Dialoghi tra il Gran Me e il Piccolo Me

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LUIGI PIRANDELLO

Dialoghi  tra il Gran Me e il Piccolo Me

1. Nostra moglie 

(Me e il piccolo me rincasano a sera da una scampagna­ta furono tutto il giorno in compagnia di gentili fanciulle l'inebriante spettacolo de la novella stagione ridestava certo, come gli occhi loro e i sorrisi e le parole palesavano, di dolci ineffabili voglie segretamente il cuore. Il Gran Me è ancora come preso stupore e in visione dei fantasmi creatigli nello spirito dal diffuso incantesimo della rinascente primavera. Il piccolo me è invece alquanto stanco, e vorrebbe lavarsi le mani e la faccia e quindi andare a letto. La camera è al buio. Il tessuto delle leggere cortine  alle finestre si disegna nel vano sul bel chiaro di luna. Viene dal basso il rumore sommesso delle acque del Tevere e, a quando, il cupo rotolio di qualche vettura su ligneo ponte di Ripetta

-Accendiamo il lume?

-No, aspetta … aspetta ... Restiamo ancora un tratto così, al buio. lasciami goder con gli occhi chiusi ancora un po' il sole di quest’oggi. la vista dei noti oggetti mi toglierebbe all'ebbrezza soavissima, da cui sono ancora invaso. Sdraiamoci su questa poltrona.

-Al buio? Con gli occhi chiusi? Io m'addormento, bada! Non ne posso più …

-Accendi pure il lume, ma sta’ zitto, zitto per un momento, seccatore! Sbadigli? …

(Il piccolo me accende il lume sul tavolino, e subito dopo fa un’esclamazione di sorpresa).

-Oh, guarda! Una lettera... È di lei!

-Da’ a me … Non voglio sentir nulla, per ora!

-Come! Una lettera di lei …

-   Da’ a me, ti ripeto! La leggeremo più tardi. Ora non voglio essere seccato.

-Ah si? E allora ti faccio notare che tutt’oggi con quelle ragazze hai detto e fatto un mondo di sciocchezze, e che forse mi hai compromesso

-Io? Sei pazzo! Che ho fatto?

-Domandalo a gli occhi e alla mano. Io so che mi son sentito tra le spine, durante tutto il giorno; e ancora una volta ho fatto esperienza che noi due non possiamo a un tempo esser contenti.

-E di chi la colpa? Mia forse? Io ho creduto di farti piacere piegandomi iersera ad accettar l'invito della scampagnata. Non ti sei sempre lagnato ch’io non abbia veruna cura di te, della tua salute; che io ti costringa a star sempre chiuso con me nello scrit­toio tra i libri e le carte, solo, senz'aria e senza moto? Non ti sei sempre lagnato che io conturbi finanche il tuo desinare e le poche ore concesse a te con i miei pensieri, le mie riflessioni e la mia noia? E ora invece ti lagni che mi sia obliato un giorno nella compa­gnia delle gentili fanciulle e nella letizia della stagione? Che pre­tendi dunque da me, se non ti vuoi in alcun modo accontentare?

-Avvolgi, avvolgi, avvolgi, sfili la ferza la trottola gira... Quando parli, chi ti può tener dietro: Sai far bianco il nero e nero il bianco. L'esserti tutt'oggi obliato sarebbe stato un bene per me, ove non ti fossi troppo obliato... troppo, capisci? E questo è il male, e deriva dal modo di vita che tieni e che mi fai tenere. Troppo imbrigliata è la nostra gioventù; e appena le allenti un po' il freno, ecco, ti piglia subito la mano, e allora, o sono scioc­chezze o son follie, che più non si convengono a noi, che abbiamo ormai un impegno sacrosanto da mantenere. Dammi la lettera, e non sbuffare!

-Quanto mi secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m'hai con insoffribili lamentele persuaso ad ac­consentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggio­re ! Or che sarà quando avremo in casa la Moglie?

-Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!

-Io per me l'ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia pure la tua   fortuna! non voglio immischiarmici.

-E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a guastare  ogni disegno mio. Facevo due anni          addietro con tanto diletto all'amore con nostra cuginetta Elisa... ricordi?... ricorre­vo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, in­grato, me la facevi piangere... Io ti dicevo: Zitto, lasciamela sta­re! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L'hai confessato in versi tu stes­so dappoi: ho sfogliato le tue carte e ho  trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa … Or che intendi fare con quest’altra? Rispondi.

-Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò parlare sempre te, sei contento? Purché tu mi prometti che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittoio e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non io...

-Come! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, co­me potrò io aver pace in casa con lei?

-Io voglio la libertà de' miei segreti pensieri. Sai che l'amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno per me: ho sempre, infat­ti, lasciato a te l'esercizio dell'amore. Fa' dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo'stimi proprio necessario.

-Necessario, sì, te l'ho detto! Perché, se rimango ancora un po' soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura più miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d'amorosa compa­gnia, d'una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, so­no stanco, mio caro, d'attaccar da me i bottoni alla nostra cami­cia e di pungermi con l'ago le dita, mentre tu navighi con la men­te nel mare torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr'io, poveretto, con l'unghie m'industrio pa­zientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere ol­tre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola a sera... Non son cose buone e belle anche que­ste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare. Nessuno ti distur­berà. Purché poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso al­la compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte... non andar tardi a letto...

-E poi?... Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella came­ra della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li mandere­te a scuola da me?

-No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che ver­ranno: potresti farne degl'infelici come te. Ma su ciò disputere­mo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami leg­ger la lettera della sposa, e poi risponderle. Già la stanchezza m'è passata.

-Vuoi che ti detti io la risposta?

-No, grazie! Addormentati... Basto io solo. Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori. Per altro, l'amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d'arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.


II -  L'accordo

(Il Gran Me, sdraiato su la greppina, guarda assorto il sofitto a tela, che ha uno strambello pendente, di cui l'estate suol fare grappolo di mosche. Il piccolo me è come su un arnese di tortura e mena smanie e sbuffa a quando a quando. Lo scrittoio è tenuto. in penombra, mercé la stuoia alla finestra. Ha però la stuoia due otre steli di biodo rotti, per cui un fil di sole penetra acuto nella stanza e si spunta a piè della greppina, sul tappetino tessuto a  opera, del quale incendia in un punto la variopinta calugine. Il Gran Me si volge a osservare intentamente l'aureo pulviscolo che s'aggira lento, senza posa, in questo fil di sole, e da cui di tanto in  tanto si parte come un atomo di luce, che subito s'estingue nell'ombra.)

—Così ogni mio pensiero !

—Bravo! E non stimi sciocco tu l'atomo che si stacca dal raggio, in cui gli era dato di cullarsi               beatamente            per dare un tuffo e naufragare nell'ombra?

—No. Sciocco tu, invece. Che prezzo può aver la luce per un cieco?

—Bravo ! Ma questo, quante volte io non avessi l'illusione che i nostri occhi mi servano benissimo, come      gli altri sensi, del resto, i quali mi servirebbero meglio senza dubbio, se m'accordassi maggior libertà               d'usarne. Son io forse cagione, se tu non riesci  a  veder nulla?

—E tu che vedi?

—Io? Quel che c'è da vedere. È vero che, di questi tempi, si vedono quasi solamente miserie e          brutture; ma tu che potresti esser mago e far l'incanto per te e per me (se non per gli altri) su    queste miserie e su queste brutture, perché invece, scusa, par che ti studii di farmele vedere le une                più         tristi, le altre più basse, tanto che noia, possiamo dire di provar schifo di vivere?

—Ah, mi parli ora d'incanto, tu che di continuo mi richiami ai comuni usi, tu schiavo dei comuni     bisogni, tu che ti lasci dalla corrente dei casi giornalieri, accettando, senza pensare, la  vita          com'essa             man mano ne' suoi effetti ti si rivela?

—Come, come! Non t'intendo. Che accetto io? che rifiuto? Io  che vivo, o meglio, vorrei vivere            come io e tu nelle condizioni nostre potremmo, se non ti volessi pigliar tanto fastidio di quel che      in fondo poco importa, almeno a giudizio mio.

— Ma che giudizio vuoi aver tu?

—Oh bella! Il giudizio di dormir la notte, per esempio, se tunon m'inaridissi negli occhi il sonno,    insinuandomi nel silenzio col tuo fantasticare lo sgomento della morte infallibile e quasi                 imminente; il    giudizio di procurarmi un po' d'appetito, mercé qualche ameno e salutar diporto, a tempo debito;     il             giudizio di non aver giudizio, qualche volta; e quello infine (perché no?) di lavorare, ma con utilità     nostra e               altrui, in un modo qualsiasi.

—     E poi?

—     Poi nulla.

—    Poi te lo dico io: poi rassegnarti ad andare innanzi così, un giorno dopo l'altro, fino alla vecchiezza,                          lasciando me sempre in­terdetto, in esasperata infinita sospensione, ovviando con futili pretesti                                         l'assidua costernazione mia, e non osando di spingere un menomo atto, una parola oltre ai limiti del                    consueto, temendo il pruno, che in difesa di questi limiti piantaron le leggi, non ti strappi un po' l'abito              tagliato rigorosamente alla moda o non ti sgraffii le oneste mani. Cosi, così tu vorresti seguitare a                           trascina­rmi teco ciecamente verso l'estrema rovina, giù, giù con gli al­tri a branco, spinto, cacciato dal                  tempo,      come tra un armento in fuga pascolante la poca erba che gli avvenga tra i piedi frettolosi, sotto il                        bastone e i sassi dell'antico pastore. Ma io non son del­l' armento, mio caro! Io non dico come te:                              Eccomi     qua, tosatemi; datemi quella forma che meglio vi aggrada! — Io voglio la signo­ria di me                                            medesimo, e la     tua schiavitù.

—La mia schiavitù? E come! Non mi tieni forse schiavo abba­stanza? Oh di' che mi vuoi morto       piuttosto! Io, poveretto... e che altro mi permetto di fare, se non consigliarti timido e sommesso di    prender qualche cibo quando mi ti vedo languire, o un po' di riposo in qualche distrazioncella o in un           sonnellino? Ah, fo dun­que male quando innanzi allo specchio ti faccio notare che la no­stra fronte,      per esempio, accenna a diventar troppo ampia; che tra breve insomma la gioventù nostra sarà      sfiorita? E pretendi che non me ne lagni, caspita! che non mi disperi di non averne potuto trar pro                 quanto avrei desiderato? Ma sì! purtroppo nulla nasce se la volontà non si marita col desiderio. E per    te il deside­rio ha sempre avuto il torto d'esser mio, mentre poi ha dovuto sempre esser tua la volontà,              infeconda per me d'ogni bene. Beati, beati gli anni dell'infanzia. Perché voglio sperare che tu non         fossi grande anche allora, quando tutti e due eravamo piccoli. A pro­posito, di': o come mai t'è venuto in mente di diventar così gran­de? Che infelicità, mio caro! Se pur non è stata una pazzia... Ba­sta.        Perdona alla mia piccolezza, io dico: il senso, lo scopo della vita, come potrai trovarlo, se non lo                 cerchi    nella vita stessa?

—Cercarlo... Bravo! E come? L'altra sera, in vettura, ricor­di? mentre si andava al passo su per l'erta via     che conduce alla stazione: tu pensavi a colei che andavi ad accogliere e che non è venuta; io guardavo            le terga e i fianchi rilassati del vecchio vetturino per tanti anni lì su la cassetta cigolante. «Nascer         cavallo è brutto, su per queste vie...» «E io, guidarlo?», si voltò a dirmi il vetturino. «Buona Pasqua,                 signorino! Da' qualche cosa a una povera vedova con quattro bambini...» «Fiammiferi in tasca ne ho»             tu mi hai detto, e io non ho dato il soldo alla vedova. Sul marciapiedi a destra scendeva tossendo un   vecchio poveramente vestito col cappello a stajo spelato e stinto: «L'ultima Pasqua, vecchio! Bada dove      metti i piedi: un altro passo, e la fossa... L'hai tu trovato quel ch'io cerco?». «Lì!», mi avrebbe forse

                ri­sposto il vecchio, se mi avesse inteso, additandomi una coppia di sposi che scendeva dietro a lui. «Lì,               ma per poco tempo, come in tant'altre cose: ora provo a cercarlo in chiesa; ma non l'ho trova­to. Seme   di lino, caro, quand'hai la tosse: un buon cataplasma sul petto, e un pizzico di senape: tira l'umidità... »

—Grazie! Ma il vecchio ha cercato, ha vissuto. Mentre tu guardi vivere, e non vivi. E così, si sa, io sarò un                asino, ma tu non intenderai mai come gli altri possano relativamente trovare il sen­so e lo scopo oggi in             una cosa, domani in un'altra fra le tante e tante che formano e compongono appunto la vita. Abbi    compas­sione di me: lo vedi, mi fai diventar pure filosofo, che sarebbe per me la peggiore delle          sciagure. E allora, mio caro, pigliamo per ri­cetta di buttarci da una finestra o d'impiccarci a un albero,          che sarà meglio. No no, via: mettiamoci piuttosto d'accordo una buona volta, giacché per forza              dobbiamo vivere insieme. Credi pure che quanta brama hai tu d'uccider me, tanta n'avrei io d'uc­cider te... T'odio, ti detesto, ti bastonerei ogni giorno, se poi non dovessi gridar ahi insieme con te. Patti chiari, dunque, e dividia­moci le ore.

—Dividiamocele.

—Ognuno di noi, delle proprie, assoluto padrone.

—Assoluto padrone.

—Cominciamo: quante ore di sonno credi che mi spettino? Io ne reclamo sette.

—Troppe!

—Ti paion troppe? Ma se io ho sempre sonno, praticando con te! Tu non te ne accorgi, ma bada che sei     molto noioso, e che, se me ne dai meno, finirò certo con l'addormentarmi, non appena ti metti ad       almanaccare... Andiamo innanzi. Oh, ma... aspetta, prima: sette ore, dico, di sonno — intendiamoci!                 Non vorrei, co­me hai fatto fin qui, che appena a letto... — pensieri, fantasie, elucubrazioni, smanie,        libri, storie: tutto ha da rimanere nello scrittolo. A pigliar subito sonno, poi, ci penso io. E non avvenga più del pari che tu debba avvelenarmi il pasto con le tue eterne ri­flessioni. L'ora del pasto ha da esser            mia. Convenuto?

—Chi te l'ha mai negata?

—          Non me la neghi, ma me la guasti. Non sei spesso venuto a ta­vola con un libro aperto tra le mani?Un    boccone per me, e un quar­to d'ora di lettura per te. E io mangio freddo e digerisco male.

-Basta, basta! M'affoghi in un pantano!

—Basta... Articolo amore, che intendi fare?

—Lo lascio a te; ma bada, non voglio mica perderci molto tempo, io.

             Ah, non intendi di pigliar sul serio né anche l'amore, tu? E che resta dunque per te nella vita? che vorrai              fartene allora del tuo tempo?     ,

—Questo sarà affar mio, e tu non devi entrarci.

—    E sta bene... cioè, sta male. Ma levami un dubbio. Dici sem­pre che ti senti tutto il mondo nel cervello.                    Dev'esser vero, perché io ho sempre mal di capo. Ma se la terra ti sembra veramente, in codesto tuo        mondo, così piccola e misera cosa, non stimi tu che io abbia più diritto di viverci che tu? Ah, in certi    momenti, credi, mio caro, la tua grandezza mi fa proprio piètà; e, in certi altri, mi domando se io, nel              mio piccolo, non sia poi più grande di te.

III- La vigilia

(Il piccolo me, che vorrebbe parer felicissimo, verso la mezza­notte, si trascina a casa il Gran Me sbuffante dalla noia. Quegli è stato, in quest'ultimo mese, tutto intento a metter su la casa ma­ritale; questi come un cane bastonato ha dovuto seguirlo. E non pochi diverbi si sono accesi tra i due, come agevolmente potrà immaginare chi voglia considerar di quanto impedimento e di quante dimenticanze abbiano potuto esser cagione all'ansia e alle cure dell'uno il contraggenio e l'inettitudine dell'altro. Ma ormai la nuova casa è tutta in ordine: il piccolo me, lasciando la sposa dopo gli accordi pe'l dì di domani, si è voluto recare a passarla in esame: e n'è rimasto contento. Ora il Gran Me, mettendo piede per l'ultima sera nel quartierino da scapolo, soffia per le nari un lunghissimo sospiro ed esclama:)

— Finalmente!

— Eh no, caro. Pazienza ancora per un tantino... Poco poco.

                 Ora siamo soltanto alla vigilia...

-Sì, datti una stropicciatina alle mani, cosi, contentone ! mentre io.... Ma, insomma, si può sapere   quando ha da finir co­desto poco poco, che mi vai ripetendo da più mesi?

-Già siamo alla vigilia, ti ho detto. Q nido, hai visto? è pron­to. Domani, le nozze... Domani,             finalmente.   

        Ah!... Poi, è già in­teso, invitta, e poi... poi basta.

-Basta, sì: eccetto se io non giudicherò che mi sia più espe­diente crepare, che aver pazienza fino allora.

-Ma che ti scappa... Ridi con me, via!sii felice con me! Scu­sami, neanche il mese della così detta luna di miele vorresti accor­darmi? Ti sei mangiato l'asino. come suol dirsi, e ti confondi per la coda?

-L'asino non me lo sono mangiato: l'ho fatto, con te, tre mesi.

-Quando sei buono meco, ti stimi sempre asino: segno che te ne penti e perciò non te ne resto grato.

-Ma ti pare che mi sia divertito tre mesi a reggerti il moccolo, ascoltando le vostre amorose

        scempiaggini, assistendo ai vostri lezii e alle vostre sdolcinature da scimmiotti innamorati?

-Come se tu non ci avessi anche intinto il tuo panino! E come se le sciocchezze che si bisbigliano tra loro gl'innamorati non sia­no le cose più rispettabili di questo mondo! Va' là, va' là... Vuoi farmi dispiacere proprio questa sera della vigilia? Pure una volta, se non mi sbaglio, t'ho inteso dire che nullaci è al mondo di mag­gior soddisfazione, che fare gli altri contenti...

-Sì, ma ho anche detto, se non m'inganno, che nulla ci fa gli altri più cari quanto l'esser questi o il mostrarsi contenti di noi. E tu non ti contenti mai.

—  Non è vero. Forse non lo mostro, perché tu non pretenda poi soverchio compenso. Ma ti ripeto, in

         questi   tre mesi, pieni per me di gioia, sono rimasto proprio contento di te. E anche lei, anche lei,          contentissima,          come certamente ti sarai accorto. Anzi, sai? i parenti, nel vederti cosi buono e    ragionevole, quasi quasi mi        han lasciato intendere, che a mente loro il leggiero debba esser io,            perché opinano che, volendo, dice... potrei agevolmente per­suaderti di pensare un po' più al sodo,         ora che si prende moglie, lasciando, dice …  per esempio, codest'arte, che non è da guada­gnare... Si     sbagliano, eh pur troppo, di grosso … tu lo sai; tutta­via io, per non metterti in cattiva luce, zitto: non            mi sono difeso. Ho soltanto promesso... che mi                 sarei provato.

—  Non t 'arrischierai, spero, di proferir mai sillaba su questo proposito.

—   Lo so! sarebbe inutile. Fortuna intanto, dico, che non sia­mo costretti a far pane del nostro tempo.          Quantunque, d’altro canto, chi sa che non saremmo stati meno infelici, se la sorte ti avesse costretto a

        far del tuo tavolino da studio, piuttosto che un bancone d'alchimista su cui giornalmente ti torturi a          lambiccar lagrime d'angosce misteriose, una madia per il pane quotidiano. Lasciamo questo discorso.                   Hai visto che bella scrivania, a propo­sito, e che bei scaffali abbiamo, comperati per te?. Ella, con                                gentilissimo pensiero, ha voluto metterti su uno scrittoio come quello che hai descritto nel tuo ultimo                  libro. Io, po' ingraziarmi i parenti ho finto d'oppormi, facendole osservare che la bella mobilia, chi la           descrive, ci vuole un po' di gusto, di carta e d'inchiostro; chi poi deve comperarla, ci vogliono i quattrini.                 Ma, infine, ho lasciato fare per ingraziarti lei, invece. E di' la verità, non ne sei anche tu contento, ora?

— Sì, poverina, è buona o, almeno adesso, pare. Ma io penso che domani noi due saremo tre, o meglio, tu sarai due, e vedi, non so non affliggermene, sentendomi più che mai nato e fatto per la solitudine.     Benché                conosca che in gran parte sia cagione io se tu spesso sembri agli altri leggiero, pure questa volta               peggio che una leggerezza stai per commettere da te solo; e se tale gli altri la stimeranno qual'è per me,       tu           stesso voglio mi sii testimonio ch'io non c'entro affatto. E per ciò non voglio rimorsi né per te, che,           secondo la mia previsione, sarai d'ora in poi più infelice che fin qui, diviso tra i doveri imprescindibili                che hai verso me e i nuovi che domani ti assumerai verso la tua compagna; e neppur ne voglio per     questa,                 che forse tra breve non avrà più a lodarsi della nostra compagnia.

—Ho bell'e capito! Tu questa notte vuoi divertirti a stringermi il cuore. Sarà meglio andare a letto a              dormire.

—Questa vorrebbe essere tua antica abitudine: starti senz'al­tro affare, che dormire e mangiare.

—Meglio che ascoltar te, si capisce.

—Ma a difesa degli ammonimenti che spiacciono e pungono, caro mio, non giova farsi murar gli orecchi      dal sonno; la voce non vien di fuori: parla dentro di noi.

—Io, tranne quella che mi parla dell’imminente gioia, e code­sta tua che vorrebbe offuscarmela, non sento                 altre voci.

—Se prestassi un po' più d'ascolto alla tua coscienza, ne udre­sti un'altra che ti dice: «Hai pensato a qual    catena stai per legar la tua prole?».

—Oh Dio mio, la prole, adesso! E lascia prima che venga; se ne verrà! Se tutti ci pensassero avanti…

—È pur tanto facile ammettere che debba venirne.

—     Ebbene, e allora farò come tutti gli altri.

—Sta' a vedere. Che tu, da parte tua, ti proponga d'esser otti­mo padre di famiglia, non dubitoto. Ma siamo               alle solite: hai tenu­to conto di me?

—E che ti proponi tu di essere?

—Lasciami dire. Hai sognato e sogni una vita, che consista d'amore, di pace lieta e sincera.

—Sperabilmente.

 

—Passi per l'amore, finchè  durerà; ma la pace? In casa tua dovrò abitar pure io...

—Eh, lo so!   

—Non potrò mica relegarmi tutto il giorno nello scrittoio sol­tanto...

—Lo so!

—Verrò a tavola con te, verrò a letto con te...

—Lo so, purtroppo, lo so! È la mia condanna, è vuoi che non lo sappia?

—  Bene, io dico, e la pace allora?

—Scusa, non ti potresti acconciare a goder zitto zitto della no­stra letizia raccolta? Sarebbe pure           un         dolce spettacolo...

—   Non dico di no. Ma potrai far tu che una grave ombra non cada su la tua casa dalla naturale                 mia                        infelicità, a intristire i tuoi bambini, a turbar tua moglie, ogni qualvolta una delle tante               mie                           sollecitudini mi disvierà dagli altri, che né anche possono inten­derle?

—   Stiamo per prendere, o se più ti piace, sto per prendere mo­glie appunto per questo, mi pare! Per   usar          cioè rimedio, a mio modo, a codesta che tu chiami tua naturale infelicità.

—    E proverai una gran delusione! Non è in tua mano il portar­ci rimedio; e se tu invece avessi avuto                     maggior considerazione e più amore per me, avresti inteso che il men peggio per noi due

         sarebbe stato il restar soli, e che era tuo dovere non attendete ad al­tro, né ad altri pensare, fuor        che         a me.

— Mio dovere, insomma, sacrificarmi? Non ti sarebbe parso sacrifizio, se avessi avuto maggior fi­ducia in me.                         Ma di questa mancanza non ti fo torto. Io mi sento, mi sento veramente un estraneo su questa terra e         così solo, che in­tendo come in te sia dovuto nascere, più che il desiderio, il biso­gno di un'amorosa     compagnia.

—Manco male!

—   Se non ti scuso, vedi bene che né anche ti accuso...

—E allora perché?...

—Sì, sì, tu hai ragione, infatti: questa terra è veramente per te, per voi altri.. . Tu sai trarne il sostentamento;              tu vi edifichi ca­se, e vai trovando di giorno in giorno, con diligenza, più sicuro ri­paro contro le avversità         della natura; e comodi maggiori. Io do­vrei essere il raggio di sole, l'aria ristoratrice che entra per le fine­stre      aperte e reca il profumo dei fiori; ma spesso non so esserlo, ho spesso la crudeltà del fanciullo, che con un     sasso tappa la buca del formicaio. Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infi­nitamente piccolo: ma       piccola anche per me la terra, e oltre i monti, oltre i mari cerco per me qualche cosa che per forza ha da              esserci, altrimenti non mi spiegherei quest'ansia arcana che mi tiene, e che mi fa sospirar le stelle...

Alla mia solitudine di gelo,

al mio sgomento, al mio lento morire

parla ne le stellate notti il cielo

d'altre arcane vicende da subire,

sempre dentro al mistero e in questo anelo.

«E fino a quando?» l'anima sospira.

Infinito silenzio in alto accoglie?

la sua dimanda. Pur tremarne mira

le stelle in ciel,

quasi animate foglie

d'una selva, ove arcano alito spira.

—Debbo mettere in carta codesti versi? Perdio, non direi che siano sbocciati per la fausta occasione... Ohé, discendi dal cielo, te ne prego... Io me ne sto qui alla finestra, e abbrezzo. Non vor­rei prendere un   raffreddore giusto questa sera...

—Risponderesti domani con uno sternuto invece del sì sacra­mentale.

—Senza scherzi, senza scherzi... Chiudiamo. E prima che il fuoco si spenga nel caminetto, occupiamo, se       non ti dispiace, questo restante della notte a distruggere le carte e le reliquie com­promettenti della prima     nostra giovinezza che si chiude con que­sta sera.

IV - In società

Salotto in casa X. Salotto «intellettuale». La marchesa X è scrittrice, con questo però di singolare: che è una bella donna.

Quarantamila lire di rendita.

Stampa novelle e variazioni sentimentali — le chiama cosi, lei — su le principali riviste. Non è raro, ogni sabato, trovare tra i commensali della marchesa i direttori di queste riviste.

Il marito, l'on. marchese X, calvo, miope, barbuto, ha quattro legislature, siede a Destra, ma è — s'intende — liberale e demo­cratico anche lui. Collezionista appassionato, possiede come S.M. un prezioso medagliere. Non ne è però molto geloso. Prova ne sia, che ha regalato più d'una bella medaglia a scrittori ben no­ti, ammiratori della moglie.

Frequentano il salotto molte donne dell'aristocrazia e signore patronesse della Società per la coltura della donna, senatori, de­putati, letterati e giornalisti scelti.

A onor del vero, il mio piccolo me non ha punto brigato per entrare nel novero di questi eletti: ma sarebbe ipocrisia il negare che l'invito non gli abbia recato un vivo piacere e una grande soddisfazione, di cui il Gran Me s'è stizzito.

Ora la marchesa X, bionda e carnuta, raggiante e palpitante nella sua arditissima eppur non indecente scollatura, prende a braccio il piccolo me, lo conduce in giro per presentarlo alle dame, alle signore, facendo di volo qualche accenno al Gran Me, che ne arrossisce, mentre il piccolo me—pronto sorriso e gesto vivo — si inchina.

Terminata la presentazione, il Gran Me domanda al piccolo me:)

gran me: Dove prenderai posto, adesso?

piccolo me: Aspetta: lasciami guardare. Ma fatti animo! Mi sembri ancora sbigottito dalla gravità del       cameriere che ci ha tolto in sala il soprabito. Bada che se vuoi darti un contegno, sarà peggio.

gran me: Ma io soffoco, mio caro, altro che contento! Mi hai impiccato in un solino più alto di te, mi hai parato come un fantoccio...

piccolo me: Su, su, pazienza! Composto, su! Si accorgeranno, perdio, che non siamo soliti di portar la marsina...

gran me: E che vuoi che me n'importi? Lo sapevi bene, imbecille, che sarei stato a disagio qua, fra questa gente, in questo abbi­gliamento ridicolo. Mi farai fare una pessima figura!

piccolo me: Ma se sono venuto apposta per te, per farti conosce­re, vedere...

gran me: Come un orso alla fiera?

piccolo me: Bisogna che tu impari, santo Dio! Senti, senti che si dice là in quel gruppo di deputati e giornalisti. Parlano della ri­voluzione russa, compiangono Witte... Peccato! L'uomo che in pochi giorni, a tavolino, era riuscito a render vane tante strepitose vittorie giapponesi, ora... «Ma no, signori!», dice il brillante giornalista Kappa. «Vi prego di credere che a Port­smouth non ha mica vinto il signor Witte!» «Oh oh! E chi ha vinto dunque?» «Ma la sua marsina, signori, la sua marsina! L'ometto giallo, in coda di rondine, voi lo sapete, è compas­sionevolmente ridicolo...»

gran me: (Kappa ha guardato noi...)

piccolo me: (Sta' zitto! Ascoltiamo.) — «Signori miei, i Giappo­nesi, astuti come sono, avrebbero dovuto capirlo. Non si spo­glia impunemente l'abito consueto...»

gran me: (Senti? Senti?)

piccolo me: (Sta' zitto!) — «Non si spoglia impunemente il co­stume nazionale, signori, il vestito conforme alle fattezze na­turali, al color della pelle e che so io. Se il signor Witte e gli al­tri invitati russi si fossero trovati innanzi a una scelta di figuri­ne giapponesi, di quelle che siamo soliti di vedere nei ventagli, nei vasi e nei paraventi, pensando amie da quelle figurine là, che pajon fatte per ischerzo, fosse venuta alla santa Russia una cosi furiosa tempesta, vi assicuro io che sarebbero rimasti as­sai sconcertati e non avrebbero vinto così facilmente. Si sono trovati invece davanti il signor Komura in marsina e lo hanno trattato come i camerieri d'un gran signore trattano putacaso un sindaco di villaggio invitato a un pranzo di gala nel palaz­zo.»

gran me: Bravo! Ti servirà, spero, questa bella lezione!

piccolo me: Ma dovrebbe servire a te, mi pare! Ha trionfato la marsina, in fin dei conti. E credi pure che al giorno d'oggi... Zitto! Ci s'avvicina un signore...

gran me: Scansalo! Guarda altrove!

piccolo me: Sta' fermo! Eccolo qua... Dice che ti conosce di no­me... che ha letto. Oh, troppo buono... troppo buono... Fam­mi sentire, perdio, quel che mi dice! Ah, ci domanda se stiamo a Roma da molto tempo. Che ce ne sembra? Su, presto: sugge­riscimi una bella frase su Roma...

gran me: Digli che quasi quasi va diventando Parigi.

piccolo me: Bravo! Senti? Il signore approva... Su, a modo! Non sorridere con... Ecco: il signore mi domanda perché sor­ridiamo. Egli dice che Parigi però...

gran me: Ma si sa, che diamine! consolalo: Parigi è un'altra co­sa! Parigi è Parigi: non ve ne ha che una — diglielo in francese! Mentre Roma... già siamo alla terza, e prima che diventi Pari­gi...

piccolo me: Adesso sorride il signore! L'hai fatto allontanare... Ed eccoti un nemico di più! Auff! Sei incorreggibile davvero! Ma che gusto provi a farti il vuoto intorno? E poi ti lagni che nessuno badi a te! Se non parli, se non ti muovi, se non attiri in nessun modo l'attenzione della gente! Hai da seccar l'anima, dentro, soltanto a me? Parla! O come vuoi che la gente impari a conoscerti?

gran me: Venendo qua, portando a spasso i tuoi abiti e la tua sciocchezza, vuoi che impari a conoscermi la gente?

piccolo me: Ma io vorrei che prima tu, invece, tu imparassi a co­noscere la gente, com'essa è in realtà, non come tu te la fingi. Mentr'io parlo, e, per non seccare, dico magari sciocchezze, pigliati la pena di osservare, senza troppa insistenza, ciò che ti sta intorno, e, credi a me, troverai da studiare qui con più profitto, che non su i tanti tuoi libri... Senti come si sfrottola, co­me si salta di palo in frasca, senza pedanterie, senza intolleran­ze? Idee profonde, no, e nessuna passione, è vero! Ma che gu­sti vivi, che tratto vivo, che correttezza squisita di modi e di pa­role… Guarda quelle damine là; intellettuali, non si nega; ma che spalle, intanto, che seni! Eppure, come guardano tranquil­lamente, quasi non avessero il più lontano sospetto d'esser nu­de così... E i poveri mariti! Chi sa quanti pensano in questo momento: «Si tornasse almeno alla foglia di fico! Perché — quanto alla nudità — Dio buono, dopo che abbiamo speso un occhio de! capo a vestir le nostre mogli, eccole qua: la mostra­no lo stesso...». Su, su, non affondar troppo lo sguardo! Biso­gna godere di questa vista fugacemente, come d'una illusione che passa, d'una fantasmagoria splendida che svapora... Uh! Guardati a quello specchiò là... Sei rosso come un papave­ro!... Questo profumo... Tu ti turbi troppo, eh?, grand'uomo... Via! via! Un po' d'aria alla finestra..

gran me: Non sarebbe meglio andar via?

piccolo me: No, vieni qua, vieni qua alla finestra!

gran me: Si respira…

piccolo me: Che contrasto, eh? Che oscurità! E come tutto ap­par lugubre... Guarda quei lampioncini là, e quegli alberetti nella piazza... il riverbero vacillante del gas sul lastricato... e quei due lanternini di vettura che s'avanzano lentamente... Che funebre squallore! — Oh, su: ci chiamano... vieni... La marchesa ci domanda se ci annoiamo...

gran me: Ma se mi diverto un mondo!

piccolo me: Oh, attento, qua! Stiamo fra le signore. Parlano del Duchino d'Orléans... Dicono che comincia a trovar la via per rientrare in Francia, re. Ha fatto uh viaggio al Polo Nord. Ti domandano che ne pensi...

gran me: Mah! Dev'essere una bella soddisfazione il poter dire: «Eccomi qua: ho raggiunto il polo! Nessuno lo sa; ma io mi reggo adesso, con la punta d'un piede solo, nientemeno che su l'estremità dell'immaginario asse terrestre. Non c'è scritto nulla; ma star qua non è precisamente come stare un passetti­no più in là. Qua è il punto vero. Ghiaccio, sì, qua e là; e un freddo indiavolato; e non ci si vede anima viva; ma io sto qui alto, in questo momento, più di qualunque re sul trono! ». For­se il Duchino d'Orléans, raggiunto il polo, si sarebbe contenta­to di stare un tantino più basso, sul trono di Francia, stabil­mente. Ma non ci hanno detto i giornali che, invece del polo, egli scoprì un'isola e che la battezzò Terra di Francia? : Io non capisco! Terra di Francia, e se ne tornò indietro... Poteva, in­tanto— per cominciare — proclamarsi re di quella Francia là...

piccolo me: Forse ci faceva troppo freddo. C'è un altro impera­tore che non può dimorare nel suo impero, perché ci fa troppo caldo, invece. Là, i ghiacci del polo; qua le sabbie del deserto.

gran me: Ma Lebaudy, lui, almeno, s'è proclamato imperato­re...          

piccolo me: Bravo!' Vedi? Hai fatto ridere queste belle signore... Se tu volessi... Piano! Che avviene: Si alzano...

gran me: Si balla? Se si balla, andiamo subito via! Bada: non sento ragione... Andiamo via!

piccolo me: Orso, non si balla! Non senti? La signorina B. sone­rà: adesso si fa pregare. Ha le mani diacce, poverina, non può! Guarda, guarda: un giovanotto le propone di riscaldargliele, battendogliele forte forte... Oh Dio, e lei ci crede: nasconde le mani, mostra i bei dentini, si storce tutta... Ah, ecco: le amiche la trascinano al pianoforte...

gran me: Musica moderna?

piccolo me: Nessuna musica! Volteggio di mani su la tastiera. Sta'a sentire. Poi applaudiremo.

gran me: Imbuisci a vista d'occhio, caro mio: mi fai spavento!

piccolo me: Coraggio, via! C'è peggio di me... Guarda come so­no tutti intenti, ora, e assorti... Che silenzio! Ma guarda lì, che ciglia aggrottate, quel deputato dalla faccia rossa come una palla meditabonda di formaggio d'Olanda... È in pericolo la patria? No: contempla le spalle, la nuca della Marchesa, che è veramente splendida stasera, come una dea di Rubens... Ma di' un po', sul serio, non ti diverte questo spettacolo?

gran me: Molto ! Senti: mettimi una mano innanzi alla bocca.

piccolo me: Perché? Che fai?

gran me: Mettimi subito una mano innanzi alla bocca...

piccolo me : Sbadigli?

gran me: Sbadiglio.

FINE

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