Elettra

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PERSONAGGI

ELETTRA

di Giraudoux

PERSONAGGI

elettra clitennestra

agata

la moglie di  narsete eumenidi

il MENDICANTE

egisto

il presidente del tribunale

il giardiniere

il ragazzo

I maggiordomi

Invitati, soldati,  servì,  scudieri,  ancelle,  mendicanti.

La corte interna del palazzo di Agamennone.

ATTO PRIMO

Scena prima.

Uno straniero(Oreste) entra, accompagnato da tre bambine, mentre dall’altra parte arrivano il giardiniere vestito a festa e gli invitati del villaggio.

Prima bambina. Com'è bello il giardiniere!

Seconda bambina. Lo credo. È il giorno delle sue nozze.

Terza bambina. Ecco, signore, questo è il palazzo di Agamennone-

Lo straniero. Che strana facciata!  È diritta?

Prima bambina. No. Manca l’ala   destra.   Sembra   di   vederla, ma è un miraggio. Come il giardiniere che viene qui per parlarvi. Invece non viene e non potrà dire neanche una parola. Seconda bambina. Oppure belerà. O miagolerà.

Il giardiniere.   La  faccia   è   diritta,   straniero;   non   date   retta   a quelle bugiarde. Ciò che vi trae in inganno è che il lato destro è costruito in pietra celtica, che trasuda in certe stagioni; allora gli abitanti  della   città  dicono  che   il   palazzo  piange.   Mentre il lato sinistro è di marmo argivo il quale si illumina all’improvviso anche di notte, nessuno ha mai saputo perché. E allora dicono che il palazzo ride. Il fatto è che in questo momento il palazzo ride e piange allo stesso tempo.

Prima bambina. Così è sicuro di non sbagliare.

Seconda  bambina.  È proprio il palazzo adatto a una vedova.

Prima bambina.  O ai ricordi d'infanzia.

Lo straniero. Non rammentavo una facciata così sensibile.

Il giardiniere. Avete già visitato il palazzo?

Prima bambina. Da bambino.

Seconda bambina. Vent'anni fa.

Terza bambina. Non camminava ancora.

Il giardiniere. Eppure, quando uno l'ha visto, se lo ricorda.

Lo straniero. Tuttociò che ricordo del palazzo dì Agamennone è un mosaico. Quandoero cattivo, mi mettevano in un rombo di tigri, e quando ero buono, in un esagono di fiori. Mi ricordo la strada che facevo per arrampicarmi dall'uno all'altro... Si passava in mezzo a degli uccelli.

Prima bambina. E sopra un capricorno.

Lo straniero. Etu, bambina, come lo sai?

Il giardiniere. La vostra famiglia abitava ad Argo?

Lo straniero.   Ricordo  anche   molti,   molti   piedi   nudi.   Nessun viso, i visi erano in alto, su nel ciclo, ma solo piedi nudi. Cercavo, in mezzo alle frange, di toccare i loro anelli d’oro. Certe caviglie erano legate con catene; erano le caviglie degli schiavi. Ricordo specialmente due piedi piccoli e bianchissimi, i più nudi e i più bianchi. Il loro passo era sempre uguale, calmo, misurato da una catena invisibile. Immagino che fossero i piedi di Elettra. Devo averli baciati, non è vero? Un bambino bacia tutto quello che tocca.

Seconda bambina. In ogni modo sarà il solo bacio che Elettra ha ricevuto.

Il giardiniere. Questo è sicuro.

Prima bambina. Sei geloso,  vero, giardiniere?

Lo straniero. Elettra abita sempre nel palazzo ?

Seconda bambina. Sempre.  Ma non per molto ancora.

Lo straniero. Quella coi gelsomini è la sua finestra ?

Il giardiniere. No. È quella della stanza dove Atreo, il primo re di Argo, uccise i figli di suo fratello.

Prima bambino. Il banchetto in cui servì i loro cuori, ebbe luogo nella sala vicina. Mi piacerebbe sapere che sapore avevano.

Terza bambina. Li ha tagliati o li ha fatti cuocere interi?

Seconda bambina.  E Cassandra fu strangolata  nella torre.

Terza bambina. La presero in una rete e la uccisero a colpi di pugnale. Lei gridava come una pazza, dentro la sua veletta... Avrei voluto vedere.

Prima bambina. Tutto questo nell'ala che ride, come vedi.

Lo straniero. Quella con le rose?

// giardiniere. Straniero, è inutile cercare una relazione tra le finestre e i fiori. Io sono il giardiniere del palazzo. I fiori li metto a caso. Sempre fiori sono.

Seconda bambina. Niente affatto. C'è fiore e fiore. La polemoniacea non si addice a Tieste.

Terza bambina. Né la reseda a Cassandra.

Il giardiniere.   Quando la smetteranno di parlare! La finestra con le rose, straniero, è quella

Della piscina dove il nostro re Agamennone, padre di Elettra, al ritorno dalla guerra scivolo e si uccise cadendo sulla sua spada.

Prima  bambina.  Fece il bagno dopo morto.  Due minuti dopo. Questa e la differenza.

// giardiniere. Ecco la finestra di Elettra.

Lo straniero. Perché cosi in alto, quasi sul tetto?

// giardiniere. Perché da quel piano si vede la tomba di suo padre.

Lo straniero. Perché in quel buco?

// giardiniere. Perché è la vecchia camera di Oreste, suo fratello. La madre lo mandò fuori del paese quando aveva due anni e da allora non si hanno più notizie di lui.

Seconda bambina. Udite, udite, sorelle! Si parla di Oreste.

// giardiniere. Volete andarvene? Lasciateci in pace. Sono come le mosche.

Prima bambina. Non ce n'andremo. Siamo con lo straniero.

// giardiniere. Conoscete queste bambine?

Lo straniero. Le ho incontrate alle porte e mi hanno seguito.

Seconda bambina. Lo abbiamo seguito perché ci piace.

Terza bambina. Perché è molto più bello di te, giardiniere.

Prima bambina. Non gli escono i bruchi dalla barba.

Terza bambina. Si vede che il giardiniere deve puzzare, perché i fiori odorino.

Lo straniero. Bambine, siate educate e diteci cosa fate nella vita.

Prima bambina. Facciamo le maleducate.

Seconda bambina. Mentiamo, sparliamo, insultiamo.

Prima bambina. Ma la nostra specialità è recitare.

Lo straniero. E che cosa recitate?

Prima bambina. Non lo sappiamo mai prima di cominciare. Inventiamo, Ma siamo molto, molto brave.

Seconda bambina. II re di Micene, quando abbiamo insultato la sua cognata, ci ha detto che eravamo bravissime.

Terza bambina. Diciamo tutto il male che possiamo trovare.

// giardiniere. Non date loro ascolto, straniero. Nessuno sa chi siano. Da due giorni vanno in giro per la città, senza amici, senza famiglia. Se si chiede loro chi sono, sostengono di chiamarsi le piccole Eumenidi. E la cosa spaventosa è che crescono e s'ingrossano a vista d’occhio...Ieri avevano parecchi anni meno di oggi...Vieni qui, tu!

Seconda bambina. Che maniere, per uno sposo!

// giardiniere. Guardatela... Guardate le ciglia come crescono...Guardate il petto, lo me ne intendo. I miei occhi sono capaci di veder spuntare i funghi... Cresce sotto gli occhi, con la velocità di un ovolo.

Seconda bambina. Quelli velenosi battono tutti i record.

Terza bambina (alla prima). Ti cresce il petto, a te?

Prima bambina.  Vogliamo recitare,   sì o no?

Lo straniero. Lasciale recitare, giardiniere.

Prima bambina. Recitiamo Clitennestra, madre di Elettra. Siete d'accordo, per Clitennestra?

Seconda bambina. D'accordo.

Prima bambina. La regina Clitennestra ha un brutto colore. Essa si mette il rossetto.

Seconda   bambina.   Ha   un   brutto   calore   perché   dorme   male.

Terza bambna. Dorme male perché ha paura.

Prima bambina. Di che ha paura la regina Clitennestra?

Seconda bambina. Di tutto.

Prima bambina. Che cos'è tutto?

Seconda bambina.  Il silenzio. I silenzi.

Prima bambina. Il pensiero che la mezzanotte è vicina. Che il ragno sul suo filo sta per passare da quella parte del giorno in cui porta fortuna, a quell'altra in cui porta sfortuna.

Seconda  bambina.   Tutto  quello  che è  rosso,  perché è   sangue.

Prima bambina. La regina Clitennestra ha un brutto colore. Essa sì tinge di sangue.

Il giardiniere.   Che   storia  sciocca!

Seconda bambina. E’ buona non è vero?

Prima bambina. Collegando il principio con la fine, l'effetto non potrebbe essere più poetico.

Lo straniero.  Molto interessante.

Prima bambina. Se vi interessa Elettra, possiamo recitare Elettra. D'accordo, sorelle? Possiamo fare Elettra quando aveva la nostra età.

Seconda bambina. Certo, siamo pronte.

Terza bambina. Siamo pronte da prima che nascessimo, dal­l'altro ieri.

Prima bambina. Elettra si diverte a far cadere Oreste dalle braccia della madre.

Seconda bambina. Elettra da la cera alla scala del trono perché suo zio Egisto, il reggente, cada lungo disteso sul marmo.

Terza bambina. Elettra si prepara a sputare in faccia al fratello Oreste, caso mai tornasse.

Prima bambina. Questo non è vero ma ci sta bene.

Seconda bambina.  «Da diciannove anni essa raccoglie nella bocca uno sputo pieno di fiele».

Terza bambina. «Essa pensa alle tue lumache, giardiniere, per fare più saliva ».

Il giardiniere.  Adesso basta,  tacete,  piccole  sporche vipere!

Seconda bambina. Oh, oh! Lo sposo si sta arrabbiando.

Lo straniero. Ha ragione. Filate.

// giardiniere. E non tornate.

Prima bambina.  Torneremo domani.

// giardiniere. Provateci! Il palazzo è vietato alle bambine della vostra età.

Prima bambina. Domani saremo grandi.

Seconda bambina. Domani sarà l'indomani delle nozze di Elettra con il suo giardiniere. Noi saremo grandi.

Lo straniero. Che stanno dicendo?

Prima bambina. Tu, straniero, non ci hai difeso. Te ne pentirai.

// giardiniere. Piccole bestie schifose! Sembrano tre piccole Par­che. È spaventoso il fato bambino.

Seconda bambina. Il fato ti mostra il didietro, giardiniere. Guarda un po' se cresce.

Prima bambina. Venite, sorelle. Lasciamoli tutti e due davanti alla loro facciata marcia.

(Escono   le   piccole   Eumenidi,   e   davanti   ad   esse   gli   invitati arretrano atterriti)

Scena seconda.

Lo straniero. Il giardiniere. Il presidente del tribunale e la giovane moglie, Agata Theocatocle. La gente del villaggio.

 

Lo straniero. Che dicono quelle bambine? Che tu sposi Elettra, giardiniere?

// giardiniere. La sposerò tra un'ora.

Agata. Non la sposerà. Siamo qui per impedirglielo.

// presidente. Giardiniere, io sono un tuo lontano cugino e sono vice-presidente del tribunale. Poiché per queste due ragioni posso darti un consiglio, torna ai tuoi radicchi e alle tue zucche, non sposare Elettra.

Il giardiniere. Questo è l'ordine di Egisto.

Lo straniero. Sto sognando? Se Agamennone fosse vivo, il matrimonio di Elettra sarebbe la cerimonia più importante della Grecia, e Egisto la vuole dare a un giardiniere, e per giunta la famiglia di costui protesta. Non mi direte che Elettra è brutta o gobba!

// giardiniere.  Elettra è la più bella ragazza di Argo.

Agata. Insomma non è male.

// presidente. E per essere dritta è dritta. Come tutti i fiori che non credono nel sole.

La straniero. Allora è deficiente?

Il presidente.  L'intelligenza fatta persona.

Agata. Soprattutto ha molta memoria. Non è sempre la stessa cosa. Io non ho memoria. Salvo per il tuo anniversario, caro. Quello non lo dimentico mai.

Lo straniero. Ma allora che cosa ha fatto o detto, per essere trattata in questo modo?

// presidente. Non fa nulla e non dice nulla. Ma è qui.

Agata. Già, è qui.

Lo straniero. Ne ha diritto. È il palazzo di suo padre. Non è colpa sua se è morto.

Il giardiniere. Io non mi sarei mai sognato di sposare Elettra, ma se questo è l'ordine di Egisto, non vedo cosa avrei da temere.

// presidente. Tutto. Elettra è una donna pericolosa; è di quelle che piantano le grane.

Agata. E non si tratta solo di te, anche la nostra famiglia ha tutto da temere.

// giardiniere. Non ti capisco.

// presidente. Capirai: la vita può essere molto piacevole, non e vero?

Agata.   Molto piacevole...   Immensamente  piacevole.

Il presidente. Non interrompermi, cara, specie per dire la stessa cosa... Può essere molto piacevole. Nella vita ogni cosa tende ad aggiustarsi. La sofferenza morale si cicatrizza molto più presto dell'ulcera e il lutto più presto dell'orzaiolo. Ma prendi a caso due gruppi di uomini : ognuno contiene la stessa percentuale di delitto, di menzogna, di vizio o di adulterio..

Agata. Adulterio è una parola grossa, caro.

// presidente. Non m'interrompere, specie per contraddirmi. Come si spiega che in un gruppo l'esistenza scorre dolce e normale, i morti sono dimenticati e i vivi sono soddisfatti, mentre nell'altro la vita è un inferno? È semplice: nel secondo gruppo c'è una donna che pianta grane.

Lo straniero. Il secondo gruppo ha una coscienza.

Agata. Ripenso alla parola adulterio. È davvero una parola molto grossa.

// presidente. Taci, Agata! Una coscienza, dite? Se i criminali non dimenticano le loro colpe, se i vinti non dimenticano le loro sconfitte e i vincitori le loro vittorie, se esistono le maledizioni, le liti e gli odii, la colpa non è della coscienza degli uomini, la quale è tutta propensa al compromesso e all'oblio, ma di dieci o quindici di queste donne.

Lo straniero. Sono d'accordo. Dieci o quindici di queste donne hanno salvato il mondo dall'egoismo.

// presidente. L'hanno salvato dalla felicità. Conosco Elettra. Ammettiamo che sia come dici tu, la personificazione della giustizia, della generosità, del dovere. Ma proprio con la giustizia, con la generosità e con il dovere, e non con l'egoismo e con il compro­messo si mandano in rovina lo stato, l'individuo e le migliori famiglie.

Agata. Verissimo... Perché, caro? Me l'hai detto, ma ho dimen­ticato.

// presidente. Perché queste tre virtù hanno in comune il solo elemento veramente fatale all'uomo, l'accanimento. La felicità non è mai stata retaggio di chi si accanisce. Una famiglia felice esige una resa locale; un'epoca felice, la capitolazione generale.

Lo straniero. E voi vi siete arreso alla prima intimazione?

// presidente. No, purtroppo. C'è stato un altro più rapido di me. Per questo sono solo vice-presidente.

Il giardiniere. Contro che cosa si accanisce Elettra? Va ogni notte sulla tomba di suo padre, e questo è tutto.

// presidente. Lo so. L'ho seguita. Per la stessa strada dove, a causa della mia professione, avevo dovuto seguire una notte il più pericoloso dei nostri assassini, lungo il fiume, ho seguito per curiosità la più grande innocenza della Grecia. Una passeggiata terribile, a confronto della prima. Si fermavano negli stessi posti; il tasso, l'angolo del ponte, la pietra miliare fanno gli stessi segni all'innocenza e al delitto. Ma per la presenza dell'assassino la notte diventava candida, sicura, senza equivoci. Lui era il nocciolo estratto dal frutto, che non può più, dentro alla torta, spezzarvi i denti. Invece la presenza di Elettra confondeva luce e tenebre, ren­deva equivoca perfino la luna piena. Hai visto il pescatore che, alla vigilia della pesca, dispone le sue esche? Cosi era lei, lungo quel fiume nero. E così ogni sera essa adesca tutto ciò che senza di lei avrebbe lasciato questa terra amena e pacifica: i rimorsi, le confes­sioni, le vecchie macchie dì sangue, le ruggini, le ossa dei delitti, i detriti delle delazioni... Ancora un po' e tutto sarà pronto; la rete brulicherà. II pescatore non avrà che da passare.

Lo straniero.  Passa sempre,  prima o poi.

// presidente. Non è vero, non è vero.

Agata (molto interessata al giovane straniero). Non e vero.

// presidente. Anche questa bambina vede il difetto della vostra tesi. Ogni giorno sulle nostre colpe, mancanze, delitti, sulla verità si accumula un triplice strato di terra, che smorza la loro virulenza: l'oblio, la morte e l'umana giustizia. È da pazzi non rimettersi ad essi. Orribile quel paese in cui, per colpa di una persona che vuol vendicare i torti, si sentono gli spettri nel dormiveglia, dove non c'è indulgenza per le debolezze e gli spergiuri, dove incom­bono sempre il fantasma e il vendicatore. Quando il sonno dei colpevoli continua, dopo la prescrizione legale, a essere più agitato del sonno degli innocenti, una società è compromessa senza rimedio. Ogni volta che vedo Elettra, sento agitarsi dentro di me le colpe che ho commesso nella culla.

Agata. E io le mie colpe future. Non le commetterò mai, caro. Lo sai bene. specie quell'adulterio, come ti ostini a chiamarlo.

// giardiniere. Io la penso come Elettra. Non ho molta simpatia per i malvagi. Amo la verità.

Il presidente. Ma la conosci la verità della nostra famiglia, per chiedere che si faccia piena luce? Una famiglia tranquilla, stimata, in piena ascesa — non potrai contraddirmi se aggiungo che tu ne sei il ramo più modesto —; ma io so per esperienza che è meno prudente avventurarsi sopra facciate simili che sul ghiaccio. Ba­sterà meno di dieci giorni, se Elettra diventa nostra cugina, perché

si scopra (invento a caso) che la nostra vecchia zia ha strangolato da giovane il suo bambino in fasce, perché il marito venga a saperlo, e, per calmare quell'energumeno, non si possa più na-scondergli nulla degli attentati al pudore di suo nonno. La mia cara Agata, benché sia l'allegria in persona, non riesce più a dormire. Sei il solo a non vedere la manovra di Egisto. Egli vuol scaricare sulla famiglia dei Teocatocli tutto quello che un giorno o l'altro può gettare una luce sinistra sulla famiglia degli Atrìdi.

Lo straniero.   Che  cos'ha  da   temere la famiglia  degli  Atrìdi?

Il presidente. Nulla. Nulla che io sappia. Ma è come ogni altra famiglia felice, come ogni altra coppia potente, come ogni individuo soddisfatto. Ha da temere il nemico più pericoloso, che la distruggerà, la roderà fino all'osso, l'alleata di Elettra: la giustizia.

// giardiniere. Elettra ama il mio giardino. Se è un po' nervosa. i fiori le faranno bene.

Agata. Ma lei non farà bene ai fiori.

// presidente. Certo. Finalmente li conoscerai i tuoi gerani e le tue fuschìe. Vedrai che smetteranno di essere dei simboli amabili e cominceranno ad esercitare per proprio conto la loro furberia o la loro ingratitudine. Elettra nel giardino vuol dire la giustizia.

// giardiniere. Elettra è pia. Tutti i morti sono dalla sua parte.

// presidente. I morti! Li sento i morti, il giorno che sarà annunciato l'arrivo di Elettra: gli assassinati già quasi fusi con gli assassini, le ombre dei derubati e delle vittime dolcemente mescolate a quelle dei ladri, le famiglie rivali sparse le une in mezzo alle altre. Li vedo agitarsi e dire: ah, Dio mio, ecco Elettra.

Agata. Ecco Elettra.

// giardiniere. No, non ancora. Ma è Egisto, Lasciateci, stra­niero. A Egisto non piacciono i visi degli sconosciuti.

// presidente. Anche tu, Agata. A Egisto non dispiacciono i visi delle donne che conosce.

indicarvi la strada, bello straniero?

Agata (Vivamente interessata al viso del giovane straniero). Posso indicarvi la strada, bello straniero?

(Egisto entra acclamato dagli invitati, mentre i servi sistemano il suo trono e addossano uno sgabello a una colonna).

Scena terza

Egitto.  Il presidente. Il giardiniere.  Servi.

Egisto. Perché quello sgabello?  A che serve?

Servo. È per il mendicante, signore.

Egisto. Quale mendicante?

Servo. O il dio, se volete. Il mendicante che gira da qualche giorno per la città. Non si era mai visto prima un mendicante cosi perfetto; perciò corre voce che deve essere un dio. Lo lasciano entrare dove vuole. In questo momento cammina intorno al palazzo.

Egisto. E che fa nelle case? Cambia il grano in oro? Ingravida le serve?

Servo. Non fa danni.

Egisto. Uno strano dio!... I preti non hanno ancora scoperto se è un pitocco oppure Giove?

Servo. I preti non desiderano essere interrogati.

Egisto. Dobbiamo lasciare lì quello sgabello, amici?

// presidente. Credo che, tutto sommato, sìa meglio onorare un mendicante che umiliare un dio.

Egisto.  Lascia li lo sgabello. Ma,  se arriva,  avvertici.  Desìderemmo restare tra uomini, almeno per un quarto d’ora. E non trattarlo male. Potrebbe  essere  l'inviato  degli  dei  alle  nozze  di Elettra. Gli dei s'invitano a questo matrimonio,  che il nostro presidente considera come un disonore per la sua famiglia.

// presidente. Signore...

Egisto. Non protestare. Ho sentito tutto. L'acustica di questo palazzo è staordinarìa. L'architetto che l'ha costruito, a quanto pare, voleva ascoltare la discussione del consiglio sul suo onorario e sulla sua percentuale, e l'ha riempito di nascondigli sonori.

// presidente. Signore...

Egisto. Taci. So già tutto quello che stai per dire a nome della tua brava e onorata famiglia, a nome della tua degna nuora infanti­cida, del tuo onorevole zio satiro, e del tuo devoto nepote colunniatore.

// presidente. Signore...

Egisto. L'ufficiale che in battaglia riceve lo stendardo del re per stornare ì colpi del nemico, lo porta con più entusiasmo. Perdi il tuo tempo. Il giardiniere sposerà Elettra.

Servo. Ecco il mendicante, signore.

Egisto. Trattienilo un istante. Offrigli da bere. Il vino è ugual­mente adatto al mendicante e al dio.

Servo. Dio o mendicante,  è già ubriaco.

Egisto. Allora fallo entrare. Non ci capirà, anche se dovremo parlare degli dei. Sarà tanto più buffo parlarne davanti a lui. La tua teoria sopra Elettra, presidente, è giusta, ma è troppo particolare e borghese. Nella mia qualità di reggente, permettimi di innalzarti ai concetti generali... Credi negli dei, presidente?

(In questo frattempo il mendicante entra, guidato dal servo, e,salutando con gesti  imbarazzati, va lentamente a sedersi sullosgabello. Per tutta la prima parte della scena egli si guarda intorno distrattamente).

Il presidente. E voi, signore?

Egisto. Caro presidente, mi sono chiesto spesso se credevo negli dei. Me lo sono chiesto perché è il solo vero problema che un uomo di stato ha il dovere di mettere in chiaro di fronte a se stesso. Io credo negli dei. O meglio credo di credere negli dei. Ma credo negli dei come grandi distrazioni, non come grandi attenzioni e sorveglianze. Tra gli spazi e i tempi, sempre legati fra loro, tra le gravitazioni e i vuoti, sempre in conflitto, ci sono le grandi indifferenze, e queste sono gli dei. Io li immagino, non continuamente occupati a sorvegliare quella muffa suprema e mobile della terra che è l'umanità, ma giunti a un grado tale di serenità e di univer­salità, che non può essere altro che la beatitudine, e cioè l'incoscienza. Essi sono incoscienti al vertice della scala delle creature come alla base di essa è incosciente l'atomo. La differenza è che la loro è una incoscienza luminosa, onniscente, tagliata a mille facce, e allo stato normale, come i diamanti, atoni e sordi, essi rispondono solo alla luce, ai segni, e senza capirli.

(// mendicante, che si è finalmente seduto, si crede in dovere di applaudire).

Il mendicante. Ben detto. Bravo.

Egìsto. Grazie. D'altronde, presidente, non si può negare che a volte nella vita degli uomini si producono interventi la cui tem­pestività o ampiezza può far credere a un interesse o a una giustizia sovrumana. Ma hanno solo questo di sovrumano e di divino, che sono come un lavoro all'ingrosso, privo delle rifiniture. La peste scoppia quando una città ha peccato per empietà o per follia, ma distrugge anche la città vicina, che è particolarmente santa. La guerra scoppia quando un popolo diventa corrotto o vile, ma divora tutti i giusti e i coraggiosi e risparmia i più codardi. Oppure, qualunque sia la colpa e in qualunque luogo sia stata commessa, è sempre lo stesso paese o la stessa famiglia che paga, innocente o colpevole che sia. Conosco la madre di sette bambini che aveva l'abitudine di sculacciare sempre lo stesso, era una madre divina. Questo corrisponde bene a ciò che pensiamo degli dei, che essi picchiano e sculacciano alla cieca. C'è anzi da meravigliarsi, se calcoliamo lo stordimento che comporta il risveglio brusco dalla beatitudine, che i loro colpi non siano più imprecisi... Infatti, se l'imposta scardinata dal vento uccide la moglie di un uomo onesto, e non quella di uno spergiuro, se le disgrazie si abbattono sui pellegrinaggi invece che sulle bande, in generale è sempre l'umanità che è colpita... Dico in generale. Si vedono a volte le cornacchie o i daini soccombere nelle epidemie più misteriose: forse perché il colpo destinato agli uomini è andato fuori bersaglio, troppo alto o troppo basso. In ogni modo è fuori dubbio che la prima regola di ogni capo di stato è di vegliare ferocemente perché gli dei non siano destati dal loro letargo e di limitare i danni alle sole reazioni che hanno nel sonno, come russare o tuonare.

// mendicante. Molto chiaro, bravo. Ho capito benissimo.

Egitto. Ne sono felice.

// mendicante. È verissimo. Un esempio. Prendete quelli che camminano per le strade. Ci sono epoche in cui ogni cento passi trovate un' riccio morto. Traversano le strade di notte, a diecine, maschi e femmine, e si fanno schiacciare. Ve l’immaginate, la vigilia delle fiere. Mi direte che sono stupidi, che potevano trovare il maschio o la femmina da questa parte della strada. Che posso farci? L'amore per i ricci consiste prima di tutto nel traversare una strada... Che diavolo volevo dire? Ho perduto il filo... Conti­nuate. Mi tornerà in mente...

E gisto. Già. Che sta cercando di dire?

// presidente.  Se parlassimo di  Elettra,   signore?

Egisto. Ma di cosa credi che stiamo parlando, della nostra bella Agata? Non parliamo che di Elettra, presidente, e della necessità in cui mi trovo, per il bene di tutti, di allontanare Elettra dalla famiglia reale... Perché, da quando io sono reggente, mentre le altre città si logorano nelle discordie intestine e gli altri cittadini nelle crisi morali, noi siamo i soli ad essere soddisfatti degli altri e di noi stessi? Perché questo affluire della ricchezza nella nostra città? Perché solo in Argo i prezzi delle materie prime sono i più alti e quelli al minuto i più bassi? Perché esportiamo più vacche e il burro diminuisce? Perché le tempeste sorvolano le nostre vigne, le eresie i nostri templi, le febbri di afta le nostre stalle? Perché in questa città io ho condotto una guerra senza pietà a quelli che facevano segnali agli dei...

Il presidente. Che cosa intendete per fare segnali agli dei, Egisto ?

// mendicante.   Ecco,  l'ho ritrovato.

Egisto.  Avete ritrovato cosa?

// mendicante. Il racconto, il filo del racconto... Parlavo della morte dei ricci...

Egìsto. Un minuto, vi prego. Stiamo parlando degli dei.

// mendicante. Già. È una questione di precedenza: prima gli dei e poi i ricci. Mi chiedo soltanto se riuscirò a ricordare.

Egisto. C'è un solo modo di fare segnali, presidente: ci si stacca dal grosso, si sale su una collina e si agita la lanterna o la bandiera. Si tradisce la terra allo stesso modo che si tradisce un forte assediato, facendo dei segnali. Li fa il filosofo dal suo ter­razzo, li fa il poeta o il disperato dal balcone o dalla piscina. Per dieci anni gli dei non sono riusciti a prendere parte alla nostra vita, perché ho fatto in modo che i promontori fossero vuoti e i mercati pieni, ho obbligato i pittori, i sognatori e i chimici a prendere moglie; e, per evitare che si creassero tra i nostri cittadini quelle differenze morali che non possono fare a meno di colorare diversamente gli uomini agli occhi degli dei, ho sempre fatto finta di attribuire una enorme importanza alle semplici trasgressioni e un peso trascurabile ai delitti. Non c'è niente che lasci più tranquilli gli dei come creare la stessa uguale atmosfera intorno agli assassini! e ai furti di galline. Devo riconoscere che su questo punto la giustizia dei tribunali mi ha abbondantemente assecondato. E tutte le volte che ho dovuto essere severo, da lassù non hanno visto. Nessuna delle mie sanzioni è stata cosi evidente da permettere agli dei di vendicarsi. Niente esilio. Io uccido. L'esule, come la coccinella, ha la tendenza ad arrampicarsi sulle strade ripide. E io non do pub­blicità alle esecuzioni. Mentre le città vicine sì tradiscono da sole innalzando i patiboli sulla cima delle colline, io crucifiggo in fondo alle valli. E ora ho detto tutto su Elettra.

// giardiniere. Che avete detto?

Egisto. Che c'è attualmente una sola persona in Argo che può fare segnali agli dei, ed è Elettra. (// mendicante si agita in mezzo agli invitati). Che succede?

Il mendicante. Niente, ma è meglio che racconti la mia storia ora. Tra cinque minuti, se continuate a parlare, non avrà più nessun senso. È  per confermare quello che avete detto. Di tutti quei ricci schiacciati, ne vedrete a dozzine che dimostrano di aver fatto una morte da ricci. Con il muso calpestato dal piede del ca­vallo, e le spine spezzate sotto le ruote, sono ricci schiacciati e nient'al-tro. Morti a causa del peccato originale dei ricci, che è quello di attraversare le strade comunali o regionali con il pretesto che la lumaca o l'uovo di pernice hanno un sapore migliore dall'altra par­te, ma in realtà per fare l'amore alla maniera dei ricci. Questo è affar loro. Non voglio intromettermi. Ma all'improvviso ne trovate uno, uno piccolo, che non è steso come gli altri, ma in un modo meno volgare, con la piccola zampa tesa, le labbra ben chiuse, più dignitoso insomma, e quello si ha l'impressione che non sia morto come un riccio, ma che sia stato colpito al posto di un altro, al posto vostro. Il suo piccolo occhio freddo è il vostro occhio. Le sue spine la vostra barba. Il suo sangue il vostro sangue. Io quelli li raccolgo sempre, tanto più che sono i più giovani, e hanno la carne più tenera. Passa un anno e il riccio non si sacrifica più per l'uomo... Come vedete, ho capito. Gli dei si erano sbagliati, volevano colpire uno spergiuro, un ladro, e uccidono un riccio. Uno di quelli giovani.

Egisto. Avete capito benissimo.

// mendicante. E quello che vale per i ricci, vale anche per le altre specie.

// presidente. Certo, certo.

// mendicante. Come? Non è affatto certo. Prendete la faina. Per quanto siate il presidente del tribunale, non vorrete sostene­re di aver visto morire una faina per voi?

Egisto.  Permettete che continuiamo a parlare dì Elettra?

Il mendicante. Parlate, parlate! Ma devo aggiungere che, vice­versa, quando vedete degli uomini morti, molti sembrano morti per i buoi, le tartarughe, i porci, e pochi per gli uomini. Un uomo che mostri di essere morto per gli uomini, posso dirlo, non si trova facilmente... O anche per se stesso... Possiamo vederla?

Egisto. Vedere chi?

// mendicante. Elettra. Mi piacerebbe vederla prima che la uccidano.

Egisto. Uccidere Elettra? Chi parla di uccidere Elettra?

// mendicante. Voi.

// presidente. Nessuno ha mai parlato di uccidere Elettra.

// mendicante. Io ho una virtù. Non capisco le parole della gen­te, non sono istruito. Però capisco la gente. Voi volete uccidere Elettra.

// presidente. Non avete capito, straniero. Quest'uomo è Egisto, cugino di Agamennone, e Elettra è la sua amata nepote.

Il mendicante. Ci sono due Elettre? Quella di cui parlava, che sta per rovinare tutto, e l'altra, la sua amata nepote?

// presidente. No, ce n'è una sola.

// mendicante. Allora la vuole uccidere. Non c'è nessun dubbio. Vuole uccidere la sua amata nepote.

// presidente. Vi ripeto che non avete capito.

Il mendicante. Io giro molto. Conoscevo una famiglia di nome Narsete. Lei era meglio di lui. Era malata, si gonfiava. Ma era molto meglio di lui. Non c'era confronto.

// giardiniere. È ubriaco, è un mendicante.

Il presidente. Delira, è un dio.

// mendicante. No. Volevo dirvi che avevano avuto in dono una piccola lupa. Era la loro amata lupetta. Ma un giorno, a mezzo­giorno, all'improvviso le piccole lupe diventano grandi. Non hanno saputo prevedere il giorno. A mezzogiorno meno due minuti li accarezzava, a mezzogiorno e un minuto li strangolava. Per lui non m'importava.

Egisto. E allora?

// mendicante. Allora passavo di là e ho ucciso la lupa. Aveva cominciato a mangiare le guance di Narsete e non provava nessun disgusto. La moglie se l'è cavata. Ora sta abbastanza bene. Vi rin­grazio. La vedrete presto. Verrà qui a cercarmi.

Egisto. Qual'è il nesso?

// mendicante. Oh, non aspettatevi di vedere la regina della Amazzoni. Le varici, sapete, invecchiano.

// presidente. Vi abbiamo chiesto qual'è il nesso.

Il mendicante. Il nesso? Io penso che quest'uomo, dato che è il capo dello stato, deve essere più intelligente di Narsete. La stupi­dità di Narsete non si può immaginare. Non sono mai riuscito a insegnargli a fumare il sigaro dalla parte che non era accesa. E i nodi? Nella vita è la prima cosa saper fare i nodi. Se fate un cap­pio dove ci vuole un nodo, e viceversa, siete finito. Perdete tutti i soldi, prendete freddo, vi strozzate, la barca vi scappa oppure urta, non potete più togliervi le scarpe. Lo dico per quelli che se le tol­gono. E le trappole? Figuratevi che Narsete era cacciatore di frodo. 

Il presidente. Vi abbiamo chiesto qual'è il nesso.

// mendicante. Eccolo qua. Se quest'uomo diffida della nepote, se sa che uno di questi giorni, senza preavviso, come lui dice, farà il segnale e comincerà a mordere, a mettere la città sottosopra, a far salire il prezzo del burro, a far scoppiare la guerra eccetera, non c'è da esitare. Deve ucciderla prima che si riveli. Quand'è che si rivelerà?

// presidente. Come?

// mendicante. In che giorno e a che ora si rivelerà? In che gior­no si trasformerà in una lupa? Quando diventerà Elettra?

// presidente. Ma chi dice che deve trasformarsi in una lupa?

// giardiniere. Elettra è la più dolce delle donne.

// mendicante. Anche la lupa di Narsete era la più dolce delle lupe.

// presidente. Questo « rivelarsi », come dite voi, non significa niente.

// mendicante. Non significa niente «rivelarsi»? Ma che cosa capite, allora, nella vita? Il ventinove maggio, quando vedete i cam­pi pieni di migliaia di palline gialle, verdi e rosse che volteggiano, che pigolano, che si disputano ogni ciuffo d'ovatta dei cardi e non sbagliano, non volano dietro la borra della radichetta, non si rivela forse il cardellino? E il quattordici giugno, quando vedete, dove il fiume fa gomito, due canne, sempre le stesse, che si agitano senza vento e senza corrente fino al quindici giugno — e senza le bolle che fanno la tinca e la carpa —, non si rivela il luccio? E non si rivelano i giudici come voi, il giorno che emettono la loro prima condanna a morte, nel momento in cui il condannato esce stravolto ed essi sentono sulle labbra il sapore del sangue? Tutto nella natura  si rivela. Perfino il re. E il problema oggi, se volete credermi, è dì sapere se il re si rivelerà in Egisto prima che Elettra riveli se stessa. Perciò è necessario che egli sappia i! giorno in cui ciò accadrà alla piccola, per poterla uccidere la sera prima, in  fondo a una valle, come ha detto, oin fondo alla valle più piccola, più comoda e meno visibile, nella sua vasca.

// presidente. È spaventoso.

Egisto. Dimentichi le nozze, mendicante.

// mendicante. È vero, dimenticavo le nozze. Ma, se si vuole uccidere qualcuno, un matrimonio è meno sicuro della morte. Tan­to più che una ragazza come lei, sensibile, un po' tardiva eccetera, si rivelerà certamente nel momento stesso in cui un uomo la pren­derà per la prima volta tra le braccia. Volete sposarla?

Egisto, Subito, e qui stesso.

// mendicante. Non con un re di un'altra città, spero.

Egisto. Me ne guardo bene. Con il giardiniere.

// presidente. Con questo giardiniere.

// mendicante. E lei accetta? Io non mi rivelerei tra le braccia di un giardiniere. Ma ognuno ha i suoi gusti. A me è successo a Corfù, nella piazza della fontana, dentro la bottega del fornaio sotto i platani. Avreste dovuto vedermi quel giorno. In ogni piatto della bi­lancia pesavo una mano della fornaia. Non avevano mai lo stesso peso. Dovevo aggiungere la farina a destra e a sinistra la crusca... Dove abita il giardiniere?

// giardiniere. Fuori delle mura.

// mendicante. Nel villaggio?

// giardiniere. No, La mia casa è isolata.

// mendicante (a Egisto). Bene. Ho capito la vostra idea. Non è cattiva. È facile uccidere la moglie di un giardiniere, molto più facile che uccidere una principessa nel suo palazzo.

Il giardiniere. Chiunque siate, vi prego...

// mendicarle. Non vorrai negare che si seppellisce molto più presto nella terra che nel marmo.

// giardiniere. Ma che cosa andate a pensare? Per prima cosa non la perderò di vista un solo minuto.

// mendicante. Chinati per piantare un porro. Ripiantalo perché hai trovato una zolla dura. E la morte è già passata.

// presidente. Straniero, non so se vi rendiate conto del luogo dove siete. Siete nel palazzo di Agamennone, in mezzo alla fami­glia di Agamennone.

Il mendicante. Io vedo quello che vedo. Adesso vedo che que­st' uomo ha paura, vive con la paura, la paura dì Elettra.

Egisto. Mio caro ospite, non fraintendiamo. non nascondo af­fatto che Elettra mi preoccupa. Sento che il giorno che si rivelerà, come tu dici, i guai e le disgrazie si moltiplicheranno nella famiglia degli Atrìdi. E anche nelle altre, perché ogni cittadino è colpito quando è colpita la famiglia reale. Per questo ho pensato di cederla a una famiglia modesta, nascosta agli occhi degli dei, amorfa, nella quale i suoi occhi e i suoi gesti non avranno più abbastanza fosforo, e il danno resterà in un ambito locale e borghese. Parlo della fami­glia dei Teocatocli.

// mendicante. Buona idea. Buona idea. Però bisogna che questa famiglia sia particolarmente amorfa.

Egisto. Lo è, e farò in modo che resti tale. Farò in modo che nessuno dei Teocatocli si distingua per talento o per coraggio. Quanto all'audacia e all'ingegno, non ho timori, ci si può fidare di loro.

// mendicante. State in guardia. La piccola Agata non è per niente brutta. Anche la bellezza può fare il segnale.

// presidente. Vi prego di lasciare in pace Agata.

// mendicante. È vero che si potrebbe sempre strofinarle il viso con il vetriolo.

// presidente. Signore...

Egisto. Il caso è chiuso.

// presidente. Ma io penso al destino, Egisto. Non è mica una malattia. Credete dunque che si possa trasmettere?

// mendicante. Si. Come la fame tra i poveri.

// presidente. Stento a credere che il destino si contenti del nostro piccolo, oscuro clan al posto della famiglia reale e che, da destino degli Atrìdi, si rassegni a diventare destino dei Teocatocli.

Il mendicante. Non ti preoccupare. II cancro reale accetta i bor­ghesi.

Egisto. Presidente, non aggiungere una sola parola, se non vuoi che l'ingresso di Elettra nella tua famiglia segni il declino dei suoi membri magistrati. In una zona di terz'ordine il destino più accanito può fare soltanto danni di terz'ordine. Personalmente mi dispiace, per la stima sincera che ho per i Teocatocli, ma la dinastia, lo stato e la città non possono correre altri rischi.

// mendicante. E forse piano piano si potrà anche farla fuori, se si presenta l'occasione.

Egisto. Ho detto. Puoi andare a cercare Clitennestra ed Elettra. Stanno aspettando.

// mendicante. Era ora. Non per farvi un rimprovero, ma durante la conversazione si sentiva la mancanza di donne.

Egisto. Ora ne avrete due che parlano.

// mendicante. E che litigheranno un poco, spero.

Egisto. Ai tipi come voi piace molto sentir discutere le donne?

// mendicante. Moltissimo. Questo pomeriggio mi hanno lasciato entrare in una casa dove discutevano. Non era una discussione molto elevata. Neanche da paragonare a questa. Non era mica un com­plotto di assassini regali come qui. Discutevano per sapere se nei pranzi si deve servire agli invitati il pollo con il fegato o senza. E anche il collo, si capisce. Le donne erano infuriate. Abbiamo do­vuto separarle. A pensarci, però, è stata piuttosto violenta come di­scussione... È corso il sangue.

Scena quarta

Gli stessi, Clitennestra, Elettro, Ancelle.

II presidente. Eccole tutt'e due.

Clitennestra. Tutt'e due, per modo di dire. Elettra è sempre as­sente dal luogo in cui si trova.

Elettra. No, oggi sono qui.

Egisto. Allora dobbiamo approfittarne. Sai perché tua madre tiha condotta qui?

Elettra. Per la forza dell'abitudine, credo. Ha già condotto una figlia al supplizio.

Clitennestra. Ecco com'è Elettra. Non una parola che non sia una perfidia o una insinuazione

Elettra. Perdonami, madre. L'allusione è cosi facile nella fami­glia degli Atrìdi.

Il mendicante. Che cosa vuoi dire? È arrabbiata con la madre?

II giardiniere. Sarebbe la prima volta che qualcuno la vede arrabbiarsi.

// mendicante. Cosi sarebbe anche più interessante.

Egisto. Elettra, tua madre ti ha comunicato la nostra decisione. Da tempo ci dai molte preoccupazioni. Non so se tu te ne renda conto: sei ridotta come una sonnambula in pieno giorno. Nel palazzo e nella città il tuo nome è pronunciato solo a bassa voce, perché la gente ha paura, se lo grida, di svegliarti e di farti cadere.

Il mendicante (gridando a squarciagola). Elettra! .

Egisto. Che succede? !

// mendicante. Oh, scusate. È uno scherzo. Scusatemi. Ma siete voi che avete avuto paura, non lei. Non è sonnambula.

Egisto. Vi prego...

II mendicante. Ormai la prova è fatta. Avete vacillato. Cosa sarebbe successo se all'improvviso avessi gridato: Egisto?

// presidente. Lasciate che parli il nostro reggente.

II   mendicante.  Tra poco griderò Egisto, quando nessuno se l'aspetterà.

Egisto. Devi guarire, Elettra, a qualunque costo.

Elettra. Per guarirmi, è semplice. Basta ridare la vita a un morto.

Egisto. Non sei la sola persona che piange tuo padre. Ma egli non ti chiede che il tuo lutto diventi un'offesa per i vivi. Facciamo del male ai morti quando li leghiamo alla nostra vita, perché toglia­mo loro la sola libertà di cui forse godono, la libertà della morte.

Elettra. Lui è libero. Per questo viene.

Egisto. Credi che sia contento di vedere che lo piangi, non come una figlia, ma come una sposa ?

Elettro. Io sono la vedova dì mio padre, in mancanza di altre.

Clitennestra. Elettra!

Egisto. Vedova o no, Oggi celebreremo le tue nozze.

Elettra. Si, conosco il vostro complotto.

Clitennestra. Che complotto! È un complotto voler sposare una figlia di ventun anni? Alla tua età io vi portavo già tutti e due in braccio, te e Oreste.

Elettra. Ci portavi male. Hai lasciato cadere Oreste sul pavimento.

Clitennestra. Che potevo fare? L'hai spinto.

Elettra. È falso. Non ho spinto Oreste.

Clitennestra. Ma cosa puoi saperne! Avevi quindici mesi.

Elettra. Non ho spinto Oreste. Me lo ricordo. Oreste, dovunque tu sia, ascoltami. Non ti ho spinto.

Egisto. Ora basta, Elettra.

// mendicante. Questa volta ci sono. Sarebbe buffo che la piccola si rivelasse davanti a noi.

Elettra. Essa mente, Oreste, mente.

Egisto. Elettra, ti prego.

Clitennestra. L'ha spinto. È naturale, alla sua età non sapeva ciò che faceva. Ma l'ha spinto.

Elettra. Con tutte le mie forze l'ho trattenuto: per la tunica blu che aveva indosso, per il braccio, per la punta delle dita, per la sua ombra. Ho pianto quando l'ho visto in terra, con un segno rosso sulla fronte.

Clitennestra. Sei  scoppiata a ridere.  E,  del resto,  la tunica era color malva.

Elettra. Era blu. La conosco la tunica di Oreste. Quando la met­tevano ad asciugare, non si distingueva contro il cielo.

Egisto. Posso parlare? In venti anni non avete ancora avuto il tempo di risolvere questa faccenda?

Elettra. Da venti anni aspettavo l'occasione. Ora è venuta.

Clitennestra. Perché non riuscirà mai a capire che può aver torto, anche se è in buona fede?

// mendicante. Sono tutte e due in buona fede. Questa è la verità.

// presidente. Principessa, vi scongiuro. Che importanza ha la questione ora?

Clitennestra. Nessuna, d'accordo.

Elettra. Che importanza? Se sono stata io a spingere Oreste, preferisco morire, preferisco uccidermi... La mia vita non ha nes­sun senso.

Egisto. Dovrò farti tacere con la forza? E voi, regina, siete paz­za quanto lei.

Clitennestra. Elettra, ascolta. Non litighiamo. Ecco esattamente come è andata. Lui era sul mio braccio destro.

Elettra. Sul sinistro.

Egisto. Avete finito, si o no, Clitennestra?

Clitennestra. Ho finito, ma un braccio destro è un braccio destro e una tunica color malva una tunica color malva.

Elettra. Era blu. Tanto blu quanto era rossa la fronte di Oreste.

Clitennestra. Questo è vero. Era tutta rossa. Toccasti anche la fe­rita con un dito. Ballavi intorno al piccolo corpo disteso e, ridendo, assaporavi il sangue.

Elettra. Io! Se volevo rompermi la testa contro lo scalino che l'aveva ferito! Ho tremato per una settimana.

Egisto. Silenzio!

Elettra.  Tremo ancora.

Il mendicante. La moglie dì Narsete si legava il suo con una fascia elastica. Così poteva muoversi. Spesso stava di traverso, ma non cadeva.

Egisto. Basta. Presto vedremo come Elettra porterà i suoi. Perché sei d'accordo, no? Accetti di sposarti?

Elettra. Accetto.

Egisto. Devo confessarti che i tuoi pretendenti non sono molti.

// mendicante. Si dice...

Egisto. Che cosa si dice?

// mendicante. Sì dice che abbiate minacciato segretamente di morte tutti i principi che potevano sposare Elettra. Questo si dice in città.

Elettra.  Meglio così.  Non  voglio nessun principe.

Clitennestra. Preferisci un giardiniere?

Elettra. So che avete progettato di darmi in moglie al giardiniere di mio padre. Accetto.

Clitennestra. Non sposerai un giardiniere.

Egisto.  Regina, eravamo d'accordo. Abbiamo dato la nostra parola.

Clitennestra. La ritiro. Era una parola ingiusta. Se Elettra è malata, la cureremo. Non darò mia figlia a un giardiniere.

Elettra. Troppo tardi, madre.

Clitennestra.  Giardiniere, come osi aspirare a Elettra?

// giardiniere. Non ne sono degno, regina, ma Egisto me l'ordina.

Egisto. Tè l'ordino. Ecco gli anelli. Prendi la tua sposa.

Clìtennestra. Giardiniere, se ti ostini, metti a rischio la tua vita.

// mendicante. Allora non insistere. A me piace veder morire i snidati, non i giardinieri.

Clìtennestra.  Che  dice ancora quello là? Sposa  Elettra,  giardiniere e morirai.

Il mendicante. La cosa non mi riguarda, ma provate a tornare in un giardino un anno dopo la morte del giardiniere. Vedrete che roba. Vedrete com'è ridotta l'indìvia, quand'è lasciata sola. Non è come le vedove dei re.

Clìtennestra. Il suo giardino non ne soffrirà. Vieni, Elettra.

// giardiniere. Regina, voi potete impedirmi di sposare Elettra, ma non è leale sparlare di un giardino che non si conosce.

Clìtennestra. Lo conosco: un terreno brullo, una concimaia.

// giardiniere. Brullo il giardino più curato di Argo?

// presidente. Se si mette a parlare del suo giardino, non la finirà più.

Egisto.  Risparmiaci  le  descrizioni.

// giardiniere. La regina mi ha provocato e io rispondo . Quel giardino è la mia dote e il mio onore.

Egisto. Non m'importa. Basta con le discussioni.

// giardiniere. Brullo davvero! Copre dieci iugeri di collina, il mio giardino, e sei di valle. No, no! Non mi farete tacere. Neanche un centimetro che sia sterile, vero, Elettra? Sui terrazzi ho l'aglio e i pomodori. Nella scarpata la vigna e i peschi. Nel piano i legumi, le fragole e i lamponi. E negli avvallamenti i fichi che maturano al riparo dei muri.

Egisto. Bene. Lascia che i fichi maturino e prendi la tua sposa.

Clìtennestra. Ha il coraggio di parlare di quel giardino. È tutto secco, l'ho visto dalla strada: un cranio pelato. Tu non avrai Elettra.

Il giardiniere. Tutto secco! C'è un ruscello che nasce da una sorgente che neanche la canicola asciuga. Scorre tra i bossi e i platani. Ne ho ricavato due canali; uno gira nel prato, l'altro è tagliato nella roccia. Trovatelo un cranio pelato come quello! Una concimaia! In questo inizio di primavera è tutto pieno di giacinti e di narcisi. Non ho mai visto sorridere Elettra, ma nel mio giardino ho visto sul suo viso ciò che somiglia di più a un sorriso.

Clitennestra. Guarda se sorride in questo momento.

// giardiniere. Questo è ciò che chiamo il sorriso di Elettra.

Clitennestra.  Sorride alle tue mani sporche, alle tue unghie nere...

Elettro. Caro giardiniere!

// giardiniere. Le mie unghie nere? Ecco che ho le unghie nere. Non datele ascolto, Elettra. Oggi capitate male, regina. Ho passato tutta la mattina a imbiancare la casa in modo che non rimanga più nessuna traccia dei topi, e le mie unghie sono diventate, non nere, come voi dite, ma lunate di bianco.

Egisto.   Ora basta,  giardiniere.

// giardiniere. Lo so, lo so che basta. Ho le mani sporche. Guar­date, se ho le mani sporche. Le ho lavate dopo aver tirato giù i funghi e le cipolle che avevo appeso, perché niente possa disturbare le notti di Elettra. Io dormirò nella rimessa, Elettra, e baderò che niente minacci il vostro sonno, né il gufo fraudolento, né la cate­ratta aperta, né la volpe che devasta la siepe con la preda in bocca. Ho detto...

Elettra.  Grazie, giardiniere.

Clitennestra. E così Elettra, figlia di Clitennestra e del re dei re, passerà la vita a guardare il suo sposo andare in giro per le aiuole con due sacchi in mano.

Egisto. E potrà piangere i suoi morti quanto vorrà. Da domani prepara i semi delle semprevive.

// giardiniere. E potrà fuggire l'angoscia e il tormento, e forse la tragedia. Io non conosco le persone, regina, ma conosco le stagioni. È tempo nella nostra città di trapiantare la disgrazia. Gli Atrìdi saranno innestati non sulla nostra povera famiglia, ma sulle stagioni, sui prati, sui venti. Penso che non ci rimetteranno.

// mendicante. Persuadetevi, regina. Non vedete dunque che Egisto cova non so quale odio che lo spinge a uccidere Elettra, a darla alla terra. Per sbaglio, con una specie di gioco dì parole, la dà a un giardino. Lei ci guadagna, ci guadagna la vita. (Egisto si è alzato). Che? Ho fatto male a dirlo?

Egisto (a Elettra e al giardiniere). Avvicinatevi tutti e due.

Clitennestra. Elettra,  ti  prego.

Elettra.  L'avete  voluto, madre.

Clitennestra. Ma ora non voglio più. Lo vedi che non voglio più.

Elettro. Perché non vuoi più? Hai paura? Troppo tardi.

Clitennestra.  Che devo dirti per  ricordarti chi  sono, chi sei ?

Elettra. Devi dirmi che non ho spinto Oreste.

Clitennestra. Figlia sciocca!

Egisto. Ora ricomincia?

// mendicante.  Si, sì, lasciate che ricomincino.

Clitennestra. Ingiusta! E ostinata! Ho lasciato cadere Oreste? Ma se non rompo mai niente, se non mi lascio sfuggire mai un bicchiere o un anello. Sono cosi ferma che gli uccelli si posano sul mio braccio. Da me si può spiccare il volo, ma non cadere. Proprio questo mi dicevo, quando ha perso l'equilibrio : perché, per­ché la disgrazia ha voluto che sua sorella fosse vicino a lui?

Egisto. Sono pazze!

Elettra. E io dicevo tra me, quando l'ho visto scivolare : se è una vera madre, almeno si chinerà per addolcire la caduta. Si piegherà, si curverà per fare un arco, per riprenderlo con le ginocchia, o con le cosce. Vedremo se lo prendono, se capiscono le cosce e le ginocchia altere di mia madre. Se c'era qualche dubbio ora si vedrà.

Clitennestra.  Taci.

Elettra. Oppure si piegherà all'indietro, in modo che il piccolo Oreste scivoli giù da lei come il bambino dall'albero dove ha sco­vato un nido. O cadrà, perché lui non cada, perché cada sopra di lei. Essa ha ancora tutti i mezzi di cui una madre dispone per racco­gliere il proprio figlio. Può essere ancora una curva, una conca, un declivio materno, una culla. Ma invece è rimasta immobile, dritta, e lui è caduto a picco dalla cima di sua madre.

Egisto. La discussione è chiusa. Clitennestra, ce n'andiamo.

Clitennestra. Come può ricordarsi così di ciò che ha visto o di ciò che non ha visto a quindici mesi, giudicate voi.

Egitto. Ma chi le crede, chi le da ascolto, tranne voi ?

Elettra. Ci sono tanti mezzi per impedire a un figlio di cadere, ne conosco ancora mille, e lei non ha fatto niente.

Clitennestra. Bastava un movimento anche minimo, e tu saresti caduta.

Elettra. Dunque è come dico io. Tu ragionavi, calcolavi. Eri una nutrice, non una madre.

Clitennestra.   Mia  piccola  Elettra!

Elettra. Non sono la tua piccola Elettra. A forza di strofinare così i tuoi due bambini contro di te, la tua maternità si eccita e si risveglia. Ma è troppo tardi.

Clitennestra. Ti supplico.

Elettra. Bene. Apri le braccia, allargale. Ecco come hai fatto. Guardate tutti. Proprio cosi hai fatto.

Clitennestra.  Andiamo  via,  Egisto.  (Esce).

Il mendicante. Credo che anche la madre abbia paura.

Egisto (al mendicante).  Cosa dite,  voi?

// mendicante. Io? Niente. Io non dico mai niente... A digiuno parlo. A digiuno si sente la mia voce... Ma oggi ho un po' bevuto.

Scena quinta.

Elettra. Il mendicante. Il giardiniere. Lo straniero. Agata Teocatocle.

Agata. Questo è il momento buono. Egisto se n'è andato. Sparisci, giardiniere.

Il giardiniere. Che vuoi dire?

Agata. Sparisci, e presto. Quest'uomo prenderà il tuo posto.

// giardiniere.  Il mio posto accanto ad Elettra?

Lo straniero. Si, sposerà me.

Elettra. Lasciatemi la mano.

Lo straniero. Mai più.

Agata. Guardatelo almeno, Elettra. Prima di voltare la schiena a un uomo, si guarda almeno com'è fatto. Vi assicuro che vi con­viene.

Elettra.   Giardiniere,   aiuto!

Lo straniero. Non devo render conto a te, giardiniere. Ma guardami in faccia. Tu t'intendi di razze e di specie, Guarda la mia specie nei miei occhi. Cosi. Guardala bene con i tuoi miseri occhi, con lo sguardo degli umili, che è un misto di devozione, di cispa e di timore, con la pupilla slavata e sterile dei poveri, che non secerne più sotto il sole o la sfortuna, guarda attentamente, e vedi se posso cederti il passo... Bene... Dammi l'anello... Grazie.

Elettra. Agata, cugina! Aiutatemi. Vi giuro che non dirò nulla. Dei vostri appuntamenti, delle vostri liti, vi giuro che non dirò nulla.

Agata (conducendo via il giardiniere). Vieni. I Teocatocli sono salvi. Lascia che se la sbrighino gli Atrìdi.

// mendicante. Corre; come il millepiedi quando torna a nascondersi sotto la sua pietra per paura della luce.

Scena sesta.

Elettra. Lo straniero. Il mendicante.

Lo straniero. Smetti di agitarti.

Elettra. Mi agiterò fino alla morte.

Lo straniero. Credi? Tra poco mi prenderai tu stessa tra le braccia.

Elettra.  Non insultarmi.

La straniero. Tra un minuto mi abbraccerai.

Elettra.  Vergognatevi  di approfittare di  due infamie.

Lo straniero. Eppure guarda come mi fido. Ti lascio...

Elettra. Addio per sempre.

Lo straniero. No. Ti dirò una parola e tornerai da me, piena di dolcezza.

Elettra. Che menzogna è questa?

Lo straniero. Una sola parola e singhiozzerai tra le mie braccia. Una parola sola, il mio nome...

Elettra.   C'è   un  nome   solo   che  può  attrarmi verso   qualcuno.

Lo straniero. È quello, il mio.

Elettra. Tu sei Oreste!

Oreste. Sorella ingrata, che mi riconosci soltanto dal nome!

Scena settima.

Clitennestra. Elettra. Oreste. Il mendicante.

(Appare Clitennestra).

Clitennestra. Elettra!

Elettra, Madre!

Clìtennestra. Riprendi il tuo posto a palazzo. Lascia quel giardiniere. Vieni.

Elettra. Il giardiniere non è più qui, madre.

Clitennestra. E dove?

Elettra. Mi ha ceduta a quest'uomo.

Clìtennestra.   A  quale uomo?

Elettra. A costui, che ora è il mio sposo.

Clìtennestra. Non è il momento di scherzare. Vieni.

Clìtennestra. Sbrigati.

Elettra. Sai, madre, quelle cinghie che si legano alle gambe delle puledre per impedire loro di correre. Quest'uomo me le ha legate alle caviglie.

Clìtennestra, Questa volta te l'ordino. Voglio che la notte ti trovi nella tua stanza. Vieni.

Elettra. Appunto. Come posso abbandonare lo sposo la sera delle nozze?

Clitennestra. E voi che fate qui?  Chi siete?

Elettra. Non ti risponderà. Questa sera la bocca del mio sposo mi appartiene con tutte le sue parole.

Clìtennestra. Da dove venite? Chi è vostro padre?

Elettra. Le nostre condizioni non sono molto diverse.

Clìtennestra. Perché mi guardate a questo modo? Perché quella sfida nei vostri occhi? E chi era vostra madre?

Elettro. Non l'ha mai veduta.

Clìtennestra. È morta?

Elettra. Forse quello che vedi nei suoi occhi è che non ha mai veduto sua madre. È bello, non è vero?

Clitennestra. Si. Ti somiglia.

Elettro. Se la nostra prima ora di matrimonio ci ha dato quella rassomiglianza che hanno solo i vecchi sposi, è un buon auspìcio, non è vero, madre?

Clitennestra. Chi siete?

Elettra. Che t'importa! Nessun uomo ti ha appartenuto di meno.

Clitennestra. Chiunque sia, chiunque siate, straniero, non pre­statevi al suo capriccio. O piuttosto aiutatemi. Se siete degno di Elettra, domani vedremo. Convincerò Egisto... Ma mai notte mi è parsa meno propizia. Lascia quell'uomo, Elettra.

Elettra. Troppo tardi, le sue braccia mi tengono.

Clìtennestra. Tu sai spezzare il ferro, quando vuoi.

Elettra. Il ferro si, ma non questo.

Clitennestra. Che ti ha detto contro tua madre per accettarlo così?

Elettra. Non abbiamo ancora avuto il tempo di parlare di mia madre o della sua. Vattene e cominceremo.

Oreste. Elettra!

Elettra. Ecco tutto quello che può dire. Quando gli tolgo la mano dalla bocca, ripete senza sosta il mio nome. Non si può cavargli altro. O mio sposo, poiché la tua bocca è libera, baciami.

Clitennestra. Vergogna! Così era questa follia il segreto dì Elettra.

Elettra. Baciami davanti a mia madre.

Clitennestra. Addio. Non ti credevo capace di darti al primo venuto.

Elettra. Neanche io. Ma ignoravo cosa fosse il primo bacio. (Esce Clitennestra).

Scena ottava.

Elettra.   Oreste.  Il mendicante.

Oreste.  Perché odii  tanto nostra madre,  Elettra?

Elettra. Non parlare di lei, sopratutto non di lei. Immaginiamo per un istante, per la nostra felicità, che siamo stati partoriti senza madre. Non parlare.

Oreste. Devo ancora dirti tutto.

Elettra. Mi dici tutto con la tua presenza. Taci. Chiudi gli occhi. Le tue parole e il tuo sguardo sono troppo duri, mi feriscono. Spesso ho desiderato, se mai un giorno ti ritrovassi, di ritrovarti nel sonno. Ritrovare insieme lo sguardo, la voce, la vita di Oreste: non lo sopporto. Avrei dovuto abituarmi alla tua forma, morta prima, e poi a poco a poco viva. Ma mio fratello è nato come il sole, un animale dorato quando sorge. Oppure avrei dovuto essere cieca e cercare mio fratello a tastoni sulla terra. O gioia di essere cieca per la sorella che ritrova il fratello. Per venti anni le mie mani hanno maneggiato cose ignobili o mediocri, e ora toccano un fratello. Un fratello in cui ogni cosa è vera. In questa testa, in questo corpo potrebbero esserci dei frammenti sospetti, dei fram­menti falsi. Per un caso straordinario, tutto è fraterno in Oreste, tutto è Oreste.

Oreste. Mi soffochi.

Elettra. No, non ti soffoco. Non ti uccido. Ti accarezzo. Ti chiamo in vita. Da questa massa fraterna che i miei occhi abbagliati hanno appena intravvisto, io formo mio fratello con tutti i suoi attributi. Ecco, ho fatto la mano di mio fratello, con il suo bel pollice diritto. Ho fatto il petto di mio fratello, e ora lo animo, ed esso si gonfia ed espira, dandogli la vita. Gli faccio l'orecchio. Te lo faccio piccolo, arricciato, trasparente come l'ala del pipistrello... L'ultimo tocco e l'orecchio è finito. Faccio l'altro uguale. Che capolavoro, questi orecchi! E ora faccio la bocca di mio fratello, dolce e secca, e l'attacco ancora palpitante al suo viso. Prendi da me la tua vita, Oreste, e non da tua madre.

Oreste. Perché la odii?... Ascolta.

Elettra. .Che hai? Mi respìngi?Ecco l'ingratitudine   dei   figli. Li avete appena finiti, e già si sciolgono, evadono.

Oreste. Qualcuno ci spia dalla scala.

Elettro. È lei, ne sono sicura.  È la gelosia o la paura. È nostra madre.

// mendicante. Si, si, è proprio lei.

Elettra. Teme che noi stiamo qui a crearci da noi, a liberarci di lei. Teme che la mia carezza ti avvolga, ti lavi, ti renda orfano di lei...O fratello, chi potrà mai farmi lo stesso dono!

Oreste. Come puoi parlare così di colei che ti ha generata! Benché sia stata crudele con me, io sono meno duro.

Elettra. Proprio questo non sopporto, che mi abbia gene­rata. Questa è la mia vergogna. Mi sembra che per colpa sua io sia entrata nella vita in un modo equivoco, che la sua maternità non. sia che una specie di complicità che ci lega entrambe. Amo tutto ciò che nella mia nascita proviene da mio padre. Mi piace come si è tolto il bell'abito delle nozze, come si è coricato, come improvvisamente, per generarmi, è uscito dai suoi pensieri e dal suo stesso corpo. Amo nei suoi occhi il cerchio di futuro padre e la sorpresa del suo corpo il giorno in cui nacqui, un sussulto appena percettibile, ma dal quale sento di essere uscita molto più che dalle doglie e dagli sforzi di mia madre, lo sono nata dalle sue notti di sonno profondo, dalla sua magrezza di nove mesi, dal conforto che trovò nelle altre donne durante la gravidanza di mia madre, dal sorriso paterno che lo illuminò quando nacqui. Tutto ciò che nella mia nascita riguarda mia madre, lo odio.

Oreste. Perché detesti tanto le donne?

Elettra. Non detesto le donne, detesto mia madre. E non detesto gli uomini, detesto Egisto.

Oreste. Ma perché li odii?

Elettra. Non lo so ancora. So soltanto che è lo stesso odio. Per questo è così pesante, per questo soffoco. Quante volte ho tentato di scoprire che li odiavo in modo diverso. Due piccoli odii si possono sopportare nella vita — come i dispiaceri; uno fa da contrappeso all'altro. Ho cercato di credere che odiavo mia madre perché da bambino ti aveva lasciato cadere e Egisto perché ti rubava

il trono. Ma non era vero. In realtà questa grande regina che domi­nava il mondo e improvvisamente, atterrita, umile, si lasciava sfug­gire un bambino come una vecchia nonna paralitica, mi faceva pietà. E mi faceva pietà anche Egisto, crudele e tirannico, la cui sorte era di cadere un giorno miseramente sotto i tuoi colpi. Avevo mille ragioni per odiarli, e invece li sentivo umani degni di compassione; ma quando il mio odio li aveva lavati e rivestiti dei loro ornamenti, e io mi ritrovavo di fronte ad essi dolce e ubbidiente, una nuova ondata di odio, più pesante della prima, si abbatteva su di loro. È un odio più forte di me.

Oreste. Io sono qui. Il tuo odio cesserà.

Elettra. Credi? Una volta pensavo che il tuo ritorno mi avrebbe liberato da questo odio. Pensavo che il mio male venisse dalla tua lontananza. Mi preparavo, per quando saresti tornato, a non essere più altro che un blocco di tenerezza, per tutti, anche loro. Mi sbagliavo. Il mio male questa notte nasce dalla tua presenza e tutto l'odio che ho dentro di me ti sorride, ti fa festa, è lo stesso amore che nutro per te. Ti lecca come il cane la mano che lo scio­glierà. Sento che mi hai dato la vista, il fiuto dell'odio. La prima traccia, e ora seguo la pista... Chi c'è? È lei?

// mendicante. No, no. Dimenticate l'ora. Lei è salita. Si sta spogliando.

Elettra. Si sta spogliando. Davanti allo specchio, contemplando a lungo Clitennestra, nostra madre si spoglia. Nostra madre che io amo perché è cosi bella che mi fa pena perché invecchia, di cui ammiro la voce, lo sguardo... Nostra madre che io odio.

Oreste.   Elettra,   cara   sorella,   ti  prego,   calmati.

Eletira.  Allora   seguo  la  pista,   parto?

Oreste. Calmati.

Elettra. Io? Sono calmissima. E dolce. Dolce per mia madre, dolcissima... È quest'odio per lei che cresce, che mi uccide.

Oreste. Ora a tua volta, non parlare. Penseremo domani al­l'odio. Questa sera lasciami assaporare, almeno per un'ora, la dolcezza di questa vita che non ho conosciuto e che pure ritrovo.

Elettra. Un'ora. Sta bene, un'ora.

Oreste. Il palazzo è cosi bello sotto la luna... Il mio palazzo. A quest'ora tutta la potenza della nostra famiglia emana da esso... La mia potenza. Lasciami immaginare fra le tue braccia quale feli­cità queste mura avrebbero potuto racchiudere per essere più calmi e più sensati. O Elettra, quanti nomi nella nostra famiglia sono stati da principio dolci e teneri, e avrebbero dovuto essere nomi felici.

Elettro.  Si,  lo so  Medea, Fedra...

Oreste. Anche quelli, perché no?

Elettra. Elettra, Oreste...

Oreste. Non c'è ancora tempo per questi? Io sono venuto per salvarli.

Elettra. Taci. Eccola.

Oreste. Ecco chi?

Elettra. Quella che ha questo nome felice:  Clitennestra.

Scena nona.

Eletta.   Oreste.   Clitennestra e poi Egisto.

Clitennestra. Elettra?

Elettra. Madre?

Clitennestra. Chi è quell'uomo?

Elettra. Indovina.

Clitennestra. Lasciami vedere il suo viso.

Elettra. Se non  lo vedi da lontano, lo vedrai ancora meno da vicino.

Clitennestra. Elettra, smettiamo di lottare. Se realmente vuoi quell'uomo per marito, io acconsento. Perché quel sorriso? Non sono stata io a volere che tu avessi un marito?

Elettra.   No.   Hai   voluto che io  fossi una donna.

Clitennestra.  Qual'è la differenza?

Elettra. Hai voluto che fossi dalla tua parte. Hai voluto allon­tanare definitivamente da te il viso della tua peggiore nemica.

Clitennestra. Il viso di mia figlia?

Elettra. Quello della castità.

Oreste. Elettra!

Elettra.   Lasciami,   lasciami.   Ho preso la pista.

Clitenneitra. La castità! Questa ragazza che è divorata dai desideri, ci parla di castità. Lei che a due anni non poteva guardare un uomo senza arrossire. Se ci tieni a saperlo, fu perché volevi abbracciare Oreste che l'hai spinto fuori dalle mie braccia.

Elettra. Dunque avevo ragione. Ne sono fiera. Ne valeva la pena.

(Suoni di trombe. Rumori. Qualcuno si affaccia dalle finestre. Egisto si sporge da una loggia).

Egisto. Siete qui, regina?

// mendicante. Sì, è qui.

Egisto. Una grande notizia, regina. Oreste non è morto. È evaso. Si dirige verso Argo.

Clitennestra. Oreste!

Egisto. Gli ho mandato incontro i miei uomini più sicuri. Tutti i soldati fedeli li ho appostati intorno alle mura. Tacete?

Clitennestra.   Oreste  torna?

Egisto. Torna per riprendere il trono di suo padre, per togliermi il titolo di reggente e a voi quello di regina. I suoi emissari stanno preparando una rivolta. Ma state tranquilla. Metterò tutto a posto... Chi c'è laggiù con voi?

Clitennestra.  Elettra.

Egisto. Con il giardiniere?

// mendicante.  Con il giardiniere.

Egisto. Spero che non cerchiate più di separarli. Vedete che i miei timori erano giusti. Siete d'accordo, adesso?

Clitennestra. No, non cerco più.

Egisto. Che non escano dal palazzo. Ho dato ordine che le porte siano chiuse fino al ritorno dei soldati. Soprattutto per loro...Mi senti, giardiniere?

Elettra. Non usciremo.

Egisto. Voi, regina, salite. Tornate nella vostra stanza. È tardi e il consiglio si riunisce all'alba. Vi auguro buona notte.

Elettra. Grazie, Egisto.

Egisto. Sto parlando alla regina, Elettra. Non è il momento per le ironie. Salite, regina.

Clitennestra.   Arri vederci,   Elettra.

Elettra.  Arrivederci, madre.

(Al momento di andarsene, Clitennestra si volta).

Clitennestra. Arrivederci, sposo di mia figlia. (Sale lentamente la scala).

Il mendicante.  Quante se ne vedono nelle  famiglie!  Di  ogni sorta!

Elettra. Chi ha

// mendicante.   Nessuno.   Non ha   parlato   nessuno.   Chi   volete che parli in un momento simile!

Scena decima.

Elettra.   Oreste.  Il mendicante.

Oreste.   Dimmela,   Elettra,  dimmela.

Elettra. Che cosa?

Oreste. Il tuo odio. La ragione del tuo odio. Adesso la sai. Poco fa, mentre parlavi a Clitennestra, sei quasi svenuta fra le mie braccia. Perché? Per la gioia o per l'orrore?

Elettra. Per la gioia e per l'orrore. Oreste, sei forte o debole?

Oreste. Dimmi il tuo segreto, e lo saprò.

Elettra. Non conosco ancora il mio segreto. Ho soltanto il capo del filo. Ma non preoccuparti, il resto verrà... Sta in guardia. Eccola.

(Nel fondo  appare  Clitennestra).

Scena undicesima.

Elettra. Clitennestra. Oreste. Il mendicante.

Clitennestra.  Così sei tu,  Oreste?

Oreste. Sì, madre, sono io.

Clitennestra.  È  dolce,  a  vent’anni,   vedere  una  madre?

Oreste. Una madre che vi ha scacciato. Triste e dolce.

Clitennestra.  La guardi da  molto lontano.

Oreste. È come la immaginavo.

Clitennestra. Anche mio figlio. Bello e altero. Ma io mi avvicino.

Oreste. Io no. Da lontano è una splendida madre.

Clitennestra.   Chi   ti   dice  che  da   vicino il   suo   splendore   non svanisca?

Oreste. O la sua maternità? Per questo non mi muovo.

Clitennestra. Ti basta il miraggio di una madre ?

Oreste. Ho avuto molto meno fino ad oggi. Almeno a questo miraggio posso dire quello che non dirò mai alla mia vera madre.

Clitennestra. Se il miraggio lo merita, avanti. Che gli dici?

Oreste. Tutto ciò che a te non dirò mai. Tutto ciò che detto a te, sarebbe una menzogna.

Clitennestra.  Che l'ami?

Oreste. Si.

Clitennestra.  Che la rispetti?

Oreste. Sì.

Clitennestra.  Che l'ammiri?

Oreste. Questo è il solo punto che può accomunare miraggio e madre.

Clitennestra. Per me è l'opposto. Io non amo il miraggio di mio figlio. Ma se mio figlio è davanti a me e parla e respira, io perdo le forze.

Oreste. Pensa a come fargli del male, le ritroverai.

Clitennestra. Perché sei cosi duro? Pure non sembri crudele. La tua voce è dolce.

Oreste. Si, somiglio esattamente al figlio che avrei potuto essere. Anche tu, del resto. A che madre meravigliosa somigli in questo momento. Se non fossi tuo figlio, potresti ingannarmi.

Elettra. Perché parlate tutti e due? Madre, che pensi di ricavare da questa ignobile civetteria materna? Nel mezzo della notte degli odii e delle minacce, per un minuto si è aperto uno sportello che permette alla madre e al figlio di intravvedersi l'un l'altro come non sono. Approfittatene e richiudete. Il minuto è passato.

Clìtennestra, Perché cosi presto? Chi ti dice che a Oreste basti un minuto di amore materno?

Elettro. Tutto mi dice che non hai diritto a più di un minuto di amore filiale nella tua vita. L'hai avuto. E pieno... Che commedia stai recitando? Vattene.

Clìtennestra. Benissimo. Addio.

Prima  Eumenide  (apparendo   dietro  le  colonne}.   Addìo,   verità di mio figlio.

Oreste. Addio.

Seconda Eumenide. Addio, miraggio di mia madre.

Elettra. Potete dirvi arrivederci. Vi rivedrete.

Scena dodicesima.

Elettra e Oreste che dormono. Le piccole Eumenidi. Il mendicante. Le Eumenidi hanno adesso dodici o tredici anni.

Prima Eumenide, Dormono. Ora tocca a noi recitare Clitennestra e Oreste. Ma non come lo recitano loro. Facciamo sul serio!

// mendicante (tra sé, ma ad alta voce}. Vorrei sapere la faccenda di quella spinta...

Seconda  Eumenide.   Tu,   lasciaci  recitare.   Cominciamo. (Le tre piccole Eumenidi si mettono nelle posizioni che avevano gli attori nella scena precedente e fanno una parodia. Dovrebbero avere le maschere).

Prima Eumenide. Così sei tu, Oreste?

Seconda Eumenide. Si, madre, sono io.

Prima Eumenide. Sei venuto per uccidermi e per uccidere Egisto?

Seconda Eumenide.  Questa è nuova.

Prima Eumenide. Non per tua sorella... Hai già ucciso mio piccolo Oreste?

Seconda Eumenide. Le cose che uno uccide quando è buono. Una cerva... Per giunta io ero pietoso, e così ho ucciso anche il cerbiatto perché non rimanesse orfano...ma uccidere mia madre, mai. Sarebbe un parricidio.

Prima Eumenide. Li hai uccisi con questa spada?

Seconda Eumenide. Sì. Taglia il ferro. Immagina quel cerbiatto. L'ha infilato senza che se ne accorgesse,

Prima Eumenide. Io non ho secondi fini e non voglio influen­zarti. Ma se una spada come questa uccidesse tua sorella, saremmo molto più tranquilli. .

Seconda Eumenide. Vuoi che uccida mia sorella?

Prima Eumenide. No. Sarebbe un fratricidio. L'ideale sarebbe che la spada la uccidesse da sola. Che un giorno uscisse dal fodero e la uccidesse. Io sposerei tranquillamente Egisto. Ti faremmo tornare, Egisto comincia a essere vecchio. Gli succederesti molto presto. Saresti il re Oreste.

Seconda Eumenide. Una spada  non  uccide da  sola.  Ci vuole un assassino.

Prima Eumenide. Già. Dovrei saperlo. Ma facevo un'ipotesi. La gente che vendica i torti è il flagello del mondo. E non migliora invecchiando, puoi credermi. Mentre i criminali senza nessuna eccezione diventano onesti, questi altri senza nessuna eccezione diventano dei criminali. No, sul serio. Questa sarebbe una buona occasione per una spada che pensasse da sola, si movesse da sola e uccidesse da sola. Tu potresti sposare la seconda figlia di Alcmena, quella che ride e che ha quei bei denti. Saresti lo sposo Oreste.

Seconda Eumenide. Non voglio uccidere né la sorella che amo, ne la madre che detesto.

Prima Eumenide. Lo so, lo so. In una parola sei debole e hai dei principi.

Terza Eumenide. Perché parlate tutti e due! Nel mezzo della notte, degli odi e delle minacce, sorge la luna e canta l'usignolo; perciò togli la mano dal pomo della spada, Oreste. Vediamo quello che saprà fare da sola.

Prima Eumenide. Sì, toglila... Si muove, amiche, si muove.

Seconda Eumenide. Non c'è dubbio. È una spada che pensa. Pensa tanto che è uscita per metà.

Oreste (nel sonno). Elettra!

Il mendicante.  Via, circolate,  civette. Li  sveglierete.

Elettra (nel sonno). Oreste!

Scena tredicesima.

Elettra. Oreste. Il mendicante.

// mendicante. Vorrei mettere in chiaro la faccenda di quella spinta. Perché proverebbe se Elettra è sincera o se mente, sia che menta di proposito o che la sua memoria diventi insincera. Io non credo che essa abbia spinto. Guardatela: a due pollici dal suolo tiene il fratello che dorme così stretto come sopra un abisso. Lui sognerà di cadere, evidentemente, ma questa è una cosa che viene da dentro, lei non c'entra. Invece la regina somiglia a quelle fornaie che non si chinano nemmeno per raccogliere i loro soldi, e anche a quelle cagne che soffocano nel sonno il più bello dei loro cuccioli. Dopo lo leccano, come ha fatto la regina con Oreste, ma nessuno ha mai fatto un figlio con la saliva. Adesso la faccenda è chiara, come se fossi stato presente. Tutto si spiega, se supponete che la regina si è messa una spilla di diamanti e che è passato un gatto bianco. Tiene Elettra sul braccio destro, perché la figlia è già pe­sante; sull'altro tiene il piccolo, un po' lontano da lei, perché non si graffi con la spilla o non gliela conficchi nella pelle. È una spilla da regina, non da nutrice... Il bambino vede il gatto bianco; è magnifico un gatto bianco: una vita bianca, del pelo bianco. Gli occhi lo tirano e perde l'equilibrio. E lei è un'egoista. Perché, vedendo che il bambino si rovesciava, per trattenerlo, non aveva che da liberare il braccio destro, lanciare Elettra lontano sul pavimento, infischiarsi di Elettra. Lascia che si rompa la testa, la piccola Elettra, purché viva e sia salvo il figlio del re dei re. Ma lei è un'egoista. Per lei la donna conta come l’uomo, perché lei è una donna; il ventre come il fallo perché lei è un ventre; non pensa neanche per un istante a distruggere la figlia per salvare il figlio, e conserva Elettra. Guardate invece Elettra. Si è rivelata, nelle braccia del fratello. Ha ragione, non poteva trovare un'occasione migliore. La fraternità è ciò che distingue gli uomini. Gli animali non conoscono che l'amore: i gatti, i pappagalli eccetera. La loro unica fraternità è quella del pelo. Per trovare dei fratelli, sono costretti ad amare gli uomini, a rivolgersi agli uomini. L'anatroc­colo, quando si stacca dagli altri e con l'occhietto tenero e lucido sulla guancia obliqua di anatroccolo, viene a guardarci, noialtri uomini, mangiare o armeggiare, sa che siamo noi i suoi fratelli, l'uomo e la donna. Quanti ne ho presi cosi in mano, di anatroc­coli, e avrei potuto torcere loro il collo, perché si avvicinavano con la loro fraternità, perché cercavano di capire quello che facevo, io, il loro fratello, quando tagliavo pane, formaggio e la cipolla. Fratello degli anatroccoli, questo è il nostro tìtolo vero, perché quella testolina che affondano nell'acqua per cercare i girini e le salamandre, quando la rialzano, tutta dorata e azzurra, verso l'uomo, è piena di intelligenza e di tenerezza — immangiabile del resto, se si esclude il cervello —. Potrei insegnare a piangere a delle facce di anatroccolo... Dunque Elettra non ha spinto Oreste. Questo significa che tutto quello che dice è vero, tutto quello che fa legittimo. Essa è la verità pura, la lampada senza lucignolo. Così se ucciderà, come è probabile, tutta la felicità e la pace intorno a sé avrà ragione. La ragazza è la custode della verità, e se anche nella giornata più luminosa sente una punta di angoscia, se nelle feste e nei secoli più splendidi fiuta una fuga di gas velenoso, bisogna che parta in quarta e che si dia da fare fino a che il mondo scricchioli e si spezzi nelle fondamenta delle fondamenta, nelle generazioni delle generazioni, anche se mille innocenti muoiono innocenti, perché il colpevole viva da colpevole. Guardate quei due innocenti. Quale sarà il frutto del loro matrimonio? Rimettere in vita, per il mondo e per le età che verranno, un delitto già dimen­ticato e che provocherà un castigo ancora peggiore. Come hanno ragione di dormire in quest'ora che gli rimane. Lasciamoli. Andrò a fare un giro. Li sveglierei. Sternutisco sempre tre volte, quando si alza la luna, e sternutire nelle mani sarebbe rischioso. Ma voi tutti che restate, inchinatevi. Questo è il primo sonno di Elettra e l'ultimo sonno di Oreste.

Fine del primo atto.

INTERMEZZO

Il  lamento del giardini

La mia parte è finita. Per questo sono libero di venire qui a dirvi ciò che la commedia non potrà dirvi. Quando c'è una storia come questa, i personaggi non smetteranno di uccidersi e di mor­dersi l'un l'altro per venire a raccontarvi che la vita ha un solo scopo, l'amore. Non sarebbe neanche di buon gusto se si vedesse il parricida fermarsi, con il pugnale alzato, per farvi l'elogio del­l'amore. Suonerebbe falso. Molti non ci crederebbero. Ma io che sono qui, in questo abbandono e in questa desolazione, non vedo che altro mi resti da fare. E sono imparziale. Mai mi risolverò a sposare un'altra fuori di Elettra, e non avrò Elettra. Sono fatto per vivere giorno e notte con una donna, e vivrò sempre solo. Per donarmi senza tregua in ogni stagione e in ogni occasione, e mi riserverò sempre. Questa è la notte delle mie nozze, e la pas­serò qui da solo — grazie di essere venuti —, e non ne avrò mai un'altra. L'aranciata che avevo preparato per Elettra ho dovuto berla io; non ce n'è rimasta neanche una goccia, è stata una notte di nozze lunga. Perciò chi potrebbe mettere in dubbio le mie parole! Il guaio è che dico sempre un po' l'opposto di quello che voglio dire, ma sarebbe orribile oggi, con un cuore così stretto e una bocca così amara — è amaro, in fondo, l'arancio —, se dimenticassi per un solo istante che devo parlarvi della gioia. Si, gioia e amore. Sono venuto a dirvi che la gioia e l'amore sono preferibili all'odio e all'amarezza. Sono molto meglio, come motto da incidere sopra un portico, da disegnare sopra un fazzoletto, o con le begonie nane. Certo la vita è un fallimento, però è bella, bellissima. Certo non c'è mai niente che vada dritto, che vada a posto, ma ammetterete che qualche volta tutto fila a meraviglia, tutto va a posto. Non per me; o piuttosto per me. Se devo giudicare dal desiderio e dalla capacità di amare tutto e tutti, che mi ha dato il dolore più grande della mia vita, che cosa deve essere per chi ha avuto meno sfortuna? Quanto amore devono provare quelli che sposano le donne che non amano, quanta gioia quelli che sono abbandonati dalla donna amata, dopo che l'hanno avuta per un'ora nella loro casa, quanto orgoglio quelli che hanno dei figli bruttissimi. Certo questa notte il mio giardino non era molto allegro. Come festicciola, non c'è stato male. Avevo voglia a fingere ogni tanto che Elettra era lì, accanto a me, a par­larle, a dirle : « Entrate, Elettra. Avete freddo, Elettra? » Nessuno ci credeva, neanche il cane, per non parlare di me. Il cane pensava: « Ci ha promesso una sposa, e ci porta una parola. Il mio pa­drone ha sposato una parola. Ha messo il vestito bianco, quello che io insudicio con le mie zampe e che mi impedisce di accarez­zarlo, per sposare un nome. Dà la sua aranciata a un nome. Mi rimprovera di abbaiare alle ombre, a ombre vere, che non esistono, e lui cerca di abbracciare una parola». Non mi sono neanche steso: dormire con una parola era al di sopra delle mie forze. Si può parlare con una parola, e basta. Ma se foste seduti come me in que­sto giardino dove la notte tutto delira, dove la luna gioca con la meridiana e la civetta cieca, invece di bere al ruscello, beve al viale di cemento, avreste capito quello che io ho capito, cioè la verità. Avreste capito il giorno in cui i vostri genitori sono morti, che essi nascevano, il giorno che vi siete rovinato, che eravate ricco; quando vostro figlio era ingrato, che era la riconoscenza in persona; quando eravate solo e abbandonato, che il mondo intero si precipitava su di voi, in uno slancio di tenerezza. Era ciò che mi accadeva in quel sobborgo vuoto e muto. Tutti quegli alberi pietrificati, quelle col­line immobili correvano verso di me. E tutto questo si adatta alla commedia. Certo non si può dire che Elettra sia l'amore in persona per Clitennestra. Ma tuttavia bisogna distinguere.

Elettra cerca una madre. Accetterebbe per madre il primo che le capita. Mi sposava perché sentiva che ero il solo uomo, il solo, dico, che poteva essere una specie di madre. E del resto non sono il solo. Ci sono uomini che sarebbero felici di essere gravidi per nove mesi, se fosse necessario, per avere delle figlie. Tutti gli uomini. Nove mesi forse sono troppi, ma una settimana, un giorno, ogni uomo ne sarebbe fiero. Può darsi che a forza di cercare la madre dentro la madre, essa sia costretta ad aprirle il petto, ma nelle famiglie reali la cosa è piuttosto teorica. In queste famiglie si provano sentimenti che non si trovano mai tra la povera gente, l'odio puro, la collera pura. Ecco che cos'è la tragedia, con i suoi incesti e i suoi parricidi : purezza, cioè, insomma, innocenza. Non so se voi siete come me; ma per me, nella tragedia, la moglie delfaraone che si uccide vuol dire speranza, il maresciallo che tradisce fiducia, il duca che assassina tenerezza. È un atto d'amore la cru­deltà — scusate, voglio dire la tragedia. — Per questo ora sono certo che, se glielo chiedessi, il cielo mi approverebbe, farebbe segno che il miracolo è pronto, e nel cielo vi apparirebbe il mio motto di solitario e abbandonato e l'eco lo ripeterebbe per voi : gioia e amore. Se volete glielo chiedo. Sono sicuro, come sono qui, che una voce dall'alto mi risponderebbe, che Dio ha pronti altoparlanti, amplifi­catori e tuoni per gridare al mio comando : gioia e amore. Ma vi consiglio di non chiederlo. Prima di tutto per educazione. Non rientra nelle funzioni di un giardiniere chiedere a Dio una tempe­sta, sia pure una tempesta, di tenerezza. E poi è del tutto inutile. Si sente benissimo che in questo momento, ieri, domani e sempre, lassù, tutti quanti, e anche se ce n'è uno solo, anche se quest'uno è assente, sono pronti a gridare : gioia e amore. È molto più degno dell'uomo credere agli dei sulla parola — sulla parola è un eufe­mismo —, senza costringerli a mettere i punti, a impegnarsi, a creare tra gli uni e gli altri degli obblighi da creditore a debitore. Quanto a me, solo il silenzio mi ha sempre convinto. Sì, io chiedo loro di non gridare gioia e amore. Se proprio ci tengono, gridino pure. Ma io li scongiuro, vi scongiuro, Dio, come prova del vostro affetto, della vostra voce, dei vostri gridi, di fare silenzio, un se­condo del vostro silenzio. È tanto più probante. Ascoltate... Grazie.

ATTO SECONDO

Stessa scena. Un po’ prima dell’alba.

Scena prima.

Elettra è sempre seduta e sostiene Oreste che dorme.

Il mendicante. Un gallo. Un suono lontano di tromba.

 

II mendicante.  Non è più  molto lontano,  vero,  Elettra?

Elettra. Si. Non è più molto lontana.

Il mendicante. Ho detto lontano. Parlo del giorno.

Elettra. Io parlo della luce.

// mendicante.  Non ti basterà che le facce dei bugiardi illuminate dal  sole?  Che gli adulteri e  gli assassini si muovano nell'aria chiara?   Questo è il giorno. Mi pare abbastanza.

Elettra. No. Voglio che a mezzogiorno le loro facce siano nere e le loro mani rosse. Questa è la luce: voglio che abbiano gli occhi marci e la bocca puzzolente.

Il mendicante. Continua. Non vuoi nient’ altro?

Elettra. Il gallo... Devo svegliarlo?

// mendicante. Sveglialo, se vuoi. Ma io gli concederei cinque minuti.

Elettra. Cinque minuti di nulla... Un dono da poco.

// mendicante. Non si sa mai. C'è un insetto, pare, che vive solo cinque minuti. In cinque minuti è giovane, adulto e vecchio;  passa attraverso l'infanzia e l'adolescenza, le storte e le cateratte le unioni legittime o morganatiche. Da quando ho incominciato lui deve essere arrivato almeno al morbillo e alla pubertà.

Elettra. Aspettiamo che muoia. Non posso accordargli di più.

Il mendicante. Dorme bene, nostro fratello.

Elettra. Si è addormentato subito. Mi è sfuggito. È scivolato nel sonno come nella sua vita vera.

// mendicante. Sorride. È la sua vita vera.

Elettra. Dimmi tutto, mendicante, tranne che la vera vita di Oreste è il sorriso.

// mendicante. Ridere, amare, vestire bene, essere allegro: ecco la vita di Oreste. L'ho capito appena l'ho visto. Con un po' di fortuna, Oreste sarebbe un fringuello.

Elettra. È sfortunato.

// mendicante. Già. Non è molto fortunato. Ragione di più per non fargli fretta.

Elettra. E sia. Poiché è nato per ridere, per vestire bene, poiché è un fringuello, e poiché si sveglierà per sempre sopra un incubo,

Un mendicante. Al tuo posto, dal momento che puoi scegliere, farei in modo che questa mattina la luce e la verità prendessero il via contemporaneamente. Una specie di tiro a due. Non che sia una gran cosa, ma sarebbe adatto a una ragazza e poi mi faresti piacere. La verità degli uomini aderisce troppo alle loro abitudini, parte non importa come: alle nove della mattina quando gli operai dichiarano lo sciopero o alle sei di sera quando le donne confessano, eccetera. Sono partenze cattive, c'è sempre poca luce. Io sono abituato agli animali. Quelli sì che sanno partire. Il primo balzo del coniglio nella brughiera, nell'istante in cui nasce il sole, il primo salto dell'arzavola sulla sua stampella, la prima corsa del­l' orsacchiotto fuori della sua roccia: ecco una buona partenza verso la verità, te l'assicuro. Se non arrivano, vuol dire proprio che non devono arrivare. Una cosa qualunque li distrae, un ghiozzo, un'ape. Ma fa come loro, Elettra, parti all'alba.

Elettra. Regno felice dove il ghiozzo e l'ape sono le menzogne! Ma i tuoi animali si stanno già movendo.

// mendicante. No. Sono quelli della notte che tornano. Le ci­vette, i topi. La verità della notte che torna. Sstt! Ascolta gli ultimi due, sono gli usignoli, naturalmente : la verità degli usignoli.

Scena seconada.

Gli stessi. Agata  Teocatocle.   Un  ragazzo.

Agata. Amore caro, hai capito bene, vero?

// ragazzo. Sì. So come rispondere.

Agata. Se ti trova per la scala?

Il ragazzo. Venivo a cercare il dottore che abita al piano di sopra.

Agata. L'hai già scordato. è un veterinario. Compra un cane...Se mi trova fra le tue braccia?

// ragazzo. Ti ho raccolta in mezzo alla strada, ti eri storta una caviglia.

Agata. Se ci trova in cucina?

// ragazzo. Faccio l'ubriaco. Non so dove mi trovo e rompo tutti i vetri.

Agata. Basta uno, caro. Uno piccolo. Quelli grandi sono di cristallo... Se ci trova nella camera e siamo vestiti?

// ragazzo. Lo cercavo per discutere di politica. Bisogna proprio andare lì per trovarlo.

Agata. Se siamo spogliati?

// ragazzo. Sono entrato di sorpresa, e tu mi hai respinto. Sei una perfida, mi provochi da sei mesi e quando arriva il momento, mi accogli come un ladro. Una donnaccia!

Agata. Oh, tesoro!

// ragazzo. Una vera donnaccia!

Agata. Ho sentito... Caro, il giorno si avvicina e ti ho avuto per un'ora appena, e per quanto tempo ancora continuerà a credere che sono sonnambula, e che è meno pericoloso lasciarmi andare nel bosco che sui tetti? O cuore mio, credi che ci sia una bugia che mi permetta di averti la notte nel nostro letto — io in mezzo a voi due — in modo che tutto gli sembri naturale?

Il ragazzo. Cerca bene. La troverai.

Agata. Un pretesto grazie al quale voi due possiate anche par­lare, se vi fa piacere, delle elezioni o delle corse al di sopra della vostra Agata. E senza che lui abbia nessun sospetto. Ecco cosa ci

// ragazzo. Già.

Agata. Ahimè! Perché è cosi vanitoso, perché ha il sonno cosi leggiero, perché deve adorarmi?

// ragazzo. La solita filastrocca. Perché l'hai sposato? Perché l'hai amato?

Agata. Io? Bugiardo. Non ho mai amato nessuno all'infuori di te.

// ragazzo. Ricordi nelle braccia di chi ti ho trovata l'altro ieri?

Agata. Avevo preso una storta e quell'uomo mi aiutava.

// ragazzo. La conosco la storia della storta.

Agata. Tu non conosci niente. Non capisci niente. Non capisci che è stato quell'incidente a darmi l'idea per noi.

// ragazzo.Quando lo incontro per le scale, è senza cani e senza gatti, te l'assicuro, ,. , .

Agata. Lui va a cavallo. Non si portano i cavalli dal dottore.

// ragazzo. Ed esce sempre da casa tua.

Agata. Perché vuoi costringermi a rivelare un segreto di stato? Viene a consultare mio marito. Temono che si stia organizzando un complotto in città. Ti scongiuro : non dirlo a nessuno. Potrebbe perdere il posto. Mi getteresti, sul lastrico.

// ragazzo. Una sera andava di fretta. Aveva la sciarpa in disor­dine e la tunica sbottonata.

Agata. Lo credo. Fu quella volta che tentò di baciarmi. L'ho messo a posto.

// ragazzo. Tu non gli hai permesso di baciarti, forte com'è? Io aspettavo da basso. È rimasto due ore.

Agata. È rimasto due ore, ma non gli ho permesso di baciarmi.

// ragazzo. Allora avrà fatto a meno del tuo permesso. Confes­salo, Agata, o me ne vado.

Agaia. Mi costringi a confessare! Bella ricompensa per la mia sincerità! Si, mi ha dato un bacio. Uno solo. Sulla fronte.

// ragazzo. E non ti pare orribile?

Agata. Orribile? Spaventoso.

H ragazzo. E non provi nessun dolore ?

Agata. Nessuno. Ah, se provo dolore? Da morire. Baciami, caro. Ora sai tutto e in fondo ne sono contenta. Non vuoi che tutto sia chiaro tra noi?

// ragazzo. Si. Qualunque cosa piuttosto che la menzogna.

Agata. È un modo gentile per dirmi  che  mi ami   sopra  ogni cosa, amor mio.

(Agata e il ragazzo escono).

Scena terza.

Elettra. Oreste. Il mendicante. Le Eumenìdi: sono cresciute ancora, adesso hanno quindici anni.

II mendicante. Un duetto all'alba di un giorno come questo! Sempre così.

Elettra. L'insetto è morto, mendicante?

// mendicante. E dissolto nell'universo. I suoi pronipoti com­battono con la gotta.

Elettra. Oreste!

II mendicante. Lo vedi che non dorme più. Ha aperto gli occhi.

Elettra.  Dove sei, Oreste?  A che pensi?

Prima Eumenide. Oreste, sei, ancora in tempo. Non dare ascolto a tua sorella.

Seconda Eumenide. Non darle ascolto. Abbiamo imparato cosa ci riserva la vita : è meraviglioso.

Terza Eumenide. Per caso, mentre crescevamo durante la notte.

Seconda Eumenide. Non ti diciamo nulla dell'amore. Ma è meraviglioso.

Prima Eumensde. E lei rovinerà tutto con il suo veleno.

Tersa Eumenide. Con il veleno della verità, che e il solo di cui non si conosce l’antidoto.

Prima Eumenide. Hai ragione. Sappiamo a cosa pensi. È bel­lo essere re, Oreste. Le ragazze nei parchi reali che danno il pane ai cigni, mentre dalle bluse pende il medaglione del re Oreste ed esse lo baciano di nascosto. La partenza per la guerra, con le donne sopra i tetti, il cielo come una vela e il cavallo bianco che marcia in cadenza al suono della banda. Il ritorno dalla guerra, con il viso del re che ora sembra il viso di un dio, soltanto perché ha sofferto un po' di freddo, di fame, di paura e di pietà. Se la verità deve rovinare tutto questo, al diavolo la verità.

Seconda Eumenide. Hai ragione. E bello l'amore, Oreste. Non ci lascia mai, sembra. Ci si è appena separati e subito si torna indietro di corsa, ci si prende per mano. Dovunque ci si vada, ci si ritrova subito uno di fronte all'altro. La terra è rotonda per quelli che si amano. Dappertutto io mi imbatto nell’uomo che amo e ancora non esiste. Ecco che cosa vuol rubarti Elettra, e anche a noi, con la sua verità. Noi vogliamo amare. Fuggi da Elettra.

Elettra. Oreste!

Oreste. Sono sveglio, sorella.

Elettra. Finisci di svegliarti. Non dar retta a queste ragazze.

Oreste. O Elettra, sei sicura che non abbiano ragione? Sei sicura che per un uomo, a quest'ora, voler ritrovare la propria trac­cia non sia la peggiore arroganza? Perché non prendere la prima che capita e andare a caso? Fidati di me. In questo momento vedo chiaramente le orme della selvaggina che si chiama felicità.

Elettra. Ahimè,  non è quella che dobbiamo cacciare oggi.

Oreste. La sola cosa che conta è non lasciarci più. Fuggiamo da questo palazzo. Andiamo in Tessaglia. Vedrai la mia casa nascosta tra le rose e i gelsomini.

Elettro. Oreste caro, non mi hai salvata dal giardiniere per consegnarmi ai fiori.

Oreste. Lasciati convincere. Fuggiamo da questa piovra che tra breve ci soffocherà. Rallegriamoci di esserci svegliati prima di lei. Vieni.

Prima Eumenide. È sveglia. Guarda i suoi occhi.

Terza Eumenide. Hai ragione. È meravigliosa la primavera, Oreste. Quando al di sopra delle siepi ancora spoglie si vedono solo le schiene degli animali che brucano l'erba nuova, e la testa del­l'asino si sporge e vi guarda. Se uccidi tuo zio, la testa dell'asino ti sembrerà buffa. È buffo un asino che vi guarda quando avete le mani sporche del sangue di vostro zio.

Oreste. Che sta dicendo?

Terza Eumenide. Parliamo della primavera! I pani di burro che galleggiano con il crescione nei ruscelli in primavera, vedrai che conforto possono dare all'uomo che ha ucciso sua madre. Quel giorno spalma il tuo burro sul pane con il coltello, anche se non è il coltello che ha ucciso tua madre, e vedrai.

Oreste. Aiutami, Elettra.

Elettra. Così sei come tutti gli altri uomini, Oreste. La minima adulazione li fiacca, la minima brezza li seduce. Aiutarti? So cosa vorresti sentirmi dire.

Oreste. Allora dimmelo.

Elettra. Che gli uomini in fondo sono buoni, che in fondo la vita è buona.

Oreste. Non è vero?

Elettra. Che non è una sfortuna essere bello, giovane e principe, avere una sorella giovane e principessa. Che basta lasciare gli uo­mini alle loro piccole faccende, alla loro bassezza e vanità, basta non spremere le pustole degli uomini e vivere della bellezza del mondo.

Oreste. Non è questo che vuoi dirmi?

Elettra. No. Ti dico che nostra madre ha un amante.

Oreste. Menti! È impossibile.

Prima Eumenide. È vedova. Fa bene.

Elettra. Ti dico che nostro padre è stato ucciso.

Oreste. Agamennone,  ucciso!

Elettra. Assassinato a colpi di pugnale.

Seconda Eumenide. Sono passati sette anni. È una storia vecchia.

Oreste. E tu lo sapevi, e mi hai lasciato dormire per tutta una notte.

Elettra. Non lo sapevo. La notte mi ha fatto questo dono. Ha sospinto queste verità sulla sua riva. Ora so come fanno le indovine. Stringono per tutta una notte il loro fratello addormen­tato contro il petto.

Oreste. Nostro padre ucciso! Chi te l'ha detto?

Elettro. Lui stesso.

Oreste. Ti ha parlato prima di morire?

Elettra. Mi ha parlato dopo morto, il giorno stesso in cui fu ucciso, ma la sua parola ha messo sette anni a raggiungermi.

Oreste. Ti è apparso?

Elettra. No. Il suo cadavere mi è apparso questa notte, così com'era il giorno del delitto, ma in piena luce. Bastava leggere: c'era nel suo vestito una piega che diceva: non sono la piega della morte, ma la piega del delitto. E sulla scarpa c'era una fibbia che ripeteva: non sono la fibbia dell'incidente, ma la fibbia del delitto. E sulla palpebra chiusa c'era una ruga che diceva: non ho visto la morte, ho visto i regicidi.

Oreste. E di nostra madre, chi te l'ha detto?

Elettra. Lei stessa. Ancora lei stessa.

Oreste.  Ha confessato?

Elettra. No. L'ho vista morta. Il suo corpo l'ha tradita. Non c'è nessun dubbio. Il sopracciglio era il sopracciglio di una morta che ha avuto un amante.

Oreste.  Chi è quest'amante? Chi è quest'assassino?

Elettra. Ti ho svegliato perché tu lo scopra. Speriamo che sia lo stesso. Così dovrai colpire una volta sola.

Oreste. Credo che dobbiate andar via, ragazze. Appena mi sveglio, mia sorella mi offre una regina che si prostituisce e un re assassinato... I miei genitori.

Prima Eumenide. È sufficiente. Non aggiungere altro.

Elettra. Scusami, Oreste.

Seconda Eumenide. Adesso gli chiede scusa.

Terza Eumenide. Distruggo la tua vita, e ti chiedo scusa.

// mendicante. Fa male a scusarsi. Sono i risvegli che ci riservano abitualmente le nostre mogli e sorelle. Sembrano fatte per questo.

Elettra. Non sono fatte che per questo. Quando gli uomini al mattino con gli occhi imbambolati non vedono altro che porpora e oro, spose, cognate, suocere e tutte le altre li scuotono e tendono loro con il caffè e l'acqua calda, l'odio per l'ingiustizia e il disprezzo dei piaceri.

Oreste.   Perdonami,   Elettra.

Seconda Ettmenide. Adesso è lui che chiede scusa. Sono educati in questa famiglia.

Prima Eumenide   Si levano la testa per salutarsi.

Elettra. Esse spiano il momento del loro risveglio. Gli uomini, anche se hanno dormito soltanto cinque minuti, si rimettono ad­dosso la corazza della felicità: la soddisfazione, l'indifferenza, la generosità, l'appetito. Un raggio di sole li riconcilia con tutte le macchie di sangue. Un canto di uccello con tutte le menzogne. Ma loro sono lì, tutte quante, scolpite dall'insonnia, con la gelosia, l'invidia, l'amore, la memoria: con la verità. Sei sveglio, Oreste?

Prima Eumenide. Pensare che tra un'ora avremo la sua età. Possa il ciclo farci diverse.

Oreste. Credo di svegliarmi.

// mendicante. Arriva vostra madre, ragazzi.

Oreste. Dov'è la mia spada?

Elettra. Bene. Questo è ciò che io chiamo un buon risveglio. Prendi la tua spada. Prendi il tuo odio. Prendi la tua forza.

Scena quarta.

Gli stessi. Clitennestra.

Clitennestra.  Appare  la  loro  madre  e  diventano  delle statue.

Elettra.   Orfani, tutt'al  più.

Clitennestra.  Non ascolterò più  una figlia  insolente.

Elettra. Ascolta tuo figlio.

Oreste.   Chi è,   madre?   Confessa.

Clitennestra. Ma che figli siete? Ci siamo appena incontrati e subito ne fate un dramma. Lasciatemi o chiamo!

Elettra. Chi chiami?  Lui?

Oreste. Ti dibatti molto, madre.

// mendicante. Attento, Oreste. La selvaggina innocente si dibatte come l'altra.

Clitennestra. La selvaggina? Che specie di selvaggina per i miei figli? Parla, Oreste, parla!

Oreste. Non oso.

Clhenneìtra.  Elettra, allora. Lei oserà.

Elettra. Chi è, madre?

Clitennestra.  Di chi, di che cosa  state parlando?

Oreste. Madre, è vero che hai...

Elettro. Non specificare, Oreste. Chiedile soltanto chi è. C'è un nome dentro di lei. Qualunque sia la domanda, non le dare tregua e il nome uscirà fuori...

Oreste. Madre, è vero che hai un amante?

Clitennestra. Questa è anche la tua domanda, Elettra?

Elettra. Sì.

Clitennestra. Mio figlio e mia figlia mi chiedono se ho un amante?

Elettra.  Tuo marito  non   può  più  chiedertelo.

Clitennestra. Gli dei arrossirebbero di vergogna se ti sentissero.

Elettra. Mi stupirebbe. Da un po' di tempo arrossiscono di rado.

Clitennestra. Non ho nessun amante. Non posso averne, anche se volessi. Ma state attenti. I curiosi non hanno avuto fortuna nella nostra famiglia: seguivano la traccia di un furto e scoprivano un sacrilegio; spiavano una tresca e s'imbattevano in un incesto. Non scoprirete che ho un amante, perché non ne ho, ma inciam­perete in qualche pietra che sarà fatale alle vostre sorelle e a voi stessi.

Elettra. Chi è il tuo amante?

Oreste. Elettra, ascoltala almeno.

Clitennestra.   Non   ho   amanti.   Ma   potete   dirmi   che   delitto sarebbe se ne avessi uno?

Oreste. Oh, madre,  sei la regina.

Clitennestra. Il mondo non è appena vecchio e il giorno è cominciato. Ma ci vorrebbe almeno fino al tramonto per citare le regine che hanno avuto un amante.

Oreste. Madre, ti supplico. Difenditi, difenditi ancora. Persua­dici. Se questa lotta ci restituisce una regina, sia benedetta, tutto ci è restituito.

Elettra. Non ti accorgi che le stai fornendo le sue armi, Oreste?

Clitennestra.  Bene Oreste, lasciami sola con Elettra, vuoi?

Oreste. È necessario, sorella?

Elettra. Sì, si. Aspetta là, sotto la volta. E appena grido Oreste, corri qui subito. Corri più forte che puoi. Vorrà dire che so tutto.

Scena quinta.

Clitennestra.  Elettra. Il mendicante.

Clitennestra.  Aiutami,   Elettra.

Eletfra.  Aiutarti?  A dire la  verità oa mentire?

Clitennestra. Proteggimi.

Elettra. È la prima volta, madre, che ti chini verso tua figlia. Devi avere paura.

Clitennestra.  Ho paura di Oreste.

Elettra. Menti. Non hai paura di Oreste. Lo vedi com'è: impulsivo, mutevole, debole. Sogna ancora l'idillio nella famiglia degli Atrìdi. È di me che hai paura, per me stai facendo questo gioco di cui mi sfugge ancora il significato. Tu hai un amante, non è vero? Chi è?

Clitennestra. Lui non sa nulla. Lui, non c'entra.

Elettra. Non sa che è il tuo amante?

Clitennestra. Smetti di fare il giudice, Elettra. Smetti di perse­guitarmi. Dopo tutto sei mia figlia.

Elettra. Dopo tutto. Precisamente dopo tutto. Per questo ti per­seguito.

Clitennestra. Allora smetti di essere mia figlia. Smetti dì odiarmi. Sii solo ciò che io cerco in te: una donna. Difendi la mia causa, essa è la tua. Difendi te stessa, difendendomi.

Elettra. Non sono iscritta all'associazione delle donne. Manda qualche altra ad ingaggiarmi.

Clttennestra. Hai torto. Se tradisci la tua compagna di sesso, di condizione, di sventura, sarai la prima di cui Oreste avrà orrore. Lo scandalo ricade sempre sopra coloro che lo provocano. A che ti giova infangare tutte le donne, infangando me? Agli occhi di Oreste insudicerai tutto ciò per cui mi rassomigli.

Elettra. Io non ti rassomiglio in nessuna cosa. Da molto tempo non guardo più lo specchio se non per essere certa di questa fortuna. Tutti i marmi lucidi, tutte le fontane del palazzo me l'hanno gridato, il tuo viso me lo grida: il naso di Elettra non ha niente del naso di Clitennestra. La mia fronte mi appartiene. La mia bocca mi appartiene. E io non ho un amante.

Clitennestra. Ascoltami. Io non ho un amante. Io amo.

Elettra. Non fare la furba. Mi butti tra i piedi l'amore come i vetturali inseguiti dai lupi buttano loro un cane. II cane non è il mio cibo.

Clitennestra. Siamo donne, Elettra, abbiamo diritto di amare.

Elettra. Lo so che si hanno molti diritti nella confraternita delle donne. Se pagate la tassa d’ingresso, che è un po' costosa, cioè se ammettete che le donne sono deboli,, bugiarde e volgari, acquistate il diritto di essere nobili. Dunque ti sbagli. Non avevi il diritto di amare nessun altro tranne mio padre. Lo amavi? Lo amavi la sera delle nozze?

Clitennestra. Dove vuoi arrivare? Vuoi che dica che la tua nascita non deve niente all'amore, che sei stata concepita nella indifferenza? Sta tranquilla. Non tutti possono essere come tua zia, Leda, e deporre le uova. Ma tu non hai mai parlato dentro di me. Siamo state due estranee fin dal primo momento. Non mi hai neanche fatto soffrire quando sei nata. Eri piccola, rattrappita. Stringevi le labbra. Hai stretto ostinatamente le labbra per un anno per paura di pronunciare il nome di tua madre. Nessuna di noi due ha pianto quel giorno. Non abbiamo mai pianto insieme.

Elettra. Non mi interessano i pianti collettivi.

Clitennestra. Piangerai presto, sta sicura, e forse sopra tua madre.

Elettra. Gli occhi possono piangere da soli. Sono li per questo.

Clitennestra.  Si,  e  anche i tuoi,  che  sembrano due pietre. Un giorno le lacrime li inonderanno.

Elettra. Venga pure quel giorno... Ma perché ora, per tratte­nermi, mi butti tra i piedi l'indifferenza invece dell'amore?

Clitennestra. Perché tu capisca che ho diritto di amare. Perché tu sappia che tutta la mia vita è stata dura come mia figlia il primo giorno. Da quando mi sposai, non sono mai stata sola. Andavo nelle foreste solo nei giorni di processione. Non un mo­mento di riposo, neanche per il mio corpo. Era coperto tutto il giorno di vesti dorate, e la notte da un re. Dovunque una diffidenza che conquistava perfino gli oggetti, gli animali, le piante. Spesso guardavo i tigli del palazzo, goffi, muti, con quell'odore di nutrice, e dicevo tra me: mi fanno il broncio come Elettra il giorno che è nata. Mai nessuna regina ha avuto fino a questo punto la sorte delle regine, l'assenza del marito, la diffidenza del figlio, l'odio della figlia... Che cosa mi restava?

Elettra.   Ciò  che   restava   alle   altre,   l'attesa.

Clitennestra.  L'attesa di che?  L'attesa è orribile.

Elettra.  Quella che ti tormenta in questo momento,  forse.

Clitennestra. E tu chi aspetti, puoi dirmelo?

Elettra. Io non aspetto più niente, ma per dieci anni ho atteso mio padre. L’attesa è stata la sola gioia che ho conosciuto in questo mondo.

Clitennestra. Una gioia per vergini. Una gioia solitaria.

Elettra, Credi? Eccetto te e gli uomini, ogni cosa del palazzo aspettava mio padre con me, ogni cosa era complice o parte nella mia attesa. Cominciava la mattina, madre, quando facevo la prima passeggiata sotto i tigli che ti odiano, che aspettavano mio padre con un'ansia che cercavano inutilmente di reprimere che si vergo­gnavano di averlo tradito ad ogni primavera quando non potevano trattenere i loro fiori e il profumo, e di venir meno con me per la sua assenza. Continuava a mezzogiorno, quando andavo al torrente, il più fortunato di tutti noi, perché poteva muoversi e aspettava mio padre correndo verso un fiume che correva verso il mare. E ancora la sera, quando non avevo più la forza di attenderlo vicino ai suoi cani e ai suoi cavalli, povere bestie troppo mortali, incapaci per natura di attenderlo per secoli, e mi rifugiavo presso le colonne e le statue. Le prendevo a modello. Attendevo, in piedi sotto la luna, per ore, immobile come loro, senza pensare, senza vivere. Lo attendevo con un cuore di pietra, di marmo, di alabastro, di onice, ma che batteva fino a spezzarmi il petto. Che sarebbe di me se non ci fossero ancora ore in cui aspetto il passato, aspetto ancora lui!

Clitennestra. Io non aspetto più, io amo.

Elettra. E tutto è a posto per te adesso?

Clitennestra. Si.

Elettra. I fiori ti obbediscono finalmente? Gli uccelli ti parlano?

Clitennestra. Si,  i tuoi tigli mi fanno segno.

Elettra. Può darsi. Mi hai preso tutto nella vita.

Clitennestra,  Ama,  e divideremo.

Elettra, Dividere l'amore con te? È come se mi offrissi di divi­dere il tuo amante. Chi è?

Clitennestra. Elettra, abbi pietà. Te lo dirò il suo nome, a costo di farti arrossire. Ma lascia passare qualche giorno. Che ti aspetti da uno scandalo? Pensa a tuo fratello. Come puoi credere che il popolo di Argo permetterà ad Oreste di succedere a una madre indegna?

Elettra. Una madre indegna? Che cosa cerchi con questa con­fessione? Di guadagnare tempo? Che tranello mi stai tendendo? Quale covata vuoi salvare, come la pernice, zoppicando dalla parte dell’amore e dell’infamia?

Clitennestra.   Risparmiami   una   vergogna   pubblica.   Perché   costringermi a confessare che amo al di sotto del mio rango.

Elettro. Un giovane tenente senza nome e senza titolo?

Clitennestra. Sì.

Elettra. Menti. Se il tuo amante fosse qualche piccolo ufficiale senza nome e senza gloria, se fosse il bagnino o lo scudiere tu l'ameresti. Ma tu non ami, non hai mai amato. Chi è? Perché mi rifiuti questo nome come si rifiuta una chiave? Che mobile hai paura si possa aprire con quel nome?

Clitennestra. Un mobile che mi appartiene, il mio amore.

Elettra.  Dimmi il  nome del tuo amante, madre, e ti dirò  se ami. E resterà per sempre fra noi.

Clitennestra.  No.

Elettra, Lo vedi ! Non è il tuo amante che mi nascondi ma il tuo segreto. Temi che il suo nome mi dia la sola prova che ancora sfugge alla mia caccia.

Clitennestra. Quale prova? Sei pazza.

Elettra. La prova del delitto. Tutto mi dice che l'hai commesso, madre. Ma ciò che non vedo ancora, ciò che tu devi rivelarmi, è perché l'hai commesso. Ho provato tutte le chiavi, come tu dici. Ma nessuna apre ancora. Non l'amore. Tu non ami niente. Non l'ambizione. Te ne infischi di essere regina. Non la collera. Tu sei calma e calcolatrice. Ma il nome del tuo amante chiarirà ogni cosa, ci dirà ogni cosa, non è vero? Chi ami? Chi è?

Scena sesta.

Gli stessi. Agata inseguita dal presidente.

II presidente. Chi è? Chi è il tuo amante?

Agata.  Ti odio.

// presidente. Chi è?

Agata. Ti dico che è finita. Basta con le menzogne. Elettra ha ragione. Passo dalla sua parte. Grazie, Elettra. Mi dai la vita.

// presidente. Che cos'è questa canzone?

Agaia. La canzone delle mogli. Tra poco la conoscerai.

// presidente. Si mette a cantare,  adesso!

Agata. Sì, eccoci tutte qui, con i nostri mariti impotenti o le nostre vedovanze. E tutte ci consumiamo per cercare di rendere loro piacevoli la vita e la morte. Se mangiano la lattuga cotta, hanno bisogno del sale e di un sorriso. Se fumano, dobbiamo accendere i loro ignobili  sigari con la fiamma del  nostro cuore.

// presidente. Di chi parli? Mi hai mai visto mangiare la lat­tuga cotta?

Agata. L'acetosa,  se preferisci.

// presidente. E il tuo amante non mangia l’acetosa, non fuma il sigaro?

Agata. L'acetosa che mangia il mio amante diventi ambrosia e io lecco gli avanzi. Le sue mani o le sue labbra purificano tutto ciò che mio marito insudicia con le sue. Anche me. E Dio sa...

Elettra. Ho trovato, madre, ho trovato.

// presidente. Torna in te, Agata.

Agata. Appunto. Ci torno... Ci sono tornata finalmente. Tutti i giorni per ventiquattro ore ci ammazziamo, ci suicidiamo per il piacere di un essere la cui insoddisfazione è la sola nostra gioia, per la presenza di un marito la cui assenza è la sola nostra delizia, per la vanità del solo uomo che ci mostra ogni giorno ciò che ci umilia di più al mondo, le dita dei suoi piedi e la coda della sua camicia. Ed ecco che osa rimproverarci di rubargli un'ora alla settimana di quest'inferno!... Ma sicuro, ha ragione. Quando arriva quest'ora meravigliosa, noi non abbiamo riguardi.

Il presidente. Questa è opera tua,  Elettra. Pensare che  appena stamattina mi ha baciato.

Agata. Io sono bella e lui brutto, lo sono giovane e lui vecchio. Io sono intelligente e lui stupido. Io ho un'anima e lui no. Eppure lui ha tutto; ha me almeno. E io non ho niente, ho lui. Fino a questa mattina gli ho dato tutto e dovevo far finta di essere soddisfatta. Perché? Gli lucido le scarpe. Perché? Gli tolgo la forfora. Perché? Gli faccio il caffè. Perché? E invece la verità è che vorrei avvelenarlo, strofinargli il collo con la pece e con la cenere. Per le scarpe, passi. Ci sputavo sopra. Sputavo addosso a te. Ma ora basta, basta. Salve, o verità. Elettra mi ha dato il suo coraggio. È finita. Preferisco morire.

// mendicante. Cantano bene le spose.

// presidente. Chi è?

Elettra. Ascolta, madre. Ascolta te stessa. Sei tu che parli.

Agata.   Chi  è?   Credono,   i   mariti,   che   sia   solo   una   persona.

// presidente.  Degli amanti?  Hai degli amanti?

Agata. Credono che li inganniamo solo con gli amanti. Anche con gli amanti, certo...Vi inganniamo con tutto. Quando mi sveglio e la mia mano scivola lungo il legno della lettiera, quello è il mio primo adulterio. Usiamola una volta tanto la tua parola adulterio. Quanto l'ho accarezzato quel legno, voltandoti la schiena, durante le mie insonnie. È ulivo. Che grana dolce. Che nome stupendo! Quando lo sento per la strada — ulivo — , trasalisco. Sento il nome del mio amante. E il secondo adulterio è quando apro gli occhi e vedo la luce attraverso la persiana. Il terzo, quando tocco con il piede l'acqua del bagno, quando m'immergo. Ti tradisco col dito, con gli occhi, con la pianta del piede. Ti inganno quando ti guardo. Ti inganno quando ti ascolto, quando faccio finta di ammirarti al tribunale. Uccidi gli ulivi, uccidi i piccioni, i bambini di cinque anni, maschi e femmine, e l'acqua, la terra

//  mendicante.   Grazie.

// presidente. E ancora ieri sera questa donna mi versava la tisana. Le pareva troppo tiepida. Faceva bollire l'acqua di nuovo. Ora sarete contento, voi. Non vi dispiacerà un piccolo scandalo dentro lo scandalo grosso.

Il mendicante. No. È come lo scoiattolo dentro la ruota. Le da il ritmo giusto.

// presidente.  E  questa  scena  davanti alla regina in persona, la scusate.

Elettra. La regina invidia Agata. La regina avrebbe dato la vita per poter fare ciò che Agata ha fatto oggi. Chi è, madre?

Il mendicante. Già. Non lasciatevi distrarre, presidente. È quasi un minuto che non le chiedete chi è.

// presidente. Chi è?

Agata. Te l'ho detto. Tutti. Tutto.

// presidente.   Vuoi  che   mi   uccida?   Vuoi   che   sbatta   la   testa contro il muro?

Agata. Non disturbarti per me. Il muro di Micene è solido.

// presidente. È giovane o vecchio?

Agata. L'età degli amanti. Tra i sedici e gli ottanta.

// presidente. Crede di disonorarmi insultandomi. I tuoi insulti offendono solo te, sgualdrina.

Agata. Lo so, lo so. L'insulto richiama la dignità. Nelle strade la gente più dignitosa èquella che un momento prima è scivolata sullo sterco.

// presidente. Ti farò vedere chi sono. Il primo dei tuoi amenti che incontro qui, lo uccido, chiunque sia.

Agata. Il primo che incontri qui? Hai scelto male il posto. Non potrai neanche guardarlo in faccia.

// presidente. Lo costringo a inginocchiarsi, gli faccio baciare e leccare il pavimento.

Agata, Lo vedrai come bacia e lecca il pavimento, quando tra poco entrerà in questa sala e andrà a sedersi su quel trono.

// presidente. Che dici, sciagurata?

Agata. Dico che attualmente ho due amanti e che uno dei due è Egisto.

Clitennestra.  Bugiarda!

Agata. Come, anche lei!

Elettro. Anche tu, madre?

// mendicante. È strano. Avrei creduto che, se Egisto aveva una simpatia, fosse per Elettra.

Lo scudiero (annunciando). Egisto!

Elettra.   Finalmente!

Le Eumenidi. Egisto!

(Entra Egisto. Di gran lunga più maestoso e sereno che nel primo atto. Molto in alto, sopra di lui, volteggia nell'aria un uccello).

Scena settima.

Gli  stessi.  Egisto.   Un   capitano.   Alcuni soldati.

Egisto. Elettra è qui. Grazie, Elettra. Mi fermo qui, capitano. Il quartier generale è qui.

Clìtennestra.   Anch'io  sono  qui.

Egisto. Ne sono lieto. Salve, regina.

// presidente. E io pure, Egisto.

Egisto.   Bene,  presidente.  Ho  giusto  bisogno  dei  tuoi  servigi.

// presidente.   Ci insulta  per giunta.

Egisto. Che avete tutti quanti da guardarmi a questo modo?

// mendicante. Hanno che la regina sta aspettando uno spergiuro, Elettra un sacrilego e Agata un amante infedele. Lui è più modesto, sta aspettando l'uomo che accarezza sua moglie... Insomma vi stanno aspettando, e quello che arriva non siete voi.

Egisto.Non hanno davvero fortuna, non è vero, mendicante?

// mendicante.  No, non hanno fortuna. Aspettare dei furfanti, e vedere entrare un re. Degli altri non m’importa. Ma per la piccola Elettra questo complica le cose.

Egisto. Dici? Io non credo.

// mendicante. Sapevo che sarebbe accaduto. Ve lo dicevo ieri. Sentivo che il re stava per rivelarsi in voi. C'era la vostra forza, la vostra età. C'era l'occasione. C'era la vicinanza di Elettra.

Avrebbe potuto venirvi un accidente. È andata. Vi siete rivelato. Meglio per la Grecia. Ma la cosa non sarà tanto allegra per la famiglia.

Clìtennestra. Che cosa sono questi enigmi. Di che cosa state parlando ?

// mendicante. Meglio anche per noi. Se ci deve essere lotta, meglio la lotta di Elettra con la nobiltà che con l'infamia. Come vi è successo, Egisto?

Egisto (guardando Elettra). Elettra è qui. Sapevo che l'avrei trovata così, con la sua testa di statua, e gli occhi che sembrano vedere solo se le palpebre sono chiuse, sorda al linguaggio degli uomini.

Clìtennestra.  Ascoltatemi,  Egisto.

// presidente. Li scegli bene i tuoi amanti, Agata. Che impudenza!

Egisto. I tuoi orecchi sono un ornamento, non è vero, Elettra? Puri ornamenti. Gli dei hanno detto: le abbiamo dato le mani perché non tocchi, gli occhi perché sia vista, non possiamo lasciare la testa di Elettra senza orecchi. Si vedrebbe troppo che essa non sente nessuno all'infuori di noi. Ma dimmi che cosa si sente quando si accosta l'orecchio ai tuoi. Che specie dì brusio! E da dove viene!

Clitennestra. Siete pazzo! State in guardia! Gli orecchi di Elettra vi sentono.

Egisto. Mi sentono. Ne sono convinto. Dopo ciò che mi e ac­caduto poco fa, al confine del bosco da dove si vede Argo, le mie parole vengono da oltre me stesso. E so anche che mi vede, che lei sola mi vede. Lei sola ha capito ciò che sono da quel momento.

Clitennestra. State parlando alla vostra peggiore nemica, Egisto.

Egisto. Lei sa perché dalla montagna improvvisamente ho galop­pato verso la città. Sembrava che il cavallo capisse, Elettra. È bello un sauro chiaro lanciato verso Elettra, seguito dal tuono dello squa­drone in cui la coscienza di correre verso Elettra diminuiva a poco a poco, dagli stalloni bianchi dei trombettieri fino alle giumenta pezzate della retroguardia. Non meravigliarti se tra poco sporge la testa tra le colonne, nitrendo verso di te. Capiva che stavo soffocando, che avevo il tuo nome sulla bocca come un tampone d'oro. Dovevo gridare il tuo nome, e a te. Lo grido, Elettra?

Clitennestra. Cessate questo scandalo, Egisto.

// capitano. Egisto, la città è in pericolo.

Egisto. È vero. Scusatemi. Dove sono ora, capitano?

//  capitano.   Si   vedono  le  loro   lance   spuntare   dalle   colline. Non si è mai vista una messe crescere cosi in fretta. E cosi fitta. Sono migliaia.

Egisto. La cavalleria non è riuscita a fermarli?

// capitano. Ha ripiegato, portando alcuni prigionieri.

Clitennestra. Che succede, Egisto?

// capitano. I Corinzi ci invadono senza un motivo, senza dichiararci guerra. Sono penetrati a gruppi la scorsa notte nel nostro territorio. I sobborghi sono già in fiamme.

Egisto. Che dicono i prigionieri?

// capitano.   Che hanno ordine di  non  lasciare  di  Argo  pietra su pietra.

Clitennestra.  Mostratevi,   Egisto,  e  fuggiranno.

Egisto. Temo,  regina,  che questo non basti più.

// capitano. Hanno dei complici nella città. Qualcuno ha rubato le botti di. pece di riserva, per incendiare i quartieri borghesi. Orde di mendicanti si raccolgono intorno ai mercati, pronte a saccheggiare.

Clitennestra.  Se la guardia è fedele,  che  abbiamo  da  temere?

// capitano. La guardia è pronta a combattere. Ma è scontenta. Voi lo sapete, non ha mai obbedito volentieri a una donna. Come la città, del resto. Se la guardia si chiama guardia e la città città, bisogna pur dirlo, è perché tutte e due sono donne. Tutte e due reclamano un uomo, un re.

Egisto.  Hanno ragione. Avranno un re.

-    // presidente.   Chiunque vorrà essere  re  dì Argo,  dovrà   prima uccidere Clitennestra, Egisto.

// mendicante.   O   sposarla,   semplicemente.

// presidente. No.

Egisto. Perché no? La regina non potrà negare che è il solo mezzo per salvare Argo. Non dubito che accetterà. Capitano, annuncia subito alla guardia che il matrimonio è celebrato. Desidero essere tenuto al corrente minuto per minuto. Aspetto qui i mes­saggi. Quanto a te presidente, corri incontro ai rivoltosi e comunica loro la notizia con la voce più entusiastica.

// presidente. No. Prima devo dirvi due parole da uomo a uomo. È importante.

Egisto. Più importante di Argo, più importante della guerra? Tu esageri.

// presidente. È in gioco il mio onore, l'onore dei giudici greci.

// mendicante.  Se la giustizia greca ha creduto di dover porre il suo onore nelle gambe di Agata, ha quello che si merita.  Non metterti  di  mezzo in   un   momento  simile. Guardala, Agata, col naso per aria,  come si preoccupa dell'onore dei giudici greci.

// presidente.  Il naso per aria! Agata,  hai il naso per aria  in un momento simile?

Agata. Si, ho il naso per aria. Guardo quell'uccello che vol­teggia sopra Egisto.

Il presidente. Abbassalo.

Egisto.   Aspetto la vostra risposta,  regina.

Clitennestra. Un uccello? Che cos'è quell'uccello? Toglietevi da sotto quell'uccello, Egisto.

Egisto. Perché? Mi segue da quando il sole èsorto. Deve avere le sue ragioni. Il mio cavallo l'ha sentito per primo. Scalciava senza motivo. Ho guardato dappertutto, e alla fine lassù. S'impen­nava e tirava calci a quell'uccello. È proprio sopra di me non è vero, mendicante?

// mendicante. Proprio sopra. Se aveste mille piedi, la vostra testa sarebbe in .quel .punto esatto.

Egisto. Come un accento, un accento sopra una lettera, non è vero?

// mendicante. Si, in questo momento voi siete l'uomo meglio accentato della Grecia. Bisogna vedere se l'accento è sulla parola «umano» o sulla parola «mortale».

Clitennestra. Non mi piacciono gli uccelli rapaci. Che cos'è? Un nibbio, un'aquila?

// mendicante, È troppo alto. Potrei riconoscerlo dall'ombra. Ma da cosi in alto l'ombra non arriva fino a qui, si perde.

Il capitano (ritornando). La guardia si rallegra, Egisto. Si sta preparando con gioia alla battaglia. Aspetta che compariate al balcone con la regina per acclamarvi.

Egisto. Il giuramento, e vengo.

// presidente, Elettra, aiutatemi. Con che diritto questo libertino viene a darci lezioni di coraggio

// mendicante. Con che diritto?  Ascolta.

Egisto. O potenze del mondo, poiché devo invocarvi all'alba di queste nozze e di questa battaglia, grazie per il dono che mi avete fatto poco fa sulla collina che sovrasta Argo, nell'istante in cui la nebbia è svanita. Ero sceso da cavallo, stanco delle pattuglie della notte, ero addossato alla scarpata, e all'improvviso mi avete mostrato Argo come non l'avevo mai vista, nuova, ricreata per me, e me l'avete donata. Me l'avete donata tutta, con le torri, i ponti, il fumo che saliva dai silos — il primo respiro della sua terra —, il piccione che si alzò in volo — il primo gesto —, e lo stridio delle cateratte — il primo grido —. E tutto in questo dono aveva eguale valore: Elettra, il sole che sorgeva sopra Argo, e l'ultima lanterna di Argo, il tempio e i tuguri, il lago e le fogne. Ed era per sempre... Questa mattina ho ricevuto la mia città per sempre come una madre il suo bambino, e mi sono chiesto con ansia se il dono non fosse ancora più grande, se non mi avessero dato molto più di Argo. Al mattino Dio non misura i suoi doni : avrebbe potuto darmi anche il mondo intero. Sarebbe stato spa­ventoso. Avrei provato la stessa disperazione di chi per la sua festa aspetta un diamante e riceve in dono il sole. Elettra, tu vedi la mia inquietudine. Spingevo ansiosamente il piede e il pensiero al di là dei confini di Argo. O gioia! Non mi avevano donato l'oriente; potevo guardare con un sorriso le pesti, i terremoti, le carestie dell'oriente. La mia sete non era di quelle che si spengono nei fiumi tiepidi e giganteschi che scorrono nel deserto tra due labbra verdi, ma, ho scoperto, all'unica goccia di una sorgente ghiacciata. E nemmeno l'Africa. Niente dell'Africa mi appartiene. Le negre pos­sono schiacciare il miglio sulla soglia delle capanne, il giaguaro affondare I suoi artigli nel fianco del coccodrillo, non un granello del loro miglio, non una goccia del loro sangue mi appartiene Sono felice per i doni che non mi hanno fatto come per il dono di Argo. In uno slancio di generosità Dio non mi ha dato né Atene, né Olimpia, né Micene. Che gioia! Mi hanno dato la piazza del mercato di Argo e non i tesori di Corinto, il naso corto delle ragazze di Argo e non il naso della loro Pallade, la prugna grinzosa di Argo e non il fico d'oro di Tebe. Questo mi hanno dato stamattina, a me, al libertino, al parassita, al truffatore : un paese in cui mi sento puro, forte, perfetto, una patria; e questa patria di cui ero pronto ad essere ormai lo schiavo, di cui eccomi all'improvviso re, giuro, vivo o morto, — lo senti, giudice — di salvarla.

// presidente. Conto soltanto su voi, Elettra.

Elettra. Conta su me. Solo chi ha le mani pure ha il diritto di salvare una patria.

// mendicante. La consacrazione purifica ogni cosa.

Elettra. Chi vi ha consacrato? Da che si riconosce la vostra consacrazione ?

// mendicante. Non lo indovini? Dal fatto che è venuto a chie­derla a te. Per la prima volta ti vede nella tua verità e nella tua forza. È corso dalla montagna verso là città perché all'improvviso ha pensato che nel dono di Argo era compresa anche Elettra.

Egisto. Tutto sul mio passaggio mi consacrava, Elettra. Mentre galoppavo, sentivo gli alberi, i bambini, i torrenti gridarmi che ero re. Ma mancava l'olio santo. Ogni dono mi era offerto da quello stesso che lo conteneva di meno. Io ero vile; una lepre con le orecchie tremanti che spuntavano dal solco, mi ha dato il coraggio. Ero ipocrita; una volpe ha attraversato la strada, con l'occhio falso, e ho ricevuto la sincerità. La coppia inseparabile delle gazze mi ha dato l'indipendenza, un nido di formiche la generosità. Sono corso da te, Elettra, perché sei il solo essere che possa darmi la sua vera essenza.

Elettra. E qual’è?

Egisto. Credo che sia qualcosa come il dovere.

Elettra. I! mio dovere è certamente il nemico mortale del vostro. Non sposerete Clitennestra.

// presidente. Non la sposerete.

Clitennestra. E perché non dovremmo sposarci? Perché dovrem­mo sacrificare la nostra vita a dei figli ingrati? Si, amo Egisto. Lo amo da dieci anni. Da dieci anni rimando queste nozze per riguardo a te, Elettra, e per il ricordo di tuo padre. Ma ora tu ci costringi. Grazie... Non sotto quell'uccello. Quell'uccello mi da fastidio. Ma appena sarà andato via, darò il mio consenso.

Egisto. Non datevi troppa pena, regina. Non vi sposo per accu­mulare nuove menzogne. Non so se vi amo ancora, e la città intera dubita che voi mi abbiate mai amato. Da dieci anni la nostra unione si trascina tra l'indifferenza e l'oblio. Ma queste nozze sono il solo mezzoper introdurre un po' di verità nella menzogna passata, e sono la difesa di Argo. Perciò si faranno subito.

Elettra.  Non credo che si  faranno.

// presidente.  Bene.

Egisto. Insomma, vuoi tacere? Chi sei tu ad Argo? Un marito ingannato o il capo della giustizia?

// presidente.  L'uno e l'altro,   senza dubbio.

Egisto. Allora scegli. Io non ho scelta. Scegli tra il dovere e la prigione. Il tempo stringe.

// presidente. Mi avete preso Agata.

Egitto. Non sono più quello che ti ha preso Agata.

// presidente. Non ve li hanno dati, questa mattina, i mariti traditi di Argo?

// mendicante. Si, ma lui non è più quello che li ha ingannati.

// presidente. Capisco. Il nuovo re dimentica gli insulti che ha inflitto come reggente.

// mendicante. Agata ha il colore di una rosa. Vuol dire che sono insulti che fanno diventar rosa.

Egisto. Oggi un re ti chiede scusa dell'insulto che ieri ti ha fatto un libertino. Questo dovrebbe bastarti. Ascolta i miei ordini. Corri al tribunale. Giudica i ribelli e sii implacabile.

Agata. Sii implacabile. Ho un amante in mezzo a loro.

Il presidente. Smetti di guardare quell'uccello, mi dai noia.

Agata. Mi dispiace. È la sola cosa al mondo che m'interessa.

// presidente. Che farai, idiota, quando sarà andato via?

Agata. È quello che mi chiedo.

Egisto. Presidente, ti burli di me? Non senti queste grida?

// presidente. Non me ne andrò. Aiuterò Elettra a impedire le vostre nozze.

Elettra. Non ho più bisogno del vostro aiuto, presidente. La vostra parte è finita, da quando Agata mi ha dato la chiave di tutto. Grazie, Agata.

Clitennestra. Che chiave?

Egisto. Venite, regina.

Clitennestra. Che chiave ti ha dato? Che altra lite cerchi ancora?

Elettra. Tu odiavi mio padre. Ah! Tutto diventa chiaro al lume della lampada di Agata.

Clitennestra. Ecco che ricomincia, Egisto. Difendetemi.

Elettra. Come invidiavi Agata poco fa! Che gioia poter gridare il proprio odio al marito che si odia! Ma a te è stata negata, madre. Non la proverai mai. Fino al giorno della sua morte avrà creduto che l'ammiravi, che l'adoravi. Spesso, durante i banchetti o le cerimonie, vedo il tuo viso indurirsi e le tue labbra muoversi senza parlare, perché sei presa dalla voglia di gridare che l'odiavi, non è vero?, di gridarlo ai passanti, agli invitati, alla domestica che ti versa il vino, al poliziotto che sorveglia i ladri di vasellame. Povera madre, non hai mai potuto andare da sola in campagna per gri­darlo alle canne. Tutte le canne dicono che l'adori.

Clitennestra. Ascolta, Elettra.

Elettra. Si, madre, gridalo a me. Se lui non c'è più, ci sono io al suo posto. Gridamelo. Ti farà bene come se lo gridassi a lui. Almeno non morirai senza gridare che l'odiavi.

Clitennestra. Venite, Egisto... Tanto peggio per l'uccello.

Elettra. Fa un solo passo, madre, e chiamo.

Egisto. Chi vuoi chiamare, Elettra? C'è un solo essere al mondo che può toglierci il diritto di salvare la città?

Elettra. La città dell'ipocrisia e della corruzione! Ce n'è migliaia. Il più puro, il più bello, il più giovane è qui, in questa sala. Se Clitennestra fa un solo passo, lo chiamo.

Clitennestra.   Venite,  Egisto.

Elettra. Oreste! Oreste!

(Appaiono le Eumenidi e sbarrano la strada a Elettra).

Prima Eumenide. Povera ragazza! Come sei ingenua! Così tu credevi che avremmo permesso a Oreste di girare in mezzo a noi con una spada in mano? In questo palazzo gli incidenti capitano troppo presto. L'abbiamo legato e imbavagliato.

Elettra. Non è vero, Oreste! Oreste!

Seconda Eumenide.  E tu avrai la stessa sorte.

Egisto.   Elettra,  cara Elettra,   ascoltami.   Voglio convincerti.

Clitennestra.  Perdete  del  tempo prezioso,  Egisto.

Egìsto. Vengo. Elettra, so che tu sola comprendi chi sono oggi. Aiutami. Lascia che ti dica perché devi aiutarmi.

Clitennestra. Ma insomma, che cos'è questa smania di spiegare, di discutere! Non ci sono esseri umani in questa sala, ma galli. Dovremo spingere le spiegazioni fino a cavarci gli occhi? Dovranno portarci via tutti e tre con la forza, perché riusciamo a separarci?

// presidente. Credo che non ci sia altro mezzo, regina.

Il capitano. Vi supplico, Egisto. Sbrigatevi.

// mendicante. Ma non capisci! Egisto deve sistemare per i secoli la faccenda Agamennone-Elettra-Clitennestra, e poi verrà.

// capitano. Ancora cinque minuti, e sarà troppo tardi.

Il mendicante. Ognuno farà la sua parte. La cosa si sistemerà in cinque minuti.

Egisto. Conducete via quest'uomo.

(Le guardie conducono via il presidente. Tutti i presenti escono. Silenzio).

Egisto. Dunque, Elettra, che vuoi?

Scena ottava.

Elettra.   Clitennestra.   Egisto. Il mendicante.

Elettra. Non è in ritardo, Egisto. Non verrà.

Egisto. Di chi stai parlando?

Elettra. Di colei che aspettate senza volere. La messaggera degli dei. Se gli dei hanno deciso che Egisto sia assolto per l'amore che porta alla sua città e che sposi Clitennestra ad onta della menzogna e per salvare la borghesia e i castelli, questo è il momento per lei di posarsi tra voi due, con i suoi diplomi e le sue medaglie. Ma non verrà.

Egisto. Sai che è venuta. Era lei il raggio di stamane sulla mia testa.

Elettra. Era un raggio qualunque. Ogni bambino cencioso, sfiorato al mattino da un raggio, si crede re.

Egisto. Dubiti della mia sincerità?

Elettra. No, purtroppo. Dalla vostra sincerità riconosco l'ipo­crisia degli dei, la loro malizia. Hanno mutato il parassita in un uomo giusto, l'adultero in un marito, l’usurpatore in un re. Hanno pensato che il mio compito non fosse abbastanza penoso. Io vi disprezzavo e vi hanno mutato nella statua dell'onore. Ma una. cosa non possono fare, mutare il criminale in un innocente. Su questo punto devono arrendersi.

Egisto. No so che cosa vuoi dire.

Elettra. Lo sospettate appena. Tendete l'orecchio, al di sotto della vostra nobiltà d'animo sentirete.

Egisto. Chi mi dirà di che stai parlando?

Clitennestra. Di chi può parlare? Di che cosa ha mai parlato nella sua vita! Di ciò che non conosce. Di un padre che non conosce neppure.

Elettra. lo non conosco mio padre?

Clitennestra. Di un padre che non ha più visto né toccato dall'età di cinque anni.

Elettra. Io non ho toccato mio padre?

Clitennestra. Hai toccato un cadavere, un corpo freddo che era stato tuo padre. Non tuo padre.

Egisto. Vi prego, Clitennestra. Perché discutere in un'ora simile?

Clitennestra. A ciascuno il suo turno. Stavolta tocca a me.

Elettra. Per una volta hai ragione. Questo è il punto. Da chi mi verrebbe la forza, da chi mi verrebbe la verità, se non avessi toccato mio padre vivo!

Clitennestra. Certo. Perciò tu vaneggi. Mi chiedo perfino se l'hai mai baciato. Non volevo che leccasse i miei figli.

Elettra. Io non ho baciato mio padre!

Clitennestra. Il corpo freddo di tuo padre, se vuoi. Non tuo padre.

Egisto. Vi scongiuro.

Elettra. Ah, ora vedo perché eri cosi sicura di fronte a me. Credevi che fossi disarmata, credevi che non avessi mai toccato mio padre. Che errore!

Clitennestra. Tu menti.

Elettra. Il giorno del suo ritorno, sulla scala del palazzo, l'avete aspettato un minuto di più, non è vero?

Clitennestra. Come lo sai, se non c'eri?

Elettra. Io l'ho trattenuto. Ero tra le sue braccia.

Egisto. Ascoltami, Elettra.

Elettra. Avevo atteso in mezzo alla folla, madre. Sono corsa verso di lui. La sua scorta fu presa dal panico. Pensavano a un attentato. Ma lui mi riconobbe e mi sorrise. Capì che era l'attentato di Elettra, e, padre coraggioso, si offri interamente. E io l'ho toccato.

Clitennestra. Hai toccato le sue gambiere, il suo cavallo. Del cuoio e del pelo.

Elettra. È sceso, madre. Ho toccato le sue mani con queste dita, le sue labbra con queste labbra. Ho toccato una pelle che tu non hai toccato, purificata da dieci anni di assenza.

Egisto.  Basta. Essa ti crede.

Elettra. Con la guancia contro la sua ho sentito il calore di mio padre. A volte, d'estate, il mondo intero ha il tepore dì mio padre. Ne sono stordita. E l'ho stretto con queste braccia. Credevo di prendere la misura del mio amore; era anche quella della mia ven­detta. Poi si è sciolto dall'abbraccio; è risalito a cavallo, ancora più agile, più splendido. L'attentato di Elettra era finito. Lui ne era uscito più vivo e più prezioso. Sono corsa a palazzo per rivederlo, ma non correvo già più verso lui, ma verso voi. verso i suoi assassini.

Egisto. Torna in te, Elettra.

Elettra. Non ho più fiato. Sono arrivata.

Clitennestra. Liberateci di questa figlia, Egisto. Ridatela al giardiniere. Gettatela vicino a suo fratello.

Egisto. Fermati, Elettra. Così dunque, nel momento stesso in cui ti vedo, in cui ti amo, in cui sono tutto ciò che può accordare con te, disprezzo dell'ingiuria, coraggio, disinteresse, tu insisti nel voler combattere?

Elettro.  Non ho che questo momento.

Egitto. Riconosci che Argo è in pericolo?

Elettro.  Abbiamo un'idea diversa dei  pericoli.

Egitto. Riconosci che, se sposo Clitennestra, la città si calma e gli Atrìdi si salvano? Se no, sarà la rivolta, l'incendio?

Elettra. È probabile.

Egisto. Riconosci che io solo posso difendere Argo contro i Corinzi che sono già alle porte della città? Se no, sarà il sac­cheggio, il massacro?

Elettra.  Si,   voi vincereste.

Egisto. E insisti! Rovini il mio piano! Sacrifichi a non so quale sogno la tua famiglia e la tua patria!

Elettra. Vi burlate di me, Egisto. Pretendete di conoscermi, eppure mi credete di quelle a cui si può dire : se menti, e lasci mentire, avrai una patria felice. Se nascondi i delitti, la tua patria vincerà. Qual'è questa povera patria che all'improvviso mettete tra noi e la verità?

Egisto. La tua, Argo.

Elettra. Vi sbagliate, Egisto. Questa mattina, nel momento in cui vi donavano Argo, anch'io ho ricevuto un dono. L'aspettavo, mi era stato promesso, ma non sapevo ancora bene che cosa poteva essere. Avevo già ricevuto migliaia di doni, che mi sembra­vano differenti l'uno dall'altro, di cui non riuscivo a scoprire la parentela. Ma stanotte, mentre Oreste dormiva, ho visto che era lo stesso dono. Mi avevano donato la schiena di un barcaiolo che tirava in secco la sua barca; il sorriso di una lavandaia che all'im­provviso interrompeva il lavoro, gli occhi fissi sul fiume; un bambino grasso e nudo che attraversava di corsa la strada, seguito dalle grida della madre e delle vicine; il grido di un uccello prigioniero che veniva liberato; e quello del muratore che un giorno vidi cadere dall'armatura, con le gambe aperte. Mi avevano do­nato la pianta acquatica che resiste alla corrente, che lotta e soccombe, e il ragazzo malato che tossisce, sorride e tossisce, e le guance della mia domestica, quando si gonfiano tutte le mattine d'inverno per ravvivare la cenere del fuoco, nell'istante in cui si arrossano. Anch'io ho creduto che mi donassero Argo, tutto ciò che ad Argo era modesto, tenero e bello, e infelice; ma subito ho capito che non era vero. Ho capito che mi donavano tutti i pomelli delle domestiche, sia che soffino sulla legna o sul carbone, e tutti gli occhi delle lavandaie, rotondi o a mandorla, e tutti gli uccelli che volano, tutti i muratori che cadono, e tutte le piante acquatiche dei ruscelli o del mare. Argo non era che un punto inquesto universo, la mia patria un villaggio in questa patria. Tutta la luce e lo splendore nei visi tristi, tutte le rughe e le ombre nei visi allegri, tutti i desideri e la disperazione nei visi indif­ferenti : ecco la mia nuova patria. Questa mattina, all'alba, quando vi donavano Argo e le sue frontiere strette, io l'ho vista cosi immensa e ne ho sentito il nome, un nome che non sì pronuncia, ma che è nello stesso tempo la tenerezza e la giustizia.

Clitennestra.   Ecco   il   motto   di   Elettra:   la   tenerezza.   Basta.

Egisto. E questa giustizia che ti fa bruciare la città e condannare la tua famiglia, oseresti dire che è la giustizia degli dei?

Elettra. No di certo. Nella mia patria la cura della giustizia non è compito degli dei. Gli dei sono solo degli artisti. Una bella fiamma sopra un incendio, una bella erba sopra un campo di bat­taglia, ecco la loro giustizia. Nel vostro caso il verdetto era un magnifico pentimento sopra un delitto. Ma io non l'accetto.

Egisto. La giustizia di Elettra consiste nel rivangare ogni colpa, nel rendere ogni atto irreparabile?

Elettra. Oh, no! In certi anni il gelo è la giustizia per gli alberi, in altri l’ingiustizia. Si possono amare certi criminali e accarezzare certi assassini. Ma quando il delitto offende la dignità umana, infetta un popolo, corrompe la sua lealtà, non c'è perdono.

Egisto. Sai almeno che cos'è un popolo, Elettra?

Elettra. Quando vedete un viso immenso riempire l'orizzonte e fissarvi bene in faccia, con occhi puri e intrepidi, quello è un popolo.

Egisto.   Parli da   ragazza,   non   da  re.   Un  popolo è  un   corpo immaneso da governare e da nutrire.

Elettra. Parlo da donna. È uno sguardo luminoso da filtrare, da indorare. Ma ha un solo fosforo: la verità. Quando si pensa ai veri popoli della terra, la cosa più bella sono quelle enormi pupille della verità.

Egisto. Ci sono verità che possono uccidere un popolo, Elettra.

Elettra. A volte gli occhi di un popolo morto brillano per sempre.Volesse il ciclo che questa fosse la sorte di Argo. Ma dopo la morte di mio padre, da quando la felicità della nostra città è fondata sull' ingiustizia e sul delitto, da quando ognuno, per viltà, è diventato complice dell'assassinio e della menzogna, Argo può essere prospera, può cantare, danzare e vincere, i! cielo può brillare sopra di lei, essa è una caverna dove gli occhi sono inutili. I bam­bini che nascono succhiano il petto senza vederlo.

Egisto. Uno scandalo non può che darle il colpo di grazia.

Elettra. Forse. Ma non voglio più vedere quello sguardo scialbo e molle nei suoi occhi.

Egisto. Questo costerà migliaia di occhi freddi, di pupille spente.

Elettra. È il prezzo corrente. Non è troppo caro.

Egisto. Mi occorre questo giorno. Dammelo. La tua verità, se è tale, troverà sempre il modo di brillare un altro giorno più adatto per lei.

Elettra. La rivolta è il giorno adatto per lei.

Egìsto. Ti supplico. Aspetta fino a domani.

Elettra. No. Oggi è il suo giorno. Ho visto troppe verità ap­passire perché avevano tardato un solo minuto. Conosco le ragazze che hanno tardato un minuto a dire no alla bruttezza, no alla viltà, e che dopo non hanno saputo rispondere altro che sì e sì. Per questo la verità è così bella e così crudele, perché è eterna, ma non è che un lampo.

Egisto. Devo salvare la città, la Grecia.

Elettra. È un dovere trascurabile. Io salvo i loro sguardi. Voi l'avete assassinato, non è vero?

Ciitennestra. Che osi dire, figlia! Tutti sanno che tuo padre è scivolato sul pavimento.

Elettra.  Lo sanno perché voi l'avete raccontato.

Clitennestra. È scivolato, pazza, poiché è caduto.

Elettra. Non è scivolato. Per un motivo evidente, lampante. Perché mio padre non scivolava mai.

Clitennestra. Tu che ne sai?

Elettra. Da otto anni interrogo gli scudieri, le domestiche, la sua scorta nei giorni di pioggia e di grandine. Non è mai scivolato.

Clitennestra. C'era stata la guerra.

Elettra. Ho interrogato i suoi compagni d'arme. Ha passato lo scamandro senza scivolare. Ha preso d’assalto i bastioni senza scivolare. Non è mai scivolato nell'acqua o nel sangue.

Ciitennestra. Quel giorno aveva fretta. Era in ritardo per colpa tua.

Elettra. La colpa è mia, no? Questa è la verità secondo Clitennestra. Anche voi lo credete Egisto? È Elettra l'assassino di Agamennone?

Clitennestra. Le serve avevano insaponato troppo il pavimento. Lo so, perché per poco non sono scivolata anch'io.

Elettra.   Ah!   Eri  nella  piscina,  madre? Chi  ti  ha  sostenuto?

Clitennestra. Perché non avrei dovuto esserci?

Elettra. Con Egisto, naturalmente.

Clitennestra. Con Egisto. E non c'eravamo noi soli. C'era Leone, il mio consigliere. Non è vero, Egisto?

Elettra. Leone che è morto l'indomani!

Clitennestra.   È morto l'indomani?

Elettra. Sì. Anche Leone è scivolato. Era steso nel suo letto e al mattino lo hanno trovato morto. Ha trovato il modo di scivolare nella morte, in mezzo al sonno, senza un gesto o un movimento. L'hai fatto uccidere, vero?

Clitennestra. Ma difendetemi dunque, Egisto. Vi chiedo di aiutarmi.

Elettra. Non può far niente per te. È arrivato il momento che devi difenderti da sola.

Clitennestra. O mio Dio, sono giunta a questo? Una madre, una regina!

Elettra. Che cos'è «questo» ? Dicci come si chiama questo a cui sei giunta.

Clitennestra. Per colpa di questa figlia senza cuore, senza gioia. Ah per fortuna la piccola Crisotemide ama i fiori.

Elettra. Io non li amo, i fiori?

Clitennestra. Essere giunta a questo, attraverso quel corridoio insensato che è la vita! Io che da ragazza non amavo che la quiete, ..curare le mie bestie, ridere a colazione, cucire... Ero così dolce, Egisto. Vi giuro che ero la più dolce. Ci sono ancora nella mia città natale dei vecchi per i quali la dolcezza è Clitennestra.

Elettra. Se muoiono oggi, non avranno bisogno di cambiare simbolo. Se muoiono questa mattina.

Clitennestra. Arrivare a questo! Che ingiustizia! Passavo le gior­nate nei prati, Egisto, dietro al palazzo. C'erano tanti fiori che per raccoglierli non mi chinavo, mi sedevo in terra. Il cane si ac-cucciava ai miei piedi, quello stesso che abbaiò quando Agamennone venne a prendermi. Lo stuzzicavo con i fiori. Li mangiava per farmi piacere. Se soltanto potessi averlo qui! In qualsiasi altro luo­go, se avessi sposato un persiano o un egiziano, ora sarei buona, spensierata, gaia. Avevo una bella voce da giovane, allevavo gli uccelli. Sarei una regina egiziana spensierata che canta, avrei una voliera egiziana. E invece eccoci qui. Questa famiglia, questi muri che cosa hanno fatto di noi.

Elettra. Degli assassini... Sono muri cattivi.

Un messaggero. Signore, hanno aperto una breccia. La postierla cede.

Elettra. Sta tranquilla. I muri crollano.

Egisto. Elettra, ascolta la mia ultima parola. Ti perdono tutto, le tue chimere, i tuoi insulti. Ma non vedi che la tua patria agonizza!

Elettra. Io non amo i fiori! Credi che i fiori per la tomba di un padre si raccolgano stando seduti?

Clitennestra. Ma che torni finalmente, questo padre. Smetta di fare il morto e di ricattarci con la sua assenza e il suo silenzio. Torni con la sua pompa, la sua vanità, la sua barba. Deve essere cresciuta nella tomba. Sarebbe meglio.

Elettra. Che dici ?

Egisto.   Elettra,   ti   prometto  che   domani,   se   Argo   è   salva, i colpevoli, se ci sono dei colpevoli, scompariranno, e per sempre. Ma non insistere. Tu sei dolce, Elettra. Nel tuo cuore sei dolce. Ascolta te stessa. La città morirà.

Elettra. Che muoia. Sento già amore per Argo incendiata e vinta. No! Mia madre ha cominciato a insultare mio padre, deve finire.

Clitennestra. Che cos'è questa storia di colpevoli? Che cosa vo­lete dire, Egisto?

Elettra. Ha detto con una parola sola tutto ciò che tu neghi.

Clitennestra. Che cosa nego?

Elettra. Ha detto che tu hai lasciato cadere Oreste, che io amo i fiori, che mio padre non è scivolato.

Clitennestra. È scivolato. Giuro che è scivolato. Se c'è una verità sulla terra, io prego che un lampo ce lo mostri su in cielo. Lo vedrai rovesciarsi con tutto il suo bagaglio.

Egisto. Elettra, sei in mio potere. E anche tuo fratello. Posso uc­cidervi. Ieri vi avrei ucciso. Invece ti prometto, appena il nemico sarà respinto, di lasciare il trono e di ristabilire Oreste nei suoi di­ritti.

Elettra. Non si tratta più di questo, Egisto. Se per una volta gli dei cambiano metodo, se vi rendono saggio e giusto per perdervi, è affar loro.Il problema è di sapere se essa oserà dirci perché odiava mio padre.

Clitennestra. Ah, vuoi saperlo?

Eleltra. Ma tu non oserai.

Egisto. Elettra, domani il colpevole, poiché c'è un solo colpevole, sarà, in veste di parricida, ai piedi dell'altare sul quale celebre­remo la vittoria. Confesserà pubblicamente il suo delitto. Lui stesso stabilirà il suo castigo. Ma lasciami salvare la città.

Elettra. Oggi vi siete salvato di fronte a voi stesso e di fronte a me, Egisto. Questo è sufficiente. No, voglio, che essa finisca.

Clitennestra. Ah, tu vuoi che finisca.

Elettra.  Si, ti sfido a finire.

Un messaggero. Stanno entrando nelle corti interne, Egisto.

Egisto. Andiamo via, regina.

Clitennestra. Sì, lo odiavo. Si, ora finalmente saprai quello che era, il tuo meraviglioso padre. Si, dopo venti anni proverò la gioia che ha provato Agata. Una donna può appartenere a chiunque. C'è un uomo solo al mondo al quale non appartiene. Il solo uomo al quale io non appartenevo era il re dei re, il padre dei padri, lui. L’ho odiato fin dal giorno in cui venne a strapparmi alla mia casa, con la sua barba ricciuta e quel dito mignolo sempre sollevato. Lo sollevava per bere, per guidare, se il cavallo gli prendeva la ma­no, e quando teneva lo scettro, quando mi abbracciava, sentivo sulla schiena la pressione di quattro dita : credevo di impazzire. E la mattina che mise a morte tua sorella Ifigenia — orrore — , vedevo il suo mignolo spiccare contro il sole. Il re dei re, che ironia! Era pomposo, indeciso, sciocco. Era il re degli sciocchi, dei credu­loni. Il re dei re non è mai stato altro che quel mignolo e quella barba che niente poteva rendere liscia né l'acqua del bagno nella quale gli tuffavo la testa, né le notti di finto amore, in cui la tiravo e la scompigliavo, né la pioggia di Delfo che trasformava in crini i capelli delle danzatrici. Veniva fuori come prima, con tutti i suoi anelli d'oro, dall'acqua, dal letto, dalla pioggia dal tempo. Egli mi faceva segno di accostarmi, con la mano, e, io arrivavo sorridendo. Perché?... Mi diceva di baciare la sua bocca in mezzo a quella barba, e io correvo. Perché?... Quando al mattino mi svegliavo e lo tradi­vo, come Agata, con il legno della lettiera, un legno più nobile, naturalmente, più regale, un legno di tarsia, e mi diceva di parlar­gli, sapendolo vanitoso, e anche vuoto e banale, gli dicevo che era modesto, e anche strano e splendido, perché? E se insisteva solo poco balbettando, lamentoso, gli giuravo che era un dio. Re dei re! La sola scusa per questo titolo è che giustifica l’odio degli odii. Sai che ho fatto il giorno della sua partenza, Elettra, quando la sua nave era ancora in vista? Ho fatto immolare l'ariete che aveva il vello più riccio e compatto, e verso mezzanotte sono penetrata sola nella sala del trono per prendere lo scettro a piene mani. Ora sai tutto. Volevi un inno alla verità: questo è il migliore.

Elettra O padre, perdono.

Egisto. Venite, regina.

Clitennestra. Prima arrestate mia figlia. Mettetela in  catene.

Elettra. Perdonami padre, per averla ascoltata. Egisto, essa deve morire.

Egisto. Addio, Elettra.

Elettra.   Uccidetela,   Egisto.   E   vi   perdono.

Clitennestra, Non lasciatela libera. Egisto. Vi pugnaleranno alla schiena.

Egisto.  E’ ciò che vedremo... Lasciate Elettra. Liberate Oreste.

(Egisto e Clitennestra escono).

Elettra.  L'uccello si  abbassa,  mendicante.

// mendicante. Guarda, è un avvoltoio.

Scena nona.

Elettra, La moglie di Narsete, il mendicante, poi Oreste.

 

// mendicante. Sei qui?

La moglie   di   Narsete.   Siamo   qui   tutti,   mendicanti,   malati, ciechi, zoppi, per salvare Elettra e suo fratello.

Il mendicante. La giustizia, allora.

La moglie di Narsete.  Sono  andati   a   sciogliere  Oreste.

(I mendicanti entrano a piccoli gruppi).

Il mendicante. Ecco come l'hanno ucciso, ascolta. La cosa è andata c­osì, non invento niente. È stata la regina che ha avuto l'idea di insaponare gli scalini che conducono alla piscina. L'hanno fatto loro due. Mentre le massaie lavavano le soglie delle loro case per il ritorno di Agamennone, la regina e il suo amante insapona­vano la soglia della sua morte. Potete immaginare come erano pulite le mani che gli hanno teso, quando Agamennone è entrato. E tu allora mentre le  andava incontro  con  le braccia  aperte,   che tuo padre, Elettra,  è  scivolato.  Tu  hai ragione,  fuori  che  su  questo punto. Egli è scivolato fino in mezzo alle lastre, e il rumore della caduta era proprio quello di un re che cade, a causa della corazza d'oro e dell'elmo d'oro. E lei si è precipitata per rialzarlo, pensava, invece lo spingeva giù a terra. Egli non capiva. Non capiva la moglie diletta che gli impediva di rialzarsi, si chiedeva se non fosse trasportata dall'amore, ma allora perché Egisto restava? Era indiscreto e sbarbato il giovane Egisto. Bisognava pensare alla sua promozione. Agamennone aveva ragione di essere seccato. Pensate : il signore del mondo che ha preso Troia, che ha passato in rivista la flotta, la cavalleria e la fanteria, e che, giunto a casa, cade, ruzzola sulla schiena con un rumore di piatti rotti, davanti alla cara moglie eal giovane portabandiera. E per giunta poteva essere di cattivo augurio. Quella caduta poteva voler dire che egli sarebbe morto tra un anno o tra cinque. Ma la vera sorpresa per lui era che la moglie diletta l'avesse afferrato per i polsi e premesse con tutto il suo peso per inchiodarlo sulla schiena, come fa la pescatrice con le grosse tartarughe rimaste a secco, quelle che arrivano at­traverso lo stretto. Ma lei aveva torto. Non era affatto bella così piegata, col sangue che le saliva alla testa e il collo che faceva le grinze. Invece Egisto, mentre cercava di estrargli la spada, perché non si facesse male, naturalmente, diventava ogni minuto più bello. E, cosa strana, erano tutti e due muti. Lui diceva : moglie cara, diceva, come sei forte. Ragazzo, diceva, prendi la spada per il pomo. Ma essi erano muti. La regina era diventata muta, lo scu­diere era diventato muto in quei dieci anni di assenza, si erano dimenticati di dirglielo. Erano muti come quelli che preparano una valigia quando il tempo stringe. Dovevano fare qualcosa, ma presto, prima che qualcuno potesse entrare. Quale bagaglio dovevano fare cosi in fretta? Improvvisamente Egisto diede un calcio al suo elmo, e la verità gli apparve chiara, come al moribondo quando danno un calcio al suo cane. Allora gridò : Donna, lasciami. Donna, che fai? Essa si guardava bene dal dirgli cosa faceva, non poteva rispondergli : ti uccido, ti assassino. Ma lo diceva sottovoce tra sé : lo ucci­do perché la sua barba non ha neanche un pelo grigio, lo assassino perché è il solo modo di assassinare il suo mignolo. Con i denti ave­va sciolto i lacci della corazza, e gli orli dorati già si aprivano, quando Egisto — ah, ecco perché era bello Egisto! Agamennone aveva visto la stessa bellezza invadere Achille quando uccise Ettore, Ulisse quando uccise Dolone — Egisto si avvicinò con la spada abbassata. Allora il re dei re si mise a dar calci sulla schiena di Clitennestra. Ad ognuno essa sussultava tutta, la faccia muta sussultava e si raggrinziva. Il re gridò e allora per coprire lavoce, Egisto scoppiò a ridere, con il viso rigido. Poi affondò la spada.

pensava, ma una carne morbida, facile da trafiggere come l'agnello; il colpo fu troppo forte, la spada intaccò la lastra. Gli assassini non dovrebbero ferireil marmo, esso si vendica: io ho scoperto il delitto da quella fenditura. Così egli smise di lottare; si lasciò anda­re, tra quella donna sempre più brutta e quell'uomo sempre più bello. La morte ha questo di buono, che potete fidarvi di lei : era la sua unica amica in quell'imboscata; e del resto essa aveva un aspet­to familiare, un aspetto che lui conosceva, e così chiamò i figli, pri­ma il ragazzo, Oreste, per ringraziarlo che un giorno l'avrebbe ven­dicato, e poi la figlia, Elettra, per ringraziarla di offrire così per un minuto il suo viso e le sue mani alla morte. Ma Clitennestra non la­sciava la presa, aveva la bava alla bocca, e Agamennone voleva mo­rire, ma non che quella donna gli sputasse sul viso e sulla barba. Essa non sputò, girava intorno al corpo, cercando di non sporcate i sandali con il sangue, girava con la sua veste rossa, e lui già agoniz­zava e gli pareva di veder girare il sole intorno a lui. Poi scese l'om­bra. L'avevano preso ciascuno per un braccio e l'avevano girato contro il suolo. Già quattro dita nella mano destra non si muovevano più. e poi, siccome Egisto senza pensare aveva estratto la spada, lo gira­rono di nuovo, e lui la rimise delicatamente, con calma, nella ferita. il giovane Egisto era grato a quel morto che si lasciava uccidere per la seconda volta con tanta dolcezza. Se l'assassinio era quello, si potrebbe ucciderne dozzine di re dei re. Ma l'odio di Clitennestra cresceva per l'uomo che si era dibattuto così ferocemente e stupida­mente, perché essa sapeva che avrebbe rivisto ogni notte quel massacroin un incubo. E così è accaduto. Sono sette anni che l'ha uc­ciso, e l'ha ucciso tre mila volte.

(Oreste è entrato durante il racconto del mendicante).

La moglie di Narsete. Ecco il ragazzo. Com'è bello!

Oreste. Dove sono, Elettra!

Elettra. Caro Oreste!

La moglie di Narsete. Nella corte a sud.

Oreste. A presto, Elettra, e per sempre.

Elettra. Va, amore.

Oreste. Perché hai smesso, mendicante? Continua. Racconta loro la morte di Clitennestra e di Egisto.

(esce con la spada in mano)

La moglie di Narsete. Racconta, mendicante.

Il mendicante.   Un  minuto.  Lasciagli il  tempo di  arrivare.

Elettra. Ha la sua spada?

La moglie di Narsete. Si, figlia.

// mendicante. Sei pazza a chiamare figlia la principessa?

La moglie di Narsete. La chiamo figlia. Non le dico che è mia figlia. Eppure suo padre l'ho visto spesso. Oh, mio Dio, che bell'uomo!

Elettra. Aveva la barba, vero?

La moglie di Narsete. Non era una barba. Era un sole. Un sole inanellato, ondulato. Un sole da cui il mare si era appena ritirato. Lui ci passava sopra la mano. La più bella mano che abbia mai visto...

Elettra.   Chiamami  figlia,   io   sono   tua  figlia...   Hanno gridato.

Lamoglie di Narsete. No, figlia.

Elettra. Sei certa che avesse la sua spada, che non si sia trovato davanti a loro senza la spada ?

Lamoglie di Narsete. L'hai visto quando è passato. Ne aveva mille. Calmati, calmati.

Elettra. Com'era lungo il minuto in cui hai aspettato sulla soglia della piscina, madre.

La moglie di Narsete. Tu, perché non racconti? Finirà tutto e noi non sapremo niente?

// mendicante. Un minuto. Li sta cercando. Ah, ecco. Li ha rag­giunti.

La moglie di Narsete. Oh! Per me, io posso aspettare. Mi piace accarezzare questa piccola Elettra. Io ho solo dei maschi, dei briganti. Fortunate le madri che hanno delle figlie.

Elettra. Sì. Fortunate...  Hanno gridato,   questa volta.

La moglie di Narsete.  Si,   figlia.

// mendicante. Dunque ecco la fine. La moglie di Narsete e i men­dicanti sciolsero Oreste. Egli si precipitò attraverso la corte. Non toccò, non abbracciò neanche Elettra. Ha fatto male. Non la toccherà mai più. Raggiunse gli assassini mentre parlamentavano con i rivoltosi dalla nicchia di marmo. Egisto si era sporto per dire ai capi della rivolta che ogni cosa era a posto e che ormai tutto sarebbe andato per il meglio, quando udì alle sue spalle l'urlo di una bestia sgozzata. E non era una bestia che urlava, era Clitennestra. Però la sgozzavano. Suo figlio la sgozzava. Aveva colpito alla cieca, con gli occhi chiusi. Ma una madre, anche se indegna, è sensibile e mortale. Essa non chiamava Elettra o Oreste, ma l'ultima figlia, Crisotemide, così che Oreste aveva l'impressione che fosse un'altra madre, una madre innocente, quella che uccideva. Si aggrappava al braccio destro di Egisto, aveva ragione, ormai era il solo modo per lei nella vita di reggersi in piedi. Ma così impediva a Egisto di estrarre la spada. Lui la scuoteva per liberare il braccio; niente da fare. Inoltre essa era troppo pesante per servirgli da scudo. E c'era ancora quell'uccello che gli schiaffeggiava il viso con le ali e lo attaccava con il becco. Allora lottò. Aveva solo il braccio sinistro libero, ma disarmato, con il destro sosteneva la regina morta con le sue collane e i suoi pendagli. Era disperato di morire come un criminale quando tutto in lui era diventato puro e sacro, di combat­tere per un delitto che non era più il suo, e, malgrado la sua lealtà e innocenza, di sentirsi colpevole di fronte a quel parricida. Lottò con la mano che la spada tagliava a poco a poco, ma il laccio della corazza s'impigliò a un gancio di Clitennestra ed essa si aprì. Così cessò ogni resistenza, scuoteva soltanto il braccio destro, e si sentiva che ora voleva liberarsi della regina, non più per com­battere, ma per morire da solo, per essere disteso nella morte lontano da Clitennestra. Non c'è riuscito. Cìitennestra ed Egisto saranno uniti per l'eternità. Ma lui è morto gridando un nome che non ripeterò.

La voce di Egisto (fuori scena). Elettra!

Il mendicante.   Ho  raccontato   troppo  in  fretta.

Scena decima.

Elettra. Il mendicante. La moglie di Narsete. Le Eumenidi che hanno la stessa età e statura di Elettra.

Un servo. Fuggite,  voi altri, il palazzo brucia.

Prima Eumenide. È la luce che mancava ad Elettra. Ora ne ha tre: il giorno, la verità e l'incendio.

Seconda  Eumenide.   Sei  soddisfatta,   Elettra!  La  città  muore.

Elettro. Si, sono soddisfatta. Da un minuto so che rinascerà.

Terza Eumenide. Rinasceranno anche quelli che si sgozzano nelle strade? I Corinzi hanno cominciato l'assalto, e ora fanno un massacro.

Elettra. Se sono innocenti, rinasceranno.

Prima Eumenide, Ecco dove ti ha condotto l'orgoglio, Elettra. Non sei più nulla. Non hai più nulla.

Elettra. Ho la mia coscienza. Ho Oreste, Ho la giustizia. Ho tutto.

Seconda Eumenide. La tua coscienza! La sentirai la tua coscienza, nelle albe che si preparano. Per sette anni non hai potuto dormire a causa di un delitto che altri avevano commesso. D'ora in poi sei tu la colpevole.

Elettra.  Ho Oreste. Ho la giustizia. Ho tutto.

Terza Eumenide. Oreste! Non lo rivedrai mai più. Noi lo circonderemo. Abbiamo preso la tua età e la tua forma per perse­guitarlo. Addio. Non lo lasceremo più fino al giorno che impazzirà e si ucciderà, maledicendo la sorella.

Elettra. Ho la  giustizia. Ho tutto.

La moglie di Narsete. Che dicono? Sono cattive. Povera Elettra, dove siamo finite.

Elettra. Dove siamo finite?

La moglie di Narsete. Si, spiegamelo, io sono sempre lenta a capire. Sento chiaramente che sta accadendo qualcosa, ma non so bene che cosa. Come si chiama, quando il giorno nasce, come oggi, e tutto èdistrutto e saccheggiato, eppure si respira, tutto è perduto, la città brucia, gli innocenti si uccidono fra di loro, ma i colpevoli agonizzano in un angolo del giorno che nasce?

Elettro. Chiedilo al mendicante. Lui lo sa.

// mendicante. Tutto questo ha un nome bellissimo. Si chiama l’aurora.

Fine della commedia.

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