Diversi si nasce normali si diventa

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DIVERSI SI NASCE NORMALI SI DIVENTA

ovvero La commedia degli odori

di Carlo Terron

Paradossale cronachetta in vece di malinconica allegoria, da recitare con amabile ferocia (ove si scegliesse di rappresentarla anziché distrarsi a leggerla)

PERSONAGGI

Bruno,

Anna,

Giorgio,

Clelia,

Gente giovane, simpatica,

coltivata e, naturalmente,

perbene.

Oggi, domani e sempre. Si fa ma non si dice.

Tutti i luoghi son buoni. Preferibile Milano, considerata la conoscenza che se ne ha. -1- Provveda una scaltra regia, tutta innocenti ammicchi e candidi sospetti, a che parole, frasi ed atti galleggino nell’oceano di un’oscurità lampeggiante di luci fulminee, a botta e risposta fra loro, dove meno si vede e più si indovina – eppur si vede abbastanza e si indovina parecchio – in un alterno pulsare, qua e là, di luci e voci, volta a volta diversificate da una distinta e ricorrente eco sonora, ad articolare una sorta di emblematico discorso tra fuggevoli sequenze dialogiche, reciprocamente ignare, “accese” a distanza in punti lontani di una città qualsiasi, per puro caso, lombarda. In una parola: ciò che si percepisce – orecchio ed occhio – è la “conversazione” di due convergenti realtà collocate e difese, in due non men lussuosi che vasti e comodi giacigli inequivocabilmente abitati da coppie, se vogliamo piuttosto anomale; e che suggeriscono, però guardandosi bene dal rivelare, ambienti, intorno, se non altrettanto proporzionalmente vasti, quantomeno altrettanto qualitativamente sfarzosi; dipenderà dalla pompa squillante dei copriletto, condegna, chi sappia forare – armato della lancia dell’immaginazione – le tenebre castigatrici, di rari, forbiti ed esaltanti piaceri, si fa per dire; ma forse, non tanto, a ognuno i suoi gusti purché inequivoci, proibiti o no. Cos’è – esempio – la visione di due eburnei, giovani torsi femminili, avvinghiati come un tronco d’olmo ad un tralcio d’edera, squassati dall’uragano, quella che si intravede al primo lampo?

ANNA                - …Non così allupata, ti scongiuro… per cortesia. Ah, se cominciamo con parole di questo conio, ti so dire dove si rischia di finire! …Fammi tirare il fiato, sai pure che soffro di un principio d’asma. Scampato pericolo: si sono separate e giacciono esauste. Peccato che non si veda meglio, e l’esausto non si avverta.

CLELIA              - Ti dispiace, anima mia?

ANNA                - Certo che mi dispiace. Devo esser contenta di avere l’asma?

CLELIA              - Non intendevo l’asma e ben lo sai.

ANNA                - Però c’era anche lei, con pieno diritto di cittadinanza.

CLELIA              - Hai detto un principio. Ho inteso una febbricola del fieno.

ANNA                - Sempre asma è. Mi devo dei riguardi.

CLELIA              - …Un capriccio, via, un vezzo, un’inezia, una fantasia d’asma: un dispetto psicosomatico…

ANNA                - Clelia… un’asma! Un’asmetta, se vuoi. Ma proprio per farti piacere.

CLELIA              - Non trascuri nulla pur di renderti interessante. Sirena!... Possiedi il segreto di trasformare in strumento di seduzione persino i disturbi neurovegetativi.

ANNA                - Come tu quello del disarmante complimento inedito; lascia andare: sai dove colpire. Intanto, a distanza, lo sfrigolio di un fiammifero che si accende sostituisce una nuova brace alla precedente che, finora, non ha fatto che andare e venire ricamando il buio di sospetti arabeschi.

CLELIA              - …Anna…

ANNA                - …Clelia…

CLELIA              - …Ti domando perdono. Sono un bisonte. Ma cerca di entrarmi nell’anima. Col patire della coscienza che mi costano queste ricorrenti cadute della carne, son costretta a cercar di ricavarne, ogni volta, il maggior gaudio. È umano, no? Condividi?

ANNA                - E’ umano e condivido. Ricava pure.

CLELIA              - Mi capisci, almeno?

ANNA                - Succede lo stesso a me, coll’asma. Non farci caso: la carne è debole, lo sanno tutti. La parola “frale” è stata inventata apposta per lei. Non la si usa in nessun’altra occasione, ti dice niente questo? Importante è che tenga duro lo spirito. A me, basta solo poter respirare. Non chiedo di più.

CLELIA              - Sei generosa.

ANNA                - Faccio quel che posso, non c’è merito. Son solo madre, sento i miei doveri e non posso permettermi, ogni volta, di rischiar la pelle. Silenzio e buio… Ad essi, ora. Quando qua e quando là. E avanti così. Siamo intesi? Senza scandalo.

GIORGIO           - …Bruno?

BRUNO              - …Giorgio…

GIORGIO           - Stai pensando?

BRUNO              - Fammici pensare…

GIORGIO           - …Beh?

BRUNO              - Forse sì; penso di star pensando…

GIORGIO           - …Anch’io, penso di pensare, pensa!

BRUNO              - La forza del pensiero! Vedi che qualcosa in comune c’è rimasta?...

GIORGIO           - …Bruno…

BRUNO              - Dimmi.

GIORGIO           - A cosa stai pensando?

BRUNO              - Non lo so. Son pensieri in cerca di idee.

GIORGIO           - Pensieri a caccia di pensieri.

BRUNO              - Pensa che pensieri vengono!... Si pensa di pensare che si pensa. Si può essere più intelligenti di così? Un pensiero più in là e la meningite ti lascia secco dal pensare…

GIORGIO           - …Bruno…

BRUNO              - Sì.

GIORGIO           - A me, un’idea mi sarebbe venuta.

BRUNO              - Fuori immediatamente. Festeggiamola. Smettendo di pensare, possibilmente. In eroi del pensiero come noi, l’apoplessia è sempre in agguato.

GIORGIO           - Il fumo è una marcia verso il suicidio.

BRUNO              - Siamo giusti: non è un gran pensiero. Non fanno che ripetermelo anche a cassa.

GIORGIO           - E allora regolati, per la miseria.

BRUNO              - Uno dopo l’altro, tutti i miei vizi migliori si vanno congedando; toglietemi anche l’ultimo e cosa resta di me?

GIORGIO           - La solita sensibilità da carro armato!

BRUNO              - Offeso?

GIORGIO           - Non vuoi? Proclami che il fumo è l’ultimo vizio che ti sia rimasto. E io cosa sono?

BRUNO              - Scusami. Ero soprapensiero. Tu sei la mia nevrosi, lo sai.

GIORGIO           - Lo dici senza convinzione. Da quando sei arrivato, non hai avuto la bocca disoccupata neanche per un momento. Ha diritto di abitarla unicamente la sigaretta, si vede.

BRUNO              - E’ solo ancora questione di un paio di tirate. Fumare, disteso, pelle a pelle, parallelo al tuo fianco, mi stira il nervoso.

GIORGIO           - Di bene in meglio; me ne ricorderò: promosso al rango di ferro da stiro.

BRUNO              - Sconoscente. Nemmeno fatto caso il calore col quale ti ho stretto la mano?

GIORGIO           - Bella forza. Lo sanno anche i sassi che hai il feticismo della mano.

BRUNO              - Non è mia la colpa se sei in possesso di una delle più irresistibili mani del Lombardoveneto. È con quella che m’hai stregato.

GIORGIO           - Per essere precisi, ne posseggo due. Devi far apposta a dimenticartelo.

BRUNO              - Una è di riserva. La mia preferita rimane la destra: la più inquietante perché la più inquinata di tentazioni colpevoli.

GIORGIO           - Eggià, quella che cacci in bocca a tutti i tuoi clienti.

BRUNO              - Faccio il dentista, Giorgio. Credi che non ci patisca io, di te, che fai il ginecologo? Ma poi, penso che ci sono due famiglie da mantenere e mi adatto.

GIORGIO           - Credo piuttosto difficile che si presenti, da un ginecologo, un maschio incinto.

BRUNO              - Coi progressi della scienza odierna, mai giurare su niente.

GIORGIO           - Nell’attesa, son rischi che uno non corre.

BRUNO              - Però son pensieri che vengono… A monte: qua la mano… Non quella: l’altra.

GIORGIO           - Naturalmente. Un’amicizia di guerra, una dedizione di anni e tutto attaccato al filo del feticismo della mano. Destra. Non ho mai rimpianto tanto di non essere mancino.

BRUNO              - Due destre! Il maggior regalo che m’avessi potuto fare. Purtroppo, tutto non si può avere.

GIORGIO           - E t’ho deluso?! Dillo!

BRUNO              - Dubita di tutto, ma non della solidità di quel filo.

GIORGIO           - Come se, a quel filo, non ci fosse attaccato niente altro! Bruno, ti faccio grazia delle qualità di cuore e di spirito; ma – non per rinfacciartelo – solo materialmente, quel filo sostiene 89 chilogrammi non spregevoli di altri materiali vari, non esclusa una seconda mano, sia pure di seconda scelta.

BRUNO              - Ma, pur essa, non meno conturbante, hai ragione. Sono la tua arma segreta.

CLELIA              - …Sto soffrendo il soffribile…

ANNA                - Cosa ti duole, cara? Confidati. Altri agguati della carne?

CLELIA              - L’anima.

ANNA                - Si tratta, indubbiamente, di un organo delicato. Coraggio.

CLELIA              - Non chiamare organo l’anima, per piacere. Evita queste degradazioni materialistiche.

ANNA                - Come la devo chiamare?

CLELIA              - Anima. È abbastanza, no? Qualsiasi aggettivo la immeschinisce… E’ ben tiranno il rimorso, va là. Tu no?

ANNA                - Sono raffinatezze che si contraggono solo da chi ebbe il privilegio di frequentare l’Università Cattolica, le risorse ideali del clericalismo.

CLELIA              - Dì che ti faccio orrore. Dillo, così mi tolgo la preoccupazione una volta per tutte.

ANNA                - Macché orrore, mi fai invidia. Io mi son laurata alla Statale e non ho avuto la tua fortuna. Le voluttà del masochismo spirituale mi sono state precluse. Sono le limitazioni materialistiche del laicismo. Mah!...

CLELIA              - Ben detto: mah!... Si paga, Anna, la coscienza morale, oh se si paga.

ANNA                - Non t’ho mai trovato tanto giù. Animo, cara. Con quello che è salito il costo della vita, è ancora una spesa sopportabile. E poi, non è che si tratti di un genere proprio di prima necessità, come l’insulina per i diabetici. Per qualche periodo se ne può fare a meno. Pensa quel che costa un paio di scarpe. Ieri, un reggipetto l’ho dovuto pagare sessantamila lire. Ed è più necessario dell’anima, con tutto il rispetto. L’anima nuda non scandalizza nessuno; ma prova a mettere in mostra un seno, se hai un bel seno!

CLELIA              - Dove andremo a finire di questo passo?...!...

ANNA                - E’ ben quello che dico anch’io.  

GIORGIO           - …E’ lunga ‘sta sigaretta, sai.

BRUNO              - Siamo alla cicca.

GIORGIO           - E’, almeno, col filtro?

BRUNO              - Per chi m’hai preso? A un fumatore una domanda così? Normale. Normalissima. Non tollero le cose non normali, anche se son costretto a farle, dovresti conoscermi. Non le ho mai tollerate. È un imperativo categorico sul quale non transigo. Non è moralismo, il mio; è sana visione della vita.

GIORGIO           - Facevo solo osservare che, col filtro, sarebbe durata qualcosa meno e ci si sarebbe levato il pensiero prima. Sai com’è: minuto fumato, minuto guadagnato. Scusa… Scomparsa completa, il tempo necessario, in voce e in video.

CLELIA              - A scanso di equivoci forieri di dolorose sorprese, mi premerebbe saperti convinta di una cosa.

ANNA                - E’ una dissertazione lunga?

CLELIA              - Concisa come un giuramento.

ANNA                - Allora la reggo. Dài.

CLELIA              - Non devi scivolar via da questo giaciglio convinta che, prima, la mia intenzione fosse propriamente quella di toglierti di mezzo come mi inducesti a credere.

ANNA                - Ci sei andata vicina. Mai scordarsi che, in Natura, la mantide religiosa è un continuo monito.

CLELIA              - Dipende dai miei dannati raptus di rapinosa sensualità a farmi bordeggiare l’omicidio. Sai bene: “Amore e morte, a un tempo, ingenerò laSorte”.

ANNA                - Tu così pia. Chi lo direbbe?

CLELIA              - Pensa un po’, gli abissi dell’umana natura…

ANNA                - …Ti passa?

CLELIA              - No. Anzi mi cresce.

ANNA                - Cerca di deviare il corso delle idee… qualche volta solleva. Pensato, però si sente:

GIORGIO           - (fosse infastidito? Fosse lusingato? Non si seppe mai) – Sai di tabacco dalla testa ai piedi. Par di tenere fra le braccia un toscano. (Evidentemente intende un sigaro toscano, non un abitante dell’Etruria. Nella particolare circostanza, non oserebbe mai).

BRUNO              - E’ l’unico profumo, mescolato a quello della mia pelle, che riesco ancora a sopportare.

GIORGIO           - Ti annusi, pure!

BRUNO              - Mi annuso. Fumando, annusando, che male ti fò?

GIORGIO           - Feticista anche del naso! È un precipizio.

BRUNO              - Ebbene, sì: né me ne vanto né me ne pento. Non son come tu mi vuoi, ecco tutto.

GIORGIO           - Non è possibile: par di entrare in una tabaccheria. Se non vuoi perdermi devi smettere di fumare.

BRUNO              - Preferisco perderti.

GIORGIO           - A questo punto!... Le miserie dei grandi amori…! Posposto a una sigaretta!...

CLELIA              - …In seguito, cercherò di trattenermi. Ne prendo impegno.

ANNA                - Mica “cercherò”, ragazza mia. “Devi”, assolutamente: dimenticartene. Vita natural durante.

CLELIA              - Dì almeno, che mi perdoni.

ANNA                - A questo patto, e pur che me ne lasci il fiato, ti perdono.

CLELIA              - Di buon grado?

ANNA                - Sarebbe un’esagerazione. Accontentati del lecito…

CLELIA              - Dimmi il vero: tu non pensi bene di me, non puoi pensar bene di me, una sacerdotessa di Saffo che fuma!

ANNA                - Piuttosto pericolosetta, in qualche momento, ma che ragione avrei di non dover pensar bene?

CLELIA              - Persisto nell’antico dubbio se tu sia più degna di rabbia oppur d’invidia.

ANNA                - Per cosa mai?

CLELIA              - Il peccato! Non senti il peccato. Altro che fumo: il peccato.

ANNA                - Ah, il peccato.

CLELIA              - Vedi? Aliena. Proprio non lo senti… Me, invece, m’è carcere e vergogna; la vergogna mi devasta crocifiggendomi al rimorso. Ti capaciti?

ANNA                - Mi ci proverò. Se sapessi che cosa darei per ricavarci le estasi che ci devi ricavare tu! Avrei almeno uno scopo nella vita. Sai la voluttà: patire per i peccati della carne celebrati godendo e godere per i medesimi non celebrati patendo. È poco gusto?

CLELIA              - Lo chiami gusto!

ANNA                - E’ da quando hai l’uso della ragione che stai a centellinartelo. Ciò che non cesserò mai di invidiare, io, in te è l’esser riuscita a trasformare le tribolazioni della morale in un afrodisiaco a effetto ritardato.

CLELIA              - Non realizzi dunque, incauta, di barcollare, alla cieca, sull’orlo di un abisso?

ANNA                - Io no, pensa. A causa di che? Raccontami.

CLELIA              - Io vivo, di continuo, nello spavento di quel che ti può succedere, da un momento all’altro, e tu dici: raccontami.

ANNA                - Risparmia lo spavento; potrebbe tornarti utile in seguito, non si sa mai nella vita.

CLELIA              - Incoscienza dell’ottimismo! Fa’ conto, tra mezz’ora, dieci minuti, esci da questo tristo rifugio di umilianti voluttà e, al primo passo, ti piomba sulla testa un balcone, vai sotto a un tramvai, ti investe una motocicletta, non fanno altro quei giovani briganti; ti fulmina una sincope, ti colpisce in fronte la pallottola vagabonda di un rapinatore dell’agenzia del Banco di Napoli, qui sotto…

ANNA                - Alt! Posso scegliere?

CLELIA              - Come fai a scegliere, sventurata? Sono infiniti, inopinati e fulminei i modi di sottrarre i peccatori a questo infetto pianeta ammobiliato. Hai fatto testamento, almeno?

ANNA                - A che scopo? Sono io, semmai, che devo ereditare dagli altri, non gli altri da me. Vadano avanti loro, io non ho fretta; e, anche, detto fra noi, poco da lasciare.

CLELIA              - Io l’ho fatto.

ANNA                - Brava.

CLELIA              - Ho lasciato tutto a te, compresi i diritti d’autore della biografia di Santa Teresa che si vende come il pane.

ANNA                - Grazie, son contenta, mi sforzerò di leggerla, dopo essermi informata di ciò che si può saltare: tutto, m’hanno detto.

CLELIA              - Tu, invece…

ANNA                - No, no. Io no. Porta male. E se il destino sarà così carogna, mi troverà intestata e se la sarà voluta.

CLELIA              - Eterna cicala! E così, nemmeno una parola almeno di rammarico, un messaggio, un ricordo, nessuna eredità d’affetti, niuna gioia dell’urna.

ANNA                - Di che?

CLELIA              - Si può essere più imprevidenti? Ma, nel caso di una disgrazia – nulla di meno improbabile – cosa gli racconti quando ti trovi seduta davanti a lui?

ANNA                - Perché, ti fanno anche sedere?

CLELIA              - Cosa vuoi, che ti lascino in piedi? Ti fanno accomodare persino in pretura!

BRUNO              - …Posso accendere una sigaretta, adesso?

GIORGIO           - Puoi dar fuoco anche al palazzo. Non sarà la mia opinione a poter fungere da estintore. Quale influenza ho mai avuto su di te?

BRUNO              - Toglimi una curiosità: sono stato bravo, almeno?

GIORGIO           - Più della settimana passata, meno, certo, della settimana prossima.

ANNA                - Scioglimi un dubbio: lui chi, scusa?

CLELIA              - Chi, chi?

ANNA                - Il pretore, quello che ti fa sedere. E non dirmi che ti offre, magari, anche un vermut.

CLELIA              - Lui, Anna!! Lui. Non bestemmiare.

ANNA                - Ah, Lui, colla lettera maiuscola. Che distratta! Non avevo fatto mente locale. Sempre eccessiva, tu.

CLELIA              - Su! Cos’è che gli racconti, quando si tratterà di giudicarti? Rispondi.

ANNA                - Che ti devo dire?... Improvviserò. Qualcosa mi verrà. Dopotutto, perdonare è il suo mestiere. In fondo, con quello che deve aver ascoltato da quando sta lì colle orecchie tese, io faccio parte dell’ordinaria amministrazione. Chissà anche se, per una peccatrice di buoncomando come me, si disturba personalmente e non deleghi un assistente qualunque fuoriruolo. Ne è capace, stracco come deve ritrovarsi, povero vecchio.

CLELIA              - (sconsolata) Improvviserà!... Senza fede, senza pentimento… Bambina sventata! All’inferno finisci, dritta, nelle profondità dell’inferno, senza attenuanti e per l’eternità. E io peggio, qui a espiare soffrendo il doppio, per te e per me, trascinando questa croce fin sulla vetta del calvario: la mia punizione per averti sedotta!

ANNA                - Ecco il vero problema: a proposito, fosti tu a sedurre me, o io a sedurre te? Sta un po’ zitta e lasciamici riflettere. Mi incuriosisce. Quel che è sicuro è che avrei dato nonsisaché pur di affondare la faccia nel tuo grembo profumato.

GIORGIO           - …Bruno?

BRUNO              - Sì, caro…

GIORGIO           - Sei lì?

BRUNO              - E dove vuoi che sia?

GIORGIO           - Ti sento talmente distante.

BRUNO              - Vuoi dire?...

GIORGIO           - …Scomparso, dileguato, dissolto… estraniato, intendi? Estraniato.

BRUNO              - Alieno, no?

GIORGIO           - Certo, anche alieno… C’è caso che t’abbia deluso? Dimmelo.

BRUNO              - Tu devi vincere il complesso della delusione, figlio mio.

GIORGIO           - Perché? È una prova di attaccamento, di modestia.

BRUNO              - E’ una rottura di coglioni!

GIORGIO           - Non così volgare, per piacere, sai che mi fa male.

BRUNO              - E allora diciamo: è un abietto arnese di ricatto.

GIORGIO           - …Non mi guardi nemmeno. Che dico? Non mi vedi nemmeno.

BRUNO              - Hai un muso lungo tanto; ti vedo, ti vedo.

GIORGIO           - Di profilo e con un occhio solo. Mi vedi, seppur mi vedi.

BRUNO              - Mi basta.

GIORGIO           - Appunto. Perché di profilo non ci guadagni. Puoi ben dire di conoscerla a fondo, l’arte di torturare indirettamente.

BRUNO              - Lasciami finire in pace la sigaretta. Poi, ti dò un’occhiata di fronte. Parola.

ANNA                - (come una schioppettata) Io! Fui io, giovinetta, a sedurre te, in quella torrida giornata d’agosto. Sai cosa me l’ha fatta ricordare? Le cicale! Ci ho lasciato i timpani su quel prato. Come m’era potuto cadere di mente?

CLELIA              - Generosità che non inganna. Non caricare di una menzogna di più le tue colpe per alleggerire le mie. Non mi vedrai mai cedere su questo punto. So troppo bene, e rivendico tutta la responsabilità, di essere stata io a corrompere te, e non viceversa. Questione chiusa. Non c’erano cicale, solo formiche, complici alla tua corruzione.

ANNA                - Fa’ spavento la celerità come si deteriorano i discorsi con te. Non s’era ancora finito di chiamarla sedurre ed è già diventata corrompere.

CLELIA              - Sedurre, corrompere, che differenza fa? Perché ostinarsi a sottrarre immeritevolmente legna all’incendio del mio rimorso? Che, almeno, non mi si privi della consolazione di soffrire della mia indegnità.

ANNA                - Ma sì! Soffri pure senza economia. Dacci dentro, dissipa, sciala. In tempo di rincaro generale, è ancora il lusso più a buon mercato.

CLELIA              - Grazie. Ne approfitto senza perder tempo.

ANNA                - …E ti senti già un po’ meglio. Ammettilo.

CLELIA              - Miserie.

ANNA                - Però è già qualcosa.

GIORGIO           - …Ehi!...

BRUNO              - Ancora?

GIORGIO           - Una domanda e basta: se morissi, cosa faresti?

BRUNO              - Verrei al funerale, naturalmente. Contaci.

GIORGIO           - (la delusione personificata) Soltanto?

BRUNO              - Cosa potrei fare di più? Salvo, beninteso, lo strazio interno per il quale non basterebbe Leopardi a dosi giornaliere.

GIORGIO           - Hai detto interno? Significherebbe, aldifuori, invece, disinvolto, fatuo, garrulo e sorridente come niente fosse, il solito uomo di mondo di tutti i giorni, insomma, insaziabile di piacere?

BRUNO              - I grandi dolori, non dovresti ignorarlo, non si vanno a gridare sui tetti. Forse, metterei, anche, un necrologio sul “Corriere della Sera”. Vedremo. Ci penserò.

GIORGIO           - Questo “forse”, legato a questo “anche”, non te li perdonerò fin che campo.

BRUNO              - Mi è nota la tua avversione per gli avverbi. Fa’ paio colla mia per i puntini.

GIORGIO           - I “tuoi” avverbi…!

BRUNO              - …I “tuoi” puntini.

GIORGIO           - Fuma, fuma… Sai cosa farei io, viceversa, se morissi tu?

BRUNO              - Lascia perdere. Deciderai al momento, se sarà il caso.

GIORGIO           - Già deciso. Lo sai?

BRUNO              - A che sforzare la materia grigia, quando hai già preparata la battuta tu? Ti sciuperei l’effetto.

GIORGIO           - Mi sparerei, ecco cosa farei; ed ecco cosa doveva rispondere un amico vero: mi sparerei! Sulla tua bara.

BRUNO              - Si fa per dire.

GIORGIO           - Vedrai!

BRUNO              - Non ci tengo proprio. Sarebbe difficile, del resto.

GIORGIO           - Sarà.

BRUNO              - Sarebbe.

GIORGIO           - Cinismo e basta. Che vita, miodio!... Il fondo della tua natura non è che indifferenza e crudeltà. Ebbene, sappi che io sono rassegnato e pronto a essere sepolto e dimenticato. Non così mi fregherai!

BRUNO              - Non obbligarmi a risponderti che ti prendo in parola, che, poi, ti arrabbi.

CLELIA              - …No, no, un piede oltre questa soglia e confessione radicale immediata. Non posso concepire di vivere ad alto rischio come te. Ai piedi d’un sacerdote senza por tempo in mezzo. Guai rimaner scoperti anche un momento soltanto. Malcapitata che il mio confessore abituale, che sapeva tutto di me, è fuori uso, a letto con una gamba rotta; e quello che lo sostituisce è tanto meno esperto e meticoloso. Smemorato come si dimostra, gli devo raccontar tutto daccapo, ogni volta, particolare per particolare e guai se mi confondo, dice che lo inganno.

ANNA                - Hai cambiato confessore?

CLELIA              - Ma sì. Per forza. Una peccatrice senza confessore è come un piroscafo senza ancora. Sarà fatalità, oggi non puoi più contare su del personale spiritualmente qualificato, di tua fiducia e scelta.

ANNA                - E’ come colle COLF.

CLELIA              - Fa’ conto. Quello di prima erano anni. Mi capiva al volo, s’era creata una consuetudine, sapevo quel che mi aspettava. Questo qui, viceversa, misericordia!... mah… va a estri. Una volta ti fa sentire una criminale, la volta dopo ti tratta da agnello sacrificato. Ha un’idea del peccato che neanche le previsioni del tempo. D’un volubile che non ti dico. Un po’ volubile lo era anche nostro signore, d’accordo, ma non al punto di questo qui. Esagera. E sconcerta. Si sente, intendi, che non è sicuro e una finisce col perdere il termometro della propria coscienza. Mi spiego?

ANNA                - Sai, non è che io sia molto competente in materia. Ma mi par di sì.

CLELIA              - …Mai due volte la stessa penitenza. Continui alti e bassi. Possibile? Pare che lo faccia apposta: le montagne russe! Diventa un indovinello. In fin dei conti, il peccato è sempre il medesimo. Tanto deve dar tanto.

ANNA                - Calcolerà sul piacere che uno ci prova.

CLELIA              - Si degnasse di domandartelo, lo capirei, ma decide lui di testa sua? Che ne sa?

ANNA                - Si regolerà a pelle, volevo dire ad occhio, secondo parametri suoi personali: ciò che proverebbe lui nei panni del peccatore, insomma: il proprio “vissuto”, in altre parole, come si dice.

CLELIA              - E’ una teoria. Mentalità moderna, siamo sempre lì.

ANNA                - E’ anziano?

CLELIA              - Macché; giovanissimo, questo è il bello.

ANNA                - Vuoi vedere che dipende da quello?

CLELIA              - Io lo capisco, povero figliolo, ma non si giudicano i peccati altrui sul metro delle tentazioni proprie, scusa. La guida di un’anima non è la guida di una bicicletta.

ANNA                - Eggià, il manubrio è differente, anche questo è vero.

CLELIA              - Ne risente il sistema nervoso, capisci? Non sai mai se sei in discesa o in salita.

ANNA                - Colla tua allergia morale, è un bell’inconveniente.

CLELIA              - Secondo me, ciò che gli manca è la ferma coscienza di certi valori stabili. Coltivo solo la speranza che don Saverio guarisca presto e queste spossanti oscillazioni penitenziali cessino. Con lui si viaggiava in piano.

ANNA                - Quant’era lo scotto secondo la vecchia scuola?

CLELIA              - Paternostro più, avemaria meno, quindici e quindici generalmente. Più – quando proprio aveva il nervoso – un paio di gloria sotto Natale e lungo la settimana santa, con la raccomandazione di saltare i venerdì, però facoltativa. Era molto possibilista. Severo ma non immite verso la carne: un uomo giusto.

ANNA                - Mi pare un tributo equo. Direi persino economico.

CLELIA              - Non è tanto l’ammontare. Il prezzo è prezzo e pagarlo è sacrosanto: nati non fummo a viver come bruti. È che, adesso, non è mai due volte lo stesso: o intolleranza o lassismo. Non si pretende il calmiere, ma, dal troppo al niente, ce ne corre.

ANNA                - E se cambiassi confessore? Dico così, intendiamoci… senza cognizione del mercato.

CLELIA              - Per carità. Rischio di peggio. Tu non hai idea. Con questi preti del giorno d’oggi, non conosci mai di che morte devi morire. Dopo il concilio, è stato il caos. Non sai più quanto costi la tua anima. Questo qui, immaturo e imprevisto fin che vuoi, ma almeno, è alto, pulito, simpatico, rispettoso, cita Sant’Agostino a mente, fa la doccia e si fa la barba tutti i giorni. Ha quel gran difetto: la volubilità.

ANNA                - Chi non ha difetti, figlia mia!?...

GIORGIO           - …E’ troppa pretesa chiederti di smetterla un momento di pensare alle gemelline?

BRUNO              - Chi ti ha detto che penso alle gemelline?

GIORGIO           - La tua mutria, la tua pelle, il tuo fiato, le tue maledette sigarette… Ti conosco meglio e peggio di me stesso. Per tutto il tempo, non hai fatto che pensare alle gemelline. Cos’è, non stanno bene? Non sono degno di saperlo? Non posso partecipare?

BRUNO              - Dopo il morbillo, stanno benissimo. Fin troppo.

GIORGIO           - Son contento. Permetti?

BRUNO              - … “Però…”; su, dillo: “però…”

GIORGIO           - E tu, come fai ad essere così sicuro che, adesso, aggiungerò un però?...

BRUNO              - Lo so. Ti conosco anch’io: è il momento del però. Vedi, ormai il guaio, tra noi, è che ci si conosce troppo. Ed è regola di questo mondo che, più ci si conosce, meno ci si sopporta.

GIORGIO           - E allora, “però”, una volta tanto – sempre meno frequente – che ci si incontrasse e si sta insieme – sempre meno – ammetterai che possa disturbare rendersi conto che hai la testa infestata dalle gemelline, tanto più quando stanno benissimo dopo il morbillo…

BRUNO              - E’ male pensare alle proprie figliolette?

GIORGIO           - Mai più – semmai, è doloroso sentirsene escluso - . Mi limito a constatare che non è troppo di buongusto non cessare di pensarci… quel minuto, quei trenta secondi… E’ chiedere la luna pretendere il rispetto di “un momento di oblio al momento giusto”? Chiaro?

BRUNO              - Chiaro. So decifrare anche i puntini, non preoccuparti. Vivi nei puntini, tu! Come un dado nel brodo.

GIORGIO           - Perché, vedi, il legittimo pensiero della propria prole se ne tira inevitabilmente dietro un altro, se non lo sai.

BRUNO              - Vale a dire?

GIORGIO           - Nella fattispecie…

BRUNO              - Nella… cosa?

GIORGIO           - Nella fattispecie.

BRUNO              - Da inserire immediatamente nel Guinness dei primati! Scommessa la testa che mai, da che mondo è mondo, è stata pronunciata la parola fattispecie tra due uomini a letto insieme alle cinque della sera. E nemmeno in ore diverse.

GIORGIO           - Bene, d’ora in poi non si potrà più dire. Oggi è stata pronunciata.

BRUNO              - Fuori, dunque, il pensiero che si tira dietro, nella fattispecie, il pensiero della prole.

GIORGIO           - Quello di colei che l’ha messa al mondo, né più né meno.

BRUNO              - Se lo dice un ginecologo!...

GIORGIO           - Coll’aggiunta conseguente che non è né gentile né piacevole trovarsi idealmente in tre in certe situazioni. E specie quando il terzo incomodo è la moglie del proprio…

BRUNO              - …del proprio…?

GIORGIO           - Compagno.

BRUNO              - Eufemista!... Credi che, domattina, sul “Corriere si potrebbe leggere: “Insospettabile odontoiatra fulminato dal ridere durante uno squallido convegno col… compagno del cuore senza essere comunista”?

GIORGIO           - Basta. La tua vocazione e disgustare sempre. Non eri così sul fronte di Cassino.

BRUNO              - Ti disgusta il coraggio di parlar chiaro, chiamando la realtà col proprio nome? Oppure ti tarda che succeda? Cassino è una delle regioni più erotiche di codesta lussuriosa Italia.

GIORGIO           - Precipitare nella trivialità fino al collo è la tua vera vocazione. Saresti capace di spegnere una cicca sulle mammelle della Gioconda.

BRUNO              - Eh, non è mica una cattiva idea, sai! Ricordati, bel giovane: stabilito una volta per tutte che l’arte è menzogna colla vocazione della verità (però, un bell’osare), c’è più naturalezza, salute e grazia nella fraterna emofilia dell’invito del padreterno che infonde la vita ad Adamo, sul culmine della Cappella Sistina, che non in tutta la sodomia sentimentale e complimentosa dei quattro secoli successivi messa insieme. E si tratta di Dio. Sodomia è maschilità, lo si scorda troppo spesso.

GIORGIO           - E noi, saremmo qui, ora, a far dell’arte…!?

BRUNO              - Si può escluderlo? Non è triviale far sesso; è triviale farlo romanticamente. Ed è meno triviale ancora farlo tra uomini, eccezion fatta che uno dei due ci introduca un temperamento da donna. Mettitelo bene in testa. In questo caso, tanto vale sposarsi.

GIORGIO           - (mentre gli va di traverso un singhiozzo) – Come, calpestando ogni ideale, hai fatto tu, vero?

BRUNO              - Visto e considerato che tu non te la sei sentita di maritarti, io mi sono ammogliato, correndone tutti i rischi, non esclusa la schiavitù della procreazione, che ossessiona allo spasimo la mia degna consorte.

GIORGIO           - Qualifica “rischi” le sue bambine!

BRUNO              - In un certo senso.

GIORGIO           - Dio, dio, dio… darmi del bel giovane!

BRUNO              - Non t’ha fatto piacere!

GIORGIO           - Ma darmelo in faccia!...

BRUNO              - E dove lo vuoi?...

CLELIA              - … Domando e dico come si fa a chiamarsi Elio? È un nome da prete, Elio? Don Saverio, ecco un nome da prete. Elio. Così pieno di futilità e di superbia! Don Elio. Capirai…!

ANNA                - Va’ là. Elio. Evoca il sole, l’energia, il calore, la luce, la vita.

CLELIA              - Hai voglia. Magro peggio d’un fil di ferro, lungo, secco come la fame: meno di cinquanta chili distribuiti sul percorso di un metro e novanta. Dove ha disperso il resto a cui si aveva diritto?... Ora che ci penso: Tony Perkins… ma sì: Tony Perkins sputato; sempre tutto a posto, elegante, come appena uscito da uno scatolino di raso: l’uomo serpente in confezione Christian Dior… Fammi riflettere se non sia anche profumato;… sicuramente, si deve fare le unghie, te le senti nella carne come una punizione… Ma quegli occhi! Fanatici e spiritati. Pupille alla fiamma ossidrica, Anna; impietose e crudeli di uno che divora se stesso, senza un attimo di respiro, col fuoco di un’interiorità inesausta… Scorticato vivo! Come me!

ANNA                - Innegabilmente, non ti manca l’arte del ritratto.

CLELIA              - Non mi sbaglio. È che, per certe cose, possiedo una sensibilità medianica… Sì, sì, non c’è dubbio. Spaventoso, povera anima tormentata: don Elio non si perdona niente, ecco la soluzione! Ma come ho potuto non rendermene conto?

ANNA                - La zona meno chiara è sempre la più prossima alla lampada.

CLELIA              - Che risorsa, eh, la conoscenza della Bibbia!...

ANNA                - Faresti meglio a dire che conforto.  

BRUNO              - …Non prendermi a calci, tu. Non vorrei diventare un feticista anche del piede.

GIORGIO           - Infelice amico mio, non sei che un povero fascio di feticismi scompaiati.

BRUNO              - Tanto più.

GIORGIO           - Non l’ho fatto apposta. È la solitudine dei miei piedi malinconici che vanno, da soli alla ventura, in cerca di compagnia.

CLELIA              - … Sai cosa ti dico?

ANNA                - Non ne ho idea, ma, da te, mi aspetto di tutto.

CLELIA              - Porta il cilicio!

ANNA                - Il cilicio, Gran Dio!?

CLELIA              - Quello sguardo, quel fuoco, quella magrezza, la furibonda severità molcita dalle soavi indulgenze: altrettanti segni inequivocabili: la sindrome del cilicio.

ANNA                - Ed io che lo credevo un arnese in disuso dai tempi dei tempi, leggendaria eredità dei secoli bui.

CLELIA              - Cieca, ingenua e ingenerosa! Ma non ti accorgi la beatitudine della sofferenza trionfante nella luce di certi sguardi che ti passano accanto?

ANNA                - Io no, pensa. Credo che si tratti di emicranie, calli, mal di denti, lombaggini…

CLELIA              - Vuoi che te lo dica? Qualche volta anch’io!... L’ebbrezza della lusinga, il vagheggiar della tentazione…

ANNA                - No, tu no!... L’alabastro delle tue carni… Sarebbe un sacrilegio.

CLELIA              - Purtroppo, me ne manca la tempra. Mi beo solo della vertigine.

ANNA                - Meno male, va’ là, la vertigine non lascia cicatrici.

CLELIA              - (ancora un brandello di Bibbia) Molti sono i chiamati, pochi gli eletti, ahimè!

ANNA                - Ecco, a proposito: francamente, confidenza per confidenza, mai che sia riuscita a capire ‘sta celebre sentenza cosa significa.

CLELIA              - (soprapensiero) Sai che neanch’io, adesso che mi ci concentro su.

ANNA                - Per anni mi ci son rotta la testa: impenetrabile.

CLELIA              - Però, è profonda e questo è l’importante. È un ricostituente dello spirito. (e, come tutti i ricostituenti, fa bene a tutto e a niente).

ANNA                - Certo, per chi possiede una vita spirituale ad alto voltaggio come voialtri, deve essere un peso immane sopportare la squallida realtà.

CLELIA              - Per chi parli?

ANNA                - Per entrambi, povero figliolo.

CLELIA              - Mah…

ANNA                - Mah… Mah…

CLELIA              - Tu l’hai detto due volte.

ANNA                - Ne ho anche diritto. Permetterai… Tu ci hai fatto l’abitudine.

BRUNO              - … Che fai, adesso? Piangi?

GIORGIO           - Non te ne curare.

BRUNO              - Abbi pazienza, tireresti per i capelli un santo… Dimmi tu: dopo una giornata di lavoro, uno proverebbe il bisogno di un po’ di relax e invece gli toccano manfrine così.

GIORGIO           - Vorrei vedere te, come mi tratti.

BRUNO              - Mi conosci pure come son fatto, no?

GIORGIO           - Mi odi. Non ardisci confessarlo, ma mi odi. Nell’intimo, dico.

BRUNO              - Basta colle bambinate. Piglia questo, piuttosto.

GIORGIO  - Cos’è?

BRUNO              - Cosa vuoi che sia? Il solito fazzoletto. Toh. Asciugati gli occhi e soffiati il naso. Non fai che tirar su.

GIORGIO           - (obbedendo) Lo tenevi già preparato.

BRUNO              - Si capisce.

GIORGIO           - Tutto previsto.

BRUNO              - Naturalmente… Cosa dovrei dire io? Anche stanotte, scommessa la testa.

GIORGIO           - Che colpa ne ho? È la mia ossessione. Alla vigilia di ogni incontro. Non posso farci niente. So io quel che darei per evitarlo. È tutto come vero. Ti rendi conto? Vero! Si fa presto a parlare. Bisognerebbe provare quello che provo.

BRUNO              - E tu imbottisciti di tranquillanti, mettiti a mollo in un bagno caldo, macinati un’ora di footing; fa’ una cosa: leggiti un paio di poesie di Montale; non c’è niente di meglio per vuotar la mente colla scusa di farsi una cultura.

GIORGIO           - Son fin ricorso a dosi da cavallo di Pasolini che è tanto più arrabbiato, scoraggiante e pieno di minacce. Niente fa niente. Sei forse padrone dei tuoi sogni, tu?

BRUNO              - Caschi male. Mai fatto un sogno in vita mia, io. O, se ne faccio, me li dimentico prima ancora di terminarli.

GIORGIO           - Mica tutti son altrettanto fortunati.

BRUNO              - Un nevrotico, ecco cosa sei.

GIORGIO           - Hai scoperto i garofani.

BRUNO              - Consulta uno specialista. Va’ dal Musatti. È il suo pasto quotidiano. Ti accoglierebbe a braccia aperte. È sempre in agguato per casi del genere.

GIORGIO           - Già, e gli racconto che, la notte precedente ogni convegno amoroso col mio amico, sogno che stiamo percorrendo la panoramica del lungolago e, per una manovra imprudente, si precipita trecento metri sott’acqua; e devo assistere terrorizzato allo spettacolo atroce che lui mi affoga al fianco… Dovresti vederti, Bruno: gli occhi fuori dalla testa, la bocca spalancata: che fame d’aria! Uno spavento. E io, lì con te, che non posso far nulla. Hai in mente quel film?... “I diabolici”?! Nemmen da paragonare, rose e viole, un film comico, in confronto.

BRUNO              - Sì, però tu sopravvivi sempre. È abbastanza strano.

GIORGIO           - In questo, appunto, consiste la crudele tragicità del sogno: la cond

ANNA                - di dover assistere inerme alla tua agonia. E la tiri lunga, lunga… Ti strangolerei! Le facce che fai! Gassman che, pure, non scherza, in confronto, un filodrammatico. E io, sempre sognando, arrabbiato di non aver una macchina da presa, penso, pensando che penso: “Ma perché deve darsi da fare tanto a patire, quello lì; perché non si decide a morire e la smette di farmi soffrire collo spettacolo della sua sofferenza? È una cattiveria bella e buona”. Mi assale il sospetto, comprendi, che lo faccia apposta. Per dispetto.

BRUNO              - Ma tu, in tutte queste catastrofi lacustri, non muori mai?

GIORGIO           - Mai, mai. Io patisco soltanto. Incarno lo strazio. E non me lo risparmio.

BRUNO              - Ah, incarni. È questo che, una buona volta, mi devi spiegare, figlio mio…

GIORGIO           - Perché continui a chiamarmi figlio mio? Sembra un incesto abusivo.

BRUNO              - Per non chiamarti figlio di qualcun altro. Imprigionato dentro a un’automobile, sprofondato in fondo a un lago, e tu, a pelo d’acqua, vispo come una sogliola. Cosa sei? Anfibio? Impermeabile?

GIORGIO           - Mah!... E’ un sogno.

BRUNO              - Te lo dico io cos’è, senza bisogno del Musatti. Una voglia vigliacca di farmi la pelle, è.

GIORGIO           - Bruno!... Come puoi solo pensare la metà di un pensiero simile?

BRUNO              - Già, che sei un pensatore!... E, naturalmente, sempre il lago di Como, vero?!...

GIORGIO           - Che posso farci?... Ci andavo in villeggiatura da piccolo, col mio papà.

BRUNO              - …Magari quel ramo che volge a mezzogiorno tra due maledette catene non interrotte di monti, coll’antipatia che mi sono sempre tenuto in corpo per gli itinerari manzoniani.

GIORGIO           - A un paio di chilometri da Lecco. E pieno di curve. Io non ne ho colpa, dipende dal Comune.

BRUNO              - Non c’è pericolo: non cambi mai laghi tu. Sei certo di non aver investito anche don Abbondio, per caso?

GIORGIO           - E’ stato per scansare un Tir svizzero.

BRUNO              - Che ci faceva lì un Tir svizzero? Questo me lo devi spiegare.

GIORGIO           - (spalancando, rassegnato, le braccia) Fatalità! Transitava.

BRUNO              - Ovviamente, sulla strada, assenza di qualsiasi anima viva per darci una mano a cercar di tirarci – di tirarmi – fuori. Non passa mai nessuno durante i tuoi notturni sorpassi omicidi.

GIORGIO           - Questa volta, passavano. Era già mattina.

BRUNO              - E’ evidente che se ne sono sbattuti le balle. Peggio ancora!

GIORGIO           - No, poveretti, si sono tuffati subito, senza nemmeno cavarsi le scarpe.

BRUNO              - Eh già! Ma non c’è stato nulla da fare, vero? Vuoi vedere che fosse stato altrimenti!

GIORGIO           - Sono annegati anche loro, hai indovinato. Atroce.

BRUNO              - Soltanto tu non anneghi mai nei laghi lombardi. Circoli col galleggiante incorporato.

GIORGIO           - Erano dei boy-scouts tedeschi pieni di vita, troncati nel fiore degli anni. Son restati laggiù.

BRUNO              - Son contento. Gli sta bene. Mancava solo l’umiliazione di venir ripescato. In quei luoghi ci ho fatto la resistenza e mi vado a far salvare da due tedeschi! Coll’aria della vittima, tu sei capace di tutto.

GIORGIO           - Scusami, non lo sapevo.

BRUNO              - (apodittico) La prossima volta, guido io!... Era la solita Ritmo?

GIORGIO           - Macché. Una Mercedes spider, decappottabile, nuova, appena sdoganata, un occhio della testa.

BRUNO              - Di bene in meglio, ci vogliamo rovinare: funerale di lusso, questa volta. E balza fuori dalle lenzuola come un grillo, infilandosi fulmineamente slip e tutto.

GIORGIO           - Mi lasci?

BRUNO              - (mentre si riveste) Sono in ritardo per il ricevimento di stasera e, prima, mi aspetta la dentiera del prefetto. Ce ne fosse una che gli sta su! Gli schizzano di bocca colla violenza di una Colt, mirando gli occhi dell’interlocutore, e, a chi tocca, le conseguenze oculistiche non si fanno attendere. Scatto e bersaglio. Tremo al pensiero di ciò che può accadergli durante il discorso ufficiale, se lo fa in faccia al Presidente della Repubblica, che, a dentiera, non deve star meglio di lui. Si rischia di assistere a un duello all’ultimo occhio; e non è che per i film western abbia molta simpatia.

GIORGIO           - Stasera, ti giochi la carriera.

BRUNO              - Puoi ben dirlo. Bene che vada, stasera, di sicuro, ci scappa il cieco. Sta per finire di vestirsi e lo fa in silenzio, concludendo coll’accendere l’ultima sigaretta…

GIORGIO           - Stagli distante, ti raccomando. Sarò in pensiero tutta la sera. Fammi un colpo di telefono per rassicurarmi com’è andata. Magari tardi.

ANNA                - …Toglimi una curiosità: veste abiti borghesi?... Come si chiama?... Il clergyman?

CLELIA              - Sei matta? Questi casual postconciliari!? Mai al mondo. Ti pare tipo? Classico, “in longis”: “gabardine” talare che batte sulla fibbia del mocassino; sciancato in vita, una fila di 76 bottoncini di seta, dal collo alla punta del piede, e un olezzo impercettibile di Colonia Coty.

ANNA                - Deve essere una creatura squisita. Non mi dispiacerebbe conoscerlo.

CLELIA              - Sai che comincio a vederlo sotto una diversa luce?

ANNA                - Mi sa che sia quella giusta. ………………………………  

BRUNO              - …Ti saluto, ciao.

GIORGIO           - Vai via così?

BRUNO              - Ho dimenticato qualcosa?

GIORGIO           - Decidi tu… La mano, almeno, quella ti degni di stringermela? Non dovrebbe dispiacerti, la mano. (gli stava allungando al sinistra. Si corregge) Toh… Ah no.

BRUNO              - Scusa. (si stringono la mano) Ci si vede.

GIORGIO           - Vuol dire che la prossima volta, farò di tutto per cercar di far transitare sul lungolago un paio di francesi.

BRUNO              - Li preferirei spagnoli. Non accetto né tedeschi né svizzeri… Basta anche uno solo, pur che sappia nuotare. E, se non lo vuoi vedere andare a fondo, fagli levar le scarpe, che non siano scarponi, ciao.

GIORGIO           - Ti saluto. Ma ho la primavera nei sensi e l’autunno nel cuore.

BRUNO              - Ti sei messo in un bel guaio col barometro. E, dalla loro parte, buio totale e perpetuo… Ma è ora di congedo anche in zona Gomorra. Come Venere ciprigna dalle glauche acque del Mediterraneo, Anna, carni d’alabastro, sorge dalle purpuree coperte e comincia a rivestirsi. Lo fa senza fretta, palesemente compiacendosi del proprio corpo ignudo.

CLELIA              - Non esibirti nuda così. L’immodestia avvilisce.

ANNA                - Perché? Non mi vede nessuno.

CLELIA              - Ti vedo io.

ANNA                - Che fa?

CLELIA              - Fa… E turba.

ANNA                - (ha già indossato la sottoveste e si sta spazzolando i capelli) Macché…

CLELIA              - E’ già ora?... Così presto?

ANNA                - M’ero scordata che devo passare dal parrucchiere per la mascherata di stasera… Macché… Tra la tua spazzola e i miei capelli l’incompatibilità è assoluta. Debbo tener a mente di portarmene una da casa.

CLELIA              - Lascia stare. Ci penso io.

ANNA                - E’ il discorso di ogni volta. E, regolarmente, te ne dimentichi.

CLELIA              - Questa è quella buona. Prendo impegno.

ANNA                - Vecchio sistema: nodo al fazzoletto e conservare in borsetta il fazzoletto annodato.

CLELIA              - Eseguirò. Parola.

ANNA                - …Ecco fatto. Ci si rivede il quindici alle cinque?

CLELIA              - Per carità, il quindici no: è il venerdì santo.

ANNA                - Perdonami. Dopo Pasqua, allora. Mi telefoni tu?

CLELIA              - D’accordo. Devo farti anche gli auguri. Ti telefono io.

ANNA                - Bene.

CLELIA              - …Anna…

ANNA                - …Sì.

CLELIA              - Me lo fai un piacere?

ANNA                - Dimmi.

CLELIA              - Lo dai un bacio per me alle gemelline? Col cuore. Di’ loro: “una signora sconosciuta”.

ANNA                - Sarà fatto.

CLELIA              - Non te ne dimenticherai? Mi struggo di conoscerle.

ANNA                - Perché dovrei dimenticarmene?

CLELIA              - Non so… Sei sempre come una che sia in un altro posto, colei che passa e va.

ANNA                - Clelia, Clelia! Dimenticati le vecchie canzonette: nulla di meno intonato al tuo temperamento. Scappo… E non crucciarti più del necessario per gli alti e i bassi dei valori morali… in borsa. È l’economia più dissestata che esista. Sono tempi di inflazione. Dio mio che tardi!... Un’occhiata all’orologio ed è il nulla. Ah, ma un attimo prima, astratta, irreale, del tutto inattesa: Don chi, hai detto?... Davvero strano nome per un prete… Sa di vento e di farfalle. Ciao… Ciao. -2- Di colpo, un torrente di luce invade un opulento non meno che obbrobrioso spogliatoio-salotto rosa-confetto, o verde-mela, o blu-elettrico, o viola-porpora, o bianco-argento, o quel che verrà in mente al buon gusto del cattivo gusto dello scenografo, ammesso e abbondantemente concesso che l’obbrobrio sia compatibile col buongusto e tenuto conto che, in dimensione altoborghese, più su si sale e meno diventa impossibile, qui essendo su parecchio, almeno giudicando anche solo dal reddito dichiarato, il quale, naturalmente, non supera la metà di quello reale, e siamo già tra evasori onesti. Tra i primi oggetti a ferire, consolando, pupille e timpani, incorniciata dalla porta, sta la sfolgorante

ANNA                - in tutta la fosforescenza irradiata da una giovane carne sazia, ancora la mano sull’interruttore. Fermo lì, un momento, il morbido animale si riempie i polmoni assaporando un goloso respiro. Poi viene avanti indolente; la pigrizia, che tutta la intride, le fa scivolare dalle spalle la pelliccia, il paletot, il soprabito, o altro, oppure nulla del tutto, che avesse addosso, a seconda della stagione in cui si fosse deciso di situare la sua inesemplare avventura; si lascia andare, sprofondandovisi sensualmente, tra le braccia di un’obesa poltrona che non aspetta che lei; fa saltar via le scarpe che non chiedono che quello; si stira le vaghe membra feline, anelanti a nonsisaché, e vuol dire nulla e tutto, per concludere agguantando, coll’accidia sensuale d’una morbida animalità, la cornetta d’un citofono, il quale si trova lì apposta… e si inoltra, senza fretta, in una futile chiacchierata telefonica che compromette irrimediabilmente, presso l’opinione pubblica – e, forse, non del tutto a torto – il suo già precario senso della maternità.

ANNA                - … Funziona! Romeo, non mi dire! Il citofono funziona!... Se, poi, dovesse funzionare anche il telefono esterno, c’è da far gli scongiuri. Non oso nemmeno metterlo alla prova… Dimmi tutto… Non è necessario. La cena è compresa nella sfacchinata della cerimonia. Basterà che lasciate un po’ di roba fredda in sala da pranzo, nel caso che il dottore… al momento di andar a letto, ha sempre fame. A proposito, è rientrato?... Infatti, sento muoversi nella sua camera… Gli hai procurato le calze di seta?... Colla baguette? Sicuro che il frac voglia la baguette?... Stiamo accorti, perché; stasera, baguette sì o baguette no, ci si gioca la reputazione; la democrazia non perdona… Non avertene a male, quasi quasi faccio una telefonata al Pozzi… L’hai già fatta tu?!... E’ facoltativa?... Basta così. I piedi del padrone sono sotto la tua giurisdizione… Lo vedo. Sta sul divano… Ma certo: tu ed Emma serata libera… Le iene?... Capricci?... Danni?... Meno male… Va bene… No, altro, Romeo. Ah. Appena si fa viva la baby-sitter, pilotamela all’apparecchio. È già in ritardo… Speriamo bene. Tutto quanto ne so è che si tratta di una laureanda bionda… Già, da un po’ di tempo, facciamo collezione di bionde, fa parte della divisa. Riattacca, solleva, dal divano, e controlla, un abito nuovo da sera: se l’atteggia variamente addosso; si giudica, si contempla, ne ha soddisfazione e gloria, tutto il tempo che le fa piacere, prima di venir sorpresa dal citofono mentre scuote, davanti alla specchiera, i bei capelli a onda, ridente, adagio per non farsi male… … Sì… Benvenuta, signorina… Complimenti. Ha un bel nome… Non è necessario. Conosciamo le sue referenze. Ebbene? L’impatto colle selvagge?... Era previsto. Non si lasci fuorviare dalla prima impressione. La soluzione finale si rivela, poi, meno peggio di quel che minaccia… Ha ragione. Che vuole?, ci si scorda sempre di preavvisare… Han fatto i tre anni la passata settimana… Eggià. Noi si è abituati, ma chi se le trova davanti all’improvviso… Dapprincipio, anche noialtri, sa… Non è stato facile… Unica differenza: il peso: dai tre ai cinque grammi a testa. Se lo figura, ogni volta… Tanto sarebbe valso provvedersi di una bilancia da gioielliere: il dramma dell’identità, precisamente. Bastava che una avesse, o non avesse, fatto i suoi bisogni e, addio, diventava, subito, la propria sorella… Adesso, però, ogni problema è superato. Ci si abitua a tutto, anche se pare di avere una figlia sola in diverse copie, faccia conto i comunicati delle Brigate Rosse… No, no, vada tranquilla, le dico: è di una facilità unica… Il pianto!... Sì, il pianto è stato la nostra salvezza, pensi un po’. Regolarsi sul pianto e non c’è bisogno d’altro… Oh bella!... Sicuro che piangono tutte, non vuole? Appena cominciano a frignare, una carezza e il dubbio cessa. Non ha che da far la prova: automatico: Clementina morde, Antonietta graffia, Paola ti ficca le dita negli occhi: tre individualità inequivocabili. E mai un errore. Non c’è pericolo… Tutto qui. Non si può sbagliare… Me l’aspettavo. È l’obiezione di tutti: al caso, un pizzicotto ed è fatta: riflesso condizionato, piangono per niente. Provi, le dico, sono abituate. Solo un po’ di prudenza perché sono anche astute e carogne. Semmai, basta un cerottino, li trova sul comò… Con Amalia, il caso è diverso. Non ci crederà: più facile e meno pericoloso ancora. Dispone di un segno particolare inconfondibile, tutto suo: dice parolacce – La quinta è stata sfortunata, è nata morta; era l’unica un po’ differente; si sarebbe chiamata Adelaide e, così, avremmo sistemato tutte le zie, purtroppo, il Cielo non volle, mah… - … No, no, inequivocabili: parolacce da trivio. Cara, le prime parolacce, ma ci pensa!... Dove le impara, chi gliele insegna? Capta! Tutte giuste, sa. Un dono innato… una predisposizione congenita. Se ne renderà conto anche lei… Non si può. Irriferibili… Non insista. Ci censurerebbero… Da far arrossire un camionista: i bambini, quando colpiscono, colpiscono… Un po’ la mia preferita, sì. Di tutte, è quella dotata di maggior personalità. Suo padre si aspetta molto da lei, e, anch’io, non mi attendo poco: faccia solo che la parolaccia si configuri in concetto, mi spiego?... Eh, i figli! S’ha un bel dire! Les enfants sont les enfants!... Ma che discorsi fa ?... Anzi ! Sfogo di mamma per tirar l’ora di codesto fastidioso impegno… Dopo cena, sistemate nei loro lettini, si metta pure in libertà… c’è una poltrona comoda, la televisione è piena di tasti, un vecchio film qualsiasi con Alain Delon lo sputa sempre… Non mi dica!... Non le interessa Alain Delon?! Fenomenale… Preferisce leggere… Apre l’uscio, introduce una mano nello scaffale e, Agata Christie e Moravia, trova l’opera omnia a sua disposizione, si cerca di tenersi aggiornati… Le domando scusa. Con una laurea in filosofia in agguato e, Dio non voglia, probabilmente, ancora vergine, averlo saputo e le si faceva trovare la “Critica della Ragion pura”. Non succederà più… Oh, ormai: preistoria… Sì, sì, in fondo a qualche cassetto, deve esser finita anche la mia laurea… Ben lieta, cara, argomento di più per fraternizzare… no?... Espressione interrogativamente divertita, come a significare: “Sta a vedere…” … sororizzare, le suona meglio?... E’ simpatica, lei… Ah, ultima raccomandazione: pazienza col cane. È poco più di uno scarafaggio ma ha un carattere. Deve dormire con loro… Lei, li lasci fare, ignori i loro rapporti. Guai metterlo fuori dalla stanza: di qua, sfasciano tutto esse; di là, sfascia tutto lui… Ah, non lo si è mai saputo: una simbiosi così. Non transigono… Se sapesse!... Ce le ha messe contro fin dal principio, una bestiola che non viveva che per noi, al guinzaglio del nostro sguardo. Da così a così… Non avevo ancora terminato di spinger fuori l’ultima… - Sì, era presente, altrimenti, come avrei potuto partorire? – e aveva già fatto la sua scelta: nessuna esitazione: un guanto rovesciato: rinnegati; tutto dalla loro parte. Sempre come di sentinella. Guerra dichiarata. Dovrebbe vedere i ghigni di sarcasmo che riserba a me e a mio marito: da spezzare il cuore e non c’è stato nulla da fare. Ci odia, dopo averci tanto amati. La banda dei cinque! Ha presente? Esse pazienza, non ci avevano conosciuti prima; ma lui!... Mah, se si potessero solo sospettare i segreti calvari delle famiglie!... C’è, all’Ateneo di Losanna, un etologo, una celebre barba bianca di fama mondiale – parcelle svizzere, da capogiro - … Potrebbe trattarsi, ha azzardato: un rarissimo caso di “complesso del leone”, al quale pare – pare – che, eccezionalmente, vadano soggetti i piccoli barboni; forse un caso su un milione: è toccato a noi… Ipotesi; di sicuro, men che niente… Noi non siamo gente da approfittare di una sventura per specularci su andandola a sbandierare. Così, col cuore a pezzi, senza pubblicità, si decise di favorire di questa rarità scientifica il giardino zoologico di Milano. È la città che ci ha dato la vita, ci parve giusto; e devo anche riconoscere che, una volta tanto, dalla Giunta semirossa, il gesto fu apprezzato. Non l’avessimo mai fatto. Dovemmo farcelo restituire a spron battuto, lasciandole immaginare la figura col sindaco, fortunatamente amico di casa. Il cane, là, da parte sua, aveva sbranato tre innocenti bertucce che non gli avevano fatto niente; le gemelle, qua, da parte loro, dalla sera alla mattina, minacciate dal terribile “complesso della tigre” – un’altra diagnosi milionaria dell’etologo elvetico, e le risparmio ciò che ci si dovette sentire dire dopo averlo richiamato d’urgenza - … Ah, non l’ho messa al corrente che egli si sposta sempre in landò… Sì, in landò. Mica per disistima verso le ferrovie che, nel suo paese, per un riguardo, presumo, all’industria nazionale dell’orologio, tengono ancora abbastanza gli orari, bensì perché – appassionatissimo d’ippica – essendo proprietario dell’unico cavallo da corsa, al mondo, affetto, garantisce lui, dal “complesso della Ferrari” – esclusi i suoi che non confida ad anima viva, quel grand’uomo è un casino di complessi – a trazione animale fa più presto, dice… Proprio così: uno dei tanti guasti della psicanalisi svizzera, e non sarà né il primo né l’ultimo… Che lapsus, santo iddio!... Ho l’impressione di aver detto male di Jung e magari lei… Come dice? E magari io?... No, guardi: io declino qualsiasi magari, mancherebbe altro… Momento… Si spieghi, finisca, è interessante… “L’istinto dell’animale – dice - , il quale percepisce un’inconscia avversione… oddio, una minaccia, proprio… alla maternità…” Ah, non dico mica di no, sa. Possibilissimo: sino alla frigidità, se mi vuole franca fino in fondo… Cara lei, vorrei vederla nei miei panni, considerato, per giunta, che la predisposizione al parto gemellare pare una tendenza costituzionale… So, so: il maschietto, l’erede: il sogno maschilista di mio marito… Il mio terrore, deve rendersi conto, è l’edizione multipla per la seconda volta. Dieci marmocchi in due parti, lo ammetterà, sono un pensiero. Quando uno è stato scottato dall’acqua calda, finisce col tenersi distante anche da quella fredda… Contribuire alla sovrappopolazione del pianeta? Non sia mai, ecco… No, no, son qui tutta orecchi… Lo so che usa… Alquanto umiliante per entrambi, non trova? Ci sembrerebbe di far l’amore coll’impermeabile. Possibile, una psicologa del suo stampo, mai sentito parlarne?! Ce ne sono, sì, di paradossi… Fatalità, quella non la digerisco. Certi bruciori di stomaco!... Ossessione… blocco… nevrosi… la chiami come meglio crede… Cara amica, pardon, cara signorina, resto dell’opinione che, per poca personalità che una donna, dotata di un minimo di rispetto verso se stessa, possegga, è sempre in grado di escogitare qualche… anticoncezionale di fantasia, più sicuro, originale, gustoso e distinto… Per carità… Sono in ritardo, ho poco tempo e gliene ho fatto perdere… Ma, odo degli strilli? Presto: faccia la prova: pizzichi. Attenzione al Tato…: il cane. Ha nome Tato, sì. A buonconoscerci… Come, come?... Non riattacchi. Ripeta, per cortesia… sì… (e quasi sillabando) “Guai confondere un blasone con una comodità… e scambiare una cautela per un ardimento”. Trova? Lei è la Sibilla, signorina. Ha una spiegazione per tutto… Come ha detto? “Detesta sentir contrabbandare un ripiego con una vocazione”?... Brava. È la via maestra per finire nei libri di lettura. O, meglio ancora, sugli altari, se una è più ambiziosa… Di niente. E stacca di brutto mettendo giù, secca, la cornetta, proseguendo, esclamativa, con una parola che non è proprio da lei; ma tanto vale, sono espressioni che cominciano a correre anche nella Milano su e pazienza, si cercherà di non ricascarci più. Stronza!... Subito, però, assorta, cercando di ricostruire tra sé e sé la frase: “… Guai confondere un blasone con una comodità e scambiare una cautela per un ardimento…” Aveva appena cominciato ed era stata già raggiunta da Bruno, proveniente da una stanza comunicante. E in maniche di camicia, pantaloni da frac, sparato bianco, colletto duro sbottonato e piedi scalzi. Evidente che viene dalla propria camera dove si sta vestendo.

BRUNO              - … Parli da sola, cara?... Stavi dicendo?

ANNA                - Niente, niente. La baby-sitter, una ragazza moderna e petulante; mi citava… cosa mi citava? Un proverbio abruzzese.

BRUNO              - Ah, la figlia di Iorio?!

ANNA                - No, quell’apriscatole di D’Annunzio no… Mah, si sarà trattato di Larochefoucault. Niente male.

BRUNO              - Laroche, chi?

ANNA                - … foucault. Qualsiasi massima, anche la più cretina, attribuendola a lui, non si sbaglia mai. Esiste solo per quello. È comodissimo.

BRUNO              - Di cosa non son capaci le baby-sitters del giorno d’oggi! E pensare che la mia balia non sapeva né leggere né scrivere; e morì convinta che Cristoforo Colombo fosse un piccione viaggiatore, affettuosamente chiamato così in una famiglia amica degli animali. Tu non vuoi bene a quelle povere creature.

ANNA                - Perché, tesoro?

BRUNO              - A tre anni, scusa, le rendi preda di una baby-sitter capace di infestargli la mente con Larochefaoucault, uno che, alla mia età, con una laurea e una specializzazione, non sono ancora riuscito a decifrare come si scriva e a mala pena come si pronuncia.

ANNA                - E per quale altro scopo credi che l’abbia fatto? Le colpe dei padri non si devono lasciare ricadere sui figli. La ginnastica mentale precoce non ha mai nuociuto a nessuno. Che, almeno, vengano su colla mente ventilata, considerato che han dovuto spartirsi in cinque l’intelligenza destinata a una sola, e una porzione è anche andata persa.

BRUNO              - Ne parli come fossero altrettante idiote.

ANNA                - … Se mai qualcuno ne può risentire, è il cane. Ma non è che nemmeno lui si comporti da aver diritto a dei riguardi particolari.

BRUNO              - Ho capito, non sei di buonumore, stasera.

ANNA                - Colla voglia che ho della manfrina mondana che ci aspetta!...

BRUNO              - A proposito, non sei ancora vestita. Ma hai idea che ora è?

ANNA                - E’ questione di dieci minuti. A differenza di te, io non appartengo alle donne vanitose.

BRUNO              - A differenza di me, cosa?

ANNA                - Che appartieni agli uomini vanesi. Ma la conversazione tra loro si va già istintivamente ammorbidendo per una sorta di strana intesa che li accomuna senza volerlo, anzi quasi loro malgrado.

BRUNO              - Vorrei vedere te, piuttosto, nei miei panni. Mi sembro una cornacchia.

ANNA                - Va’ là che non ti par vero.

BRUNO              - E allora, me lo fai il nodo a questo maledetto cravattino, brava come sei?

ANNA                - Qua. Lui le va vicino per la bisogna.

BRUNO              - E’ la tua specialità, no?... Era, quanto meno. Tempo passato.

ANNA                - Ma se non stai fermo, tempo futuro… Ecco. Servito. Lo spinge verso la specchiera che si contempli.

BRUNO              - Perfetto. Tempo presente.

ANNA                - (scrutandolo provocantemente da capo a piedi con un’ironia fatta sguardo) Il mio bel pavone nero. Sarai irresistibile. Lo sei già dalla cintola in giù, peccato solo che il piede nudo debba celarsi nelle scarpe. Se fossi una compagna gelosa, e non ti conoscessi, stasera avrei valide ragioni di strappare gli occhi a tutta la grande Milano.

BRUNO              - Ti accontenterai di voler dire, spero, a un po’ meno della metà, ammessa l’esagerazione.

ANNA                - (ambiguità d’alto grado) Immodestamente modesto: il tuo fascino: più, più della metà… mancherebbe altro!... Se gli occhi fossero mani, se gli sguardi fossero dita, se le sbirciate fossero unghie; e i desideri parole e i sospiri carezze… e le voglie coraggi, poveri noi!... C’è chi spoglia per lussuria, c’è chi spoglia per invidia… c’è chi spoglia per curiosità… e… c’è persino chi spoglia per compassione. Comunque, spogliare si spoglia sempre. Tutti. E inconfessabilmente.

BRUNO              - Potrei fare il medesimo discorso io nei tuoi riguardi. O no?

ANNA                - Altroché. Misera me se non fosse possibile.

BRUNO              - Partita pari.

ANNA                - Partita pari. Rimane l’asse portante della nostra unione, no?

BRUNO              - Io scenderò nella tomba senza aver risolto il problema se noi due ci si è adorati oppure se ci si è detestati.

ANNA                - E’ l’eterno, ricorrente, mistero che si son portati sottoterra già Adamo ed Eva. (un gesto significativo verso l’alto) Una delle tante distrazioni del padrone che s’è dimenticato di metterli al corrente al momento di lasciarli soli ad arrangiarsi. Amore o odio? È esaltante rannicchiarsi nel ricciolo di questo punto interrogativo.

BRUNO              - Scambiare due parole con te è sempre come risolvere un cruciverba.

ANNA                - Fa’ conto. Specie potendo disporre di un compagno di gioco della tua levatura.

BRUNO              - Tiri le sberle come altri tirano le carezze, e codesto è il fascino segreto tuo. Cerca di far presto, cara.

ANNA                - Cerca tu, piuttosto, di non sbagliar piede nelle calze. La baguette va all’esterno. Perbenismo e correttezza non consentono diversamente, pare.

BRUNO              - Starò attento.

ANNA                - Evitiamo scandali, se è possibile.

BRUNO              - Evitiamo scandali, se è prudente. Entrambi in ribalta, direttamente alla platea.

BRUNO              - Si può essere più perfetti borghesi di così?

ANNA                - Perfetti e “marci”. L’aggettivo è di rigore.

BRUNO              - Domando scusa. Ho la tendenza a dimenticarlo. Non lo farò più.

ANNA                - Non ci riuscirai.

BRUNO   - Tu sì?

ANNA                - Io non mi ci provo nemmeno. È comodo e non è reato. Chi non ne approfitterebbe? Chiusa la comunicazione al pubblico.

BRUNO              - Dieci minuti, hai detto? Te ne concedo undici.

ANNA                - La tua proverbiale generosità. Non mi aspettavo di meno. Ma è già scomparso donde è venuto. Lei consuma qualche tempo nell’abbigliarsi. Quando si trova con un braccio dentro e un braccio fuori dall’abito nuovo, riecco il citofono.

ANNA                - … Che succede?... Passami la telefonata qui, sull’esterno, rispondo io… Naturalmente che voi potete andare… Scambia il microfono interno coll’esterno. Stavolta, è più un ascoltare che un rispondere. È palese che, alla sua concisione, corrisponde altrettanta prolissità nell interlocutore. … Sì… E’ lei, avvocato?!... Altrettanto…. Si sta vestendo… Dica pure a me. Riferirò!... Ah… Ah… Sì… Ah, così?!... Va bene… Che vuol farci?... Noo, affatto. “Cara Italia, amate sponde”: nel nostro paese, sarebbe anormale il contrario… Racconti, racconti, che la sento con piacere. Mi risparmia, domani, di leggerlo sul “Corriere”. E si accomoda sul divano per gustarsi meglio chissà che storia. … Mmh… Mmh… Mmh… Eggià, quel che si dice il foruncolo sulla gobba… Di che?... Grazie della premura… Sicuramente, non mancherà l’occasione… Certo. Ossequi alla signora. Depone il telefono; un sorriso splendente, soffuso di sollievo, e si sposta dal sofà alla poltrona. Già vestita da sera, ancora in sottoveste, metà e metà? Dipende da ciò che le preme mostrare e da ciò che le preme nascondere. La scelta all’interprete – se se ne troverà una - . E’ così che, ammaliante nel suo nuovo frac di Caraceni, colle baguettes perdifuori, come il conte Danilo, la vedova

ANNA                - Glavari, la sorprende il consorte, occhio fisso sull’orologio al polso (un Piaget autentico, e che lo sia!).

BRUNO              - Anna! Ne son trascorsi dodici. Faremo aspettare il Presidente della Repubblica, che è il modo peggiore di passare alla storia. Dopo aver dichiarato che non volevi scandali!

ANNA                - (manca niente e si può dir allegra) Non faremo aspettare nessuno. Han telefonato, or ora, dall’ufficio stampa della prefettura. Tutto annullato, rimandato, come lo chiamano loro per salvare la faccia.

BRUNO              - A quest’ora? Dopo aver fatto mettere in maschera la gente così? E domani, si inaugura la fiera senza la presenza del governo?! Roma – al solito – che vuol strozzare Milano!

ANNA                - Tutta la tribù è dovuta rientrare precipitosamente, con un aereo dell’esercito, precettato d’urgenza, al completo, a Regina Coeli. Ordine dello stato maggiore della camorra se vogliono contrattare il rilascio – ma dicono che il margine sia minimo – del ministro che hanno rapito stamattina alla tariffa di non so quanti miliardi.

BRUNO              - Non li vale!

ANNA                - Come fai a saperlo?

BRUNO              - Regola generale, non lo valgono mai, poi li hanno in Svizzera e, infine, quello lì, guarda, dovrebbero pagare perché se lo tengano. Recuperarlo sarebbe l’ultima calamità nazionale.

ANNA                - Sai che ho ricevuto l’impressione che fosse anche il parere di quello che telefonava? Dipenderà che sarà di un altro partito.

BRUNO              - No. Dipende che è dello stesso. È ben per questo. Sta bene rapito. Ha anche la faccia del cretino.

ANNA                - Beh, quanto a quello, è la sorte della maggior parte degli uomini intelligenti… E tu, non guardarti nello specchio, non è il caso tuo. Mica progetterai di intraprendere pure la carriera politica, adesso.

BRUNO              - E se fosse? Cos’ho meno degli altri?

ANNA                - Appunto. È ben quello che ti manca, caro.

BRUNO              - Come osi?

ANNA                - Bada che è un complimento. Non è il caso di prendersela; semmai, è il caso di ringraziare. Significa che non sei abbastanza cretino, sempre che l’affetto non mi accechi.

BRUNO              - Scusa. Avevo capito di traverso.

ANNA                - Non farci caso. Con tutto quello che c’è di traverso fra noi è trascurabile.

BRUNO              - A proposito, c’è mica pericolo che la telefonata si riferisse al consueto generale fuggito all’estero colla cassa buona e il passaporto falso? Dovremmo essere alla scadenza, a quest’ora.

ANNA                - Il rapito. Certissima. Non impensierirti: la fuga colla cassa se non è per oggi è per domani. Quelli delle fughe sono i giorni pari.

BRUNO              - E così, si rimane anche senza cena, mi figuro.

ANNA                - Eh già. C’è il capo del governo, dice, con un diavolo per capello. Aveva trascorso la giornata digiuno, pregustandosi il risotto che il sindaco s’era impegnato di confezionargli colle proprie mani, ormai famoso lungo tutto il mercato comune. Un brutto colpo per una forchetta del suo calibro, se pensi che, stringendogli la mano, sempre sulle sue come si mantiene, era arrivato ad esclamare: “Milano è un gran Milano”.

BRUNO              - Nemmeno la golosità evidentemente è sufficiente a fermare il flusso delle frasi storiche a chi ne ha la vocazione.

ANNA                - S’è dovuto accontentare di un hamburger tra due fette di pane raffermo, sulla scaletta dell’aereo e non aggiungo altro.

BRUNO              - Quello lì, a Milano, non ci mette più piede. Anche perché il governo ha tempo di cascare mezza dozzina di volte prima della prossima fiera.

ANNA                - E il sindaco s’è messo a letto con quaranta di febbre, naturalmente.

BRUNO              - Beh, lui, sai, un paio d’aspirine ed è di nuovo in piedi come un grillo. Colla sua aria da riformato è un dritto più sano di me e di te. Ma perché tanto disprezzo per il sindaco della capitale morale?

ANNA                - … Se credi, ti combino un panino. In sala da pranzo, Romeo deve aver lasciato qualcosa di freddo.

BRUNO              - Casomai, più tardi… Levami una curiosità. Da milanese alla quarta generazione, occhi negli occhi: trovi che il risotto lo sappia fare?

ANNA                - Confidenza per confidenza: ottima persona, ma ne ho mangiati di meglio. Eccede nello zafferano per amore del colore. Non ha il gusto della “nuance” del giallo.

BRUNO              - Chiamiamo le cose come stanno: sa di acido fenico.

ANNA                - Non sarai influenzato dalla tua deformazione professionale di dentista?

BRUNO              - Su questo punto, no… dico… dentista fin che si vuole, ma ancora abbastanza milanese da distinguere lo zafferano dall’acido fenico, spero!

ANNA                - Certo, mica per farti un complimento, questo non impedisce che il tuo sia molto più delicato.

BRUNO              - Dici sul serio?

ANNA                - Che interesse avrei a mentire?

BRUNO              - Eppure, li senti in giro: non si parla che del risotto del sindaco. Pare che l’abbia inventato lui. Ne ha fatto il suo sostegno morale. Hai voglia che lo trombino fin che si regge sul risotto.

ANNA                - Propaganda elettorale. Se ti aspetti giustizia quando c’è di mezzo la politica, stai fresco. Caccia al voto a colèi di risotto.

BRUNO              - La politica avvelena tutto. Ogni risotto un voto!... Mi sanguina la lingua a riconoscerlo. Più genuina sincerità e meno falsi risotti! Se penso ai risotti di mia madre!... E non ha mai preteso di diventar deputato. Alle prossime elezioni, se lo sognano il mio voto! Conclusioni amare sulle labbra di un vero e sincero democratico che ha sempre guardato verso sinistra, ma ti ci tirano per i capelli. Notare: conversazione e relativo sfogo avvengono in frac e toilette da gran sera della Biky. Che si senta. … Probabilmente sarà saltata anche la Scala, presumo.

ANNA                - Presumi esatto. Ancora prima di tutto il resto.

BRUNO              - Le cose che mi fanno andare in bestia: di fiera, Milano senza Scala! Cosa c’entra, domano e dico, Puccini coi furti agiti e subiti dai ministri democristiani?

ANNA                - Non ci crederai, ma pare che, questo, sia uno dei rari casi in cui non c’entrano.

BRUNO              - Non dirmi! Ci sono: l’inevitabile Caballé!

ANNA                - Ha mandato un certificato.

BRUNO              - Viaggia coi certificati.

ANNA                - Al momento di aprire la valigia, a Milano, s’è accorta di aver dimenticato, in albergo, sul comodino, a Barcellona, le corde vocali, che le erano servite per la Norma. Una distrazione può capitare a chiunque.

BRUNO              - Mai che dimentichi qualche chilo in giro per gli alberghi… Mi dispiace, una vecchia Tosca, sia pure sovrappeso, l’avrei riascoltata volentieri.

ANNA                - Avevano rimediato un gala al Circo Togni; pare con soddisfazione del Presidente per via che si diverte di più coi bambini, dice. Probabilmente, avrebbe interessato anche te. Si parla di un giovane domatore di tigri che lavora senza niente addosso, meglio di Tarzan, abbronzantissimo.

BRUNO              - (sufficientemente spontaneo) Il sadismo non rientra ancora nelle componenti manifeste della mia sessualità. In seguito, non so, non lo escludo.

ANNA                - (adorabile serpente) Tanto più che, unico indumento su tanta nudità, calza un paio di guanti alla moschettiera, di pelle di coccodrillo, a difesa di due mani bellissime e inaccessibili, un vezzo personale…, perverso, no?

BRUNO              - E tu com’è che ne sei così informata?

ANNA                - Voci che circolano: fanatismi. Tra i parrucchieri di Milano, non si discorre d’altro. Che ti costa andartelo a vedere? Per una curiosità.

BRUNO              - Salvo te, le tigri non m’han mai detto niente. Tutte quelle righe mi confondono la vista.

ANNA                - Non intendo le tigri: lui, senza righe, come gli obbediscono: agnelli, garantiscono; qualcosa di georgico, uno spettacolo virgiliano. Si sfila i guanti solo per dare la mano a chi gli è simpatico, pensa. Comodo, no? Uno si sa regolare.

BRUNO              - (altro binario di pensieri, ma, poi, proprio tanto?)… Peccato. Avrei rivisto con piacere pugnalare quel bieco sporcaccione libidinoso di Scarpia mentre sta per allungare le mani… “Davanti a lui, tremava tutta Roma!” Birra! Hai detto niente!?... “La mia povera cena fu interrotta…” E non sarà la sola volta a inframmezzare, automaticamente, cercando di canticchiarla, e, quasi sempre, a sproposito, qualche frase dell’opera, brandelli vaganti, chissà come e perché; su e giù, per la materia grigia. Dio solo sa se Freud troverebbe qualcosa da dire sull’improvvisa, quanto ossessiva, invasione di tutte codeste euforiche reminiscenze canore della Tosca, piuttosto che del Trovatore.

BRUNO              - … “Orsù, Tosca parlate…” “E’ vin di Spagna…” “Ed or volete cercar insieme il modo di salvarlo?...” Dritto il vecchio satiro! Lussuria, crudeltà e morte… “Al primo colpo cadi…”

ANNA                - Ci vuol altro. Non sa nemmeno da dove si comincia, quella povera donna lì, a far fuori un lurido maschilista prepotente e bavoso. Cuore e utero, non se ne esce: l’eterna donna italiana!

BRUNO              - Cazzo! Più di conficcarlgli una posata di venti centimetri tra due costole e scassinargli il cuore, cosa avresti preteso?

ANNA                - So io cosa doveva scassinargli.

BRUNO              - E poi che se ne faceva? Lo conservava, imbalsamato, in un calto del comò? Sbandi. Qualche volta, non sembri neanche la signora che sei.

ANNA                - E me ne vanto.

BRUNO              - … “Tosca, mi fai dimenticare Iddio!...” Indovini cosa ti dico?

ANNA                - No. Ma indovino che non lo potrò evitare. Lui si sfila la marsina, la getta su di una sedia e, braccia spalancate lungo la spalliera, prende possesso, quant’è lungo, di tutto il sofà.

BRUNO              - Pesato il pro e il contro, son contento che la serata sia andata a rotoli… Sì’, proprio contento: ecco ciò che dovevi indovinare.

ANNA                - Dillo a me che non mi par vero.

BRUNO              - E’ tanto infrequente rimediare una serata insieme, soli, in confidenza!... “Sei troppo bella, Tosca, e troppo amante…” Dopo aver indugiato ad osservarsi, a studiarsi, a giudicarsi reciprocamente, senza escludere la provocazione di una certa ironica insolenza ammirativa che lascia, imprudentemente, scontrollata, loro malgrado, la simpatia onde tende a virare la cauta complicità che li lega e dovrebbe difenderli da se stessi: … “Alla cantata ancor manca la diva…”

ANNA                - Dì un po’, mi stai facendo una specie di corte operistica? Metto un disco per facilitarti il compito? E tieni ferme quelle mani un momento. Non hai smesso di agitarle come una bandiera. Mi fai girar la testa… Ecco, bravo, limitati a contemplarmele. Son belle, lo sappiamo, e irresistibilmente viziose; ben lo sanno i tuoi amici…

BRUNO              - (seriamente per quanto il carattere della commedia lo consente) E’ addirittura sconveniente quanto ci si trovi a proprio agio, faccia a faccia io e te, dopo cinque minuti di rissa.

ANNA                - Solo detestandosi ci si conserva buoni amici, non lo sai?... E solo coltivando la banalità si preserva l’intelligenza… e, coll’eccezione la regola; e coll’intemperanza la moderazione; e, e, e, e mille altri e.

BRUNO              - Larochefoucault anche codesto?

ANNA                - Fin che non era in grado di arrivare; io, tutto dalla mia testa.

BRUNO              - Stai barando o giochi a barare? Ne sei capace.

ANNA                - “Stiamo”, casomai, barando: stiamo.

BRUNO              - Stiamo? Cosa sei!...

ANNA                - Visto e considerato che ti sei strappato la giacca – ed era una marsina! – una che deve pensare?

BRUNO              - Liberavo le mani… Se ti insospettisce, me la reinfilo. È questione d’un attimo.

ANNA                - Pur che ti fermi alla giacca, sto tranquilla.

BRUNO              - I patti son patti. Uomo di parola sono: inutilizzabile e inutilizzato. (Scivolando insensibilmente, come, con impercettibile ritardo, lei, verso una confidenza semplice e schietta) Tu, piuttosto, (molto sottolineato) non è leale essere così seducente.

ANNA                - Ma nemmeno dirmelo, lo è… E, poi, trovi leale rubarmi le battute?

BRUNO              - Sarebbe a dire?

ANNA                - Sarebbe a dire che, quando un maschio seducente decide di essere seducente, diventa indecente.

BRUNO              - Cosa si dovrebbe dire quando una femmina decide di fare altrettanto?

ANNA                - E’ sempre il pavone a far la ruota, mica la pavona.

BRUNO              - Dipende dalla ruota. Quanto più basso è il rischio tanto più alto può mantenersi il gioco… e il pavone passa, notoriamente, per volatile scarsamente lascivo.

ANNA                - Tutto ruota, insomma. Trovandosi in bilico sul bracciolo della poltrona di lei, gli viene spontaneo d’appoggiarle, del tutto asessualmente, le labbra contro una guancia, l’ombra dell’ombra di un bacio.

ANNA                - (che, evidentemente, ha buon fiuto, naturale neanche discorresse del tempo, stante che, fuori, s’è messo a piovere) Si mantiene sempre fedele al suo dopobarba, il tuo amico, a quel che annuso.

BRUNO              - (non da meno) E’ abitudinario piuttosto carente di immaginazione, come tutte le persone probe; occorre aver pazienza. Ma, se ti è sgradito, lo prego di cambiarlo. Non gli parrà vero farti un piacere, tramite la mia pelle. Non è che incontri molto nemmeno il mio gusto. Ti dirò, un po’ più vigoroso lo preferirei anch’io. Così non fa venire certo il mal di testa. Si rinforza?

ANNA                - No, no, perché? A me non dispiace affatto. È un odore discreto, poco amaro, blandamente maschile, se vuoi… morbido…

BRUNO              - L’hai notato anche tu. Si direbbe un profumo… sottovoce. Anemico. E nato soave, delicato e tenero.

ANNA                - Caro, non è stato Freud a dire: “Di chi si ama, si ama tutto?”

BRUNO              - “Oppure niente” non l’ha aggiunto?

ANNA                - No, che mi risulti.

BRUNO              - Lo aggiungo io: oppure niente.

ANNA                - D’accordo. Comunque, denota la natura fine, riservata… un odore affettuoso… e sottomesso, ecco: un afror femmineo. Si indovina una pelle di velluto. Anche se ai tuoi gusti s’accorderebbe meglio un camionista, ho idea.

BRUNO              - (ammirato) Sei una maga.

ANNA                - Va bene così. In fondo, un po’ abitudinaria è anche il mio difetto, avrai notato… E, poi, è… rassicurante… un segno di costanza, una garanzia. Sincerità, dolcezza e sentimento non è miscela di tutti i giorni. Mica oggi uno, domani un altro, come questi farfalloni volubili, a rischio di chissaché, colle storie orribili che si leggono, ogni mattina, aprendo i giornali. Una non sta continuamente col cuor sospeso… Non mutar nulla.

BRUNO              - Ad ogni modo, nessun riguardo: il giorno che cessasse di esserti gradito, non hai che da dir una parola. Tra noi, figurati. Glielo faccio sostituire immediatamente, il dopobarba.

ANNA                - Ne terrò conto, ma non è il caso, lascia perdere: mi sta a pennello. Il tuo, piuttosto, a lui, va a genio?

BRUNO              - Che io sappia… Finora non ha mai trovato nulla da dire.

ANNA                - Sarà mica il tuo egoismo a nasconderti la verità?

BRUNO              - Non credo… No, no, escluso. Sospetto di piacergli proprio così: come lui mi vuole, maschio ad oltranza.

ANNA                - … Non gli è parso, provocante, un po’ duro, un po’ acre, un po’… attaccabrighe… un odore tedesco? In divisa? Sa un po’ di divisa.

BRUNO              - Anna, non me l’avevi mai detto, me ne rendo conto solo adesso: confessalo: preferisci il suo dopobarba al mio. Non l’avrei mai sospettato. Ti costava tanto avvertirmi? Ti ricordo i cuoi delle fruste?

ANNA                - Che vuol dire? Ognuno possiede un proprio temperamento e finisce col ripercuotersi sul dopobarba che adopera, è normale.

BRUNO              - Avrei preferito che me ne avessi parlato, ecco tutto. Un po’ più confidenza, santodio. Preferisci che mi metta a usare il suo?

ANNA                - Non piacerebbe più a te. Sulle tue guance sarebbe una stonatura. Fa’ conto la canottiera di una misura sbagliata. Non c’è di peggio.

BRUNO              - Ma a te, a te? Per me, figurati, l’uno o l’altro, ormai ci ho fatto su il naso. Tu.

ANNA                - Bruno, non trasformiamolo in un problema. Te lo proibisco. Le cose rimangono come sono. È una sciocchezza, non è un dramma.

BRUNO              - Facciamo una cosa: scegli tu un dopobarba di tuo gradimento, in profumeria e, poi, io ti rimborso la spesa. Pur che piaccia a te, per me, l’uno vale l’altro. Proposta: un dopobarba qualsiasi in cambio di un flacone grande del tuo prediletto “Arpège”.

ANNA                - Ti torno a ripetere che va bene così. (bella forza, non ha capito che, per lei, è un controllo del quando, del quanto e con chi). Lasciamo tutto come sta e non se ne parli più. Mi farebbe l’effetto che si fosse sottoposto a una plastica per cambiar fisionomia. È così che lo conosco e lo riconosco… perderei un amico.

BRUNO              - Come vuoi, però mi dispiace. Io dicevo per te.

ANNA                - Lo so e ti ringrazio, ma mi sentirei… volubile… e un po’ anche infedele. (indi, dopo un po’, terminale di un’intima riflessione)… Però, è curioso conoscere l’amico del proprio marito unicamente tramite l’odore del suo dopobarba, nemmeno si trattasse delle impronte digitali.

BRUNO              - Non più, scusa, del conoscere l’amica della propria moglie tramite l’aroma del duo deodorante; un tantino aspro e crudo se non sbaglio; un “identikit” piuttosto marcato. Non trovi?

ANNA                - Trovo sì, e gliel’ho anche detto, ma lei ci tiene. Che vuoi? Se tutti si fosse perfetti…!

BRUNO              - Non che a me dia fastidio, anzi. Un odore duro, un po’ acre, piuttosto maschile, mi pare: aggressivo. Sei d’accordo?

ANNA                - E’ fatta così e bisogna accettarla com’è. Fra tanti difetti, la testardaggine è ancora uno dei meno insopportabili.

BRUNO              - Niente di male. Quel che si dice una forte personalità? Carattere!

ANNA                - Insomma… a suo modo, sul problematico morale, se è questo che intendi.

BRUNO              - Un’impressione: dà l’idea di disporre di ascelle piuttosto folte e amare, o no?

ANNA                - … Insomma… Bruno?!...

BRUNO              - Tra un insomma e l’altro, perché non gliele fai rasare, te che, per il pelo, non hai molta simpatia, a quel che rammento.

ANNA                - Non la conosci. Si sentirebbe… evirata. Non ci sperare. E stacco su una duplice, sana, irrefrenabile risata che arriva a Porta Venezia, e hanno casa in viale Tunisia. Finisce così il discorso degli odori. E, poi, si dice la crisi della coppia!

BRUNO              - Guarda, tutto si potrà negare, tranne una cosa.

ANNA                - Cioè?

BRUNO              - Abbiamo un buon naso, noi due… E ogni odore è una confessione: bisogna saper comprendere e assolvere. Adulteri incrociati a mezzo odore. Affascinante.

ANNA                - (mano verso mano per una stretta solidale) Niente da obiettare: nei momenti che disarmi di fare il maschio ad oltranza, sei un uomo adorabile.

BRUNO              - E’, in un certo senso, in piccolo, il caso tuo, solo rovesciato: “… Recondita armonia…” Inopinato, ora, ed enigmatico, tra un paio di silenzi ambigui, carichi di allusività indecifrabili; e via insistendo, il paradosso della banalità salottiera, che si carica di mistero, distillando l’assurdo dall’ironia. Ma fino a qual punto assurdo e fino a qual punto ironia?

BRUNO              - …Io, no… Io, proprio, no… Beh?...

ANNA                - Beh, che?

BRUNO              - Se non aggiungi qualcosa, non si va avanti.

ANNA                - Poni d’aver sorpreso l’interlocutore in un momento in cui ha la testa vuota.

BRUNO              - Tu cerchi fischi. Tanto varrebbe, una commedia, a dieci minuti dal termine, tirar giù il sipario senza far sapere come va a finire.

ANNA                - Può essere un’idea. Cosa più piacevole che flagellare insieme e far bighellonare la mente, lasciando che le idee si sfilaccino senza venir intessute?

BRUNO              - (non prima d’aver sospirato) Prima, dicesti: “Sono anch’io abitudinaria”.

ANNA                - Non me ne rammento.

BRUNO              - Me ne rammento io. Risposta mia: “Io no”. Soltanto un tuo: “Perché?” può tornar ad avviare il motore.

ANNA                - E’ permesso rivendicare il dubbio del dubbio? Lasciami girare l’interruttore della ragione, da bravo. È talmente riposante un quarto d’ora di futilità incoerente. Apre il cassetto di un piccolo trumeau, tira fuori una sorta di elegante agenda rilegata in pelle color pervinca e gliela getta in grembo. Toh, cercami qui, se mi trovi.

BRUNO              - Tieni un diario? L’ultimo tocco mancante al ritratto.

ANNA                - Qualche sconclusionata domanda, ogni tanto, nei momenti di noia, di malumore…; scontentezza, malinconie, tetraggini, lune… viltà o coraggi, quando non è il cervello alla guida della penna.

BRUNO              - E cos’altro è?

ANNA                - L’estro, la pelle, la digestione, il barometro, la temperatura, le nuvole o il sereno… la nostalgia o il fastidio di te: la meridiana degli umori.

BRUNO              - Un casino

ANNA                - L’hai detto.

BRUNO              - (sfogliando e leggiucchiando qua e là)… “E’ un diritto al quale si aveva diritto?”…”Oggi,

CLELIA              - m’ha ripetuto due volte: occorrono vocazioni di ferro. Sei sicura di te?... Son sicura solo che, la sua, è una vocazione d’acciaio. Ma perché; allora, si dispera tanto? Ed io, che non so se ce l’ho, niente?”… Senti, senti qui: “E se si fosse presunto troppo da noi stessi?”… Quando scrivi noi, intendi io e te?

ANNA                - Chi altri, sennò?

BRUNO              - Non è che , personalmente, mi ci rispecchi molto.

ANNA                - Ti sembra.

BRUNO              - Dici? Sarà… “Ahi, divento problematica anch’io. Guardarsi dal morbo di Clelia”… Imparo, se non altro, che ha nome Clelia. È bionda?

ANNA                - Bruna.

BRUNO              - Naturalmente.

ANNA                - Perché dici naturalmente?

BRUNO              - Dovevo capirlo, non poteva essere che bruna…: pelosa, bruna, amara e tempestata di nei nei luoghi più reconditi!?... Toh! E questo che significa? “Baciare uno sul serio fa paura”… Ma se quell’uno è l’uno giusto?

ANNA                - Trovarlo?!

BRUNO              - Che vuol dire? Provando e riprovando. Sai quanti esperimenti fece Koch prima di identificare il bacillo di Koch? 2306.

ANNA                - Li trovi molti?

BRUNO              - … Ah, no: “Rassegnarsi alla mediocrità del banale e rientrare nel branco?”… “Chi ha prescritto che, per sentirsi qualcuno, sia indispensabile essere differenti dagli altri?”… E non è finita: “E che, nello stabilire la differenza, l’ago della bilancia sia rappresentato dal sesso?” Non l’ha prescritto nessuno. Qui ti volevo. Sei tu che monti sui trampoli.

ANNA                - Già. Come ha sentenziato la stronza?... “Contrabbandare un ripiego per una vocazione”.

BRUNO              - L’inconveniente, in questa storia, è che siamo tutti troppo… “laureati”, insuperbiti dal fascino indiscreto dell’intelligenza. Tu persisti a commettere l’errore che deplori. Per acquisire il diritto di andare a letto con un vecchio compagno di scuola del proprio sesso, dammi retta, non é necessario essere né Virginia Woolf, né Pierpaolo Pisolini. Lo credevano loro. Sesso di massa, ormai. Altrimenti, la democrazia a che servirebbe? Si renderebbe obbligatorio prendere la tessera del partito comunista, il quale non ha mai visto la cosa di buon occhio. Vogliamo escludere i tre quarti dell’elettorato nazionale, oltre che fare un dispetto ai “compagni”? Ma che, scherziamo?

ANNA                - Il segreto dei segreti consisterebbe, forse, nell’esser capaci di vivere la normalità, tutta la normalità, come… vizio – o viceversa, come vorresti tu – questa è la verità.

BRUNO              - All’erta, anche qui. In bocca, la verità è già subito un’altra. Quando tutto diventa parola, tutto diventa suono e niente più: un po’ di modestia; perché, vedi, la verità, suprema virtù, però ha la pessima abitudine di darsi delle arie. E allora, son disastri. Ti restituisco la tua bibbia privata: sbagliata e presuntuosa. Tra il sì e il no, son di parer contrario. Così, si rischia di ritrovarsi nella peggiore compagnia: coloro che lanciano il sasso e, poi, gli corrono dietro per fermarlo.

ANNA                - Reazione prevista. Non si saprà mai se tu sia più avanti o più indietro di me.

BRUNO              - Metti che si trattasse di uno spettacolo, ecco, esempio, tutta una parentesi che, io, mi rifiuterei di rappresentare. Avrei l’impressione di recitare le didascalie.

ANNA                - Perché no? Se, di uno spettacolo, spesso, c’è qualcosa che andrebbe recitato, sono proprio le didascalie; al patto, beninteso, che siano giuste e illuminanti. Sono insinuazioni, inquietudini soprattutto, la peste benefica che il palcoscenico ha il dovere di diffondere.

BRUNO              - Non si dovrebbero mai trasformare i personaggi negli attori che li stanno recitando.

ANNA                - Secondo me, sempre: lo trovo affascinante.

BRUNO              - E, magari, a braccetto dell’autore che gli ha scritto il copione, vero?

ANNA                - Meglio ancora, possibilmente.

BRUNO              - Ma allora, tutto diventa teatro.

ANNA                - No, allora, diventa vita. Perché; tu sei ancora convinto che la vita la si viva? Se e quando sia vita vera, la si recita. Cosa stiamo facendo, noi, adesso, tesoro?... Parentesi chiusa. Avevi cominciato col dire: “io no”.

BRUNO              - Lo credo bene. Come faccio a dichiararmi abitudinario? Per te, è facile. Ma poni il caso privato di uno costantemente sotto l’impressione di stringere fra le braccia… la preghiera di una vergine, priva di mistero, che sa tutto senza capir niente, candida come il marmo, glabra come un ginocchio, sfitta di nei… e doverla chiamar Giorgio.

ANNA                - Bada che, senza accorgertene, stai facendo l’elogio dell’amante perfetta.

BRUNO              - Per te, forse, non per me.

ANNA                - Ognuno conosce le insoddisfazioni sue.

BRUNO              - M’hai tolto la parola di bocca.

ANNA                - Si tratta di un’insoddisfazione alla quale sei attaccato da anni, se debbo fidarmi del mio naso.

BRUNO              - Lo sbaglio, vedi, è stato la convinzione di aver a che fare con l’Ercole Farnese e finire per accorgersi che si trattava della povera Maria Goretti gonfiata.

ANNA                - Ecco un pensiero seducente che dovrebbe far correre brividi di ambigua voluttà lungo la schiena di chiunque disponga di un briciolo di sentimento.

BRUNO              - Basta che, in te, si ridesti la vocazione di consolatrice degli afflitti e non capisci più niente. Non più tardi di un paio d’ore fa, m’ha salutato dicendomi: ho la primavera nella carne e l’autunno nel cuore. È possibile?

ANNA                - No, non è possibile…

BRUNO              - Lo deve aver letto su “Grazia”.

ANNA                - … Però dimostra una sensibilità meteorologica commovente.

BRUNO              - Quando mai i nostri barometri si sono trovati in sintonia?

ANNA                - Non ritieni di essere troppo severo, troppo esigente? Hai voglia a pretendere che la vita ti largisca tutto quanto desideri come lo desideri! Magari!... Utopia.

BRUNO              - Sì, ma nemmeno porti in condizione di chiederti se valeva la pena di darti tanto da fare a coltivare la tua alterità, per sbarcare, poi, su questi lidi.

ANNA                - Inconveniente possibile, chi sceglie le rotte meno battute.

BRUNO              - Che ti devo dire? Beata te che fosti più fortunata, si vede.

ANNA                - (in gara per la maggior sfortuna) Più fortunata, affermi, una ridotta a interrogarsi se, correndone tutti i rischi, non fosse il caso di dichiarar fallimento rassegnandosi – l’hai pur letto – a ripiegare malinconicamente nella più avvilente normalità? È poco assurdo ammettere che, se si può ancora salvare la faccia in faccia a se stessi, si deve ringraziare la propria indolenza?

BRUNO              - Non mi dire. Già, neanche a farlo apposta, è sempre con se stessi che si fanno le peggiori figure. Nondimeno, quella lì, la Clelia, ad onta di tutto, io mi sento di difenderla.

ANNA                - Sei cavaliere.

BRUNO              - Procuro di essere giusto, ecco tutto.

ANNA                - Insomma…

BRUNO              - Quando ti esce di bocca un insomma, io mi sento tremare.

ANNA                - E ben vero, intendo, non si deve esigere l’impossibile ma – possedendo un cuore, si fa per dire – da questo alla cond

ANNA                - di sentirsi stritolata dai muscoli di un calciatore, come una mandorla in uno schiaccianoci, ce ne corre.

BRUNO              - (una riflessione) Uno schiaccianoci… M’era parso di capire che si trattasse di un’intellettuale.

ANNA                - Come no? Mi sta dietro da mesi perché mi decida a leggere una sua biografia di Santa Teresa, di seicento pagine in corpo sette. Ce la fai a figurarti l’incrocio fra una laurea in pedagogia e uno stopper che circola coll’inferno nella borsetta come un eroe di Dostoievskij disturbato dalla sensualità, una sorella Karamazov, fa conto?

BRUNO              - Tento. E mi esalta, ti confesso. Tuttavia, non è facile, lo ammetto.

ANNA                - Non aggiungere che ti esalta altrettanto conoscere che il suo ideale era di fare il magistrato. Momenti intimi sprecati per confidenze del genere, mica chiacchiere. Perpetuamente sotto processo.

BRUNO              - Almeno la tua, rinunciandoci, aveva in mente un’attività conforme al proprio temperamento.

ANNA                - Nessun dubbio su questa circostanza.

BRUNO              - … Ma, il mio, che, fatto com’è, e senza desistere, ha scelto la ginecologia?! Una levatrice.

ANNA                - Curioso, figurati, m’ero messa in testa che costruisse ponti.

BRUNO              - E invece demolisce uteri.

ANNA                - Farà un sacco di soldi. La strage degli uteri non deve render meno del restauro dei denti.

BRUNO              - E’ probabile che renda anche di più.

ANNA                - (presumibilmente all’accendersi, ancor vago, di una luce rivelatrice)… A proposito, in un bisogno, dì un po’… che tu creda, praticherà… sì, m’hai capito… Lo fanno tutti e più il tempo passa meno reato è, pare.

BRUNO              - Non so. Lui rispetta il segreto del mio trapano, io rispetto quello del suo forcipe. Esiste molta riservatezza professionale tra noi. Comunque, per l’amicizia, son sicuro che farebbe carte false, questo lo posso garantire a suo marito: l’amicizia è sacra, per lui. Le buone qualità che rendono la vita insopportabile, le possiede tutte.

ANNA                - Pensa che lapsus: una risorsa così e mai che mi si sia domiciliata in mente per cinque minuti… Mah… Tale e quale, del resto, l’eventuale soccorso morale di un sacerdote… Spazzatura: rimozione totale. Quando si dice l’inconscio che impugna la scopa e si mette a giocare a mosca cieca!...

BRUNO              - Anna, che vai affabulando?

ANNA                - Ah, per via della

CLELIA              - che s’è scelta a direttore spirituale Tony Perkins.

BRUNO              - (un balzo) Tony?... Quel matto criminale di “Psyco” che si veste da donna e annega le ragazze? Non m’ha lasciato dormire per due notti, quella pellicola.

ANNA                - Se si vesta da donna e anneghi le ragazze anche questo qui, non ne ho idea. A me risulta innocuo: un giovane prete fragile, profumato, ambiguo e indecifrabile che obbliga colla frusta – però!... – a coabitare, uno dentro all’altro, Torquemada e San Francesco. Il tormento e l’estasi incessantemente inebriati dalla voluttà del peccato. A quel che ho intuito, non gli mancherebbe niente per essere un protagonista, un tale che par uscito da una pagina di Mauriac, fa’ conto.

BRUNO              - Se è così, prima o dopo, si farà conoscere, figurati se lo sprecano.

ANNA                - Mi sa di no. Sarebbe un personaggio troppo serio in mezzo a noi.

BRUNO              - Allora, che ci sta a rompere le scatole in questa storia?

ANNA                - Ci si è cacciato da sé. Ce lo siam trovato dentro nessuno sa perché.

BRUNO              - Come la tua baby-sitter.

ANNA                - Più o meno.

BRUNO              - Si tratterà di uno di quei tipi capaci di trasformare in tragedia anche una bicicletta che passa e nessuno si sogna di investirla.

ANNA                - Qualche volta sì e qualche volta no, è questo il bello; alla mercé degli ormoni.

BRUNO              - Divertente. Peccato che non si debba far vivo. Già basta intravedere un tipo interessante perché, poi, non trascurino nulla per impedirti di incontrarlo.

ANNA                - Dispetti d’autore.

BRUNO              - Carognate d’autore.

ANNA                - Chiamali come ti pare… diritti, capricci… Sfondi emblematici, evanescenze metaforiche… Eppure, potrebbe servire. Ne son convinta.

BRUNO              - Non vedo come.

ANNA                - Non si vede mai come potrebbero servire coloro che potrebbero servire. Tutto deriva dalla parte che gli si assegna… o dal rimanere un’occasione perduta: ipotesi estenuante. I personaggi supposti: aborti della creazione, infanticidi della fantasia. Metti che questo qui…

BRUNO              - Il Tony?

ANNA                - Naturalmente… Apre la porta, si presenta e dichiara, colla bella voce severa di Arnoldo Foà: io incarno la crisi morale della coscienza cattolica contemporanea, o qualcosa che gli somiglia.

BRUNO              - Ostia!...

ANNA                - Tu, cosa faresti?

BRUNO              - Mi “toccherei”. L’avevo intuito subito, io, che non poteva trattarsi che di un formidabile menagramo. Ma che senso ha l’immotivato accesso di pensierosità che si abbatte sulle molteplici combinazioni immaginarie, suggerite da tutte le possibili geometrie binarie implicite nel gioco assurdo in cui ci si va ingolfando?

ANNA                - (cogliendolo in una fase di inesplicabile estraneità) Ehi!... Parlo con te. Mi stai a sentire?

BRUNO              - Dalla radice dei capelli alla pianta dei piedi, intus et in cute, tutto compreso.

ANNA                - Bene, è il percorso che ci vuole. Facci caso: ogni volta che ti riferisci alla mia, ne parli come di un uomo.

BRUNO              - Esattamente tu: ogni volta che ti riferisci al mio, ne parli come di una donna.

ANNA                - Abbastanza sofisticato, indubbiamente.

BRUNO              - Meno di ciò che pare, e più di ciò che può preoccupare.

ANNA                - Avrà sviluppi?

BRUNO              - Non dipende che dalla fantasia che si ha il coraggio di introdurvi.

ANNA                - Un esempio, per esempio. Enunciato d’una filosofia, tutto con disinvolta levità:

BRUNO              - Conciliare i contrari, fa’ conto. Disponibile ad ogni altra possibile combinazione, sul filo di una scoperta del genere, per eroi del perbenismo ribelle e campioni dell’anarchia prudente, potrebbe rappresentare la risorsa impagabile di recuperare la regola salvaguardando l’eccezione: l’eternamente agognata “rivoluzione dal didentro”: il piacere, in altre parole, di gettar bombe in casa senza danneggiare il mobilio.

ANNA                - (la corrosività del suo sorriso!...) Tentazione ipocrita, quantomeno.

BRUNO              - Meschina e vile fin che vuoi, ma giudiziosa, comoda e rassicurante; che, poi, è la vita di ogni giorno di gente del nostro stampo. Aprirsi, aprirsi, io sono per l’apertura… con meno rischi che sia possibile, fin dove è possibile.

ANNA                - … All’interno della chiusura, ho capito.

BRUNO              - Togli quella sfumatura di malinconia alle tue battute. Non se ne ha diritto. Non è Cecov.

ANNA                - Già. È un di più indebito.

BRUNO              - (assorto istrione) Pensa… Precursori del gran momento d’una cultura androgina… buttaci via!... Silenzio lungo. Il dialogo s’è arricchito di un terzo interlocutore; muto ma, non per questo, meno ciarliero; il telefono; che attira l’attenzione, chiama, suggerisce, esorta, impone……… La tentazione di inventare il… complesso di Proteo…

ANNA                - Proteo?

BRUNO              - L’affascinante dio greco che mutava di… forma a seconda di colui che lo stringeva tra le braccia. Irreali tutte e due………

ANNA                - Uno insegue un ideale maschile in forme femminili…

BRUNO              - Una un ideale femminile in forme maschili………. (disinvolto fino all’illecito) Chissà se il telefono è tornato a funzionare?

ANNA                - (non da meno, salvo un impercettibile sollevar del sopracciglio) Prima ha funzionato… Beh, io vado un momento. Dò un’occhiata alle bambine se han preso sonno, e torno.

BRUNO              - (che nel frattempo e troppo naturalmente, ha controllato il telefono) Toh, funziona. Troppa sorpresa per la sorpresa di un telefono che funziona, pur trattandosi di un telefono della Stipel, e sapendo già che lo si sarebbe trovato funzionante.

ANNA                - (è si direbbe, l’occhio di lei a trattenergli in pugno il ricevitore)… Una villa di tredici stanze sul lago, colla Brianza in casa, e mai che si inviti qualcuno… Manco mai fatta la conoscenza di chi già si conosce. Si fossero messe in comune almeno le amicizie, matrimoni del giorno d’oggi…!

BRUNO              - Ha torto poi, chi parla di crisi della copia!?...

ANNA                - Mah… E dilegua come una fata. Appena, solo, egli compone un numero fin troppo noto e, col ricevitore appoggiato alla guancia, mentre attende la risposta, ha tempo di rivolgersi alla platea che non ne avrebbe alcun bisogno:

BRUNO              - La risorsa di esser dei cerebrali: da tener presente: mai che, finora, si sia pronunciata, una sola volta, la parola cinismo… Verticale innocenza dell’assoluta amoralità! Tentar non nuoce. Tutto considerato, da certe prigioni, è più facile uscire che entrare…… “Sì. Sei tu?... Io, Bruno… Te l’eri fatto promettere, no?... Tutto bene, puoi addormentarti tranquillo, provvedendo a un cambio si stagioni… Non s’è dovuto, nemmeno, metter piede fuori di casa… Ti spiegherò, ma lo avrai letto già, domattina, sul giornale… Giorgio, siamo alle solite?!... Senti, e poi lamentati che ti trascuro… Almeno ascoltami, prima… Da bravo… No, non metter giù, che butti via una bella notizia… Zitto e stammi a sentire. In due parole: avrei deciso che tu conosca mia moglie, tutto qui… Sì! E’ degradante e ridicolo andar avanti così… Ma che scherzo e scherzo?!... Dico davvero, parola… Non c’è niente da spiegare, affari tra me e te… Proprio: “Il mio collega, mia moglie. Università e resistenza insieme, ci si era persi di vista, punto e basta… Non ho dubbi: non vi manca niente per diventar buoni amici… Eh?!... Perché non rispondi?... Lagrime? Ma hai il pianto in saccoccia, ragazzo mio… Certo! Potrai conoscere, finalmente, le gemelline… e anche tenerle sulle ginocchia, come no? Basterà approfittare dei loro momenti di armistizio, rari ma ci sono… Se ne parla; poi, una di queste sere, tanto per rompere il ghiaccio, vieni a cena da noi, va bene?... Penso io a tutto, tu non hai che da dire di sì. Da cosa nasce cosa. Ci conto… Dico così, tanto per dire. D’accordo?... E basta autunno: primavera in tutte le stagioni. Ah, sogni d’oro… lontano dai laghi, possibilmente”. Da un secondo, essa è ferma sulla porta. Ho voluto provare il telefono, invitando il

GIORGIO           - a cena da noi una di queste sere, quando ti fa comodo.

ANNA                - (la naturalezza in persona) Non ci si sarebbe rovinati con un invito, uno dei prossimi fine settimana, sul lago.

BRUNO              - Non m’è proprio venuto in mente. Ho, però, sempre tempo di parlargliene. Per i laghi lui ha un debole.

ANNA                - … Tre dormono come angeli.

BRUNO              - E il Tato?

ANNA                - Veglia e ringhia… Una simpatica gatta soriana, quella baby­sitter. Non credevo. Il telefono non le rende giustizia. Pora stella, terrorizzata dall’Amalia che non ha smesso un momento di vomitarle addosso insulti come un carrettiere sorpassato da un’utilitaria. Dovresti vedere di calmarla tu, se ci riesci. È un portento quella vipera. Me è arrivata a dirmi “mignotta”.

BRUNO              - Ci provo ma non ci spero. Cosa dirà a me? E via.

ANNA                - (sola, ma senza malanimo) Che può dirti? Il minimo è ruffiano. E si getta lei, ora, sul telefono: “… Clelia? Eri a letto?... Manco male… Preghi?! Sono desolata di averti interrotta… Non prendermi per pazza, agli impulsi non si comanda, lo sai meglio di me. Non sospetti nemmeno perché t’ho dovuto telefonare… Devi assolutamente conoscere le gemelline: una seconda mamma, ne hanno bisogno… E mio marito, si intende. Vi piacerete senz’altro… Non ci sono ma: fatti l’uno per l’altra. Lo ammetto, io non posso dar loro un sufficiente sostegno morale; non dispongo né del tuo rigore né della tua cupa volontà: mater et magistra. Certi valori li può fornire solo l’amicizia… Basta colle scuse, coi pretesti, colle bugie… Sacrosanto! Ben detto: una specie di epifania. È una questione di dignità e di rispetto. Meno si ha vergogna e meno la coscienza tira… Anche per la gente, scusa… Il male, tieni presente, diventa male solo se, quando e perché si pensa male… Non trovi le parole? Benedetta. Guardati dal cercarle, è una perdita di tempo. … Ah, senti, un’idea che mi viene in questo momento. Posso?... Troppo buona. Quel giovane prete, quel don farfalla… Elio, scusa, Elio, chissà perché farfalla?... pensi che accetterebbe... dalle tue parole, ne ho ricavato un’ottima opinione, dopotutto è la sua missione… No, no, io non ancora purtroppo, magari!... Le bambine, sai, cominciano a diventar grandicelle, se voleste… tu e lui… qualche consiglio come tirarle su… un’occhiata ogni tanto, una sorveglianza alla lontana… Eh, si sa mai, chi può escluderlo? Tu me lo insegni, la Grazia è come il fulmine: colpisce quando meno te l’aspetti… Speriamo…. Hai capito al volo… Precisamente: gli fai una telefonata e senti. Sarebbe un onore per noi. Diglielo… Poi, magari, il prossimo fine settimana, si fa tutta un’imbarcata, da noi a Cadenabbia, e se ne parla… Non dubitavo di trovarti d’accordo e che t’avrebbe fatto piacere… Ora, torna pure alle tue preghiere per completare la penitenza… Noo, stento a crederlo. Stavolta, francamente, ha esagerato. Va ridotto a più miti consigli… Domattina sei ancora lì. Fa’ una cosa: mettiti un guanciale sotto le ginocchia, rischi un’artrite che non ti salvi più”. Naturalmente, adesso, è di ritorno lui. La Clelia. Riconoscente. E, visto che viaggia col confessore appresso, se credi, in caso di bisogno, mi son permessa di suggerirle, porta anche lui. Ho fatto male?

BRUNO              - Cara, la padrona di casa sei tu… Mi manca persino l’animo di riferire come m’ha trattato. Mi ha mandato a dar…

ANNA                - Basta là, ho capito. Peggio di quanto sospettavo.

BRUNO              - Ma come se le procura?

ANNA                - Sono nell’aria, evidentemente: un virus.

BRUNO              - Non avevi torto: sai: una ragazza proprio come si deve, quella ragazza. Ha odore di sapone di Marsiglia. Ho l’impressione che potrebbe essere benefica per quegli angioletti. Tanto che le ho proposto se, la prossima volta, viene con noi sul lago. Non ti dispiace mica vero?

ANNA                - (pure lei come il caso non fosse loro) Hai fatto bene. Se ritieni che possa giovare alle piccine, figurati. Il loro bene prima di tutto. Eh, Cristo! Un po’ d’imbarazzo. Macché son bravi, son bravi e innocenti. Rimediano alla perfezione mercé condecenti ed eleganti atti quotidiani, naturalizzati dalla dimenticanza, sulle labbra, di un sorriso che avrebbe già dovuto essersi congedato. E, finalmente, riacquistano la parola. Meriterebbero di esser applauditi nel momento stesso in cui dovrebbero venir fischiati: il teatro! Esordisce lui, con Puccini che, per parer disinvolti senza esserlo, non c’è di meglio.

BRUNO              - …”Tre sbirri, una carrozza…” “Tosca è un buon falco…” “…Mia sirena, verrò…” Sai cosa penso?

ANNA                - Come faccio? Pensi sempre il contrario di quel che dovresti pensare. Forse, non hai cessato ancora del tutto di piacermi proprio per questo. Allora?

BRUNO              - Preferisco tenermelo e non correre il rischio di non piacerti più.

ANNA                - E’ bello ciò che pensi?

BRUNO              - Per me è bellissimo. Come non avrei mai sospettato: una scoperta. … “Non la sospiri la nostra casetta, che, tutt’ascosa, nel verde, ci aspetta?...” Trilla, esultante, il telefono.

BRUNO              - “…pien d’amore e di mister…” Trovandoselo a portata di mano, è lui a sollevare il ricevitore. “…Gliela passo subito, signore. Che suasiva voce da baritono che ha… Oh, scusi tanto signora, scusi, il telefono, sa… scusi,… Dovere. Eccola.” Vogliono te. E passa il ricevitore a lei.

ANNA                - “…Tu? Diggià?! Ma sei un lampo… Dici bene: quando qualcosa urge, più presto la si fa e più è gradita al cielo… Ah, son proprio contenta… Non avevo dubbi… Va bene, si farà. Notte”. Depone la cornetta.

CLELIA              - che conferma: don Elio accetta. Mette solo una condizione.

BRUNO              - Mi pareva!

ANNA                - Una cortesia. Domattina, dopomessa, a mezzogiorno, tutti insieme da lui, in sacrestia, a San Babila, per un bicchierino di Lacrima Christi. Bisognerà avvertire la baby-sitter.

BRUNO              - Ecco, vivaddio, un prete con un po’ di fantasia. Comincia l’opera di conversione a colpi di vin santo… “Un sacerdote i vostri cenni attende…” Beh, che mi racconti?

ANNA                - Forse, ci sono arrivata a ciò che pensi.

BRUNO              - Tu stai lottando contro la più legittima delle tentazioni.

ANNA                - La stessa, ho una mezza idea, contro la quale lotti tu, facendo finta di no.

BRUNO              - Lottare contro le tentazioni è la maggior colpa di cui una persona rispettabile possa macchiarsi. Prima regola: mai resistere alle tentazioni, nulla di più malsano. Al pilota curioso, anche la via del ritorno può riservare, ogni tanto, qualche inedita sorpresa.

ANNA                - E quindi?

BRUNO              - Io ho le manette. Sto legato ad un patto, avendo la disgrazia di essere… come lo chiamano?

ANNA                - Un gentiluomo?

BRUNO              - Ecco, quello lì… E’ una parola che tende sempre a sfuggirmi. Sarà un lapsus? Col sorriso della Gioconda sulle labbra, lenta, serena e svergognata, lei comincia a spogliarsi. Subito dopo, lui inizia a fare altrettanto, adoperando il medesimo sorriso, accompagnato dai medesimi aggettivi. In proporzione alla nudità raggiunta, cala progressivamente la luce, fin che si trovano abbracciati a formare un corpo solo, quadrupede e buio. Credi che, al reverendo, piacerà il risotto?

ANNA                - Non mi risulta una pietanza sgradita al clero. E, poi, come lo si fa in casa nostra… è difficile che dispiaccia. È la volta che surclassi il Tognoli. E, intanto, si son distesi sul sofà a fare l’amore, finalmente spontanei, comodi e lieti, con un gusto come non han mai provato… Sempre lui, al termine di un armonioso sospiro…

BRUNO              - …Ho fame…

ANNA                - …Dopo, caro…

BRUNO              - …Ancora?... Davvero una bella serata, distesa… in pace…. La tua pelle ha l’odore del pane. Ho proprio fame. Avviandosi verso le tenebre, se il regista ritiene di permettersi un dispetto a Luciano Pavarotti, via con Giuseppe Di Stefano: “E lucean le stelle… sino a sfumare sulle “belle forme”. Ciò che fu negato all’occhio, sia concesso all’orecchio. Li frequentai, simpatiche ed amabili persone, ospitalissime: proteiformi, grandi teorici dell’ammucchiata.

FINE

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