Desiderio sotto gli olmi

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DESIDERIO SOTTO GLI OLMI

Desire under the elms

Commedia in tre atti

Di  EUGENIO G. O’NEILL

PERSONAGGI

EFRAIM CABOT

SIMONE

                                                      PIETRO              suoi figli di primo letto

                                      EBEN CABOT (suo figlio di secondo letto)

ABBIE PUTNAM

UNA FANCIULLA

DUE CONTADINI

IL MUSICANTE

LO SCERIFFO

DUE UOMINI

CONTADINI

CONTADINE

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

 L'azione si svolge alla fattoria dei Cabot, nella Nuova Inghilterra, nell'anno 1850, dentro alla casa e dinanzi ad essa. L'edificio è saldo ancora, ma sente il bisogno d'esser dipinto a nuovo.

I muri appaiono grigi, scoloriti, e sbiadito è il verde delle persiane. La parte a mezzogior­no fronteggia un muro di pietra, interrotto al centro da un cancello di legno che s'apre sopra una strada di campagna. Due enormi olmi fiancheggiano la casa, ai lati. I rami frondosi s'incurvano a toccare il tetto e la loro ombra appare protettrice e al tempo stesso dominatrice. C'è, nel loro aspetto, una sinistra mater­nità; un geloso e schiacciante senso di predo­ minio. L'intimo contatto con la vita degli abi­tanti di quella casa ha finito per conferire agli alberi una spaventosa umanità. Meditabondi e opprimenti, covano sulla casa i loro tristi pen­sieri, come femmine esauste che riposino sul letto i seni flaccidi e le mani e le chiome; e quando piove, sono le loro lagrime che gocciolano monotone e ristagnano sulla ghiaia. Un sentiero parte dal cancello, gira attorno l'an­golo destro della casa, va alla porta d'entrata. Dalla stessa parte c'è uno stretto portico. La Parete di faccia allo spettatore ha due finestre a pianterreno: una, a sinistra, è la finestra della cucina; l'altra, a destra, con le persiane sempre abbassate, è quella della sala. Al piano sovrastante, due finestre un po' più piccole: la camera da letto del padre e quella dei tre

fratelli.

SCENA PRIMA

Davanti alla fattoria. È l'ora del tramonto di un giorno sul principio dell' estate dell'anno 1850. Non spira un soffio d'aria, e tutto tace.

II cielo, che s'intravede oltre il tetto, è soffuso di colori intensi; il verde degli olmi risplende; la casa, in ombra, per contrasto, appare pallida

e sbiadita.

La porta si apre; ne esce Eben Cabot: il quale arriva fino in capo al portico e guarda sulla strada, verso destra. Ha in mano una grossa campanella e la scuote automatica­mente, facendo un rumore assordante. Poi, con le mani sui fianchi, guarda il cielo. Trae un sospiro di profonda meraviglia unita a rispetto. Una esclamazione gli esce di bocca, involontariamente.

Eben                              - Dio, bello! (Abbassa gli occhi, si guar­da intorno, aggrottando le ciglia. Ha venti­cinque anni, è alto e vigoroso, con un viso bello e regolare di tratti, ma scontroso e dif­fidente nell'espressione. Gli occhi di colore scuro, dallo sguardo fiero, sembrano quelli di una belva imprigionata. Ogni giorno che pas­sa è una gabbia in cui egli si trova rinchiu­so, ma interiormente non domo. Ha capelli baffi neri, e una leggera rada barba ricciuta. Veste rozzamente da contadino. Con profondo disgusto sputa in terra, si volge e rientra in casa).

(Simone e Pietro ritornano dal lavoro nei campi. Entrambi alti di statura, più anziani del fratellastro. Simone ha 37 anni e Pietro 30. Sono come foggiati su un modello più semplice, primitivo; più. in carne, i linea­menti più bovini e bonari, più furbeschi e piatti nell'espressione. Hanno le spalle un po' curve per i lunghi anni di fatica agre­ste, e il loro passo è goffo, pesante nei rozzi scarponi incrostati di terra. Sugli abiti, nel viso, sulle mani, sulle braccia e sul petto scoperto recano tracce di terra. Odorano di terra. Si fermano un istante dinanzi alla ca­sa; quindi, come per un medesimo impulso, alzano gli occhi al cielo, appoggiandosi sulla zappa. Affiora sui loro volti un'espressione rassegnata, di non sopita ribellione, che tut­tavia si addolcisce mentre guardano in alto).

Simone                          - (a malincuore) Bello.

Pietro                            - Eh!

Simone                          - (improvvisamente) Sono diciott'anni fa...

Pietro                            - Cosa?

Simone                          - Jenny, la mia donna, è morta.

Pietro                            - Me n'ero scordato.

Simone                          - Io me ne ricordo ogni tanto. Par d'essere soli. Aveva i capelli lunghi come una coda di cavallo e gialli come l'oro.

Pietro                            - Beh, pace all'anima sua! (Pronuncia con indifferenza quest'elogio funebre. Dopo una pausa) C'è dell'oro in Occidente, Simone.

Simone                          - (tuttora sotto l'impressione del tra­monto, distratto) In cielo?

Pietro                            - Beh, per modo di dire: sarebbe la promessa. (Eccitandosi) Oro in cielo, in Oc­cidente... Il cancello d'oro! La California... Oro, miniere d'oro!

Simone                          - Fortune che son lì a fior di terra e non aspettano che d'essere raccolte. Le mi­niere di Salomone, dicono. (Per un po' continuano a guardare il cielo; poi, i loro sguardi si ribassano sul suolo).

 Pietro                           - (sardonico, amaro) E qui, una terra dove non ci sono che pietre, pietre sopra pie­tre, muri di pietra. E un anno dopo l'altro, lui, tu ed io, e poi Eben, abbiamo tirato su muri di pietra, perché lui poi ci chiudesse dentro...

Simone                          - Abbiamo faticato, abbiamo consu­mato le nostre braccia, i nostri anni. Sotto la terra li abbiamo seppelliti (pestando i pie­di in un accesso di ribellione) perché mar­cissero e andassero a ingrossare il raccolto. (Una pausa) Beh, la terra rende bene, in questi paraggi!

Pietro                            - Se si fosse in California, pezzi d'oro si troverebbero nei solchi.

Simone                          - La California è dall'altra parte della terra, o poco meno. E ci sarebbe da fare i conti...

Pietro                            - (dopo una pausa) Per me sarebbe du­ro lasciar qui tutto quel che s'è guadagnato col sudore della fronte.

(Eben caccia la testa fuori dalla finestra del­la cucina e ascolta).

Simone                          - Chissà che presto non se ne vada all'altro mondo...

Pietro                            - (dubbioso) Chissà!

Simone                          - Chissà che mentre noi si sta qui a parlare egli non sia già morto...

Pietro                            - Ci vorrebbe la prova.

Simone                          - Son due mesi che è partito e non ha fatto sapere mai nulla.

Pietro                            - Ci ha piantati qui, nei campi, una sera come questa e se n'è andato nel West. Io domando, se questo è naturale... Da quan­do ha sposato la madre di Eben, mai ha messo piede fuor di casa, se non era per arrivare fino al paese. (Una pausa) Dico: e se lo si facesse dichiarar pazzo dal tribunale?

Simone                          - Eh, se li è messi tutti in saccoccia... Li ha in pugno tutti quanti... Mai lo crede­ranno pazzo... Bisogna aspettare: fino a che non sia sotto terra.

Eben                              - (con un risolino ironico) Onora tuo pa­dre... (I due trasaliscono e si voltano a guar­darlo. Egli ride; poi aggrotta le ciglia) Io prego che sia morto. (/ due lo guardano fisso. Pacato egli continua) È pronta la cena.

Simone e Pietro             - (insieme) Ehh...

Eben                              - (guarda al cielo) Bel tramonto!

Simone e Pietro             - (insieme) C'è dell'oro in Occidente!

Eben                              - (indicando con la mano) Lassù, in cima alla collina, volete dire?

Simone e Pietro             - (insieme) In California.

Eben                              - Mah! (li guarda per un attimo, indiffe­rente; poi, sbadigliando) Beh, la cena si raf­fredda. (Si allontana dalla finestra).

Simone                          - (si scuote, schiocca le labbra) Ho fame.

Pietro                            - (fiutando l'aria) Sento odore di lardo.

Simone                          - (affamato, con compiacimento) Buo­no, il lardo.

 Pietro                           - (nel medesimo tono) Un bel pezzo di lardo è sempre lardo. (Si volgono, e spalla a spalla, stropicciandosi e urtandosi, e ciondo­lando se ne vanno a cena, come due pacifici buoi che rientrino nella stalla. Girano intorno all'angolo destro della casa. Si ode sbattere la porta d'ingresso).

Si chiude il sipario.

SCENA SECONDA

Il cielo impallidisce. Incomincia il crepuscolo. Si vede, ora, l'interno della cucina. Al centro una tavola d'abete, circondata da quattro roz­ze scranne. Sulla tavola arde una candela di sego. In fondo, nell'angolo a destra, un fornel­lo; in mezzo alla parete, un largo cartello di pubblicità, con una nave a gonfie vele e la di­citura « California » a grandi caratteri. A diversi chiodi sono appesi utensili di cucina. Tut­to è pulito e ordinato, là dentro; ma l'atmosfera è piuttosto quella di un campeggio d'uo­mini, che non una casa. La tavola è preparata per tre. Eben toglie dal fornello un piatto di patate e lardo e lo mette a tavola, assieme con una pagnotta ed a una brocca d'acqua. Entra­no Simone e Pietro, spalla a spalla, e senza far parola si lasciano cadere sulle scranne. Eben siede alla sua volta. Per alcuni istanti i tre mangiano in silenzio: i due fratelli maggio­ri senza alcun ritegno, come bestie al pascolo; Eben invece senza appetito, guardandoli con tollerante avversione.

Simone                          - (volgendosi improvvisamente a Eben) Senti un po': non avresti dovuto dir cosi, Eben,

Pietro                            - Non è parlar da cristiani.

Eben                              - Che cosa?

Simone                          - Hai pregato che fosse morto.

Eben                              - Beh! non pregate anche voi per la stes­sa cosa?

Pietro                            - È nostro padre.

Eben                              - (violento) Ma non è il mio.

Simone                          - (secco) Non permetteresti che altri parlasse così di tua madre! (Dà in un brusca risata sardonica, che subito interrompe) Ah! ah! (Pietro ghigna).

Eben                              - (pallidissimo) Volevo dire che non sono suo, non sono come lui, e lui non è come me.

Pietro                            - (secco) Aspetta di avere gli anni suoi.

Eben                              - (impulsivo) Io sono tutto mia madre: lo stesso sangue. (Una pausa. I due lo guar­dano con indifferente curiosità).

Pietro                            - (trasognato) Era buona con Simone e con me. Una buona matrigna è stata.

Simone                          - Era buona con tutti.

Eben                              - (assai commosso, si alza e abbozza un goffo inchino verso ognuno  dei fratelli. Bal­betta) Grazie, grazie, io sono il suo erede. (Siede confuso).

Pietro                            - (dopo una pausa, sentenzioso) Era buona anche con lui.

Eben                              - (iroso) E lui, per tutta riconoscenza, l'ha ammazzata.

Simone                          - (dopo una pausa) Ammazzare è un modo di dire. C'è maniera e maniera di es­ser assassini...

Eben                              - L'ha fatta sgobbare tanto da crepare.

Pietro                            - In quanto a questo, ha sgobbato sem­pre lui tanto da crepare. Ha fatto sgobbar Simone e me e te, tanto da crepare; e frat­tanto, nessuno di noi è crepato.

Simone                          - C'è qualche cosa che lo tortura e lo spinge a torturarci...

Eben                              - (con astio) Ebbene, non ho il diritto di giudicarlo, allora? (Sprezzante) Qualche cosa! Che cosa?

Simone                          - Non lo so.

Eben                              - (ironico) La stessa cosa che tortura voi forse, e vi sospinge verso la California... (/ due lo guardano, sorpresi) Oh, vi ho sen­titi... (Dopo una pausa) Ma non ci arriverete mai ai campi d'oro.

Pietro                            - Chi lo sa!

Eben                              - Chi vi darà il danaro?

Pietro                            - Possiamo andarci a piedi: è un bel pezzo di strada, fino in California; ma se si dovessero mettere assieme tutti i passi che abbiamo fatto su questa nostra terra, a quest'ora saremmo nella luna,

Eben                              - Nelle praterie ci sono gl'indiani, che vi scotenneranno.

Simone                          - (con truce allegria) Beh, chissà che non li facciamo pagare capello per capello.

Eben                              - (risoluto) Non è questo. Voi non ve ne andrete mai di qui; rimarrete sempre qui, ad aspettar la vostra parte di terra... Voi sperate che lui presto se ne vada all'altro mondo...

Simone                          - (dopo una pausa) È un nostro di­ritto.

Pietro                            - Due terzi spettano a noi.

Eben                              - (balzando in piedi) Un corno, avete diritto! Non era vostra madre; e la fattoria era sua. Non glie l'ha rubata, lui? Essa è morta; e adesso la fattoria è mia.

Simone                          - (sardonico) Vai a dirlo al babbo, quan­do ritorna. Scommetto un dollaro che per una volta tanto in vita sua egli riderà. (Ride; ma il suo riso è senza allegria, breve come un latrato) Ah! ah!

Pietro                            - (divertito, fa eco al fratello) Ah! ah!

Simone                          - (dopo una pausa) Che cosa hai contro di noi, Eben? Son tanti anni che c'è qual­cosa che ti cova dentro: ti si legge negli occhi.

Pietro                            - Eh!

Eben                              - Già. Qualcosa c'è. (Esplode, all'improv­viso) Perché non vi siete mai messi fra lui e la mamma, quando egli la faceva sgobbare fino a creparne? Bella riconoscenza, per tutto il bene che vi ha fatto! (Una lunga pausa. I due lo guardano sbigottiti).

Simone                          - C'erano le bestie da abbeverare...

Pietro                            - C'era da far la legna...

Simone                          - Da arare,..

Pietro                            - Da tagliare il fieno...

Simone                          - Da portar nei campi il letame...

Pietro                            - E da sarchiare...

Simone                          - E da potare le piante...

Pietro                            - E le vacche da mungere...

Eben                              - (interrompendoli, aspro) E muri da ti­rar su, pietre sopra pietre, fino a che anche il cuore ti diventa una pietra, una pietra che hai raccattato in mezzo alle altre e stavi per buttarla via...

Simone                          - (pacato) Non avevamo tempo, noi, d'immischiarci negli affari altrui.

Pietro                            - (a Eben) Tu avevi quindici anni quando tua madre è morta, ed eri grande per la tua età. Perché non hai mai mosso un dito?

Eben                              - (aspro) C'era da lavorare: l'avete det­to voi stessi. (Una pausa; poi, lentamente) Soltanto dopo che è morta, ho incominciato a pensarci su: quando facevo da cucina... il lavoro che faceva lei... Allora, ho imparato a conoscerla. Ho patito quello che ha patito lei... e lei tornava ad aiutarmi; tornava a sbucciar le patate, tornava a friggere il lar­do, tornava a cuocere le stiacciate, tutta piegata in due tornava; ad attizzare il fuo­co, a portar via la cenere, con gli occhi pieni di lacrime e rossi pel fumo, come quando era viva. E ancora ritorna... me la vedo lì, at­torno ai fornelli, la sera... Si vede che non trova naturale riposare, dormire in pace. Non s'è abituata ancora ad esser libera, nemmeno nella tomba.

Simone                          - Non s'è mai lamentata di nulla.

Eben                              - Era troppo stanca. S'era troppo abi­tuata a esser stanca. Questo ha fatto, lui... (Con voce d'odio) E una volta o l'altra sarò io che m'immischierò negli affari altrui e glie lo dirò in faccia tutto quel che non ho detto allora. Griderò fino a quando avrò fiato in gola. Ci penserò io a che la mia mamma trovi un po' di riposo e di pace nella tomba! (Siede e ricade in un cupo silenzio. I fratelli lo guardano con strana indifferente curiosità).

Pietro                            - (dopo una pausa) Dove diavolo pensi se ne sia andato, Simone?

Simone                          - Chi sa! È partito in calesse, tutto ve­stito a festa, con la cavalla lustrata e stri­gliata, e schioccava la frusta. Me ne ricordo: avevo finito allora di arare; era di maggio e il tramonto era tutto oro verso occidente. Lui se n'è andato verso occidente. Io gli ho gridato: « Dove te ne vai, babbo? ». Lui ferma il calesse accanto al muro, del cancello, e mi strizza l'occhio... Quei suoi occhietti di serpe luccicavano al sole come se avesse bevuto un boccale intero. Con un ghigno mi fa: « Non scappate via fino a che non torno! ».

Pietro                            - Chissà se lo sapeva che avevamo idea  di andare in California?

Simone                          - Può darsi. Io non gli ho risposto nulla; e lui mi ha guardato in un certo modo come se. avesse avuto il mal di pancia. Poi ha detto: «Tutto il santo giorno ho sentito chiocciar le galline e cantare il gallo; ed ho sentito muggire le vacche, e tanti altri rumori; non ne posso più. È primavera e mi sento maledetto». Poi ha soggiunto: « Maledetto come quel vecchio abete morto, che non è più buono che da bruciare». Può darsi che allora, un briciolo di speranza gliabbia acceso gli occhi, perché subito s'è ringalluzzito tutto e con un'aria maligna h aggiunto: « Non metterti in testa ch'io sia già bell'e morto... Ho giurato di campare fino a cent'anni, e ci arriverò, non fosse che per far rabbia a voialtri, peccatori e ingordi che siete! E ora me ne vado; vado a udire il messaggio di Dio in primavera, come i profeti. Tu ritorna al tuo aratro ». Ciò detto se n'è andato, cantando un. inno. Lì per lì ho creduto che fosse ubriaco; altrimenti, le avrei fermato.

Eben                              - (con sprezzo) No, non l'avresti fermato Hai paura di lui, tu. È più forte di voi due messi insieme.

Pietro                            - (sardonico) E tu, sei forse Sansone, tu?

Eben                              - Io sto diventando più forte. Sente la forza crescere dentro di me. Cresce e cre­sce fino a che scoppierà, un bel giorno. (Si infila la giubba e si mette il cappello. I fratelli lo guardano. A poco a poco si delinea loro in volto un sorriso. Eben, intimidito, evita i loro sguardi) Vado a far quattro pas­si, nella strada

Pietro                            - In paese?.

Simone                          - A trovar Minnie?

Eben                              - (iroso) Già.

Pietro                            - (ironico) La mala femmina.

Simone                          - La voglia, ecco quel che ti ribolle in corpo.

Eben                              - E con ciò? È bella.

Pietro                            - Son vent'anni che è bella.

Simone                          - Una mano di pittura e la vacca insec­chita tornerà una vitella.

Eben                              - Ha appena trent'anni.

Pietro                            - Sì!... (ironico).

Eben                              - Che ne sapete, voi...

Pietro                            - Eh! tutto sappiamo, Simone l'ha co­nosciuta, e io dopo di lui...

Simone                          - Anche il babbo saprà dirtene qual­cosa. Lui ci è scappato prima di noi...

Eben                              - Vorreste dirmi che...

Simone                          - (ghignando) Sicuro. Noialtri siamo eredi suoi in tutto.

Eben                              - (infervorandosi) E non basta ancora! Non ne posso più! Un poco ancora e io scop­pio! (Violento) Vado a romperle la faccia! (Impetuosamente apre la porta di fondo).

Simone                          - (con un cenno a Pietro) Può darsi, ma la notte è calda e bella e quando ci sarai arrivato, chissà che invece di un pugno non le dia un bacio.

Pietro                            - Sicuro, sarà così! (Entrambi scoppia­no in una rumorosa risata. Eben esce sbat­tendo prima la porta della cucina, poi l'uscio di casa. Gira attorno all'angolo, e si ferma a guardare il cielo).

Simone                          - (guardandogli dietro) Tutto suo padre!

Pietro                            - Suo padre sputato.

Simone                          - Cane mangia cane..,

Pietro                            - (con un sospiro) Chissà che tra un anno noi due non si sia in California...

Simone                          - Beh! (Una pausa. Entrambi sbadi­gliano) Si va a cuccia? (Spegne con un sof­fio la candela. Escono dalla porta di fondo).

Eben                              - (leva le braccia al cielo, in un impeto di ribellione) Ecco, lassù c'è una stella, e chis­sà dove sarà lui, e io son qui, e là sulla strada c'è lei... che male c'è, se la bacio? Essa è come la notte, morbida e calda, e i suoi occhi brillano come le stelle, e la sua bocca è calda, e calde sono le sue braccia. Odora come un campo arato di fresco; è bella. Sì, per Dio onnipotente, è bella, e a me non importa un corno quante volte abbia peccato prima di peccare con me... Il mio peccato è bello quanto quello degli altri! (Deciso si avvia su per la strada, a sinistra). Si chiude il sipario.

SCENA TERZA

È l'ora buia che precede l'alba. Eben entra da sinistra, a tentoni gira attorno al portico, ridendo amaramente tra sé e mormorando im­precazioni.

Eben                              - Maledetto vecchio spilorcio! (Si avvici­na alla porta d'ingresso. Sale le scale; poi lo si ode bussar forte alla camera dei fra­telli) Su, sveglia!

Simone                          - (trasale) Chi è?

Eben                              - (spinge la porta ed entra, con una can­dela accesa in mano> la ,cui luce rivela la camera da letto dei fratelli. È una camera sottotetto, dal soffitto inclinato, dove è pos­sibile tenersi diritti soltanto al centro. Simo­ne e Pietro occupano un letto a due piazze, in primo piano. In fondo c'è la branda di Eben) Sono io.

Pietro                            - (iroso) All'inferno! Che cosa vuoi?

Eben                              - Ho una notizia per voi. (Rompe in una breve risata sardonica) Ah! ah!

Simone                          - (stizzito) E non potevi aspettare che fossimo alzati?

Eben                              - A momenti è giorno. (Esplodendo) È andato a riprender moglie.

Simone e

Pietro                            - Il babbo?

Eben                              - S'è attaccato a una femmina molto più giovane di lui, è bella, dicono...

Simone                          - (sbalordito) Non è vero! Bugie!

Pietro                            - Chi l'ha detto?

Simone                          - Te l'hanno data a intendere!

Eben                              - Mi credete un cretino? Tutto il paese lo sa. Il pastore di New Dover ha portato la notizia e l'ha detto al nostro pastore, perché è a New Dover che il manigoldo s'è fat­to infinocchiare. La donna è di quelle parti.

Pietro                            - (ormai convinto e sbalordito) Davvero!

Eben                              - (si siede sul letto. Con astioso compiaci­mento) Se quello non è il demonio uscito dall'inferno! Certo, per far dispetto a noi, maledetto vecchio mulo!

Pietro                            - Ormai tutto quanto andrà a lei.

Simone                          - (cupo) Beh! cosa fatta, capo ha.

Pietro                            - Non c'è più niente da fare... C'è dell'oro nei campi di California, Simone; e or­mai qui non tira più aria per noi!

Simone                          - È quello che penso anch'io... Tanto vale deciderci subito. Alziamoci e partiamo oggi stesso.

Pietro                            - D'accordo.

Eben                              - Avrete voglia di camminare!

Simone                          - (sardonico) ~ Se ci fai crescere un paio d'ali sulle spalle, voleremo fin laggiù.

Eben                              - Non preferireste viaggiare comodi, su un bastimento? (Si fruga in tasca e ne cava un foglio spiegazzato) Ecco, se firmate que­sta carta, potrete imbarcarvi. L'avevo già beli'e scritta e preparata, nel caso che vi decideste a partire. C'è scritto che per tre­cento dollari ciascuno, cederete a me ogni diritto sulla vostra parte della fattoria... (I due guardano sospettosi la carta).

Simone                          - (incerto) Tanto, se lui ha ripreso moglie...

Pietro                            - Già, ma dove lo pigli tu, tutto que­sto danaro?

Eben                              - (malizioso) So dove trovarlo. È nasco­sto. Ho aspettato sempre... Me lo disse la mamma. Da anni essa sapeva dove stava; ma aspettava sempre. È denaro suo: quello che il babbo cavò fuori dalla terra. Apparteneva a lei. Egli l'aveva nascosto e credeva che lei non Io sapesse. Quel danaro ora spetta a me.

Pietro                            - E dove sta nascosto?

Eben                              - (malizioso) Voi non lo troverete mai, senza di me! La mamma dovette spiare per un bel pezzo il babbo, altrimenti, non l'avreb­be saputo mai, (Pausa. I due fratelli e il mi­nore si spiano, a vicenda, sospettosi) Dunque si fa l'affare?

Simone                          - Non so...

Pietro                            - Non so...

 

Simone                          - (guarda alla finestra) Il cielo si sbianca.

Pietro                            - Sarebbe ora che tu accendessi il fuoco, Eben.

Simone                          - E ci preparassi qualcosa da metter sotto il dente.

Eben                              - (con 'scherzosa, ma sforzata giovialità) Vi preparerò qualcosa di buono. Se vi mette­te in viaggio per la California, avrete biso­gno di roba che riempia lo stomaco. (Si volge alla porta e con intenzione soggiunge) Però, potrete imbarcarvi su un bastimento, se vi decidete a combinare l'affare. (Sulla porta si ferma. I due lo guardano).

Simone                          - (sospettoso) Dove sei stato tutta la notte?

Eben                              - (in tono di sfida) Da Minnie... Mentre ci andavo, avevo voglia di baciarla; ma poi, ripensando a quel che avete detto di lui e di lei, ho deciso di romperle il muso. Quando sono arrivato in paese, ho appreso la noti­zia, e allora mi son prese le furie e mi son messo a correre... Non sapevo più quel che facevo... (S'interrompe; poi, goffo, ma sem­pre in tono di sfida) Ma quando l'ho veduta, non l'ho picchiata e nemmeno l'ho baciata: ho cominciato a urlar come una bestia, e a bestemmiare. Ero fuori dalla grazia di Dio. Minnie s'è spaventata, e allora le son saltato addosso e l'ho presa. (Orgoglioso) Sissignore l'ho presa... Sarà stata sua e anche vostra: ma adesso è mia.

Simone                          - (asciutto) Sei innamorato?

Eben                              - (altero, con sprezzo) Innamorato! Non m'innamoro mica d'una sgualdrina, io!

Pietro                            - (ammiccando a Simone) Chissà, forse pensa anche lui di prender moglie...

Simone                          - Minnie sarebbe una brava sposa, la­boriosa e fedele... (Ridacchiano).

Eben                              - Che m'importa di lei? È grassa e calda, ecco. È stata sua e adesso è mia. (Si avvia per uscire; ma poi torna a fermarsi) Minnie non è poi proprio da buttar via! C'è di peg­gio, al mondo: ve lo dico io. Aspettate, fino a che avremo visto che razza di vacca s'è tirata dietro il vecchio... O mi sbaglio, o Minnie è un gioiello al confronto (si avvia).

Simone                          - (all'improvviso) Forse cercherai di prendere anche quella?

Pietro                            - (dà in una risata sardonica, pregustan­do l'idea) Ah! ah!

Eben                              - (sputando, disgustato) Lei... qui den­tro... Dopo che sarà andata a letto col vec­chio e avrà rubato la casa di mia madre? Piuttosto carezzare una puzzola, o baciare una serpe          (esce).

(I due guardano sospettosi, tendendo l'orec­chio ai passi del fratello).

Pietro                            - Accende il fuoco...

Simone                          - Mi piacerebbe prendere quel bastimen­to che va in California, ma...

Pietro                            - Minnie gli ha messo qualche idea in testa.

Simone                          - Può darsi sia un frottola che il babbo abbia preso moglie. Aspettiamo fino a che avremo visto la sposa.

Pietro                            - Sicuro; e non firmiamo niente fino a che non avremo visto coi nostri occhi...

Simone                          - Fino a che non saremo certi che son danari buoni. (Ride) Però, se è vero che il babbo ha ripreso moglie, noi venderemmo assai bene quello che in tutti i modi non piglieremmo più...

Pietro                            - Diamo tempo al tempo. (Poi, con im­provvisa furia e rancore) Finché non torna, tu ed io non dobbiamo più muovere un dito! Lasciamo che alla casa e alla campagna ci badi Eben, se gli va. Noi. due pensiamo a dormire e mangiare e bere; e tutta quanta la fattoria se ne vada pure alla malora!

Simone                          - Perdio, un po' di riposo ce lo siamo meritato! Facciamo i signori una volta tan­to. Io non metto le gambe giù dal letto finché la colazione non è pronta...

Pietro                            - E servita in tavola...

Simone                          - (meditabondo) Come credi che sarà, la nostra nuova madre? Come dice Eben?

Pietro                            - Mah! Forse, sì.

Simone                          - Io spero che sia un diavolo in gon­nella e glie ne faccia veder tante da man­darlo a cercar un po' di pace all'inferno.

 

Pietro                            - Amen.

Simone                          - (imitando la voce del padre) Vado a udire il messaggio di Dio in primavera, coma hanno fatto i profeti, diceva. Ci scommetto la. testa che quel vecchio ipocrita puzzolente lo sapeva che andava in cerca di una femmina...

Si chiude il sipario.

SCENA QUARTA

L'interno della cucina, come nella scena secon­da. Sulla tavola una candela accesa. Fuori, il grigio dell'alba imminente. Simone e Pietro finiscono di fare colazione. Eben siede davanti al piatto, che non ha toccato, scuro  immerso in cupi pensieri.

Pietro                            - (gli getta un'occhiata, alquanto irrita­to) Fare il muso lungo non serva a nulla...

Eben                              - (sarcastico) Non sono fatti tuoi. (Una pausa) Pensavo a lui. Pio in mente che il babbo stia per tornare. Lo sento che s'avvi­cina, come si sente il brivido della malaria prima che ti venga la febbre.

Pietro                            - È ancora troppo presto.

Simone                          - Chissà! Gli piacerà forse coglierci mentre si sta sonnecchiando, tanto per avere un motivo da sbraitare.

Pietro                            - (macchinalmente si alza in piedi. Si­mone lo imita) Via, andiamo a lavorare. (Con passo pesante si avviano verso la porla. Poi si fermano di colpo, colti da una mede­sima idea).

Simone                          - (ghignando) Sei un asino calzato, Pietro, e io sono un asino più grande di te! Facciamogli vedere che ce ne stiamo in ozio; che non ce ne importa un cavolo...

Pietro                            - (mentre ritorna verso la tavola) Un cavolo, sicuro. Così la capirà che vogliamo farla finita, noi due. (Seggono. Eben guarda ora l'uno ora l'altro, stupito).

Simone                          - (con un sorrisetto) Ci metteremo a fa­re i gigli del campo.

Pietro                            - D'ora in avanti, non si fila e non si tesse! Non si muove più un dito.

Simone                          - Il padrone sei tu, ormai, fino a che non torna lui. Non volevi così? Dunque, alla campagna devi pensarci tu.

Pietro                            - Le bestie strepitano. Su, sbrigati, va' a mungere.

Eben                              - (con gioia) Volete dire che siete decisi a firmare la carta?

Simone                          - Potrebbe darsi.

Pietro                            - Perché no?

Simone                          - Ci stiamo pensando. Tu vai a lavo­rare, intanto.

Eben                              - Ora torna ad essere la fattoria di mam­ma! E la mia fattoria, sono le mie mucche! E per le mie mucche sono capace di mungere tanto da torcermi le dita! (Esce dalla porta di fondo. I due lo seguono con lo sguardo, indifferenti).

Simone                          - Tutto suo padre.

Pietro                            - Suo padre sputato.

Simone                          - Beh! se la sbrighino un po' tra loro. (Eben esce dalla porta d'entrata e gira at­torno all'angolo della casa. Il cielo comincia ad arrossarsi. Il sole sta per sorgere. Eben si arresta davanti al cancello. Si guarda in­torno con occhi lucidi e avidi, come se la sua occhiata di desiderio volesse impossessarsi di tutta la fattoria).

Eben                              - Bella proprietà, è roba mia! (D'un trat­to alza al cielo un duro sguardo di sfida) Roba mia! Mia! (Si volge e con passo svelto esce da destra, verso la stalla. I due fratelli accendono la pipa).

Simone                          - (allunga sulla tavola gli scarponi infan­gati, respinge indietro la seggiola e getta una boccata di fumo) Beh! questo vuol dire fare il comodo nostro per una volta tanto...

Pietro                            - (allunga anche lui i pie-di sulla tavola) Già.

(Una pausa).

Simone                          - Non ci ha avuto mai la mano, a mungere, Eben.

Pietro                            - Sì, ha delle mani, che son come zoc­coli di cavallo.

Simone                          - Porta qui quella brocca. Beviamoci su un bicchiere. Mi sento un po' sfiatato.

Pietro                            - Buona idea! (Va a prender la brocca sulla credenza con due bicchieri e li empie sino all'orlo di whisky) Salute! All'oro della California!

Simone                          - Alla fortuna di trovarlo! (Bevono, cacciano una boccata di fumo, risoluti. Tol­gono i piedi dalla tavola).

Pietro                            - Brucia un po' nello stomaco, questa roba...

Simone                          - Non ci siamo abituati, a quest'ora di mattina.

Pietro                            - Si soffoca, qui dentro.

Simone                          - Andiamo a prendere una boccata d'aria. (Si alzano, escono, si fermano presso il cancello, guardano al cielo, con pacata ammirazione).

Pietro                            - Bello!

Simone                          - A occidente è tutto oro.

Pietro                            - Il sole ci accompagna ai campi d'oro.

Simone                          - (si guarda d'attorno) È l'ultima mat­tina che passiamo di qui, forse.

Pietro                            - Mah!

Simone                          - (pestando i piedi a terra, quasi si ri­volgesse ad essa, disperatamente) Trent'anni sotterrato qui dentro... sangue e ossa e sudore della mia fronte... trent'anni che mar­cisco qui per ingrassarti, per fecondarti l'ani­ma... Letame di prima qualità, perdio, ecco quel che sono stato sempre...

Pietro                            - Sicuro! Anch'io!

Simone                          - Anche tu, Pietro. (Sospira, poi sputa) Beh! non serve piangere sul latte versato...

Pietro                            - In occidente c'è l'oro, e la libertà, forse. Finraa non siamo stati altro che gli schiavi di questi muri di pietra...

Simone                          - (con tono di sfida). D'ora in avanti non saremo più gli schiavi di nessuno... A proposito di latte, come se la caverà Eben?

Pietro                            - Io dico che se la caverà.

Simone                          - Forse dovremmo dargli una mano: per questa volta soltanto.

Pietro                            - Già... A noi le bestie ci conoscono.

Simone                          - E ci vogliono bene. Lui, lo conoscono poco.

Pietro                            - E i cavalli, e i maiali, e i polli, lo conoscono ben poco.

Simone                          - Come fratelli, ci conoscono, e ci vo­gliono bene. (Orgoglioso) Non li abbiamo for­se allevati belli e grossi? Bestie che han sem­pre preso i primi premi...

Pietro                            - Già, ma adesso tutto è finito...

Simone                          - (triste) Dimenticavo. (Poi, rassegnato) Suvvia, andiamo a dare una mano a Eben. Così ci sveglieremo un poco.

Pietro                            - Sì. (Si incamminano verso la stalla, quando dalla stessa parte appare Eben, che precipitosamente viene loro incontro, tutto acceso in viso).

Eben                              - (ansante) Sono qui che arrivano, il vec­chio mulo e la sposa... Li ho visti dalla stal­la, laggiù dove svolta la strada.

Pietro                            - Come hai potuto riconoscere che si tratta di loto, così lontano?

Eben                              - Ho la vista buona, io, quanto ce l'ha cattiva lui... Come se non conoscessi la ca­valla e il calessino, con due persone dentro... E chi altri volete che sia?... Poi, ve lo di­cevo che li sentivo arrivare.

Pietro                            - (incomincia a perder la calma) Lascia­mo che se la stacchi da sé, la cavalla.

Simone                          - (inquieto) Su, presto, andiamo a pren­der la nostra roba e battiamocela prima che arrivi. Dopo che sarà tornato, io non vo­glio più metter piede in questa casa... (En­trambi si dirigono verso la casa, seguiti da Eben).

Eben                              - (ansioso) Firmerete la carta, prima di

partire?

Pietro                            - Prima vogliamo vedere che colore han­no i quattrini di quel vecchio spilorcio, e poi firmiamo. (Escono a sinistra. Si ode il passo pesante dei due fratelli che salgono nella loro camera a preparare i fagotti. Eben riap­pare in cucina, corre alla finestra, dà un'oc­chiata fuori, ritorna, va ad alzare un pezzo del piancito sotto il fornello, ne cava una borsa di grezzo canovaccio e la posa sulla tavola; quindi rimette a posto il piancito. Un istante dopo rientrano i due fratelli, por­tando ciascuno una vecchia sacca da viaggio).

Eben                              - (con una mano sulla borsa, guardingo) Avete firmato?

Simone                          - (mostra la carta che ha in mano. Avido) È questo il danaro?

Eben                              - (apre la borsa e rovescia sulla tavola un mucchio di monete d'oro) Sono da venti dollari: eccone trenta. Contateli. (Pietro conta le monete, disponendole in pile di cinque. Ne morde due 0 tre per provarle).

Pietro                            - Seicento. (Le rimette nella borsa, che ripone dentro la camicia).

Simone                          - (porge la carta a Eben) Ecco, a te.

Eben                              - (dopo averla guardata, la ripiega e se la ripone dentro la camicia) Grazie.

Pietro                            - E grazie a te per il viaggio.

Simone                          - Ti manderemo un pezzo d'oro, per Natale. (Tutti e tre si guardano a vicenda).

Pietro                            - (imbarazzato) Beh! noi andiamo.

Simone                          - (a Eben) Vieni fuori in cortile?

Eben                              - No, aspetto qui.

(Lentamente i due fratelli si avviano verso la porta di fondo).

Simone                          - Beh, addio!

Pietro                            - Addio!

Eben                              - Addio. (/ due fratelli escono. Eben si siede al tavolo, di fronte al fornello, cava di tasca la carta. Il suo sguardo corre da essa al fornello. Il suo viso, illuminato da uno sprazzo di sole che entra dalla finestra, ha un'espressione trasognata. Egli muove le lab­bra. I due fratelli sono giunti al cancello).

Pietro                            - (guarda verso la stalla) Eccolo là che stacca la cavalla.

Simone                          - (ride) Ora sì che monterà in furia!

Pietro                            - Ecco anche lei...

Simone                          - Aspetta che vediamo un po' com'è, la nostra nuova mamma...

Pietro                            - (ride) E le diciamo la nostra, prima di andarcene.

Simone                          - Io ho voglia di fare un po' di chiasso. Mi sento la testa leggera, e anche i piedi.

Pietro                            - Io pure, Ho voglia di rider tanto da spaccarmi in due...

Simone                          - Che sia quel bicchiere che abbiamo bevuto?

Pietro                            - Macché! A me formicolano i piedi; ho voglia di camminare e camminare e di sal­tare alto come il tetto...

Simone                          - Io credo sia perché è finita la scuola. È vacanza. Siamo liberi, finalmente!

Pietro                            - Liberi?

Simone                          - La cavezza è rotta! Il collare è cre­pato. Le sbarre del cancello sono cadute... E noi scappiamo, via, via, per la strada...

Pietro                            - (emette un profondo respiro; in tono oratorio) C'è qualcuno che voglia questo vecchio mucchio di pietre, questa fattoria puzzolente? Glie la tiriamo nella schiena! Tanto, non è nostra, nossignori..

Simone                          - (stacca il cancelletto dai cardini e se lo pone sotto il braccio) E con ciò, abbasso questo cancello e tutti i cancelli di questo mondo! D'ora in avanti, tutti cancelli aperti!

Pietro                            - Ce lo portiamo dietro perché ci porti fortuna. Lo manderemo a navigare in qualche fiume.

Simone                          - (tende l'orecchio a un suono di voci che viene da sinistra) Eccoli qua: vengono. (I due fratelli s'irrigidiscono, come due com­passate statue dall'aria arcigna. Entrano Efraim Cabot e Abbie Putnam. Cabot ha 75 anni: alto di statura e scarno; emana un intenso, concentrato vigor nervoso, sebbene lunghi anni di fatiche abbiano curvato le sue spalle. Il viso è duro, come scolorito dal­la pietra, ma guastato da una certa debo­lezza, da un meschino orgoglio della propria forza fisica. I piccoli occhi neri da miope am­miccano continuamente nello sforzo di con­centrarsi. Abbie ha 35 anni; è procace, piena di vitalità. Il volto rotondo sarebbe grazio­so, se non spirasse una certa qual volgare sensualità. Malgrado la caparbietà della ma­scella pronunciata e l'energia degli occhi, tut­ta la sua persona emana lo stesso carattere incostante, ribelle e scontento che è tanto evidente in Eben).

Cabot                            - (entrando, con voce srcca e rauca, rotta da una singolare emozione) Eccoci a casa, Abbie.

Abbie                            - (assaporando la paróla) A casa. (Gli occhi fissi sulla casa, essa non vede le due figure irrigidite presso il cancello). È bella. è bella. Non ci posso credere che sia proprio mia...

Cabot                            - (secco) Tua? Mia! (Fissa su di lei uno sguardo penetrante, che essa sostiene. Conci­liante soggiunge): Nostra, diciamo. È stata per troppo tempo deserta... Era primavera e io mi sentivo vecchio... Una casa ha biso­gno di una donna.

Abbie                            - (con voce imperiosa) Una donna ha bisogno d'una casa.

Cabot                            - (assentisce, incerto) Già... (poi, irrita­to) Ma dove saranno? Possibile che non ci sia nessuno in casa e al lavoro?

Abbie                            - (scorge i fratelli. Ricambia con interesse i loro freddi sguardi, che la salutano non sen­za un certo disprezzo) Là, presso il cancel­lo, ci son due uomini che mi guardano co­me una coppia di maiali sbandati.

Cabot                            - (sforzandosi di vedere) Li vedo, ma non capisco chi diavolo siano...

Simone                          - Sono Simone.

Pietro                            - Sono Pietro.

Cabot                            - Perché non siete al lavoro?

Simone                          - Aspettavamo per dare il benvenuto a te e alla sposa.

Cabot                            - (confuso) Ah!... Questa sarebbe la vo­stra nuova mamma, figliuoli. (Abbie e i due fratelli si guardano, freddi).

Simone                          - (sì volta e sputa sprezzante) L'ho vista.

Pietro                            - (sputa a sua volta) Anch'io.

Abbie                            - Sarà ora che entri e vada a vedere la mia casa. (Con passo lesto si avvia sotto al portico).

Simone                          - La sua casa!

Pietro                            - Ci troverete Eben, dentro... e farete bene a non dirgli che la casa è vostra.

Abbie                            - (assaporando il nome) Eben! ( Calma) Lo dirò a Eben.

Cabot                            - (con un sorriso sprezzante) Non ci ba­dare a Eben. Eben è uno sciocco, sempliciot­to com'era sua madre.

Simone                          - (con un sardonico scoppio di risa) Ahi ah! Eben è tagliato nel tuo legno... suo pa­dre sputato: duro e amaro come legno di quercia. Il cane mangerà il cane. Ha buoni denti per mangiarti, vecchio!

Cabot                            - (imperioso) Andate a lavorare, voialtri!

Simone                          - (mentre Abbie entra in casa, ammic­cando a Pietro, canzonatorio) Quella sa­rebbe la nostra nuova mamma, dunque... Dove diavolo siete andato a scovarla? (Ride).

Pietro                            - Mandala un po' nel porcile, assieme con le altre scrofe. (Ridono rumorosamente, battendosi le cosce).

Cabot                            - (sorpreso di quella sfrontatezza) Si­mone! Pietro!... Che vi piglia? Avete be­vuto?

Simone                          - Siamo liberi, vecchio: liberi da te e da tutta questa sporca fattoria.

Pietro                            - E partiamo per i campi d'oro della California.

Simone                          - Puoi darci fuoco, alla tua casa!

Pietro                            - O sotterrarla: per quel che ce ne im­porta.. .

Simone                          - Siamo liberi, vecchio!

Pietro                            - Liberi! (dà un calcio all'aria).

Simone                          - (infervorandosi) Hopp!

Pietro                            - Hopp! (Eseguiscono un'assurda e fre­netica danza da pellirosse intorno al vec­chio, impietrito di rabbia e di timore d'aver a che fare con due pazzi).

Simone                          - Liberi come indiani! Ringrazia il cie­lo che non ti abbiamo ancora scotennato!...

Pietro                            - E dato fuoco al fienile e scannato le bestie!...

Simone                          - E violato la tua terza moglie!... (En­trambi si fermano ansanti, reggendosi i fian­chi, dondolandosi e ridendo sfrenatamente).

Cabot                            - Ecco la lussuria dell'oro: l'oro pecca­minoso e facile della California... L'oro vi ha fatto impazzire...

Simone                          - Forse ti piacerebbe che ti mandassi­mo un po' dell'oro peccaminoso, eh, vecchio peccatore?...

Pietro                            - Mica soltanto in California si trova dell'oro! (Ritraendosi dietro le spalle del vec­chio, cava la borsa piena di denari e la agita sopra il suo capo).

Simone                          - E ancora più peccaminoso!

Pietro                            - Si viaggia per mare... hopp!

 

Simone                          - E si vive in libertà... bopp! (Sgam­betta).

Cabot                            - (con un improvviso scoppio d'ira) Vi maledico!

Simone                          - E noi ti ricambiamo con la stessa moneta.

Cabot                            - Vi faccio portar tutti e due in mani­comio.

Pietro                            - Addio, vecchio spilorcio!

Simone                          - Hai finito di succhiarci il sangue... Addio!

Cabot                            - Andatevene prima che vi...

Pietro                            - (raccoglie un ciottolo nella strada e Simone lo imita).

Simone                          - Sarà in sala, la mamma...

Pietro                            - Sicuro... uno, due...

Cabot                            - (spaventato) Ma che fate?

Pietro                            - E tre! (entrambi scagliano i ciottoli, che vanno a fracassare le persiane e il vetro della finestra della stanza).

Simone                          - Hopp!

Pietro                            - Hopp!

Cabot                            - (inferocito, si precipita verso i figli) Se arrivo a pigliarvi, vi rompo le ossa! (Ma i due gli sfuggono con una capriola. Simone ha sempre il cancelletto sottobraccio. Cabot tor­na indietro, sbuffando di rabbia impotente. I due, mentre si allontanano, intonano il can­to dei cercatori d'oro. Intanto, la finestra del­la camera da letto si apre e Abbie caccia fuori la testa. Guarda Cabot con un sospiro di sollievo).

Abbie                            - Ah! se ne sono andati! Speriamo che non si facciano più vedere! (Poiché Cabot non dà risposta, con tono di padrona) È pro­prio una bella camera da letto, Efraim. C'ò un bel letto. È la mia camera, vero?

Cabot                            - (scuro, senza alzare il capo) La nostra. (Abbie non riesce a frenare una smorfia di avversione. Lentamente ritrae il capo e chiu­de la finestra. Un improvviso orrendo pen­siero sembra farsi strada nella mente di Ca­bot) Ne hanno fatta qualcuna... Forse han­no avvelenato le bestie... (Quasi di corsa si dirige alla stalla. Un momento dopo la porta della cucina si apre lentamente: entra Abbie. Rimane a guardare Eben che sulle prime non s'è accorto di lei. Lo sguardo di lei lo avvolge, scrutandone, valutandone la forza a confronto della propria. I loro occhi s'in­contrano. Egli balza in piedi e la guarda, muto, con occhi minacciosi).

Abbie                            - (col tono insinuante che userà per tutta la scena) Tu sei Eben? Io sono Abbie... (Ride). Voglio dire, sono la tua nuova mamma.

Eben                              - (acre) No, maledetta!

Abbie                            - (come se non avesse udito, con un sin­golare sorriso) Tuo padre mi ha detto tante cose di te...

Eben                              - (sprezzante) Ah!

Abbie                            - Non devi dargli retta: è vecchio. (Lunga pausa. I due si fissano). Non pre­tendo mica di farti da mamma, Eben: sei troppo grande, troppo forte. Voglio però che si divenga buoni amici. Chissà che con un'amica come me non ti riesca a vivere meglio qua dentro; e chissà che io non rie­sca a mettere un po' di pace fra te e tuo padre. Per me egli farebbe qualunque cosa!

Eben                              - (amaro, sprezzante) Va' al diavolo, tu!

Abbie                            - Se bestemmiare ti fa bene, bestemmia pure finché ti pare. Ero preparata, io, a ve­derti contro di me... Non posso darti torto. Io farei lo stesso, con un'estranea che ve­nisse a prendere il posto di mia madre. (Egli rabbrividisce. Essa lo spia, attenta). Devi aver voluto un mondo di bene a tua madre, no? La mia è morta che io ero ancora pic­cina. Non me la ricordo nemmeno. (Una pausa). Ma tu non mi odierai a lungo, Eben. Non sono la peggiore delle donne, ed io e te ci rassomigliamo, in certe cose. Me ne accorgo soltanto a guardarti. Ho avuto una vita dura anch'io, un mare di guai, e per ricompensa, nient'altro che fatica. Son ri­masta orfana presto ed ho dovuto andare, lavorando in casa d'altri. Poi mi sono spo­sata, e subito mi sono accorta che lui era un ubriacone e buttava via quel po' di da­naro che aveva. Dovette mettersi a lavorare per gli altri. Anch'io, allora, sono tor­nata a far la serva presso estranei. M'era nato un bambino, che poi è morto. Mio ma­rito s'è ammalato ed è morto, anche lui. M'è parso, allora, di respirare. Ero libera. Ma presto ho scoperto che tutta la libertà consisteva nello sgobbare come una bestia, per gli altri, e sempre in casa d'altri... Or­mai avevo perso la speranza di poter lavo­rare un giorno per me, in casa mia, quando è venuto tuo padre... (Cabot riappare, si avvicina al cancello e guarda sulla strada, là dove sono scomparsi i fratelli. Si ode l'eco flebile delle loro voci che s'allontanano. Egli freme di rabbia; ha i pugni serrati).

Eben                              - (lottante contro il fascino della donna e la crescente simpatia per lei, brusco) Ti ha comprata come una sgualdrina; e il prez­zo che ha pagato, è questa fattoria, che era di mia madre e che è mia, adesso!

Abbie                            - (con un freddo sorriso) Tua! È quello che vedremo... Avevo bisogno d'una casa: altrimenti perché avrei sposato un vecchio come lui?

Eben                              - (malvagio) Glielo dirò come parli!

Abbie                            - Ed io gli dirò che hai mentito appo­sta; e lui ti caccerà via da qui!

Eben                              - Sei un demonio!

Abbie                            - Questa sarà la mia fattoria; questa sarà la mia casa; e questa sarà la mia cu­cina.

Eben                              - (furibondo, quasi sta per balzarle ad­dosso) Piantala, maledetta!

Abbie                            - (senza scostarsi, con uria strana aspra espressione di desiderio nel volto e per tutto il corpo, lentamente) E di sopra ci sarà la mia camera da Ietto... e il mio letto. (Egli la fissa negli occhi, terribilmente confuso, an­gosciato. Dolcemente ella continua) Non son cattiva, io, né gretta, ne non con la gente che mi vuol male. Ma so pure difendere con le unghie e coi denti quel che mi è dovuto, nella vita... (Gli pone una mano sul braccio) Vogliamo essere buoni amici, Eben?

Eben                              - (come ipnotizzato) Sì... (Poi, furiosa­mente caccia via la mano di lei) No, strega maledetta! Ti odio! (Fugge).

Abbie                            - (lo segue con lo sguardo, sorridendo sod­disfatta. Poi, tra sé, assaporando le paro­le) Mi piace, Eben. (Guarda la tavola, con orgoglio) Adesso laverò le mie stoviglie. (Eben riappare fuori della casa e sbatte die­tro di sé la porta d'entrata. Mentre gira attorno all'angolo, s'arresta alla vista del padre e resta a guardarlo con odio).

Cabot                            - (incapace ormai di frenare la propria ira, agita le braccia al cielo) Signore Iddio, colpisci con la tua maledizione i figli ribelli!

Eben                              - Tu e il tuo Dio, sempre a maledire la gente, sempre a martoriare qualcuno!...

Cabot                            - (senza badare a lui, in tono biblico) Dio dei vegliardi, Dio dei solitari...

Eben                              - (beffardo) Che a forza di martoriare le sue pecore le spinge al peccato... All'in­ferno, tu e il tuo Dio! (Cabot si volge).

Cabot                            - (ruvido) Ah, sei tu? Avrei dovuto capirlo. (Lo minaccia col dito) Smettila di bestemmiare. (Poi, subito) Perché non sei a lavorare?

Eben                              - Perché non sei a lavorare tu? Quei due se ne sono andati; ed io non posso mica fare tutto da solo...

Cabot                            - Eh, già... Io ne valgo dieci di uomini come te, vecchio come sono! Ma tu non sa­rai mai un uomo intero, tu! (Poi, pacato) Via, andiamo nella stalla. (Lontano si sente l'ultima nota del canto, che si va affievo­lendo. Abbie sta lavando le stoviglie).

FINE DEL PRIMO TEMPO

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Davanti alla fattoria, in un caldo pomeriggio di domenica, due mesi dopo. Abbie, vestita a festa, siede in un seggiolone a dondolo, sotto il portico. Si culla distratta, snervata dall'afa, con gli occhi socchiusi e annoiati, fissi davanti a sé. Eben mette fuori furtivamente la testa dalla sua finestra e guarda intorno, cercando di vedere e sentire se ci sia qualcuno sotto il portico. Per quanto abbia badato di non far rumore, Abbie ha udito; smette di cullarsi, e, impaziente, aspetta, attenta., Eben intuisce la presenza di lei, aggrotta la fronte quasi volesse scacciarne il pensiero. Poi, rattenendo il fiato, in ascolto, per accertarsi se dalla casa arrivi rumore. Eben esce. 1 loro sguardi s'incontrano. Egli appare turbato. Confuso egli si volta e sbatte la porta. A questo gesto Abbie ride, provocante, divertita e al tempo stesso irri­tata. Eben indossa l'abito da festa; è tutto lindo; la faccia lucida di acqua e sapone. Ab­bie si solleva sul seggiolone. Gli occhi le si son fatti duri e irosi, e quando egli passa, essa pro­rompe in una risata beffarda.

Eben                              - (punto sul vivo, voltandosi, furente) Che c'è, da ridere come una gallina?

Abbie                            - Ci sei tu!

Eben                              - Perché ti faccio ridere?

Abbie                            - Sei tutto strigliato come un toro che va alla fiera.

Eben                              - (con un sorriso sarcastico) E tu, se ti credi tanto bella, ti sbagli... (Si guardano negli occhi. Eben suo malgra­do non può staccare lo sguardo da quello di lei, che si fa sempre più provocante. La re­ciproca attrazione fisica diventa una forza palpabile, vibrante, nell'aria afosa).

Abbie                            - (dolcemente) Tu non pensi quello che dici, Eben. Credi forse di pensarlo, ma non lo pensi. Non puoi. È contro la natura.

Eben                              - Tu hai lottato contro te stesso, sin dal giorno che io ho messo piede qui den­tro, ed hai cercato di persuaderti che non mi trovavi bella... (Ride, senza distogliere lo sguardo da lui. Una pausa. Tutto il suo corpo freme di desiderio. Languida, mormo­ra) Come è forte e caldo il sole, vero? Lo si sente ardere sin nelle viscere della terra, e la natura fa crescere le cose, e ti brucia nelle viscere, e vorresti crescere fino a sboc­ciare in qualcos'altro, sino a che siete una cosa sola, una cosa che è tua, ma che ti prende, e ti fa crescere sempre più, come un albero, come quegli olmi... (Torna a ridere, dolcemente, senza staccar gli occhi da quelli di lui. Egli muove un passo verso la donna, attratto suo malgrado). La natura ti vince, Eben. Tanto vale che tu lo riconosca una volta per tutte.

Eben                              - (tentando di liberarsi da quel fascino) Se il babbo ti sentisse parlare così... (Risen­tito) Ma già, tu lo hai rimbecillito, quel vecchio demonio!

Abbie                            - (ridendo) Ebbene? Non ti sembra più facile vivere con lui, ora che s'è amman­sito?

Eben                              - No. Io non glie la dò vinta, come non la dò vinta a te. Combatto per il diritto di mia madre, per la casa che era sua! (Queste parole, finalmente, rompono l'incanto. Egli la guarda con astio) Non me la dai a inten­dere, no! La tua idea è di accaparrarti tutto quanto e diventare qui dentro la padrona. Ma t'accorgerai che io sono un osso duro da rodere, molto più duro di quanto cre­devi...

Abbie                            - (cerca di riconquistare il proprio ascendente) Eben...

Eben                              - Lasciami stare. (Fa per andarsene).

Abbie                            - (imperiosa) Eben.

Kben                             - (si ferma, risentito). Che vuoi?

Abbie                            - (cercando di nascondere un orgasmo che va aumentando) Dove vai?

 

Eben                              - A far quattro passi.

Abbie                            - Fino in paese?

Eben                              - Può darsi.

Abbie                            - A trovare quella Minnie, immagino?

Eben                              - Può darsi.

Abbie                            - Perché vai a perder tempo dietro a quella donna?

Eben                              - Non si può vincere la natura, dici tu. (Ride e si accinge di nuovo ad andarsene).

Abbie                            - È vecchia, brutta e grassa.

Eben                              - (sprezzante, provocandola) Va' là, tu non sei mai stata bella a quel modo!

Abbie                            - Non c'è ubriacone e vagabondo di que­ste parti che non l'abbia avuta.

Eben                              - Può darsi, ma è sempre migliore di te. Se non altro Minnie si dà per quello che è.

Abbie                            - Avresti il coraggio di mettermi a con­fronto...

Eben                              - Non entra nella mia casa con male arti e non ruba quello che è mio.

Abbie                            - Tuo? Vuoi dire la mia fattoria?

Eben                              - La fattoria, voglio dire, per la quale ti sei venduta come una sgualdrina. Ed è cosa mia.

Abbie                            - Non vivrai tanto da veder quel gior­no in cui anche solo le erbacce di questa terra saranno tue! Vattene! Che non ti veda più! Va' dalla tua sgualdrina: fai disonore a me e a tuo padre... Se volessi, ti farei cac­ciare via a frustate da lui. Se vivi ancora qui, è soltanto perché lo tollero io. Vattene via! Mi sei odioso! (Si ferma, ansante, guar­dandolo come se volesse divorarlo con gli occhi).

Eben                              - Non certo quanto mi sei odiosa tu! (Esce e s'incammina per la strada maestra. Abbie lo segue con uno sguardo pieno d'odio. Dalla stalla arriva il vecchio Cabot. È assai mutato. L'espressione dura e cupa del suo volto s'è raddolcita. I suoi occhi hanno una strana espressione rassegnata. Tuttavia, non c'è in lui alcun segno di debolezza fisica. Si direbbe, anzi, che sia ringiovanito e irrobu­stito. Nel vederlo Abbie volge lo sguardo da un'altra parte con un'avversione che non si cura di dissimulare).

Cabot                            - (avvicinandosi lentamente, mite) Sta­vate di nuovo litigando, tu ed Eben?

Abbie                            - No.

Cabot                            - Eppure, parlavate forte. (Siede sull'orlo del portico).

Abbie                            - E se ci hai sentito, che bisogno c'è di domandarmelo?

Cabot                            - Non ho udito che cosa dicevate.

Abbie                            - Niente che valga la pena di parlarne.

Cabot                            - (dopo una pausa) È strano, Eben.

Abbie                            - Tutto suo padre sputato.

Cabot                            - Dici davvero, Abbie?... Eben e io siamo stati sempre come cane e gatto. Già, non ho mai potuto soffrirlo... È tutto latte e miele, lui, com'era sua madre.

Abbie                            - Eh, già! Latte e miele come te.

Cabot                            - Forse io son stato sempre un po' duro con lui...

Abbie                            - Ed ora stai diventando molle, molle come una pappa... Lo ha detto anche Eben...

Cabot                            - (subitamente si oscura in viso) Eben ha detto così? Beh, farà meglio a non oc­cuparsi dei fatti miei, altrimenti, vedrà se io... (Una pausa. Abbie distoglie il viso. Cabot si ammansisce, a poco a poco. Alza gli occhi al cielo) Bello, eh?

Abbie                            - Non vedo che cosa ci sia di bello.

Cabot                            - Il cielo. Guarda, sembra che ci sia un campo, lassù, un campo tutto al sole!

Àbbié                            - (sarcastica) Avresti idea di comperar terra anche sopra alla tua fattoria?

Cabot                            - Non mi spiacerebbe avere il mio pez­zetto al sole anche lassù. (Pausa) Invecchio, Abbie; sono un frutto maturo sul ramo... In questa casa ci si sente sempre un po' soli, e fa freddo, anche quando fuori arde la canicola. Hai sentito?

Abbie                            - No.

Cabot                            - Fa caldo, giù alla stalla, e c'è un. .. buon odore, vicino alle bestie... Strane be­stie, le vacche!

 

Abbie                            - Come te?

Cabot                            - Come Eben. Un po' alla volta mi vado rassegnando a Eben, come mi ero ras­segnato a sua madre. Imparo a sopportar la sua dolcezza, come sopportavo quella di lei. Credo che arriverei persino ad affezionarmici, se egli non fosse un citrullo... Sarà la vecchiaia che incomincia a entrare nelle mie ossa...

Abbie                            - Morto non lo sei ancora.

Cabot                            - No, non ancora, perdio! Sono ancora solido e robusto come una quercia. Ma dopo settant’anni che sei al mondo, il Signore ti avverte che è tempo di prepararsi... Do­po che quei malviventi, quegli eretici dei suoi fratelli, se ne sono andati per la strada che li porterà all'inferno, non m'è rimasto che Eben.

Abbie                            - E non ci sono io, forse? Che sono tutte queste improvvise tenerezze per Eben? E io, non sono tua moglie davanti a Dio e alla legge?

Cabot                            - Sì che lo sei. (Una pausa, egli la guarda con desiderio. I suoi occhi si fanno cupidi. Con gesto improvviso le afferra le mani e gliele stringe forte, mentre con una strana intonazione da predicatore quacchero declama) Tu sei la mia sposa dp Saron. Splendide sono le tue chiome. I tuoi occhi sono colombe. Scarlatte sono le tue labbra, e i tuoi seni sono come due cerbiatte, il tuo ombelico è un calice rotondo, il tuo ventre è come un mucchio di frumento... (Le copre le mani di baci. Abbie, gli occhi irosi fissi davanti a sé, pare che non si ac­corga nemmeno di lui).

Abbie                            - (staccando bruscamente e mani da quel­le di lui) Dunque, hai in mente dì lasciare la fattoria a Eben?

Cabot                            - Lasciare... Non la lascio a nessuno!

Abbie                            - Non vorrai mica portartela dietro!

Cabot                            - No, certo,no... Ma se potessi, per Dio Eterno, lo farei! Se potessi, quando fossi in agonia, darei fuoco a tutto e starei a vedere bruciare la casa, ogni spiga di grano, ogni albero, fino all'ultima briciola di fieno... Così tutto finirebbe con me, e nessuno si piglierebbe mai la roba mia, quello che ho cavato dal niente, col sangue e il sudore della mia fronte... Tutto, fuorché le vac­che. A quelle darei la libertà.

Abbie                            - E io?

Cabot                            - Anche a te darei la libertà.

Abbie                            - Questa è la riconoscenza che hai per me che ti ho sposato! E pensare che ti ho fatto diventare buono persino con Eben, che ti odia... e tu parli di mettermi in mezzo ad una strada...

Cabot                            - Abbie, lo sai che non...

Abbie                            - Ma ora ti dico un paio di cosuccie nei riguardi di Eben, Lo sai dov'è andato? A trovare quella sgualdrina di Minnie. Ho cer­cato di trattenerlo. Far disonore a te e a me nel giorno del Signore!

Cabot                            - È un peccatore, un peccatore nato. La lussuria gli mangia il cuore.

Abbie                            - E il desiderio che ha di me? Che scusa gli troverai a questo?

Cabot                            - (la guarda fisso, dopo una lunga pausa) Desiderio di te?

Abbie                            - (con sfida) Quando ci hai sentito liti­gare, cercava di sedurmi.

Cabot                            - (la fissa. Un'ira tremenda gli sconvolge il viso. Balza in piedi, tremante) Per Dio onnipotente, lo finisco!

Abbie                            - (spaventata per Eben) No, non dir così!

Cabot                            - Vado a prendere il fucile e gli fac­cio volare il cervello fin lassù, in cima a quegli olmi.

Abbie                            - (gettandogli le braccia al collo) No, Efraim!

Cabot                            - (scostandola violentemente) Lo farò, perdio!

Abbie                            - Ascolta, Efraim... Non c'era niente di male... Una burla, una ragazzata: non faceva sul serio; scherzava soltanto e mi stuzzicava...

 Cabot                           - E allora, perché hai detto... desiderio?

Abbie                            - Ho esagerato senza volerlo. Poi, m'ero infuriata all'idea che gli avresti lasciata la fattoria...

Cabot                            - (rappacificato, ma sempre ancora cupo e severo) Ebbene, lo caccerò via a frustate, se questo basta a farti contenta.

Abbie                            - (gli prende la mano) No, non pensare a me. Non devi cacciarlo via. Faresti male. Pensa un po': chi ti aiuterebbe a lavorare? Non c'è nessuno, qui intorno...

Cabot                            - Dici bene. Lasciamolo perdere... (Tor­na a sedersi sullo scalino del portico. Abbie gli siede accanto). Non dovrei riscaldarmi così, per quello sciocco, quel vitello... Ma la questione è sempre lì, quale dei miei figli continuerà a mandare avanti la fattoria, quando il Signore mi chiamerà? Simone e Pietro sono andati all'inferno, e Eben andrà per la stessa strada...

Abbie                            - Ci sono io.

Cabot                            - Tu non sei che una donna.

Abbie                            - Sono tua moglie.

Cabot                            - Non è la stessa cosa. Un figlio, è san­gue mio, come se fossi io. E la roba mia deve andare al sangue del mio sangue. Così resterà sempre mia, anche quando sarò coi piedi sottoterra. Capisci?

Abbie                            - (gli lancia un'occhiata carica d'odio) Sì, capisco.

Cabot                            - Divento vecchio, un frutto maturo sul ramo... (Con improvvisa, ma forzala energia, come a rassicurar se stesso) Non ch'io non sia ancora una noce dura da schiacciare, e lo sarò per molti anni ancora... Per Dio eterno, quando si tratta di lavorare e fati­care nei campi, son capace di fargliela ve­dere a qualunque di questi bellimbusti nati ieri!

Abbie                            - (improvvisamente) Forse il Signore ci darà un figlio...

Cabot                            - Un figlio, dici, a me e a te?

Abbie                            - Tu sei ancora un uomo robusto, non è vero? E non è poi una cosa impossibile. Lo sappiamo, noi due. Perché mi guardi co­sì? Non ci hai mai pensato, finora? Io ci ho pensato sempre. Sì, e ho anche pregato perché così fosse.

Cabot                            - (s'illumina tutto in viso di gioia e di orgoglio. Quasi in una specie d'estasi reli­giosa) Tu hai pregato, Abbie, perché Dio ci mandasse un figlio?

Abbie                            - Sì. (Aspra, risoluta) Voglio un figlio, adesso.

Caeot                            - (le prende le mani) Sarebbe la bene­dizione di Dio, Abbie! La benedizione di Dio onnipotente che scenderebbe su di me, sulla mia vecchiaia, sulla mia solitudine... Oh, Abbie, quando così fosse, non ci sareb­be cosa che non farei per te. Non avresti che da chiedere...

Abbie                            - Mi lasceresti la fattoria in eredità, al­lora, a me... o a lui?

Cabot                            - Tutto quel che chiedi, ti dico. Te lo giuro. E possa esser dannato per sempre al­l'inferno, se non lo farò. (Cade in ginocchio, attirando Abbie a sé. Il fervore delle sue spe­ranze lo fa tremare tutto) Abbie, prega an­cora. È il giorno del Signore... Io pregherò con te. Due preghiere hanno più forza di una... « Iddio esaudì Rachele »... E Iddio esaudì Abbie... Prega, Abbie. Prega il Si­gnore che ti esaudisca... (China il capo mor­morando una preghiera).

Abbie                            - (finge d'imitarlo; ma l'occhiata ch'essa gli lancia di sottecchi esprime trionfo e di­sprezzo).

SCENA SECONDA

L'interno delle due camere da letto al piano superiore. Sono circa le otto di sera. Eben sie­de sulla sponda del letto. Fa caldo. Egli ha in dosso soltanto i pantaloni e una maglia. È scalzo. Il mento tra le mani, sta immerso in cupi pensieri.

Nella camera vicina Cabot e Abbie seggono fianco a fianco sulla sponda del vecchio letto matrimoniale. Entrambi sono in camicia da notte. Cabot è tuttora in preda alla strana agi­tazione in cui lo ha gettato l'idea d'un figlio. Le camere sono debolmente illuminate dalla tremula luce delle candele di sego.

Cabot                            - La fattoria vuole un figlio.

Abbie                            - Io voglio un figlio.

Cabot                            - Già. Qualche volta tu mi sembri la fattoria, e qualche volta la fattoria mi sem­bra te. Ecco perché mi aggrappo a te, nella mia solitudine... Io e la fattoria dobbiamo avere un figlio.

Abbie                            - Mettiti giù a dormire, adesso. Non sai più quel che dici.

Cabot                            - Non è, vero. Ho il cervello limpido come l'acqua del pozzo. Tu non mi conosci: ecco perché parli così.

Abbie                            - Può darsi. (Tende l'orecchio al passo di Eben che, nella camera vicina, cammina irrequieto su e giù. Con intensa attenzione gli occhi di lei si fissano alla parete che divide le due stanze. Eben si arresta e fissa a sua volta la parete. Si direbbe che i loro sguardi infocati s'incontrino, attraverso il muro. Inconsciamente egli tende le braccia alla donna, che s'alza a mezzo. Rendendosi conto di ciò che sta facendo, Eben mormora una imprecazione e si getta bocconi sul letto, affondando il viso nel guanciale. Con un fioco sospiro Abbie ricade a sedere; ma i suoi occhi rimangono fissi sulla parete". Ascolta, attenta, ogni minimo moto di Eben).

Labot                            - (all'improvviso alza il capo e la guarda sdegnoso) Mi conoscerai mai, tu? Ci sarà mai uomo e donna che mi conosca?... No. (Abbie fissa sempre la parete. Spinta dal­l'evidente bisogno di dar sfogo alla piena dei suoi pensieri, senza guardare la moglie, Cabot tende una mano e la poggia sul gi­nocchio di Abbie. Essa trasale, violentemen­te; lo guarda, vede che egli guarda altrove e torna a fissare estatica la parete, senza por mente a ciò ch'egli dice). Ascoltami, Abbie: quando sono venuto qui, sarà una cinquan­tina d'anni fa, avevo poco più di vent'anni ed ero forte e robusto come non te lo imma­gini neppure: forte dieci volte e robusto cin­quanta volte quanto Eben. Ebbene, questo luogo non era altro che un campo di pietre. La gente rideva, quando venni a stabilirmi qui. Ma non sapevano quel che sapevo io. Quando tu riesci a far nascere grano dalle pietre, allora vuol dire che Dio vive in te. Nessuno era abbastanza forte da poter dire altrettanto. Pensavano, tutti quanti, che Dio fosse un personaggio alla mano; e ridevano. Ma ora non ridono più. Qualcuno è morto, in questi paraggi; altri sono andati verso Occidente e sono morti laggiù... Sono tutti sottoterra, ormai, per essere andati in cerca di un Dio che fosse alla mano. Non è facile trattare con Dio... (Scuote il capo, lenta­mente) E io, intanto, diventavo più duro. La gente badava a dire che io ero un uomo duro, come se essere duri fosse peccato mor­tale. Io dicevo loro: per Giove, duro mi vedrete e mi saprete dire se vi garbo! Ma una volta, una volta sola ho ceduto, e sono stato debole. Fu nel secondo anno che ero qui,. Cominciavo a disperare: c'erano troppe pietre. Una compagnia di coloni se n'andava. S'erano perduti d'animo e andavano in Occidente. Io partii con loro. Fu un viag­gio lungo, che non finiva mai... Arriviamo, finalmente, in un paese dove c'erano grandi praterie e tutta pianura; dove la terra era nera e ricca come l'oro. Neppure una pie­tra. Tutto, là, era facile. Non avevi che da arare e seminare; poi, potevi sederti, accen­dere la pipa e stare a vedere la roba che veniva su. Avrei potuto farmi ricco; eppure, mi sentivo qualcosa in corpo che non mi dava pace. Era la voce di Dio che mi dice­va: « Tutto questo non vale niente. Torna subito a casa! ». Quella voce mi mise paura, e tornai qui, a casa mia, e lasciai il terreno sul quale avevo un diritto e il raccolto, lag­giù, a chi voleva pigliarseli. Sicuro: ho re­galato quello che per diritto era mio. Dio è duro, non è facile da trattarsi... Dio è nella pietra. « Sulla pietra tu costruirai la mia chiesa »: così disse a Pietro. (Sospira pe­santemente, poi) Pietre... Le raccoglievo, a una a una, le pietre, e tiravo su muri. Po­tresti contare gli anni della mia vita in quei muri: ogni giorno una pietra di più. E su e giù per la collina, a tirar su muri intorno -''ai campi che erano miei, dove avevo fatto venir su la roba dal niente, per volere di Dio... Ah, non è stata una vita facile, no. (Una pausa). Intanto, mi sentivo sempre più solo. Presi moglie. Essa mi diede Simone e Pietro. Era una brava donna. Lavorava sodo. Vent'anni siamo stati insieme: ma essa non mi ha conosciuto mai. Mi aiutava; ma non ha mai saputo perché m'aiutava. Io ero sempre solo. Poi, essa morì. Dopo la sua morte, per un po' di tempo non- mi sono sentito tanto solo... Non contavo più gli an­ni; non avevo tempo da perdere per contarli. Simone e Pietro mi aiutavano. La fattoria s'ingrandiva. Era tutta roba mia. Quando ci pensavo non mi sentivo solo... Ma non ci si può fissare col pensiero in una cosa sola, giorno e notte... Presi un'altra moglie, la madre di Eben. La sua famiglia mi aveva contestato per legge i miei diritti sulla fat­toria: la mia fattoria! Ecco perché ogni tan­to Eben cava fuori la corbelleria che questa è la casa di sua madre... Essa mi diede Eben. Era bella, ma molle. Faceva quel che poteva per essere forte; ma non ci riusciva. Non ha mai capito nulla di me, né d'altro. Con lei mi sentivo più solo che mai: un in­ferno! Dopo sedici anni o poco più è morta... Dopo d'allora ho vissuto sempre coi ragaz­zi. Non mi potevano soffrire, perché ero duro; e io non li potevo vedere perché erano molli. Hanno sempre custodito la fattoria come se ci fosse un tesoro; ma cosa fosse, poi, non lo sapevano. M'hanno fatto diven­tare amaro come l'assenzio. Invecchiavo a vederli bramare così la fattoria, che era mia. Poi, quest'anno, a primavera, il richiamo è venuto, la voce di Dio, che gridava nel de­serto, nella solitudine: — Vai, mi diceva, e cerca; troverai! Ho cercato e ti ho trovato. Tu sei la mia Rosa di Saron... I tuoi occhi sono come... (Abbie ha un volto assente. Per un istante egli la fissa; poi, brusco) Ora hai capito, dopo tutto quel che t'ho detto...

Abbie                            - Forse...

Cabot                            - (scostandola da sé, irato) Tu non sai niente e non saprai mai niente. Se non avrai un figlio, che venga a redimerti...

Abbie                            - (risentita) E non ho forse pregato?

Cabot                            - Prega ancora perché Dio ti illumini.

Abbie                            - (con velata minaccia nella voce) Un figlio lo avrai da me, te lo prometto.

Cabot                            - Come puoi prometterlo?

Abbie                            - Può darsi ch'io abbia una seconda vi­sta. Chissà ch'io non possa predir l'avvenire...

Cabot                            - Sì, tu devi averla... Qualche volta mi fai venire la pelle d'oca     - (rabbrividisce). Fa freddo, in questa casa. Ci si sente inquieti. Ci sono ombre che vanno in giro, al buio e negli angoli. (Infila ì pantaloni, vi ficca den­tro la camicia da notte e si mette gli stivali).

Abbie                            - Dove vai?

Cabot                            - (enigmatico) Dove c'è riposo, dove fa caldo, giù, nella stalla... (amaro) Potrò par­lare con le vacche, almeno. Mi capiscono, le vacche! Conoscono la fattoria. Mi daranno un po' di pace.

Abbie                            - Ti senti male, stasera, Efraim?

Cabot                            - Sto maturando. Il frutto matura sul ramo. (Esce. Si odono i suoi passi pesanti giù per le scale. Eben trasale e resta in ascolto. Abbie quasi lo avesse udito, fissa la parete. Cabot esce dalla casa, gira attorno all'angolo e si ferma al cancello, guardando il cielo. Con gesto tormentato tende le mani) Dio onnipotente, chiamami dalle tenebre! (Ascolta, come se attendesse risposta. Lascia cadere le bracciat scuote il capo e, curvo, s'incammina verso la stalla. Eben e Abbie si fissano attraverso la parete. L'uno sospira, l'altra gli fa eco. Entrambi sono nervosi, irrequieti. Finalmente Abbie si alza e va ad accostar l'orecchio alla parete. Eben sembra cogliere ogni sua mossa. Si ferma e non si muove più. Abbie sembra animata da una risoluzione, ora. Va alla porta di fondo ed esce. Eben la segue con lo sguardo. Dopo un po' la porta della sua camera si apre, piano piano. Egli si volge, aspetta immobile, chiuso in sé. Abbie rimane un istante a guar­darlo, gli occhi ardenti di desiderio. Poi, con un grido sommesso corre a lui, gli getta le braccia al collo, attira a sé il capo e gli copre la bocca di baci. Sulle prime egli subisce l'ab­braccio, muto; poit a sua volta Vabbraccia, le rende i baci. Finalmente, quasi si ride­stasse il suo odio, Eben la respinge brusca­mente e balza in piedi. Entrambi rimangono muti e senza fiato, ansanti come due bestie).

Abbie                            - (ritrovando la parola, dolcemente) Non così, Eben, non cosi... Io voglio farti felice...

Eben                              - Io non voglio nessuna felicità da te...

Abbie                            - Sì che la vuoi, Eben... Perché men­tisci?

Eben                              - Non ti voglio, capisci! Non ti posso vedere!

Abbie                            - (con un sorriso incerto, turbata) In ogni modo, ti ho baciato e tu mi hai reso i baci. Le tue labbra bruciavano... Se non mi puoi vedere, perché mi hai baciato? Perché ti ardevano le labbra?

Eben                              - (asciugandosi la bocca) M'è parso di toccar del veleno. (Poiprovocante) Può an­che darsi che, mentre ti baciavo, io pensassi ad altri.

Abbie                            - A Minnie?

Eben                              - Può darsi.

Abbie                            - Sei stato ancora da lei? Ci sei stato? Credevo tu non l'avessi più veduta... Per questo mi hai respinto, un momento fa?

Eben                              - E se così fosse?

Abbie                            - Allora, sei un cane, Eben Cabot!

Eben                              - Tu non devi parlarmi così!

Abbie                            - (con una risata stridula) Ah, non devo, eh? Credevi che fossi innamorata di te, di un cosino senza muscoli come te? Ci vuole altro! Se ti volevo, era per una mia idea... e ti avrò, perché sono più forte di te.

Eben                              - Lo so che la tua idea è di diventare la padrona di tutto, qui dentro.

Abbie                            - E se così fosse?

Eben                              - Esci dalla mia camera!

Abbie                            - Questa camera è mia, e tu non sei altro che un garzone, in questa casa.

Eben                              - Esci di qui, prima che t'ammazzi!

Abbie                            - Non ho paura. Tu mi vuoi, non è vero? Sì, tu mi vuoi... IL-figlio di. tuo padre non ammazzerà mai colei che gli fa gola... Se tu potessi vedere i tuoi occhi! Sono pieni di desiderio, luccicano di desiderio per me... Tu potessi vedere la tua bocca, ora: trema dal desiderio di baciarmi e ti battono i denti dalla voglia di mordere... (Egli la guarda per­versamente affascinato. Essa ride d'un folle riso di trionfo) Questa casa sarà mia! Ogni angolo dev'essere mio! C'è una stanza che non è mia ancora; ma lo sarà stanotte. Vado di sotto ad accendere il lume. (Gli fa un inchino, motteggiando) Signor Cabot, vo­lete venire a tenermi compagnia, giù in sala?

Eben                              - (la fissa, inorridito e confuso; poi, cupo) Che non ti venga in mente: non l'abbiamo più aperta, dacché la mamma è morta ed è stata esposta là. Non oserai... (Essa lo guar­da con occhi così ardenti che la sua volontà tentenna di fronte a quella di lei).

Abbie                            - Ti aspetto di sotto, fra poco, Eben. (Esce).

Eben                              - (la segue con lo sguardo per alcuni istan­ti. Poi va verso la porta. Una luce brilla dalla finestra della sala. Egli mormora) Nel­la sala? (La parola sembra risvegliare in lui un certo ricordo. Egli torna indietro, infila una camicia bianca, si mette un colletto e una cravatta che lega a mezzo, frettolosa­mente, indossa la giacca, prende il cappello. A piedi nudi, si guarda interdetto intorno, imbarazzato, e mormora) Mamma, dove sei? (Lentamente esce dalla porta di fondo).

Si chiude il sipario.

SCENA TERZA

Pochi minuti dopo appare l'interno della sala, che la luce della candela rivela in tutta la sua mummificata bruttezza. È un ambiente cupo, come una tomba entro cui la famiglia sia stata sepolta viva. Abbie siede sull'orlo di un sofà imbottito di crino. Ha il volto alte­rato. La porta di fondo si schiude; entra Eben. Come ossessionato, si ferma davanti alla donna, a piedi nudi, il cappello in mano, le braccia penzoloni lungo i fianchi.

Abbie                            - (nervosa, con formale cortesia) Non vuoi sedere?

Eben                              - (cupo) Sì. (Depone il cappello in terra vicino alla porta, avanza e siede accanto a lei, sull'Orlo del sofà).

Abbie                            - Quando sono entrata qui, al buio, pa­reva ci fosse qualcosa, qui dentro.

Eben                              - (con semplicità) Era la mamma.

Abbie                            - Lo sento, c'è ancora qualcosa...

Eben                              - È la mamma.

Abbie                            - Lì per lì ho avuto paura. Stavo per gridare e scappare via. Ma ora che sei en­trato tu, mi sento più tranquilla e non ho più paura.

Eben                              - La mamma mi ha sempre voluto bene.

Abbie                            - Forse lo sa, che anch'io ti voglio bene. Per questo forse è buona con me,

Eben                              - (cupo) Non so. A me pare che dovrebbe odiarti.

Abbie                            - Oh, no: lo sento che non mi odia, non mi odia più.

Eben                              - Ti odia perché hai rubato il suo posto, nella sua casa, nella sala dove lei è stata esposta da morta... (Improvvisamente si in­terrompe, guarda imbambolato nel vuoto).

Abbie                            - Che hai, Eben?

Eben                              - (abbassando la voce). M'è parso come se la mamma non volesse che io ti ricordassi queste cose...

Abbie                            - Le sapevo, Eben. Essa è buona con me; non può serbarmi rancore per cose che non sapevo, e non è stata colpa mia...

Eben                              - Mamma serba rancore a lui...

Abbie                            - Sicuro, come tutti noi.

Eben                              - Sì, gli serba rancore!

Abbie                            - (gli prende una mano, glie l'accarezza affettuosamente). Su, non cominciare a pen­sare a lui, adesso. Pensa alla tua mamma, che ci vuole bene. Raccontami un po' di lei, Eben.

Eben                              - Non c'è molto da raccontare. Era molto affettuosa e buona.

Abbie                            - (gli pone un braccio intorno alla spalla, senza che egli reagisca) Io voglio essere buona e affettuosa con te, Eben..,

Eben                              - Qualche volta essa mi cantava delle canzoni.

Abbie                            - Io canterò per te...

Eben                              - Questa era la sua casa; questa era la sua fattoria.

Abbie                            - Questa è la mia casa, la mia fattoria...

Eben                              - E lui la sposò per rubargliela. Essa era dolce e semplice. Lui non sapeva che bene avesse...

Abbie                            - Ed anche ora non sa che bene ha...

Eben                              - La uccise con la sua brutalità.

Abbie                            - E ora sta uccidendo me...

Eben                              - Essa ne morì... Qualche volta mi can­tava delle canzoni. (Scoppia in singhiozzi).

 

Abbie                            - (lo abbraccia, impetuosamente, appassio­natamente) Canterò io, per te! Morirò per te! (Nonostante il desiderio che sta per tra­boccare, c'è nella sua voce un sincero affetto materno) Non piangere, Eben; ti farò io da mamma. Io sarò tutto quello che essa era per te. Lascia che ti baci, Eben... (Attira ti viso di Eben, il quale, sbigottito, tenta di resistere. Con tenerezza) Non aver paura, Eben. I miei baci sono puri, voglio essere come una mamma per te. Perché non vuoi baciarmi come se tu fossi mio figlio, il mio. ragazzo? Baciami, Eben. (Si baciano. Tutt'a un tratto Abbie è vinta dalla passione e tor­na a baciarlo voluttuosamente. Egli la strin­ge a sé e gli restituisce i baci. All'improvviso, come già nella camera da letto, egli si libera violentemente dalla stretta e balza in piedi. Trema tutto, in preda a uno strano terrore. Abbie gli tende le braccia, implorando) Non mi lasciare, Eben. Lo vedi, non basta che io ti ami... come una madre... lo vedi che hai bisogno di ben altro, molto di più, cento vol­te di più, perché io sia felice, e possa farti felice?

Eben                              - Mamma... mamma... che cosa vuoi? Che cosa mi stai dicendo?

Abbie                            - Essa ti dice di amarmi. Lo sa che ti amo e che sarò buona con te. Non lo senti? Non lo sai? Essa ti dice di amarmi, Eben.

Eben                              - Sì, la sento... ma non capisco perché-.. Se tu hai rubato il suo posto, qui, in casa sua, in questa sala dove lei stava...

Abbie                            - Essa sa che ti amo.

Eben                              - (tutt'a un tratto, s'illumina in volto, sorride) Lo so, ora, lo so, perché... Essa si vendica di lui! D'ora in avanti, potrà ripo­sare in pace nella sua tomba.

Abbie                            - Vendetta di Dio su tutti noi! Che cosa ce ne importa? Io ti amo, Eben! Dio lo sa che ti amo! (Tende le braccia verso di lui).

Eben                              - (cade in ginocchio presso il sofà e la trae a sé, dando sfogo a tutte le sue represse pas­sioni) Anch'io ti amo, Abbie... Ora posso dirtelo: morivo di desiderio di te fin dal giorno che sei arrivata. Ti amo! (Le loro labbra s'incontrano in un bacio appassionato).

Si chiude il sipario.

SCENA QUARTA

Davanti alla fattoria: è l'alba. La porta d'entrata, a destra, si apre e ne esce Eben. Indossa l'abito della fatica. Appare mutato. Il suo viso esprime baldanza e fiducia. Sorride con eviden­te soddisfazione. Mentre s'avvicina al cancelli, la finestra della sala si apre e si spalancano le persiane. Abbie si affaccia, i capelli disordina­tamente sciolti sulle spalle, rossa in viso. Guar­da Eben con occhi dolci e languidi e lo chiama.

Abbie                            - Eben! Un bacio ancora, uno solo, pri­ma che tu te ne vada. Come mi sentirò sola, tutto il giorno senza di te!

Eben                              - Anch'io, puoi figurarti! (S'avvicina alla finestra. Si baciano ripetutamente. Egli si ritrae, ridendo) Ecco: ora basta, eh? Altri­menti non te ne resteranno più per la prossi­ma volta.

Abbie                            - Un milione ne ho ancora, per te!... È proprio vero che mi ami, Eben?

Eben                              - Mi piaci più di tutte le altre ragazze che ho conosciuto; Questo è vangelo.

 

Abbie                            - Piacere non vuol dire amare.

Eben                              - Ti amo, allora. Sei contenta, adesso?

Abbie                            - Sì, sono contenta.

Eben                              - Sarà meglio che vada giù nella stalla. Se il vecchio s'insospettisce, è capace di ve­nir su a curiosare.

Abbie                            - Lascialo fare. Troverò io il modo di chiudergli gli occhi. Qui, intanto, lascio aper­te le persiane per far entrare un po' d'aria. Questa stanza è rimasta chiusa anche troppo. D'ora in avanti sarà la mia stanza.

Eben                              - (aggrottando le ciglia) Sì...

Abbie                            - Voglio dire la nostra stanza.

Eben                              - Sì...

Abbie                            - L'abbiamo fatta nostra, stanotte, non è vero? Le abbiamo dato un po' di vita, col nostro amore.

Eben                              - La mamma è tornata nella sua tomba. Può dormire in pace, ora.

Abbie                            - E sia pace all'anima sua. (Sbadiglia) Oh, io vado a fare un sonnellino. Dirò al vecchio che non mi son sentita bene. Il de­sinare se lo preparerà da sé...

Eben                              - Ecco, viene dalla stalla. Sarà meglio che tu faccia finta di niente e vada di sopra. un bacio sulla punta delle dita. Egli ride, e poi, con una scrollata di spalle, si volta ad aspettare il padre. Cabot arriva lentamente da sinistra, volgendo al cielo uno sguardo vago).

Eben                              - (gioviale). Buon giorno, babbo. Guardi se anche di giorno ci sono le stelle?

Cabot                            - Bello, non ti pare?

Eben                              - Mi godo la fattoria, non c'è che dire

Cabot                            - Volevo dire il cielo.

Eben                              - (sorride) E come puoi saperlo? I tuoi occhi non arrivano a vedere tanto lontano.. (Ride, picchiandosi sulla coscia) Ah! ah!..

Cabot                            - (con un sorriso sarcastico) Ti senti vi­spo come un galletto, eh? Dove è che l'hai rubato, il bicchierino?

Eben                              - Nessun bicchierino: è la vita. (Tutt'a un tratto tende la mano al padre) Tu e io siamo pari. Su, stringiamoci la mano.

Cabot                            - (sospettoso) Che diavolo ti piglia?

Eben                              - Allora, lasciamo correre. Tanto fa lo stesso... Che cosa mi piglia? Non l'hai sen­tita passare, quando è tornata alla tomba?

Cabot                            - Chi?

Eben                              - La mamma. Oramai può riposare in pace e tranquilla. Siete pari, tu e lei.

Cabot                            - Io ho riposato. Ho dormito bene, lag­giù con le bestie. Sanno cosa significa dor­mire, e me lo insegnano.

Eben                              - (subitamente, ritornando al tono allegro) • Meglio così per le bestie! Sarà ora che tu vada a lavorare...

Cabot                            - Sei tu che mi comandi, vitello?

Eben                              - (scoppiando a ridere) Sicuro: sono io che comando... Ah! ah! ah! bada a te... Sono io, il gallo del pollaio...

Cabot                            - (lo guarda allontanarsi, con sprezzante compassione) Cervello debole, come sua ma­dre. Tutto il ritratto di sua madre. Non c'è speranza per lui. (Sputa disgustato) Un so­maro calzato e vestito. (Poi, serio) Beh, che miserie!... (S'avvia verso la porta d'entrata).

Si chiude il sipario.

ATTO TERZO

 SCENA PRIMA

L'anno seguente, in una notte sul finire della primavera. La cucina e le due camere al piano sovrastante, fiocamente illuminate da una can­dela di sego. Eben, nella sua camera, siede sul­la sponda del letto. Il mento sorretto sul pu­gno chiuso. Il suo volto riflette lo sforzo che egli va compiendo per capire il conflitto che s'è scatenato nel suo spirito. Le risate e la musica che gli arrivano dalla cucina, dove si svolge una festa campagnola, lo infastidiscono. Egli guarda accigliato il pavimento. Nella camera attigua vicino al letto nuziale, c'è una culla. In cucina regna grande allegria. Il fornello è stato rimosso, per far posto al ballo. Le seggiole e delle panche di legno sono allineate lungo le pareti. Stretti gli uni agli al­tri, dei contadini delle vicine fattorie, con le mogli e la figliolanza, chiacchierano e ridono a voce alta. È evidente che una barzelletta passa di bocca in bocca. Di strizzatine d'occhio, ge­sti d'intesa, cenni del capo è oggetto il vecchio Cabot, il quale, in uno stato d'ilarità che raggiunge l'euforia, intensificato da abbondanti li­bazioni, se ne sta in piedi presso la porta di fondo e versa da un bariletto il whisky agli uomini. Nell'angolo a sinistra, presso il pro­scenio, Abbie, seduta sopra un seggiolone a dondolo, con uno scialle sulle spalle, condivide col marito l'attenzione generale. Essa è assai pallida; ha il viso scavato. Fissa ansiosa la porta di fondo, che è aperta, come se aspettasse qualcuno.

Un musicante, seduto nell'angolo a destra, di faccia ad Abbie, sta accordando il violino. È un giovine dal lungo viso di pecora, dagli occhi slavati che ammiccano incessantemente. Egli volge attorno un perenne sorriso ingordo e ma­lizioso.

Abbie                            - (volgendosi d'un tratto a una fanciulla che sta alla sua destra) Dove sarà Eben?

Fanciulla                       - (con un'occhiata sdegnosa) Non lo so, Abbie Cabot. È tanto tempo che non vedo più Eben... Pare che da quando siete venuta voi, stia quasi sempre in casa.

Abbie                            - Io ho preso il posto di sua madre.

Fanciulla                       - Già: così ho sentito dire. (Si avvi­cina alla propria madre per raccontarle sot­tovoce la cosa).

Abbie                            - (volgendosi alla sua sinistra, a un omone di mezza età, il cui viso rosso e gli occhi imbambolati tradiscono la quantità di liquo­re bevuto) Avete veduto Eben, voi?

Uomo                            - Io? No. (Poi, con un'occhiata mali­ziosa) Se non l'avete visto voi, chi volete che l'abbia visto?

Abbie                            - Non c'è un ballerino come lui, in tutto il paese. Dovrebbe essere qui a ballare.

Uomo                            - Forse starà facendo il suo dovere... cullerà il piccino. È un maschietto, vero?

Abbie                            - Sì. È nato due settimane fa... E' bello come un angioletto.

Uomo                            - Alle mamme sembrano sempre belli. (Poi, sottovoce, strizzando l'occhio) Sentite, Abbie, se mai vi verrà a noia Eben, ricor­datevi di me. Non fatemi torto... (Per un secondo guarda Abbie, che sembra non ave­re compreso; poi, con un grugnito di di­sgusto) Vado a bere un altro bicchiere. (Si avvicina a Cabot, che sta rumorosamente di­scutendo di bestiame con due contadini).

Abbie                            - (tra di sé) Che starà mai facendo Eben? (La frase gira dall'uno all'altro, tra molte risate e risatine, sino a che arriva al Musi­cante, che fissa su Abbie gli occhietti mali­ziosi).

Musicante                     - (alzando la voce) Scommetto che lo so io, Abbie, che cosa sta facendo Eben... Si è recato in chiesa a render grazie al Si­gnore. (Tutti ridono, pregustando lo scan­dalo).

Un uomo                       - E perché     - (Altre risate).

Musicante                     - Perché gli è nato un... (esita un attimo) un fratellino. (Scrosci di risa. Gli sguardi vanno da Abbie a Cabot. Assente, Abbie fissa sempre la porta. Cabot, sebbene non abbia udito la frase, irritato dalle risate, si fa innanzi, guardandosi attorno. Immedia­tamente si fa silenzio).

Cabot                            - Che cosa belate tutti quanti? Mi sem­brate un branco di capre! Perché non balla­te, perdio? V'ho invitati a venir qui per mangiare e bere e stare allegri, e voi, invece, seguitate a chiocciare come tante galline che abbiano la pepita. Vi siete rimpinzati della mia roba, vi siete empiti fino all'ugola del mio vino, si o no? Adesso potreste anche ballare. Sarebbe giusto, non vi pare? (Un mormorio risentito si leva nella stanza. Evi­dentemente tutti sono troppo intimoriti dalla sua presenza, per protestare apertamente).

Musicante                     - (malizioso) Si stava aspettando Eben. (Una risata tosto repressa).

Cabot                            - (con impeto) Al diavolo Eben! Eben non conta più nulla, qui. Ho un altro figlio, ora. (Cambiando tono, con la volubilità dell'ubriaco) Che cosa avete da ridere a propo­sito di Eben? Non c'è niente da sghignaz­zare. È sangue mio, anche se è un somaro vestito e calzato. Vale dieci volte ognuno di voi. Quanto alla sua giornata di lavoro, po­co ci manca che possa starmi a pari e fa­rebbe arrossire tutti quanti voialtri, poveracci!

Musicante                     - È capace di far buon lavoro anche di notte!... (Grandi risate).

Cabot                            - Ridete, ridete, poveri scemi! Tu, pero, hai ragione, musicante. Eben è capace di lavorare giorno e notte, come suo padre, se è necessario.

Vecchio contadino        - (dietro al barilotto, dove barcolla ubriaco) Non sono molti quelli che potrebbero starti a pari, Efraim: un figlio a settantacinque anni! Sei un osso duro, non c'è che dire... Io ne ho soltanto sessantotto, eppure non ce la farei. (Un coro di risate, al quale si associa anche Cabot).

Cabot                            - (menandogli una manata sulla schiena) Mi rincresce per te... Non avrei mai cre­duto che un giovanotto come te fosse così fiacco!

Vecchio contadino        - Neanche io t'avrei mai creduto capace di tanto, Efraim. (Altra risata).

Cabot                            - (subitamente truce) La mia forza... nessuno sa quanta forza ho io. (Volgendosi al Musicante) Ma cosa fai, tu? Suona. Suo­na qualche cosa per ballare. Credi di star qui per far mostra di te? Questa è una fe­sta. Dunque, dacci dentro, avanti!

Musicante                     - (afferra il bicchiere che il Vecchio contadino gli porge e lo tracanna) Avanti! (Comincia a suonare una danza popolare. Quattro giovanotti e quattro ragazze si di­spongono in due file e ballano una quadriglia che il Musicante dirige, scandendo le pa­role al ritmo della musica e intramezzandole con scherzi e frizzi rivolti ai ballerini. La gente seduta lungo la parete batte il tempo all'unisono con le mani e coi piedi. Cabot fa più chiasso degli altri. Abbie, estranea, ha gli occhi fissi sulla porta).

Musicante                     - Ballerine a destra... Bravo Jim! Abbracciatela, che mamma non vede!... (Ri­sate) Cambiate le dame. Ti va bene, eh, Essie, ora che ci hai Ruben davanti! Guar­da come si fa rossa... Beh, la vita è breve e così l'amore, dice la canzone!

Cabot                            - (eccitato, battendo il piede) Avanti, ragazzi! Avanti, figliole!

Musicante                     - (con un cenno d'intesa agli altri) S'è mai visto un vecchietto di settantacin­que anni più arzillo di voi, Efraim? Soltanto gli occhi non li avete buoni... (Risate re­presse. Senza dar modo a Cabot di rimbeccare) Passeggiata... Guarda Sara: cammina come se andasse a. nozze... Finché c'è vita, c'è speranza, dice il proverbio... Ballerine a sinistra... Perdio, Johnny Cook, come ci dai dentro! Domani- non ti rimarrà più forza per zappare il campo! (Risate).

 Cabot                           - Su, forza! Forza! (All'improvviso, in­capace di frenarsi, balza in mezzo alla qua­driglia e, sbracciandosi qua e là, vi porta lo scompiglio) Fiacconi tutti quanti! Levatevi dai piedi! Fatemi posto. Ora vi faccio ve­dere io come si balla... Andate troppo pia­no, voialtri! (Sgarbatamente spinge indietro i giovanotti e le ragazze, i quali si ritirano verso le pareti, brontolando e guardando of­fesi).

Musicante                     - (beffardo) Avanti, Efraim! Avan­ti! (Comincia un altro motivo, accelerandone sempre più il tempo, sino a che verso la fine diventa rapidissimo, quasi frenetico).

Cabot                            - (si mette a ballare con grande vigoria. Ad un tratto incomincia a improvvisare, com­pie incredibili sgambetti grotteschi; ora sal­tando e battendo i tacchi insieme, ora giran­do intorno, quasi piegato in due, come in una danza guerresca da pellirosse, per poi rad­drizzarsi improvvisamente, alzando alto quanto può una gamba e poi l'altra. Tutta la danza ha qualcosa di scimmiesco. Intan­to, egli intramezza le sue buffonate con urli e commenti salaci) Hopp! ecco come si balla... Hopp! Ecco, settantasei anni suo­nati e duro come il ferro, ancora! Batto i giovinotti, come ho fatto sempre... Guar­datemi: v'inviterò a ballare il giorno che compirò cent'anni, se non sarete tutti morti prima d'allora! Gente senza forza, siete. Co­sa avete nelle vene? Acqua e fango, invece di sangue. Io sono l'unico uomo di tutto il paese... Ecco, si fa così... Io sono un indiano. Ho ucciso" non so quanti indiani in occidente, prima ancora che voi nasceste, e li ho anche scotennati. Potrei mostrarvi il segno che m'ha lasciato una freccia, qua die­tro... Tutta la tribù mi dava la caccia: ma io correvo più forte di loro, con tutta la freccia nella carne. Poi, mi son vendicato. Dieci occhi per un occhio: era il mio motto... State a vedere: ora butto giù il soffitto a calci.

Musicante                     - (smette di suonare, sfinito) Si­gnore Iddio, basta, basta, Efraim! Avete la forza d'un demonio, voi!

Cabot                            - (felice) Ho battuto anche te, eh? Bra­vo, hai suonato bene. Bevi, adesso. (Versa del whisky per sé e per il Musicante. Beve. Gli altri osservano Cabot in silenzio, con oc­chi freddi, ostili. Si fa un grande silenzio. Il Musicante si riposa. Cabot, appoggiato al bariletto, ancora ansante, gira attorno uno sguardo confuso).

(Nella sua camera Eben si alza, in punta di piedi, esce dalla porta di fondo e riappare subito nella camera vicina. Senza far rumo­re si avvicina alla culla, rimane a guardare il bambino. L'espressione del suo volto è vaga; alquanto confuse sono le sue reazioni. Nel suo volto è un'ombra di tenerezza, d'in­teresse verso qualcosa che per lui rappre­senta una novità. Osserva il piccino, come se lo studiasse. Nel momento stesso in cui si è accostato alla culla, Abbie sembra per­cepire qualcosa. Si alza, ancora male in gam­be, e va verso Cabot).

Abbie                            - Salgo a vedere il bambino...

Cabot                            - (con sollecitudine) Puoi salire le scale da sola? Vuoi che ti aiuti, Abbie?

Abbie                            - No. Ce la faccio. Torno subito.

Cabot                            - Non ti stancare! Ha bisogno di te, ri­cordatene... nostro figlio! (Sorride affettuosa­mente, dandole un colpetto sulla schiena. La donna si ritrae).

Abbie                            - Non mi toccare... Vado su. (Esce).

Cabot                            - (s'asciuga la fronte madida di sudore) Vado fuori a prendere una boccata d'aria. Mi gira un po' la testa. (Al Musicante) Suona, tu, e ballate, voialtri. Qui c'è da be­re, per chi ha sete. Torno subito. (Esce, chiudendosi dietro la porta).

Musicante                     - (sardonico) Se è per noi, non abbiate fretta. (Una risata repressa. Imita Abbie) Dove sarà Eben? (Altra risata).

Una donna                    - (a voce alta) È chiaro come l'acqua di fonte quel che succede in questa casa.

(Abbie è apparsa sulla soglia della camera da letto e fissa Eben, che non la vede).

Un uomo                       - Ssst! se fosse ad ascoltare dietro la porta... Sarebbe capace di farlo, il vec­chio caprone! (Le voci si abbassano a un mormorio).

(Cabot, uscito di sotto il portico, avanza fino al cancello, ai quale si appoggia. Guar­da il cielo).

(Abbie si avvicina a Eben, il quale non s'è ancora accorto di lei).

Eben                              - (trasalendo) Abbie...

Abbie                            - (gli getta le braccia al collo. Si baciano; poi insieme si curvano sulla culla) Non è bellino? Tutto il tuo ritratto!

Eben                              - (lusingato) Davvero? Non saprei...

Abbie                            - Ti rassomiglia moltissimo.

Eben                              - (accigliato) Non mi piace questa fac­cenda. Non mi piace, che quel che è mio passi per roba d'altri. Tutta la mia vita è stata così. Ormai ne sono stufo, ne ho fin sopra i capelli...

Abbie                            - (gli pone un dito sulle labbra) Dob­biamo aver pazienza. Bisogna aspettare. Qualche cosa avverrà, un giorno o l'altro... Debbo tornare giù.

Eben                              - Io esco. Non ne posso più di sentir strimpellare quel violino e di tutto quello sghignazzare!

Abbie                            - Non ti avvilire. Io ti amo, Eben. Ba­ciami. (Egli la bacia).

Cabot                            - (al cancello) Non so cosa sia: nean­che la musica riesce a scacciarlo: sento che piove dagli olmi, si arrampica sul tetto, vien giù per la cappa del camino, striscia in tutti gli angoli... Non si vive in pace, dentro casa; non c'è riposo in compagnia della gen­te. C'è sempre qualche cosa che non ti la­scia viver tranquillo. (Con un profondo sospiro) Vado nella stalla a riposare un poco. (Con passo stanca si avvia verso la stalla).

Musicante                     - (accorda il violino) Facciamo bal­doria in onore del vecchio cornuto! Adesso che se n'è andato, possiamo essere allegri... (Attacca una vivace aria di danza. Si sca­tena un'allegria indiavolata. I giovani rico­minciano a ballare).

Sipario

SCENA SECONDA

Mezz'ora dopo. Davanti alla fattoria, Eben, presso al cancello, gtiarda il cielo, col volto devastato da un cupo dolore di cui non com­prende il significato. Appare Cabot, di ritorno dalla stalla. Cammina stanco, gli occhi a ter­ra. Alla vista di Eben, immediatamente si tra­sforma, si rianima tutto. Un ghigno crudele gli contrae le labbra. Affretta il passo, e posa una mano sulla spalla di Eben. Dalla casa arri­vano lo strimpellio del violino e un rumore di piedi che ballano, di risa e di voci.

Cabot                            - Ah, sei qui!

Eben                              - (trasale; un istante, lo guarda con odio) Sì.

Cabot                            - (beffardo) Perché non sei dentro a ballare? Tutti chiedono di te.

Eben                              - Lasciali dire.

Cabot                            - C'è un mucchio di belle figliuole.

Eben                              - Vadano alla malora!

Cabot                            - Dovresti sposarne presto una.

Eben                              - Non voglio sposarmi, io.

Cabot                            - Potresti buscarti la parte di una fat­toria.

Eben                              - Come hai fatto tu? Io non sono fatto come te.

Cabot                            - (putito sul vivo) Bugia! Fu sempre la famiglia di tua madre, invece, a cercare di portarmi via la mia terra.

Eben                              - A sentir altri, non sarebbe stato così... Ad ogni modo, la mia fattoria ce l'ho.

Cabot                            - Dove?

Eben                              - (battendo il piede per terra) Qui.

Cabot                            - Ah, ah, ah! ne sei certo? Questa è buona!

Eben                              - (torvo) Vedrai.

 

Cabot                            - Ah, vedrò! Ma anche tu vedrai. Sol­tanto, tu sei cieco; cieco come una talpa. (Eben ride. Cabot torna a guardare il figlio, nuovamente punto dal sospetto) Che cos'hai che ti rode? (Eben gli volta le spalle senza rispondere. Cabot, pieno d'ira) Dio, sei pro­prio muto? E stupido. Non c'è niente, in quel tuo testone massiccio: nient'altro che aria, come in un barile vuoto... La tua fat­toria! Dio onnipotente! Se tu non fossi un somaro calzato e vestito, lo sapresti che qui non sei padrone nemmeno di una pie­tra, nemmeno di un filo d'erba, special­mente ora, dopo che è nato lui... La fat­toria andrà a lui, dopo che sarò morto io... Ma io vivrò fino a cent'anni, non fosse che per farvela a tutti voi; e allora lui sarà grande, avrà quasi i tuoi anni... Tu ridi?... Credi d'esser tanto furbo, eh? Ebbene, la roba sarà anche sua. di Abbie, dico, e a lei non glie la farai. Essa li conosce, i tuoi tiri, e saprà metterti a posto. La vuole a tutti i costi, la fattoria... Aveva paura di te: me l'ha detto che le giravi intorno, e le facevi gli occhi dolci, per tirarla dalla tua parte... Pazzo, scimunito che non sei altro! (Alza i pugni chiusi verso Eben, mi­naccioso).

Eben                              - (senza indietreggiare, la voce strozzata di rabbia) Non è vero! Bugiardo! Vec­chio... Abbie non ha mai detto una cosa simile...

Cabot                            - (trionfante) Ha proprio detto così... e io le ho detto che t'avrei fatto volare il cervello fino in cima a quegli olmi... Allora lei ha soggiunto che avrei commesso una grossa corbelleria, perché non mi sarebbe rimasto nessuno per aiutarmi a lavorare la terra... Poi essa ha detto che avremmo do­vuto avere un figlio... « Credi che non po­tremmo averlo », ha detto; ed io ho rispo­sto: « Se avremo un figlio, tu potrai chie­dermi tutto quello che vuoi ». E mi ha det­to: « Vorrei ' soltanto che Eben mi si le­vasse dai piedi e che questa fattoria dive­nisse mia, dopo che tu sarai morto... ». Il figlio ora c'è e la fattoria sarà sua. A te rimarrà la polvere della strada... Ah, ah! chi ha ragione, adesso?

Eben                              - (che ha ascoltato impietrito di rabbia e di dolore, esplodendo in una risata aspra e sconnessa) Ah! ah! mi ha dunque giocato così? Così me l'ha fatta dietro le spalle? L'ho sospettato fin dal primo momento... Voleva diventare padrona in tutto e per tutto, qui dentro... (Come un forsennato) Ma io l'am­mazzo! (Balza verso il portico; ma Cabot, rapido, gli si para davanti).

Cabot                            - Ebbene?

Eben                              - Levati dai piedi! (Tenta di sbarazzarsi di Cabot. Si avvinghiano in una lotta fe­roce. La forza del vecchio ha ragione di Eben. Gli serra la gola con una mano e lo sospinge contro il muro. In questo momento Abbie esce di sotto al portico. Con un grido soffocato si precipita verso i due).

Abbie                            - Eben! Efraim! (Cerca di allontanare la mano che strozza Eben) Lascialo andare, Efraim! Lo strozzi...

Cabot                            - (rallenta la stretta. Con una spinta man­da Eben a finire lungo disteso sull'erba. Abbie gli s'inginocchia accanto, cercando di sollevargli la testa. Egli la respinge. Cabot guarda il figlio, cupo, trionfante) Non aver paura, Abbie: non volevo finirlo. Non ne vale la pena... Settantasei anni, e lui non ne ha ancora trenta: guardalo lì, adesso... guarda dov'è finito, lui che credeva fosse roba da nulla suo padre! Altro che roba da nulla... E quello là che è nella culla, lo alleverò in modo che mi somigli... Tornoj dentro, a ballare,- a cantare e a far festa! (Sotto il portico, sì volge con un largo sor­riso) Credo non gli sia rimasta molta forza in corpo; ma se ancora facesse il galletto con te, dammi una voce, Abbie, e corro qui... Per Dio eterno, lo piglio sulle ginoc­chia e lo sculaccio... Ah! Ah! Ah! (Rientra in casa ridendo).

Abbie                            - (tenera) Eben... ti sei fatto male? (Fa per baciarlo; ma egli In scosta violentemente. Con uno sforzo si solleva a sedere).

Eben                              - Vattene all'inferno!

Abbie                            - (non credendo alle proprie orecchie) Sono io, Eben... sono Abbie... Non mi ri­conosci?

Eben                              - (la guarda con odio) Sì... sì che ti co­nosco. (Ricade, singhiozzando come un fan­ciullo).

Abbie                            - Eben, che cosa ti è successo? Perché mi guardi come se mi odiassi?

Eben                              - Ti odio. Sei una sgualdrina, una bu­giarda come non ce n'è stata mai un'altra al mondo...

Abbie                            - Eben, non sai quello che dici...

Eben                              - (rizzandosi in piedi) Non sei altro che un puzzolente ammasso di bugie! Non una parola di verità ti è uscita mai di bocca, né di giorno, né di. notte, da quando... E seguitavi a dirmi di amarmi...

Abbie                            - Ma io ti amo!

Eben                              - M'hai preso in giro, m'hai ridotto un fantoccio, perché ti faceva comodo! Facevi il tuo sporco gioco, ladra e bugiarda, e ti sei servita di me, m'hai indotto a mentire con te per poter avere un figlio e far cre­dere al vecchio che fosse suo... e ti sei fatta promettere che ti avrebbe lasciato la fatto­ria, e a me la polvere della strada, se tu gli avessi dato un figlio... Ma che cosa c'è nel tuo cuore? Un demonio? Non ci può es­sere al mondo una creatura più malvagia di te!

Abbie                            - (sbalordita, cupa) Ti ha detto, lui...

Eben                              - Non è forse la verità? Inutile che tu cerchi ancora di ingannarmi.

Abbie                            - Eben, ascoltami... devi ascoltarmi. Fu molto tempo prima che noi due... Tu mi disprezzavi; andavi da Minnie, e io ti ama­vo... Allora, per vendicarmi, dissi al vec­chio che tu mi giravi intorno...

Eben                              - (senza darle ascolto) Vorrei che tu fos­si morta; e fossi morto io con te, prima di sapere tutto quanto... Ma mi vendicherò anch'io! Pregherò la mamma che venga ad aiutarmi... che porti la maledizione su di te e su tuo figlio...

Abbie                            - (con vece spezzata) No, Eben... no... (Gli si getta in ginocchio davanti, piangen­do) Non volevo farti del male... Perdona­mi...

Eben                              - Voglio farla finita col vecchio- mani­goldo e con te. Gli dirò la verità, e saprà di chi è quel figlio del quale va tanto orgo­glioso. Poi, vi lascerò qui ad avvelenarvi la vita, e ogni notte la mamma uscirà dalla sua tomba... Io me ne andrò nei campi d'oro della California, là dove son già andati Si­mone e Pietro...

Abbie                            - (piena di terrore) Vuoi lasciarmi?

Eben                              - Me ne vado, ti dico; e mi farò ricco, laggiù. Quando poi tornerò, potrò ripren­dergli la fattoria che mi ha rubata, e vi caccerò fuori tutti e due, a calci... vi met­terò in mezzo alla strada: andrete a chieder l'elemosina e a dormir nei boschi... e vostro figlio con voi... e morirete di fame...

Abbie                            - È anche figlio tuo, Eben.

Eben                              - Non fosse mai nato, non l'avessi mai visto! Se ne vada all'altro mondo...

Abbie                            - Prima che venisse lui, credevi che io ti amassi?

Eben                              - Sicuro che lo credevo: come un idiota, come un bue...

Abbie                            - E adesso non lo credi più?

Eben                              - Credere a una ladra, a una bugiarda?

Abbie                            - Tu m'amavi... prima...

Eben                              - Sicuro, e tu m'ingannavi!

Abbie                            - E adesso non mi ami più...

Eben                              - Ti odio, te l'ho già detto.

Abbie                            - E vuoi andartene davvero in Cali­fornia? Mi abbandoni?

Eben                              - Che Dio possa fulminarmi, se non parto domani mattina.

Abbie                            - È stata la nascita di questo figlio ad uccidere il tuo amore... a rubarti a me... tu che eri la mia sola gioia...

Eben                              - Non è vero: tu gli vuoi bene, e lui mi ruberà la fattoria per te! Ma non è que­sto soltanto... ormai della fattoria non mi importa.. Ma che tu mi abbia ingannato... mi hai indotto ad amarti, per avere un figlio e per farne un ladro!

Abbie                            - (disperata) Non sarà un ladro! Ti amo! Te lo proverò, Eben, te lo proverò...

Eben                              - E’ inutile mentire, ormai. Non voglio più vederti. Addio.

Abbie                            - (pallida d'angoscia) Non mi bacerai più... nemmeno per l'ultima volta? Dopo che ci siamo tanto amati?

Eben                              - (con voce dura) Non voglio baciarti, no, mai più. Voglio dimenticare perfino di averti veduta.

Abbie                            - Eben, non dire così... Aspetta... Ascolta...

Eben                              - Vado là dentro a ubriacarmi come un porco... Vado a ballare. (S'avvia).

Abbie                            - (si attacca al suo braccio, appassiona­tamente) Se potessi provarti di non aver voluto farti torto... Se tutto tornasse come prima, se potessimo amarci e essere felici come lo siamo stati prima che nascesse... mi ameresti ancora? Rimarresti qui?

Eben                              - No... forse no. (Poi, liberandosi da lei) Ma tu non sei mica il buon Dio..

Abbie                            - (esultante) Ricordati che hai promesso! (Poi, con strana intensità) Forse posso di­sfare una cosa che Dio ha fatto!

Eben                              - ('fissandola) Sei diventata matta? (Si avvia verso la casa) Vado a ballare.

Abbie                            - (gridandogli dietro, con intensità) Te lo proverò! Ti proverò che ti amo più... (Eben entra in casa come se non udisse. Ab­bie lo segue con gli occhi, immobile. Poi ter­mina la frase con voce disperata). .. più di qualunque cosa al mondo!

SCENA TERZA

Il mattino dopo, poco prima dell'alba. La cu­cina e la camera da letto dei Cabot. In cucina, alla luce d'una candela di sego, Eben è seduto presso il tavolo; si sorregge il mento con le mani, assente. Accanto, per terra, sta una sacca da viaggio. Nella camera da letto, alla fioca luce di una lucerna a olio, Cabot dorme profondamente. Abbie è curva sulla culla, in ascolto, col viso pieno di terrore, ma nello stes­so tempo con un segreto senso di trionfo di­sperato. A un tratto si abbandona e scoppia in singhiozzi, e sembra sul punto di gettarsi in ginocchio vicino alla culla; ma il vecchio si volta, irrequieto, lamentandosi nel sonno, e la donna si domina, e, ritraendosi dalla culla con un gesto di orrore, si avvicina rapidamente alla porta, camminando a ritroso, ed esce. Un mo­mento dopo entra in cucina, e, correndo verso Eben, gli getta le braccia intorno al collo e lo bacia selvaggiamente. Egli si irrigidisce, e ri­mane indifferente e freddo, tenendo gli occhi fissi davanti a sé.

Abbie                            - (freneticamente) L'ho fatto, Eben! Te l'avevo detto che l'avrei fatto! Ti ho pro­vato che ti amavo... più di qualunque cosa... così che tu non potrai mai più dubitare di me!

Eben                              - (coti voce atona) Qualunque cosa tu abbia fatto, ormai non serve a niente.

Abbie                            - (selvaggiamente) Non dire questo! Ba­ciami, Eben, vuoi? Ho bisogno che tu mi baci dopo quello che ho fatto! Ho bisogno che tu mi dica di amarmi!

Eben                              - (la bacia indifferente, cupo) Sarà per l'ultima volta. Tanto tra poco me ne vado...

Abbie                            - No, no, non devi andartene, ora-..

Eben                              - (seguendo il corso dei propri pensieri) Pensavo: non dirò nulla al babbo. Quanto a te, ci penserà la mamma a vendicarmi... Se gli dicessi come stanno le cose, il vecchio furfante sarebbe capace di pigliarsela con quell'innocente, e io non voglio che gli ca­piti niente di male... è figlio mio, e un giorno o l'altro io tornerò...

Abbie                            - (troppo sconvolta per ascoltarlo) Non c'è più ragione che te ne vada, ormai... non c'è motivo... Tutto è lo stesso come pri­ma: non c'è più nessuno tra di noi... dopo quello che ho fatto!

Eben                              - (qualcosa nella voce di lei lo scuote. La fissa un po' spaventato) Sembri pazza, Ab­bie. Che cosa hai fatto, dunque?

Abbie                            - L'ho... l'ho ucciso, Eben.

Eben                              - (stupefatto) L'hai ucciso?

 

Abbie                            - (con voce atona) Sì.

Eben                              - (riprendendosi dallo stupore, frenetica­mente) E gli sta bene! Ma dobbiamo far subito qualcosa per far vedere che quel vec­chio animale si è ammazzato da sé mentre era ubriaco. Possiamo far testimoniare a tut­ti che era ubriaco fradicio.

Abbie                            - (selvaggiamente) No! No! Non lui! (Ridendo come una pazza) Ma è questo che avrei dovuto fare, non è vero? Avrei dovuto ammazzare lui, invece! Perché non me lo hai detto?

Eben                              - (atterrito) Invece? Cosa vuoi dire?

Abbie                            - Invece di lui.

Eben                              - (il volto gli si fa di un pallore mortale)  Non... non il bambino!

Abbie                            - (con voce atona) Sì!

Eben                              - (cade in ginocchio come colpito da un pugno... La voce gli trema d'orrore) Oh, Dio onnipotente! Onnipotente Iddio! Mam­ma, dov'eri, che non l'hai impedita?

Abbie                            - (semplicemente) È tornata nella sua tomba quella notte quando... per la prima volta, ti ricordi? Non l'ho più sentita in giro da allora. (Una pausa. Eben si nascon­de la testa fra le mani, tremando tutto co­me se lo avesse collo la paralisi. Abbie con­tinua con voce atona) Gli ho posato il cu­scino sulla faccina. Allora è morto da sé. Ha smesso di respirare. (Comincia a pian­gere piano).

Eben                              - (L'ira comincia a  mescolarsi al dolore)  Mi somigliava. Era mio, maledetta!

Abbie                            - (lentamente con voce spezzata) Non volevo farlo. Mi odiavo per quello che stavo facendo. Lo amavo. Era così bellino... il tuo ritratto spiccicato. Ma amavo più te... e tu te ne andavi... lontano dove non ti avrei veduto mai più, non ti avrei mai più ba­ciato, non ti avrei mai più sentito stretto contro di me... e mi avevi detto che mi odiavi perché mi era nato... avevi detto che lo odiavi e avresti voluto che fosse morto.. avevi detto che se non fosse nato lui, tutto sarebbe stato come prima tra noi.

Eben                              - (non potendo sopportare questo, balza in piedi furioso, minacciandola, con le dita tre­manti tese come per afferrarla alla gola) Mentisci! Non ho mai detto... non ho mai sognato che tu... Mi sarei tagliata la testa prima di torcergli un dito!

Abbie                            - (lamentevolmente, abbandonata sulle gi­nocchia) Eben non mi guardare così. Non mi odiare... dopo quello che ho fatto per te... per noi... per poter essere di nuovo fe­lici...

Eben                              - (furibondo) Taci, o ti ammazzo! Vedo adesso qual'è il tuo gioco... sempre lo stesso trucco vigliacco... stai cercando di incolpare me del delitto che hai fatto!

Abbie                            - (gemendo e mettendosi le mani sulle orecchie) No, Eben! no! (Gli afferra le. gambe).

Eben                              - (la sua ira tramutandosi a un trailo in orrore, si ritrae da lei) Non mi toccare! Sei veleno! Come hai potuto... assassinare quella povera creaturina... Devi aver venduto l'ani­ma all'inferno! (Furioso a un tratto) Ah! Ca­pisco perché lo hai fatto! Non per le men­zogne che hai detto adesso... ma perché vo­levi rubare di nuovo... rubare l'ultima cosa che mi avevi lasciata... la mia parte di lui... no, tutto lui... vedevi che mi somigliava... sapevi che era tutto mio... e non lo potevi sopportare... Ti conosco! Lo hai ucciso perché era mio! (Tutto ciò lo ha quasi fatto impazzire. Di corsa le passa davanti per an­dare alla porta... poi si volta... mostrandole i pugni, violentemente) Ma mi vendicherò adesso! Chiamerò lo sceriffo! Gli dirò tutto! Poi canterò il canto dei cercatori d'oro e partirò... L'oro... il cancello d'oro... il sole d'oro... i campi d'oro del West! (Queste ul­time parole le urla appassionatamente) Vado a chiamare lo sceriffo che venga a prenderti! Voglio che ti portino via, ti chiudano a chia­ve lontano da me! Non posso sopportare la tua vista! Assassina e ladra come sei, mi tenti ancora! Ti denuncio allo sceriffo! (Si volta e corre via, ansimando e singhiozzan­do, e si avvia a passo veloce lungo la strada).

 

Abbie                            - (alzandosi in piedi a fatica, corre alla porta, chiamandolo) Ti amo, Eben! Ti amo! (Si ferma sulla soglia, debole, barcollando, sul punto di cadere) Non m'importa cosa fa­rai... purché tu mi ami di nuovo! (Cade a terra senza forza, svenuta).

Si chiude il sipario

SCENA QUARTA

Un'ora dopo. La scena è la medesima: la cu­cina e la camera da letto dei Cabot. Sta persorgere il sole. In cucina, Abbie è seduta al tavolo, inerte, sfinita, il capo abbandonato sul­le braccia, il viso nascosto. Di sopra Cabot sì sveglia di soprassalto; guarda verso la finestra manda un grugnito di sorpresa e d'irritazione, getta via le coperte e comincia frettolosamen­te a vestirsi. Senza guardarsi intorno, parla ad Abbie, che crede vicina a sé, nel letto.

Cabot                            - Accidenti, Abbie... in cinquant’anni non ho dormito mai fino a quest'ora. È gior­no fatto... Dev'essere stata tutta quella ro­ba che ho bevuto... e poi quei salti... Si vede che invecchio. Speriamo almeno che Eben si sia recato al lavoro. Avresti anche potuto svegliarmi, Abbie! (Si volta, non vede nessuno; stupito) Dove sarà? A prepa­rare la colazione, immagino. (In punta di piedi s'accosta alla culla e guarda) Buon giorno, piccolino! Bello come un angelo... Dorme sodo, lui... Non urla mica tutta la notte, come fanno certi altri... (Esce, senza far rumore, dalla porta di fondo. Un mo­mento dopo entra in cucina e scorge Abbie) Ah, sei qui! È pronta la colazione?

Abbie                            - No.

Cabot                            - (le si accosta) Ti senti poco bene?

Abbie                            - No.

Cabot                            - (le posa una mano sulla spalla) Faresti bene a tornare a letto... Tanto, presto tuo figlio avrà bisogno di te. A veder come dor­me, c'è il caso che si svegli con una fame da lupo.

Abbie                            - (rabbrividisce) Non si sveglierà più.

Cabot                            - Vuoi dire che prende esempio da suo padre? Non ho dormito fino a quest'ora...

Abbie                            - È morto.

Cabot                            - (la fissa stupito) Cosa...

Abbie                            - L'ho ucciso.

Cabot                            - (sbigottito) Eh! sei ubriaca, o ti ha dato di volta il cervello?

Abbie                            - L'ho ucciso, ti dico! L'ho soffocato. Va' di sopra a vedere, se non mi credi! (Cabot, dopo un istante d'incertezza, esce di corsa. Si odono i passi pesanti e precipi­tosi su per le scale. Riappare in camera da letto, dove si curva sulla culla. Abbie è ca­duta nell’atteggiamento di prima. Cabot mette la mano sulla culla, timorosamente osserva il corpicino. A poco a poco gli si va delineando sul volto un'espressione di orrore).

Cabot                            - Signore Iddio! Signore Iddio! (Barcol­lando esce, rientra in cucina, si accosta ad Abbie) Perché lo hai fatto? Perché? (La scuote rudemente) Ti domando perché lo hai fatto! Rispondi, o io...

Abbie                            - (balzando in piedi, gli dà un furioso spintone che lo manda contro la parete) Non mi toccare! Che diritto hai d'interrogarmi, tu?... Non era tuo figlio. Credi che avrei vo­luto avere un figlio da te? Sarei morta, piut­tosto. Tu mi sei odioso. Te avrei dovuto uc­cidere se avessi avuto un po' di cervello... Ti odio!... Io amo Eben... L'ho amato fin dal momento che l'ho visto. E lui era figlio di Eben... mio e di Eben! Non tuo!

Cabot                            - (la guarda atterrito. Una lunga pausa. Poi, con grande sforzo ritrova la parola) Ecco, era questo che sentivo: le ombre negii angoli, nella notte... (Si sprofonda in un si­lenzio grave di dolore. Col rovescio della ma­nica si asciuga una lacrima).

Abbie                            - (in preda a furore isterico) Non far così... Non far così! (Si abbandona a sfrenati singhiozzi).

Cabot                            - (s'irrigidisce. Il volto si indurisce co­me una maschera di pietra. Mormora tra i denti, come se parlasse a sé stesso) Così, come una pietra, ho da essere... come la rocca del Signore... (Una pausa) Se era figlio di Eben, meglio se ne sia andato. Chis­sà, forse lo sospettavo. Sentivo che c'era qualcosa; la casa mi pareva fredda, solitaria, e quelle ombre... Si cacciavano giù, nella stalla, con le bestie. Sì, qualcosa devo aver sospettato. Non me l'hai fatta... non proprio come credevi, tu, almeno: son troppo vec­chio, per questo. (S'accorge che sta divagan­do; torna a irrigidirsi; guarda Abbie con un sorriso crudele e ironico) Sicché, avresti vo­luto uccidermi invece di lui, eh? E invece camperò fino a cent'anni. Vivrò tanto da ve­derti impiccata. Ti porterò dinanzi al giu­dizio di Dio e degli uomini. Vado dallo sce­riffo, ora...

Abbie                            - (con voce atona) Non ce n'è bisogno. C'è andato Eben.

Cabot                            - (stupito) Eben... è andato a chiamare lo sceriffo?

Abbie                            - Si.

Cabot                            - A denunciarti?

Abbie                            - Sì.

Cabot                            - (riflette. Una pausa; poi, con voce dura) Beh, gli sono grato di risparmiarmi questa fatica. Vado a lavorare. (Si avvia verso la porta, poi si volta, e soggiunge con una voce piena di una strana emozione) Avrebbe do­vuto essere figlio mio, Abbie. Avresti dovuto amarmi. Io sono un uomo. Se tu mi avessi amato, non ti avrei denunciato allo sceriffo, qualunque cosa tu avessi fatto; piuttosto mi sarei lasciato bruciare vivo!

Abbie                            - Ci sono sotto più cose di quante ne sai, che lo hanno fatto parlare.

Cabot                            - (seccamente) Per amor tuo, spero che sia cosi. (Esce; si avvicina al cancello; guar­da il cielo. Il suo dominio su se stesso cede. Per un momento è vecchio e stanco. Mor­mora disperato) Dio onnipotente, sarò più solo che mai! (Ode dei passi di corsa da sinistra e immediatamente torna a essere come il solito. Eben entra correndo, ansimando, con gli occhi sgranati e pazzi. Cabot lo af­ferra per una spalla, mentre entra dal can­cello. Eben lo fissa muto) Lo hai detto allo sceriffo?

Eben                              - (annuendo macchinalmente) Sì.

Cabot                            - (gli dà una spinta che lo manda a ruz­zolare per terra; ride con sprezzo) Buon per te! Sei un degno figlio di tua madre! (Va verso la stalla ridendo amaramente. Eben si rimette in piedi. A un tratto Cabot si volta, minaccioso) Vattene da questa fattoria quan­do lo sceriffo la arresta... o, per Dio, dovrà tornare a arrestare anche me per un assassi­nio! (Esce. Eben sembra non ascoltarlo. Cor­re alla porta e entra in cucina. Abbie alza gli occhi con un grido di gioia angosciata. Eben barcollando le va vicino, e si butta in ginoc­chio davanti a lei, singhiozzando).

Eben                              - Perdonami!

Abbie                            - (felice) Eben! (Lo bacia e attira il suo capo sul proprio petto).

Eben                              - Ti amo! Perdonami!

Abbie                            - (estatica) Ti perdonerei tutti i peccati dell'inferno per questa parola! (Gli bacia i capelli, stringendolo a sé con un selvaggio senso di possesso).

Eben                              - (con voce spezzata) Ma l'ho detto allo sceriffo. Viene a prenderti!

Abbie                            - Posso sopportare tutto... adesso!

Eben                              - L'ho svegliato. Gli ho detto tutto. E mentre aspettavo che si vestisse, pensavo a te. Pensavo a quanto ti avevo amata. Senti­vo male come se qualcosa mi scoppiasse nel petto e nella testa. Cominciai a piangere. Ho capito a un tratto che ti amavo ancora, e che ti avrei amata sempre!

Abbie                            - (accarezzandogli i capelli, teneramente)  Sei il mio ragazzo, vero?

Eben                              - Sono tornato di corsa. Ho preso la scor­ciatoia attraverso i campi e il bosco. Pensavo che avresti avuto il tempo di fuggire... con me...

Abbie                            - (scuotendo il capo) Devo accettare la mia punizione... pagare per il mio peccato.

Eben                              - Allora sconterò la pena con te.

Abbie                            - Tu non hai fatto nulla.

Eben                              - Sono stato io a mettertelo in testa. Ho desiderato che fosse morto! Ti ho quasi in­citata a farlo!

Abbie                            - No! Sono stata io sola.

Eben                              - Sono colpevole quanto te! Era il figlio del nostro peccato.

Abbie                            - (alzando il capo, quasi per sfidare Dio) Non mi pento di quel peccato! Non domando a Dio di perdonarmi quello!

Eben                              - E neanche io... ma ha portato a quell'altro... e il delitto che hai compiuto, lo hai compiuto per me... ed è anche mio, lo dirò allo sceriffo... e se tu negherai, io dirò che lo abbiamo preparato insieme... e mi crede­ranno, già ci sospettano di essere d'accordo e gli sembrerà tutto probabile e vero. Ed è vero... in fondo. Io ti ho aiutata... in un certo modo.

Abbie                            - (posando il capo su quello di lui, sin­ghiozzando) No! Non voglio che tu soffra!

Eben                              - Devo pagare la mia parte di peccato! E soffrirei di più lasciandoti, per andare nel West, a pensare a te giorno e notte, libero, mentre tu saresti rinchiusa... (Abbassando la voce) O vivo mentre tu saresti morta. (Pau­sa) Voglio dividere con te, Abbie, la pri­gione e la morte e l'inferno e tutto! (La guar­da negli occhi con un sorriso tremante) Se divido con te, non mi sentirò solo, almeno.

Abbie                            - (debolmente) Eben! Non te lo lascerò fare! Non posso lasciartelo fare!

Eben                              - (baciandola teneramente) Non puoi farne a meno. Ti ho sconfitta io per una volta!

Abbie                            - (sforzandosi a sorridere) Non sono scon­fitta... finché ho te!

Eben                              - (udendo dei passi, fuori) Sshhh! Ascolta! Sono venuti a prenderci!

Abbie                            - No, è lui. Non gli dar modo di discu­tere, Eben. Non dire niente, qualunque cosa dica. E non dirò niente neanch'io. (È Cabot. Viene dalla stalla in uno stato di grande ec­citamento, e entra a grandi passi in cucina. Eben è inginocchiato vicino a Abbie e le cinge la vita col braccio, mentre anche Abbie lo tiene abbracciato. Fissano il vuoto).

Cabot                            - (li guarda, col volto duro. Una lunga pausa) Che bel paio di colombi! Meritereste di essere impiccati tutti e due sullo stesso ramo e rimanere a dondolare al vento fino a che non caschereste giù marci... Così da­reste una buona lezione ai vecchi pazzi come me, insegnandogli a saper star soli... e ai giovani idioti come voi, insegnandogli a vincere la carne. (Pausa. L'eccitamento gli torna nel volto; sembra un po' pazzo) Non potevo lavorare oggi. Non mi interes­sava niente. Al diavolo la fattoria! La ab­bandono! Ho messo in libertà le vacche e le altre bestie. Le ho spinte nel bosco, dove possono esser libere! Liberando loro, ho libe­rato me! Parto oggi! Darò fuoco alla casa e alla stalla e le guarderò bruciare, e lascerò che tua madre giri come un fantasma fra le ceneri, e renderò i campi a Dio, in modo che nessun essere umano possa più toccarli! Andrò in California... a raggiungere Simone e Pietro... veri figli miei, anche se sono degli idioti... e i Cabot uniti troveranno le miniera di Salomone! (A un tratto fa una piroetta) Hopp! Com'era la canzone che cantavano? (Canta la canzone dei cercatori d'oro; poi si inginocchia vicino al fornello dov'era nasco­sto il danaro) E m'imbarcherò sul più bel veliero che posso trovare! Ho il danaro! Pec­cato che non sapeste dov'era nascosto, così avreste potuto rubarlo... (Ha tirato su la tavola. Guarda fisso, tasta, e guarda di nuo­vo. Si volta lentamente, cadendo a sedere per terra, con gli occhi di pesce morto, e verde in viso. Finalmente sorride debolmen­te) Dunque... lo avevate rubato davvero.

Eben                              - (senza espressione) L'ho dato a Simone e Pietro in cambio della loro parte della fat­toria, per pagare il loro viaggio in California.

Cabot                            - (con una risatina sardonica) Ah! (Si alza in piedi lentamente) È Dio che glielo ha dato... non te! Dio è duro, non è alla mano! Forse c'è dell'oro alla mano nel West, ma non è l'oro di Dio. Non è per me. Odo la Sua voce che mi ammonisce di essere duro e di rimanere nella mia fattoria. Vedo la Sua mano che si è servita di Eben per derubarmi e trattenermi dalla debolezza. Sento di es­sere nel palmo della Sua mano, e che le Sue dita mi guidano. (Pausa) Sarò più solo che mai ora... e sto diventando vecchio, Signo­re... maturo sul ramo... (Si raddrizza) Beh, cosa voglio di più? Iddio è solo, no? Iddio è duro e solo! (Pausa. Lo Sceriffo con due uomini viene lungo la strada da sinistra. Si avvicinano cautamente alla porta. Lo Sce­riffo bussa con il calcio della pistola).

Sceriffo                         - Aprite in nome della legge! (/ tre in cucina sussultano).

Cabot                            - Sono venuti a arrestarvi. (Si avvicina alla porta di dietro) Entra, Jim! (/ tre uo­mini entrano. Cabot va loro incontro sulla soglia) Un minuto solo, Jim. Li ho qui al sicuro. (Lo Sceriffo annuisce, e rimane sull'uscio con gli altri).

Eben                              - (grida all'improvviso) Jim! ho mentito stamani. L'ho aiutata io. Devi arrestare anche me.

Abbie                            - (con voce spezzata) No!

Cabot                            - Arrestali tutti e due (Si fa avanti, fissando Eben quasi ammirandolo, suo mal­grado) Buona cosa... per te! Beh, vado a ri­prendere il bestiame. Addio.

Eben                              - Addio.

Abbie                            - Addio. (Cabot esce, fa il giro della casa, con le spalle squadrate il volto di pie­tra, e si avvia verso la stalla. Intanto lo Sceriffo e i suoi uomini sono entrati nella stanza).

Sceriffo                         - (con imbarazzo) Beh... sarà meglio andare.

Abbie                            - Aspettate. (Si volge a Eben) Ti amo, Eben.

Eben                              - Ti amo, Abbie. (Si baciano. I tre uo­mini si agitano con imbarazzo. Eben prendi Abbie per mano. Escono dalla porta di die­tro, e poi dalla casa e dal cancello, tenen­dosi per mano, seguiti dai tre. Eben si fer­ma al cancello, e indica il cielo) Spunta il sole. Bello, vero?

Abbie                            - Sì. (Rimangono fermi un momento' guardando in alto, rapiti in un atteggiamen­to stranamente assorto e religioso).

Sceriffo                         - (guardando la fattoria con aria d'in­vidia) È una gran bella fattoria, non c'è. che dire. Vorrei averla io!

FINE

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