Epitaffio per George Dillon

Stampa questo copione

EPITAFFIO PER GEORGE DILLON

EPITAFFIO PER GEORGE DILLON

Tìtolo originale: Epitaph for George Dillon

Commedia in tre atti

di JOHN OSBORNE e ANTHONY CREIGHTON

Versione italiana di REMO PRIOLO

PERSONAGGI

JOSIE

RUTH

SIGNORA ELLIOT

NORAH

PERCY

GEORGE DILLON

GEOFFREY COLWYN

STUART

L'UOMO

BARNEY EVANS

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

L'abitazione della famiglia Elliot, poco fuori Lon­dra. Tardo pomeriggio di primavera. La scena e divi­sa in due parti: a destra il vestibolo con la porta di ingresso, una rampa di scale, e sul fondo, sotto l'arco delle scale, un'altra porta che conduce al salotto. A sinistra il soggiorno con una porta e un'apertura ver­so la cucina e una porta-finestra che dà su un giardino. Le due stanze,^ entrambe arredate con mobili "moderni" e ninnoli vari, sono separate da un muro indivisibile, la cui presenza è suggerita soltanto da una porta verso il fondo.

All'alzarsi del sipario Josie è sola in scena. ha una ventina d'anni ed è graziosa, seppure un po' dura; è il tipo che non si lascia infinocchiare da nessuno. In questo momento non è certo nella sua forma miglio­re: dal turbante che porta in testa scendono sulla fronte un paio di bigodini, la camicetta è sporca e i pantaloncini spiegazzati e macchiati. È sprofondata in una poltrona. Guarda distrattamente una rivista a vivaci colori, mentre la radio trasmette una delicata musica di Mozart. Sfoglia la rivista e sta per posarla quando qualcosa attira la sua attenzione. Legge.

Josie                              - Che idea scrivere per chiedere una cosa simile! (Ride e continua a leggere, arricciandosi un bigodino. Poi posa la rivista) Puttanella sentimentale! (Sospira, s'appoggia allo schienale della poltrona, in­fila le mani sotto la camicetta, si massaggia lo sto­maco e aggrotta la fronte. Si alza e va a guardarsi allo specchio. Increspa le labbra per vedere che effet­to fa. Poi si china in avanti e cerca di lisciarsi le sopracciglia. Ma non sembra esserci riuscita molto bene, e di nuovo sospira) Oh! Quel maledetto fra­casso! (S'avvicina alla radio, giocherella un po' con le manopole, e poi rinuncia e spegne. I suoi occhi si posano di nuovo sulla rivista che riprende a sfogliare finché non trova ciò che cercava. La guarda con aria annoiata e di nuovo la lascia cadere sul pavimento. Torna davanti allo specchio a provare altre smorfie; tira fuori la lingua. Riflette ancora un po', e si sposta verso il divano lasciandovisi cadere in ginocchio. Si distende e, accorgendosi dello spazio bianco che è ve­nuto a formarsi tra la sua camicetta e i calzoncini, se lo accarezza con aria sognante. Ora si è messa bocco­ni, e le sue mani si muovono sul bracciolo del divano: c'è curiosità nelle sue dita e noia nel suo corpo. Im­provvisamente si mette a canticchiare una canzone di successo) "Why don't you Give Me... Give Me..." (Pausa) "Ali that you have to share. Why don't you Give Me... Give me..." (Si tocca delicatamente il naso e si volta sulla schiena) And teli me you really care..." (La suamano si muove nello spazio come in un ruscello; poi il movimento si interrompe ed ella dice con decisione) Chissà come sarà... non vedo l'ora di saperlo. (Sta per lanciare le gambe sopra la testa quando suona il campanello dell'ingresso) Oh! Final­mente! (Si precipita alla porta e sta quasi per arri­varci quando si accorge di aver dimenticato qualcosa e torna nel soggiorno. I suoi occhi si posano sulla borsetta, che afferra, portandola con sé attraverso il vestibolo fino alla porta d'ingresso. Il campanello continua a suonare) E va bene! Un momento! Un momento! (Apre la porta. Si sente una voce che dice: "Un pacco per la signora Elliot. Tre sterline, quin­dici scellini e nove pence." Signorina Elliot, prego. Pensavo che non sarebbe più arrivato. Ce n'ha messo di tempo. L'aspettavo stamattina e non so­no neanche potuta uscire. Come? non ha il resto? Be' vada a cambiare. (Si sentono per qualche istan­te rumori di monete che cambiano di mano. Poi Josie sbatte la porta d'ingresso e rientra nel sog­giorno tenendo sulle braccia una scatola quadrata di cartone. Si inginocchia sul pavimento incomin­ciando tutta eccitata ad aprirla. Si libera rapida­mente dello spago e della carta, nonché del coperchio e di un foglio di carta velina. Poi si alza di scatto, posa la scatola sul divano, prende una sigaretta dalla borsetta, se la mette in bocca, getta via con un cal­cio le pantofole e s'avvicina al radio-grammofono ab­bassando contemporaneamente la cerniera dei calzon­cini. Solleva il coperchio del radio-grammofono, lo accende, e si toglie i pantaloncini lasciandoli cadere sul pavimento. Poi sceglie un disco dalla pila che le sta accanto e lo mette su. Rimane in attesa con la sigaretta in bocca fin quando non irrompe il rauco gemito di una tromba di New Orleans in un pezzo di jazz decisamente tradizionale. Allora di corsa tor­na alla scatola, estraendone il contenuto in un gran fruscio di carta mossa da mani impazienti: si tratta dì un paio di attillati pantaloni neri. Se li mette,_ tirando su con un po' di difficoltà la cerniera sui fianchi. Poi porta le mani alla vita e si china a con­templare il risultato con un'espressione ansiosa che si trasforma ben presto in compiacimento. Per veder­si meglio s'avvicina allo specchio. Saltella qua e là, si ammira in tutte le prospettive, si accarezza il ven­tre, si tocca il sedere e, infine, soddisfatta, s'accende una sigaretta, s'infila le mani nelle tasche ancora po­co familiari, e assume una posa più o meno elegante e un'espressione volutamente annoiata, allungando una gamba, indubbiamente snella, un po' oltre l'altra. Poi spinge indietro la testa e soffia una nube di fumo. Josie qualche volta può essere buffa, ma non se ne j rende mai conto. Incomincia a ballare, dapprima len­tamente, con sorprendente abilità, e finisce con la schiena sul pavimento e le ginocchia sollevate. Si a-pre la porta d'ingresso e Ruth entra nel vestibolo. Immediatamente Josie si rizza a sedere) Sei tu, Mam­ma? Ruth, senza rispondere, chiude la porta. Josie si toglie i pantaloni nuovi e li rimette nella scatola. Intanto Ruth entra nel soggiorno. Ha circa quaranta anni, è snella, vestita con eleganza, assai attraente. Ha in mano una valigetta che posa entrando nel sog­giorno) Sei in anticipo. (Ruth si avvicina al radio­grammofono e lo spegne)

Ruth                              - Ti dispiace se per qualche minuto faccia­mo a meno di New Orleans? (Va a raccogliere i panta­loncini vecchi sul pavimento) Sono questi che stai cercando? (Li lancia a Josie che li afferra al volo)

Josie                              - Credevo fosse la Mamma.

Ruth                              - C'è un po' di té, per caso?

Josie                              - (infilandosi i pantaloncini) Ne ho preso una tazza poco fa. (Ruth va in cucina e mette la teiera sul fuoco) Sei in anticipo.

Ruth                              - (fuori scena) Come mai oggi non sei anda­ta a lavorare?

Josie                              - Non mi sentivo bene, stamattina.

Ruth                              - (fuori scena) Ah si?

Josie                              - E allora la mamma ha detto che avrei fatto meglio a starmene a casa. (Fissa la valigetta che Ruth ha lasciato sul pavimento) Vai in vacanza?

Ruth                              - (fuori scena) No... ne torno. Soddisfatta?

Josie                              - Come puoi tornarne se non ci sei ancora andata? In quanto a me, non faccio un giorno di festa da secoli... Non cascherà il mondo per questo. (Solleva la valigetta per accertarsi che sia vuota) Nuova?

Ruth                              - (fuori scena) L'ho presa dove l'avevo la­sciata ieri sera, nel bagagliaio di Leicester Square. È piena di fotografie pornografiche.

Josie                              - Oh?

Ruth                              - (comparendo sulla soglia) Josie, vuoi dar­mi una sigaretta? Ho fatto tutto il viaggio in treno senza fumare. (Torna in cucina) È arrivata posta per me?

Josie                              - (andando a prendersi la borsetta, sulla de­stra) Un pacchetto... raccomandato.

Ruth                              - (fuori scena) Niente lettere?

Josie                              - Solo il pacchetto. È piccolo; non pesa qua­si niente.

Ruth                              - (fuori scena) E cosa c'è dentro?

Josie                              - (frugando nella borsetta) Come posso sa­perlo?

Ruth                              - (fuori scena) Non l'hai aperto?

Josie                              - Come sarebbe a dire? No di certo.

Ruth                              - (rientrando) Se quando stai male hai biso­gno di farti qualcosa, usa almeno la cortesia di met­tere poi in ordine. Il fornello è tutto unto di grasso. Fa schifo. (Si toglie il cappello e va verso il tavolino sulla sinistra dove è posato il pacchetto) È questo? (Lo guarda e continua in tono distratto) Hai persino lasciato la roba della colazione nel lavandino. (Josie, che ha un pacchetto di sigarette in mano, la guarda incuriosita. Ruth fissa il pacco)

Josie                              - È scritto a macchina.

Ruth                              - Non hai fatto un accidente di niente per tutto il giorno. Eppure, quando tornerà tua madre, si troverà davanti un letamaio.

Josie                              - Non lo apri?

Ruth                              - (gettandole una rapida occhiata) Ti sto dicendo che sei una sciattona.

Josie                              - Ah si? Non ti avevo sentito. (Dopo un at­timo di esitazione Ruth apre il pacco. Josie rimette le sigarette nella borsetta e si avvia verso la porta della cucina. Da una scatoletta di cartone Ruth estrae un orologio da polso da uomo. Josie, prima di andare in cucina, ha modo di vederlo) Mi bevo anch'io una tazza di tè. (Ruth tiene in una mano l'orologio e con l'altra prende dalla scatoletta un foglio di bloc-notes e lo legge. Poi posa la scatola sulla tavola. Guarda il foglio, passandosi le dita sulle tempie, come se si sentisse un peso alla testa. Poi chiama Josie con una voce che ha perduto il tono aggressivo di poc'anzi. Sembra molto stanca)

Ruth                              - Fa' la brava, Josie, dammi quella sigaretta. (Josie entra con una tazza di tè e gliela porge)

 Josie                             - Quell'uomo è tornato a cercarti oggi po­meriggio.

Ruth                              - Ti ho già pregato due volte di darmi una sigaretta. Su, te la restituirò stasera.

Josie                              - Mi dispiace, non ne ho.

Ruth                              - (riavvicinandosi alla tavola) Be' comun­que, adesso devo andare di sopra. E magari in came­ra ne troverò qualcuna. (Ripone l'orologio e il bigliet-tino nella scatoletta) Chi hai detto che è stato qui?

Josie                              - Quel tale. Non so chi sia. Quello che è venuto qui sabato e poi ancora l'altro giorno. È la terza volta che viene.

Ruth                              - Credevo glielo avessi detto che non arrivo mai prima delle cinque e mezza.

Josie                              - Infatti. E lui ha risposto che sarebbe tor­nato di sera.

Ruth                              - (sedendosi su una poltrona) Ah, e a che ora è arrivato oggi?

Josie                              - Verso le quattro, credo.

Ruth                              - Chiunque sia, non mi sembra molto sve­glio. Che faccia ha?

Josie                              - Niente male. Assomiglia un po' a Frankie Vaughan.

Ruth                              - E chi diavolo è Frankie Vaughan? (Sorseg­giando il tè) È proprio uno schifo questo tè. Non ha detto cosa voleva?

Josie                              - Solo che voleva vederti, nient'altro.

Ruth                              - Che strano modo di fare. Piombar qui pro­prio in un'ora in cui sa che sono fuori. Non gli avrai detto niente, vero?

Josie                              - E cosa avrei dovuto dirgli? Che assomiglia a Frankie Vaughan?

Ruth                              - Josie, per l'amor del cielo, non vedi che sono stanca? Non desidero altro che una sigaretta e un bagno. (Si apre la porta d'ingresso ed entra la signora Elliot. È una donnina sui cinquant'anni, sim­patica e riservata, fermamente convinta che non tut­to il male viene per nuocere. Ha in mano un certo numero di sacchetti di carta contenenti la spesa. Si ferma davanti all'attaccapanni per togliersi il cap­potto) Oh, ecco tua madre. Va' subito in cucina, per l'amor del cielo, se no prima di mettersi a preparare la cena dovrà rimediare al tuo caos.

Josie                              - (avviandosi verso la cucina) Bene.

Signora Elliot                - Sei li, Josie? (Si toglie il cappello)

Josie                              - Ciao mamma. Non sarai nei guai, eh, zietta?

Ruth                              - Nei guai? Vuoi dire in senso generale o in un senso particolare?

Josie                              - Come?

Signora Elliot                - (entrando net soggiorno con i suoi pacchetti) Ciao cara, ciao Josie. Grazie a Dio oggi in treno sono riuscita a trovare un posto a sedere. (Va in cucina)

Ruth                              - Ciao, Kate.

Josie                              - Ciao, mamma.

Signora Elliot                - Josie, sei proprio una sciagurata! (Torna nel soggiorno) Speravo tornando a casa di tro­var tutto pulito e in ordine.

Josie                              - Stavo proprio per farlo.

Signora Elliot                - E invece guarda che disastro! E proprio stasera che c'è tanto da fare.

Ruth                              - Lascia che ti aiuti io. (Le prende un sac­chetto)

Signora Elliot                - - Grazie, Ruth.

Josie                              - Mi spiace, mamma, ma la zia si è messa a chiacchierare proprio mentre stavo per mettere in ordine. Sembra che stasera arrivino tutti in anticipo. (Va in cucina)

Signora Elliot                - Ho chiesto al signor Beamish di lasciarmi uscire cinque minuti prima. Non mi piace, in genere, ma volevo evitare l'ora di punta. È strano come pochi minuti di differenza possano cambiare le cose. E cosi sono riuscita a fare un po' di spesa lungo la strada prima che chiudessero i negozi. Che calca, Dio mio. Ma eccoci qua. Come mai, Ruth, sei tornata cosi presto? Non ti sentivi bene? Chissà se a George piace la salsa di prezzemolo.

Ruth                              - No. Non è niente. Sarà stato il termosi­fone dell'ufficio, immagino.

Signora Elliot                - Già... Stamattina a colazione Josie si è lamentata di non sentirsi troppo bene e io le ho detto di starsene a casa. Spero che non vi siate prese qualche malanno tutte e due... Non so un avvelenamento o qualcosa del genere.

Ruth                              - Speriamo di no.

Signora Elliot                - Però mi sembri piuttosto stanca.

Ruth                              - Oh, adesso sto meglio. Josie ha portato alla sua zietta una tazza di tè.

Signora Elliot                - Non ti piace, vero, che ti chiami zietta? Ma come dovrebbe chiamarti se lo sei? Ah, volevo che mi facessi un piacere. Ma non ricordo più quale. Josie lascia perdere la cucina; piuttosto fa' la brava ragazza e preparami la tavola.

Ruth                              - Mi sembri un po' più carica del solito.

Signora Elliot                - Be', ho dovuto prendere qualcosa di più.

Josie                              - (rientrando dalla cucina) Perché tanta agi­tazione, mamma?

Signora Elliot                - Cerca di darmi una mano, Josie. Sono un po' arrabbiata con te per la faccenda della cucina.

Josie                              - Be', non sto forse mettendo in ordine?

Ruth                              - Finitela voi due. Vi aiuterò io se la pian­tate. (Va in cucina)

Josie                              - Anche lei dovrebbe piantarla.

Signora Elliot                - Basta, Josie. (Sgombrando la ta­vola) Speravo che almeno avresti apparecchiato.

Josie                              - Si, mamma, hai ragione.

Signora Elliot                - Sono proprio nei pasticci. Non so da che parte girarmi. Non riesco a combinare niente. Speriamo che tuo padre arrivi in tempo.

Josie                              - Ma perché ti agiti tanto? Non dirmi che hai invitato qualcuno a cena.

Signora Elliot                - Ma si.

Josie                              - E chi diavolo è? (Rientra Ruth con un vas­soio pieno di stoviglie, lo posa e, con l'aiuto della Si­gnora Elliot, incomincia ad apparecchiare)

Signora Elliot                - Il giovane George.

Ruth                              - George?

Signora Elliot                - George Dillon. Quel giovanotto che lavora nel mio ufficio. Ve ne ho tanto parlato.

Ruth                              - Ah si? Non ricordo.

Josie                              - Oh, lui! (Sbadiglia rumorosamente e si la­scia cadere sulla poltrona)

Signora Elliot                - Ma certo che ve ne ho parlato. E spesso anche. L'avevo già invitato un mucchio di volte a prendere il tè, ma ogni volta all'improvviso gli ca­pitava qualche impegno e non poteva venire. Ma que­sta sera viene, sicuramente. È un tipo molto occu­pato. Ha sempre qualcosa da fare.

Ruth                              - Ah, quello! Quel giovanotto cosi in gamba e tanto più giovane di tutte voi. È ancora li? Cre­devo avessi detto che l'impiego non era degno di lui.

Signora Elliot                - Mi ha sempre fatto un po' pena. Sembrava cosi solo. Poi un giorno ho cominciato a parlargli del nostro Raymond, e luì si è molto inte­ressato. Era anche lui sotto le armi, capisci?

Ruth                              - Che strana coincidenza!

Signora Elliot                - Si. Ha fatto tutta la guerra.

Ruth                              - Suppongo che l'abbiano fatta un po' tutti.

Signora Elliot                - No, Ruth, certi ragazzi non sono arrivati a vederne la fine.

Ruth                              - Scusami, Rate. Ho avuto una brutta gior­nata, temo. E non sono in vena di chiacchierare con dei giovanotti più o meno raffinati. Per cui, se non hai più bisogno di me, vado a fare il bagno.

Signora Elliot                - Ah! Proprio adesso?

Ruth                              - Si. Perché?

Signora Elliot                - Be', non ho tempo di entrare nei particolari... Ho troppo da fare prima che arrivi Geor­ge. Ma, vedi... Be', prima o poi dovrete pur saperlo, immagino... l'ho invitato a restare.

Josie                              - Restare? Vuoi dire qui?

Signora Elliot                - Non per tanto tempo... solo finché non troverà qualche altro posto dove andare.

Josie                              - Perché, cosa c'è che non va dove è adesso?

Signora Elliot                - Non ci si trova molto bene. Ma ve ne parlerò più tardi. E tu non seccarmi con tutte queste domande, Josie. Ho troppo da fare.

Ruth                              - Be', sono affari tuoi. La casa è tua... non mia. Ma come la metterai con Percy?

Signora Elliot                - Non preoccuparti per Percy. Lui non c'entra.

Ruth                              - Già, hai ragione. (In tono piuttosto acido) E del resto non è neanche casa sua.

Signora Elliot                - C'è ancora una cosa...

Josie                              - Quando se ne accorgerà, non ci sarà tanto da stare allegri. Lo sai com'è papà... non ha ancora mandato giù quei pappagalletti che avevi comprato.

Signora Elliot                - Sa benissimo cosa gli resta da fare, e non mi ci vorrà molto a dirglielo. E adesso, Josie, leva di qui questa carta e tutta questa roba. C'è un disordine spaventoso. Cosa stavo dicendo?

Ruth                              - "C'è ancora una cosa."

Signora Elliot                - Ah si. Volevo chiederti, Ruth, se ti dispiace cedere per qualche giorno la tua stanza e andare a dormire con Norah.

Ruth                              - Si che mi dispiace. È davvero necessario? Quel George come diavolo si chiama deve proprio dormire in camera mia?

Signora Elliot                - No, non è che debba, ma mi sem­brava più bello... è la vecchia camera di Ray, gli do­vrebbe piacere. È più maschile, capisci. Ma se...

Ruth                              - (pacatamente) Sai, mi piacerebbe poter­mene star sola con me stessa almeno quando vado a letto. E poi, Norah dorme con la bocca aperta.

Signora Elliot                - E va bene, Ruth. Andrà Josie con lei. Non ti dispiace, vero Josie?

Josie                              - (piegando la carta) Per me va bene. Ma che agitazione! (Va in cucina)

Ruth                              - Scusami, Kate, ma devi capirmi...

Signora Elliot                - Non ha importanza. Pensavo solo che sarebbe stato più bello, nient'altro. Ma non ha importanza, mia cara. E non c'è nessuna agitazione, signorina Josie, Dio paga i suoi debiti senza bisogno di denaro, lo dico sempre io.

Ruth                              - Hai dell'aspirina? Non riesco più a trovare la mia roba...

Signora Elliot                - Ce ne deve essere un po' nell'armadietto dei medicinali. E già che vai su, ti di­spiacerebbe mettere un po' della roba di Josie nella camera di Norah, visto che si è deciso cosi?

Ruth                              - Va bene. (È assorta nei suoi pensieri e non si muove. La Signora Elliot è troppo preoccupata per accorgersene. Pausa)

Signora Elliot                - Però dovresti farlo subito, men­tre Josie e io mettiamo in ordine qua. George, vedi, arriverà molto presto, è andato solo a prendere i suoi bagagli. È tua questa valigetta?

Ruth                              - (raccogliendola ed entrando nel vestibolo) La porto su io. (Si toglie la sciarpa e l'appende all'attaccapanni) C'è altro?

Signora Elliot                - No, grazie, Ruth; però adesso devo sbrigarmi. (Ruth sale) Ah si. (Va nel vestibolo) Ruth, ti dispiacerebbe mettere in bagno un asciuga­mano pulito per George? Immagino che vorrà la­varsi quando arriva.

Ruth                              - (dalle scale) Va bene.

Signora Elliot                - Mi dispiace che tu non stia bene, cara. (Ruth scompare sulle scale e la Signora Elliot ritorna nel soggiorno) Dove eravamo rimasti? (Finisce di apparecchiare)

Josie                              - (rientrando dalla cucina) Abbiamo solo bollito di maiale, mamma; e già non ce n'è molto, ma ce ne resterà ancora meno quando papà ci met­terà sopra le mani.

Signora Elliot                - Per quel che mi riguarda, può anche mangiarselo tutto. E comunque, non preoccu­parti, George è un vegetariano. (S'avvicina all'arma­dietto del bar)

Josie                              - Un che?

Signora Elliot                - (con aria trionfante) Un vegeta­riano. Ma dov'è andato a finire lo sherry? Ah, eccolo. (Prende la bottiglia e la mette sulla tavola)

Josie                              - Ah capisco. Un tipo un po' delicatino.

Signora Elliot                - Non precisamente... è un vero gentiluomo.

Josie                              - Proprio quello che volevo dire io. Ehi, facciamo le cose in grande qui! Sherry come se fosse Natale!

Signora Elliot                - (recandosi in cucina) Basta ra­gazzina. Adesso va a vestirti e cerca di renderti un j po' più presentabile, altrimenti George penserà che ti ho allevata in uno slum.

Josie                              - (ciondolando nella stanza) George, Georgino il bel coccolino, che bacia le ragazze e le fa di­ventar pazze...

Signora Elliot                - (dalla cucina) Fa' come ti dico, ti prego...

Josie                              - E va bene mamma. (Incomincia a cantare) "Why don't you Give Me... Give Me, Give Me... Ali that you Ali that you Have to share..." (I suoi occhi si posano sul pacchetto che Ruth ha la­sciato sul tavolino. S'avvicina, ne estrae il bigliettino e lo apre)

Signora Elliot                - (fuori scena) Prima di andare vuoi tirare le tende, mia cara? Grazie a Dio, le gior­nate si stanno allungando. Sono cosi stufa dell'in­verno.

Josie                              Va bene, mamma. (S'avvicina alla finestra, tira una tenda e incomincia a leggere) "Cara, appena te ne sei andata mi sono accorto che avevi lasciato sul tavolino due sterline. È stata un'idea saggia, e pratica, e davvero degna di te, soprattutto dopo quel­la tiritera di assurde scemenze che mi hai sciorinato. Immagino che ce le avrai messe mentre io meditavo sulla tristezza della nostra situazione. Ma non frain­tendermi: del denaro ti sono grato; solo mi fa schifo che tu me lo abbia lasciato come una specie di ele­mosina. (Josie si stringe nelle spalle e rabbrividisce) Se tu avessi un minimo di comprensione, capiresti quale amaro sapore ha per me questa sorta di bro­daglia annacquata. Sono proprio gli avanzi dell'a­more, e il solo posto adatto a loro è il gabinetto. Se sono queste le cose che tu e i tuoi amici contate di distribuire al proletariato e ai poveri artisti affamati, fareste meglio a pensarci due volte. Adesso me ne vado fuori a prendere una birra. PS. Stavo per impo­stare, quando mi è venuto in mente di restituirti l'o­rologio. Credo sia il tuo solo regalo che mi rimanga. Vorrei tanto che riaverlo indietro ti facesse soffrire, ma so che non sarà cosi." (Suona il campanello. Si accendono le luci nel soggiorno. È stata la Signora Elliot a premere l'interruttore. Il campanello continua a suonare furiosamente)

Signora Elliot                - Buon Dio, Josie, non puoi andar tu ad aprire? Ho il latte sul fuoco. (Torna in cucina) E non ti avevo chiesto di tirare le tende?

Josie                              - Hai ragione. (Tira le tende) Ho capito, ho capito, vengo. (Attraversa il vestibolo sino alla porta d'ingresso) Ah, sei tu? È solo Norah, mamma. (Entra Norah. È una ragazza sui trentacinque anni, con qual­cosa della riservatezza materna, ma soprattutto perché è stata "piantata" due volte. Non c'è amarezza in lei, comunque, soltanto una certa semplicità parecchio in­genua in tutte le cose e in tutte le occasioni)

Signora Elliot                - Sei tu, Norah?

Josie                              - (entrando nel soggiorno) Non te l'avevo già detto io?

Norah                            - (seguendola) Non riesco a immaginare do­ve possa aver lasciato la chiave. Probabilmente nell'altra borsetta. Andrò a vedere. (Si toglie il cappello e il cappotto) C'è sempre una calca su quel maledetto treno. (Si toglie le scarpe e indossa le pantofole prese da sotto il divano) Ho visto papà lungo la strada, ma non avevo voglia di aspettarlo perché mi aprisse la porta. No di certo dopo quello che è successo sta­mattina. (Josie prende i pantaloni nuovi, se li appog­gia addosso e incomincia a canticchiare sottovoce fa­cendo qualche passo di danza)

Signora Elliot                - (dalla cucina) Hai avuto una buona giornata, cara?

Norah                            - Non c'è male, mamma, grazie. (A Josie) Vai al club stasera?

Josie                              - Forse. Perché?

Norah                            - Per niente.

Josie                              - Len ha una moto nuova. Una cannonata.

Norah                            - Però!

Josie                              - La mamma ha detto che domenica può venire qui a cena.

Signora Elliot                - (rientrando dalla cucina) Be', la mamma ha cambiato idea. Non può venire.

Josie                              - Oh, mamma! Perché?

Signora Elliot                - Te lo dirò più tardi. Ma per amor del cielo porta di sopra quella maledetta scatola. La cena è quasi pronta; mancano soltanto George e lui. (Josie raccoglie la scatola con i pantaloni e sale di sopra cantando la solita canzone)

Norah                            - Che George?

Signora Elliot                - Il giovane George dell'ufficio, sai, quello che mi ha regalato la collana.

Norah                            - Ah, lui.

Signora Elliot                - Vuoi metterti a mangiare intanto, cara? E pronto e immagino che avrai fame. (Va in cucina)

Norah                            - Lo sai bene, mamma, che non ho mai fame.

Signora Elliot                - Troppi dolci, bambina mia. Que­sto è il tuo guaio. (Norah si siede a tavola, al suo so­lito posto) Lo sai in che stato sono i tuoi denti. (En­tra con un piatto che pone davanti a Norah) E sono sicura che la colpa è tutta di quei dolci. Toh, ve­diamo se ti piace.

Norah                            - Grazie, mamma.

Signora Elliot                - (va ai piedi della scala e chiama) Ruth!... Ruth! Cara! Cerca di sbrigarti! E non di­menticare l'asciugamano. (Torna nel soggiorno) Va tutto bene, cara?

Norah                            - Si, grazie.

Signora Elliot                - Mi fa piacere. (Va in cucina men­tre si apre la porta d'ingresso. Entra Percy, suo ma­rito, con una borsa, un impermeabile e un ombrello, che depone sull'attaccapanni. È un ometto piccolo e meschino. Piccolo e meschino in tutti i sensi. Con l'aggressività tipica dei piccoli. Va di sopra)

Norah                            - Mamma!

Signora Elliot                - (rientrando) Si cara. Qualcosa che non va?

Norah                            - Credo sia arrivato lui.

Signora Elliot                - Oh! (Va ai piedi della scala) Per­cy! Eri tu Percy? (Torna nel soggiorno) Sei sicura che fosse lui, Norah?

Norah                            - Ma certo. Riconoscerei dovunque quel passo di gatto. E poi c'è solo lui che non sia capace di rispondere educatamente a chi educatamente gli domanda qualcosa.

Signora Elliot                - La sola volta che tuo padre ab­bia mai risposto educatamente fu quando disse "si" al matrimonio. Speriamo che George non ci metta molto, cosi poi andremo tutti in salotto a guardare la televisione. Cosa c'è stasera? Non una delle solite commedie morbose, spero.

Norah                            - C'è del pattinaggio, credo.

Signora Elliot                - Bene. (Rientrando in cucina) Di solito lo accompagnano con musiche molto simpa­tiche. (Percy scende e, dopo aver preso dalla sua car­tella un giornale della sera, entra nel soggiorno e si siede a tavola sulla poltrona. La Signora Elliot dalla cucina, alzando il passavivande) Preferisci lesso di maiale o uova sode?

Percy                             - (continuando a leggere il giornale) Niente.

Signor* Elliot                - Non hai sentito che cosa ho det­to: lesso di maiale o uova sode?

Percy                             - E tu non hai sentito cosa ho detto io? Niente. Solo una tazza di tè. (La Signora Elliot la­scia ricadere lo sportello. Norah versa il tè per sé e per Percy)

Norah                            - Bisognerebbe mettere un po' d'acqua nel­la teiera.

Percy                             - Si finirebbe per affogarlo, il tè.

Norah                            - So io cosa bisognerebbe affogare. (Va in cucina con la teiera. Entra la Signora Elliot con un piatto di portata che posa davanti a Percy)

Percy                             - Ti ho detto che non volevo niente.

Signora Elliot                - Ma finirai per mangiarlo lo stes­so. Josie! Ruth! Venite! E un'altra cosa: spero, Per­cy, che in avvenire cercherai di comportarti in modo un po' più decente, soprattutto ora che verrà a star qui un giovane gentiluomo mio collega d'ufficio. (Fra sé) Sarà come aver di nuovo Raymond con noi.

Percy                             - Ah ah! Sicché adesso ti dai da fare coi lattanti? Non ti bastava rubare il marito a un'altra donna; devi anche prenderti in casa un "giovane gen­tiluomo". E dove l'hai pescato? in Dean Street?

Signora Elliot                - (cercando di controllarsi) Senti Percy, te lo dico una volta per tutte, questa è casa mia, ho sudato centesimo su centesimo per pagarla con tutto quello che c'è dentro. Per quanto mi ri­guarda, tu qui sei soltanto un pensionante. E perché poi tu abbia preso di mira quel povero Jack Livings, Dio solo lo sa. Sono brava gente, i Livings, gente come si deve, e tu lo sai benissimo. Non so cosa di­rebbe la signora se sapesse delle tue orribili accuse. E solo perché suo marito viene qui ogni tanto a farmi qualche lavoretto che toccherebbe a te se tu non fossi cosi maledettamente pigro.

Norah                            - (timidamente) Mamma!

Signora Elliot                - Scusami, Norah, ma è cosi. Certe volte tuo padre passa i limiti. E c'è un'altra cosa che devi sapere: George è un giovanotto per bene, onesto ed educato. Ed è anche in gamba. È nel teatro, sai, e un giorno diventerà famoso come quel Laurence Olivier, vedrai! allora forse vi mangerete tutti le mani.

Percy                             - Ah! Nel teatro! Non raccontarmi frottole! Scommetto che non ha neanche un soldo in tasca. Sono sempre al verde questi teatranti.

Signora Elliot                - Be', è vero che al momento non ha quattrini da buttar via, ma ne avrà, ve lo garan­tisco. E poi è abituato ad averne, lo si capisce subito. Ed è molto colto.

Norah                            - Non come certa gente di nostra cono­scenza.

Percy                             - E come mai, allora, se ne sta a fare lo scribacchino per quattro soldi?

Signora Elliot                - Lo ha lasciato quell'impiego. C'è stata una piccola scenata oggi in ufficio, e lui si è licenziato. E ha fatto bene, secondo me. Non è giusto sciupare tempo e ingegno in un posto del genere. Non mi piacerebbe che un figlio mio si sprecasse in quel modo, e tanto meno mi piace che lo faccia George con tutti i progetti e le idee che ha per diventare fa­moso. Lo sai che non fa soltanto l'attore, ma anche il drammaturgo? Anzi sta proprio scrivendo una com­media. Spero che la finisca qui.

Percy                             - Molto interessante, non ne dubito. Sicché avete combinato tutto per benino voi due, ma io? Ci faccio una bella figura da scemo, no? Vorrei proprio sapere cosa ne diranno i vicini.

Signora Elliot                - Niente di diverso da quello che hanno detto fino ad oggi, credimi. Lo sanno benissimo che tipo sei. Le urla e le bestemmie di ieri, per esem­pio, lanciate a squarciagola proprio davanti alla por­ta d'ingresso, mica me le sono scordate sai? Che ver­gogna! Pazienza quando lo fai davanti alla porta di servizio, ma proprio davanti a quella principale...

Percy                             - Ah! Voi donne... bla, bla, bla bla bla. (Josie scende e va nel sàlottino. Adesso si è resa "presenta­bile")

Signora Elliot                - Sei tu, Ruth? Josie? Per favore lascia stare la televisione mentre si mangia.

Josie                              - (entrando nel soggiorno) Va bene, va bene, era soltanto il telegiornale. (Prende una sedia e si siede a tavola. La Signora Elliot va in cucina e rien­tra immediatamente con due piatti) C'è Lascia o Raddoppia, stasera, vero?

Signora Elliot                - Eccoti servita. (Le mette un piat­to davanti) E già che ci sono, tanto vale che mangi anch'io. Non hai niente da dire, Josie? (Si siede)

Josie                              - Scusami. Grazie, mamma.

Signora Elliot                - Oh, meno male. (Tutti mangiano. Pausa) Un po' di budino, Percy?

Percy                             - No.

Josie                              - Il tuo guaio, papà, è che parli troppo.

Percy                             - Aaah!

Josie                              - Posso mettere su un disco, tanto per ravvi­vare un po' l'atmosfera? Siamo talmente tetri che sembra d'essere a un funerale.

Percy                             - Quel maledetto coso... se potessi fare a modo mio...

Signora Elliot                - è la radio di Norah.

Josie                              - (mette su un disco e torna a sedersi) Do­menica facciamo una gita in torpedone a Salisbury. Vieni anche tu, mamma? (Mentre Ruth scende len­tamente le scale, si sente bussare alla porta)

Signora Elliot                - No, non credo, cara. Ma penso che Norah vorrà venirci. Va matta per le gite in tor­pedone. (Ruth va ad aprire e si sente dal di fuori una voce d'uomo. È George Dillon)

Norah                            - Mi piacerebbe proprio.

George                          - Mi scusi, abita qui la Signora Elliot?

Ruth                              - Si. Vuol parlarle?

George                          - Be', in realtà è stata lei a dirmi di.,.

Ruth                              - Oh, capisco. Lei dev'essere George. Entri pure. (Entra George Dillon. Ha passato da poco la trentina e, benché dimostri la sua età, ha ancora un'aria un po' fanciullesca. B piccolo, non bello, ma con una sorta di fascino tutt'altro che romantico. Si mostra di volta in volta vivacemente e insieme ironi­camente appassionato, abulico, aggressivo, scoperta­mente sincero, e di una picaresca disonestà mentale; in certi momenti è praticamente tutte queste cose nello stesso tempo. Lo si potrebbe insomma definire un conflitto vivente. Ora è piuttosto intimidito, come se stesse tastando il terreno. Porta una valigia e una sacca)

George                          - Appunto. Grazie.

Ruth                              - Sono Ruth Gray. La sorella della Signora Elliot.

George                          - Come sta? (Si stringono la mano) Mi sembra che ci conosciamo già, o sbaglio?

Ruth                              - Già, sembra anche a me.

Signora Elliot                - C'è qualcuno nel vestibolo. Sei tu, Ruth? (Si alza e va ad accertarsene)

Ruth                              - È arrivato il signor Dillon, Kate.

Signora Elliot                - Oh, bene. Hai trovato la strada, dunque. Sono contenta che ti sia ricordato di scen­dere alla stazione di Targon Wood. La maggior parte della gente crede che sia più vicino Pelham Junction, ma non è cosi. Non avevo sentito il campanello. Ma avrai fame, immagino. Ti piacerebbe darti una la­vata prima di cena? Portiamo su la tua roba. (Sa­lendo) Cosi ti mostrerò dov'è la tua stanza e dove puoi trovare il bagno. (George la segue)

George                          - È molto gentile da parte sua. Non son riuscito a trovare il campanello, e allora ho dovuto bussare.

Signora Elliot                - Già, mi pareva di non aver sen­tito suonare. (Spariscono entrambi. Ruth rimane per un attimo a guardare le scale)

Josie                              - Credo che lo spettacolo di pattinaggio incominci tra poco. Andrò a cercarmi un buon posto prima che quel tipo me lo freghi. (Si alza e spinge la sedia sotto la tavola) A sentirlo parlare ha l'aria di un raffinato, no?

Norah                            - Credevo andassi al club.

Josie                              - Cambiare idea è un privilegio femminile. (Entra nel vestibolo) Be', com'è, zietta? (Ruth non si muove) Com'è zietta?

Ruth                              - Non so. Non so proprio. Come potrei sa­perlo?

Josie                              - Oh, va bene. Ti ho solo rivolto una do- j manda. Non t'arrabbiare. (Entra nel salottino. Ruth va lentamente a sedersi su una poltrona del soggior­ no. Norah raccoglie i piatti sporchi e Percy continua a leggere)

Signora Elliot                - (rientrando) Oh, ecco fatto. Hai finito, Percy?

Percy                             - (ripiegando il giornale) Dov'è Alee Guinness?

Signora Elliot                - Non ti riguarda. E ti sarei grata se una volta tanto ti rendessi un po' utile accendendo il fuoco in salotto. (Percy si alza, spegne il radiogram­mofono e va in salotto. Norah porta i piatti sporchi in cucina) Grazie, cara. Ma non può lasciar in pace la radio, quello? Non ceni, Ruth?

Ruth                              - (alzandosi) No, grazie. (Si avvicina al tavolino) Prendo solo un po' di latte caldo e vado su­bito a letto. (Raccoglie il pacchettino contenente l'o­rologio. Manca il biglietto) Kate.

Signora Elliot                - Si, cara? Ma che c'è, Ruth? Sei cosi pallida!

Ruth                              - Qualcuno si è avvicinato a questo tavo­lino, Kate?

Signora Elliot                - Non lo so proprio mia cara. Ma che strana domanda! Perché non avrebbero dovuto avvicinarsi?

Ruth                              - C'era una lettera qui. Una lettera perso­nale. Una lettera privata. E qualcuno l'ha portata via.

Signora Elliot                - Su, Ruth, non prendertela per cosi poco, vedrai che finirai per trovarla. E adesso va' di sopra e più tardi io ti porterò il latte caldo. (Va in cucina. Ruth torna nel vestibolo, ma arrivata a metà scala si ferma, scende, s'accosta alla porta del salotto, l'apre e chiama. Si sente dall'interno il val­zer dei Pattinatori)

Ruth                              - Josie, vuoi venir qui un momento?

Josie                              - Cosa vuoi? Non vedi che sto guardando la televisione?

Ruth                              - Vieni qui, per favore, quando te lo chiedo. (Nell'attesa si sposta ai piedi della scala)

Josie                              - (avvicinandosi) Be'?

Ruth                              - Dov'è?

Josie                              - Dov'è cosa? Non so di che tu stia par­lando.

Ruth                              - Lo sai benissimo. Dammi quella lettera.

Josie                              - Oh, la lettera! Ecco. (Lentamente, con ri­luttanza estrae la lettera dalla camicetta)

Ruth                              - Ti ringrazio molto. E in avvenire ti sarei grata se non ficcassi più il naso negli affari altrui. D'accordo?

Josie                              - Ho capito allora dove sei stata in tutti questi week-end. Con Jock. Porta il kilt, per caso?

Ruth                              - Impicciati degli affari tuoi. (Le dà un so­noro schiaffone sul viso. Josie urla. Entra la Signora Elliot)

Signora Elliot                - Be', che sta succedendo?

Josie                              - Che sta succedendo? Domandalo alla zia Ruth che sta succedendo. Se la fa con un uomo, e per giunta lo paga!

Ruth                              - Provati ancora a leggere le mie lettere e farò ben altro che prenderti a schiaffi.

Josie                              - Non parlarmi cosi, non sei mica la mia mamma.

Signora Elliot                - Se è vero quello che dice Ruth, mi vergogno per te, Josie. Credevo di averti insegnato a comportarti come una signora. Non farlo mai più, capito? E adesso torna pure di là... ma prima chiedi scusa alla zia Ruth.

Josie                              - (dopo un momento di esitazione) Mi di­spiace, zia Ruth. (Torna nel salottino cantando "Se Jock almeno m'amasse, se Jock almeno m'amasse.,.")

Ruth                              - Sgualdrina! Sgualdrina! Sgualdrina!

Signora Elliot                - Ruth, non devi parlare in questo modo, lo sai bene. (Ruth volge altrove lo sguardo) E cosi, non è andata?

Ruth                              - No, l'ho piantato.

Signora Elliot                - C'è una cosa, però, che non ca­pisco. Josie ha insinuato che lo pagavi...

Ruth                              - Non ho bisogno di comprarmelo l'amore, sai? Certo gli davo ogni tanto un paio di sterline, per impedirgli di morir di fame.

Signora Elliot                - Ma non poteva trovarsi un im­piego?

Ruth                              - Un impiego? È uno scrittore... L'artista originale che muore di fame in una soffitta... Lo avevo preso per un giovane promettente.

Signora Elliot                - E allora perché lo hai lasciato?

Ruth                              - Perché è da troppo tempo che lo è. E i giovani promettenti non hanno un bell'aspetto quan­do cominciano a perdere i capelli. Mi sono sbagliata sul suo conto; è una completa nullità, e io ho passato quasi sei anni a dargli tutto quello che potevo, com­preso il mio amore.

Signora Elliot                - Non ti capisco, cara. È strano... sei la sola della famiglia che non abbia pazienza e comprensione. Quando te la spassavi all'Università, noi tutte dovevamo lavorare per te. Ma devo proprio dire che l'Università ti ha messo in testa un mucchio di idee strane.

Ruth                              - È vero. Talmente strane da farmi commet­tere un imperdonabile errore. Quando mi ha detto che non aveva un soldo, nemmeno tanto da com­prarsi un pacchetto di sigarette, gli ho messo una mano nella tasca della giacca e ci ho trovato un assegno di otto ghinee per una recensione o per qual­che altra cosa che aveva scritto. Non me ne aveva nemmeno parlato. Non soltanto mentiva sul suo de­naro, ma cercava anche di tenermi nascosti i suoi piccoli successi. Un bugiardello meschino e scervel­lato. Ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: è crollato tutto. (S'avvia verso la porta) Credo sia per questo che l'ho lasciato. (Va di sopra)

Signora Elliot                - (sotto le scale) George il pranzo è pronto, mio caro. (Torna in cucina. George scende guardandosi indietro. Mentre attraversa il vestibolo, arriva Norah. Si sente a tutto volume il valzer dei Pattinatori)

Norah                            - Salve.

George                          - Salve.

Norah                            - La cena è pronta. Io vado a guardare i pattinatori. (Lei va in salotto e George nel soggiorno. Tossicchia)

Signora Elliot                - Mettiti comodo, mio caro, fai come se fossi a casa tua. Oh, quella benedetta televi­sione; è un po' troppo rumorosa, no? (Apre la porta del salotto) Volete abbassare un po', figliole? Di là non riusciamo neanche a sentirci. (Torna nel soggior­no) Cosi va meglio, vero? Siediti. (George si siede al posto di Percy) Puoi cenare tranquillo; sono tutti a guardare la televisione. E già che siamo soli, voglio dirti che devi comportarti proprio come se fossi a casa tua; insomma fa' quello che vuoi, capito?

George                          - Molto gentile da parte sua, signora Elliot, Non so cosa dire. (Allarga le braccia) Posso solo ga­rantirle che non le imporrò la mia presenza un mi­nuto più del necessario. Lei è cosi gentile.

Signora Elliot                - Non te l'ho mai detto, ma se ti aiuto è perché mi sembra in qualche modo di aiutare mio figlio, il mio Raymond. È morto in guerra, sai, e quello è il suo ritratto.

George                          - Lo so. Mi dispiace.

Signora Elliot                - (con molta semplicità) Era un caro ragazzo. In gamba, proprio come te, e anche un artista; ma non mi sembra che avesse la tua energia, il tuo spirito di iniziativa. È vero però che non ha avuto molte occasioni per dimostrarlo. Tu invece le avrai, George, ne sono sicura. Con il tuo ingegno non puoi non aver successo. E poi ci sono i tuoi progetti, e le cose che hai già fatto. Hai il tuo teatro, le tue commedie e tutto il resto, vero?

George                          - Oh si, signora Elliot, non si preoccupi. La mia commedia è quasi pronta, e qui la finirò in un batter d'occhio. Qualcuno se n'è già interessato... per il West End, voglio dire.

Signora Elliot                - Ecco, vedi... ma cosa stavo di­cendo? Tu non sei certo il tipo che si fa crescere l'erba sotto i piedi, vero? E sono sicura che fra non molto ci troveremo tutti seduti in prima fila a vedere la tua commedia. Sarà bello... Se Ray fosse ancora vivo, gli parlerei proprio come sto parlando adesso con te. Quello che sto cercando di dire è che voglio che tu abbia la sensazione di aver preso il suo posto in que­sta casa, e se hai bisogno di qualcosa, qualunque cosa, non esitare a chiederlo, ti prego. E soprattutto, non voglio che tu sia a corto di denaro. Ray, quand'era sotto le armi, mi mandava a casa un tanto alla setti­mana da mettere da parte per il suo ritorno. E mi piacerebbe impiegar bene quel denaro aiutando te.

George                          - Che Iddio la benedica, signora Elliot. (Tossicchia) Lei è cosi gentile, cosi premurosa. Non so proprio come ringraziarla. Spero soltanto di mo­strarmi degno della sua bontà. Prometto di non de­luderla. Glielo prometto.

Signora Elliot                - (accarezzandogli la guancia) Bene. E adesso vediamo di prepararti qualcosa. Per nutrirti, dico. Come vegetariano, immagino che mangerai un mucchio di cose strane. Dovrai precisarmi cosa ti piace. (Va in cucina)

George                          - Non voglio darle troppo da fare. (Si siede si guarda attorno)

Signora Elliot                - (sollevando lo sportello del passa­vivande) Ho merluzzo bollito e salsa di prezze­molo. Lo mangi il pesce, vero? (S'accorge che George sta guardando sulla parete un quadro raffigurante degli uccelli) Si, l'ha dipinto Ray. Te l'ho detto ch'era un artista. (Abbassa lo sportello. George si alza e prende a camminare nervosamente, guardando i ri­tratti appesi alla parete, il mobile bar e l'arredamen­to in genere. Poi prende in mano la fotografia di Raymond e la fissa a lungo)

George                          - Che faccia da stupido hai! (Cala rapida­mente la tela)

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

Estate. Ora sul tavolino del vestibolo c'è anche il telefono. Le finestre sul giardino sono aperte. Intorno alla tavola siedono al loro solito posto Norah, Josie, la Signora Elliot e Percy. All'alzarsi del sipario una breve pausa.

Signora Elliot                - Budino, Percy?

Percy                             - No. (La Signora Elliot si alza e porta i piatti in cucina. Ma suona il telefono e lei si ferma di botto)

Norah                            - (impressionata) Suona!

Josie                              - Suona il telefono.

Signora Elliot                - La prima chiamata.

Percy                             - Che pasticcio: la radio, la TV e adesso questo maledetto telefono.

Signora Elliot                - Chissà chi vorranno.

Norah                            - Rispondi e lo saprai.

Josie                              - Si, è il modo migliore per scoprirlo. (Balza in piedi e va nel vestibolo) Vado io, mamma. (Solleva il ricevitore) Si, si, casa Elliot. Chi? Si. Va bene, la chiamo. (Entra nel soggiorno) È per te, mamma. Uno strano uomo, parla con una specie d'accento cinese.

Signora Elliot                - (dando a Josie i piatti) Cinese?

Josie                              - Si. Comunque sbrigati a rispondere, mamma. Ti sta aspettando.

Signora Elliot                - (va nel vestibolo e prende il ricevi­tore) Pronto. Si, sono io. (Josie si è fermata sulla soglia ad ascoltare) Se l'abbiamo cosa? Be', non so. Adesso mi informo. (A Josie) Vuol sapere sexabbiamo roba sporca da mandare in lavanderia. (Al telefono) No. Non credo, grazie. Ma perché ride? (Ride) Oh ra­gazzaccio... Ci hai presi tutti in giro. (A Josie) E George.

Josie                              - Che sciocco! (Va in cucina)

Signora Elliot                - Come, caro? Davvero? Oh, sono proprio contenta. Ma certo! Va bene, caro. A presto. (Posa il ricevitore e torna nel soggiorno) Dice che ha trovato un lavoro e mi ha anche detto qualcosa sulla sua commedia, ma non ho capito bene. Buffo che sia stato il giovane George il primo a telefonare, special­mente perché ho messo il telefono proprio per lui. Non è bello? Oh devo sedermi un momento... Sono troppo emozionata!

Norah                            - (versando il tè) Bisognerebbe aggiun­gerci un po' più acqua. (Va in cucina)

Percy                             - Che cosa ha trovato?

Signora Elliot                - Non hai sentito? Un lavoro. Cosa credevi che fosse?

Josie                              - (rientrando dalla cucina) Deve essere pro­prio una buona scrittura se si è scomodato a telefo­nare.

Signora Elliot                - Già... quel ragazzaccio. Era alla stazione. Arriverà da un momento all'altro. Sono cosi contenta! Quell'orribile giorno in cui ha lasciato l'uf­ficio, ha giurato che sarebbe rimasto a spasso finché non avesse trovato qualcosa che ne valeva veramente la pena. (Rientra Norah con la teiera) E finalmente l'ha trovata. L'ha sempre detto che non si sarebbe accontentato di una quisquilia.

Norah                            - Cos'è una quisquilia?

Signora Elliot                - Non lo so, cara, è una parola che usa sempre George.

Josie                              - Be' adesso posso raccontare in giro che abbiamo qui con noi un vero attore. A meno che non si monti la testa e non voglia andare a vivere in Berkeley Square o in qualche altro posto del genere.

Signora Elliot                - Ma no che non lo farà. George si è sistemato benissimo qui. È casa sua adesso. Non avrebbe ragione di andarsene.

 Josie                             - Ma dovrà pur sposarsi un giorno o l'altro, no?

Signora Elliot                - Be', certo.

Norah                            - Come sai che non ha già una fidanzata? (Squilla il telefono)

Signora Elliot                - Be'. Di nuovo! Due volte in due minuti!

Josie                              - (si alza rapidamente, va al telefono e solleva il ricevitore) Pronto. Chi? No, credo che abbia sbagliato numero. Prego. (Riabbassa il ricevitore e torna nel soggiorno) Ha sbagliato numero.

Signora Elliot                - Oh.

Josie                              - Di che cosa stavamo parlando?

Signora Elliot                - Di George. Volevo dire che mi sembra che tu abbia perso un po' la testa per lui. E il povero vecchio Len Cook?

Josie                              - Be', George servirà a farmi passare il tempo mentre Len è sotto le armi. Però non mi dispiace­rebbe andare in Germania con Len.

Norah                            - Dovresti prima sposarlo, no? Voglio dire, non sarebbe molto corretto andare là e... be'... vivere con lui...

Josie                              - Oh, non so. Non m'importa quello che devo fare o dove devo andare, a patto che il mio uomo ab­bia un mucchio di quattrini.

Percy                             - Il guaio delle ragazze d'oggi è che passano troppo tempo a pensare all'amore e al sesso.

Josie                              - Al sesso? Oh, a me del sesso non importa niente. Secondo me, l'amore è la cosa più bella e più importante che ci sia al mondo, e non ha niente a che vedere col sesso.

Percy                             - (continuando a snocciolare banalità come una mitragliatrice) Be', io sarò uno stupido e tut­to quello che volete, ma se riuscissi a convincere il consiglio comunale a chiudere i cancelli del parco dopo il tramonto morirei felice.

Norah                            - Ma cosa c'entra questo col sesso?

Signora Elliot                - Be', non credo che sia bene con­tinuare questa conversazione, ma Josie ha ragione. Pensala sempre cosi, mia cara, e certo non commette­rai sbagli. Ma va' a metter su la teiera, George sta arrivando. (Josie va in cucina)

George                          - (entrando dal giardino con una bottiglia di vino) Amici, romani, concittadini, prestatemi orec­chio!

Signora Elliot                - Oh, George! Mi hai fatto spaven­tare! (George entra e l'abbraccia) Sono davvero con­tenta tu abbia trovato una scrittura... moriamo tutti dalla voglia di saperne qualcosa di più.

Josie                              - Dove, George, al Drury Lane?

George                          - Potrebbe darsi, Josie, potrebbe darsi! Su, Norah sta' allegra e cerca il cavatappi per il gran baccanale!

Signora Elliot                - Ci penso io. (S'avvicina al mobile bar).

George                          - Un super-colosso, con migliaia d'attori e dieci anni di lavorazione. Protagonista sola e unica la Signora Elliot nella parte di Giunone. (Tutti ridono ad eccezione di Percy. Ruth entra dall'ingresso prin­cipale e si ferma in ascolto ai piedi della scala)

George                          - (con marcato accento irlandese) E tu Norah, mia diletta, farai la parte di Eco.

Norah                            - Non sono disposta a far parti da uomo, né per te né per nessun altro.

George                          - E tu Josie, vediamo un po', si, farai la parte di Semele.

Josie                              - Oh! Che nome da letto!

George                          - Ed è esattamente li che finirai tesoro; con me che sarò Giove. (Nuova risata. Ruth sale le scale)

Percy                             - Aaah!

Signora Elliot                - Eh, Josie, cosa ti ho detto solo un momento fa? (Porgendo a George il cavatappi)

George                          - E adesso che il vino scorra in questa grande giornata. Una grande giornata davvero. Sa­pete, stamattina sono stato da un agente, e quello mi squadra dall'alto in basso col mio montgomery e mi dice: "No, oggi non abbiamo parti bibliche." Deve avermi preso per Giovanni Battista. Forse se fossi andato in kilt, mi avrebbe offerto una parte da gangster. Bicchieri, Signora Elliot. Fuori le coppe do­rate. Si. Perché oggi, benché gli abbiano continua­mente detto che è troppo giovane o troppo vecchio o troppo piccolo, benché abbia la parrucca, un occhio di vetro, i denti finti, una gamba di legno, oggi Geor­ge ha finalmente trovato un lavoro. (Porge il vino alla Signora Elliot) Su, coraggio.

Signora Elliot                - Soltanto un bicchierino. Non pos­so presentarmi brilla alla riunione. Chissà cosa di­rebbe Colwyn-Stuart.

George                          - Josie?

Josie                              - Io non dico mai di no. (Prende il bicchiere)

George                          - E lei, Percy? Lo gradisce un sorsetto?

Percy                             - Be', visto che ha fatto quattrini...

George                          - E tu, Norah! Un bicchiere per Norah, la mia diletta.

Norah                            - No, per me niente. Grazie.

George                          - No?

Norah                            - No, grazie.

Signora Elliot                - Su, Norah. È inutile che fingi di essere astemia. Ti ho visto io bere il giorno dopo Natale! Avanti, sii più socievole.

Norah                            - Non credo proprio che mi sia possibile dopo aver visto ieri sera alla TV tutti quegli omac­cioni grandi, grossi e seminudi che pigiavano l'uva coi piedi. Era una cosa orribile.

George                          - Norah, dunque, non toccherà più vino finché quelli non impareranno a fare il bagno come s'addice alle persone per bene! Ma fatti coraggio, cara, un sorso non ti farà certo male. (Le tende un bicchiere)

Norah                            - E va bene, soltanto un sorso, però.

Signora Elliot                - Be', alla salute, George, e con­gratulazioni.

Tutti                              - Buona fortuna. Su con la vita. Cin cin, ecc.

Josie                              - Be', adesso dicci di cosa si tratta.

George                          - Prima di tutto, è assai probabile che la mia commedia vada su al Trident Theatre.

Signora Elliot                - Oh, bene.

Josie                              - E dov'è, George? Nel West End?

George                          - Be', non esattamente. È a Bayswater. E questo significa che accorreranno a vederla mucchi di impresari e di agenti.

Signora Elliot                - Oh, bene.

George                          - Poi stamattina ho visto Ronnie Harris, quello del cinema, sapete, e mi ha detto che fra poco avrà una parte per me.

Norah                            - Che genere di film, George?

George                          - Non ha saputo precisarmelo... dev'esse­re una roba sulla vita militare, o qualcosa del gene­re, cosi dice lui almeno.

Signora Elliot                - Sarà una bella cosa.

George                          - E infine fra tre settimane lavorerò alla TV.

Josie                              - George! Non mi dire che apparirai sui te­leschermi!

George                          - Ma si. Non in una parte da protagoni­sta, naturalmente, ma è già qualcosa.

Josie                              - Oh, ne sono sicura. Il nostro George alla TV! E in che spettacolo reciti?

George                          - Mai sentito parlare di una commedia che si chiama Amleto?

Josie                              - Ma certo.

Norah                            - L'ho vista anch'io, parecchio tempo fa. È una roba vecchia, vero? Però è molto buona. Lui muore alla fine, no?

George                          - Certo che muore, Norah.

Norah                            - Personalmente preferisco sempre farmi una bella risata. Lo dico sempre che...

Norah e George            - (insieme) ...c'è abbastanza tri­stezza al mondo senza dover pagare per andarla a vedere.

George                          - In fondo, Norah, credo che a te il teatro non piaccia molto.

Norah                            - Oh, si che mi piace.

George                          - Però non molto.

Norah                            - Si, mi piace ma non ci vado mai.

George                          - E invece dovresti. Il teatro è come un santuario, Norah. Una cattedrale. Vai mai in chiesa, Norah?

Signora Elliot                - Ci va soltanto quando le ficcano in mano uno stendardo.

Norah                            - Oh, mamma. (Si alza e va in salottino)

Signora Elliot                - E a proposito di chiesa... ora metto la torta nel forno. Badaci, tu, d'accordo? Io appena arriva Colwyn-Stuart vado subito alla riunio­ne. (Va in cucina)

George                          - Dio mio, viene Colwyn-Stuart? Non ho voglia di vederlo. Quanto ci metterai, Josie?

Josie                              - Quanto ci metterò? Ah, già, si va a balla­re stasera! Corro subito a cambiarmi. (Si precipita di sopra)

George                          - (sprofondandosi esausto nella poltrona) Sono tanto stanco che preferirei qualsiasi cosa piut­tosto che chiacchierare con quell'idiota.

Percy                             - Una volta tanto, giovanotto, sono d'accor­do con lei. Grazie per il vino.

George                          - (distrattamente) Di niente. È stato un piacere.

Percy                             - Ma adesso che sta diventando celebre, mi sorprende che voglia andare a ballare al Jubilee Hall con Josie.

George                          - (canta) Al Jubilee Hall con Josie!

Percy                             - E spero anche che, adesso che guadagna tanti soldi, la smetterà di vivere alle spalle degli altri.

George                          - (con un'occhiata tagliente) Che intende dire? (Suona il campanello dell'ingresso)

Signora Elliot                - (tornando dalla cucina) E lui. Puntuale come sempre. Sto bene cosi? (Ruth scende)

George                          - Uno splendore!

Percy                             - Puah!

Signora Elliot                - (verso il vestibolo) Ti prego, Ruth, vuoi andar tu ad aprire? (Torna nel soggiorno) Se non te la senti di essere un po' più cortese, ti consi­glio di andare a guardare la televisione.

Percy                             - (sedendosi) Ho troppo da fare. (Ruth apre la porta)

Signora Elliot                - E va bene, allora. Ma non vo­glio scene stasera. (Entra Geoffrey Colwyn-Stuart se­guendo Ruth nel soggiorno. Indossa un abito elegan­te, con una camicia fresca di bucato, una cravatta a pallini verdi scelta con accuratezza e un fazzoletto da tasca della stesso colore. È un uomo pallido e un po' calvo sulla quarantina, tutto dolcezza e serenità)

Signora Elliot                - Oh, entri pure signor Stuart, so­no quasi pronta. Lei conosce tutti, vero?

Geoffrey                       - Si. Buona sera a tutti. Ma, signora El­liot, lei stasera è proprio fiorente.

Signora Elliot                - Ma che dice? Non ho avuto nem­meno un minuto per prepararmi.

Geoffrey                       - E proprio qui il segreto, vero? Buona sera, signor Elliot, come sta?

Percy                             - (fa il gesto di alzarsi e di voltarsi per salu­tare Geoffrey, ma ci rinuncia) Come sta lei?

Signora Elliot                - Lei conosce già George, vero?_

Geoffrey                       - Oh si, ci siamo già incontrati parecchie volte.

Signora Elliot                - Già. E qui da un pezzo ormai.

Geoffrey                       - Proprio come uno della famiglia.

Signora Elliot                - Be', non la farò aspettare molto. Faccio un salto di sopra a mettermi un po' di cipria e sono pronta. Intanto la intratterrà George. Ci in­trattiene sempre lui. (Percy emette un lungo fischio soffocato di commento, Ruth siede a tavola e sorseg­gia una tazza di tè) Non volevi guardare la televisio­ne, Percy? Oggi George ha avuto buone notizie, vero George? Siamo tutti cosi eccitati! Sa che presto com­parirà alla TV! Venga da noi a vederlo quel giorno. Ma immagino che gliene parlerà lui stesso. E adesso cercate di fare in modo che il signor Colwyn-Stuart non si annoi. E lei non vada via senza di me! (Va nel vestibolo e sale)

Geoffrey                       - Non c'è fretta. È ancora presto. (Si spo­sta sulla sinistra) Che cara persona, eh?

George                          - Molto.

Geoffrey                       - Le dispiace se mi siedo qui?

Ruth                              - Faccia pure. Se vuole abbiamo ancora un po' di tè.

Geoffrey                       - No, la ringrazio molto ma ho già ce­nato.

Ruth                              - Davvero? Noi invece < abbiamo fatto sol­tanto uno spuntino. (Porta il vino nel mobile bar.

(Percy tamburella pensosamente sui braccioli della poltrona)

Geoffrey                       - Come va, signor Elliot?

Percy                             - Non troppo male, grazie.

Geoffrey                       - Mi ha detto sua moglie che da qual­che tempo lei non dorme molto bene. Mi dispiace.

Percy                             - (sfregandosi il naso) Ah? Glielo ha detto?

Geoffrey                       - Si, vi ha accennato nella nostra ulti­ma riunione.

Percy                             - Nell'ultima riunione? Davvero?

Geoffrey                       - E come si sente adesso? Meglio?

Percy                             - Oh, io sto benone. Solo che qualche volta non dormo tanto bene.

Geoffrey                       - La signora Elliot dice che non riesce a convincerla a farsi vedere da un medico.

Percy                             - Io non ci credo ai medici.

Geoffrey                       - Be', credo che un mucchio di persone siano dello stesso parere. Compreso George, vero?

George                          - Vero.

Percy                             - Ma io non credo nemmeno a tutte quelle scemenze dei vegetariani. Non ho nessuna intenzione di rovinarmi la salute. Bistecche senza carne! (Sog­ghigna)

Ruth                              - Devo ammettere che questo è eccessivo an­che per me. Posso sopportare le cotolette di noci, ma le bistecche senza carne mi sembrano proprio un paradosso. Che anche Oscar Wilde fosse vegetariano?

Percy                             - Il fatto è che ho un mucchio di preoccu­pazioni.

Geoffrey                       - La capisco, signor Elliot. La capisco bene. Il vecchio arruffato groviglio delle preoccupa­zioni. Dico bene, George?

George                          - (distrattamente) Eh?

Ruth                              - È Shakespeare, George. Non dovresti scat­tar sull'attenti o qualcosa del genere?

Geoffrey                       - Si riferisce a tutte quelle persone che incontriamo ogni giorno, con gli occhi stanchi e spen­ti e le occhiaie nere.

George                          - A me hanno sempre suggerito pensieri ben diversi.

Geoffrey                       - (sorridendo) Oh, lei ha una mentalità piuttosto libera, vero? Spero solo che i suoi modi da bohémien non scandalizzino nessuno in questa rispet­tabile famiglia.

George                          - Immagino che per lei bohémien sia un eufemismo per non dire volgare. Un po' come dire a chi ha il fiato cattivo che soffre di alitosi, non trova? E poi, se devo essere sincero, le mie le ritoc­co sempre con una matita scura.

Geoffrey                       - Le sue cosa?

George                          - Le mie occhiaie. Mi serve quando fac­cio parti da prete. Sono un po' la mia specialità.

Geoffrey                       - (non volendo lasciarsi attirare in una li­te) Sa, George, che lei mi sorprende un po'. Sem­bra un giovanotto cosi intelligente, cosi vivo, cosi ag­giornato. Come fa a non accorgersi che oggi lo scetti­cismo è passato di moda. Per essere veramente in gamba bisogna essere spirituali.

Ruth                              - È piuttosto vero.

Geoffrey                       - E vale anche per lei, Ruth. Lo so che i suoi interessi sono soprattutto politici, ma vuole che le dica una cosa? Se facessimo venire a fare un discorso il ministro degli Esteri, per esempio, non riempiremmo la Jubilee Hall nemmeno a metà.

Ruth                              - Dovremmo stupircene?

Geoffrey                       - Ma se invece invitassimo una persona come Billy Graham, be', state certi che la gente sa­rebbe talmente numerosa da bloccare il traffico per il raggio di un miglio.

Ruth                              - Con il suo messaggio d'amore e tutto il resto? L'amore non è tutto, signor Stuart.

Geoffrey                       - È qui che non andiamo d'accordo, Ruth. Secondo me è tutto.

Ruth                              - Gli tolga la giustizia e l'amore non signi­fica più niente.

Geoffrey                       - Però può cambiare la faccia del mon­do.

Ruth                              - Lo vada a dire a quei poveri negri del Sud Africa. Perché non fa qualcosa per loro?

Geoffrey                       - Ahimé, vedo che se non stiamo atten­ti, prima di rendercene conto ci troveremo immersi in una bella discussione. Oh, non c'è niente che mi piaccia più di un vivace battibecco intellettuale, e vorrei proprio potermi fermare e farla fuori con voi due, ma purtroppo non ne ho il tempo. Il fatto è che probabilmente abbiamo molte cose in comune. Sapete: ho scoperto un nuovo modo di giudicare la gente.

Ruth                              - Davvero?

Geoffrey                       - Si. Mi chiedo semplicemente se gli brillano gli occhi.

George                          - Perché non i fegati?

Geoffrey                       - (ridendo) Si, mi sono espresso male. Forse avrei dovuto parlare di lampade. Mi chiedo se le loro lampade brillano. Vede la mia teoria è che all'interno di ognuno di noi c'è una lampada. Quando è accesa, ardono gli amori e gli odi, le ambizioni, i desideri e le idee, e la persona è veramente viva. Ma ci sono alcuni che girano per le strade tutto il gior­no, che lavorano, che tornano a casa dalla famiglia, che insomma sembrano normali, ma che hanno le lampade spente. Sono quelli che hanno rinunciato. Rinunciato ad essere vivi.

Ruth                              - E lei crede, signor Stuart, che le nostre lampade siano accese?

Geoffrey                       - Oh, sicuramente. Me ne sono accorto nel momento stesso in cui sono entrato in questa stanza.

George                          - Mi dica una cosa... (Indicando Pera) E la lampada del signor Elliot?

Geoffrey                       - Oh si, anche quella. Si, credo che arda regolarmente.

George                          - Ah, lo crede? Ha sentito, Percy? Le ci vorrà uno stoppino nuovo.

Geoffrey                       - Oh, spero di non essere stato troppo scortese. Credo che il signor Elliot sia un po' agitato per varie cose; soprattutto perché è stanco e non riesce a dormire.

Percy                             - Ho detto soltanto che...

Geoffrey                       - La gente si stanca a forza di preoccu­parsi delle cose, delle cose non importanti, che non contano nulla. Lei, Ruth, per esempio, è preoccupata al pensiero di chi vincerà le prossime elezioni.

Ruth                              - Non me ne importa più un accidente, mi creda.

Geoffrey                       - E infatti non è importante. E lei, Geor­ge, si preoccupa della sua carriera. E nemmeno que­sto è importante.

George                          - La ringrazio. Mi ha proprio illuminato.

Geoffrey                       - Un giorno... qualche anno fa... mi è ca­pitato di parlare con un sacerdote molto famoso... oh, è morto adesso...

Percy                             - Allora starà benone.

Geoffrey                       - Da anni quell'uomo era abituato a prender la parola anche in sei riunioni diverse in un solo giorno, e spesso in sei diverse città. Gli chiesi dunque per quale ragione non apparisse mai nemme­no un po' stanco. E lui me lo spiegò. Mi disse: "Per­ché credo in ogni parola che pronuncio."

George                          - Fortunato lui.

Geoffrey                       - Si poteva vedere la sua lampada accesa sin dal fondo della sala. Ed era ciò in cui credeva ad accenderla. È questo il segreto. E non serve a nien­te starsene seduti a brontolare. (Signora Elliot en­trando dal vestibolo)

Signora Elliot                - Chi brontola? Sono pronta. È co­minciato il programma televisivo, Percy? Ha chiac­chierato un po' con George?

Geoffrey                       - Be', non precisamente. Temo di aver parlato con poca educazione.

Signora Elliot                - Non è possibile. Lei non è mai maleducato.

Geoffrey                       - In pratica ho monopolizzato la conver­sazione. Sono anzi vagamente persuaso che George e Ruth mi considerino un vecchio seccatore.

Signora Elliot                - Ma non lo è proprio, George. È uno spirito profondo. Te lo garantisco io.

Geoffrey                       - Tutto è cominciato perché ci siamo messi a parlare della stanchezza. È tanto tempo, si­gnora Elliot, che non la sento più lamentarsi di es­sere stanca. Esattamente dai primi giorni subito do­po... subito dopo la fine della guerra. E mi pare una buona pubblicità per il nostro sistema, non trova? Certo, le sembrerà un po' strano, ma il problema, co­me diciamo noi, è tutto nel sincronizzarsi con la Provvidenza. Del mettersi al passo, cioè, con l'Onni­potente.

Signora Elliot                - Già. Be', mi pare, signor Stuart, che anche noi dovremmo metterci al passo e avviarci.

Geoffrey                       - Si, lo credo anch'io. (La signora Elliot si volta per andarsene e Geoffrey si alza. George, che sinora ha ascoltato molto distrattamente, risponde all'improvviso, come riflettendo fra sé)

George                          - Si, se fosse davvero cosi semplice, signor Stuart. Ma la vita non è semplice, e per chi ha un po' di cervello è veramente un gran mal di culo.

Signora Elliot                - Ma George!

George                          - Mi spiace. Le chiedo scusa. Ma ormai l'ho detto. Vede, per me è piuttosto disprezzabile l'uo­mo che non sa affrontare la realtà senza corazzarsi sino alle occhiaie con un mucchio di miti consolatori, proprio come quei cervelli da galline che non sanno parlar d'altro che del servizio medico gratuito. Tutti noi, lei come chiunque altro, abbiamo in qualche an­golo un dubbio segreto. E lei sa che la sola ragione per credere in quelle cose è che ci si trova consola­zione.

Geoffrey                       - Ritiene dunque che la religione sia sol­tanto una serie di utili bugie?

George                          - Esatto.

Percy                             - Senti! Senti!

Signora Elliot                - Tu sta' zitto!

Geoffrey                       - Non si agiti, signora Elliot. George è come molti altri giovani. Crede che la verità, per es­sere veramente tale, sia necessariamente sgradevole.

George                          - Credo soltanto che sia facile risolvere i grandi problemi; se non altro permette di ignorare quelli di tutti i giorni.

Signora Elliot                - Ma esiste anche la fede, George.

George                          - Io credo nell'evidenza. E la fede consiste nel credere in qualcosa per cui non ci sono prove. Nessuno dice: ho fede che due più due fanno quat­tro. 0 che la terra è rotonda E perché? Perché sono entrambi realtà facilmente verificabili.

Geoffrey                       - Per lei, George, tutto dev'essere dunque verificabile? Credo di capirla meglio di quanto lei non pensi.

George                          - Ah si?

Geoffrey                       - Il fatto è, vede, che mi è capitato di avere rapporti con moltissimi artisti. In che cosa cre­de lei? In se stesso?

George                          - Esattamente. (Mutando tono, come se a-prisse una parentesi) Cosi disse, col tono caratteristi­co del genio.

Geoffrey                       - Lei dunque ha fede. Ha fede in se stes­so... nel suo talento. Dico bene?

George                          - E allora?

Geoffrey                       - Nel suo talento George. Lei ci crede con tutta l'anima. E le prove? Dove sono le prove, George? Può mostrarmele? (Tutti lo guardano)

Ruth                              - Touché.

George                          - (tace un momento, poi scoppia a ridere) Che interpretazione! E che gesuitica sottigliezza! Lei è troppo forte per me. È come se m'avesse detto che sono una specie di Cristoforo Colombo. Non ho an­cora scoperto l'America finora, ma è là che mi aspet­ta; aspetta, ma si, di essere verificata.

Geoffrey                       - Si, ne sono abbastanza certo. Vede, anch'io ho fede. Riesco a vedere la lampada che arde. Ma adesso comunque dobbiamo proprio andare. Ven­ga, Signora Elliot. Buona notte a tutti.

Signora Elliot                - Si. Be', tornerò presto. (Vanno entrambi nel vestibolo ed escono dall'ingresso prin­cipale)

Percy                             - (alzandosi e avviandosi verso la soglia) Le lampade! (Sogghigna, si volta) È lui che dovrebbe fare l'attore... non lei. (Va nel salottino)

Ruth                              - Ti senti bene? Mi sembri un po' sconvolto.

George                          - Sto benone. Solo che stupidamente mi sono lasciato irritare dalle chiacchiere di quel paro­laio al servizio di Dio.

Ruth                              - Me ne sono accorta.

George                          - Il fatto è che ho avuto una giornata piuttosto faticosa.

Ruth                              - Mi sorprendi.

George                          - Davvero?

Ruth                              - No. Da quel che ho capito, Geoffrey non ti ha fatto una gran buona impressione.

George                          - Esatto. Lo si potrebbe definire uno spu­tasentenze. Se dietro il signor Colwyn-Stuart c'è ef­fettivamente la mano di Dio, è perché lui rappresenta il suo dono personale a quelli che hanno voglia di sentirsi sciorinare luoghi comuni. Non vorrei però aver scandalizzato la signora Elliot, che in questa fac­cenda c'è evidentemente dentro fino al collo.

Ruth                              - Lo avresti evitato se non te la fossi presa tanto a cuore. Sembravi proprio che avessi dentro di te un dubbio segreto.

George                          - Perché diffidi tanto di me? Ti credevo della mia stessa razza.

Ruth                              - Ah si? Credo comunque che dopo la morte di Raymond la religione rappresenti per la povera Kate uno scopo nella vita.

George                          - Di' un po'.

Ruth                              - Cosa?

George                          - Com'era in realtà?

Ruth                              - Raymond? Un caro ragazzo. Lavoratore, coscienzioso, come un qualunque bravo ragazzo della sua età. (/ loro sguardi si incontrano) Non gli asso­migli proprio.

George                          - Credevo che anche tu avessi l'abitudine di aggredire il povero Colwyn-Stuart a colpi di mar­tello e di falce.

Ruth                              - Ma forse per me la cosa è diversa.

George                          - Intendi dire che tu fai parte della fami­glia e io no?

Ruth                              - Se vuoi metterla cosi...

George                          - Credi allora che dovrei chiedergli scusa?

Ruth                              - Non mi preoccuperei al tuo posto. Non so se ci sia qualcosa che lei non potrebbe perdonarti. O forse lo so, ma non credo che tu sia talmente scioc­co da giocarti la tua sola vera amica.

George                          - Cosa ti fa credere che io non abbia a-mici?

Ruth                              - Ne hai?

George                          - Credevo che voi, induriti militanti della estrema sinistra, sapeste difendervi meglio dalle frec­ciatine dei deviazionisti di destra come me. O sa­rebbe meglio definirmi uno sciacallo di Wall Street? No, non ho l'aria dello sciacallo. Piuttosto del lupo di Villiers Street.

Ruth                              - È una bella battuta, ma detta male per uno che vuol fare l'attore.

George                          - Vuoi forse unirti al circolo dei miei am­miratori?

Ruth                              - Non sono in vena di spiritosaggini. (Pau­sa) Stasera sono stata dal segretario del Partito.

George                          - Sicché, finalmente, hai tagliato la corda.

Ruth                              - Immagino che la cosa ti faccia ridere.

George                          - No. Non mi fa affatto ridere.

Ruth                              - Diciassette anni. È un po' come piantare un amante, è tutto finito, concluso, kaput. Le ha ascoltate appena le mie spiegazioni; ha continuato a starsene li seduto e a sogghignare. E non ha nem­meno avuto la buona educazione di alzarsi per ac­compagnarmi alla porta. Credo sia stata questa la cosa che mi ha dato più fastidio in tutti questi anni: la loro assoluta e insopportabile mancanza di educa­zione.

George                          - Più vai a sinistra e più la maleducazione aumenta.

Ruth                              - Senti chi parla! Questa casa risuona an­cora della maledetta tiritera delle tue opinioni.

George                          - Ma io ho il senso dell'umorismo. La ma­ledetta tiritera delle tue opinioni! È una citazione?

Ruth                              - Si, di uno che conoscevo. Uno che ti somi­gliava molto, del resto.

George                          - è da quando ti ho incontrata che ho ca­pito che ti ricordavo qualcuno.

Ruth                              - Dove vai stasera?

George                          - A ballare, credo. In un posto scelto da Josie.

Ruth                              - Non assumere quell'aria da vittima. Non ti si addice. Vuoi passarmi la borsetta? (George esegue) Mi sa che dovrai aspettarla un bel pezzo, mio caro. (Gli offre una sigaretta)

George                          - Preferisco una delle mie. (Si fruga nelle tasche)

Ruth                              - Non hai bisogno di far la commedia da­vanti a me, George. Prendine una.

George                          - No, grazie.

Ruth                              - Oh, per l'amor del cielo, non fare cosi. Mi fai sentire come una dama della carità o qualcosa del genere. Ti prego. (Gli getta una sigaretta. George l'afferra al volo e di nuovo si fruga nelle tasche in cerca dell'accendisigari. Ma Ruth fa scattare prima il suo e lui si china per accendere)

George                          - Come sembri giovane certe volte.

Ruth                              - Anche tu, quando stai zitto e non cerchi di giustificarti.

George                          - Che ora è?

Ruth                              - Le sette e un quarto. Dove hai messo l'oro­logio?

George                          - È in riparazione.

Ruth                              - Vorrai dire che l'hai impegnato?

George                          - Come preferisci. Quasi quasi vado a dare una voce a Josie.

Ruth                              - Non ti servirà a niente, almeno per un pezzo. Non volevo offenderti, poco fa.

George                          - No?

Ruth                              - Hai ragione. Volevo davvero offenderti. Ma ora mi dispiace.

George                          - Cosa fai stasera?

Ruth                              - Non so ancora. Ma mi sto ormai abituando a passar le serate in casa. Ti ho chiesto scusa.

George                          - Nessuno di noi due è duro quanto do­vrebbe, vero? Una volta le sigarette le scroccavo a mia madre, e ho continuato a farlo fin quando è mor­ta.

Ruth                              - E quando è successo?

George                          - Un paio d'anni fa. Spesso uscivamo in­sieme, era la cosa che le piaceva di più, e pagava tutto lei: le bibite, la cena, il cinema, persino l'au­tobus. Quando arrivava il bigliettario, incominciavo subito a frugarmi nelle tasche e allora mia madre apriva la borsetta e diceva: "Non preoccuparti, caro, ho io gli spiccioli." A volte mi domandavo se sarebbe mai arrivato il giorno, anche uno solo, in cui ciò non sarebbe accaduto. Il giorno in cui avessi avuto in ta­sca almeno qualche scellino. Ma era sempre cosi. Era diventato una specie di rito. Che si ripeté puntual­mente sino all'ultima volta che uscimmo insieme, il giorno del mio trentesimo compleanno.. Solo durante la guerra era diverso. Allora ci pagavano bene.

Ruth                              - Quanto ti hanno dato?

George                          - Per che cosa?

Ruth                              - Per l'orologio.

George                          - Quindici scellini. Mi è anche andata be­ne: non valeva un gran che.

Ruth                              - (prende dalla borsetta l'orologio di Jock e glielo porge) Su, prendilo.

George                          - Che cos'è?

Ruth                              - Che cosa credi che sia? Provalo.

George                          - (prendendolo) Intendi regalarmelo?

Ruth                              - Già, ma non per ricavarci un pasto.

George                          - Dev'esserti costato un patrimonio.

Ruth                              - Infatti. Cerca di non impegnarlo. O alme­no, se lo fai, dimmelo. Cosi potrò rinnovare la polizza o qualcosa del genere.

George                          - Non lo impegnerò, te lo prometto. Credo che sia il più bel regalo che abbia mai avuto. Come si mette?

Ruth                              - Cosi. (Gli fissa il cinturino. George la guarda)

George                          - Era del tuo... amico?

Ruth                              - Oh, lui non lo vuole più. Me lo ha detto.

George                          - - Mi porterà fortuna, forse.

Ruth                              - Sei anche superstizioso?

George                          - Ti ringrazio molto. (La sua mano è an­cora in quella di Ruth)

Ruth                              - Che belle mani hai... sembrano di marmo, cosi bianche, cosi trasparenti.

George                          - Sciocchezze.

Ruth                              - Ma è vero. Non ho mai visto mani cosi belle.

 George                         - Lo dici come se io fossi già quasi morto. (Ruth, turbata, alza gli occhi verso di lui che improv­visamente la bacia. Poi, quasi altrettanto improvvisa­mente, la lascia. Ruth si riprende immediatamente e si sposta)

Ruth                              - Sai dove sia andato a finire l'accendisiga­ri? Mi si è spenta la sigaretta.

George                          - Non l'hai messo nella borsetta?

Ruth                              - (aprendo la borsetta) Già, è vero. Che spe­cie di parti reciti? Sul palcoscenico, voglio dire.

George                          - Parti buone.

Ruth                              - A domanda stupida risposta stupida: è giusto. Ma volevo sapere se sei specializzato in par­ticolari personaggi.

George                          - Credo di si. Mi fai venire in mente quell'attore al quale chiesero a un'audizione che razza di parti fosse solito interpretare; e lui rispose: "parti sprezzanti." Anch'io, credo, recito parti "sprezzanti": personaggi più o meno della mia statura, un po' chiacchieroni, preferibilmente duri e carogne, e con il basso ventre sempre pronto a entrare in azione. E più sono duri e carogne, meglio è.

Ruth                              - Un caratterista, insomma.

George                          - Scusami se ti ho baciato. Ma non è una buona ragione perché tu debba farmelo scontare.

Ruth                              - Non hai bisogno di chiedermi scusa. Per un attimo ne sono stata lusingata. Immagino che a-vrai avuto i tuoi buoni motivi, ma preferirei che non cercassi di spiegarmeli.

George                          - Come vuoi.

Ruth                              - È la prima volta che assaggio il Brown Windsor.

George                          - Assaggi cosa?

Ruth                              - (ridendo) Il Brown Windsor dell'amore, George. Forse non sai cosa voglio dire.

George                          - Quel tuo... amico dev'essere stato un gran presuntuoso.

Ruth                              - È strano come una mente elevata possa fa­cilmente scivolare nella retorica.

George                          - È un poeta?

Ruth                              - Cosi speravo, una volta.

George                          - (stirandosi) Dio, come mi sento stanco! (Si guarda attorno. I suoi occhi si posano sul quadro di Raymond) Cielo! Quegli uccelli! (Risale la scena sino a fermarsi davanti al mobile bar) È ormai un ' mucchio di settimane che lo guardo. Oh, mi era capi­tato spesso di contemplare mobili del genere da lon­tano, nella vetrina di un negozio. Ma non avrei mai pensato di vederne uno in una casa. Credevo che se | ne stessero sempre là, in un mare di neon, come sim­boli mostruosi, circondati da biliose sale da pranzo, da materassi e da roba del genere. Mai mi era venuto in mente che qualcuno potesse comprarli!

Ruth                              - Il mobile bar di Norah? Be', non lo ha comprato: lo ha vinto.

George                          - E come ha reagito?

Ruth                              - Credo che ne siamo rimasti tutti un po' impressionati.

George                          - (avvicinandosi al mobile) Sembra fatto in serie da uno stampo di gelatina, come le macchine americane. Ma cosa ve ne fate? Non ci tenete da be­re. È soltanto una maschera che nasconde chissà qua­le mistero. Che ci mettete dentro? Lamette usate? Ah? Ho trovato! (Si siede e lo "suona" vigorosamente, come un organetto da cinema, canterellando una spe­cie di sigla musicale. Poi si volta raggiante verso Ruth) E adesso concluderò il programma con una breve selezione di sinfonie popolari, dal titolo "I sempre­verdi dei Grandi", selezione che si concluderà con la Nona di Beethoven! E ricordate, se vi divertite, uni­tevi tutti al coro. Non importa che sappiate le parole, e tanto meno che ne comprendiate il significato, ba­sterà che fischiate. Incominciamo! (Incoraggiato dal­le risate di Ruth si volta e lascia cadere le mani sul mobile bar cantando) "Mi sono innamorato di te men­tre stavano danzando il valzer di Beethoven!" - (Un ul­timo svolazzo sull'invisibile tastiera, poi si volta e s'inchina cerimoniosamente. La reazione di Ruth lo ha rallegrato ; e ora se ne sta di fronte a lei tutto rosso in viso) Adesso dovrebbe sparire, ma non ri­corda più il trucco. (La guarda con piacere) È la prima volta che ti vedo ridere.

Ruth                              - Oh, lo so, tu sai essere divertente, George. Questi lampi di frenesia, questi torrenti di idee, a vol­te possono esserlo davvero divertenti, addirittura ec­citanti. Se non continuo a ridere, è solo perché so che presto o tardi vedrò ancora nei tuoi occhi stanchezza e paura.

George                          - Ah?

Ruth                              - Ti stai bruciando. Perché?

George                          - Continua pure, ma non illuderti di poter stroncare la mia presunzione. Gente più abile di te ci ha provato inutilmente per tanti anni.

Ruth                              - Non riesco proprio a capirti, George.

George                          - Che intendi dire?

Ruth                              - Hai davvero una tua forma di onestà?

George                          - E qual è il tuo verdetto?

Ruth                              - Non lo so ancora. Mi sembra solo che per uno che fa dell'essere brillante la propria religione, tu sia parecchio sfortunato.

George                          - Allora non hai capito proprio niente, non sei diversa dagli altri. Certo che mi sto bruciando, da anni ormai. Ma a chi importa? In questo momento mi sento vuoto e logoro quasi quanto le mie tasche. E tu mi chiedi perché mi sento stanco? Ma sono ad­dirittura sfinito.

Ruth                              - (applaude) Bravo! Niente male, George. Ci vorrà ancora qualche ritocco, ma sei sulla buona strada. In fondo non sei tanto cattivo. E adesso dim­mi un po' di quel lavoro alla televisione.

George                          - Ah, quello? È una comparsata con una battuta che verrà comunque soffocata da tutto il re­sto. E se conosco Lime Grove, la scena sarà talmente buia che non mi si vedrà nemmeno. Mi danno dodici ghinee. Un capitale. Ma adesso che faccio? Come pos­so permettere che se ne stiano qui seduti, invitando magari anche metà del vicinato, a fissare stupidamen­te la televisione per due ore e mezza in attesa di vedermi comparire per trenta secondi proprio alla fine? Che trionfo per il caro vecchio Percy! E per Colwyn-Stuart e il suo coro di Alleluia!

Ruth                              - È davvero un problema.

George                          - E poi ormai devo un mucchio di soldi alla signora Elliot. Ma immagino che tu lo sappia.

Ruth                              - Non è proprio una sorpresa.

George                          - Fino alla settimana scorsa ha continuato a comprarmi le sigarette tutti i giorni. Ma almeno a questo sono riuscito a porre riparo. Le ho detto che avrei smesso di fumare per ragioni di salute. E, con mia gran sorpresa, ci ha creduto.

Ruth                              - Sei buono a qualcosa, George?

George                          - (quasi come un bambino) Che domanda idiota.

Ruth                              - Se vuoi.

George                          - Be', prova a rivolgerla a te stessa. E co­munque, tutto quello che io abbia mai avuto, in tea­tro e fuori, sono gli applausi di una microscopica mi­noranza e l'aperta ostilità degli altri. L'attiro l'ostilità io, come una cagna in calore attira i cani. Tutte le volte che salgo sul palcoscenico, immediatamente, dal momento stesso in cui mostro il mio viso, so che devo combattere contro ogni singolo spettatore. Dalla platea al loggione, alle vestali dei palchi! È una spe­cie di lotta di gladiatori. Io contro tutti loro! Io con­tro tutti quei potenti! Oh, qualcuno riesco a sconfig­gerlo, a volte addirittura metà del pubblico, a volte un terzo, a volte un quarto. Ma quelli li soggiogo, li soggiogo proprio! E anche nell'odio della maggio­ranza, provo una certa soddisfazione, perché so che, benché non l'ammetterebbero mai, segretamente mi rispettano.

Ruth                              - - E il film che farai?

George                          - Niente. È la solita storia: "Si tenga in contatto, le faremo sapere." Sai com'è, vero?

Ruth                              - Non mi sembra una virtù cercar di igno­rare il proprio fallimento.

George                          - Non esiste il fallimento, ma solo l'attesa del successo.

Ruth                              - Suvvia, George!

George                          - E va bene, come non detto.

Ruth                              - So cosa significa attendere.

George                          - E credi che io non lo sappia? Passo la vita accanto a un telefono. E ogni volta che suona mi sembra di morire.

Ruth                              - (implacabile) E le commedie che scrivi? Le scrivi davvero, eh?

George                          - Oh si... anche se tu mi consideri un di­lettante che non se lo può permettere.

Ruth                              - E quel Trident Theatre, le "Tre dita alzate del dramma, del balletto e della poesia"...

George                          - È un cosiddetto teatro-club, cioè un buco pretenziosamente arredato, famoso soprattutto per il suo bar di ruffiani e frequentato quasi esclusivamente da studenti fanatici, da capelluti incompetenti e in genere da falliti pieni di pretese.

Ruth                              - Capisco. Ma mi piacerebbe leggere qual­cosa di tuo.

George                          - Grazie, ci penserò.

Ruth                              - C'è da pagar qualcosa?

George                          - Nemmeno tu sei tanto divertente, stasera.

Ruth                              - Forse hai perso il tuo solito senso dell'u­morismo. Ma evidentemente la mia politica e la tua arte sono un po' come la religione di Kate, è meglio non discuterne. Almeno da un punto di vista razio­nale.

George                          - Sapevo che avevi dei dubbi sul mio con­to, che diffidavi di me, ma non mi ero mai accorto che mi detestassi tanto.

Ruth                              - Perché non te ne vai, George?

George                          - Che intendi dire?

Ruth                              - Lascia questa casa. Vattene di qui. Se sei quello che credi di essere, non c'è posto per te in una casa come questa. Stai commettendo un'ingiustizia contro te stesso. Ti stai soffocando. Devi tornare a vivere nel tuo ambiente. E se poi non sei quello che dici di essere, non hai egualmente il diritto di star qui, perché peccheresti di slealtà nei confronti degli altri.

George                          - Ma parli sul serio? Lo sai che non ho un soldo.

Ruth                              - Te la caverai. Dovrai cavartela. È la tua unica possibilità di sopravvivere. Sono troppo dura, George? Forse, come dici tu, è perché siamo della stessa razza.

George                          - (con violenza) Ecco! Si! Appunto! E tu allora?

Ruth                              - (in imbarazzo) Io cosa?

George                          - Che ci fai tu qui? E va bene, ora ti sei sfogata con me, ma tu?

Ruth                              - Be'?

George                          - Oh, non fare l'ingenua, Ruth! Questa casa! Questa stanza, questa odiosa, orribile stanza!

Ruth                              - Non ti sembra di essere un po' troppo in­solente?

George                          - Sto solo dicendo cose che tu sai già be­nissimo. Possono essere tuoi parenti, ma hai davvero qualcosa in comune con loro, con questa gente...

Ruth                              - Oh no! Non chiamarli cosi, ti prego!

George                          - Ma li hai visti? Li hai sentiti? Non sol­tanto si muovono e parlano come macchiette, ma sono delle macchiette! è questo che mi spaventa. Metti uno qualunque di loro sul palcoscenico, e ve­drai che nessuno riuscirà a prenderli sul serio nem­meno per un minuto. Pensano a luoghi comuni, par­lano a luoghi comuni, riescono persino a sentire a luoghi comuni, e ti garantisco che è tutt'altro che facile! La loro intera esistenza è un gran luogo comu­ne che si portano appresso come una lumaca il suo guscio. Ci vivono dentro e ci muoiono dentro!

Ruth                              - Dato ma non concesso che sia vero, è molto meschino quello che dici.

George                          - Ma guarda quel gruppo nuziale. (Indica uno dei quadri) Guardalo! Ce ne sono milioni di gruppi altrettanto squallidi, e tutti con gli stessi as­surdi colori. Ragazze dalle spalle tornite con i ca­pelli arricciati sulla nuca, la bocca aperta e i denti guasti. Lo sposo ha un'aria cosi lasciva che sembra letteralmente perdere la bava, e la sposa... la sposa ha la faccia di chi è stata appena cacciata via da un'or­gia di druidi! Il signore e la signora Elliot al loro matrimonio! E lo tengono li come il grottesco monu­mento a quella macabra farsa che si sta recitando in questa casa da trentacinque anni a questa parte, da quello che fu il giorno più bello della vita di una fanciulla.

Ruth                              - L'hai detto molto bene, George. Sei bravo, in fondo. Sono bersagli facili quelli, ma non impor­ta, continua pure!

George                          - E poi c'è Josie, che in questo momento sta dedicando ogni sua energia ad applicare mala­mente su quella faccia scialba e vuota tutti i cosme­tici dei grandi magazzini. Oh! Disprezza pure il mio snobismo, il mio cattivo gusto, ma ammetti almeno una cosa: che io ho un cervello e dei sentimenti ab­bastanza raffinati. Ma Josie! Sa a malapena cosa sia il cervello. E i suoi sentimenti? Banalità, banalità piatte e spappolate come banane marce, e del pari disgustose.

Ruth                              - Allora dovreste fare una bella coppia sta­sera al ballo. Avrei voglia di venire anch'io.

George                          - E perché non vieni?

Ruth                              - Non mi piacerebbe spezzare questo con­nubio di grandi cervelli.

George                          - Tu sai benissimo perché ci vado. La gen­te come me ha bisogno di tutte le Josie di questo mondo. Di quella grande massa che tutto assorbe e che tu tanto ami. E stasera Josie è quella massa, la riassume tutta. E poi sai una cosa? Dietro quella spessa maschera di trucco, Josie ha posto gli occhi su George. Perché non soffre soltanto di stitichezza, ma anche di fame sessuale. E poi c'è Norah. Cosa si può dire di lei? Norah non esiste nemmeno, è sol­tanto un buco nell'aria!

Ruth                              - Hai ancora molto da imparare, George. Se non ci fosse la gente come gli Elliot, le persone come te non potrebbero esistere. Non dimenticarlo. E non credere che sia il contrario, perché non è vero. Loro possono fare a meno di te, te lo garantisco. Ma tu senza di loro sei finito, diventi niente.

George                          - Non divagare, Ruth. Quelli ti stanno fa­cendo impazzire, e tu lo sai. È come vivere in una di quelle brutte commedie per famiglie che si recitano tutto l'anno nelle filodrammatiche di provincia. Ma come hai fatto a restare? Qual è il segreto? Dimmelo. Da quando hai avuto quel misterioso divorzio, di cui tutti evitano con pesante tatto di parlare, e da quando non fai più quei viaggetti di fine settimana. Quanto tempo è che sei qui? Quanto? Nove anni? Dieci? Dodici? Oh no, Ruth, non puoi permetterti di ridere di me!

Ruth                              - Hai fatto centro. Ma non montarti troppo la testa. Perché rimango? Perché non guadagno tanto da potermene andare. Spendo troppo per vestirmi, per rumare...

George                          - E per gli imprevisti? (Indica l'orologio)

Ruth                              - Faccio un lavoro cosi spaventosamente noioso che, ogni volta che entro in ufficio e mi vedo circondata da quei surrogati di esseri umani, mi sento presa in trappola, e talmente impotente che potrei urlare sino a consumarmi i polmoni la mia solitudine e la mia noia.

George                          - E urla!

Ruth                              - Ma alla mia età, e senza titoli di studio, non mi resta altro da fare. O forse non ho il corag­gio di tentare. Qui, se non altro, non ho pensieri. E tiro avanti senza il minimo scopo dalla prima­vera all'estate, all'autunno, a un altro inverno; una macchietta come tutte le altre.

George                          - Lo sapevo! Lo sapevo!

Ruth                              - Ti ringrazio di avermelo ricordato.

George                          - La verità è una parodia.

Ruth                              - Vorrebbe essere una considerazione pro­fonda?

George                          - Li odi, vero? Vuoi che ti dica perché fan­no orrore a me?

Ruth                              - Ho l'impressione in questo momento di es­sere per te una specie di - come si dice? - tubo di rifornimento. Ma dimmi lo stesso perché ti fanno orrore.

George                          - Sono privi di curiosità. Non si fanno domande e, di conseguenza, non si danno risposte. Non conoscono l'angoscia, l'umiltà...

Ruth                              - L'umiltà! (Ridendo) Caro, vecchio George!

George                          - E soprattutto non sanno ridere. Di' la verità : hai mai sentito ridere uno di loro, almeno una volta? Voglio dire una vera risata, non quel suono soffocato e nervoso che la gente emette di continuo. O per dirla in termini un po' più complicati, non quel soffio che la gente produce in qualche punto fra l'ombelico e le sopracciglia, quando gli raccontano la storiella del momento più imbarazzante di una vec­chia signora. No! Parlo della risata autentica, di quel suono che indica la gioia stessa di esser vivi. La ri­sata, la cosa più vicina alla santità che abbiamo, o che dovremmo avere. Quello stato di grazia che salva la maggior parte di noi dall'abiezione.

Ruth                              - Bravo!

George                          - No, non è stato precisamente spontaneo.

Ruth                              - Perché non abbiamo mai parlato cosi? Qualche minuto fa mi facevi sentire vecchia. E adesso, d'un tratto, mi sento tanto giovane.

George                          - Se non puoi darmi un dollaro, dammi al­meno due soldi...

Ruth                              - Comunque, da quando sei qui, non posso dire di averti mai visto rotolarti in terra dal ridere.

George                          - Infatti. Devi avere l'impressione che io mi lamenti perché le persone non vanno in giro come se fossero uscite in libertà provvisoria da Delitto e Castigo, bofonchiando qualcosa a proposito di Dio e ridendo sino a farsi scoppiare la testa.

Ruth                              - Si, sei davvero un caratterista! Credo che il tuo spettacolino mi abbia fatto bene.

George                          - E tu sei un ottimo spettatore. Anche se sono stato costretto a combattere contro di te. In fondo è di questo che ho bisogno, di spettatori.

Ruth                              - E., credi che li troverai?

George                          - Non lo so. (Trae un profondo respiro e si siede, improvvisamente esausto)

Ruth                              - (guardandolo affascinata) Come cambi ra­pidamente! È questo che mi spaventa in te. Questi sprazzi improvvisi di vitalità, e poi pfft, più niente. Soltanto stanchezza e angoscia.

George                          - Sono stato in giro tutto il giorno. Ho be­vuto un po', ma non ho mangiato niente. È stata come una mazzata. Niente di più.

Ruth                              - Forse, George, tu hai davvero talento. Non lo so. Chi può saperlo? Nemmeno gli esperti, riescono sempre a riconoscerlo quando lo vedono. Puoi anche essere un genio, ma non devi farne una malattia. An­che se è proprio questo che ti sta capitando.

George                          - È comunque una malattia che parecchi di noi vorrebbero avere.

Ruth                              - Lo so. Mi ci sono già imbattuta una volta.

George                          - Allora dovresti sapere che è incurabile.

Ruth                              - Galoppante, come la tisi.

George                          - (con durezza) Che intendi dire?

Ruth                              - Niente.

George                          - Ma sai che cos'è peggio? Molto peggio?

Ruth                              - No, fratello, dimmi che cos'è peggio.

George                          - È peggio aver gli stessi sintomi del ta­lento, il dolore, i sudori freddi, tutto quanto, senza mai sapere se la diagnosi è giusta. Credi che ci sia una forma di eutanasia per questo? Potresti soffo­carlo seppellendoti qui dentro per sempre?

Ruth                              - Perché me lo chiedi?

George                          - Potrebbe un essere umano, caldo, gene­roso, onesto, fartelo dimenticare, sdraiandosi ogni notte al tuo fianco col suo onesto amore?

Ruth                              - In altre parole, stai dicendo che per un poeta è duro vivere a questo mondo, specialmente se non è un grande poeta.

George                          - Chiuse le virgolette.

Ruth                              - Chiuse le virgolette. La vita è dura, Geor­ge. E chiunque non la pensi cosi o è molto giovane o è uno sciocco. E tu non sei né una cosa né l'altra. Forse nello schema generale delle cose hanno un loro posto anche gli artisti falliti.

George                          - Lo schema generale delle cose! Stiamo proprio facendo una bella discussione intellettuale! E non siamo nemmeno brilli. Ma vorrei lo stesso passar la sera con te.

Ruth                              - Perché sei cosi morbosamente introverso? Credevo che gli attori si sfogassero recitando.

George                          - Non crederlo. Soltanto certi vecchi trom­boni che hanno sorretto alabarde accanto a qualche divo del passato, e che da allora continuano a ripe­tere le stesse stupide cose con la voce soffocata dall'emozione: "Sentimento, ragazzo mio, questo è il segreto!" Vuoi che ti racconti una storia? Su, lascia che te la racconti. È successa a me durante la guer­ra, quand'ero nella R.A.F.

Ruth                              - Non sapevo che fossi nella R.A.F. Non ne hai mai parlato.

George                          - Il solo argomento di cui non parlo mai è proprio la R.A.F. È stata una parentesi della mia vita, nient'altro. Be', ecco che cosa è successo. Una notte, in cui non mi toccava andare in missione, ci vedem­mo arrivare addosso un carico intero di quelle bombe che di solito gettavamo noi sui tedeschi; un gran pu­tiferio nel bel mezzo del campo. Mi gettai a terra, ricordo, anzi non precisamente a terra, dentro la ter­ra e mi fini accanto un comandante di squadriglia e insieme facemmo a metà del suo elmetto. Sentivo la paura corrermi lungo il corpo, una paura strana: credevo di aver perso la gamba destra e pensavo come sarebbe stato terribile. Ma improvvisamente quello mi urla: "Che mestiere fai da borghese?" "L'attore," gli dico. E nel momento in cui pronunciai questa parola, fra lo strepito delle mitragliatrici e delle bombe, il nome della mia professione, la mia sola ragione di vivere, mi parvero cosi orribilmente banali, cosi privi d'importanza, cosi lontani dalla vita e dalla realtà, che la paura scomparve di colpo. Pro­vavo soltanto vergogna. (Rimane smarrito per qual­che istante. Poi le getta una rapida occhiata e aggiun­ge in tono assai più allegro) Le persone intelligenti amano sempre drammatizzare su se stessi. Serve da esperienza, immagino.

Ruth                              - Perché devi esser sempre cosi gigione? Per un attimo sei riuscito a tenermi prigioniera del tuo incantesimo. Ma adesso lo hai spezzato. Incomincio a non sapere più quando sei autentico e quando no.

George                          - Lascia che siano sempre gli altri ad avere in mano la pistola. È la regola della mia vita.

Ruth                              - Già. Reciti proprio bene. Non hai mai fat­to altro, e non farai mai altro. Nemmeno tu, vero, sai più cosa sia_ autentico e cosa non lo sia? Ma non posso restar qui a chiacchierare tutta notte. (Si volta per andarsene)

George                          - (trattenendola per un braccio) E anche se recitassi? Che importanza ha? Le mie ragioni non sono semplici come tu credi...

Ruth                              - ... Sei un impostore, George? Siamo una coppia di...

George                          - ... E anche se lo fossi? O se lo fossi tu? È un atteggiamento...

Ruth                              - È un mondo di Barnum e Bailey, non c'è posto che per gli impostori! Ci hai fatti recitare tutti e due...

George                          - ... serio e complesso come qualsiasi altro, Ruth! Credimi, non è meno...

Ruth                              - ... vero, George? Intromettendoci uno nella vita dell'altro...

George                          - ... autentico o sincero. Non riesci mai a smettere di startene al di fuori...

Ruth                              - ... scompigliando le tue emozioni...

George                          - ... è una penitenza...

Ruth                              - ... è questa la parola, vero? tu stai scom­pigliando...

George                          - ...il sesto senso dell'attore...

Ruth                              - ...hai tutto studiato, premeditato...

George                          - ...guardando, osservando, scrutando me adesso, commentando, analizzando, esprimendo un tuo giudizio...

Ruth                              - ... calcolato per raggiungere un effetto, pon­derato, accuratamente preparato...

George                          - ...e proprio in questo momento non mi desideri forse più di qualsiasi altra cosa?...

Ruth                              - Ho già avuto la mia parte, George.

George                          - Più di qualsiasi altra cosa?

Ruth                              - Abbiamo già avuto tutti e due la nostra parte!

George                          - Sei arrogante quanto me!

Ruth                              - Cosa ne sai, George?

George                          - Ed è proprio questa una delle ragioni che ti spingono verso di me. Se tu sapessi... quanto... in questo momento...

Ruth                              - No, non io. Qualcun'altra... non io!

George                          - Dico sul serio, accidenti a te!

Ruth                              - Fole, George! Fole!

George                          - Ruth!

Ruth                              - Lasciami andare! (George obbedisce)

George                          - (con semplicità) Ho rovinato tutto. (Pau­sa) Vero? (Il ritorno alla realtà è stato cosi improv­viso che ne sono entrambi intontiti)

Ruth                              - Non so bene cosa sia successo. Niente, immagino. Siamo soltanto due anime in pena, nulla di straordinario. E comunque ho ormai superato l'età delle avventure occasionali. (Si volta) Non si può fare i bohémien a quarant’anni.

Josie                              - (è scesa di corsa dalle scale ed è entrata nel soggiorno. Indossa i pantaloni nuovi) Pronto?

George                          - Si, credo di si. (Ruth esce rapidamente dalla porta-finestra)

Josie                              - Be', andiamo allora. Hai cenato?

George                          - No, non ho fame. Piuttosto, perché non bere qualcosa prima di andarcene?

Josie                              - Oh si, benissimo! (George non si muove) Be', cosa fai li impalato? A cosa stai pensando?

George                          - A cosa sto pensando? (S'avvicina al mo­bile-bar e prende la bottiglia di vino) A cosa sto pen­sando? (Versa da bere) Ti rendi conto, Josie, che è una domanda da innamorata? A cosa stai pensando? (Le porge il bicchiere)

Josie                              - Che sciocco! Mi viene voglia di ridere a sentirti parlare cosi. Cin cin!

George                          - Cin cin. Sarà per stasera, Josephine. (Beve)

Josie                              - Ma che stai dicendo? Sei davvero strano, stasera. Mettiamo un po' di musica mentre finiamo di bere. (S'avvicina al radio-grammofono) Non vorrai mica arrivare troppo presto, vero?

George                          - Le persone distinte arrivano sempre in ri­tardo.

Josie                              - (frugando fra i dischi) Cosa preferisci? Mambo Man, Jambo Mambo, o Marmalade Mambo?

George                          - Oh, qualunque cosa, purché plachi la mia povera anima.

Josie                              - Ma va', non ce l'hai nemmeno l'anima. Che ne dici di questo? (Mette su un Mantovani)

George                          - (alzando il viso) Divino. (Incominciano a ballare) Proprio divino. (Pausa)

Josie                              - È un po' una noia. La musica, voglio dire.

George                          - I preliminari sono sempre una noia, ra­gazza mia. Ma rendono ancor più eccitante l'attesa. Non ti eccita l'attesa?

Josie                              - No, non proprio. Solo quando vedo tipi come Len Cook. È bello lui.

George                          - Quella non è attesa, Josie, quella è libi­dine, semplice libidine. Benché in fondo non sia tan­to semplice. Sai che cos'è la libidine, Josie?

Josie                              - Ma certo che lo so, stupidone.

George                          - La libidine, il più infallibile dei detergen­ti, il sacrificio dello spirito in uno spreco di vergo­gna. O, come lo chiama Jean-Paul Sartre, il sesso.

Josie                              - Parlavamo di sesso giusto poco fa. È un argomento noioso, mi pare.

George                          - Dici? Be', vogliamo andare?

Josie                              - Andiamo (Entrano nel vestibolo. Ai piedi della scala George la ferma)

George                          - Sei mai stata baciata, Josie?

Josie                              - Centinaia di volte.

George                          - Cosi? (La bacia con violenza. Si apre la porta del salottino e compare sulla soglia, senza che i due lo vedano, Percy. Ruth rientra nel soggiorno per la porta-finestra e spegne le luci principali; ora la stanza è illuminata soltanto' da un riflesso. Poi va a sedersi su una poltrona)

Josie                              - George... no George, viene qualcuno!

George                          - Non ho mai provato il trucco della colle­zione di porcellane... (Spingendola su per le scale) Vediamo se funziona davvero.

Josie                              - Ma George...

George                          - Vieni a vedere la mia collezione di por­cellane. (Sotio ormai arrivati a mezza scala)

Josie                              - Ma cosa stai...

George                          - (interrompendola con un altro bacio) Sciocchina.

Josie                              - Ma George, cosa dirà la mamma? (Scompa­iono nel buio. Percy si sposta ai piedi della scala alzando gli occhi verso di loro. Poi va nel soggiorno e rimane per un attimo a guardare Ruth)

Ruth                              - (accorgendosi improvvisamente di lui) Oh, Percy, da quanto sei qui?

Percy                             - Da un pezzo, credo. Proprio da un pezzo. (Sipario)

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Autunno. La porta-finestra è aperta. George è sdra­iato sul divano in maniche di camicia. La sua -faccia è appoggiata sullo schienale di una seggiola. Per terra, vicino al divano, qualche foglio manoscritto. Dopo un momento, George rabbrividisce, si alza e si mette la giacca. Entra la signora Elliot con il vassoio della prima colazione.

Signora Elliot                - Ti senti meglio, caro? Non dovevi alzarti, lo sai. (Posa il vassoio sulla tavola) Ma sei proprio uno stupidone a startene con la finestra a-perta! (Va alla finestra) Vuoi forse morire? I crisan­temi sono appassiti. Mi ricordano sempre papà i cri­santemi. (Chiude la finestra) Oh, buon Dio, stasera bisognerà mettere indietro gli orologi. Orribile, vero? (Riprende il vassoio) Non hai mangiato molto a co­lazione, caro. (Va in cucina) Se vuoi andare di sopra, abbiamo fatto il letto e messo in ordine la camera, è quasi mezzogiorno. (Rientrando) Presto arriveranno gli altri. Sei sicuro di star bene? Siamo tutti un po' giù di corda in questi giorni. Dev'essere l'inverno che s'avvicina. Non che l'inverno mi dia molto fastidio. Sono queste orribili mezze stagioni che mi buttano giù. Come va la commedia? Bene?

George                          - Oh, signora Elliot, non troppo male, gra­zie. Solo che in questo momento mi sento un po' depresso.

Signora Elliot                - Be', non ti stancare. Adesso vado a prepararti un po' di pasticcini per il tè.

George                          - No, signora Elliot, la prego! Sa che non li mangio.

Signora Elliot                - E va bene, come preferisci. (Av­vicinandosi) Mi dispiace davvero per i soldi, sai? Ma non preoccuparti, vedrai che presto qualcosa succe­derà. Il denaro di Raymond non è durato quanto pre­vedevamo noi, ma neanche questo importa. Fin quan­do mi resterà qualche scellino, ci penserò io a te. E adesso devo proprio andare a far la spesa. Non sop­porto il sabato. C'è sempre tanta gente. (Entra nel vestibolo e si mette il cappotto. Suona il campanello) Oh, dev'essere il lattaio. Ma dov'è la mia borsa? (La prende e va ad aprire) Si, abita qui. Vuole entrare? (Si trae in disparte per lasciare il passo a un uomo alto che ha tutta l'aria di un funzionario, e che porta una borsa di pelle)

L'uomo                          - Grazie. (Entrano nel soggiorno)

Signora Elliot                - È meglio che le faccia strada io. Non si sente tanto bene, oggi. Ma sarà una distra­zione per lui, far quattro chiacchiere con qualcuno. C'è un signore che vuol parlarti, George. Be', vi lascio, scusatemi. (Torna nel vestibolo ed esce dalla porta d'ingresso)

L'uomo                          - Lei è George Dillon?

George                          - Appunto.

L'uomo                          - Sono dell'assistenza sociale.

George                          - Oh si, l'aspettavo. Si sieda, prego.

L'uomo                          - Grazie. (Si siede, apre la borsa e ne estrae fogli e documenti che esamina per un mo­mento. Poi prende una stilografica dal taschino della giacca) Uhm. E adesso vediamo un po' per quella ri­chiesta di sussidio... Lei è George Dillon?

George                          - Mi sembrava che la cosa fosse già stata chiarita.

L'uomo                          - (prendendo appunti) E vive qui pagando un affitto di trenta scellini la settimana?

 George                         - Esatto.

L'uomo                          - E questo affitto che cosa comporta? Una camera da letto e l'uso generale della casa?

George                          - Si.

L'uomo                          - Potrebbe essere tanto cortese da mo­strarmi il suo libretto d'affitto?

George                          - Be', a dir la verità, non ce l'ho. O al­meno non l'ho qui. Ma se è davvero necessario posso procurargliene uno.

L'uomo                          - Lei capisce che dobbiamo esaminare quel libretto, signor Dillon, per verificare la sua dichiara­zione, secondo la quale lei pagherebbe trenta scel­lini settimanali per l'affitto.

George                          - È logico.

L'uomo                          - Veda allora, per favore, di procurarsene uno per la mia prossima visita.

George                          - Questo significa che dovrò aspettare sino allora prima di avere un po' di denaro? (Entra Percy dall'ingresso principale)

L'uomo                          - Temo di non poterglielo dire per ora. E adesso, vediamo un po'. Lei di professione è un at­tore?

George                          - Si. Di professione.

L'uomo                          - Ha una vaga idea su quando avrà di nuovo un lavoro?

George                          - È un po' difficile dirlo.

L'uomo                          - Nel prossimo futuro?

George                          - Potrebbe darsi che il telefono suonasse in questo stesso momento per propormi qualcosa. 0 potrebbe non suonare per mesi. O potrebbe anche non suonare mai più.

L'uomo                          - Mi sembra che abbia scelto una profes­sione molto precaria, signor Dillon.

George                          - Quel denaro significherebbe molto per me in questo momento. Ho bisogno... di qualcosa... da mostrare, capisce...

L'uomo                          - Ma nell'attesa, non potrebbe fare qualcos'altro?

George                          - Crede che non abbia provato? A propo­sito, preferirei che nessuno qui sapesse della mia richiesta...

L'uomo                          - È naturale. (Percy entra nel soggiorno e si siede) Be', signor Dillon, non posso far altro che presentare il mio rapporto e aspettare quel che suc­cederà. L'amministrazione esita molto prima di... sov­venzionare uomini forti e sani.

George                          - Capisco. C'è altro? (Guarda Percy. L'uo­mo della Previdenza Sociale non sa bene come com­portarsi)

L'uomo                          - C'è ancora una cosa. Quando ha avuto il suo ultimo lavoro?

George                          - Oh, circa tre mesi fa. Alla televisione. (

Percy                             - Un lavoro quello? Ma se non lo si vedeva nemmeno. Noi sapevamo che era lui, ma bisognava essere molto in gamba per accorgersi della sua pre­senza.

L'uomo                          - Be' credo che sia tutto, signor Dillon. (Alzandosi) E non dimentichi il libretto dell'affitto.

Percy                             - Il libretto dell'affitto! Ma non ce l'ha! E non credo abbia mai pagato un affitto!

George                          - Lo sa già, idiota. Be', l'accompagno alla porta. (Si alza e va con lui nel vestibolo. Quando ar­rivano ai piedi della scala, l'uomo si volta)

L'uomo                          - (abbandonando il tono ufficiale) Certa gente è davvero strana. Non la capisco proprio. Guar­di lei per esempio. Perché fa questo? Che cosa ne ricava? Io non ci arrivo. Prenda invece me e mia moglie. Noi non abbiamo preoccupazioni. Io lavoro tutto il giorno, un bel lavoro con la pensione alla fine, e lei resta a casa a badare i bambini, sapendo bene che ogni venerdì arriva la busta paga. E alla sera ce ne stiamo a casa o, qualche volta, usciamo. E siamo felici. Ce ne sono tanti come noi, sa? (Con una certa gentilezza) Cosa potrebbe esserci di meglio? Ci pensi, figliuolo. Ci pensi su. (Esce dalla porta prin­cipale)

Josie                              - (scendendo dalla scala in vestaglia. In tono pacato) È tornata Ruth?

George                          - No. Non ancora.

Josie                              - Sai dove sia?

George                          - Dal medico.

Josie                              - Dal medico? E perché?

George                          - Per me. (Entra in soggiorno)

Josie                              - Per te? Mi sembrava che non credessi ai medici.

George                          - (si volta) E infatti non ci credo. È an­data a prendere qualcosa per me.

Josie                              - (avvicinandogli) Non potevi farlo tu? E cosa è andata a prendere?

George                          - Un certificato medico. Sai? Nessun pro­gresso, non deve fare sforzi. Prognosi riservata.

Josie                              - Capisco. (Entra in cucina) Vado a farmi un po' di latte caldo. (George raccoglie i fogli mano­scritti sparpagliati a terra)

Percy                             - Be', giovanotto... vedo che ha ricominciato.

George                          - Già, ma temo di non poter andare molto avanti.

Percy                             - Non alludo a questo. Voglio dire che ha ricominciato a fregar soldi alla gente.

George                          - Cosa diavolo sta dicendo?

Percy                             - Non s'accontenta più di prendere il de­naro che noi portiamo a casa, vuol anche mettere le mani su quello che versiamo per la tassa sul reddito. Tutti i mezzi sono buoni, eh, George?

George                          - Può starne certo! Comunque, Percy, le consiglio di badare a quello che dice.

Percy                             - E io consiglio lei di badare a quello che dice. Raccontare a un funzionario governativo simili spudorate bugie. E un caso... (chinandosi avanti con infinito compiacimento) ... da Corte d'Assise, proprio!

George                          - E va bene, lo ammetto. Ma la signora Elliot sa bene che riavrà tutto quello che ha speso per me fino all'ultimo soldo, e anche di più.

Percy                             - Puah! Io non lo credo. E comunque le ga­rantisco che non sarà molto contenta quando scopri­rà da dove viene. L'assistenza pubblica! Gente come noi vedersi arrivare qui un loro incaricato! Cosa di­ranno i vicini? E del resto so tutto di lei, ragazzo mio. Ho fatto delle indagini. Lei deve soldi un po' a tutti. Non mi sorprenderebbe se un giorno o l'altro la polizia venisse a cercarla... per debiti. Debiti! (Rab­brividisce inorridito) Pensi un po'! La polizia che viene a casa mia... da me che non ho mai avuto un soldo di debito in tutta la vita! (Suono del campa­nello, seguito da una violenta bussata) Non mi sor­prenderebbe se fossero già qui. La riconosco io la bussata di uno sbirro. (Va rapidamente in cucina. George si sprofonda spossato in una poltrona. Di nuo­vo il campanello e le bussate. Pausa. Entra dalla porta principale Barney Evans. Indossa un soprabito piuttosto vecchio, un abito costoso ma in cattivo sta­to, occhiali spessi cerchiati di corno e un cappello flo­scio marrone. Ha quasi cinquant'anni e non ha mai avuto il minimo dubbio in vita sua)

Barney                          - C'è nessuno? Ehi, c'è nessuno?

George                          - Qui. Venga qui.

Barney                          - Dove? (Entra nel soggiorno). Qui dove? Ah si. Bene. Mi spiace di piombarle addosso in que­sto modo. Ma il fatto è... (George si alza) Oh, dev'es­sere proprio lei quello che sto cercando.

George                          - Ah si? Vuol sedersi?

Barney                          - No, no, no. Non ho un minuto da per­dere. Mi è solo capitato di passare davanti alla sua porta, e ho pensato di fare un salto per scambiare quattro chiacchiere. Vede, non ho più ufficio a Lon­dra - momentaneamente, si capisce - e stavo an­dando a Brighton.

George                          - Per il week end?

Barny                            - Per divertimento e per affari. (Breve riflessione) Soprattutto per affari. Ecco, per venire subito al nocciolo, signor...

George                          - Dillon. George Dillon.

Barney                          - (tirando fuori un copione dalla tasca) Oh si. C'è scritto qui. George Dillon. È da molto nel me­stiere?

George                          - Be'... da un po'...

Barney                          - L'avevo immaginato. Mai recitato al Palace di Westport?

George                          - No.

Barney                          - Eppure mi sembrava una faccia nota. Be', non perdiamo tempo...

George                          - È il mio copione quello?

 Barcey                          - Già.

George                          - E come diavolo è finito in mano sua?

Barney                          - Me lo ha dato Andy.

George                          - Andy?

Barney                          - André Tetlock. Lo conosce, vero?

George                          - Ah! Quello del Trident. E un suo amico?

Barney                          - Andy? Lo conosco da quando faceva il ballerino al vecchio Tivoli. Lei non se lo può ricor­dare. E sono stato io a rimetterlo in piedi dopo quel guaio che ha avuto. Sa, vero, cosa gii è successo?

George                          - Si?

Barney                          - Non aveva nemmeno un paio di mutande per cambiarsi. Ho dovuto prestargliele io. Quello stu­pido! (Aspira con disapprovazione) Ma adesso se la cava benone. È stata mia l'idea, quella del bar, sa? Oh naturalmente, se l'è messo su lui... Andy è molto in gamba. Ma l'idea era mia. E adesso il bar è pieno tutte le sere. Bisogna prenotarsi per arrivarci. E poi non deve neanche più preoccuparsi di mettere su uno spettacolo. Certo ci vengono parecchi tipi strani, ma lei sa com'è Andy... E cosi sono tutti contenti. E poi, creda a me, fin quando riuscirà a trovare autori di­sposti a finanziare la messa in scena delle proprie commedie, non gli mancherà mai una bottiglia di gin. (Estrae fuori una scatola di sigari) Ha un fiammifero? Credo d'aver capito che lei non dispone di capitali.

George                          - Esatto.

Barney                          - Già, me l'ha detto che non c'erano soldi per metter su la sua commedia.

George                          - (accendendogli il sigaro) Gli ho telefonato qualche settimana fa. Mi disse che la commedia gli era piaciuta, e che l'aveva passata a qualcun altro.

Barney                          - Piaciuta! Questa è buona. Andy non leg­ge le commedie... si limita a metterle su. A patto, naturalmente, di cavarci un po' di quattrini. Comun­que io l'ho letta la sua commedia e mi interessa. Vuole ascoltare la mia proposta?

George                          - Certo.

Barney                          - A proposito, sono Barney Evans. Ha sen­tito parlare di me, vero? (George esita, ma Barney non aspetta la sua risposta) Certo, Andy è mio amico, e ho fatto molto per lui, ma lui è nel mestiere solo su piccola scala. Oh, se la cava bene. Ma è un meschinello. Lei non farebbe molta strada con lui. Lo sa, vero?

George                          - Si.

Barney                          - A me invece interessa soltanto fare tanti quattrini. Non mi sposto per quattro soldi, sa? E a lei interessano i quattrini?

George                          - È una domanda retorica?

Barney                          - Eh?

George                          - Si. Mi interessano.

Barney                          - Allora andiamo bene. Non mi piace but­tar via il mio tempo. E la sua prima commedia questa?

George                          - La settima...

Barney                          - Il dialogo non è male, ma tutte quelle lunghe tirate, sono un errore. La gente vuole azione, emozione. Lo so, lei crede di essere Bernard Shaw. Ma dov'è andato a finire, oggi? Eh? La gente non gli dà più retta. E comunque, la politica non interessa più. Dovrebbe saperlo. Prenda invece La mia pelle è il mio nemico! È mia la commedia. E adesso è in tournée.

George                          - La mia pelle è il mio... Ah si, quella commedia sul problema razziale, vero?

Barney                          - Be', si... Ma, vede, è uno spettacolo di prima classe. La settimana scorsa a Llandrindod Wells ha fatto seicento sterline. E l'incasso ce l'ho qui in tasca. È una commedia con un problema, lo ammet­to, ma è una di quelle cose per cui la gente mette volentieri mano al portafoglio. Sono cose del genere quelle che voglio da lei.

George                          - Lei, comunque, dev'essere un uomo di idee liberali, per finanziare una commedia come quella.

Barney                          - Eh?

George                          - Voglio dire... per metter su una comme­dia sui negri.

Barney                          - I negri? Li odio quei bastardi! E do­vrebbe sentire cosa ne dice l'autore! Non riesce nemmeno a trattarli con educazione. No... so come sono i giovani come lei. A lei interessano ancora gli ideali. E un idealista. Non creda che non la capisca. Anch'io una volta ero un idealista. Potrei raccontargliene tante, solo che adesso non ho tempo. Ma non mi fraintenda. Non sono stati gli ideali a portarmi dove sono arrivato.

George                          - No?

Barney                          - Uno spreco il suo tempo a chiacchierare di politica, a votare per certi gruppi di culi rotti, che non sanno neanche parlar bene l'inglese, e dove va a finire? Eh? dove va a finire? In nessun posto. Rimane confuso fra la massa, mescolato a tutti gli altri. E cosa ci guadagna un giovanotto di talento?

George                          - Mi era parso che lei avesse un profondo interesse per le masse.

Barney                          - Ma certo. Lo ammetto. Ed è per questo che credo nell'istruzione. L'istruzione... si capisce su­bito quando uno ce l'ha e conta sempre. È per que­sto che secondo me la baracca dovrebbe essere in mano a loro. Non combineremo più niente nel mondo, se gli stranieri si accorgono che non devono più trat­tare con dei gentlemen. I gentlemen inglesi, mi creda, li impressionano sempre ; ed è proprio perché loro non ce li hanno che non riescono a riconoscerli appena li vedono. Oh si, potrei dirle un mucchio di cose che lei non sa. Ma non divaghiamo. (Lascia pensosamente cadere la cenere sul pavimento) Per tornare alla sua commedia, credo che abbia qualche possibilità, ma che abbia bisogno di ritocchi. I primi due atti non sono tanto male, a patto di tagliare tutte quelle chiac­chiere per intellettuali, e di fare un po' di ritmo: in­somma, di metterci qualcosa di piccante, capisce?

George                          - Capisco.

Barney                          - Il terzo atto è debole. Ma io posso aiu­tarla, e lo faccio volentieri per una ragione molto semplice: perché credo che lei abbia avuto una glan­de trovata. Sa che è un'ottima idea mettere incinta la ragazza?

George                          - Dice?

Barney                          - È un'idea infallibile. Mettete incinta una ragazza nel terzo atto e il successo è quasi assicurato. Avrà visto, immagino, Ero un cocainomane?

George                          - No.

Barney                          - No? Allora non mi meraviglia che lei scriva cosi. Credevo che l'avessero vista tutti. Era mio anche quello spettacolo. Facevamo da tre a quat­tromila sterline la settimana, recitando due volte per sera. Sono questi gli incassi per cui vai la pena mettercisi. E anche li la stessa cosa: al terzo atto la ra­gazza rimane incinta. Poi in quella commedia la so­rella maggiore andava a fare la missionaria e finiva tutta nuda a testa in giù in un nido di formiche. Con quello che ci ho guadagnato ho passato sei mesi sul­la Costa Azzurra! (Si sente dall'esterno il suono di un clacson) Be', adesso devo andare. Lei dunque ri­scriva tutto secondo le mie istruzioni, e poi forse po­tremmo combinar qualcosa insieme e guadagnare un po' di soldi. Io intanto la rileggerò e le farò sapere. Ma ora, le ripeto, riscriva tutto tenendo presente i miei consigli. D'accordo?

George                          - Bisogna che ci pensi su. Il fatto è... che in questo momento non mi sento troppo in forma. Prima di tutto, non ho un soldo.

Barney                          - E va bene. Le farò avere mie notizie. Ma dia retta alla mie parole, si metta con me. Io lo co­nosco fino in fondo il mestiere. E lasci perdere la mania di morir di fame per l'amore dell'arte. Non serve a niente. Bisogna essere spietati. (Va nel vesti­bolo) Si, non c'è altra parola. Assolutamente spietati. George lo segue. Barney prende il cappello dall'at­taccapanni e rovescia un vaso di porcellana. Poi ne contempla i cocci con aria distratta) Oh, mi scusi. Prenda per esempio Hitler, il più grande uomo che sia mai vissuto! Non badi a quello che dice la gente, è una verità indiscutibile. Ha capito tutto lui: biso­gna essere spietati; e in questo mestiere è la stessa cosa. Certo lui qualche volta ha esagerato un po'.

George                          - Lei crede?

Barney                          - Si. Lo credo, senza alcun dubbio. Ha fatto il passo più lungo della gamba, non si può negarlo. È sempre cosi che i grandi uomini sbagliano, fanno il passo più lungo della gamba. (Si sente an­cora più insistente il suono del clacson) Be', bisogna che mi sbrighi se no quella da un momento all'altro incomincia a tirar sassi contro le finestre. (George lo segue verso la porta) Oh, si ricordi quello che le ho detto. Ci pensi su e io lunedì le telefono. Durante il week-end sono occupato. (Apre la porta) E a propo­sito, quella ragazza?

George                          - Quale ragazza?

Barney                          - Quella della sua commedia... come dia­volo si chiama?

George                          - Ah intende dire...

Barney                          - L'approfondisca. L'approfondisca bene. È... una prostituta, vero?

George                          - Be'...

Barney                          - Ma certo che lo è! Mi è venuta un'idea. Una grande idea. Qual è il titolo? (Non aspetta ri­sposta) Puah, con un titolo del genere, nessuno ver­rebbe mai in teatro. Me n'è venuto in mente uno molto più forte. Sa come la chiameremo? La ragazza squillo. Si, La ragazza squillo. Si metta con me, Geor­ge, e vedrà che andrà tutto bene! (Esce)

Josie                              - (rientrando con un bicchiere di latte) Via libera, se ne è andato. (Si siede su una poltrona) Ma non capisco perché tutta questa agitazione.

Percy                             - (rientrando) Be', avevo la barba lunga, vedi, e non volevo far fare una brutta figura a George davanti ai suoi amici, a quei pochi che ha.

Josie                              - Oh, sei una bella macchietta, papà. E in genere non sai neanche quello che dici. (George rien­tra lentamente nel soggiorno) Chi era, George, quel tipo col cappotto di cammello?

George                          - (sorridendo agro) Credo che tu lo chia­meresti un Binkie di seconda serie.

Josie                              - Come? Cos'hai detto? Cosa vuol dire, Geor­ge? (Ruth arriva dalla porta principale ed entra nel soggiorno)

George                          - Oh, non ha importanza. Non ha nessuna importanza. Ciao, Ruth.

Ruth                              - (dopo una breve pausa) Ciao.

George                          - Be', sei andata dal dottore?

Ruth                              - Si.

George                          - E allora... (ridendo) ...non startene li come l'angelo della morte... Cos'ha detto?

Ruth                              - George... vuoi venire con me un momento? (George la segue nel salottino)

Josie                              - Questa poi... Sono proprio contenta, devo dire! Noi non siamo degni di sapere quel che sta suc­cedendo! (Si alza e si avvicina al radio-grammofono) E del resto che m'importa di quello che lei ha da dire a George. Loro e i loro segreti! (Mette su a tutto volume un disco di mambo. Poi prende una rivi­sta, e la guarda distrattamente,, dondolando -furiosa­mente un piede. Un attimo dopo si alza e va alla fi­nestra a guardar fuori ancora irritata. Percy la os­serva, e lei se ne accorge) Be', hai finito di contem­plarmi? (S'avvicina con studiata indifferenza alla porta del salottino) Stanno proprio chiacchierando a cuore a cuore, vero? (S'avvicina a uno specchio, men­tre Ruth, uscita dal salottino, entra nel soggiorno e dice qualcosa a Percy. Arriva dalla porta principale la signora Elliot, carica come al solito. Entra nel soggiorno e spegne il radio-grammofono)

Signora Elliot                - Ma come ti salta in mente, Josie, di metter su cosi forte questa roba? La si sente anche in mezzo alla strada. Credevo stessi male. (Pau­sa) Be', che c'è? Che vi succede? Cos'è capitato, Ruth?

Percy                             - (con durezza) George ha la TBC.

Signora Elliot                - La TBC? Non ci credo. Non è possibile. Dev'esserci un errore.

Ruth                              - Non ci sono errori. È cosi, Kate. Tra po­co verrà qui il medico a dirci quello che dobbiamo fare.

Signora Elliot                - Questo significa che dovrà andar­sene? (Ruth annuisce) Oh George... povero George... (Va nel vestibolo e sale le scale) George, carissimo, dove sei? George...

Percy                             - (va ai piedi delle scale e la chiama a gran voce) Dovrai bruciare tutto, sai? Tutte le sue len­zuola, le sue coperte, tutto.

Josie                              - Oh mio Dio! Cosa succederà, zia Ruth? Cosa sarà di me?

Ruth                              - Di te?

Josie                              - Si, questo voglio sapere. Cosa sarà di me?

SCENA SECONDA

Inverno. La signora Elliot è sola in scena. Guarda verso le scale. Il cappello, il cappotto e la valigia di George sono abbandonati nel vestibolo. La signora Elliot ha un'aria molto preoccupata. Raccoglie cap­pello e cappotto e li appende con cura all'attacca­panni. Poi torna nel soggiorno. S'avvicina alla foto del gruppo nuziale e resta un poco a guardarla. In­tanto Percy rientra dall'ingresso principale. Si toglie cappotto e cappello, li appende accanto a quelli di George e entra nel soggiorno.

Percy                             - Sicché, è tornato?

Signora Elliot                - Si.

Percy                             - Dov'è?

Signora Elliot                - Di sopra, a parlare con Josie.

Percy                             - Di sopra?

Signora Elliot                - Si. Non stava tanto bene stamat­tina, e cosi le ho detto di starsene a letto. Non vole­vo correre rischi. Doveva essere molto emozionata per il ritorno di George.

Percy                             - Emozionata?

Signora Elliot                - Ma certo. Son settimane che non pensa ad altro.

Percy                             - Be'! L'aspetta una brutta sorpresa, no?

Signora Elliot                - Senti bene quello che ti dico, Percy. Te lo ripeto per l'ennesima volta ; tu non c'en­tri. Non ti riguarda. Le sole due persone che in que­sto momento hanno ragione di preoccuparsi siamo George e io. E soprattutto, non voglio che una sola parola di tutto questo arrivi alle orecchie di Josie. Non sappiamo cosa potrebbe succedere se provasse un simile shock. Nelle sue condizioni, dico. E se tu fai tanto di accennare anche lontanamente alla cosa in sua presenza, puoi far le valigie e andartene. Ca­pito? E poi, non sappiamo ancora se sia vero, non ne siamo sicuri. Abbiamo soltanto la tua parola, e conosciamo benissimo la tua viscida mentalità. Ti farebbe piacere scoprire qualcosa di marcio su Geor­ge! Ti è sempre stato antipatico. Lo invidi.

Percy                             - Io invidiarlo? Quel fallito?

Signora Elliot                - È un gentiluomo, cosa che tu non sarai mai.

Percy                             - Ah, un gentiluomo! Forse è per questo che non riesce neanche a guadagnarsi di che pagare una tazza di tè!

Signora Elliot                - Lo dici tu!

Percy                             - Come sarebbe a dire?

Signora Elliot                - Non ti riguarda. Ma sono tante le cose che non sai su di lui. George avrà successo, vedrai.

Percy                             - Mi sembra più esatto dire che sono tante le cose che non sappiamo su di lui.

Signora Elliot                - Tu non capisci, Percy, e quel che è peggio non capirai mai. Credi che tutti siano come te. Ma George è un artista...

Percy                             - Cosa vorresti dire con questo?

Signora Elliot                - È un uomo sensibile, orgoglioso, capace di soffrire profondamente ; anche Raymond era cosi e a te, benché fosse tuo figlio, non è mai piaciu­to. Quel ragazzo ne ha passate di tutte. Non ha biso­gno di dirmelo apertamente, l'ho capito fin dalla pri­ma volta che gli ho parlato. Mi sono subito accorta che era un bravo ragazzo, e che il suo solo desiderio era quello di dare un po' di gioia agli altri. Non credo sia un delitto. Oh, non m'ha mai detto nulla, ma so che cosa ha passato in tutti questi mesi. Quando tor­nava qui alla sera senza aver trovato un lavoro o an­che soltanto una parola di incoraggiamento, ma sol­tanto persone come te che ridevano di lui e che non lo volevano! Non credeva che io me ne accorgessi quando la delusione lo faceva star male. Non credeva che mi accorgessi che proprio per dimenticarla cer­cava di farci ridere e di fingere che tutto andasse per il meglio. Non sono mai riuscita a dirglielo per­ché non so esprimermi come si deve, almeno non co­me lui. Lui ha un dono per farlo, perché è un artista. Ed è questo che lo rende diverso da noi. In ogni ca­so, e ricordati bene quel che ti dico, finirà per far strada. E la farà vedere a tutti, te compreso. Dio non ha bisogno di denari per pagare i suoi debiti. E io tutte le sere mi sono inginocchiata a pregare per quel ragazzo. Ho pregato perché stesse bene, e facesse stra­da e fosse felice, qui, con noi.

Percy                             - Con noi?

Signora Elliot                - Se è questo che vuole. E credo proprio che sia questo. Lo so che non apparteniamo a quella specie di persone cui George è abituato, e con le quali probabilmente gli piace stare. Deve aver­lo sentito anche lui, a volte. Non che abbia mai det­to niente, è troppo beneducato per questo. Ci ac­cetta per quello che siamo. Si è sistemato qui. In tutte le settimane che ha dovuto trascorrere all'ospe­dale, si è reso conto di avere finalmente un luogo in cui tornare. Si è reso conto che qualcuno ha bisogno di lui, e questo è importante quando uno deve star­sene a letto senza essere ben sicuro se vivrà o morrà. Sapere che qualcuno sta contando i giorni in attesa del suo ritorno.

Percy                             - Che aspetto ha?

Signora Elliot                - È un po' dimagrito. Ma chi non dimagrirebbe con la dieta di un ospedale? Ci penserò io a rimetterlo in forze.

Percy                             - Sei riuscita a parlare col medico?

Signora Elliot                - No. Non l'ho fatto.

Percy                             - Perché?

Signora Elliot                - Perché non volevo interrogarlo alle spalle di George. Ma lui ora è tornato ed è la sola cosa che m'importi, la sola cosa per il momento che io voglia sapere. Poi, in qualche modo, tutto si sistemerà. George noi ci pianterà in asso.

Percy                             - Be', lo scopriremo presto. È ormai un pez­zo che se ne sta di sopra, non ti pare? E come conta di sistemarla con sua moglie?

Signora Elliot                - Come posso saperlo? Ma perché non la pianti con questo discorso? Sono giorni e gior­ni che non parli d'altro!

Percy                             - Intendi dire che non hai ancora affrontato l'argomento?

Signora Elliot                - Non ne ho avuto l'occasione. Non potevo certo farlo in autobus. E quando siamo ve­nuti qui, non ne ho avuto il tempo materiale. Appe­na arrivato naturalmente ha voluto subito andare a trovare Josie.

Percy                             - Allora aspetta che scenda. E se tu hai pau­ra di parlargli, io non ce l'ho affatto.

Signora Elliot                - Dicevo sul serio poco fa, sai? Se appena ti provi a provocar guai in questa casa, puoi far subito fagotto.

Percy                             - È disgustoso, secondo me, andare a met­ter nei guai una ragazza in casa altrui, e per di più quando si è già sposati! Vuoi sapere una cosa? Ho il sospetto che ci fosse qualcosa tra lui e tua sorella Ruth, e che sia per questo che lei all'improvviso ha deciso di fare i bagagli e di andarsene.

Signora Elliot                - Non essere sciocco Percy, per l'amor del cielo. Non pensi ad altro che al sesso, tu! Ammetto di essere rimasta di stucco quando Ruth mi ha detto che si sarebbe cercata una stanza in qualche altro posto. Mi è parso un po' strano, voglio dire. Non ha neanche spiegato il perché. Ha detto solo che aveva voglia di "levarsi di qui". E mi è sembrato buffo, specialmente dopo tutti questi anni. Certo un po' matta lo è sempre stata, ma una relazione fra lei e George, è assurda. Dopo tutto potrebbe quasi esse­re sua madre.

Percy                             - (andando nel salottino) Oh, per voi donne, questo non è certo un freno.

Ruth                              - (compare all'ingresso principale, ed entra la­sciando la porta aperta. Poi va nel soggiorno) Kate. Kate. (George scende, chiude la porta d'ingres­so e, mentre s'avvia verso il soggiorno, incontra Ruth sulla soglia) Ciao, George. Stai meglio?

George                          - Non te ne andrai davvero?

Ruth                              - Dovevo venire stamattina a prendere la mia roba, ma non ho avuto tempo.

George                          - Allora è proprio una coincidenza se ci siamo incontrati.

Ruth                              - No. Non proprio. Immagino sia stato stu­pido da parte mia venire qui proprio quando sapevo di trovarti. Ho sempre avuto un debole per gli addii.

George                          - In questo campo ormai dovremmo esse­re esperti tutti e due. (Pausa) Ma davvero vuoi la­sciarli?

Ruth                              - Ti prego, non domandarmelo più. Abbia­mo solo pochi minuti.

George                          - (in tono molto pacato) Cosa sarà di me?

Ruth                              - No, George! Cerca di non complicare le cose. (Pausa)

George                          - Non è un inferno amare la gente?

Ruth                              - Si, è un inferno.

George                          - Lo dici con poca convinzione! Come se dicessi: "Spostami, sto bruciando." Cosa conti di fare?

Ruth                              - Non so. Forse troverò qualche rottame con un'unghia di talento e passerò il tempo a svuotare dai suoi piattini mozziconi anneriti di sigarette. O più generalmente, a far pulizia.

George                          - Non hai più cercato il tuo... amico? (In­dica il suo orologio da polso)

Ruth                              - Si. L'ho cercato. Subito dopo il tuo arri­vo qui. Aveva traslocato. Il suo padrone di casa mi ha dato il nuovo indirizzo. Eaton Square non ricordo a che numero.

George                          - Ma è logico, mia cara. Tutti abitano in Eaton Square.

Ruth                              - A quanto pare, la sua donna attuale è in una casa editrice. E proprio la settimana scorsa ha pubblicato il suo libro. Ma non voglio essere ingiu­sta: le recensioni non le ha scritte lei, e sono entu­siastiche. È diventato famoso.

George                          - Sai, mi aspettavo di sentirti dire che sei abbastanza vecchia da poter essere mia madre. Ma le madri non piantano i figli... o si?

Ruth                              - E Josìe come sta? L'hai già vista?

George                          - Dio, che buffonata! Da sbellicarsi dalle risa! (Si mette a ridere)

Ruth                              - Per l'amor del cielo!

George                          - Scusami, ma mi era venuta in mente una cosa. La ricetta sicura per il terzo atto. Infallibile! (Ride più fragorosamente) Infallibile! (Smette quasi subito) Sta' tranquilla. Non piangerò. Certo, potrei cominciare a gemere da un momento all'altro, ma non voglio farmi fischiare dal mio pubblico migliore. (Distoglie lo sguardo e aggiunge con voce strozzata, appena percettibile) Non mi lasciare solo! (Torna su­bito a voltarsi verso di lei) Non hai ancora parlato del mio... successo... nemmeno una volta.

Ruth                              - Non sapevo se desideravi le mie congra­tulazioni.

George                          - Seconda settimana della tournée. Ho qui il borderò. Guarda: teatro Empire di Llandrindod Wells... incasso lordo della settimana 647 sterline, 18 scellini, 4 pence. Un dramma capelluto come un in­tellettuale à la page, e un bel lavoro di forbici di Barney Evans.

Ruth                              - Non sopporto più di averti davanti agli occhi.

George                          - Ma non ti pare buffo? È stato un famoso comico, mi pare, a dire che non aveva mai visto nien­te di divertente che non fosse anche contemporanea­mente terribile. Per cui ridi pure, se vuoi: io non m'arrabbio; me lo aspetto, anzi. Del resto tutti e due siamo roba da ridere. E del resto sai perché la reli­gione è cosi maledettamente noiosa? Perché non ci si può fare neanche una risata. E che cos'è la vita senza una buona risata, eh? Lo dico sempre io. E lo dici anche tu, vero, Ruth?

Ruth                              - Lasciami la mano. Mi fai male.

George                          - Be', non è cosi? No. Forse no. In fondo non abbiamo mai avuto lo stesso senso dell'umori­smo, noi due.

Ruth                              - Ti prego, non tormentarti ancora di più cercando di far del male a me. So come ti senti. Sei schiacciato dal fallimento. Il solito maledetto fal­limento.

 George                         - Ma io non sono un fallimento. Sono un uomo di... di successo.

Ruth                              - Davvero, George? (Distoglie lo sguardo)

George                          - Ascoltami. Prima che tu te ne vada, vo­glio farti ridere ancora una volta. Si alza il sipario ed entra barcollando re Lear, con la corona calcata sulle orecchie e la tunica sporca e rosicchiata dalle tarme. E tutti che aspettano che quella tunica si de­cida a cadere. Che sollievo sarebbe! Oh, dovremmo usare tutti elastici più solidi. E meno siamo sicuri dei nostri piccoli e patetici diritti divini, più dovreb­be essere solido l'elastico. Sicché ora hai visto la sua squallida e solenne apparenza. Ed è a questo punto che sei entrata. Vattene, per l'amor di Dio. (Ruth si volta per andarsene) No, aspetta. Vuoi che ti reciti il mio epitaffio. Si, recitami il tuo epitaffio. "Qui gia­ce il corpo di George Dillon di trentaquattro anni        - o giù di li      - che credette e sperò di essere quel­l'entità misteriosa e ridicola che chiamano artista. Non si concesse mai un giorno di pace. Venerò le cose materiali del mondo e fu tradito dal proprio corpo. Amò anche le cose dello spirito, ma il suo cervello era paralizzato dalla vita in giù. Non rea­lizzò nulla di ciò che aveva tentato. Non fece felice nessuno, e nessuno levò mai gli occhi emozionato al suo ingresso in una stanza. Fu sempre afflitto da sus­sulti del cuore, ma non seppe mai amare felicemente. Era un po' un seccatore e, in un certo senso, un es­sere inutile. Ma piacque ai germi. (Non s'accorge che Ruth si è allontanata avviandosi su per le scale) Per­sino il suo epitaffio è probabilmente un pastiche di qualcuno, ma lui non sa bene di chi. E in fin dei conti non ha alcuna importanza." (Si volta, ma Ruth è scomparsa. Suona il campanello. Percy va ad a-prire)

Norah                            - (entrando) Sono io. Ho di nuovo dimen­ticato le chiavi. È già tornato, George? (Va nel ve­stibolo) George! Sei tornato!

George                          - Si, Norah, sono tornato, con una faccia da lutto nazionale.

Norah                            - (corre verso di lui) Oh, George! Hai pro­prio un bell'aspetto! Vero, papà? Credevo di trovarti conciato male, e invece hai proprio un bell'aspetto. (Lo bacia. Entra dalla cucina la signora Elliot)

George                          - Ehi, le mie povere costole!

Norah                            - Oh, ci penseremo noi a rimetterti in for­ma, eh, mamma? (Lo conduce nel soggiorno. Percy li segue)

Signora Elliot                - Ma certo. D'ora in avanti ci ba­deremo noi a lui. Potrà starsene qui tutto il giorno a riposare... tranquillo e beato. Vero, George?

George                          - Certo.

Signora Elliot                - Potrà passare i pomeriggi sdraia­to sul divano coi suoi libri e tutte le sue cose... Oh, dimenticavo! Ti abbiamo preparato un regalino, per festeggiare il tuo ritorno, eh, Norah?

Norah                            - Vado su a prenderlo?

Signora Elliot                - Se vuoi, cara. Ma non so se George ha voglia di aprire pacchi. Deve sentirsi pa­recchio giù dopo tutto quel viaggio. Preferirà riposare un poco, immagino.

George                          - Sto benissimo, grazie. Ma mi piacerebbe una tazza di tè.

Signora Elliot                - È, pronto. E fra un po' ti darò anche qualcosa da mangiare.

Norah                            - D'accordo, allora. Vado a prenderlo. In- | tanto farò un salutino a Josie. L'hai già vista, George?

Signora Elliot                - È da quando siamo arrivati che sta con lei. No, George?

Norah                            - (lascia il soggiorno e s'avvia su per le sca­le) Era cosi eccitata al pensiero del tuo ritorno. Sono giorni e giorni che non parla d'altro. (Ride) Che bella cosa l'amore! (Via)

Signora Elliot                - È vero, George. È cambiata pa­recchio da quando sei partito. Una volta, temo, aveva una certa tendenza alla pigrizia, ma adesso non più... non la riconosceresti, sai? Pensa che domenica abbia­mo praticamente passato tutta la serata a mettere in ordine la tua camera e a darle un aspetto gradevole. E Norah lo stesso. Ha persino prenotati i posti su un pullman per una gita al mare.

Percy                             - Be', come si sente, George?

George                          - Mi scusi, Percy. Non no ancora avuto modo di salutarla. (Gli tende la mano)

Percy                             - (la stringe senza entusiasmo) Come la trattavano?

George                          - Oh, non tanto male, grazie. Ma è bello essere di nuovo qui. Mi avete fatto una tale acco­glienza!

Percy                             - Doveva essere un posto simpatico quello, eh?

George                          - Oh, certo.

Percy                             - Un simpatico posto di campagna.

George                          - Simpaticissimo.

Percy                             - È vicino a Tunbridge Wells?

George                          - Non è lontano.

Signora Elliot                - Non credo, Percy, che George ab­bia molta voglia di parlare. Lascialo riposare un po'. È stanco.

Percy                             - Dicono che sia una cittadina simpatica.

George                          - Si, è abbastanza graziosa.

Percy                             - C'è mai stato, George?

George                          - Dove vuol andare a parare?

Percy                             - Credo che lei lo sappia benissimo.

George                          - (alla Signora Elliot) Di che sì tratta? C'è qualcosa che la turba, vero? È da quando è venuta a prendermi all'ospedale che ho capito che qualcosa non andava. E poi ancora sull'autobus che ci porta­va a casa.

Percy                             - Si trovava per caso a Tunbridge Wells il 22 giugno 1943?

George                          - (dopo una pausa) Capisco.

Signora Elliot                - Dimmi che non è vero, George. Sono sicura che ha equivocato.

George                          - No, non ha equivocato. Mi sono effetti­vamente sposato a Tunbridge Wells, e proprio nel 1943. Verso la metà di giugno. Diluviava, ricordo. Ma come l'ha scoperto?

Percy                             - In ufficio. Lei sa che il nostro lavoro con­siste nel controllare le referenze della gente che vuol comprare roba a rate o qualcosa del genere. Be', la settimana scorsa mi è capitato di svolgere indagini su una certa Ann Scott, per conto di una società im­mobiliare. Pare che voglia comprare una grossa pro­prietà a Chelsea. è andato tutto benone: ottime refe­renze bancarie eccetera. Abita in un grande appar­tamento di un quartiere elegante. E sembra che ab­bia sposato un certo George Dillon. Be'? Cos'ha da dire?

George                          - E allora?

Signora Elliot                - Oh, Dio!

George                          - Cosa vuol che dica?

Signora Elliot                - Non so, George. Sono cosi scon­volta. Non capisco più niente. Immagino non sia col­pa tua, ma...

George                          - Ma, mia cara, non vedo perché dovrebbe essere sconvolta. Questo non cambia nulla.

Signora Elliot                - Ma... ma Josie?

George                          - Le ripeto che non cambia nulla, È solo che né mia moglie né io ci siamo mai preoccupati di divorziare. Lei aveva altro cui pensare e io non ho mai avuto i quattrini. Ma è una cosa che si risol­ve subito. Non c'è ragione di preoccuparsi, ve lo ga­rantisco.

Signora Elliot                - Non lo dice tanto per dire, eh George? Preferirei piuttosto che...

George                          - Ma no, naturalmente. Non sono forse tornato?

Signora Elliot                - Si, sei tornato. Sei di nuovo a casa, grazie al cielo.

George                          - Vede, mia moglie non è mai stata nien­te, per me. Con Josie invece è diverso. So bene quel che faccio con lei.

Signora Elliot                - Ti ama, George. Ti ama davvero.

George                          - Si, lo so.

Percy                             - Risulta dal mio rapporto che quella tua moglie è un'attrice. (È deluso e cerca disperatamente una rivalsa)

George                          - Esatto.

Percy                             - Deve cavarsela piuttosto bene, allora.

George                          - Infatti.

Percy                             - Eppure non l'ho mai sentita nominare.

 George                         - Crede? In realtà la conosce benissimo.

Percy                             - Che intende dire?

George                          - Che in quel rapporto qualcuno deve aver commesso uno sbaglio piuttosto serio. Sembra pro­prio che si siano dimenticati del suo nome d'arte.

Percy                             - Nome d'arte?

George                          - Si. Pensavamo tutti e due che "Ann Scott" fosse un po' troppo banale.

Percy                             - Chi è, allora?

George                          - Be', lei mi ha sempre detto che è l'unica attrice della sua trasmissione televisiva preferita che sia realmente brava. Me lo ha detto un mucchio di volte, anzi.

Percy                             - Intende dire... Come? Non sarà mica lei?

George                          - Proprio lei.

Percy                             - Questa poi!

George                          - Già. E mi sono sempre chiesto perché l'ammirasse tanto. Lei come chiunque altro, badi.

Signora Elliot                - Ma George... davvero non capisco più. Ora che... be', ora che hai avuto successo, come puoi essere sicuro che tua moglie non ti rivoglia con sé?

George                          - Credo che la cosa non le faccia né caldo né freddo.

Percy                             - Ma che state dicendo? Ora che ha avuto successo?!

Signora Elliot                - (si è completamente riavuta. In to­no trionfale) Be', non vedo la ragione per cui non dovrebbe saperlo anche lui. Tu che ne dici, George?

George                          - Non la vedo nemmeno io.

Signora Elliot                - Hanno messo in scena l'ultima sua commedia. Adesso è in tournée e l'ultima setti­mana ha incassato... diglielo tu, George, quanto ha incassato.

George                          - (sventolando la sua copia del borderò) 647 sterline, 18 scellini e 4 pence.

Signora Elliot                - E lui tutte le settimane si becca un bel cinque per cento. Ho l'impressione che que­sto ti metterà a tacere per un pezzo.

Percy                             - (fissando il borderò) Be'! Pensa un po'! Ma perché nessuno mi ha detto niente?

Signora Elliot                - E perché avrebbero dovuto dirte­lo? Be', non posso perdere altro tempo. Tu avrai fa­me, George. (Squilla il telefono) Vuoi rispondere tu, Percy, per favore? Vorrei proprio che Norah si sbri­gasse. (Percy va al telefono)

Norah                            - (scendendo le scale ed entrando nel soggior­no con un pacco) Josie dice che non le ci vorrà molto. Si sta alzando.

Percy                             - Come? Ah, si, aspetti un momento che cerco la matita. Oh, l'ho trovata. Dica pure.

Norah                            - Be', eccoci qua, George. Non vedo l'ora di vedere che faccia farai quando lo apri.

George                          - Be'...

Signora Elliot                - No, aspettiamo che arrivi Josie. Vorrà essergli vicina in quel momento.

Norah                            - Oh, piantala. Adesso avrà tutto il tempo che vuole per stargli vicina. E se non l'apre lui, l'a­prirò io.

Percy                             - Si. Si, ho capito. Chi? Come? Qual è il nome? Grazie. Buongiorno.

Signora Elliot                - Eva bene, allora. Non credo che le dispiacerà. Su, George, aprilo. (George incomincia ad aprire il pacco)

Percy                             - (rientrando) Era per lei, George. Un tele­gramma.

George                          - Oh! E di chi?

Percy                             - Un certo Barney. Ho scritto tutto.

George                          - Le dispiacerebbe leggermelo, allora? Ho da fare adesso.

Percy                             - Dice: "Si recita sempre a teatro esaurito. Possa essere il primo di cento successi insieme. Ben tornato. Barney."

Signora Elliot                - Be', è stato proprio gentile.

George                          - Si, il caro vecchio Barney. E adesso, ve­diamo un po' cosa c'è qui dentro. (Indietreggia un poco, e si vede una macchina da scrivere portatile) Oh! Guarda, guarda!

Signora Elliot                - Spero che ti piaccia, George.

George                          - Piacermi! E me lo domanda? Credo sia il più bel regalo che ho mai ricevuto. Cosa posso dire? (Le bacia entrambe) Grazie a tutte due. Grazie di tutto.

Signora Elliot                - Ma di niente, George. E ora, tut­te le mie preghiere sono state esaudite. Anche il si­gnor Colwyn-Stuart ha pregato per te, sai, tutte le settimane che sei stato via. Da adesso in poi voglio che tutti siamo felici. Su, siediti, vado a prepararti da mangiare. Dagli una seggiola, Percy. Ma che hai, mi sembri un po' agitato.

Percy                             - Niente. Scusami. Ecco fatto.

Norah                            - Sarà bello aver George come cognato.

George                          - Si, certo, Norah. E sarebbe quasi ora che ti sposassi anche tu, no?

Signora Elliot                - C'è già andata vicina...

Norah                            - ... due volte.

George                          - Oh, mi spiace.

Signora Elliot                - Il secondo era un americano.

Norah                            - Già. L'ultima volta che l'ho visto, aspet­tavamo l'autobus per Richmond. E lui all'improvviso mi dice: "Be', ciao, tesoro, è stato bello conoscerti," e salta su un autobus che va nella direzione opposta. C'è una gara di nuoto stasera alla TV. Credo che andrò a vederla, scusatemi. (Va nel salottino. Breve pausa)

Signora Elliot                - Bah, non so. Tante cose cui pen­sare! Ma non preoccuparti, George. Bada soltanto a riposarti. E tu, Percy, lascialo in pace. Ho sempre creduto in te, George. Sempre. Sapevo che un giorno ce l'avresti fatta. (Va in cucina. George, stanchissi­mo, si appoggia allo schienale. Percy apre la radio. Un pezzo di jazz: "If you can't give me a dollar, give me a lousy dime")

Percy                             - Non è troppo forte per te, George?

George                          - No... va bene. (Pausa)

Percy                             - Non riesco a crederci, sai?

George                          - A che?

Percy                             - Alla faccenda di tua moglie. Una diva co­si famosa! Mi sorprende che in tutto questo tempo non ti abbia mai dato il minimo aiuto. Comunque mi pare che adesso te la cavi benone anche da solo. Hai finito per diventare un secondo Bernard Shaw, eh? E immagino che, appena ti rimetterai in forze, scri­verai ancora commedie, no?

George                          - Credo.

Percy                             - Capisco. Sempre lo stesso genere? (Ruth scende lentamente le scale con una valigia)

George                          - Sempre lo stesso.

Percy                             - Be', è una bella cosa, no? E come si chia­ma quel teatro?

George                          - L'Empire di Landrindod Wells. (Si sen­te dal piano di sopra la voce di Josie che sta can­tando, e dal salottino la musica della TV)

Percy                             - Be', non credo che ci farebbe male berci su un sorsetto. (S'avvicina al mobile-bar) Se dobbia­mo metterci a vivere con una certa classe, potremmo anche abituarci a usare questo mobile, no? (Spalan­ca il bar, rivelandone i tesori nascosti. Ruth esce dal­la porta principale) Be', vediamo un po'. (Guarda le bottiglie)

Signora Elliot                - Buona idea. Facciamoci un sor­setto.

George                          - (con voce scialba, senza espressione) Ma si, facciamocelo... per festeggiare.

Percy                             - Anche un po' di musica ci starebbe bene. (Mette su un disco)

George                          - Si, ci starebbe bene. (Fuori scena Josie continua a cantare)

Percy                             - Be', ma non possiamo certo lasciar sola di sopra la pudibonda sposina, no? Vado a darle una voce. (Incomincia a chiamarla ai piedi della scala)

George                          - (s'avvicina alla porta. Ha l'aria di chi è or­mai in trappola. Si guarda attorno, passando in ras­segna la stanza con tutto ciò che contiene e posando infine gli occhi sul quadro degli uccelli) Quei ma­ledetti uccelli! (Entra la signora Elliot. La guarda come se la vedesse per la prima volta, e poi allarga le labbra in un sorriso meccanico) Su, mamma, bal­liamo! (Ballano insieme per qualche secondo. Sipario)

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 62 volte nell' ultimo mese
  • 71 volte nell' arco di un'anno