Delitto all’isola delle capre

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Delitto all’isola delle capre

di Ugo Betti

Personaggi

Agata      la vedova del professore

Pia           la sorella del professore

Silvia       la figlia del professore

Angelo       un compagno del professore

                Edoardo          un vettore anziano

Ai nostri giorni.

L’azione si svolge in una casa isolata, circondata da una brughiera. La scena, unica tutti gli atti, rappresenta una stanza a pianterreno, quasi un seminterrato, usato come cucina: un raggio di sole vi entra da una inferriata. La porta del fondo dà verso l’esterno che s’intravede, arido. Altre porte danno verso l’interno. A una parete vi è un pozzo a nicchia.

Questo dramma è stato rappresentato per la prima volta nel 1950 dalla Compagnia Zareschi-Randone, al teatro delle Arti di Roma.


ATTO  PRIMO

Scena prima

Un vecchio dall’aria stupida e sordastra, Edoardo, sta bevendo un bicchiere d’acqua.

Pia siede un po’ discosto

EDOARDO:  Acqua buona. È fresco, qui, non vorrei più alzarmi. Io sono troppo avanti d’età, ormai, per continuare a portare su e giù un camion sconquassato sotto questo sole. Ricordatevi di dire a vostra cognata che ripasserò lunedì. Poi, andando avanti, sempre di lunedì. Io suonerò dalla strada. Voialtre, avendo bisogno, vi fate fuori e mi fate segno. Vostra cognata è andata all’ufficio postale?

PIA:                Sì.

EDOARDO:  Volevo chiederle se era rimasta contenta delle spese dell’altra settimana. Andava tutto bene?

PIA:                Sì.

EDOARDO:  Anche vostra nipote è andata all’ufficio postale?

PIA:                No.

EDOARDO:  Sta bene, ora, vostra nipote?

PIA:                Sta bene.

EDOARDO:  Ho piacere. (Toccando il bicchiere) Datemene ancora, per favore.

PIA:                (va a riempirgli il bicchiere alla brocca)

EDOARDO:  (beve, si alza) Avete detto che farina non ve ne occorre?

PIA:                Vi ho dato la lista, no?

EDOARDO:  Va bene, va bene. (Cava la lista, vi dà un’occhiata) Va bene. Dunque lunedì. Più che il sole è quest’aria, questo vento che abbrucia. Dunque io vado. Salutatemi vostra cognata e vostra nipote.

PIA:                Arrivederci.

EDOARDO:  (è alla porta; è sparito)

Scena seconda

PIA:                (va oziosamente all’inferriata, sta a guardare il camion che parte; torna il silenzio, la donna si accosta al pozzo; prende una corda munita di un piccolo raffio, la cala nel pozzo mettendosi ad armeggiare pazientemente. Il raggio di sole dell’inferriata viene intercettato. È un uomo, da fuori, il quale sta lì, inavvertito, a osservare)

ANGELO:     (dopo un po’, con accento gentile) Vi è caduto qualche cosa nel pozzo?

PIA:                (sussulta; con asprezza)Che cosa volete?

ANGELO:     Volevo sapere se vado bene, per Isola delle Capre.

PIA:                Isola delle Capre è qui, questo posto. Voi dove dovete andare? Per dove siete passato?

ANGELO:     (vagamente) Sono passato di lì, dalla strada.

PIA:                Da questa parte non c’è più niente, solo questa casa. Se volete andare nell’ufficio postale dovete tornare indietro.

ANGELO:     Ah. È lontano?

PIA:                Siete a piedi?

ANGELO:     Sì.

PIA:                Due ore.

ANGELO:     (sembra riflettere) Grazie. Buon giorno.

PIA:                Buon giorno.

ANGELO:     (sparisce)

PIA:                (va alla finestra per vedere l’uomo allontanarsi; torna al pozzo e riprende il suo lavoro)

ANGELO:     (riappare, questa volta sulla porta; entra senza rumore; è un giovane aitante, florido, di pelle e capelli chiari; sta un po’ a guardare la donna, poi batte le nocche a uno stipite)

PIA:                (si volta di scatto; con timore e asprezza) Chi vi ha permesso di entrare?

ANGELO:     (cerimonioso) Scusate, ma io venivo proprio qui, in questa casa.

PIA:                Che cosa volete? (Chiamando) Silvia! Silvia!

ANGELO:     Non dovete avere paura. Mi dispiace di presentarmi tanto in disordine: è stata la strada, la polvere. (La sua voce è cortese, molto gradevole) Questa è la casa del professore Enrico Ishi?

PIA:                Il professore è morto da molti mesi.

ANGELO:     Lo so. Voi siete la vedova?

PIA:                No.

ANGELO:     Allora siete la sorella: Pia.

PIA:                Sì.

ANGELO:     Siete giovane. La vedova non c’è?

PIA:                Tornerà fra poco.

ANGELO:     L’aspetterò. E la figlia, la signorina Silvia, come sta? Ha profittato negli studi? È in casa?

PIA:                Non lo so. Credo.

ANGELO:     Permettete che mi sieda?

PIA:                (fa un gesto)

ANGELO:     Grazie. (Siede) Sono belli questi posti. Solitari, ma molto attraenti.

PIA:                Non direste così se doveste vivervi. Noi non siamo di qui.

ANGELO:     Perché il terreno non è coltivato?

PIA:                È per via delle capre. Mangiano tutto.

ANGELO:     Capre. Ne avete molte?

PIA:                È ciò che ci dà da vivere.

ANGELO:     E chi è che le custodisce?

PIA:                Noi stesse: io, mia cognata e la ragazza.

ANGELO:     Non un pastore?

PIA:                No.

ANGELO:     È utile, un pastore; le bestie lo ubbidiscono, e prosperano. Nessun domestico?

PIA:                C’era una contadina, ora siamo sole.

ANGELO:     Scusate, ho lasciato fuori certa roba. (Esce, subito ritorna portando dentro una valigia e un sacco: si rimette a sedere) Però è bella, la casa. Da lontano spunta come una torre.

PIA:                Sì, bella catapecchia. Avete visto il terrazzino?

ANGELO:     Perché?

PIA:                Non ci si può andare, casca giù. La notte, se c’è vento, la persiana comincia a sbattere, Pim, pam. Addio sonno. Mia nipote ci diventa matta.

ANGELO:     Pim, pam. Basterebbe salire e legare la persiana, o toglierla. Io... potrei fare questo.

PIA:                Sì, per cascar giù voi, il terrazzino e tutto. Se non fosse pericoloso l’avremmo già fatto noialtre.

ANGELO:     È molto tempo che la vedova, la signorina e voi siete qui senza nessun uomo?

PIA:                Cinque anni, da quando è partito mio fratello.

ANGELO:     Vostra cognata non pensa a risposarsi?

PIA:                No, lei non pensa a queste cose. Ma voi che cosa volete?

ANGELO:     Io? Io sono stato amico di vostro fratello. Ho assistito anche alla sua morte, ricevetti quasi le sue ultime parole. Ciò avvenne, laggiù, in un luogo di sofferenze, nell’Africa.

PIA:                Eravate anche voi prigioniero, con mio fratello? Compagni?

ANGELO:     Vostro fratello aveva altri compagni, fra i prigionieri: persone della sua stessa nazione, della sua stessa lingua. Tuttavia a poco a poco scelse me, e noi abbiamo parlato e siamo stati assieme tutto il tempo.

PIA:                Voi siete straniero?

ANGELO:     Sì. La mia permanenza in questa nazione è abusiva. Io non avrei il permesso di risiedere qui.

PIA:                Parlate perfettamente.

ANGELO:     Si. A me piace parlare.

PIA:                Di dove siete?

ANGELO:     (ride, fa un gesto vago) Un posto lontano. Là fa molto caldo, non meno di qui, ma anche molto freddo. D’inverno noi muriamo le finestre, con mattoni e calce, poi accendiamo delle grandi stufe e stiamo bene. (Ride)

PIA:                E là che professione avevate?

ANGELO:     Io studiavo, studiavo molto. Pensavo. Il mio nome è Angelo. Angelo Useim.

PIA:                E come mai non siete tornato al vostro paese?

ANGELO:     Perché non lo desideravo. (Sempre con quel candore e dignità) Ciò che desideravo era di viaggiare qui, di venire in questa casa. (Un silenzio)

PIA:                (incuriosita) Mio fratello vi ha lasciato qualche incarico? È così? Vi ha pregato di dirci qualche cosa?

ANGELO:     Sì, è questo.

PIA:                Qualche cosa a me?

ANGELO:     (fa cenno vago di no)

PIA:                Alla ragazza?

ANGELO:     (accenna ancora di no)

PIA:                Ah, ecco, alla vedova. Credo che tarderà poco. Voi naturalmente non la conoscete.

ANGELO:     No.

PIA:                (con ostilità) Mia cognata è una donna che tutti ammiriamo. Io mi sono sempre sentita piccola vicino a lei. (Ride) La persiana, quando sbatte, dice: «Agata! Agata!».

ANGELO:     Vostra cognata.

PIA:                Sì. Questo posto si chiama Agata. Lo dobbiamo a lei, se siamo qui ad ammuffire. Sapete cos’è? Che la solitudine, dai e dai, fa diventare matti. Io per fortuna spero d’andarmene presto. Voi eravate ufficiale?

ANGELO:     Sì.

PIA:                Io sono insegnante di lingue. Ho viaggiato parecchio. Deutches sprachen? Vous trouvez joli cet endroit?

ANGELO:     (ripete le parole storpiandole, ride) Non comprendo.

PIA:                Io ho vissuto un intiero anno a Vienna. Voi ci siete mai stato?

ANGELO:     No.

PIA:                Bella città. Mi trovavo presso gente molto ragguardevole. Tutte le sere teatro, ricevimenti, abito da sera. Una vita intensa. Voi sapete ballare?

ANGELO:     Sì.

PIA:                Quasi non mi sembra più di essere la stessa donna. M sento inselvatichita. E poi malmessa, infagottata. Orribile.

ANGELO:     Ma l’occhio dell’uomo distingue. Voi non siete orribile. Amori a Vienna?

PIA:                (ride) Oh, amori! Tutto il mondo è paese. Pensavo: volete dell’acqua? Ben fresca? Dovete aver sete.

ANGELO:     Sì, gradisco. (Si accosta al tavolo)

PIA:                (gli porta dell’acqua)

ANGELO:     (beve) Si sta bene, qui.

PIA:                È l’unico posto fresco.

ANGELO:     Sapete? Anche io sono stato uguale a voi. Voi molto tempo qui senza nessun uomo. Io molto tempo laggiù senza nessuna donna.

PIA:                Ah, già. Nel campo dei prigionieri. Vi sarete annoiati.

ANGELO:     Era molto meno bello che a Vienna. L’uomo desidera la donna, gli occorre.

PIA:                (con malizia) Ma poi... vi hanno lasciati liberi.

ANGELO:     Oh, certamente. Purtroppo l’uomo è viziato. È costretto dalla sua conformazione. (Con serenità quasi triste) Io poi, per mia natura, sono molto indotto a queste cose; e costretto a peccare. Voi no?

PIA:                (ridendo, imbarazzata) Ah, bè. Veramente... per una donna tutto ciò è molto meno importante. Noi... ci pensiamo meno.

ANGELO:     Un uomo è sempre un uomo e una donna è sempre una donna. A che cosa debbono pensare un uomo e una donna quando si trovano insieme?

PIA:                (ride) Io credo ... che ci siano tanti altri argomenti...

ANGELO:     (sempre con la sua serietà affabile) Tu hai marito? Hai qualche uomo?

PIA:                Ma... scusate...

ANGELO:     (cortese e senza punto avvicinarsi) Noi siamo soli nella casa?

PIA:                Ma... che cosa credete? C’è mia nipote e io la chiamerò se continuate... con questi discorsi. Mia cognata sarà qui da un momento all’altro.

ANGELO:     (c.s.) Se tua cognata mi ospiterà, questa notte, sarai gentile con me?

PIA:                Siete matto? Sentite, non so nemmeno se debbo inquietarmi o ridere, Voi siete... uno straniero. Dovete sapere che noi occidentali consideriamo queste cose... in un modo tutto diverso.

ANGELO:     (c.s.) Tu non vuoi?

PIA:                Vi ho detto che dovete smettere. Ci conosciamo da dieci minuti d’orologio, e già voi vi credete lecito... Non v’accorgete... che è ridicolo?

ANGELO:     Ho capito. (Come se avesse già completamente dimenticato la cosa) Scusate, quando io sono entrato, voi stavate frugando nel pozzo. Vi è caduto dentro qualche cosa?

PIA:                Nel pozzo? Sì. (Tornando all’argomento) Vedete, non è che io abbia voluto offendervi. Dovete capire che certe... iniziative non sono adatte a tutti i posti. Le donne non sono tutte come quelle che voi probabilmente avete frequentate da che siete tornato libero. Forse ciò vi ha creato delle idee sbagliate.

ANGELO:     Sì. E che cosa è caduto?

PIA:                Dove?

ANGELO:     Nel pozzo.

PIA:                Una pelle di capra. Ne abbiamo molte. (Indica un mucchio di pelli, quasi un giaciglio)

ANGELO:     Non riuscivate a ripescarla?

PIA:                Deve essersi impigliata, vi sono dei ganci, giù.

ANGELO:     E ora come farete?

PIA:                Scenderemo nel pozzo. Perché me lo domandate?

ANGELO:     Perché io vorrei rendermi utile. Io sono servizievole; e poi debbo farmi benvolere, non avendo danaro. Dite che occorre scendere nel pozzo?

PIA:                Sì.

ANGELO:     E come?

PIA:                Abbiamo una scala.

ANGELO:     Ma poi l’acqua?

PIA:                Non sono che pochi palmi.

ANGELO:     Non è pericoloso?

PIA:                No.

ANGELO:     Io posso fare questo. Ora andrò a prendervi la pelle.

PIA:                (ridendo) Davvero volete?

ANGELO:     Certo.

PIA:                (prende da un angolo una scala di corda, la cala nel pozzo fissandola a un gancio)

ANGELO:     (si china sull’orlo, fa, verso il fondo) Oh! Oh! Vengo. (Si volta a Pia, ride, poi comincia a scalzarsi e a rimboccarsi i pantaloni)

PIA:                È proprio vero che voi uomini siete speciali. Sto pensando a poco fa. Io non capisco come si possa desiderare, da una donna... senza che sia nata, non so, una certa conoscenza, una simpatia, nulla. A me pare una cosa animalesca! (Ride)

Da qualche momento un’altra donna – Agata – è apparsa sulla porta esterna e sta ad osservare inavvertita, non furtiva.

ANGELO:     (seguitando a prepararsi per discendere nel pozzo) È sicuro, non c’è pericolo?

PIA:                No, no, andate tranquillo. Dicevo che per voi uomini una donna o l’altra è lo stesso. Non vorrete dire che io vi sia piaciuta. Perché dovrei piacervi, sentiamo. Oppure era il caldo che vi aveva dato alla testa?

ANGELO:     (si è tolta anche la giacca, si accinge a scavalcare il parapetto)

PIA:                Io credo che voi facciate questo con tutte. Così, una piccola cerimonia, senza neanche intenzione.

ANGELO:     (sta calandosi nel pozzo; è sparito)

PIA:                (china sull’orlo) È fresco lì?

ANGELO:     (incupita dall’eco) Fresco.

PIA:                Siete arrivato?

ANGELO:     Sì.

PIA:                Trovato?

ANGELO:     Non ancora.

PIA:                Deve essere caduta anche dell’altra roba, dei panni. Aspettate, vado a prendere un lume. (Si stacca dal pozzo correndo; si urta quasi in Agata; le due donne bisbigliano un po’, quindi spariscono insieme, la scena resta vuota)

ANGELO:     (intona, dal fondo del pozzo, e canta in parte, la seguente nenia):

Esevi – uttu – sehe

Bi – be – ba

Esevi – uttu – sehe

Bi – be – ba.

Agliela cicha

Falhu manà

Bibete bibete

Bibete bà.

Agliela cicha

Falhu manà

Bibete bibete

Bibete bà.

AGATA:        (è entrata e aspetta seduta al tavolo)

Scena terza

ANGELO:     Porto su un mucchio di roba. (Si capisce che sta risalendo; butta, ancora dentro, una pelle, dei cenci stillanti, finalmente appare, scavalca il parapetto portando su una bottiglia; si vede davanti Agata, anziché Pia, la guarda senza meraviglia) Guardate, quanta roba ho pescato. (Indicando la bottiglia) Di queste ce ne sono molte, un cesto pieno, appeso a un gancio. Roba ancora del tempo del professore?

AGATA:        Sì.

ANGELO:     Dolce?

AGATA:        Ginepro.

ANGELO:     Prodotto qui? Dai contadini?

AGATA:        Sì.

ANGELO:     Poi permetterete che io ne assaggi e mi ristori. Voi siete la vedova del professore?

AGATA:        Sì.

ANGELO:     (indicando Silvia che sta entrando con Pia) E questa signorina è la figlia, la signorina Silvia.

AGATA:        Sì.

ANGELO:     Bella. Giovane. Ora devo asciugarmi, altrimenti potrebbe farmi male.

PIA:                (gli porta un asciugamano)

ANGELO:     (asciugandosi) Io sono forte, molto forte, ma sono anche delicato, se mi strapazzo guai. (A Pia, accennandosi al gomito) Voi, venite, prendete qui. (A Silvia, accennandosi l’altro gomito) E voi prendete di qua. Avanti.

PIA e SIL:     (benché timidamente, ubbidiscono)

ANGELO:     Io appoggio le mani come se pregassi. E voi tirate forte, ognuna dalla sua parte, vediamo se siete capaci di staccare la mia mano destra dalla mia mano sinistra. Coraggio.

PIA e SIL:     (tirano inutilmente, poi ridono e smettono)

ANGELO:     Non ci riuscirebbero neanche quattro uomini. Sono molto forte. Però devo avere cura di me stesso e nutrirmi bene. Sono anche pulito, fa piacere avermi in una casa.

PIA:                (per pungerlo) Siete bianco e nutrito come una donna.

ANGELO:     (compiaciuto) Sì. Eppure ho subito grandi disagi. Io ho questo, che dormo. E poi non faccio mai male a nessuno.

PIA:                (scherzosa) E poi quei ricciolini, sembrate un agnello.

ANGELO:     Anche voi tre siete fini di pelle per quanto posso vedere. Le donne del mio paese, invece, sono lentigginose, subito grandi seni, benché poi siano abbastanza buone per l’uomo e diano parecchia soddisfazione nell’amore.

AGATA:        Venite dalla prigionia?

ANGELO:     Sì. Ma io, qualunque cosa capiti, dico: pazienza. Ciò può farmi giudicare frivolo: e invece poi sono un tipo meditativo. Voi direte che parlo troppo di me: ma occorre, perché io devo farmi conoscere, non è vero? In sostanza io ho grande bisogno d’affetto. Era soprattutto questo, quel che ci mancava in prigionia. (Scuote la testa, ride: ora fa vedere una mano col pollice bene sollevato; finge di afferrarlo con l’altra mano e di strapparlo, mentre invece non fa che ripiegarlo, facendo poi vedere la mano che sembra priva di pollice, ride)

AGATA:        Siete stato liberato da molto tempo?

ANGELO:     Sì. (Sempre con dignitosa semplicità) Ho un po’ tardato a venire qui a causa purtroppo la mancanza di denaro. Ciò mi ha anche costretto, in certi casi, a usare espedienti non belli. D’altra parte perché sarebbe stata data all’uomo la furberia se non dovessimo usarne? Certo io sono furbo. Ho anche lavorato.

PIA:                (con benevola canzonatura) Questo è molto grave.

ANGELO:     Sì, in un grande molino, io scrivevo sui registri, ma subito mi sentii triste. Le persone erano sciocche e senza istruzione, e tutti uscivano di là bianchi di farina. E poi io pensavo troppo a questa casa.

AGATA:        (con durezza) E perché?

ANGELO:     Perché ne avevo sentito parlare molto. La casa delle tre donne. Tutte donne. (Ride)  E infatti ci odora di donne! (Tornando serio) A che mi giovava guadagnare in quel molino e comprarmi un vestito di cheviot grigio, se la mia anima era rattristata? Ciò che piace a me è meditare; ridurre al semplice le cose complicate. Anche leggere; chiudere il libro lasciandoci dentro il dito. Magari addormentarsi, ma poi, svegliandosi, si trova che il pensiero ha camminato. So che la deliziosa lettura è il piacere che anche la signorina preferisce. È vero?

SILVIA:         (un po’ imbarazzata) Sì.

ANGELO:     E la persiana? So che la persiana toglie il sonno alla signorina. Eh? Quante cose so io?

SILVIA:         (c.s.) Già.

ANGELO:     E gli studi? Come vanno gli studi? Sarà molto costosa l’università.

SILVIA:         Abbastanza.

ANGELO:     Però è bello conoscere la causa delle cose. E ora? Vacanze?

SILVIA:         Quest’anno sono stata indisposta, la mamma ha voluto tenermi qui, perché mi rimettessi.

ANGELO:     E ciò è avvenuto, perché la guancia ha un bel colore. (Alle altre) Però sapete che cos’è che a me piace più di tutto? Parlare.

PIA.                Non occorreva dirlo. Non avete smesso un momento.

ANGELO:     (con dolcezza) Sì, per chiacchierare lascerei il mangiare. Quei ragionamenti, quelle belle descrizioni. Parlare e trovarsi d’accordo; o anche in disaccordo, dapprima. Ma poi, parlando e rispondendo, a poco a poco, con voce tranquilla, ma anche con una certa astuzia e inframmezzando qualche facezia, sapete a poco a poco che cosa si arriva a scoprire? Che si era completamente d’accordo. E sapete perché?

PIA:                (scherzosa) Ditecelo.

ANGELO:     Perché gli uomini, e naturalmente le donne, lo sono sempre, d’accordo. Siamo d’accordo e non lo sappiamo. Fratelli e sorelle. (Qui finge la voce di un severo interlocutore) «Ah, fratelli e sorelle, eh? Fratelli e sorelle. E il peccato? Come arrivate a spiegarlo, il peccato, tra fratelli e sorelle?». (Come rispondendo) Nasce il peccato, è vero; ribolle il nero lievito della terra. Io stesso sono un grandissimo peccatore, il nero lievito della terra mi chiama verso la donna più e più volte in un solo giorno; e invece io disprezzo ciò, la mia anima vuole solo l’accostamento innocente del fratello e della sorella. E se poi l’accostamento innocente diventa peccato? Ebbene, non sarà poi un precipizio. È stato proprio l’Ente creatore a creare il mondo della materia per compiacere l’anima eterna, la quale voleva desiderare e amare, e le occorreva un oggetto. E il peccato, che è? Il mezzo con cui viene saziato e così vinto, quest’innamoramento dell’anima. Sono concetti difficili, per donne, anche istruite. Ma questo è certo: che la nostra salvezza è nel peccato; è solo il maledetto orgoglio che pensa il contrario.

SILVIA:         Ma voi siete stato veramente con mio padre?

ANGELO:     Certo.

SILVIA:         Scusate. Molte famiglie sono state ingannate.

ANGELO:     (con ira improvvisa e del tutto impreveduta, che gli dà un grido acuto, in falsetto) Dubitate di me? Dubitate di me?

SILVIA:         (timidamente) Ma voi avete proprio parlato con lui?

ANGELO:     (di nuovo mansueto) Sempre, per tre lunghi anni.

SILVIA:         E di che avete parlato?

ANGELO:     Tante cose, quante ne occorrono per riempire ogni giorno per la durata di tre anni. Mi ha aperto il suo cuore. Vedete, è stato lui stesso a dirmi di venire qui. Quando capì che lui non avrebbe più potuto, sembrò desiderare lo facessi io al suo posto. (Un silenzio) E così mi misi in cammino. Ho veduto i luoghi più belli dell’Africa e dell’Europa; ma questa casa seguitava a chiamarmi. Avrei voluto avere un abito migliore, arrivando. Sapevo che uno sconosciuto non è più tale quando arriva portando dei regali. Coi regali si è accolti molto meglio. (A Pia) Infatti ad Algeri scelsi per voi, in uno dei più forniti negozi, un taglio di seta. Ma che seta! Il negoziante sospirava, all’idea di doversene separare. E neanche cara, in fondo. (A Silvia) Per voi invece scelsi due grosse dorate bottiglie di profumo di Parigi, tutti mi hanno assicurato che sono i migliori. (Ad Agata) Per voi, che siete la padrona, qui, occorreva un regale di maggiore pregio: e allora io scelsi due orecchini, che portano ciascuno una pietra nera. Poi pensai anche a dei dolci, che durano freschi e teneri per mesi; e poi una bestiola da tenere in gabbia, un piccolo benigno animaletto, che rosicchiasse delle nocciole tenendole con le due piccole mani. Oh, io ho messo tutta la mia attenzione, per scegliere i regali che dovevano piacervi. Li ho scelti... ma non li ho comperati, essendo sprovvisto di denaro. Spero che per voi sarà lo stesso. (Ride a lungo, divertito dalla sua facezia, che però non fa ridere nessun altro) Scusate il mio scherzo, ma io trovo che l’uomo deve tenere allegre, le donne. Quando l’uomo la fa ridere, la donna si sente protetta. Oh, dovevate essere ben melanconiche, voi tre, senza un uomo con cui scherzare; e con la persiana che vi disturbava di notte. (Ride)

AGATA:        Scusate, bisognerà venire al serio. Voi avevate un motivo preciso, venendo qui?

ANGELO:     Sì, importante.

AGATA:        Avete realmente assistito alla morte di mio marito?

ANGELO:     Sì, ero lì.

AGATA:        E vi lasciò un incarico per noi?

ANGELO:     Sì.

AGATA:        E allora dite, finalmente.

ANGELO:     Lo avrei già fatto, ma non è cosa che riguardi tutte e tre.

AGATA:        Chi riguarda?

ANGELO:     (dopo un momento) Voi. (vi è un silenzio. Pia e Silvia si alzano, escono)

Scena quarta

AGATA:        (a occhi bassi) Che vuole ancora mio marito da me?

ANGELO:     Mi dispiace vedervi così commossa.

AGATA:        Non sono commossa.

ANGELO:     Avete paura di qualche cosa?

AGATA:        Nessuna paura. Davvero voi non sapete nulla?

ANGELO:     A che proposito.

AGATA:        Voi siete qui per conti di mio marito. Ma certo lui non vi ha detto la verità. Raramente la diceva, benché credesse di dirla.

ANGELO:     Quale verità?

AGATA:        (con una specie di noncuranza) Bé, è solo questo, che io ho un motivo di rancore verso mio marito; e non vorrei più sentire nulla di lui.

ANGELO:     (incuriosito) Io ignoro questo.

AGATA:        (dopo un momento) Sapete perché mio marito partì di qui, e poi fu prigioniero, e poi morì laggiù?

ANGELO:     La guerra.

AGATA:        No. Mio marito volle fuggire da me. (Con una specie di dileggio) Io sono una donna abbandonata. Del resto ero sola anche quando lui stava qui, l’ho capito dopo.

ANGELO:     Vi dispiace la vostra condizione, qui, questa solitudine?

AGATA:        No. Ho ancora dei parenti, forse potrei andarmene. Sono io che non voglio. Ormai è andata così e la vita non ricomincia.

ANGELO:     E per quale motivo vostro marito vi avrebbe abbandonata?

AGATA:        (con noncuranza) Perché si è vergognato. Era un bugiardo, pieno di retorica.

ANGELO:     E voi perché l’avete sposato?

AGATA:        (c.s.) Credevo in lui, dividevo il suo lavoro. Lo sposai contro tutti. (Ironica) Oh tutte le sue allieve erano pazze per lui. Era una specie di apostolo, in città.

ANGELO:     E come mai veniste qui?

AGATA:        Fui io, è tutta una storia. Fui io. Forse è necessario che sappiate. Enrico aveva cominciato a incontrare delle opposizioni... Io ne ero stata orgogliosa, dapprima: ancora noi due, contro tutti. Poi mi accorsi che invece quelle invidie, quei tranelli, logoravano, macchiavano, qualche cosa anche dentro di noi. Fui io. (Con Tristezza) Fin da bambina io ho sempre voluto o tutto o nulla; se mi si macchiava una pagina preferivo strapparla; vittima della retorica. Gli proposi... – io avevo un po’ di denaro – gli proposi di lasciare tutto: la città, i compromessi: una rivincita contro il mondo. Lui mi abbracciò, eravamo commossi. Che commedia. Noi soli, lontani da tutto; le nostre idee, la nostra tenerezza, la nostra sincerità. Così venimmo qui. Ecco.

ANGELO:     E qui?

AGATA:        Questo deserto, questo silenzio.

ANGELO:     Cioè?

AGATA:        La giornata sempre uguale, la mancanza di diversivi. Forse anche i sentimenti, sempre soli con se stessi, si stancano. Si consumano, restano vuoti. Cominciai ad accorgermi che mio marito non lavorava quasi più.

ANGELO:     E che cosa faceva?

AGATA:        Stava coricato. Cominciammo a parlare di rado. Ore, giorni senza parole. Non avevamo più niente da dirci. Tutto diventava tremendamente semplice: il giorno, la sera, la cena, il vento... e noi due. Mio marito cominciò ad evitarmi. Questa solitudine, questa distanza da tutto, il vento... (ride) e le capre.

ANGELO:     Le capre?

AGATA:        (ride) Sì, ciò che udivamo, lontano, nel silenzio, era il belato delle capre. Le capre sono importanti, qui, noi viviamo su di esse.

ANGELO:     (interessato) Latte? Cacio? Capretti?

AGATA:        Sì. Capre. Hanno degli occhi... non benevoli e tuttavia melanconici. Guardano proprio.

ANGELO:     Riconoscono. Dove io sono nato, sono posti di pastori.

AGATA:        Vi ho detto che io e mio marito cominciammo a parlarci di rado. Poi un completo silenzio piombò sopra di noi. Io credo che lo stesso pensiero abbia bisogno di parole; corre su esse come un filo; se si disabitua da esse a poco a poco diventa un che di informe, tetro. Le uniche parole che cominciai a udire... (ride appena) erano quei belati, li sentivo stando ore e ore coricata sull’erba. (Pausa) Un giorno mio marito fuggì e non l’ho più visto. Fuggì. Tutti gli altri credono sia solo partito. Io non ho detto niente a nessuno, per orgoglio.

ANGELO:     (incuriosito) Qual è il rimprovero che gli fate?

AGATA:        (con noncuranza) D’avermi ingannata. D’avermi fatto credere in cose nelle quali in realtà egli non credeva.

ANGELO:     Ingannata; volevate voi, esserlo. Volevate avere sposato un uomo superiore.

AGATA:        (a voce più bassa) Che cosa fece mio marito scappato di qui, voi non lo sapete. Antiche... amicizie, donne infime... episodi umilianti. Ecco che cosa gli occorreva. (Con un improvviso tremare della voce) Ma soprattutto mi spaventò ripensare a quella gran credulità mia, quella gran fiducia! Tutta una vita! Sacrificato tutto! E ora, qui, ad aspettare... che gli anni passino. (Un silenzio)

ANGELO:     Ma i morti perdonano a noi e noi perdoniamo ai morti.

AGATA:        (con cupa noncuranza) Non credo a queste cose. In natura non esistono perdoni. (Con un’ombra di sorriso) È la mia chimica. Quando un corpo diventa di un milligrammo troppo pesante, affonda, e buona notte. Anche Dio: poco serio figurarselo come un signore impulsivo che prima si arrabbia e poi si rabbonisce. No, tutto è definitivo.

ANGELO:     (quasi divertito) L’inferno?

AGATA:        (con un mezzo sorriso) Da bambina me lo sognavo. E anche ora...

ANGELO:     Anche ora?

AGATA:        Piuttosto che nel caos, preferisco pensare a una punizione. Anche essa inesorabile. Così non ci si pensa più. (Un silenzio)

ANGELO:     Insomma la cosa vi ha fatto soffrire.

AGATA:        Ebbene, no. È questo il curioso. Vi assicuro che non ho affatto sofferto. È un’altra cosa. È stata... la mia fiducia, che è rimasta scossa.

ANGELO:     Fiducia?

AGATA:        Difficile spiegare. Una volta...

ANGELO:     Una volta?

AGATA:        Mio marito era già partito. E io, come faccio spesso, ero sull’erba. Le capre brucavano intorno, mi guardavano e facevano bee, la giornata era serena. Io non guardavo più le capre, sentivo il loro beee... il loro odore... e io non ero affatto triste, ma piuttosto indifferente, ecco. Capivo che non mi importava un granché di mio marito, della sua fuga, della sua morte; e neanche della casa, qui, del muro in rovina; e neanche di mia figlia, in fondo; e neanche di tutto il resto. E poi mi sentii bene, lì, sdraiata sull’erba, e cessai dal pensare, sentivo un riposo... e il mio peso sull’erba, ero convinta di sentirlo, e non c’era più altro... e allora provai una voglia curiosa... sapete quelle idee buffe che ci vengono in mente quando siamo veramente soli? Provavo la voglia di fare anche io beee, beee, e di mettermi a brucare l’erba anche io. Una capra mi guardava; e io feci beee. (Ride) Ecco. (Pausa) Non so perché vi racconto tutto ciò, è stupido. (Un silenzio)

ANGELO:     Signora preparatevi ad avere una sorpresa. Sapete che invece il pensiero di vostro marito era tornato qui, a questa casa? Sì. Me ne parlò tanto che a poco a poco pareva anche a me di averla abitata. E lui comprese che poteva fidarsi di mi. Fu lui stesso a dirmelo: «Va, Angelo; quelle tre donne sono sole, va ad aiutarle. Torna tu in vece mia».

AGATA:        (con durezza) Credete con tanto poco di esservi procurato un posto e il vitto?

ANGELO:     Signora, vostro marito parlò così. Un uomo qui è utile. Vostro marito disse anche dei suoi libri, dei suoi lavori, pensava che io potessi continuarli.

AGATA:        Questa sarebbe la sorpresa?

ANGELO:     (dopo un silenzio) Veramente si tratta di un’altra cosa e io cercavo il modo di dirvela senza che voi rimaneste offesa.

AGATA:        Immagino ciò che mio marito può avervi detto di me. Una donna ridicola, insopportabile.

ANGELO:     (ride) No, signora. Vostro marito effettivamente mi parlò molto di voi. Mi parlò di voi più che della casa, più che della figlia, più che di tutto. Direi quasi che non mi parlò d’altro. Però lui non disse dei fatti che voi... Signora, quei fatti non hanno importanza; sono sottigliezze. Lui disse altre cose. (Cambiando tono) Vedete, signora, i ricordi sono come lastre, il tempo e la distanza le lavorano come acidi. Vostro marito aveva completamente dimenticato di voi certi lati; e invece si era ricordato di altri. Due uomini soli, come su un’isola; io non so nulla di te, tu nulla di me, diventa lecito parlar di tutto. Le cose più gelose. E poi vi è un modo per cominciare i discorsi delicati: si ride, si finge di non dare importanza. E invece si dicono cose... stupefacenti. Magari lui, parlando, non sempre diceva che si trattava di voi. Parlava così, di una donna. Furbo, lui; ma io più furbo; io stavo in agguato, io facevo ricombaciare tutto, io capivo. Eravate voi. Sempre voi. Vostro marito non faceva che parlare di voi, era come se fosse malato.

AGATA:        (a voce bassa) In conclusione che cosa diceva di me?

ANGELO:     Ecco... (Ride con timidezza) Signora, laggiù voi... non avevate addosso abiti. Stavate fra noi nuda, scusate. Vostro marito ricordava di voi solamente ciò che voi eravate stata con lui in certe occasioni. Una lucidità straordinaria. Gli veniva il naso sudato. Il più piccolo vostro sospiro, era lì. Confesso che io ero... interessato. Noi eravamo privi di donne e se ne parlava molto, tutti. Ma il caso nostro era diverso. (Ride) Entrando qui io non sapevo il vostro viso, ma... il resto sì. Capisco che vi sentite offesa.

AGATA:        (con disprezzo) Se che tra certi uomini vi è l’abitudine di certe confidenze.

ANGELO:     Ma qui era diverso. Signora, un uomo e una donna si abbracciano, si amano; e dopo un po’... non più mondo, non più memoria, più nulla! Essi diventano, ognuno, per un attimo, una cosa anonima e isolata. Come potrebbe esserlo una pietra. Allora da questa pietra esce una specie di grido. È come se una pietra dolorosamente si confessasse. È qualche cosa di straordinariamente solitario, solitario, un segreto – l’amore – destinato a non essere udito né ricordato. Vostro marito invece ha slealmente spiato ciò e mi ha riferito.

AGATA:        Mi ripugna ascoltarvi. Che cosa volete concludere?

ANGELO:     Che io vi conosco. Voi stessa non sapete chi siete, ma io sì.

AGATA:        E chi sono?

ANGELO:     Per quale motivo vostro marito, mentre si avviava a morire, trascurò la donna che voi eravate di giorno e ricordò l’altra? Perché una era vera e l’altra no. Voi finora avete portato voi stessa come un morticino in una scatola.

AGATA:        E dunque che cosa sarei io veramente?

ANGELO:     (ride come se si vergognasse; poi con l’aria di citare) «L’amore corre nella foresta coi capelli irti invocando il nero mostruoso cinghiale». (Ride) Non vi è religione che on abbia storie su ciò. Io ho studiato. Nei vostri paesi si chiama Pasifae, si imbestiò e appartenne al toro, Ciò non è dei sensi, capite, è dell’anima! L’anima inquieta e furiosa, che vuole straziarsi, e guarire dall’essere umana. Ciò è sacro, non è vergogna. (Lunga pausa; abbassando la voce) Voi siete questo.

AGATA:        (sta un lungo momento immobile, poi afferra uno dei cenci bagnati e ne dà una frustata sul volto dell’altro)

ANGELO:     (con la mano sulla guancia, lentamente, senza ira) Questo te lo restituirò. Io ho pensato continuamente a te, ti ho desiderato tutto il tempo. Per questo sono venuto a cercarti fin qui, sarei stato scontento in qualunque altro posto. Tutte le notti tu ti accosti al mio letto, ti spogli e stiamo insieme. Ora qui, continueremo. È giusto, è ragionevole. Anche tu lo vuoi.

AGATA:        (chiamando) Pia! Silvia!

PIA:                (entra e li guarda; poco dopo entra Silvia)

Scena quinta

PIA:                (prendendo una scodella e mettendola sul tavolo) Avrete fame, qui c’è del latte e del formaggio, se ne volete; e del pane.

ANGELO:     (accostandosi e sedendo) Certo che ne voglio. Ve l’avrei chiesto io. Ma voialtre? Non fate cena? Ormai è buio.

PIA:                Noi mangiamo molto prima, abbiamo preso gli usi dei contadini. Fra mezz’ora siamo coricate.

ANGELO:     (toccando la bottiglia) Bene, allora berrete, assaggerete con me questo. (Mangiando) Portate i bicchieri, non vi farà male per una volta. Fu messo in serbo dal mio amico, egli sarà contento che lo beviamo insieme.

PIA:                Davvero devo portare i bicchieri?

ANGELO:     Certo.

PIA:                (va a prendere i bicchieri)

ANGELO:     (non lasciando di mangiare) E anche accendete un lume.

SILVIA:         (accende un lume e lo porta)

ANGELO:     Non importa se non avete una stanza: lì (accenna al mucchio di pelli) posso dormire benissimo, meglio che in un letto, basta spargerle un poco. Sono abituato a ben altro.

PIA:                (ha stappato la bottiglia)

ANGELO:     (versando) Bevete, care. Voi eravate un piccolo gregge senza pastore. Già la voce di un uomo qua dentro vi riconforta. Che buon formaggio; eccellente. (Rivolgendosi a Agata che è rimasta in disparte) Al mio paese, sulle capre e sui pastori abbiamo un’infinità di favole. Pensavo al nostro discorso, signora. Dicono che realmente i pastori, stando mesi e mesi soli con le bestie, si annoiano del linguaggio e degli usi umani. E così quando nessuno è vicino, ma solo capre, nelle grandi praterie, questi pastori belano. Sì. Essi lo tengono nascosto, però lo si capisce perché essi parlando con uomini, sono sempre distratti. (Mangia) E le capre, a poco a poco, sapete che s’innamorano del pastore? Lo guardano sempre, non si staccano più da lui, lo cozzano leggermente. Il pastore finisce per capire e dopo un po’... Si amano, nelle praterie, legati più che un uomo e una donna. Però si dice che il miglior pastore delle capre sia il diavolo. (Dopo aver assaggiato il liquore) Buono. E voialtre perché non bevete?

PIA e SIL:     (bevono)

ANGELO:     (beve ancora, poi va all’orlo del pozzo e vi parla dentro) Grazie, Enrico, la bottiglia era eccellente; a suo tempo sentiremo le altre. (Si volta alle donne, ammicca; torna a voltarsi al pozzo) È vero, Enrico, che tu vuoi che io resti qui? Almeno fino alla raccolta del fieno? (Finge di ascoltare la risposta) Ha detto di sì. Ora possiamo chiudere. (Mette sul pozzo il pesante coperchio di legno, si volta) Come potevate fare, senza un uomo? E i grossi lavori? E L’inverno? E poi la compagnia? (D’un tratto si mette a cantare)

Esevi uttu sehe,

Bi be bo.

Esevi uttu sehe,

Bi be bo.

                        È una canzone del mio paese, una canzone lunga lunga, significa: se arriva l’uomo, tu donna levagli le scarpe e lavalo. E dopo che l’avrai lavato asciugalo. E dopo che l’avrai asciugato, fallo mangiare. E dopo che l’avrai fatto mangiare, fallo bere. E dopo che l’avrai fatto bere, fallo coricare. E così avanti. Cantate anche voialtre, il ritornello. (Ricomincia) Esevi uttu sehe... (Fa cenno alle donne di attaccare il ritornello)

PIA:                (in coro con Angelo) Bi be bo.

ANGELO:     (a Silvia) E tu? Coraggio, forza anche tu. (Ricomincia) Esevi uttu sehe...

PIA e SIL:     (in coro con Angelo) Bi be bo.

ANGELO:     Esevi uttu sehe…

PIA e SIL:     Bi be bo.

AGATA:        (avanzando e interrompendo) Sentite, sono costretta a dirvi che non possiamo tenervi. Ciò che voi avete detto sarà certamente la verità: voi sarete stato l’unico amico di mio marito. Ma noi non abbiamo qui le risorse occorrenti, né il posto. Ora vi siete riposato, avete mangiato un boccone, vi prego di andarvene.

ANGELO:     (dopo un silenzio) Allora... me ne devo andare?

AGATA:        Sì. Avete detto che la vostra presenza in questo territorio è abusiva. Potreste avere delle noie.

ANGELO:     (senza aggiungere una parola si alza, si rassetta lentamente, si avvia; dalla porta si volta e dice cortesemente) Buona sera. (È sparito)

AGATA:        (dopo un po’ va alla porta e la chiude dando il catenaccio)

SILVIA:         Non si poteva tenerlo. Siamo troppo isolate, qui. Si sono dati casi orribili: vagabondi, disertori entrati in una casa, i quali poi nella notte hanno ucciso, incendiato. Non mi sentivo tranquilla con quell’uomo.

PIA:                (accende un altro lume e si avvia) Vado a letto. (Si ferma, la sua voce si fa stridula) Vorrei sapere perché non torniamo in città. (Ad Agata) È colpa tua, io sono stufa. Io non voglio fare la serva, qui e lavorare con le mani tutto il giorno. Se vuoi farlo tu, padrona. Ma io me ne vado, sai? Troverò ben da vivere... (S’interrompe) Che c’è. (Si avvicina)

AGATA:        (sta osservando il sacco di Angelo) Ha lasciato il sacco. L’ha fatto apposta, per tornare. Torna qui. (Istintivamente si volta verso la porta)

SILVIA:         (fa lo stesso)

PIA:                (corre alla finestra) No, non c’è più nessuno. (Torna indietro) È andato via. (S’avvicina al sacco, vi fruga) Eh, sono due stracci. Puzzano di sudore. Che schifo. (Con un ribrezzo eccessivo, isterico, quasi una crisi) Che schifo! Che schifo! Mi fa star male... (È uscita)

SILVIA:         (andandosene a sua volta con un lume) Buona notte, mamma.

AGATA:        Buona notte. (Resta un momento immobile; poi prende il lume, esce)

La scena resta vuota per qualche tempo. Ma il riflesso del lume non s’è allontanato, viene sempre dalla stanza vicina.

Ed ecco qualcuno, nella penombra, rientra cautamente. È Agata

AGATA:        (avanza; sta ferma a lungo, ascolta; poi va alla porta, ne toglie il catenaccio, l’apre; torna lentamente indietro; va ad aspettare sul mucchio delle pelli)


ATTO  SECONDO

Scena prima

Agata e Pia sono intente a cucire. Davanti a loro, seduto comodamente, è Angelo.

È trascorso vario tempo. Il pozzo è coperto.

ANGELO:     Vi ho mai raccontato quel fatto della bottiglia di vino di Grecia? È un vino raro. Dunque c’era un negozio... il cartello diceva: «Squisito vino di Grecia, degustazione...» e io mi misi a desiderare di degustare; però senza pagare... essendo sprovvisto di danaro.

PIA:                (ride in modo sproporzionato)

ANGELO:     Sicché io un giorno entrai e dissi freddamente: «Signor vinaio, vengo per acquistare due dozzine di bottiglie di vino di Grecia... naturalmente desidero prima degustarlo». Il bestione, un vero orco, mi diede un’occhiata. «Il cartello parla». «Ma io...». «Degustazione a pagamento». «Ma un acquirente...». «Qua chi degusta paga». E mi mandò via.

PIA:                (ride sempre un po’ più del giusto)

ANGELO:     (andando alla finestra) Fra me e quel bruto era ormai impegnato un duello a morte. Non è ancora rientrata Silvia?

PIA:                No.

ANGELO:     Sapete dove sia andata?

PIA:                No.

ANGELO:     Dunque lasciai passare tre settimane. Quando mi presentai io ero uno sguattero. (Imitando) «Signor vinaio, sono lo sguattero del governatore e il cantiniere del Governatore mi manda a comprare due o tre canestre di vino di Grecia pel Governatore. E anzi, voi, signor vinaio, dovreste farmi un piacere: chiamare al telefono il palazzo del Governatore: perché io possa chiedere se di ceste ne vogliono tre, quattro oppure cinque».

PIA:                (ride)

ANGELO:     Capii che l’uomo era mio. Cercò lui stesso il numero, lui stesso mo lo compose, mi passò affettuosamente il microfono. Le parole che sentii in quello strumento furono strane e offensive. Ma io le trascurai. Le mie risposte furono pel cantiniere del Governatore. Il vinaio mi guardava con tenerezza: «Hai parlato col cantiniere del Governatore?» (Sguattero)  «Sì. Cinque ceste... Ma prima...» (Vinaio) «... prima devi sentirlo, non è vero? Ma certo, ora ci penso io, ora te ne faccio gustare un bel bicchiere». Proprio lì, sul banco, c’era la bottiglia col cartoncino: Squisito vino di Grecia. Degustazione. (Vinaio) «No, quello no, quello no. Io a te lo voglio dare proprio fresco, stappato apposta per te». Corse nel retrobottega... (finge di eseguire) me la mise davanti; e intanto mi guardava. Io lo fermai. «Fresco?». «Fresco». «Vino di Grecia appena stappato?». «Vino di Grecia appena stappato». «Allora ci voglio il ghiaccio». «Il ghiaccio?». «Il ghiaccio?». «Anche il ghiaccio ci vuoi?». Sapete che a momenti mi abbracciava? «Bravo! Sei grande! Anche il ghiaccio! Ma subito! Di corsa!». Rivolò di là, nel retrobottega, lo sentii spezzare il ghiaccio, tornò, riempì il bicchiere fino all’orlo... (finge di eseguire)... me lo spinse davanti... (intanto mi guardava). Io bevvi... (Esegue) Poi mi asciugai il sudore. «Ti piace?» (Flebile) «Sì». «Ne vorresti un altro bicchiere?». Io esitai. Fu allora che il bruto esplose. Gridò con voce terribile che dovevo berne subito un altro bicchiere, se no chiamava la polizia. Io bevvi un altro bicchiere, poi osservai (filo di voce): «Non c’è male». «Ah ah ah. Fai il bravo, eh? Tu eri venuto per farmela! Tu sei caduto nel tuo stesso tranello! Il numero del telefono non era del Governatore, era di mia cognata la levatrice! Questo non è vino di Grecia! Questo è aceto di sette anni!»

PIA:                (ride)

ANGELO:     (continuando) «Questo è peggio dell’acido solforico! Stasera sarai all’ospedale! Domani al cimitero!». (Vocino flautato). «Me ne potreste dare un altro bicchiere?». (Silenzio) «Un altro bicchiere?». «Sì». «Ti vuoi suicidare?». «Sì». Bevvi. Poi tornai a bere. Poi mi attaccai alla bottiglia, la vuotai, diedi al vinaio un bacio in fronte, partii. (Funebre) Dopo qualche momento sentii alle mie spalle un orribile frastuono. Il bruto aveva capito che quando lui era andato nel retrobottega a prendere il ghiaccio, io avevo scambiato le due bottiglie. (Pausa) Gli venne una sincope e morì.

PIA:                (dopo aver riso) Sei un impostore Angelo.

ANGELO:     Perché?

PIA:                Perché nessuna di codeste storie è successa a te. Sei un lazzarone.

ANGELO:     (patetico) Un lazzarone, sono io il primo a dirlo. Voi mi circondate di cure, lavorate per me, mi nutrite, pensate anche ai miei vestiti e alle scarpe, e invece... (Interrompendosi) Non l’avete nemmeno vista Silvia?

PIA:                (con asprezza) No.

ANGELO:     (continuando) ... e invece sapete che dovreste fare? Prendere una frusta e frustarmi.

PIA:                Certo, che dovremmo farlo.

ANGELO:     Sicuro, perché sono pigro. Mi perdo in cose futili, sono anche un po’ bugiardo. (Si alza, va a guardare alla finestra, torna a sedere) Sono un parassita.

PIA:                (con stridula aggressività) Lo sei! Lo sei! Sei un ozioso!

ANGELO:     (con dolcezza) Va bene, cara, tutti lo sanno, che lavorare uno c’è portato e uno meno. Stamane ero lì a far legna; ho provato il bisogno di riposare un momento, mi sono seduto, ed ecco... (S’interrompe)

Sulla porta è apparsa Silvia. Anche le due donne si sono voltate.

Scena seconda

ANGELO:     (continuando, come se non avesse veduto nulla) ... ed ecco mi sono spuntati dei pensieri... così belli, delicati, che sarebbe stato un delitto cacciarli via... per rimettersi lì a far legna! Io ho viaggiato in grandi vapori, nei quali le stesse scodelle, i piatti, erano un valore. Ebbene? Che utilità in ciò? Invece io sono qui e penso... all’America, penso all’eternità. Non c’è aquila che voli così rapidamente. Questo è l’anima. Sì. Cara Silvia, non sei anche tu del mio parere? Sicuro. Stavo osservando che quando tu entri tutto s’illumina, è una cosa che penso ogni volta. Però oggi sei anche più... intensa e attraente del solito. Cos’è, cara, non stai bene? Forse non hai riposato bene, stanotte? (Alle altre) D’altronde il suo aspetto è buono.

PIA:                (con asprezza) Parla, sciocchina.

SILVIA:         (s’è inoltrata senza guardare nessuno e come se non udisse)

ANGELO:     (sempre affabile, inalterabile) Noi eravamo in pensiero sapendoti fuori con questa canicola. È pericoloso, sai? Ora che ti vedo, sei accaldata. Sicuro. (Alle altre) Purtroppo questa figliola è così spesso fuori di casa! Viene persino il sospetto che qualche cosa, qui dentro, possa dispiacerle. Nel quale caso...

PIA:                (c.s.) E apri la bocca, stupida!

ANGELO:     (continuando) ... nel quale caso, tutti saremmo pronti, felici di rimediare, di provvedere, qualunque cosa sia necessaria, non è vero? Diglielo tu pure, Agata. E anche tu, Pia! Diglielo.

PIA:                (si alza con ostilità ostentata, si dirige alla porta)

ANGELO:     (con improvvisa ira) Pia! Pia, dico a te!

PIA:                (è uscita)

ANGELO:     (dopo un momento, avviandosi, di nuovo affabile) Mi sono permesso di parlare così, benché semplice dipendente, perché ho sentito purtroppo... che queste sarebbero le ultime ore che la nostra Silvia passa qui. Ella parte, ci lascia. Oggi stesso, fra poco, a quel che sento. Ne sono addolorato. Gli studi, l’Università.

AGATA:        (alla figlia) Hai avvertito il vecchio Edoardo?

SILVIA:         Sì. Suonerà della strada. Io scenderò con la valigia.

AGATA:        È tutto pronto?

SILVIA:         Sì.

ANGELO:     (dalla porta, a bassa voce) In ogni modo il vecchio Edoardo non sarà qui prima di sera. Sarebbe gradito a tutti se in questo tempo la nostra Silvia cambiasse idea. (È sparito)


Scena terza

SILVIA:         (si avvicina lentamente e indica qualche cosa tra ciò che Agata e Pia stavano cucendo) Ricordo questo vestito. Papà lo portava a caccia.

AGATA:        (sfuggendo) Sì, credo.

SILVIA:         (con una specie di tranquillità) Avrete da lavorare parecchio. Angelo è più grasso di papà.

AGATA:        Questa roba si stava rovinando. Ora servirà a qualcuno.

SILVIA:         C’era anche un’altra cosa nel comò del papà. Ma non era roba che serviva a voialtri. L’ho presa io.

AGATA:        Cioè? Che cosa vuoi dire? Che cosa hai preso?

SILVIA:         (non risponde; d’un tratto, affettuosa) Mamma, era necessario che partissi: avrei dovuto farlo anche prima, per via della scuola. E poi, quest’afa, questo deserto: cominciavo a stancarmi. L’altra notte, con quella persiana; non ho quasi chiuso occhio. Se seguitavo a stare qui mi ammalavo... (Le è cominciata una certa concitazione)

AGATA:        (evidentemente volendo sottrarsi) Sì, cara, vedrai che ti gioverà ritrovare i compagni, star via un po’ di tempo. (Si sta dirigendo alla porta)

SILVIA:         Te ne vai?

AGATA:        Ci sarà da preparare, per la tua partenza.

SILVIA:         No, mamma, aspetta. Sono qui per parlarti. (Pausa) Ho qualche cosa da dirti, prima di partire.

AGATA:        (senza guardarla) Va bene, eccomi.

SILVIA:         Vedi, mamma, in questi ultimi giorni abbiamo parlato poco; forse è mancata l’occasione. E così... non s’è mai toccato un argomento che invece... Ti dirò che a darmi noia, qui, a tenermi agitata, vi erano... parecchie cose. Mi trovavo un po’ a disagio, ecco. Tu hai capito.

AGATA:        (senza guardarla) Ti dispiace la presenza di quell’uomo?

SILVIA:         Sì.

AGATA:        (evasiva) Un uomo qui ci voleva. Le donne non fanno, per certi lavori.

SILVIA:         Ma quest’uomo non lavora, non fa nulla.

AGATA:        Forse gli ci vorrà un po’ di tempo, per ambientarsi.

SILVIA:         Ma questo non farà mai nulla, mamma.

AGATA:        Come puoi saperlo. In caso lo manderemo via. Dopo la raccolta del fieno.

SILVIA:         Ma questo non se ne andrà, non se ne andrà.

AGATA:        E perché? Fra l’altro il suo soggiorno qui è abusivo. Potremmo anche farlo arrestare, volendo. Dunque possiamo stare tranquille.

SILVIA:         Mamma.

AGATA:        Dì pure.

SILVIA:         L’altro giorno sono andata all’ufficio postale e poi allo spaccio.

AGATA:        Sì.

SILVIA:         La gente mi guardava.

AGATA:        (con una specie di pazienza) E perché.

SILVIA:         Poi ho parlato col vecchio Edoardo.

AGATA:        Hai fatto male, è uno sciocco.

SILVIA:         Mi ha detto che tutti chiacchierano di quell’uomo e di noi.

AGATA:        E che dicono.

SILVIA:         Dicono che noi facciamo dei debiti per dargli dei soldi e mantenerlo.

AGATA:        È una sciocchezza, lo sai bene.

SILVIA:         Dicono... che non è bello da parte nostra, tre donne, tenerlo in casa.

AGATA:        Quella gente diceva qualcosa di simile anche quando ti ho mandato in città a studiare. Una ragazza sola, in città, fra gli uomini; neanche ciò era rispettabile. Del resto tu adesso te ne vai, la tua rispettabilità è salva. E dunque non capisco davvero perché la cosa ti preoccupi tanto. (Si avvia verso la porta) Per quello che riguarda me, so che quella gente è cattiva e stupida. Non m’importa di essa.

SILVIA:         (con tristezza) Aspetta, mamma, aspetta. Non ti importa della gente. E di me t’importa?

AGATA:        (torna indietro lentamente e siede; con una specie di stanchezza) Perché mi fai questa domanda?

SILVIA:         Perché ti importa, credo, se qualche cosa mi fa soffrire. Mamma, mi fa dispiacere che quell’uomo adoperi gli abiti di papà e dorma nella sua stanza.

AGATA:        Non poteva dormire in terra.

SILVIA:         Ma a me fa dispiacere. È per papà: prima sembrava quasi che lo si aspettasse ancora; ora non più.

AGATA:        (a occhi bassi) Ah, è per papà. Ti ho sentito ridere tante volte, questi mesi, dopo la sua morte. Credevo che tu fossi stata la prima, a dimenticarlo.

SILVIA:         (quasi con un grido) Ma io non sono che la figlia!

AGATA:        E io invece la moglie. E io perciò non devo dimenticarlo. (Con altra voce) Cara figlia. La vita insieme di un uomo e una donna, i debiti miei verso tuo padre e i suoi verso di me, formano un conto troppo difficile perché un estraneo possa entrarvi. E i figli sono degli estranei su questo punto. Essi non ne sanno nulla. I loro giudizi sono convenzionali. E dunque, Silvia, vedrai che molte cose diventeranno piccole. (Cercando un tono cordiale) Ritroverai i tuoi amici, ti divagherai. Ti farà anche bene.

SILVIA:         (con improvvisa rivolta) La mia salute, vero? La mia salute? Mamma! Sono dei giorni che voglio parlarti. Sono dei giorni che mi sento... spaventata, agitata...

AGATA:        (finalmente, con una specie di durezza) Allora avanti. Agitata. Per che motivo.

SILVIA:         (un lungo silenzio) Pia.

AGATA:        Pia?

SILVIA:         Sì. Mi pare che Pia guardi quell’uomo.

AGATA:        Credi?

SILVIA:         Sì, non mi sbaglio.

AGATA:        (dopo un silenzio) Pia è un po’ così. Non è da far caso.

SILVIA:         (angosciata) Mamma, è questo isolamento che mi impaurisce... star sempre soli, inchiodati a certi pensieri... Le cose più incredibili cominciano a sembrare... tranquille, vicine... inevitabili... come quando si sogna... Io credo che succedano così, quei fatti tremendi che si leggono...

AGATA:        (senza guardarla) Cara, ma tu stasera andrai via.

SILVIA:         ... mi pare che questo ingranaggio debba inghiottire tutto...

AGATA:        (a occhi bassi) Tutto che cosa?

SILVIA:         Mamma. Credo che quell’uomo... vada d’accordo con Pia.

AGATA:        Cioè?

SILVIA:         C’è qualche cosa fra loro due.

AGATA:        Non credo. Angelo scherza volentieri. (D’un tratto) Silvia, non voglio continuare questo discorso.

SILVIA:         Li ho spiati.

AGATA:        (con improvvisa esasperazione) E perché lo hai fatto? Perché! Perché! (Vincendosi) Ad ogni modo... è una sciocchezza. Non credo.

SILVIA:         Li ho sentiti. Capisci cosa dico?

AGATA:        (cupamente persuasiva, risoluta a troncare) Ma no, cara. Ti dico di no, hai sbagliato. Sei tu, che ti crei in testa. Ora basta, Silvia, ti prego. Non perdiamo altro tempo.

SILVIA:         (la fissa in silenzio) Mamma, da che sono in questa stanza tu seguiti a fingere di non capire cos’è che voglio dirti.

AGATA:        (con amarezza) E dunque che c’è.

SILVIA:         (quasi piangendo) Lo sai benissimo, mamma, che cosa c’è! Quell’uomo... e anche tu! Non vi affannate certo a nasconderlo! Tu e quell’uomo... Tu e quell’uomo! È inutile che tu seguiti a fingere!

AGATA:        (con tristezza) Non era che fingessi. Ti pregavo. Ti pregavo di risparmiare a tutte e due delle parole che tra madre e figlia si cerca di non dirsi. Ma tu non hai acconsentito. Perché?

SILVIA:         Vi ho visti! Tu e quell’uomo... Uno sconosciuto, un vagabondo. È per questo che me ne vado, capisci?

AGATA:        Appunto: te ne vai; e potevi benissimo non parlare. (Pausa; con tristezza) Silvia, non si doveva cominciare questo discorso. Tu, io stessa, siamo cresciute in un mondo nel quale tanti fatti, tanti pensieri vengono accettati con tranquillità. I nostri libri, la nostra educazione, i nostri amici ci hanno abituato a capire. Io non ti ho mai chiesto quale uso tu abbia fatto del tuo tempo, in città. Non sei più una bambina; tu sola rispondi di te stessa. T’ho mai chiesto nulla, io?

SILVIA:         (dopo un silenzio) Hai ragione. Sono stata ridicola. C’è questo, mamma: che noi non abbiamo ancora detto tutto. Credi che avrei cominciato questo discorso se non fosse stato necessario?

AGATA:        Ti prego, Silvia. È quasi una questione di buone maniere: vi è una soglia sulla quale anche i nostri cari devono fermarsi. Soprattutto non mi pare che queste cose abbiano molta importanza. (Con amarezza) Sono cose misere.

SILVIA:         Mamma...

AGATA:        Ti prego, basta, lasciami sola, basta. Ognuno ha almeno questo diritto: di rimanere sola. (Un silenzio; tanto per chiudere, senza pretendere d’essere creduta) Tu hai capito a traverso, hai male interpretato.

SILVIA:         (d’un tratto, con grande tenerezza) Oh, mamma, come devi soffrire, da che abbiamo cominciato a parlare! Tu fingere, mentire, umiliarti, tu così orgogliosa e sincera! Mamma, che cosa è successo, come è possibile questo? Tu mi hai chiesto con che diritto sono qui. Sono tua figlia. Sei mia madre.

AGATA:        (pallida, a occhi bassi) Tua madre. Una specie di carta firmata, una cambiale. Tua madre: e perciò più niente altro di vivo. Tua madre. Imbalsamata.

SILVIA:         (c.s.) No, mamma, non è questo. Mi ricordo da piccola: io ero innamorata di te, avrei voluto sacrificarmi per te. Io voltavo le pagine e ogni tanto ti guardavo, avevi la luce del lume nei capelli...

AGATA:        (con amarezza) È un peccato che tutto ciò non sia rimasto lì, come un ritratto, a ingiallire tranquillamente; così non ci si pensava più. (Pausa) E invece, che peccato, è cambiato tutto, io non sono più quella. (Pausa) Ma neanche tu, sai? Anche io ricordo la tua vocetta. E invece sei cresciuta, Silvia, sei una donna, sei un’altra, non so chi sei. Tu non hai più bisogno di me, la tua voce qualche volta mi dà fastidio. Quando l’uccellino è cresciuto la madre lo caccia dal nido a beccate. La natura è sincera, noi no, noi imbalsamiamo i morti.

SILVIA:         Ma tu... sei sempre stata per me la cosa migliore del mondo! Tutto era pulito sulla terra, se vi eri tu!

AGATA:        E che sapevate voialtri di me? Io ero sola, e lo sono stata sempre. Mi avete mai veramente guardato e parlato, vi siete mai chiesti a che pensavo mentre ero lì, con la luce nei capelli, oppure la notte se mi svegliavo? Eravate sicuri di conoscermi bene?

SILVIA:         Ma la tua vita qui, le tue idee...

AGATA:        Sì, ho sentito delle bugie e ne ho dette. Sono stata ingannata, e ho ingannato. Eravate sicuri di conoscermi bene? (Con una specie di disperazione) Eravate sicuri di conoscermi bene? (Un silenzio) Non mi tormentare più, Silvia, basta!

SILVIA:         E Pia? (Quasi con un grido) E Pia?

AGATA:        Che c’entra Pia?

SILVIA:         (la fissa in silenzio; d’un tratto, con una specie di frenesia) «Che c’entra Pia». Tu lo sai meglio di me! Tu hai sempre saputo tutto! Tu ti sei rassegnata anche a questo! Hai lasciato che succedesse questa cosa ripugnante, hai permesso che quell’uomo riducesse te e Pia... come due giumente in una stalla! Hai consentito a rinunciare alla tua condizione di essere umano! E se domani toccasse anche a me, tu permetteresti anche questo!

AGATA:        (sommessa, imperiosa) Abbassa la voce, Silvia. Pia sta certo origliando da qualche parte e ciò rende la cosa anche più ridicola.

SILVIA:         Ho visto tutto, ho sentito tutto, ho contato i vostri respiri!

AGATA:        (con cupa veemenza) Quanta retorica, quanto chiasso, per dei fatti così piccoli e miserabili! (D’un tratto, con una specie di disperazione) Che cosa vuoi da me! Lasciami in pace, sta fuori da tutto ciò! Perché gridi così! Perché sei qui?

SILVIA:         (supplichevole) Non parlarmi così, mamma.

AGATA:        Qualunque cosa io sia o faccia, che ve ne importa, finalmente, di me! Ma sì! Per metà della mia vita, probabilmente, ho fatto subire a me stessa una specie di anchilosi. Ebbene era uno sbaglio, era faticoso! Quante bugie! L’importante è di capire ciò che si è, e esserlo: e allora tutto diventa semplice. (Come distratta) Come quando si è stanchi e si prende sonno; e si lasciano scivolare via a uno a uno tutti i pensieri; essi si allontanano e se ne ha un sollievo; perché si capisce che sono stupidi! Tutti stupidi e inutili! E finalmente il riposo: quello dell’erba, delle bestie, delle pietre. Io voglio questo: essere tranquilla. Del resto non m’importa.

SILVIA:         (spaventata, sommessa) Non parlarmi così, mamma...

AGATA:        Non attribuisco nessuna importanza a ciò che hai detto. Parole: le ho udite già da tuo padre; del resto gli somigli. Neanche di te mi importa, Silvia. Hai fatto male a farmi parlare: capita una volta nella vita. Tutto questo mi annoia, e desidero solo che finisca presto. Vattene!

SILVIA:         Mamma, che cosa è successo! È stato lui, a far questo! È entrato qui come una bestiaccia...

AGATA:        Ma cara, e se a me piacesse, ubbidirgli? La sua voce mi convince.

SILVIA:         (tremando) Lo so. Ho sentito: la sua voce; e la tua. Credi che io non capisca? Sono tre mesi che respiro questo. Tu non gli potresti dire di no.

AGATA:        (con cupa sfida) No, non gli potrei dire di no. Qualunque cosa. E poi, una cosa è uguale all’altra. In fondo io desidero questo: stavo sola, il vento mi portava via. Gli altri mi chiamavano, ma io non rispondevo... Tutto questo è così semplice! Io ho voluto questo.

SILVIA:         Mamma, questo non è sopportabile. Non posso sopportarlo.

AGATA:        E chi ti dice di sopportarlo? Che c’entri tu? Vattene!

SILVIA:         (d’un tratto) Mamma, lo sai che dicono al villaggio? Che anche io! Anche io, capisci? Tutte e tre, un piccolo gregge. Questo mi fa impazzire, non posso sopportarlo. Poco fa ho cercato nei cassetti di papà. C’era la sua rivoltella, l’ho presa, l’ho qui con me, ecco, nella borsetta.

AGATA:        (la scrolla) Vattene, Silvia! Tu non c’entri! La tua questione si risolve subito: basta che tu vada via!

SILVIA:         Non posso più andar via... Ho visto il tuo viso mentre andavi da lui... Il viso di Pia, le vostre voci... Mi avete spaventata, non fo che pensare a questo... Mi avete fatto ammalare! Mi vergogno, se qualcuno mi guarda! Mi sento addosso questa macchia anche quando dormo! (È in terra, abbraccia le gambe della madre) Mamma, partiamo, vieni via con me!

AGATA:        (svincolandosi) No.

SILVIA:         Vieni via, ti prego!

AGATA:        No. Lasciami.

SILVIA:         Io troncherò tutto questo. (Con una fissità visionaria) Lo ucciderò, mamma. Ho pensato ogni cosa, punto per punto. Io lo chiamerò qui, gli dirò di guardare, lì, in mezzo agli abiti di papà. Lo farò chinare. E io, allora da dietro, vicina, gli sparerò, sulla nuca. Ho la rivoltella.

AGATA:        (la guarda, con intensa calma) No, non gli sparerai, non farai questo, io lo so. (D’un tratto) Silvia, qual è il sentimento vero che ti muove? Perché sei venuta qui, perché hai detto tante cose? Perché hai spiato, perché gridi così? Perché non sei partita, perché non parti? Perché? Perché? (Fugge)

SILVIA:         (seguita a fissare la porta con occhi dilatati; ora si volta)

Scena quarta

PIA:                (le sta davanti; è entrata da qualche tempo e s’è inoltrata adagio, mentre ancora durava il colloquio) Sei pallida, Silvia. È successo qualche cosa?

SILVIA:         (assente, rigida) Nulla. Sai dov’è Angelo?

PIA:                Gli devi parlare?

SILVIA:         Ho una cosa da dirgli.

PIA:                Ora? Subito?

SILVIA:         Subito.

PIA:                (con voce più bassa) Hai già pensato a quello che gli dirai?

SILVIA:         Sì, ho già pensato. (China gli occhi sulla borsetta)

PIA:                (segue quello sguardo) Siedi, Silvia. Sei tutta sudata. Ora vado a chiamartelo. (La fa sedere)

SILVIA:         (le ubbidisce macchinalmente)

PIA:                (esce; si sente la sua voce chiamare) Angelo! Angelo! (Ancora più lontano) Angelo... Angelo... (Ancora più lontano) Angelo... Angelo...

SILVIA:         (in quello stesso momento si scuote)

ANGELO:     (è sull’altra porta, avanza cautamente) Cara Silvia, non sapevo di trovarti qui. Qualcuno mi chiamava, non tu di certo. E seguitino pure a chiamarmi. Non facciamo che correrci dietro,  in questa casa; ma io corro più di tua madre e di tua zia, sono un vero gatto. (Ride) Cara Silvia, io non sapevo di trovarti qui, ma a dire la verità lo speravo.

SILVIA:         (si alza lentamente)

ANGELO:     Ti alzi? Già te ne vai? No? Tu acconsenti a restare, già questo è bello, è una fortuna che mi mancava da parecchio. Cara Silvia ti dirò tutto arditamente; ti cercavo. Attendevo che tu fossi sola. Avevo tanto desiderio di parlarti, prima di questa maledetta partenza. Oh lo so, che tu mi disprezzi; e hai ragione. E poi sei orgogliosa; pure hai ragione. Però ti vedo anche afflitta, offesa; e sei troppo giovane e gentile perché io lo permetta. Per questo sono qui. Occorreva che ti parlassi.

SILVIA:         Anche io.

ANGELO:     Anche tu? Oh, finalmente; sono contento. Ciò doveva arrivare. Cara Silvia, dimmi. Sono ansioso di sentire finalmente che cosa... (si interrompe)

SILVIA:         (un po’ rigida, va verso il tavolo, dove è rimasta la sua borsetta, la prende)

ANGELO:     Cara Silvia, penso che tu abbia dei rimproveri da farmi. Ebbene, io li accetterò e cercherò di non meritarli più. So di aver mancato... in parecchie cose. Oppure hanno mancato tua madre e tua zia? Anche esse possono sbagliare. Noi cercheremo di rimediare. Cara Silvia, sono sicuro che questa partenza non avverrà. Che cos’è che ti dispiace?

SILVIA:         (tende la mano, indica i vestiti del padre)

ANGELO:     Gli abiti di tuo padre? È vero. È vero, cara. Non fu delicato da parte mia pensare di adoperarli; tu ne hai sofferto. Cara Silvia, essi rimarranno di tuo padre; io non li toccherò. È questo che volevi? Questo soltanto?

SILVIA:         (ansante, indicando) Giù. Chinatevi. Guardateli. Guardateli bene.

ANGELO:     (stupito) C’è qualche cosa, qua in mezzo? Qualche cosa che io non ho visto? (Si china, smuove un vestito, si volta alla ragazza) Io non trovo nulla. (Torna ad osservare i vestiti, si inginocchia addirittura)

SILVIA:         (gli si avvicina, con la mano nella borsetta, è sopra di lui)

PIA:                (da fuori) Angelo! Angelo!

SILVIA:         (si scosta)

ANGELO:     (si raddrizza e si scosta anche lui)

Scena quinta

PIA:                (entra correndo, si ferma a guardare; poi si avvicina a Angelo)

ANGELO:     Che c’è?

PIA:                (bisbigliando) Ti vuole uccidere. Ha la rivoltella.

ANGELO:     (le fa basta con la mano, sta a riflettere un momento senza punto guardare Silvia; fa, a voce alta, affabile) Grazie, Pia. È importante ciò che mi hai detto, meritava davvero che tu corressi per dirmelo. Ora puoi andare.

PIA:                (resta immobile a guardare)

ANGELO:     (torna a guardare gli abiti chinandosi di nuovo verso di essi, ma in modo ben diverso) Cara Silvia, dicevo che io non trovo nulla, fra gli abiti di tuo padre. Guarderò meglio. Va bene così? Oppure devo chinarmi di più? Devo inginocchiarmi? Ah, ho capito, che cosa dovevo trovare qui. Una rapida morte. Una morte da bue al macello. (Col medesimo tono affabile) Tu volevi uccidermi?

SILVIA:         (lo fissa allucinata)

ANGELO:     (d’un tratto con voce altissima, furente, in falsetto) Tu volevi uccidermi? (Con la stessa voce a Pia, che non si muove) Vattene, Pia, tu puoi andare. (A Silvia, con lo stesso furore) Tu volevi uccidermi?

SILVIA:         (quasi afona) Sì.

ANGELO:     (più sommesso) Avevi l’arma?

SILVIA:         Sì.

ANGELO:     Dammela.

SILVIA:         (la porge)

ANGELO:     (la prende, rimanendo a fissarla; poi a se stesso, stentando a rendersi conto) Voleva uccidermi, togliermi la vita. (Con stupore enorme) Mi odia! (A Pia) Mi odia, capisci? Finché lei è viva, la mia vita è in pericolo, capisci? Mi oda. Mi odia.

SILVIA:         (comincia a essere scossa da qualche singhiozzo)

ANGELO:     (in preda a vero terrore) Oh, oh, oh, hai capito, Pia? Io adesso potevo essere lì sfracellato. Era pensata magnificamente. (Imitando, in una specie di pantomima) Io ero qui... facevo così, m’inginocchiavo... e lei... Eh? Eh? Dov’è che volevi appoggiarmi l’arma, cara? Sulla nuca, eh? Qui. E io, giù: con la faccia lì sulle pietre, mi spezzavo anche i denti. E poi... e poi io ora ero lì, un uovo rotto, tutto sangue, cervello... (D’un tratto con enorme furore, in falsetto, quasi una strana trombetta) Schifosa! Schifoso insetto! Vigliacca puttana, vigliacca puttana! (Corre sulla ragazza, la colpisce, l’afferra per la camicetta, per i capelli, la getta a terra gridando e balbettando) Vigliacca puttana, sei stata capace... sei stata capace... Voleva uccidermi! Vigliacca puttana, vigliacca puttana! (La lascia)

AGATA:        (è apparsa; incerta, sconvolta, sta sulla figlia)

SILVIA:         (è in terra; balbetta fra i singhiozzi) Voglio morire.

Un silenzio

ANGELO:     (d’un tratto, con una specie di dolore) Mi sono dimostrato manesco! E anche ingiusto! Me ne vergogno, che brutta cosa. (A agata) La nostra povera Silvia è stata capace di... mi odia. Colpa della solitudine; bisogna essere molto forti, per tollerarla. Ella è stata capace... L’ho scampata per un filo. Povera Silvia, troppo fragile per queste cose.

SILVIA:         (con singhiozzi) Voglio morire.

ANGELO:     Dice che vuole morire. E quasi quasi la pietà augurerebbe davvero... Povera Silvia, così delicata, rosicchiata da un male così orribile. Non so se io ho sognato ciò, la nostra Silvia piangeva. Ella diceva... che non poteva sopportare ancora per una notte il noioso rumore di quella persiana. Pim, pam. E d’un tratto dice: io andrò e toglierò la persiana. E io le dico: «Ma cara Silvia, ciò è molto pericoloso, può succederti una disgrazia». Ed ella allora sorride: «caro Angelo lasciamo che la sorte decida. In un caso o nell’altro, io non udrò più la persiana. E potrò riposare tranquillamente».

SILVIA:         (si è alzata un po’, lentamente) Mamma!

AGATA:        (turbata) Che cosa vuoi dirmi?

SILVIA:         Mamma, un giorno io ero piena di disperazione, di ribrezzo. Sono andata da lui perché volevo schiacciarlo, scacciarlo da casa... Mamma, io sono già perduta!

AGATA:        (si volta lentamente, si scosta da lei)

SILVIA:         Mamma!

AGATA:        Ti amavo tanto, da piccola. Eri così delicata, mi impietosivi.

SILVIA:         (finisce di alzarsi; lentamente, un po’ rigida, va alla porta, esce)

Scena sesta

PIA:                Dove va, ora?

ANGELO:     Perché lo domandi, bugiarda. Io ne so quanto te. È possibile, prima o poi, che ella salga a quel maledetto terrazzino. Potrebbe esservi in questo momento. Anche io in questo momento potevo essere lì... Abbiamo noi il diritto di intervenire? È lui, il destino, che deve rispondere... sì o no. (Tende l’orecchio) Tu, Agata, tu, che cosa dici? Sta a te parlare. Parla, parla, perdio. È tua figlia.

AGATA:        (resta immobile, cupa)

ANGELO:     Come è difficile serbarsi innocenti e umani... e vivi. Perché, perché la nostra Silvia doveva arrivare... Come ha potuto pensare una tale enormità?

PIA:                (esasperata, con un grido) Angelo, quanto sei stupido!

ANGELO:     Cioè?

PIA:                Perché la ragazza ha fatto questo. (Con disprezzo) Perché era innamorata di te.

ANGELO:     Come sono misteriose le azioni umane. Qualche volta sulla stessa vela soffiano due diversi venti. Io dico... (Di colpo, frenetico, ad Agata) Chiama tua figlia. Valla a prendere. (Gridando) Corri a prenderla! Presto! Chiamala! (Lui stesso corre) Silvia! Silvia! Silvia! Silvia! (È uscito, la voce si allontana nella casa; ora, dal tono di essa, si capisce che ha ritrovato la ragazza e la riconduce)

Scena settima

ANGELO:     (riappare sorreggendo e quasi portando Silvia semisvenuta) Una sedia. È tutta fredda, non si regge. Tenetela, rianimatela; inumiditele le labbra. Fatela bere.

AG e PIA:      (sono intorno alla ragazza)

ANGELO:     (sta un lungo momento a contemplare) Ecco! Ma sicuro! Vedervi tutte e tre insieme, strette, così d’amore e d’accordo! Questo sì rasserena, consola! Eravamo davvero ciechi. E invece era così semplice.

AGATA:        (voltandosi) Che cosa era semplice?

ANGELO:     (vago) Tutto.

AGATA:        Cioè?

ANGELO:     Cioè la nostra cara non partirà: né questa sera, né mai. Edoardo viene: e torna via solo, il vecchiaccio. Silvia rimane qui, buona, calma. (Una pausa) Noi quattro. (Un silenzio)

PIA:                (d’un tratto si mette a ridere, a ridere, stridula, isterica, balbettando i denti)

ANGELO:     Preferivate che ci fosse del sangue, qui? O là fuori sotto il terrazzino? Orgoglio, sempre orgoglio, maledetto orgoglio. Noi quattro. Perché guastare tutto, chi ci obbliga a odiarci?

PIA:                (con un riso continuo, convulso, che è un mugolìo) Angelo, sei matto...

ANGELO:     Io mi trattengo dal calpestare anche un animaletto. Ciò che vive è delicato e dura poco, perché mostrarsi crudeli? Quello che la nostra anima desidera è sempre innocente. È come un bambino che allunga la sua manina.

PIA:                Sei un matto, un matto! Agata, tu stai a sentire? (Frenetica) Ci vado io a buttarmi dal terrazzino! Sono io che m’ammazzo! Vigliacco, ci hai rovinate! (Tace di colpo)

ANGELO:     Pia, vammi a prendere la mia valigia. Sono io che me ne vado, invece. Approfitto io del vecchio Edoardo. Così si risolve tutto.

PIA:                Tu andar via? (Urlando) Magari! Magari!

ANGELO:     Credi che faccio per scherzo? Non voglio più restare qui, fra cattiverie, puntigli... e in pericolo. (Avviandosi) Fo presto, non ho che due stracci da prendere. (È alla porta)

AGATA:        Angelo, che cosa fai?

ANGELO:     Vado via.

AGATA:        (supplichevole) Aspetta.

ANGELO:     No, non torno indietro, quando ho deciso.

AGATA:        Ma non si era ancora deciso niente. Aspetta.

ANGELO:     No, voglio andarmene. Io devo difendere la mia vita. Voi date più peso ai puntigli, ai pregiudizi che a me. Me ne vado.

AGATA:        (sempre più atrocemente supplichevole) No, Angelo, aspetta. Si finirà per spiegarsi.

ANGELO:     Ma ci siamo già spiegati! Sono vivo per un caso. E ancora mi si sospetta, si cerca di umiliarmi.

AGATA:        Ma nessuno ti umilia...

ANGELO:     Ingratitudine, cattiveria.

AGATA:        Ti prego, Angelo, ti prego. Non puoi andartene così. Ormai sono dei mesi, che sei qui... Vieni, aspetta...

Un silenzio.

ANGELO:     (torna lentamente indietro)

PIA:                (d’un tratto, urlando) Ma che cosa succede, qui! Che cosa sta succedendo! Diventiamo tutti matti? (A Angelo, aggredendolo) Vigliacco! Imbroglione! Scroccone!

ANGELO:     (con una specie di pacatezza, le dà un forte schiaffo)

PIA:                (ammutolisce)

Si ode nel silenzio il clacson del vecchio Edoardo.

ANGELO:     (indicando) Silvia, eccolo. Il vecchio Edoardo, il camion. Ora si ferma; ora sta a te. Sei libera, Silvia. Non approfitto di quel che è stato fra noi, momenti. Libera di restare o d’andartene; puoi scegliere. Ecco, s’è fermato, suona.

Si sente ancora il clacson

SILVIA:         (d’un tratto spicca la corsa verso la porta)

ANGELO:     (la ferma al volo; calmo, a Pia) Tu Pia, gridagli che non parte più, che ne riparleremo.

PIA:                (va alla finestra, grida) Non parte più. No, non parte più.

Si sente il camion ripartire. Un silenzio.

ANGELO:     È stato semplice. (Affabile, a Silvia, lasciandola) Non è che io ti abbia costretto, sai? Eravamo tutti d’accordo. Soltanto volevate, tutte e tre, sentirvi un tantino forzate: cioè guidate, protette. E ora eccoci qua; noi quattro. Non per cose villane, materiali. Fratelli e sorelle. Abbiamo tanto gridato e leticato: e ora che bella pace. S’è fatta sera, nasce la luna.

AGATA:        (d’un tratto, sottovoce, senza parole, comincia a canticchiare il motivo della canzone) Esevi uttu sehe.

ANGELO:     Chiudi Pia. Chiudete tutto, sbarrate. Che ci importa del vecchio Edoardo e di tutto il mondo? È da fuori che vengono le zanzare e i dubbi. Chiudete.

AG e PIA:      (eseguono, Agata sempre canticchiando)

ANGELO:     Fuori tutto. Noi soli. Come se questa casa fosse una noce, nera di fuori, dolce di dentro. Anzi no, un’isola; nel mare: un’isola coi suoi orli d’argento: e noi quattro soli sulla bell’erba, e in ogni filo d’erba il vento con un fischio leggero... e poi le nuvole... e poi... Noi soli. Liberi. Liberi! E qui, stasera, deve essere festa! Venga in tavola quello che c’è di meglio! Io scenderò nel pozzo, bottiglie ce ne sono ancora. Tu Agata, prepara, accendi. Anche tu Pia. Presto, presto. (Indicando Silvia) Questa sorellina nostra: non si deve vedere che ha pianto: pettinarla, lavarla, metterla bene. Si può dire che la festa è per lei.

Le due donne cominciano a eseguire, dapprima incertamente, poi con una specie di alacrità

ANGELO:     (preparandosi a scendere nel pozzo) Prendete la più bella tovaglia, i migliori bicchieri. Sorelle mie! Se una di voi soffre, il sole per me è buio. Presto, Pia, porta Silvia a ravviarsi. Pia è puntigliosa, aspretta, ma poi è la più servizievole e ubbidiente. Silvia è il fiore...

PIA e SIL:     (stanno uscendo)

ANGELO:     ... Pia, falle mettere quel vestito del primo giorno! E tu, Agata...

Scena ottava

AGATA:        (preparando la tavola) Io? Io sono vecchia.

ANGELO:     (mentre prende e dispone la scala di corda) Tu sei quella che conta. Io sono venuto per te da lontano, e resto per te. Tu mi fai venire in mente che al mio paese le donne non le mandano di notte sole per la campagna.

AGATA:        (smettendo di preparare) E perché?

ANGELO:     Perché potrebbero incontrare il diavolo. Tutti sanno che le donne desiderano di fare all’amore col diavolo. È lui, invece, che fa il difficile. (Ride)

AGATA:        (interessata) E allora?

ANGELO:     Però certe volte, o per chiamare il medico o per altro, bisogna pur mandarcele, di notte, sole.

AGATA:        E allora?

ANGELO:     Allora camminano, e d’un tratto, se c’è la luna, vedono, accanto alla propria, un’altra ombra. È un viaggiatore, che si mette a accompagnarle.

AGATA:        E che cosa dice?

ANGELO:     Niente. Le fiuta.

AGATA:        Le fiuta?

ANGELO:     Sì. Per sentire se sanno di fumo. È l’odore degli esseri umani, nessun altro essere accende il fuoco e fa bollire la pentola. Fiuta.

AGATA:        E se sanno di fumo?

ANGELO:     Lui se ne va via subito. Sono donnette, comari. Lacrimucce: il diavolo aborre. Ogni tanto, invece, ce n’è una che non sa di fumo.

AGATA:        E di che sa?

ANGELO:     Di niente. Al mio paese dicono: di vento. L’ente creatore le ha sbagliate. Le dosi erano per qualche altro essere, più strano, più importante, più vicino a Dio. Ecco perché le donne di questo genere sono melanconiche. Agata, rassomigliano a te, annoiate dove c’è fumo, annoiate dove non c’è. Gli uomini le amano con passione, dicono loro: «Anima mia», ma quelle spesso li avvelenano. Niente più è adatto a esse, nemmeno il paradiso. È questa, la donna che il diavolo aspetta di notte. Questa non ha paura; e va con lui. (Le ultime parole vengono dal pozzo, Angelo vi si sta calando)

AGATA:        (è rimasta pensosa; d’un tratto si riscuote: dal pozzo è venuto un rumore) Che è stato?

ANGELO:     (dal pozzo) Nulla, è caduta giù la scala, s’è sganciata.

AGATA:        E adesso?

ANGELO:     Gettami una corda.

AGATA:        Sì, subito. È questione di un momento. (Va, prende la corda, s’avvia al pozzo; si ferma irresoluta, la depone)

ANGELO:     L’hai trovata?

AGATA:        Ora la prendo, aspetta un momento. (Si volta)

SILVIA:         (entra seguita da Pia; è vestita di chiaro, con fiori nei capelli)

AGATA:        (la guarda a lungo) Silvia, come ti hanno infiorata.

PIA:                (alzando il lume che ha in mano sulla ragazza) Angelo? Dov’è angelo?

AGATA:        Nel pozzo. (Immobile, guardando a lato) Ora gli si getta la corda.


ATTO  TERZO

Scena prima

È ancora buio, prima dell’alba. Il lume è acceso sul tavolo.

Angelo reciterà per tutto l’atto da dentro il pozzo.

AGATA:        (è sola, seduta in disparte nella penombra; trascorre così un certo tempo)

SILVIA:         (entra in punta di piedi; si ferma)

AGATA:        (bisbigliando) Volevi qualche cosa?

SILVIA:         (pure bisbigliando) Mamma, non hai dormito?

AGATA:        (sempre con quel tono sommesso) Io ho sempre dormito poco.

SILVIA:         Vieni di là? Mangiamo un boccone.

AGATA:        Dopo. Volevi qualche cosa?

SILVIA:         No, no, nulla. Mamma, perché non vieni di là.

AGATA:        Dopo. Che hai, stai poco bene? Le mattine sono fredde. Va con Pia; è inutile che tu venga qui. (Un silenzio) Avete tutto di là?

SILVIA:         Sì.

AGATA:        È andata qualcuna per il latte? (Pausa) Uno di questi giorni bisognerà anche lavare. (Nella sua voce c’è come una gran quiete)

SILVIA:         Sì. (Un silenzio) Mamma, ho un po’ paura.

AGATA:        Sai bene che è uno scherzo.

SILVIA:         Sì, lo so. (Pausa) Perché non vieni di là? Qui non si può neanche discorrere.

AGATA:        Dopo. (Un silenzio) Sai a che pensavo? In collegio, il nostro professore di religione: le parole con cui cercava di renderci evidente l’eternità, il concetto di eternità. Diceva: figuratevi una farfalla che ogni tanto muova le sue deboli ali. Ella è posata sopra una sfera di bronzo. Pensate un po’ quanto tempo ci vorrà perché questa farfalla, muovendo ogni tanto le ali, scavi un minimo segno in quella sfera di bronzo. Ma poi pensate quanto ce ne vorrà, di tempo, perché quelle deboli ali addirittura riescano a consumare quella sfera di bronzo. Ma poi pensate che quella sfera di bronzo sia grande come il mondo e il sole insieme, anzi ancora di più, come tutto l’universo. E la piccola farfalla, su questa spaventosa sfera, deve farla diventare nulla. E quando l’avrà consumata tutta, ne avrà da consumare delle altre, tante, come sabbia da non potersi contare. E quando le avrà consumate tutte, ebbene, l’eternità sarà ancora da cominciare. Il concetto di eternità sfugge al pensiero umano. O forse è il concetto opposto che sfugge al pensiero umano.

SILVIA:         Mamma, non ha più parlato? (Per la prima volta ella getta un’occhiata verso il pozzo)

AGATA:        No. Poco. Sono quasi due ore.

SILVIA:         Tu credi...

AGATA:        Avvicinandosi e abituando l’orecchio, lo si sente benissimo; lo si sente respirare.

SILVIA:         (fa due o tre passi cauti verso il pozzo)

AGATA:        Tace soltanto perché è un po’ imbronciato. Ogni tanto mette il broncio. (Ride piano)

SILVIA:         Fino a due ore ha parlato?

AGATA:        Sì.

SILVIA:         Che diceva?

AGATA:        Niente. Un po’ impaziente. Strepitava. (Ride piano)

SILVIA:         E ora che fa?

AGATA:        Pensa.

SILVIA:         E prima, perché strepitava?

AGATA:        Non si era reso conto, non aveva capito.

SILVIA:         Che cosa non aveva capito?

AGATA:        Che... è uno scherzo, una burla.

SILVIA:         (un po’ affannosa) Una burla. Pensavo... che sono due giorni e due notti...

AGATA:        Non ancora, meno. Del resto anche voialtre siete state d’accordo., avete rido.

SILVIA:         Sì, certo.

AGATA:        (ride piano) Cosa sono due giorni e due notti. E poi, quando lui era in guerra? Era molto peggio. E poi laggiù intanto ci sono delle bottiglie.

SILVIA:         Le bottiglie? Perché?

AGATA:        Perché lui ogni tanto spezza il collo a una bottiglia.

SILVIA:         (con un riso) E la beve?

AGATA:        Sì. L’ho sentito. L’ha anche detto.

SILVIA:         (con un riso) Si ubriaca? Lì dentro?

AGATA:        Credo. Così passa il tempo. Puoi stare tranquilla, non sta poi troppo male laggiù.

SILVIA:         Ne sei sicura?

AGATA:        Certo.

SILVIA:         (un po’ affannosa) Non c’è d’aver paura. In fondo poi... due giorni e due notti... due giorni e due notti...

AGATA:        Meno. Può starci ancora.

SILVIA:         Gli serve da lezione; gli ci voleva, non è vero?

AGATA:        Certo.

SILVIA:         Certo; gli ci voleva.

AGATA:        (vagamente) C’era qualche cosa che non andava, qui. Ci si sentiva a disagio. Oh, lui ha già cambiato, un pochino; quando lui parla, da giù, alle volte mi viene da ridere. (Un silenzio)

SILVIA:         (d’un tratto) Mamma, perché non lo chiami? Per sentirlo; per sentire cosa dice?. Chiamalo, mamma.

AGATA:        Meglio di no. Ho capito che lui si rinfranca se capisce che qualcuno è qui: si mette a parlare, grida; spera che gli si risponda. Invece se non sente nessuno... Io mi sono messa scalza. Se non sente nessuno... è allora che gli viene un po’ di paura. (Nella sua voce è una specie di quiete) Occorre che gli venga. Bisogna aspettare che gli venga un po’ di paura.

SILVIA:         Paura di che, mamma.

AGATA:        (paura) Paura. Del resto tu pure parli piane e cammini in punta di piedi. Perché lo fai?

ANGELO:     (dal pozzo, incupita, echeggiante, ingigantita) Silvia!

SILVIA:         (si scosta intimorita dal pozzo)

Scena seconda

ANGELO:     (calma) Silvia. So che sei lì. Rispondimi. Ti ho sentito, sai. Rispondimi. Evvia, rispondimi.

SILVIA:         (alla madre, con un soffio) Rispondigli tu...

AGATA:        (bisbigliando) Non chiama me.

ANGELO:     (sempre calma)Pia. Sei tu, Pia? Io vi sento magnificamente. Avete tempo a camminare scalze. Pia! Silvia! (Un lungo silenzio, ora la voce si fa leggerissimamente concitata) Pia! Silvia! Pia! Silvia! Pia! Silvia.

PIA:                (entrando bisbigliando angosciosamente) Non posso più sentirlo! Non dobbiamo tardare, è pericoloso. Buttategli giù la corda e finiamola.

AGATA:        Buttagliela tu.

PIA:                Io ho paura, sembra feroce, impazzito. Ho paura.

ANGELO:     Pia! Silvia!

PIA:                Non posso sentirmi chiamare così!

AGATA:        Perché sei scesa? Ti avevo detto di stare di sopra, lassù non si sente niente.

PIA:                Si sente anche lassù, dappertutto. Anche dalla strada; se qualcuno passa lo sente di certo.

AGATA:        Non credo, e poi non passa nessuno.

PIA:                Tutta stanotte, ha seguitato...

AGATA:        Non è vero. Sei tu che vuoi sentirlo; anche quando sta zitto.

ANGELO:     (quasi sfiduciato) Pia! Silvia! Pia! Silvia!

PIA:                Ma perché chiama noi soltanto? (Con improvvisa concitazione) Perché chiama noi soltanto e te no?

AGATA:        Perché sa che con voi  più facile, siete più giovani.

ANGELO:     (tornata ormai al tono normale) Pia, Silvia.

AGATA:        Se volete possiamo coprire il pozzo. C’è lì il coperchio.

SILVIA:         Sicuro, si potrebbe...

AGATA:        Lo si sentirebbe meno.

SILVIA:         (subito pentita) No, no coprirlo no.

ANGELO:     (tranquilla, ora; troppo tranquilla) Ohé. C’è lì anche Agata, vero? Lo so. (Un silenzio; poi una risata lunga, cordiale, echeggiante; anche la voce, poi, è cordiale, divertita) Brave. Certi momenti mi arrabbio; ma poi mi ci diverto anche io. Magistrale; scherzo magistrale, lo devo riconoscere, brave. Anche al mio paese: canzonarono un tale; poi finì con una cena, fu una bella serata, eh, me ne ricordo. Una cena magnifica, c’ero anche io.

AGATA:        (leggerissimamente ansante) Ecco. Lo sentite, ora? Che voce?

SILVIA:         (meravigliata) Tranquilla.

AGATA:        Sapete che cosa vuol dire?

SILVIA:         Che cosa?

AGATA:        (lentamente) Spavento. Comincia. Il freddo dello spavento. (Con strana tristezza) Ha capito che è in pericolo e si rifiuta di ammetterlo. Cerca di dominarsi; e di dominarci.

ANGELO:     Mie care, mi avete tenuto un po’ in castigo, pazienza, lo meritavo perché diventavo prepotente. (Ride) Ho la barba lunga, non vi era rasoio, quaggiù. Fortuna che invece vi erano delle bottiglie. Quelle che avanzano le porto su. (Ride) Spicciatevi, se no vuoto la cantina e mi ubriaco davvero. Vi spiace se canto? (Comincia a cantare «Esevi uttu sehe»; ma il canto in breve diventa svogliato)

AGATA:        (con strana compassione) Mio Dio. È davvero spaventato.

Il canto si è interrotto

PIA:                (aggressiva e sconvolta) Perché gli facciamo questo? Perché?

AGATA:        Lo hai detto lui stesso: era un po’ prepotente. Eravamo tutte d’accordo, mi pare.

SILVIA:         (quasi trasognata) Ma ora basta, ora lo facciamo salire, non è vero?

AGATA:        (ridendo) S!

PIA:                Ora! Subito! Subito!

AGATA:        (ridendo) Sì!

ANGELO:     (d’un tratto, atterrita, implorante, irriconoscibile) Silvia... per carità, la corda... Buttami la corda, per carità... Mi vogliono far morire... Tua madre... Mi vuole far morire qui dentro. Presto, non ho più forza, sto per svenire. Se svengo annego. Presto... Silvia, Pia. Partirò, andrò via, v’ubbidirò. Non fatemi morire qui dentro... Per carità... (Si interrompe, un silenzio)

SILVIA:         (d’un tratto corre, prende la corda, la porta verso il pozzo, s’affanna a districarla da certi appigli)

PIA:                (corre anche lei, aiuta Silvia; ora sono accanto al pozzo; ed ecco ambedue si fermano)

ANGELO:     (improvvisamente trasformata in un urlo epilettico, selvaggio, veramente inumana) Assassine! (Pausa) Assassine! Tornerò su, vi mangio il cuore a tutte! Vi sbrano! (Pausa) Vi farò condannare! Vi vedrò impiccate! Impiccate! Impiccate! Assassine!

SIL e PIA:     (spaventate fuggono lontano dal pozzo; la corda è caduta dalle loro mani)

ANGELO:     (continuando) Tutte d’accordo! Assassine! La pagherete tutte! Siete state voialtre a staccare la scala! Voialtre, voialtre! Tutte d’accordo!

AGATA:        (quasi a se stessa) Non è vero. È accaduto.

ANGELO:     (ormai orribilmente rauca) Assassine! Vi farò impiccare! Assassine! Vi mangerò il cuore! Vi sbrano! (Ora non è più una voce, ma una specie di atroce ululo, misto a convulsi rumori)

PIA:                (atterrita e dimenticando ormai di parlare piano) Il coperchio! Rimettiamo il coperchio, presto!

SILVIA:         Sta salendo... Mio Dio. Ho paura...

PIA:                Buttiamogli... buttiamogli addosso qualche cosa... una pietra...

Tutto si è spento in una specie di rantolo, poi un ansimare. Torna il silenzio.

SILVIA:         È caduto.

AGATA:        (dopo aver ascoltato) Respira. (Alle altre, di nuovo con quella tristezza) Non può salire. Ha già provato, stanotte, ad arrampicarsi.

PIA:                Ha provato?

AGATA:        Sì. Più di una volta; io lo sentivo. Le pietre non dànno abbastanza presa.

PIA:                Ma inferocito com’è...

AGATA:        No. Man mano che passa il tempo, gli cresce il furore, ma le forze gli diminuiscono. Se non gli è riuscito finora... credo che non riuscirà più.

SILVIA:         (battendo i denti) Ma allora... che cosa dobbiamo fare?

AGATA:        (Un silenzio; poi a voce bassissima) Nulla. Non c’è nulla da fare.

La luce dell’alba è cresciuta, fra poco sarà giorno.

SILVIA:         Ma che succede, allora?

AGATA:        Nulla.

SILVIA:         Come, nulla?

AGATA:        Ho paura che ormai...

SILVIA:         Ormai che cosa?

AGATA:        ... sia tardi.

SILVIA:         Tardi... Che cosa vuol dire?

AGATA:        Oh, non mi auguro davvero di vederlo uscire di lì! Vedremmo uscire dalla terra... qualche cosa di spaventoso; il demonio. Ci sbranerebbe davvero; oppure ci denuncerebbe, ci farebbe impiccare, tutte e tre. Niente potrebbe salvarci, capite?

SILVIA:         E allora?

AGATA:        (monotona) Ma io non credo che gli riuscirà di tornar su. (Un silenzio) Voi andate di là, cercate di mangiare un boccone. Ora vengo anche io. (Un silenzio)

PIA:                (balbettando) Io non ho colpa. Io non c’entro davvero. Io non ho fatto nulla...

AGATA:        Nessuna di noi ha fatto nulla. È accaduto. (Un silenzio) È accaduto, che lui arrivasse qui. Chi è che l’aveva chiamato? È accaduto che i ganci della scala siano scivolati. Nessuno li ha toccati; da sé. E poi questo pensiero nella testa: che la colpa sia nostra. Come facciamo, ad aiutarlo? Che strana catena. Si vede che davvero qualche cosa non andava, qui. Era una confusione, uno squilibrio. E non poteva durare. (Una pausa) Era come se lui avesse scoperto per ciascuna di noi... una specie di radice fra noi e la terra; una specie di viscere, un cordone sanguinoso: e lui se l’era girato nel pugno e ci tirava così. A momenti ci spuntava il pelo come alle capre, e ci mettevamo a quattro gambe. Però non è dipeso da noi. Questa cosa... doveva accadere. Ormai è accaduta.

SILVIA:         (tremando) Mamma, tu lo sapevi. Tu potevi impedirlo...

AGATA:        (come assorta) No, non potevo.

SILVIA:         Tu avevi capito...

AGATA:        E tu no, forse? È accaduto. E ora occorre che qualcuno, qui, resti quieto e pensi. È un ingrato compito, lo prendo su me. (Travolta un attimo) Credete che anche io non tremi? (Vincendosi e bisbigliando) Noi partiremo. La casa e il pozzo non tarderanno a crollare. Vi era un forestiero: lo si crederà partito; come un giorno era arrivato. Voialtre intanto andate di là.

SILVIA:         (con un grido) Ma io... non posso sopportare... Questa cosa, lì dentro... non posso sopportarlo...

AGATA:        (con cupa veemenza) Quante cose non puoi sopportare. Fortunatamente ci sono io per questo. E poi fra poco anche lui si calmerà, perché a un certo punto, quando le cose sono certe, si ridiventa tranquilli. (Assorta) Tutto sarà rapido. Un capogiro; l’acqua, benché poca, ricoprirà tutto. E poi tornerà immobile.

PIA:                (sconvolta) Oh mio Dio... Oh mio Dio... Oh mio Dio... Io me ne vado! Io me ne vado!

AGATA:        Va bene. Anche tu Silvia: andate. Nessuno vi chiederà conto.

PIA:                Non starò qui un minuto di più! La mia roba è già pronta. Questa casa è sempre stata una prigione per me!

AGATA:        Sì, cara; va a Vienna. Va a cenare in abito da sera.

PIA:                Certo che me ne vado! Mi fai paura!

ANGELO:     (d’un tratto) Buttatela a terra, legatela, è una pazza! Pia, Silvia, non permettetele di compiere questo delitto... Essa ha sempre riso di voi, vi ha disprezzato! Aiutatemi, mi sento il freddo della morte. È stata lei, la responsabile è lei! È colpa sua!

PIA:                Sì, si, è stata lei.

SILVIA:         Sei stata tu!

ANGELO:     Tu! Tu!

AGATA:        (d’un tratto, quasi con un grido) Va bene, sì. Sono stata io. Finora ho mentito.

PIA:                Sei stata tu fin dal principio. Tu hai staccato la scala!

AGATA:        Sì, io! Lo desideravo. Occorreva, interrompere. Come quando una finestra sbatte di notte. Occorre che qualcuno si alzi.

ANGELO:     No! Silvia, lo ha fatto per gelosia! Per gelosia di te!

AGATA:        Può darsi. Presto quell’uomo si sarebbe stancato di me e mi avrebbe umiliato; a vantaggio tuo, Silvia. Può darsi. (Quasi ironica) Rivali. Come vedi, ho vinto io.

ANGELO:     Silvia, ha ucciso tuo padre! Lo ha ucciso più sicuramente che se lo avesse strozzato.

AGATA:        Anche questo può darsi. Mi aveva talmente imbrogliato e oppresso. Fu una lunga e tetra commedia. Solo oggi respiro. Peccato che ora tu stia sotto terra, là in Africa, caro Enrico; non puoi vedere i risultati.

PIA:                Mi hai sempre fatto paura, brutto spirito malvagio! Hai reso infelici tutti!

AGATA:        E me più degli altri. Forse avrei potuto essere migliore se qualcuno avesse avuto bisogno di me. Ma non sono servita a nessuno.

ANGELO:     Ti sei data a uno sconosciuto, lì per lì, sopra un mucchio di pelli!

AGATA:        Sì.

ANGELO:     (alzando la voce) E poi mi hai messo nel letto tua cognata!

AGATA:        Sì.

ANGELO:     (ancora più forte) E poi tua figlia! Tutte e tre!

AGATA:        Potrei obiettare qualche cosa, ma non importa, sostanzialmente è vero.

ANGELO:     Tutte e tre! Tutte e tre!

AGATA:        Sì. Era chiaro che questo non poteva durare. (Un silenzio) Questa è una cosa che finisce oggi.

SILVIA:         (rauca) Mamma.

AGATA:        Che c’è?

SILVIA:         (sommessa e man mano crescendo) Io non posso andar via e lasciarlo lì. Non m’importa più di nulla; né di me, né di te, né di altro. Voglio che torni su. Io non posso sopportare di vivere senza di lui.

AGATA:        (con energia) Non è vero, Silvia. Voialtre sue non avete fatto che seguirmi, sono stata io a trascinarvi. Forse non vi avrei permesso di rimanere immuni. Provo compassione per voi. (Abbassando la voce) E un tantino di ribrezzo.

SILVIA:         (sconvolta) Voglio che torni su! Quando lui mi chiama io desidero lasciare qualunque cosa! Io voglio ubbidirgli!

AGATA:        queste sono parole mie, non tue! Sono stata io a contagiarti.

SILVIA:         Voglio che torni su! Mi butterò io stessa lì dentro! (Piangendo e buttandosi avanti) Mamma, potrei in questo stesso momento... potrei portare... potrei essere...

AGATA:        (afferrandola e scrollandola disperatamente) Zitta, stupida! Sei una visionaria, un’esaltata. «Potresti essere incinta» non è vero? Anche questo succede, alle donne; e tu sei una donna. Io sono stata incinta di te, mi ripugnavo. (Pausa) Non è vero, Silvia. Sei una visionaria, un’isterica. Ah, perché esisti, perché sei cresciuta! Eri così affettuosa... perché non moristi quell’estate, tutti lo credevano! (Vincendosi) Taci e vattene. (Con voce che man mano si alza con cupa autorità) Qui è un disordine, è veramente un caos. Io sola tengo la testa fuori e penso. Sono calma. Prendo tutto sopra di me. Lui ormai ha capito, noi abbiamo capito, non c’è più altro da dire o da fare; ormai è tardi. Questa è una cosa che finisce oggi. (Un silenzio)

ANGELO:     (d’un tratto, con impreveduta tranquillità e quasi melanconica) Agata, voglio parlare con te.

AGATA:        (anche essa improvvisamente pacata e tenera) Ti sento, Angelo. Parla.

ANGELO:     (dopo un silenzio e sempre con quella specie di melanconia) Agata, dunque devo rassegnarmi?

AGATA:        (con uguale tono) Anche io mi sono rassegnata.

ANGELO:     Sei stata tu a volere questo.

AGATA:        In fondo non lo so bene. Mi sembra d’avere semplicemente ubbidito.

ANGELO:     Io dovrò restare quaggiù e morire?

AGATA:        (abbassando la voce) Angelo, mi pare che ormai non possa andare diversamente.

ANGELO:     Mi addolora, mi spaventa, dover morire qui, in questo buio. Io ero ancora giovane.

AGATA:        Credi che per me sia meno dolore?

ANGELO:     Io ti prego, Agata. Ti chiamo perché tu venga a liberarmi. Tu hai nelle mani, per me, tutto ciò che vi è di buono e gradito nel mondo.

AGATA:        Anche io vorrei liberarti.

ANGELO:     E perché non lo fai, Agata? A te piaceva cedermi e ubbidirmi.

AGATA:        Sì, non m’importava di altro.

ANGELO:     La tua vita, senza di me, tornerà ad essere nulla.

AGATA:        Sì; nulla.

ANGELO:     E allora perché non mi togli di qui? Perché fai questo?

AGATA:        Perché... ero spaventata e non potevo più resistere. Certamente cose anche peggiori sarebbero avvenute andando avanti.

ANGELO:     Tutto poteva cambiare.

AGATA:        Non io. Neanche lo vorrei. Una goccia caduta, un pensiero pensato lo sono in eterno. (Pausa) Angelo, non si può più tornare indietro. Non potrei vederti partire.

ANGELO:     Ma ora tu commetti un delitto peggiore di tutto.

AGATA:        Occorreva. Per rimetterci quieti.

ANGELO:     (sempre pacata) Tu non sarai mai più quieta! Povera Agata. Sarai condannata e maledetta in eterno!

AGATA:        Ma è proprio questo che mi rende tranquilla: avere quel che mi spetta.

ANGELO:     (quasi allontanandosi) Povera Agata... Povera Agata...

AGATA:        Non credo in una pietà: ne sarei confusa, sarei una macchia nera nella luce. Amo il mio peso. (Pensierosa) Vi è un punto in cui si sceglie ciò che siamo. È in principio; niente ancora esiste, tutto è libero; e l’occhio si volta per ringraziare e gioire; oppure dall’altra parte. Di lì comincia, però vi è sempre una certa pace, nell’essere ciò che si è, nell’esserlo completamente: il condannato ha questa gioia. Io accetto. (Pausa) Silvia, un giorno – tu eri piccola così – il garzone portò qui un grazioso capretto per ucciderlo. (Come vedendo) Lo scannò lì, sulla pietra, ficcandogli giù il coltello. Lo spellò, lo aprì, gli cavò le viscere, accanto c’era un bacile di sangue nero che fumava, io aiutavo e avevo le mani rosse, gli occhi del capretto erano rimasti aperti. E d’un tratto io mi voltai... (veramente spaventata) e tu eri lì, Silvia, lì, su quella porta, da mezz’ora! Rigida, bianca, le pupille dilatate! Tu non avevi mai visto nulla di simile, eri troppo piccolina! Cominciasti a piangere, che pianto tremendo, io non riuscivo a consolarti, non sapevo più che fare, dapprima non avevo neanche potuto abbracciarti, perché avevo le mani... Durasti per ore, convulsa, io ti pregavo, ti promettevo le cose più incredibili, mi inginocchiavo, ti dicevo che non era vero... Poi t’addormentasti. E ora tremavo io! Piangevo io, ora; ero sudata, ero atterrita! Non so bene che cosa promettevo, che cosa gridavo a me stessa! Questo: che tu no! La bambina no. La bambina pulita. La bambina salva. Per me le mani rosse, il catino di sangue, la morte, la carne, la terra, per me questi sudori. Questa condanna... l’odore di bestia... il pozzo. La bambina no. Fuori, salva, lontana. Vattene, Silvia. E se davvero hai dentro... (Accostandosi alla figlia e carezzandola con tenerezza) Mi dispiacque un po’ vederti crescere, mutare. Si spera sempre che i figli... che tutto vada meglio. I figli sono questo. (S’interrompe)

Tutte e tre si voltano verso il pozzo. Ne viene un ansimare, un grattare, di unghie, un rumore.

PIA:                (con un urlo da pazza) S’arrampica! S’arrampica!

Si sente quel rumore crescere, salire, farsi disperato, vicino, enorme; ci si aspetta di vedere tra poco, una mano aggrapparsi all’orlo. Le tre donne stanno a guardare impietrite. D’un tratto in quell’anelito un mancamento.

Non un urlo. Il rumore di una caduta. Un lungo silenzio, poi si ode forte, distinto, ripetuto, il suono di un clacson.

PIA:                (corre verso la porta, chiama disperatamente) Edoardo! Edoardo! Venite su! Presto! Venite!

L’attesa si prolunga qualche istante, poi il vecchio Edoardo appare sulla soglia.

Scena terza

EDOARDO:  (viene avanti) Che c’è?

SILVIA:         (si mette a singhiozzare)

EDOARDO:  Che è successo?

PIA:                (ansando) Sentite, voi avrete sete. Volete bere? (ripete isterica, quasi con un grido) Volete bere? Lì. (Accenna il pozzo) Lì. Cavatevi un po’ d’acqua.

EDOARDO:  (perplesso) Certo che ho sete, certo. (Avvicinandosi al pozzo, con la voce lamentosa di chi ripete parole dette cento volte) Io sono troppo avanti d’età ormai, per portare su e giù un camion sconquassato sotto questo sole. Certo, che ho sete. (È giunto al pozzo, macchinalmente si china a guardare giù...)

AGATA:        (accanto a lui, con voce tranquilla) Ecco. (È alle spalle del vecchio, gli porge un bicchiere d’acqua empito dalla brocca)

EDOARDO:  (si volta, beve, chiede ancora) Ma che è successo?

AGATA:        Mia figlia parte, mia cognata l’accompagna. Aspettatele giù, sono pronte.

EDOARDO:  (sospettoso) E la roba?

AGATA:        Più avanti.

EDOARDO:  E voi?

AGATA:        Resto qui.

EDOARDO:  E il forestiero?

AGATA:        Partito.

EDOARDO:  (andandosene) Più che il sole è quest’aria, questo vento, che abbrucia. (A Pia e Silvia) Allora v’aspetto giù. Fate presto. (Esce)


Scena quarta

AGATA:        (d’un tratto, con una specie di ferocia, gridando) Andatevene!

PIA:                (fugge dietro Edoardo)

AGATA:        (a Silvia) Andatevene, voi due! Lasciatemi sola!

SILVIA:         (fugge anche lei, atterrita; si odono i suoi passi allontanarsi)

AGATA:        (sta a sentire; ed ecco, appena il silenzio è tornato, corre al pozzo) Angelo! Angelo! Angelo! Aspetta... (Torna indietro frenetica, afferra la corda, ne getta un capo nel pozzo) Aggrappati! Vieni! Angelo! Angelo! (Man mano subentra nella sua voce una specie di lontananza) Angelo. Angelo. Angelo. (Si raddrizza e sta immobile; la sua mano abbandona la corda; va lentamente alla finestra, alla porta, spranga tutto, fa buio; siede composta accanto al lume, sempre acceso sul tavolo; parla tra sé, pacata) Caro Angelo, vieni. Vieni pure a castigarmi, se vuoi. Ormai c’è tutto il tempo.

Si ode ancora un’eco del clacson, lontanissimo. Poi il silenzio.

AGATA:        Ora siamo noi due, e tutto è semplice. Tu non potrai certo andartene, e nemmeno io. Seguiteremo a chiamarci e a lottare per tutta l’eternità.

FINE

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