Durand & Durand

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Durand & Durand

DURAND & DURAND

di Ordonneau & Valabrege

Commedia brillante in tre atti

"Per potere sposare la sua amata, Alberto Durand, droghiere, si finge suo cugino, il famoso avvocato Alberto Durand che viene fatto passare per droghiere. Quando il genero e la moglie del finto avvocato si recano nello studio di Parigi per assistere ad una arringa, ricevono la visita della suocera e della futura moglie del vero avvocato, rimanendo così tutti coinvolti in una girandola di scambi di persona e di equivoci."

Personaggi:

ALBERTO DURAND, droghiere

ALBERTO DURAND, avvocato

COQUARDIER

LUISA

CLARA

TEODORO

CHARVET

PAQUERETTE

Signora DE LA HAUTE TOURELLE

IRMA

JAVANON

BARBATIER

Epoca : tempo presente.


ATTO PRIMO

(A Passy, casa di Alberto Durand. Un salotto ornato di quadri rappresentanti dei magistrati. In fondo, una porta che lascia intravedere il giardino. A sinistra, primo piano, camera di Alberto e Luisa. A destra, d’angolo, camera di Coquardier.)

CLARA (esaminando curiosamente i quadri) – Che musi tutti questi vecchi! Sono gli antenati del signor Durand… Non so se potrò restare qui! Tutta questa gente mi intimidisce! Si finisce per credere di essere in corte d’assise! (dando dei gran colpi di straccio su di un quadro). Suvvia, presidente, bisogna pure che vi faccia bello! Ma eccoci a chiacchierare, e ancora non ho annotato le spese di questa mattina. (Prende un taccuino e una matita dalla sua tasca e scrive) Patate… 75 centesimi. Pollo, 5 e 50… posso ben mettere 6 franchi (fermandosi improvvisamente). Sarà una stupidaggine, ma davanti a questi giudici non oso! (Scrive) Pollo 5,50 senza truffa… Sogliole 3 franchi… Ho fatto dei sacrifici per il pollo… notiamo 3,50… (arrestandosi ancora). No, decisamente non oso! Quel vecchio… soprattutto! (entra Coquardier).

COQUARDIER – Clara!

CLARA – Signore?

COQUARDIER – Che fate?

CLARA – Spolvero la magistratura.

COQUARDIER – Mio genero è uscito?

CLARA – No, signore. E’ nella luna.

COQUARDIER – Come, nella luna?

CLARA – Nella luna di miele.

COQUARDIER – Non lo ignoro poiché ha sposato mia figlia!

CLARA – Ogni volta che il signore e la signora si abbracciano, io dico. Eccoli ancora nella luna!

COQUARDIER – Sono sposati da un mese soltanto.

CLARA – Lo si dice subito vedendoli. Si adorano! E’ perciò che mi sono decisa ad entrare al loro servizio! La gente felice non è esigente.

COQUARDIER – Non abusatene! Non dimenticate che servite un uomo illustre!

CLARA – E’ dunque illustre, il signore?

COQUARDIER – Forse esagero dicendo illustre, ma non indietreggio davanti all’aggettivo “celebre”.

CLARA – Ah!

COQUARDIER – E’ uno dei primi avvocati di Parigi: è il famoso Durand che ha fatto assolvere Galardin, che avrebbe dovuto essere ghigliottinato venti volte. Non lo avete conosciuto, Galardin?

CLARA – No, signore.

COQUARDIER – Tanto meglio per voi.

CLARA – Perché?

COQUARDIER – Perché la sua specialità erano le cameriere. Ma finchè in Francia vivrà l’avvocato Durand, ci sarà una speranza per gli assassini! (Alberto entra pensieroso).

CLARA – Ecco il signore. (Esce dal fondo).

COQUARDIER (andandogli vicino con la più grande deferenza) – Buongiorno, caro avvocato.

ALBERTO – Ve ne prego, non chiamatemi avvocato. Mi intimidite.

COQUARDIER (a parte) – La modestia dei grandi. (A voce alta). Vi chiamerò avvocato fino alla fine dei miei giorni, per ben mostrare la distanza che separa l’avvocato Durand da un semplice agronomo di Mèzidon.

ALBERTO – Suvvia, signor Coquardier, un uomo ne vale un altro.

COQUARDIER – Non è il mio avviso. Credete voi per esempio che il vostro cugino e omonimo, Alberto Durand, il negoziante, valga quanto voi?

ALBERTO – Perché no?

COQUARDIER – Vi confesso che mi sembra duro, per voi che siete l’avvocato Durand, pensare che esiste un droghiere che porta il vostro nome! Ve ne prego, caro avvocato, non dite che è vostro parente.

ALBERTO – Vi giuro che non ne arrosisco.

COQUARDIER – Se mai invitate vostro cugino a pranzo, non sia mai in un giorno in cui c’è l’avvocato Carraby.

CLARA (entrando) – Signore, vengono per la colonna. (Esce a destra).

COQUARDIER – Vado… Figuratevi che la colonna dorica, che ho fatto elevare in giardino, non è solida. Il muratore viene per consolidarla.

ALBERTO – Perché avete fatto elevare quella colonna?

COQUARDIER – Ho cercato quale delicato omaggio avrei potuto rendere al vostro talento e non ho trovato niente di meglio che una colonna di otto metri di altezza, portante il busto di Cicerone, e recante la scritta : “Tu non vali mio genero!”

ALBERTO – Esagerate!

COQUARDIER – No… Non valeva quanto voi! Era un uomo che non sapeva una parola di francese! Vado a consolidarlo… Permettete, caro avvocato?

ALBERTO – Ma andate, dunque! (Coquardier esce.)

(Non appena Coquardier è uscito, Alberto va alla porta dalla quale è entrato e fa un segno).

ALBERTO (chiamando) – Teodoro.

(Entra Teodoro. E’ garzone fornaio. Alberto lo fa entrare misteriosamente)

TEODORO – Che cosa c’è padrone?

ALBERTO – Non chiamarmi padrone. Chiamami “caro avvocato”.

TEODORO – Perché?

ALBERTO – Non interrogare… Chiamami avvocato e levati il grembiule.

TEODORO – Ecco, caro avvocato.

ALBERTO – Ecco! Adesso potrai all’occorenza passare per un ladro.

TEODORO – Un ladro!

ALBERTO – Sì… perché qui credono che io sia mio cugino…

TEODORO – Vostro cugino?

ALBERTO – Sì… l’avvocato Alberto Durand. Senti. Teodoro, io ti ho fatto venire per chiederti un consiglio. Da dieci anni, tu servi la mia clientela con talento. E io ho bisogno di te… perché sono per il momento il più sfortunato dei droghieri europei.

TEODORO – Non è possibile! Voi che siete giovane e brillante, voi che possedete ottocentomila franchi di fortuna, che non passate mai davanti a un povero senza dargli due soldi, che non fareste male ad una acciuga, voi sareste infelice! Io protesto, perché allora non c’è più di Provvidenza!

ALBERTO – Sai che l’anno scorso sono andato al Crosic.

TEODORO – Per la vostra provvista di sardine.

ALBERTO – Arrivo in un giorno di festa. Per una camera all’albergo io do il mio nome:”Alberto Durand, parigi”. Alberto Durand! Grida l’albergatore inchinandosi fino a terra. Metterò alla porta un inglese per avere l’onore di ospitare il nostro celebre avvocato! Io non volevo dormire all’aria aperta. Se gli avessi detto: sono un droghiere, non avrebbe messo alla porta un inglese.

TEODORO – Io ce ne avrei messi due.

ALBERTO – Mi è stata assegnata la camera più bella. A tavola, i genitori mi additavano ai loro figlioli, alla sera, al casinò, le ragazze mi divoravano con gli occhi. Una di ersse soprattutto… bruna… me ne innamorai pazzamente, domandai la sua mano a quel brav’uomo di suo padre che mi rispose : “Ho sempre sognato un marito illustre per mia figlia! Nelle mie braccia caro genero!”

TEODORO – Ah… Ah… E’ grave!

ALBERTO – La stessa sera io scrivevo al padre una lettera nella quale gli raccontavo che non ero avvocato, ma droghiere.

TEODORO – L’uno vale l’altro.

ALBERTO – E’ il mio parere.

TEODORO – E non appena lo avete prevenuto…

ALBERTO – No… no… Quella lettera non l’ho spedita… al momento di imbucarla, il mio cuore si è spezzato. Ho pianto tanto all’idea di non sposare Luisa, che ho avuto pietà di me stesso.

TEODORO – Voi siete così buono!

ALBERTO – Ecco come ho sposato la signorina Coquardier, e come sono Alberto Durand, senza esserlo, pur essendolo, e come non sono avvocato pur essendolo, senza esserlo. Ora che sai tutto, mio caro Teodoro, che cosa ne pensi?

TEODORO – Mio Dio!

ALBERTO – Non dimenticare che ho intenzione di aumentarti lo stipendio.

TEODODRO – Signore, voi conservate tutta la mia stima! Io ripeto che un droghiere vale per lo meno un avvocato. Noi mettiamo della cicoria nel caffè, e amche gli avvocati.

ALBERTO – Come?

TEODORO – Gli avvocati mettono delle frottole nella moka delle verità.

CLARA (entrando da destra) – Il cioccolato del signore è servito.

ALBERTO – Un momento… Vedete bene che sono un ladro!

TEODORO (a voce bassa) – Ma signore…

ALBERTO (a voce bassa) – Taci, ti aumento.

TEODORO (a voce bassa) – Anzi, mi diminuite.

ALBERTO (a voce alta a Teodoro) – Andate, amico mio, potete dormire tranquillo. Se vi arresterranno, io vi farò assolvere… Coraggio! (Lo accompagna alla porta).

TEODORO – Bene, signore. (Esce).

ALBERTO – Ah, Clara, voi avrete la compiacenza di fare portare giù la valigia di mio suocero. Parte domani, e ciò mi farà pregustare la sua partenza.

CLARA – Ma signore. Il vostro cioccolato si raffredda.

ALBERTO – Vado a prenderlo.

CLARA – La signora dice che il cioccolato non è abbastanza buono per il signore.

ALBERTO (a parte con un sospiro) – Viene dalla mia casa… Mi servirò da un altro, ecco! (Esce a destra).

CLARA (sola) – Io non avrei sposato un avvocato… Frequenta delle compagnie troppo brutte.

LUISA (entrando a sinistra) – Il signore non c’è?

CLARA – Fa colazione, signora. Se la signora vuole vedere il libretto della spesa?

LUISA – Più tardi, Clara.

CLARA (a parte) – Le persone felici non sono esigenti.

COQUARDIER (entrando dal fondo) – Quella colonna trema come una foglia.

LUISA – Buongiorno, papà.

COQUARDIER – Buongiorno, figlia mia! Buongiorno signora Durand. Hai dormito bene, questa notte?

CLARA (a parte) – Si domandano forse queste cose agli sposini? (Esce dal fondo).

COQUARDIER (a Luisa) – Tu sai che io parto domani. Ma, prima di partire desidero farti qualche raccomandazione.

LUISA – Su che cosa, papà?

COQUARDIER – Tu hai l’onore di essere la compagna dell’avvocato Durand, tu che hai avuto solamente 25 mila franchi di dote. Devi meritarti con l’amore e con la devozione, di essere la sua degna sposa. Nell’uomo celebre, nel lavoratore del pensiero, c’è sempre un fanciullo, un malato, un artista. Una donna intelligente deve essere la madre del fanciullo, la suora di carità dell’ammalato, e l’ideale dell’artista. Quando egli ti parla, ascoltalo, quando non ti parla, non ascoltarlo. Di a te stessa: “Egli pensa!” Se egli è di buon umore, non essere triste, se egli è triste, non essere di buon umore. La tua vita deve essere subordinata alla sua, e stimati soddisfatta se, facendo tutti i sacrifici possibili, tu arrivi a renderlo felice.

LUISA – Cercherò, papà.

COQUARDIER – Dì a te stessa : “In Francia ci sono migliaia di ragazze, e c’è un solo avvocato Durand”. Tu sei quella che ha avuto la fortuna di sposare l’avvocato Durand.

LUISA – Sono fiera di lui!

ALBERTO (entrando a destra) – Non è per niente cattivo, quel cioccolato!

COQUARDIER – Eccolo! (Ad Alberto) Parlavamo di voi, caro avvocato.

ALBERTO – Ve ne prego, chiamatemi Alberto.

COQUARDIER – Non oserò mai! Il vostro sguardo di intimidisce.

ALBERTO – Suvvia, papà Coquardier… io sono tuttavia un bravo ragazzo.

COQUARDIER – Perché avete la semplicità degli spiriti eletti.

ALBERTO – Io stringo la mano a tutti.

COQUARDIER – Ve ne prego, siate un po’ più fiero della vostra situazione.

ALBERTO – Vedo con dispiacere che avete dei pregiudizi. Ci saranno dunque sempre delle Bastiglie da demolire? (fa un gesto da oratore).

COQUARDIER – Aspettate! Non muovetevi! Avete fatto un gesto alla Mirabeau.

LUISA – Come devi essere bello in toga! E come sono impaziente di sentirti parlare!

ALBERTO (a parte) – Povero me!

LUISA (ad Alberto) – Posso dirtelo ora: papà ed io ti ammiravamo prima di conoscerti.

ALBERTO – Avete fatto bene ad ammirarmi prima.

COQUARDIER – Perché?

ALBERTO (imbarazzato) – Per… niente! (A parte) Se sospettassero!

COQUARDIER – I giornali parlavano delle vostre lotte oratorie.

LUISA – E mai, neppure nei sogni più arditi, io immaginavo di poter avere l’onore di essere tua moglie…

COQUARDIER – Ed io vostro suocero.

ALBERTO – Dite mio padre.

COQUARDIER – Che gran cuore! Come sorpassate Cicerone!

ALBERTO – No, ve ne prego!

COQUARDIER – Sì, caro avvocato, io vi ritengo superiore. Egli ha fatto condannare Catilina. Bell’affare! Voi l’avreste fatto assolvere! Un uomo commette un delitto, le prove sono schiaccianti… viene condannato! E’ semplice come dire buongiorno, ma il difficile sarebbe farlo assorlvere… Ma voi, se voleste, potreste provare che uno più uno fa tre.

ALBERTO (prendendo la mano di sua moglie) – Nulla di più semplice, ve lo proverò prima di un anno. E mia moglie mi aiuterà a fare la prova.

LUISA (con pudore) – Alberto!

COQUARDIER – Non arrossire… E’ uno scherzo… infantile.

LUISA – Tu sai che papà vuole partire domani. Digli di passare ancora una settimana con noi.

COQUARDIER – No ragazzi miei. Voi avete bisogno di essere soli. Tornerò per il prossimo grande affare di Alberto.

LUISA – Ci conto.

ALBERTO (a parte) – Aspetterà un bel pezzo.

COQUARDIER – Ti sarei ben riconoscente se tu mi facessi portare la valigia nella mia camera.

LUISA – Bene, papà!

ALBERTO – L’ho già detto a Clara.

COQUARDIER – Benissimo. Vado a farla, allora. (Ad Alberto) Volete permettermi di lasciarvi qualche momento, mio caro avvocato.

ALBERTO – Ma certo!

COQUARDIER – Se voi foste un uomo ordinario non ve lo chiederei. (A Luisa) Per, tu hai sposato più che un sovrano. Si è sovrani per nascita, si diventa illustri con l’ingegno!

ALBERTO (impaziente) – Ma andate dunque!

COQUARDIER (uscendo) – Col talento! (Esce).

LUISA – Sei stizzito con papà? Ha le sue piccole manie (sorridendo). Ma poiché domani parte per Mezidon.

ALBERTO – Gli perdono perché è tuo padre.

LUISA – Ti assicuro che egli ti vuole tanto bene! Ha per te un’ammirazione senza limiti, come me!

ALBERTO (a parte) – Mia moglie ha l’aria di adorarmi. Se le dicessi tutto! Se implorassi il perdono? (A voce alta) Vieni qui Luisa, dimmi che mi ami!

LUISA – Sono fiera di essere tua moglie!

ALBERTO (a parte) – Diavolo, ecco il guaio!

LUISA – Nella vita, vedi, l’intelligenza, l’ingegno è tutto. E’ così bello dirsi, vedendo tanti imbecilli: io ho avuto la fortuna di trovare un uomo superiore.

ALBERTO – Tu non pensi che il cuore è tutto?

LUISA – Il cuore è nulla, senza il riflesso dell’intelligenza.

ALBERTO – Eppure si sono viste delle donne elette innamorarsi di uomini volgari.

LUISA – Oh… quello non è amore, caro.

ALBERTO – E che cos’è allora?

LUISA – E’ depravazione!

ALBERTO – Ma guarda! Ho conosciuto una duchessa (a parte) l’ho conosciuta per mezzo della sua cameriera che si serviva da me (a voce alta) Ho conosciuto una duchessa che era innanorata di un artista di varietè.

LUISA (ridendo) – Oh!

ALBERTO – Sicchè, se io fossi stato un droghiere, per esempio, invece che avvocato, non mi avresti amato?

LUISA – Prima di tutto non di avrei sposato… Non ti avrei trovato… conveniente.

ALBERTO – Ah…

LUISA – Il mio amore per te è fatto di ammirazione, di orgoglio, di entusiasmo… Quando sono al tuo braccio, mi pare che tutti ci guardino e che dicano: “Ha avuto la fortuna, quella donnina… sposare il famoso Durand!”

ALBERTO (a parte) – Non avrò mai il coraggio.

LUISA – Guarda, dirai che è una bestialità. Ma ti guardo dormire, alla notte.

ALBERTO – Russo, forse?

LUISA – No; ma parli ad alta voce.

ALBERTO – E che cosa dico?

LUISA – Chiami Teodoro. Chi è Teodoro?

ALBERTO – Teodoro è il mio segretario. Dimmi ancora che mi ami.

LUISA – Sì. Sono felice di dirmi: egli è tutto mio, io sono l’unica donna che, d’ora innanzi, guarderà dormire il famoso Durand… Poiché tu mi sarai fedele, vero?

ALBERTO – Te lo giuro.

LUISA – Devi averne fatte delle conquiste!

ALBERTO – No!

LUISA – Non sono gelosa del tuo passato!

ALBERTO – Ti assicuro che sono stato giudizioso.

LUISA – Fammelo credere… Non domando di meglio. Ora ho un favore da domandarti, signor avvocato.

ALBERTO – Quale, mia cara?

LUISA – Hai il tuo studio a Parigi… quel famoso studio che non ho ancora potuto vedere perché da un mese che siamo qui, ci sono gli operai per delle riparazioni.

ALBERTO – Sì. Ebbene.

LUISA – Perché non ci aggiusteremmo in modo che tu abbia il tuo gabinetto in casa?

ALBERTO – E’ impossibile! Non posso ricevere gli assassini in casa mia!

LUISA – E’ giusto! Alla sera, quando tornerai, e i clienti ti avranno stancato…

ALBERTO – Non sono io che li servo. (Riprendendosi) Ho un segretario.

LUISA – Vedrai come ti farò amare la tua casa… Non avrò mai bronci.

ALBERTO (a parte) – Se è carina!

LUISA – Quando sarai preoccupato, penserò: lavora! Quando sarai gaio, riderò con te.

ALBERTO (a parte) – Parola d’onore… se fossi studente, mi iscriverei alla facoltà di Giurisprudenza domani mattina.

CLARA (entrando dal fondo) – Signore, c’è un signore che vuole essere ricevuto.

LUISA – Un cliente? A presto avvocato (esce).

ALBERTO – Il nome del signore?

CLARA – Si chiama Alberto Durand.

ALBERTO (a parte) – Mio cugino, l’avvocato! (A voce alta) Ditegli che non ci sono!

DURAND (entrando dal fondo) – Ebbene, che cosa succede? Si fa aspettare il cugino?

ALBERTO – Buongiorno, Durand.

DURAND – Buongiorno Alberto. Come stai?

ALBERTO – Chi ti ha dato il mio indirizzo?

DURAND – Il tuo cassiere, perbacco!

ALBERTO (a parte) – Lo metterò alla porta, quel tipo!

DURAND – Prima ha fatto dei convenevoli. Il padrone, mi ha detto, ha proibito di dare il suo nuovo indirizzo… Ma il commesso che era là…

ALBERTO – Teodoro…

DURAND – Teodoro… credo, ha detto: “E’ impossibile che il divieto si estenda all’avvocato Durand” E allora eccomi… Ma dimmi, perché questo ritiro misterioso a Passy? Cospiri forse alla libertà degli zuccheri?

ALBERTO – No…

DURAND – Ebbene, allora…

ALBERTO – Ebbene, sono sposato.

DURAND – Senza prevenirmi… senza invitarmi…

ALBERTO – Ti dirò…

DURAND – E io che mi disturbo per venirti ad annunciare il mio matrimonio…

ALBERTO – Ah! Ne sono felicissimo. Verrò a trovarti.

DURAND – Con tua moglie?

ALBERTO – Impossibile.

DURAND – Alberto, tu hai fatto un matrimonio colpevole. Eri già droghiere, ma ora disonori maggiormente la famiglia…

ALBERTO – Ho sposato una ragazza adorabile…

DURAND – E allora? Perché non posso essere presentato?

ALBERTO – Ti dirò… (A parte) Signore, fate che mio suocero non entri.

DURAND (guardandosi attorno e scoppiando a ridere) – Che significa tutto cio? La Corte di Cassazione al completo! Non è più una villa, è un pretorio!

ALBERTO – Ti dirò… Sono entrato in una antica famiglia di magistrati…

DURAND – E non mi hai avvisato?

ALBERTO – La prima cosa che mi sono detta è stata: “Avvertiamo mio cugino…” Ma la seconda è stata: “Non lo avvertiamo”.

DURAND – Perché?

ALBERTO – Ecco… ti dirò… La mia famiglia non ti può soffrire…

DURAND – Oh?… E per quale ragione?

ALBERTO – Per la tua professione!

DURAND – Come? Una famiglia di magistrati che non può soffrire gli avvocati…

ALBERTO – Sì, perché…

DURAND – Perché?

ALBERTO – Diavolo! I giudici… cosa domandano?

DURAND – Di dormire!

ALBERTO – No! Vogliono applicare la legge, condannare i colpevoli! E voi altri, che cosa volete?

DURAND – Incassare forti onorari…

ALBERTO – Volete l’assoluzione degli assassini… E i giudici ne sono irritati… da ciò al non potervi soffrire, non c’è che un passo! Insomma, ti presenterò più tardi, quando avrò abituato la mia famiglia a questa idea.

DURAND – Me ne infischio della tua famiglia! Non l’inviterò alle nozze!

ALBERTO – Tanto meglio!

DUARND – Mio caro, io sposo la signorina de la Haute-Tourelle, di Alencon. Una ragazza perfetta sotto tutti gli aspetti.

ALBERTO – Tutti i miei complimenti.

DURAND – Irma è una deliziosa piccola provinciale: una di quelle ragazze, allevate per diventare donne di casa, delle quali non si sono fatti dei piccoli fenomeni di erudizione. Di botanica conosce quel tanto per non servirmi dei funghi velenosi, e di chimica, quello che occorre per poter dire alla lavandaia: voi mettete troppo cloro nella biancheria. E con tutto ciò, 500.000 franchi di dote, e le più belle speranza.

ALBERTO – Ti auguro tutta la felicità che meriti. Ah! Come sei fortunato di essere avvocato…! Ma, io ti trattengo…

DURAND – Ti ringrazio e ne sono commosso. Sebbene tu non abbia ricevuto una grande istruzione, e nonostante la tua modesta professione ho per te molta amicizia. Se avrai qualche processo, ti difenderò io, gratuitamente.

ALBERTO – Per parte mia, tu troverai presso di me il 30 per cento di ribasso su tutti gli articoli.

DURAND – No, è troppo!

ALBERTO – Non preoccuparti. Ci guadagno ancora!

DURAND – E con ciò, ti lascio perché devo difendere domani Tapotard. Conosci l’affare Tapotard?

ALBERTO – No.

DURAND – E’ la faccenda senzazionale del giorno… tutta Parigi sarà alla Corte d’Assise. Sarà il mio più bel trionfo. Vuoi condurci tua moglie?

ALBERTO (vivamente) – No, grazie!

COQUARDIER (fuori scena) – Caro genero!

DURAND – Tuo suocero?

ALBERTO (a parte) – Diavolo!

COQUARDIER (entrando a destra, senza vedere Durand) – Cicerone è sul suo piedistallo. (Scorgendo Durand) Oh… mille scuse, signore?

DURAND (salutando) – Signore… (A voce bassa ad Alberto) Presentami dunque.

ALBERTO – Ma certamente! (A voce alta) Alberto Durand, mio cugino…

COQUARDIER (a parte) – Il droghiere!

ALBERTO – Il signor Coquardier, mio suocero.

COQUARDIER e DURAND (salutandosi) – Signore…

DURAND – Io conosco, signore, l’antipatia che vi ispira la mia professione…

COQUARDIER (a voce bassa) – Perché gli avete detto questo?

ALBERTO – Perché se ne andasse…

DURAND – Non ve ne serbo rancore… Tutti i disgusti sono fatti naturali…

COQUARDIER – Mio Dio, credete, io non ho parlato di nessuno in particolare… è che insomma, ho una cosa sola da rimproverare, non a voi, ma ai vostri colleghi che ingannano il pubblico…

DURAND – Come?

ALBERTO (a Durand) – Suvvia, sai bene che voi non dite la verita!

DURAND – Ci sono dei sacri diritti…

COQUARDIER – Quali diritti?

ALBERTO (a voce bassa a Coquardier) – Tacete! Egli è nostro ospite!

COQUARDIER (a voce bassa) – Avete ragione! E io gli farò dei complimenti! (Con solennità a Durand) Dopo le nobili conquiste della rivoluzione, non ci sono più caste!

DURAND – Eh?

COQUARDIER – Oggi, la nobiltà è sorella della borghesia, e il popolo è fratello di quest’ultima.

DURAND (ad Alberto) – Mi diverte tuo suocero!

ALBERTO (sforzandosi di ridere) – Sì… sì…

COQUARDIER (a Durand) – Se l’industria è la madre delle nazioni, signore… non credo di sbagliarmi dicendo che il commercio ne è il padre… (stringendo la mano a Durand, stupefatto).

DURAND – Questi principi democratici vi onorano, signore.

COQUARDIER (a Durand) – Se l’eloquenza ha il suo merito…

DURAND (modestamente) – Oh. Così piccolo!

COQUARDIER (a voce bassa ad Alberto) – Ha l’aria di infischiarsi della vostra eloquenza… (A voce alta) Se l’eloquenza ha il suo merito (appoggiando sulla parola) e l’ha…

DURAND (modestamente) – Esagerate…

COQUARDIER (a voce bassa ad Alberto) – E’ geloso… siamo più generosi di lui! (A voce alta) Il traffico, l’onesto traffico, ha la sua utilità e la sua grandezza!

DURAND – Non ho mai detto di no…

COQUARDIER (a voce bassa ad Alberto) – Un po’ volgare, come tutti i droghieri…

ALBERTO (offeso) – Ve ne sono di quelli che non lo sono…

DURAND – Mio cugino di diceva poco fa che voi appartenete ad una antica famiglia di magistrati…

COQUARDIER (meravigliato) – Eh?

ALBERTO (imbarazzato) – Sì… infatti (a voce bassa a Coquardier) Aveva l’aria di disprezzare i proprietari di campagna…

COQUARDIER – Come… come? (A voce alta d Durand) L’agricoltura vale le derrate alimentari, signore! Il modesto coltivatore non ha niente da invidiare agli abitanti della capitale!

DURAND (stupefatto) – Che tipo! (A voce alta) Dite delle cose giuste, signore.

COQUARDIER – Io sono sempre giusto…

DURAND (cerca di troncare) – Se mai avrete bisogno di me, mi sforzerò, da amico…

COQUARDIER – Da amico? (A voce bassa ad Alberto) Bisognerà prendere tutto da lui!

ALBERTO – Questo ve lo prometto.

COQUARDIER – Per provarvi, mio caro parente, che vi stimo altamente, vi domando senz’altro di venire a prendere il nostro caffè da voi, da questa sera!

DURAND – Ma certo! Troppo onorato! Vi aspetterò fino alle dieci.

ALBERTO (a parte) – Eh?

COQUARDIER – Ma se voi dovrete uscire… purchè abbiate prevenuto, purchè ci sia qualcuno in casa…

DURAND (stupefatto) – Come! Vorreste che io non ci fossi quando voi verrete…

COQUARDIER (a parte) – Quando io andrò… Ah… questa poi! Immagina forse che vada io stesso a fare la spesa? (A voce alta) Se non potrò venire io stesso, manderò la cameriera…

DURAND – La cameriera…

ALBERTO (a voce bassa a Durand) – Per avvisarti di non aspettarlo. Non capisci dunque niente?

DURAND (ad Alberto) – Ah! Ma è un po’ tocco tuo suocero.

ALBERTO (a voce bassa) – Non farci caso. Sono tutti così a Mèzidon!

COQUARDIER (accompagnando Durand alla porta) – Grazie ancora della vostra graziosa offerta!… Sapete… adoriamo le marmellate…

ALBERTO – Le marmellate! Ahi! Ahi!

COQUARDIER – Se potreste darcene un po’… giacchè ci siete.

DURAND (ad Alberto) – Della marmellata col caffè?

ALBERTO – Sì… è una vecchia tradizione a Mèzidon… Non vorrai mutare i costumi della Normandia, spero…

DURAND – E sia! (A Coquardier) Ci saranno delle marmellate. (Salutando) A questa sera!

COQUARDIER – Arrivederci.

DURAND (a voce bassa ad Alberto) – Divertentissimo, tuo suocero. Mandamelo alla domenica! (Esce)

ALBERTO – Se potesse tenerselo tutta la settimana!

COQUARDIER (avvicinandosi ad Alberto) – Sono stato gentile con lui ma posso dirlo a voi, io disprezzo i droghieri moderni. Le drogherie ormai non sono più che dei laboratori i cui prodotti ricordano le epoche nefaste dei Borgia!

ALBERTO – Provatelo!

COQUARDIER – Il vino non è più vino: è un prodotto chimico.

ALBERTO – E’ ben più difficile a farsi.

COQUARDIER – Nello zucchero in polvere c’è della saccarina, nella saccarina c’è della farina, nella farina c’è dell’amido, nell’amido si mette della calce, nella calce si mette del plastico… e nel plastico non si mette nulla, perché qui usciamo dalla drogheria per entrare nell’edilizia!

ALBERTO – Signor Coquardier, voi sorpassate la misura.

COQUARDIER – Vi chiedo scusa, caro avvocato… Ma voi, lo difendereste un droghiere?

ALBERTO – Sì, signore! Li difenderei tutti!

LUISA (entrando a sinistra) – Papà hanno portato questo biglietto da visita.

COQUARDIER – Grazie! (porgendolo ad Alberto) Per voi!

ALBERTO (leggendo) – Avvocato Alberto Durand, Corte d’Appello, Parigi. (lo mette in tasca).

COQUARDIER – Gli altri sono per me.

ALBERTO – Vediamo. (Leggendo stupefatto) Agenore Coquardier, suocero dell’avvocato Alberto Durand! Ma è ridicolo!

COQUARDIER – Lo so. Ma non me ne servirò che a Mèzidon.

CLARA (entrando con dei pacchi) – Signora, hanno portato i pacchi dalla drogheria.

LUISA – Posateli lì. (Clara posa i pacchi sul tavolo).

COQUARDIER – Già! Molto gentile!

LUISA (eaminando i pacchi) – Che significa ciò? Dello zucchero? Delle candele? (leggendo) Alberto Durand, Rue Montmarte 126. Ah… viene da vostro cugino?

ALBERTO – Sì… da mio cugino… qualità extra!

COQUARDIER (trovando una fattura) – Come? Manda la fattura! E dice a titolo grazioso! Noi rifiuteremo questi pacchi!

ALBERTO – Ma poiché sono io che pago!

COQUARDIER – Poi questo zucchero non è bianco! Quando vi dicevo che tutti i droghieri sono dei farabutti…

ALBERTO (gridando) – Ma ci sono delle eccezioni, dopottutto…

COQUARDIER – Voi difendete la vostra famiglia e avete ragione… Ma io non cambio parere e manderò questi prodotti all’analisi al laboratorio municipale.

(Grande fracasso dietro alle quinte. Rumore di vetri rotti)

TUTTI – Che cosa succede?

CLARA (accorrendo) – E’ la colonna di Cicerone.

COQUARDIER – Ebbene?

CLARA – E’ caduta sulla serra del vicino! Ha rotto tutto!

COQUARDIER – Perché mette dei vetri alla serra?

ALBERTO – E che cosa doveva mettere?

COQUARDIER – Vetro infrangibile, almeno.

LUISA – Il signor Javanon farà un processo.

CLARA – Il vicino grida come un diavolo! Dice che andrà oggi stesso dall’avvocato Durand, il primo avvocato di Parigi…

COQUARDIER – Ah! Questa è bella! Non sa che voi abitate qui! Lo riceverete come merita… Io stesso verrò al vostro gabinetto.

LUISA – Verrò anch’io!

ALBERTO (annientato) – Questa è completa… Come uscirò da questo guaio?

SIPARIO

FINE PRIMO ATTO


ATTO SECONDO

(A Parigi. Ricco studio di Alberto Durand, avvocato. In fondo porta d’entrata. A destra e a sinistra, porte che conducono nell’appartamento. In secondo piano, a sinistra, porta che da sulla scala di servizio. Mobili. Gingilli.)

DURAND (solo, legge la corrispondenza) – “Si prega l’avvocato Durand di assistere alla serata… ecc. (altra lettera) Se l’avvocato Durand potesse prestarmi cinque luigi… (altra lettera) Caro amico, potresti prestarmi cinquanta luigi?” (Parlato) Sì, vero? Si chiama, questa funzione, lo spoglio della corrispondenza, ma è la corrispondenza che spoglia me. Mi sembra che manchi qualcosa… (continuando) la lettera anonima… Ah, eccola (leggendo) “Se fai assolvere Tapotard ti servo io…” Oh, un’altra… Questa è calligrafia di donna: “Tapotard è innocente. Vi supplico, fatelo assolvere. Una donna di mondo, ammiratrice di Tapotard”. (Prendendo un’altra lettera) “Caro ed illustre avvocato…” (parlato) Ecco una persona educata, finalmente. (Leggendo) “Voi mi avete fatto condannare a soli quindici anni, ne ho venticinque, ritornerò dunque dal carcere nella forza della vitalità. Non ho un soldo per pagarvi, ma spero, al mio ritorno, di fare un buon affare che mi permetterà di sdebitarmi. Ancora grazie! Il vostro devoto assassino, Vittorio Cabalard. – PS. Accludo la mia fotografia. E’ tutto ciò che posseggo”.

(Durand suona. Charvet entra)

DURAND – Se vengono per l’appartamento durante la mia assenza, domanderete duemilaseicento, ma potete lasciarlo per millecento.

CHARVET – Al posto del signore, io terrei questo appartamento. Me ne servirei come di un buen ritiro.

DURAND – Caro Charvet, avete degli strani costumi.

CHARVET – Lo dico nell’interesse del signore, perché, grazie al cielo, le avventure non gli sono mai mancate, dalla signorina Paquerette, alla duchessa di Bois Fleuri.

DURAND – Liquido oggi stesso Paquerette! Quanto alla duchessa, le sue lettere sono accuratamente sigillate e pronte per essere rese se vengono a cercarle in mia assenza. Eccole (mostra un pacchetto sullo scrittoio).

CHARVET – Signore, ha letto la “Gazzetta” del tribunale?

DURAND – Non ancora.

CHARVET – Ah! E’ giusto… l’ho io! Si annunzia, con parole molto lusinghiere, che il signore parlerà oggi in favore di Tapotard. (Si sente suonare).

DURAND – Suonano. Andate a vedere.

CHARVET – Sì, avvocato. (esce).

DURAND (solo, scorrendo l’articolo del giornale) – Cento righe per Tapotard, e tre per me!

CHARVET – Signore, c’è la signorina de Clo-Vougeot.

DURAND – Ah… l’apsettavo… E’ Paquerette, la mia ultima amante. Una donnina piccante. Le ho scritto di venire per dirle di andarsene.

CHARVET (introducendo Paquerette) – Se la signorina vuole entrare…

PAQUERETTE – Grazie, amico mio. (Entra, aspetta per parlare che Charvet sia uscito e abbia chiuso la porta). Buongiorno, Alberto.

DURAND – Buongiorno, Paquerette!

PAQUERETTE – Come me lo dici!

DURAND – Paquerette, ho delle gravi cose da dirvi.

PAQUERETTE – Non capisco, Alberto. Di che cosa si tratta?

DURAND – Della fine della nostra felicità.

PAQUERETTE – Speravo in un contratto più lungo. Siete stato il mio quinto amore, Alberto!

DURAND – Ci siamo conosciuti in seguito all’affare Galardin…

PAQUERETTE – Già… Mi sono innamorata sentendovi perorare la sua causa… Se mai c’è stata una canaglia al mondo, è Galardin.

DURAND – Questo è vero.

PAQUERETTE – Io mi dicevo, sentendo il magistrato: “Tu, amico mio, sei fritto, non ti resta che il ricorso di grazia”. Ma c’eravate voi, e avete parlato… E le prove sono crollate come un castello di carta… La vostra parola mi ha ipnotizzato… La giuria piangeva, il procuratore guardava Galardin con occhio tenero come per fargli delle scuse… In quel momento lo stesso Galardin si è creduto innocente… Venne assolto, e quindici giorni dopo di sposava per amore…

DURAND – E’ vero.

PAQUERETTE – Mentre Galardin veniva assolto, io ero condannata… condannata ad amarvi… Siamo felici da sei mesi…

DURAND – Molto felici.

PAQUERETTE – E non volete… raddoppiare?

DURAND – Impossibile! Mi sposo!

PAQUERETTE – Crudele rivelazione!

DURAND – Ora che cosa posso fare per voi?

PAQUERETTE – Non parliamo di denaro, ve ne prego!

DURAND – Perché?

PAQUERETTE – Non voglio denaro da voi. Offritemi una casetta di campagna, un gingillo, perché all’estate io possa dirmi: me l’ha offerta lui.

DURAND – Non preferireste un pianoforte?

PAQUERETTE – Sì. Per metterlo nel salotto della casetta. Ma sarà il solo mobile che accetterò.

DURAND (a parte) – Mi costerà caro l’affare Galardin. (A voce alta) Eh… se voi intendete parlare di una casetta dalle 8000 alle 8500…

PAQUERETTE – Sarebbe ciò che mi darebbe un avvocato di provincia!

DURAND – Mettiamo 10.000 (A parte) Ma è cara! (A voce alta) E vi rimanderò le vostre lettere.

PAQUERETTE – Ritornerò io stessa, per rivedervi una volta ancora e dire a me stessa: “Se l’ho amato, quell’animale!”

CHARVET (entrando) – La signora e la signorina De La Houte-Tourelle domandano se il signore può riceverle.

DURAND – Mia suocera… la mia fidanzata! Non le aspettavo che domani. (A voce alta) Un momento! (Charvet esce).

PAQUERETTE – Ho visto a Nanterre una casetta da 15.000 franchi.

DURAND – Siamo intesi… Avrete la casa. Andatevene!

PAQUERETTE – Da che parte esco?

DURAND – Da qui.

PAQUERETTE – La scala delle donne oneste che hanno cessato di esserlo. Qualunque cosa accada, il mio pensiero vi seguirà da lontano.

DURAND – Da molto lontano, ve ne prego (la fa uscire per la scala di servizio).

PAQUERETTE – Addio amore.

DURAND (solo) – 15.000 franchi! Non c’è nche dire… Non sono stato felice per quella somma! (Suona. Charvet introduce la signora de la Haute-Tourelle ed Irma).

DURAND (andando loro incontro) – Che bella sorpresa!

S.RA DE LA HAUTE-TOURELLE – Ci aspettavate solo domani mattina?

DURAND – Permettetemi di abbracciarvi, cara Irma.

IRMA – La mamma non vuole, signore.

S.RA DE LA H.T. – Nella nobiltà, non ci si abbraccia mai prima del matrimonio, raramente dopo e, qualche volta, mai.

DURAND – Ah!

S.RA DE LA H.T. – Abbiamo letto nella “Gazzetta” che voi dovrete difendere quest’oggi il famoso Tapotard. Mia figlia miaha detto: “Te ne prego, mamma, andiamo a sentire il mio fidanzato.” E ha tanto insistito che mi sono lasciata convincere.

DURAND – Troppo amabile.

S.RA DE LA H.T. – Vi faremo l’onore di venirvi a sentire!

DURAND – Ne sono confuso.

IRMA – E’ molto carino, il vostro studio!

S.RA DE LA H.T. – Ti pare? Manca di gusto… si sente l’arricchito.

DURAND (a parte) – Si crede già mia suocera.

S.RA DE LA H.T. – Mia figlia vi darà ciò che vi manca: il gusto dell’arredamento.

IRMA – Mamma!

S.RA DE LA H.T. – Ci tengo a dire queste cose al tuo fidanzato. Non mi sembra troppo fiero di entrare nella nostra famiglia. Eppure è la prima volta dopo Carlo IX che nella nostra famiglia avviene una mèsaillance.

IRMA – Si può parlare così ad un uomo illustre?

DURAND – Lasciatela dire… mia cara Irma. Il mio amore per voi mi rende docile.

S.RA DE LA H.T. – Sarebbe bella che voi non amaste mia figlia! Ma non dimenticare mai, cara Irma, che tu domini tuo marito dall’alto dei parecchi secoli di nobiltà, e che se le rivoluzioni possono demolire i troni, non demoliscono le credenze!

DURAND (a parte) – Ah! Se è seccante!

S.RA DE LA H.T. – Del resto, gli avvocati non hanno alcuna educazione.

DURAND – Signora!

S.RA DE LA H.T. – Volete, per piacere, darci i biglietti d’entrata al processo? Lontano dall’accusato, non è vero? Vi sarò grata se, dopo il matrimonio non difenderete più certa gente.

DURAND – Siamo intesi, signora! Difenderò solo i gentiluomini che si sono messi su una falsa strada!

S.RA DE LA H.T. – Dovreste rinunciare alla vostra professione e venire a dirigere le mie proprietà.

DURAND – Come intendete?

IRMA – Oh, mamma!

S.RA DE LA H.T. – Dateci dunque questi biglietti.

IRMA – Ah! Sì.

DURAND – Impossibile. Voi non potete assistere al dibattimento. E’ un affare scandaloso.

S.RA DE LA H.T. – Allora perché voi lo difendete?

DURAND – E’ la mia professione.

S.RA DE LA H.T. – E’ deplorevole.

IRMA – Mamma, non dimenticare che mi hai promesso di condurmi al Louvre.

S.RA DE LA H.T. – E’ giusto. Ora che sta per sposarsi, posso ben mostrarle le sculture. (A Irma) Hai gli occhiali blu?

IRMA – Sì, mamma.

DURAND – A che cosa servono gli occhiali blu?

S.RA DE LA H.T. – Per le sculture… E’ come una maglia che si mette alle statue.

DURAND – Le foglie di fico non vi bastano, dunque?

S.RA DE LA H.T. – Non se ne mettono abbastanza. Vieni, Irma.

IRMA – Arrivederci, signor Alberto.

DURAND – Mi fate il piacere di fare colazione con me?

S.RA DE LA H.T. – Vi faremo l’onore.

DURAND – Ebbene, vi aspetto dopo la visita al Louvre. Arrivederci, cara Irma. (Approfitta del momento in cui la signora guarda un quadro per abbracciare Irma).

S.RA DE LA H.T. (voltandosi) – Signore, voi disonorate mia figlia! (A Irma) Andiamo, ragazza mia! (A parte) E’ decisamente molto volgare questo Durand… (escono).

DURAND (solo) – Se aspetterà un altro invito, quando saremo sposati, lo aspetterà per molto tempo.

CHARVET (entrando) – C’è di là un signore che desidera parlarvi.

DURAND – Diavolo! Non ho molto tempo, io… (leggendo) Javanon, professore di declamazione. Fate entrare…

(Entra Javanon, tipo di vecchio borghese. E’ balbuziente. Durand gli fa cenno di sedersi)

DURAND – Desiderate, signore?

JAVANON – Vo… vi… di… dirò che ho…ho un p…p…pic…piccolo difet…to…to…to di pro…pro…nuncia.

DURAND – Non si nota troppo, signore.

JAVANON – Sie…sie… siete mol… molto ge…gen… gentile…

DURAND (a parte) – Un balbuziente! Sarà un affare lungo.

JAVANON – Io ho un giar…giar…

DURAND – Giardino.

JAVANON – Sì… un giar…

DURAND - -Non ricomenciate, poichè l’ho già detto io.

JAVANON – Signore io… io… so… so… so…

DURAND (a parte) – Ne avrà per una settimana… Ma i balbuzienti non balbettano se cantano. (A Javanon) Cantate, signore!

JAVANON – Che io…

DURAND – Raccontatemi il vostro affare cantando.

JAVANON (protestando) – Ma io… io non … non so…

DURAND – Conoscete qualche aria?

JAVANON – Sì…

DURAND – Ebbene, cantate sulle arie che conoscete e non preoccupatevi della rima.

JAVANON – Vo… vo… volete?

DURAND – Sì, altrimenti non finiremo più.

JAVANON (a parte) – Che… che tipo! (Cantando) Si posseggo un bel dominio. Dove gli alberi toccano il cielo. In questo dominio c’è una serra. Con degli alberi d’arancio.

DURAND – Finalmente! Ma ditemi, non potreste trovare un ritmo più rapido?

JAVANON – Co… co…

DURAND – Ve ne supplico, continuate!

JAVANON (mutando ritmo) – Ho un vicino. Da quattro settimane ho un vicino.

DURAND – Mi rincresce di non avere il pianoforte.

JAVANON – Ebbene fi… fi… fi…

DURAND – No, non parlate.

JAVANON (cantando) – Il mio vicino ha una colonna. Che sulla serra precipitò. Tutti i vetri fracasso. Che fracasso, che sconquasso…

DURAND – Bene! E dove abitate?

JAVANON – A Passy, gaio soggiorno. Di piacere e di dolcezze. A Passy…

DURAND – E volete fare un processo?

JAVANON (cantando) – Sì vorrei se la cosa fosse possibile. Farmi sborsare danni e interessi.

DURAND – Bene… sono un po’ occupato… adesso… Andate e scrivetemi il vostro affare… Farete più presto. E tornate.

JAVANON (uscendo, cantando) – E sarete molto amabile. Occupandomi di me.

DURAND (cantando) – State tranquillo. (Javanon esce).

ALBERTO (entra carico di pacchi) – Sono io caro cugino.

DURAND – Ah… sei qui, tu! Ieri sera vi ho aspettato fino alle dieci e mezza per prendere il caffè.

ALBERTO – Ah… il caffè! Già, mi ricordo… all’ultimo momento…

DURAND – C’erano anche le marmellate. Ma che cosa mi hai portato?

ALBERTO – Delle acciughe, dello zucchero, una scatola di prugne di Agen… (a parte) Bisogna che lo plachi.

DURAND – E’ la prima volta che mi offri qualche cosa.

ALBERTO – Credi?

DURAND – Ne sono sicuro.

ALBERTO – Tuttavia ho per te la più grande stima, lo sai.

DURAND – Anche io ti voglio bene. Non sei una cima, ma sei un bravo ragazzo.

ALBERTO – Ecco. Ti ho portato anche cento biglietti da visita. (Leggendo) Avvocato Alberto Durand…

DURAND – Che idee!

ALBERTO – Oh! Come sei fortunato di essere avvocato! (A parte) Mia moglie e mio suocero stanno per arrivare. Bisogna allontanarlo ad ogni costo. (A voce alta) Senti, io ho un immenso favore da chiederti.

DURAND – Ah! Capisco i regali.

ALBERTO – Ecco di che cosa si tratta. Avrei bisogno del tuo studio per un’ora, un’ora e mazzo.

DURAND – Per fare che?

ALBERTO – Sei curioso.

DURAND – Spiegati!

ALBERTO – Suvvia… non indovini?

DURAND – No!

ALBERTO – La tua parola?

DURAND – La mia parola!

ALBERTO – Ebbene… Ho un’amante!

DURAND (stupefatto) – Tu?

ALBERTO – Sì!

DURAND – Non sei che un libertino! Un’amante, dopo un mese di matrimonio!

ALBERTO – Non è una nuova… Un’antica… Una ripresa…

DURAND – Che rapporto questo può avere con il mio studio?

ALBERTO – E’ una donna della grande società, non posso ricerverla in un albergo. Allora ho pensato che tu…

DURAND – Prestarti il mio studio per le tue orge? Mai!

ALBERTO – Ti assicuro che non accadrà nulla di sconveniente.

DURAND – Taci, mi scandalizzi.

ALBERTO – Suvvia! Ti manderò delle ciliegie sotto spirito.

DURAND – Il mio studio non deve servire per le vostre avventure, signor Durand.

ALBERTO – Sii ragionevole!

DURAND – Come… si ragionevole! Basta, devo uscire. Andiamocene! (Prende il cappello).

COQUARDIER (fuori scena) – L’avvocato Durand?

ALBERTO – La voce di mio suocero!

DURAND – Benissimo. E’ la provvidenza che lo manda.

COQUARDIER (fuori scena) – Non avete bisogno di annunciarmi, sono di famiglia.

DURAND (a parte) – Non fa complimenti.

COQUARDIER (entrando, scorgendo Durand) – Ah! Siete qui, voi?

ALBERTO (presentando) – Mio cugino Durand… Mia moglie…

DURAND – Cara cugina.

LUISA (a parte) – Il droghiere! (Con sdegno) Buongiorno.

DURAND (a parte) – Nessuna educazione!

COQUARDIER – Oh! Ma si sta bene qui!

DURAND (modestamente) – Oh… niente di speciale.

LUISA – C’è un comfort!

COQUARDIER – Certo, un droghiere non potrebbe avere certi gusti!

DURAND (a voce bassa ad Alberto) – E’ duro verso di te.

ALBERTO – Ci sono abituato.

COQUARDIER – Mi viene un’idea!

ALBERTO – Quale? (A parte) Ogni volta che gli viene un’idea, mi sento male.

COQUARDIER – Quando sarò a Parigi verrò a passare qui i miei pomeriggi.

LUISA – E io ci porterò il mio ricamo.

DURAND (a voce bassa) – Come… come? (A voce alta) Per fare che?

COQUARDIER – Ci prenderanno per dei clienti…

DURAND – Sia ringraziato Dio. I clienti non mi mancano.

COQUARDIER – Che cosa volete che importino i vostri clienti? Persone volgari…

DURAND – Ah!… Ma è la professione che lo esige.

LUISA (scorgendo un oggetto artistico) – Oh… che bello! Lo porterò a casa, questo!

DURAND (a voce bassa ad Alberto) – Ma… dì un po’?

ALBERTO (a voce bassa) – Suvvia, vorrai offrircelo come regalo di nozze!

COQUARDIER (a parte) – Che noiso quel droghiere! (A voce alta) Avrete da fare, probabilmente. Oggi non è domenica. Non vi prendete soggezione.

DURAND (a voce bassa ad Albrerto) – Mi manda via. Come te la caverai?

ALBERTO – Se andassimo a fare una passeggiata?

COQUARDIER – Niente affatto. Si sta benone, qui.

LUISA (togliendosi il cappello) – Ci resteremo un’oretta…

DURAND (a voce bassa ad Alberto) – Decisamente sospettano di qualche cosa. Non posso tuttavia metterli alla porta.

ALBERTO (a voce bassa) – Me ne incarico io. Se hai da uscire, fai pure.

DURAND – Soprattutto che non tocchino le mie carte.

ALBERTO – Sta tranquillo.

DURAND (salutando) – Signora… Signor Coquardier…

COQUARDIER (scorgendo i pacchi) – Dite… è roba vostra, questa? (Volendo ridarglieli) Riportateli in magazzino.

DURAND (sbalordito, rifiutando) – Ma lasciateli stare qui, dunque! (A parte) E’ pazzo! Ora mi fa fare le commissioni! (esce dal fondo).

ALBERTO (a parte) – Ouf! (A voce alta) Lasciate stare questa roba. E’ un regalo che mi ha fatto.

COQUARDIER – Infine, quell’intruso se n’è andato. Eccoci soli! Ora vediamo il vostro studio. Guarda, figlia mia. Ecco dove tuo marito prepara le famose difese che fanno sbalordire la Francia.

ALBERTO – Sì… sì…

LUISA – Sono stata fortunata a sposarti, Alberto!

COQUARDIER (leggendo il giornale) – Ma che vedo?

ALBERTO (a parte) – Io tremo!

LUISA – Che cosa c’è, papà?

COQUARDIER – Che cosa c’è? Oggi tuo marito difende il famoso Tapotard.

LUISA (ad Alberto) – Come! Non ci avevi detto niente!

ALBERTO – Stavo per dirvelo.

LUISA – Che felicità! Sentirti… oggi stesso. E dirmi, mentre tu parli: io sono sua moglie!

COQUARDIER – Ed io suo suocero!

ALBERTO (a parte) – Non so perché mettano certe cose sui giornali. (A voce alta) Ebbene, voi non mi sentirete quest’oggi. (A voce bassa) Né gli altri giorni.

COQUARDIER – Che volete dire? Quale potenza umana può impedire alla moglie al suocero di Alberto Durand di andarlo a sentire?

ALBERTO – Questa potenza… saranno le porte chiuse.

LUISA – Di che affare si tratta?

COQUARDIER – Diteci qualcosa, poiché non possiamo assistervi.

ALBERTO – Quel Tapotard è un farabutto, sapete.

COQUARDIER – Naturalmente… Non c’è l’abitudine di far comparire in Corte d’Assise le persone oneste.

LUISA – Che cosa ha fatto questo Tapotard?

ALBERTO – Non potete immaginarlo. (A voce bassa) Io nemmeno.

COQUARDIER (vedendo il dossier sul tavolo) – Ecco il dossier.

ALBERTO – Ecco! Leggete il dossier e vi spiegherà tutto.

COQUARDIER – Ma guarda! Non è la vostra scrittura!

ALBERTO – Naturalmente. E’ la scrittura del segretario. Io detto.

COQUARDIER (leggendo) – Eh… eh… Bella!… Bella!

ALBERTO – Chi?

COQUARDIER – La signora Baldassour.

ALBERTO – Non la conosco.

COQUARDIER – E’ la signorina che Tapotard ha sedotto non lontano dalle fortificazioni la notte dal 10 all’11 Ottobre. Vi sono dei dettagli da fare arrossire un romanziere naturista.

ALBERTO – E’ vero! Ma lasciamo stare Tapotard.

COQUARDIER – Oh… oh… Ecco un testimone che ha visto ogni cosa. Vi darà del filo da torcere.

LUISA – E’ noioso per te.

COQUARDIER (leggendo) – “Fumavo la pipa, non lontano dal luogo del delitto. Improvvisamente un’ombra di donna passa davanti a me, seguita dall’ombra di un uomo. L’ombra afferra la donna, e la luna apparendo fece di queste due ombre un’impressionante realtà. (Luisa si alza e passa a sinistra) Grazie alla luna ho potuto riconoscere l’accusato”. Che cosa risponderete voi?

ALBERTO – Risponderò che non è vero.

COQUARDIER – Pardon! Il testimone è rispettabile.

ALBERTO – Dirò che l’accusato ha rifiutato di prestargli del denaro.

COQUARDIER – Bravo! Decisamente è molto bravo! Passiamo alla deposizione della signorina Giuseppina Berbivore.

ALBERTO – Ah… che caldo!

COQUARDIER – E’ buona per voi, questa!

ALBERTO (interessandosi alla cosa) – Ah! Che cosa dice?

COQUARDIER – Come, non lo sapete?

ALBERTO – Non leggo mai le deposizioni prima dell’udienza!

COQUARDIER – Perché?

ALBERTO – Dal momento che vengono a deporre all’udienza, che cosa serve che io le legga?

COQUARDIER – Ma… per preparare gli argomenti.

ALBERTO – Gli argomenti non si preparano… Vengono di colpo… Paf!

COQUARDIER – Paf! E’ il genio! Tuo marito ha del genio. Ho sentito dire che i più celebri oratori hanno sempre preparato le loro perorazioni.

ALBERTO – Ah… certo!

COQUARDIER – Ebbene, diteci la vostra perorazione, almeno!

ALBERTO – La mia perorazione?

COQUARDIER – Solamente l’ultimo periodo!

ALBERTO (declamando) – Ho finito, signori giurati.

COQUARDIER – Ah… no! E’ troppo corto.

ALBERTO – E’ l’ultimo periodo.

COQUARDIER – Ebbene, diteci il penultimo.

ALBERTO (declamando) – Sì, signori. Tapotard è innocente. Il mio cliente è ormai vecchio. E’ già troppo che su questi banchi, si siano fatti arrossire i suoi capelli bianchi.

COQUARDIER (entusiasmato) – Ma sono dei versi! Declamate dunque in versi?

ALBERTO (scaldandosi) – Ho fatto dei versi? (A voce alta) Sì, a volte l’eloquenza mi trasporta sulle sue ali, e parlo un po’ in versi, un po’ in prosa.

COQUARDIER – Come nelle operette.

ALBERTO – I versi inteneriscono i giurati. Se si declamasse in versi, sono sicuro che ci sarebbero molte assoluzione in più.

COQUARDIER – E si farebbe una posizione ai poeti.

CAHRVET (entrando) – La signora de la Haute-Tourelle domanda dellìavvocato Durand.

COQUARDIER – Fate entrare.

ALBERTO (a parte) – Diavolo! La suocera e la fidanzata di mio cugino!

LUISA (ad Alberto) – Chi sono?

ALBERTO – Non le conosco!

COQUARDIER – Nuove clienti?… Fortunato mortale!

ALBERTO – Devo occuparmi di Tapotard. Dite che sono uscito (esce a destra).

COQUARDIER – Fate entrare.

S.RA DE LA H.T. (entrando) – Non è ancora mezzogiorno. Non siamo in ritardo.

COQUARDIER – Se le signore vogliono sedersi?

S.RA DE LA H.T. – Con chi ho l’onore di parlare, signore?

COQUARDIER (alzandosi) – Agenore Coquardier, da Mèzidon.

S.RA DE LA H.T. – Conoscete l’avvocato Durand?

COQUARDIER – Se lo conosciamo? Senti, Luisa? La signora domanda se conosciamo l’avvocato Durand.

LUISA – Sì, signora… Lo conosciamo molto.

S.RA DE LA H.T. (a voce bassa a Irma) – Amici intimi. Gente volgare.

IRMA – Poiché lo conoscete, parlateci di lui.

COQUARDIER – Col più grande piacere. L’avvocato Durand è semplicemente il migliore avvocato!

S.RA DE LA H.T. – Uno dei migliori avvocati…

COQUARDIER – Ho detto il migliore e mantengo la mia asserzione.

IRMA – E’ il mio parere.

LUISA (a parte) – E’ carina, quella ragazza.

IRMA – Parlateci di lui.

COQUARDIER – Quest’uomo illustre, così brillante nella vita pubblica, porta nella vita privata una modestia di carattere e una semplicità degna di lode. Mangia come tutti quanti, parla come voi e come me. Continua a dirmi: non chiamatemi avvocato. E per riassumere in una parola le mie impressioni: siete mai passata sul Pont des Arts?

S.RA DE LA H.T. – Sì, signore.

COQUARDIER – Non c’è vicino un monumento sormontato da una cupola?

IRMA – L’istituto.

COQUARDIER – Ecco. Ebbene, fra tre o quattro anni se avremo la fortuna di perdere un immortale, l’avvocato Durand lo sostituirà.

IRMA – Andrà all’Accademia?

S.RA DE LA H.T. – Ciò mi riconcilia un po’ con lui.

COQUARDIER – Eravate in collera?

S.RA DE LA H.T. – No, ma mi pareva volgare!

LUISA – Volgare?

COQUARDIER – Ah… signora! Noi litigheremo. Non bisogna dire certe cose in faccia… Io sono suo suocero!

S.RA DE LA H.T. – Suo suocero? Quale suocero?

COQUARDIER – Come! Quale suocero? Non ce ne sono trentasei.

S.RA DE LA H.T. – Allora e vedovo?

COQUARDIER – Vedovo! (mostrando Luisa) Ecco la compagna della sua vita!

S.RA DE LA H.T. – La sua amante!

COQUARDIER – Amante?

LUISA – Sua moglie!

IRMA – Sua moglie?

S.RA DE LA H.T. – Legittima?

COQUARDIER – Come legittima?

S.RA DE LA H.T. – Non è possibile.

LUISA – Non è possibile?

COQUADIER – Spiegatevi, signora.

S.RA DE LA H.T. – L’avvocato Durand ha domandato la mano di mia figlia.

COQUARDIER – Di vostra figlia?

S.RA DE LA H.T. – Sì, signore.

LUISA (aprendo la porta dalla quale è uscito Alberto) – Alberto! Alberto!

ALBERTO – Se ne sono andate quelle signore? (vedendole) Ah!

COQUARDIER – Voi avete domandato la mano di questa signorina?

ALBERTO – Io?

S.RA DE LA H.T. – Non è il signore che ha domandato la mano di Irma.

IRMA (mostrando una fotografia) – Ecco, l’avvocato Durand.

COQUARDIER (prendendo la fotografia) – Ma questo è il droghiere! (scoppia a ridere).

ALBERTO – Sì, il droghiere?

S.RA DE LA H.T. – Quale droghiere?

COQUARDIER – Suo cugino… che ha lo stesso nome.

S.RA DE LA H.T. – Un droghiere! Figlia mia, che orrore! (straccia la fotografia con disgusto).

ALBERTO (esasperato a parte) – Ma che cos’hanno tutti, contro i droghieri?

COQUARDIER – Ebbene che ne dite? Farsi passare per voi, per poter sposare questa ragazza!

ALBERTO (sforzandosi du ridere) – Dio mio… è un po’ strano…

COQUARDIER – Ah… sapete! E’ una cosa che passa i limiti. Ma se si presenta ancora, vostro cugino, lo metto alla porta.

ALBERTO (a parte) – Bene… bene… non ci mancherebbe altro!

IRMA – Ma mamma… Alberto era qui poco fa.

COQUARDIER – In visita, signorina.

ALBERTO – Portava delle acciughe e dello zucchero.

IRMA – Ah… mamma! Non me ne consolerò mai.

S.RA DE LA H.T. – Fra tre giorni non ci penserai più. Suvvia, seguimi, ragazza mia! L’ora della vendetta è suonata!

ALBERTO – Quale vendetta?

S.RA DE LA H.T. – L’indirizzo di quel droghiere?

ALBERTO (a Coquardier) - Non dateglielo!

COQUARDIER – Perché… Rue Montmartre 126.

S.RA DE LA H.T. – Bene. Andremo a rompergli tutto!

ALBERTO – Non farete una cosa simile!

S.RA DE LA H.T. – Ha rompere tutto! Vieni, Irma.

ALBERTO (cercando di trattenerla) – Signora… (la signora del la Haute-Tourelle ed Irma escono).

LUISA – Hanno ragione.

ALBERTO (a parte) – Corro a difendere la mia roba. (A voce alta) Signora… signora! (esce correndo).

LUISA – Dove va?

COQUARDIER – Alberto! Alberto! Non vi immischiate in queste cose! Se avessero fatto a me una cosa simile, avrei saccheggiato tutto! Scriverò a quel droghiere di non rimettere più piede in casa mia.

LUISA – Sì, papà!

COQUARDIER (sedendosi allo scrittoio) – Signore, la vostra ignobile condotta…

LUISA (avvicinandosi) – Benissimo! (Prendendo le lettere che Durand ha lasciato) Ma che cosa c’è qui? Delle lettere indirizzate a mio marito… Una scrittura di donna… (legge) Ah!… Mio Dio!

COQUARDIER – Che cosa c’è?

LUISA – Mio marito mi tradisce!

COQUARDIER – Lui?

LUISA – Ne sono certa! Voglio divorziare!

COQUARDIER – Ma ragazza mia, se tutte le donne ingannate dal marito divorziassero, non ci sarebbe più in Francia una famiglia regolare.

LUISA – Non me ne importa.

COQUARDIER – Ne sei certa, prima di tutto?

LUISA – Leggi questa lettera che ho trovato sullo scrittoio.

COQUARDIER – Vediamo. Oh… un motto: “Aiutami, il cielo ti aiuterà!” (leggendo) “Mio tesoruccio…”

LUISA – Tesoruccio…

COQUARDIER (leggendo) – Il duca è a caccia fino a domani sera. Sarò sola. Tu hai la chiave del giardino. I domestici saranno a teatro. Vieni presto a prodigarmi le tue prove d’amore di cui vado pazza. Intine carezza. Tua Ninì”.

LUISA (nervosissima) – Ed è datata di quindici giorni fa. M’ingannava in piena luna di miele!

COQUARDIER – Bisogna chiudere gli occhi! E’ un uomo celebre!

LUISA – Ma io l’adoro!

COQUARDIER – Appunto per questo, cara. Luigi XIV ha avuto delle amanti e ha lasciato tuttavia un’eccellente reputazione.

LUISA – Allora tu lo difendi?

COQUARDIER – Lo scuso! I mariti fedeli costituiscono un’eccezione. Sono come i vitelli a due teste. Tuo marito ha una testa sola, ecco.

LUISA – Oh! I miei nervi! I miei nervi!

COQUARDIER – Te ne prego, mettiti il cappello. Andiamo. L’aria pura di calmerà.

LUISA – Voglio divorziare. (Prende una bacinella di sabbia e la sbatte violentemente sulla scrivania).

COQUARDIER – Getti della sabbia dappertutto!

LUISA (dirigendosi verso la porta) – Ingannarmi così dopo quindici giorni di matrimonio!

COQUARDIER – Dove vai?

LUISA – Voglio visitare l’appartamento e frugare in ogni mobile.

COQUARDIER – Luisa, non si fruga in casa degli uomini celebri! (A parte) Ha ragione! Ingannarla così dopo quindici giorni! Doveva aspettare almeno un anno!

PAQUERETTE (entrando) – Vengo a cercare le mie lettere.

COQUARDIER – Una signora!

PAQUERETTE (a parte) – Guarda… un altro commesso. (A voce alta) Andate a dire al signor Durand che una signora che egli aspetta viene a riprendere le sue lettere.

COQUARDIER (a parte) – Le sue lettere! (A voce alta) So tutto, signora. Voi siete l’amante dell’avvocato Durand.

PAQUERETTE (vivamente) – Chi vi ha detto?

COQUARDIER – Due parole solamente, signora. (Debolmente) Il matrimonio impone i suoi doveri, e non è una ragione, perché un marito va a caccia, che la moglie debba mandare i domestici a teatro.

PAQUERETTE – Spiegatevi.

COQUARDIER – Il duca è a Noisy. Bene.

PAQUERETTE (sbalordita) – Cosa dice?

COQUARDIER – Ma se fosse ritornato all’improvviso?

PAQUERETTE – Ma che cosa mi racconta?

COQUARDIER – Sentite, ho un favore da domandarvi.

PAQUERETTE – Quale?

COQUARDIER – Rinunciate all’avvocato Durand! Lo so che sarà duro… Quando una donna del vostro rango si decide a passare il Rubicone del vizio…

PAQUERETTE – Il Rubicone del vizio? Che cos’è?

COQUARDIER – E’ un piccolo fiume italiano che scorreva ai tempi di Cesare. (Riprendendo) … bisogna che sia trascinata da una grande passione!

PAQUERETTE – Sarà lunga questa storia?

COQUARDIER – Ah… povera donna… Povera nevrotica!

PAQUERETTE – Oh!… Dico! Niente insolenze, eh!

COQUARDIER – Ma pensate alle conseguenze!

PAQUERETTE – Ma non so di che cosa vogliate parlare!

COQUARDIER – Non negate! Io ho letto la lettera…

PAQUERETTE – Ma quale lettera?

COQUARDIER – Insomma a chi ho l’onore di parlare?

PAQUERETTE – A Paquerette de Clos-Vougeout.

COQUARDIER – E… siete duchessa?

PAQUERETTE – Non sono duchessa! Lo sembro, ma non lo sono ancora!

COQUARDIER – Ma allora mio genero aveva due amanti?

PAQUERETTE – Sono cose che succedono tutti i giorni.

COQUARDIER – Non a Mèzidon, signorina!

PAQUERETTE – Ma andateci dunque, a Mèzidon! Tuttavia, sono contenta di aver fatto la vostra conoscenza! Io abito in rue du Faubourg Possonière. Ricevo il giovedì. Ciò vuol dire che è l’unico giorno in cui nessuno viene a trovarmi.

COQUARDIER – Allora… a mercoledì!

PAQUERETTE (salutando) – Signore! (esce per la scala di servizio).

COQUARDIER (solo) – Due amanti!

ALBERTO (entrando, a parte) – Sono andato al magazzino con una vettura. Piove. Non ho potuto trovarne un’altra.

LUISA (entrando, a parte) – Non ho trovato niente. (Scorgendo Alberto) Ah! Eccovi voi, miserabile!

ALBERTO – Come, miserabile?

COQUARDIER (a voce bassa) – Sa tutto!

ALBERTO – E’ fatta!

LUISA – Non vi perdonerò mai!

ALBERTO – Luisa!

COQUARDIER – Guarda. Ti supplica!

LUISA – Ingannarmi così.

ALBERTO – Perché vi amavo!

COQUARDIER – Ora esagerate.

LUISA – Andremo dinnanzi al tribunale, signore!

COQUARDIER (a voce bassa) – Se si difende, perderai!

JAVANON (entrando dal fondo con della carta da musica, canta) – “Signore ho terminato”.

ALBERTO – Chi è costui?

COQUARDIER – A chi abbiamo l’onore di parlare?

JAVANON (cantando) – “Mi chiamo Javanon…”

COQUARDIER – Javanon! La colonna! Non abbiamo tempo! Lasciateci in pace!

S.RA DE LA H.T. – Ecco! Abbiamo fracassato tutto dal droghiere! E’ uno sfogo che fa bene.

ALBERTO (a parte) – Come! Hanno fracassato tutto! (A voce alta) Ma è spaventoso!

S.RA DE LA H.T. – I commessi ci hanno aiutato.

ALBERTO – Questo è il colmo!

COQUARDIER – Voi arrivate in pieno dramma, signora! Mio genero ha indegnamente ingannato mia figlia!

S.RA DE LA H.T. – Ah! Questi Durand sono dunque tutti delle canaglie?

ALBERTO – E’ stato per amore!

LUISA – Per amore! Ma datemi dunque qualcosa da rompere!

S.RA DE LA H.T. – Ecco, signora. (porgendole un gingillo) Fate… fate. E’ una cosa che solleva. (Luisa fracassa il gingillo) Anche io voglio rompere qualche cosa! (Rompono successivamente parecchi oggetti).

ALBERTO (a parte) – Mio Dio… se Durand tornasse!

LUISA (prendendo le carte sullo scrittoio) – Oh… le carte! (le getta in aria).

DURAND (entrando dal fondo) – Il mio studio!

S.RA DE LA H.T. – (schiaffeggiandolo) – Cretino! Miserabile! Bandito!

COQUARDIER – Fuori!

JAVANON (cantando) – “E’ una casa di matti! Aiuto! Aiuto!”

SIPARIO

FINE SECONDO ATTO


ATTO TERZO

(A Parigi. Sala d’aspetto del Palazzo di Giustizia. In fondo, porta che da sulla sala. Porte a destra, a sinistra, in primo e secondo piano. All’alzarsi del sipario Barbatier è in piedi a destra. Si sentono dei passi dietro le quinte.)

BARBATIER (al pubblico) – Sapete chi è quel magistrato che passeggia triste e pensieroso? Il rappresentanate del Pubblico Ministero nell’affare Tapotard! Egli dovrà lottare contro l’avvocato Durand… l’invincibile! Sarà la lotta di Davide contro Golia… Per ora l’avvocato è in ritardo.

PAQUERETTE (entrando) – Buongiorno Barbatier. C’è molta gente?

BARBATIER – Una piena.

PAQUERETTE – C’è un po’ di nobiltà?

BARBATIER – Ce ne sarà di più quando la signora sarà entrata.

PAQUERETTE – Ah! Barbatier! Come avrà passato la notte Tapotard?

BARBATIER – Ha dormito come un ghiro. Ha la placidità confidente dell’uomo che sa di essere difeso dall’avvocato Durand.

PAQUERETTE – Credete alle circostante attenuanti?

BARBATIER – Come, alle circostanze attenuanti? Credo all’assoluzione poiché il Pubblico Ministero e Plumardier.

PAQUERETTE – Plumardier… Non vale niente. Decisamente l’avvocato Durand ha tutte le fortune (traendo un giornale dalla camicetta) Guardate, Barbatier!

BARBATIER – Tapotard! Tapotard nella camicetta!

PAQUERETTE – Gli trovo una testa energica. Mi piace più che l’avvocato Durand… Ma ora vado, per essere al mio posto… Arrivederci Barbatier… (esce).

BARBATIER (solo) – E’ ben fortunato quel Tapotard! Vorrei quasi essere al suo posto! (esce).

ALBERTO (entrando) – Lo stroverò Durand! Vengo dal mio negozio! Che marmellata! Quindicimila franchi di danni. Tutto rotto. Tutto confuso… le marmellate col pepe, il vino con l’aceto e gli sciroppi. Ci sono tremila persone davanti alla porta! Si ride… Si sentono commenti. Bisogna salvare dal naufragio quello che si può! Ho voglia di mettere tutto insieme e di venderlo come pomata per i capelli. Con della pubblicità farò una fortuna! (A Barbatier che entra) Scusate signore, l’avvocato Durand…

BARBATIER – Non è ancora arrivato, signore.

ALBERTO – Quello che mi accade, signore, è inimmaginabile! Guardate, voi siete usciere, cioè insensibile. Ebbene, mi direte che cosa ne pensate di quel Tapotard.

BARBATIER – Rassicuratevi. E’ difeso dall’avvocato Durand.

ALBERTO – Non me ne importa niente di lui. Ve lo domandavo per stabilire un confronto. Perché oggi io sono più infelice di Tapotard…

BARBATIER – Continuate!

ALBERTO – Sposato ad una bella ragazza di Mèzidon…

BARBATIER – I miei complimenti! (A voce bassa) Perché mi racconta queste cose?

ALBERTO – Nuotando tutti i giorni…

BARBATIER – Fate dei bagni freddi in questa stagione?

ALBERTO (spazientito) – Ma no! Nuotando ogni giorno nella più completa felicità…

BARBATIER – E’ una piscina poco frequentata.

ALBERTO – Vedo ora crollare tutte le mie speranze.

BARBATIER – Vostra moglie ama un altro. Capisco.

ALBERTO – Ma no, signore. Essa non ama un altro.

BARBATIER – Allora, se non ama un altro, di che cosa vi lamentate?

ALBERTO – Insomma, dite all’avvocato Durand che non vorrei morire senza averlo abbracciato.

BARBATIER – Voi vivrete, signore.

ALBERTO – A che vale? Tutto il sapone di Marsiglia non potrebbe lavarmi.

BARBATIER (allontanandosi da lui) – Diavolo! Chi siete dunque?

ALBERTO – Ecco, sono un droghiere! Ma preferirei essere nella vostra pelle che nella mia. E tuttavia è la pelle di un usciere.

BARBATIER – Ah! Ma che dite?

ALBERTO – Addio, signore! Vado a scrivere le mie ultime volontà. Addio! (esce).

BARBATIER (solo) – Preferisco ancora sentire le bestialità dell’udienza…

S.RA DE LA H.T. (entrando con Irma) – Ecco, qui c’è un magistrato: ci dirà dove andare. (A Barbatier) Scusate, signore, dove si trova la sala del Presidente? (A Irma) Hai capito?

IRMA – No, mamma.

S.RA DE LA H.T. (a Barbatier)- Veniamo a denunciare un droghiere di Montmarte.

BARBATIER – Sempre merce avariata?

S.RA DE LA H.T. – Se si trattasse solo di questo! Abbiamo saccheggiato la sua bottegha.

BARBATIER – E siete voi che lo denunciate?

S.RA DE LA H.T. – Se sapeste che cosa ha fatto!

BARBATIER – Non mi interessa!

S.RA DE LA H.T. (in tono monotono) – Nel capoluogo del dipartimento dell’Orne, viveva tranquillamente una nobilissima dama, con sua figlia Irma.

IRMA – Sì, signore.

S.RA DE LA H.T. – Queste signore erano circondate dalla stima e dalla considerazione di tutti. Esse distribuivano molte elemosine alla domenica mattina.

BARBATIER (a parte) – Sembra una pagina del romanzo di appendice del Petit Journal.

S.RA DE LA H.T. – Un giorno venne un avvocato. Questo avvocato si innamorò della ragazza e, benchè non fosse di nobile origine, la madre, per non spezzare il cuore della sua figliola accosentì alla mèsaillance. Il matrimonio fu progettato. I fidanzati si scambiarono la promessa sotto l’occhio severo della madre.

BARBATIER – La cosa di fa interessante.

S.RA DE LA H.T. – Eravamo alla vigilia del matrimonio. Ma la Provvidenza non permise che il crimine si compisse. Tutto venne scoperto. L’avvocato non era avvocato.

BARBATIER – Che cos’era?

S.RA DE LA H.T. – Tutto quello che ci piò essere di più basso nella società dopo un usciere.

BARBATIER (offeso) – Ancora! Ma signora, io sono un usciere!

S.RA DE LA H.T. – Allora non posso continuare a parlare con voi. Vi avevo preso per un giudice.

COQUARDIER (entrando e portando un pacco che contiene una toga) – Ah! Ecco le vittime del droghiere! Saluto la sventura, signore! (A Barbatier) L’avvocato Durand, vi prego?

BARBATIER – Non è ancora arrivato.

COQUARDIER – Ho l’onore di essere suo suocero.

BARBATIER (a parte) – Ignoravo che fosse sposato (esce dal fondo).

S.RA DE LA H.T. – Siamo venute a denunciare il droghiere.

COQUARDIER – Non solo mi metto a vostra disposizione come testimone, ma ho anche l’intenzione di far fare un processo: mio genero dovrebbe denunciarlo per usurpazione di gloria.

S.RA DE LA H.T. – Bravo! Si dovrebbe ristabilire la tortura, per quell’uomo! Vieni Irma.

IRMA – Eccomi, mamma.

S.RA DE LA H.T. (guardando Coquardier con disprezzo) – E’ certamente molto volgare questo signor Coquardier (esce con Irma).

COQUARDIER (solo) – Ne ho fatto una buona al droghiere.

(Alberto entra agitato, con dei fogli in mano, non vede Coquardier)

COQUARDIER – Buongiorno, caro genero.

ALBERTO (a parte) – Mio suocero. Non sembra furioso. (A voce alta) Vi ringrazio, e vi prego con tutto il cuore di volermi perdonare. Mi riportate l’amore di Luisa?

COQUARDIER – E’ giù in vettura, e piange. L’ho condotta perché possa vedervi in toga.

ALBERTO – Come… in toga? (A parte) Ma non sa niente!

COQUARDIER – Mi sono detto: quando lo vedrà così solenne cesserà di piangere… Cedant arma togae.

ALBERTO (a parte) – Se parla latino, capirò anche meno. (A voce alta) Dite, che cosa mi perdona Luisa?

COQUARDIER – La duchessa.

ALBERTO – Quale duchessa?

COQUARDIER – Ninì!

ALBERTO – Quale Ninì?

COQUARDIER – Ninì è la duchessa!

ALBERTO – Non conosco alcuna duchessa!

COQUARDIER – Bene… bene… Ora… vi dirò che Luisa non sa niente di Paquerette.

ALBERTO – Paquerette?

COQUARDIER – De Clo-Vougeout.

ALBERTO – Che significa ciò?

COQUARDIER – Rue de Possoniere, 121. Riceve il giovedì.

ALBERTO – Che cosa vuol dire ciò?

COQUARDIER – E ora leggete (trae un giornale di tasca).

ALBERTO – Che cosa c’è ancora?

COQUARDIER – Vostro cugino si era fatto passare per voi… Io ho voluto vendicarvi, e ho mandato una nota a tutti i giornali. Sentite. (legge) “Un infame droghiere viene a disonorare ancora la corporazione di quei commercianti. Perché non nominarlo? E’ Alberto Durand, che abita in Rue Montmartre 126. Non contento di falsificare i suoi prodotti, ha falsificato se stesso!”

ALBERTO – Ma è insensato!

COQUARDIER – “E per contrarre un buon matrimonio, ha ingannato una nobile famiglia di Alencon, Orne, facendosi passare per suo cugino, l’illustre Alberto Durand che ha sposato la figlia di Agenore Coquardier, il sapiente agronomo di Mèzidon. Noi dobbiamo al signor Coquardier delle importanti scoperte. Egli ha il più grande merito agricolo, e ciò sia detto per ricordare al Governo che questa decorazione non orna ancora l’occhiello di quell’uomo benemerito!”

ALBERTO (a parte) – Ma è inaudito!

COQUARDIER – Lasciamo quell’impostore che ha solo ciò che merita! E prendete questo (gli porge un pacco).

ALBERTO – Che cosa significa questo pacco?

COQUARDIER – Degnatevi di accettare questa toga.

ALBERTO – Una toga, adesso!

COQUARDIER – Una toga storica. Il mercante mi ha assicurato che è appartenuta a Demostene. Se volete farmi il piacere, indosserete questa toga oggi stesso.

ALBERTO – Oggi?

COQUARDIER – Sì, per difendere Tapotard. Volete permettermi? (vuole fargli indossare la toga) Non vi ho ancora visto così… L’uniforme dell’eloquenza (gliela mette). Vi trovo maestoso.

ALBERTO (a parte) – Mi farà arrestare per abuso della professione.

COQUARDIER – Camminate un poco.

ALBERTO – Che cammini!

COQUARDIER – Come è maestoso. Ora non muovetevi! Vado a cercare Luisa. Voglio che vi veda così! (sulla porta) Se è maestoso!

ALBERTO – Finirà col farmi passare in guardina. Non posso restare vestito così. (Si toglie la toga e se la caccia sotto il braccio. La signora de la Haute-Tourelle ed Irma ritornano dalla porta da cui sono uscite).

S.RA DE LA H.T. – Oh… ecco il vero avvocato.

ALBERTO (a parte) – Ah… La suocera di Alberto?

S.RA DE LA H.T. – Abbiamo sporto querela contro il droghiere.

ALBERTO – Una querela?

S.RA DE LA H.T. – Ne avrà per almeno otto anni!

ALBERTO – Ma se è lui che dovrebbe denunciarvi per avergli saccheggiato il negozio! (A parte) Otto anni! (esce).

IRMA – Che ne sarà di me, mamma?

S.RA DE LA H.T. – Non hai perduto nulla, figliola. Sposerai un uomo della nostra razza.

DURAND (entrando) – Sono in ritardo… Signora… Siete qui, Irma…

S.RA DE LA H.T. – Oh!…Ecco il droghiere!

DURAND – E’ il cielo che vi manda!

S.RA DE LA H.T. – Davvero? Vi abbiamo denunciato or ora!

DURAND  -Denunciare me? Che cosa ho fatto?

IRMA – Potete domandarlo?

S.RA DE LA H.T. – Non rispondere!

DURAND – Perché ho trovato il mio studio in quello stato?

S.RA DE LA H.T. – Lo studio? Dite la bottega!

DURAND – I miei gingilli fracassati!

S.RA DE LA H.T. – I gingilli? Dite i vostri boccali!

DURAND – Ve ne prego, signora! Spiegatevi presto… Non tenetemi in questo stato, mentre devo preparare un’arringa.

S.RA DE LA H.T. – Voi, fare un’arringa? Ma andate a mettere lo zucchero nelle casse!

DURAND – Che dite?

S.RA DE LA H.T. – Lasciate che vi dica, per un resto di umanità, che possono arrestarvi da un momento all’altro!

DURAND – Arrestarmi? E’ pazza! (Alla signora de la Haute-Tourelle) Non siete sana di cervello!

S.RA DE LA H.T. – Questo droghiere insulta sua madre!

DURAND – Un droghiere? Io?

S.RA DE LA H.T. – Sì, voi!

DURAND – Vorrei essere impiccato se ci capisco qualche cosa.

BARBATIER (entrando) – Avvocato, la Corte è pronta.

DURAND – Non ho ancora la toga!

S.RA DE LA H.T. – L’avvocato Durand? Il signore non è un droghiere?

BARBATIER – L’avvocato Durand un droghiere? Questa è buffa!

S.RA DE LA H.T. – Il signore è l’avvocato Durand?

BARBATIER – Ma sì, signora!

IRMA – Che felicità.

S.RA DE LA H.T. – Ne siete sicuro?

DURAND – Se ancora vi servono delle prove, è facile. Sentirete la mia arringa. Barbatier, mettete a posto le signore. Hanno i biglietti… Io vado a mettermi la toga. (esce).

S.RA DE LA H.T. – Ma allora il droghiere è l’altro!

COQUARDIER (entrando) – Vieni Luisa… (Salutando) Signore…

S.RA DE LA H.T. – Siete un bel tipo, voi… Avete voluto prendervi gioco di noi?

COQUARDIER – Io?

S.RA DE LA H.T. – Direte da parte mia a vostro genero che è l’ultimo dei mascalzoni.

COQUARDIER – Signora, il dolore vi toglie la ragione.

S.RA DE LA H.T. – Scusateci! Bisogna che andiamo a sentire l’avvocato Durand.

COQUARDIER – Alla buon ora.

BARBATIER – Se queste signore vogliono entrare…

S.RA DE LA H.T. – Dite, dunque, signor Coquardier, leggete la favola del gallo rivestito delle penne del pavone (esce con Irma).

COQUARDIER – Che cosa vuol dire?

LUISA – Ma l’udienza non è dunque a porte chiusa?

BARBATIER – A porte chiuse? Se la sala è rigurgitante!

COQUARDIER – Che felicità. Così sentiremo l’arringa di tuo marito! (Entra Durand in toga, e Coquardier gli si avvicina) Voi… voi! Spingete la vostra insolenza fino a questo punto! (fa per toglierli la toga).

DURAND – Ma lasciatemi stare, dunque!

BARBATIER – Avvocato! Il publico s’impazienta.

DURAND – Vado… vado…

(A questo punto ci sono due finali. Il primo è l’originale, mentre il secondo è quello messo in scena dalla compagnia Gruppo Giovanteatro)

FINALE N.1

(Entra Alberto)

COQUARDIER – Ma allora… Che significa ciò, signore?

LUISA – Chi siete?

ALBERTO – La mia ultima ora è arrivata!

COQUARDIER – E’ un sogno?

ALBERTO – Così fosse!

COQUARDIER – Voi siete il droghiere?

ALBERTO – Ahimè!

COQUARDIER – E avete abusato a questo punto della nostra buona fede?

ALBERTO – Ero innamorato di Luisa…

LUISA – Un droghiere… Che disonore!

COQUARDIER – Signore, la Senna è vicina… Andate a seppellirvi la vostra esistenza disonorata.

ALBERTO (caricato) Signore, grazie all’onesto esercizio della mia abilità, posso oggi vantare un patrimonio netto stimato in 800.000 franchi! Inoltre posso affermare senza tema di smentita che sulle più famose tavole di Francia sono imbanditi i prodotti della mia bottega e con molto successo. Devo dire che sono molto angustiato del vostro pregiudizio. E nonostante che io sia solo un droghiere… amo Luisa.

COQUARDIER – In verità sono meravigliato! Possiede anch’egli il dono dell’eloquenza!

ALBERTO – Addio per sempre!

LUISA (con un grido) – Alberto!

COQUARDIER – Aspettate! (tra sé) Quanto a prosopopea non è certo da meno di un avvocato.

ALBERTO – E’ vero, ho sbagliato ad avvallare l’errore di quel portiere d’albergo. Ma il fine giustifica i mezzi.

COQUARDIER – Alberto, comincio a vedervi sotto una nuova luce.

LUISA – E’ vero che ti saresti ucciso per me?

ALBERTO – Piuttosto due volte, che una!

DURAND (entrando dal fondo con la signora de la Haute-Tourelle e Irma) – Tapotard è assolto!

ALBERTO – Come me!

S.RA DE LA H.T. – Siete stato superbo, caro genero! E ora, voi signora denuncerete il droghiere?

COQUARDIER (freddo) – Il droghiere?

S.RA DE LA H.T. – Vostro genero!

COQUARDIER – Mio genero è un grand’uomo. Eppoi le persone si valutano per quel che riescono a costruire. Eppoi mio genero non deve difendere i malfattori per vivere. Eppoi, eppoi, eppoi basta così!

ALBERTO – Caro suocero!

COQUARDIER – Per provarvi la mia stima, caro Alberto, vivrò sempre con voi, vi starò vicino, vi aiuterò persino!

DURAND – Ecco il castigo!

(Buio in scena mentre cala il)

SIPARIO

FINE DELLA COMMEDIA

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