…dum tibi sapentia atvegnat

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ZANGUIDI - maestro sei pensieroso taciturno

…DUM TIBI SAPIENTIA ATVEGNAT

ovvero

UNGIGLI LA TESTA SE VUOI CHE CAPISCA

COMMEDIA BRILLANTE IN TRE ATTI

di

kramer moggia

Socio S.I.A.E.: autori n° 88397 – 31/12/ ’89 qualità D.O.R. autore parte letteraria

26041 CASALMAGGIORE ( Cremona) Via Cairoli, 93 tel, 0375 41110 cell. 3396821681

I personaggi recitanti o semplicemente ricordati sono veramente esistiti, seppur non coevi. Per la stima e l’ammirazione che ho per queste persone, ormai ahimè in cielo, ho voluto ricordarne i nomi per farli vivere ancora una volta fra noi. Essi rivivono nel luogo a loro tanto caro quanto reale seppur in una vicenda totalmente fantastica.

Comunque:

ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale.

…DUM TIBI SAPIENTIA ADVEGNAT: Commedia brillante in tre atti: italiano/ dialetto di Casalmaggiore.  U= 6 D=3

Trama: anni del ventennio. Il podestà, il farmacista, il medico, amici da sempre,, vengono a sapere da una pazzoide, di un diario di un comandante dell’esercito dell’imperatore Carlo V: A. D: 1525. Sembra che in quel diario vi siano le indicazioni per il ritrovamento di un tesoro nella casa della moglie del medico avuta in eredità. Gli amici, seppur in buona fede, e con scopi onesti vogliano impossessarsene. La signora Rosa non vuol vendere la cascina. La inquilina pazzoide, invece cede il diario al farmacista. Finalmente si può leggerlo. Il tesoro non è altro che la  un unguento trovato in una scatolina  nascosta dietro una trave., che spalmato in testa agli uomini da solo sapienza. Solo che questo unguento deve esser dato da un infermiere energumeno che spalmandolo con eccessiva forza spacca la testa. I militari perciò preferiscono non esser spalmati. Da qui la: sapienza.


P E R S O N A G G I

Giovanni Romani                      medico

Rosa                                           sua moglie

Anita                                          sua figlia

Pericle                                        fidanzato di Anita

Belisario Faita (detto) Ballalo   farmacista

Quinto Carnevali                      Podestà

Vanni                                         l’uomo di casa del medico

Tonio                                          paziente

Cia                                              Lucia Cavalli

                                                    Il profumo

S C E N A: unica-           Ambulatorio del medico

Parete di sinistra:             porta dell’appartamento

                 destra:             finestra

                 fondo:              comune

Arredamento:scrivania, lettino, poltrona dentistica,paravento, armadio in vetro con strumenti chirurgici e medicinali.

CARATTERE PERSONAGGI:

Giovanni: medico di famiglia. Buono, Onesto. Il lavoro è una missione

Rosa:        madre di famiglia. In una casa un po’ di danaro non puzza.

Anita:       sognatrice.

Belisario: farmacista arrivista

Vanni:     l’uomo che gira per casa. Affetto da sindrome di Zellig. (assune personalità diverse )

Podestà:   politico, idealista, onesto.

Pericle:    arrivista.

Tonio:      paziente sempliciotto.

Cia:                “                “       a.

EPOCA: anni trenta

LUOGO: Casalmaggiore, via Romani angolo via Guerrazzi.

Giovedì, 29/9/91 ore 16,56. Bel tempo

A T T O   P R I M O

ATTO PRIMO

Scena prima:  Anita poi Giovanni.

ANITA-         (entra in scena declamando una poesia appena composta. Porta un mazzo di fiori. E’ presa dal raptus d’amore ) Scivola lento e liscio e piatto il mio bel fiume. Da Oriente, di primo mattino, sorge il sole primaverile ed i raggi scivolano sull’onda, e sull’altra sponda penetrano nella selvaggia  fronda. Un tenero ramoscello a stento nato fra i sassi dall’uom portati, si tuffa e s’alza e rituffa nella verde sua chioma. La barca allegra gioca sulla sua corrente, seppur nero e triste è il suo manto splendente.

Portate al mare o acque che non ritornate, i pensieri di costei che voi amate. Sulle scoscese erbose tue rive, il mio ben, gli innocenti pistilli del mio fiore irrorò del suo caldo amore; e di tenera poetica gioia riempi il mio cuore.

GIOVANNI- ( entrando, preoccupato per ciò che ha sentito) Beh, ma cosa stai dicendo?

ANITA-         (vede il padre) Oh vegliardo genitor canuto, dall’occhio spento sui giovanili ardori, dai sensi assopiti, dal corpo vissuto, dai nodi artritici gracchianti…

GIOVANNI- ( con sconforto) Visto che sei sulla strada giusta: perché non mi butti nell’immondizia?

ANITA-         …Come puoi comprendere i dolci spasimi dell’amore; le calde lacrime della divina Venere… Spuntati son per te, gli amorevoli dardi del bendato Cupido… Per te, le fitte d’amore non sono come appuntito incandescente tronco nell’occhio del Ciclope. Oh, beata vecchiaia che del futuro ha solo il ricordo. (esce)

GIOVANNI- (gridando) Rosa..Rosa…!?

Scena seconda: Giovanni, Rosa.

ROSA-           (entrando allarmata ) Cos’hai da gridare, che sembra tu voglia demolir la casa?!

GIOVANNI- (preoccupato ) Ma come? Non ha sentito cos’ha detto?

ROSA-           Chi?

GIOVANNI- Come chi?

ROSA-           Con tutti i tuoi ammalati, come faccio sapere chi è?

GIOVANNI- Qui non si tratta di pazienti! ma di tua figlia si tratta!

ROSA-           Che cosa fatto?

GIOVANNI- A parte il fatto che mi ha trattato come uno strofinaccio da pulizie, ha dette cose che non stanno ne in cielo ne in terra.

ROSA-           Che cosa può aver detto: che è innocente come l’acqua battesimale…

GIOVANNI- Stai già indossando la toga dell’avvocato delle cause perse? ancor prima di sapere cos’ha detto? Allora non vuoi proprio sapere cos’ha detto tua figlia.

ROSA-           Certo che lo voglio sapere. Solo che per sapere qualcosa da te, si deve fare domanda in carta bollata.

GIOVANNI- Morale della favola: ora sarei io che non te lo voglio dire.

ROSA-           Dire che cosa?

GIOVANNI- Allora? Ricominciamo di nuovo?

ROSA-           Fai tu. Tanto io non ho nulla da fare. Mi gratto la pancia tutto il giorno…

GIOVANNI- Ora: la pancia cosa c’entra?

ROSA-           La pancia non c’entra, ma la schiena si! Debbo piegarla tutto il giorno. Lo sai anche tu che la casa è grande  e l’ambulatorio deve sempre essere lindo. Gli altri tuoi colleghi hanno la donna di servizio, mentre io debbo far tutto da sola.

GIOVANNI- Gli altri sono tutti palancai. Han presa prima la laurea in economia che in medicina.

ROSA:           Io non dico di sfruttare i tuoi pazienti; ma continuare a fare tu le medicine… e magari non fargliele nemmeno pagare… Quando qualcuno ha il raffreddore, non lo mandi in farmacia, nooo… Basta del limone ed un bel brulé… Tu poi ha dei clienti che se sentono parlar di vino vanno a nozze…

GIOVANNI- Perché? non è il rimedio migliore?

ROSA-           Questo lo possono dire i fattucchieri non un medico.

GIOVANNI- Lo sai benissimo come la penso. Il medico deve essere come un missionario. Se voleva ammucchiar soldi doveva fare l’ingegnere o l’avvocato o l’imprenditore…Per gli avvocati, però, avrei qualcosa da dire. I  rompiglioni stan bene pelati, ma coloro che hanno buone ragioni vanno aiutati

ROSA-           Invece di farlo tu, ora, l’avvocato delle cause perse, non sarebbe meglio che mi dicessi cos’ha combinato l’Anita? prima che venga ora di pranzo?

GIOVANNI-             Tu hai il pregio di cambiar le carte in tavola.

ROSA-           Io non cambio niente.

GIOVANNI- Tu fai come quei mariti che quando tornano a casa tardi gridano per primi, così la moglie pensa:” Se grida a quella maniera un motivo l’avrà, forse anche a ragione: io non lo so, comunque è meglio che taccia.”

ROSA-           ( un po’ sostenuta) E perché debbo tacere?

GIOVANNI- Perché sai di essere in dolo. E sarebbe meglio che tu sorvegliassi di più tua figlia.

ROSA-           Insomma! Si può sapere cos’ha fatto?

GIOVANNI- Lo sai che ha un bell’imbusto che le fa il filo?

ROSA-           A quell’età non è difficile.

GIOVANNI- Ma sai chi è?

ROSA-           Lo sai che tua figlia ti assomiglia. E’ una testona che non dice niente. Tiene tutto dentro e poi ogni tanto esplode.

GIOVANNI- Sei tu che la deve sorvegliare e veder con chi s’incontra.

ROSA-           ( sentenziando) Quando una ragazza è brava: ha preso tutto dal padre. Quando, invece combina qualche cosa che non va: la colpa è della madre.

GIOVANNI- ( con una certa sufficienza) Sai cosa sono:” i pistilli irrorati dal caldo amore?”

ROSA-           Mi stai scambiando per un’ ignorante? Certo che lo so.

GIOVANNI- (deciso) Brava! “ i pistilli irrorati sono quelli di tua figlia!”

ROSA-           (deridendolo) Ma smettila!

GIOVANNI- Lo sai cosa dice il proverbio:” Quando tuona non manca altro che piova”Al giorno d’oggi i ragazzi non stanno fermi. ( pausa) Metti che  sia qualcuno tipo Don Giovanni che va in giro a divertirsi “ ad assediar la rocca per poi espugnarla e far del patrimonio paterno un lauto bottino”lasciandola poi a bocca asciutta.

ROSA-           E quale sarebbe “il lauto bottino” Al massimo sono quei sacchi di penne che sono in soffitta…

GIOVANNI- Cosa c’entrano, ora, le penne?

ROSA-           L’unica nostra sostanza sono le penne che abbiamo in soffitta… Con la smania di tener tutto. Non c’è uno straccio- dici tu- che prima  a poi non venga utile. Ogni volta che vengono  clienti, invece di pagarti con “il vil denaro” ti pagano con galline che ormai mi vengono fuori dagli occhi… e via che le penne vanno a finire in soffitta.

GIOVANNI- Pretenderesti che portino prosciutti e salami, loro: che non sanno come combinare il pranzo con la cena? I polli che ci portano potrebbero essere il pranzo di Natale… per loro. E poi, dico: se quelle penne ti danno così tanto fastidio posiamo sempre donarle a qualche povero, così invece di mettere nel materasso brattee di granoturco, metteranno quelle. (con tono triste) povera gente.

ROSA-           Vedi come sei?… Tutto per i tuoi poveri. (cambiando tono rimproverante) Solo clienti poveri.

GIOVANNI- Ora stai esagerando. La parte ricca del paese non viene tutta da me?quando soffre di vere malattie? E allora non pagano con “il vil denaro” come dici tu?

ROSA-           Si è vero. Ma poi con i soldi che incassi comperi ciò che occorre per preparare le medicine da dare  gratis per i tuoi poveri; così il cerchio si chiude.

GIOVANNI- Guarda che l’Uomo passa alla storia per il bene che fa, non per i l danaro che ammucchia.

ROSA-           (criticante ) povero illuso.

GIOVANNI- Sarà… Metti pure che sia così dopo che sei morto… Ma mentre sei su questa terra, l’intima soddisfazione di far del bene; quella la provi; ed è quella che ti fa dormire di notte, ed è quella che noti dall’espressione del volto delle persone per bene, quando ti salutano.

ROSA-           Sarà….ma il danaro non ha mai dato fastidio a nessuno. Io non ho mai visto in ricco buttar via i soldi perché gli davano fastidio in tasca. ( pausa) Certo che dovrebbero fare ciò che fai tu per la festa di Natale.

GIOVANNI- (assai compiaciuto) E’ la notte, in assoluto, che preferisco dell’anno.

ROSA-           (rivolta al pubblico) Il giorno della vigilia di Natale, va in giro per la città, e tutti gli spazzacamini e pastori che incontra li invita a casa nostra; poi quando son tutti a tavola,vedendo che si trovano in soggezione, che temono di sporcare, prende il fiasco di vino, e lo versa sulla tovaglia e poi:” Ora che è sporca non si deve più temere nulla. “

GIOVANNI- “Buon Natale” dicono quelli che ti incontrano e te lo dicono in una maniera che io li bacerei. Mi viene la pelle dell’oca solo al pensarci.

ROSA-           Togliti la soddisfazione di andare a vedere in casa dei ricchi… o dei preti…

GIOVANNI- Io non giudico nessuno. Ognuno deve seguire la propria coscienza. Se uno non si sente portato a far del bene, e lo fa: sbaglia, se lo fa solo per farsi notare. Quello, certamente, non prova alcuna soddisfazione. Io, invece, si. La provo a far del bene. E faccio come Albertino Favagrossa, non ho nemmeno piacere che gli altri lo sappiano. Lo so io ed è più che sufficiente.

ROSA-           Ah si. La teoria è buona… però: ricordati bene: che con la soddisfazione non ti riempi la pancia… (esce)

Scena terza: Giovanni, Vanni.

( Vanni entra prima dell’ultima battuta di Giovanni )

GIOVANNI- (rivolto a Vanni) Hai sentite le teorie di mia moglie?

VANNI-         Ho sentito e capito – effettivamente.

GIOVANNI- Ma tu, come fai a comprendere che non sei sposato?

VANNI-         ( paternamente ) Vedi figliolo: la donna è vanitosa – acciocché- Ha bisogno di sentirsi circondata da una certa agiatezza… ha bisogno di colori vivaci. E ciò non è solo per se stessa, anzi, lo fa per piacere all’uomo che ama- imperocché-  E’ una questione di ortopedia.

GIOVANNI- Ti piacciono,è, quelle parole?

VANNI-         Come diceva?

GIOVANNI- Niente… niente. Lascia stare.

VANNI-         (educativo) Vedi caro collega: la donna può avere tutte le preoccupazioni di questo mondo, ma quando si ferma davanti ad una vetrina s’incanta- per cui- Tutti i suoi problemi in quel momento non esistono- laonde.- Tutti quei bei vestitini che vede, se li immagina addosso… ne gode… e se magari li trova eccessivamente audaci per la sua età – se ha la testa sulle spalle- li immagina indossati dalle sue figlie- poiché.  In quel momento- invero- non sono le figlie che l’indossano, ma se stessa giovane – ovviamente.-

GIOVANNI- Questa è una lezione di filosofia applicata altro che ortopedia.

VANNI-         Come dicevi, caro Giovanni?

GIOVANNI- Niente. Non far caso a quel che dico.

VANNI-         -Laonde per cui- mi capisci?

GIOVANNI-   ( quasi fra sé) Io me la prendo tanto con mia moglie per mia figlia… ma alla fin del conto cosa so io di mia figlia?

VANNI-         Lei esimio collega: dovrebbe consultare uno psicopatico, perché mi sembra che faccia dei ragionamenti- dopo di che- alquanto impervi- allorquando.-

Scena quarta: Giovanni, Vanni, Tonio.

( è un po’ che si sente tossire dalla sala d’aspetto)

GIOVANNI- (rivolto  a Vanni) Fammi la cortesia di vedere chi c’è di là che tossisce a quella maniera?

VANNI-         Sarà un nostro paziente…

GIOVANNI- Va bene, che sono anni che giri per casa, e a forza di starmi vicino, ne sai quanto ne so io, ma guarda che il medico sono io.

VANNI-         (sentenziando) Cerca di essere il medico di te stesso.

GIOVANNI- E questo cosa vuol dire?

VANNI-         Se l’ho detto… qualche cosa vorrà dire…per cui-

GIOVANNI- Si, si, bravo. Fallo entrare.

TONIO-         (entra)  Buon giorno signor dottore.

GIOVANNI- Fai a meno di dire cos’hai. Ho già sentito.

TONIO-         Come ha fatto a sentire se non gli ho ancora detto niente? Non mi avrà visitato con il “buon giorno” che gli ho detto?

GIOVANNI- E’ un’ora che tossisci di là…

TONIO-         Quella tossita là era del genere “bussa.”

GIOVANNI- Cos’è? Una malattia nuova che non conosco?

VANNI-         Questi villici ne vogliono sapere più di noi- vivaddio.-

GIOVANNI- (rivolto a Vanni) Tu taci. Anzi: fai una bella cosa: vai di là che io ora debbo visitare.

TONIO-         (rivolto al medico) Se questo signore vuol rimanere anche lui… per me va bene… se la spesa è la stessa.

VANNI-         (rivolto a Giovanni ) Vede collega: metta che ci sia bisogno di un consulto… sono già qui – anziché.-

GIOVANNI- ( ironico)Per una semplice tosse penso di farcela da solo.

VANNI-         (didattico) Uno straccio di tosse, come dice lei, può essere un inizio. Faccio un esempio.

La gola s’infiamma, le tonsille si gonfiano, l’aria dice:”Passo o non passo”. Le tonsille rispondono:” Si. Passa, ma fa piano perché qui li spazio è poco.” L’aria passa a stento, dà gomitate e ginocchiate di qua e di là per passare meglio. I bronchi s’inquietano, poi arrossiscono per la rabbia. L’aria si spaventa e comincia a tramare; si fa prendere da brividi di freddo.: fugge. Arriva ai polmoni. I polmoni sono abituati ad un’aria più calda; si spaventano;prendono la pleura e si avvolgono. La pleura non può essere trattata a quel modo e si ribella; si gonfia di bile. Ma questa non c’entra.Allora la pleura prende “l’ite” e si gonfia di nuovo.Per il gran lavoro suda. Rigagnoli di sudore formano un fiume. Gli argini non trattengono più l’enorme massa di acqua che si trasforma in alluvione- anzi adesso si dice “esondazione”- Gli argini non tengono più. Occorrerebbero sacchi di sabbia per arginare il fiume. Ma: chi è che li può portare lì? E poi: il servizio alluvioni non è stato informato. I primi fontanazzi appaiono. Si allargano, si moltiplicano… E’ la fine. Gli argini, come dita incrociate della mano si sfilano. L’acqua irrompe. ( poetico) Lento sul fiume galleggia il corpo nodoso,ma ormai molle,e come note musicali di una marcia funebre di Chopin, galleggia sull’onda. Ricevi oh umido cimitero dall’orizzonte infinito questo ormai lacerato corpo.

TONIO-         Va a farti friggete. ( al medico) Se disturbo me ne vado.

GIOVANNI- E perché?

TONIO-         Mah. Vedo che ve la fate e ve la dite da soli… Visto che quello lì mi ha trattato come un rottame, io vado a consegnarmi a Moggia il macellaio.

GIOVANNI- (cambiando discorso) Piuttosto: che tosse era?

TONIO-         Ero di là da solo, sentivo che parlavate, e quindi ho tossito per farmi sentire.. ecco la tosse di tipo “bussa che così sentiranno.”

GIOVANNI- Cosa ti senti?

TONIO-         Io, signor dottore, ho il malocchio addosso.

VANNI-         (sentenziando) Malocchio non vede cuore non duole!

TONIO-         ( guarda Vanni e poi il medico come se volesse dire:” E’ scemo quello lì?”

GIOVANNI- (risponde a gesti come se volesse dire:” Non farci caso.”) E se hai la maledizione addosso, vieni da me? Mi hai scambiato per uno stregone?

TONIO-         Non è la causa che mi interessa: è l’effetto.

VANNI-         Causa ed effetto. Questa è una bella tesi! – vivaddio.-

GIOVANNI- (rivolto a Vanni) Pensa che bello se tu tacessi!… ( rivolto a Tonio) Beh, insomma cos’è successo?

TONIO-         Voi, conoscete la Cia del Mao che stà  nel “Buco?”

GIOVANNI- Oh, si. Un giorno è venuta da me per un callo che le faceva male, ma puzzava tanto di cipolla, che non ho avuto genio di avvicinarla, e allora l’ho spedita da Morini all’ospedale per fargli uno scherzo. Poi non ho più saputo nulla.

VANNI-         (rimproverando) Quì i clienti si mandano alla concorrenza…

TONIO-         Beh; la Cia del Mao, dicevo, ha chiamato il “Papa”, perché le portasse la legna in soffitta. Lui non aveva il tempo per farlo perché doveva finire un lavoro a casa del signor Molossi. Lo sa anche lei che quella gente lì quando chiama bisogna andare. I “Papa” è tinteggiato di rosso l’altro di nero… il nero in questo periodo va più di moda… ( ridendo per la battuta) Dicono che il nero va su tutto… Sarà anche così; io però preferisco i colori più chiari.

GIOVANNI- Hai già messo in ballo: il “Papa”, la politica, la moda, e anche i colori; ma il motivo per cui sei venuto, non l’ho ancora capito… Non imiterei quel pittore che, per non lavorare all’immagine della Madonna, raccontava al committente la vita di suo padre da quando è nato a quando è morto. Allora, il padrone quando erano seduti a tavola per il pranzo, perché il pittore mangiasse meno gli ha chiesto:” Rino: raccontami la vita di tuo padre…” Ed il pittore che aveva una fame con gli arretrati rispose:” Mio padre, pover’uomo, si è ammalato e poi è morto.”

VANNI-         Io sapevo invece quella di quel pittore che dipingeva il ritratto della Madonna con il viso rivolto all’indietro. Allora il prete gli chiese: come mai? Ed il pittore in risposta:” Perché la Madonna si è stancata di sentire il mio alito che puzza di tutta quella cipolla che lei mi fa mangiare.”

TONIO-         Va là che questa è una bella “fola.” Mi scusi, signor dottore: ma a voi due se danno in dito vi prendete tutto il braccio…. Io sto raccontando la storia della mia vita, e voi andate a tirare in ballo le storie dei nostri vecchi…

GIOVANNI- Hai ragione. Vai avanti.

TONIO-         Ora non ricordo più dov’ero rimasto…

VANNI-         Siamo rimasti a quando la Cia del Mao, ha chiamato il “Papa” che non aveva tempo, perché doveva andare…

GIOVANNI- (rivolto a Vanni) Ora non comincerai tu?…

TONIO-         (ricordando) Ah: al posto del “Papa” ci sono andato io. Entro dal portone; ciami; ciami; ma la Cia non risponde. Vo verso la stalla: grido:” Cia dove sei?” La Cia era sulla massa del letame che stava puntando. Tutto ad un tratto è scivolata sull’asse, forse perché qualcuno, prima di lei, non ha fatto centro ed allora lei è andata a finire a “culo bucone” sulla massa del letame. Lei che è un poco ordinaria ha fatto passare tutti i grani del rosario… e poi: “ Tirami su” ha detto” invece di stare lì a ridere come uno scemo!” Cosa vuole, signor dottore: io, mettere le mani là, non me la sentivo, mi faceva un poco schifo, e allora, ho girato il palo del pozzo  in modo che si attaccasse al  secchio, mentre io tiravo la corda dall’altra parte…

GIOVANNI- ( ridendo) Penso gli improperi  che ti avrà detti. 

TONIO-         Anche troppo. Tanto, un po’ perché continuavo a ridere, un poco, perché mi faceva rabbia; ho lasciato la corda e lei: plach, a cadere ancora sul letame. E lì: degli spruzzi di qua e di là. Poi per finirla e per accorciarla, quando quel signore là  ha voluto, ci siamo riusciti. Poi a forza di secchi d’acqua è venuta sulla sua.

VANNI-         Io rimango- invero-

TONIO-         Io, invece avevo voglia di avvolgermi il naso per non sentire l’odore che c’era.

GIOVANNI- (cercando di concludere) E per il malocchio?

TONIO-         Eh, lì non ci siamo ancora arrivati.

GIOVANNI- E allora continua prima che si faccia buio.

VANNI-         -Quantunque-

TONIO-         Dopo che si sono calmate le acque… ma ti dico io quanto cen’ è voluto, mi ha detto di portare su la legna in granajo. Io comincio a riempire il cesto e portarla su. La Cia stava sotto la barchessa per controllarmi… se lavoravo, ma fico, a forza di portar su legna, il solaio, tutto tarlato si è inscragnato. Il solaio nel cader ha portato con sé anche un pezzo di muro, che copriva un buco dove c’erano nascosti dei libri vecchi, con della ratatoia. Ma questo non c’entra. Sento gridare la Cia come una matta. Mi chiedo: “ ma dove è andata a finire che era qui solo adesso?” perché la voce  veniva da lontano… ma, coimbra, la Cia era sotto la legna, e ne diceva di tutti i colori. A me era venuta la voglia di lasciarla lì… ma poi mi sono detto:” Se la pianto lì sotto, domani o dopo domani dovrò ben venirla a tirar fuori.” Anche perché sarebbe andato a finire che non mi avrebbe pagato. E allora mi son detto:” Tonio tirala fuori.” E l’ho tirata fuori. Ma sa, signor dottore, che intanto che tiravo via la legna, continuavo a ridere come uno stupido. Più lei gridava e più io ridevo. Quando son riuscito a scoprirle la faccia:” Che ti venga il cagotto a  te e a tutti quelli che ti vogliono bene!” E allora io:” Toni: sai che la Cia è una bella villana, con tutto quello che le ho fatto…” e poi:” non farai così per non pagarmi, è?” e lei:” Che ti venga il cagotto con le sfranze.”(rimarcando) Ha capito dottore: con le sfanze!

GIOVANNI- Sarà anche un bel racconto di vita vissuta; ma sei venuto per raccontarmela?

TONIO-         Sono venuto qui perché la maledizione è venuta vera. Guardi qui. ( toglie di tasca un involucro, lo svolge e poi… dopo averlo guardato…) No. Questa è un’altra cosa.  ( e lo rimette in tasca. Poi sta per togliere dall’altra tasca un’altra cosa…)

GIOVANNI- Per caso, non mi avrai portato un campione del letame? Lascia pur stare.

VANNI-         Certo che nelle tasche hai una bella confusione -eziandio-

TONIO-         No…no. Non voglio che creda che sia venuto qui con delle balle.

GIOVANNI- (incuriosito) No…no. Lascia pur stare. Piuttosto, fammi vedere quell’involucro che hai tolto di tasca prima…

TONIO-         (lo toglie di tasca e glielo fa vedere)

GIOVANNI- (attratto dalla carta che avvolge l’involucro, sopra pensiero) Si: quello. Fammi vedere.

TONIO-         (dandoglielo)  Prenda.

GIOVANNI- ( prende il cartoccio, lo svolge… dà un’occhiata  alla carta. Essa è un foglio antico di un registro scritto a mano. Poi, guarda molto attentamente la scatola. Riguarda ancora il foglio. Legge alcune parole a voce alta) “ …Al seguito delle truppe del duca Matteo di Busseto. Eragli comandante delle truppe Gian Lodovico Pallavicino,che giunto in questa ubertosa ter… (rivolto a Tonio) Tu come hai questa roba?

TONIO-         In mezzo alla ratatoja del buco che si era scoperto, c’era questo scatolino che mi piaceva.  Allora ho stracciato un foglio da un librone che c’era lì, l’ho avvolto, e me lo sono messo in saccoccia.

VANNI-         Eh qui, l’affare s’ingrossa.

TONIO-         (rivolto al medico) E per il cagotto?

GIOVANNI- ( si siede alla scrivania, comincia a leggere e risponde alle domande di Tonio meccanicamente sopra pensiero) Eh, questa è una cosa seria.

TONIO-         (andandosi a sedere sulla sedia da dentista)  Non mi faccia venire un colpo.

VANNI-         ( Senza che Tonio se ne curi, gli lega i polsi alla sedia)

TONIO-         (sempre rivolto al medico) Ma è una maledizione così grave?

GIOVANNI- (sempre sopra pensiero) Mangi dei limoni e ti metti una pancera di lana.

TONIO-         (deluso) E con quelle robe lì, la maledizione se ne va? Mah. Dove sono venuto a capitare.

GIOVANNI- (prestandogli attenzione) Ho capito. Tu sei fra quelli che se non prescrivi loro una medicina non sono convinti.

TONIO-         Cos’ha detto?

GIOVANNI- ( per accontentarlo) Niente… niente. Dunque: per eliminare questo disturbo, mangi dei limoni e ti metti la pancera…. E per toglierti la maledizione; tutte le mattine prendi una testa d’aglio e con quella ti sfreghi bene la fronte, e continui a sfregare fin quando ti viene la pelle bella rossa. Un giorno si e uno no, al mattino presto vai alla Fontana, e mi raccomando: a piedi. Guai se vai in bicicletta- sciuperesti tutto l’effetto dell’aglio- Quando giungi alla Fontana, in ginocchio per tre volte giri attorno all’olmo, e per ogni giro dai una testata all’olmo. Però, stai attento, che se gliela dai piano, non sorte nessun effetto, e perciò devi andarci per lungo tempo. Più picchi forte e più presto ti passa la maledizione.

TONIO-         (preoccupato) Ma forte: come?

GIOVANNI- per saperti regolare: se tutte le volte che dai una testata, ti gira la  testa: quella è la misura giusta. Vedrai che così facendo ti passa tutto in fretta. (drammatico) E per ciò che si riferisce a questo scatolino, non mi sembra che sia stata una cosa buona portartelo via.

VANNI-         (rivolto a Giovanni) E se ci fosse dentro la mappa del dislocamento delle armi?

TONIO-         (rivolto a Vanni ) E tu? perché mi hai legato?

VANNI-         (considerandolo una spia) Taci: inclito verme!

TONIO-         (inquieto) Ma sei matto?

VANNI-         (losco) Confessa la tua connivenza col nemico!

TONIO-         Ma che nemico e non nemico d’Egitto!

VANNI-         Qual è il tuo contatto in Italia?

TONIO-         (rivolto a Giovanni) Ma questo qui, dà i numeri?

GIOVANNI- (seduto alla scrivania assorto nei suoi pensieri) Eh…

VANNI-         ( c.s.) Dove ti trovavi la sera del 23/10/1917 ?

TONIO-         Ma sei matto?  Ma cosa vuoi che mi ricordi quello che è successo tredici anni fa.

VANNI-         Cosa ti dice il nome di Margareth Zelle?

TONIO-         Si. Una margherita supra una capezzagna.

VANNI-         (rivolto al medico) Il prigioniero fa lo spiritoso. Bisogna torturarlo. ( senza toccarlo, gli dà pugni sul viso e allo stomaco. Gli strappa le unghie, poi si mette dietro e mentre lo interroga strige un’ immaginaria garrotta)

TONIO-         (rivolto a Giovanni) Ma cosa vuole questo sgorbio?

VANNI-         Ti piacciono i balletti rosa, eh?

TONIO-         (sconfortato) Ma questa è proprio una bel mulino.

VANNI-         …E Mata-Hari, la figlia dell’Aurora… Questo nome non ti dice niente, eh?

TONIO-         Ma quale armadio? Matto sei! Se non mi sleghi ti rifilo un pugno…

GIOVANNI- (conciliante) Non farci caso. (insinuante) … certo che questo scatolino… ti procurerà dei bei dispiaceri. Io, non so ciò che può contenere… chi lo sa… e se c’è dentro…?

TONIO-         (preoccupato) Ma cosa deve esserci dentro?

GIOVANNI- (molto falsamente preoccupato) Eh…eh… Temo persino a pensarci…

TONIO-         (insinuante) E se io glielo lasciassi qui?

VANNI-         (deciso) Ormai la tua ora è segnata!

GIOVANNI- (pensieroso) Fai presto tu dirlo…

TONIO-         (deciso) No…no. Io non lo voglio più.

GIOVANNI- Eh, ma non è finita qui… anche il registro… il registro da cui hai strappato il foglio dove l’hai messo?

TONIO-         Ma, io non l’ho nemmeno toccato… l’ho lasciato dov’era….

GIOVANNI- C’è solo un modo per risolvere la faccenda:bisogna recuperarlo.

TONIO-         (preoccupato) Può immaginare se io torno dalla Cia per chiederle il librone. Me lo dà sulla testa piuttosto… e poi…la maledizione…

GIOVANNI- Facciamo una bella cosa: per ora lasciamo che si calmino le acque… Questo contenitore lo tengo qui.

VANNI-         (rivolto a Giovanni) E se ci servissimo di questo losco figuro per imbrogliar le acque al nemico?

GIOVANNI- Si… bravo….imbrogliamo le acque. (ordinando) Slegalo che è meglio.

TONIO-         (preoccupato) Signor dottore. Io non lo dirò a nessuno. Glielo giuro.

GIOVANNI- (deciso) Quel libro, però, bisogna andarlo a prendere.

TONIO-         Io ci provo. Ma non glielo garantisco. Dottore posso andare ora?

GIOVANNI- Vai.Ma mi raccomando: acqua  in bocca.

VANNI-         (severo) E ricordati che sarai pedinato.

GIOVANNI- (rivolto a Vanni) La signora Pavesi ci ha pagato con una gallina. Valla a prendere.

VANNI-         (esce)

GIOVANNI- (rivolto a Tonio) L’altro giorno ho visto tua madre. Non mi sembra in salute. Mi sembra un po’ magra. Più  che di carne ha bisogno di brodo un poco sostanzioso… Dille di allungarlo con un po’ di verdure. Ma queste son cose che certamente non le debbo dire io. Se è stata capace di sbrigarsela fino ad ora, vuol dire che dalle rape e dalle patate ha saputo ottenere arrosti e lessi.

VANNI-         (entra portando il pollo)

GIOVANNI- (rivolto a Vanni)  Dallo a Tonio.

TONIO-         (a disagio) Io sono confuso… Son venuto a farle perdere del tempo… e voi… invece… mi fa del bene…

GIOVANNI- Dicono: “Non è meglio dare che ricevere?” vai tranquillo che siamo più soddisfatti noi di te.

TONIO-         Io vado… Lo ringrazio.. (esce)

GIOVANNI- Porta i miei saluti a tua mamma; e quando viene da queste parti dille di entrare che le voglio farle una visitina.(dopo che Tonio se ne è andato, rivolto a Vanni) Certo che quel film ti è piaciuto. Che peccato che l’hanno fucilata. Era così una bella donna.

VANNI-           Chi?

GIOVANNI-    Come chi? Mata Hari.

VANNI-           Come ha fatto a saper che sono andato al cinema?

GIOVANNI- Eh… (cambiando tono) Piuttosto: come mai non sei ancora andato a dare un’occhiata in piazza questa mattina?     

VANNI-         ( sta per uscire) Vado-quantunque-

GIOVANNI- Vai pure. Penso di sapermi sbrigare se viene  qualcuno.

VANNI-         Se ha bisogno di un aiuto o di un consulto…io torno immantinente-per cui- (sta per uscire)

Scena Quarta: Giovanni, Rosa.

ROSA-           (entrando) E’ già uscito?

GIOVANNI- Chi?

ROSA-           Non avevi un paziente?… sentivo parlare…

GIOVANNI- Ah, si: Tonio.

ROSA-           Tonio…chi?

GIOVANNI- Tonio? Chi? Eh, il figlio della Teresa… Quella che abita in Cantarane… mai… quella che un tempo era a servizio dei Vallari…

ROSA-           Ah. Ho capito. (ironica) Avrai incassato dei bei soldini…

GIOVANNI- Eh…

ROSA-           (indifferente) Il pollo che ha portato Bongiovanni… era di là… (rivolta a Vanni) Non l’ho visto. L’hai portato in cantina?

VANNI-         (concentrandosi) Dunque: il pollo… il pollastro … Prima di tutto era una gallina… e poi era della Pavesi e non di Bongiovanni. (esce)

ROSA-           (spiritosa) Certo non era un coniglio.

GIOVANNI- Non ti ho appena detto che è venuto Tonio?… Sua madre sta andando a finire in niente…

ROSA-           Non dirmi che gli hai dato la gallina…

GIOVANNI- Ma se non fai altro che lamentarti che mangiamo che polli…

ROSA-           (insinuante) perché non vai a dare un aiuto a Anansimandro Savi all’ECA… anzi, intanto che ci sei istituisci la crociata delle anime buone.

GIOVANNI- (lasciando perdere il discorso) Ma dai… Piuttosto:( indicando il foglio sulla scrivania) leggi quel foglio lì.

ROSA-           (lo prende) Oh… ma come è vecchio.

GIOVANNI- Altro che vecchio…

ROSA-           (inizia  a leggere a voce alta ) “ Eragli comandante delle truppe del duca Matteo di Busseto…” ed il foglio che c’era prima…

GIOVANNI- Per ora non c’è.

ROSA-           (continuando a leggere) “ Eragli comandante delle truppe, Gian Lodovico Pallavicino, che giunto in questa ubertosa terra con 3000 fanti e 500 cavalli ne contestava la proprietà al duca di Milano: Francesco Sforza” Ma che roba è questa?

GIOVANNI- Vai avanti.

ROSA-           (continuando a leggere) “ Comandante della  avversaria coorte erasi Ridolfo da Camerino, fulgido eroe di tante battaglie. Dovendo fissare lo luogo, - che già feci su stante- et tempo, io dirò:esso tempo, cade nella siccità d’Agosto dell’anno 1525.” Però!… E’ vecchio sul serio! Ma che roba è questa?

GIOVANNI- Leggi…leggi…

ROSA-           (continuando a leggere) per dovere di cronaca et esattetia” scusami”… esattezza storica: dirò: che regnante lo Imperatore Carlo V, le anime erano affidate a Sua Santità Clemente VII, da poco succeduto ad AdrianoVI ( 1522/1523) “ E’ vissuto poco AdrianoVI…  Veniva anche allora l’infarto, (maliziosa) se non era qualche cosa d’altro.” –“…già tutore del già lodato CarloV” ( ancora maliziosa)  ho i miei dubbi.

GIOVANNI- (impaziente) Certo che se per ogni frase devi fare il commento…

ROSA-           (continuando a leggere) “ La battaglia fra i due eserciti avvenne il 21 di quel appestato anno e mese, con grande danno di Gian Lodovico Pallavicino il cui di lui luogotenente (criticante)” mah… “ Serafino delle Luseira fu impiccato ed esposto alla finestra dell’Estense torrione per niun motivo.” Non è che seguissero molto la legge allora… (continuando a leggere) “ … Tutto ciò stante, capitomi un tal caso, da rimembrar tutta la vita- che spero lunga- in quella tal parte della storia. (continuando a leggere mentalmente, ogni tanto dice:” eh… però…”)

GIOVANNI- Tu:cosa dici?

ROSA-           Mi sembra una cosa così strana… E da dove viene questo foglio?

GIOVANNI- E’ stato strappato da un registro, nascosto nel muro nella casa del “Buco”, che hai dato in affitto a Lucia Cavalli… la Cia del Mao… E’ una storia lunga. E’ caduto un pezzo di muro… dove in un buco nascosto c’era quella roba qui.

ROSA-           (preoccupata per il danno alla casa) Non ne nasceranno dei guaj, spero. Non ci sarà da spenderci dei soldi… con l’affitto che prendo…( decisa) Guarda che se me la chiedono, io la vendo.

GIOVANNI- Ma chi vuoi che la comperi che ha ancora i muri di mattoni di terra cruda. Quando l’hai demolita… vendi l’area.

ROSA-           (cambiando discorso) E quello scatolino lì: che cos’è?

GIOVANNI- C’era dentro anche quello.

ROSA-           E li dentro cosa c’è?

GIOVANNI- Per dirti la verità non l’ho ancora aperto… Mi mette un po’ in soggezione… E’ facile che abbia quattrocento anni anch’esso.

ROSA-           E allora…?

GIOVANNI- Mi fa lo stesso effetto come se entrassi la prima volta in una piramide d’Egitto.

ROSA-           Che paragone è poi quello…?

GIOVANNI- Senti… è come aprire una porta nel passato….

ROSA-           (decisa) E tu! aprila!!

( d’ora in poi deve essere fatto tutto lentamente in modo da creare curiosità ed impazienza nel pubblico)

GIOVANNI- Tu dici? ( pian piano la apre)

ROSA-           Tienila diritta.

GIOVANNI- …Con tutte le botte che ha preso…

ROSA-           (decisa) Non sai cosa c’è dentro.

GIOVANNI- (preoccupato) Non ci sarà dentro qualche cosa che…

ROSA-           (suggerendo) Calma le acque… distendi i nervi…

GIOVANNI- ( finalmente apre la scatola, e dentro vi trova una ampollina simile ad un fiaschetto, ed un foglietto, piegato, legato attorno all’ampollina) La taglio? ( riferendosi alla cordicella che legava il foglietto all’ampolla)

ROSA-           Certo.

GIOVANNI- ( va a prendere una forbice o un bisturi; e taglia. Lentamente dispiega il foglio e legge)

“TER HAC MISTURA CRISTI SIGNO TE UNGO IN FRONTE TUA HOC UNGUENTUM MANET DUM TIBI SAPIENTIA ADVEGNAT”

ROSA-           (prende il foglio, legge e traduce)” PER TRE VOLTE CON QUESTO INTRUGLIO IO TI UNGO, NEL SEGNO DI CRISTO. RIMANGA QUESTO UNGUENTO SULLA TUA FRONTE FINO A CHE SAPIENZA TI GIUNGA”  E cosa vuol dire?

GIOVANNI- Senti… ciò che vuol dire mi sembra chiaro.

ROSA-           Si…si…lo capisco… E poi…?

GIOVANNI- (rassegnato) Alla prossima puntata… Il foglio finisce qui. Ci vorrebbero gli altri…

ROSA-           E allora… fatteli dare.

GIOVANNI- Si…si. Ma non è mica facile…

ROSA-           ( prende l’ampollina e la osserva) E’ come nelle scatole cinesi.. o la matriosca… una dentro nell’altra… Non ce ne sarà mica dentro un’altra?

GIOVANNI- Mi sembra impossibile. C’è su il tappo… Fammela vedere… ( sta per togliere il tappo)

ROSA-           Fai piano che quel tappo è marcio… ti rimane in mano… andrà a finire in polvere.

GIOVANNI- E allora…?

ROSA-           Giralo un po’.

GIOVANNI- ( riesce a togliere il tappo, annusa il contenuto. Assume un’espressione di disgusto) Fico… Deve esser stato molto forte… senti che odore ha…( fa fiutare alla moglie)

ROSA -           ( assumendo un’espressione appropriata) Puoi dire che puzza… E ora?

GIOVANNI- (deciso) Ora, io, glielo vado a far vedere  a Balallo. Deve essere in grado di analizzarlo.

ROSA-           (persuasiva) Non affrettiamo troppo le cose. Che non vada a finire di cadere nel ridicolo. Per  ora lascialo qui.

GIOVANNI- Beh… io ora vado.. (uscendo) Se viene qualcuno digli di aspettarmi.

ROSA-           ( rimasta sola e riferendosi all’ampolla) Spetta che la copro: prima che faccia la fine di Alibabà ed i quaranta ladroni. ( si mette a fare un po’ d’ordine per far passare il tempo; fermandosi ogni tanto a pensare)

Scena Sesta: Rosa, Cia.

CIA-               ( da fuori) C’è nessuno?

ROSA-           (va vedere) Ah. Entri. S’accomodi la prego.

CIA-               ( un vestaglia alquanto logora, copre un vestito decoroso. In capo avrà un fazzolettone)(dubbiosa) Sarebbe lei l’infermiera?

ROSA-           No. Sono la moglie del dottore.

CIA-               Ah. Mi pareva; perché dicevo a me: “ Che infermiera è questa qui, che non ha uno straccio di grembiule bianco su…”

ROSA-           No. Sono semplicemente la moglie del dottore. L’infermiere ( si schiarisce la voce) si è assentato momentaneamente per  una commissione urgente.

CIA-               (guarda e riguarda Rosa) Mi faccia vedere? Ah, si. Ma lei non sarebbe la mia padrona di casa? L’avevo persa di vista.

ROSA-           Già. La capisco. A volte capita… poi, magari, se si è sopra pensiero…

CIA-               (dubbiosa) Volevo andare da un altro dottore; ma mi hanno detto che qui si spende poco…Va bene che per poco si ha poco…

ROSA-           (fra sé) Hai capito? Che bella opinione hanno… Ho ragione di lamentarmi con mio marito.

CIA-               Cosa ha detto?

ROSA-           Ah… niente. Si accomodi la prego.

CIA-               E l’istrione non c’è?… che ho una testa che sembra si spacchi in mezzo.

ROSA-           (offesa) Come diceva…? L’istrione?

CIA-               Si, al madgot… Il dottore…insomma.

ROSA-           Direi che vi è una sostanziale differenza… direi…

CIA-               Noi del “Buco”, non abbiamo tante balle, come voi maggiorini… per noi c’è l’istrione della gente, e quello delle bestie… Il dottore sarebbe quello della legge.

ROSA-           Direi che ha un modo tutto suo per qualificare le persone.

CIA-               (sofferente) Ma guarda che roba… io ho un mal di testa che mi darei delle martellate… ed il dottore chissà dove si è cacciato.

ROSA-           E’ questione di un attimo. Non dovrebbe proprio tardare. (tanto per perdere un po’ di tempo) Mi scusi: m’ incuriosisce di saper perché la località dove abita lei è chiamata il “Buco”?

CIA-               Non glielo so proprio dire. Lo chiamavano così già da quando mio nonno e mio bisnonno abitavano lì, ed erano fattori del conte Busi. Lui abitava dove adesso c’è il ricovero. Il “buco “ era una cascina grossa. Si immagini che c’era perfino la chiesiolina. Poi a forza di lasciarla andare, pezzo per pezzo è cascata giù quasi tutta.

ROSA-           Veramente la chiesetta c’è ancora ed è spostata…

CIA-               Quando la roba va a finire nelle mani degli enti pubblici, diventa la roba del Barba. (cambiando tono, sofferente) Ma non ha qualche cosa da darmi giù… prima che dia fuori da matta…

ROSA-           Un attimo di pazienza. (continuando con lo stesso tono il discorso) però, ciò che è rimasto mi sembra in buon stato.

CIA-               Eh, di fuori. Ogni tanto casca un pezzo. Una volta facevano i muri grossi, ma in mezzo non ci mettevano niente. Pensi che, una volta, ho trovato un vestito da donna che non so quanti anni avesse.. Era ancora di quelli che avevano il cesto. Mi ricordo che lo usava per pulirmi le mani, quando andavo a prendere il carbone in solaio.

ROSA-           Se aveva il corbello deve essere stato un vestito molto antico e di notevole pregio.

CIA-               (sempre sofferente) Ma c’ho un gran man di testa. Cosa diceva? Ah, si. Ogni tanto saltan fuori tenti di quei tananagli… (indagando con lo sguardo) Ma in quei pistoncini là, non c’è qualche cosa da farmi calmare la testa?

ROSA-           ( ci pensa. Decide) Ci sarebbe un preparato nuovo… (si schiarisce la voce) che, dicono, faccia miracoli… Ma non so se…

CIA-               (decisa) Ma allora proviamolo!

ROSA-           (falsamente dubbiosa) Ma… veramente… non so… se…

CIA-               E’ roba da bere?

ROSA-           No. E’ un unguento da spalmare sulla fronte.

CIA-               Prenda quella roba lì e me la pitturi dove vuole.

ROSA-           ( prende l’unguento. Stappa il vasetto e lo fa fiutare a Cia)

CIA-               Oh, per dio come puzza. Me lo dia che se puzza vuol dire che fa bene.

ROSA-           ( è falsamente impacciata) Faccio un po’ fatica… provi a mettersi… magari… se si mettesse in ginocchio… forse faccio meglio.

CIA-               ( si mette in ginocchio) Ma io, se vuole mi stendo anche per terra.

ROSA-           Ecco se tenesse le mani così. ( gliele mette a mo’ di preghiera)

CIA-               Sa, che mi sembra di essere Santa Bernardetta….

ROSA-           ( per tre volte unge con il segno della croce la fronte di Cia, ripetendo la formula un po’ imbrogliata in modo che Cia non capisca) TER HAC MISTURA CHRISTI SIGNO TE UNGO IN FRONTE TUA HAC UNGUENTUM MANET DUM TIBI SAPIENTIA ATVEGNAT.

CIA-               (nel momento in cui viene toccata dall’unguento ha brividi di freddo e perciò…) Mhhh…. Ma è freddo. Ma cosa sta infarfugliando?

ROSA-           S…s…s… Ecco fatto. (fra sé) Sono proprio incuriosita di saper che effetto fa.

CIA-               Cosa dieceva?

ROSA-           Dicevo che ora dobbiamo attendere che faccia effetto. (preoccupata) Oh santo Cielo. Non ho pensato che potrebbe essere allergica  a qual…(a Cia) Che lei sappia: è allergica a qualche cosa? Si insomma, c’è qualche cosa che le dà… prurito… rossore… non so…

CIA-               Ah, si. Quanto prendo in mano le ortiche per fare la frittata che mi ha insegnato Alberino Favagrossa.

ROSA-           (inciso) Si, lo conosco.

CIA-               Quello era un gran uomo.

ROSA-           …Interessante… Le ortiche non sono una novità. Per la frittata direi che è interessante. (cambiando tono) Come va?

CIA-               Mah… Mi sembra che… sa che…

ROSA-           Si metta comoda. Senta: mentre attende il dottore, le dispiace se vado di là un attimo … che ho sul fuoco…

CIA-               Vada pure… intanto io sto qui patarata come si fa con i blisgoni cotti il giorno per la sera… Certo che quell’unto puzza bene.

ROSA-           (esce)

CIA-               Santo cielo benedetto. Avevo un  gran mal di testa… Ma ora mi sembra che… Anche Tonio rideva:” Stai più attenta… tutti quei pezzi di lega il sla testa… Lui è sempre vento ed acqua… Pensa che scherzo… il ma di testa mi passa… e poi mi sento… una cosa addosso… come se… direi di sentirmi più leggera… anch’io non dovevo trattarlo nel modo in cui l’ho trattato… ora che ci penso… aveva ben donde la sua ilarità… Era una situazione alquanto buffa… magari vista dal suo punto di vista.(Il suo modo di parlare ingentilisce progressivamente. Servendosi del vetro della finestra che le fa da specchio) Come ho potuto presentarmi in “ si malo modo… così disordinata… Questo fazzoletto poi… ( se lo toglie. I capelli ben pettinati avranno una ciocca cadente che facilmente metterà  a posto) Dio come sono sciatta… E questa vestaglia com’è sgualcita. (Se la toglie e la mette nella borsa. –se ce la fa può anche truccarsi un poco- Poi mentre guarda dalla finestra…)

Scena settima: Giovanni, farmacista,Podestà, Cia.

(fuori scena)

PODESTA-   (continuando un discorso) Come potevate pensare di continuare in quel modo.

FARMAC-    Beh, ma non ti sembra che siate stati voi a creare quella situazione, proteggendo esageratamente i proprietari a discapito dei contadini?

PODESTA-   Me se c’erano partiti che andavano d’accordo come cani e gatti.

GIOVANNI- La democrazia è fatta anche di contrasti… discussioni…

PODESTA-   …E di spartizioni di poltrone.

FARMAC-    Prima si rubavano le poltrone fra i partiti; ora solamente fra i gerarchi… i federali… i segretari. E’ sufficiente che uno abbia un po’ d’ estro e subito gli trovano un incarico.

GIOVANNI- … E così la povera gente sta a giudicare senza poter dire la sua….

PODESTA-   (ironico) Quante volte hai sentito che la povera gente può dire la sua.

FARMAC-    Almeno lascia loro l’illusione….

PODESTA-   Intanto, però, la disoccupazione diminuisce a vista d’occhio.

GIOVANNI- Certo… per forza… con l’illusione del benessere, sono emigrati… Credo bene che la disoccupazione cali.

PODESTA-   Ma smettila!

(entrano in scena)

GIOVANNI- (vedendo Cia che è di schiena) Mi scusi signora. Pensavo che in ambulatorio non ci fosse nessuno…

CIA-               (volgendosi, signorilmente) Lo immagino… sentendo i vostri discorsi…

PODESTA-   (intervenendo) Si parlava della situazione attuale.

CIA-               Gli uomini quando si tratta di politica e di calcio…

FARMAC-    (intervenendo con galanteria) In presenza di una bella signora, come non potremmo parlare di bellezza e fascino femminile.

CIA-               (femminile) Oh… galante il signore…

PODESTA-   (rivolto a Giovanni) Non direi di trovarci in una atmosfera di un salotto, ma penso; che se tu volessi presentarci…

GIOVANNI- (scusandosi, rivolto a Cia) Scusate la mia malcreanza. Mi permetta di presentarle i miei  amici: dott Belisario Delvò:farmacista; ed il dott. Quinto Carnevali:podestà. Poiché non ho il piacere di conoscere questa bella signora,(rivolto al podestà) Vuole il primo cittadino presentarmi?

PODESTA-   Gentil signora; mi permetta di presentarle il dott. Giovanni Romani, nel cui studio ci troviamo.

GIOVANNI- Signori: vi presento la signora ( si schiarisce la voce) mi sfugge il nome.

CIA-               Signora Lucia Cavalli… Ma… questi signori li conosco bene…

PODESTA-   Come mai…

CIA-               Diciamo che questo sarà il nostro piccolo segreto.

GIOVANNI- (indagando) Mi scusi, signora: non direi dal suo aspetto, che lei è qui in veste di paziente.

CIA-               Diciamo: non più.

PODESTA-   Madame: la signora Todi Dal monte, prossimamente, canterà nella Bohèmé in teatro. Posso sperare di averla, quale ospite graditissima, nel mio palco reale?

FARMAC-    (rivolto al podestà) Non ti sembra di escluderci?

CIA-               Suvvia… signori… non merito una tale attenzione. (facendo un inchino) Ora vogliate scusarmi. ( fa per uscire)

PODESTA-   Posso averla in pregio mia ospite? Si…?

CIA-               (preziosa) Vedremo… vedremo… Signori… (esce)

FARMAC-    (curioso) Ma chi è?

GIOVANNI- Proprio non so.

FARMAC-    (cambiando discorso, rivolto a Giovanni) Sono curioso di vedere quel voglio. Me lo fai vedere?

GIOVANNI- (cercandolo) Dov’è?… Ah. ( lo prende)

FARMAC-    Siamo sicuri che non è uno scherzo? (comincia a leggerlo mentalmente)

GIOVANNI- Ma che scherzo.

PODESTA-   Lo sai che non siam pigri nessuno dei tre, se c’è da prendere in mezzo qualcuno.

GIOVANNI- (correggendolo) Qualcuno… non uno di noi. E poi: che scherzo sarebbe.

FARMAC-    Imitare la calligrafia con una penna d’oca è anche possibile… però la carta è vecchia veramente.

PODESTA-   Vedi di leggere a voce alta in modo che possa sentire anch’io.

FARMAC-    (legge ) “… in questa terra rivierasca del fiume Po aveva predominanti le famiglie nobili Dovara, Moreschi, Chiozzi; in tenzon perpetua loro infra, per invidia, per superbia, tamquam ignorantia. I loro famigli dovendo belligerare, tempo continuando ante et post diem scontri…”

PODESTA-   Cosa vorrebbe  dire?

GIOVANNI- Prima e poi che guerreggiassero.

FARMAC-    ( continuando a leggere ) “…o presi erano da convulsi spasimi di testa.”

PODESTA-   E ora?

FARMAC-    Taci; che lo dice. “… che più sempliciter potevano appellarsi impazzimenti” certo che se continui ad interrompermi….

PODESTA-   E’ scritto così male…

FARMAC-    (impaziente) Eh dai… “… questi villici erano, perciò, portati nella chiesa della Fontana, benedetta dal nome di “Santuario”. Di là, ne uscivano mondi. Preso da uaghetia “vuol dire da vaghezza, desiderio, insomma” di saperne donde, me ne informai. Viveva fra cotanti confratelli un certo fra Timoteo che per mole e soverchiatura” vuol dire che era un gigante.

GIOVANNI- (ilare) Adesso fa anche la traduzione simultanea…

FARMAC-    (continuando a leggere) “… il di loro più alto di un braccio e con spalle da nominarsi armadio. Il di lui carattere era si dolce, e, delicato nei modi che veniva in contrasto con la di lui mole. Per  la qual cosa, benignamente et affettuosissimamente i confratelli per bilanciamento di qualità lo soprannominarono, in privato loco GELTRUDE. Questo frate, più che in odore di santo… “ puzzava di cerusico.

PODESTA-   Questo glielo hai aggiunto tu.

FARMAC-    (continuando) “… era in odore di cerusico. Ei a quei summenzionati infami ungeva con segreto intruglio la fronte. Essi immediatamente ne uscivan mondi. Entrato in confidentia con questo imprevedibile frate, ebbi, da lui, un piccol campione che misi in notevole ampolla.” (rivolto aGiovanniE il resto…?

GIOVANNI- Alla prossima puntata. Il resto è rimasto nel libro.

Scena ottava: Giovanni,Farmacista, Podestà, Rosa.

ROSA-           (entrando. Scherzando) Oh… Eccoli i più buoni dei sette fratelli. ( guardandosi attorno) Dove’è?

GIOVANNI- Chi? Quella signora che era qui poco fa?

ROSA-           Eh…

PODESTA-   Ma chi è?

ROSA-           (rivolta al marito) Prova indovinare chi era?… La Cia del Mao.

GIOVANNI- La Cia?

ROSA-            ( con un appropriato movimento del capo - indica l’unguento)

GIOVANNI- Noooooooooo!

 

FINE ATTO PRIMO

                       

                                                                                  

S E C O N D O   A T T O

ATTO SECONDO

Scena prima: Giovanni, Farmacista e più avanti Rosa.

GIOVANNI- ( è in scena da solo che sta facendo qualche cosa)

FARMAC-    (entrando alquanto alterato) Tu non me l’hai raccontata giusta.

GIOVANNI- (preso alla sprovvista) Cosa?

FARMAC-    La faccenda del   librone.

GIOVANNI- (stupito) Non capisco… più di avertelo fatto vedere?

FARMAC-    Si, è vero che me lo hai fatto leggere… ma l’altro foglio…

GIOVANNI- (alterato) Quale altro foglio?

FARMAC-    (deciso) Io sono convito che tu hai anche l’altro foglio, e che non me lo vuoi far vedere.

GIOVANNI- (conciliante) Ma se noi siamo amici da sempre anche con Quinto; che non c’è una cosa che  uno non sappia dell’altro…

FARMAC-    (sempre teso) Qui si tratta d’ interessi; E tu mi insegni che quando ci sono degli interessi in ballo l’amicizia non c’entra..

GIOVANNI- (compatendolo) Se non ti conoscessi direi che stai vaneggiando. Secondo te perché dovrei averlo e non fartelo vedere?

FARMAC-    Li su: c’è la mappa del tesoro, che è nascosta in quella casa.

GIOVANNI- Beh… Ma cosa stai dicendo? La mappa…il tesoro…

FARMAC-    Se c’era quel contenitore, poteva esserci qualsiasi cosa.

GIOVANNI- (stupito) Questa si, che è bella.

FARMAC-    Chi è che mi dice, che là non ci siano gioielli, pietre preziose… La casa è vecchia, ma cosa dico: antica. Chissà per quante mani è passata. In una casa come quella non potevano abitare che ricchi. Visto che in quei tempi non c’erano banche-almeno qui da noi- avranno nascosto i propri beni nei muri, dietro travi… sotto un travetto… i coppi…(rimproverando) Sei andato a veder sotto i tetti?

GIOVANNI- (quasi ridendo) Si; ora vado dalla pazza e le chiedo:” Signora pazza posso venire a passeggiare nel suo sottotetto, che mentre ci sono, vedo se ci sono gioielli da dare al farmacista?”

FARMAC-    (deciso) Se sei così sicuro che non c’è niente: vendimela.

GIOVANNI- Come faccio a vendere una cosa che non è mia.

FARMAC-    Ora fai anche lo spiritoso. Lo so bene che è di tua moglie.

GIOVANNI- Se è di mia moglie; non è mia.

FARMAC-    Non dice il prete che marito e moglie sono un’anima sola? Perciò ciò che è suo è anche tuo.

GIOVANNI- Stai facendomi dei ragionamenti insensati.

FARMAC-    Tu, pur di non farmi un piacere, trovi tante scuse. Certo… lo sappiamo…tu hai sempre avuto la mania d’inventare… La cosa interessante, poi, è che hai la capacità di convincere anche.

GIOVANNI- (schernendosi) Si proprio io. Che non riesco nemmeno a convincere me stesso di essere un po’ più furbo…e curare di più i miei interessi.

FARMAC-    Non ricordi di quella volta, che avevi inventato quell’intruglio che serviva a cambiare la vita da così a così… come la storia del dottor Jechil e mister Haide, e mi hai convinto di berla per provarne il risultato? Dicevi che avremmo ammucchiato  soldi a palate. Io;stupido l’ho bevuto e mi è venuta una diarrea  che mi è continuata per una settimana.

(cambiando tono) E allora: me la vendi questa benedetta casa?

GIOVANNI- Senti: facciamo una bella cosa: io chiamo mia moglie e tu lo chiedi direttamente a lei. ( va alla porta e chiama la moglie) Tesoro, vuoi venire?

FARMAC-    Dì? Vuoi far piovere?

GIOVANNI- Perché?

FARMAC-    (scherzando e adulando) Non sapevo che in un corpo così austero albergasse un animo ‘sì nobile.( cambiando tono un po’ impaziente) Ti ha sentito?

GIOVANNI- Chi?

FARMAC-    Come chi? Tua moglie!

GIOVANNI- Ora te la chiamo di nuovo: amore…

FARMAC-    Eh, continui eh?

ROSA-           (entra alterata) E’ mai possibile che ogni qual volta sono occupata in qualche cosa tu mi debba chiamare? (sentenziando) Vuoi uomini:” Voglio-posso-comando.” E noi donne, sciocche, corriamo perché non vi facciate prendere dal nervoso. (rivolta al farmacista) Tu l’hai pensata giusta a non sposarti.

Almeno non metti in croce nessuno.

FARMAC-    (ride)

GIOVANNI- (guardando il farmacista) Ridi… ridi tu…

ROSA-           (al marito) E allora…? Ora che sono qui?

GIOVANNI- Lo speziale diceva che… (rivolto al farmacista) Non fai prima se glielo chiedi tu?

ROSA-           Cosa?

FARMAC-    (cercando di essere convincente) Ho sempre avuto il pallino delle case antiche, e quindi, pensavo:che se tu mi vendessi la casa del “buco” Io potrei restaurarla. Creare un bel giardino attorno…farla rivivere, insomma.

ROSA-           Bene. Così la gente dirà: “ Vedi: debbono vendere per tirare avanti.”

GIOVANNI- Beh… cosa dici?

FARMAC-    Non è necessario che quei soldi tu li tenga in tasca. Puoi comprare qualche altra cosa.

ROSA-           (rivolta a Giovanni) Tu cosa dici?

GIOVANNI- Non guardare me. Non voglio che un domani tu me lo rinfacci. Che ci sia da spenderne per tenerla un po’ in ordine… quello è vero.

FARMAC-    (rivolto a Rosa) Non fai altro che dire che vorresti una casa al mare… magari a Forte dei Marmi… che ora va di moda… magari potreste addirittura andarvi ad abitare, visto che l’aria là e migliore…

ROSA-           (con tono poetico) E lasciare il mio paese… Lasciare la mia piazza grande come il suo cuore… Il Duomo vanitoso come la sua gente… L’odore del Po… con i suoi tramonti…tanto cari al nostro comune amico Gianfranco Meneghetti  che ogni sera con la sua macchina fotografica ri riprendeva..Lo scricchiolare del nostro ponte in legno che quando lo percorri sembra che dica:” Vai: ma torna presto”… Gli scrosci impolverati della sua Primavera… il suo bel sole che in estate martella il capo…Mi viene la pelle d’oca solo a pensarci.  ( pausa lunga. Cambiando tono ed assumendo quello di affarista) E quanto me lo pagheresti?

FARAMC-    Qui viene la parte antipatica; perché quando si frappone l’amicizia… stabilire un prezzo… (deciso) Guarda: io non voglio essere maledetto ne benedetto… Io direi che diciotto o venti, dovrebbero essere una cosa giusta.

ROSA-           Se facciamo venticinque te la do.

FARMAC-    (scherzando) Per via che si è in imbarazzo stabilire dei prezzi… Senti: vanno bene ventitre?

ROSA-           Non stiamo a discutere. Facciamo ventiquattro e l’affare è concluso.

FARMAC-    (soddisfatto)  Non ero sicuro… ma a scanso di equivoci, ho preparato il contratto. C’è sola da mettere la cifra. Naturalmente a corpo. Cioè: così come sta.

ROSA-           Fammi vedere il contratto? (lo pende. Lo guarda) Va bene… va bene. Domani passiamo dal notaio per il rogito.

FARMAC-    Domani no. Mi manca il tempo. Facciamo Giovedì mattina?

ROSA-           Per me; tutti i giorni van bene. (rivolta al marito) Eh, Giovanni? Bene. Una stretta di mano e l’affare è fatto.

FARMAC-    (contento) Bene. Ora posso andare. (scherzando) Guarda che l’affare l’hai fatto tu…

GIOVANNI- Va là… va là. Che con te non v’è molto da rosicchiare; caro il mio spezziale.

FARMAC-    (ridendo esce)

ROSA-           Aspetta che ti accompagno.(esce)

Scena seconda: Giovanni.

GIOVANNI- (sbadiglia cantando) Va là che Balallo è un bel tipo. ( sbadiglia ancora) A forza di seguire i suoi discorsi mi ha fatto venir sonno. E dico. E mattina… (continua a sbadigliare. Intanto prende uno sgabello e portatolo vicino al lettino ci si siede sopra, appoggia i gomiti sul lettino, si gratta un po’ la testa, si liscia gli occhi, alza bene le palpebre in modo che il pubblico veda bene gli occhi, poi a poco a poco abbassa le palpebre per addormentarsi)

( le luci si abbassano seguendo l’abbassarsi delle palpebre di Giovanni in modo da spegnersi con il chiudersi dei suoi occhi. Durante il buio si porterà in scena la sedia da dentista attrezzata per trapanare i denti ai clienti in modo onirico- naturalmente irreale cioè comico.Si metterà davanti al lettino il paravento in tela in modo da coprire la sagoma – manichino- di Giovanni che si vedrà, per mezzo di un faro, proiettata sulla tela del paravento – ombra cinese-

Si alzano le luci. Perché la scena rappresenta il sogno, le luci colorate varieranno continuamente per un poco, poi smetteranno per non dar fastidio al pubblico. Si può pensare anche ad un proiettore che proietti una immagine mobile si una nube)

SOGNO

(fuori scena, precedentemente registrato, il seguente dialogo fra Vanni e Rosa)

ROSA-           Vanni. Dov’è mio marito?

VANNI-         E’ in ambulatorio che dorme.

ROSA-           Come:? dorme?

VANNI-         Dorme. Perché i dottori non possono dormire anche loro?

ROSA-           Si…si. Ma aveva altro posto? Se aveva sonno poteva stendersi sul canapè…

VANNI-         Farà come le bestie. Dove si trovano: la fanno.

ROSA-           (con rimprovero) Beh?!

VANNI-         E’ il primo pensiero che mi è venuto. (cantando) “ Il primo pensiero d’amore, sei tu…La prima donna del cuore sei tu, sei tu… sei tu. E quella che voglio sposare sei tu…sei tu.

ROSA-           A proposito d’amore: come va con Caterina? E’ in po’ che non mi racconti…

VANNI-         Se continua così, quella ragazza non mi avrà. –perdirindina-  La pianto.

ROSA-           Perché?

VANNI-         Ho già chiesto la sua mano a suo zio…

ROSA-           E perché non a suo padre?

VANNI-         Perché sembra che suo padre abbia delle storie.

ROSA-           Mah… Non mi sembra una cosa giusta. E cosa ti ha risposto suo zio?

VANNI-         Mi ha chiesto se volevo la destra o la sinistra –orsu-

ROSA-           (ride),

VANNI-         E poi; non ho piacere che tutte le sere la Caterina esca con il suo principale. Da quando l’ho conosciuta, con me, non è uscita una  volta.

ROSA-           Questa è bella.

Scena terza: Tonio, Vanni, poi Giovanni.

( intanto sul palcoscenico si svolge la seguente scena)

(Tonio è seduto sulla poltrona del dentista. Ha un gran man di denti. Vorrebbe togliersi il fazzoletto che si è legato da sotto il mento sulla testa. Non ci riesce. Vanni lo aiuta, ma non ce la fa, perché il nodo è troppo stretto. (fino a che Tonio avrà il fazzoletto, parlerà a denti stretti)

TONIO-         Dio… che mal di denti…

VANNI-         Aspetta che mentre io ti stringo il mento, tu guardi se riesci a sciogliere il nodo.

TONIO-         Fa un po’ piano a schiacciare… e poi… smettila di calcare sulla ganascia. Non vedi che è gonfia?

VANNI-         Guarda che non sei un signore da avere tutte queste balle.

TONIO-         Non fai prima sfilarlo?

VANNI-         Proviamo. Conto fino a tre.  Al tre schiaccio il mento, e tu ti togli in fazzoletto.

TONIO-         Fai piano.

VANNI-         Uno…due…due  e un quarto… due e mezzo… due e tre quarti…

TONIO-         Cosa c’ impieghi ad arrivare al tre?

VANNI-         Facevo così per creare un po’ di patos.

TONIO-         (esplode) Che ti venga un colpo sottopancia… Con il mal di denti che ho…

VANNI-         (schiaccia il mento, tenendo una mano sulla testa, in modo da far forza. Finalmente ci riescono)

TONIO-         (liberato) Sai che sudo?

VANNI-         Apri la bocca?

TONIO-         Mi si è inchiavardata.

VANNI-         Non dovremo fare l’operazione alla rovescio ora, eh?

TONIO-         (apre la bocca)

VANNI-         Oh, ma che brutto vedere… Ma questo è l’antro della Sibilla.

TONIO-         Eh?

VANNI-         Ma chi ha buttato dentro del letame? (prende lo specchietto ed il sondino ed inizia l’indagine dentaria)

TONIO-         ( a bocca aperta) Hai visto il dente che mi fa male?

VANNI-         Se parli a bocca aperta non capisco.

TONIO-         (chiude la bocca) Se non mi togli dalla bocca tutti quei ferri lì; come faccio a parlare?

VANNI-         Che cosa dicevi?

TONIO-         Dicevo:” Hai visto il dente che mi fa male?”

VANNI-         (professionale) Le facce interne del premolare e molare destro inferiore, presentano una carie all’altezza del colletto. La gengiva si è anche un po’ ritratta.

TONIO-         E allora?

VANNI-         C’è da fare una buona bonifica con il trapano.

TONIO-         E mi fai male?

VANNI-         Visto che i denti sono vicino alle orecchie, sentirai qualche cosa… Tu te le tappi…

TONIO-         (ingenuamente si mette le dita nelle orecchie)

VANNI-         (con un martelletto batte sui denti)  Credo proprio che siano questi. Ti fa male?

TONIO-         (sussulta dal dolore. Toglie le dita dalle orecchie) Cosa dici?

VANNI-         Dicevo che dovrebbero essere proprio quelli… to ho fatto male?

TONIO-         Mi sembrava di sentire il batacchio contro il campanone.

VANNI-         E allora?

TONIO-         Se c’è da farlo: facciamolo. Ma a casa con il mal di denti non ci vado.

VANNI-         (si prepara a lavorare di trapano. Sarà un trapano a pedale)

TONIO-         (naturalmente vede le stelle e recita a soggetto.)

VANNI-         (fa il suo lavoro cantando e fischiettando. Ha l’alito tremendamente cattivo) Non riesco a fare due cose in una volta. Mentre io trapano tu pedala. Ti fa male?

TONIO-         Facciamo una bella  cosa: se tu mi fai male… io ti rifilo un calcio in un ginocchio… che ti faccio vedere le stelle.

VANNI-         Qui  per fare un buon lavoro… c’è da fare un po di bonifica attorno. ( a soggetto gli toglie diversi denti che mette sul tavolino.

GIOVANNI- (siamo sempre nel sogno. Perciò entra dalla parte che non sia da dietro il paravento. Naturalmente, durante il sogno, come già descritto, durante il sogno, al di là del paravento, il pubblico vedrà, in controluce, la siluette del medico che dorme) (preoccupato) Cosa stai facendo?

VANNI-         Sto aggiustandogli la bocca.

GIOVANNI- (indicando i denti sul tavolino) E tutti quei denti?

VANNI-         (indifferente) Non facevo bene a lavorare attorno al dente buco, quindi o tolto gli altri – perciò-

GIOVANNI- Ma sei pazzo? Ma non sai che se questo mi denuncia, io vado nelle grane che non puoi immaginare…

VANNI-         E allora?

GIOVANNI- E allora… allora… (uno alla volta mette tutti i denti a posto, servendosi del martello e punteruolo. Rivolto a Tonio) Non star a preoccuparti. Questi non li paghi. Ecco fatto.

TONIO-         ( si alza. Prova i denti. Soddisfatto se ne va.) 

VANNI-         ( pur recitando da maschio, sarà vestito con un grembiulino ed una cresta da cameriera)

( Tonio esce di scena; magari in ginocchio come se fosse un cane)

( Vanni mette  a posto i ferri e poi esce)

Scena quarta: Farmacista,Rosa, Giovanni.

FARMAC-    (entra cercando qualche cosa)

GIOVANNI- (serio) Si può sapere cosa vuoi ancora?

FARMAC-    (inquieto) Ho preso la casa del “buco” così com’era, compreso il barattolo. Dov’è? Me lo fai vedere?

ROSA-           (entra)

GIOVANNI- (rivolto a Rosa) Hai capito? Ha fatto il giro dell’oca per avere l’unguento che c’era dentro.  Mi sembrava…

FARMAC-    No…no. L’unto lo puoi anche tenere…basta il flacone.

ROSA-           (rivolta  a Giovanni) Lo prendi tu?

GIOVANNI- Va bene. ( va a prendere il flacone che, visto che siamo nel sogno è un grosso paiolo)

ROSA-           (nel frattempo) Su, che firmiamo entrambi. Hai fatto due copie?

FARMAC-    Ho fatto ancor meglio. Ti ho anche portati soldi. “ I conti precisi fanno l’amicizia lunga.

(Firmano e Rosa riceve i soldi)

GIOVANNI- (entrando con il paiolo)  Spero che abbiate fatto un affare tutti e due. (pensoso) Certo che in quel posto lì, con tutta quell’area che c’è, si sarebbe potuto costruire un bell’ospedale nuovo, e se proprio, una bella clinica. (immaginandola) Te l’ immagini con il suo bel parco attorno, con tante piante. Quanto ossigeno potrebbero respirare gli ammalati.

FARMAC-    Se tu fossi più furbo, è una cosa che si potrebbe fare… se tu cambiassi il modo di pensare. Non puoi continuare a curare gli ammalati con le medicine preparate da te. Saranno anche buone; ma rendono poco. Ora ci vogliono delle specialità con le quali si guadagna di più.

V A R I A N T E ( o tutte due le scene)

.

Scena quarta: Rosa, Giovanni,Farmacista, il Profumo

ROSA-           (avvicinandosi al calderone) E ora tutto questo unto dove lo metto? (alza un po’ il coperchio. Esce una musica. Ricopre immediatamente. Riprova. Esce una musica più a lungo. Ricopre. )

(attenzione di tutti)

GIOVANNI- (concentrato) Avete sentito quello che ho sentito io?

ROSA-           (c.s.) Ma che odore è?

GIOVANNI- (c.s.) Mi sembra di averlo già sentito.

FARMAC-    (c.s.) Anch’io.

ROSA-           E’ possibile che dopo tutti questi anni…

FARMAC-    Ma non è un odore…

GIOVANNI- E’ un profumo.

ROSA-           Delicato anche. Non sarà mica pericoloso è?

FARMAC-    (sicuro) Non facciamoci suggestionare, ora.

GIOVANNI- Se puzzasse di zolfo sarebbe diabolico.

ROSA-           (rimproverandolo) Secondo te? È questo il momento di fare lo spiritoso?

FARMAC-    L’unto è stato fatto per cose buone… L’ha usato fra Geltrude… non per il male… perciò… (rivolto a Rosa) Rosa togli il coperchio.

ROSA-           (un po’ sprezzando)  Eccoli qui gli eroi… Dovrei essere io a scoprire il pentolone? Fatelo voi.

GIOVANNI- Non facciamo ridere. Lo scopro io! (toglie il coperchio. Insieme alla musica esce…)

PROFUMO-  ( una danzatrice che balla il pezzo. Potrebbe essere il Bolero ridotto, o Carmine burana o altro pezzo che ricordi il profumo. La danzatrice rientra nel pentolone. Il pentolone, avendo mancante la parte posteriore, potrà far uscire la ballerina. Naturalmente esso dovrà essere avvicinato ad una parete avente un pertugio, attraverso il quale la ballerina è anche entrata in anticipo.

(tutti gli attori rimangono allibiti)

Scena quinta: Rosa, Giovanni, Farmacista, Podestà.

( dal pentolone, improvvisamente esce il podestà, vestito da balilla)

PODESTA-   (spaventando tutti. Imperativo)  Cosa si sta tramando qui!? Attorno a questo calderone? che mi sembrate le strie del Macbeth? State facendo  delle alchimie  a danno del Partito Nazionale Fascista? Ah… bene…bene. Cosa vedo? Quello stagnatone è di rame. La Patria ha bisogno di rame e loro lo nascondono. (marziale) Nell’ora della riscossa, quando i sacri lidi debbono assurgere ai fasti della più bella romanità; loro cosa fanno? Ma niente… una roba da ridere: nascondono il rame. Lo sapete che con il rame si fa il bronzo; con il bronzo si fanno i cannoni; con i cannoni si fa la guerra; e con la guerra si conquisa un posto al sole? E si mettono le fondamenta dell’Impero, su un granitico suol?

ROSA-           (ingenua) Perché:   è necessario?

PODESTA-   (con entusiasmo) Non sentite nei vostri cuori i palpiti della gloria di Roma? Voi vorreste che Roma fosse qui, per vedere all’alba, nel sole che sorge: LUI?

ROSA-           Perché non la lasciamo là? Che sta bene dov’è?

GIOVANNI- (rivolto al podestà con sconforto) Dio quando fai così…

FARMAC-    Lascia che si sfoghi.

PODESTA-   (c.s.) Come potete strisciare sulla terra come lombrichi, quando come aquile romane potreste svolazzare sui cieli d’Europa?

GIOVANNI- (rivolto al podestà) Non sarebbe meglio che abbassassi le ali? Che se viene un colpo d’aria giusto ti porta via?

PODESTA-   (calmandosi) Quando sono in veste ufficiale voglio rispetto. In fin dei conti sono Podestà.

GIOVANNI- Sei venuto come podestà o come cosa?

PODESTA-   Sono venuto come amico.

FARMAC-    E come mai…?

PODESTA-   (con tenerezza) Avevo voglia di vedervi.

ROSA-           (rivolta al podestà) Vedo che pian piano vieni sulla tua.

GIOVANNI- (rivolto al podestà) Capiti a proposito. Abbiamo appena concluso un affare.. La Rosa ha venduto il parolone e tutto il resto allo speziale.

PODESTA-   (curioso) Ah…si?

GIOVANNI- Anzi, ora, facciamo un bel brindisi. ( prende dall’armadietto delle medicine un liquore con tre bicchieri e mentre si svolge la scena serve. Distribuisce i bicchieri e con il gesto chiede alla moglie se ne vuole. A gesti, Rosa risponde negativamente perché le girerebbe la testa)

PODESTA-   (sopra pensiero) Tutti…dici?

GIOVANNI- Balallo può costruire la sua villa… e chissà che diventi il suo nido d’amore…

ROSA-           … E chissà che io possa conquistare il mio “ posto al sole”.

PODESTA-   (subdolo) Nascondere il rame al giorno d’oggi è reato.

FARMAC-    Un reato?… Non ti sembra di esagerare?

PODESTA-   Se proprio non un reato è una cosa contro la legge… contro la morale attuale… senz’altro. (cercando una soluzione) Per sistemare la faccenda del parolone una qualche scusa bisognerà ben trovarla…

FARMAC-    (conciliante) Si tratta di chiudere un occhio.

PODESTA-   Quanti occhi ho io?

GIOVANNI- (scherzando) Dobbiamo andare a memoria o dobbiamo contarli?

PODESTA-   (serio) Sono due. Uno per il partito e l’altro per me. Li posso chiudere entrambi… ma…

ROSA-           Ma?…cosa?

PODESTA-   (alludendo ad un aiuto) Ho una famiglia di povera gente con dei figli… senza un tetto….

GIOVANNI- (dispiaciuto) Ah…si?

PODESTA-   Eh…si.

FARMAC-    (chiedendo) Metti che un occhio sia chiuso… e l’altro?

PODESTA-   Per stare a galla non si può solo nuotare. Alla lunga occorre il salvagente; ed il salvagente costa. Quel pover’uomo che deve fare i salti per stare a galla… deve comprarselo con i soldi che non ha?

ROSA-           (come se lo dicesse al podestà) “qui lo dico e qui lo nego”

FARMAC-    (che ha capito che dovrebbe sovvenzionare, con il gesto dice al podestà che non ha i mezzi per poterlo fare. Quindi…)

PODESTA-   (deciso) Eh…si! Il rame va consegnato alla patria! Per la mia posizione, per i miei ideali, non posso far finta di niente: perciò il parolone va requisito!

FARMAC-    Quando è così sciogliamo il contratto.

ROSA-           (rivolta al farmacista) Eh…no!  Il contratto è stipulato. Cosa fatta capo ha. Il parolone è tuo.Viene requisito in mano tua.

FARMAC-    (rivolto a Rosa) Ma come? Che discorsi sono questi? Ti sembra che il secchione sia in casa mia? Fino a prova contraria la consegna non è ancora stata fatta.

GIOVANNI- (parteggiando per la moglie) Beh; non è che voglia mettere della zizzania: ma sarebbe come se uno comprasse una casa e non è sua perché non se l’è portata via.

PODESTA-   L’esempio non fa una grinza.

FARMAC-    (guardando il podestà con disapprovazione) Non mi sembra che il rogito sia stato fatto…

ROSA-           (ironica) Per quello non c’è nessuna premura perché i soldi me li hai già dati. Il rogito puoi firmarlo quando vuoi. Ci mancherebbe altro che io mi rimangiassi la parola…

PODESTA-   Questa è una situazione alquanto ingarbugliata.

FARMAC-    (guardando con disappunto il podestà) E tutto perché uno si impunta sopra un pezzo di rame.

ROSA-           (conciliante) Se è che per questo… te lo paghiamo…

PODESTA-   (impuntandosi) Qui non è più il rame in discussione. Qui c’è il principio.

GIOVANNI- (guardando il podestà e rimproverandolo) Arrivare al punto di far litigare degli amici…Come se noi non sapessimo come è andata a finire la faccenda della strada. E’ il colmo: permettere di costruire una casa in mezzo alla strada e non dir nulla. Come se fosse una cosa giusta…

FARMAC-    E l’appalto del DopoLavoro? Tanti preventivi e poi si sapeva già a chi sarebbe stato dato il lavoro.

ROSA-           E la casa al mare dell’Opera Nazionale Fascista, per i dipendenti del regime…

PODESTA-   (imperativo) Qui si vuol ledere l’integrità di una persona. Con insinuazioni subdole si vuole demolire le fondamenta di una costruzione granitica. (tuonando) Questa è una CALUNNIA!!!!

 (Buio in scena. Un faro illumina lo stipite di una porta. Appare una gamba velata con giarrettiera. A poco a poco uscirà la CALUNNIA (il personaggio è Pericle): calze di seta, scarpe con tacchetti, minigonna, cappello e bavero alla don Basilio)

LA CALUNNIA- (registrato) la calunnia è un venticello,/ un’auretta assai gentile che insensibile, sottovoce,sibilando va scoprendo, va ronzando /nelle orecchie della gente/ s’introduce destramente, e le teste e i cervelli/ fa stordire fa fa confiar/ Dalla bocca fuori uscendo/ lo schiamazzo va crescendo,/ prende forza poco a poco,/ vola già di loco in loco:/sembra il tuono la tempesta/ che nel sen della foresta/ va fischiando, brontolando/ e ti fa di orror gelar./ Alla fine trabocca e scoppia,/ si propaga, si raddoppia/ e produce un’esplosione/ come un colpo di cannone/ un terremoto, un temporale/ un tumulto generale/ che fa l’aria rombar./ E il meschino calunniato,/ avilito,calpestato,/ sotto il pubblico flagello/ per gran sorto ha da crepar./

( Il gesto è a soggetto, comunque molto mosso. Dopo di che scompare come se la scena non fosse avvenuta)

PODESTA-   (triste, rivolto a se stesso. Molto lentamente) Se i tuoi amici hanno la stima che ti hanno appena dimostrato; figurati quelli che non ti conoscono. Si sta una vita in compagnia; si passano i giorni peggiori, pensi che se c’è qualcuno che ti consce sono proprio loro… e poi… (affranto) Cosa faccio io qui? (esce)

ROSA-           (triste) Mi sembra che abbiamo esagerato.

GIOVANNI- Anch’io lo credo.

FARMAC-    (scusandosi) Però: per un pezzo di rame; non doveva comportarsi così.

GIOVANNI- Sappiamo com’ è fatto. Quando si tratta di politica… lui poi che è un idealista…

ROSA-           Però quel che ha detto…

GIOVANNI- Si sarà fatto prendere la mano… Forse ci voleva mettere alla prova…

FARMAC-    (dispiaciuto) Comunque, l’amicizia non si può cancellare per dei soldi… Io lo seguo e cerco di aggiustarla…

GIOVANNI- (seguendolo) Aspetta che vengo anch’io.

ROSA-           (sentenziando) Discutono… litigano… e poi quando escono dal seminato, e le parole volano a sproposito, uno sta peggio dell’altro… Han sempre fatto così, fin da quando si conoscono “ tu dammi indietro le mie palline che io ti restituisco le figurine” … e poi più amici di prima. (cambiando tono) Tutto per questo paiuolone. ( sopra pensiero si avvicina al calderone e con un’unghia lo scalfisce. Guarda. Gratta, gratta ancor di più)

GIOVANNI- (rientrando) Era già lontano. Lo segue  Ballalo. Cercherò di vederlo oggi.

ROSA-           (agitata) Giovanni!?

GIOVANNI- Eh?

ROSA-           Lo sai che è d’oro?

GIOVANNI- ( va a vedere. Gratta). Noooo!

Fine del sogno

FINE DEL SECONDO ATTO

T E R Z O   A T T O

ATTO TERZO

Scena prima: Rosa, Vanni, Giovanni.

(all’inizio dell’atto, ancora a sipario chiuso, si sentirà (registrato) “ un bel d’ vedremo” dalla Madama Butterfly. (durata 4 minuti) A metà del pezzo, si apre il sipario. Le luci che in sala saranno state a metà potenziometro, si spegneranno)

ROSA-           (durante il pezzo musicale, governa l’ambulatorio) Tutte le volte che ascolto questa romanza mi viene la pelle d’oca, mi viene da piangere. Quella povera ragazza lasciata da quell’infame Pincherton che l’ha fatta innamorare perché aveva una divisa bianca e parlava straniero. E noi che ci caschiamo sempre come oche.

VANNI-         (entra)

ROSA-           L’hai spenta tu la radio?

VANNI-         Si. C’è il dottore che dorme almeno che dorma in pace.

ROSA-           L’ho tenuta bassa. Come ha fatto ad addormentarsi a quest’ora, che non lo ha mai fatto…? Mah; che abbia fatto imbarazzo?

GIOVANNI- (da dietro il paravento si vede che si è svegliato e si stira) Beh: ma come ho fatto ad addormentarmi? (appare:rivolto a Gianni) Ma quando ti ho detto di darmi un’aspirina cosa mi hai dato?

VANNI-         (va a prendere il barattolo) Questa. Non è aspirina?

GIOVANNI- (legge sul barattolo) “ VALIUM” (esplodendo) Io gli chiedo, per favore, un cachet per il mal di testa e lui mi dà un tranquillante e di quelli forti per giunta.

VANNI-         (sentenziando) pastiglia bianca è una, pastiglia bianca è l’altra… Ma che sofistico che è…Ma questo è un sofismo!

ROSA-           ( guarda il marito come per dire: lo sai che di Vanni non ci si può fidare) Non potevi prendertela da solo? E si, dico… non ci vuole una gran fantasia…

GIOVANNI- (cambiando discorso) C’era qualcuno prima qui?

VANNI-         Pidren.

ROSA-           (smettendo di governare) Lì. Mi sembra che ci sia già ordine. (esce)

GIOVANNI- Cosa  voleva?

VANNI-         Aveva la tosse.

GIOVANNI- Era come quella di Tonio? Del tipo “bussa?” Potevi  chiamarmi...

VANNI-         No…no. Quella era una tosse vera e di quelle forti anche.

GIOVANNI- E allora?

VANNI-         Mi son detto:” Debbo svegliare il collega per una semplice tosse?” Non mi è sembrato il caso.

GIOVANNI- E quindi cos’hai fatto?

VANNI-         Di ricette non ne voleva perché non voleva spendere soldi in farmacia, e quindi io mi son chiesto:” Cosa faccio?” E gli ho dato un bel bicchiere di quel sciroppo là. Lo sciroppo contro la tosse è l’ideale. Va bene che la tosse va tossita- come dite voi- Ma Pietro abbaiava tanto…

GIOVANNI- (va a vedere la bottiglia) Ma questo è olio di ricino.

VANNI-         Bene. Così prima di tossire ci pensa due volte.

GIOVANNI- (ricordando il sogno, va a controllare l’ampolla, che naturalmente sarà quella piccola al posto di prima) E’ di peltro.

VANNI-         Io vado. Mi raccomando. C’è uno all’ospedale che urina tutto da una parte, c’è da farci una “rugnontobia”Se telefona Piersanti, gli dica che intanto vada avanti che poi vado io e continuo io.(esce)

GIOVANNI- (tenendogli corda) Stai tranquillo: ci penso io. (fra sé) Dove va a prenderli quei vocaboli lì?

Scena seconda: Giovanni, Rosa.

ROSA-           (entrando) E intanto che ci sei vai da Bordoni e prendimi un tubetto di SIDOL. (credeva di parlare con Vanni. Sorpresa, rivolta a Giovanni) Ma non c’era qui Vanni?

GIOVANNI- No.

ROSA-           Ma se era qui ora.

GIOVANNI- E’ appena uscito. Lascialo andare prima che ne studii un’altra più fresca.

ROSA-           Gli avevo detto che doveva andare in piazza e comperarmi una cosa… Di solito prima di uscire me lo dice…

GIOVANNI- Ho dormito per molto?

ROSA-           Mah… Avrai fatto un pisolino di mezz’ora si e no.

GIOVANNI- Pensa: ho fatto un sogno tanto lungo… e poi tanto complicato…Pensa: è andato avanti una mezza giornata, invece… E’ proprio vero che i sogni sono di un attimo.

ROSA-           (curiosa) E cos’hai sognato?

GIOVANNI- Mi son sognato che la Cia me ne ha dette per quell’unto…

ROSA-           Ho fatto male a fare quell’esperimento…

GIOVANNI- (serio) Direi. In fin della suonata non sapevi di cosa era composto quell’unguento.

ROSA-           (scusandosi) Aveva così un gran mal di testa… Non sapevo cosa darle… Tu non c’eri… Tu mi insegni che molti malanni hanno origini psicotiche.

GIOVANNI- Quello era un dolore traumatico. Le era caduto un solaio di legna in testa. (pausa) Che strano sogno. A proposito: ce l’hai proprio il pallino di volere una casa al mare…

ROSA-           Guarda che il sogno l’hai fatto tu. Comunque non ne faccio una malattia. Però, i tuoi amici cel’hanno tutti.

GIOVANNI- Lo sai molto bene che io non posso lasciare lo studio per andare in villeggiatura. I miei pazienti non me lo permettono.

ROSA-           E se tu fossi ammalato?

GIOVANNI- Questo è un altro paio di maniche. Non dipende dalla mia volontà. E quindi io  mi chiedo: visto che sai che non posso venire, vuol dire che desideri andare da sola.

ROSA-           Non dire sciocchezze; c’è sempre tua figlia.

GIOVANNI- Lo sai che i figli dopo una certa età non vogliono andare più con i genitori.

ROSA-           (insinuante) E se ci andassi da sola; che cosa ci sarebbe di male? Capirei se dovessi andare in albergo… Ma in fin della suonata casa è questa e casa sarebbe quella. (un po’ irritata) Smettiamola piuttosto.E’ meglio che vada. (esce)

GIOVANNI- ( seguendola) Ah; certo che fa un bel vedere una signora sola. Non sai che meraviglia…

ROSA-           (da fuori) Veh… “Male non fare paura non avere.”

(scena vuota)

Scena terza: Pericle.(corteggiatore della figlia. Lo stesso della Calunnia)

PERICLE-    (entra in mutande e mezze maniche. Al braccio: pantaloni, giacca, camicia, cravatta. Entra, si guarda attorno con gran calma. Si siede. Si mette in rassegnata attesa e inizia a parlare)

Io mi chiedo se questa è la maniera di trattare i clienti. Mi uccide di parole… Mi fa spogliare senza nemmeno chiedermi cosa mi sento… perché son qui…Continua a dirmi di tacere; che lui ormai si è fatto un quadro della situazione…a me, che non ho ancora aperto bocca… Mi guarda le palle degli occhi…Mi fa aprire la bocca:” Tira fuori la lingua.” mi dice. Mi mette due dita in gola, per farmi abbassare la lingua e vedere le tonsille… Mi mette due dita sotto le “cose”…schiaccia… Mi fa tossire… Mi prova il polso…conta: uno, due, tre, quattro; e non riesce nemmeno a seguire il battito… Mi fa tenere il respiro, mentre con le nocche delle dita picchia sulle ginocchia. Intanto io arrossisco come un peperone. Ad un certo punto scoppio. E lui me ne dice di tutti i colori… Mi appoggia l’orecchio sulla schiena e mi fa dire “34”. Io, ho sempre sentito dire da che mondo è mondo si deve dire “33” - si vede che ne sa più dei dottori normali-… E poi con la punta delle dita, mi da dei col pettini qui ( indica il fegato)  e mi chiede: “ Fa male?” ed io:” No.” E lui sempre più forte:” Fa male?” e io:” No.” E lui sempre più forte. Io intendevo dire che non mi faceva male di dentro, fin quando mi son venute le lagrime agli occhi ed allora gli ho detto: Fa i conti di andare di là?” Non glielo avessi mai detto.

Arrabbiato mi ha detto di accomodarmi qui. E poi senza dire ne tanto ne quanto se ne è andato. Ah,si… Cominciamo bene…

Scena Quinta: Giovanni, Pericle.

GIOVANNI- (entrando) Buon giorno.(stupito) Si vede che lei ha una gran fretta… si è già spogliato.

PERICLE-    (serio) Non è stata una mia idea. E’ stato il suo collega che mi ha fatto spogliare.

GIOVANNI- (stupito) Il mio collega…?

PERICLE-    Mi ha anche visitato. Vuole che le dica la verità? Non mi è piaciuto molto.

GIOVANNI- Mi scusi:è un giovanotto…? ( descrive Vanni)

PERICLE-    Si. Proprio lui.

GIOVANNI- ( va alla porta e chiede a Rosa, che non risponde) Vanni: non è andato in piazza?(rivolto a Pericle) Mi scusi molto: ma quello che l’ha visitato, non è un mio collega: non è medico. E’ un giovanotto che gira per casa. Ha qualche problema di psicosi. E’ una forma  leggera della sindrome di Zelig.Lui s’immedesima nella parte come se fosse un attore; ma non è pericoloso.

PERICLE-    ( fra sé) Ci mancherebbe altro che fosse pericoloso.

GIOVANNI- (cambiando tono) Mi scusi: posso esserle utile?

PERICLE-    (stupito) Oh… finalmente, c’è qualcuno che mi chiede che cosa ho.

GIOVANNI- S’ accomodi. ( va alla scrivania, prende una scheda e scrive)

PERICLE-    Grazie.

GIOVANNI- Il suo nome?

PERICLE-    (dà i suoi dati) Pericle Antinori di anni(…) di peso (…) altezza(…) professione (…) Faccio il rappresentante del PLACCATO ORO qui vicino. Disturbi: quando mi alzo da seduto, mi fanno male le ginocchia. Quando son seduto mi fa male l’osso sacro. Se mi piego mi fa male la schiena. Se piego il collo mi fa male la cervicale. Per via della testa: prendo due aspirine al giorno. Se respiro forte: tossisco. Se guardo in basso cado in avanti. Se guardo in alto cado all’indietro.

GIOVANNI- ( che ha commentato con il gesto l’elenco delle malattie) Vedo che se ne intende.

PERICLE-    Quando vado dal dottore le domande sono sempre quelle… perciò… ora, però, mi è saltato fuori un altro dolore.

GIOVANNI- (ridendo fra sé) Quindi c’è rimasto del posto.

PERICLE-    Io, dottore, ho dei gran dolori qui (indica la pancia) ma dei dolori… ma dei dolori…

GIOVANNI- Si stenda sul lettino. Vedo che ha il ventre ben gonfio ( comincia a palpare)

PERICLE-    Proprio lì. ( indica con la mano) Qui, dottore… non dove spingeva...mi fa male.

GIOVANNI- Ma il dolore quando gli viene?

PERICLE-    Sempre. Ma in special modo quando ho finito di mangiare. Mi sembra di avere nella pancia la “Rivoluzione Fascista.”

GIOVANNI- Una cosa l’ho già capita: voi non siete fascista.

PERICLE-    Mi scusi, signor dottore:non  potrebbe mettersi i guanti e la mascherina? Sa: con tutti i microbi che girano per casa…

GIOVANNI- Mi sono appena lavate le mani; e poi dico: non sto toccando sulla carne viva.

PERICLE-    (preoccupato) Lei fa presto. E le unghie? Mi faccia vedere le unghie. (controlla) Si. Sono pulite. E l’alito? …Mi sembra che non puzzi. Sa: si fa presto al giorno d’oggi andare di là per una stupidaggine.

GIOVANNI- ( un po’ scocciato) Mi scusi: ma lei è un igienista?

PERICLE-    Io con le mani non tocco niente. La maniglia della porta per esempio: l’apro con il gomito, d’inverno. D’estate con le ginocchia. Non c’è dubbio che io dia la mano a qualcuno. Ci mancherebbe altro… per essere infettato.

GIOVANNI- (mentre palpa) Qui, credo, che abbiamo una bella colite.

PERICLE-    E’ una cosa grave?

GIOVANNI- Lei ha disturbi di meteorismo?

PERICLE-    (ignaro) Io direi di: no. Però: che malattia è?

GIOVANNI- Fa i venti? ( fa il gesto)

PERICLE-    Dottore: Io sono sempre in Aprile. ( cambiando tono. Indagando) Questa casa è sua?

GIOVANNI- Si. (continuando con le sue domande) Lei della carne non ne mangia molto, vero?

PERICLE-    ( con disprezzo) Si…?! Mangio della carne io… con tutta quella cadaverina che ha dentro. ( cambiando tono) E quante camere ha la casa?

GIOVANNI- Ventidue.

PERICLE-    Ventidue con i bassi servizi?

GIOVANNI- Il rustico è a parte. (c.s.) Lei cosa mangia di solito?

PERICLE-    Faccio presto a dirglielo: carote, broccoli, verze quando ci sono, e del grand’aglio. (c.s.) Il giardino è sotto la casa?

GIOVANNI- Si. (c.s.) Per l’aglio fa a meno di dirmelo.

PERICLE-    Cosa c’è di meglio dell’aglio per disinfettare le budella? (c.s.) Non vi sono ipoteche sulla casa. eh?

GIOVANNI- No. Ci mancherebbe altro… (c.s.) Per forza: con questi disturbi è una questione di dieta.

PERICLE-    Anche lei ha questi disturbi?

GIOVANNI- Perché?

PERICLE-    Ha detto: “ Abbiamo…”

GIOVANNI- E’ un modo di dire. Io sto bene, ringraziando Iddio.

PERICLE-    E sua moglie?

GIOVANNI- Anche lei.

PERICLE-    (deluso) Pazienza. (c.s.) E della terra ne ha?

GIOVANNI- Una ventina di pertiche. (c.s.) Qui dobbiamo cambiare l’alimentazione. Se vogliamo metterci a posto.

PERICLE-    Venti pertiche? ( facendo i conti) Sono un po’ di più di 7 biolche. ( deluso) Non c’è tanto da stare allegri. Li coltiva lei?

GIOVANNI- C’è il  mezzadro. (c.s.) Qui dobbiamo mangiare un po’ di carne, un po’ di latticini… e pesce.

PERICLE-    …E titoli di stato?

GIOVANNI- Eh…con i tempi che corrono… (c.s.) Più che di medicine abbiamo bisogno di una dieta bilanciata.

PERICLE-    (deluso) Non si può dire che è un bel signorino.

GIOVANNI- (curioso) Ma, mi scusi: perché mi fa tutte queste domande?

PERICLE-    (indifferente) Facevo tanto per parlare. E poi è sempre meglio sapere a cosa si va incontro.

GIOVANNI- ( giudicando) Che discorsi sono poi questi?

Scena quinta: Giovanni, Pericle, Anita.

ANITA-         (entra decisa) Papà!

GIOVANNI- (rimproverando) E’ questa la maniera di entrare in ambulatorio quando vi sono pazienti?

ANITA-         Scusami. Pensavo che tu fossi solo.

PERICLE-    (sdraiato sul lettino, si alza e vede Anita)

ANITA-         (basita) PERICLE! (svenevole) Il cuor mi manca… le membra cedono… il rossore al viso sale.

PERICLE-    (falso) Fior gentil del mio giardin: il prediletto.

GIOVANNI- (basito) Cosa? ( si riprende) E questo bell’imbusto sarebbe:::? Io credevo… speravo… e, invece… (rivolto alla figlia) E tu ti sei inam… (rivolto a Pericle) Ora capisco tutte le domande che mi faceva; che sembrava non avessero ne capo ne coda… Adesso capisco.

ANITA-         (melodrammatica) Papà! Attenua il furor tuo grave.

PERICLE-    (come un’eco) Attenui.

GIOVANNI- (nervosamente interrogante) L’attenui? (esplodendo) Se non esci subito da qui… altro che “attenui” Ti faccio venire una testa da sembrare una pancia di una vecchia.

PERICLE-    (scappando) L’attenuiii.

GIOVANNI- (ricordando) “ fior gentil del mio giardino…” Ma se non vi è seminato altro che aglio; che ha la bocca  peggio del letamaio della Cia del Mao.

ANITA-         (sempre svanita) Quando conto i rintocchi che dicon l’ora: penso a lui. Quando il radioso giorno cede all’orrida notte:penso a lui. Quando odoro i leggiadri fior: penso a lui. Ahimè. L’amor mi tace, ed il cuor non avrà pace. (esce alla Francesca Bertini)

GIOVANNI- E poi ha la colite!

Scena sesta: Giovanni, Rosa

ROSA            ( entrando preoccupata) Cos’è accaduto?

GIOVANNI  Non puoi nemmeno immaginarlo-

ROSA            E tua figlia: che cos’ha? che sembra ritornata dalla funzione del venerdì Santo?

GIOVANNI  ( chiedendosi) Eppure più ci penso …e più mi sembra che quello sia un viso che ho già visto. Se è vero che i sogni fanno rivivere attimi che da sveglio ti han colpito… quella faccia lì da qualche parte l’ho già vista.

ROSA            Cosa stai dicendo?

GIOVANNI  Quando mi son sognato che ad un certo punto salta in scena la “ calunnia” quel tale aveva quella faccia lì.

ROSA            Ma che “ calunnia”?

GIOVANNI  Prima non mi sono appisolato? Bene! mi sono sognato quello lì.

ROSA            Chi?

GIOVANNI  ogni tanto dalla finestra non vedi un tale che gioca a rimpiattino dietro l’angolo della casa di fronte? Bene, quello lì è colui che ho sognato. Ecco perché mi è rimasto in memoria.

ROSA            Tu te la fai e te la dici…  Ma io non ho ancora capito niente.

GIOVANNI  Quello dell’angolo è quel tale che ho sognato.  Quello lì  fa la corte a tua figlia.

ROSA            Noo…

GIOVANNI  Ora capisco perché mi è rimasto impresso nella mente. Praticamente è uno del mestiere. Io curo le malattie e lui ce le ha tutte addosso. Per un verso o per l’altro siamo entrambi addetti ai lavori.

Scena Settima: Giovanni, Rosa, Podestà.

ROSA-           Mi sembra di aver sentito entrare qualcuno.

GIOVANNI- (va a vedere) Oh; ma guarda chi c’è.

PODESTA-   (entra. Rivolto a Rosa) Ciao Rosa.

ROSA-           Ciao Quinto.

GIOVANNI- E allora; hai già finito la raccolta del rame?

PODESTA-   Ci mancherebbe altro che non l’ avessimo già finito…Avrei già perso la carica da un pezzo. Ora ci sarà quella dell’oro, e mi sa tanto che sarà una bella gatta da pelare.

ROSA-           Ma è proprio vero?

PODESTA-   E’ tanto che ci girano attorno nelle alte sfere… Dì; al fabbricone stanno già facendo le fedi di ferro.

GIOVANNI- E’ proprio vero il detto che dice:”Quando tuona non manca altro che piova.”

ROSA-           Vedrai che se la reclamizzano bene verrà di moda portare le fedi di ferro. Le signore se ne faranno un vanto, perché tanto la gente lo sa che il loro oro vero “ Ha preso la strada dell’esilio e non quella del disonore.” La povera gente,invece, visto che ha solo quella; si vergognerà.

PODESTA-   (cambiando discorso) Ero venuto per…

ROSA-           (presa come per scusa per uscire) Qui, secondo me, inizia una storia lunga. (esce)

Scena ottava: Giovanni, Podestà.

GIOVANNI- Mi sbaglio; ho sei giù di corda?

PODESTA-   per dire la verità: si. Devo sbrogliare un problema, e non so come fare.

GIOVANNI- Qual è?

PODESTA-   Debbo sistemare il Ricovero; dei soldi ne occorrono molti, e l’Amministrazione non ne ha.

GIOVANNI- E allora: come pensi di fare.

PODESTA-   (preoccupato) E allora… allora… Spero in un miracolo.

GIOVANNI- (intuendo) E qui salta fuori l’unto miracoloso.

PODESTA-   Non è per il Ricovero… E’ per tutto il resto. Io avrei pensato di ungere la testa di tutta la gente; di fare una specie di cresima generale… una profilassi…una vaccinazione universale.

GIOVANNI- (preoccupato) Oddio! E speri di farlo con quel poco unto che c’è in quel flacone?

PODESTA-   (convincendo) Perché no? Per esempio: ai bambini ed ai ragazzi fino ad una certa età, si può fare a meno di fargliela; perché la mancanza di malizia cel’hanno già dalla loro età. Le madri; se sono riuscite a tirar avanti la famiglia: dimostrano di aver anche loro saggezza. Ci sarà qualche donna che fa le corna al marito…A quelle daremo una bella spalmata. Perciò il cerchio si restringe.

GIOVANNI- (cercando di portare l’amico, disperato, alla realtà) Dì? Ascoltami. Sai che siamo nel ventesimo secolo? Che il tempo delle favole è finito?

PODESTA-   (disperato) A volte mi fai inquietare. Non fanno altro che parlare di “occulto”    Che gli scienziati certe cose non riescono a spiegare… Perché; quell’unto non dovrebbe essere miracoloso. In fin dei conti son più di cinquecento anni che la Madonna della Fontana fa miracoli con la sua acqua. Metti che in quest’intruglio vi sia di quell’acqua; anzi dovrebbe essere meglio dato che è rimasta cinque secoli a stagionare.

GIOVANNI- (deluso) Non ti accorgi che stai arrampicandoti sugli specchi?

PODESTA-   (illudendosi e sognando) Pensa se tutta la gente fosse saggia. Le persone sarebbero buone. Si aiuterebbero l’una con l’altra. Non ci sarebbe l’invidia, la prepotenza.

GIOVANNI- Il “Fascio”

PODESTA-   (guarda l’amico con occhio critico, poi lascia correre) Magari neanche quello; visto che non ci sarebbe bisogno di partiti.

GIOVANNI- E tu pensi che sia sufficiente ungere la testa all’uomo perché diventi saggio?

PODESTA-   Magari è questione di suggestione. Uno dice:” Mi hanno cresimato; perciò son saggio.” E cosa fa un saggio? Fa cose buone. Rispetta gli altri. Fa in modo che la giustizia sia in mezzo, e non da una sola parte.  E tutto il resto…

GIOVANNI- Si vede proprio che sei disperato.

PODESTA-   (affranto) Hai ragione. Perché è così difficile fare il proprio dovere?

GIOVANNI- E’ proprio vero che se ad un annegato lanci un sasso si aggrappa anche a quello.

Scena nona: Giovanni, Podestà, Farmacista.

(bussano)

GIOVANNI- (sente bussare. Va ad aprire) Se sei tu.

PODESTA-   Sembra, quasi, che ci siamo dati l’appuntamento.

FARMAC-    (entrando) Mi pareva di aver sentito le vostre voci, perciò, ho bussato.

GIOVANNI- (guardando l’amico) Hai una gran smania. Come mai?

FARMAC-    E’ che: mi hai messo un tarlo in testa per la faccenda di Tonio…

PODESTA-   Si vede che fa successo veramente, a livello psicologico.

GIOVANNI- Io direi a livello fantastico. Si. Perché mi sembra: che qui si lavori di fantasia.

FARMAC-    Comunque se siamo furbi; questo è il sistema per far su  soldi.

GIOVANNI- (sentenziando) Uno a carattere sociale e l’altro a scopo economico. Mi sa’ che voialtri vogliate pelare l’oca ancor prima d’ averla.

FARMAC-    Che discorsi fai?

GIOVANNI- Ammesso e non concesso che quest’unto abbia tutte quelle virtù; Cosa potete fare con un barattolino di roba?

FARMAC-    (convincente) Per ora è un barattolino.

GIOVANNI- Il Podestà vorrebbe pitturare la fronte  a tutta  la popolazione; che a pensarci bene: basterebbe ungere la fronte a voialtri amministratori… saremmo già a buon punto.

FARMAC-    (curioso) Perché? Cos’ avevate pensato di fare?

PODESTA-   Lascia perdere. Piuttosto vai avanti.

FARMAC-    Il primo problema è: di cosa è composto?

GIOVANNI- E ti sembra poco?

FARMAC-    Allora: io avrei due soluzioni. Prima: analizzarlo bene e vedere cosa c’è dentro. Secondo: sperare che sul librone della  Cia, ci sia di cosa è composto.

GIOVANNI- Io; però; vi prego di una cosa.

PODESTA-   Cosa?

GIOVANNI- Di non dire in giro di questa cosa. E in special modo: dei discorsi che stiamo facendo.

PODESTA-   Perché?

GIOVANNI- (criticando) Perché ci faremmo deridere. E non mi sembra, che nella nostra posizione, ce lo possiamo permettere. Perché: (rivolto al farmacista) bene o male noi siamo scienziati. E tu: (rivolto al Podestà) faresti la figura dell’”acchiappa farfalle.”

FARMAC-    (ironico) Sei medico; ma mi sa’ che all’università in psicologia non abbia presa la sufficienza.

GIOVANNI- Si. Tu, ora, tiri in ballo la psicologia.

FARMAC-    Ma guardati attorno. Non è forse vero che tutti gli anni salta fuori qualche cosa di miracoloso?

GIOVANNI- (controbattendo) Si. Che l’anno dopo, nessuno si ricorda.

FARMAC-    Non vuol dire niente. La gente ha bisogno di illusioni. La gente non sopporta il dolore, i dispiaceri, le preoccupazioni. E se trova qualcuno che gliele toglie, si avvinghiano come l’edera.

GIOVANNI- … Anche perché è pigra.

PODESTA-   E’ si. E anche questo è vero.

FARMAC-    Guarda  i maghi, quante fregature danno…

PODESTA-   La stessa religione non ha lo scopo di far superare i disagi della vita? Non ti dice, forse, che se stai male qui, di là ti troverai  meglio?

( si sente parlare in anticamera)

GIOVANNI- (rivolto agli amici) Se c’è qualche cliente, andate di là.

PODESTA-   Andiamocene a casa. Ci vedremo domani.

GIOVANNI- (pregandoli) Siete appena venuti… Cerco di sbrigarmi presto.

FARMAC-    Se non sono clienti credo di sapere chi sono.

GIOVANNI- E chi sarebbero?

FARMAC-    Mi era venuta una idea. Ho mandato a dire a Tonio di andare a prendere il librone dalla Cia. ( dubbioso) Non so se ho fatto bene. Ma gli ho detto di venire qui.

PODESTA-   Forse è meglio che me ne vada; magari li metto in soggezione.

FARMAC-    Proprio per questo è meglio che tu rimanga. La scienza e la politica ammorbidiscono le teste dure… se è necessario.

GIOVANNI- (va a vedere. Guarda in anticamera. Rivolto al farmacista) Hai ragione. E’ lui. C’è anche la Cia.  . Chissà come avran fatto a stare insieme senza mordersi.

PODESTA-   Falli entrare.

GIOVANNI- (aprendo la porta. Eccessivamente cordiale) Ma guarda chi c’è? Entrate.

( Cia e Tonio entrano Cia ha il libro in mano. Tonio una bottiglia. Tonio vedendo il podestà fa il saluto romano)

PODESTA-   (rivolto a Tonio) Riposo.

TONIO-         (vergognoso) Il signor farmacista mi ha detto di venire qui.

FARMAC-    Gliel’ho già detto io.

TONIO-         (rivolto al farmacista) Mi ha fatto fare una roba signor dottore…

FARMAC-    Perché?

TONIO-         Quando mi ha mandato a dire di andare dalla Cia a prendere il librone, non ho avuto il coraggio di dire di no. Ma mi son venuti i sudori freddi.

FARMAC-    (falsamente stupito) Come mai?

TONIO-         (indicando Cia) Convincere questa qui, non è stata una roba facile. (rivolto a Giovanni. Cambiando tono) Signor dottore mia madre mi ha detto:” Non si va dal dottore a mani vuote. Portagli questa bottiglia di nocino, digli che con questo può succhiare le tette alla regina.”

GIOVANNI- (prende la bottiglia) Ringrazia tua madre.

FARMAC-    (rivolto a Cia) Non era necessario che veniste anche voi.

CIA-               (dubbiosa ed un po’ sostenuta) Dovevo darlo a questo qui? Che così si faceva bello con la roba mia? Proprio lui. Sa cosa mi ha fatto questo bel tomo?

FARMAC-     Cosa?

( mentre avviene il battibecco fra Tonio e Cia, gli astanti ridono, sono insofferenti, ma non intervengono per non indisporre nessuno dei due)

CIA-               Mi ha fatto cadere in testa un solaio di legna, e poi, ha il coraggio di chiedermi di pagarlo.

TONIO-         (rivolto a Cia, deciso) Certo che voglio che mi paghi. Non vorrai che abbia lavorato una mezza giornata per la canzone del  “lello.”

CIA-               Prima mi aggiusti il solaio e poi si vedrà.  A momenti mi si apre il cervello…

TONIO-         Non te l’ha ordinato il prete di star sotto.

CIA-               E io dovevo lasciati lì, da solo, incustodito?

TONIO-         Avevi paura che mi mettessi un pezzo di legna in tasca? Hai preso proprio da tuo marito: identica.

CIA-               Tu lascia stare mio marito che sta bene dove è. Sta bene lui e sto bene io.

TONIO-         E’ proprio vero il detto” Quando il marito si fa terra, la moglie si fa bella.”

FARMAC-    (visto che il battibecco va per le lunghe) Si. Ma ora lasciamo stare. ( alla Cia) Mi faccia vedere il libro?

CIA-               (decisa) Un momento. Io, il librone l’ho portato al signor dottore. Sua moglie è stata così gentile da farmi passare il mal di testa. Io non mi faccio guardare nel sedere.

GIOVANNI- (tagliando corto) Va bene. Allora, lo dia a me. E’ la stessa cosa. Siamo tutti qui.

TONIO-         (rimproverando) Guarda per uno straccio di libro quante voltate va a prendere. Se fosse nuovo… E’ lì che puzza che non so.

FARMAC-    (spazientito) E allora: possiamo vederlo?

CIA-   (decisa) Un  momento. Questo è un libro vecchio. Non ascolti quello lì; che è ignorante come una gallina. E’ tutto scritto a mano con la penna d’oca.

TONIO-         (ridendo) E quando ti hanno tolto la penna dalle chiappe?

CIA-               (rimbeccando) E tu: quando ti ammazzano per fare lo stracotto d’asino?

GIOVANNI- ( spazientito)Se è vecchio non può essere scritto a macchina.

CIA-               (taccagna) Io mi sono affezionata a questo libro; come se fosse mio figlio.

TONIO-         (deridendola) Si. Dagli il latte con le tue tette. Ma se fino all’altro giorno non sapevi nemmeno di averlo.

CIA-               Tu: non credi all’amore a prima vista? Io son pronta a darglielo, però: se il solaio è caduto, anche un pezzo e ne sta crollando un altro…( subdola) Ci sarebbe da puntellarlo.

FARMAC-    Ho già capito. Va bene.

CIA-               Intanto che si rifà il tetto, ci sarebbe da rifare la facciata.

FARMAC-    (rimproverando  Cia) Guardi che quello è un libro, non il tesoro del Vaticano.

PODESTA-   (interviene deciso) Finora ho taciuto. Ho ascoltato. Se voi dite che è vostro, non sarà difficile dimostrarlo. Se dite che è così prezioso da valere tanto da rifare la casa… Voi sapete che le opere d’arte sono un bene comune. Immagino che se a casa vostra c’è quel libro, ci saranno, anche, tante altre cose, per esempio: oro. E l’oro va dato alla Patria. (insinuante) Penso che valga la pena di demolire la casa per vedere di trovarlo. Naturalmente se c’è; lo Stato vi darà qualche ricompensa. Se poi, non vi è niente; è logico che non si può pretendere che la  comunità, ricostruisca una casa che è cadente. E’ vero che voi avete il diritto di avere un tetto, quindi io vi assicuro che una stanza in Casermone per voi ci sarà certamente. E’ il meno che la cittadinanza possa fare.

CIA-   (spaventata) Prenda… prenda, signor dottore. (da il libro a Giovanni, ed il farmacista glielo toglie di mano, Rivolto a Tonio. Esplodendo) Che ti venga un colpo a te e a quando mi sei venuto in casa.

Scena decima:detti, Anita seguita da Rosa.

ANITA-         (entra vestita pressoche da suora. Melodrammatica) Vado in convento. Vo a farmi monaca. Non voglio farmi madre di peccatori. Egli è passabilmente onesto, eppur potrebbe accusarsi di vizi tali, che sarebbe meglio se sua madre non l’avesse partorito. Egli è ambizioso, vendicativo, orgoglioso; con più peccati pronti al suo comando, che io non abbia pensieri in cui versarli, fantasia per dar loro forza o tempo per commetterli. (domandandosi) Perché gente come lui deve strisciare fra celo e terra? Vado per la mia strada. Vado in convento. Sarò casta come il ghiaccio, pura come la neve. Vado in convento. Addio! (alla Francesca Bestini esce)

GIOVANNI- (alla moglie, preoccupato) Ma è impazzita?

FARMAC-    ( nel frattempo ha cercato nel libro il seguito della pagina mancante. L’ha già letto mentalmente, e ora lo ripete agli altri) Ascoltate il resto della favola. (legge) “…Componeasi tale intruglio di piccol dose di soda caustica e grasso di puzzolente PUZZOLA. Tale soda ammorbidiva la pelle del delinquente; per la qual cosa, il puzzolente grasso per il perfetto numero di tre rotazioni del satellite attorno al pianeta suo, rimaneva al ripudiar della sua donna. La benigna formula  veniva seguita da un tal rimbombante pugno che la mazza avrebbe fatto ridere i polli. Tal che: più di dar senno, lo toglieva, unitamente al cervello che si staccava dall’osso suo involucro. Li pazienti, unde non subir tale trattamento, preferivano andar morir sul campo della tenzon funesta.” (rivolto a tutti) Avete capito cosa faceva il fratone Geltrude? Gli ungeva a quei poveri disgraziati, che gli capitavano sotto le mani; la zucca, così per tre mesi puzzava così, che le sue donne lo mandavano fuori casa. Dopo che gli aveva segnata la testa con la formula magica, gli dava un pugnone così grosso, che il cervello si staccava dal cranio.

PODESTA-   (deluso ma sorridendo) Quindi; altro che prendere senno…

GIOVANNI- … Veniva agli altri, pur di non andar sotto le mani di Geltrude.

FARMAC-    Avete capito come facevano un tempo? Altro che obbiettori di coscienza. Andavamo a prendere la strada più breve.

GIOVANNI- (rivolto alla moglie) Ma non mi avevi detto che le avevi unta la testa?

ROSA-           E’ vero.

CIA-               (scusandosi verso gli amici) Io ho creduto che voi voleste prendermi a godere, e allora, sono stata al gioco. Voi parlavate in punta di forchette e io ho fatto lo stesso.

TONIO-         (stupito) Ma come hai fatto che sei ignorante?

CIA-   (rimproverando) Veh; il mio asino… Grand’hotel non lo leggono solo le signore. A me non scappa nemmeno una puntata.

PODESTA-   (deluso) Allora tutte le nostre speranze son andate a quel paese? “ Addio sogni di gloria. Addio”

GIOVANNI- (rivolto al farmacista. Ridendo) Allora tutti quei milioni che volevi ammucchiare sono andati sotto l’uscio.

FARMAC-    (battuta importante di chiusura) EH… NO! L’IDEA  RESTA!!

F I N E

                                               

 

             

 

 

                       

 

 

 

             

                         

FOGLIO STRAPPATO DAL LIBRO

… al seguito delle truppe del duca Matteo di Busseto. Eragli, comandante delle truppe, Gian Lodovico Pallavicino, che giunto in questa ubertosa terra, con 3000 fanti e 500 cavalli ne contestava la proprietà al duca di Milano Francesco II Sforza. Comandante della avversaria coorte erasi Ridolfo da Camernno, fulgido eroe di tante  battaglie. Dovendo fissare il luogo, ( che già feci su stante) e tempo,; dirò: esso tempo, cade nella siccità d’Agosto dell’A.D: 1525. Per dovere di cronaca ed esattezza storica, dirò: che regnante l’Imperatore Carlo V, le anime erano affidate a Sua Santità Clemente VII da poco succeduto ad Adriano VI,  tutore del già lodato Carlo V. La battaglia frà i due eserciti avvenne il 21 di quello anno e appestato mese, con gran danno di Gian Lodovico Pallavicino il cui luogotenente Serafino della Lusejra fu impiccato ed esposto alla finestra dell’estense torion per niun motivo. Tutto ciò stante, capitommi un tal caso da rimembrare tutta la vita ( che spero lunga). In quella parte della storia, e in questa rivierasca terra del fiume Po, aveva predominanti le famiglie Dovara, Moreschi e Chiozzi perennemente in lotta fra di loro per invidia, per superbia tamquam igniorantia. I di loro famigli dovendo guerreggiare, tempo continuando ante e post diem scontri, erano presi da convulsi spasimi di testa, che più sempliciter  potevano essere appellati impazzimenti. Questi villici venivano, perciò, portati nella chiesa della Fontana, benedetta dal nome di Santurario. Di là ne uscivano mondi. Preso da vaghezza di saperne donde, me ne informai. Viveva fra quei confratelli un certo Fra’ Timoteo che per mole soverchiava loro, più alto di un braccio e con spalle da nominarsi “armadio”. Il di lui carattere era si dolce e delicato nei modi, che veniva in contrasto con la sua mole. Per la qual cosa, benignamente ed affettuosamente i confratelli per bilanciare le due qualità lo soprannominavano GELTRUDE. Questo frate più che in odore di santo era di gran cerusico. Egli a quei sunnominati infami ungeva con segreto unguento, la fronte, ed essi immediatamente ne eran mondi.  Entrato in confidentia con questo imprevedibile frate ebbi da lui un piccol campione che misi in notevole ampolla. La formula relativa di compositione e di parole che nell’occasione pronunciava, per mia  memoria riporto fedel … ( qui finisce lo scritto)

FOGLIO ALLEGATO ALL’UNGUENTO DELLA SCATOLA

TER HAC MISTURA CHRISTI SIGNO TE UNGO IN FRONTE TUA HOC UNGUENTUM MANET DUM TIBI SAPIENTIA ADVEGNAT    

( Per tre volte con questo intruglio io ti ungo, nel segno cristiano. Rimanga questo unguento sulla tua fronte fino a che sapienza ti giunga)

                                   

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