Emorroidi

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Emorroidi

EMORROIDI

Commedia satirica in due atti

di Salvino Lorefice

n. 2 personaggi: uno maschile e uno femminile.

Scena unica (modesta camera d’albergo parigina).

Occorre un proiettore per diapositive.

Uno scrittore di teatro di scarso successo si trova in vacanza a Parigi. Da questa vacanza vuole trarre spunto per scrivere una  commedia immorta1e. Non   riuscendovi, il protagonista è portato a discutere con la sua compagna le sue frustrazioni e attribuisce ai Grandi Registi dei Grandi Teatri Stabili le colpe del suo mancato successo e delle mancate messe in scena delle sue Opere. Di tanto in tanto, il protagonista fa delle riflessioni, a volte amare a volte divertenti, comunque tutte da verificare, sullo stato in cui versa (versava, nel 1987, anno di stesura del testo) il mondo teatrale italiano ( Compagnie, attori, registi, autori, Pubblico) .

Il commediografo proietta sui Grandi Registi ( che nel testo sono concentrati in due nomi: Hugo mac Gregor e Georgy von Stroller) le sue incapacità e ne scaturisce un livore tremendo, di potente coinvolgimento, che si riversa persino su Parigi, i suoi monumenti, la sua Amministrazione e i suoi abitanti. Questo livore è satiricamente e ferocemente simbolizzato dalle sofferenze procurate dalle emorroidi di cui il protagonista è affetto, sofferenze che vorrebbe trasferire sui Grandi Registi (i quali, benché siano indicati come personaggi, non compaiono in scena, ma vi aleggiano, continuamente evocati dal protagonista).

Questo testo è fuori da ogni schema, ma ha delle potenzialità comiche, cabarettistiche, satiriche, ironiche e, per certi versi, tragiche. Un buon progetto di messa in scena dovrebbe completare l'opera.

Salvino.Lorefice@tiscalinet.it


EMORROIDI

Commedia in due tempi

di

Salvino Lorefice

(S.I.A.E. – Sezione.DOR - posizione N. 52246)

salvino.lorefice@tiscali.it                                    http://web.tiscali.it/salvinolorefice

………………………………………………………………………………………….

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Via Antonio Segni,  35                                                         0932.679318 ufficio

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EMORROIDI

Commedia in due tempi

di

Salvino Lorefice

(SIAE – sez.DOR posizione n. 52246)

Per la Stagione 1986/87

Lo stato italiano ha distribuito

Alle Compagnie dei Teatri Stabili

La bella somma di Lire 17.206.000.000= =

(leggasi:diciassettemiliardiduecentoseimilioni)

A titolo di “Premio di avviamento”.

Gli Autori di teatro

Non hanno mai ricevuto una lira, né dallo Stato Né da nessuno.

Beati gli Autori,

Le cui opere sono rappresentate,

Perché loro è il Regno dei Diritti.

      Un commediografo frustrato

Nota: ogni riferimento a fatti, luoghi e a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale.


EMORROIDI

Commedia in due tempi

Personaggi:

                             Lui, commediografo frustrato

                             LEI, compagna di Lui

                             Hugo mac Gregor, un regista

                             Georgy von Stroller, un altro regista.

In realtà, i personaggi sono solo due: Lui e LEI. I due registi saranno semplicemente evocati, citati, dal protagonista e non appariranno mai in scena.

Nota: al termine di ogni scena,  a mo’ di stacco, si proietteranno, su uno schermo gigante, delle diapositive panoramiche di Parigi. La proiezione sarà accompagnata da un sottofondo musicale, una sorta di ritornello, una specie di sigla.


PROSCENIO

A sipario chiuso, entra Lui: è illuminato da un “occhio di bue”. Parla come un ciarlatano delle fiere di paese, imbonitore delle folle, con voce suadente, per attirare la gente, invitarla ad entrare, per vedere la “donna barbuta” o lo “strabiliante asino che vola”.

Lui.     A Parigi! A Parigi! Venite gente, a Parigi.

A Parigi, per essere felici. Per sognare. Per andare in vacanza. Per vivere un po’.

A Parigi! Per sfogarsi, per vedere, divertirsi, distrarsi, istruirsi. Per vantarsi, dirlo in giro, ad amici e parenti. A Parigi! A Parigi! Andate a Parigi. Venite a Parigi. Ah! Parigi.

Sono stato a Parigi: chiamatemi “il parigino”. Sono stato a Parigi, Parì. Chiamatemi le parijin. Ouì. ouì, mercì, bonjour. Ah, Parigi. Che gran città! Sì, Parigi è sempre Parigi. Parigi è da vedere. No, Parigi non è da vedere, né da visitare. Parigi è da VIVERE. Parigi SI VIVE. Eccome, si vive. Ah, Parigi.

Parigi Brucia. Parigi, Parigi. I misteri di Parigi. Americano a Parigi. Parigi vale una messa. La Parigina. Parigi è Parigi, sempre e solo Parigi. Ah, Parigi!

(Alle spalle del personaggio si apre il sipario.)

ATTO PRIMO

Scena prima.

Camera di un modesto albergo parigino. A metà degli Anni Ottanta.

LEI è davanti allo specchio, e si sta togliendo il trucco. È sera.

Lui, dopo l’apertura del sipario, si gira verso la scena e si rivolge a LEI, che non gli bada, o lo asseconda.

Lui.     (Con eccitazione): che te ne sembra, di questo inizio? Eh? Ah, stavolta devono mettermi in scena. Per forza. Quei fottuti devono mettermi in scena. Con un inizio così… devono per forza. Poi continuo così:

           

            (Riprende a recitare, rivolgendosi ad un ipotetico pubblico.)    

Lui.     La prima impressione che ricevi arrivando a Parigi è un’impressione di pace, di tranquillità. Non è uguale a quella che provi vedendo Parigi nei film o leggendo un romanzo d’amore. È un’impressione del cazzo, cazzo!

            (Si rivolge a LEI.)

Lui.     Eh? Che ne dici?

LEI.    Ci metti anche “cazzo”?

Lui.     Ma no, che c’entra?

LEI.    Peccato, era più incisivo.

Lui.     (Rivolto al pubblico): Ma certo. Arrivati a Parigi, c’è l’estenuante ricerca dell’albergo… Non è così in tutti i periodi dell’anno. Quando sono arrivato io, con LEI, gli alberghi erano tutti al completo. Completamente. Ogni albergo aveva un cartello: “Complet – complet – complet”.

            I prezzi delle camere variavano. Noi scegliemmo un albergo… no: un hotel. Anzi no: un Grand Hotel, sapete, “Gente che va, gente che viene, tutto senza senso…” Un Grand Hotel a cinque stelle, da novecento franchi a notte…

            (Si volge ancora verso di LEI.)

Lui.     Quanto fa, in lire, novecento franchi francesi?

LEI.    Boh! So solo che mi ci potrei comprare un anellino d’oro. Un diamante.

Lui.     Siamo a Parigi e vuoi l’anellino? Non abbiamo visto un solo monumento, e tu vorresti l’anelliiino! Non un museo, non un’attrazione… ma cosa siamo venuti a fare a Paris?

LEI.    Dicevi che ti volevi documentare, che volevi scrivere una commedia, immortale, dal vivo. E invece stiamo morendo di noia. Commediografo dei miei tarocchi.

Lui.     Sì, me lo merito. Umiliami. Sono uno scrittore del cazzo. Non sono altro. Ma la scriverò, la mia commedia su Parigi. Forza: cosa abbiamo fatto in questi tre giorni? Sì, ecco: siamo andati a mangiare in un lussuoso ristorante…

LEI.    (Interrompendo): una brasserie, poco più di una taverna.

Lui.     E cosa volevi, la brasserie Lipp? A Parigi, anche le taverne sono lussuosi ristoranti. Abbiamo pagato diecimila lire a testa, ti sembra poco?

LEI.    Tsè! Centodieci franchi per due budini, due antipasti e due secondi. L’antipasto era mezza aringa con patate bollite e una specie di sughetto. Io l’ho appena assaggiato, era piccante e non l’ho mangiato. Il “secondo” era una semplice bistecca. Forse era carne d’asino.

Lui.     …Che si chiama “stik”.

LEI.    Con patate fritte. Che pasto!

Lui.     Ti sembra cacca?

LEI.    Cacca no, ma…

Lui.     Ma meno cacca, però, di certi direttori artistici di certi Teatri Stabili Italiani.

LEI.    Ma lasciali perdere, i direttori, poverini! E lasciali stare, i Teatri Stabili. Non vedi che sono in una crisi cronica?

Lui.     Crisi cronica del cazzo.

LEI.    Crisi creativa, economica…

Lui.     Creativa, economica e del cazzo, va bene? Quella creativa non riescono a risolvere. Quella economica, invece, la risolve per loro lo Stato, a suon di sovvenzioni.

LEI.    E quella del cazzo?

Lui.     Cosa?

LEI.    Hai detto crisi crativa, economica… e quella del cazzo?

Lui.     Con quella ci si divertono, ci sguazzano. Per colpa degli Stabili e dei contributi statali il teatro italiano è ferito a morte. Ferito, non morto. Una volta, c’era almeno l’Avanguardia. Ora è morta anche l’Avanguardia. Perché si recita, ormai? E noi, noi autori, perchè scriviamo?

LEI.    Per soldi?

Lui.     Fosse per lo Stato, gli autori potrebbero morire di fame.

LEI.    Vogliamo tornare alla brasserie?

Lui.     Ma sì. Tu hai preso una bistecca che si chiama “bavett”, non la “stik”.

LEI.    La “bavett” era più buona della “stik”, ma sempre bistecca, era.

Lui.     Come le commedie che mettono in scena in Italia. Le chiamano in vario modo, ma sempre cazzate, sono. I nuovi attori emergenti – emergenti! Che parola! – rappresentano solo autori americani o inglesi contemporanei. Quelli italiani li trovi in un pagliaio. O nel ghiacciaio. Ibernati.

LEI.    Eppure, qualche mese fa ho letto: “Linguaggio del presente per il nuovo teatro”. Era il titolo di un articolo di giornale. Che voleva dire? “Linguaggio del presente…”

Lui.     Linguaggio del presente ‘sta gran coppola di minchia! Il teatro è un museo delle cere, roba delle caverne. Ma perché continuo a scriverlo? Archeologia in tempi di cinema dolby, di computer… Lo sai cosa sono i computer?

LEI.    No, dimmelo tu. Una specie di televisore?

Lui.     Brava. (Amareggiato): credo che la gente vada a teatro per inerzia.

LEI.    Parlavamo di bistecche, caro. E dopo le bistecche, il vino.

Lui.     Mezzo litro di vino: diciotto franchi. Manco a Roma.

LEI.    Il vino ha influito sul conto più di tutto il resto.

Lui.     Come la politica e la mafia sugli allestimenti teatrali.

LEI.    Il vino! Per quanto basso possa essere il costo di un pasto, il vino lo fa aumentare di molto.

Lui.     Fosse stato buon vino, almeno! Diciotto franchi per dell’acqua con tracce di vino.

LEI.    (Ironica): Ma in fin dei conti, non possiamo lamentarci, vero?

Lui.     Lamentarci? Scherzi? La nostra camera è al quinto piano…

LEI.    Senza ascensore.

Lui.     E c’è una pace, una tranquillità…

LEI.    Un mortorio.

Lui.     Si sta così bene, vero?

LEI.    Urca!

Lui.     Abbiamo la doccia in camera… il lavandino in camera… il bidet incamera…

LEI.    Beh, questo è normale.

Lui.     Sicuro, è normale. Per questo ti ho portata in un Grand Hotel.

LEI.    Però…

Lui.     Però?

LEI.    Però, in questo “Grand hotel”, non c’è il cesso.

Lui.     Eh?

LEI.    Non c’è il cesso, la tazza, il water-close.

Lui.     Ma è in fondo al corridoio, a soli dieci metri, uscendo a destra.

LEI.    È un modesto albergo di periferia, “avec lavabò et bbbidè”.

Lui.     È la camera presidenziale. Per me, l’essenziale è il bidet.

LEI.    A proposito, come vanno?

Lui.     Cosa?

LEI.    Perché volevi necessariamente una camera col bidet en chambre? C’era un motivo, no?

Lui.     Ah, già. Le emorroidi.

LEI.    Come vanno?

Lui.     Vanno benino, grazie. Solo un leggero bruciore, oggi. Potessero venire anche al Direttore Artistico!

LEI.    A chi, tra tutti?

Lui.     Ad Hugo, naturalmente.

LEI.    Hugo?

Lui.     Il caro Hugo mac Gregor!

LEI.    Hai messo la pomatina?

Lui.     Sì. Ne ho messo un leggero strato sottile, che mi ha dato un immediato sollievo. Speriamo che duri. Stavolta ha fatto effetto.

LEI.    Farebbe effetto anche ad Hugo.

Lui.     Ad Hugo consiglierei un altro rimedio, a base vegetale: uno spicchio di aglio come supposta.

LEI.    Aglio? Ma è atroce.

Lui.     Solo uno spicchio! E dopo essersela infilata dove si compete, dovrebbe stringere lo sfintere e resistere all’impulso di scaricarsi. Da queste capacità si vede se un uomo è veramente un uomo. Ma tant’è: uomo? Uno che si chiama Hugo? Ci vorrebbe un miracolo.

LEI.    A proposito di uomini? Andiamo a letto?

            (Lui e LEI si preparano per andare a letto.)

Lui.     Non sembra anche a te che a Parigi vi sia una leggera puzza di merda?

LEI.    Nooo.

Lui.     Io ho l’impressione di sì. … e poi, la sera fa freddo. Puzza di merda e freddo.

            Abbiamo mangiato in un ristorante di merda, nel quartiere latino.

LEI.    Ma perché lo chiamano quartiere latino?

Lui.     E chi lo sa? Sono tutti, dico tutti, ristoranti greci. E se la Grecia è tutta come quei ristoranti, altro che Vacanze-di sogno-nell’egeo!

LEI.    (Provocante): perché non ti radi quella barbaccia, tesoro, eh?

Lui.     E perché? mica devo andare in ufficio. Sono un turista, qui.

LEI.    Punge. Su, dai, vieni qui.

Lui.     (Capisce il senso): Ah, vuoi fare l’amore?

LEI.    Sono tutti come te, gli scrittori?

Lui.     Quelli di teatro, sì. (Pausa.) Gli altri sono peggio.

            (Assume l’aria del conferenziere, passeggia.)

Lui.     Vedi, secondo i più accreditati sondaggi, i commediografi soffrono tutti di emorroidi, specialmente quelli che non sono mai – o quasi mai – stati rappresentati. Alcuni le sopportano molto bene – le emorroidi. Altri ci godono, sai? Altri ancora ne soffrono, come me. Ne soffrono immensamente. Questi ultimi, naturalmente, siamo i migliori.

LEI.    (Seccata, ma vogliosa): Allora, vieni o no?

Lui.     (Distrattamente). Ma sì. Sì. Solo un momento, diamine. Pensi solo a “quello”, tu? Non si può nemmeno dialogare in questa merdavigliosa Parigi?

LEI.    Meravigliosa o  merdosa Parigi?

Lui.     Meravigliosa e merdosa. Se uno non sa il francese, lo inventa. Ieri, per esempio, ci ho provato con una ragazza. Ho parlato un francese maccheronico misto ad inglese maccheronico e italiano.

LEI.    E lei?

Lui.     Mi ha risposto in francese maccheronico misto a spagnolo. Era spagnola.

            (Lui nota il disinteresse di LEI.)

Lui.     Dormi?

LEI.    No, aspetto i comodi tuoi…

Lui.     (Risoluto): Sì, sì. Non c’è niente di meglio… a Parigi… di una bella dormita.

LEI.    Non mi dire che vuoi veramente dormire!

            (Lui si sdraia su letto. Pausa. LEI aspetta un po’. Poi lo accarezza.)

Lui.     Domani dobbiamo alzarci presto. Abbiamo molte cose da vedere. Non abbiamo ancora visto quasi nulla.

LEI.    (Con ambiguità): Come fai a saperlo?

Lui.     Se ci fossero state, le avremmo viste.

LEI.    (Spaventata): Cos’è quella cosa sul soffitto?

Lui.     Quale?

LEI.    Là, quella cosa nera, che pende.

Lui.     È una ragnatela con il suo ragno, tesoro.

LEI.    Una ragnatela?  Aaah! Toglila. Mi fanno schifo, le ragnatele. Toglila.

Lui.     Ma è la casa del ragno.

LEI.    Toglila.

Lui.     Ma no, lasciamola stare, ci fa compagnia.

LEI.    Comp…compagnia? Una ragnatela che pende dal soffitto?

Lui.     Sì.

LEI.    Sei pazzo. Toglila, ti dico.

Lui.     Sei mai stata sola in casa, senza nemmeno un cane con cui parlare, in una notte di capodanno?

LEI.    No. Ma che c’entra la ragnatela col capodanno?

Lui.     Se avessi fatto quell’esperienza, lo sapresti.

LEI.    Toglila. sbrigati. Nel bagno c’è una scopa.

Lui.     (Alzandosi di malavoglia): Nel bagno? … “lavabbbo e bbbidè”. Parigini di ladroni. Duecento franchi. Per fregare la gente. “Deux cents francs, monseur. Lavabo e bbbidè, monseur”.

            (Va nel bagno per prendere la scopa.)

Lui.     (Da fuori scena): Dov’è quella scopa? Ah, eccola. È un buon albergo, questo. Ci sono ragnatele persino qui, nel bagno. Visto? È per farti compagnia anche mentre stai cacando…. Ullalà, tesoro. Vieni a vedere cosa ho scoperto dietro la porta.

LEI.    Cosa hai scoperto?

 (Si ode il rumore dello sciacquone).

BUIO.

Scena seconda.

            È mattino. Si ode di nuovo lo sciacquone. Lui esce dal bagno. LEI si è appena svegliata.

Lui.     (Entrando in scena): Hai mai avuto paura a tuffarti in piscina, quando sei molto accaldata e l’acqua è fredda? La stessa paura si prova quando si deve cacare e si soffre di emorroidi.

LEI.    Buon giorno, amore.

Lui.     Ok, buon giorno. Ma ora alzati, tesoro. Oggi dobbiamo dare l’assalto all’inespugnabile Parigi. C’è il sole, ma tira un vento gelido. A me piace l’urlo del vento.

LEI.    Non mi meraviglio: ti piacciono solo le stranezze. A proposito. Grazie per questa notte. Con la tua mano mi hai reso felice.

Lui.     (Sorride sornione.) Grazie a te. Anche la tua mano, mi ha reso felice. È stato meraviglioso.

LEI.    (Ironica): Meraviglioso, sì.

Lui.     Oh, acqua passata. Oggi voglio sentire il fischio del vento nel silenzio e nella solitudine dei tetti parigini, tra le mansarde…

LEI.    E che sei un gatto randagio?

Lui.     No. Un poeta.

LEI.    Scrivi commedie, invece, che è meglio. Il teatro, è la tua strada.

Lui.     Accolgo il tuo suggerimento. Andremo al Teatro d’Europa. Chissà, forse incontrerò von Stroller e lo saluterò. “Ciao, Georgy – gli dirò. – Sono italiano e son commediografo”.

LEI.    E lui dirà: “E chi se ne fotte?”.

Lui.     (In crescendo, come se rispondesse a Georgy von Stroller): Chi se ne fotte? Hai detto Chi se ne fotte? Tu, te ne fotti, stronzo. Sei il direttore del Teatro d’Europa, e non te ne frega un cazzo di me? … di ME? … Dimmi almeno che vuoi leggere un paio di mie commedie. Prendimi per il culo. Illudimi. Prendimi in giro. Dimmi che dopo averle lette mi scriverai due righe, così andrò via felice e – appagato - canterò le tue lodi e la tua gloria, oh George von Stroller del mio cazzo!

LEI.    (Alzandosi dal letto, calma): Che ore sono?

Lui.     Ma come? Io sto litigando con Georgy von Stroller e tu mi chiedi che ore sono?

LEI.    Senti. Abbiamo fatto l’amore, stanotte, o no?

Lui.     Diciamo di sì.

LEI.    E mentre, io ringrazio la tua mano, tu ti metti a litigare con Georgy von Stroller?

Lui.     Che domande! Che domande! Come faccio a scrivere la mia commedia su Parigi, se interrompi i dialoghi dei miei personaggi introducendo elementi estranei alla narrazione? Devi assecondarmi, tesoro. Recitare a soggetto.

LEI.    Usciamo, o no?

Lui.     Ti ho appena detto che andremo al Teatro d’Europa, a salutare Corbeille, Racine, Moliere e altri grandi immortali.

LEI.    Ma sono morti.

Lui.     Non sono morti. Sono ancora tra noi. I loro busti di marmo si trovano nell’atrio del Teatro d’Europa.

LEI.    E tu vuoi salutare delle statue?

Lui.     Non io. Il mio genio artistico.

LEI.    Capisco.

Lui.     E tu mi domandi se usciamo. Speriamo che mi affascini almeno quel Teatro. Finora, Parigi non mi ha affascinato. Non vi ho trovato nulla di speciale, nulla di quel fascino che ho trovato altrove.

LEI.    Altrove, dove?

Lui.     A Montecarlo, per esempio.

LEI.    Siamo in questa camera da tre giorni e sono tre giorni e tre notti che facciamo l’amore. - Chiamiamolo amore. - Mi dici, per favore, com’è che vorresti conoscere Parigi? Usciamo, finalmente, o no?

Lui.     Una città come Parigi deve farsi conoscere, anche se piove o nevica. Se fa caldo o tira vento. Se usciamo o stiamo dentro. Il clima di Parigi ci ha impedito di uscire, non il mio estro. Ecco perché, oggi, usciamo, ma per andare dentro a un teatro o dentro un museo.

LEI.    (Contenta): Un museo di quadri?

Lui.     Pinacoteche. I musei di quadri si chiamano pinacoteche.

LEI.    Bello. Finalmente sveleremo i misteri di Parigi.

Lui.     Cara, ascolta. Il fatto che ci siano musei con dei bei quadri, a Parigi, non è uno specifico parigino. I bei quadri li trovi anche a Firenze, Madrid, New York…

LEI.    (Che si sta truccando): Uhm –uhm!

Lui.     Eh?

LEI.    Ho detto, magnifico!

Lui.     Grazie.

LEI.    Di che?

Lui.     Che ne so? Sei pronta?

LEI.    Quasi pronta. Solo mezz’ora.

BUIO.

Scena terza.

            È sera. Lui e LEI rientrano in camera. Accendono la luce.

Lui.     Che soddisfazione. Abbiamo cenato in un ristorante di lusso.

LEI.    Uh? Sì. Stavolta sì.

Lui.     Ero obbligato, secondo te, a lasciare la mancia?

LEI.    Beh, di solito, in quei posti si dà.

Lui.     Ma perché, scusa. Che vuoi dire con “in quei posti si dà”?

LEI.    Insomma, ci hanno trattati bene. Se ci avessero trattati male, beh… allora no. Però ci hanno trattati bene.

Lui.     Tesoro, hanno aggiunto al conto il quindici per cento, per il servizio. Volevi che gli dessi anche la mancia? Ma chi credi di essere? Garinei e Giovannini?

LEI.    Dovevi fare il signore. Lasciare una mancia. Di solito si agisce con indifferenza.

Lui.     Cosa?

LEI.    Di solito si fa così: Apri il portafoglio, allunghi una banconota al capocameriere e lo saluti con un sorriso.

Lui.     Di solito?

LEI.    Sì.

Lui.     Con indifferenza?

LEI.    Certo.

Lui.     Si vede che non hai personalità.

LEI.    E perché?

Lui.     Se uno ha personalità, non fa discussioni. Si alza, paga il conto e se ne va. Senza tante ipocrite smancerie o stupidi sorrisi. D’accordo?

LEI.    Seee!

Lui.     Cosa?

LEI.    Ho detto: siii!

Lui.     E poi, loro, i camerieri, potevano insegnarmelo prima.

LEI.    Non erano obbligati a farlo.

Lui.     Non erano obbligati ad insegnarmi come si mangiano le ostriche?

LEI.    Dovevi pensarci tu, prima di portarmi a Parigi. Non hai sempre detto di essere un signore?

Lui.     Un barone, prego.

LEI.    Un barone, scusa. Ah! ah! Ah!

Lui.     Lo sono veramente. Barone di Corulla. Titolo rilasciato alla nostra Casata dalla regina Isabella di Spagna.

LEI.    Ah, sì?

Lui.     Sì.

LEI.    E quando, di grazia?

Lui.     Nell’anno del Signore 1785.

LEI.    Oh, scusa tanto.

Lui.     E poi… Lo so, come si mangiano le ostriche, sai?

LEI.    E come si mangiano?

Lui.     Così: sluuuurrrp!

LEI.    Succhiando?

Lui.     Succhiando.

LEI.    Con le mani?

Lui.     E come, se no? Con i piedi?

LEI.    Con le mani e con lo sluuurrrp?

Lui.     Con le mani e con lo sluuurrrp!

LEI.    E quella forchetta d’argento che ti ha portato dopo la seconda ostrica? Secondo te, a che serviva?

Lui.     Potevano avvisarmi prima, no? La forchetta! Le ostriche con la forchetta.

LEI.    Te l’hanno detto, dopo. E allora? Il cameriere è stato chiarissimo e gentile. Uno: si prende l’ostrica con la mano sinistra. Due: con delicatezza, si stacca il mollusco dalla conchiglia, detta valva. Tre: si deposita un po’ di salsetta e …

Lui.     SLUUURRRP! …  Nature, madame.

LEI.    Poi di butta via la valva. Ripeto: “valva”.

Lui.     Perché, io come l’ho chiamata?

LEI.    “Vulva”. Ed infine, la valva si butta, non si lecca.

Lui.     Va beh, tra valva e vulva, e facile confondersi. Semmai, spero vivamente che quelle ostriche, e quei crostacei, non risveglino le mie emorroidi.

BUIO.

Scena quarta.

            Mattino. Si ode lo sciacquone. Lui esce dal bagno molto eccitato, entusiasta. LEI è svegliata dal rumore dello sciacquone e dalle parole di lui.

Lui.     Ecco, ci sono. Due fidanzati, o due innamorati o due sposini, vanno a Parigi. Si tratta di una coppia felice. Potrei cominciare con la ricerca dell’albergo. Naturalmente, trattandosi di una commedia, deve basarsi tutto sulla parola. Il teatro senza parola è un telone bianco. Che ne dici?

LEI.    Stavo dormendo così bene.

Lui.     Sì… Sì. Quindi, questi due si trovano in un albergo e parlano, parlano, parlano… Ma di che cazzo parlano?... Non importa. Verrà da sè. Non sappiamo da quanto tempo sono là, in quella camera. Sappiamo solo che sono a Parigi. Potrebbero cominciare con la discussione sul ristorante. Entrano in camera e LEI fa: “Potevi lasciargliela, la mancia, caro”.

LEI.    (Ironica). Ma che fantasia!

Lui.     Proprio così. Da: “Potevi lasciargli la mancia”, pian piano si va scoprendo che questi tizi sono andati in un ristorante di lusso. – Lui non era mai stato in un ristorante di lusso…

LEI.    Questo l’avevamo capito.

Lui.     Non era mai stato in un ristorante di lusso e non sapeva neppure mangiare correttamente le ostriche.

LEI.    Beh, ostriche… diciamo “crostacei”, in generale, è meglio.

Lui.     Le cozze ben cucinate sono più gustose delle ostriche crude.

LEI.    Le ostriche si gustano crude.

Lui.     E va bene. Non si sa cosa hanno mangiato. Lo chiamano “pesce”. Pesce. Però erano ostriche e cozze, giusto?

LEI.    Diciamo.

Lui.     Poi si va scoprendo tutto. Si va scoprendo che a Parigi c’è puzza di cacca.

LEI.    C’è puzza di cacca, a Parigi?

Lui.     Ogni tanto si sente puzza di cacca. Diciamo che è l’inquinamento.

LEI.    Puzza di fritto, semmai.

Lui.     No, no, no. Puzza di merda.

LEI.    Io sento puzza di fritto.

Lui.     Nooo: puzza di merda.

LEI.    Fritto.

Lui.     Merda fritta, allora, va bene?

LEI:    vavvanculo!

Lui.     (Entusiasta): grazie, tesoro. Ah! questo non è teatro. È musica. È arte. Musica. Ripetiamo tutto, dai. Forza: “Io sento puzza di cacca…”.

LEI.    No, no. Sei tu il commediografo. Prima scrivi la commedia. Scrivila. Se mi piacerà, la reciterò.

Lui.     Ecco. Poi si scopre che LEI è un’attrice. Sì, il teatro è come un albero: ogni anno deve dare nuovi frutti. Giusto? Giusto.

LEI.    Stai andando forte. Non deprimerti.

Lui.     Deprimermi? … Io? … Vediamo. Lui e LEI visitano il Louvre, dove incontrano un vecchio pittore che dipinge copie di quadri famosi.

LEI.    L’ho visto io, per prima.

Lui.     Gli dico: “Scusi, est espagnol”?

E lui: “Ma che espagnol, sono italiano, come te, piciu”.

LEI.    Piciu?

Lui.     In piemontese vuol dire pirla. In siciliano, coglione.

LEI.    Ah, già. Era italiano.

Lui.      Italiano?- faccio io.  – E di dove?

“Di Poirino”, – fa lui.

Ed io: …

LEI.    (Rubandogli la battuta, imitando Lui). “Perché sta copiando questo quadro”?

Lui.     “Perché si copia un quadro, secondo te”? – fa quello.

LEI.    E tu gli fai: “Non sarà mica per venderlo”?

Lui.     E quel tizio: “Sei sveglio, ragazzo. Lo sai che sei proprio furbo!”

Ed io ribatto: “E perché lo vende”?

E lui, perfido: “Che vuoi che me ne faccia di un quadro”?

Ed io: “Lo potrebbe tenere come ricordo”.

LEI.     E qui ti ha stracciato.

Lui.      Già. Mi ha detto: “Che me ne faccio di un quadro che ho dipinto io stesso? Di una copia, per giunta!”

LEI.     Sei furbo! E sì, sei furbo!

Lui.      “Dipingere è il mio mestiere, ha aggiunto lui. - Se tenessi tutti i quadri che dipingo, ne avrei la casa piena”.

LEI.    Hai fatto una bella figuraccia!

Lui.     (Sorride, nostalgico): Che tipo! Avrà avuto ottanta anni! E, come tutti i vecchi, aveva ragione: perché mai un pittore dovrebbe dipingere? Per mangiarsi i suoi quadri? No. È per venderli. C’è poco da fare. Per quanto possano amare l’arte, i pittori… gli artisti, sono coloro che più di tutti mercificano l’arte. Non si lamentino, perciò, quando un loro dipinto è venduto da galleristi paraculo ad un prezzo triplo o quadruplo del valore iniziale.

LEI.    Quel vecchietto li sa fare, i quadri.

Lui.     Che scoperta! È un pittore, no? Se non li sapesse fare, non sarebbe un pittore. Anzi, non gli darebbero neppure l’autorizzazione per copiare le opere del Louvre.

LEI.    Se è per questo, c’erano tanti altri che copiavano, ma non sapevano dipingere. L’hai capito persino tu, no?

Lui.     Che c’entra? Stavano imparando... Erano studenti... È diverso. Come fai a non capirlo! Quei giovani, sono coloro che tra sessanta o settanta anni si ritroveranno come quel vecchietto di Poirino. Dipingeranno quadri d’autore, copiandoli al Louvre e rivendendoli come “Falsi d’autore” a due milioni al pezzo.

LEI.    Quanto chiedeva per quel quadro che stava rifinendo?

Lui.     Quel quadro era la Maddalena con la candela”.

LEI.    Sì, quello. Quanto chiedeva?

Lui.     Duemilioni e mezzo. E li valeva tutti.

LEI.    Beh, sì. Era bello.

Lui.     Bello? Era identico. Se non fosse stato per quel timbro - quello apposto dalla direzione del Museo sul retro della tela - quel quadro sarebbe stato scambiato per autentico. Era perfetto.

LEI.    E poi, con nostalgia, siamo passati oltre e, rammaricati, abbiamo lasciato quel vecchietto intento alla sua creazione…

Lui.     (Elettrizzato): Va bene, va bene così. Diventerà una bella commedia. Sì! …Ma…

LEI.    Ma…?

Lui.     Ma il pubblico italiano sarà maturo per questo genere di teatro? I critici, l’apprezzeranno? E le giurie dei premi teatrali? E i registi? ...Hugo… Georgy…

LEI.    Tu non ci pensare… Pensa al tuo lavoro… Realizzati. Fai quel poco che puoi.

Lui.     Hai ragione. Diamoci da fare: cosa abbiamo fatto, dopo il Louvre?

LEI.    Ieri?

Lui.     Ieri, sì, dopo il Louvre.

LEI.    Siamo andati ai giardini. Jardin des Tuileries.

Lui.     E poi?

LEI.    Visitato il Jeu de Paume.

Lui.     Ok, Jeu de Paume. Poi?

LEI.    Ma devo scriverla io, la tua commedia?

Lui.     Sì, sì. Cioè, no, no. Jeu de Paume, tesoro. E Poi?

LEI.    Poi… Rue de Rivoli.Poi… Poi…

Lui.     Ah, sì: i cessi!

LEI.    Li chiamerai i cessi?

Lui.     I gabinetti pubblici di Rue de Rivoli. Questa la scrivo a forma di monologo. Il gabinetto, dove c’era il via-vai. I cessi. È da scrivere, come i pezzi teatrali di Le Roy Jones.

LEI.    Le Roy Jones?

Lui.     Sì, un povero commediografo negro americano.

LEI.    Oh! Capisco.

Lui.     Sì, scriverò di cessi, della vita nei gabinetti pubblici, di uomini, donne, di sogni che vanno, vengono…

LEI.    (Ironica): Stupendo! Sai che divertimento!

Lui.     Ho in mente una scena bellissima, sai?

LEI.    Dove?

Lui.     Ma ai cessi, no? Mi è venuta così, mentre tu cacavi. Ti ho aspettato per venti minuti.

LEI.    Fai un po’ meno, dai.

Lui.     Diciannove minuti, ai cessi pubblici.

LEI.    Erano due giorni che non andavo di corpo.

Lui.     Paura delle emorroidi, eh? Va bene, sei scusata.

LEI.    Scusata di che? Sono io che scuso te. Porco.

Lui.     Grazie. Senti questa. Mentre ti aspettavo, lì, nell’anticamera dei cessi, mi sembrava di essere a teatro. È proprio interessante, la vita nei cessi. Sul serio, sai?

LEI.    Ah, sì?

Lui.     C’era una negra, lì. Che aspettava, aspettava… Poi, di tanto in tanto, lavava a terra… Lavava il pavimento, anche se era pulito.

LEI.    Sì, le custodi puliscono sempre. Ogni volta che uno esce, lei pulisce, lava…

Lui.     E come lo sai?

LEI.    Ma…

Lui.     Che ne sai, tu? Hai mai lavorato nei cessi? Sei mai stata ad aspettare diciannove minuti?

LEI.    Ci hai messo un’ora, tu.

Lui.     Emorroidi, tesoro. È vero, puliscono sempre. Ma solo perché a Parigi tutti – anche le donne – quando cacano o pisciano sporcano dappertutto. E quelle rare volte che non è sporco, la negra deve pulire lo stesso. E sai perché?

LEI.    Sentiamo.

Lui.     Beh, potrebbe venire un controllo. In tal caso non deve farsi sorprendere a poltrire. Deve farsi trovare attiva, mentre pulisce, mentre lava per terra.

LEI.    Un controllo? Ma che dici?

Lui.     E chi lo sa?  Magari, quella lì è una dipendente comunale. Così si spiegherebbe il perché, mentre aspettavo te, quella negra mi guardava male, con sospetto. Forse sospettava che io fossi un controllore… un ispettore…

LEI.    …un maniaco sessuale…

Lui.     No. Un controllo vero e proprio non potevano farlo.

LEI.    E perché?

Lui.     Perché i soldi che riceveva come mancia non erano contabilizzati, né da una macchinetta nè da un ticket.

LEI.    Che vuoi dire?

Lui.     Che per pisciare si pagava, ma non davano lo scontrino. C’era solo un cartello con la scritta: “ORINATOIO: uomini ottanta centesimi. Donne, il doppio”. L’hai notato?

LEI.    Sì, l’ho notato. E il tutto era scritto in quattro lingue.

Lui.     Come farebbe un controllore a stabilire quanta gente è entrata?

(Si blocca in attesa di risposta.)

LEI.    Beh? E allora?

Lui.     Allora, cosa?

LEI.    concludi. Chi era quella donna?

Lui.     Quella negra? Poteva essere una lavoratrice autonoma, indipendente, o un’abusiva. Magari aveva avuto la gestione del gabinetto, in appalto. A tariffa controllata. A tariffa agevolata. Anzi, a tariffa concordata, più le mance.

LEI.    Mance?

Lui.     Certo. Chi deve sborsare ottanta centesimi, paga con una moneta da un franco. Il resto lo lascia come mancia.

LEI.    Ottima deduzione.

Lui.     Ma dubito che fosse una lavoratrice autonoma. Era negra. Una negra, a Parigi, autonoma?

LEI.    Razzista.

Lui.     Razzista o no, quella dei cessi è una scena da scrivere.

LEI.    Pensi che mac Gregor von Stroller la rappresenteranno?

Lui.     Forse.

LEI.    Forse?

Lui.     Scrivere commedie che non saranno rappresentate è come possedere tabacco e pipe ma senza avere fiammiferi. Tu che pensi? Mi rappresenteranno?

LEI.    No.

Lui.     Peggio per loro. Non sanno ancora cosa vuol dire soffrire di emorroidi.

(Buio.)

Scena quinta

            È sera. Lui e LEI rientrano in camera. Sono stanchi.

LEI.    Oh, finalmente ci riposiamo. (Si toglie le scarpe.)

Lui.     Il Marchè au puces è immenso. Secondo te, posso scrivere una scena al mercatino delle pulci?

LEI.    Sì. Però devi spiegare che è un specie di  Portobello road, a Londra. Porta Portese, a Roma. Il  Baloon, a Torino.

Lui.     Non occorre. Dirò che abbiamo visto degli oggetti antichi, tra cui un orologio-anello. Quanto costava?

LEI.    Mille e ottocento franchi.

Lui.     Ma poi, contrattando, è sceso a mille e cinquecento. Poi a mille.

Lui.     Infine, si sarebbe accontentato di settecento franchi.

LEI.    ma tu non lo hai comprato. Mi dici perché ti sei messo a contrattare?

Lui.     Così, per il piacere di contrattare, per vedere se avrei vinto io.

LEI.    Per questo, ti ha mandato a quel paese. Prima ha detto merde! Poi ha detto: vaffanculò, italienne de merde!

Lui.     Un orologio-anello!

LEI.    Era un bell’oggettino, però.

Lui.     Bello? Un orologio incastonato in un anello? Che dici?

LEI.    Era bello, dai.

lui.       Scherzi? Ti chiedono che ora è e tu, anziché guardarti il polso, ti guardi il dito?

LEI.    Mi piaceva.

Lui.     (Demoralizzato). No, no, no. Così non va. Non va più. Cosa vuoi che interessi al pubblico del Marché aux puces? Dell’orologio-anello…

LEI.    Se è per questo, perché dovrebbe avere interesse per Parigi?

Lui.     Cazzo, hai ragione. Facciamo le valige.

LEI.    Cosa?

Lui.     Torniamo in Italia e mandiamo a fare in culo questa cazzo di Parigi di merda, la commedia, Georgy von Stroller, Hugo mac Gregor e… mille e ottocento franchi per l’orologio di quel pirla. Centonovanta franchi per un arrosto schifoso e delle patatine fritte con olio al piscio. Trenta franchi per una silohuette di carta velina ritagliata con le forbici da un merdoso cinese muso giallo. Invece al buborg un giapponese merdoso occhi a mandorla la faceva per cinque, dico cinque, luridi, merdosi franchi. Non trenta franchi. Cinque.

LEI.    (Ignorando il precedente sfogo di lui). Bella, la silohuette. Originale. (Da un borsone prende una cornicetta.) Guarda come sta bene nella cornice.

Lui.     La silohuette trenta franchi. La cornice, venti franchi. Cinquanta franchi per un profilo di carta.

LEI.    Non hai sentimento. Quel “profilo” è il nostro, amore. È carino, tenero. Non avevo mai visto una tecnica simile. (Esprime a gesti, con indice e medio, il taglio delle forbici.)

Lui.     Io sì, l’avevo già vista.

LEI.    E dove?

Lui.     Io ho girato il mondo, mi chiamavano il più grande puttaniere del mondo, e tu osi domandarmi dove ho visto questi ritagli? Ma a Shangai, no?

LEI.    Scusa tanto!

Lui.     Perdonata.

LEI.    A Shangai, eh?

Lui.     Puoi giurarci.

LEI.    Non ti credo. Dimmi la verità. Dove?

Lui.     Come sarebbe a dire dove?

LEI.    Dove li hai visti? Ai cessi cinesi?

Lui.     Ma che cazzo di domande stai facendo?

LEI.    Sei un millantatore. Tu saresti quello che sapeva mangiare le ostriche, però non hai saputo mangiarle. Adesso dici che conoscevi i ritagli cinesi.

Lui.     Io ho saputo mangiarle, le ostriche.

LEI.    Hai saputo mangiarle?

Lui.     Beh, le ho mangiate, no? Non le ho lasciate.

LEI.    Mi avevi fatto credere che eri un barone. “Chi, io? – hai detto con prosopopea. -Le ostriche sono il mio pane. Sono stufo di mangiarle. Si mangiano così, così e così…io ho girato il mondo…”

Lui.     Le mangio persino a colazione e a merenda.

LEI.    …E poi ho scoperto…

Lui.     …Cosa hai scoperto?

LEI:    …Che non sai mangiare neppure le vongole.

Lui.     Questa è buona.

LEI.    (Con biasimo). Eri impacciato. Non sapevi mangiarle, le ostriche. Non dire di no.

Lui.     Impacciato, io?

LEI.    E ti sei persino sbrodolato sulla tovaglia…

Lui.     (risata ironica.) Ah, ah ah! sbrodolato!

LEI.    Come un poppante.

Lui.     Uh, uh! Poppante! Buona! La vuoi sapere, la verità?

LEI.    Muoio dalla voglia.

Lui.     Dopo aver pagato, ho detto al cameriere. “Mi scusi, se non ho saputo mangiare le ostriche”.

LEI.    A quale cameriere, a quello che sapeva parlare solo francese?

Lui.     No, allo sguattero che parlava solo italiano.

LEI.    E lui che ti ha detto?

Lui.     Mi ha detto: “No, no. Ouì, ouì. Si mangiano così, si mangiano così. Lei, monsieur è stato perfett. Peeerfeeett”.

LEI.    Cooosa?

Lui.     Quel cameriere sapeva quel che diceva. E non parlava solo il francese.

LEI.    Quel cameriere, tutte le volte che si allontanava dal nostro tavolo, rideva.

Lui.     Rideva, eh?

LEI.    Ed anche il secondo cameriere, rideva.

Lui.     Ridono sempre. L’hanno imparato nelle scuole alberghiere svizzere.

LEI.    Ma quando servivano gli altri tavoli, non ridevano. Solo da noi. Ti guardavano e ridevano.

Lui.     E va bene. Può darsi. Ridevano di me. Ma io me ne fregavo. Anzi, io pensavo: “Ridete, ridete pure. Intanto io mangio.” E mangiavo a quattro ganasce…

LEI.    Che vuol dire come un porco.

Lui.     Come un porco, va bene?

LEI.    Ma proprio insieme a me, dovevi fare il porco?

Lui.     L’avrei fatto volentieri con von Stroller e con mac Gregor, se soffrissero di emorroidi.

LEI.    Crostacei ed emorroidi sono inconciliabili. Mangiare crostacei non è salutare.

Lui.     Proprio per questo, li avrei invitati.

LEI.    Se loro avessero le emorroidi si farebbero operare in quattro e quattr’otto.

Lui.     Sai perché? Per pettegolezzo. Per farsi immortalare dai paparazzi dei giornali specializzati. Primo fra tutti L’acchiappasegreti 2000. “Famosi registi teatrali sono stati scoperti in ospedale, ricoverati per un delicato intervento chirurgico in un posto delicato tra le chiappe, all’altezza dell’ano. Del buco dell’ano. Nell’ano, insomma”. Seguono poi le foto in esclusiva.

LEI.    Gingillati. Fantastica pure. Secondo me non soffrono.

Lui.     Dici?

LEI.    Dico.

Lui.     Nessuno dei due?

LEI.    Neppure mezzo.

Lui.     Le statistiche dicono che l’ottanta per cento della gente soffre di emorroidi. Proprio loro fanno parte, secondo te, del restante venti per cento?

LEI.    A volte il Destino è così. Capriccioso.

Lui.     A chi tutto e a chi niente.

LEI.    Che vuoi farci?

Lui.     E se ne soffrissero saltuariamente? Quando fanno le conferenze stampa, ad esempio, ne soffrino?

LEI.    Chissà. Quien sabe?

Lui.     E quando dirigono la Grande Regia, ne soffrono o no?

LEI.    Forse che sì. Forse che no.

Lui.     Io a soffrire, qui ed ora, e loro, FORSE, no? Come osi?

LEI.    Prendila così. Forse sei il solo grande artista al mondo a soffrire di emorroidi.

Lui.     Un bel primato, davvero.

LEI.    Io ci credo.

Lui.     Non dire cazzate. La verità è che tutti i commediografi frustrati del mondo soffrono di emorroidi.

LEI.    E non ci sono rimedi? …a parte lo spicchio d’aglio.

Lui.     Decine. Esistono decine di rimedi.

LEI.    Fare esempi, prego.

Lui.     O ti rappresentano una commedia oppure devi ricorrere a metodi drastici: l’intervento chirurgico. Sai che vuol dire?

LEI.    Non lo so, ma ho l’impressione che tra due secondi lo saprò.

Lui.     Vuol dire che ti tagliano il buco del culo e te lo accorciano, bimba. Ma poi stai bene. Però, prima, ti fanno il clistere e ti danno l’olio di ricino. Due litri di acqua e bicarbonato. E quando la pupù sta per scapparti, credi che sia una scorreggia e invece è una cannonata innaffiatoria. E poi ti danno ancora olio di ricino, per ripulirti le budella. E poi via, in sala operatoria. Dieci minuti e sei fuori. E ti svegli dal mondo dei sogni con un peperoncino nel più intimo dei tuoi buchetti. Quando, poi, gl’infermieri ti tolgono la garza sterile che fa da tampone, è come se ti strappassero il buco dalla sua sede naturale. E ti sembra di avere un ano diverso.

LEI.    “Cambiando nell’ano, un individuo cambia nel carattere”, dicono certi psicologi.

Lui.     E l’individuo diventa più buono.

LEI.    Altri metodi?

Lui.     Spicchi. Spicchi d’aglio a volontà. A mac Gregor consiglierei spicchi d’aglio come supposte. Aglio crudo, naturalmente.

LEI.    A von Stroller?

Lui.     Un corno rosso al peperoncino.

(Buio.)

Scena sesta.

            Lui recita in proscenio, davanti ad un ipotetico pubblico. LEI sta dormendo.

Lui.     L’albergo è calmo e tranquillo. Meglio di quello di Nizza. C’era la ferrovia, sotto la finestra del nostro albergo, a Nizza. I treni passavano su un ponte. Un ponte di ferro. Un treno ogni cinque minuti. Ogni cinque minuti, di giorno e di notte. Soprattutto la notte. Quelli più antipatici erano i treni merci. Erano lunghissimi. Interminabili. T-tunf, tunf, tunf. Tu-tunf, tunf, tunf… bei tempi! Ma devo parlare di Parigi, non di Nizza. Parigi. Parigi. In quest’albergo rifanno il letto tutte le mattine! A Nizza, dove c’erano camerieri gay e travestiti, le lenzuola le cambiavano ogni tre giorni. Quei trans erano stanche, poverine. La notte ricevevano i clienti. Lo sciacquone, tra un treno e l’altro, non ci dava tregua.

     

(LEI si rigira sul letto. Guarda con tenerezza la sua compagna, che continua a dormire.)

Lui.     E LEI, poverina, che mi ha seguito in quest’avventura creativa, sopportava tutto. Mi faceva da spalla. M’incitava, mi stimolava… Le farò una sorpresa. Per ringraziarla le ho comprato un braccialetto. L’ho comprato in un negozio dove c’era un commesso finocchio… Ho speso duecento franchi…

(Lui viene interrotto. LEI, infatti, si sta svegliando. Lui si gira verso di LEI e le si avvicina.)

Lui.     Buon giorno, dolce luce dei miei occhi. Tenera Musa ispiratrice dei miei pensieri.

LEI.    Secondo te, come fanno i finocchi?

Lui.     I finocchi?

LEI.    Voglio dire: i finocchi che soffrono di emorroidi.

Lui.     Mio tesoro, nessun finocchio soffre di emorroidi. Per loro stessa natura.

(LEI scorge il pacchetto-regalo sul comodino. Contenta, lo apre. Trova il rigido braccialetto di rame, e lo prova.)

LEI.    Bello. È proprio un bel regalo. Che gentile pensiero. È d’oro?

Lui.     No, di rame. Rame antico.

LEI.    Quanto, Antico?

Lui.     Dicono che sia appartenuto a Cleopatra… L’ho scelto io.

LEI.    Tu o il commesso?

Lui.     Io. Ero indeciso tra due modelli e così ho chiesto al commesso - che era gay - LEI quale sceglierebbe? E il commesso, con una carineria tutta effeminata (imita il commesso effeminato): “Oh, ma son belli tutti e due. Perchè non li compra entrambi?”

LEI.    Era carino, quel commesso, eh?

Lui.     Era finocchio.

LEI.    E allora? Un finocchio non può essere carino?

Lui.     Non ci sono finocchi carini. I finocchi sono finocchi e basta.

LEI.    Non c’è niente di male, ad essere finocchi.

Lui.     Voi donne avete una certa innata simpatia per i finocchi… sarà perché vedete voi stesse come sareste se aveste la parità. La VERA parità. Parità persino tra le gambe.

LEI.    Volgare!

Lui.     (Con modi esageratamente effeminati): Volgave! Volgave! Volgave! L’invidia del pene.

LEI.    Che hai? Hai paura del confronto?

Lui.     Confronto? Prima fatevi crescere i coglioni. La parità vogliono. Tsè, la parità!

LEI.    Ti sei svegliato con la luna? Come una zitellona isterica?

Lui.     Uuuuh! Ti offendi? Vi offendete? Le mie opere… nessuno le rappresenta e LEI si offende se le dico di farsi crescere i coglioni. Prendi i travestiti: mica si offendono, loro. Anzi! E come si vantano! Sono orgogliosi della loro “diversità”.

            (Cantilenando con aria altezzosa, imitando i gay.) “Sono-un-diverso, sono-un-diverso, sono-un-diverso cha cha cha. Sono- un-diverso…

LEI.    Non tutti sono così.

Lui.     (Ironico): certo, ci sono i finocchi timidi, quelli che fanno tenerezza… magari sono studentelli… e la notte li trovi tutti lì, sin da quando scende la sera. Lì, a Pigalle. Pigalle- trumb-trumb. A fare e a farsi a vicenda, “servizietti completi”. Davanti ai locali notturni, magari teatri, teatrini, dove la gente non tossisce.

LEI.    Tossisce?

Lui.     Non tossisce. Tutti i momenti. Come nei teatri seri. Quelli veri. Veri teatri.

LEI.    Che c’entra il tossire?

Lui.     C’entra, cazzo. Eccome, se c’entra. Perché, quando la gente nei teatri tossisce, vuol dire che si sta annoiando. E se uno tossisce, poi tossiscono tutti gli altri. Sembra un contagio continuo. Un contagiarsi a vicenda. Uno spettatore tossisce, e subito tossiscono altri dieci, venti, cinquanta spettatori. A catena.

LEI.    E allora?

Lui.     A Pigalle, invece, non tossisce nessuno. Il pubblico assiste con interesse allo spettacolo. E che spettacolo!

LEI.    (Scimmiottandolo): E che spettacolo!

Lui.     Devo buttarmi a scrivere commedie pornografiche. Pornografiche e comiche. Un nuovo genere: pornocomic. Nessuno ha mai scritto una commedia pornografica.

LEI.    Le idee le avresti, nel genere porno.

Lui.     Altro che una commedia su questa cazzo di Parigi. A chi vuoi che interessi una commedia su Parigi? Che tristezza.

LEI.    Tristezza?

Lui.     Sei mai stata nei camerini dei Grandi Attori dopo un loro spettacolo privo di brio, di carica, di dinamismo? Non dico la sera della Prima, in una grande città. No. Si sa, la sera della Prima è un gran viavai d’Autorità, personalità, bacioni, presentazioni, complimenti, eccetera eccetera. La vita è rosa, la sera della Prima. Ma dalla seconda serata in poi… Prova ad andare dietro le quinte la seconda, la terza o quarta serata: ci troverai un mortorio, solo tristezza. Quasi squallore. Alcuni divi hanno la servitrice bonacciona, quelle di grossa stazza, donnone romane che tengono a servizio da venti o trent’anni, che magari gli lavano il culetto o che teneramente li cullano. C’è davvero tristezza, dietro le quinte e nei camerini, dopo lo spettacolo. Qualche tecnico giovane scherza con l’attrice giovane, un altro attore telefona alla fidanzata… il direttore del teatro che si sfrega le mani…

LEI.    Ma tu che ne sai? Sei un attore, tu?

Lui.     Eh, le so bene, queste cose, io. Le so perché ho aspettato.

LEI.    Hai aspettato?

Lui.     Ho aspettato. Ho aspettato che si cambiassero, i divi. Ho atteso che dismettessero i costumi di scena, che si struccassero. Ho aspettato, per consegnare loro un mio copione e li pregavo, timidamente, con rispetto, perché lo leggessero, bontà loro, per avere un parere. Ho consegnato decine, centinaia, migliaia di copioni. Riesci ad immaginarlo? L’Autore, il Creatore, che prega la Marionetta. Vecchia storia. Anzi, storia di una volta. oggi la Marionetta si è evoluta, ha cambiato padrone. Oggi è al servizio di chi gli dà il boccone.

LEI.    L’assessore?

Lui.     L’assessore o il Ministro, che importa? Importa solo l’Autore dietro il camerino del Divo che si sta cambiando.

LEI.    Taglia corto.

Lui.     Per farla breve, solo uno di loro mi rispose.

LEI.    Che ti disse?

Lui.     Che solo un colpo di fortuna, poteva farmi rappresentare. È così, il mondo teatrale. Poi, mi telefonò un altro divo. Ma quello non fa testo perché e dichiaratamente finocchio.

LEI.    Gay.

Lui.     Finocchio.

LEI.    Gay.

Lui.     Gay finocchio.

LEI.    E perché non fa testo?

Lui.     Perché mi telefonò per sentire la mia voce da maschiaccio. Non per darmi un parere sulla mia opera. Scommetto che mentre ascoltava la mia voce si masturbava.

LEI.    Con quella testa non raggiungerai mai il successo.

Lui.     Solo uno di essi, mi rispose veramente. Mi scrisse una lettera che conservo ancora con cura. Ogni tanto la rileggo, con sacralità. L’altro divo, il gay finocchio, riusciva solo a dire “cavino”. Diceva proprio così: “Cavino, la lettura è scovvevole, ma…”. Ecco: quel Ma mi ha sempre ucciso.

            (Lui prende la guida della città e la sfoglia.)

Lui.     Vediamo cosa abbiamo ancora da vedere. “La storia di Parigi”. Di questo non ce ne frega un emerito cazzo. … poi… Ah, “La valuta”. Questa sarebbe interessante, ma c’è poco da capire: ogni Franco Francese vale duecentodieci lire. Facile. Ma ci sono gli “uffici cambio”, dei ladri. Si beccano la bellezza di dodici franchi per ogni transazione, qualunque essa sia. C’è “Thomas Cook” che si becca beh un “tot” per cento su ogni carico monetario…

LEI.    L’uno per cento?

Lui.     L’uno? Che dico? Di più, molto di più.

LEI.    Quanto?

Lui.     Sai quanto si cucca “Thomas Cook”?

LEI.    No. Ma sono sicura che tra due secondi lo saprò.

Lui.     Il dieci per cento.

LEI.    Poco.

Lui.     Poco? Il dieci per cento lo chiami poco?

            (LEI non gli bada. Lui riprende a leggere la guida.)

Lui.     Guarda qui: “Le agenzie Thomas Cook sono aperte anche il sabato e la domenica”.

LEI.    Cosa?

Lui.     Ma come “cosa?”. Le banche. E quei ladri di “Thomas Cook”, no? A cosa stai pensando? Dunque: ecco l’elenco delle migliori banche della Citè. American Bank, Thomas Cook… e ti pareva! In centro sono aperte anche la notte, in Place de la Madeleine.

LEI.    È quella che abbiamo vista ieri.

Lui.     (Ironico): oh, che bello, che bello, batti le manine. Meglio starne alla larga.

LEI.    Per questo hai cambiato marciapiedi?

Lui.     Alla larga dagli sportelli “Thomas Cook”.

LEI.    Ma erano chiusi.

Lui.     Fanno finta. Per fregarti meglio. Uno pensa: “Tanto è chiusa”. Poi, invece, è aperta egl’impiegati ti ciucciano tutto il sangue. A noi l’hanno succhiato in Boulevard des Italienne…

LEI.    Hai scambiato centomila lire italiane in franchi francesi.

Lui.     Mi hanno cuccato… l’ho scritto qui, su un bel biglietto… Sessanta franchi.

LEI.    Questo non lo dimenticherai, non hai bisogno di appuntarlo.

Lui.     Dove hai messo la mappa?

LEI.    Quale mappa?

Lui.     La mappa di Paris, no? Oh Dio!

LEI.    Ah, la cartina, la piantina…

(LEI prende la cartina e la lancia sul letto.)

LEI.    La mappa! Manco dovessi cercare un tesoro.

Lui.     (Segnando sulla cartina): ecco, Boulevard des Italienne, ci conviene andarci quando ci sono i negozi aperti.

LEI.    Andiamoci domani.

Lui.     Domani è domenica. I negozi sono chiusi in tutte le città del mondo.

LEI.    Appunto. E domani dove andiamo?

Lui.     Domani facciamo follie. Andiamo in centro, alla torre Eiffel…

LEI.    Romantico: pranzeremo tra le nuvole…

Lui.     …e alla Citè…

LEI.    …L’ile de la citè…

Lui.     …E a Notre Dame…

LEI.    …Notre Dame de Paris…

Lui.     …Se non si paga l’ingresso.

LEI.    Poi, cos’altro c’è?

Lui.     Le Bois de Boulogne, …L’Etoile, ….Gli Champes Elysées… e basta.

LEI.    (Gli ruba la cartina): …L’Arc de Trionphe, …Comédie Française,…Notre Dame…

Lui.     Di nuovo?

LEI.    …Comédie des Italiens… Il Beaubourg…

Lui.     Già, dobbiamo andare al Beaubourg: non dimentichiamolo.

LEI.    E infine a Versailles.

Lui.     No, a Versailles, no.

LEI.    Sì, a Versailles, sì. Dobbiamo andarci. Informiamoci, dai.

Lui.     Ma non sai andare in bicicletta!

LEI.    Perché, bisogna saper andare in bici, per andare a Versailles?

Lui.     Eggià.

LEI.    Fatti infinocchiare dai luoghi comuni. La verità è che le biciclette si devono affittare.

Lui.     Ma che ci andiamo a fare a Versailles senza bici?

LEI.    Prendiamo un Tandem.

Lui.     Così risparmiamo?

LEI.    Chi ti ha detto che ci vogliono le biciclette? I tuoi amici?

Lui.     No, una canzone (canta un motivetto). Le bicyclet de Versailles.

LEI.    Ma và a Pigalle, và. Ti manca solo Pigalle.

Lui.     È da vedere, Pigalle.

LEI.    Tra finocchi e puttononi.

Lui.     Ecco, infatti.

LEI.    “Infatti”, cosa?

Lui.     Non fa per te. Tu mi aspetti qui, buona-buona.

LEI.    Ti ho dato io l’idea, perciò voglio venirci anch’io.

Lui.     (Non badandole): si prende il métro, il RAPT numero 5. si cambia a…

LEI.    (Insistendo): Ci vengo anch’io a Pigalle.

Lui.     No.

LEI.    Perché no?

Lui.     L’hai già visto. Ci siamo già passati oggi, in métro.

LEI.    Intendevo di sera! Di sera è diverso. Entrare nei localucci maliziosi…

Lui.     Vedi? Li chiami localucci, adesso? Sono a luci rosse. Ho detto no.

LEI.    Ma perché?

Lui.     Ci sono uomini. Ti guardano. E io non voglio.

LEI.    (Offesa, ma un po’ civetta): Gli uomini non mi guardano solo a Pigalle. Mi lanciano sguardi anche per strada, di giorno.

Lui.     In strada è diverso. (leggendo): Gita in elicottero…

LEI.    Eh?

Lui.     (indica la guida): Gita in elicottero: “Una maniera originale e meno costosa di quanto si possa pensare di vedere Parigi e dintorni è in elicottero. I giri sono organizzati tutto l’anno da diverse società: l’eli-France…, eliport… elicap…”.

(Si disperde nelle lettura. Poi indica entusiasta la cartina.)

Lui.      Ecco qui, dove potremmo andare.

LEI.    Ah. E cosa c’è, lì?

Lui.     Boh. Ma dalla foto sembra un bel posto.

BUIO.

Scena settima

            Camera d’albergo. È sera. Lui e LEI entrano.

Lui.     Chef vuol dire “capo”. Capo Maxim.

LEI.    Veramente sarebbe Chez. Chez Maxime.

Lui.     Immaginavo chissà cosa e invece cos’è? Cos’è Maxim’s? Niente. Maxim’s è solo un ingresso.

LEI.    Va be’, dall'esterno! Ma bisognerebbe vedere dentro.

Lui.     Ma è quello, Maxim’s: il “di fuori”. “La facciata”. Dentro è un ristorante come tanti. Di lusso, d’accordo, ma è un ristorante come tanti altri. (perentorio:) Chef Maxim’s è un ingresso. Null’altro che un ingresso.

LEI.    Chez Maxim. Chez, non chef. Si dice Maxim, non Maxim’s.

Lui.     Non importa! Quello che importa è farsi fotografare mentre si sta entrando.

LEI.    Chi entra?

Lui.     I Divi, i VIP… per loro è importante farsi notare mentre stanno entrando da Maxim’s. tutto il resto è relativo. Tu, sei una persona importante?

LEI.    Io no.

Lui.     Dicevo “tu” generico. Tu, sei importante?

LEI.    sì.

Lui.     Allora devi entrare da Maxim’s. Entri da Maxim’s?

LEI.    Sì.

Lui.     Quindi sei importante. Se non lo sei, allora aspiri a diventarlo. Ecco: ciò che conta è il legame tra l’essere importanti – e ricchi – e l’entrare da Maxim’s. Con una bella donna al fianco, magari. Nel tuo caso con un uomo, un gigolò. E tanti paparazzi che ti svolazzano attorno e cercano di fotografarti e tu fai finta di essere molestata e li scacci, a colpi di borsetta: “via, via”, ripeti infastidita. Ed entri di corsa, da Chez Maxim!

LEI.    …Se lo dici tu!

Lui.     Puoi scommetterci il tuo rossetto. Passiamo oltre: che abbiamo fatto, oggi?

LEI.    La Senna.

Lui.     Ah, la Senna, tutta la Senna. Rive Gauche. Cinque o sei ore a piedi, a passeggiare.

LEI.    Marcia forzata. Per fortuna è durata solo un’ora.

Lui.     Poi siamo andati a pranzare. Cucina francese. Ah, le cousine francesi.

LEI.    A mangiucchiare. Per fortuna ci siamo seduti ad un tavolo, sotto l’ombrellone. E il ristorante era Greco.

Lui.     Cento franchi per una Pajella valenciana.

LEI.    Andiamo a Parigi e ordiniamo una specialità spagnola. Solo tu potevi concepirlo:

Lui.     Grazie. Devo ammettere che non è da tutti.

LEI.    Sì, geniale! Ma questa è meglio che non la racconti.

Lui.     Perché, no? È da scrivere, invece. Sai che sberla teatrale ne viene fuori? Stai a sentire. Lui e LEI vanno a Parigi, città francese, entrano in un ristorante greco, nel quartiere latino, e mangiano una specialità spagnola servita da camerieri turchi e cucinata da garzoni algerini. E la coppia è italiana!

LEI.    Ma non è la verità.

Lui.     Lo so. Ma più della verità.

LEI.    Il di più della verità è falsità.

Lui.     Falsità per giungere alla verità.

LEI.    E quale sarebbe?

Lui.     Che sono un genio.

LEI.    Questa è esasperazione.

Lui.     Teatro è esasperazione.

LEI.    Non è finzione?

Lui.     Cinema, è finzione.

LEI.    E la finzione porta alla verità?

Lui.     Ma perché scendi sempre nei particolari? In quel ristorante il sugo non lo sapevano preparare.

LEI.    Ma come ti è venuto in mente di ordinare spaghetti al pomodoro?

Lui.     Quali spaghetti? Scherzavo.

LEI.    Perché non parli degli Champs Elisée? Li abbiamo visti finalmente. Dopo dieci giorni, ma li abbiamo visti.

Lui.     Già, non parlare degli Champs Elisée è come non parlare della ricchezza di Parigi.

LEI.    Le bien etre.

Lui.     Cosa?

LEI.    Le bien etre!

Lui.     Che vuol dire?

LEI.    uff! il benessere.

Lui.     Certo, il benessere. Champs Elisée è trés bien. Peccato, però, che vi siano poche tabaccherie. E quelle poche avevano solo i più schifosi e puzzolenti tabacchi per pipe.

LEI.    Il tuo, quello solito, non l’avevano?

Lui.     No.

LEI     (Con aria grottesca: ) Quei bastardi.

Lui.     Bastardi.

LEI.    (Ora con odio disperato: ) Li uccideresti tutti col gas, eh?

Lui.     (Con aria soddisfatta: ) Sììì. Oh, sììì. Però, agli Elisée, è tutto più caro. Quel rione non è per tutti. Vi regna il lusso. Tutto è molto costoso. E i negozi scorrevano sin sotto l’Arc de Triomphe. Elisées, il Cuore di Paris. Elisées, il portafoglio dei parigini. Elisées…

LEI.    Ferma la sveglia: c’è un nuovo modo di sognare.

Lui.     (Annoiato): Nuovo modo di sognare, vecchio modo di svegliare, eh?

LEI.    Andiamo a dormire?

Lui      (Depresso): sì.   (Pausa.)   Abbiamo finito il rullino della macchina fotografica: domani, ricordami di cambiarlo. Mettilo in borsa.

LEI.    Già fatto.

Lui.     Brutti stronzi.

LEI.    A chi ti riferisci?

Lui.     Ai tabaccai.

LEI.    Per il fatto che non avevano il tuo tabacco?

Lui.     No, per i francobolli.

LEI.    Ah, già per le cartoline. Quelli da un franco e settanta.

Lui.     Brutti stronzi e ladri: prima ti dicono che non hanno francobolli e, quelli che li hanno, li hanno solo da due franchi e dieci. In tal modo, se vuoi spedire la cartolina, sei costretto ad affrancarla con un sovrapprezzo di mezzo franco. Non è poco! Mica sono scemi, i tabaccai francesi. Furbi, come gl’italiani.

LEI.    A proposito. Abbiamo otto cartoline da spedire.

Lui.     Dobbiamo necessariamente spedirle?

LEI.    Siamo a Parigi, o no?

Lui.     Ci siamo, sì.

LEI.    E vuoi farlo sapere agli amici, o no?

Lui.     Il mondo intero lo saprà quando avrò scritto l’immortale commedia e quando mac Gregor e von Stroller l’avranno messa in scena.

LEI.    e, in attesa di quel giorno, perché non lo facciamo sapere ai nostri pochi intimi, che ne dici? Magari con qualche cartolina. Pensa a come saranno felici di riceverle.

Lui.     E sia!

LEI.    Grazia concessa?

Lui.     Domani regaleremo al ministero delle Poste del Governo francese ben venticinque franchi. Ci potremmo spedire altre quindici cartoline.

LEI.    Alla Gare li hanno. I francobolli.

Lui.     Dove?

LEI.    Alla stazione. Alla stazione devono averli per forza.

Lui.     Ma che dici? Io, turista, dovrei andare sino alla Gare per trovare dei miserabili francobolli? Io? Recarmi alla Gare dove ci sono i commessi negri?

LEI.    Commessi negri?

Lui.     Non l’hai notato? Erano tutti negri, i commessi.

LEI.    E con ciò?

Lui.     Niente. Dicevo… Che vuoi farci? I negri hanno i loro posti, qui, a Parigi. Sino all’altro ieri sono stati coloni. Coloni delle colonie francesi. Poi, ieri, quelle colonie hanno avuto l’indipendenza e gli ex coloni sono venuti nella capitale – la loro cara, vecchia Madre “sì, buana” – e pian piano, faticosamente, stanno salendo la scala sociale. Hai visto? Ci sono già dei negri poliziotti, per esempio.

LEI.    Alcuni, pochi.

Lui.     Certo, alcuni… Ma è già tanto. Ci pensi? Un negro che è diventato persino poliziotto!

LEI.    Non ci trovo nulla di strano.

Lui.     Ah, no? E i negri impiegati? Qualche giorno fa, ricordi? Abbiamo visto un negro che era addirittura un impiegato della “Thomas Cook Exange”. Lo ricordi?

LEI.    E allora?

Lui.     Come “e allora”? Figurati: un negro.

LEI.    Va bene. E con ciò?

Lui.     Un negro che maneggia denaro per tutto il santo giorno?

LEI.    Normale.

Lui.     Gli potrebbe venire l’acquolina in bocca.

LEI.    Razzista! E poi l’abbiamo visto a Nizza, l’anno scorso. Non qui a Parigi, ieri.

Lui.     Era un negro. A Parigi o a Nizza, ieri o un anno fa, il ragionamento non cambia.

LEI.    Perché sei contro la gente di colore?

Lui.     Chi, io? Ascolta: in quell’agenzia di cambio c’erano solo due cassieri. Uno era un negro, l’altro era una donna. Mi capisci, adesso?

LEI.    Capiscimi tu, invece. (accentua la pronuncia labiale e gesticola, come se parlasse ad un sordo). Io So-no U-na Don-na. Non Pos-so Ca-pir-ti. Sputh!

Lui.     (Si asciuga lo sputo in viso). Voi donne ragionate con l’utero. Quel negro e quella donna ci hanno fregato sessanta franchi in un colpo solo. Abbiamo scambiato due biglietti da centomila lire e li hanno svalutati al cambio. Potevano dircelo. Avrei dato loro dei pezzi da cinquantamila, che sono più ricercati.

LEI.    Beh, adesso lo sai. Comunque è colpa tua. Dapprima eri indeciso. Poi sei voluto andare a quella cassa “dove c’era un uomo”. Hai preferito un negro ad una donna. Ad ogni modo, prima eri ignorante. Adesso, grazie a quel negro e a quella donna, hai imparato qualcosa.

Lui.     Fa bene, il Governo francese, a scoraggiare la nascita dei negri. “I negri – ha detto il Governo – non sono francesi”. Eh! Eh! Eh!

LEI.    Finiamola qui, per favore, va bene? Concentriamoci su quel che c’è da vedere. La Torre.

Lui.     La torre? Vuoi dire la Torre Eiffel? Perbacco. Siamo da otto giorni a Parigi e non siamo ancora saliti sulla Torre Eiffel?

LEI.    No. E dobbiamo fare la gita in battello sulla Senna. Quella non può mancare.

Lui.     Già. E se capita – ho detto “se” capita – potremmofare una capatina lassù, sulla torre-grattacielo di 59 piani. Come si chiama?

LEI.    Torre di Maine-Montparnasse. E i piani sono 58.

Lui.     Infine, ci resterebbe da vedere solo il Buborg.

LEI.    Beaubourg.

Lui.     Va bene Beaubourg e poi abbiamo finito. Quello sì, che è da vedere.

LEI     (Ironica: ) Se non lo vedo, muoio.

Lui.     Alla Torre Eiffel ci andremo di mattina. Poi andremo sulla Senna.

LEI.    Sul battello? Che bello.

Lui.     Sulla romantica Senna, al tramonto, l’ora degli innamorati.

LEI.    Grazie, oh grazie. E al Beaubourg?

Lui.     Ci andremo nel primo pomeriggio.

LEI.    Bello, così, la sera, cena in battello.

Lui.     Chi ha parlato di cena? Venderanno dei panini, no?

LEI.    (ironica). oh, tesoro, che goduria. Io, tu e due panini. E, laggiù, la placida Senna e il tramonto all’orizzonte (sospira romantica).

Lui.     Ogni tanto ci daremo un bacio.

LEI.    Un bacio e un morso al panino.

Lui.     Il pranzo, invece, lo consumeremo sulla Torre. Ah, ricordami di comprare i biglietti. I biglietti si comprano prima.

LEI.    Che biglietti?

Lui.     Per il metrò. Ne abbiamo quattro. Ce ne servono altri quattro. Quattro per quattro… sedici. Fanno sedici franchi. A meno che non facciamo i fessi per non pagare il dazio e usiamo la metropolitana senza avere i biglietti.

LEI.    Ma nooo. Che idea! Lo sai che sei un genio?

Lui.     Grazie.

LEI.    E se ci beccano i controllori? Chissà quanto è la multa, qui a Paris?

Lui.     Al massimo diciamo che abbiamo le emorroidi e che andiamo di fretta. Vedrai che capiranno.

LEI.    E come glielo spieghi? In italiano o in inglese?

Lui.     Ma non avevi detto che parli francese?

LEI.    Io sì. Ma devi spiegarglielo tu.

Lui.     Ma sì. Ce la caveremo. Tanto siamo italiani e non paghiamo neppure la multa. Spedirci la multa in Italia costerebbe troppo al Municipio parigino. Sono furbi, i parigini.

BUIO

Scena ottava

            È mattino. Si ode tirare lo sciacquone. Lui esce dal bagno. LEI è ancora a letto. Fuori piove.

Lui.     (Con senso di liberazione). Aaaah! La persona sana evacua il mattino. Mattino presto.

LEI.    (Assonnata). Sì, sì. Però fai silenzio.

Lui.     Già, ma per chi soffre di emorroidi occorrono lindi lavaggi del buco del culo con acqua gelata. Delicati massaggi con cubetti di ghiaccio. Lievi impacchi con una crema a base di olio e pomodori. Applicazioni con argilla vegetale – uso esterno, naturalmente. Infine clistere! Ah, il clistere! (ripensandoci: ) però il clistere lo lascio a chi so io. Due litri di acqua e sapone a mac Gregor e un litro e mezzo a von Stroller. Von Stroller è più geniale.

LEI.    Più geniale?

Lui.     Beh, soffre meno di emorroidi.

LEI.    Soffre meno?

Lui.     Sì. Lui deve averle interne. Mac Gregor esterne.

LEI.    E tu che ne sai?

Lui.     Ma non vedi come ride? Ha una bocca che sembra uno sfintere, la faccia è un culo e le guance due glutei. Guarda le sue labbra e vedrai le emorroidi.

LEI.    Ma è magro, poverino.

Lui.     Due glutei rinsecchiti, quindi. Von Stroller è così stitico che i capelli gli sono diventati bianchi in anticipo. Per ciò si veste sempre di nero.

LEI.    Accidenti! Contro quei due hai proprio il dente avvelenato. Una volta avevi più entusiasmo e meno veleno.

Lui.     Gli entusiasmi iniziali hanno bisogno di gratificazioni immediate per non spegnersi rabbiosamente nel veleno. È questa rabbia velenosa, per fortuna, che m’impedisce di morire o di spegnermi tristemente nella noia e nell’abulia.

LEI.    Ed è per questo che proietti le tue emorroidi sui registi dei Teatri Stabili?

Lui.     Non solo sui registi. Io spero, anzi ne sono convinto, che abbiano le emorroidi anche i consiglieri d’amministrazione dei Teatri Stabili.

LEI.    Anche i consiglieri? Perché, poverini?

Lui.     Perché fanno solo cacate. Porcate. Schifezze. E invece dovrebbero votare per la ricerca. Ricerca teatrale. Non dico sperimentazione, ma la ricerca, sì.

LEI     Ma il pubblico non va a vedere la ricerca. Vuole storie. Commoventi o comiche, ma storie.

Lui.     I Teatri Stabili non devono guadagnare. Devono solo spendere. A costo d’avere platee vuote. I soldi che lo Stato elargisce sono quelli dei cittadini. Quanto al pubblico, in maggioranza è formato da abbonati. E gli abbonati sono dei coglioni perché danno soldi, soldi sicuri, in anticipo, in cambio dell’incertezza di avere un bello spettacolo. Da gran coglioni comprano coglionate a scatola chiusa. E non si ribellano e applaudono. Applaudono sempre. Non ho mai sentito fischiare. Sani fischi, come si faceva un tempo. E non si ribellano nemmeno quando vedono entrare gratis decine di persone: assessori, amici di assessori, segretari, politici, mogli di politici, giornalisti, vallette della RAI-TV, addetti ai lavori… tutti con biglietti omaggio. Mentre il pubblico è in attesa, in fila al botteghino, loro passano avanti, come in una sfilata. Tutti gratis. A sbafo. E i coglioni e le coglionesse pagano il biglietto. Pagano l’abbonamento. Vado in teatro, stasera.

LEI.    Uffa! Perché devi sempre lamentarti?

Lui.     Non vuoi i miei lamenti? Allora fammi un pompino, tesoro.

LEI.    Ma non ci penso nemmeno!

Lui.     Dai, fammi un pompino.

LEI.    Neanche per sogno.

Lui.     E dai…

LEI.    Ho detto no.

Lui.     Quanto tempo è che non mi fai un pompino?

LEI.    Uuuuh! Che scassamento!

Lui.     Quant’è? Forza, quant’è?... un mese? Forse due.

LEI.    Meno di un mese.

Lui.     Un mese. Quasi un mese senza un pompino. Non hai cuore? Come potrebbe mai ispirarmi, Parigi?

LEI.    (Si agita nervosa): che palle!

Lui.     E dai, e fammelo, ‘sto pompino.

LEI.    No, no e no.

Lui      Siamo a Parigi. Ti ho portata a Parigi e non vuoi farmi un pompino?

LEI.    No.

Lui.     Neppure mezzo?

LEI.    No.

Lui.     Uno solo e poi basta.

LEI.    No!!!

Lui.     Solo uno, leggero-leggero…

LEI.    Senti, se non la smetti…

Lui.     Se non la smetto…

LEI.    Te lo taglio. … te lo taglio e poi me ne vado.

Lui.     E dove vai? Sta piovendo.

LEI.    Sta piovendo? (Si sporge dal letto, per guardare verso la finestra.)

Lui.     Non cambiare discorso. Il pompino…

LEI.    (Alzandosi dal letto, risoluta.) L’hai voluto tu. (Va a rovistare nella borsetta). Dove ho messo le forbicine?

Lui.     (Remissivo). Va bene, va bene, tesoro. Parliamo della pioggia. Siamo a Parigi e piove.

LEI.    (Smette di rovistare nella borsetta). Con le buone maniere si ottiene tutto.

Lui.     Piove. Piove a Parigi, e tu non vuoi farmi neppure un pompi…

LEI.    (Ricomincia a rovistare nella borsetta). Piove e l’ambulanza tarderà ad arrivare.

Lui.     L’ambulanza?

LEI.    E così morirai dissanguato. Dissanguato e senza il tuo ciondolino tra le gambe.

Lui.     Beh, se non vuoi farmi un pompino neppure se diluvia, mi dici che ci stiamo a fare a Parigi? Cosa scriverò nella mia commedia?

LEI.    (Con indifferenza, tagliuzza l’aria con le forbicine).

Lui.     Un pompino, por favor. E metti via quell’arnese. Preferisco i denti. A proposito di denti, che te ne pare di questa commedia in due atti che ho ideato stanotte? Tre Personaggi: un vecchietto, Dio e san Pietro. Scene: una chiesa, il Paradiso e gli archivi del Paradiso. Il vecchietto si trova in chiesa e parla con Dio: “ma perché ha dato agli uomini 32 denti e un solo membro? Perché non hai fatto il contrario?”. E Dio risponde al vecchietto: “Volevo farlo. Era fattibile, all’inizio. Avevo persino trovato i posti del corpo umano su cui sistemare i 32 membri. Ma il problema più grosso è stato: dove sistemare i 64 coglioni?”. Che te ne pare?

LEI.    Non è un po’ profano?

Lui.     Ma no. Forse i 64 coglioni li ha sistemati. Li ha disseminati nei consigli d’amministrazione dei Teatri stabili.

LEI.    No, non va. Non mi piace lo stesso.

Lui.     Ma non è finita.

LEI.    E allora continua.

Lui.     Il vecchietto, sorpreso per la risposta di Dio, volle insistere: “Allora, caro Diuccio – Diuccio, vezzeggiativo di Dio – non potresti sostituire il mio membro con un altro più virile? Il mio, ormai…”. E Dio, mosso a compassione, ordinò a san Pietro di mandare sulla Terra un membro nuovo, per fare felice il vecchietto.

LEI.    E tutti vissero felici e contenti?

Lui.     Ma no, qui finisce solo il primo atto. Nel secondo è in corso la revisione degli archivi del Paradiso. Una specie di inventario. A un certo punto, Dio si accorge che ci sono due coglioni in più. Chiama san Pietro e gli chiede spiegazioni. “Ah, sì. Ricordate, Signore, quel vecchietto che avete voluto rendere felice? Ebbene, ho mandato sulla Terra solamente il membro, ma ho dimenticato qui i testicoli”. E Dio dice a san Pietro: “Sì, ricordo. E adesso, come facciamo? I conti devono tornare. In questo momento, sulla Terra c’è un membro in più. Fai così, caro Pietro: butta i due coglioni in Italia. Di sicuro troveranno due posti nelle direzioni di due Teatri Stabili”. E così fu. Fine. Sipario, eccetera eccetera. Eh? Che ne pensi?

LEI.    Scommetto di sapere chi sono i due coglioni.

Lui.     La intitolerò “Due coglioni e un membro”. Credi che farà effetto?

            (Senza parlare, LEI guarda Lui con compassione.)

Lui.     Che vorresti dire, con quella faccia? Per scrivere le mie commedie, sai quanti “Tenente Colombo” ho saltato? E quante puntate di “Dallas”? Tutte. Non ne ho visto nemmeno una.

LEI.    Anche io non ho mai visto una puntata di “Dallas”.

Lui.     Per forza: se non vedi la prima puntata perdi il filo. (Cambia tono: ). E su questa battuta, potrebbe finire il primo atto di “Parigi”. Eh? Che te ne sembra? Naturalmente cala il sipario e la platea sarà un fuoco d’artificio (applaude.) Applausi, applausi a non finire. Viene giù il teatro, ovazioni: Bravi,bravi… fischi (fischia.)

LEI.    Ma come sarebbe? Fischi?

Lui.     Sì, fischi. Applausi all’americana, insomma.

LEI.    Spegni le luci, vah!

            Lui e LEI, intanto, hanno finito di vestirsi e prepararsi. E, sulle ultime battute, escono.

BUIO.


ATTO SECONDO

Scena Prima

Lui e LEI rientrano in camera. È sera

Lui.     Comunque, credevo che qui, a Parigi, ci fossero pittori quotati ad ogni angolo di strada. Di quelli che muoiono di fame, tipo bohémien. Ma, a quanto pare, tutti i pittori, qui, ne sanno una più del diavolo.

LEI.    (ridendo): Ieri…

Lui.     Sì, ieri volevano duecento franchi per una caricatura, anzi uno schizzo a cui tu non somigliavi per nulla.

LEI.    Era il mio ritratto…

Lui.     A suo dire… pretendeva di farlo passare per ritratto.

LEI.    Quel pittore voleva farmi il ritratto. (Ride.) A modo suo, me lo ha fatto… poco più di una caricatura…

Lui.     Che non ti somigliava affatto.

LEI.    Me lo ha fatto, ma non ero io. Neppure lontanamente. Però era galante… era giovane pittore. Povero in canna.

Lui.     E si vedeva!

LEI.    Ha detto che sono bella e che assomiglio ad “un Botticelli”.

Lui.     E ci sei cascata. Gli hai dato duecento franchi per uno scarabocchio che vagamente ricordava i tuoi tratti somatici.

LEI.    Che potevo fare? Mi ha fatto compassione. Voleva ritrarmi nuda…

Lui.     Un Botticelli! Sono maestri nell’insaponare i turisti.

LEI.    Un Botticelli, sì. In questo aveva ragione.

Lui.     See, see.

LEI.    Sì o no?

Lui.     Sììì, ho detto sì, ad un Botticelli! Alla Primavera di Botticelli. Anzi, no. Alla Venere che nasce dal mare.

LEI.    Puoi ben dirlo, tesoro.

Lui.     L’ha detto anche quel giovane pittore povero in canna. Solo che lui voleva spillarti duecento franchi.

LEI.    Per questo ho comprato quel disegno. Lui aveva detto che avrebbe tenuto quell’opera come esempio della sua capacità di ritrattista.

Lui.     Potevi lasciarglielo.

LEI.    Il mio corpo al pubblico ludibrio? Mai.

Lui.     Oh, quale oltraggio. Sai, invece, cosa ne ha fatto? Lo ha strappato e gettato via. Sono dei miserabili truffatori, altro che pittori affamati. Meglio i clochard. Abbasso i pittorucoli del Sacré Coeur. E di Place du Tertre. Vorrebbero vendere quattro scarabocchi agli ignari turisti.

LEI.    Io non sono ignara.

Lui.     Chi ci casca, ci casca.

LEI.    Non ci sono cascata. Ho voluto regalare duecento franchi a quel ”povero in canna”, poverino. Va bene?

Lui.     I bohémienne,quelli veri, sono spariti, sono morti. Si sono industrializzati: un quadro, duemila franchi. Altro che morti di fame, altro che “poverini”. Adesso ci sono i Nuovi Bohémienne, quelli che stanno nelle stazioni dei Metro, a suonare una chitarra o un sassofono, o un violino, con la custodia per terra, che sostituisce il vecchio piattino o il berretto, che sporgevano quasi chiedessero l’elemosina. Adesso la custodia la tengono a terra: chi vuol donare, regala qualche spicciolo. Al massimo tirano fuori della tasca un bicchiere di plastica, alla fine di un motivetto suonato con foga o con passione o con distacco. Tira fuori il bicchiere per chiedere un obolo ad un viaggiatore distratto, perso nei suoi pensieri al rientro a casa, di ritorno dall’ufficio, mentre il vagone assordante della metropolitana vibra, tra una fermata e l’altra, e strattona i passeggeri. Merci, merci”. E magari gliela dai, la mancia, a quelli lì. Mezzo franco… un franco… ma duecento franchi, cazzo! Per un ritratto strappato in due pezzi.

LEI.    L’ho incollato.

Lui.     Suonami “Brazil”, gli ho detto a quel giovane col sassofono. “Ouì, ouì”, mi ha risposto sorridendo e mettendomi sotto il naso il bicchiere di plastica. “Ouì, gracie”. E mi ha fregato i soldi.

LEI.    Quanto gli avevi dato?

Lui.     Venticinque centesimi. Gli ho lasciato cadere i miei spiccioli nel bicchiere, e lui, invece di suonare “Brazil” è sceso alla fermata. Poteva scendere “alla prossima”, no? Mi ha fregato.

LEI.    Non ti ha fregato. Mentre il convoglio stava per partire, ho sentito le prime note di “Brazil”. Non ti ha fregato.

Lui.     La suonava, è vero. Ma per gli altri, ormai. Non per me.

LEI.    O tu o gli altri, per loro siete tutti uguali. Tutti ignoti. “Il viaggiatore, il passante…”

Lui.     Anonimi. Galline dalle uova d’oro.

LEI.    Benefattori dal cuore d’oro.

Lui.     Hai notato? Dentro il vagone, c’era già un altro artista, un violinista. L’hai notato? Poi è salito il sassofonista. I due si sono guardati e il violinista ha cambiato vagone.

LEI.    Tenero! Per non farsi concorrenza.

Lui.     E quel batterista del sottopassaggio? Fenomenale! Tutti. Tutti erano bravi, cazzo. E se li meritano, quegli spiccioli che gli danno i passanti. Lavorano sodo. Non sembra, ma lavorano sodo, più duramente di un impiegato statale. Ma il bello del loro mestiere è che fanno quello che vogliono e lavorano quando e dove e “se” ne hanno voglia: una libertà impagabile. E tutti, dico tutti, erano bravi, cazzo.  Tutti. Bravi. Cazzo. (Si commuove.) Artisti.

LEI.    E poi c’erano quelli che vendevano libri usati sulle bancarelle, ricordi? Poveracci!

Lui.     Poveracci? Libri usati. Ripeto: usati, a non meno di cento franchi l’uno. Altro che poveracci.

LEI.    Però devono stare lì, fermi, tutto il giorno, al freddo, anche se è un posto romantico come il Lungo Senna.

Lui.     “Vu avét libr italian?”. “No.” – “Vu avét libr italian?”. “No.” – “Vu Avét…”

LEI.    (Correggendo): Vous avez livres ialiens?

Lui.     …livres italiens? La risposta è stata sempre la stessa: No.

LEI.    C’è stato uno che ti ha detto “sì”.

Lui.     Era ora! Ha risposto: “Sì, ne ho uno”. Capisci? Uno. Ne aveva uno. “Sì, ce l’ho. Qui dentro, chiuso col lucchetto. Ma ho perso la chiave”. Su dieci e dieci bancarelle, su centinaia e centinaia di libri francesi, trovò finalmente “un” libro italiano…

LEI.    … e quel libro si trova in una cassapanca chiusa col lucchetto.

Lui.     E come se non bastasse, aveva perso la chiave. Parigini di merda.

LEI.    forse, voleva prendersi gioco di te, italiano rompi coglioni.

Lui.     Prendersi gioco di me? Quello? Deve ancora nascere il francese che prenderà per il culo un italiano! (Pausa.) Ah! A questa battuta scoppierà sicuramente l’applauso a scena aperta.

LEI.    Speriamo.

Lui.     Chissà se i francesi soffrono di emorroidi?

LEI.    E questo che c’entra?

Lui.     Prendi von Stroller: è un italiano che sta prendendo per il culo non solo i francesi, ma tutta l’Europa. Se i francesi soffrissero di emorroidi, si terrebbero il culo al riparo. In Italia, Ugo mac Gregor fa quello che vuole, coi culi degli italiani. Tanto, tra sofferenti di emorroidi, ci si consola a vicenda. L’uno allestendo cacate. Gli altri comprando abbonamenti. E sembra che si vogliano liberare delle emorroidi facendo allestimenti faraonici, spendendo decine e decine di milioni. Cose costose, molto costose. Per forza: se uno Stabile non “consumasse” tutti i soldi che lo Stato gli dà, che figura ci farebbe? Solo noi autori soffriamo in solitudine e in silenzio. sommessamente. Sognando. Sognando che, forse, un giorno, un teatro… (Pausa) Bah! Andiamo a dormire, tesoro, prima che si risveglino i dolori del mio buchino. Sono originali dolori, sai?

BUIO.

Scena seconda

            Mattino. Si ode lo sciacquone. Lui esce dal bagno.

Lui.     Una faccia maschia, piena di contenuti! Ecco, cosa piace alle fighe!

            (Naturalmente, la sua espressione è quella del pesce lesso. Si guarda allo specchio e rimane deluso.)

LEI.    Che hai? La faccia maschia, ma senza contenuti?

Lui.     Tutta colpa delle emorroidi.

                                         (LEI si rigira nel letto.)

Lui.     Ehi, hai sentito? Non dirmi che ti rimetti a dormire!

(Non ottiene risposta.)

Lui.      Quasi-quasi, proporrei di non andare a vederla, la Torre Eiffel.

(LEI si stiracchia, alzandosi.)

LEI.     Non dire stronzate.

Lui.      Perché no? Facciamo gli originali.

LEI.     Tutti i turisti che vengono a Parigi visitano la Torre e noi, invece, no?

Lui.      Sì.

LEI.     E saremmo originali?

Lui.      Certo, ci distinguiamo. Toh, beccati questo, Parigi dei miei raccordi autostradali!

LEI.     Non essere volgare.

Lui.      Invece sì: sta piovendo.

LEI.     Piove? Ancora? Abbiamo proprio scelto dei bei giorni, per vedere Parigi!

Lui.      Un modo originale per visitare Parigi, è Parigi sotto la pioggia. Cantando sotto la pioggia…”I siiinging in the raaaain…”…

LEI.     Ma taci. Sei pazzo?

Lui.      Ma, sì, dai. Compriamo un carnet di biglietti e ci spostiamo in autobus. Prendiamo uno, due, tre autobus e… dove ci portano, ci portano. Da capolinea a capolinea, per le strade piovose.

LEI.     (Ironica): facciamolo col métro. Col mètro è più veloce.

Lui.      No, no: autobus. Così vediamo palazzi e monumenti: Paris by jour. Jirò turistìc por le vì de Parìs.

LEI.     (Correggendo): Tour pur le rue de Paris.

Lui.      Appunto: in metrò non vedi niente.

LEI.     (Beffarda): Ma davvero?

Lui.      Solo il buio delle gallerie. L’underground de Paris.

LEI.     Come mai non dici che anche quello sarebbe originale?

Lui.      Anche se fosse? Almeno non troveremmo altri turisti rompiballe. Hai notato? A Malta abbiamo trovato un sacco d’italiani. A Nizza lo stesso. A Parigi, altri italiani. Sempre e ovunque italiani. Ma quando li cerchi non li trovi. Trovi giapponesi – quelli poi! – o americani, o svizzeri, o tedeschi o negri. Anzi no: turisti negri non ne ho mai trovati. Tu hai mai visto dei negri-turisti?

LEI.     Non ci ho mai fatto caso.

Lui.      Non se ne trovano neppure in Italia.

LEI.     Forse il turismo non fa parte della cultura di colore.

Lui.      I negri non fanno turismo. Fanno altre cose.

LEI.     Per esempio?

Lui.      Lavorano, diciamo.

LEI.     Molto onorevole, direi. Nobilitante.

Lui.      Non lo contesto. Si nobilitano nell’attesa di fare anche turismo.

LEI.     Cattivo! Sei maligno e criminale.

Lui.      Cattivo, sì. Qui a Parigi ci diventi, cattivo. Neppure i vigili urbani ti danno informazioni. Ricordi quei due vigili di ieri? Non sapevano dirci neppure dove ci trovavamo. “Scusi, come si chiama questo quartiere?” e uno dei due: “Non sappiamo, non siamo della zona”.

LEI.     Secondo me, ti hanno preso per il culo.

Lui.      Ed io, scemo, ci ho creduto: “Non siamo della zona”! Come se non fossero vigili urbani. Normali passanti. Cittadini. Il Cittadino Robespierre, ad esempio, morì ghigliottinato. Vigili cittadini.

LEI.     Forse i vigili di Parigi sono mal pagati e si vendicano in questo modo, prendendo per il culo i turisti. (Pausa.) Turisti italiani.

Lui.      Sarà! Sei pronta? Per andare a prendere l’autobus ci vorrebbe un ombrello.

LEI.     Lo chiederemo al padrone dell’albergo. Com’è questo rossetto?

Lui.      Non lo so. Sta piovendo…

LEI.     Che c’entra?

Lui.      Con la pioggia, qualunque rossetto va bene.

LEI.     (Sarcastica). Grazie. Grazie tante. E grazie anche per ieri sera. Con la scusa che pioveva non siamo usciti neppure per andare a mangiare.

Lui.      Però abbiamo risparmiato i soldi di una cena. Domani mangeremo il doppio.

LEI.     Io vorrei saltare il pasto anche oggi.

Lui.      Okay.

LEI.     Però dopodomani mangerò il triplo. Giusto?

Lui.      Giusto. Ma perché non ti sbrighi?

LEI.     Sì, sì. Sono pronta. Eccomi.  (Si avviano ad uscire.)

Lui.      Un mio amico, medico e psicoterapeuta, dice che le emorroidi fioriscono a causa della repressione.

LEI.     Spiegati meglio.

Lui.      Sono, cioè, sintomo di aggressività repressa. In fin dei conti - dice quest’amico - le emorroidi sono un disturbo psicosomatico. Vale a dire che sono semplicemente delle impressioni somatizzate al livello del buco del culo.

(Escono.)

Scena terza

           

            Lui e LEI entrano in camera. È sera.

Lui.      (Adirato): di cosa mi sono arricchito, oggi, eh? Che mi ha dato Parigi, oggi, da restituire in pasto agli spettatori della mia immortale commedia da scrivere? Ho girato… a spasso…

LEI.     Abbiamo girato! Siamo andati a spasso.

Lui.      Certo, abbiamo girato, cercato… abbiamo vissuto Parigi – io con le emorroidi, tu con le mestruazioni – e cosa ne ho ricavato? Cosa ho scoperto? Che i padroni di un ristorante merdoso avevano la faccia di villanacci campagnoli arricchiti. Cafoni tutti.

LEI.     Anche lei.

Lui.      Eh?

LEI.     Anche lei, la moglie, era una villanaccia.

Lui.      Anche la moglie, certo. Era grassa, brutta, truccata da far schifo, ingioiellata sino a far vomitare. Indossava un abito da sera lungo, con una larga spacca sul davanti, che mostrava la coscia lardosa e flaccida.

LEI.     Sembrava una polpetta in abito da sera.

Lui.      Una polpetta campagnola in abito da sera.

LEI.     Una vacca paesana vestita a festa il giorno della fiera.

Lui.      Una vacca che ci ha fottuto ben 273 franchi.

LEI.     Però abbiamo mangiato bene.

Lui.      Il cuoco doveva essere di sicuro italiano.

(Pausa. Lui passeggia nervoso.)

Lui.      Cosa scriverò? Devo… Devo scrivere… Voglio scrivere una commedia immortale su Parigi. Sì. Sì.

(Pausa. Si mostra ansioso, agitato.)

Lui.      Sì proviamo. Cosa abbiamo visto dai finestrini dell’autobus? Ah, l’Opéra.

LEI.     Di sfuggita. Fugacemente.

Lui.      Sai cos’è l’Opéra?

LEI.     Un teatro. Un grande teatro.

Lui.      Niente. L’Opéra è niente. A volte molti artisti dichiarano “Mi sono esibito all’Opéra”. Oppure: “Sono reduce da grandi successi all’Opéra”. Dico io: e con ciò? Cosa c’è all’Opéra?

LEI.     La fama.

Lui.      Eh?

LEI.     La fama.

Lui.      La fama… beh, è un teatro. Nulla di più. Non è che abbia qualcosa di speciale… È un teatro, sì. Da fuori, è l’Opéra. Ma dentro è un teatro.

(Pausa. LEI lo guarda tra lo scettico e l’ironico.)

Lui.      Ma sì, sì. Finiamola qui. Così, di botto. Ma non so se reggerà. Forse piacerà di più la Torre Eiffel. Abbiamo persino fatto delle fotografie sotto la pioggia, sotto l’ombrello, con le nostre sagome che si riflettevano sul pavimento marmoreo di Place du Trocadéro.

LEI.     Antistante ai Jardin du Palais.

Lui.      Jardin du Palais?

LEI.     Ma sì, è dove c’era la statua nuda. Quella che mi piaceva tanto. Bella.

Lui.      Bella un corno. Una statua di un maschio con il coso nudo. Che porcheria! Dovrebbero coprirlo o amputarlo.

LEI.     Perché?

Lui.      Come sarebbe a dire perché? Le nudità esposte! È un’indecenza. E poi è troppo grosso, sproporzionato. Un evidente errore dell’artista. Fosse stata una donna nuda…

LEI.     Niente foglia di fico, lì.

Lui.      Che c’entra? La donna nuda è tutta un’altra cosa.

LEI.     Sì, anche l’uomo nudo è tutto un altro coso.

Lui.      Se proprio volevi qualcosa di nudo, perché non hai comprato quel disegno di Le Courbusier?

LEI.     Avrei potuto farlo, sai?

Lui.      E brava l’oca. Duecento franchi per uno schizzo di nudo. Un nudo che non si capiva se era di uomo o di donna.

LEI.     Ma era di Le Corbusier!

Lui.      E con ciò? Ha un mercato, Le Corbusier? No. È un pittore? No. Quel nudo era una patacca. Una curiosità, al massimo, di un architetto che non ha un mercato come artista.

LEI.     Un grande architetto. Ammettilo. E quello schizzo era un investimento.

Lui.      Le Corbusier ha un tratto così elementare… Forse era addirittura un falso.

LEI.     Era uno studio di Le Corbusier, ti dico, uno schizzo di suo pugno. Un sanguigno.

Lui.      Ma anche dagli schizzi si vede la professionalità, la genialità. E lì non c’era niente di tutto questo. Doveva trattarsi di uno studio per uno spazio a misura d’uomo, semmai. È Le Corbusier che ha concepito lo spazio a misura d’uomo, sai?

LEI.     Cos’è lo spazio a misura d’uomo?

Lui.      Sei in cucina, no? Davanti – diciamo – al fornello. Hai bisogno, per esempio, del sale. Dal punto in cui ti trovi, senza spostarti, cioè muovendo solo le braccia…

(Volge le spalle al pubblico, come se si trovasse di fronte alle mensole di una cucina, e gesticola muovendo le mani e le braccia, come per prendere qualcosa).

Lui.      … puoi raggiungere qualsiasi mensola o sportello… o tutto ciò che ti serve. Puoi prendere il sale con il minimo movimento del corpo. Tutto è costruito e disposto a distanza e su misura di un uomo fermo. O che si sposta di poco.

LEI.     Ebbene?

Lui.      Ebbene, in quello schizzo non ci sono mobili o attrezzi. E poi, quella figura è nuda, ferma e seduta. Quindi, non è a misura d’uomo e il tratto è elementare.

LEI.     E da cosa si vede il tratto elementare?

Lui.      Guardando altri disegni e confrontando. Prendi i disegni di un bambino di quinta elementare, confrontali con quelli di Le Corbusier: c’è differenza?

LEI.     Non lo so. C’è differenza?

Lui.      No! Prendi, invece, un Salvador Dalì… Un suo disegno… Te lo ricordi? Lo abbiamo visto ieri.

LEI.     Quale? Quello sui manifesti? Quello sì, era veramente bello.

Lui.      Indiscutibilmente bello. La poeticità del tratto…

LEI.     Sì, sì, sì. Va bene. Te ne intendi, te ne intendi.

Lui.      Grazie. Che cosa stavo dicendo?

LEI.     Salvador Dalì.

Lui.      Già, quel Dalì. Con quattro tratti d’inchiostro a china ha disegnato una piazza con moltissimi particolari. E quei tratti sono stati vergati sosì… cciù-cciuk, cciù-cciak! Cciù-cciuk, cciù-cciak!

(Spennella in aria, come uno spadaccino.)

Lui.      Sembrano scarabocchi, creati in pochi secondi. In realtà,veri capolavori. Quattro scarabocchi, ed ecco un cavallo con carrozza. Tre scarabocchi ed ecco due innamorati su una panchina nel parco. Due scarabocchi, ed ecco una fontana zampillante. Altri scarabocchi, ed ecco palazzi tutt’intorno alla piazza. E ancora: insegne di negozi, finestre, gente a spasso… L’hai visto quel disegno, no? Quello sui manifesti. Con alcuni tratti, Salvador ha fatto un capolavoro. L’hai capito persino tu.

LEI.     Persino io!

Lui.      Vorresti paragonarlo a Le Corbusier?

LEI.     (Ignorante, ma ironica e furba): Ah, quel Dalì! Ti ha così ispirato ed emozionato che mi hai portato a cena sulla Torre Eiffel. Romanticone mio!

Lui.      Di fronte all’Arte mi sono perso. E tu, vile, mi hai condotto sulla Torre.

LEI.     Che servizio, però.

Lui.      Appena seduti, è arrivata la cameriera.

LEI.     Uhm! Già.

Lui.      Che c’è?

LEI.     (Gelosa): La cameriera!

Lui.      Avrei dovuto lasciarle 25 franchi di mancia, e non solamente tre.

LEI.     Ti piaceva, eh?

Lui.      Dare la mancia?

LEI.     No, la camerierina.

Lui.      Ecco, ci siamo. Subito il Jeaccuse! Illazioni.

LEI.     Illazioni? Tutta la sera a guardarla.

Lui.      Ho solo guardato i tacchi e il colore della gonna.

LEI.     Ed anche il seno.

Lui.      Non le ho guardato il seno, ma il disegno che c’era sul grembiule.

LEI.     E poi?

Lui.      Il ciondolo sulla collanina.

LEI.     Insomma ti piaceva: ho le prove.

Lui.      Tirale fuori. Voglio proprio vedere.

LEI.     Che mancia volevi lasciare?

Lui.      Venticinque franchi.

LEI.     Ecco: quella somma la regaleresti solo ad una cameriera che ti ha fatto rimbambire.

Lui.      Ma no. Ci ha servito bene. Ci ha portato un sacco di pane. Abbiamo mangiato ottimamente.

LEI.     Io non ho mangiato “ottimamente”.

Lui.      La colpa è del cuoco francese.

LEI.     Sei sicuro?

Lui.      Certo. Che colpa ha quella povera cameriera che,magari, era una studentessa universitaria che sbarcava il lunario servendo ai tavoli perché suo padre ubriacone l’ha cacciata di casa?

LEI.     Universitaria, quella?

Lui.      Suvvia, abbiamo mangiato insalata con noci e bistecca alla griglia con patatine fritte croccanti. E in più inzuppate nel ketch-up. E in più, vino.

LEI.     (Facendogli il verso): in più, la cameriera bbbona.

Lui.      Per un conto totale finale di 147 franchi.

LEI.     Appunto.

Lui.      “Appunto”, cosa?

LEI.     Sai che significa?

Lui.      “Che significa” cosa?

LEI.     25 franchi di mancia: sai cosa vuol dire?

Lui.      Dimmelo tu e facciamola finita.

LEI.     Su 147 franchi, quella mancia corrisponde al 23,72 per cento. Un quarto del conto totale. Ti sembra poco?

Lui.      Sì.

LEI.     Poco? E allora perché piangi per dieci centesimi, quando devi offrirmi un caffè?

Lui.      E dai, la poverina, ci ha portato altre sei fette di pane senza averglielo neppure chiesto.

LEI.     Ti piaceva, dai. E dillo che ti piaceva.

Lui.      Tutto per una mancia di 25 franchi che nemmeno ho lasciato?

LEI.     Non c’entra la mancia.

Lui.      E perché, allora?

LEI.     Perché era una donna. Carina. E ti piaceva. Ma tu non vuoi ammetterlo. Infine…

Lui.      …Dulcis in fundo…

LEI.     …perché volevi darle una mancia enorme.

Lui.      Ma le ho lasciato solo tre franchi, tesoro.

LEI.     E non chiamarmi tesoro.

Lui.      E va bene, lo ammetto, mi piaceva. Mi piaceva e volevo lasciarle non 25, bensì 30 franchi di mancia.

LEI.     Stronzo. Non hai sentimenti. E fino a quando non avrai sentimenti non riuscirai a scrivere nulla di buono, altro che commedia immortale su Parigi. Se tu avessi sentimenti potresti scrivere su noi due: una bella storia d’amore sullo sfondo di una deliziosa Parigi primaverile, in un periodo economico favorevole. Il consolidamento del nostro incantevole rapporto d’amore, rafforzato e messo alla prova da una meravigliosa, indimenticabile, gita a Parigi.

Lui.      E non ti sembra sentimento, questo? Osservare gli altri. Per esempio, quella coppietta seduta vicino a noi, sulla Torre. Lei, tenera, che faceva “Mmmmm”, per dire che quello che mangiava era buono. Una specie di pane duro. Chissà cos’era. Faceva schifo solo a guardarla. Ebbene, non ti ho detto nulla ed ho preferito guardare i tacchi di quella cameriera. Non è forse sentimento, questo? Non è sentimento portarti sulla Torre Eiffel e parlarti dei miei progetti teatrali, anche se ho le emorroidi e soffro immensamente? Io, l’amore e tu. Ma io, l’amore con te, lo voglio vivere, non scriverlo. Invece, nei miei copioni voglio scrivere di quella sbarbina che faceva “Mmmm” mentre mangiava una cosa disgustosa imitando i lamenti dell’amplesso. Ma cos’era, una frittata?

LEI.     (Commossa, inizia a piagnuolare): Una torta di verdure.

Lui.      Cosa?

LEI.     (Scoppiando in lacrime): Mangiava una torta Pasqualina.

Lui.      Tesoro! (La accoglie tra le braccia). Ma allora… Anche tu…

LEI.     (Si abbracciano, teneramente) Sì, sciocchino.

Lui.      Lo so che mi ami, stupidina. Cosa credi?

LEI.     Ma tu, prepotente bugiardo, non mi dai mai ragione.

LEI.     Non è vero.

LEI.     Lo vedi?

Lui.      Ma no, ti sbagli.

LEI.     Lo vedi? Lo vedi? Lo Vedi?

            (Lui tace. Pausa. Riflette. Guarda LEI, pensieroso.)

Lui.      Dici che ce la farò?

LEI.     A far cosa?

Lui.      A scrivere la commedia su Parigi.

LEI.     (Scostandosi da Lui): Ma sì! Magari sarà una cagata, ma ce la farai.

Lui.      Non parlare di cagate, per favore. Non parlare di cagate. Stamattina avevo una paura fottuta ad andar di corpo. Sai, le emorroidi.

LEI.     Ma fanno così tanto male?

Lui.      Hai mai avuto mal di denti?

LEI.     Sì.

Lui.      Avere le emorroidi è come avere il mal di denti nel buco del culo. Sì. A proposito: devo avvertire Hugo e George. Devo proprio avvertirli: e preferibile avere mal di denti che soffrire di emorroidi. Ora gli scrivo… Sì.

LEI.     E perché li vuoi avvertire?

Lui.      Così scoprirò se anche loro soffrono di emorroidi.

LEI.     Come lo scopri?

Lui.      Semplice: se mi rispondono, vuol dire che hanno già le emorroidi.

LEI.     Ne sei certo?

Lui.      No. Ma mi fa piacere pensarla così, va bene? Ed ora… a letto, tesoro.

(Buio.)

Scena quarta

            Mattino. Si ode lo sciacquone. Lui esce dal bagno, lamentandosi.

Lui.      La stitichezza. Ovvero: come ci si tortura il buco del culo. Devo abituarmi a far uso dei lassativi. Capirai, con questa  merdosa cucina francese!

LEI.     (Svegliandosi) Che c’è? Che ore sono?

Lui:      (scorbutico). È tardi, alzati. Dobbiamo andare a fare i turisti.

LEI.     Sì. Ma che ore sono?

Lui.      Le cinque e un quarto.

(LEI si ficca ancor più sotto le lenzuola.)

Lui.      Dormi, dormi. Sei peggio dei critici teatrali loro, anche quando dormono, stanno lavorando. Solo a teatro, s’intende. È bello, per loro, riferire dell’ultimo avvenimento teatrale, dell’ultima fatica di von Stroller i di mac Gregor. È bello essere grandi critici o affermati studiosi e dire cose così, inventare nuove parole per definire una rappresentazione indefinibile che, senza sovvenzioni statali, non sarebbe andata in scena. Mai. Su cento critici teatrali, novanta sono uomini, e appena vedono una donna nuda in scena, vanno in estasi, indifferentemente –maniaci e guardoni che non sono altro! – E, quando scrivono le loro recensioni, sbavano al solo ricordo. Bave che schizzano fuori dai quotidiani, e ti fa schifo persino toccarli. Leggere i loro articoli è una tortura.. E i critici finocchi? Pardon: omosex.  Anzi: gay. Ce ne sono, sai? Critici omosessuali. Fanno i critici teatrali. Sempre meglio che lavorare. Appena c’è un efebo che guaisca in palcoscenico, apriti cielo: è nato il nuovo Paolus Polis. Peccato che difficilmente i critici soffrano di emorroidi, benché tanti particolari lo lascino pensare. Infatti, hai notato come si muovono? Come siedono? Come guardano? Sono sicuri, loro. Si credono Dio e Signori. Che dici, lo stronco? Ma no, in fin dei conti è von Stroller. (Pausa.) E il pubblico? Quello, tanto, applaude sempre.

LEI.     Anche se ha appena finito di vedere una cagata allestita sontuosamente?

Lui.      Sì, alla fine applaude bovinamente. Per forza: non possono mica ammettere di aver pagato il biglietto per essere, alla fine, insoddisfatti. Sarebbe come ammettere la loro propria coglionaggine. (Pausa.)

Lui.      Dormi? (Non ottiene risposta.)

Lui.      Dormi? (Anche stavolta, nessuna risposta, perciò urla.) DORMI?

LEI.     (Di soprassalto.) Stronzo! Ma che ti prende?

Lui.      Niente. Scusa, tesoro. Volevo sapere se esisteva ancora il colpo di scena.

(Buio.)

Scena quinta

            Lui e LEI rientrano in camera. È sera. Hanno dei sacchetti colmi di confezioni-regalo.

Lui.      Incipit: “Molti parigini sono stronzi”. Così. Dovrei iniziare così la mia commedia su Parigi: coi parigini.

LEI:     A chi ti riferisci?

Lui.      A quello schifoso uomo di Notre Dame.

LEI.     Chi?

Lui.      A quel negoziante, quello con la barbetta.

LEI.     Ah, sì. Che stronzo.

Lui.      Più che stronzo, era un poveraccio. Che vuoi? A furia di vedere tutto il santo giorno turisti che entrano ed escono dal loro negozio, quei commercianti di Notre Dame diventano, per forza di cose, degli stronzi. I turisti entrano nel negozio, guardano a destra e a sinistra, si muovono come degli zombie, toccano, prendono, posano ed escono senza comprare nulla. Ti rendi conto? Però, a noi, che ce ne frega?

LEI.     Beh, su dieci che entrano, almeno cinque comprano qualcosa, no?

Lui.      Ma nooo. Di meno. Uno su dieci, compra qualcosa.

LEI.     Dici?

Lui.      Ma certo. Aggiungi, infine, quelli che rubano: sai quanti cleptomani esistono? Le gite turistiche sono il loro regno. Io – se avessi voluto - avrei potuto rubare a man bassa (dandosi delle arie) ma non l’ho voluto fare.

LEI.     E perché?

Lui.      Primo: perché sono turista onesto, io. Secondo: perché sono commediografo.

LEI.     Comunque, visto come ti guardava? Ti puntava. Ti teneva d’occhio. Deve aver capito che eri un potenziale ladro. A quel negoziante non gliel’avresti fatta.

Lui.      Ed invece… voilà (tira fuori di tasca un foulard). L’ho fregato. Gliel’ho fatta sotto il naso. E poi sono andato via. Capito? Andato via. Io. E quello, domani, sarà ancora là. Ed anche il giorno dopo.  Ed anche tra due mesi, tra un anno, tra cinque anni. Sempre lì, a controllare, a vedere sempre le stesse immagini, come in un vecchio film, gente che va, gente che viene, tutto senza scopo”. Gente che compra, che non compra, chiede, ruba… e Notre Dame, anche, sarà ancora lì, domani, dopodomani, tra un anno…

Lui e LEI (insieme): …tra due anni, cinque anni, sempre.

LEI.     Uh, che palle!

Lui.      E Parigi sarà sempre Parigi. Anche i turisti ci saranno. Sempre. Vuoi mettere Parigi senza turisti? E saranno lì anche i bancarellai, saranno lì anche i pittori, quelli bravi e quelli che imbrattano tele. Domani e sempre, se non scoppia la Bombaccia. (Pausa, è pensieroso.) E i clochard. Saranno lì anche i clochard, saranno lì anche i ponti, anche la cara, vecchia, Eiffel. E la Senna, anche, continuerà a scorrere, sempre, flemmatica, paziente, infinita. Domani e dopo, e dopo ancora. È Parigi, bellezza. Solo noi non ci saremo più. Né a Parigi né altrove, tra cento anni. Eh, sì. Partiremo, andremo via da Parigi, da Roma, da New York, da tutto il mondo e non ci saremo più. Forse. A meno che…

LEI.     A meno che una bomba nucleare – la bombaccia – fa il suo sporco lavoro?

Lui.      Ma anche in quel caso Parigi ci sarà ancora, la stessa, sempre.

LEI.     Ricostruita?

Lui.      (La guarda con tenerezza, sorridendo. Poi, paternamente, risponde alla ingenua domanda di LEI): Sì, ricostruita, con il pensiero, con la memoria, coi ricordi di chi sarà sopravvissuto. Rivivrà, forse, con la mia commedia immortale, che Le renderà omaggio. La mia commedia, che non ho ancora scritto… Che forse non scriverò mai, tesoro.

LEI.     La scriverai, ahimè!

Lui.      (Cambiando repentinamente tono e discorso): Ma… Mi sono sparite le emorroidi? Oggi non ne ho sofferto. (Contento): Sì, meglio approfittarne: andiamo a dormire?

LEI.     A dormire, a quest’ora?

Lui.      (Malizioso): beh, non proprio a dormire.

(Lui rincorre brevemente LEI. La blocca e l’abbraccia.)

(Buio.)

Scena sesta

            Mattino. Si ode lo sciacquone. Lui esce dal bagno. LEI si crogiola tra le lenzuola.

Lui.      Dev’essere terribile, per un finocchio, svegliarsi un giorno, andare in bagno per una liberatoria cagata e scoprire di avere le emorroidi. Vorrei poter essere presente nel momento in cui Hugo mc Gregor scoprirà di soffrire  di emorroidi. Vorrei essere invisibile ed essere lì, accanto a lui. Sono sicuro che sul principio terrebbe segreta questa sua anomalia. Poi – con coraggio – lo confesserebbe alla moglie. Ma mai – dico mai – lo direbbe alla stampa. Eh, ma io lo scoprirei: ho l’occhio clinico, io, per queste cose. Riconosco a colpo d’occhio una vittima emorroidata. (Pausa.) Dormi?

LEI.     Sì.

Lui.      Bene. Alzati, lavati, vèstiti, facciamo colazione e usciamo. Oggi mi voglio far venire delle idee degne di Annibale Ruccella, buon’anima, l’autore di “Er Nando”. Ha vinto l’ambitissimo Premio IDI, ma è morto l’anno dopo, giovanissimo. Idee, voglio. Idee.

LEI.     Non hai detto così anche ieri?

Lui.      Ieri era ieri. Oggi è oggi. E domani sarà domani… Questo lo devo segnare: è un pensiero profondo.

LEI.     (Ironica): Seee!

Lui.      Cosa?

LEI.     Ho detto sììì.

Lui.      Sì, cosa?

LEI.     “Ieri era ieri e oggi è oggi.”

Lui.      E domani sarà domani.

LEI.     Sì.

Lui.      È un pensiero profondo, vero?

LEI.     E come, no?

BUIO.

Scena settima

            Lui e LEI rientrano in camera. Sono allegri, brilli. È sera.

Lui.      (Cantando): Bu-bu. Bu-bu. Bu-bourg. Borg-borg-borg bu. Cha-cha-cha.

LEI.     Ah! ah! ah! Hai visto che Parigi ha anche l’altra faccia?

Lui.      Quale, quella del Buborg?

LEI.     (Corregge la pronuncia): Beauborg!

Lui.      Cosa?

LEI.     Si scrive Beauborg, si pronuncia Boburg.

Lui.      E va bene, Boburg. Il Boburg è l’unica cosa che mi ha deluso.

LEI.     E perché?

Lui.      C’è l’immobilismo, lì. Credevo che vi fosse la vita frenetica e culturale di Parigi, il centro del fermento sociale. Ed invece c’è l’immobilismo, anche se ci sono le scale mobili. “Evolvetevi culturalmente, cari parigini, però lasciate tutto com’è”. Ecco cos’è il Boburg. E questo dovrebbe essere il suo motto, la sua epigrafe. “Accentrare la cultura”: è dal 2 febbraio del ’77 che accentrano. “La raffineria, l’hangar dell’arte”, l’hanno definito, il Buborg…

LEI.     …Boburg.

Lui.      Ma sssì! Il Buborg, Centre National d’Art et de Culture. “Il mostro”… tutto tubi, tubi colorati, una specie di gigantesco intreccio di tubi blu, verdi e gialli e di vetrate e di plexiglas. “Tutto è visibile, trasparente”, dicono i detentori del potere e i persuasori occulti. Vuoi vedere che vogliono far diventare il Buborg, … Boburg… il simbolo di Paris, scalzando  la vecchia, cara Eiffel? 25 mila persone al giorno: il doppio di quanti salgono sulla Torre. Il triplo di quanti invadono le sale del Grande Louvre. Tanto hanno detto, tanto hanno fatto, che hanno imposto il Boburg come modello di centro culturale, invidiato ed imitato. Pompidou, il Generale-presidente, ne volle la costruzione. Nel 1969. Cinque piani, più tre in sotterranea, diviso in “aree”: una biblioteca con 320 mila volumi, che sono pochi – secondo me. Eppure è visitata da quattro milioni di lettori all’anno. Che ventre! Quante biblioteche ci saranno a Parigi? Eppure preferiscono quella del Boburg. E sai perché? perché non ci sono schede di consultazione. Niente da compilare. Ed è per questo motivo che i giovani, pigri, la preferiscono alle altre. Ed anche i turisti, che sono di passaggio, n’approfittano. E poi… i suoi cinema. E lo spazio per le mostre... E tutti preferiscono il Boburg per qualcosa: per il museo, per la creazione industriale, per la musica… “Accentriamo! Accentriamo! Così controlliamo meglio. E guidiamo meglio il popolo bue”. Altro che “fermenti culturali della Nouvelle vogue giovanile”. Altro che “Bollicine creative di nuove forme artistiche”. Bauborg del cazzo!

LEI.     Ehi!

Lui.      Uh?

LEI.     Ti stai infervorando! Hai appena espresso un monologo critico di alto valore artistico e culturale. Forza così, vai forte.

Lui.      Davvero?

LEI.     Sì.

Lui.      Ne sei sicura?

LEI.     Certamente!

Lui.      Allora continuo così?

LEI.     Così. È perfetto.

Lui.      E poi c’è il “Sotto-boburg”, il Centre Commercial, che non poteva di certo mancare. Che giro d’affari! Che businessss! Ha scavalcato gli Champs-Eelisées e la Torre di Maine-Montparnasse. Del resto, il Boburg è stato fatto per alienare. Alienare i parigini. Alienare l’intellighenzia e il popolo-bue. Parigini e turisti. Alienare accentrando ed accentrando alienare. Non solo cultura, ma tutto ciò che è possibile accentrare, anche il commercio. Secondo me, il boburg non serve a niente.

LEI.     Ottima conclusione.

Lui.      Grazie, grazie.

LEI.     Ma allora perché ti scaldi tanto?

Lui.      Il Boburg non serve, alla gente comune. Però al Potere, sì. Al Potere è utilissimo.

LEI.     Fai un esempio, forza.

Lui.      E va bene. L’hai voluto tu. Hai visto che facce c’erano nelle strade, attorno al Boburg? Spacciatori di droga, drogati e gendarmeria sempre all’erta. Poliziotti con cani-poliziotto che annusavano i passanti, per scoprire la droga. Il Boburg non accentra solo cultura, commercio e popolo-bue. Accentra anche una certa forma di vita e di gente, così possono meglio dominare le vite altrui.

LEI.     Vuoi dire che è sempre presidiato per controllare gli spacciatori?

Lui.      Ma non hai visto? Pensi che una mobilitazione così elevata di Forze dell’ordine sia fatta solo per quattro drogati ed alcuni brutti ceffi?

LEI.     La Cultura non ha bisogno di essere presidiata.

Lui.      Solo se segue certi schemi. Per presidiare la Cultura basta il “Mostro Buborg”. Tutto ciò che c’è al di fuori, non fa testo, non è cultura. Tutto quello che avviene in tante piccole sedi teatrali, associative ed altro, non esiste. Ciò che è organizzato al Boburg è controllato: non ci puoi fare quello che vuoi. Nel Palazzone-Rafineria tutto è progettato, studiato, fatto apposta per alienare. Alienare e controllare.

LEI.     Sbaglio, o sei contro il Boburg?

Lui.      Boburg, osceno monumento all’immobilità senza senso.

LEI.     E spiegati!

Lui.      Tanto per cominciare, chi entra al Boburg si isola – immobile – su un gradino della scala mobile. Da cui immobilismo. Ossia, ci si muove, però si sta fermi. Si sale e si scende senza tregua, a gruppi o in coppia o da soli, però non si va per niente avanti. Fermi. Ma devi fare veloce, perché gli altri aspettano. Così la velocità aumenta e annienta. Proprio così: la velocità annienta la permanenza eterna dell’Opera d’Arte. Immobilismo camuffato da velocità. Vuoi proprio sapere perché ci sono le scale mobili?

LEI.     Perché?

Lui.      Per ricordare alla gente l’antico proverbio: ”il mondo è fatto a scale, c’è chi scende e c’è chi sale”.

LEI.     Spiegati meglio.

Lui.      Ma certo, mia cara. Al Louvre, anche dopo decenni, si ritrova sempre la stessa roba. Giusto?

LEI.     Giusto.

Lui.      Al Boburg, invece, una mostra scompare dopo qualche giorno per far posto ad un’altra. E così, ci si dimentica di quello che si è visto. Ovvero, una mostra è rapidamente fruita soltanto da un esiguo numero di visitatori. Viene consumata in fretta: Opere d’Arte come caramelle: le ciucci e non ci sono più.

LEI.     Dai, falla breve. Cominci a stufare.

Lui.      Per concludere: il Buborg è una violazione dell’Arte come bisogno e desiderio di superare il tempo, come eternità e immobilità. Va bene? Ooooh!

BUIO.

Scena Ottava

            Si ode il solito sciacquone e Lui esce dal bagno. Naturalmente è mattino.

Lui.      Perché un atto normale, naturale come quello del cacare deve essere per molti individui un serio problema? Non riesco proprio ad accettarlo. Questo problema, che fa sprecare molte energie, risorse, e tempo, potrebbe essere utilizzato più utilmente, no?

LEI.     Già, così potresti creare con meno pensieri.

Lui.      A proposito di pensieri: hai notato? A Parigi non ci sono pittori che muoiono di fame. Quei sani pittori di una volta poveri in canna, non ci sono più.

LEI.     Ormai nessuno, né qui né altrove, muore di fame. Terzo Mondo a parte.

Lui.      No, no. Voglio dire che Parigi non mi ha affascinato come pensavo mi dovesse affascinare. Sono venuto qui, in questa misteriosa metropoli, con talmente tanto entusiasmo, con una certa idea di Parigi…

LEI.     Non mi dire che associ ancora Parigi con l’idea del Bohèmien! Credi ancora all’Idea della solidarietà tra artisti e delle illusioni di sfondare?.

Lui.      Certo. Nutro la speranza del “Quando sarò famoso, io…”. (Invocando): Baudelaire, Modì, Verlaine, Gautier, Mallarmè, van Gogh, dove siete? E tutti gli altri, dove? Dove vivete? Da quale aldilà Voi, Muse immortali, ispirate noi miserevoli cantori di oggi? Perché non venite a confortarci con la vostra nuova presenza? Reincarnatevi in noi, messieurs!

LEI.     Quella Parigi che invochi non esiste più. Quei poeti sono finiti. Quel mondo è diventato merce, in mano a Case d’Aste e bottegai, oggi come allora.

Lui.      Perché mi disilludi, povera, stupida ignorante? Perché uccidi i miei sogni?

LEI.     Lo faccio per te, tesoro. Se esistesse ancora quel mondo, tu non potresti fare altro che scrivere di una Parigi che tutti conoscono. Invece, la Parigi di oggi…

Lui.      Forse hai ragione. Scusami. Scusami… Hai ragione. Io devo scrivere di un’altra Parigi. Ma quale? Viverci, bisogna. Viverci, a Parigi. Per conoscerla. Per soffrire con lei. Per godere con lei. Viverci, a Parigi. E magari morirci.

LEI.     Ancora con quella tua folle idea?

Lui.      Morirci, in un modo o nell’altro.

LEI.     Tu non sei un fallito. Sei un grande artista.

Lui.      Non… Non lo so. Ma tu, tu sei ancora in tempo: puoi andare via, se vuoi. Puoi lasciarmi solo…

LEI.     (Imperiosa): Smettila!

Lui.      (Depresso, confuso): Eh? Cosa? …Sì, troverò la strada da solo.

LEI.     Smettila, ho detto.

Lui.      Ah, sì, sì. Eppure ci sono… ci sono, e li troverò. Li ho visti. Credimi.

LEI.     Che cosa, hai visto?

Lui.      I Bohèmien. I Nuovi Bohèmien. Quelli che vivono nei sottopassaggi, nelle stazioni delle métro…

LEI.     Quei nuovi mendicanti che suonano?

Lui.      Quelli che suonano, esattamente. Artisti che vomitano speranza.

LEI.     Ma tu scrivi commedie, non puoi andare nei sottopassaggi e nelle métro ad esibirti.

Lui.      E perché no?

LEI.     Perché non sei un attore.

Lui.      (Riflettendo): Forse hai ragione. Sì, anche stavolta hai ragione. Per uno che suona è diverso. Ha un sassofono o una chitarra o un violino o anche un flauto e quando decide lui, si piazza, poggia a terra il berretto, e prende a suonare. I soldi per un panino e una birra li guadagna in un’ora, sai?

LEI.     Anche in meno di un’ora.

Lui.      Ma io sono un poeta elegiaco, casto e sognatore, come Chopin. Forse morirò povero, come lui. Non sono un esibizionista. Cosa potrei fare?

LEI.     Lavare i piatti.

Lui.      Lavare i piatti? Io? Dici sul serio?

LEI.     Perché no? George Orwell lo ha fatto, proprio qui, a Parigi.

Lui.      Ma era Orwell. Stai parlando di George Orwell. Invece, sai che faccio? Mi piazzo anch’io. Tiro fuori un bicchiere di plastica e lo metto sotto il naso dei passanti e dei passeggeri. Potrei guadagnare quei due o tre franchi  per comprarmi un bicchierino che mi darebbe la forza di andare in un altro sottopassaggio e mettere lì, a terra, un piattino con un cartello accanto: “GRAZIE”. E aspetterei. Aspetterei. Aspetterei… al freddo… … che ne dici?

LEI.     Dico che è arrivato il momento di tornare in Italia.

Lui.      Perché?

LEI.     Perché puoi farlo anche lì. Lì, Almeno, conosci la lingua.

Lui.      Ma qui a Parigi è diverso. Ci sono tanti altri giovani che lo fanno. Sono veri e propri artisti che, se andassero in un locale, sarebbero assunti immediatamente. In Italia sarei un mendicante qualsiasi, un pezzente.

LEI.     Ci sei arrivato, finalmente!

Lui.      Questi giovani, sono i veri bohémien. Benché non siano come quelli di un tempo. Non c’è più la solidarietà, lo scambio di idee, di passioni, di speranze. Una volta gli artisti si aiutavano l’un l’altro. Avevano una mèta, da raggiungere, uno scopo nella vita: la gloria. E ci credevano, sai?  E lottavano e morivano, dietro queste idee. Adesso, invece, non hanno una mèta. La loro mèta è stare qui, così: il tempo che scorre, giorno dopo giorno. Domani si vedrà.  Prendi Modigliani, per esempio, o un Gauguin. Avevano la fama, da raggiungere, la celebrità, l’immortalità. Questi artisti di oggi, no. Questi di oggi sperano in un franco di mancia e poi spariscono dalla faccia della terra. Il giovane artista intasca pochi franchi e non rimane più traccia di lui. Parte in métro ed è finito. Sono tutti finiti. Una volta c’erano poeti e pittori e scrittori che morivano di fame: quella era la vera Parigi. Bei tempi! Poi è venuta la Parigi della diversità, quella di Gertrude Stein, Hemingway, Sartre, Henry Miller… la Parigi del Sessantotto. Grande Parigi anche quella, certo. Ma la vera, grande Parigi era, e resta, quella di un secolo fa.

LEI.     Beh, la Parigi d’oggi ha ancora il suo fascino, non dispiace.

Lui.      Ma dov’è l’antico fascino? Dove lo trovi? Nel salire sulla Torre Eiffel? E poi cosa ci trovi lassù? Squallore. Due o tre botteghe di souvenir che vendono gli stessi, uguali, identici oggetti. Due ristoranti al primo piano, altri due al secondo…Una cena a 53 franchi e mezzo. L’hai visto anche tu. E non c’è neppure il romanticismo di una volta.

LEI.     Ma che cena, che dici? Plat du jour. Erano menù a prezzo fisso, che persino due poveracci potevano permettersi. Anche noi abbiamo il diritto di fare i turisti, no?

Lui.      Tutto merito di Mitterand.

LEI.     Che c’entra Mitterand?

Lui.      Ha tolto tutto ai Rothschild. Li ha espropriati dei loro beni. Secondo te, ha fatto bene?

LEI.     Ha fatto bene, se ha fatto ribassare i prezzi sulla Torre.

Lui.      E invece ha fatto male. Perché Rothschild è uno di quelli che ha fatto la Francia. I Rothschild, la dinastia. Invece, alla società “Thomas Cook” non ha portato via nulla. Quell’agenzia di cambio riesce a fregare un sacco di soldi ai miseri ed ignari turisti. Fai dei conti: tra margine sulla quotazione, commissioni varie e diritti fissi di cambio, riesci a sapere quanto guadagnano queste agenzie. E a Rothschild ha tolto tutto, statalizzando le sue banche. A Rothschild, poveraccio.

LEI.     (Con ironico stupore): Ma no!

Lui.      I Rothschild aiutarono finanziariamente l’esercito. E provvidero alla sistemazione dei debiti di guerra francesi. Da secoli soffrono per le loro banche in vari stati d’Europa ed infine, basta un Mitterand qualsiasi a togliere loro tutte le banche. Così, da un giorno all’altro.

LEI.     Non mi dire! Oh, poveri speculatrici borsa!

Lui.      È straziante, ma è così.

LEI.     Ma perché?

Lui.      Esproprio. È come se agli Agnelli, in Italia, Craxi gli togliesse la FIAT.

LEI.     Oh Dio, no.

Lui.      Politica, cara mia. È politica che si persegue. Alla lunga può risultare giusta o sbagliata, ma cade sempre nell’oblio. Un popolo fa presto a dimenticare. E ciò che è sbagliato oggi, può risultare giusto domani. La Francia, da un po’ di tempo persegue la politica dell’esproprio, della statalizzazione, politica pseudo comunista.

            (Pausa.)

Lui.      Rotschild. Poveraccio! – Poveraccio tra virgolette, intendiamoci. Ebbene, Rotschild “il poveraccio” ha scritto un libro con questo incipit: “quello che la Francia…”

LEI.     Ah, sì, sì, sì.

Lui.      “Quello che la Francia…”

LEI.     Sì, sì, ricordo. C’è lui, sulla copertina.

Lui.      (facendole il verso): Sì-sì-sì… copertina… E fammi finire! (Cambia tono e parla con enfasi): “Quello che mi ha fatto la Francia e quello che io ho fatto per la Francia”… “…E quello che la mia famiglia ha fatto per la Francia”…

LEI.     Roba da lacrime agli occhi, sigh!

Lui.      Puoi dirlo forte. E poi lasciano in circolazione ‘sti “Thomas Cook”, dislocate nei punti strategici-turistici di Francia.

LEI.     Però, le “Thomas Cook” servono.

Lui.      Servono?

LEI.     (Con aria da esperta economista): Certo. Perseguono una politica di apertura  economica e di libera concorrenza…

Lui.      Ohè, la Francia è semicomunista, ormai. Forse totalmente comunista. Ha fatto il Boburg, non dimentichiamolo. Jack Lang, quel ministro della cultura, ha fatto una rivoluzione culturale degna della Cina di Mao. E sai cosa significa tutto ciò? Che distribuisce soldi a destra e a manca, per la cultura “giusta”. In Italia, invece, distribuiscono soldi. E basta.

LEI.     E a voi scrittori, neanche una lira, lo so.

Lui.      Brava.

LEI.     E i francesi stanno bene.

Lui.      Sì. Hanno fatto non so quante rivoluzioni – sei o sette- si sono fatti invadere dai tedeschi… i francesi, popolo da sottomissione.

LEI.     Non è vero. Guarda come si sta bene, a Parigi.

Lui.      Te l’ho già detto: hanno fatto sette rivoluzioni.

LEI.     E visto che hanno fatto sette, otto, nove rivoluzioni, i francesi sono da sottomissione? Semmai, è al contrario. Popolo dominatore.

Lui.      Ullalà!.

LEI.     E allora, i palestinesi? Che non hanno fatto nessuna rivoluzione?

Lui.      Nemmeno gli israeliani. Le vere rivoluzioni sono uniche, non con le repliche. In Francia siamo già alla quinta o sesta Repubblica. I francesi fanno una rivoluzione, giusto? E poi, dopo alcuni decenni, vengono di nuovo sottomessi. E via con la rivoluzione successiva. Ora, per esempio, stanno aspettando l’invasione. Von Stroller c’è già.

LEI.     Bisognerebbe viverci, a Parigi.

Lui.      Puoi dirlo forte, ma viverci non basta.

LEI.     In che senso?

Lui.      Oltre a viverci, bisogna riuscire ad introdursi nell’Ambiente giusto. Prendi me, per esempio. Perché dovrei vivere a Parigi? Perché sono un commediografo? Bene. Un po’ per volta comincerei a frequentare le compagnie teatrali, i produttori, possibilmente gay dichiarati. E poi dovrei scoprire, passo dopo passo, come si ottengono i finanziamenti, come si accede agli aiuti pubblici e partecipare ai Premi e concorsi teatrali. Infine, col tempo, mi potrei intrufolare nell’Ambiente. Allora sì, piacerebbe anche a me vivere a Parigi.

LEI.     Beh, una volta “intrufolati”, come dici tu, tutti i posti sarebbero belli. Persino New York.

Lui.      No: in Italia c’è Mafia. Mafia, bada bene, non “la” Mafia. In Italia, un giovane scrittore non vincerà mai un grosso premio teatrale. Allo stesso modo, una grande compagnia teatrale o un Teatro Stabile non rappresenteranno mai un autore sconosciuto. E questi sono fatti. È realtà. Se sei del giro giusto, allora sì. Sfondi. “Sei un regista cinematografico affermato? O.K. dammi un testo teatrale inedito, che magari hai scritto trenta anni fa, negli ardori giovanili, e farò di te un grande esordiente, un esordiente d’eccezione”. E mettono in scena una sua commedia che sicuramente farà incassi, perché l’autore è un nome affermato.

LEI.     Fai un esempio, dai.

Lui.      Certo. Prendi un regista a caso: Hugo mac Gregor. Me lo immagino, mentre dice: “Quello è amico dell’amico del nipote di quell’altro amico che è direttore della sede RAI-TV di… ecc. ecc. Bene. Allestiamo subito una sua opera. La regia, naturalmente, sarà affidata al sottoscritto”. Naturalmente. E poi arrivano i critici teatrali. “Ce li vogliamo rendere amici, questi omaccioni? Sì? Allora organizziamo un Festival. Un Festival delle opere scritte dai critici teatrali. E mettiamo in scena le loro opere. Naturalmente saranno invitati a spese dell’organizzazione, nostri ospiti. Naturalmente, direttore artistico sarà il sottoscritto”. Al mio paese, mia cara, tutto questo si chiama Mafia. Non lo sapevi?

LEI.     (distratta): Sapere cosa? Spiegati meglio.

Lui.      Well. Hugo mac Gregor, un mafioso che adesso è direttore di un Teatro Stabile scalcinato e mangiasoldi, ha letto le commedie dei critici teatrali dei più importanti quotidiani d’Italia, ossia Paese Sera, Corriere della sera, La Stampa…e - di questi critici…

LEI.     Come hai detto? Le commedie “dei critici”?

Lui.      Devi sapere che tutti i critici hanno scritto almeno una commedia, nella loro vita.

LEI.     Capisco.

Lui.      Ebbene, mac Gregor ha voluto i copioni di queste Opere e le ha messe in scena. E ne ha fatto un Festival, a Napoli, credo, o a Benevento. Hai capito? Ne ha fatto un Festival, il Festival delle commedie dei critici teatrali! Si può adulare, lusingare, incensare. Ma leccare così è geniale Mac Gregor! E naturalmente adesso è direttore artistico di un Teatro Stabile. Ed è anche direttore di un altro Festival. È curatore di diversi programmi, autore di progetti televisivi, scrittore… Mafia! Per sua stessa ammissione.

LEI.     Per sua stessa ammissione?

Lui.      Sì. Una volta ad un giornalista che gli domandò: “Come mai ha fatto questa scelta? Torino. Perché ha scelto questa grande città?” mac Gregor gli rispose: “Che vuole? Le amicizie… le conoscenze… l’amore che ho per questa città, l’amore che ho per Roma, l’amore che ho per Napoli, e gli amici – gli amici, nota bene – …gli amici che ho in ognuna di queste città, e i legami che ho con alcune Istituzioni ed Enti, mi hanno portato ad agire così”. Vuoi una dichiarazione d’amore alla Mafia più chiara di questa?

LEI.     I mafiosi agiscono così?

Lui.      Sì. Vanno avanti per amicizie, per conoscenze, per legami e per potere e per grasso desidero di poltrona. Mac Gregor lo ha dichiarato in pubblico, con sicurezza. Ed ha aggiunto che allo Stabile non può dedicare il tempo pieno, però si pappa lo stipendio intero. E sputa persino il suo disprezzo sugli spettatori: proprio come fanno i mafiosi, contro i quali non si hanno prove e contro cui nulla si può fare. Qui, a Parigi, può darsi che esista lo stesso metodo, chi può saperlo? Dovrei vivere qui alcuni mesi, per scoprirli. E lo scoprirei, stanne certa. Von Stroller è direttore artistico del Teatro d’Europa. Mi sai dire che vantaggi ha avuto l’Italia? E il teatro italiano? E gli autori italiani? Ci vorrebbe un’intervista a von Stroller. A proposito: la Torre Eiffel sembra un pene in erezione. Visto da sotto, naturalmente.

LEI.     (scandalizzata): Ma che dici!

Lui.      Sì un pene. In erezione. Una gran testa di pene.

LEI.     Un pene in erezione?

Lui.      Sì.

LEI.     Di ferro?

Lui.      Di ferro, sì. Forse, il ferro, non può essere in erezione? E mac Gregor, non può avere la faccia da culo?

LEI.     Non lo so.

Lui.      Un pene. Di ferro. In erezione. Adesso lo sai. E non farti venire cattivi pensieri.

LEI.     Stai tranquillo. Pensa alle tue emorroidi.

BUIO.

Scena nona

            Sera. Lui e LEI rientrano in camera.

Lui.      Ecco: domani dobbiamo ripartire e non abbiamo visto il Bois de Boulogne. E neppure Versailles. E neppure…

LEI.     …La torre di Maine-Montparnasse.

            (LEI vuole andare alla toilette, ma Lui la ferma, sbarrandole il passo, per farsi ascoltare.)

Lui.      …Né il Boulevard des Italiens, né Les Invalides…

LEI.     E lasciami passare, ché devo andare a gabinetto (e cerca di passare, aggirando lui un po’ a destra e un po’ a sinistra, invano.)

Lui.      Cosa ci devi andare a fare?

LEI.     Fare la cacca, va bene? Contento?

Lui.      (Lasciandola passare): Attenta alle emorr…

            (LEI è già sparita oltre. Lui continua a parlare tra sé.)

Lui.      …roridi. Quelle sono sempre in agguato. Colpiscono ferocemente le persone che non lo meriterebbero. E bruciano, bruciano maledettamente. O fanno male. E, nel migliore dei casi, prudono. Causano un prurito indescrivibile e insopportabile e che, molte volte, non puoi alleviare per nulla. A meno che non ci si abbandoni a gesti indecenti, ma liberatori. Ecco perché alcune persone, mentre sono in compagnia, si mostrano insofferenti, impazienti di allontanarsi, andar via… e  vanno via. Ma dopo qualche minuto ritornano, sorridenti e rilassati. (alza la voce, grida): Mi ascolti?

            (Per tutta risposta si ode lo sciacquone. Lui non sembra farci caso e continua il monologo, declamando poeticamente, con nostalgia.)

Lui.      Parigi! Parigi! Jeu de Paume, Louvre, Montparnasse! Montmartre, Sacre Coeur, Boulevard Saint Michel, Boulevard Saint Germain, Champs Elysées, Le Sorbonne, Rue de Rivoli! Place Vendome, Arc de Triomphe, Tour Eiffel; L’Opéra, Notre Dame, Comédie Francaise, Les Invalides, Quartiere Latino, La Senna, Pont Royale, Pont Neuf, Rue degli Antiquari; L’ile de la Cité, Petite Palace, Marché aux Puces; Orangerie, Place du Tertre, Tuileries; Pigalle, Moulin Rouge, Place de la Concorde; Centre Pompidou, Beauborg, Place de la Madaleine; Chateau de Fontainebleau, Maxim’s… Ti sembra poco?

            (Si ode di nuovo lo sciacquone.)

Lui.      Il tutto in pochi giorni. Sì, in pochi giorni Parigi si può visitare. E, se si organizzano i giri con un criterio intelligente, si può vedere di più e meglio.

LEI.     (Da fuori scena): e sulle cose che non abbiamo visitato, cosa scriverai nella tua commedia?

Lui.      Beh, lascerò il mistero. “Una misteriosa omissione”, scriveranno i critici futuri – i posteri.

            (Si ode per la terza volta lo sciacquone.)

Lui:      E smettila, con quello sciacquone! Che ti ci fai, la doccia? Almeno fosse come nei vespasiani!

LEI.     Come dici? Non ti sento.

Lui.      Qui a Parigi, se hai bisogno di pisciare, devi imbucare due franchi. Imbuchi due franchi e si apre la porta del vespasiano. Appena sei entrata, la porta si chiude e inizia una musichetta: taratà-ta-tarattà. Certe volte è un reggae, altre volte è un rock duro o rock dolce. Mai un lento, uno slow, al massimo un tango. Poi, quando hai finito di pisciare, o di fare altro, si espande una fragranza aromatizzata e, il tutto, è disinfettato. E si riapre la porta, automaticamente. E puoi uscire. E non puoi fare a meno di voltarti a guardare quella meraviglia della scienza e della tecnica che la sola Parigi, oggigiorno, può regalarti.

            (Si ode ancora una volta lo sciacquone, a lungo.)

(Buio.)

Scena decima

            Mattino. Sciacquone. Lui esce dal bagno.

Lui:      Su, sveglia! Oggi si parte. È l’ultimo giorno. E non so nemmeno se la mia opera immortale su Parigi nascerà. Forza, alzati, la vacanza è finita. Vai a darti una rinfrescata e via, in Italia con il T.G.V. Il favoloso TE-GHE-VE.

           

            (LEI si alza e tutti e due, lentamente, iniziano a vestirsi. Entrano ed escono dal bagno, asciugamani sulle spalle, spazzolino in bocca, aprono e chiudono cassetti ed armadi, preparano le valige…)

LEI.     Ah, ti ricorderai di metterci i negri?

Lui.      Nella valigia?

LEI.     No, nella commedia, spiritoso.

Lui.      Certo, come no? Cosa sarebbe Parigi senza i negri? Sono nati, cresciuti ed istruiti a Parigi. I negri sono l’anima di Parigi.

LEI.     Intendevo dire gli altri negri, quelli dei sottopassaggi, quelli che suonavano i tam-tam e ballavano. Erano bravi. Hanno il senso del ritmo, i negri.

Lui.      Sì, ogni razza ha i propri difetti.

LEI.     Difetti?

Lui.      Ma sì, ci penso io: non li farò sfigurare. Darò loro la giusta collocazione. Gabinetti… spazzatura…

LEI.     Razzista. Meno male che non sei famoso e le tue parole volano al vento.

Lui.      (Dal bagno): qual è il mio spazzolino? Il verde o il giallo?

LEI.     Se te li lavassi più spesso, i denti, lo sapresti. … è il verde…

Lui.      Ricordati di telefonare al radio-taxi.

LEI.     Devo chiedere il numero al portiere.

Lui.      Te lo ha dato ieri sera.

LEI.     Sì, ma l’ho scordato.

Lui.      È il 5369.

LEI.     Aspetta, aspetta. Ripeti.

Lui.      Cinque-tre-sei-nove.

LEI.     Ma come fai a ricordarlo?

Lui.      È facile: 5.3.6.9. come dire cinquantatrè – sessantanove.

LEI.     Beh?

Lui.      Cinquantatrè è il mio anno di nascita…

LEI.     E il 69?

Lui.      Quello si ricorda sempre.

            (Si sporge dall’uscio del bagno e la guarda satiricamente. Squilla il telefono e lui va a rispondere)

Lui.      Hallo?!... Sì, sono io… Come? Chi c’è?... oh, c’è anche Georgy von Stroller?... Li faccia salire. … Sì, immediatamente. Anzi no tra… sei minuti. Grazie (riattacca).

LEI.     Chi era?

Lui.      (Eccitato): LORO. Sono loro, Georgy e Hugo.

LEI.     Ed hai detto fra sei minuti? Avresti dovuto dire “subito”. Non farli aspettare.

Lui.      Non voglio far capire che sono ansioso di riceverli. Ma come avranno fatto a sapere che ero qui? Ah, forse per quella lettera che spedii a von Stroller due mesi fa. Gli scrissi che sarei venuto a Parigi. Ma… e mac Gregor? Come l’ha saputo? Ho capito. Anche lui si trova a Parigi, ha incontrato von Stroller e questi deve avergli detto: “Sai? A Parigi c’è un grande autore italiano sconosciuto. Sto andando a trovarlo. Vuoi venirci anche tu?”. – “Ma certo, sicuro”, risponde mac Gregor. “Io adoro gli sconosciuti”. Sì, deve essere andata proprio così. Lo sapevi  che entrambi questi due grandiosi registi hanno letto i miei copioni?

LEI.     Sì, di sicuro li hanno letti, altrimenti non sarebbero qui.

Lui.      È andata proprio così, tesoro. Si saranno parlati ed hanno deciso di venire. “Perché non andiamo a trovarlo? Si trova di passaggio a Parigi. Oggi riparte. Affrettiamoci”.

LEI.     E va bene. Ma come sapevano che alloggi in quest’albergo?

Lui.      Ti ricordi, tre giorni fa, quando tornavamo dal Louvre? Aspettami, ti ho detto, consegno una busta alla Comedie Francaise e torno.

LEI.     Sì, mi ricordo. Sei entrato allegro e di corsa in quell’edificio e sei uscito borbottando e imprecando.

Lui.      Non mi hanno fatto entrare. Perciò ho lasciato un biglietto in portineria. Era un biglietto per von Stroller che in questi giorni sta provando il suo spettacolo proprio in quel teatro.

LEI.     Ebbene?

Lui.      Beh, quel biglietto era scritto su foglio intestato. Ho usato uno di quei fogli con busta che ho trovato in camera. Non deve essergli stato difficile rintracciarmi. Non hanno voluto lasciarsi sfuggire l’occasione di conoscermi. Magari vorranno propormi un contrat… anzi due. Due contratti per due commedie. Oh, togliamo di mezzo queste valige. Non facciamo capire che stavamo partendo. Non sarebbe carino. Suonerebbe di sconfitta, di resa, di abbandono del campo. Sembrerei un perdente.

            (Lui comincia a nascondere le valige e gl’indumenti.)

LEI.     Ma che fai?

Lui.      Coi grandi uomini non si scherza, anche se hanno le emorroidi. Ma ti rendi conto? Stanno per venire a trovarmi l’insuperabile Hugo mac Gregor e il geniale Georgy von Stroller. Quale opportunità! Sono…Sono in ascensore. Tra un po’ busseranno a quella porta ed io dirò: “Avanti!”.

            (LEI scoppia a ridere.)

Lui.      Perché stai ridendo? Ridi di me? Pensi che sia buffo vestito così? Forse è meglio che mi cambi. Cosa mi consigli?

LEI.     (Ridendo): a proposito di cosa?

Lui.      Delle mie commedie. Dici che devo dare il consenso per l’allestimento? O li faccio aspettare alcuni giorni? … Ci devo pensare… Parlerò col mio agente…

LEI.     (Ridendo): Ma non hai un agente teatrale.

Lui.      Lo so. Ma è meglio tenerli sulle spine.

            (LEI continua a ridere.)

LEI.     Vuoi farli aspettare? … Tu, a loro?... E per quanto tempo?

Lui.      Non più di tre secondi. Appena li vedo dico: “Dove sono i contratti? Firmo. Gratis”. Quale delle mie Opere avranno scelto?

LEI.     (Ride ancora): e chi lo sa? Sono tutte belle.

Lui.      È meglio che stia calmo. Devo sedermi. (Pausa.) ecco, sento che stanno per bussare. I sei minuti sono trascorsi (guarda l’orologio). …Veramente sono trascorsi otto minuti… Ancora pochi secondi… (Origlia alla porta.). Senti anche tu i rumori dei passi? Sono loro.

            (LEI ride sfrenatamente.)

Lui.      Sono già trascorsi dieci minuti. Perché non bussano?

            (Il tempo passa scandito dalle risate di LEI e dal nervosismo di Lui. Il tempo sembra scorrere inesorabilmente, in un clima d’irrealtà. Poi sembra arrestarsi. Lui si rassegna. Ha capito che non verrà nessuno.)

LEI.     (Sorridendo maliziosamente): è mezz’ora che aspettiamo.

Lui.      Forse il portiere ha capito male. O forse non hanno trovato la camera. Adesso telefono alla reception.

LEI.     No, no. Fermati.

Lui.      No? E perché no?

LEI.     Ora ti spiego. Ieri sera, mentre tu compravi l’acqua minerale per la notte, io mi sono fermata a parlare col portiere e gli ho dato delle istruzioni. È per uno scherzo, gli ho detto.

Lui.      Istruzioni? Scherzo? Che istruzioni? Quale scherzo?

LEI.     Gli ho detto di telefonare stamattina in camera nostra e annunciare l’arrivo di mac Gregor e di von Stroller.

Lui.      (Intuendo l’orrida realtà): …………Sìììì?....

LEI.     Sì.

Lui.      (Con collera): ……………..E poi?

LEI.     Poi… ho lasciato che fossi tu a prendere il telefono.

Lui.      (Con ferocia repressa): e perché hai architettato tutto questo?

LEI.     (Con ingenua incolpevolezza): così, per scherzo. Due registi che ti vengono a trovare… (sorride, si avvicina a lui, lo consola accarezzandolo). Mi è sembrato carino. Sei spiritoso. Ero sicura che ti sarebbe piaciuto. Sarebbe stato divertente anche per te, no?

            (Lui è deluso – amareggiato – risollevato – paziente. L’abbraccia amorevolmente per farle capire che la perdona. Sorride.)

LEI.     (Ridendo): e tu che ci hai creduto!

Lui.      (sorride). Già. Ed io che ci avevo creduto.

(Lui la bacia. Poi torna a riprendere le valige.)

Lui.      Poteva essere, però. … Ma non è stato. Speriamo,  almeno, che Hugo e von Stroller abbiano le emorroidi.

            (Lui e LEI riprendono a preparare le valige, con malinconia. Di tanto in tanto LEI prende a ridere ripensando allo scherzo. Poi, mentre parla, le sue risate si vanno smorzando.)

Lui.      Hai messo il pigiama?

LEI.     Sì, sì.

Lui.      Hai preso i rullini delle foto che abbiamo scattate?

LEI.     Sì.

Lui.      Ci sono tutti?

LEI.     Sììì!

Lui.      E il quaderno dei miei appunti su Parigi?

LEI.     (Ha già smesso di ridere): Anche quello, sì. Anche quello è in valigia.

Lui.      No. Quello dallo a me. È meglio che lo tenga io.

LEI.     (Glielo porge, delicatamente, con tenerezza): sì, eccolo.

Lui.      Bene. (Chiude la valigia.) Possiamo telefonare al taxi, adesso. Qual è il numero?

LEI.     (Allegra): aspetta. L’ho imparato. Cinquantatrè... 53 e…

Lui.      Brava.

(BUIO, SIPARIO.)

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