napoli, prima di Aversa. Non è un paese ricco, anzi è poverissimo. Le sue risorse cominciano al­l'inizio dell'inverno, quando escono le mele. Tu vedi una processione di carretti carichi di mele rosse che mandano un profumo per tutta la cam­pagna : quelle di prima scelta vengono a Napoli, e da Napoli se ne vanno per il mondo, e quelle piccole, bacate, restano in paese, per la gioia dei porci, e per sfamare noi. Ma tante mele! Tu le vedi a ceste, a cumuli, a cataste, casa per casa, bottega per bottega, tutte mele, mele, mele, mele... e sai chi è il padrone di queste mele?

Ninuccia   Chi è?                                                           

De Pretore¬†¬† Il ¬ę signore ¬Ľ.¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†

Ninuccia¬†¬† Il ¬ę signore ¬Ľ ?

De Pretore Non so dirti come si chiami, perch√© tutta la po¬≠vera gente che conoscevo l√† non l'hanno mai chiamato per nome. Quando parlavano di lui dicevano ¬ę il signore ¬Ľ. Il suo divertimento era la caccia. Possedeva la pi√Ļ importante collezione di fucili del mondo. Organizzava delle partite che duravano settimane e settimane.

Ninuccia   E tu lo hai visto qualche volta?

De Pretore Non sai che cosa ho fatto per vederlo! Aspettavo ore intere, nascosto fra gli alberi, dietro a un muricciuolo, lungo la stradina stretta che portava all'ingresso del palazzo. Un portone enorme, che per arrivarci bisognava superare un ponticello dove mi dicono che una volta, sotto, ci passava l'acqua. Da lontano sembrava di ferro, aveva dei batocchi enormi che, quando si battevano, sve­gliavano anche i morti! E io aspettavo, aspet­tavo... Poi don Pietro apriva il portone, e...

Ninuccia   E chi era don Pietro?

De Pretore Il guardiano. Un pezzo d'uomo, con dei grossi baffi grigi... Apriva il portone, e veniva fuori questa macchina enorme. Attraversava il ponte, e quando passava davanti a me, che potevo ve¬≠derlo e guardarlo in faccia, gi√† aveva sollevato la polvere, diventava tutta una nuvola che quando si sperdeva, la macchina gi√† non c'era pi√Ļ. (Fa un gesto con le braccia allargate) Poteva ammaz¬≠zare galline, capre, porci, non parlava nessuno... ¬ęChi √® stato? ¬Ľ ¬ęIl signore¬Ľ.

Ninuccia   (impressionata) Mamma mia!

De Pretore   (continuando) ... Quando la sera tornava Mammella...

Ninuccia   Mammella...?

De Pretore Quella che m'ha cresciuto... Maria, quella che t'ho detto che faceva il mestiere tuo; ma non lo faceva in un'osteria, lo faceva nel palazzo del ¬ę si¬≠gnore ¬Ľ, e non era soltanto lei, ma tante donne del paese, perch√© quando il ¬ę signore ¬Ľ dava dei pranzi, invitava mezzo mondo, si sentivano mu¬≠sica e canti per tutta la notte. Mammella certe volte tornava all'alba, e mi raccontava tutto... Po¬≠vera donna, sfioriva giorno per giorno, aveva le mani rosse, gonfie, certe volte spaccate, non ri¬≠deva mai. Tutti quanti in paese dicevano che era stata molto bella, ma io l'ho vista sempre sfio¬≠rita... e d'altra parte, quando tu porti sempre lo stesso vestito addosso, quando non ti cambi mai le scarpe... Me la ricordo con uno scialle di lana celeste, e un vestito che una volta, forse, era stato color caff√®...

Ninuccia   Ma era vecchia?

De Pretore Era diventata vecchia, per la miseria, per le pri¬≠vazioni... E se no, perch√© me ne scappavo? Me lo dici? Non c'era un soldo spaccato in quella casa. Don Peppino, il marito, pure lui lavorava nel palazzo del ¬ę signore ¬Ľ, come falegname, aggiu¬≠stava le porte, lucidava i mobili. Quant'era bello! Io lo chiamavo san Giuseppe.

Ninuccia   Ma tu eri di Melizzano?

De Pretore   Mi ci portarono. Ninu', io sono nato signore, ma signore davvero... Mammella mi diceva sempre che arrivai a Melizzano in automobile, portato di nascosto, come un oggetto prezioso, di contrabbando.  

Ninuccia   Ma questa Maria non era tua madre?

De Pretore¬†¬† (spazientendosi) Ninu', ma tu sei scema, che hai capito fino adesso? Maria √® quella che m'ha cresciuto, quella che mi diceva: ¬ę Tu hai il sangue nobile ! ¬Ľ Ecco perch√© io voglio bene a quest'anello. Ecco perch√© non posso permettere che mia moglie faccia la sguattera in un'osteria. Che aspetti? Vuoi diven¬≠tare come Mammella?

Ninuccia   Ma  allora,  con  questo ragionamento,  mi  dici chiaro e tondo che non mi vuoi?

De Pretore   Nient'affatto.

Ninuccia   Come nient'affatto?  Hai parlato mezz'ora per dirmi che sono una disgraziata, che sono una sguattera, che diventerò vecchia e brutta e con le mani spaccate. Io non t'ho chiesto chi sei, se hai il sangue nobile, se sei un oggetto prezioso... Io ti voglio bene, e te l'ho detto sinceramente, senza aspettare che me lo dicessi tu a me. Per i poveri c'è sempre un santo, c'è sempre una porta che si apre... Quando meno te l'aspetti, se vera­mente hai fede, e veramente vuoi bene, la prov­videnza ti aiuta.

De Pretore Ma la provvidenza non t'aiuta se non fai qualche cosa per cui la provvidenza ti possa venire in¬≠contro. Tu mi vuoi bene? E io te ne voglio: aspettiamo, io qualche cosa sto facendo, per raggiungere una certa agiatezza. Mi spiego? √ą giusto ?

Ninuccia   Io non voglio aspettare. Quando le cose vanno per le lunghe, passa la voglia...

De Pretore Questo è un altro fatto. Se proprio hai voglia, pos-siamo fare pure in un altro modo.                   

Ninuccia   (ingenua) E come?

De Pretore Ninu', il bene, quand'è veramente bene, sfida i secoli. E allora possiamo prendere quest'ac­cordo. Il fatto dell'agiatezza mettiamolo da parte e aspettiamo che venga. Nel frattempo, facciamoci passare la voglia... Spogliati.

Ninuccia¬†¬† (terrorizzata, come se tutto il suo amore fosse diventato paura) No, no... Che hai capito? Io ti voglio bene cos√¨, come si vuole bene all'uomo che deve diventare tuo marito, ma in piena regola... Come dici tu, facciamo peccato, la provvidenza non ci aiuta pi√Ļ.

De Pretore Ma scusa, quando noi c'impegniamo, io e te, a sposarci appena ci sono i mezzi? Per la gente? E non t'hanno vista salire qua? Quando scendi, la portiera non ti vede?

Ninuccia   Che m'importa della gente? Della portiera? Io penso all'anima mia.

De Pretore E io alla mia, Ninu'. Facciamo cos√¨, vattene. (Si avvicina alla ragazza, tenero e persuasivo; le ac¬≠carezza i capelli) Ma qua non ci venire pi√Ļ; come si dice? Se son rose fioriranno. Certo, potevano fiorire subito. Te l'immagini? Con il bene che ci vogliamo? E con la voglia che hai, tu di me, e io di te... Rimandiamo, Ninu', rimandiamo. Fa¬≠remo le cose in piena regola; quando mi sar√≤ fatto una posizione, incomoderemo il prete, una bella funzione in chiesa, organo, eccetera ecce¬≠tera..., e l'anima tua sar√† salva.

La sospinge verso la porta d'ingresso, e delicatamente la spinge fuori; ma Ninuccia, appena fatto un passo fuori della porta, si gira verso di lui.

Ninuccia¬†¬† Non ti voglio pi√Ļ,¬† nemmeno¬† se t'inginocchi, nemmeno se vieni fino a casa mia strisciando con la lingua per terra.

De Pretore   Non mi mettere sul punto che lo faccio.

Ninuccia E non mi piaci pi√Ļ. La Madonna mi deve far morire di colpo stanotte se metto pi√Ļ piede in questa casa.

Ninuccia esce, di scatto. De Pretore chiude la porta, resta un po' soprapensiero, poi termina di vestirsi. Dopo appena qualche minuto sente del rumore alla porta, come se un gatto stesse graffiando dietro. Si gira, dà un'occhiata alla porta, pensa di essersi sbagliato, ma poiché il rumore si ripete, si decide a chiedere :

De Pretore   Chi è?

Nessuno risponde. De Pretore va alla porta, l'apre lentamente, e appare Ninuccia, un po' di spalle, come se si vergognasse. De Pretore non è sorpreso: apre completa­mente, e Ninuccia, in silenzio, entra e siede. Lui allora chiude la porta, questa volta con la chiave, poi si avvicina a lei, e le prende una mano.

Allora? Stanotte morirai di colpo? Io lo sapevo che tornavi. Ninu', ti voglio bene veramente, e ti giuro che non facciamo niente di male. Quando te ne sei andata, mi sono sentito morire di dispia¬≠cere. Perch√© io sono solo, Ninu', non parlo con nessuno, parlo solo con me stesso e certe volte mi sembra di uscire pazzo. Poco fa ti ho detto certe cose che non avrei detto a nessuno, e m'ha fatto bene, e voglio ancora parlare con te, questo bene non lo voglio perdere. √ą vero, Ninuccia, che parleremo sempre, che ci diremo tutto ? √ą vero?

Ninuccia nonrisponde.

                       

Ninu', e parla!                                

Ninuccia  (leva gli occhi verso di lui) E ci sposiamo ?

De Pretore  E come no? Non t'ho detto che questo bene non lo voglio perdere? Ninu', io poco fa ti ho parlato come si parla a una moglie, lo capisci?

Ninuccia E allora... vattene. (E indica con la mano verso la loggetta, dov'è il bagno).

De Pretore   Perché?

Ninuccia Se non te ne vai, non mi spoglio! (√ą come imper¬≠malita, parla in fretta per nascondere l'imbarazzo).

De Pretore   Mi giro dall'altra parte! (Lo fa subito, e va a chiudere gli scuri, in modo da rifare buio).

Ninuccia comincia a spogliarsi gettando gli abiti, nervosamente, in terra, qua e là, scoprendo le povere cose di cui è abbigliata. Sottoveste pulita, sfilacciata, calze arro­tolate con l'elastico. Si mette a letto frettolosamente, si getta addosso un lenzuolo o una coperta e poi, dal letto, si toglie la sottoveste, in modo che nessuno possa vederla nuda. Poi, con un filo di voce, chiama De Pretore.

Ninuccia   Vincenzo... (Scoppia a piangere).

De Pretore le si avvicina, si siede accanto a lei sul letto e comincia a parlarle.

De Pretore Ninuccia, perché fai cosi? Allora non mi vuoi bene?

Ninuccia   (piangendo) Già! E allora che ci faccio in questo letto?

De Pretore Scusa, ho sbagliato, va bene; io adesso sto qua, vicino a te, e parliamo di tante cose; non t'ho detto che dobbiamo parlare e ci dobbiamo dire tutto?

Gi√† da qualche istante si sente un certo tramestio per le scale, fuori la porta; sul vocio si distingue una voce stridula e quella della portiera, affannata, che dice, chiara¬≠mente: - √ą quella! - Poi si sente bussare energicamente alla porta.

Brigadiere   De Pretore Vincenzo, in nome della legge, aprite!

Ninuccia è annichilita dal terrore; tremando si stringe a De Pretore, e sussurra:     

Ninuccia   No, Vincenzo, no!

Al che lui risponde, sullo stesso tono, con la rabbia della bestia presa in gabbia:

De Pretore   E che faccio? Quella è la polizia!

Improvvisamente si scioglie dall'abbraccio di Ninuccia, che si rifugia sotto le co­perte, si precipita al comò, prende un paio di baffi, una barba, e in fretta se li mette; infila la giacca, va alla porta, l'apre e con finta disinvoltura, dice :

De Pretore è uscito, lo cercavo anch'io. Buongiorno! Permesso, permesso.

E cerca di farsi strada tra la piccola folla, composta d'un brigadiere, una guardia, la portiera e una vecchietta dalla voce stridula; ma il brigadiere l'agguanta per il collo della giacca.

Brigadiere   Dove vai? Fermati.

De Pretore è riportato nella stanza, che è sempre semibuia. Ninuccia è nel letto, con la testa coperta dal lenzuolo. La guardia va alla finestra, l'apre. Il brigadiere tira via baffi e barba a De Pretore. Interrogano la vecchia, mentre la portiera resta sulla porta.

√ą lui?

Vecchia   (lo guarda e lo riconosce) Sì, è lui, è lui. (Gridando) Sulle scale della chiesa m'ha strappato l'orecchino, davanti alla casa di Dio!

De Pretore   (voltando la faccia dall'altra parte) lo non la conosco, non l'ho vista mai!

Vecchia Neanche questo hai visto? (Mostra l'orecchio de­stro, medicato e fasciato) M'ha spaccato l'orecchio! Perquisite la camera!

La guardia fa la perquisizione; apre il comò, cerca, e il brigadiere dice, intanto:

Brigadiere   Guarda nel letto chi c'è!

La portiera si fa avanti, tira via le coperte e scopre Ninuccia, che cerca disperatamente di coprirsi.

Portiera   Faccia mia! Qua stai? Non ti vergogni? Brigadiere   Vestiti e vieni con noi.

De Pretore   (scattando) No. Lei che c'entra?

Brigadiere   Perché, tu c'entri allora! Questa volta nemmeno la barba finta t'ha potuto salvare! Prega a Dio che non si trova l'orecchino, se no due anni non te li leva nessuno! Tu pensavi che cambiando quartiere la facevi franca, eh?

La guardia arriva portando della roba.

Guardia¬†¬† C'√®¬†¬† questa¬†¬† roba...¬†¬† (Elenca)¬†¬† Una¬†¬† bilancetta... (Trova l'orecchino, lo mostra) √ą questo?

Brigadiere   (uno sguardo a De Pretore) L'altro qual è?                        

La vecchia dà l'altro orecchino.

Sì, è questo. (Mette tutto in tasca) Cammina, De Preto'. (A Ninuccia, che non ha mai fiatato) E tu vestiti, fa' presto. (Indicando la portiera).

Portiera (a Ninuccia che incomincia a piangere silenziosamente) Vestiti, andiamo... Puttanella!

Ninuccia   (scoppia a piangere forte) ... Non abbiamo fatto niente, non abbiamo fatto niente...

La portiera raccatta i vestiti di lei e glieli butta sul letto, mentre la ragazza continua apiagnucolare monotonamente.

Mutazione a vista.

Secondo quadro

                  

Un angolo caraneristico della vecchia Napoli. A destra, una scala che s'arrampica fino a una piccola piazzetta, e poi riprende, di nuovo, piegando ancora a destra e finendo in quinta. Sulla scala c'è, come accade spesso a Napoli, un negozio di tabac­caio, con le cartoline illustrate esposte fuori, e la vetrina colma di tutta la sua merce. A sinistra, in primo piano, un tabernacolo con la immagine di san Giuseppe. Sullo sfondo case popolari, e a destra, lo scheletro d'un fabbricato squarciato dalle bombe, e rimasto così dagli anni della guerra.

√ą sera. La debole luce d'un lampione illumina la scena dando alle sagome delle case e delle scale un'aria triste, quasi sinistra. Un debole chiarore esce anche dalla tabac¬≠cheria. Davanti a questa, seduta sui gradini, i Ninuccia, che ha accanto un pacco di

giornali illustrati. Di tanto in tanto si volta a guardare verso l'altoper vedere se dalle scale scende nessuno. Poi si rivolge a qualcuno che è nell'internodella tabac­cheria.

Ninuccia   Don Ciro, che ore sono?

Don Ciro¬†¬† (dall'interno) √ą tardi, Ninu', √® meglio che te ne vai a casa. Tua madre sta in pensiero, l'hai detto tu stessa poco fa.

Ninuccia   (scrolla le spalle) Io vi ho domandato che ore sono, e a questo mi dovete rispondere.

Don Ciro   (apparendo  sulla  soglia  della  tabaccheria,  leva dal taschino l'orologio e lo guarda) Dunque, dunque, questo va dieci minuti indie­tro... o meglio perde cinque minuti ogni ora. Verso le quattro e mezzo l'ho registrato con l'o­rologio dell'avvocato De Gregorio, un orologio che spacca il minuto; sono le dieci, sono passate cinque ore e mezzo, a cinque minuti all'ora sa­rebbero ventisette minuti e qualche cosa, se sono le dieci... Ninu', saranno le nove e mezzo. Non ti conviene aspettare. A che ora t'ha dato l'appuntamento?

Ninuccia   Alle otto e mezzo.

Don Ciro No, non devi dire bugie. Tu sei venuta qua alle quattro. Che venivi a fare quattro ore e mezzo prima? Secondo me l'appuntamento era per le quattro e mezzo. Benedetta figlia, ti perdi ap­presso a uno che il carcere ce l'ha come sala di trattenimenti.

Ninuccia   Che c'entra, può capitare a chiunque!

Don Ciro   Era ammonito e sorvegliato! E ti dico sincera­mente, mi piange il cuore a vederti perduta appresso a lui!

Ninuccia Voi lo conoscete poco. E lo giudicate solamente dall'apparenza. Ma io so tutto della sua vita, mi ha raccontato tutto. √ą un signore!

Don Ciro Ma mi stai dando i numeri, Ninu'! Un signore che entra e esce dal carcere. (Accompagna le pa­role con un gesto espressivo).

Ninuccia¬†¬† (imitando il gesto di Ciro) Entra e esce! √ą entrato una volta, e stasera esce!

Don Ciro Comunque non mi verrai a dire che è un signore perché si è sbafato due anni di carcere!

Ninuccia√ą nato signore! Io non posso raccontarvi niente perch√© a lui dispiacerebbe se io mettessi in piazza i fatti suoi, ma signore lo √® veramente! Come ve¬≠ste! (In estasi) Voi non ci crederete, don Ciro, ma quando una ragazza vede un uomo vestito bene, con le scarpe sempre pulite, con la cravatta sempre nuova, il fazzoletto profumato, come io ho visto lui la prima volta che l'ho incontrato... filava dritto senza guardare in faccia nessuno, aveva un vestito grigio, di una stoffa che non so come si chiami, una cravatta marrone, a pallini bianchi, le scarpe mocassino, che si vedeva che erano fatte su misura. Non vi dico i pedalini quanto erano belli!

Don CiroNinu', tu in un momento hai visto pure i pe­dalini! Allora si capisce perché stai qua dalle quattro!

Ninuccia¬†¬† (in un improvviso, sincero, scoppio di pianto) Gli voglio bene, don Ciro, gli voglio bene! Quello che m'avete detto voi, me l'hanno detto tutti: ¬ę Lascialo perdere! ¬Ľ, ¬ę √ą un buon a niente! ¬Ľ, ¬ęAppresso a lui ti rovini!¬Ľ E io sto sempre zitta, e io non rispondo! Ma sapete che dico nella testa mia? Parlate, parlate quanto vi pare, ditemi che √® un ladro, che √® un farabutto, io non ci credo. Ha rubato una volta, due, tre, adesso non ruber√† pi√Ļ. E lo far√† per me. Se io avessi avuto il coraggio di parlargli prima, prima dell'orecchino, gli sarei stata vicina fin da allora, e in carcere non ci sarebbe andato. Quello che dovevamo fare quel giorno, lo dovevamo fare prima!

Don Ciro   Perché, che dovevate fare quel giorno?

Ninuccia Quello che fanno tutte le ragazze quando vo¬≠gliono veramente bene! E lui sarebbe stato pi√Ļ felice l√† dentro! E io l'avrei aspettato pi√Ļ tran¬≠quilla... Non lo lascio, non posso lasciarlo!

Don Ciro E non piangere! A modo tuo, hai ragione pure tu! Intanto, è inutile che stai qua, io fra poco devo chiudere! Che aspetti? Prenditi i giornali, e vattene a casa!

Ninuccia prende il pacco dei giornali e, mogia mogia, si avvia, salendo le scale, e singhiozzando. Il tabaccaio le grida dietro:

T'ho regalato i giornali, e manco buona sera mi dici?

Ninuccia   (si volta, ha il volto bagnato di lacrime) Buona sera, don Ciro, e grazie.

Don Ciro entra nella tabaccheria. Ninuccia si rigira e appena è sicura che don Ciro non la vede, scende qualche scalino, e va a sedersi in modo che dalla tabaccheria non la si vede.

Da sinistra, camminando svelto, appare De Pretore. Vede subito Ninuccia, rallenta il passo e si ferma; poi con un tono di voce pacato, la chiama.

De Pretore   Ninu'!       

Ninuccia   (si gira, lo vede ed esclama semplicemente) Oh!

De Pretore¬†¬† (sempre dall'alto, fermo) Beh? E non me la fai la scenata? (Come preve¬≠dendo ci√≤ che lei avrebbe detto) ¬ę Finalmente! A quest'ora! Non ti aspettavo pi√Ļ! ¬Ľ

Ninuccia   Ma io non ti dico niente. De Pretore   E ringraziamo Iddio!

Scende lentamente le scale e si siede sullo stesso gradino sul quale è seduta Ninuccia, ma dal lato opposto. Breve silenzio: De Pretore è occupato a cercare di abbottonarsi la camicia, ma non ci riesce, perché gli manca un bottone; poi prova a farsi la cra­vatta, indi, esasperato, esplode:

Mannaggia il momento che sono venuto al mondo, mannaggia! Niente! Non si può credere a niente! Che ti ho detto l'altro giorno, quando mi sei venuta a portare la biancheria pulita l'ultima volta?

Ninuccia   Che mi hai detto?                                        

De Pretore¬†¬† (spazientendosi) ¬ę Che mi hai detto? ¬Ľ Ninu', tu mi devi capire subito. Ti ho detto quello che avevano detto a me in direzione il giorno prima : ¬ę Dopodomani - ...che sarebbe oggi... - alle due sei libero! ¬Ľ Ma dico io: voi siete autorit√† ? E allora la vostra pa¬≠rola una deve essere! ¬ęPassa all'ufficio tale¬Ľ... ¬ęVai dal brigadiere Tizio¬Ľ... ¬ęLa roba tua chi ce l'ha? ¬Ľ E che, da me lo volete sapere? Quando sono entrato, voi ve la siete presa! Finalmente: ecco il pacchetto! Poi : il foglietto lo deve firmare Caputo. Chi √® Caputo? √ą uno che fa le veci del direttore, perch√© il direttore sta in ferie. Aspetta Caputo, aspetta Caputo, m'hanno fatto uscire mezz'ora fa. E avessero detto ¬ę scusate, abbiate pazienza ¬Ľ!¬†¬† Sai che¬† m'hanno¬† detto¬† perch√©¬† fir¬≠mavo con malagrazia ? ¬ę Giovanotto, ti vuoi fare un altro mesetto?¬Ľ

Una piccola pausa. De Pretore si va calmando.

Ninuccia   Hai mangiato?

De Pretore   Vieni qua.

Ninuccia non aspettava altro. Prende il pacco dei giornali, si avvicina a De Pretore e gli siede accanto. Tutto a un tratto si abbracciano, senza parlare, e restano a lungo cosi. Poi si sciolgono, e si baciano.

Sei venuta alle quattro e mezzo?

Ninuccia   Alle quattro.

De Pretore   Sei stata in pensiero?

Ninuccia¬†¬† A un certo punto ho pensato che non venivi pi√Ļ.

De Pretore¬†¬† E se veramente non venivo pi√Ļ?

Ninuccia Già! Che vuol dire? Non uscivi oggi, uscivido­mani.

De Pretore   Perché ? Non potevo morire ?

Ninuccia   Non scherzare con queste cose.

De Pretore   Ma potevo morire. E allora, che facevi tu?

Ninuccia Quello che facevo lo so io, non lo devo dire a te. Parliamo invece seriamente. Tutto questo tempo che tu sei stato là...

De Pretore¬†¬† (sorride, sinceramente, e le carezza la guancia) Quant'√® bella! Io perci√≤ le voglio bene; per delicatezza non hai voluto dire ¬ę carcere ¬Ľ. Hai detto ¬ę l√† ¬Ľ...

Ninuccia Non per delicatezza, per vergogna. Insomma tu non lo capisci che √® una vergogna andare in car¬≠cere?¬† Specialmente quando ci si va per furto? Ecco, l'ho detta la parola,¬† ¬ęfurto¬Ľ... Non ho detto ¬ę per quella cosa l√† ¬Ľ... Quando ci si va per furto la gente non te lo perdona pi√Ļ, e ci vanno di mezzo tutti, madre, padre, sorelle, parenti...

De Pretore   Ma io non ho nessuno!... Ninuccia   E io, chi sono? Ah, non sono nessuno!

De Pretore La donna! La donna! Ma proprio adesso dob­biamo parlare di questo fatto? Non potevi aspettare domani?

Ninuccia No, non potevo aspettare. (Diventa sinceramente addolorata) Stammi a sentire. Tutto il tempo che sei stato... là...

De Pretore¬†¬† (le prende la mano) Dici ¬ęl√†¬Ľ per vergogna?

Ninuccia   (gli stringe la mano) ... Per delicatezza... Ho pensato, ho pensato, ho pensato... E ho capito perché le cose ti vanno male, e perché non riesci a trovare una strada.

De PretoreNinu', se hai capito questo, sei una padreterna! Io ti giuro che ho sempre pensato a questa cosa, ma non sono mai riuscito a capire niente. (Iro­nico, senza volerlo) Come hai fatto?

Ninuccia   (si alza di scatto, e con voce decisa, afferma) Se non la finisci di scherzare, ti lascio e me ne vado! Chi credi di essere tu? Io sono una povera ragazza che lava le bottiglie... Eccoli i giornali, me li ha dati per senza niente il tabaccaio. Don Ciro! Don Ciro!

Don Ciro   (dalla tabaccheria) Che c'è?                

Ninuccia   Me li avete regalati voi i giornali?

Don Ciro   Sì.

Ninuccia Vi ho detto che mi servivano per ritagliare le figure, no? Non è vero! Lavo le bottiglie in una cantina! E pure i piatti lavo! Perciò ho le mani che fanno schifo! E così mi guadagno la vita! E voi che m'avete detto parlando di lui?

Don Ciro   (appare sulla porta) Io non so niente.

Ninuccia   Diteglielo in faccia, quello che dice la gente.

De Pretore   (arrogante) Io a voi non vi conosco. Che avete da dire sul mio conto ?

Don Ciro¬†¬† (dopo averlo squadrato) Giovanotto, io tengo una faccia e una camicia. Quello che tengo qua (indica il cuore) lo tengo qua (indicando la bocca) e perci√≤ la notte, quando metto la testa sul cuscino, dormo. Ho detto alla ragazza quello che qualunque padre di famiglia ha il dovere di dire. Questa povera figlia √® stata qua cinque ore e mezzo, ad aspettare il gran si¬≠gnore che usciva dal carcere! E ricordatevi bene che quando uno esce dal carcere non ha nessun diritto di mettersi sul cavallo d'Orlando e di dire: ¬ę Che avete da dire sul mio conto? ¬Ľ E sai che ti dico? Che se avessi un figlio come te, lo farei campare tre giorni. E adesso, se avete voi qualche cosa da dire a me, me lo scrivete per lettera, per¬≠ch√© io, con i mariuoli, non ci parlo. (Fa per rien¬≠trare nella bottega).

De Pretore   Tu hai ragione che sei vecchio...

Don Ciro   (voltandosi)

Non fa niente, i francobolli costano lo stesso, per i giovani e per i vecchi. Scrivetemi per espresso. (Entra nella bottega).

De Pretore   Ma perché l'hai chiamato? Stavamo parlando con tanta calma...

NinucciaStavamo parlando uno a levante e una a ponente. Io ti parlavo sul serio e tu mi prendevi in giro. Io non sono una padreterna, sono una che ti vuole bene... Ma che può fare anche a meno di te, perché un altro con il vestito bello, con la cra­vatta a pallini e col fazzoletto profumato, lo trovo! (E scoppia a piangere).

Vincenzo si commuove, si avvicina e l'accarezza.

De Pretore   Ma tu che vuoi da me?

Ninuccia   (calmandosi) Non voglio niente. Ma non devi scherzare.

De Pretore¬†¬† Non scherzer√≤ pi√Ļ. Allora?

Ninuccia   Adesso non mi va di parlare.

De Pretore   Perché?

Ninuccia  Il perché non te lo so dire. Ma prima potevo parlare, adesso no.

De Pretore   Perché prima mi volevi bene e adesso no?

Ninuccia non risponde.

Non mi vuoi bene pi√Ļ?¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬† ¬†

Ninuccia   No. De Pretore   E se dovessi morire, che fai?

Ninuccia sorride, intenerita.

Ninuccia Perché tu non credi a niente. Dimmi una cosa: la notte, quando ti metti a letto per dormire, te la fai la croce?

De Pretore¬†¬† (sincero) Lo sai che non me ne ricordo? Aspetta... certe volte si, ma certe volte sono stanco, il sonno √® pi√Ļ forte di me. In carcere me la sono fatta sempre. Ma perch√© mi chiedi questo?

Ninuccia¬†¬† Perch√© io, se non mi faccio la croce, e non dico : ¬ę Santa Rita mia, proteggetemi voi ¬Ľ, non dormo.

De Pretore   (scettico) E santa Rita ti protegge?

Ninuccia   E il lavoro delle bottiglie, come lo trovavo?

De Pretore   (involontariamente ironico) Ah!, è stata santa Rita? (Poi, prevedendo la rea­zione di Ninuccia) No, no, non sto scherzando. Dimmi il fatto di santa Rita.

Ninuccia A me santa Rita mi protegge. Quando le cose non vanno bene, quando vedo che in casa manca il necessario, io m'inginocchio e prego. Ho pure una figurina di santa Rita, ma m'inginocchio veramente, quando sono sola, e ci parlo. E mia madre? Non la protegge la Madonna del Carmine? E papà? Non lo protegge sant'Antonio? Sant'Antonio fa una grazia al giorno. E a te, chi ti protegge?

De Pretore Io non ci ho mai pensato. Ma questa protezione ha dato dei frutti? Voglio dire, va bene, tu sei il protettore mio, ma io che devo fare? Che ti devo dare? Non credo che un santo protegga un tizio qualunque senza pretendere qualche cosa.

Ninuccia   Una candela ogni tanto, un lumino, una lampada a olio. Olio vogliono i santi.

De Pretore   E in cambio che ti danno?

Ninuccia Mamm√† attraversava un momento veramente brutto, perch√© pap√† aveva perduto la testa per una donna del vicolo, una che comprava e ven¬≠deva, che dava i soldi con l'interesse, e per questa donna abbiamo sofferto la fame. Mamm√† disse alla Madonna del Carmine: ¬ę Madonna mia, trova tu una strada! ¬Ľ Dopo poco tempo, quella donna non si vide pi√Ļ. Come fin√¨, non si √® saputo. Chi dice che part√¨ per l'America, chi per l'Au¬≠stralia... il fatto vero √® che pap√† non ebbe pi√Ļ occasione di vederla, e si mise l'anima in pace. E pap√†? Quando disse a sant'Antonio ¬ę O mi fai trovare un posto o ti tolgo le candele, ti do tre giorni di tempo ¬Ľ. Dopo tre giorni, non lo vennero a cercare a casa, per dargli il posto di guardiano in una fabbrica di dolci, e sta ancora l√†? E quante di queste cose ti potrei raccontare; se non trovi un santo che ti protegge, non ti riesce mai niente nella vita.

De Pretore rimane assorto: le parole di Ninuccia lo hanno scosso. Dopo una piccola pausa, dà uno sguardo al tabernacolo di san Giuseppe, e chiede a Ninuccia:

De Pretore   Quello, che santo è?

Ninuccia¬†¬† √ą san Giuseppe, non vedi il mantello giallo?

De Pretore   Chi vede niente, è tutto sporco di polvere!

Ninuccia¬†¬† √ą sporco, ma si vede che il mantello √® giallo.

De Pretore   Perché, i santi si riconoscono dai vestiti?

Ninuccia Certo. Sant'Anna, per esempio, ha il mantello verde. L'Immacolata veste di celeste, l'Addolo­rata di nero con la frangia d'oro...

De Pretore   (pratico) Insomma, a secondo l'importanza?

Ninuccia Questo io non lo so, per me i santi sono tutti uguali.

De Pretore   Eh, no! Una graduatoria fra loro ci deve essere! Ninuccia   E a te che te ne importa?

De Pretore Permetti che, se mi debbo scegliere un protettore, me lo scelgo importante! (Indica san Giuseppe) Lui è simpatico.

Ninuccia¬†¬† √ą il padre di Ges√Ļ.

De Pretore Sì, questo me lo ricordo, faceva il falegname. Che dici, mi faccio proteggere da lui?

Ninuccia   Lui o un altro! Uno ne devi scegliere.

De Pretore Lui mi sembra importante. √ą il marito della Madonna.

Ninuccia S√¨. (Precisando) Ed √® imparentato a sant'Anna, la quale √® nonna di Ges√Ļ. E un grado di paren¬≠tela ce l'ha pure con san Gioacchino, che √® lo zio di Ges√Ļ.

De Pretore E dove lo trovo un protettore pi√Ļ influente di lui? Se mi faccio proteggere da lui ho quasi tutto il Paradiso dalla parte mia. (Alludendo alla for¬≠mula che dovr√† usare nei confronti di san Giu¬≠seppe) Come devo dire?

Ninuccia Devi dire le cose spontanee, come ti vengono. (Proponendo una formula) ¬ę San Giuseppe mio, proteggimi tu! ¬Ľ

De Pretore Non devo dire ¬ę se tu m'aiuti per questa tale e tale strada... io... cos√¨, cos√¨, cos√¨ ¬Ľ.

Ninuccia Tu ti devi affidare a lui. Quello che dici non ha importanza.

De Pretore Adesso ci parlo. (Senza spostarsi da dove sta, volge lo sguardo verso il tabernacolo, poi ci ri­pensa, sorride, e si volta di nuovo a Ninuccia) Tu stasera mi fai diventare ridicolo.

NinucciaSe ti vergogni è inutile : o ci credi, o non ci credi. Io poi non ti voglio forzare.

De Pretore¬†¬† No, no, no. Ci credo, ci credo. (Rivolto al tabernacolo) ¬ę San Giuseppe mio... ¬Ľ

Ninuccia   E tu così parli con san Giuseppe?

De Pretore   E come ci devo parlare?

Ninuccia Ma tu ti devi gettare ai piedi del santo. Come fanno tutti, come faccio io! San Giuseppe non è un parente tuo o un amico qualunque! Alzati, scendi, che ci vuole?

De Pretore   (alzandosi) Ma proprio inginocchiato?       

Ninuccia   E io, come faccio?               

De Pretore, di mala voglia, si alza, scende lentamente le scale e si avvicina al taber­nacolo. Dopo un po' si inginocchia, poi guarda Ninuccia, avvertendo un certo disagio per la presenza di lei; poi si decide di nuovo, e sollevando gli occhi verso il santo, riesce a stento a pronunciare qualche parola.

De Pretore   Io... tu certamente... volevo dirti... (Si volta di scatto, infastidito, a Ninuccia) Se tu stai qua, io non posso parlare! Tu, quando parli con santa Rita, lo fai in presenza della gente?  Lasciami solo con san Giuseppe: due minuti e ci vediamo.

Ninuccia   Entro qui dal tabaccaio.

De Pretore   No, mi dai soggezione lo stesso. Vattene al vi­colo appresso; quando ho finito ti chiamo e ce ne andiamo. (Indica a destra).     

Ninuccia prende il pacco dei giornali e s'avvia.

Ninuccia   Sbrigati, è già tardi. (Esce).

De Pretore √® evidentemente preoccupato. Gira intorno al tabernacolo, squadrandolo dalla testa ai piedi. Si assicura di essere solo, guarda verso la tabaccheria, e nelle altre direzioni della strada, poi comincia a strizzare l'occhio al santo, come per dire ¬ę finalmente, siamo rimasti soli! Da uomo a uomo ci possiamo intendere meglio! ¬Ľ

De Pretore¬†¬† Don Peppi', fra me e voi √® un'altra cosa. Come si fa a parlare con una donna presente? E poi Ninuccia... Voi sapete tutto, la conoscete meglio di me. (Sorride, come per diventare sempre pi√Ļ in¬≠timo di san¬† Giuseppe)¬† ... C'√® proprio bisogno d'inginocchiarsi?... Avete sentito come ha detto? ¬ę Ti devi gettare ai piedi ¬Ľ ; queste sono cose che le fanno le donne. Ci sono andato in chiesa, qual¬≠che volta... E quante ne ho viste! Certe si strap¬≠pavano i capelli... Sono scene da teatro 1 Un santo serio non pu√≤ farsi imbrogliare da questi mez-zucci fritti e rifritti! E poi quello che vi devo dire, lei non lo doveva sentire. Voi mi potete capire e mi capirete, ma lei no. Anzi, e questo √® neces¬≠sario che lo diciamo subito, io voglio essere molto chiaro. Se ci mettiamo d'accordo - come sono sicuro, perch√© io sono in buona fede - di tutto quello che diciamo adesso, Ninuccia non deve sa¬≠pere niente! E mi spiego... Non facciamo che at¬≠traverso santa Rita... beh! Ci siamo capiti! La protezione che io vi chiedo consiste in questo fatto... Adesso non vi offendete, io non voglio stabilire ¬ę se tu mi dai questo, io ti do questo e quest'altro ¬Ľ ; per carit√†, posso fare dei patti con voi? Voglio anch'io, semplicemente, darvi un segno della mia riconoscenza : voi mi proteggerete nel senso che vi dir√≤ io, e io vi rimetto a nuovo interamente!¬† E¬† sarebbe necessario,¬† non¬† potete mica vivere in queste condizioni. Ma come, con tanta gente che abita qui intorno, nessuno ha mai pensato di risollevarvi? Ve le porta De Pretore le candele, san Giuse', i fiori ve li porta De Pre¬≠tore; in poco tempo, e questo dipende sempre da voi, io quest'angolo lo faccio diventare un san-tuario. Voi mi direte: ¬ę Ma come farai? ¬Ľ E que-sto √® il punto. La protezione...

Ninuccia   (dal di dentro) Vincenzi', hai fatto?

De Pretore¬†¬† (in fretta) Un momento, sto parlando. Insomma, io non vo¬≠glio rubare pi√Ļ senza sapere a chi rubo. Qui sulla terra, san Giuseppe mio, e questo tu lo devi sapere, c'√® tanta gente che il bene se lo butta per la faccia, che non guarda se spende dieci o mille, che se spende mille, nel momento stesso che le ha spese, non ci pensa pi√Ļ. Allora, mi volete dire, se io tolgo cinquecento a quello che spende mille, quale pu√≤ essere il male che gli faccio? Io ho rubato, √® vero, ma ho scontato pure due anni di carcere. Ma come ho rubato, io? Come ho rubato? Cos√¨, senza un orientamento, alla ¬ęcome succede ¬Ľ, ma se voi mi fate incontrare sulla mia strada persone come quelle che vi ho detto prima, io posso prendere da loro quello che mi serve senza avere nessuno scrupolo di coscienza. Ecco, questo intendevo dire, e questo vorrei ottenere da voi: mi metto nelle vostre mani. Non vi dovete impegnare a lungo, quando sar√≤ in condizioni favorevoli, nel senso che non avr√≤ pi√Ļ bisogno di nessuno, come posso dire?, ecco, san Giuse', quando potr√≤ dare a questa ragazza un minimo di tranquillit√† - perch√© io a Ninuccia, ve lo giuro, le voglio bene, mi piacerebbe di vederla vestita come una gran signora... Dice: ¬ęPerch√© non lavori? ¬Ľ E che guadagna Ninuccia? Tre¬≠cento lire per lavare le bottiglie, e il mangiare, quando s√¨ e quando no. Uno di questi lavori dovrei trovare io! A scuola non ci sono stato, non mi ci hanno mandato, non scrivo perch√© mi vergogno, quando scrivo faccio le zampe di gallina, e sono un signore - e tu lo sai meglio di qualunque altro - sono nato signore! Ho diritto, san Giuse'... (Si inginocchia senza nep¬≠pure accorgetene, e si trova prostrato ai piedi di san Giuseppe) Me la devi fare questa grazia, que¬≠sta protezione me la devi dare!

Ninuccia   Vincenzi'!...

De Pretore   (ricomponendosi) Due parole ancora! (Di nuovo rivolto al santo) Dunque?... (Resta a lungo interrogando il santo col gesto) Ecco, chiedi la protezione, e come fai a sapere se il santo te l'ha accordata o no? Ci dobbiamo aiutare è vero, eh già!, facciamo così: io aspetto, se il primo che passa me lo hai man­dato tu, io me ne accorgo subito: o vado in galera un'altra volta, o ti accendo una candela.

Dalla tabaccheria don Ciro esce tenendo con sé il bastone che serve per tirar giri la saracinesca, ma si ferma ad osservare Vincenzo.

Don Ciro   (sorridendo) Facciamo ammenda!

De Pretore si scuote, si alza di scatto.

De Pretore   Perché? Se faccio ammenda, dobbiamo dare conto a qualcheduno?

Don Ciro   Avete ragione, fate i fatti vostri! (Si dà da fare per chiudere il negozio).

Da sinistra entra una coppia. √ą evidente che si tratta di due stranieri, turisti in giro per gustare il paesaggio dei vicoli durante la notte. Le prime battute si sentiranno ancora fuori scena. Quando appaiono, De Pretore sembra come folgorato e non stacca loro gli occhi di dosso. L'uomo indossa un impermeabile, la donna √® in golf e panta¬≠loni neri: ha la borsetta aperta dalla quale, come per incanto, spunta un portafogli.

Signora   I thought you knew the road! Every day it's the same story.

Signore   Oh!   Don't get excited!   I  have a guide book with me.

Signora   Well, let's go on, then.

Scendono le scale; la donna scorge Vincenzo, e si avvicina a luisorridendo.

Oh! There's a man; let me ask him where this Street is. (A Vincenzo) Hi!... Do you speak English?

Segno negativo di Vincenzo.

You don't!... Can you please tell me where via Florio is?...

Vincenzo fa segno verso destra; intanto con destrezza, le sfila il portafogli dalla borsetta.

To the right of that road? I see! Thank you very much! You are so kind!

Signore   (dopo aver gironzolato un po' intorno alla statua di san Giuseppe) Why don't you ask him if we can buy this statue.

Signora¬†¬† (come sgridandolo) Oh!... You and your ¬ę souvenirs ¬Ľ. Let's go; it's late and I am hungry. (Volgendosi a Vincenzo con civetteria) Good-bye, now... Thank you again. (All'uomo) Next time don't tell me that you know this city... We've wasted all night on account of you...

Signore   Take it easy!... It's not the end of the world...

Signora   Well I am tired...1                                    

Escono, salendo le scale, da destra. La donna guarda ancora Vincenzo che li segue con attenzione, salutando, di tanto in tanto, in risposta ai saluti di lei.

Ninuccia   Vincenzi'?

De Pretore¬†¬† (ambiguo) √ą fatta. Aspetta. (Va dal tabaccaio).

Don Ciro   (dall'interno della tabaccheria) Io sto chiudendo.

De Pretore   (pure dall'interno) Per favore...

Ninuccia   (dopo una piccola pausa) Vincenzi', è tardi. Devi mangiare!

De Pretore   (uscendo con  una candela in  mano) Andiamo subito.

Va al tabernacolo, accende la candela, fa scolare un po' di cera, poi mette bene la candela, si allontana, e dopo un'ultima significativa occhiata al santo, si avvicina a Ninuccia e la sospinge dolcemente.

Andiamo.

Cominciano a salire le scale, lentamente. All'ultimo gradino, De Pretore si volta an­cora: Don Ciro è fuori e sta abbassando la saracinesca. La luce della tabaccheria è spenta, e risalta maggiormente la fioca luce della candela che vibra nell'aria frizzante della sera.

Sipario.


Parte seconda

Terzo quadro

La stessa scena del quadro precedente. √ą giorno pieno. Il tabernacolo di san Giuseppe √® rimesso a nuovo. Il santo √® infiorato e tutt'intorno ci sono molte candeline di diversa lunghezza. Movimento di venditori e di gente nella piazzetta. Seduta ai piedi del santo una vecchietta che vende i fiori. Accanto ha un cesto e un secchio d'acqua. Pi√Ļ in l√† una venditrice di uova fresche, un tipo di giovane paesana. Sulla scala un pizzaiuolo, col suo trespolo e con il caratteristico recipiente di latta per tenere in caldo le pizze. Un bibitaio con l'acqua sulfurea, i limoni, il cocco, ecc. Passaggio di persone, voci dei rivenditori che si incrociano, una canzone che arriva dal fondo: insomma tutta la viva, pittoresca, umana, vita del vicolo al mattino.

Don Ciro, fuori della tabaccheria, sta parlando con due donnette.

Don Ciro A spese sue. √ą stato lui che lo ha, diciamo cos√¨, valorizzato. (Indica il santo) Vi ricordate com'era ridotto? A momenti non si riconosceva pi√Ļ, tanta la patina di polvere che c'era sopra. Chi lo scam¬≠biava per sant'Antonio, chi per san Rocco, e quando io dicevo: ¬ę √ą san Giuseppe ! ¬Ľ non ci credeva nessuno.

1a donnetta   Ma scusate, questo Vincenzo De Pretore non era stato carcerato per furto?

Don Ciro¬†¬† E la sera stessa che √® uscito dal carcere, l'ho visto io,¬† con¬† questi occhi,¬† inginocchiato davanti al santo, con la faccia per terra. Infatti mi ricordo che¬† dissi:¬†¬† ¬ęFacciamo¬† ammenda!¬Ľ¬†¬† Sar√† ¬†¬†stato il pentimento, le parole che dissi io - perch√© lo trattai male, a momenti venivamo alle mani ‚ÄĒ fatto sta che quella sera stessa entr√≤ nella tabac¬≠cheria, compr√≤ una candela e la mise davanti al santo con le sue mani. Secondo me, la cosa √® an¬≠data cos√¨. Il santo era stufo di sentirsi trascurato e di vedersi in quelle condizioni : non ne poteva pi√Ļ, e che ti fa? Attira l'attenzione di questo De Pretore, coglie a volo quell'attimo di pentimento comune a tutti quelli usciti freschi freschi dal carcere, te lo mette in ginocchio e nello stesso tempo salva l'anima al penitente e si assicura la rinnovazione.

1a donnetta   Perché voi dite che De Pretore s'è salvata l'anima?

Don Ciro E che pu√≤ fare di pi√Ļ povero figlio? Io sto qua dalla mattina alla sera, e posso essere buon testi¬≠mone. Tre, quattro, cinque e pure sei volte al giorno viene di corsa, compra le candele e le porta al santo. (Chiamando la fioraia) Donna Nanni', quante volte al giorno viene De Pretore?

Donna Nannina E chi le conta pi√Ļ, sta sempre qua. Stamattina √® venuto all'alba e m'ha detto : ¬ę Ma come don Ciro non ha aperto ancora? ¬Ľ Io vengo presto, lo sapete, compro i fiori al mercato, e poi faccio le pulizie qua, cambio l'acqua, butto via i fiori secchi. E lui m'ha detto : ¬ę Va bene, invece della candela ci mettiamo sei garofani, san Giuseppe lo capir√† che don Ciro √® dormiglione ¬Ľ.

Dalla scala scende una signora ben vestita e si dirige verso donna Nannina.

La signora   Donna Nannina, datemi cinquanta lire di fiori.

Nannina aggiusta un mazzolino di fiori mischiati, la donna paga, li colloca davanti a san Giuseppe in un barattolino, si inginocchia e prega. Poi dopo un po' si alza e se ne va.

Don Ciro¬†¬† (indicando la donna) La vedete? √ą stato come un risveglio generale. Chi porta fiori, chi porta candele... La voce corre, pare che ci siano stati diversi miracolati.

1a donnetta   Quanto costano le candele ?

Don Ciro   (indicandole) Ci sono di diverse grandezze. Quale volete?

1a  donnetta   (indicando una candela piccola) Quella là.

Don Ciro¬†¬† Cinque lire. (La stacca dal mazzo e gliela d√†) Questa non √® per√≤ ¬ę per grazia ricevuta ¬Ľ.

1a donnetta¬†¬† Eh, no. Se mi fa la grazia che dico io, don Ciro (indicando la candela pi√Ļ grossa che c'√® in mo¬≠stra), quella gli compro! (Paga, va al tabernacolo, si inginocchia, ecc).

2a donnetta¬†¬† A me mi date quella. (Indica una candela un po' pi√Ļ grossa) Ho la bambina poco bene...

Don Ciro stacca l'altra candela, gliela dà, la donna paga e va anche lei al tabernacolo; poi, insieme si alzano e vanno via, dopo che la seconda s'è fermata un momento a comprare qualche cosa dalla ragazza che vende le uova:

Mi raccomando, datemele fresche, sono per la bambina...

Dall'alto appare De Pretore; è allegro, ben vestito. Gli affari gli vanno bene, scende le scale fischiettando.

De Pretore   (a don Ciro) Don Ciro, buongiorno.                     

Don Ciro   Salute..                                       

De Pretore   Che avete fatto stamattina?

Don Ciro   Che ho fatto?

De Pretore   Ve la spassate la notte. Andate a letto tardi, e la mattina non aprite bottega.

Don Ciro   A che ora sei venuto?

De Pretore   Non mi ricordo.

Don Ciro   All'alba.

De Pretore Ve l'ha detto Nannina? Nannina, gliel'hai detto tu?

Donna Nannina   Che cosa?

De Pretore   Che sono venuto all'alba.

Donna Nannina   Perché, ho fatto male?

De Pretore No, è una cosa cosi innocente... Mi meraviglia il fatto che sono diventato così importante che si parla di me pure quando non ci sono...

Venditrice   Uova fresche!

De Pretore Se sono veramente fresche... (Prende due uova, una dopo l'altra, le rompe e le beve).

Pizzaiuolo   (gridando) Pizza calda, olio e pomodoro!

De Pretore   (alla venditrice di uova) Sono subito a voi. Mangio mezza pizza e torno.

Venditrice   (dandogli dei soldi) Questo è il resto delle cinquecento lire.

De Pretore   Che vi ho dato io?

Venditrice   Me le avete date adesso! (Fa vedere le cinquecento lire che ha ancora in mano).

Intanto il signore che aveva dato veramente quei soldi si è allontanato dimenticandosi di prendere il resto.

E queste sono le quattrocentotrenta di resto.

De Pretore  Grazie a voi... (poi dà un'occhiata a san Giu­seppe) ... e pure a te! (Intasca il denaro; indi, alludendo alle pizze) Che  profumo!  Don Ciro, state servito?

Don Ciro   (con desiderio) Quasi quasi.

De Pretore Facciamo metà per uno. Ormai siamo diventati amici, possiamo pure dividere una pizza.

Pizzaiuolo (si avvicina ai due, divide una pizza a metà e i due si servono) Mangiate, consolatevi!

Don Ciro   Pago io... (Facendo il gesto di prendere la moneta).

De Pretore Lasciate stare, è già pagata... (Allude alle quat­trocentotrenta lire di resto avute dalla venditrice di uova).

Il pizzaiuolo a quell'affermazione si confonde, dichiara convinto: ¬ę Tutto pagato! ¬Ľ e se ne va.

De Pretore   (indicando il pizzaiuolo che si allontana) Che vi avevo detto?

Don Ciro   Ma quando hai pagato? Non ho visto.

De Pretore   Prima, ho pagato prima. (Addenta la pizza con avidità).

Don Ciro¬†¬† √ą veramente calda... Squisita!

De Pretore   Con le due uova e questa mezza pizza... Sto bene fino a stasera.

Don Ciro   (tra un morso e l'altro)  E Ninuccia?

De Pretore   Andiamo avanti.

Don Ciro   Bene o male?

De Pretore   Male con Ninuccia? E come sarebbe possibile? Don Ciro, quella è una creatura che mi ha cambiato da così a così. (Accompagna le parole con gesti significativi della mano destra).

Don Ciro¬†¬† √ą d'animo buono.

De Pretore √ą riuscita a mettermi sulla buona strada. Voi non potete credere come sono contento di averla in¬≠contrata. Se oggi posso contare su di una buona amicizia, lo devo esclusivamente a lei!

Don Ciro   Ti ha presentato una persona influente?

De Pretore (riservato) Non posso parlare, cioè... non so se posso par­lare o no. Nell'incertezza... è meglio che sto zitto... Ho simpatia per voi. Voi mi faceste una paternale che sul momento mi fece andare il sangue alla testa, ma che poi... uno ci ripensa, no? Mi fece capire tante cose... Vi voglio bene...

Don Ciro¬†¬† Ma il mestiere che facevi, non lo fai pi√Ļ ?

De Pretore¬†¬† Neanche per sogno. Quello che facevo prima mi ripugnerebbe. Don Ciro, io rubavo cos√¨... alla cieca. Vi rendete conto che toglievo i soldi a chi forse ne aveva pi√Ļ bisogno di me? Oggi, in¬≠vece, dormo tranquillo, la persona influente che vi dicevo... (D√† uno sguardo a san Giuseppe) Ci pensa lui...

Don Ciro   In che senso?                         

De Pretore¬†¬† Mi protegge, mi aiuta. Sceglie lui stesso le per¬≠sone che possono aiutarmi, senza danneggiare i loro interessi. Voi, per esempio, credete ferma¬≠mente che a questo mondo tutti quanti contano i soldi? Ci sta pure chi non li conta. Ci sta chi pi¬≠glia un pacco di biglietti da mille e se li mette in tasca senza sapere nemmeno la cifra che ha indosso, e che quando poi li conta si convince che quella √® la quantit√† di soldi che aveva, anche se ne manca una parte; questo succede con gli spic¬≠cioli, coi biglietti da mille e coi milioni. Ecco che la persona influente che vi dicevo, s'impone e dice: ¬ę Una parte di quei soldi la devi dare a De Pretore ¬Ľ.

Don Ciro   Ma te la danno spontaneamente?

De Pretore Spontaneamente, no. Chi è quello che dice: que­sti soldi mi crescono, toh... prendili tu! Se non c'è la persona influente che lo costringe, niente da fare, quello si fa scannare, ma un soldo non lo sputa!

Don Ciro   E questa persona è tanto influente...

De Pretore¬†¬† √ą una potenza!

Don Ciro   E le cose ti vanno bene?

De Pretore Spiccioli e biglietti da mille. Ho preso in fitto una casetta, io e Ninuccia ci dobbiamo sposare... Non vediamo l'ora. (Parla con Ciro ma rivolge il   discorso a san Giuseppe) Ho fissato pure i mobili... a rate. Ho dato un anticipo... (Chiama il bibitaio) A te... due gazzose...

Il  Bibitaio   Pronto. (Si avvicina ai due e prepara le gazzose).

Don Ciro   A me poco bicarbonato.                           

De Pretore   A me un cucchiaino pieno... la pizza è pesante.

Bibitaio   Eccovi serviti. (Porge le bibite ai due).

De Pretore   Salute. (Beve).

Don Ciro   Salute! (Beve a sua volta).

De Pretore   (al bibitaio) Quant'è?

Bibitaio   Dieci lire.

Don Ciro   Pago io. (Rovista nel portafogli).

De Pretore   Lasciate stare... pago io.

Don Ciro   Ho già fatto.

Nel porgere le dieci lire al bibitaio, lascia cadere un biglietto da mille in terra, ai piedi di De Pretore, il quale, senza che Ciro se ne accorga, lo raccoglie furtivo.

Bibitaio   (intascando la moneta) Buona giornata. (E se ne va).                           

De Pretore   (stringendo  nella  mano  destra  il  biglietto  da mille) Adesso, la persona influente... mi dovrebbe dare chiarimenti...

Don Ciro   Che chiarimenti? De Pretore   Un fatto mio. Quanto avete nel portafogli?

Don Ciro   (sospettoso) Non facciamo scherzi... De Preto'.

De Pretore   (guardando significativamente san Giuseppe) Non vorrei sbagliare...                              

Don Ciro   (allarmato) Che cosa?

De Pretore   Mi  piacerebbe  sapere quanto avete  nel  porta­fogli.

Don Ciro Caro mio... i soldi li conto, io. Ho cambiato diecimila lire stamattina, ho lasciato i soldi a casa... (Conta i biglietti nel portafogli) Devo avere... uno, due, tre, quattro... e tre sette... Sì, tanto devo avere: settemila lire.

De Pretore   (ambiguo) Otto, no?

Don Ciro   (convinto) No: sette!

De Pretore Ho capito. (Intasca il biglietto da mille) E vi dicevo... piano piano sto mettendo su casa.

Don Ciro   Mi fa piacere per Ninuccia.

De Pretore Fra poco viene qua. Si presenter√† con un vestito nuovo. Giorni fa feci un affaruccio abbastanza buono, e allora dissi : ¬ę Questi sono i soldi, fatti fare un vestito di tuo gusto ¬Ľ. ¬ę E le scarpe? ¬Ľ disse lei. ¬ę Comprati pure le scarpe, dissi io, e pure la borsa¬† ¬Ľ.

Don Ciro¬†¬† √ą una bella creatura.

De Pretore E vestita bene diventa pi√Ļ bella. Credete a me, don Ciro, certe volte una scarpa, un paio di calze intonate, un vestito di stoffa di prima qua¬≠lit√†... tutte queste cose valgono pi√Ļ di una bel¬≠lezza perfetta. E che farei per lei! Vorrei vestirla come una regina... Ma per il momento non posso. Per il momento: spiccioli e biglietti da mille! Appena si presenteranno i milioni... E non tar¬≠deranno... Sono sulla buona strada. La persona influente, fra non molto, lo sento, mi metter√† a contatto con un milionario...

Don Ciro   E chi è questo milionario?

De Pretore¬†¬† √ą uno che lavora in banca; l'ho gi√† visto altre volte; ma non devo avere fretta. La persona influente mi consiglia di aspettare. Quando sar√† il momento il milionario stesso mi cercher√†.

Don Ciro   Per darti i milioni?

De Pretore   (precisando) Per farmi la parte che mi spetta.

Don Ciro   (incredulo e quasi divertito) E dove abita questo milionario?

De Pretore Voi forse lo avete già visto qualche volta, passa spesso da questa strada.

Don Ciro   E ti darà imilioni?

De Pretore Se la persona influente vuole, sì. Naturalmente devo essere pronto, devo intuire il momento favorevole.

Don Ciro   Sinceramente parlando: non ti capisco.

Un uomo scamiciato passa davanti ai due per entrare nella tabaccheria.

Scamiciato   Don Ciro, mezzo chilo di sale grosso e trenazionali.                   

Don Ciro   Pronti.

Entra nella bottega e l'uomo lo segue.

                 

Vigile (appare dalla scala. Dopo quattro o cinque scalini si rivolge ironicamente al pizzaiuolo) E bravo! Come se non avessi parlato! Come se non t'avessi avvertito che per vendere le pizze fuori sede ci vuole il permesso.

Il bibitaio se la sta squagliando.

Tu è inutile che te la squagli... con tefacciamo i conti un'altra volta.

Ma il bibitaio è già sparito.

Pizzaiuolo   Io sto qua da cinque minuti...

Vigile   O cinque minuti o dodici ore è la stessa cosa. La multa non  te la  toglie  nessuno.  (Rivolgendosi alla venditrice di uova) E la pagate pure voi.

Venditrice   Io non pago niente perché sono di passaggio. 

Scamiciato¬†¬† (dalla bottega) √ą una povera donna.

Vigile L'avvocato andatelo a fare in Pretura. (Al pizzaiuolo) Vuoi conciliare?

Pizzaiuolo   (alludendo al fatto che ha pochi soldi in tasca) Io da stamattina ho venduto una pizza a quel signore. (Indica Vincenzo).

De Pretore   Questo è vero.

Vigile   (ironico a De Pretore) Voi siete parte civile?

Pizzaiuolo   Io non posso pagare... Sequestrate le pizze.

       

Intanto un gruppetto di gente si ferma a curiosare, a ridere, a commentare.

Vigile   (alla venditrice di uovo) Come ti chiami, tu?                                        

Venditrice   (ironica) Ovaiola.                             

Pizzaiuolo   E io pizzaiuolo.

Tutti ridono.

Vigile   Non scherzate, perché ve ne faccio pentire!

Una signora   (la stessa che nella scena precedente ha messo i fiori davanti al santo) In questa piazzetta non si trova pace! (Rivolgendosi al vigile) Lasciateli stare...  povera gente... deve vivere.

Vigile E io devo fare il vigile. (Al pizzaiuolo e alla ven­ditrice di uovo) Non perdiamo tempo: come vi chiamate?

Tutti parlano, ognuno dice la sua. Chi giustifica √¨ venditori, chi si dichiara solidale con la legge. Ne nasce una confusione assordante. Il vigile, al centro del gruppo, gesticola e si agita pi√Ļ di tutti. Ne approfitta Vincenzo il quale, a distanza, come un

gatto che punta il topo, segue i movimenti di tutti. La signora ben vestita perde un bracciale d'oro. Vincenzo lo raccoglie e lo intasca. Una penna stilografica lotta dispe­ratamente per resistere ai movimenti del suo padrone, per non finire smarrita sul sel­ciato. Vincenzo corre in suo aiuto: la fa sparire. Toglie il portamonete da una borsetta aperta, sgancia l'orologio dal panciotto di un signore, i fazzoletti li fa fuori tutti; la gioia di Vincenzo è al colmo. Con piccoli salti e passetti di danza, che vogliono signi­ficare disinvolta indifferenza per ciò che sta accadendo, gira intorno al gruppo, si confonde con esso e, dopo un poco, riappare al lato opposto, trionfante, con qualche oggetto strano nelle mani, che è riuscito a rimediare durante l'asportazione. Final­mente il vigile con due poderose bracciate si libera del gruppo tumultuoso.

E toglietevi dai piedi! La multa la dovete pagare!

Nella furia di prendere il bollettario delle multe e una matita biro, non si accorge di aver tratto dalla tasca della giubba, insieme ai due oggetti, pure il portafogli personale il quale, mezzo fuori e mezzo dentro, non potrà reggere a lungo quella precaria posizione: l'occhio vigile di Vincenzo coglie a volo quest'ultimo incidente.

De Pretore (spudoratamente si avvicina al vigile, gli toglie il portafogli e lo intasca. Quando si accorge che il suo gesto spudorato è sfuggito a tutti, compreso l'interessato, strizza l'occhio a san Giuseppe e grida verso la tabaccheria)

Due candele da cinquanta! (Entra svelto nella ta­baccheria. Dopo poco torna recando diligente­mente due candele accese che va a collocare ai piedi del santo).

Cameriere anziano   (entra dalla sinistra. Reca a fatica un grosso involto di argenteria. Si avvicina a Vincenzo e gli chiede)Scusate, giovanotto: mi hanno detto che qui vicino c'è una bottega dove si pulisce l'argento...

De Pretore    (interessato) Avete argento da pulire?

Cameriere Qualche pezzo da pulire, e qualche altro da do­rare. (Trae di tasca un portasigarette e una tabac­chiera) Questi si devono dorare.

De Pretore¬†¬† √ą argento?

Cameriere   Argento massiccio.

De Pretore   Vi accompagno io.

Cameriere   Grazie.

Escono insieme da destra.

Vigile¬†¬† (a conclusione delle formalit√† di legge) Mi dispiace, ma ve lo avevo avvertito pi√Ļ di una volta.

La venditrice di uova ha pagato. Il pizzaiuolo ha dato le generalità; non aveva soldi.

(soddisfatto del suo intervento e incurante dei commenti sgradevoli pronunciati a denti stretti da coloro i quali hanno sentito, si avvia per uscire)

Buona giornata.

Pizzaiuolo   (con amarezza) ...Pizza calda!

Venditrice   ... Uova fresche!

Ninuccia entra da sinistra. Indossa un abito nuovo. √ą un abito vistoso e sproporzio¬≠nato per la sua et√†. Per la prima volta porta cappellino, guanti e borsetta. I tacchi alti di quelle maledette scarpe nuove, che le imprigionano i piedi sofferenti, la costrin¬≠gono a calcolare la lunghezza dei passi con l'altezza e il peso della persona, per assicurarsi un minimo di equilibrio. Si √® acconciata, secondo lei, come Vincenzo la desidera: da gran signora. La fioraia, la venditrice di uova e il pizzaiuolo sbarrano gli occhi e si scambiano sguardi significativi fra loro.

Don Ciro   (entrando scorge Ninuccia e ne rimane sorpreso) E chi è?

Ninuccia   Non mi conoscete?

Don Ciro   (incredulo) Ninuccia?!

Fioraia   (ammirata) Fatti vedere... Quanto stai bene!

Pizzaiuolo   Posso offrire una pizza?

Ninuccia   No, grazie.

Pizzaiuolo¬†¬† (ironico) Per Ninuccia, adesso, ci vuole il ¬ę sandevicce ¬Ľ e il ¬ę punto e mezzo ¬Ľ a piazza dei Martiri.

Ninuccia   (rivolgendosi a Don Ciro) Avete visto Vincenzo?

Don Ciro   No.

Fioraia   Stava qua... poi se n'è andato per le scale... (indica a destra).

Pizzaiuolo   L'ho visto andare da quella parte. (Indica a sinistra).

Ninuccia Grazie. (E s'avvia per la scala con difficoltà in­credibile e grande spasso di quelli che la osser­vano. Giunta alla sommità, scompare per la strada indicata dal pizzaiuolo).

Don Ciro   Però è una bella ragazza.

De Pretore   (entra svelto, rivolgendosi a Don Ciro) Una candela da cento!

Don Ciro   (meravigliato) Ancora candele?

De Pretore   Perché, vi dispiace?

Don Ciro   No.

Impiegato (√ą un impiegato di banca; reca con s√© una borsa di pelle gialla. Entra dalla sinistra e si rivolge alla fioraia) Scusate, buona donna... datemi un po' di fogliame inutile... devo pulire questa scarpa... (Cerca di mostrare la suola e il tacco della scarpa destra imbrattata di qualche cosa di nauseante che gli fa torcere il naso, schifato) Maledetto vicolo schifoso!

Fioraia   (servizievole) Qua, qua... (Indica la sua sedia) Mettete il piede qua... ve la pulisco io la scarpa.

Impiegato   (esegue)

Grazie. (E mette la borsa di pelle per terra, ac­canto alla sedia) Ma dico io se in un paese civile...

De Pretore (adocchiando la borsa di pelle dell'impiegato) Aspettate, don Ciro... Forse ne mettiamo due di candele... e questa volta mettiamo quella là... (In­dica il grosso candelotto).

Don Ciro   Quella costa cara.                    

De Pretore   Ma ne vale la pena.

(Con aria disinvolta, ma con la sicurezza spudorata che ormai gli viene dalla, secondo lui, inconfutabile protezione del santo, si avvicina all'impiegato, gli sorride quasi in atto di sfida, e con destrezza s'impadronisce della borsa).

L'impiegato rimane pietrificato: non crede ai suoi occhi. De Pretore, sempre sorri­dendo, si allontana per la scala. L'impiegato realizza, sbarra gli occhi e con gesto fulmineo estrae la rivoltella, intimando:

Impiegato   Fermati!

Ma Vincenzo non l'ascolta. Sempre sorridendo continua a salire le scale.

Impiegato   (a tanta impudenza, esclama) Carogna! (E tira tre colpi di rivoltella).

Due proiettili vanno a vuoto, il terzo colpisce il bersaglio. Vincenzo comprime le mani sul ventre, dopo un attimo si piega su se stesso... poi rotola pesantemente per le scale.

Fioraia   Madonna Santa!                                                 

Impiegato   (si precipita a recuperare la sua borsa)  Sono un padre di famiglia... (Alludendo al conte­nuto della borsa) I cinque milioni li devo portare in banca.

Tutti soccorrono Vincenzo.

Vigile   (dalla destra) Che succede? (Si ferma a parlare con l'impiegato).

Impiegato   Ci sono i testimoni...

Don Ciro   (alludendo a De Pretore) Respira... Portiamolo all'ospedale... .

Ninuccia (dall'alto  delle scale osserva per un attimo la scena. Poi realizza, si toglie le scarpe e scende di corsa fino a raggiungere il corpo immobile di Vincenzo e ghermirlo disperatamente) Vincenzino! Vincenzino!

Vigile   (a viva forza allontana Ninuccia dal corpo di Vincenzo) Allontanatevi voi. (Poi dice a qualcuno) Chiamate un taxi... (A Don Ciro) Aiutatemi a sollevarlo.

Tutti sollevano il corpo dì Vincenzo e lo trasportano verso sinistra. Poi il vigile si rivolge con autorità all'impiegato.

E voi seguitemi. Dovrete fare delle dichiarazioni.

Impiegato   Quante ne volete.

Escono tutti per la sinistra.

Ninuccia mezza trasognata segue il gruppo. Poi si accorge di avere perduto il cap­pello. Guarda intorno e lo vede ai piedi delle scale. Torna indietro, lo raccoglie. Poi, con le scarpe penzoloni da una mano e il cappello dall'altra, esce anch'essa per la sinistra, con gli occhi sbarrati che non osano versare una lacrima.

Mutazione a vista.

Quarto quadro

Ridente localit√†, a pochi chilometri da Napoli, adagiata in uno dei punti pi√Ļ incan¬≠tevoli di Melizzano.

A sinistra la greve presenza del portale di un castello aragonese, il cui massiccio e bullonato portone presenta due mastodontici batocchi in ferro, artisticamente foggiati da un virtuoso artigiano dell'epoca. Al centro di uno dei due battenti, preferibilmente su quello di destra dell'attore, si apre e si richiude dall'interno il finestrino-spia. Il rosso cupo delle fragranti mele ¬ę annurche ¬Ľ predomina sul verde del folto e rigo¬≠glioso fogliame dell'ampia distesa d'alberi, che delimita e ricopre l'intera collina. ¬ę Mele, mele, mele! ¬Ľ, come ha detto Vincenzo nel primo quadro della prima parte. Ve ne sono da per tutto, in ogni angolo, perfino ai due lati del sonnolento e sdegnoso portale; a cesti, a cumuli, a piramidi. La sovrapposizione dei piani, la sproporzione dei contorni figurativi e un pulviscolo dorato, che turbina nell'aria, creano intorno l'atmosfera di un'apparizione fantastica, la confusa visione di un sogno alterato da sentimenti contrastanti e in lotta fra loro. Al commento musicale sar√† affidato il com¬≠pito maggiore di sottolineare e fare intendere tale stato d'animo.

Da un gruppo di alberi appare De Pretore. Indossa un lungo camicione di mussola bianca, il quale presenta nel punto della ferita d'arma da fuoco, una larga macchia di sangue rosso vermiglio appena sgorgato. D'un pallore spettrale, e a piedi nudi, Vincenzo avanza timido e guardingo verso il portale del castello. Ogni tanto si ferma e rimane in cupa riflessione, come al bivio di una situazione penosa da risolvere.

De Pretore Adesso non ci capisco pi√Ļ niente. Non so se sono morto o se sono vivo. Mi ricordo una grande con¬≠fusione e mi sento ancora soffocare... una nausea! Evidentemente m'hanno addormentato... S√¨, s√¨... Ma allora perch√© sto qua? Come ci sono arrivato? (Guarda intorno come per riconoscere meglio il luogo in cui si trova) Questo √® Melizzano, e questo √® il palazzo del signore. (Una volta stabilito il luogo resta un attimo in riflessione, e decide) D'altra parte che me ne importa di sapere come ci sono arrivato? L'importante √® che sto qua. Mi piacerebbe proprio entrare l√† dentro. E mi piace¬≠rebbe pure che quel signore fosse mio padre. Io entro, gli faccio vedere l'anello: se lo riconosce, neanche i carabinieri mi cacciano via da l√† dentro. Li si mangia, si beve, si sta bene...

Ninuccia entra da sinistra e va a sedere a destra, di fronte al portale, su una cesta colma di mele. Il mutamento della ragazza √® pi√Ļ che evidente. Tutto ci√≤ che ella indossa √® sobrio, fine e intonato. In sostanza la vediamo finalmente come Vincenzo voleva che fosse la sua donna: una vera signora. L'attrice che interpreter√† il ruolo di

Ninuccia: badi bene allo sdoppiamento delle due personalit√† da controllare: quella di Ninuccia la ¬ę lavabottiglie ¬Ľ e l'altra; quella cio√® costruita dal concetto istintivo che Vincenzo De Pretore pu√≤ avere della vera signorilit√†. Egli la scorge ma non crede ai suoi occhi.

Tu qua stai?

Ninuccia¬†¬† Ho voluto accompagnarti fino al¬† portone. Mi spiego? √ą giusto?

De Pretore   E come l'hai trovata la strada di Melizzano?

Ninuccia   Ma questo non è Melizzano.

De Pretore   Non vedi quante mele?

Ninuccia   No.

De Pretore   Non le vedi?

Ninuccia   No, no.

De Pretore (colpito da quest'affermazione, e felice, in fondo, di non avere pi√Ļ dubbi sulla sua posizione, com¬≠menta fra s√©)

Allora sono morto. Che peccato! E allora se sono morto è inutile che vada a cercare mio padre. An­che se fosse questo gran signore, io che me ne fa­rei? (Per avere ancora una riprova, per stabilire in modo definitivo il suo vero stato, chiede nuova­mente) Scusa, e tu che vedi al posto di questi al­beri, di queste mele?

Ninuccia Io niente. Quello che ci dovrebbe essere al posto di queste mele lo dovresti sapere tu. Io che ne so? Sono venuta appresso a te.

De Pretore   (finalmente convinto)

Non c'è dubbio. Sono morto. Allora, se sono morto, questo è il Paradiso. Mi devo presentare a san Giuseppe. Ci pensa lui... (Guardando Ninuccia, con nostalgia) Come sei bella!... (E siede accanto a lei).

Ninuccia   (lusingata) Ti sembra?

De Pretore¬†¬† √ą la verit√†. Questo √® il vestito nuovo?

Ninuccia   Quello che mi son fatto fare con i soldi che mi hai dato tu.

De Pretore   Pure le scarpe?

Ninuccia   Sì.                        

De Pretore   Fammele vedere.

Ninuccia   E non le vedi?

De Pretore Ma le vedo meglio se me le mostri. Mi spiego? √ą giusto? Solleva la gamba, e muovi il piede come lo muovono le donne quando vogliono ve¬≠dere da s√© l'effetto di una scarpa.

Ninuccia, senza pudore, alza la gonna oltre le ginocchia, poi solleva la gamba destra e muove il piede con civetteria, come voleva Vincenzo.

Ecco, così. Pure le calze hai comprato con i soldi che ti ho dato io?

Ninuccia   Pure il cappello.

De Pretore Hai indovinato il gusto mio. Alzati ecammina, come camminano le indossatrici in una sfilata di modelli.

Ninuccia esegue la ¬ę sfilata ¬Ľ da perfetta indossatrice, sotto gli occhi di Vincenzo.

Così mi piaci. (Con rammarico) Siamo stati di­sgraziati. (Alludendo al primo arresto in casa sua) Ti ricordi quel giorno? Se la polizia tardava ancora una mezz'ora, ci saremmo uniti sul serio definitivamente.

Ninuccia   Io mi sarei data a te con gioia. Quando uscisti dal carcere, non pensavo ad altro.

De Pretore Io pure; ma mi mettesti in testa tanti pregiudizi... fino al punto che mi convinsi anch'io di fare le cose in regola, da buoni cristiani... e pensavo di farcela... e invece siamo rimasti tu da una parte e io da quest'altra con lo stesso desiderio che non ci sar√† possibile pi√Ļ di appagare.

Ninuccia   Pazienza.

De Pretore Come: ¬ę Pazienza? ¬Ľ Ma non capisci che resterai vergine per tutta la vita?

Ninuccia Ma sei impazzito? E perché dovrei fare questo sacrificio?

De Pretore¬†¬† Come : ¬ę Perch√© ? ¬Ľ Per amor mio.

Ninuccia Per amor tuo se fossi vivo. Il sacrificio l'avrei fatto se tu, da vivo, m'avessi abbandonata per un'altra donna. Allora, sì, in convento me ne sa­rei andata... fra le sepolte vive sarei finita. E come avrei potuto vivere sapendoti felice con un'altra donna? La morte invece è un fatto definitivo che ti mette di fronte all'impossibilità di trovare qual-siasi via di mezzo. Tu oramai sei sistemato, eio mi sono messa l'anima in pace. Sei morto: sono tranquilla.

De Pretore   (poco convinto, ammette) Già.

Ninuccia   Troverò uno che mi sposerà, e finirò pure per vo­lergli bene. Di te conserverò il ricordo, la foto-grafia... te la ricordi quella che ci facemmo insieme il giorno dopo che uscisti dal carcere?

De Pretore   Sì.

Ninuccia   La terrò sempre con me. ...

De Pretore   E sarò tranquillo anch'io.        

Ninuccia Certo. Non troveresti requie, sapendomi sola e spersa per il mondo. E adesso è meglio che vai.

De Pretore   (distratto) Dove?

Ninuccia   (indicando il castello) Dentro.

De Pretore   (alzandosi) Già. Allora... ciao...

Ninuccia   Ciao.

De Pretore   (avviandosi di malavoglia)

Speriamo bene. (Poi si ferma di nuovo, e dopo un attimo di muta riflessione, mostrando a Ninuccia il punto del camicione macchiato di sangue, con­clude) Io non capisco perché un protettore di quella importanza non interviene in un momento così urgente...

Ninuccia E se in quel momento stava proteggendo un altro che aveva pi√Ļ bisogno di te?

De Pretore¬†¬† (sbarrando gli occhi) Pi√Ļ di me?

Ninuccia   Si poteva dividere in due?

De Pretore   Già.

Ninuccia   E sbrigati... cammina.

De Pretore   (esitante)  Vado...

Ninuccia   Ma hai paura?        

De Pretore   Paura, no... ma sono impressionato...

Ninuccia Impressionato di che? Tu ti presenti e dici: ¬ę Sono morto, eccomi qua. Mi hanno sparato per¬≠ch√©... ¬Ľ A proposito... perch√© ti hanno ucciso?

De Pretore   (sapendo di mentire)

Mi hanno ucciso perché... è stata una disgrazia. Due tipi litigavano, uno dei due ha sparato e ha colpito me.

Ninuccia   Allora sei innocente... bussa.

De Pretore Sono innocente... ma sai com'è... (Mostrando il castello) Se qua sopra è arrivata una notizia travisata...

Ninuccia   Non c'è pericolo. Quelli sanno tutto.         

De Pretore   (ipocrita)

Per fortuna. (E guarda verso destra perché da quella parte giunge un chiacchierio comune a tutti quelli che quotidianamente debbono percor­rere un tratto di strada insieme, con lo sguardo perduto nella visione di una sede grigia e imper­sonale, dove dovranno svolgere, da eterni impiegati, un'attività monotona stagnante e priva d'imprevisti) Chi arriva? (Gioisce nel riconoscere quelle persone) Ma quella è Mammella... non c'è dubbio. E quello è Tatillo. Siamo a Melizzano.

Dalla destra entrano i tre. Maria veste come Vincenzo ha descritto la sua ¬ę tata ¬Ľ nella prima parte e reca a fatica un grosso involto che contiene una rilevante quantit√† di limoni. Giuseppe indossa un camice di tela blu e pantaloni di tinta incerta, sul capo un berretto grigio con visiera di pelle lucida nera. Reca una scatola di legno con tutto l'occorrente per lucidare i mobili, e una pialla di proporzioni esagerate. Ma tutto lindo e nuovo di zecca. Deve sembrare un falegname disegnato e colorato su di un libro delle scuole elementari.

De Pretore   Tata!

Maria   Dici a me?                         

De Pretore   Sì. Non mi riconoscete?

Maria    Chi sei?

De Pretore   De Pretore Vincenzo. Voi siete stata la mia tata.

Maria   (sincera, come per far riconoscere a Vincenzo di essere in errore) Io sono Maria.

De Pretore   E la mia Tata si chiamava Maria...

Maria   (con estrema dignità) Ma io sono Maria.

De Pretore   E non è la stessa cosa?      

Maria   (con un sorriso tenerissimo) No.

De Pretore   (indicando Giuseppe) E lui è Tatillo...                         

Giuseppe   Io sono Giuseppe. De Pretore   Precisamente...

Giuseppe   No... io sono Giuseppe.

Maria ¬†¬†(rivolgendosi a Giuseppe) Vedi? Succede sempre cos√¨ quando arrivano questi. Non sono ancora distaccati da tutto quello che li ha circondati in vita. Mi spiego? √ą giusto? E allora si imbrogliano. Ti ricordi quello che mi scambi√≤ per la bidella della scuola?

Giuseppe   E io non fui scambiato per il maestro di ginnastica?

Mariti   Già. Perché non riescono a dimenticare le imma­gini  dell'infanzia.   (A   Vincenzo)  Piano  piano, quando ti sarai acclimatato, quando sarà finita per te questa confusione, ti apparirà tutto come ti deve apparire...

De Pretore   E non me lo potete dire voi, al posto di queste mele, di questa scala, di questi alberi, che cosa c'è?

Maria Troveresti tutto sbagliato, dopo. Perch√© nulla pu√≤ apparire pi√Ļ bello di quello che piace a noi stessi. √ą tardi. (Mostrando l'involto che ha portato con se) Vedi quanti limoni... Il ¬ę signore ¬Ľ, ieri sera, ha dato un grande ricevimento: canti, balli, fino all'alba... (Sempre mostrando i limoni) C'√® l'ar¬≠genteria da pulire, e tanti tanti piatti. Mi spiego? √ą giusto?

De Pretore   L'argenteria si pulisce coi limoni?

Maria   E le bottiglie coi giornali.

Vincenzo e Ninuccia si guardano con intenzione.

Giuseppe Devo lucidare i mobili. Dopo un ricevimento di quel genere... Mi spiego? √ą giusto? Bisogna ri¬≠mettere in ordine ogni cosa. Specialmente i tavoli e il sediame.

Il portone lentamente si apre e appare Pietro, il custode.

Pietro   (con un registro di presenza sotto il braccio e una penna biro collocata all'orecchio destro) Andiamo su... firmate.

Maria e Giuseppe si avvicinano al custode e firmano il registro.

Maria   (firmando con la penna del custode, dice ad alta voce il suo nome) Maria.

Giuseppe   (firmando) Giuseppe.

Gioacchino dalla destra a passo svelto si avvicina al custode. Con un gesto significativo chiede di firmare il registro. Il custode gli porge la biro, e lui firma.

Gioacchino   Gioacchino. (Ed entra).

Ciro¬†¬† (dalla destra anche lui si avvicina al custode, ma con pi√Ļ autorit√† chiede di firmare) Dammi qua. (Allude alla biro).

E spariscono tutti e due silenziosamente nel castello.

Pietro   Servo vostro, dottore. (E gli porge la matita con deferenza).

Ciro   Ciro.

De Pretore¬†¬† (a Ninuccia, alludendo al nuovo arrivato) √ą il tabaccaio della piazzetta. S'√® ripulito... (Chiamando) Don Ciro...

Ciro   (volgendosi verso Vincenzo) Chi è?

De Pretore   Io, De Pretore...                             

Ciro   Ma chi ti conosce! De Pretore   Siete don Ciro, il tabaccaio, no?

Ciro   Niente affatto, io sono Ciro medico. (Ed entra in fretta nel castello).

Pietro   E pure oggi siamo al completo. (Rientra nel castello e chiude il portone dietro di sé).

De Pretore  (confuso e scontento) Eppure...  ero convinto che quella donna fosse Mammella...

Ninuccia   Non   perdere   tempo...  (Indicando  il  portone) Bussa.

Vincenzo si avvicina al portone. Alza con difficoltà uno dei batocchi e bussa due volte.

Pietro   (sporgendo la testa dal finestrino-spia) Chi siete?

De Pretore   De Pretore Vincenzo.    

Pietro   E cosa volete?                     

De Pretore   Vorrei parlare con san Giuseppe.

Pietro   In questo momento è entrato... non lo avete visto?

De Pretore   Sì, ma pensavo che fosse il marito della tata mia.

Pietro   No, quello è san Giuseppe in persona.

De Pretore   Posso parlarci?

Pietro   Ma siete atteso da lui?

De Pretore   Certo. E sarà molto felice di vedermi, in quanto è stato lui che mi ha fatto salire qua.

Pietro   E perché non vi ha riconosciuto quando vi ha visto?

De Pretore¬†¬† Evidentemente conosce il mio nome, ma non le mie sembianze. Voi ditegli: ¬ę De Pretore Vin¬≠cenzo, quello che da vivo vi scelse come suo pro¬≠tettore, √® fuori che aspetta perch√© vuol sapere come deve regolarsi da morto ¬Ľ.

Pietro   Vado e torno. (Richiude il finestrino).    

Ninuccia Come vedi, va tutto per il meglio... Io scappo... è tardi.

De Pretore   Non puoi aspettare?...                  

Ninuccia Ormai ci sei. Io devo darmi da fare. Ogni minuto che passa è una probabilità che perdo per sistemarmi.

De Pretore¬†¬† √ą giusto. Corri, non perdere tempo. Ogni tanto, una corsa al cimitero, falla.

Ninuccia¬†¬† Per vedere che cosa? Non fare lo ¬ętepido. Un lumino in casa, davanti alla fotografia... (Ed esce in fretta).

De Pretore   (con voce portata) Almeno per i primi tempi...

L'indifferenza di Ninuccia getta De Pretore in un profondo scoramento. La solitudine riconduce il suo pensiero all'attimo in cui gli hanno sparato.

... io poi dico, benedetto uomo, corrimi appresso, fammi arrestare, mettiti a gridare ¬ę Al ladro! Al ladro! ¬Ľ, ma sparare due colpi a bruciapelo... Ma dove siamo?!

Dal lato opposto, premuroso, entra l'impiegato di banca, portando sotto il braccio la borsa che De Pretore aveva tentato di sottrarre. Si rivolge direttamente a Vincenzo.

Impiegato  Ma non ho sparato per colpirti, ho tirato alle gambe. Poi si capisce, la stessa esplosione ha cor­retto il tiro a danno tuo. Ho i figli, io, sai ? Quei cinque milioni mi mandavano in galera. Se non fosse stato per il mio santo protettore...

De Pretore   (insospettito) Ma a te, chi ti protegge?

Impiegato   Il mio santo protettore è san Giuseppe.

De Pretore   (come di fronte a una rivelazione)

Ecco spiegato. Aveva ragione Ninuccia: ¬ę Non si poteva dividere in due ¬Ľ. In ogni modo io ti rin¬≠grazio per le informazioni.

Impiegato   Ma ti pare.

De Pretore  Adesso ci penso io. Grazie mille. (Con ricono­scenza e rispetto) Stia bene. Si conservi.

Pietro   (dal finestrino) Signor De Pretore!   

De Pretore   (pronto) Eccomi!

Pietro   Ci deve essere uno sbaglio... San Giuseppe non vi conosce.

De Pretore   (trasecolato) Non mi conosce?       

Pietro   (semplice) No, no.           

De Pretore   Ma gli avete detto che sono morto?

Pietro¬†¬† S√¨, ha risposto : ¬ę Che posso farci ? Che me ne importa. Muore tanta gente ¬Ľ.

De Pretore   E io che faccio?

Pietro   Io che ne so.

De Pretore   Voglio dire: da morto dove devo andare?

Pietro   Ha detto che dovete andare dove vanno tutti i morti : al cimitero.

De Pretore   (dubbioso) Ma ha capito chi sono io?

Pietro   Non vi conosce... ve l'ho detto. Permettete, devo rientrare. (Si ritrae, ma Vincenzo lo ferma).

De Pretore   Aspettate! Cercate di comprendere...

Pietro   Che cosa? (Spazientito) Vi ho detto che san Giu­seppe non vi conosce.

De Pretore   Ma questa è malafede bella e buona... Le candele che gli portavo se le consumava, e come!

Pietro   Quali candele?

De Pretore Lo so io quali. (Con rabbia appena contenuta) Lo dica a me quello che ha detto a voi. (Gridando) Venga a dirmi in faccia che non mi conosce...

Pietro   Non gridate.

De Pretore Io grido quanto mi pare! E grido per farmi sen­tire da lui. (Gridando verso l'interno del castello, per farsi sentire dall'interessato) Se non trova il mezzo di farmi entrare e di farmi rimanere in Paradiso, faccio correre i vigili dell'aldilà!

Pietro   Ma siete pazzo? Vi ho detto di non gridare.

De Pretore Io strillo finché ho voce. (Gridando a perdifiato) Ho il diritto di entrare! Quando gli parlai alla piazzetta, fui chiaro nella richiesta... il patto fu preciso...

Giuseppe   (dall'interno) Che c'è? Chi grida? Pietro, apri.

Pietro   Pronto. (Apre il portone per metà).

Giuseppe   (fuori) Cos'è questo chiasso? Il Signore ha sentito ed è fuori di sé... (Rivolgendosi a Vincenzo) Chi sei?

De Pretore (stende una mano come per indicare se stesso al­l'attenzione del santo, e rinnovare, con quel gesto rafforzativo, un accordo preciso avvenuto di re­cente fra loro due) De  Pretore  Vincenzo...   mezz'ora  fa   m'hanno sparato...

Giuseppe   (sinceramente sorpreso) Povera creatura... Perché vi hanno ucciso? Chi è stato?

De Pretore   Ma come... non sapete niente?

Giuseppe   No.

De Pretore Allora ve lo dico io: se mi hanno ucciso è stato soprattutto per colpa vostra.

Giuseppe   Come?...

De Pretore   Certo. Forte della vostra presenza qua, dell'ac­cordo preso con voi, della vostra protezione... io rubavo con sicurezza.

Giuseppe   Rubavi? Ma allora sei un morto ladro?

De Pretore Che c'entra. Ero ladro da vivo. Da morto sono onesto. Un uomo vivo non ruba per morire, ma ruba per vivere.

Giuseppe¬†¬† (ammettendo¬†¬† in¬†¬† parte¬†¬† l'affermazione¬†¬† di¬†¬† Vincenzo) √ą giusto. Ma questa tua affermazione √® valida fino a un certo punto... Questo tuo ragionamento strano non pu√≤ cambiare una legge antica. Il la¬≠dro rimane bollato sia in vita che in morte. Se il ladro avesse diritto al perdono, allora sarebbe inutile tutto il traffico del fuoco eterno.

De Pretore Ma io tutto questo non devo saperlo. Il protettore mio siete voi... Se poi c'è stato il disguido di quell'altro...

Giuseppe   Quale altro?

De Pretore L'impiegato. Voi mi direte che aveva pi√Ļ diritto di me, lui era un padre di famiglia. Ma io sono solo. E voi dovete pensare per me...

Giuseppe   Ma di quale protezione stai parlando?

De Pretore Di quella che vi chiesi in ginocchio, e che voi mi accordaste.

Giuseppe Questo lo affermi tu... è tutto un fatto tuo perso­nale. Te la sei presa da te questa protezione che dici... Non capisco perché avrei dovuto dartela.

De Pretore¬†¬† E tutte le candele? I fiori? E il tabernacolo rin¬≠novato? Eravate ridotto in condizioni pietose... Chiedete informazioni al tabaccaio di fronte. La spesa della rinnovazione l'ho sostenuta io! (Tagliando corto) Poche storie! Tornate dentro e in¬≠sistete presso il Signore. Glielo dite papale pa¬≠pale : ¬ę Questo Vincenzo De Pretore √® un mio protetto, ha fatto il suo dovere nei miei con¬≠fronti... deve entrare e rimanere con noi nel pa¬≠lazzo ¬Ľ.

Giuseppe   E se dice di no?

De Pretore Tanto peggio per voi. Significa che la vostra auto­rità, lì dentro, non conta niente. Per conto mio avrò speso male i miei soldi, ma la vostra di­gnità... crolla. Ve lo dico io.

Giuseppe   (rivolgendosi a Pietro) Ma guarda che tipo mi capita, oggi.

Pietro¬†¬† (sottovoce a Giuseppe) √ą un ignorante, ma simpatico. Cerca di aiutarlo.

Giuseppe   Ma in che modo?

Pietro   Se il Signore è di buon umore...

Giuseppe  (rivolgendosi a Vincenzo) Entra. Aspetta nell'ingresso. (Al custode) Non lo fare entrare nel Salone se non te lo dico io. (Entra nel castello).

Pietro   Entrate, vi darò una sedia.

De Pretore   (sostenuto) Grazie.

Entra seguito dal custode. Il portone si chiude.

Mutazione a vista. Commento musicale.

Quinto quadro

Il salone del castello.                                                  

Maria, Gioacchino, Ciro. Servitori e camerieri.

Il gruppo di questi personaggi sarà disposto in bell'ordine.

Al centro di esso vi sarà il padrone del castello: Il Signore. La composizione deve ricordare molto da vicino quei gruppi tipici da Presepio. Il Signore indossa un vestito da cacciatore, osserva, e imbraccia di tanto in tanto il fucile. Tutti gli altri sono occu­pati in faccende casalinghe. Chi pulisce un piatto, chi un pezzo di argenteria, chi batte un tappeto. Qualcuno gratta il formaggio. Un altro pulisce la verdura. Ogni volta che il Signore riempie i polmoni di aria e protende in avanti l'ampio torace,

Ciro vi colloca al centro l'orecchio, con attenzione, per ascoltare i battiti di quel cuore

tanto regale e sensibile.

Il commento musicale continua.

Giuseppe entra esitante seguito da De Pretore che, durante tutta la scena, resterà dalla quinta, ad assistere e a commentare ciò che accade. Giuseppe si ferma, e non osa affrontare l'argomento che lo ha spinto a tanta audacia. Il Signore, dopo un poco, s'accorge del suo imbarazzo.

Signore   Giuseppe, cosa c'è?

Giuseppe¬†¬† √ą accaduto un fatto insolito.

Signore   (rabbuiandosi) Un fatto? Accadono fatti in casa mia?

Giuseppe   Qui no. Fuori...

Signore   Beh? Giuseppe   Ecco... fuori c'è un ladro...

Signore   (allarmato) Un ladro?...

I servi   (a loro volta allarmati, ripetono in coro) Un ladro...

Giuseppe   (pronto, per rassicurare tutti) Morto, morto!...

Tutti   (compreso il Signore, si chetano) Ah...

Giuseppe Si chiama De Pretore Vincenzo. Da vivo scelse me come suo protettore. Nella sua ignoranza ha creduto di averne il diritto... Ora da morto vorrebbe entrare qua.

Signore   E tu hai pensato (severo) che io avrei consentito che costui mettesse piede in casa mia? Giuseppe: un ladro! Sei svanito, Giuseppe... Sei vecchio.

Giuseppe¬†¬† (impermalito) Che c'entra la vecchiaia? √ą in ballo la mia dignit√†. Si tratta di un ragazzo sempliciotto... √® stato un ladro, ma ha pagato con la vita. Ha cre¬≠duto fermamente nella mia protezione... mi ac¬≠cendeva le candele... Fiori, rinnovazione... Che faccio? Gli dico che non ne so niente... che non ho nessun potere... che vada all'inferno perch√© la protezione dei potenti non esiste... Fatelo entrare e diteglielo voi tutto questo. Per conto mio vi di¬≠chiaro che una figuraccia simile non ho inten¬≠zione di farla. E vi dico inoltre che, a queste con-dizioni, non mi conviene di restare in casa vostra. Vi sar√≤ sempre devoto, servo, ma me ne vado per i fatti miei.

Signore   (minaccioso) Bada bene! La porta di casa mia si chiuderà die­tro le tue spalle, e resterà chiusa per sempre.

Giuseppe   (allusivo) E metteteci la spranga. (Con passo lento si avvia di nuovo).

Maria¬†¬† (alludendo a Giuseppe) √ą il mio sposo... devo seguirlo. (Si accoda a Giu¬≠seppe, dopo di aver salutato il Signore con un rispettoso inchino).

Gioacchino   (con un cenno del capo invoglia tutti gli altri servi a seguirlo) Andiamo.

I  servi, solidali, si avviano silenziosamente.

Signore   (autoritario) Fermi tutti!

Il gruppo dei servi si ferma e attende la decisione del Signore.

Questa vostra intimazione è assurda! Parlo nel vostro interesse. Se decidete di andar via sul serio, io mi troverei in imbarazzo per breve tempo, ma voi finireste sul lastrico. Non per cedere al vostro atteggiamento, ma per appagare una mia intima curiosità... voglio interrogarlo. (Dopo una breve pausa, decide) Giuseppe, fate entrare questo tipo.

Il gruppo dei servi si schiera di nuovo ai due lati del Padrone.

Giuseppe   (parlando verso l'interno) Vieni avanti.

Vincenzo entra esitante. √ą come schiacciato dal lusso. Dopo pochi passi si ferma inti¬≠midito dallo sguardo scrutatore del Signore, al quale lui non sa dare una precisa definizione, per la continua e confusa sovrapposizione che avviene nella sua mente fra i personaggi che abitavano il paese della sua infanzia e le figure che, secondo la tua ingenua fantasia, popolano il Paradiso.

De Pretore Sono veramente confuso, Signore... Vorrei espri­mermi in maniera degna, ma un po' me ne manca il coraggio, e un po' la preparazione... Se fossi morto di malattia... Una di quelle malattie lun­ghe, che ti danno il tempo di sistemare i fatti tuoi, quattro parole, pulite pulite le avrei messe insieme anch'io, magari me le sarei fatte scrivere da qualcuno che ci sa fare e le avrei imparate a memoria per non fare la figura meschina che sto facendo, ma mi hanno ucciso cosi repentinamente che sono morto e nemmeno me ne sono accorto...

Signore   Non importa. Qui le forme convenzionali non contano.

De Pretore Ma vogliamo scherzare? Posso mai pensare di ot­tenere da voi le stesse agevolazioni che ottengono quelli che si presentano con una bella parlantina, svelta svelta?

Signore   E secondo te io mi lascerei infinocchiare?

De Pretore No. Ma con quattro parole bene azzeccate si gua­dagna la simpatia di chiunque.

Signore   Beh, meglio un uomo simpatico che uno antipa­tico. E tu pretendi di rimanere in Paradiso?

De Pretore San Giuseppe ve l'ha detto. Anzi, mi dispiace di quell'incidente che c'è stato fra voi due per colpa mia. Siate indulgente... Non ve ne pentirete. In fondo sono un buon ragazzo e posso esservi utile in tante cose. So fare di tutto : ho vissuto sempre da solo e ho dovuto arrangiarmi alla meglio. So cucinare gli spaghetti, faccio un sugo! Se avete degli oggetti da vendere, oggetti smessi di cui vi volete disfare, ci penso io! Riuscivo a vendere certi tagli di stoffa scadente per stoffa inglese di prima qualità! Ho fatto pure il barbiere... schiac­cio le noci col piede scalzo... canto le canzonette... suono la chitarra... (Traendo dall'involto che ha portato con sé un mazzo di carte, lo porge al Signore, invitante) Scegliete una carta...  

Signore   Tu ti chiami Vincenzo.

De Pretore   Sì.

Signore   E di cognome?

De Pretore   De Pretore.

Signore   Tuo padre?

De Pretore (abbassa gli occhi umiliato. Dopo una lunghis­sima pausa confessa) De Pretore... era il cognome di mia madre. Sono di padre ignoto.

Signore   Che significa: ignoto?

De Pretore Non lo capisco nemmeno io. √ą un modo per in¬≠dicare un figlio avuto da una donna che non sia la propria moglie legale. E‚Äô uno sbaglio, secondo me. Perch√© un padre deve esistere per tutti. In nessun campo la parola ¬ę ignoto ¬Ľ dovrebbe tro¬≠vare la sua applicazione. Di veramente ignoto non esiste niente. Chi cerca trova. La televisione, vent'anni fa, non esisteva. E la bomba atomica? Chi la conosceva. Per questi figli particolari si do¬≠vrebbe dire: ¬ę Figlio di un padre che si √® na¬≠scosto per non andare in galera ¬Ľ.

Signore   Sarebbe un po' prolisso.

De Pretore Lo credo anch'io. Ma non pensa lei che la ver¬≠sione pi√Ļ breve incida un po' troppo sulla repu¬≠tazione dei figli, mentre i padri con la scusa della brevit√†, riescono a conservare la loro illibata e pulita pulita?

Signore   Già.

De Pretore Ognuno poi si difende come può. C'è chi, ra­gazzo, riesce a farsi riconoscere da un padre falso, per esempio. E tante mamme che, per non met­tere al mondo degli infelici...

Signore   Che fanno?

De Pretore Se ne liberano. Lei forse mi può togliere una cu­riosità. Sa, è un problema che mi ha sempre inte­ressato... Tutte queste creature che non riescono ad affacciarsi nel mondo... queste, diciamo... mezze creature, dove finiscono?

Signore¬†¬† (commosso) Qua, in casa mia. (Rivolgendosi a Ciro) √ą vero, dottore?

Ciro   (anche lui commosso) Sì. Faccio quello che posso. Ma sono in tanti che non faccio in tempo a curarli. Vorrei tanto met­terli alla pari con gli altri angeli... con ritrovati moderni,  unguenti  speciali...  Cospargo loro le spalle di oli e di balsami... ma sono tutti pallia­tivi... Due aluzze embrionali sono riuscito ad ot­tenere per loro...

Signore¬†¬† Non importa. Non saranno in grado di spiccare il volo. Ma io sono molto paziente, e ho molto tempo da dedicare a loro. Li porto a passeggio, rincorrono le farfalle... I miei possedimenti sono immensi e pieni di tante meraviglie che solo queste ¬ę mezze creature ¬Ľ riescono a vedere... E poi la mia tavola √® grande e pu√≤ accogliere tutti. (A Vincenzo) E tu sei stato ladro?

De Pretore Se avessi avuto un padre che m'avesse mandato a scuola... Non so scrivere... leggo appena... Lei capisce, Signore,... ho fatto il ladro per vivere. E tanti come me finiscono per fare i ladri.

Signore   (con una decisione improvvisa) Ascoltatemi bene tutti.

I servi si fanno attenti.

De Pretore Vincenzo rimarr√† in casa mia. Andate tutti a letto. Domattina all'alba ognuno di voi spiegher√† a questo ragazzo come dovr√† compor¬≠tarsi in Paradiso. Mi spiego? √ą giusto?

Tutti i servi condividono l'affermazione del Signore e riprendono con lena le loro faccende, commentando l'avvenimento con le ultime parole di lui.

Tutti¬†¬† Mi spiego? √ą giusto?

Piano piano il ¬ę mi spiego, √® giusto ¬Ľ, ripetuto in coro diventa ritmato e scandito. Il commento musicale sottolinea le voci, producendo nell'insieme l'effetto di un maglio che batte ossessivo.

Mutazione a vista.

Intanto fa buio. Alla fase decrescente del concertato musicale ci troviamo al:

Sesto quadro

In una squallida stanzetta del pronto soccorso. Un medico e due infermieri, in camici bianchi, sono intorno a Vincenzo De Pretore, che si trova nel lettino. Un poco pi√Ļ lontano un agente d√¨ polizia attende. In un angolo, a destra, ignorata, vediamo Ninuccia vestita con l'abito della piazzetta. La ragazza piagnucola per conto suo. Vincenzo, nel delirio della febbre, smania, vaneggia. I due infermieri si adoperano per limitare l'agitazione di quei movimenti disordinati. Il dottore controlla il polso del degente.

1¬į infermiere¬†¬† Si √® svegliato.

2¬į infermiere¬†¬† Complimenti, dottore.

Dottore   (porgendo all'agente il proiettile che ha estratto dal corpo di Vincenzo) Ecco il proiettile.

L'agente se ne impadronisce.

Dottore   Vivrà difficilmente.

Ninuccia trasale.

Agente   Posso interrogarlo?

Dottore   Sì, ma con prudenza. (Rivolto a Vincenzo) Cercate di rispondere.

De Pretore   (affannando) Sì.

1¬į infermiere¬†¬† Su, coraggio.

2¬į infermiere¬†¬† Rispondete al signore.

Agente   (con matita e foglietto, si avvicina a quel misero letto) Tu ti chiami Vincenzo?

De Pretore  (con un filo di voce) Sissignore.                              

Agente   E di cognome?

De Pretore   De Pretore.

Agente   Tuo padre?

De Pretore¬†¬† (infastidito dal ripetersi di quella incresciosa do¬≠manda) Ve l'ho detto poco fa. Vi ho confessato tutto. (Il respiro gli diventa sempre pi√Ļ pesante) Vi ho detto che sono stato un ladro, e che mi hanno ucciso questa mattina... Ora sono in casa vostra... in questo Paradiso... Ho la vostra promessa... e ci resto. (Il volto gli si contorce in una smorfia di dolore. Poi chiude gli occhi, reclina il capo sulla spalla destra e s'accascia).

Dottore (accorre presso di lui, ma dopo averlo osservato con attenzione annunzia con fredd√©zza abituale) √ą morto.

Ninucciasussulta. L'agente intasca foglietto e matita.

Agente   Buongiorno. (E se ne va).

Dottore   (come per dare le istruzioni del caso ai due infermieri) E fate uscire la ragazza. (E se ne va pure lui).

I due infermieri compongono alla meglio il cadavere, gli coprono il volto con il lenzuolo e si avviano.

1¬į infermiere¬†¬† (rivolto aNinuccia) Su, andiamo.¬†¬†¬†¬†¬† ¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†¬†

Ninuccia (a quella indifferenza non osa reagire né pian­gere. Si alza, si avvicina al letto, tocca il lenzuolo, aggiustandolo, poi, come parlando a persona viva)

...E finisce tutto cos√¨? Non pu√≤ finire... √ą vero, Vincenzo? Io ti aspetter√≤ sempre, lo sai, no? Ci vedremo nel vicolo, nella piazzetta, dal friggitore dove andavamo a mangiare le frittelle, alla gio¬≠stra, al tirassegno... Ti ricordi quando volevi sapere da me che avrei fatto se tu morivi? Io ti dissi: ¬ę Quello che far√≤ lo so io¬Ľ. E invece non lo so. Tu lo sai adesso, e non me lo puoi dire. Non lo so che debbo fare. Che cosa ti piacerebbe che io facessi ? Se lo chiedo in giro mi dicono che debbo pregare...

L'infermiere tossisce discretamente. Ninuccia si volta, lo vede e, muovendo verso di lui, chiede:

...Aveva un anello...

Infermiere   Ripassa, dopo gli accertamenti, se non lo reclamano...

Ninuccia   Va bene. (Si avvia verso l'uscita). Infermiere   Ma tu chi sei?  

Ninuccia   (senza fermarsi)   Nessuno.

Ninuccia esce. Lentamente, sulla musica, cala il ripario.


1   Diamo qui la versione delle battute:

Signora     Credevo che conoscessi la strada! Tutti i giorni la stessa storia!

Signore     Non preoccuparti, ho con me la guida.

Signora     Bene, andiamo avanti allora. Guarda, c'è un uomo. Chiediamo a lui dov'è que­sta strada. Ciao! Parla inglese? No? Non lo parla?   Per favore, potrebbe dirmi dov'è via Forio? Quella strada a destra? Ho capito, grazie tante. Lei è gentile.

Signore     Chiedi se questa statua può essere acquistata...

Signora¬†¬†¬†¬† Oh! Smettila tu e i tuoi¬† ¬ę souvenirs ¬Ľ! Andiamo, √® tardi, ho fame. Arrivederci, grazie di nuovo. La prossima volta non vantarti di conoscere le citt√†... Ci siamo rovinati la serata per colpa tua.

Signore      Sta' tranquilla! Non è poi la fine del mondo...

Signora      Beh, io sono stanca...

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