Emigranti

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Mura grigie, sporche, lebbrose, con grandi macchie.

Un soffitto basso. Un semplice bulbo, nudo, pende dal soffitto.

La luce è cruda. In fondo, sul muro di destra, una porta.

Non c'è finestra.

Lungo i muri di sinistra e di destra, vicino alla platea, due letti di ferro. Sopra il letto di destra, un cappotto appeso a un chiodo e un attaccapanni di legno.

Sulla parete di fondo, a circa un quarto della sua lunghezza partendo da sinistra, un vecchio lavandino montato diret­tamente sul tubo di scarico. Lo smalto del lavandino è vec­chio, screpolato, ingiallito. Il tubo è coperto di macchie di ruggine. Sopra il lavandino, un rubinetto di bronzo. Sopra il rubinetto, una mensola assolutamente ordinaria. Due ne­céssaire da toilette. Uno, molto economico, il secondo, più elegante.

Sopra la mensola, uno specchio, abbastanza grande, ma di cattiva qualità, appeso a un chiodo. Dai due lati del lavan­dino, due asciugamani, appesi anch'essi a due chiodi.

Vicino alla parete di fondo, più vicino alla destra, un vec­chio paravento in pessimo stato.

Inoltre, lungo la parete di fondo, tubi di diverse dimensio­ni traversano la stanza, e cavi elettrici...

Al centro della scena, sotto la lampadina, una tavola coper­ta di giornali. Sulla tavola, due piatti sporchi, due cucchiai, due bicchieri di plastica, due scatolette di carne aperte, una bottiglia di birra vuota, una scatola di tè in bustine. Mozziconi di sigarette. Due sedie ai due lati della tavola. Sulla sedia che si trova dalla parte destra, un paio di pantaloni grigio chiaro. Sulla spalliera, una giacca di tweed e un foulard di seta. Sotto la sedia, un paio di scarpe.

Un uomo, mal rasato, in vestaglia, è allungato sul letto di si­nistra. Ai piedi ha le calze, i piedi rivolti verso il pubblico. È piuttosto magro, età una trentina d'anni.

I capelli si sono fatti un po' radi, occhiali dalla montatura di plastica scura. Legge un libro. Sul letto, che si trova dalla parte destra, un cane di pezza, di grandi dimensioni, dai colori vivaci.

Un uomo è seduto sulla sedia di destra. Indossa un abito nero, antiquato, tagliato in una stoffa pesante, un po' come quelli che portano, la domenica, i contadini in certi paesi. Una camicia bianca, cravatta dai colori sgargianti. Scarpe molto a punta, accuratamente lucidate. L'uomo è corpu­lento, ha una taglia da lottatore. Ha mani enormi. Il suo viso paffuto è accuratamente rasato. Molti capelli, basette. È seduto di profilo rispetto alla platea, e guarda il suo com­pagno sdraiato.

Sono pressappoco della stessa età. Per un momento, il pri­mo (AA) legge, sempre sdraiato, il secondo (XX) resta sedu­to e lo guarda.

XX      Eccomi qua.

(AA non reagisce. Pausa. XX ripete più forte)

Sono qua.

AA      (non smette di leggere)   T'ho sentito.

XX      (grattandosi i polpacci)    Hai una sigaretta?

Senza smettere di leggere AA fruga sotto il cuscino, tira fuo­ri un pacchetto di sigarette che porge a XX. Costui si alza e va verso il letto zoppicando.

Prende una sigaretta.

AA continua a leggere.

XX fa scivolare la sigaretta in tasca e ne prende una secon­da. Dopo un attimo di esitazione rifà lo stesso gesto, cioè si mette la seconda sigaretta in tasca, ne prende una terza che porta alla bocca.

XX      Mi sono servito.

AA, sprofondato nel suo libro, tiene sempre il pacchetto di sigarette nella mano col braccio teso. Una pausa.

AA       Ridammela.

XX tira fuori una sigaretta di tasca e la rimette nel pacchet­to. Si volta e fa per allontanarsi.

AA tiene sempre il pacchetto di sigarette col braccio teso, e continua la lettura.

AA       Ridammela.

XX      L'ho rimessa dentro.

AA       No.

Ne hai prese tre.

XX tira fuori di tasca la seconda sigaretta e la rimette nel pacchetto.

AA sempre leggendo fa scivolare il pacchetto sotto il cu­scino.

XX torna in mezzo alla stanza.

Tira fuori di tasca una scatola di fiammiferi, l'apre, prende un fiammifero che si appresta ad accendere, ma sospende il gesto e lancia uno sguardo in direzione di AA. Vedendo che legge sempre, rimette il fiammifero nella scatola e fa scivolare la scatola nella tasca destra.

Si dirige verso la sedia su cui è appesa la giacca di tweed. Palpa le tasche, trova una scatola di fiammiferi, che pren­de. Accende la sigaretta e s'infila la scatola in tasca. XX si siede sulla stessa sedia di prima, nella stessa posizione. Aspira con evidente soddisfazione una lunga boccata. Si gratta i polpacci, si sbottona il collo della camicia, si allenta il nodo della cravatta, si toglie le scarpe. Le sue calze sono adorne di enormi buchi. Soffia sulle scarpe che brillano, come per toglierne un invisibile granello di polvere, poi le posa, con gran delicatezza, vicino alla sedia.

Stende le gambe, con soddisfazione, e muove le dita dei piedi, in silenzio.

XX      Sono stato alla stazione.

AA      (senza smettere di leggere)    Ah!

XX      Un sacco di gente. (Pausa).

Ho bevuto una birra.

AA      (incredulo)    Tu?

XX      Come no. (Pausa).

Due birre.

Al buffet.

AA       Ah!

XX      Lì ci sono le cabine telefoniche.

AA       Beh?

XX      Niente. La gente telefona.

AA      Mmmmmmm.

XX      Io non ho telefonato. Che telefonavo a fare?

Allora, sono rimasto un po' alle cabine telefoniche...

AA       E allora?

(Pausa).

XX      Un po' più in là ci sono le edicole.

AA       Ah.

XX      Con tutti i giornali. Ma anche tanta altra roba.

AA       E allora?

XX      Niente. La gente sta lì e compra i giornali.

AA      Ah...

XX      Poi li legge... Io. Ma io mi sono detto: che li legge a fare?

AA       Certo.

XX      Allora sono rimasto lì un po', vicino ai giornali.

(Pausa).

Ci sono i botteghini.

(Pausa. AA non reagisce).

Dico, ci sono i botteghini.

AA       Cosa?

XX      Gli sportelli...

AA       Le biglietterie?

XX      La gente compra i biglietti alle biglietterie.

(AA si lascia sfuggire un fischio d'ammirazione).

Ma io no. Sono stato lì vicino alle biglietterie.

AA      Allora?...

XX      Poi mi sono detto: vado a dare un'occhiata ai treni.

AA       Perché?

XX      Perché non si paga.

Da noi fanno pagare il biglietto per andare ai treni. Qui in­vece è gratis. Che scemi.

AA      (distratto)    Chi?

XX      Loro. Allora sono stato dalla parte dei treni.

AA       Ah. E allora?

XX      Niente. Rotaie. Soffiava.

AA       Soffiava cosa?

XX      Il vento. Allora mi sono detto: che sto a fare qui col ven­to. E stavo per far dietro front quando una voce ha detto qualcosa all'altoparlante.

Allora resto, mi sono detto. E sono rimasto. Il vento... le rotaie. Allora dico: sai che faccio? Me ne vado. E stavo per andar via quando, all'improvviso, che ti vedo?

AA       Un treno?

XX      Come lo sai?

(Pausa).

Proprio. Hai detto bene. Un treno. Elettrico. Che arriva senza rumore per via che è elettrico. Da noi vanno tutti a carbone. Qui tutti elettrici. Che scemi. Ma non gli importa niente di sprecare tutta quella corrente?

AA       No.

XX      Era un treno internazionale. Tutti vagoni letto, con tanto di targhe sopra, bandiere. Tutto di prima classe. Ma io non mi muovo. Fermo lì. Lì sto. Mi accendo una sigaretta, que­sto sì.

AA       A chi l'hai presa?

XX      A nessuno. Ce l'avevo.

Un treno. Ma bello... bello...

Ma io non mi sposto: «qua devi venire, qua bello qua, e dove vuoi andare? Qua ti devi fermare.

Questa è la tua stazione ».

E lui viene avanti, viene avanti, finché...

AA       Si ferma.

XX      Come lo sai?

(Pausa).

Fermo che non si muoveva più. Allora faccio io:« hai vi­sto? Che t'avevo detto, fratello? Che più in là di qui non andavi?»

AA      (voltando la pagina)    E lui?

XX      Niente.

Immobile.

AA      È tutto?

XX      Subito si fanno sotto un sacco di ferrovieri con i carrelli, e sui carrelli lenzuola, coperte. Coperte di prima qualità, di lana, cento per cento: ne ho tastata una. Un sacco di coper­te, tutte di lana. E io non mi muovo.

Allora io, chi si muove? Io lì, fermo, a fumare, mentre la gente scende.

C'era anche un giapponese, col cappotto, non dev'essere di qua.

AA      Certo.                                     

XX      L'ho detto subito anch'io. Ma tanto, di qua o di là che mi fa?

Io sto qua e fumo. Perché, non posso?

AA      Ma certo.

XX      Ho diritto, no?

Allora mi dico: prima finisco la sigaretta e poi me ne vado. Sono lì che tiro le ultime boccate, e chi ti vedo? Una tizia si sporge dal finestrino davanti a me e urla «fac­chino».

AA      E tu hai capito quello che diceva?

XX      Io no. Ma il facchino l'ha capita sì.

È arrivato in quarta. Ma porca vacca! Aveva i capelli lun­ghi fino a qui, un'attrice, doveva essere... Allora mi dico: aspetto che scenda. Intanto la cicca mi bruciava le dita, perché all'aria il tabacco della sigaretta brucia prima, a meno che non sia col filtro... ma io, niente, mi passo la cicca da una mano all'altra.

Peccato, non ho portato il bocchino. E poi mi dico: ma in­somma scende o non scende questa?

AA      E allora?

XX      (trionfante)    È scesa.

AA      (silenzio prolungato)    Tutto qui?

XX      (sghignazza).

AA      Che hai da ridere?

(XX continua a sghignazzare).

Che c'è da ridere in tutto questo?

XX      Beh, sai, è che me la sono...

(AA, per la prima volta, alza gli occhi dal libro e guarda XX).

AA      Te la sei!...

XX       (ridacchia)    Eh, eh...

AA      Piantala di ridere.

XX      ...se tu sapessi come me la sono...

AA      Dove?

XX      Nella toilette. Di prima classe.

AA      Ma... lì si paga.

XX      Che c'entra. Ha pagato lei. Per me e per lei.

(AA chiude il libro).

Dopo lei voleva continuare. Ma a me, proprio non mi an­dava più.

(AA si toglie gli occhiali e li rimette nella tasca della vestaglia. Si volta sul fianco, appoggiato sul gomito, e guarda XX).

AA      Sì. E dopo?

XX      Niente.

AA      Come, niente?

XX      Niente. T'ho detto che a me non m'andava più. Lei voleva ancora, ma io non ne avevo più voglia.

AA      Sì, e poi?

XX      Sono venuto via.

AA      Non hai preso il suo indirizzo?

XX      No. Lei voleva darmelo, ma mi sono detto: che lo pren­do a fare?

Poi, magari lo perdo...

AA      E lei voleva lasciartelo...

XX      Ha insistito, e come!

(Pausa).

È venuto un generale a prenderla. Sarà stato il marito. Con un macchinone.

AA      Peccato.

(Cerca il pacchetto di sigarette sotto il cuscino, prende una si­garetta, cerca i fiammiferi nelle tasche della vestaglia, si alza, li cerca nella tasca della giacca, non li trova).

XX      Un fiammifero?

AA si avvicina; XX estrae i fiammiferi dalla tasca sinistra del­la giacca e gli accende la sigaretta, AA prende i pantaloni che erano sulla sedia e li getta sul letto. Aspira una lunga boccata.

AA      Vuoi sapere com'è andata?

XX      Te l'ho detto.

AA       Ma no, no. Ti domando se vuoi sapere come sono andate davvero le cose.

XX      Vuoi saperlo meglio di me?

AA       Certo che lo so meglio di te.

Cominciamo da capo. È vero, sei stato alla stazione. Ma non di proposito. Stamattina, quando ti sei alzato, e ti sei messo davanti allo specchio per farti la barba, come tutte le settimane, non avevi nemmeno l'intenzione di andarci. Poi ti sei messo il vestito della festa e le scarpe a punta... perché ti metti quelle scarpe che ti fanno andare come un invalido?

Credi davvero che le scarpette a punta possono nasconde­re i tuoi piedoni da contadino?

XX      (seccato)   Queste sono scarpe di lusso.

AA       Lasciamo andare.

Allora, dove sei andato? a zonzo, per strada. Chiunque è li­bero di andarci, ma loro, gli altri, sono liberi di guardarti. E quegli sguardi scoprono chi sei a un chilometro di di­stanza. La tua faccia da bifolco salta subito agli occhi. Non puoi sottraiti. Tu incarni le aspirazioni del nostro popolo, sei l'orgoglio dei nostri ideologi, sei l'ostia sacra della no­stra messa nazionale...

XX      Non bestemmiare!

AA       Sono metafore. Ma tu che ne sai che cos'è una metafora, povera vittima del clericalismo...

XX      Me ne frego delle metafore, ma non voglio che s'insulti la religione.

AA       Torniamo alla tua passeggiata. Sei passato davanti al ci­nema e ti sei detto: qui sarebbe bello entrare!

XX      A me piace il cinema.

AA       È chiaro. Al cinema nessuno ti guarda.

Tutti guardano lo schermo. E anche tu. Tu guardi qualcosa che si muove, confusamente, immagini, non capisci quello che dicono. L'essenziale è che li tu ti senti al sicuro. Il cine­ma però ha un maledetto difetto: devi pagare!

XX      Io non vado mai al cinema.

AA       Ti rimane sempre una speranza! La stazione.

XX      Centrale.

AA      Ah certo, centrale. Visto che hai la possibilità di scelta, tanto vale scegliere il meglio. Figurati se tu t'accontenti di una stazione secondaria. Neanche a pensarlo. Tu non vedi nessuno e vai dritto alla stazione centrale, alla più centrale delle centrali.

Perché lì ci sono agevolazioni a non finire.

Primo, ingresso gratuito. Secondo, lì non sei uno straniero.

Lì non ci sono stranieri, dato che una stazione è fatta appo­sta per gli stranieri; in una stazione gli stranieri hanno l'aria di essere del posto più della gente del posto. In una stazio­ne il tuo aspetto non dà nell'occhio.

E poi una stazione è ben illuminata, ben riscaldata...

Ci sono giornalai, cabine telefoniche, biglietterie...

XX      (sognante)    Il buffet.

AA      Il buffet... anche. Allora, tu hai gironzolato intorno all'e­dicola dei giornali, attorno alle cabine telefoniche, vicino alle biglietterie...

XX      Ho bevuto una birra...

AA      Questo lo metto in dubbio. Una birra si paga. Invece non metto in dubbio che sei andato al pisciatoio.

XX      E dai treni, no?

AA       Ci arrivo.

XX      Prima sono andato dai treni.

AA      Giusto. Fisicamente, sei andato prima dai treni, e poi nel pisciatoio. Ma mentalmente hai architettato la storia del treno a posteriori, e il pisciatoio ha giocato un ruolo deter­minante, anzi fertilizzante, è stato la tua musa...

XX      Adesso finirai per dirmi che non c'era il treno?

AA       Ma sì, ma sì, c'erano un sacco di treni, ne è arrivato uno, tu stavi davanti a un vagone letto, fumavi una sigaretta, i passeggeri scendevano. Tutto questo è vero. Ed è anche vero che una giovane donna, bella, elegante, è scesa dal vagone letto.

XX      Lo vedi!

AA      Sì, tutto questo l'hai visto. E dopo sei andato a pisciare... Ma non all'albergo diurno, alle toilette pulite, coi fiori sul tavolo di Madame Pipì, dove le pareti sono coperte di pia­strelle bianche, dove si respira il profumo del deodorante, e dove bisogna pagare.

Sei andato in un pisciatoio, dove tutti possono entrare gratis, dove gli orinatoi sono intasati dalle cicche che galleg­giano nell'urina schiumosa, dove una volta qualcuno si sarà asciugato le mani nell'asciugamano ma adesso è tal­mente lercio che nessuno osa più toccarlo. Dove puzza. E una fila di uomini allineati contro il muro in un racco­glimento religioso si frugano nei pantaloni, ognuno nel suo pantalone, ognuno separatamente, però tutti insie­me, in una specie di comunione, di promiscuità evacuatrice.

Ma la cosa non ti fa schifo, anzi... e non parlo della tua in­differenza totale ai miasmi...

Ma esiste un altro posto così in cui il tuo vicino si trova nel­la situazione esattamente uguale alla tua? Dove esiste la stessa eguaglianza? Non esiste.

E non fa niente che si tratti di un'eguaglianza nell'abbruti­mento, l'essenziale è che sia autentica, precisa, vistosa, e, in fondo, gagliardamente, spudoratamente espressiva, anzi, espressionista.

Per te va benissimo: perché date le tue ridotte capacità per­cettive, solo quello che è enorme ti è evidente, le gradazio­ni, le sfumature ti sfuggono.

E così, sei rimasto lì un bel po'. Purtroppo non potevi re­starci a vita. Peccato. E allora, una volta fatto quel che do­vevi fare, quando hai smesso di far finta di continuare, ti sei dato una passata di pettine.

Certo è straordinario come l'effetto del pettine influisce sul funzionamento del cervello. Perché è in quel momento che è nata nella tua testa ben pettinata questa piccola bugia ingenua, stupida: la tua avventura amorosa con la donna del vagone letto.

XX      Io me la sono...

AA      Tu stavi davanti al vagone letto e ti bruciavi le dita. Quel­la povera cicca era la tua unica indipendenza. Tolta quella non eri che desiderio odio invidia ammirazione umiliazio­ne... Certo che la volevi, quella donna, te la sognavi, e non solo come donna.

Per te era un simbolo: quello di un mondo che ti è crudel­mente, irrimediabilmente inaccessibile. Allora, siccome non potevi colmare quell'abisso, l'hai saltato col sogno, nella fantasia.

Bisogna riconoscere che li hai fatto uno sforzo intellettuale inaudito, tenuto conto delle tue possibilità.

Il pisciatoio t'ha dato un aiuto determinante.

Per questo ho detto che tu hai dato una forma definitiva a quel che era successo davanti al treno, solo dopo, a poste­riori, nel pisciatoio.

Nel pisciatoio, in quell'atmosfera cosi propizia alla rifles­sione, alla fantasticheria.

XX      Piantala!

AA       Perché non è così che sono andate le cose?

XX      No!

AA      Non ti preoccupare: la settimana prossima ci tornerai, alla stazione.

XX prende la bottiglia di birra, vuota, che si trova sulla ta­vola, la rompe, e brandisce il collo frantumato. Si alzano tutti e due.

AA      Va bene, va bene d'accordo. L'hai posseduta, l'hai pos­seduta!

Si è data a te, te la sei fatta!

S'è gettata ai tuoi piedi, t'ha baciato le mani, t'ha baciato le scarpe a punta.

Ti hanno adorato, lei... il generale, e anche la limousine del generale, e dopo t'hanno offerto un gelato al pistacchio!

Perché sei bello. Sei contento? Va meglio così?

Ti basta? O ne vuoi ancora?

XX si siede e posa il collo della bottiglia sul tavolo. Pausa.

AA       Vuoi un tè? (Conciliante) Posso farti un tè.

XX      Devi sempre rovinare tutto.

AA      Sei arrabbiato?

XX      Lasciami perdere.

AA       Sai perché sei arrabbiato?

Perché quel che ho detto è vero.

XX      Ce l'hai sempre su con me. Io non t'ho fatto niente...

AA    Io ti aiuto a prendere coscienza della situazione, dato che ne sei incapace con i tuoi mezzi.

XX      Che situazione? Sono andato alla stazione. Volevo star bene.

AA       Ecco, da noi è sempre così: si imbelliscono i fatti.

Scambiamo i sogni con la realtà, siamo pieni di pii deside­ri... Il presente falsificato genera un futuro malato. La storia si vendica...

XX      Ma quale storia?

AA    La nostra, quella del nostro popolo.

XX    Quale storia? Io della storia me ne frego, io sono stato alla stazione e basta.

AA    Questo è proprio un elemento della storia. Un piccolo elemento, ma incontrovertibile.

Tu sei andato alla stazione: passato prossimo, ma passato, dunque storia.

La storia generale è composta dalle storie dei singoli indivi­dui.

Non esiste la storia in astratto, caro mio; solo gli idealisti lo credono, che trattano la storia come fosse una nuova divi­nità, un ens: ma che ens!

Io non sono hegeliano, se non ti dispiace. Tutto dipende, ora, da come interpretiamo la tua piccola storia della stazione. Dobbiamo esaminarla alla luce dei fatti? O, al contrario, esamineremo i fatti alla luce della storia? La storia che tu mi hai raccontato, nella tua interpretazione mitogena, nel­la tua mitomania travisante...

Si sente improvvisamente un gorgoglio tuonante in uno dei tubi che attraversano la stanza, il rumore copre le parole di AA, che fa un gesto rassegnato con la mano e si siede, pen­sieroso, sul suo letto, XX si stira e sbadiglia.

XX      Ho fame.

AA       Mangia e lasciami in pace.

XX      Non ho niente da mangiare.

AA       E le scatolette?

XX      Le ho finite.

AA       Hai di nuovo finito tutto?

XX      Tu non hai una scatoletta?

AA       Sì, ma non te ne do più.

XX      Perché?

AA       Per ragioni didattiche.

XX      Mmmm. (Pausa). Cosa vuol dire?

AA       Vuol dire che tu ti sbafi sempre i miei barattoli.

XX      Non è vero. Anche i miei.

AA       È ora che impari un po' di disciplina, civiltà e educazione.

XX      Sì, ma prima vorrei mangiare.

AA       Io non ti do niente.

XX      Niente?

AA       Niente.

XX      Non fa niente.

(Pausa).

Non parlavi di fare il tè?

AA       Fattelo da solo.

(Si alza).

XX      Di' un po', perché qui non ci sono mosche?

AA      (strappato ai suoi sogni-pensieri)    Cosa?

XX      T'ho domandato perché qui non ci sono mosche.

AA       Dove?

XX      Qui, in questa stanza.

AA      (sempre un po' distratto)    Non so.

XX      Neanche nel corridoio ce ne sono.

(Pausa).

Da nessuna parte.

Senti, ma tu ne hai mai viste, mosche, qui?

AA       Non credo.

XX      Beh, ti dico io che non ce n'è. Né qui né in nessun posto.

Secondo te perché non ne hanno?

AA       Non lo so. Forse, per ragioni igieniche, le avranno ster­minate.

XX      Peccato.

AA       Perché, hai bisogno delle mosche?

XX      Tengono compagnia. Uno le acchiappa... e le guarda.

Si passa il tempo. Da noi ce n'erano di mosche. L'estate... (Pausa).

Mosche e carta moschicida. Mi ricordo, che si attaccava alla lampadina. Sembrava coperta di miele, ma non era miele; e loro resta­vano attaccate e ronzavano. Quando la striscia stava lì da un po' ce n'erano tante che si sentiva un ronzio per tutta la camera. Come una musica.

C'erano quelle che avevano un ronzio grave: zzzz; e quelle che lo avevano acuto: ssssss, perché quando c'era per esempio una vespa o un calabrone... no, non un calabro­ne... no, perché i calabroni si staccano, sono troppo forti... O se no c'erano delle pasticche di veleno, nere, pasticchette, che si mettevano nei piatti. Solo, bisognava stare attenti, se no i bambini le leccavano.

Io mi ricordo...

AA      Io mi ricordo, mi ricordo, mi ricordo. E io non mi ricor­do, niente!

XX      (realmente sorpreso)    Come non ti ricordi?

AA      (si alza, d'un balzo, dal letto, e comincia a camminare in lun­go e in largo) No, io non mi ricordo di niente, e non vo­glio ricordare.

Sempre la stessa cosa: ti ricordi di questo? Ti ricordi di quello? Sempre, eternamente, in perpetuo, da anni e anni. E adesso le mosche, ma va all'inferno tu e le mosche!

XX      Beh... se c'erano.

AA       Basta!

XX      Cosa devo dire, che non c'erano quando c'erano?

AA      Ce n'erano, ce n'erano... E allora? Che vuol dire, che fi­no alla fine dei miei giorni mi dovrò ricordare di quelle stu­pide mosche? Ho altro da fare!

XX      Lo vedi! Anche tu adesso dici che c'erano...

AA       Oh porca puttana! Ma chi ha detto che non c'erano.

Calma, non ci arrabbiamo: è una discussione idiota.

Senti. Non si tratta di sapere se c'erano o non c'erano. C'e­rano, c'erano, e non ci sono più. Non è una buona ragione per tornare a rifriggere sempre le stesse cose. C'erano, ma non ce ne sono più. Punto e basta.

Adesso ci sono altre cose.

XX      Quali cose?

AA       Come quali cose?

XX      Beh, sì, cosa sono queste cose?

AA       Tutto. Il mondo, i suoi problemi.

XX      Beh?

AA      Cioè le idee, i dibattiti, gli avvenimenti, le ideologie, i fe­nomeni, gli avvenimenti.

XX      (con disprezzo)    Ehhh.

AA      I processi sociali, economici, politici, i movimenti cultu­rali, il prodigioso erompere di energie di una civiltà in pie­na mutazione, una umanità che sta a un bivio. I problemi universali.

XX      Ma non ci sono mosche...

AA       Meno male.

Le mosche simboleggiano la meschinità dei problemi cui eravamo condannati, laggiù, al paese. Piccoli sciovinismi, meschini riformismi, piccole lottizza­zioni.

Qui finalmente si possono spiegare le ali...

XX      ...zzzzz...

AA      Affrontare i grandi problemi. Solo dai grandi scontri nasce la grandezza. Bisogna guardare lontano, tutto su vasta scala. È vero, per me le mosche non esistono più.

XX      Per me sì.

AA       Dove? Qui?

XX      No, da noi, al paese. Non ti ricordi più?

AA      Ah no! 

(Un fischio dietro il paravento).

XX      Bolle. (Si alza e va dietro il paravento, torna, riportando un bollitore di alluminio. Versa dell'acqua in un bicchiere di plastica, poi ci mette dentro un sacchetto di tè).

AA       Potresti farlo anche per me.

XX      Se tu metti lo zucchero.

AA       Ho già comprato il tè.

XX      Sì, ma non c'è lo zucchero.

AA va a prendere sotto il suo letto una valigia di cuoio, tira fuori di tasca una chiave, apre la valigia, ne tira fuori una scatola di zucchero; chiude la valigia a chiave, rimette la chiave in tasca e la valigia sotto il letto. Posa lo zucchero sulla tavola. Si siede a tavola.

XX inclina il bollitore sul bicchiere di plastica.

XX      Non c'è più acqua.

AA      Fanne bollire dell'altra.

Passo strascicato, XX si dirige verso il rubinetto. L'apre, senza risultato.

XX      Non ce n'è più.

AA       Non sai combinare niente.

(Si dirige verso il lavabo, apre il rubinetto più che può).

Strano, ma è così.

XX      Non ce n'è perché non viene.

AA       Non viene perché non ce n'è, imbecille.

XX      Ma cos'è, colpa mia?

Tornano verso il tavolo. Si siedono ai loro posti, XX mette lo zucchero nel suo tè.

AA      Quel tè chi lo beve?

XX      (annuisce con la testa)    Io, da solo.

AA       Bella solidarietà! Io credevo che quando un tuo compa­gno non ha da bere...

(XX prende ancora dello zucchero).

Sarà troppo zuccherato.

XX      A me piace molto zuccherato.

(Prende un po' di tè con un cucchiaio, assaggia, aggiunge dell'altro zucchero, mescola).

AA       Così lo raffreddi.

XX      Non mi piace troppo caldo.

AA      (tira fuori di tasca una moneta)    Testa e croce?

XX      Per far che?

AA       Per chi si beve il tè.

XX      Perché?

AA       Perché c'è un tè solo e siamo in due.

XX      Ma è il mio tè!

AA       L'ho comprato io però.

XX      Ma io l'ho fatto.

AA       Diciamo che abbiamo tutti e due lo stesso diritto di berlo.

Testa o croce?

XX      Testa...

AA      (lancia la moneta per aria, molto in alto)    Croce!

La moneta cade per terra e rotola sotto il letto di destra. Entrambi si chinano per cercarla. In realtà non ha impor­tanza dove va a finire la moneta. Gli attori la cercano come se fosse rotolata sotto al letto.

XX      Trovata?

AA       Non si vede un accidenti qui.

(Tende la mano sotto il letto).

XX      (lo spinge indietro)    Faccio io.

AA       Aspetta.

(Tira fuori da sotto il letto una scatoletta di carne).

Cos'è questa roba?

XX      Fa' vedere? Una scatoletta.

AA       Tua?

(XX non reagisce).

Beh, allora, se non è di nessuno, me la prendo io.

XX      No!

(Gliela strappa di mano).

AA       Dovresti vergognarti di essere così bugiardo.

Avevi proprio paura d'essere obbligato a dividerla con me? La tua avarizia è più forte della tua gola. Cosa vuoi che me ne faccia delle tue scatolette!

(XX la nasconde sotto il letto).

È inutile che la nascondi; il tuo segreto è scoperto, ormai puoi abbandonarti tranquillamente al tuo vizio. Soddisfare la tua fame selvaggia e bestiale.

No, non bestiale. Le bestie mangiano solo quello di cui hanno bisogno. Tu invece ingurgiti tutto senza misura, all'infinito.

È una fame patologicamente mostruosa.

XX      Non ne vuoi?

AA      No grazie, le tue leccornie non m'attirano. (Beve un sorso di tè e lo risputa immediatamente).

Baaah! È troppo zuccherato.

XX      Ora forse mangio un po'.

AA       Oh, meno male!

Hai vinto l'avarizia. Il mio metodo funziona, allora.

XX      Beh, io mangio.

AA       Mangia, mangia.

XX      Dov'è l'apriscatole?

(Si agita molto per trovare l'apriscatole).

AA       Dimmi, perché mangi tanto?

XX      Non hai visto l'apriscatole?

AA       Vediamo un po' di riflettere sulla questione... che non è un fatto edonistico, è chiaro. E allora cosa?                           

XX      Non c'è più.

(Va dietro il paravento).

AA      Probabilmente tutto si riduce all'assorbimento del cibo, ha un carattere simbolico, sostitutivo.

Incorporando il cibo, sotto forma di nutrimento, incorpori la realtà che ti circonda. Tu assorbi il mondo...

(XX esce da dietro il paravento. Ha un coltellaccio in mano. Si siede a tavola, dal lato sinistro, davanti a AA e tenta di apri­re la scatoletta con il coltellaccio).

È un'ipotesi affascinante. Un atto sostitutivo... o meglio un atto magico. Certo, un atto magico.

Cioè un atto in cui si identificano due cose che in realtà non sono identiche.

Per te, il cibo non è tanto un surrogato che si sostituisce alla realtà; ma ci si identifica. Sarebbe interessante confron­tare il risultato della mia osservazione con certi dati dell'antropologia contemporanea riguardanti le civiltà primi­tive. E temo che i risultati di un tale studio comparato si ridurrebbero a un penoso parallelo tra il cannibalismo ri­tuale...

XX      (sbatte con tutte le sue forze la scatoletta di carne sulla tavo­la, davanti a AA )    Toh! Mangia!

AA       Perché...

XX      Così non parli più.

AA       No, io mi nutro sobriamente, razionalmente.

XX      Allora non mangiare...

(Tende la mano per riprendersi la scatoletta).

AA      (prende la scatoletta)    Aspetta. Cos'è?

XX      Carne macinata extra.

AA       E dove l'hai comprata?

XX      In un negozio.

AA       Che negozio?

XX      Una bottega. Da' qua.

AA      (mette gli occhiali).

XX      Come, per cani?

AA      (legge l'etichetta )    « Non plus ultra ».

Cibo universale destinato agli animali domestici. Sano e appetitoso, preparato secondo una tabella dietetica stabilita dopo lunghe ricerche di laboratorio ed esperi­menti condotti sotto controllo di illustri veterinari. Pasto straordinariamente dosato, comprendente un corredo com­pleto di vitamine, proteine e sali minerali.

Il regalo ideale per il vostro amico « Non plus ultra » -ali­mento principe: la gioia e la felicità dei vostri amici qua­drupedi!

XX      Appunto.

AA       Come?

XX      Dice che è buono. Che è principe.

AA       Principe per cani.

XX      Non parla di cani, parla di amici.

AA       Amici quadrupedi. Gatti, caso mai.

XX      Impossibile.

AA       Come impossibile?

XX      Perché è carne! Non danno mica la carne ai cani?

AA      Come no? Perché, i cani sono vegetariani? I cani sono animali carnivori per eccellenza.

XX      Avranno sbagliato qualcosa.

AA      Come sbagliato? C'è scritto, qui, all'inizio: «alimento destinato agli animali domestici...» e più avanti, guarda, cita perfino il veterinario... Non sei convinto?

XX      Fa' vedere?

(Prende la scatoletta e l'esamina da tutte le parti, AAsi leva gli occhiali e li rimette in tasca della veste da camera).

No, non ti credo.

AA       Ma se non conosci questa lingua...

XX      Tu lo dici apposta, per farmi arrabbiare.

AA      Ah sì? Allora guarda. La vedi questa figura? Un cane si lecca i baffi davanti al sole che sorge: l'immagine stessa del­la felicità e della soddisfazione.

XX      E allora?

AA      Questo cane sorride perché ha appena mangiato una scatola di questo « Non plus ultra ». Anche un lombrico ca­pisce il senso di questa immagine.

XX      Un'immagine è solo un'immagine. Ce ne sono tante. Anche a casa mia c'è un'immagine: un quadro con un cer­vo, in un prato, e il sole che tramonta. Il cervo è tutto con­tento. Che vuol dire? Che il cervo s'è mangiato tutta l'erba?

AA       Forse.

XX      Una figura messa lì non vuol dire niente.

È una decorazione. È solo per bellezza. Serve per dire che dentro c'è carne buona.

AA      Immagino che hai comprato questo prodotto perché co­stava poco. O no?

XX      Prima scelta.

AA       Per cani.

XX      Extra super.

AA      Ah, certo non c'è dubbio. I cani devono essere soddi­sfatti.

XX      Beh, io me la mangio.

(Pausa).

AA       E io non te lo proibisco.

Se non fa male ai cani...

(Pausa).

Perché non la mangi più?

XX      (lancia rabbiosamente la scatoletta in un angolo. Fa il muso.Pausa)  

Perché non sono un cane.

AA       No?

XX      No!

AA       Se lo dici tu!

(Pausa, XX si alza e va a raccogliere la scatoletta).

XX      Senti... Tu non hai detto che i gatti possono mangiarla?

AA       Sì. Amici domestici. Possono essere anche i gatti.

XX      Sicuro?

AA       Certo! Ma che importanza ha?

XX      Perché se è per i gatti posso mangiarla anch'io.

Ma se è per i cani no. E no! Non sono mica un cane per mangiare roba per i cani?

AA       Ti sei risposto da solo.

XX      Dimmelo! Dimmelo tu! Sono forse un cane? Eh? Sono un cane io?

AA       Non sei un cane. Nessun uomo è un cane. O per lo me­no, non dovrebbe esserlo.

XX      Lo vedi! Vuol dire che se è per i gatti, lo posso mangiare.

I gatti è diverso. I gatti non sono cani. Eh?

Dimmi? Allora, per te posso o no? Di'!

AA       Perché non puoi? puoi.

XX      Posso? Sicuro?

AA       Puoi fare tutto, che c'entra.

(Bruscamente)

E poi, porca puttana, mangia quello che ti pare! Cosa vuoi che me ne freghi!

AA       Vuoi dire che posso?

(Si mette ad aprire la scatoletta con il coltellaccio).

AA       Lascia stare quella roba.

XX      Ma tu m'hai detto che posso mangiarla.

AA tira fuori la sua valigia da sotto il letto. L'apre con la chiave e ne tira fuori una scatoletta di carne. Fa scivolare la valigia sotto il letto, ma senza chiuderla a chiave. Posa la scatoletta sulla tavola, davanti a XX.

XX      È per gli uomini?

AA      È per gli uomini.

XX      Allora è diverso.

XX si mette ad aprire la scatoletta. Sopra le loro teste si sen­te salire la gente. Voci di uomini, risa di donne, AA si avvi­cina a uno dei grandi tubi che traversano verticalmente la parete, e vi accosta l'orecchio.

AA       Salgono al primo.

(Si allontana dal tubo).

Non c'è niente di peggio che abitare un sottoscala. Si sente tutto attraverso i tubi.

Il minimo rumore, il più silenzioso, il più intimo. I tubi di scarico, le condutture d'acqua, i tubi del riscalda­mento centrale. Le condutture dei rifiuti, i tubi dell'aera­zione...

Tutto si sente... Li sento uscire, entrare, alzarsi, andare a letto. Li sento lavarsi, tirare lo scarico. Li sento rinfrescarsi, defecare, proliferare. Finora, l'unica cosa che non li ho sentiti fare è morire.

XX      (frattanto ha aperto la scatoletta e si mette a mangiare) Si vede che scoppiano di salute.

AA      Certe volte ho l'impressione che abitiamo nel loro ven­tre. Come dei microbi. Ma guarda quei tubi! Non ti ricor­dano degli intestini? Sembrano delle budella. Delle trippe.

XX      Per me sono tubi che sembrano tubi.

AA       A me sembrano delle trippe. Noi qui viviamo come due batteri nella profondità di un organismo. Due corpi estranei. Due parassiti. O peggio. Due microbi patogeni, forse. Fattori di decomposizione in un corpo sano. Vibrioni, bacilli di Koch, virus, gonococchi? Io - un gonococco. Io che mi consideravo come una cellula pre­ziosa di materia cerebrale altamente sviluppata. Laggiù, da noi, un tempo... Un neurone raro, una particella che si col­loca già al punto estremo della materia.

E ora invece - un gonococco!

In qualche punto delle budella. Un gonococco in compa­gnia di un protozoo.

XX      (sospettoso)    Chi sarei? Io?

AA       E aggiungi a questo che non sopporto le cantine.

Io le odio. Tutto quel che sta sotto terra mi dà ai nervi. Sono un anello superiore dell'evoluzione. Ho bisogno di sole, di aria, di spazio. E qui non ci sono neanche le finestre.

XX      Meglio. Le finestre fanno solo corrente.

AA       Muri, muri, nient'altro che muri.

XX      Sì, ma almeno fa caldo, non tira vento. È all'aria che si prendono le polmoniti. Mio padre - pace all'anima sua - viveva in una cantina e ha campato fino a novant'anni.

AA       E di cosa è morto?

XX      Perché è stato troppo tempo all'aria. Rientrava a casa, era sbronzo, s'è beccato una polmonite, è andato al Padre­terno.

AA       Allora qui tu te la passi bene?

XX      Perché no. Non è mica male come camera. Si sta al caldo, e poi non è cara..

AA       E già, tanto pago io. A proposito, ieri ho pagato l'affitto. Novembre e dicembre. E tu mi devi ancora settembre e ot­tobre. In tutto fa quattro mesi.

XX      Non ho un soldo.

AA       Se ti hanno appena dato la paga!

XX      Ma non ho un soldo.

Al piano di sopra si sente suonare alla porta. I nuovi venuti sono accolti con grida di gioia. La porta sbatte.

AA       Ma che ne fai dei tuoi soldi?

La tua paga è superiore al salario medio degli altri lavorato­ri immigrati dato che fai un sacco di straordinari e hai scelto un lavoro dannoso alla salute per godere di certe indennità. Vivi in una topaia, in più dividi con me un affitto irrisorio. E neanche questo vuoi pagare, perché quando te lo chiedo mi rispondi che non hai soldi.

XX      E invece tu ne hai.

AA       Cosa?

XX      A te non mancano mai i soldi.

AA      (dopo una pausa. Glaciale)   Ti rendi conto di quello che dici?

XX      Perché? Non è vero?

AA       Ti rendi conto che potrei perdere la pazienza?

XX      Se paghi vuol dire che i soldi ce li hai, no?

AA       Ti rendi conto che la pazienza l'ho già perduta?

XX      (inquieto)    Quando?

AA       In questo momento.

(Si mette i pantaloni).

XX      (smette di mangiare) Che fai? Ti vesti? (AA si toglie la vestaglia e mette la giacca). Dove vai?

AA      Trasloco.

XX      (passata la paura)    Ah. Non è mica la prima volta. (Si rimette a mangiare. Rassicurato).

AA      (si annoda il foulard davanti allo specchio) Finora mi face­vi pena, ma stavolta hai passato ogni limite. Alla tua abitua­le disonestà hai aggiunto una spudoratezza incredibile. Ba­sta. Non lo so.

Come ho fatto a sopportare fino adesso il tuo egoismo, la tua sporcizia? Mi dai fastidio.

Russi e m'impedisci di dormire, e i tuoi rutti mi danno il vomito. La tua compagnia mi fa schifo, ne ho abbastanza, m'hai rotto le scatole, me ne vado!

XX      Ti lascerò la chiave sotto la porta.

AA       Che dici?

XX      Ho detto che troverai la chiave sotto la porta. Caso mai torni tardi.

AA       Con te non parlo più!

(Si mette il cappotto, si ferma vicino a XX e si volta verso di lui abbottonandosi il cappotto)

Perché, tu credi che io torni?

XX      (non risponde. Continua a masticare tranquillamente e non presta la minima attenzione a AA. Non ottenendo nessuna risposta, AA alza le spalle e si dirige verso la porta. Mette la mano sulla maniglia)    Le scarpe!

AA       Che?

XX      Esci senza scarpe?

AA      Non ho bisogno dei tuoi consigli.

(Torna verso il centro della stanza, si mette le scarpe, torna alla porta, impugna la maniglia. Pausa).

Che cosa ti fa pensare, scusa, che tornerò?

XX      La valigia.

AA       Come?

XX      Hai lasciato la valigia.

AA       E allora?

XX      Chiaro. Se tu volessi traslocare avresti fatto i bagagli.

AA       Ammiro la tua sagacia.

Ma tu ti sbagli. Non prendo niente con me.

XX      Che ti dicevo! Vuol dire che non traslochi.

AA      Te la lascio. Me ne vado, e non mi porto niente appresso. È chiaro ora?

XX      E la biancheria, le lenzuola, i vestiti...?

AA       Lascio tutto a te. Per me gli oggetti, i vestiti, le cose, non hanno nessuna importanza. Posso farne a meno.

Io appartengo alla società postconsumistica del postconsumismo, mentre tu sei ancora allo stadio dello scambio delle perline colorate con le conchiglie.

Quanto alle mie carte...

XX      Le lasci? Lasci tutto?

AA       Ma... proprio tutto forse no... hai ragione, prenderei vo­lentieri un ricordo. Una piccola cosa, senza valore. (Fa finta di riflettere).

Che cosa potrei, vediamo... aspetta... ecco! Ho trovato! (Si avvicina al letto di destra e prende la mascotte, il cane Pluto).

XX      No!

(Si getta verso di lui).

AA      Ma perché? Questa mascotte mi ricorderà i bei tempi passati insieme. Addolcirà la mia nostalgia.

XX      No, quello no!

AA      Sei ingiusto. Ma come, ti lascio tutto quello che possie­do, in cambio ti chiedo questa sciocchezza, e tu...

XX      Ridammelo!

AA      Andiamocene di qua, cagnetto mio. Il signore è catti­vo, il signore è brutto, è antipatico. Il signore non ci vuol bene.

XX      Me lo ridai si o no?

AA       Andiamo, cucciolo, lasciamolo qui questo signore. Noi ce ne andiamo lontano, via, via di qui, lontano...

XX tenta di strappargli il cane, ma AA riesce a sfuggirgli e si rifugia dietro la tavola, attorno alla quale cominciano a rin­corrersi.

AA       Uah! Uah! Guarda come s'è arrabbiato il signore! È idrofobo il signore! Uah! Uah! Bau bau!

(Abbaia come un cane. L'inseguimento continua).

Non ti far acchiappare, scappa!

Nel momento in cui XX si trova a sinistra e AA a destra, XX salta sulla tavola e afferra AA al collo. Ma solo il foulard gli resta in mano.

AA fa un salto di lato, ma inciampa nella seggiola e cade con la sedia, XX gli si getta addosso, AA tiene la mano in alto, con Pluto, XX cerca di prenderglielo, AA afferra il cane con l'altra mano e lo lancia lontano, dietro di sé. Tutti e due si alzano e si precipitano verso la mascotte, come due gioca­tori di rugby dietro un pallone. Si scontrano violentemente al di sopra del cane. In questo momento l'acqua si mette a colare dal rubinetto che era rimasto aperto.

AA    L'acqua!

(AA lascia il compagno, che stringe avidamente il cane sul cuore, AA si dirige verso il rubinetto e lo chiude).

Finalmente! Ora possiamo farci un buon tè.

(Prende il bollitore sulla tavola, va a riempirlo al rubinetto,poi scompare dietro il paravento. XX, che lo segue sempre con lo sguardo, continua a stringere forte sul petto il cane, in un atteggiamento difensivo e impaurito. AA esce dal paravento).

Che stai facendo? Preghi?

(Si toglie il cappotto e l'appende al chiodo).

Avanti, adesso basta... alzati...

XX      Resti?

AA       Solo per il tè.

XX si rialza e va a nascondere il cane sotto il suo cuscino, cioè sul letto di destra.

Si siede sul letto. AA raccoglie il foulard da terra e lo ripone sullo schienale della sedia di sinistra, poi va ad alzare la se­dia di destra che si era rovesciata.

XX      Te li darò, appena li avrò.

AA       Di che parli? Ah, dell'affitto!

XX      Giuro.

AA       Non ci pensavo neanche più.

XX      Il mese prossimo.

AA       Non c'è fretta.

XX      Allora la settimana prossima.

AA       Non ci pensare...

XX      O se no, dopodomani.

AA       Uhhh!

XX      Ti va dopodomani? O anche domani! Che ne dici, do­mani?

AA       Ma no. Non ha nessuna importanza. Tra amici...

XX      Ora proprio non posso. Te lo giuro.

AA       Che piacere ritrovarsi a casa propria.

(Fa per levarsi la giacca, XX si precipita e l'aiuta a levarla).

Troppo buono.

XX      Te l'appendo?

AA       Inutile. Non vale la pena. Troppo disturbo. Può restare sulla sedia.

(Si siede comodamente sulla sedia di sinistra. XX appende la giacca alla spalliera, dietro la sua schiena).

Invece guarda, fammi un piacere, quella luce, mi dà fasti­dio...

Ma non potresti fabbricare un paralume, magari di carta, con un giornale, non so?... Io non sono mai stato molto abile manualmente.

XX      Ci penso io.

AA       Ah, lo vedi come sei bravo. Sei unico.

Guarda là sotto, vicino al mio letto, le vedi quelle riviste?

Usa pure quelle...

XX      (prende una delle riviste ai piedi del letto di sinistra )   Dove sono le forbici?

AA       Sono sulla mensola.

(XX prende le forbici che sono sulla mensola del lavandino. Sale sulla tavola. Apre la rivista adattandola intorno alla lampadina. AA l'osserva riparandosi gli occhi con la mano).

A te dà noia?

XX      Cosa?

AA       Tu riesci a fissare la lampadina senza avere la sensazione di diventare cieco?

XX      La lampadina?

AA       La luce, lì... non ti acceca?

XX      No.

AA       Non ti irrita gli occhi?

XX      No.

AA       Non ti fa lacrimare?

XX      No.

AA       Le palpebre non ti bruciano? Non ti vengono davanti agli occhi delle macchie nere, che si muovono?

(Pausa).

XX      No.

AA      (sale sulla tavola, solleva la palpebra di XX con le dita, come un oculista)    L'altra.

(Guarda l'altro occhio).

Incredibile.

(AA scende, mentre XX continua ad armeggiare attorno alla lampadina. AA cammina per la stanza).

No, e poi che c'entra, non è incredibile affatto. Ci sono scarti notevoli rispetto alla norma. Sia nel senso dell'iper­sensibilità, che in quello dell'apatia quasi totale, come nella rapidità dei riflessi.

Dall'estremità delle ramificazioni nervose fino ai centri del cervello. Tutto dipende dall'individuo.

(Di colpo, s'arresta).

Sei mai stato interrogato?

XX      Cosa?

AA      (secco, brutalmente)    Dalla polizia.

XX      Non ho fatto niente.

AA       Non ti ho chiesto se hai mai fatto niente, ti domando se sei mai stato interrogato?

XX      No.

AA      (in tono nuovamente normale)    Peccato. Saresti stato un magnifico prigioniero politico.

XX      Io, la politica...

AA       Tu di politica non t'immischi, lo so, ma si può sempre ipotizzare... facciamo il caso...

(XX è affascinato da una pubblicità della rivista. Si bagna il dito, volta la pagina, guarda).

Che occhio. Non sarebbe facile estorcere una confessione a un tipo come te, ammesso che avessi qualcosa da dire...

Che talento sprecato! Le incongruenze della vita.

Quelli che non dovrebbero dire niente parlano, e quelli che potrebbero non parlare, non hanno niente da dire.

XX      Posso ritagliare questa?

AA       Cosa?

XX      Questa qui, a colori.

AA       Non mi stavi neanche a sentire.

XX      Io la ritaglio, e buonanotte.

(Scende dalla tavola e si siede sulla seggiola di destra, di fron­te al pubblico. Taglia la pubblicità. Dall'alto, si sente della musica).

AA      (prendendosi la testa fra le mani e tappandosi le orecchie)

Anche questa ci voleva!

(Guarda l'orologio).

Le quattro? Non è possibile.

(Porta l'orologio all'orecchio).

S'è fermato.

Che ora può essere?

XX      Saranno le nove.

AA       Vuol dire che sono soltanto all'inizio.

Faranno questo baccano per altre otto ore almeno.

Fanno festa loro, festa!

XX      Più tardi forse smetteranno.

AA      No, oggi non smetteranno. Non smetteranno. Andranno avanti così fino all'alba! Oggi è il veglione.

XX smette di ritagliare la pubblicità; alza gli occhi, immobi­le, e fissa su un punto davanti a sé. Si sente un fischio dietro il paravento.

AA       Ah, l'acqua.

Esce da dietro il paravento, torna col bollitore. Si siede al suo posto, versa dell'acqua nel bicchiere, poi mette una bustina, XX lascia ricadere le braccia: in una mano le forbici, nell'altra la rivista illustrata. Di sopra la musica è in sordina. AA toglie la bustina dal bicchiere, zucchera il tè, lo mescola. XX lascia cadere le forbici e la rivista. Si alza lentamente, e come un automa si dirige verso il suo letto (a destra). Si la­scia cadere di schianto, guarda il soffitto. AA termina di me­scolare il tè e si mette a osservare attentamente XX.

AA       Che ti succede? Non ti senti bene?

(Rimescola il tè... smette).

Ti senti male?

(XX non reagisce. AA si alza e gli si avvicina).

Oh! Rispondi.

(Lo scuote per un braccio. XX si volge verso il muro, voltando le spalle a AA. AA sembra sconcertato, raccoglie le forbici e la rivista, torna verso XX).

Ehi, perché non hai finito... ritaglia, tieni, stacca, taglia quello che vuoi...

motociclette e videocassette

aspiratori e turboreattori 

moquettes e mistinguettes

televisori e posteriori.

È idiota ma non te lo posso proibire. È chiaro?

Puoi fare quello che vuoi, te lo permetto, ti è concesso, hai l'autorizzazione...                                                             

Capito o no? Cosa c'è? Sei offeso?                                     

(Si siede sul letto).                                                             

Vuoi che lo faccia io? Taglio io? è questo che vuoi? Di', hai bisogno d'aiuto? vuoi che te li prepari io i ritagli?

(Finisce di ritagliare la pubblicità a colori, poi posa le forbici sul pavimento).

Ecco qua. Fatto. Hai visto? Ci voleva poco. E carino, no? Guarda com'è carino. Com'è venuto bene.

(Gli tende la pubblicità ritagliata... la guarda con una smorfia). Ehi guarda... qua!

(Con rabbia) Ma guarda almeno! Che l'ho fatto a fare? Per chi? Ma cos'hai? sei nevrastenico? (Accartoccia il ritaglio e lo getta in un angolo.

Resta un momento seduto senza muoversi. Attraverso i tubi si sente: « Bianco Natale » cantata da un coro infantile. XX, di colpo, nasconde la faccia sotto un cuscino).

Ah, era questo... era...

ecco cos'era... era...

(AA si alza, si guarda intorno, riflettendo. Poi prende una de­cisione. Raccoglie tutta la roba che sta sulla tavola, giornali compresi; posa tutto per terra, vicino al muro. Vuota il tè dei bicchieri nel lavandino. Toglie la federa dal suo cuscino, la rivolta e ne copre la tavola, come una tovaglia. Tira fuori dal­la valigia una bottiglia di cognac che mette sulla tavola. Met­te vicino il pacchetto di sigarette che finora conservava sotto il cuscino. Sciacqua i due bicchieri sotto il rubinetto, li mette vicino alla bottiglia. Si infila la giacca. Nel frattempo la mu­sica a poco a poco scema).

È pronto. Ehi! Sveglia! È pronto.

XX      (tira fuori la testa da sotto il cuscino)   Cosa c'è?

AA      (solenne)    Buon anno!

XX si copre la testa con il cuscino, AA gli strappa il cuscino.

XX      Lasciami stare.

AA      Neanche per sogno. Non voglio bere da solo.

XX      (schernendosi)    Non voglio tè.

AA       Qui abbiamo di meglio, per l'occasione.

XX      (vede la bottiglia e si alza a sedere sul letto)    Dove l'hai pe­scata?

AA       Che te n'importa? Offro io. Mettiti la giacca.

XX      Per fare che?

AA       Perché stasera è festa... Festa. Non ti entra nel cranio? Festa, anniversario, cerimonia, festeggiamenti, celebrazio­ni, culto, rituale... benvenuto all'anno nuovo, èra nuova, epoca nuova, vita nuova, tutto nuovo, alleluia! Ma che fai, vuoi presentarti in maniche di camicia a un ricevimento elegante? Alzati e cammina, divertiti, vestiti!

(Costringe XX ad alzarsi dal letto e lo conduce a tavola. To­glie la giacca che pendeva dalla sedia di destra e la tende a XX).

Mettiti a posto la cravatta! Abbottonati! Pettinati! Non vorrai spaventare l'anno nuovo quando ti vede?

XX      Tu non hai la cravatta.

AA       Io? ... toh, è vero.

XX      E allora?

AA       Io non la porto mai, non la metto, non è il mio stile.

(XX si toglie la giacca, la dà a AA e torna al suo letto).

Ehi! Un momento!

(XX si sdraia di nuovo).

Ma è proprio necessario? Devo?

XX      Quand'è festa è festa.

AA va verso il suo letto: passando, appende la giacca di XX alla sedia di destra. Prende la valigia sotto il letto, l'apre, ne estrae una cravatta. Va allo specchio, l'annoda, XX lo osser­va, poi si alza e va a sedersi sulla sedia di destra. Tira fuori dalla tasca un fazzoletto e si pulisce le scarpe.

AA      (si volta verso di lui, con la cravatta)   Così va bene adesso?

XX      (lo guarda a lungo)    Da quand'è che non ti sei fatto la barba?

AA       Chi se lo ricorda più.

XX      Appunto. Te la puoi anche fare.

AA      Ah no! Non vorrai mica che mi faccia anche la barba?

XX      Come me la sono fatta io, te la puoi fare anche tu.

AA       Cretinate... adesso nessuno se la fa più.

XX      Io me la sono fatta.

AA       Provincialismo, oggi nessuno è più obbligato a farsi la barba. Ai tempi di tuo nonno, forse...

XX      I giorni feriali no, ma la festa sì.

AA       Domeniche e feste comandate? E va bene. Ma a una con­dizione.

XX      Cioè?

AA       Che ti cambi i calzini.

XX      (contempla con stupore i suoi piedi nelle calze bucate) Perché? Li ho appena messi!

AA       O così o niente.

XX      Se mi metto le scarpe non li vedi più.

AA      È un ultimatum.

XX      E va bene.

(Tira fuori da sotto il letto una valigia di cartone, e ne estrae un paio di calze. Si leva le vecchie e le mette nella valigia. Mette il paio nuovo, meno bucato delle precedenti. Torna verso la sedia e si rimette le scarpe. Intanto, AA si toglie la giacca e l'appende alla sedia di sinistra. Si ferma davanti allo specchio e comincia a radersi, XX resta seduto, senza muover­si, ma continua a guardarlo).

Non vedo l'ora che venga la primavera.

AA       Perché?

XX      Perché ho sentito dire che in primavera certe donne vanno in giro senza mutande.

AA       Ma, è una fissazione...

XX      È vero, ti assicuro...

Adesso stiamo scavando per mettere i tubi delle fogne...

AA       Non ne vedo il nesso.

XX      Perché, quando ne passa una, di sotto, si vede tutto.

AA       Ah, è così che si diverte la plebe...

XX      Adesso stiamo scavando in centro. Prima in periferia, era un disastro. Se ne vedevano poche, ed erano tutte o vecchie o brutte. Mentre adesso dove siamo ce ne sono an­che in pelliccia.

C'è sempre uno di noi che sta di guardia. Quando ne vede arrivare una fa un segnale.

Il posto migliore è quando si scava davanti a un grande ma­gazzino, vicino al reparto biancheria femminile. O davanti a un parrucchiere per donna.

Una volta, mi ricordo, che passavamo dei tubi davanti a un ristorante di lusso, alla profondità che ci vuole: un metro e mezzo. In alto, c'era una passerella strettissima... si vedeva tutto. Un altro po' e mi storcevo il collo. Quello era un bel posto!

Anche dove siamo adesso non è male. Perché non ci vieni? un giorno...

AA      Eh, se non dovesse capitarmi di meglio.

XX      Andava male quando si lavorava davanti alla caserma. Per due settimane solo soldati.

AA       E tua moglie ci va dal parrucchiere?

XX      No, ma che, scherzi?

AA       E al ristorante?

XX      Figurati! A casa mia si mangia solo roba fatta in casa.

AA       Ma la spesa andrà pure a farla.

XX      Sì.

(Pausa).

Però da noi non ci sono fogne.

AA      Ma c'è una caserma.

XX      Sì. Come lo sai?

AA      Figurati se non c'è una caserma. Da noi è pieno di ca­serme. Beh, allora lei forse andrà dalla parte delle caserme.

XX      Chi?

AA       Tua moglie. (Pausa).

XX      Che c'entra?

AA       Niente. Ho finito.

(Si sciacqua il viso. Si asciuga).

A tavola!

XX si alza. Si mettono la giacca tutti e due, facendosi da specchio, uno di fronte all'altro. AA a sinistra, XX a destra della tavola. Poi si siedono simultaneamente. AA stappa la bottiglia e riempie i bicchieri.          

XX      Tu sei sposato?

AA       Due volte.

XX      Come due volte?

AA       Sono divorziato.

Alla nostra.

XX      Bambini?

AA       Bambini... Ah, figli? No, niente figli.

XX      Ma allora perché ti sei sposato?

AA       Come sarebbe « perché». L'amore...

... perché le nostre anime possano comunicare...

Forza, bevi!

Alla salute!

(Bevono).

AA prende una sigaretta e tende a XX il pacchetto. XX pren­de una sigaretta. AA cerca nelle tasche un fiammifero. XX ne tira fuori una scatola dalla tasca destra, ma la rimette subi­to. Prende un'altra scatola dalla tasca sinistra, fa accendere AA, accende la propria sigaretta, poi rimette la scatola dei fiammiferi nella tasca sinistra. Aspirano tutti e due il fumo. Pausa.

XX      Senti, perché te ne sei scappato?

AA      (strappato ai suoi pensieri)    Cosa?

XX      Perché sei scappato dal paese? Non stavi bene? Avevi due donne, un appartamento nella capitale. Guadagnavi bene, conoscevi gente per bene, importante... e qui?

AA       Vedi, non si fugge verso qualcosa... Si fugge da qualcosa...

XX      Appunto. Ma là stavi meglio di qui.

AA      Un giorno sono andato a spasso in un giardino pubblico. In un viale c'erano dei bambini che giocavano. Quando, all'improvviso, ho visto un ragazzo, appena più grande di loro, nascosto dietro un boschetto di lillà. Raccoglieva dei sassi, li tirava contro quei bambini, e subito dopo correva a nascondersi. Era contento. Era tutto soddisfatto. Se la ri­deva, tutto orgoglioso, chi lo sa. Era ben piazzato, forte, muscoloso, robusto.

Tirava un sasso, e si nascondeva... un sasso e via...

(Pausa).

XX      Che età aveva?

AA       Dieci, dodici anni.

XX      (intenerito)    Come il mio.

AA       Sarà stato cinque anni fa.

XX      Il mio più grande adesso ha quattordici anni.

AA       Ecco, poteva essere tuo figlio. (Pausa).

XX      E dopo?

AA       Niente. Tutto qua.

XX      Ma dài, di' la verità.

AA       È la verità.

XX      A chi lo racconti? Uno se ne va all'estero perché un ra-gazzotto tira sassi in un giardino? E non li tirava neanche a te.

A me puoi parlare, come a un fratello.

AA       Allora diciamo... come dire, che ho sempre avuto dei problemi di dizione.

Per esempio la parola: militarismo.

Troppo difficile per me. Non sono mai riuscito a pronun­ciarla correttamente.

XX      Tu? Con tutti gli studi che hai fatto?

AA       Beh, forse non era tanto un problema di dizione quanto di intonazione. È il tono che fa la musica. Non ho mai can­tato bene in coro, capisci.

XX      (a voce bassa, confidenzialmente)    Sei... un politico?

AA      Sì. Si può anche chiamare così.

(Si alza).

Perché, non te n'eri accorto?

XX      E me lo dici solo adesso?

AA       Credevo che fosse ovvio, fin dall'inizio.

XX      (socchiude la porta con infinite cautele, sbircia fuori, richiude la porta e torna verso la tavola)    Sei sulla lista nera?

AA       Probabilmente.

(XX resta in piedi, indeciso)

Che fai lì in piedi?

XX      (sedendosi)    Che fesso. (Si batte una mano sulla fronte col pugno).

Ma sicuro, fin dall'inizio, c'era qualcosa che non mi suona­va bene.

Non fa niente. Non va a lavorare. Se ne sta tutto il giorno sdraiato sul letto a leggere.

Mani piccole, senza calli... Un intellettuale...

AA       Perché, tu credi che lavorare significa solo scavare fossi?

XX      E allora cosa stai a fare li sempre a letto?

AA       Penso.

XX      (irritato e sprezzante)    Ahhh!

Ma va! A cosa?

AA       A te, per esempio. Mi domando se sapresti recitare la parte del delatore.

XX      Delatore!?

AA      Sì, denunciarmi. Non qui, naturalmente, non ora, ma laggiù, al paese.

XX      Ma se non ti conoscevo neanche?

AA       Perché, secondo te, si denunciano solo amici, parenti, conoscenti?

No. Guarda...

Ammettiamo che tu sia in galera e io vengo a proporti di evadere. Anzi no, che ti propongo un piano per far saltare in aria la prigione.

Tu che faresti?

XX      Quale prigione?

AA      Una prigione dove non si sta troppo male. Dove hai da mangiare, dove non fa freddo.

XX      Mai sentito parlare di una prigione così.

AA      Una prigione confortevole, dove una cosa sola è proibi­ta. È proibito nominare tutte le parole che cominciano con la lettera P.

XX      E perché?

AA      Perché non si può né scrivere né pronunciare, per esem­pio, la parola « prigione». Puoi parlarne solo per allusioni o sinonimi. Proibito nominarla. Proibito scriverla... proi­bito pensarla.

XX      Non è una prigione.

AA      Allora, se io ti proponessi di farla saltare in aria, questa prigione, mi denunceresti?

XX      (s'alza di scatto)    Ma insomma, che vuoi da me?

AA      Niente. Mi domandavo soltanto che cosa sarebbe suc­cesso se io te l'avessi proposto...

XX      Ho moglie e figli io!

AA      E io invece ho... io ho... che cos'ho io? Diciamo che ho le mie parole: le mie care, le mie carissime parole, parole che cominciano con tutte le lettere dell'alfabeto. No, non ti propongo un bel niente. Mi guardo bene dal proporti qualcosa. Sta' tranquillo. Non rischi niente con me. Non sono un eroe.

XX      Beh, se ne vedono tante a questo mondo...

(XX si siede. AA versa da bere).

AA    Alla salute del buon senso dei sani di spirito! Prosit! Alla tua! Cin cin! E non aver paura: io non sono che uno straccetto. Un vigliacchetto, anzi per dirla in modo più sempli­ce, più umano: un farabutto!

Beviamo, qui siamo fra di noi.

(XX posa il bicchiere).

Perché non bevi?

Capisco, ora stai pensando: questo è un provocatore, eh? Confessa. Ho detto che ero un farabutto, e subito hai pen­sato che se ho detto questo è perché sono un provocatore. Non è così?

(XX tace, AA alza il bicchiere).

Beviamo?

(XX non reagisce).

Attento... stai facendo una gaffe...

Andiamo male, mio caro, malissimo.

E se io fossi veramente un provocatore?

Tu ti devi sentire libero con me.

In presenza di un provocatore, un cittadino leale non deve essere eccessivamente leale, proprio per provare la sua lealtà al governo. Ma è troppo difficile.

Bevi con me.

Guarda che io posso fare un rapporto a chi di dovere.

XX      Non voglio bere con te.

AA       Attenzione! Io rappresento lo Stato... il governo... l'au­torità... il potere...

XX      Non per questo...

AA      Ma allora perché?

XX      Tu hai detto che sei un farabutto.

AA       Sì.

XX      Beh, appunto, è per questo.

AA       Ah... E tu non vuoi bere con un farabutto?

XX      Io con un farabutto posso anche bere, ma tu prima hai detto che qui siamo tra noi...

Cioè come dire che hai dato del farabutto anche a me.

AA       Perché, non lo sei?

XX      No.

AA       Ah ti senti migliore di me?

XX      No, non è questo. Solo, perché sarei un farabutto?

Eh? Cosa t'ho fatto per farmi dare del farabutto?

Eh?

(AA tace).

Qui siamo « tra noi ». Tra noi che cosa?

(AA tace).

Se non lo sai sta' zitto, e non insultare. Senza motivo non si insulta così la gente!

(Pausa).

AA       Diciamo che ho esagerato un po'. Va bene?

XX      Beh, così è diverso. Allora, non « siamo tra noi ».

AA      Diciamo non completamente.

XX      (felice)    Questo cambia tutto. Possiamo bere insieme!

AA       Non ho difficoltà.

XX      (sollevato)    Allora beviamo.

AA       Facciamo pace?

XX      Pace!

Fanno tintinnare i bicchieri, brindano, bevono.

AA      Però, è curioso. Io mi domando, perché, fra noi due, do­vrei essere per forza io il provocatore?

XX      Oh, adesso basta, no... Quanto manca a mezzanotte?

AA       Non so. L'orologio è fermo.

XX      Si potrebbe domandare a qualcuno.

AA       Intanto, sai quanto botti sentiremo a mezzanotte!

XX      E i miei che m'aspettano a casa. Tutti gli anni è così. I bambini m'aspettano. Sperano che arrivi... E anche questa volta non ci vado. Che vita...

AA      Ma perché non sei andato a trovarli? Tu in vacanza a casa ci puoi andare.

XX      Vacanze, io? Che vacanze vuoi che faccia io? Quando mai faccio vacanza?

AA       Perché non le chiedi?

XX      Ma per carità! Non sono mica qui per fare le vacanze? Io sto qui per fare soldi.

Quando ritornerò, mi prenderò le vacanze. Una settimana intera. Metterò giù una coperta, nell'orto, e dormirò. Mi faccio una scorpacciata di sonno. Sai che dormite. Non al­zerò un dito. Ogni tanto aprirò un occhio, per vedere se il cielo è ancora lì, poi di nuovo a dormire. La mogliettina che mi porterà da mangiare. E dopo...

AA       E dopo?

XX      Dopo mi alzo e mi vesto. Chic. Tutta roba estera...

AA       Perché estera?

XX      Come perché? Perché sarà il mio compleanno.

AA       La tua festa?

XX      E sì. Sono nato a maggio.

Inviteremo tutto il paese. Tutti proprio no. Ce ne sono cer­ti che mi stanno qui. Quelli non li invito. Che crepino di rabbia. Ammazzeremo il maiale, o un vitello, o una vacca.

Compreremo tanta di quella grappa che ce ne sarà per tut­ti, e anche d'avanzo.

Devono godersela, divertirsi: devono vedere che sono tor­nato dall'estero. Metteremo tutto nell'ingresso, come una mostra. Tutti devono vedere. Ma non toccare. Ah no, guardare ma non toccare. Metterò mio cognato di guardia. No, mio cognato, no, anche di quello mi fido poco.

AA      Puoi mettere un cane.

XX      Un cane?

AA       Sì, un cane, cattivo. Così nessuno s'avvicina. Un cane non c'è pericolo che rubi.

XX      Buona idea. Poi faremo festa per tre giorni...

AA      Non lo metto in dubbio.

XX      E finita la festa sai che farò? Comincerò a costruire la casa.

AA       Ma va'!

XX      Sì, una bella casa. Di pietra. A un piano e riscaldamento centrale.

AA       Ma va'.

XX      La più bella casa di tutto il villaggio. Coi miei soldi.

AA       Ci metterai molto?

XX      Beh... qualche annetto. E quando avrò finito sloggeremo dai suoceri e abiteremo nella nostra casa nuova. Eh? Che te ne pare?

AA       Un bel progetto.

(Si alza e tende il bicchiere). Allora... Alla casa...

XX      Alla casa!

Brindano. Poi, improvvisamente, la mano con cui XX regge il bicchiere comincia a tremare.

AA       Attento, cosa fai? versi tutto!

Tieni la mano ferma: ne butti via la metà...

Ma che ti succede? Che accidenti t'è preso?

(Incapace di reggere il bicchiere, XX lo posa sulla tavola. Si siede davanti al pubblico, di profilo rispetto a AA, che posa il bicchiere anche lui, poi si avvicina a XX).

Fa' vedere le mani.

(XX mette le mani in tasca).

Fa' vedere le mani!

(XX, reticente, tira fuori le mani dalle tasche).

Stendile.

(XX tende le mani davanti a sé, stringendo i pugni).

Non così: aprile!

(Gli apre i pugni a forza. XX volta la testa tendendo le braccia davanti a lui. Le sue mani tremano. AA si allontana, di lato,senza guardare XX. Costui rimette le mani in tasca).

È da molto che sei così?

XX      Un anno.

AA       Ti succede spesso?

XX      Ogni tanto.

AA       Sempre più spesso?

(XX tace).

Ti domando se ti succede sempre più spesso.

XX tace. AA prende il bicchiere dal tavolo, passa dietro di lui, e mettendogli il braccio sinistro sotto il mento l'obbliga a tirar su la testa. Gli incolla il bicchiere alle labbra. XX beve il contenuto. AA posa il bicchiere vuoto sulla tavola e prende il suo, pieno.

XX      (tossendo e sputando)    Grazie, grazie mille.

AA       Perché non impari la lingua?

(XX continua a tossire, ma stavolta deliberatamente, per gua­dagnare tempo).

Ti domando perché non impari la lingua?

XX      Quale lingua?

AA       La lingua di qui!

XX      (tira fuori le mani dalle tasche)    Fra poco passa.

(Rimette le mani in tasca).

AA      Vuoi rispondermi o no?

XX      Perché non parlo la loro lingua?

AA       In questo paese sei un analfabeta. Peggio di un sordomuto.

XX      Io non voglio parlare come loro.

AA       Perché no? Vivi qui, abiti qui. Mangi, bevi, cammini per la strada come la gente di qui. Perché non vuoi parlare come loro?

Potresti trovare un lavoro migliore.

XX      Qui non è gente...

AA      No?

XX      No. Non sono umani... qui non c'è gente...

AA       E dove sarebbe la gente, secondo te?

XX      Da noi.

AA       Ah già.

XX      (tira fuori le mani di tasca e se le guarda)    Sta passando.

(Rimette le mani in tasca).

AA       Sai che cosa succede alla gente che lavora per troppo tempo su quella macchina?

XX      Invecchiano.

AA       Non solo.

XX      Diventano un po' sordi.

(Tira fuori una mano di tasca e s'infila un dito nell'orecchio).

Da un po' di tempo sento un fischio. Non sento più tanto bene.

AA       Questo è normale. Ma c'è anche dell'altro.

XX      (toglie il dito dall'orecchio, e l'altra mano di tasca)   Ehi!

Ehi, m'è passato!

AA       All'orecchio?

Il fischio all'orecchio?

XX      No, le mani.

AA      A furia di subire vibrazioni, otto ore al giorno, per anni, si altera il tessuto connettivo, quello che tiene insieme il corpo e le ossa.

Da quanto tempo sei qui?

XX      (si guarda le braccia tese)    Vedi? non tremano più.

AA      Ho chiesto da quanto tempo lavori su quella macchina.

XX      Tre anni.

AA    Alterazioni del tessuto: sai cosa vuol dire? La carne co­mincia a staccarsi, a scollarsi dalle ossa, hai capito?

XX      Oh, sarà anche tre anni e mezzo.

AA       E questo è chiaro, una inabilità totale al lavoro.

XX      Parli sul serio?

AA    Ci sono istituti di medicina del lavoro che studiano que­sti casi. È una vera malattia professionale.

(Pausa).

XX      Ma va'... sono tutte fesserie... per farmi paura...

AA      (l'afferra per il bavero) Ma ti credi un uomo tu? Sei una bestia, non un essere umano. Non sei neanche un farabutto! Non sei un uomo, non sei un cane, d'accordo. Sei un vitel­lo? Peggio, un bue! Un bue indifeso, cocciuto e idiota.

Un bue da fatica, che fatica a tirare l'aratro finché non crepa. E questo lo rende felice. E ne vuole ancora, ancora un po' di lavoro, per favore!

Con un po' d'erba è contento, soddisfatto! Perché tu sei contento, è vero che sei contento? Su, dillo!

XX      Non mi scuotere.

AA      Io ti scuoterò finché non ti sveglierai da questo sonno bovino.

Tu, quando non lavori, dormi... o rumini. Io ti scuoterò e urlerò finché non avrò fatto di te un uomo! Mi fermerò solo quando ci sarò riuscito.

Perché fino a quando tu resterai un bue... io resterò un fa­rabutto. Le due cose vanno d'accordo. Bue e farabutto. E io sarò l'ultimo dei farabutti finché tu sarai un bue da fa­tica.

Non c'è altra soluzione.

XX (minaccioso)    Lasciami, t'ho detto.

AA    Perché non è possibile che uno soltanto di noi due sia un uomo. O lo siamo tutti e due, o nessuno.

(Si lancia in un volo lirico, in parte sotto l'influsso dell'alcool già ingurgitato, e continua a tenere XX per il bavero).

E quando, tutti e due, saremo capaci di reggerci sulle no­stre gambe, ci ergeremo. E allora, vedremo sopra le nostre teste un ramo dondolare dolcemente.

E su questo ramo, un frutto. Il frutto proibito! E il vento che agita questo ramo è il vento della storia. Allora noi ten­deremo le mani e...

XX      (lo colpisce sulle mani. AA lascia i risvolti del bavero e indie­treggia titubando) Giù le mani! Lasciami, a chi vuoi met­tere le mani addosso tu, eh? A chi? A me?

AA       Non vedi niente?

XX alza il braccio, si appresta a colpire AA. La luce si spegne.

Oscurità totale. Al piano di sopra si sente la gente esclamare in coro, dare in un ohhhh di sorpresa, come sempre quando la luce va via.

Poi suoni di trombette. Fischi.

Simultaneamente, un orologio batte dodici rintocchi. Da lontano, le campane si mettono a suonare.

AA      (la sua voce nell'oscurità)    Mezzanotte!

XX      (la sua voce)    Perché è andata via la luce?

AA       Spengono la luce a mezzanotte dell'ultimo dell'anno. È l'usanza.

(Pausa).

Hai un fiammifero?

(XX accende un fiammifero. AA va dietro al paravento e ne ri­torna con un portacandele. Accende la candela con il fiammi­fero che tiene XX. Posa il portacandele sulla tavola. Si volta verso XX).                                    

Ecco.

XX      (si gratta la gola imbarazzato)   Oh, beh.

AA       Allora, si potrebbe...

XX      Come vuoi...

AA       In questo caso...

XX      Già... mmm.

AA       Certo...

XX      Perché no.

AA       È il momento di bere!

(Versa da bere).

All'anno nuovo.

XX      (alza il bicchiere)    Buon anno.

Brindano e vuotano i bicchieri. Sono ancora un po' rigidi, imbarazzati. Si siedono. AA sulla sedia di sinistra, XX su quella di destra.

XX      Suonano le campane.

AA       Nelle chiese.

(Pausa).

XX      Allora io ti...

AA      Anch'io...

XX      Quello che è stato è stato.

AA       Mettiamoci una pietra sopra.

(Tende la mano a XX).

XX      Alla nostra.

(Tende la mano a AA).

AA       Auguri...

XX      Buon anno...

Si stringono la mano. Accendono le sigarette, come prima, seguendo lo stesso procedimento, con questa differenza: XX non ripete la scena delle scatole dei fiammiferi. Si siedo­no comodamente. A partire da questo momento sono en­trambi sotto l'influsso dell'alcool, specialmente XX.

XX      Eh... un altro anno nuovo... come corre il tempo... Mi ri­cordo... quando tempo fa? Poco, ero ancora un ragazzino, pascolavo le vacche, salivo sugli alberi a prendere le uova di corvo dai nidi, sai, andavo a scuola scalzo... Ma solo d'autunno, in primavera c'era da lavorare nei campi, e d'inverno faceva troppo freddo... Poi mio padre se n'è an­dato a lavorare in città. Ma i nonni sono rimasti in campa­gna. Nella miseria più nera: ma sono rimasti. Sono strani quei vecchi... C'è da credere che amassero la loro miseria. A me non piace la miseria. (Si batte il petto). Nessuno sarà capace di farmi dire che mi piace.

AA       E a chi piace la miseria?

XX      Neanche a mia madre piaceva. Le piaceva talmente poco che si beveva tutto quello che guadagnava. E dopo le pia­ceva ancora meno. E ricominciava a bere. Ma io non bevo. (Beve).

AA       Fai bene.

XX      Perché non mi piace. A me piace avere qualcosa. Quando ce l'ho... ce l'ho. Quando la mollo, non ce l'ho più. Giusto?

AA       È giusto.

XX      Lavoro? Ma mi pagano. E quando m'avranno pagato per un po', sarò ricco. E non avrò faticato per niente. Giusto?

AA       Logico.

XX      Soltanto, ci sono dei momenti che mi domando: a che serve tutto questo?

AA       Cosa vuoi dire?

XX      Beh! Quello che ho... non me lo posso portare appresso anche in paradiso, quando crepo. Non mi lasciano passare con quello; e all'inferno poi, già ci si sta stretti... figurati con quello... Allora perché uno si deve ammazzare così?

AA       Ma sei tu che l'hai voluto.

XX      Sì, ma cosa ne ricavo? Perdo la salute... Nessun piacere... Non bevo. Non fumo. Tranne quando offri tu...

AA      (gli offre il suo pacchetto di sigarette)    Forza, serviti, per fa­vore.

XX      Dio te lo renda in tanta salute.

Tanta salute.

(Prende una sigaretta, ma la ributta subito sul tavolo).

Me lo sai dire tu? Perché? Per chi tutto questo?

AA       ... Per i tuoi figli. Tu costruirai una casa e la lascerai a loro.

XX      E loro a chi la lasceranno?

AA       Ai loro figli.

XX      Ah... (Pausa). E come finirà?

AA       Non c'è fine.

XX      Come non c'è fine? Senza fine? Non finirà mai?

AA      Forse non finirà mai.

XX      Mmmm... Senza fine, dici tu... Ma allora perché è comin­ciato?

AA       Tu mi fai delle domande difficili... Se le era poste anche Schopenhauer.

XX      Chi?

AA       Schopenhauer.

XX      Un ebreo?

AA      Non necessariamente.

XX      A me non va, non mi piace, questa cosa. Se c'è un inizio ci dev'essere una fine. Se no, che ci sta a fare l'inizio?... La fine non c'è. Un inizio nato storto, e intanto io sgobbo, sgobbo... Mai una soddisfazione... Mai al cinema... Mai a donne... Ma tu credi che sia facile?

AA       Non l'ho mai pensato...

XX      E facile parlare.

Prova un po' a vivere come me...

(Commisero sempre più la propria sorte).

Sai come vivo io? Come una bestia! Come un cane!

AA       Beh, adesso esageri un po'...

XX      (picchiando un pugno sul tavolo )    Non è la verità? Me l'hai detto tu! Sì, come un cane...

AA       No, veramente io ho detto un'altra cosa.

XX      (chinandosi verso AA, confidenzialmente)    Vieni qui. Ora ti dico una cosa.

AA      Di'.

XX      Più vicino...

(Mette la mano sul braccio di AA e l'attira verso di sé, al pun­to che le fronti sembrano toccarsi. Gli sussurra qualcosa, con passione, ma intimamente).

E... avevi ragione tu.

Riprendono le loro posizioni di prima.

AA      (in tono esageratamente gentile, mondano)    Ma noooo...

XX      (poggia l'indice sulle labbra)    Scccc...

(Si mette improvvisamente a gridare).

Come un cane! Peggio di un cane! I cani almeno non devo­no fare questa naia! Ma è vita questa? Dimmelo tu, è vita?

AA      Da un punto di vista biologico... strettamente biologico...

XX      Sì o no? È vita questa?

AA       Dipende...

XX      (taglia corto)    No. Non è una vita. Versa da bere!

AA       Per il momento basta, non ti pare?

XX      No! Non basta! È la prima volta che bevo da quando sto qui. Me lo sono meritato, no?

AA       Senza dubbio.

Riempie i bicchieri. Bevono.

XX      Come fa bene... Adesso ti faccio un indovinello.

AA       Sentiamo.

XX      Ha ma non ha. Cos'è?

AA     Vediamo... ha...

XX      Ma non ha...

(Si diverte, ride).

AA       Ha... ma non ha... ha ma non ha... ha ma non ha. Non lo so.

XX      Indovina.

AA       No. È troppo difficile per me. (XX si batte il petto con un dito). Tu?

XX      Io.

AA       Ha...

XX      ... ma non ha. Buona no? (Scoppia a ridere).

AA       Ma che cosa hai tu?

XX      (smette di ridere, in tono minaccioso)    Perché non ho nien­te, secondo te?                            

AA       E cos'hai tu?

XX      Mi hai preso per un morto di fame? Mio padre era un morto di fame, mio nonno era un morto di fame, ma io no! Vuoi vedere? Adesso ti faccio vedere?!

(Cerca di alzarsi, appoggiandosi pesantemente alla tavola).

AA       Non importa.

(Posa la mano sul braccio di XX e lo costringe a risedersi).

XX      Io me lo posso permettere! Cameriere!

(Ampio gesto del braccio).                                               

Pago tutto io!

AA       Sei ubriaco.

XX      (Pausa. XX si alza e barcollando va verso il lavandino a lavar­si la faccia)    Cosa aspetta questa luce. Accendi la luce.

AA      È accesa.

XX      Ah.

(Pausa. XX cerca il lavandino nella penombra). Che cos'è che è accesa?

AA       La luce.

XX      Come può essere accesa, se è buio?

AA      L'han tolta, adesso tornerà.

XX      (trova finalmente il lavandino. Mette la testa sotto il rubinetto e lascia scorrere l'acqua)    È l'anno nuovo! L'anno nuovo!

AA       Sì, ma dura un po' troppo.

XX      Forse è la lampadina che è fulminata.

AA      (sale sulla sedia con la candela in mano. Esamina la lampadi­na al lume della candela)    No, la lampadina è a posto.

(Scende dalla sedia, va verso la porta, la socchiude, dà un 'oc­chiata in corridoio). Buio dappertutto. Sarà un corto circuito.

(Chiude la porta e posa il portacandele sul tavolo). Siamo al lumicino.

XX      (cerca di parodiarlo, gli fa il verso)    Accenderemo il pistolino...

AA      (irritato)    Molto divertente.

XX      (chiude il rubinetto, si asciuga il viso con le mani, scrollando­si e sbuffando)    Perché, non ti piace?

AA     No.

XX      Forse neanch'io ti piaccio, vero?

AA       Neanche tu.

XX      E allora che ci stai a fare qui, eh?

(Pausa).

AA       Ecco una questione fondamentale.

XX      Io non ti ho mica invitato.

AA       È vero.

XX      Ti sei invitato da solo.

(Pausa. XX si siede su una sedia questa volta a sinistra della tavola).

Di' un po', tra di noi, ma che cazzo fai qui con me?

AA       A tavola?

XX      Ma che c'entra la tavola? Ti domando che fai qui, in que­sto letamaio.

AA       Mah.

XX      Che ci fai?

AA      Quello che fai tu.

XX      Non è vero. Io sono obbligato a starci.

Io sono un bue da fatica, un analfabeta, una bestia... ma tu sei istruito, parli le lingue.

Tu non sei obbligato.

AA       Questo è vero.

XX      Tu puoi cavartela dovunque. Far carriera.

Eh, spik inglish e bla e bla bla.

Allora che stai a fare qui? Che cerchi?

AA       Niente.

XX      No, tu ti aspetti qualcosa da me.

Io mi sono fatto delle domande, sai? Io per te non sono niente. Un estraneo. Tu mi dài da mangiare, mi presti i soldi.

Bestemmi ma me li presti.                                           

Ti do fastidio, ma non te ne vai. Perché non te ne vai se sei così delicato? Perché tu sei delicato, no?

Chi ti obbliga, io? Se non ti va, che fai qui con me?

Io non ti trattengo. Allora, cosa vuoi da me?

AA       Niente.

XX      Mi prendi per un imbecille? Sarò ignorante magari, ma imbecille no. Di', parla. Puoi dirmi tutto, visto che abbia­mo bevuto insieme. Sennò, perché bevi con me?

AA      Per espiare.                                 

XX      Espiare cosa?

AA      Per espiare i peccati dei miei antenati, che non hanno mai brindato insieme ai tuoi.

XX      Ed è un peccato?                                                        

AA       È un peccato nazionale.

XX      Ma che balle che racconti!

AA      Non mi credi?

XX      No.

AA       Hai ragione. Ecco il solito buon senso popolare. Ma allora sai che ti dico? All'inferno gli antenati. Si tratta solo di me, oggi. Voglio fraternizzare col popolo, hai capito? Mi sento populista.

XX      Cosa ti senti?

AA      Populista. È una parola dell'Ottocento. Anche un idea­le. Andare verso il popolo perché nel popolo è la forza.

XX      Ma a chi lo racconti?

AA      Sano scetticismo popolare. Ancora un po' e mi farai di­ventare veramente populista. Quante qualità avete! Il buon senso, il fiuto della verità, una innata capacità di au­tocritica... Perché no? Potrei essere un socialista, io.

XX      Ma va'.

AA      Davvero. Lascia stare la colpevolezza mistica, il bisogno di espiare i peccati commessi dalle generazioni passate. Lascia stare i miraggi nazional-populisti, potrei essere sempli­cemente uno scienziato, un razional-progressista. Tu sei il motore della storia: e io non posso brindare con un mo­tore?

Che c'è di strano che io coabiti, mi faccia le uova al tegamino, vada in giro in mutande, mi asciughi la faccia allo stesso asciugamano di cui si serve la classe sociale più avanzata? Che c'è di strano?

XX      No, a me non la racconti

AA       Perché?

XX      Perché li conosco quelli. Ce n'è uno che viene sempre al nostro cantiere, a distribuire volantini... Sempre col sorriso, ci tratta in guanti bianchi... Non ci critica mai. Spiega.

AA       E io non spiego.

XX      No. Tu critichi.

AA       Critico.

XX      Come no. Non ti va bene niente: questo no, quell'altro no... Ogni passo che faccio mi sgridi... Si vede subito che sei un signore, non un socialista...

AA       Non riesco proprio a fartela.

XX      Eh, sono furbo io! Ho occhio, io! Io un socialista lo rico­nosco da lontano. A te invece non riesco a collocarti bene.

AA       Chi lo sa. Forse sono davvero un provocatore.

XX      Eh? E staresti dietro a me? No, sono un pesce troppo piccolo. Che se ne fa di me il potere? Qui o laggiù, io sono solo uno che lavora e basta. Dove mi mettono sto. Se tu fos­si davvero un provocatore non staresti qui a perdere tempo con me. Te ne andresti da qualche altra parte, dai pezzi grossi... dai professori, i politici, da quelli che pensano.

AA       Tu non pensi mai?

XX      Cosa vuoi che pensi?

Io penso a fare quattrini, portare soldi a casa... ai miei figli... a mia moglie... penso alle donne, magari. È normale, tutti pensano a questo, ma questo non interessa il potere. Basta che non faccio il furbo, me ne sto tranquillo nel mio angolino, che gliene frega al potere di quello che penso io? Un provocatore per me, è sprecato.

AA       Alla libertà tu non ci pensi mai?

XX      In che senso?

AA       Beh,... A essere libero.

XX      Libero come?

AA      Non so... libero di dire quello che pensi.

XX      Ma te l'ho detto quello che penso. E te lo posso anche ri­petere. Io posso dirlo dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina.

A me il potere non m'impedisce di dire quello che penso... Figurati... i miei pensieri...

AA       Ma non pensi mai a pensare un po' di più?

XX      Pensare a pensare?

AA      Si può anche dire così.

XX      Ah no... non sono mica scemo io.

AA       Pensare non vuol dire essere scemi.

XX      Dipende.

C'era uno scemo al paese. Ma scemo scemo, non faceva niente, perché non sapeva far niente. Non sapeva neanche pascolare le vacche.

Non aveva né casa né famiglia, campava di quel che gli dava la gente. Allora, cosa faceva? Dato che non faceva niente? Pensava? A cosa poteva pensare, se non sapeva far niente e non faceva niente? Pensava solamente a pensare, pensava ai pensieri suoi: lui non faceva che pensare. E per questo era intelligente?

No, era scemo. Lo scemo del paese.

AA       Ma era libero.

XX      Ho capito! Sei un prete!

AA       Io?

XX      Sì. Sei un prete.

Già prima, quando m'hai preso per il collo, avevo dei dub­bi. Un frate predicatore. Uno di quei frati che arrivano e dicono: vedete questo potere? È il diavolo. Non servite il diavolo. Servite Gesù Cristo! Ma cos'è questo Gesù? Do­v'è? Fatemelo vedere! La libertà? Dov'è la vostra libertà? Cosa vuol dire? Io conosco una sola libertà: quella di non essere obbligato a andare a lavorare. Io, la domenica, sono libero.

Dammi sette domeniche per settimana e ti bacerò i piedi come a Gesù Cristo, sette domeniche pagate.

AA      E se invece io ti togliessi anche quell'unica domenica che hai?

XX      Tu? E cosa puoi fare tu? Tu non puoi darmi niente, e non puoi riprenderti niente. Tutto quel che puoi fare è startene sdraiato sul letto e farmi la predica... Il predicatore del letto.

AA       Io non posso, ma il potere sì.

XX      Allora, vuol dire che bisogna tenersi buono il potere perché se può togliere può anche dare. Ma a te, non piace il potere?

AA       Non m'entusiasma.

XX      E tu non piaci a lui.

E sai perché? Perché davanti al potere non sei meglio di me. Tu con tutte le tue lauree e i tuoi libri. Tu, davanti al potere, non sei più furbo di me. Quando siamo davanti al potere, e il potere è uno solo, a tutti viene la strizza alle stesso modo. Davanti al potere siamo tutti uguali.

AA       Come al pisciatoio.

XX      Perché no? Io non sono tanto delicato, sai?

AA       Bravo! Vieni qui che t'abbraccio.

XX      Perché?

AA      Perché non mi hai deluso. Contavo su di te. Avevo ragio­ne. Di uno come te avevo bisogno. Di uno schiavo ideale.

XX      Allora non sei un prete?

AA       No. Anche se ho tentato di convertirti.

Ma è stata solo una debolezza passeggera. Adesso ho capi­to: evangelizzarti non sarebbe un affare per me.

XX      Tu sei per il potere?

AA      Il mio caso è del tutto anomalo. Ho bisogno di uno schia­vo, ma non a scopi utilitaristici. Ho bisogno di te come campione. Mi è indispensabile come punto di riferimen­to... Soprattutto qui.

XX      Adesso ricominci a raccontar balle.

AA       Niente affatto. Mi hai domandato che cosa facevo, chi ero, che diavolo stavo a fare con te? Ora te lo dico: io sono il cavaliere dell'ultima speranza, e sai chi è l'ultima speranza? Sei tu!

XX      Io sono cosa?

AA       L'ultima carta, la mia musa, la mia ispirazione...

XX      Di' un po', non è che sei un po' finocchio?

AA      Hai ragione tu: davanti alla dittatura, tutti sono uguali. L'uguaglianza davanti alla paura. Ma mi ci è voluto molto per arrivare a questa verità. Con che facilità tu invece hai fatto questa scoperta, fondamentale!... Ti invidio.

XX      T'ho detto che non sono cosi scemo.

AA       È incredibile fino a che punto un uomo, che si crede in­telligente, come me, rifiuta di vedere la verità più evidente, quando questa tocca il suo orgoglio. Prima mi sono dimenato come una scimmia in gabbia, fa­cevo grandi salti da un palo alla rete. Tentavo di entrare nel guscio delle noccioline, per sentirmi padrone di spazi infiniti. Quanto mi ci è voluto per ricavar­ne dalla mia condizione di scimmia e di schiavo, se non dell'orgoglio, almeno un po' di saggezza e un po' di forza...

XX      Da una scimmia?

AA      Sì, caro, da una scimmia, da una scimmia. Gli uomini non discendono forse dalle scimmie?

XX      No.

AA       Questa è la tua opinione. La scienza ti contraddice. Ora, se gli uomini discendono dalle scimmie, io, che sono rimasto scimmia, sono l'aristocratico dell'umanità. E in me, in una scimmia umiliata e imprigionata, che risie­de tutto il sapere sull'uomo. Un sapere inalterato dal gioco dei bussolotti dell'evoluzione e dagli azzardi della libertà. Un sapere primario. Io, scimmia incarcerata, ho deciso di scrivere un libro sull'uomo allo stato puro, cioè lo schiavo, cioè me stesso: l'opera della mia vita, unica nel suo genere, la prima al mondo.

XX      Una scimmia non può scrivere.

AA      Gli escrementi, i gusci di noccioline e gli altri rifiuti di cui era cosparso il pavimento della mia gabbia, improvvisa­mente si sono messi a brillare davanti ai miei occhi come diamanti. Quante ricchezze! Mi sono detto: noi non abbia­mo niente, ma abbiamo la schiavitù! È il nostro tesoro! Tutta la letteratura sulla schiavitù è falsa o sbagliata. È scritta da missionari, da liberatori o da schiavi che sognava­no la libertà.

Che ne sanno delle gioie e delle tristezze dello schiavo, dei misteri dello schiavo, delle credenze, dei riti? Della filo­sofia dello schiavo, della sua cosmogonia, della sua mate­matica? Non ne sanno niente. E io, invece, so tutto. Perciò ho deciso di scriverlo.

XX      E l'hai scritto?

AA       No.

XX      Perché?

AA       Perché avevo paura.

(Pausa).

E per scrivere dovevo smettere d'aver paura. Allora, per non aver più paura, sono scappato.

XX      Allora stai scrivendo?

AA       Per il momento no.

XX      Perché?

AA       Perché non ho più paura.

XX      Non sei mai contento, allora...

AA      Un vero circolo vizioso. Per sfruttare l'occasione della mia vita, l'ho perduta. Fuggendo, ho smesso di essere schiavo. Mi sono sciolto, disperso nella libertà. Teorica­mente, sapevo ancora quello che volevo, ma non ne avevo più né la volontà né il bisogno. Poi, per fortuna, ho incontrato te.

XX      Che c'entro io?

AA      Tu? Tu sei esattamente quello che ero prima che cessassi d'essere.

Tu sei un meteorite che si è conficcato in chissà quali pro­fondità della terra.

Immutato, immutabile, refrattario a qualsiasi sollecitazio­ne. Tu, fortunatamente, sei sempre uno schiavo. Tu mi re­stituisci la mia antica sostanza. Grazie a te, finalmente, scri­verò la mia opera. Ora sai perché ho bisogno di te..

XX      Ma va', non è per questo...

AA      Perché resterei qui, volontariamente con te, in questo le­tamaio? Come lo chiami tu, se non fossi animato da questa grande idea?

XX      E io ti dico che non è per questo.

AA       Perché sto qui allora, dimmelo?

XX      Perché hai voglia di parlare.

AA       Cosa? Scusa?

XX      Eh. Parlare con me.

AA       E di che cosa possiamo parlare, io e te?

XX      Per esempio delle mosche. Delle mosche e della carta moschicida... di come si vive da noi... del passato... ricor­darsi i bei tempi... È normale, no? È umano... Con chi vuoi parlare, se non con me? Con quelli?

(Mostra il soffitto).

AA       Ah no!

XX      Certo che no. Cosa vuoi che sappiano quelli! Un paesa­no capisce subito un altro paesano. Tu vuoi solo parlare, discutere... cosi, fra compagni...

AA       Non è vero! Io devo realizzare un'idea, ho un libro da scrivere, un'opera.

XX      Sì, la Traviata! Cosa credi, che non ti vedo quando m'ar­riva una lettera da casa? Come torci il collo! Te ne vai con la coda tra le gambe in un angolo, e ti metti a leggere, col libro alla rovescia. In quel momento mi fai pena... perché a te non scrive nessuno.

AA       Non mi scrive nessuno perché non ne ho bisogno!

XX      Tu non hai a chi scrivere e nessuno ti scrive.

Figurati! Scrivere un libro! Tu! Ma non lo scriverai mai un libro, tu, anche se sai scrivere, in tante lingue. Ma for­se è meglio così, tanto, su chi scriveresti un libro, tu, pove­raccio?

AA       Su di te.

XX      Ma va', chissà che porcata scriveresti. E a che servireb­be?

AA      Alla gente.

XX      La gente ne ha abbastanza delle sue di porcate, non ha certo bisogno anche delle tue.

AA       La gente ha sempre bisogno della verità.

XX      Sì, ma non di una verità schifosa come la tua.

AA       Hai paura che scriva male di te?

XX      Tu non scriverai niente.

AA      Sto raccogliendo le idee, studio l'argomento, peso il pro e il contro.

XX      Pesa pesa. Cosa fai, il farmacista?

AA      Adesso mi ci metto. Domani, guarda: domani!

XX      Né domani né dopodomani. Ti conosco bene.

AA      E va bene, che me ne importa? Fra un anno. L'impor­tante è che il libro maturi! E allora casca da solo.

XX      Campa cavallo!

AA      Ho tutto il tempo. Io resterò con te tutto il tempo che ci vorrà.

XX      Tu resterai. Io no.

AA       Vuoi sloggiare?

XX      Non cambio casa. Torno a casa. Perché io posso rimpa­triare, invece tu devi restare qui, hai abbassato la cresta, eh?

AA       Quando te ne vai?

XX      Quando ne avrò voglia. Mi servono ancora un po' di sol­di, e poi, via! Chi s'è visto s'è visto. Dalla sera alla mattina posso tornare a casa, io. Posso tornare quando voglio, io.

AA      No. Non torni neanche tu.

XX      Io? E perché? Ma senti questo, oh! Non sono un politi­co, io.

AA       Non si può mai sapere.

XX      Io non ho paura. A me non hanno niente da rimprovera­re.

AA       Sei proprio sicuro?

XX      E di che cosa dovrei aver paura? Tu puoi aver paura. Io non ho niente sulla coscienza.

AA      Tu dici che non scrivo mai lettere. Può darsi. Dici che non scriverò mai il mio libro. Ma posso sempre scrivere qualche altra cosa.

XX      Cosa?

AA       Una denuncia. (Pausa).

XX      Non ho mai fatto niente contro il potere.

AA      Niente? E qui non frequenti... un traditore, un rinnega­to, un degenerato, un nemico del governo?

XX      Io?

AA       Come no? Tu abiti con me, nella stessa stanza...

XX      Non ci sono prove.

AA       Si fa così presto a fornirle... due righe... una letterina. Anche anonima. È sufficiente lo sai. E allora... addio casa, addio giardino, addio moglie e figli...

XX      Perché?

AA      Domandi ancora perché? Tu hai chiacchierato con me, hai bevuto con me, hai brindato con me... a che cosa? Si può sapere di che cosa hai parlato di me? Senza testimoni. Credi che il permesso di soggiorno all'estero te l'abbiano dato per andare a coabitare con un anarchico?

XX     Non mi farai mica questo?

AA       E perché no?

XX      Io ho moglie! Dei figli!

AA       Appunto, tu hai moglie e figli. Non vorrai metterli nei guai? Esporti alle rappresaglie?

Allora, resti con me?

(Pausa).

Sì che resti, resti. Vedo che resterai. Resteremo qui tutti e due assieme. Tu manderai dei regali ai tuoi figli a Natale; gli piacciono tanto. Quanto a tua moglie... sei sicuro che non può fare a meno di te?

XX      No...

AA       Vedi allora che non tutto il male viene per nuocere?

Si sente il suono di una sirena che si avvicina rapidamente.

XX      Cos'è, un incendio?

AA       Speriamo non sia qui.

XX      Qui non brucia niente.

AA       Hai mai sentito parlare di Nerone?

XX      No, chi era?

AA       Un imperatore romano che ha incendiato una città per­ché si annoiava.

XX      (improvvisamente interessato)    L'ha incendiata?

AA       Certo.  Ha potuto permetterselo, perché era l'unico uomo libero del suo tempo.

Quanta libertà per un uomo solo, è tremendo! È normale che non abbia resistito, poveretto.

(XX percorre rapidamente la stanza. Col dito tasta la tavola e le sedie; col piede sparpaglia il mucchio di riviste e giornali che si trova sul pavimento).

E ora torniamo ai tempi nostri.

Qui, in democrazia, ognuno è un po' libero; meno libero, è vero, di un imperatore, ma molto più libero dei sudditi dell'imperatore.

Allora ognuno si annoia, in proporzione alla propria li­bertà.

Peggio... Ognuno si annoia della noia di tutti gli altri che si annoiano... Ma, cosa stai cercando?

XX      Niente. Niente.

AA    I rischi d'incendio volontari, provocati dalla noia, sono aumentati in proporzione al numero della gente libera. Se una volta si potevano calcolare questi rischi, mettiamo, uno su un milione, oggi sono un milione per uno. In altre parole, gli incendi sono più che garantiti. Cosa fai?

XX      (ha tirato fuori la sua valigia da sotto al letto e avvolge la co­perta attorno al cuscino)    Le valige.

AA       Perché?

XX      Beh, sta per scoppiare l'incendio, no?

AA      Ma no, non qui da noi. L'incendio comincerà ai piani su­periori, dalla gente libera. Qui sotto vivono solo i sudditi dell'imperatore.

XX      È lo stesso.

AA       Non è vero. Non è il nostro incendio, è il loro.

XX      È uguale.

AA      Non è un incendio imperiale. È un incendio democrati­co.

XX      Che differenza c'è?

AA      Noi non abbiamo il diritto a quest'incendio. Non ti im­picciare degli incendi che non ti riguardano. Posa il tuo fa­gotto.

Bevo alla salute di tutti coloro che non hanno il diritto di incendiarsi e che devono aspettare che l'imperatore eserci­ti il proprio privilegio. E aspettano, nel silenzio e nell'oscu­rità, nel freddo e nel dolore, l'ultimo dono, il sontuoso re­galo dell'imperatore. (Alza il bicchiere).

Frattanto la sirena ha raggiunto la massima intensità. XX spegne la candela. La scena per un momento piomba in to­tale oscurità.

All'improvviso, il bulbo si illumina, di una luce cruda, vio­lenta.

Dal piano di sopra si sentono esclamazioni di gioia, degli ahhh! di soddisfazione, come sempre in simili casi, quando la luce riappare dopo un lungo periodo di oscurità, in un luogo in cui sono riunite numerose persone.

AA e XX si ritrovano uno di fronte all'altro. AA ha il suo bic­chiere in aria. XX invece brandisce un coltellaccio. Restano immobili qualche istante.

AA si avvicina a XX e gli tende il bicchiere. XX lascia cadere il braccio e prende il bicchiere.

AA       Volevi ammazzarmi?

(XX annuisce).

AA      Pensavi che l'incendio avrebbe cancellato le tracce del tuo crimine...                             

Accidenti... t'avevo sottovalutato.

(Riempie di cognac l'altro bicchiere che si trova sulla tavola).

Ma di' un po', hai veramente creduto che la casa stesse an­dando a fuoco?

XX      No.

AA       Allora?

(XX tira fuori una scatola di fiammiferi, la lancia per aria più volte. Poi rimette la scatola di fiammiferi in tasca).

Ah! Di bene in meglio. Non solamente un assassino, ma anche un incendiario!

(Alza il bicchiere).

Alla mia salute!

(Bevono tutti e due).

Allora, adesso ho capito, tu hai creduto veramente che io avrei potuto scrivere quella denuncia?

XX      Perché no?

(Si siede sulla sedia di sinistra).

AA      Forse hai ragione. Ma non l'avrei scritta mai quella de­nuncia. E non per incapacità, ma solo perché sarebbe stata del tutto superflua. Tanto, tu, a casa, non ci torni comunque!

Ti serve ancora quel coltello?

(XX tace).

Non tornerai, in nessun caso. Non tornerai nemmeno se m'ammazzi per paura di una denuncia.

Allora, perché dovrei scrivere quella denuncia?

Sta' tranquillo. Non la scriverò.

XX      No?

AA       No. Da' qua.

(Si alza e prende il coltellaccio dalla mano di XX. Lo mette in un angolo).

Cosa avresti fatto, qui, senza di me? Non è meglio che re­stiamo insieme?

XX      Io voglio tornare.

AA       Ti credo, il ritorno è la tua sola ragione d'essere. Se no, non avresti potuto restare qui un minuto di più. Saresti im­pazzito... o ti saresti ammazzato.

XX      Ebbene, e allora? chi me lo impedisce?

AA      (si volta verso destra, là dove XX ha lasciato i suoi bagagli e il cane Pluto)    Pluto! Qua! Ah com'è cocciuto questo cane!

(Si dirige verso la porta e prende il cane).

XX      (alzandosi)    Lascialo!

AA       Te lo mangio mica!... Vedi, cucciolino, com'è cattivo il tuo padrone? è geloso.

Non mi lascia mai stare un po' con te.

Non è normale essere così attaccati a un semplice cane. È morboso! Un cane impagliato, oltre tutto! Imbottito!

XX      Lascialo!

AA      Perché? Non ho il diritto di accarezzarlo?

Ma perché sei così geloso di questo cane. È strano. È curio­so. La cosa è sospetta.

XX      Geloso non lo sono per niente.

(Si risiede).

AA      Come lo nutri bene... si direbbe che sta per scoppiare tant'è grasso... cosa gli dai da mangiare?

XX      Niente. È imbottito.

AA       Sì, lo so. Ma imbottito di che?

Che cos'ha nella pancia?

XX      Niente.

AA       Cos'è, un segreto militare?

XX      (si alza)    Lo lasci sì o no?...

AA       Voglio levarmi questa curiosità.

(Raccoglie da terra le forbici, e prima che XX possa impedir­glielo apre la pancia del cane e ne estrae rotoli di biglietti di banca).

Ah... ecco. Ora capisco.

XX      Sono miei! Ridammeli!

(Gli strappa di mano le banconote).

AA       È per questo che non avevi mai un soldo?

XX      Da' qua, ladro!

AA      Cosa credi, che non t'ho visto quando li ficcavi di nasco­sto nel tuo salvadanaio?

XX      Mi spiavi eh?...

AA      Prima ho avuto solo dei sospetti. La gente come te i soldi non li tiene in banca. E dove? Sotto il mattone? Poi, una sera, ti confesso...                       

XX      Hai visto?...

AA    Sì, ho visto come rimpinzavi di cartamoneta il tuo cane. Ma è stato proprio senza volerlo, te lo giuro. Noi intellettuali abbiamo il sonno molto, molto leggero.

XX      Ladro!

(Si siede a tavola, sulla sedia di destra, e comincia a contare il denaro).

AA       Puoi controllare. Non ho preso un soldo. Anche se ne avevo il diritto...

XX      Quale diritto? Sono miei!

AA       Tranne quelli che mi devi.

XX      Non sono per me.

AA      Non cercare alibi. La verità è che sei avido. E questa è la migliore garanzia che non mi lascerai mai. Perché non ab­bandonerai mai i tuoi soldi, vero o no?

XX      Cosa credi, che li lasci a te? Sei matto?

AA       Non ho mai pensato questo. E tu dove te li porti, al paese?

XX      Sono miei! Miei! Non li darò a nessuno!

AA      Se sapessi quanto mi piace come dici: mio, miei, a me! Con quanta convinzione pronunci queste parole, con che passione! Ma rifletti! Laggiù dovrai pur deciderti a spen­derlo questo denaro che hai accumulato con tanta fatica. Laggiù non puoi né guadagnarlo né metterne da parte.

XX      Certo. È per questo che qui ne metto da parte.

AA      Bravo, « qui ». Questo volevo sentirti dire. Qui, e non « là », laggiù. Qui ogni giorno che passa hai più soldi. Ogni sera vai a letto pensando che domani ne avrai di più, dopo­domani ancora di più, e fra un anno sempre di più. Hai uno scopo nella vita: tanto più affascinante quanto più è lontano. Hai già messo da parte tanto da permetterti una casetta con il giardinetto? Allora perché non cercare di ri­sparmiare di più in modo da permetterti una casa un po' più grande, con un giardino un po' più grande? È tanto semplice. Basta rimandare il tuo ritorno di un mese, o due... E poi perché non una casa ancora più grande, con un giardino ancora più grande?... Così rimanderai sempre il tuo ritorno, perché, più avrai i soldi, più vorrai averne... Gli anni passeranno, e tu sarai qui sempre a rimandare la partenza, a lavorare, a risparmiare... Rimandare, sempre rimandare...

Peccato. Hai smesso. Perché? Era così piacevole vederti contare i tuoi soldi.

XX      Perché mi dici queste cose?

AA       Perché tu capisca che non sono io che ti trattengo qui... che non ho bisogno di scrivere una denuncia perché tu resti... Tu resterai da solo, di tua spontanea volontà. Ecco perché ti dico queste cose. E anche per evitare che tu ricada nella tentazione di tirar fuori quel coltello.

XX      E così non ritornerò?

AA       Mai. Anche se avrai sempre l'impressione che sarà di li a poco, questione di giorni...

XX      Mai?

AA       Ma che te n'importa? Avrai una bella vita, una vita piena di speranza, di nostalgia, e d'illusione. Non è da tutti.

XX      Ma perché mai più?

AA       Te l'ho spiegato. Mai perché sei comunque uno schiavo. Laggiù sei schiavo dello Stato, qui della tua cupidigia. E senza speranza di liberazione. La libertà è la possibilità di disporre di se stessi. Ora, invece, c'è sempre qualcuno, o qualcosa, che dispone di te. Quando non sono gli uomini, sono le cose.

XX      Quali cose?

AA       Le cose che desideri, che puoi comprare solo coi soldi. Essere schiavo degli oggetti è una schiavitù, più perfetta della migliore delle prigioni. E solo lo spirito dello schiavo che crea la schiavitù. Tu hai l'anima da schiavo, questo mi interessa, in vista del libro che ho intenzione di scrivere.

XX      Lo sai dove te lo puoi mettere?

AA      Il ricercatore è indifferente alle reazioni dell'insetto al microscopio. Io ti vedo, ti descrivo: tutto qui.

XX      Tu? Me?

AA      Io, te. Quel che puoi pensare tu non ha la minima impor­tanza. L'importante è che non puoi smettere d'essere schia­vo, così come l'insetto non può smettere d'essere insetto.

XX      Non posso?

AA      No. Perché non puoi cambiare la tua natura. Per farlo dovresti diventare un altro.

Non puoi, come non puoi smettere d'essere coglione, non puoi rinunciare ai tuoi sogni di ritorno, cosi come non puoi tornare.

XX      Io tornerò.

AA       Tu non tornerai a casa.

XX       Sì!

AA      (indica il denaro)    E quelli?

XX      Tornerò, tornerò, tornerò!

(Comincia a stracciare le banconote).

AA       Ma che fai? Sono i tuoi soldi!

XX      Io sono uno schiavo... io sono un insetto...

(AA cerca di fermarlo, ma XX lo respinge. Strappa le bancono­te in pezzettini che sparge intorno a sé).

AA      Sono i tuoi risparmi!

XX      I miei soldi... I miei soldi! I miei soldi! Sono miei, miei!... (Continua a strappare il denaro).

AA cerca di fermarlo, ma XX lo respinge così violentemente che AA barcolla, inciampa e cade a terra.

XX porta a termine la sua opera di distruzione.

AA       È diventato pazzo.

(Camminando a quattro zampe raccoglie per terra i fram­menti di banconote). Forse si possono rincollare...

XX      Dici?

AA                  No.

(Getta i pezzetti per terra, e si rialza).

XX      E ora, che faccio?

AA       Che ne so... fa' quello che vuoi... ora sei un uomo libero.

XX      Cosa ho fatto? Ma cosa m'è preso?

AA       Dovresti essere felice!

Ti sei ribellato alla tirannia del denaro. Ti sei offerto il lusso della libertà.

XX      Ma ora non posso più tornare a casa.

AA       Neanche prima potevi: che differenza fa?

XX      È colpa tua.

AA       T'ho chiesto io di strappare quei soldi?

Te l'ho imposto io di strappare i tuoi soldi? Io mi sono ab­bandonato a disquisizioni teoriche; sei tu che hai voluto fare lo spartaco!

XX      Io non volevo niente! Io volevo solo tornare... tornare a casa, nient'altro...

AA       Troppo tardi.

(Tira fuori la valigia da sotto il letto e ne estrae numerosi fo­gli manoscritti... Si siede a tavola, sulla sedia di sinistra. E si mette a strappare le pagine, con metodo...).

XX      Cos'è?

AA      Schemi, appunti, note, abbozzi... il libro che avrei voluto scrivere.

XX      E allora, perché strappi tutto?

AA      Perché non lo scriverò più. Ho capito che lo schiavo ideale non esiste, perché anche un forzato come te ha il suo momento di libertà...

Tu per me eri un modello, un'ispirazione, una tesi, e una certezza. Tu hai distrutto tutto in un istante. Tu hai preso il frutto delle mie esperienze e delle mie riflessioni. Tu sei un vandalo, sei un Attila, sei...

XX      Ehi... ma non dire cazzate...

AA      Te ne freghi? Per colpa del tuo gesto, inconsulto, ignobi­le, hai fatto subire all'umanità una perdita irreparabile, e te ne freghi?

Eri uno schiavo così bello... hai rovinato tutto. Sei un egoi­sta.

(XX si toglie la cravatta, ne fa un nodo e l'attacca al filo elet­trico, alla base del portalampada). Cosa fai, t'impicchi?

XX      Perché, non ne ho diritto?

AA      Il suicidio è il diritto supremo dell'uomo libero, l'ultima affermazione della libertà.

XX      Allora lèvati.

AA      (sposta le carte sull'orlo della tavola) Anzi, sarà la conse­guenza logica del tuo gesto precedente. Poiché hai già co­minciato ad essere libero, non ti si può rifiutare niente. An­che se, sia detto tra parentesi, non si dovrebbe oltrepassare i limiti.

XX      (dà uno strattone alla cravatta per verificarne la resisten­za)    Dovrebbe reggere...

AA      Gli eccessi, l'esagerazione, le cose strampalate, sono di cattivo gusto. Ma il cattivo gusto è tipico degli individui di basso ceto. Di' un po', non potresti lasciar perdere?

XX      (infila la testa nel cappio)    Lèvati.

AA      Perché?

XX      Perché sto per rovesciare il tavolo.

AA       Insisti... ecco l'avidità degli arrivisti.

XX      Ho detto spostati.

Ti vuoi levare sì o no, cazzo?

AA      Sei obbligato a essere così volgare?

XX      Spostati!

AA      Un momento? Qual è la tua ultima parola?

XX      Vaffan...

AA      Ma lasciami almeno il ricordo di una persona dall'anima elevata, anche se di umile estrazione. So quel che volevi dire. È per me. Ma per la tua famiglia?

XX      La mia famiglia?

AA      Ti sei scordato per caso che hai una famiglia? Gli dovrai scrivere.

XX      Adesso?

AA       E quando? Dopo che ti sarai impiccato?

XX      Ma mi sono già passata la...

AA       Scriverò io per te: dettami.

(Prende l'ultimo foglio non strappato, e lo volta dal lato non scritto. Tira fuori di tasca la penna).

Allora, come cominciamo?

XX      Mia cara moglie, miei cari figli...

AA      (scrive, sillabando adatta voce)    Mia ca-ra mo-glie, miei...

XX      Vi scrivo per dirvi che sono in buona salute...

AA       Beh, sulla salute, sorvoliamo...

(Scrive).

Poi?

XX      E spero che sia altrettanto di voi.

AA       Questo forse è meglio di no.

XX      Perché?

AA      Ma così, non so, così non mi suona.

(Si passa un dito sulla gola e tira fuori la lingua).

XX      È vero, meglio di no.

AA      (rilegge)    ... dirvi che sono in buona salute. Punto. Poi?

XX      E che me la cavo discretamente.

AA       In cielo... (Scrive). Così in cielo...

XX      (continua meccanicamente)    ... come in terra.

(Si riprende)    Perché in cielo?

AA       Perché, tu non vuoi andare in cielo?

XX      Non sono affari tuoi. Cancella.

AA       Cancello. E il seguito?

XX      Non lo so.

AA       Vuoi che scriva io al posto tuo?

XX      Fa' un po' tu.

AA      (scrive)    Io-pen-so-sem-pre-a-te-e ai-bam-bi-ni...

XX      Bene.

AA       Ed è per questo che mi voglio impiccare.

XX      Cosa?

AA       Impiccare.

XX      No. Che c'entra?

Questo no! Non scriverlo!

AA       È la verità.

XX      Ma non è per questo.

XX      Come vuoi.

(Scrive).

M'impicco perché non penso affatto a voi.

XX      No!

AA       E allora cosa? Neanche questo ti va? Non ti va bene?

XX      Ma non così!

Ma che intellettuale sei che non sai neanche scrivere una lettera?

AA       E allora fa' tu. Come esprimeresti questo concerto?

XX      Non so... Più corto.

AA       Mi impicco. Vostro padre e tuo marito che vi vuole bene.

Firma.

(Tende a XX il foglio e la penna. XX percorre il testo con gli occhi, poi fa una palla del foglio e lo butta a terra. Tira fuori la testa dal nodo scorsoio e scende).

E che facciamo della lettera?

(XX gli volta le spalle e va verso destra).

Ehi! La penna!

(XX gli restituisce la penna e si allunga sul letto a destra, il viso voltato verso il muro).

Come vuoi.

(AA sale sul tavolo, stacca la cravatta dal bulbo. Lancia la cra­vatta sulla sedia di destra).

Hai ragione. Non tutto è perduto. Non parlo di me, ma di te.

Tu puoi ripartire da zero.

(Sopra si sente la porta che sbatte, gente che scende. Risate,rumore di voci).

Vedrai come sarà contenta tua moglie. E i bambini?

Ti aspettano. Non vedono l'ora che tu arrivi. Anche tua moglie ti aspetta.

Ti desidera... Ti immagini che esplosione di gioia?!

Tutto il paese ti farà festa.

Ci sarà anche la banda.

Che ne dici?

(XX non risponde).

E i regali? Pensa ai regali. Quante cose meravigliose! Ognuno avrà il suo regalo. Questo per il tale, questo per l'altro...

E poi, il resto tu lo sai. Sai meglio di me cosa comprare.

Comprerai tutto quello che vorrai. Tutto quello di cui avrai voglia. Valige intere, e la gente ti invidierà!

(XX non risponde).

Sì che ti invidieranno, vedrai...

(Va verso destra, là dove XX ha lasciato il suo fagotto. Prende la coperta e copre XX. Passa a sinistra e si allunga sul letto, sulla schiena, le mani sotto la testa).

Poi costruirai la tua casa. Una bella casa. Grande, tutta di pietra. Non una baracca, una bella casa. E ci saranno anche le mosche.

(Pausa).

Manderai i bambini a scuola... Così studieranno, faranno una bella carriera... E poi tutto sarà buono, bello, vero... Il lavoro darà il pane, e la legge, e la libertà, perché la liber­tà sarà la legge, e la legge la libertà. Non è questo che cer­chiamo? Non è questo che vogliamo tutti? E se tutti abbia­mo questo scopo comune, e vogliamo la stessa cosa, chi ci impedisce di creare una comunità buona, saggia?

Tu tornerai e non sarai più uno schiavo.

No, né tu, né i tuoi figli...

XX si mette a russare, molto rumorosamente. AA si volta ver­so il muro. Dopo un istante un altro suono si mescola al rus­sare di XX, un suono prima sommesso, poi sempre più rumoroso: dei singhiozzi, singhiozzi dolorosi, strazianti.

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