Duecentomila e uno

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DUECENTOMILA E UNO

DUECENTOMILA E UNO

Racconto in due tempi

di SALVATORE CAPPELLI

PERSONAGGI

Nicola Dafour

Gloria Wilton

Jeff Brickt

Burket

Diamond

Il generale Henry Greene

Alice Diamond

Mary Burket

1° Giudice della

Commissione d'inchiesta

2° Giudice della

Commissione d'inchiesta

3° Giudice della

Commissione d'inchiesta

Un poliziotto

Un altro poliziotto

Le voci dagli altoparlanti

Commedia formattata da

 PRIMO TEMPO

 LA COMMISSIONE D'INCHIESTA 1°

Una sigla musicale d'inizio. Pareti che deli­mitano uno spazio. Un tavolo d'acciaio in un ambiente da cassaforte. Tre uomini anziani da un lato. Una donna, pallida e tesa, dall'altro. Luce cruda delle lampade da tavolo, in parte puntate sulle mani degli uomini e sul viso della donna. Voci concitate, secche, rapide, con lunghe sospensioni e riprese tortuose, talvolta amplificate nella sala, da invisibili altoparlanti, dopo essere state raccolte da un microfono che pende dall'alto della scena, come un in­setto nero e lucido. La voce del 1° Giudice (magro, occhiali che lucci­cano, capelli rasati, bianchi) Voglio ricordarvi che questa Commissione non ha poteri giudiziari. Essa è formata dai generali comandanti la Sanità dell'esercito, dell'aviazione e della marina. Quanto direte non è sottoposto al vincolo del giuramento ed in nessun caso sarà reso pubblico.

~ Un tempo, qualche scarica negli altoparlanti, poi la voce riprende mentre la luce sale in scena, a rivelarla completamente.

La voce del 1° Giudice   - La Commissione è stata istituita per accertare i motivi che hanno causato la morte del Generale Greene. Li conoscete, voi, questi motivi?

La voce della Donna       - No.

~ Ora i personaggi sono tutti in luce. La donna con i pugni serrati, gli occhi spalancati, quasi da bambola meccanica.

Il primo Giudice              - Cosa sapete, allora?

Gloria                              -So che il Generale è morto. Ucciso da Nicola. L'ho detto e ripetuto a centomila poli­ziotti, a giudici e soldati. Adesso basta. Non ho altro da aggiungere.

Il primo Giudice              - Non abbiamo bisogno di fatti. I fatti sono noti. Ma le intenzioni che li causa­rono sono ancora oscure. A noi occorre conoscere quelle intenzioni. Dovete aiutarci a scoprire quest'altra verità!

Gloria                              - (rapida) L'unica verità è che è morto. L'ho visto con la testa bruciata. (Una sospensione, quasi tra sé, piano) Non poteva capitargli niente di peggio. (Fissa i giudici) Qui stava bene. Era certo di essere capito.

II primo Giudice             - Cosa vuol dire: stava bene qui?

Gloria                              - (secca) Greene stava bene con i vivi, a condizione che pensassero come lui. (Ridendo amara) Voleva che ci fossero soldati anche in cielo!

Il primo Giudice              - Capisco. E allora?

Gloria                              - Tutto quello che a lui sembrava giusto in vita, doveva essere giusto per tutti anche dopo la morte.

Il secondo Giudice          - (seccamente) E' anche mia persuasione.

Gloria                              - (con sarcasmo) Non ne dubito, signor generale. (Con rabbia) Ma io non ci credo...

Il primo Giudice              - (riprendendo con calma) Pre­go, signorina Wilton! (Tempo) Dunque... signo­rina... vediamo... voi siete capitano... infermiera o dottoressa?... Cosa siete? (Continua a sfogliare il fascicolo) Infermiera, ecco, vedo... (Legge rapido alcune note caratteristiche) Due anni di guerra. Ottimo... ottimo... ottimo... (Poi di colpo, chiudendo il fascicolo) Da quanti anni conoscevate il generale?

Gloria                              - (apre gli occhi) Da dieci minuti prima che morisse.

Il secondo Giudice          - Ne siete sicura? Non l'ave­vate forse conosciuto venti anni fa? (Gloria tace confusa).

Il primo Giudice              - Venti anni fa, Greene e gli altri furono sottoposti ad una serie di esami spe­ciali da parte di una Commissione di clinici, psi­chiatri, biologi e psicanalisti... Voi comandavate, in ospedale, il reparto delle infermiere...

Gloria                              - Ricordo gli altri. Lui no.

Il primo Giudice              - Eppure, dodici anni fa, ven­deste ad una rivista il resoconto di quegli esami. Erano notizie riservate. (Un tempo) Non dico che mentite, posso anche spiegarmi la vostra resi­stenza a certi ricordi. Ma vi richiamo ai fatti. Dunque?

Gloria                              - (costretta ad ammettere la verità) E' così. Conoscevo Greene. (Tempo) Per quegli arti­coli mi offrirono molto denaro, indispensabile per curare Nicola che stava a quel tempo molto male. Pagarono, ma non pubblicarono mai.

Il primo Giudice              - Fummo noi ad impedirlo. (Un tempo) In quel resoconto c'erano informa­zioni interessanti. Scriveste che i cinque moral­mente si sentivano a disagio. Era esatto?

Gloria                              - Parzialmente. Il disagio in un primo tempo era psichico, non morale.

Il terzo Giudice               - (improvviso) Cosa è stato il maggiore Dafour per voi?

Gloria                              - (semplice) Lo sapete benissimo.

Il primo Giudice              - Lo amavate?

Gloria                              - Non voleva sentirselo dire.

Il secondo Giudice          - Sapevate che era pazzo?

Gloria                              - (violenta) Per lui era pazza la gente come voi!

Il primo Giudice              - E' anche il vostro pensiero?

Gloria                              - (sempre violenta) C'è una legge che lo vieta? (Un tempo di tensione, poi piano) Siete troppi, potreste anche farla! (China il capo im­provvisamente stanca, immobile).

Il primo Giudice              - (dopo una pausa, calmo) Po­tremmo anche farla, avete ragione. (Tempo) Tor­niamo da capo. Voi foste presente alla morte di Greene. Perché?

Gloria                              - (sempre immobile) Accompagnavo Ni­cola.

Il primo Giudice              - Voi lo accompagnavate sempre. Anche quando rubava. (Sporgendosi in avanti, secco) Capitano, questa Commissione ha tra i suoi poteri anche quello di disporre che voi fac­ciate ancora compagnia a Nicola e per sempre. (Violento) In un manicomio.

Gloria                              - (senza alzare la testa) Fatelo. Grazie.

Il primo Giudice              - (con un gesto nervoso) Non terremo conto di questa ridicola sfida! (Tempo) Forse siete pazza ora, ma vent'anni fa, no! (Tem­po) Quando quegli uomini allora furono condotti nel vostro ospedale, foste avvertita chi erano? Da dove venivano? Sapevate quale era stata l'a­zione di guerra che avevano compiuta?

Gloria                              - Non mi importava saperlo.

Il primo Giudice              - Quale fu il motivo perché furono isolati? (Leggendo il fascicolo) Qui si dice che li sottoponeste a continua vigilanza.

Gloria                              - Era vietato persino guardarli. Le infer­miere pensavano che fossero lebbrosi. Quando poi si seppe chi erano, dovemmo salvarli dall'en­tusiasmo e dalla curiosità. (Tempo) Per proteg­gerli li isolammo all'ultimo piano.

Il primo Giudice              - (cercando le parole) Voi par­laste della « cosa » con lui? Non mi dite che ne soffriva fin d'allora! Soltanto pochi mesi prima si era offerto volontario!

Gloria                              - (forte) Ed invece io vi dico che già ne soffriva. Era fuori di sé. Non capiva, soprattutto, che cosa volessimo da lui. Quello stupido esame psicofisico l'aveva allarmato e, per quanto mi ri­cordo, aveva allarmato anche gli altri. (Tempo) Avevano paura... (Lungo silenzio).

Il secondo Giudice          - Continuate.

Gloria                              - Nicola sapeva di aver compiuto qual­che cosa di eccezionale, ma temeva che fosse esplosa in modo più eccezionale del previsto. Mostruosa, troppo, oltre ogni immaginazione. (Quasi tra sé) In quanto a me mi sembrò che lo trattassero ingiustamente.

Il terzo Giudice               - A noi risulta il contrario. Furono con Dafour estremamente deboli. (Subito) Dite che non capiva? (Impaziente) Che cosa non capiva?

Gloria                              - Non poteva leggere i giornali, per esem­pio, e nessuno parlava, né a lui né agli altri, di quanto volevano sapere. In quel buio, ove li av­volgevano, erano autorizzati a pensare qualsiasi cosa. Uno stato d'animo condiviso da tutti e cin­que e che via via assumeva aspetti morbosi.

Il primo Giudice              - Gli esami che esito ebbero?

Gloria                              - Irrilevante. Non si riuscì a stabilire nulla di definitivo. Nemmeno quando, dopò al­cuni giorni di isolamento, condussero Nicola in una stanza chiamata « il lavatoio ». In quel luogo la solitudine del paziente era assoluta. Nessuno poteva entrare o uscire, tranne me. Dafour do­vette eseguire azioni comandate attraverso gli al­toparlanti, rispondere a domande di tutti i gene­ri, reagire a stimoli sempre più complessi, e così via. Nel corso degli esami, Nicola era osservate continuamente e, a sua insaputa, giudicato in ogni suo gesto. Ma lui lo intuì e non collaborò! Si sentiva spiato, violato... (Di colpo) Se fosse di peso da me, li avrei uccisi nel sonno tutti e cinque!

Il primo Giudice              - (gridando, mentre le luci cominciano ad attenuarsi) A verbale!

"- Le voci dal palcoscenico passano, attraverso!

gli altoparlanti, in sala, consentendo alla scena!

di scendere nel buio continuando tuttavia l'azione.

La voce del 1° Giudice   - Perché li avreste uccisi?

La voce di Gloria            - (ormai nel buio) Perché era no già in cancrena... Perché Nicola era ormai disponibile per qualsiasi richiamo all'autodistruzione...

La voce del 2° Giudice   - Questa donna e il mag­giore Dafour si sono contagiati scambievolmente..,

La voce di Gloria            - (remota) E se contagiassi anche voi?...

OSPEDALE 1°

~ Nel buio un rombo lontano di un aereo in volo che si avvicina fino a riempire il palco­scenico e la sala. E' un rumore insistente, mo­notono, un « pedale » ossessivo che continuerà in parte, nella scena seguente, per poi attenuarsi e riapparire a tratti. Sul crescendo dell'aereo un grido alto, di uomo. Poi il rumore di qualche cosa che si rovescia con violenza, come un vetro che si infranga. Di colpo nella luce, al centro di un cerchio luminoso, appare Nicola, ansante. Intorno qualche suppellettile da ospedale: una poltrona fredda, metallica, un tavolino rovesciato, una bottiglia infranta, un bicchiere spezzato, una sedia. Una serie di segni astratti, ma in rilievo, neri e grigi e bianchi che circondano le pareti del palco­scenico. Nicola veste una camicia ampia, per lui, senza colletto. Pantaloni larghi, scarpe di feltro, capelli quasi rasati, biondi, viso pallido, allucinato. Sembra più un condannato a morte che un militare in osservazione clinica.

Nicola                              - (girando su sé stesso, parlando al vuoto intorno) Cosa volete? (Nessuno risponde) Cosa volete?... Fatevi vedere!

~ Rumori in un altoparlante invisibile nell'alto. Nicola alza il viso seguendo il suono.

La prima Voce                 - (quieta, ma autorevole) Non gridate! Calmatevi. Rilassatevi. (Tempo) Dite con me: sono calmo.

Nicola                              - (ripete, come un automa smarrito) Sono calmo.

La prima Voce                 - Bene. Non impressionatevi. Siete sottoposto ad esami che dovete conoscere. Durante il vostro addestramento avete già speri­mentato tali procedimenti. (Tempo) Perché ades­so vi sembrano straordinari?

 Nicola                             - (svuotato) Sì, li conosco... Ma... ma… (Si smarrisce).

La prima Voce                 - Sedetevi su quella poltrona. (Ni­cola esegue, prima rilassato poi a poco a poco più teso. Raccolta la testa in una mano, ascolta paziente) Vi faremo delle domande. Non siete tenuto ad essere preciso, ma nelle risposte atte­netevi al vostro stato d'animo attuale. Non tor­nate indietro con la memoria. Non riflettete. Ri­spondete subito, e basta. (Tempo).

~ Sempre presente il ronzio ossessivo dell'aereo, ma attenuato. Il vostro rapporto è stato di poche righe. Avete qualcosa da aggiungere?

Nicola                              - (passandosi la mano sulla fronte) No. Mi pare di no. Sono partito e arrivato secondo gli ordini. Attenendomi agli ordini, sono scappato a trecentosettanta chilometri orari. Tempo di vi­rata 27 secondi. E' tutto.

La seconda Voce             - Pensateci ancora. Nicola - (piegandosi su sé stesso, poi disteso sulla poltrona. Alzando il viso al soffitto domanda sot­tovoce) Sotto... « cosa » è successo? (Resta in attesa di una risposta che non arriva) Esattamen­te « sotto » che cosa è successo?

La prima Voce                 - Non preoccupatevene. Se vi in­teressa saperlo, avete portato felicemente a ter­mine la vostra missione.

~ Nicola scuote la testa e si guarda in giro.

La seconda Voce             - Avete sofferto sensazioni di do­lore?

Nicola                              - (rapido) Prima o dopo?

La prima Voce                 - Prima, durante e dopo.

Nicola                              - Ho avuto paura. Una paura... nuova. Quando scappavo la mia impressione era di avere alle spalle... (Un tempo, cerca una parola, fa ge­sti nell'aria con le mani, come per trovare una forma: poi, con un movimento d'impotenza, pia­no) ...un... drago, (ride piano con sé stesso) con un'unghia violetta e verde che cercava di pren­dermi per la coda e quasi c'è riuscito. (Perplesso) No. Non era dolore. Nausea.

La prima Voce                 - (scettica) Siete il solo che in cielo abbia visto un drago. Diciamo che era un pallone di sbarramento, invece che un mostro. Non vi pare più logico?

Nicola                              - (testardo) Era una cosa viva. Voi non potete saperlo. (Fissa il vuoto).

La prima Voce                 - Ricordate altro? (Tempo lungo).

Nicola                              - Prima. Quando siamo partiti. Un prete che diceva: « Onnipotente Iddio, che ascolti le preghiere di chi ti ama, assisti coloro che si av­venturano nell'altezza dei tuoi cieli per portare la lotta al nemico.

La seconda Voce             - E' un buon ricordo.

Nicola                              - Ero contento che il mio Dio fosse quello vero e buono, e che gli altri pregassero, invece, quello falso e cattivo! (Un tempo lungo. Nicola china il capo, si distende sulla poltrona con un movimento sgraziato).

La prima Voce                 - (lontana) E poi?

Nicola                              - (perplesso) Poi che cosa? (Un tempo) Il vuoto. (Con forza) L'idea del vuoto.

La seconda Voce             - Adesso sapete che il vuoto era semplicemente creato dalla tensione nervosa. Non è così? (Nicola non risponde) Comunque l'immagine del drago è errata. E' un'invenzione simbolica. Siete credente?

Nicola                              - (forte e rapido) Ciò che ho visto, l'ho visto con i miei occhi, questi! (Si tocca gli occhi sbarrati. Un tempo) E adesso basta. Chiudiamo qui?

La terza Voce                  - (gelida) Sapete perfettamente che non poteva essere un drago. La vostra insi­stenza è un infantile tentativo di sfuggire alla realtà dei fatti.

Nicola                              - Quali fatti? Cosa è successo, « sotto »? Cosa ho fatto? Quando lo saprò ci penserò su e risponderò.

La terza Voce                  - (falsamente stupita) Perché que­sti problemi? A suo tempo voi avete desiderato con tutte le vostre forze di partecipare a quell'a­zione speciale. Ne conoscevate i rischi. (Tempo) Non è così?

Nicola                              - (balza in piedi, grida verso l'alto) Nos­signore, non è così!

La terza Voce                  - (stupita) Non volevate essere tra i prescelti?

Nicola                              - (grida ancora più forte, in preda al fu­rore) No, no e no!... Smettetela... Fatevi ve­dere... Dove siete?

» Si trova al centro del cerchio di luce, come all'inizio della scena. Il rumore dell'aereo si è fatto più forte. Dal buio emerge rapida la figura di Gloria con una siringa in mano. Si arresta al limite della luce. Nicola la fissa allucinato.

La prima Voce                 - Rilassatevi, altrimenti saremo costretti ad iniettarvi un calmante. (Nicola si ab­bandona).

La terza Voce                  - (seccamente) Rispondete?

Nicola                              - (cedendo) Lo volevo... (Si accascia sulla poltrona).

La prima Voce                 - (rivolgendosi a Gloria) Lasciate stare. Non occorre.

~ Gloria esce silenziosa. Depone la siringa, ritor­na e si siede su una sedia, nel buio.

Nicola                              - (come in sogno, a sé stesso) Perché ho detto di no? So di averlo voluto, ma mi è venuto di negarlo! (Tempo) Ho sete.

~ Gloria si alza, ritorna con un bicchiere. Nicola beve.

Nicola                              - Questa stanza mi rende nervoso.

La seconda Voce             - Vi ripeto che siete sottoposto ad esami che già conoscete. (Tempo) Ora i riflessi : alzate le braccia (Nicola esegue) Aprite le dita (Nicola esegue) Piegatele ad una ad una... divari­cate, incrociate le braccia (Nicola come un au­toma esegue) Le gambe. Alzate la destra... la sini­stra... flettete. (Nicola è come una marionetta che esegue una grottesca ginnastica) Bravo. Potete riposarvi.

~ Nicola si siede sulla poltrona esausto. Un lun­go silenzio.

Nicola                              - (sottovoce) E' vero che sono morte die­cimila persone?

La terza Voce                  - Nessuno ha potuto contarle. (Tempo) Circa.

Nicola                              - Di più? Cinquantamila?

La terza Voce                  - Sì, può essere.

Nicola                              - (più rapido) Centomila? Duecentomila?

~ Si tende a poco a poco. Comincia ad agitarsi sempre più rapido e violento.

La prima Voce                 - Avete sudori improvvisi? So­gnate? Siete infastidito da qualche cosa? Avete pensato a vostra madre nel corso dell'azione?

Nicola                              - No, non sono infastidito... Va bene? Queste immagini non mi infastidiscono. (Comin­cia a ridere) Non le sudo... e non le sogno... E non ho pensato a mia madre nel corso dell'azione... Io non sono come Greene che ha chiamato quell'ae­reo con il nome di sua madre... Non mi infastidi­sce niente di tutto questo! (Ride sempre più forte. Poi si avvicina rapido a Gloria e, sempre ridendo, grida) Capitano! E' da dieci minuti che cerco di capire cosa siete!... (Ride) Un manichino, un fan­tasma... o una donna? (Al vuoto, con il viso al pubblico) Posso indagare? Mi date il permesso?

~ Prende tra le braccia Gloria che non reagisce, immobile come uno spaventapasseri.

La prima Voce                 - State calmo. Vi ordino di cal­marvi!

Nicola                              - E se non voglio? Questa camera è piena di orecchi e di occhi. Ma io voglio parlare priva­tamente al signor capitano! (Ride sgangherata­mente) Chiudete i buchi se non volete vedere. Va bene così? (Un lungo silenzio).

La prima Voce                 - (gelida) L'esame continuerà do­mani. (Pausa) Gloria, volete aiuto?

Gloria                              - (al vuoto) No! (Fissa Nicola, calma) E allora?

Nicola                              - (si stacca e parla piano) Fingono di essersene andati. Ma ci sono. Lo sento.

~ Nicola si allontana da Gloria, immobile e as­sente, con uno sguardo triste negli occhi.

Nicola                              - Cosa vogliono da me?

Gloria                              - (ferma) Vogliono te! Sono padri di fa­miglia, scienziati, medici, generali. Vogliono capire come sei fatto dentro, perché tu sei il primo di una nuova razza. Tu, quando voli su un luogo, il cielo forse resta ma quel luogo non c'è più. Il problema, per loro, è di sapere se « dopo » te ne importa o no, e se quello che hai fatto « altripotranno ripeterlo. (Tempo) Magari meglio di te!

Nicola                              - (duro) Non me ne importa. (Sorda! mente) Erano nemici. (Tempo) E « quelli », gli altri, (indica con la testa la platea) che cosa hanno detto?

Gloria                              - Che quanto è stato è stato.

~ Un penoso tempo di silenzio. Nicola pensoso] va a sedersi sulla poltrona, supino, con gli occhi chiusi, come morto. Gloria gli si siede accanto nella penombra.

Nicola                              - Il mondo si è spezzato in due? (Tempo) Qualsiasi cosa che non sia la fine di tutto è come un... premio. (Silenzio) C'era un poliziotto tra noi... che ci sorvegliava quando cercavamo i bersagli nel deserto. Appena seppe o... immaginò... di che cosa si trattava, voleva scappare sulle montagne. Gli dissero che sarebbe stato uguale: del serto o montagne o mare. Ma soltanto quando gli fecero vedere le fotografie della prima prova « vera » ho capito anch'io!... (Tempo. Piano, infantile)! E'... è saltato tutto?

Gloria                              - (pianamente, decisa) Non ancora.

Nicola                              - (continua) Eppure io l'ho visto quel drago, o che altro era, che mi inseguiva! Aveva il | ventre trasparente di un verme digiuno. Era... era] una bellissima giornata. Sembrava sigillata nel] vetro. (Tempo) Non mi credi?... (Tace. Poi ripren­de come nel sonno) Stanotte ho avuto un incubo. Ero stato tagliato a pezzettini, ed ogni uomo ed ogni donna era costretto a portarmi nelle tasche dei calzoni o nella borsetta. Tutti dicevano: « Ma puzza! Seppelliamolo in un punto del cielo, bruciamolo! » (Tempo) E invece dovevano portarmi con sé per forza. Ero saldato a loro. Se mi strap­pano si strappano, se mi strappate vi strappate, se mi strappavano si strappavano... Si strappavano!

~ Buio lento. Il rombo dell'aereo sale d'intensità, poi si allontana mentre emergono in sala le voci dei giudici e di Gloria.

La voce di Gloria            - Ricominciarono così il giorno dopo, e poi ancora. Senza esito. Dall'ultimo piano dell'ospedale si vedeva la valle con le case e le strade. Nicola chiudeva gli occhi per non guar­dare, diceva che il vuoto lo chiamava. Era una cosa orribile...

La voce del 1° Giudice   - Un giorno foste sorpresa mentre l'abbracciavate.

LA COMMISSIONE D'INCHIESTA 2°

~ E' riapparsa la stanza della commissione d'in­chiesta. Tutti sono nella stessa posizione di prima. L'interrogatorio continua. Le voci ora sono sul palcoscenico.

Gloria                              - Voleva buttarsi giù. (Con calma, sem­plice) Dissero che ci stavamo abbracciando. Era vero. Lo amavo.

Il secondo Giudice          - Quando fu dimesso dall'ospedale, dove si recò?

Gloria                              - A casa. Non era malato e non presen­tava più sintomi morbosi. (Pausa) Oppure non se ne accorsero.

Il secondo Giudice          - (scatta) Ma come fecero a non accorgersene? Il quadro clinico è chiaro. E' tutto morboso. Non ho mai visto un esame più superficiale di questo!

Gloria                              - (calma) Lo scopo vero era quello di al­lontanare Nicola dall'esercito. Che si sperdesse tra la gente e dimenticasse. Quelli che lo esami­navano erano spaventati che un uomo avesse po­tuto fare quello che lui aveva fatto e in cuor loro già lo rinnegavano. (Tempo) Non lo avrebbero mai ammesso, ma pensavano che se Nicola fosse morto in volo, mentre ritornava con i suoi com­pagni, sarebbe stato meglio per tutti. (Tempo) Allora, Nicola, l'ho aiutato io a difendersi. Glielo dovevamo, almeno questo! O voi credete di non dovergli nulla?

Il primo Giudice              - (severo) La vostra ricono­scenza per lui è costata la vita ad un altro. Voi siete un testimone ostile e poco attendibile per moltissime ragioni. Ma quanto avete detto è addi­rittura disonorevole per la Nazione!

Gloria                              - (rapida e violenta) Quella che voi chia­mate la Nazione non fu interrogata prima per il consenso né dopo per il giudizio. Lasciateci in pace, noi, la Nazione. (Tempo) Io ero solidale con Nicola perché, se fu lui il primo uomo ad essere ingannato, di riflesso lo fummo tutti. Voi non vi sentite ingannato?

Il primo Giudice              - I vostri sentimenti personali non interessano questa commissione.

Gloria                              - Ma io rappresento i sentimenti perso­nali di tutte le persone che non sono come voi! Cosa credete di poter giudicare quando avrete saputo ogni cosa su Nicola? Onorato per aver di­strutto una città intera, in un attimo, lo condan­nate per aver ucciso un uomo solo? Duecento­mila sì, duecentomila e uno no? Come se quell'uno non fosse parte anche lui di quei duecen­tomila!

Il primo Giudice              - La vostra è apologia dell'as­sassinio. C'è un vizio all'origine del vostro ragio­namento. Duecentomila, come voi dite, non can­cellano l'uno e l'uno non cancella i duecentomila. Sono due cifre separate, diverse, che non possono assommarsi. E c'era certamente un fine quando entraste a forza nella vita di Nicola!

Gloria                              - Voi non assommate. Io sì. Sono entrata nella vita di Nicola non a forza ma per fatalità. Nicola era un malato che inconsapevolmente dif­fondeva i germi di una nuova malattia. Accanto a lui, io, Alice Diamond, Jeff Bricht, e anche Greene, ci siamo come disfatti... Quella malattia è una lebbra che nasce da dentro, dal fondo del carnaio più orrendo che ricordi la storia dell'uomo. Me­glio per voi se ne siete salvi.

Il secondo Giudice          - Ma via!... Eravate lebbrosi ma nel delirio l'uno curava l'altro, o lo assassi­nava! (Tempo) Quali sono i sintomi di questa malattia, come la chiamate voi?

Gloria                              - Ha un decorso lento e prima che uc­cida occorre molto tempo. Ho cercato di fare per Nicola, per guarirlo, quello che potevo. Voi gli avete dato una medaglia ed io ho cercato di far­gliela buttar via. Speravo che sprofondasse in quella zona grigia della mente dove i ricordi cat­tivi si confondono e non dolgono più. E ci sarei riuscita se non ci fosse stato Greene.

Il secondo Giudice          - Il generale non può essere chiamato in causa. Per venti anni ha tentato di tenervi lontano da sé. E il male di Dafour non fu curato solo perché voi non voleste.

Il terzo Giudice               - Voi avete protetto, nascosto, un pazzo che poteva benissimo essere, anzi lo era, un omicida allo stato potenziale...

Gloria                              - (ferma) Nicola era malato, non pazzo.

Il secondo Giudice          - E' uno schizzofrenico.

Gloria                              - Ma prima era un uomo normale. Solo dopo non lo fu più. (Tempo) Dove visse mai un uomo che come lui abbia ucciso in un istante duecentomila esseri umani?

Il primo Giudice              - (gelido) Nicola è un perso­naggio inventato da voi.

Gloria                              - (gridando disperata, violenta) No! Voi avete costruito, voi l'avete fatto come vi ser­viva. E adesso vi fa schifo. Troppo comodo. Ades­so ve lo tenete com'è! E' vostro. E' una vostra invenzione, non mia!

primo Giudice                 - (irato) Basta. Dominatevi, si­gnorina Wilton. Cercate di comportarvi come si deve. (Gloria ricade sulla sua poltrona con la te­sta china tra le mani) Riprendiamo. E con calma. (Tempo) Confermate di conoscere il nome di chi ha ucciso il generale Greene?

Gloria                              - (senza esitazioni) Lo confermo. Del re­sto lo sapete già. E' stato il maggiore Dafour.

Il primo Giudice              - Voi siete l'unico testimone oculare del delitto. Nello stesso tempo siete l'uni­co amico di Dafour, l'unica persona al mondo in grado di difenderlo. E non lo fate! Perché?

Gloria                              - Perché adesso Nicola sta bene dove si trova. Non disturbatelo più!

Il primo Giudice              - Non lo disturberemo se ci direte il perché di questo assassinio. E' un ac­cordo che possiamo fare?

Gloria                              - Sì, se lo sapessi.

Il secondo Giudice          - Se lo sapeste, lo direste?

Gloria                              - (un tempo, poi sicura) Nicola voleva uccidere Greene da moltissimo tempo. Ma ero certa che non l'avrebbe fatto mai. Ho sbagliato. Quando pensava a Greene o lo incontrava o par­lavano di lui, Nicola stava male, moralmente e fisicamente. Ne era come terrorizzato. (Tempo) E' mia persuasione che Nicola lo abbia giustiziato per difendersi e difenderci.

Il primo Giudice              - Non risulta che l'ucciso abbia mai minacciato Nicola.

Gloria                              - Greene l'offendeva con un urto psichico insopportabile. Erano due elementi opposti ed inconciliabili.

Il terzo Giudice               - Avete usato una parola sin­golare per esprimere il concetto d'assassinio. Ave­te detto: giustiziato. (Gloria non risponde e scuote il capo, chiudendo gli occhi).

Il primo Giudice              - Forse ritenete giusta la morte di Greene?

Gloria                              - Greene è morto, Nicola, anche se è vivo, è un altro morto e anch'io sono morta... Adesso lasciateci in pace!

Il primo Giudice              - (lento) Siete dei morti che disturbano profondamente i vivi.

Gloria                              - Anche i duecentomila di Greene e Ni­cola li disturbano?

Il primo Giudice              - (secco) La vostra è un'im­pressione come un'altra Wilton! (Tempo) Ma la domanda è ancora quella: perché era indispensa­bile che Greene morisse? (Gloria lo guarda fisso e non risponde) Non volete rispondere? Bene. Non possiamo continuare a questo modo. Ancora una volta vi ripeto che voi siete la testimone ocu­lare di un delitto che non intendiamo punire. Vo­gliamo solo capirlo, spiegarlo. (Dopo un breve tempo) Vi chiediamo d'aiutarci. (Tempo. Gloria non si muove) Accettereste di sottoporvi al siero della verità...

Gloria                              - (alza di scatto la testa) Ci penserò. No...

Il primo Giudice              - Come volete. Ma tengo a ri­badirvi che il maggiore Dafour non è punibile. Le sue condizioni non sono « normali ». Da questo lato diciamo umano, siete protetta. Voglio dirvi di più: abbiamo sottoposto il maggiore al siero della verità. La sua personalità è risultata completa­mente dissociata. Incapace di fornirci il minimo elemento di giudizio. Noi abbiamo invece assolu­tamente bisogno di trarre una più esatta prognosi di certe alterazioni psichiche che affiorano nei no­stri equipaggi destinati a missioni speciali. (Tem­po) Come vedete io sto dicendovi cose riservate, ma penso che abbiate il diritto di conoscerle.

Gloria                              - (stancamente) Se voi cercate dei « fatti » che spieghino non li troverete mai. Non ci sono.

Il primo Giudice              - Ma qualche fatto deve esi­stere! Io stesso ho letto nel memoriale che scri­veste per quel giornale... (Cerca nel fascicolo e legge qua e là...) Qui ci sono dei fatti...

Gloria                              - Stati d'animo, impressioni...

Il primo Giudice              - Servono anche quelli. (Trova nel fascicolo qualcosa) Ecco qui, voi scrivete: « Una sera nella stanza del tenente Dafour si riu­nirono i cinque ufficiali a quel tempo sottoposti a esame psicofisico. Per disposizioni del superiore comando erano stati segregati all'ultimo piano. Dal corridoio sentii voci irate e mi fermai ad ascoltare. Era stato loro concesso di riunirsi per giocare a carte. Ma appena insieme incomincia­rono ad aggredirsi l'un l'altro. Volevo sapere se il motivo del litigio fosse il gioco. Era evidente che se tale era la causa, l'instabilità psichica, che i controlli medici avevano rivelato in ognuno diessi, si stava risolvendo. Ma l'argomento della lite non era quello. Fui obbligata a riferire ».

Gloria                              - (lontana) Ricordo.

Il primo Giudice              - (secco) Non riferiste nulla. Il vostro memoriale non riporta quanto udiste.(Con un sorriso) Potete dirci, oggi, perché litigavano quella sera.

~ Lento buio in scena. Le voci di Gloria e dei I generali passano in sala. Rumore in sordina dell'aereo.

OSPEDALE 2°

Gloria                              - (mentre la scena si oscura piano) Greeneimprovvisamente aveva preso a pugni Burcket, Nicola l'aveva difeso.

~ La voce di Gloria continua nell'altoparlante am-plificata in sala, mentre sale il rumore dell'aereo nel buio.

Gloria                              - La porta era semiaperta. Burcket era a terra con la faccia tra le mani. Sembrava morto. Nicola teneva ferme le braccia di Greene. Gli I altri stavano guardando, intorno, in silenzio, estatici...

~ Appare il cerchio di luce bianca. Nel cerchio I il gruppo dei cinque come li ha descritti Gloria. Qualche poltrona clinica, un tavolino con il panno verde, carte sparse sul tavolo e a terra, i cinque vestono come Nicola. Soltanto i gradi sono diversi. Il tribunale è scomparso. La voce di

Gloria                              - (quasi un sussurro in sala) Burcket incominciò a lamentarsi...

Burcket                            - (quasi soffocato tenta di alzarsi, ripetendo monotono) Poveri diavoli, poveri diavoli! (Si stringe la testa fra le mani e continua a la­mentarsi) Poveri diavoli, poveri diavoli...

La voce di Gloria            - Greene cadde quasi dalle braccia di Nicola. Aveva una macchia di sangue sulla bocca e se l'asciugava con una mano prima e poi con l'altra. Bestemmiava gridando. Poi si calmò e disse a Nicola...

Greene                             - Se Burcket non la smette, ricomincio. (Pausa. Si asciuga il sangue) Hai capito tu? Smet­tila! Sono cinque giorni che non dice altro che: Poveri diavoli, poveri diavoli, poveri diavoli! (Ride cattivo) I diavoli non sono poveri e i poveri non sono diavoli. (Ride ancora, a Nicola) E vai all'inferno se la pensi così anche tu.

La voce di Gloria            - Nicola aveva acceso una siga­retta e voleva farla fumare a Burcket.

Nicola                              - Su... fuma. Lasciali perdere i diavoli. Henry ne ha le scatole piene e anche noi. Prova!... (Gli ficca la sigaretta in bocca).

Burcket                            - (rauco, tira due boccate e tossisce) Lascia andare! Sai che non fumo. (Un tempo) Adesso sto meglio.

Diamond                         - (da un lato lo sta fissando seduto su una sedia, come a teatro, con attenzione) Ma tu, di', li vedi sul serio i diavoli?

Burcket                            - No. Non li vedo... ma mi viene di dirlo lo stesso... Non posso farne a meno... (Fa alcuni gesti incoerenti e tace voltando le spalle). La voce di

Gloria                              - Fu allora che Nicola disse a Greene...

Nicola                              - Fai male a prendertela così. Burcket si libera del suo male come può. Stiamo tutti male qui. E lui è solo come tutti noi... Abbi pazienza! Ancora pochi giorni poi ognuno se ne andrà per la sua strada! (Resta assorto a guardare il vuoto). Henry            - (aspro, deciso) Io non sto male. E non sono solo! (Tempo) Voi fatevi scoprire come siete e non uscirete mai più di qui... E che cosa siete è presto detto: dei nevrastenici. Se continuerete a tormentarvi per qualcosa che rientra nei nostri compiti di soldati che eseguono gli ordini e basta finirete in manicomio. (A Nicola) Aiuta Burcket rompendogli il muso. E' l'unico modo per resti­tuirgli l'equilibrio.

~- Un attimo di pausa che segue alle parole di Greene, mentre i cinque si guardano, lontani. Chi si passa la mano sul viso, chi accende una sigaretta che poi spegne. Chi si slaccia il col­letto.

La voce di Gloria            - Tra quegli uomini intercor­revano rapporti morbosi. Si proteggevano vicen­devolmente, ma già tentavano di allontanarsi l'uno dall'altro. Tutti insieme si difendevano da Greene che era il loro comandante. Non erano normali. Facevano pena.

Jeff                                  - (piano, agli altri, assorto) Qualche volta mi pare di vivere in un tempo che non è più il mio. Io ci sono, ma se mi tocchi non tocchi me. (Un tempo, poi quasi vergognoso, con trepidazione a Nicola) Nick, tu lo rifaresti?

Nicola                              - (assorto anche lui) Se dovessi, niente al mondo questa volta mi impedirebbe di abbrac­ciarlo e di cadere giù con lui.

Greene                             - Abbracciare chi? (Ridendo) Ah già, tu hai il drago. Quello ha i diavoli...

Burcket                            - (intervenendo) E' così. Ognuno di noi gli ha dato un nome. (A Henry) Tu, dentro di te come lo chiami? Non gli hai ancora trovato un nome, tu?

Henry                              - (secco e chiaro) Bomba, lo chiamo. Bomba. (A Jeff) E io lo rifarei, ma da vivo. Ba­dando di rimanere vivo e cercando di continuare a vivere il più a lungo possibile. Il meglio pos­sibile. (Silenzio di tutti) Me ne vado a letto. (Al­tro silenzio, i quattro si guardano a disagio. Greene scompare nel buio).

La voce di Gloria            - Ma gli altri quattro non an­darono a riposare. Non dormivano mai. Finge­vano. I sonniferi non servivano più. Si ritiravano nelle loro camere, aspettavano che tutti nell'ospe­dale si addormentassero, e poi uno ad uno, come ad un comando, o per un'intesa, uscivano nel corridoio, a piedi nudi e ritornavano a riunirsi, in silenzio.

I quattro hanno assunto diverse posizioni. Il rombo dell'aereo ha ripreso più forte, ora. E' una presenza sonora e costante. I quattro si guardano in giro come per scoprire quel suono. Qualcuno si chiude gli orecchi con le mani. Uno cerca di fischiettare una canzone. Un altro è abbandonato su una sedia, un altro fuma attonito fissando il vuoto. I gesti sono molto lenti, come in un acquario.

La voce di Gloria            - Una notte li scoprii così e ne ebbi paura. Nella penombra sembravano figure di un quadro che mi venissero incontro e mi cir­condassero.

-I quattro cominciano a muoversi in tondo, co­me dei carcerati, in silenzio, lenti e rapidi, om­bre terribili.

-

La voce di Gloria            - Stavano male. Male da mo­rire. Cercai di parlare, dissi che sembravano un esercito in marcia. Qualcuno mi rispose: « Dor­miamo tanto di giorno, che quando viene la notte, le ore non passano mai ». Era una scusa. Allora cominciai a raccontare qualcosa, parlai, parlai, parlai. Loro ascoltavano. Si addormentarono, qua­si in piedi...

^ I quattro si sono schierati con il viso verso la ribalta, nel cerchio di luce, immobili, e sembra che dormano in piedi, con il viso teso, però con le labbra chiuse, le teste appena reclinate da un lato.

La voce di Gloria            - O forse non ascoltavano. Pen­savano solo a se stessi. Non so. Quando li per­suasi a tornare a letto, mi seguirono in silenzio. Solo Nicola, uscendo per ultimo, mi chiese piano...

~ I quattro si muovono ed escono ognuno da un lato diverso. Nicola per ultimo verso il fondo.

La voce di Nicola            - Secondo te è stato un grande peccato?

La voce di Gloria            - Io gli risposi di no. Lui se ne andò a testa bassa, perplesso.

^ La scena ormai è buia. Qualche secondo il rom­bo dell'aereo, poi riappare la commissione d'in­chiesta.

COMMISSIONE D'INCHIESTA 3°

Il primo Giudice              - Non li chiamate fatti, questi?

Il secondo Giudice          - Un tipico caso di instabilità emotiva.

Il terzo Giudice               - Di nevrosi così, come quella di Dafour, al fronte ne ho curate migliaia. Affa­ticamento di guerra, perfino contagioso.

Il primo Giudice              - Già da allora Dafour era am­malato. Mi pare chiaro. Il senso di colpa, le sue domande sul peccato in astratto...

Gloria                              - (ferma) Era stato un immenso peccato nella realtà. Ma chi ero io per accusarlo? La colpa era di tutti noi. E per questa colpa comune oramai dovevamo essere solidali con loro per sempre. (Pausa) Io lo sono stata.

Il primo Giudice              - (asciutto) Fino all'assassinio. Non è solidarietà, ma complicità.

Gloria                              - Se qualcuno doveva rispondere di tale complicità, questo era il mondo intero. Tutti do­vevano risponderne. Anche i morti, perché anche loro erano stati uomini che volevano uccidere. Il fatto che fossero stati uccisi per primi non li assolve!... (Un lungo silenzio. I giudici la guardano perplessi).

Il primo Giudice              - E' una tesi incomprensibile. (Tempo) Che rapporti c'erano tra voi e Nicola, in quel tempo?

Gloria                              - (semplice) Quella notte la passai con lui... Era (cerca le parole) un gesto « umano »... (Un silenzio ancora. Gloria chiude gli occhi).

Il primo Giudice              - (freddò) Aveste altri rapporti con il maggiore?

Gloria                              - (secca) No. Otto giorni dopo furono messi in congedo, meno Greene. Non rividi più nessuno di loro.

Il secondo Giudice          - Voi foste smobilitata pochi mesi dopo la fine della guerra. Da allora non si è saputo più nulla di voi. Tuttavia dagli atti risulta che il maggiore Dafour riuscì a trovarvi. Vi cercò?

Gloria                              - No, mai.

Il terzo Giudice               - Come v'incontraste?

Gloria                              - Per caso.

Il primo Giudice              - Otto anni dopo, se non fac­cio errore.

Gloria                              - (secca) Otto anni dopo. (Tempo) Ero capo infermiera in un ospedale di una piccola città di provincia. Una sera l'ambulanza della po­lizia mi portò un uomo con una spalla lussata. Era stato ferito in una rissa. Lo riconobbi subito e commisi l'errore di ricordargli il passato. (Un tempo) Non me ne fu grato. Neppure quando lo condussi da me, nella mia casa, perché non aveva denaro. Non sapeva dove andare e sentiva di es­sere inseguito, minacciato da un pericolo...

~ La scena ritorna ad oscurarsi in un rombo lon­tano. Le voci passano in sala.

La voce del primo Giudice            - E' falso. Nicola era ricercato da tempo dalla polizia. E voi lo faceste fuggire.

La voce di Gloria            - Non era un eroe nazionale? Chiunque avrebbe fatto lo stesso, per un eroe come lui.

~ I giudici scompaiono nel buio. Aereo fortissimo. Nel cerchio di luce appare Nicola, seduto su un divano. Indossa un giubbotto di cuoio, è invecchiato. Appare sempre più smarrito. Gloria, accanto a lui, lo sorveglia con atten­zione. Gli oggetti suggeriscono un interno bor­ghese. Il rombo dell'aereo attenuandosi si tramuta in musica jazz che impercettibilmente! prende il sopravvento. Infine, silenzio.

INTERNO BORGHESE 1°

Gloria                              - Sei dimagrito, invecchiato...

Nicola                              - (fissa il vuoto. Sembra non ascoltarla) Io non ti ricordo.

Gloria                              - (cercando di ridere) Una volta volevi sapere se ero un manichino, un fantasma o una I donna!...

Nicola                              - (scuotendosi, la guarda assente) Ah! Tu | sei il capitano... Gloria ti chiami!

Gloria                              - Qui sanno chi sei?

Nicola                              - (senza ascoltarla) Ricordo i tuoi occhi da isterica! (Ride acre) Del resto erano tutti matti in quell'ospedale. (Sospettoso) Perché mi hai por­tato qui?

Gloria                              - (si stringe nelle spalle e non risponde) Sei entrato in un bar. Hai bevuto. Poi hai aggre­dito due poliziotti, sfasciato la cassa, spaccate le bottiglie e le sedie. Ricordi cosa è successo?

Nicola                              - (si smarrisce) Mi sembravano tanti.

Gloria                              - Erano tanti. Dall'ospedale ti ho portato a casa mia perché non voglio che ti pren­dano. Qui sono duri con i vagabondi che pic­chiano i poliziotti.

Nicola                              - (improvviso) Hai da bere?

Gloria                              - (con un gesto) Prendi tu.

Nicola                              - (si alza, affonda nel buio, ritorna con una bottiglia e dei bicchieri. Li riempie. Bevono. Lui di colpo ha un brivido) Ubriacarsi serve sol­tanto per capire che, se hai bisogno degli altri, per te non c'è nessuno al mondo. (Pensa un at­timo). Adesso ricordo che ti ho pensata. Qualche volta ritornavi alla mia memoria come un'ombra che sovrasti una stampa giapponese, quelle con i ponticelli azzurri, gli alberi d'oro, uomini con la pancia che dormono tra crisantemi e i cani piccoli come microbi...

~ Si arresta di colpo. Un' improvviso rumore di aereo ossessivo, invade la scena. Un attimo di immobilità. Poi di colpo si colpisce la spalla, cattivo. Dà un gemito di dolore.

Nicola                              - Mi piace sentire male. Il dolore mi dà il coraggio di sopportarmi.

Gloria                              - Se i poliziotti ti prendono ti faranno tanto male da farti coraggio per diecimila anni.

Nicola                              - Chissà dove sarò tra diecimila anni. (Tempo) Dove lo metterà Dio un buco nell'acqua come me?

Gloria                              - Dio fa quello che nessuno capisce mai. (Tempo) Speravo che ti fossi adattato.

Nicola                              - Non voglio adattarmi. (Tempo). Ci sono giorni in cui mi pare di toccare il fondo. Allora è come se giocassi sotto l'acqua sporca di un mare, tra i bidoni arrugginiti e i granchi (ride solo). E' un mondo silenzioso, ma basta una scossa e      (gesto di scoppio), tutto salta in aria! (Più forte) Tutto salta in aria! (Tempo) Uno scop­pio! e io che ci sono dentro, attento, furbo, dan­nato e matto. Ma del tutto responsabile di quello che è successo. Lucidissimo! (Grida quasi, con un gesto davanti a sé, forse verso la platea) E tutti a dirmi che non è vero, che ero soltanto un auto­ma, che è meglio non pensarci più. (Piano) Mi assolvono dappertutto perché se non lo fanno la mia colpa sarà anche loro, più profonda e grande della mia. (Tempo) Ed ecco Nicola Dafour eroe nazionale. E io mi difendo. Scappo. Non mi tro­vano. Li picchio quando capitano davanti a me... (Resta sospeso, incerto). Almeno mi pare che sia così. Ma non ne sono sicuro.

Gloria                              - Adesso riposa. Stenditi... così... lasciati andare, chiudi gli occhi. (Un tempo) Sai l'estate scorsa anch'io ci sono stata dove tu andasti otto anni fa. (Un tempo) E' rinato tutto: i fiori, le case, gli alberi, le stagioni. (Un tempo) E' pieno di bambini. (Misteriosamente, mentre la luce im­percettibilmente si abbassa) (Con voce più alta) E' vero, te lo giuro.

Nicola                              - (quasi addormentato) Ti credo.

Gloria                              - Laggiù si sono adattati, adattati anche tu. (Pausa).

Nicola                              - Non voglio! Se lo faccio, ritorno nel vuoto. (Un tempo, rabbioso) Non voglio! (Si asso­pisce. Buio. La voce passa in sala). La voce fuori campo di

Gloria                              - Si era assopito. (Un tempo) Avevo paura che se la polizia fosse venuta a prenderlo io da sola non avrei potuto difenderlo. (Un tempo) Allora pensai a Burcket, e gli telefonai. Si precipitò a raggiungerci con sua moglie, trascinandosi dietro anche Diamond con la sua. Arrivò come per una festa. (Un tempo) Quando videro Nicola che li guardava senza ri­conoscerli, subito ci fu una grande tensione.

INTERNO BORGHESE 2°

~ Nel cerchio di luce i quattro entrano destando di sopprassalto Nicola.

Burket                             - Salute, comandante! (A Diamond) Che ti dicevo? E' tutto nervi, come prima. Eccolo lì, un cavallo da corsa. (Indicando Mary) Mia mo­glie!

Mary                                - (emozionata) E' l'ora più bella della mia vita. Finalmente vi conosco.

Burket                             - Questa è Alice, la moglie di Diamond.

Alice                                - (piano) Parliamo molto di voi quand'è quel giorno e quell'ora. Diamond dice sempre: vedrai che ad un anniversario arriva. E siete ve­nuto.

Nicola                              - (sordamente) Non è l'anniversario...

Burket                             - E' lo stesso. Quello che conta è che adesso siamo tutti insieme. (Un tempo) Che hai? Se è per quell'affare è tutto sistemato.

Diamond                         - (quieto) Abbiamo testimoniato che sei stato aggredito e che sei un amico. Hanno detto che va bene. Siamo venuti perché pensavamo di fare una festa tra noi, alla buona... magari con qualcuno... Poca gente, tanto per restare un po' insieme.

Gloria                              - (tesa) Burket, avete detto chi era?

Burket                             - (esitante) No. Volevate che non lo di­cessi e non l'ho detto. Io non parlo mai inutil­mente... Quando vengono nel mio negozio a com­perare un televisore, se lo vogliono firmano un assegno, se lo caricano in macchina e se lo por­tano via. Se è sì è sì, se è no è no! maledetti loro! (Cerca di ridere) Però non escludo che l'abbiamo capito. Nick è un personaggio storico... Qui, poi, capiscono tutto al volo...

Gloria                              - Nicola ha una spalla lussata, non può vedere nessuno. Non può neppure muoversi. (Secca) Ha bisogno di riposo. (Nicola tace. Un tempo di imbarazzo).

Mary                                - Peccato! Speravamo tanto che veniste un po' con noi! Non per farvi vedere alla gente, ma proprio per tenervi vicino. (Un tempo) E' neces­sario che vi ritroviate, che vi scambiate delle idee. Se poi non vi salverete dall'entusiasmo della città che c'è di male?

Burket                             - Qui sono capaci di fargli una dimostra­zione con i pompieri, le musiche e i soldati. Ni­cola è Nicola, chi li ferma?

Gloria                              - (pressante) Burket, fate qualche cosa perché questa pagliacciata non avvenga. (Indi­cando Nicola) Non sta bene, l'hanno picchiato.

Mary                                - Non è una pagliacciata. (A Gloria) Lo am­mirano e cercano di dirglielo come possono. (A Nicola) Desiderano che restiate e se necessario vi costruiranno anche la casa. Da queste parti c'è quello che occorre per una vita tranquilla. Il deserto è alle spalle, di faccia le montagne, e c'è pure un lago per pescare. L'aria è come se fosse condizionata.

Burket                             - Quando Greene è venuto a trovarci ha detto: « Mandatemi in pensione e vengo qui » (A Nicola) Che te ne pare?

Nicola                              - (si alza) Greene è marcio. (Un improv­viso lungo silenzio).

Burket                             - (si alza, esitante) Anche se lo fosse, lo siamo tutti.

~ Silenzio pieno di tensione. I personaggi assu­mono nuove posizioni.

Nicola                              - (feroce) Ma lui non lo sa! (Un tempo) Tu lo sai? (Gridando) (Sottovoce) Chiudi gli occhi, e non ci pensi. Io invece sì! (Pausa) Greene lo fiuto da anni, dove vado lo sento sempre. (Tetro) E' l'unica compagnia che non mi lascia mai. (Quasi dolcemente) Tu non lo odi più?

Burket                             - (balbettando) Noi stavamo bene insie­me una volta.

Nicola                              - Una volta, ma adesso no! (piano) Non avrei mai voluto rivedervi.

Mary                                - Io speravo tanto in voi!

Nicola                              - (aspro) Non posso nulla per Burket. Non avrei mai voluto rivederlo.

Mary                                - L'ho capito subito. Ma visto che non potete scappare da questa stanza, ascoltatemi. Ma guardatelo! Per l'ultima volta, ma guardatelo!... Chi credete di essere fingendo di non conoscerlo? Un uomo buono? Se lo foste, gli parlereste per aiutarlo, non per pestarlo sotto i piedi. (Cambian­do voce) Aiutatelo, io non ce la faccio più. Nes­suno tra noi ce la fa più. (Voltandosi come una furia verso Burket) Burket è pazzo, sta lenta­mente impazzendo.

Burket                             - Smettila!

Mary                                - Marciume per marciume, Greene è me­glio di voi. Non offre e non domanda niente a nessuno. (a Burket) Io ti chiedo soltanto che tu non abbia schifo di te stesso?

Burket                             - Te lo ripeto: divorzia. (a Nicola) Mia moglie oggi c'è, domani parte per un mese, poi torna, piange, grida... Dice che sono crudele, l'hai sentita. (Di scatto, a Mary) Ma che cosa vuoi da me? E' colpa mia se non riesco a dimenticare?

Mary                                - E' vero, non dimentichi mai. (Un tempo) Prima di sposarci, eravamo felici. Ma dopo... (voltandosi verso Gloria) Come potevamo sapere, io e Alice, che questi due(indica Burket e Dia­mond) vivono di notte? Sognano, gemono! (A Ni­cola) E invece di aiutarli venite a sfasciare quello che rimane. (Un tempo) Ma chi li comandava? Voi! Loro vi hanno soltanto obbedito.

Nicola                              - (marcando le parole) Abbiamo obbe­dito. Ho obbedito anch'io, abbiamo obbedito tutti.

Burket                             - Perché? Potevamo non obbedire? Era­vamo in guerra.

Gloria                              - (a Mary) Non ha obbedito a Nicola, ma a chi era sopra di lui.

Mary                                - (sicura) Burket ha obbedito al suo di­retto comandante. La responsabilità è sua! (Al marito) Fossi riuscita a persuadertene! Forse avremmo avuto dei figli, una vera famiglia, e sa­remmo vissuti in pace. (A Gloria) Non lo sentirei piangere ogni notte.

Gloria                              - Nicola non ha colpa. Burket sa che in pace e in guerra ognuno obbedisce ad una per­sona che a sua volta ha obbedito a chi lo comanda. La scala è all'infinito e al vertice non c'è nessuno. (Un tempo) Più in alto vai più vuoto trovi.

Burket                             - (un tempo) Mary qualche volta sostiene che non dovevo obbedire. E' un'idea che non rie­sco a pensare. (Polemico) Se soltanto l'avessi ten­tato m'avrebbero fucilato. E poi non l'ho pensato. (A Nicola) In quanto a te Nick, qualsiasi cosa dica lei (indica Mary) io non ti ritengo responsa­bile. Che colpa hai tu? Ma è chiaro che io cono­scevo e conosco soltanto tu e nessun altro. (Tem­po) Tu hai detto fallo e io l'ho fatto. Tu rappre­sentavi per me l'ordine che dovevo seguire. (Tempo) Se era tutto sbagliato, veditela con Greene o con chi ti pare. Io ne sono fuori.

Nicola                              - T'aiuta il pensiero di essere stato una rotella irresponsabile di un ingranaggio? E' colpevole la vite di un meccanismo? Noi non eravamo di metallo ma creature. Di chiunque sia la! colpa è anche mia. Preferisco saperlo. Io ero un uomo!

Mary                                - Tutti insieme eravate una macchina!

Nicola                              - (macabro) E allora rompeteci in pezzi! siamo inservibili.

Mary                                - Ma se in pezzi già ci siete! Alice            - (calma) Io penso che vi sbagliate tutti! Diamond grida anche lui qualche volta. Ma io noi lo curo dicendogli che ha obbedito e non doveva! obbedire. O che la colpa è di altri. (Con tensione Gli dico soltanto questo: chi crede nella giustiziar divina non ha colpa di essere stato la mano che ha inflitto il castigo. Dio, ha sempre bruciato il suoi nemici!

Diamond                         - (conciliante) Così dici tu.

Alice                                - (a Nicola) Non lo dico io, è scritto. Sei è scritto è vero. La Bibbia ha un senso! Nei tempi ogni catastrofe, quando avvenne, è apparsa terribile; ma quei morti erano sempre colpevoli. (Argomentando) Gli uomini innocenti, non morivano. (Un tempo) Il tempo dell'uomo non è ancora quel­lo di Dio. Non possiamo sapere le intenzioni su­preme che determinano i fatti. (Pausa) Allora quello che avviene, è, e deve essere giusto. (Si alza, va verso Nicola) Quando vi sentite in colpa ricordatevi che gli angeli con la spada non tremavano mai.

Mary                                - Io non volevo sposare un angelo.

Alice                                - (sempre vicina a Nicola) Mary un giorno ha detto che duecentomila morti erano troppi per Burket. (Con disprezzo) Se avesse fatto i conti saprebbe che le cifre del Signore sono più alte. (Confidenziale) Dio non è cattivo, quindi se sca­glia il fulmine è per un bene che non sappia­mo ancora cos'è. Io e Diamond non chiediamo mai a chi abbiamo obbedito, se agli uomini o a I Dio. Sappiamo soltanto di essere stati chiamati a compiere un'opera che dovevamo fare. (Pro­tesa su Nicola) Non sentite che è vero?

Diamond                         - Alice è così sicura! Ma io... io ho paura. Improvvisamente il vento mi scuote, mi porta via. (Breve tempo) Se quello che lei predica è giusto, peggio per me. Colpa mia se sono un angelo sgangherato. (Sogghigna triste) Be', andia­mocene! Mi dispiace Nick, volevamo soltanto farti festa...

Gloria                              - (con improvvisa violenza ad Alice) Voi a chi avreste obbedito?

~ Principio di buio in scena.

Alice                                - (semplice) Io sono stata chiamata per rimanere con loro. Per aiutarli. Prima Diamond, adesso lui. (Indica Nicola).

Buio in scena, dissolvenza.

La voce di Gloria            - Era trascorsa un'ora, e Alice parlava senza che Nicola le rispondesse. Io, Dia­mond, Mary e Burket, eravamo stati sopraffatti li avevamo lasciati soli. Alice lo affascinava... (Nella penombra che riaffiora, primo piano di Alice e Nick) (Rauca) Aveva dimenticato che lo cercavano e che l'avrebbero trovato...

Alice                                - Voi pensate che si può obbedire senza credere. Non è vero. La gente e voi non siete il mondo, ne siete soltanto la parte visibile, ma la sua essenza è lassù. (Concitata) Se non pensate così, siete un insetto. Vivete senza radici, non vi trovate, siete una foglia. (Solenne) E invece ogni cosa ha un nome davanti a Dio, esiste nella sua volontà, fu fatta. Non è nata per errore. Allora, se un evento avviene è perché è utile, risponde a disegni inconcepibili. E' un fatto che ne co­struisce un altro. Se si toglie una cosa dalle cose più nulla sarà com'è...

~ Lieve abbassamento delle luci, immobilità dei due in scena.

Nicola                              - Io sono un fatto ingiusto...

Alice                                - Non esistono fatti ingiusti. E voi non potete saperlo. Il male, è il bene che ci è ancora ignoto. Non chiedetevi mai i motivi delle azioni umane. Di causa in causa, non li scoprireste. Gli scopi profondi non ci appartengono, procedono e vanno chissà dove. (Tempo) Il male che ster­mina il male è necessariamente il bene. Non oggi, forse, ma sarà il bene domani. Deve essere così.

~ Si attenuano le luci. I due immobili.

La voce di Gloria            - Da lontano arrivava una mu­sica, una folla che correva e gridava.

Gloria                              - (con voce neutra) Arrivano, Nick. (Con sarcasmo) E' la dimostrazione in tuo onore.

Nicola                              - (sbadato) Non adesso, dopo... mandali via!

Gloria                              - Sono già qui.

Alice                                - Sono gli uomini che hai salvato. Non li conoscete, ma vi saranno sempre vicino e testi-monieranno per voi. Andate loro incontro, fate festa anche voi...

~ La musica irrompe sulla scena e contempo­raneamente sul fondale inizia la proiezione del filmato, la visione del corteo. Nicola è balzato in piedi. A un tratto colpi fortissimi, il rumore di un vetro rotto, come se tentas­sero di buttar giù la porta. Entrano in scena due poliziotti, con i manganelli in pugno.

Il primo Poliziotto           - Eccolo, vi abbiamo trovato!

~ Gloria e Alice equivocano, pensano che i due siano le staffette del corteo.

Gloria                              - No, lasciatelo. Non può venire, è malato. Il secondo Poliziotto           - Eccoti qui carogna...

~ Gli saltano addosso e a colpi di manganello quasi lo distendono in terra. Nicola non reagisce.

Alice                                - (urlando) Non sapete chi è?

Il primo Poliziotto           - Lo sappiamo, è quel figlio di puttana che mi ha rotto la testa a colpi di bottiglia. (Trascinando Nicola) Portalo via!

~ Nella penombra, i due della polizia trascinano Nicola svenuto verso il buio. Intanto con una esplosione di musiche militari, la proiezione cinematografica di un corteo americano di gioia e di festa appare più nitida sul fondale a colori, fuochi artificiali, soldati in marcia, gente festante. Nel buio la dimostrazione entra in scena, grandiosa. Il rumore dell'aereo che si attenua. Sigla musicale.

SECONDO TEMPO

~ Nel buio, la sigla musicale. Poi una voce negli altoparlanti in sala.

Una Voce                        - Presente, Gloria Wilton.

La voce del terzo Giudice - Il sergente Burket interrogato sull'accaduto non parlò. Cosa successe in seguito?

La voce di Gloria            - (piana) Tornammo dopo due ore. Quando lo strapparono da quelle mani era in coma. Ho creduto che morisse. Pianse tutto il resto della notte, con la testa nascosta sotto le coperte come un bambino. Era spezzato. Per sem­pre. Voi non potrete mai ascoltare un dolore più grande del suo. All'alba si addormentò e allora io vi ho odiati. Tutti, angeli, uomini, donne. Tutti. Era sfasciato come se una cosa si fosse rotta. Veniva fuori tutto... Gli angoli morti, i corridoi sporchi, la polvere sotto i mobili... prendevano vita, diventavano figure, presenze...

La voce del primo Giudice            - Va bene. Basta così per ora. Potete andare. Vi richiameremo.

~ Un breve tempo. Rumore di una sedia smossa, passi sul pavimento che si allontanano. Una porta che si apre e chiude.

La voce del primo Giudice            - Fate entrare Alice Burket.

~ Passi che si avvicinano, rumore di sedia smos­sa. Un tempo. Sale lentamente la luce.

COMMISSIONE D'INCHIESTA 4»

Il primo Giudice              - Risulta dagli atti che il mag­giore Dafour convisse con voi per un certo tempo. E' esatto?

Alice                                - Esatto. Ma se pensate ad una fuga sen­timentale non conoscete Nicola. (Pausa) Era sol­tanto suggestionato da alcune mie certezze.

Il secondo Giudice          - Spiegatevi meglio.

Alice                                - Nicola credeva a quanto gli dicevo. A quanto io credevo. Ne era come suggestionato. E sollevato anche, spiritualmente. (Un tempo).

Il terzo Giudice               - (guardando gli atti) In quali circostanze avvenne il primo incontro tra Nicola e Greene?

Alice                                - Lo scandalo ebbe rilievo nazionale per­ché Nicola era stato quasi in fin di vita. Greene si precipitò a raggiungerci. Per la prima volta dopo otto anni i cinque uomini di quel giorno si ritrovarono insieme. Ma non avevano nulla da dirsi. Ognuno pensava a sé, io a Dio, Greene alla « leggendaria gloria del gruppo » come amava esprimersi.

Il primo Giudice              - Il generale vi propose di col­laborare a un certo suo progetto?

Alice                                - Sì. Proponeva che il maggiore fosse in­ternato in una casa di cura.

Il secondo Giudice          - Perché? Voi affermaste che il maggiore vi sembrava sollevato dopo l'incontro con voi...

Alice                                - Solo in un primo tempo, quando tentavo di persuaderlo di aver eseguito soltanto un indi­scutibile ordine, non soltanto militare, ma divino, supremo. (Tempo) Io credo che gli ordini di Dio non sbagliano mai. (Tempo) Anche Nicola lo credette, ma per breve tempo. Si aggrappò alla mia fede con disperazione, ma poi ricadde più in basso di prima. Ad un certo punto la mia ver­sione dei fatti mise il maggiore Dafour fuori di sé. La verità è che per Nicola, in quel mattino di agosto, Dio chissà dov'era.

Il primo Giudice              - Qual era l'atteggiamento di Gloria Wilton in questa intricata situazione?

Alice                                - Inesistente. Era messa da parte. E lei accettava tutto. Penso che lo facesse perché ama­va Nicola.

Il primo Giudice              - Fu in quel periodo che inco­minciarono i veri reati del maggiore Dafour?

Alice                                - Credo, circa. In un primo tempo Nicola non capiva più nulla di quanto sentiva in sé. Era un disagio misterioso, un'inquietudine. Poi tentò di farsi dimenticare, diventando un vaga­bondo che reagiva violentemente contro chiunque lo riconoscesse o lo considerasse un eroe. Fu il periodo in cui lo incontrai io. In seguito scoprì nell'idea di una giustizia suprema che lo assol­veva, perché aveva soltanto eseguito un ordine superiore, una specie di rassegnazione. Infine cadde in uno stato d'animo opposto. Voleva che guardassero, che lo riconoscessero, che si par­lasse di lui. Ma non come di un eroe, ma peggio di un criminale comune. Voleva che la gente ca­pisse e dicesse: Non obbedite mai come ho obbe­dito io; perché se si obbedisce fino a questo pun­to, l'anima si rompe. Se l'anima dell'uomo è chia­mata ad agire contro l'uomo, in qualsiasi caso o forma, essa serve soltanto il male. E poiché ne­gavano questa sua verità, incominciò a rubare per distruggere l'immagine che altri ritenevano gloriosa. (Tempo) La sua idea era che se la gente fosse stata costretta a giudicarlo se non altro ne avrebbe attirata l'attenzione. In modo da ini­ziare un discorso che nessuno voleva ascoltare.

primo Giudice                 - Ha incominciato a rubare, ha finito per uccidere. Un cammino rettilineo. (Un tempo) Dunque la crisi decisiva avvenne otto anni fa. Vi fu un motivo specifico?

Alice                                - La causa indiretta fu un frate.

 

Il secondo Giudice          - Qui non risulta. (Sfoglia || fascicoli dell'incartamento).

Alice                                - (pianamente) Jeff Brickt. Si era fatto frate. Greene, che credeva nel gruppo, voleva che: tutti i componenti fossero presenti alla riunione per decidere sulla sorte di Nicola. Una specie di processo. Jeff accettò ma disse, che prima voleva parlare a Nicola da solo. Era convinto che Dafour dovesse seguire il suo esempio. Greene ed io speravamo invece di costringerlo a curarsi in una clinica psichiatrica. Anche Gloria era d'accordo,. Ma Jeff portò a Nicola una soluzione sbagliata: la penitenza. (Un tempo) Come ho già detto, Dafour aveva ormai perso anche l'ultimo briciolo I della fede.

Il primo Giudice              - Che esito ebbe l'incontro tra Brickt e Dafour?

Alice                                - Terribile. Il loro colloquio fece piazza pulita di tutto. Per l'uno e per l'altro. Per Jeff fu addirittura la fine del mondo.

Il terzo Giudice               - Josef Brickt morì, mi pare, in circostanze sospette, dodici anni fa. Ne sapete nulla?

Alice                                - Quella mattina, prima dell'incontro, Jeff era pallido, ma sereno. Gli girava la testa perché] aveva pregato tutta la notte. (Un tempo) Aveva-1 mo dato a Brickt un'ora di vantaggio e un'ora dopo, tutti insieme, raccogliemmo quanto lui ave­va seminato. Fu una cosa da impazzire.

Il primo Giudice              - (gelido) Non è l'unica follia di questa vicenda.

Alice                                - Nicola, a quel tempo, cercava a qualsiasi costo la pace. Accettò di confessarsi a Jeff, ma entrambi furono sopraffatti dalla delusione di sco­prirsi tanto diversi.

~ La luce sta scendendo lentamente verso il buio, La voce di Alice ora passa in sala.

La voce diAlice              - Jeff, dopo la confessione, era disperato. E Greene, senza volerlo, ma con rab­bia, gli diede il colpo di grazia.

~ Il rombo sordo dell'aereo sale, nell'oscurità, sulle ultime parole di Alice. Sul rombo, un suono di organo. Un preludio di Bach appena accennato. Ritorna la luce. Nel cerchio lumi­noso, Jeff, frate domenicano, e Nicola, con il suo solito giubbetto di cuoio nero, seduti uno di fronte all'altro, l'uno teso, l'altro con le mani sul grembo, in atteggiamento placido. Si guardano a lungo.

Nicola                              - (improvviso) Perché ti sei fatto frate?

Jeff                                  - (quasi esitando) C'è pace. Silenzio. E' una straordinaria presenza consolatrice.

Nicola                              - Tutto a posto, allora? Voglio dire, den­tro: cuore, anima, spirito, stomaco. (Tempo) Hai dimenticato.

Jeff                                  - Ho cercato di dimenticare.

Nicola                              - (freddo) Come è la tua vita?

Jeff                                  - E'. (Un tempo) Il tempo passa lentamente. (Sfoglia) Ma passa. Con l'aiuto di Dio. Io non domando più. Aspetto. (Un altro tempo) E tu?

Nicola                              - Stanco. Ho cercato. Non ho trovato. (Un altro tempo) Da quando sei frate?

Jeff                                  - (quasi con fatica) Da sei anni.

Nicola                              - Sei anni! (Un tempo) Be'! ci siamo visti. Ciao!

~ Si alza tendendogli la mano. Anche Jeff si alza perplesso. Si stringono la mano. Un tempo.

Jeff                                  - (timido) Speravo che tu venissi un poco con me, Nick.

Nicola                              - Dove?

Jeff                                  - (fraterno) Dove io vivo in un convento. Se non ce la fai più, accompagnami.

Nicola                              - Tu ce la fai?

Jeff                                  - Sì! (Tempo) Sì. Uno spezza la sintonia che lo unisce all'universo e tutto ad un tratto sente che questa sintonia si è ristabilita. Certo, è una cosa ricostruita, non è più integra; ma se pensi in quanti pezzi ero, non è già un miracolo? (Un tempo) Vivo di nuovo in pace con le cose.

Nicola                              - Hai fatto presto ad ottenere quanto ti serviva. La sintonia con l'universo e la pace con le cose. Il tuo Dio perdona in fretta. Ma sei sicuro poi che l'abbia veramente fatto?

Jeff                                  - Un istante di vero dolore e di pentimento cancella millenni di maledizione.

Nicola                              - (gentilmente) Jeff, ma tu eri mormone.

Jeff                                  - E' stato un ricominciare da capo. Il batte­simo e i voti fatti nel vestire l'abito che porto hanno cancellato Jeff Brickt così come era stato prima. (Pausa) Fallo anche tu.

Nicola                              - Sei stato cancellato! (Ride piano, cat­tivo) Quindi non ci sei più con noi?... Dopo il mio nome e quello di Greene, il tuo non c'è nella lista?

Jeff                                  - (deciso) Non c'è. (Pausa, come incerto) La fede sposta le montagne, non lo sai?

Nicola                              - E ti cancella dall'elenco! (Continua a ridere cattivo) Di un po'? Se io nutrissi la tua stessa fede, potresti fare veramente lo stesso, per me?

Jeff                                  - Io posso offrirti una grande consolazione. Vieni qui. (Nicola si avvicina) Inginocchiati. (Sen­za guardarlo) Tu non sei davanti a me, ma pro­strato ad invocare la misericordia di Dio. (Con riluttanza Nicola si inginocchia) Ripeti con me: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

Nicola                              - (sgraziato) Così sia.

Jeff                                  - Ti vergogni di segnarti. (Attende una ri­sposta che non viene) Confidami i tuoi peccati.

Nicola                              - (piano) Non so che cosa dire.

Jeff                                  - Lo sai. Ma ti vergogni. Dimentica che io «fui» Josef Brickt.

Nicola                              - (ostinato) Non so che cosa dirti.

Jeff                                  - Comincia da quando eri bambino.

Nicola                              - Tu conosci la mia vita quanto me!

Jeff                                  - Quanto conosco non mi è stato detto sotto il vincolo della confessione. Tra me e te non è più come prima.

Nicola                              - Per questo non so cosa dirti, Jeff.

Jeff                                  - Ognuno di noi tende a perdonarsi i pec­cati, annullando il male con il bene che ha com­piuto. Una specie di pareggio. Ma se tu soffri e ti penti veramente, il male scompare e il bene che hai fatto rimane al tuo attivo. E' semplice, sai? Basta volerlo, ma volerlo con tutte le forze.

Nicola                              - (trattenendo un grido, con rabbia) Jeff! io parlo di un'altra cosa!

Jeff                                  - (con sforzo) Io non sono più Jeff. Dimen­tica quel nome.

Nicola                              - (insistendo) Ma tu eri con me!

Jeff                                  - (rifiutando il colloquio) Se non sei an­cora pronto, questa confessione diventa un sa­crilegio.

Nicola                              - (alzandosi, gli grida in viso) Il sacri­legio è stato compiuto otto anni fa!

Jeff                                  - (debolmente) Sì... ma non ne avevi co­scienza.

Nicola                              - (silenzio) Bruciava tutto, Jeff. E sull'orlo di quella luce c'eravamo noi! Il prete, la seconda volta che volammo, pregò per la sal­vezza dei nostri corpi e per le nostre anime. Non doveva chiedere due miracoli insieme!

Jeff                                  - L'anima è tua. Solo tua. Nessuno può far nulla per essa. Pentiti, e la riconquisterai.

Nicola                              - (disperato) Sono otto anni che mi pento, ogni ora del giorno. Ma non è servito a niente. Durerà così per sempre?

Jeff                                  - Pentiti, ti ho detto, Nick!

Nicola                              - Di che cosa? Di avere acceso un fuoco che non posso più spegnere?

Jeff                                  - Io mi sono pentito. E quel fuoco non c'è più intorno a me.

Nicola                              - Come fai a saperlo? (Un silenzio) Ri­spondimi Jeff! (Tempo). Tu non te le puoi inven­tare queste certezze!

Jeff                                  - (con il capo chino dall'orrore) Pregando crei, inventi! Pregando, come ho fatto questa notte, davanti all'altare, ad un certo punto           - (chiu­de gli occhi come in sogno) l'immagine si è mos­sa. (Tempo) Aveva le braccia tese e mi guardava. Pregavo con la testa tra le mani, e la luce scop­piava come in quella mattina... Poi la statua si è mossa, mi è quasi caduta sopra.

Nicola                              - (rapido e violento) Sì, per schiacciarti.

Jeff                                  - (disperato) Ma se sorrideva!

Nicola                              - E allora perché la luce di quella mat­tina? Perché « ti cadeva addosso »? Perché Jeff?

Jeff                                  - (smarrito) Tu dici, per schiacciarmi? Ma se io non ero già più niente, che cosa, chi, avrebbe dovuto schiacciare? Per quale motivo? Non ero sbagliato io, ma i pensieri degli altri, l'odio della gente, la rabbia di razze intere. Perché schiacciare me?

Nicola                              - (amaro e crudele) Il tuo pentimento Jeff non restituisce la vita ad una formica. (Un lungo tempo) E' molto se riusciremo noi cinque a perdonarci l'uno con l'altro. Io potrei perdo­narti. Perché so che anche sotto il tuo nuovo abito stai impazzendo come me. (Tempo) E tu a me puoi perdonare?

Jeff                                  - (sottovoce) Sì, sì, sto impazzendo anch'io, sì!

Nicola                              - (insistente) Come prete, mi assolvi?

Jeff                                  - (stanco) Io non sono un distributore auto­matico di misericordia. La disperazione chiude ogni strada. (Senza pietà verso se stesso) Con quanta facilità hai ricondotto anche me nel luogo da cui ero riuscito a fuggire... (con disperazione intensa) Oh, Signore; io credo nella salvezza eter­na. Io credo. Voglio crederci. Aiutami! (Tende le braccia).

Nicola                              - (senza pietà) La felicità eterna per aver gridato con tutta la tua voce « io credo »! No, no, no, no, non basta! Noi cinque dobbiamo fare qual­siasi cosa perché nessuno ripeta mai quello che facemmo noi!

Jeff                                  - (stanco) Tu sogni cinque apostoli che vanno. Dove, a predicare agli angoli delle strade? Chi li ascolta? Tu li chiami, ma la gente ha fretta, è disattenta, i pensieri che pensano sono vaghi, sterili; corrono da tutte le parti e ognuno pensa a sé. E noi fermi a gridare per chiamarli: « Siamo cinque assassini che piangono perché non c'è una chiesa dove possano pregare »? (Tempo) Sono sordi, e hanno già dimenticato.

Nicola                              - Prega almeno tu per noi cinque, Jeff!

Jeff                                  - Quattro. Greene lo rifarebbe. Domani.

Nicola                              - (altero) Io fermerò Greene.

Jeff                                  - Lo ammazzerai? Non serve uccidere per insegnare che non si uccide.

Nicola                              - (sottovoce) Greene è nato per distrug­gere e sarà distrutto. La sua vita che cosa vale davanti a quella di milioni di uomini?

Jeff                                  - Non cambierà nulla. Greene è dello stesso fango di quelli che ci dissero di uccidere! (Tempo: con dolore infinito) Ma essi dove stavano in quel momento? Giocavano con i loro bambini, acca­rezzavano le loro donne. Vivevano... (Disperata­mente) Dio, Dio! perché è tutto così sacrilego?

~ Una lunga pausa. I due uomini si guardano immobili, l'uno davanti all'altro, con i visi rigati di lacrime.

Alice                                - (entra dal buio) Sono arrivati Greene e gli altri. (i due non si scuotono, continuano a piangere in silenzio) Che piccoli esseri siete! L'unico vero uomo fra voi è Greene. (Un tempo) Cosa faccio? Vogliono parlarti.

Nicola                              - Non voglio vedere nessuno.

Greene                             - (appare dal buio con gli altri due compa­gni che restano nella penombra) E allora chiu­di gli occhi.

~ E' vestito in divisa. L'unico. Alto, appena ingrigito sul biondo, baffi secchi.

Alice                                - Non potevate aspettare? Il maggiore Dafour si stava confessando al tenente Brickt.

 Greene                            - (allegro) Mi sembra che abbiano finito (A Nicola) Hai sistemato finalmente tutto? Sei sereno? (Accende una sigaretta, sicuro di sé).

Jeff                                  - (voltando il viso bagnato di pianto) la] non cerco più attenuanti, ma tu sei il peggiora di tutti, Greene! Greene        - (dopo un tempo, calmo) O il migliore!

~ Avanza verso il centro. Gli altri si scostano! Compongono un cerchio che segue quello della luce. Nel mezzo si muove Greene come in un rapporto.

Greene                             - ...Ma ricordatevi sempre che se dall'ali tra parte avessero avuto la bomba, l'avrebbero! usata. (Pavoneggiandosi) Ma noi siamo arrivati per primi. (Pausa) E' un discorso che abbiamo!) fatto un milione di volte. Arrivati in tempo e peri i primi per punire i malvagi.

Jeff                                  - Lo erano proprio tutti?

Greene                             - L'occhio vale l'occhio, il dente il dente! O non è più vero?

Jeff                                  - Altre bilance pesano altre misure.

Greene                             - E tu fammela vedere!

Jeff                                  - Un cieco può gridare al cielo: non esisti?

Nicola                              - Sì! Lo può gridare. Che colpa è la sua se non vede?

Jeff                                  - Ma tu vedi. E quello che vedi dal basso, vede te dall'alto. E sei piccolo, piccolo nell'im­menso. (Un tempo) Come tutti noi quella mattina,          - (A Nicola) Non ho dimenticato mai la tua faccia. Avevi paura.

Nicola                              - Né io dimentico la tua. Anche tu avevi paura.

Burcket                            - Era un mattino bellissimo...

~ Lentamente le luci cambiano intensità. I cinque parlano e rievocano un attimo del loro passato. E' un mostruoso gioco di bambini grandi che rifanno i gesti terribili di quell'attimo, con qualche sedia, un atteggiamento, una posizione. Poi correggono e ricorreggono, nel cerchio di luce. Greene non partecipa. Li guarda come un'ombra, distaccato, quasi con pena.

Jeff                                  - Io ti stavo di fianco e vedevo il tuo pro­filo.

~ I due si spostano, si prendono automaticamen­te due sedie, le pongono accanto, di fianco al pubblico, ma si siede soltanto Jeff al posto del secondo pilota. Meccanicamente, Jeff tira sui gomiti le maniche del saio.

Jeff                                  - Cosa pensavi Nick in quel momento?

~ Si sente insistente il ronzio dell'aereo in volo, reale ed astratto al tempo stesso. Il pulsare sonoro del radar. A tratti il richiamo di spie sonore di un aereo in volo. Atmosfera sospesa.

Diamond                         - (intervenendo automaticamente) Io ero alle tue spalle. (Si mette dietro ai due, seduto in un'altra poltrona)

Diamond                         - (silenzio) La tua testa tremava.

Nicola                              - C'era un silenzio incredibile. (A Diamond) Qualcuno ti disse di non respirare come una balena. (Breve riso allucinato di tutti). Tu eri dov'è Burket adesso.

Diamond                         - E' vero. (Burket e Diamond si scam­biano i posti) Fosti tu a dirmelo che ero una balena.

Jeff                                  - (interviene alto) No. Fui io che lo gridai a Burket.

Nicola                              - (quasi litigando) No, no, Burket era in coda!

Burket                             - No, ero dietro Jeff. Con la radio.

~ Si piega sulla poltrona, lontano dagli altri, con una cuffia segnata dalle mani e batte un tasto immaginario con un dito. Continua monotono il rombo dell'aereo.

Jeff                                  - Qualcuno soffiava come una balena, in­somma!

~ Movimenti tesi dei quattro che ripetono quelli del volo. Massima tensione. Nicola è in piedi tra gli altri seduti. A un certo istante si china in terra, inginocchiato.

Nicola                              - C'era una nuvola a destra.

Diamond                         - Sì, una nuvola enorme.

Nicola                              - Era una bellissima mattina e quella nu­vola volava davanti a noi, dietro, sotto, dapper­tutto. Una nuvola noiosa come Jeff quando pre­dica. (Ridacchia allucinato) Ma lo sai che parli col naso, tu?

Jeff                                  - Da bambino me lo ruppero a scuola.

Nicola                              - Greene dove stava?

Diamond                         - Guardava il cronometro. (Greene in­volontariamente nell'ombra guarda l'orologio al polso).

Jeff                                  - Non era lui. Ero io.

Diamond                         - No, lo guardavamo tutti.

Burket                             - (interrompendo il suo lavoro) Tutto sbagliato. Il cronometro lo guardavo io!

Jeff                                  - (piano come in un sogno) Nick, la nuvola si è rotta. Che cosa aspettiamo a buttarci giù?

Nicola                              - Questo non l'hai detto.

Jeff                                  - L'ho pensato.

Nicola                              - (a sua volta, come in sogno) Adesso scappo, salgo su, più su, torno sul mare. Perché non sparano? Meglio che sparino. Dio fateli spa­rare! Tra poco sarà tutto finito. Ma allora sarà troppo tardi.

~ Il rombo dell'aereo è assordante. Tutti sono tesi, Nicola che funge da ufficiale di punta­mento è in ginocchio al suolo, intento a guar­dare in un immaginario strumento, una mano stretta ad un invisibile pulsante.

Nicola                              - (gridando) Io scappo. (Tempo) Conto: cinque, quattro, tre, due, uno, Via! (Con un urlo).

Jeff                                  - (in sincronia con Nicola, ma sottovoce) Cinque, quattro, tre, due, uno. Via!

~ Di colpo il fondale grigio sparisce, e appare, lancinante, il plastico della città distrutta in un lampo di luce. I quattro si muovono in scena come svegliandosi da un sogno. La città distrutta è già scomparsa. Burket ricomincia il suo lamento.

Burket                             - Poveri diavoli! Poveri diavoli!

Greene                             - (riapparendo nel cerchio di luce) Come se fosse vero, perdio! (Con voce intensa) Chi è stato tra noi? Tu Nick, tu, tu, tu! (Via via indicando Jeff, Diamond, Burket) O io? (Si tocca il cuore) L'ha scritto Jeff chi è stato! (Con voce sel­vaggia, ma non gridata) Jeff lo sapeva che un giorno avrebbe avuto paura, ma sapeva pure che una macchina con lo stomaco di piombo la co­scienza non ce l'ha! (Tempo) Chi è stato, Jeff! (Urlando) Cretini, dormite tranquilli! E' stato il pilota automatico, se non ve lo ricordate.

Burket                             - (insistente, noioso, quasi viscido) Po­veri diavoli, poveri diavoli, poveri diavoli...

Greene                             - E smettila! Sono otto anni che conti­nuate a dire e pensare le stesse cose!... (Grida anche lui) Eravamo dei soldati, avevamo un or­dine da eseguire e l'abbiamo eseguito. Da quando siamo nati c'è stato insegnato che il nemico va combattuto e distrutto con tutti i mezzi. Ma se volete riaprire la discussione, facciamolo e non se ne parli più. Tra noi possiamo dirci qualsiasi cosa. Perfino la verità!

Nicola                              - Io non discuto. Voglio che la gente mi guardi, che sappia, che scappi da me! (Forte) Io non sono Jeff che crede di essersi salvato vesten­do il saio! Io... (Si smarrisce, un attimo poi ri­prende) Ma una cosa so, con sicurezza. Soffrire non serve che a se stessi. Per salvare gli altri bi­sogna fare qualcosa. Che cosa, non lo so, non riesco a saperlo. Ma un'altra cosa so, invece: se le potenze supreme vogliono punire gli uomini scatenino terremoti e diluvi universali, ma non si servano dì altri uomini. (Cercando di uscire verso il buio) E adesso vado a gridarlo forte a tutti.

Greene                             - (blandamente) Queste cose perché non le hai pensate prima? (Nicola si arresta con un gesto a mezz'aria come fulminato) Nick, dillo, per­ché stai zitto! Su, avanti, dillo. Ripeti con me: pri­ma io non lo sapevo. Vero che non lo sapevi?

Nicola                              - (difendendosi) Se lo avessi saputo, non lo avrei fatto.

Greene                             - (secco) Bugiardo. E tu Jeff, non lo sapevi?

Jeff                                  - No. No. (Scuote il capo disperatamente).

Greene                             - Bugiardo! E tu? (A Burket).

Burket                             - (scuotendo il capo) Poveri diavoli, pò; veri diavoli!

Greene                             - Bugiardo. Neanche tu lo sapevi, vero Diamond? (Diamond tace, ma scuote il capo ne­gando).

Greene                             - (grida) Bugiardi e vigliacchi! Il giorno prima, vedemmo tutti insieme che cosa sarebbe avvenuto buttando su una città quella bomba. (Tempo) E le prove nel deserto? Le fotografie? E tutto il resto? (Un tempo) Quel giorno, tu Nicola non ti sentivi solidale con l'umanità! I tuoi dia­voli non ti facevano urlare, eh, Burket? E tu, Jeff, tremavi come fai adesso? (Prende Diamond per la giacca) Tu, Diamond, ti sei informato solo se c'era pericolo per la pelle! (Un lungo tempo. Greene lascia Diamond. Si stacca) Bene! Jeff ha detto una gran verità. Non cercate attenuanti. Adesso ascoltane un'altra, Nick: non puoi cercare attenuanti perché sapevi benissimo che cosa fa­cevi! (Di colpo estrae di tasca un paio di pesanti occhiali neri. Li tiene alti davanti al gruppo) Un pezzo da museo. Li conoscete questi? Che cosa dissero quando ci diedero questi occhiali? Cosa dissero quando ce li provarono cento volte sul naso? (Lentamente) Ci dissero: Non dimenticate di metterveli perché i ciechi non pilotano aerei! Ricordo male?

Jeff                                  - Dissero che era un'azione di guerra. Invece è stato un delitto!

Greene                             - Delitto soltanto perché i morti furono tanti? (Un tempo) Anche tu giudichi a peso, adesso?

Jeff                                  - Sono tanti, Greene, tanti, tanti, tanti!...

Greene                             - (senza pietà) Perché, se fossero stati meno la bilancia non si sarebbe rotta? (Un tempo) Anch'io avrei voluto che fossero stati meno. Ma quello che vorrei adesso non cambia quanto è av­venuto. (A Nicola) Ventimila morti sarebbe stato il tuo peso giusto, mentre con duecentomila non ce la fai... Non ho neanche pena di te!

Nicola                              - (sottovoce) Io credevo di non averlo mai saputo.

Greene                             - Invece lo sapevi. Quello che non sapevi è che quanto sarebbe avvenuto avrebbe superato di molto il previsto. Che cosa ti aspettavi? Un bel buco grande con un po' di case che ci cadevano dentro? Invece è stato un buco grandissimo con tutte le case dentro! (A Jeff) Che differenza fai tra ventimila e duecentomila?

Jeff                                  - Ogni anima che uccidi è un delitto in più.

Greene                             - Già. Quei ventimila previsti che eri an­dato a prenderti erano leciti, mentre una vita in più ti è insopportabile. Io penso a quei ventimila e se piango piango per tutti. Oppure non piango per nessuno.

Diamond                         - (duro) Tu non sai piangere.

Greene                             - (ossessivo) Io dico e ripeto che se era giusto ucciderne ventimila, fu giusto ucciderne anche duecentomila. Oppure non è giusto né per ventimila né per duecentomila. (A Nicola) Quando sei partito sapevi perfettamente che sarebbero stati almeno ventimila. (Tempo) E allora? Perché uno è giusto e mille no? Jeff, qui, ha distrutto dieci città europee, ma queste lui non le ricorda, non le conta! Perché a distruggerle erano in mille o duemila o cinquemila, mentre noi eravamo solo in cinque? (Grida) Peso e numero, ecco i vostri rimorsi. Io non faccio questi conti della serva. Io non ho rimorsi e lo rifarei. Non esiterei un solo istante, se me lo ordinassero.

Nicola                              - (quasi gemendo) Secondo te la guerra annulla ogni colpa individuale. Tutti innocenti in guerra, i vivi, i morti...

Greene                             - (con rabbia intensa) Sentimi bene: io sono venuto qui per dirti quanto ti ho detto. E a concludere: la verità è una sola. Se tu la rinneghisignifica che sei malato e che devi curarti. I complessi di colpa che nascono dalla differenza traventimila e duecentomila si eliminano. Tu sei semplicemente un individuo al quale non tornano i conti, ecco tutto.

Nicola                              - (penosamente) In guerra ogni colpa individuale è annullata. Uno, mille, centomila: la stessa cosa... (Ride) Ci penserò, ci penserò Greene, ci penserò moltissimo... Te lo assicuro, ci pense­rò... (Continua a ridere).

Greene                             - (fuori di sé) Maledetto cretino! Stai attento a quello che fai. Se nasce un altro scan­dalo per colpa tua ti faccio internare in un mani­comio; e per sempre. Hai capito, vigliacco? Se tu avessi avuto uno vera crisi, ti saresti ammazzato. (Tempo) Non hai mai pensato di ammazzarti?

Nicola                              - (automaticamente) No. Ma di ammazzare te, sì!

Greene                             - (ride, a sua volta secco) Tu non am­mazzeresti un pidocchio. (Lo afferra per le orec­chie, lo ridicolizza) Sei un vigliacco. Andrai in manicomio per tutta la vita.

Jeff                                  - (con voce tranquilla) E tu, all'inferno!

Greene                             - (lasciando Nicola che cade in ginocchio) Non ti rompo il muso perché sei un frate.

Jeff                                  - Fallo! Ormai tu e Nicola avete rotto tutto. (Si avvicina a Greene, gli offre il viso) Colpisci qui e poi qui... (Un tempo. Greene gli volta le spal­le e si avvia lentamente verso il buio) Dio, perché non mi prendi con te?

Greene                             - (ormai dal buio, lontano) Perché non ti vuole...

~ Il rombo dell'aereo ritorna insistente, mentre la scena viene inghiottita dal buio. Tutti i per­sonaggi del gruppo non si sono mossi. Restano come manichini di un museo di cera, con Nico­la, inginocchiato a terra, scosso dai singhiozzi.

AUTOSTRADA 1°

~ Lentamente la scena è assorbita dal buio, men­tre il rumore dell'aereo in volo continua per qualche secondo. Subito la luce ritorna e illu­mina una fantastica composizione di un disa­stro stradale, come si vede ai margini di qual­che autostrada. Fredda luce lunare. Un grovi­glio sospeso di lamiere rosse e contorte, un manichino al volante, chinato in avanti. Una scritta trasversale fosforescente: « State attenti automobilisti. Potrebbe capitare anche a voi». Da lontano, a folate, giungono i ritmi di un'or­chestra jazz, forse suonata da qualche alto­parlante di un chiosco o di una auto ferma nel buio. A tratti i lampi striscianti delle mac­chine in corsa da destra a sinistra e da sinistra a destra, abbagliano la composizione pubblici­taria e il fondo della scena con un rombo di motori in corsa.

Appoggiato ad uno dei pali di sostegno del car­tellone Nicola che guarda davanti a sé, assorto. Accanto la figura in controluce di Gloria.

 

Nicola                              - (con fastidio) Sei tu, che cosa vuoi?

Gloria                              - Sono ore che ti cerco. Da quando sei qui?

Nicola                              - Non lo so, che t'importa? (Siede a terra con le ginocchia tra le braccia) Sono stanco.

Gloria                              - (sedendogli vicino) Anch'io.

~ Rombo di motore. Due macchine si incrociano e passano. Sventagliata di luce.

Nicola                              - Mi piace. (Tempo) I rumori si accartoc­ciano l'uno dentro l'altro. Sentili...

~ Passaggio di macchine.

Gloria                              - (lontana ) E' bello. (Tempo) Che farai adesso?

Nicola                              - Torno da dove sono venuto. In qualche posto arrivo. (Tempo) Se non arrivo è lo stesso.

Gloria                              - T'accompagno. Che cosa farei qui da sola?

Nicola                              - Non sono stato buono con te. Mi sembra sempre che tu non sia ancora arrivata nella mia vita. (Tempo) Ci sei ma non ti sento. Mi dispiace.

~ Rumori di auto in corsa e sciabolate di luce.

Gloria                              - E' colpa mia, non mi hai chiamata, non ti occorro. Ma se hai pazienza, forse ti abituerai in seguito.

Nicola                              - Forse! (Estrae da una tasca i grandi occhiali neri di Greene) Un pezzo da museo! Li ho rubati a Greene. Li tengo per ricordo. (Offren­doli a Gloria) Prova a guardarci la luna. (Gloria li mette sul naso e guarda in alto e poi intorno).

Gloria                              - E' come un enorme pianeta nero. Sono magici, cancellano tutto, anche te. Sembri un'om­bra. (Tempo) ...Jeff è venuto con me a cercarti.

Nicola                              - Li vuoi? Te li regalo. (Tempo) Si, c'è anche Jeff! (Chiama) Jeff!

Gloria                              - (incoerentemente) Jeff è buono.

Nicola                              - Anche tu sei buona.

Gloria                              - Tu e Greene gli avete fatto tanto male.

Nicola                              - Greene ha detto la verità a tutti e due.

Gloria                              - Ha mentito. Guarda bene in faccia chi giura che uno vale duecentomila! Chi lo dice non difende il diritto di ognuno alla vita ma l'arbitrio di ammazzarne duecentomila, o di più. E' la giu­stificazione moralistica del massacro. La nostra è una specie avara e sa che i numeri vanno rispet­tati, che sono vive, vere entità. Tu lo sai e sei un uomo. Greene lo nega ed è un robot.

~ Rumori di auto in corsa e sciabolate di luci.

Nicola                              - Ho paura! Ma quando uno non ha più niente in comune con nessuno di che cosa vive? Quando non puoi più vederla, la gente, né sen­tirla, e non puoi più fare niente per gli altri, qui che cosa ci stai a fare? (Tempo) Penso che sono pazzo. Le mie idee sono chiarissime, ma non han­no gambe, né braccia, stanno a mezz'aria... Non scendono, rimangono sospese. (Tempo) Tu non mi credi, la gente non mi crede! Prima, quando cre­devo ero come Greene, mi sentivo sicuro, obbe­diente, chiaro. Difendevo tutti ed ero difeso da tutti. Se parlavo mi rispondevano subito. Adesso invece sono pazzo e c'è un grande silenzio. (Tem­po). Penso che è meglio così...

~ Rumore di auto e luci incrociate di fari.

Gloria                              - Tu non sei pazzo, sei diverso.

Nicola                              - Ho freddo. Cerco il coraggio di morire, qui ai margini di un'autostrada.

~ Improvvisamente, cade ai piedi di Nicola un grande rosario nero. Dopo qualche istante, ap­pare dal buio Jeff.

AUTOSTRADA 2«

Gloria                              - Perché l'hai buttato via?

Jeff                                  - Perché non serve più. (Pausa) Ma dam­melo, era il mio solo amico. (A Nicola) So che vuoi morire, ma se rimani io avrò almeno avuto questo: una vita. (Febbrile) Tu devi rimanere Nick, perché sei una presenza vera. Anche se cadi, risorgi... (Cercando le parole) Tu porti un peso che invece a me schiaccia. (Tempo) Io già non ci sono più... Mi sembra di essere sperduto lontano da migliaia di epoche... da un tempo che non finirà mai. Ma tu no! Tu ci sei ancora. Tu ogni volta che parli li stringi in pugno. Tu... Tu sei una forza.

Nicola                              - (desolato) Non è vero, Jeff.

~ Rumore di auto in corsa e luci dei fari.

Jeff                                  - Se cerchi una scorciatoia per lassù (indica il cielo) non c'è. Dio non l'ha segnata. Lassù non c'è niente. Niente di quanto crediamo noi. No, non c'è. Ho creduto tanto, con tutto me stesso... Ho creduto che a condizione di soffrire avrei po­tuto ricostruire le creature che avevo distrutte. Ho creduto che la mia vita potesse essere offerta in cambio di quelle che non esistono più. Condi­zioni e speranze che Greene e tu avete dimostrate quasi colpevoli... Era una illusione che non mi consola più. (Tempo) Sono solo. (Tempo. Quasi farneticando) Bene, male, cattivo, buono, giusto, ingiusto... Nell'infinito non c'è spazio per queste parole né limite che le contenga. (Tempo) No, non credo più! (Rapido quasi odiandosi) Andatevene voi, la mia è una presenza cattiva! (Lamentandosi) Andatevene! (Tempo) Ma per quanto ho amato ciò che fu mio quaggiù tu difendilo Nick! Cammina, non voltarti. (Teso, crudele) Schiaccia Greene, non lasciarlo fare, non lasciarlo mai. Prendilo!

Nicola                              - E' troppo forte!

Jeff                                  - Lo sarà fino a che tu sarai debole. (Un tempo: voce infantile) Non voglio che tu muoia, Nick. Non devi... (Lentamente, camminando a ri­troso, esce dallo spartitraffico) Se c'è il Paradiso e tu vivi io un giorno lo troverò... Se tu vivi!... Proteggimi in terra e in cielo, Nick, vivi, vivi, vivi!...

~ La voce giunge lontanissima, soverchiata dall'urlo di un motore ad altissima velocità, poi da uno schianto. Lungo stridio di freni. Gloria e Nicola impietriti mentre la luce decresce lentamente. Si ode nel buio la voce di Gloria nella sala.

La voce diGloria            - Così morì Jeff. Sono convinta che si sacrificò per salvare Nicola. E anche me.

La voce del primo Giudice - Non avete pensato che, con un gesto, potevate salvarlo?

Gloria                              - Voleva morire. Ed è stata una morte orrenda, perché per Jeff il suicidio, anche se di­ceva di non credere più, era una colpa irrevoca­bile. Nicola e Greene erano stati immensamente cattivi con lui. (Un tempo) Forse non fu nemmeno un suicidio. Era già morto, dentro.

~ Appare nella luce la Commissione d'inchiesta.

COMMISSIONE D'INCHIESTA 5»

Il primo Giudice              - Che avvenne in seguito?

Gloria                              - Il giorno dopo i funerali di Jeff, Greene scomparve come era venuto, Burket tornò a ven­dere televisori, Diamond e Alice divorziarono. Ni­cola ed io partimmo. Era diventato un pezzo di ghiaccio, non parlava, non pensava nemmeno più. Nessuno lo puniva e allora si puniva da sé. (Un tempo) Abbiamo vissuto così per dodici anni, fino a sei giorni fa quando uccise Greene.

Il primo Giudice              - Si puniva da sé?

Gloria                              - In un modo che non intendeva il valore dell'espiazione volontaria i suoi gesti erano in­certi, sfocati, assurdi. Non era più umano. (Tempo)

lo capivo.

terzo Giudice                   - Voi capite soltanto lui. (Tempo) In questo periodo il maggiore Dafour s'incontrò ancora con il generale Greene?

Gloria                              - (dopo un breve tempo) Mai! Greene era un'antitesi, una negazione. Dafour una presenza, un amore. Non poteva esistere nessun rapporto fra quelle due coscienze. Una doveva eliminare l'altra. Inoltre ogni nuova prova nucleare faceva delirare Nicola che ne attribuiva la colpa diretta o indiretta a Greene. Nicola era certo che l'uma­nità si sarebbe salvata soltanto se Greene fosse morto! (Tempo) Greene ogni giorno diventava più forte.

Il primo Giudice              - Voi condividevate con Dafour l'idea che Greene dovesse essere ucciso?

Gloria                              - (secca) Quasi.

Il secondo Giudice          - Su che punto eravate in con­trasto con lui?

Gloria                              - Io volevo che Nicola non si compiacesse dei suoi piccoli martini. Gli chiedevo di parlare da uomo agli altri uomini. Che dicesse chiara­mente a tutti cosa pensava, quanto soffriva...

Il primo Giudice              - Sono persuaso che voi pote­vate impedire l'assassinio e non lo avete neppure tentato.

Gloria                              - (violenta) Se uno dei due doveva mo­rire, era giusto e necessario che morisse Greene. (Silenzio).

Il primo Giudice              - Qual è il vostro giudizio sul maggiore Dafour?

Gloria                              - (lentamente come un epitaffio) Nicola è un uomo normale chiamato a rispondere di col­pe anormali. Tutto ciò che ha compiuto si è ri­volto contro di lui. Nicola era un'anima vera. Un'anima che ha compiuto uno sforzo immensaper venire alla luce, per tornare natura, verità!calore, lottando contro quanto di convenzionale mdi antico gli preesisteva intorno. (Semplicemente!E' stato il nostro sforzo maggiore.

Il primo Giudice              - (sarcastico) Un giorno quest'anima, come voi dite, vera, impugna una pistola! si presenta al generale Greene e spara. E un'altra! anima, la vostra, assiste impassibile all'assassino e se ne compiace.

Gloria                              - Mi sento male.

Il primo Giudice              - (implacabile) Perché non dite! la verità?

Gloria                              - (non ascoltandolo) ...Un giorno leggemmo una dichiarazione di Greene in cui si diceva! che esisteva ormai una forza capace di annientare! in un attimo continenti interi. (Tempo) Prima Nicola aveva letto il testo di una circolare inviata! ufficialmente a tutte le scuole.

^ La luce decresce rapidamente. Nel rombo dell'aereo risuonano le parole del testo della cir­colare.

La voce di uomo             - (in sala) Le esercitazioni di difesa contro la bomba atomica devono diventare! un'esperienza quotidiana del tutto naturale cornei lavarsi i denti per proteggerli dalla carie. Consigliamo che i ragazzi dai due agli otto anni di età! si rechino al ricovero anti-atomico almeno una! volta ogni settimana. I bambini dai cinque agli; otto anni potranno invece improvvisare una recita, teatrale su come proteggersi in rifugio. I bambini dai cinque anni in giù possono portare con loro! dei bambolotti, giocattoli vari per rincuorarsi.,.

La voce del primo Giudice            - (interrompendo) Conosciamo questo testo.

La voce di Gloria            - Nicola decise allora di uccidere Greene. Per un poco riuscii a calmarlo, ma una notte, alle quattro mi svegliò. Era già vestito,voleva andare da lui per parlargli. Così l’acconipagnai.

~ Rombo dell'aereo. Buio.

La voce di Gloria            - (in sala) L'accompagnai, e nessuno pensò di fermarci. A Nicola presentarono I anche le armi, gli ufficiali lo salutavano. (Tempo) L'ufficio di Greene era una stanza come questa, di ferro, una cassaforte blindata. (Tempo) Dormiva! Aspettammo che si svegliasse...

~ Rombo dell'aereo che si attenua. Poi luce improvvisa, solare, ma distorta, falsa. I giudici militari sono scomparsi; al loro posto, ai due lati del tavolo di acciaio seduti immobili, Gloria e Nicola. Greene è disteso su una sedia metallica, a sdraio, e dorme con un giornale sul viso. Si desta all'improvviso, si stira; poi, s'immobilizza vedendo Nicola.

STANZA DI GREENE 1"

Greene                             - Cosa fai lì? Come siete entrati?

Nicola                              - Aspettavo che ti svegliassi. Ho detto chi ero. E mi hanno fatto passare.

Greene                             - (dopo aver guardato a lungo Gloria) La conosco. Eravate insieme quando morì Jeff. (Un tempo, a Nicola) Che vuoi?

Nicola                              - (accendendo una sigaretta) Non lo so, volevo vederti.

Greene                             - Mi hai visto. Svegliarmi con te davanti mi fa schifo. (Tempo) Adesso vattene e fa finta di non conoscermi. Se mi domandano di te io ri­spondo: « C'era una volta, adesso è morto e se­polto ». Tu puzzi! Ho da fare.,, vai... vai...

Nicola                              - (non si muove; scuote la testa) No!

Greene                             - (sprezzante) Hai bisogno di soldi? (Tempo) Ho capito, sto aspettando la predica. Sbrigati.

Nicola                              - (scuote la testa) Non ho bisogno di sol­di... (Un tempo) Greene, quei morti li guardi mai in faccia? Li hai mai contati uno ad uno? (Inco­mincia a contare con parossismo) Uno... due,.. tre... quattro... cinque... sei...

Greene                             - (interrompendolo) No. Non li conto. E non li guardo in faccia perché non ce l'hanno. (Cinico) Perché tu quando li hai ammazzati l'hai visti in faccia?

Nicola                              - (lamentosamente) Ma tu li devi guar­dare. Guardali, Greene, li riconoscerai...

Greene                             - Io vivere con i morti come fai tu? Senti, io al tuo posto li avrei già raggiunti dovunque essi siano. (Un tempo) O hai bisogno di aiuto anche per questo?

Nicola                              - Tu sei uno che ammazza senza pagare. E io invece ti costerei troppo.

Greene                             - (sorpreso, parlando quasi a se stesso) Soffri proprio tanto? Da vent'anni non fai altro che pensare a quella storia...

Nicola                              - (sottovoce) Sì.

Greene                             - (intenso ma comprensivo) Io non ci riesco. Neppure se me lo ordinassero potrei sof­frirne. Qualche volta provo. (Tempo) Niente. (Tem­po) Forse sei malato.

Nicola                              - Forse.

Greene                             - (meditando) Sei malato, non può es­sere diversamente. (Un tempo) Adesso è facile pensare che avremmo potuto dire di no, ma allora era un'altra cosa.

Nicola                              - Ieri come oggi è eguale. Non dovevamo farlo! (Pausa) Qualcuno dovrà pure dirlo.

Greene                             - Sì! Ma non noi! Ci sono altri ben più in alto che devono dirlo e risponderne agli uomini e a Dio!

Nicola                              - Non ne risponderanno. « Loro » non l'hanno fatto con le proprie mani!

Greene                             - (sottovoce) Noi abbiamo soltanto ob­bedito.

Gloria                              - (sottovoce) E tu non farlo.

Greene                             - (più alto) Dovevamo proteggere le no­stre case, i nostri figli...

Gloria                              - (più alto) E tu non farlo.

Greene                             - (forte) Eravamo in guerra... O noi o loro...

Gloria                              - (forte) E tu non farlo.

 

Greene                             - (con un grido) Era necessario!

Gloria                              - (con un grido) E tu non farlo.

Greene                             - (gridando) Ma perché? Perché?

Gloria                              - (sottovoce) Perché un uomo non può farlo. Il tempo ti si sfascia dentro a poco a poco. Guarda Nicola!

Greene                             - (intensissimo)      - Eravate con me quel giorno! Non c'eravate di persona, ma con la vo­lontà. Sì. Adesso ci rinnegate e ci lasciate soli... Troppo facile: eravate con me e ci rimarrete. (Un tempo) Non libero nessuno io, a tutti vi chiamerò a starmi vicino in ogni momento... Nicola si sente solo, io in compagnia di centinaia di milioni di persone... E tra questi milioni ci sei anche tu che dici: «Non farlo, non farlo, non farlo!...». Hai capito? Ci sei anche tu!

Nicola                              - Ascoltami Greene...

Greene                             - Non ti ascolto!

Nicola                              - Io ho paura di,..

Greene                             - Io no! (Un tempo) Ho visto al cinema­tografo cento volte, quello che abbiamo fatto lag­giù. Ho Ietto mille volte sui libri i pensieri degli altri su ciò che io avrei pensato in quel momento. (Vago) Be', io non ricordo che un lampo. Il resto me lo racconti tu e quelli che non c'erano. (Rab­bioso) Quella faccenda non è né mia né tua. Ci appartiene per combinazione. E adesso basta!

Nicola                              - Non basta!

Greene                             - (urlando) Basta! 0 ti faccio arrestare!

~ Senza che il pubblico se ne avveda, in quanto Nicola volge le spalle alla platea, questi ha tratto dal giubbotto una pistola e la punta su Greene che lo guarda stupito.

Greene                             - Perché? Perché sono Greene? Perché se me lo chiedessero lo rifarei? Perché non sono un vigliacco come te? Di Greene ce ne sono a mi­lioni! Li ammazzi tutti uno ad uno? (Un tempo lungo) Quanti ce ne sono come te? Uno, dieci, diecimila? Un Nicola per un milione di Greene! (Soffiando) Un soffio e non ci sei più. (Soffia ancora) Milioni di Greene, pensaci!

Nicola                              - (sottovoce) Un gregge!

Greene                             - Sono uomini, mentre tu non lo sei. (Fiducioso) Dammi la pistola! (Avvicinandosi) De­cideranno i secoli se il tuo male è sacro.

Nicola                              - Decideranno gli anni che verranno. (Comprensivo) C'è sempre un primo Greene e un primo Nicola. Ci sono sempre i capostipiti! (Un tempo breve).

~ Nicola alza l'arma sempre invisibile al pub­blico. Greene gli si avventa addosso, lo scuote duramente prendendolo per i baveri del giub­botto, quasi lo alza da terra.

Greene                             - (ride) Ammazzati piuttosto te, cretino!

                                        - Nicola non reagisce, non alza la pistola. Con la mano libera tenta soltanto di allontanare Greene. La luce si attenua, le figure sono informi, quasi impietrite. Nell'attimo dove ormai è quasi buio, un colpo di pistola.

Greene                             - (lontanissimo) Cretino... ~ Gloria assiste immobile a tutta la scena.

 ~ Greene cade rattrappito. Rombo dell'aereo pri­ma basso poi altissimo. Luce che s'incrina fino a divenire penombra. Le voci della Commis­sione d'inchiesta e di Gloria in sala.

COMMISSIONE D'INCHIESTA 6°

Gloria                              - E' stato così! Mi sento male.

Il primo Giudice              - Chiamate un medico. (A Glo­ria) Come vi sentite?

Gloria                              - Mi sembra di morire...

Il primo Giudice              - E' svenuta. (Un lungo silenzio).

Il secondo Giudice          - E' grave dottore?

Il Medico                         - Non mi pare.

Il primo Giudice              - E' in condizioni di soppor­tare una dose di penthotal perché risponda ad una domanda?

Il Medico                         - Credo di sì. La signora è d'accordo?

Il primo Giudice              - (un tempo) E' un ordine. Iniettatele il siero della verità. (Lungo silenzio) Che cosa avvenne, Gloria, quando Greene vide Nicola che impugnava la pistola? La voce di

Gloria                              - Greene rideva...

~ Il rombo dell'aereo si attenua, una luce, vio­lentissima, esatta, torna sulla scena. Lenta­mente Greene, mentre parla Gloria, si alza da terra e così Nicola. Greene è rabbioso ma in un modo diverso dalla scena precedente, e par­la con Nicola che impugna la pistola. Gloria è ancora ferma al suo posto. Le interpretazioni di Nicola e Greene e Gloria sono completa­mente diverse, anche negli atteggiamenti.

STANZA DI GREENE 2°

Greene                             - Perché? Perché sono Greene? Perché se me lo chiedessero lo rifarei? Perché non sono un vigliacco come te? Di Greene ce ne sono a milioni! Li ammazzi tutti uno ad uno? (Un tempo lungo) Quanti ce ne sono come te? Uno, dieci, diecimila? Un Nicola per un milione di Greene! (Soffiando) Un soffio e non ci sei più. (Soffia ancora) Milioni di Greene, pensaci!

Nicola                              - (sottovoce) Un gregge!

Greene                             - Sono uomini, mentre tu non lo sei. (Fi­ducioso) Dammi la pistola! (Avvicinandosi) Deci­deranno i secoli se il tuo male è sacro.

Nicola                              - Decideranno gli anni che verranno. (Comprensivo) C'è sempre un primo Greene e un primo Nicola. Ci sono sempre i capostipiti! (Un tempo breve).

~ Nicola alza l'arma sempre invisibile al pub­blico. Greene gli si avventa addosso, lo scuote duramente prendendolo per i baveri del giub­botto, quasi lo alza da terra.

Greene                             - (ride) Ammazzati piuttosto te, cretino! (Nicola non reagisce, non alza la pistola. Con la mano libera tenta soltanto di allontanare Greene)

Greene                             - (in un parossismo isterico) Tu non am­mazzeresti un pidocchio (ride con malvagità) Am­mazzati! Cretino!

 

Greene                             - (continua a scuotere Nicola che cade i ginocchio, incapace com'è di sparare. Gloria allori si alza; si avvicina a Nicola, gli strappa la pistola dalle mani puntandola su Greene. Greene lascia Nicola e si rivolge come una furia contro

Gloria                              - Cretini!

~ Gloria spara. Greene portato dallo slancio, quasi le cade addosso. Gloria, calma, si sposta di fianco, e Greene cade ai suoi piedi. E' morto fulminato.

Gloria                              - Il drago è morto, Nick...

~ Nicola, inginocchiato vicino a Greene, sembrai morire anche lui. Gloria rimane immobile ui istante poi si avvia verso il boccascena. Luce violentissima crudele. Greene e Nicola sempre immobili.

COMMISSIONE D'INCHIESTA T>

Gloria                              - (voce in sala) Ho sparato io perché Nicola non l'avrebbe fatto mai. (Tempo) Forse la morte di Greene non serve, non prova niente. (Un tempo) Altri sapranno come meglio difendersi da lui. Io ho fatto quello che ho potuto. (Tempo) Che cosa farete di me?

La voce del primo Giudice - Questa Commissione ha constatato che il generale Greene Henry è morto per incauto uso di arma da fuoco. Quanto dichiarato dal maggiore Dafour Nicola, viste le sue precarie condizioni mentali, è risultato privo di qualsiasi fondamento. In quanto a voi, Gloria Wilton, la vostra testimonianza appare inattendi­bile. (Tempo) Andate, siete libera.

Gloria                              - (dopo un tempo di stupore) Non ci riu­scirete! Io parlerò...

La voce del primo Giudice            - A chi?

Gloria                              - Scriverò...

La voce del primo Giudice            - Dove?

Gloria                              - Lo griderò...

La voce del primo Giudice            - Che cosa? (Paziente) Siete libera! Cercate di dimenticare.

Gloria                              - (a voce altissima) E voi?

~ Il colpo della sigla musicale. Buio.

FINE

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