Eugenio o Il trionfo della salute

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EUGENIO O IL TRIONFO DELLA SALUTE

Commedia in tre atti

di SANDRO BAJINI

PERSONAGGI

EUGENIO

GELTRUDE, la madre

AMILCARE, il padre

LUISA, la fidanzata

STEFANIA

IL DOTTORE

La scena si svolge a Milano, ai giorni nostri.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

 (Salotto in casa di Eugenio. Il dottore sta mostrando a Eugenio dei reattivi mentali)

Dottore                            -Osservi attentamente questa figura. La guar­di bene.

Eugenio                           -Si.

Dottore                            -Che cosa le ricorda?

Eugenio                           -Una macchia d'inchiostro.

Dottore                            -No. "È" una macchia d'inchiostro. Dunque...

Eugenio                           -Dunque...

Dottore                            -Dunque non gliela ricorda.Sia coerente.

Eugenio                           -Ma per quale motivo una macchia d'inchio­stro non mi può ricordare una macchia d'inchiostro?

Dottore                            -I motivi ci sono. Ma lei non li deve sapere. Pertanto osservi questa tavola e mi dica che cosa le fa venire in mente.

Eugenio                           -Una ruota dentata.

Dottore                            -Come?

Eugenio                    -Una ruota dentata.

Dottore                     -Una ruota dentata, d'accordo. Ed ora mi dica. Per passare il week-end indichi fra quelli che le dirò il posto preferito: zona archeologica etrusca, campo di neve, costa marina solitaria e privadi attrazioni.

Eugenio                           -Campo di neve, purché sciabile.

Dottore                            -Essendo obbligato dalla legge a passare un pomeriggio inconsueto, cosa preferirebbe: un concerto di Beethoven o una corrida?

Eugenio                           -Una corrida.

Dottore                            -Ama le bevande ghiacciate?

Eugenio                           -Le bevande a base di acqua.

Dottore                     -Risponda con un si o con un no.

Eugenio                           -No.

Dottore                            -Le ripeto la domanda: ama le bevande ghiac­ciate?

Eugenio                           -No.

Dottore                            -Preferirebbe avere un bambino o una bam­bina?

Eugenio                    -Dentro o fuori del matrimonio?

Dottore                            -Dentro il matrimonio, è implicito.

Eugenio                           -Un bambino.

Dottore                            -Crede di sapere il perché?

Eugenio                           -Si, per ragioni di famiglia.

Dottore                            -Reputa le bionde superiori alle brune dal punto di vista del richiamo sessuale?

Eugenio                           -No.

Dottore                     -Crede che le rosse siano frigide o pensa chela frigiditàsiaindipendentedalcoloredeicapelli?

Eugenio                           -Non so rispondere alla domanda.

Dottore                            -Aderisce a chi le chiede un passaggio per autostop?

Eugenio                           -Mai.

Dottore                            -Neanche se è una donna?

Eugenio                           -Soprattutto.

Dottore                            -Basta. Vada pure.

Eugenio                           -Dove?

Dottore                     -Mi scusi, è l'abitudine. Credevo di essere in clinica. Bene, caro signor Eugenio, esamineremo le risposte.

Eugenio                           -C'è qualcosa che non va?

Dottore                            -Non si preoccupi. Si rilassi, stia tranquillo e soprattutto non pensi a nulla. Niente alcoolici, non su­peri le dieci sigarette, e per il momento, assolutamente, non si faccia vedere in ufficio. Devo purtroppo ricordarle ildivietodi usare la macchina.

Eugenio                           -E se dovessi...

Dottore                            -D'accordo, prenda un taxi. Non mi riferivo alla automobile come mezzo di locomozione ma a lei co­me pilota. È chiaro che la macchina è indispensabile. Nel suo caso poi la sostituzione dell'abituale automobile con un mezzo meno veloce e soprattutto a carattere col­lettivo come il tram o l'autobus costituirebbe un motivo di pericolosa frustrazione. Lei si sentirebbe giustamente menomato. Non è dunque l'usufruire della macchina che le riesce dannoso ma il pilotarla personalmente.

Eugenio                           -Lo stesso principio vale anche per la bi­cicletta?

Dottore                            - (reagendo vivacemente) La bicicletta? Sareb­be a dire che lei desidera andare in bicicletta? Su, ri­sponda, è importantissimo!

Eugenio                           -No, era una semplice curiosità, una doman­datanto per...

Dottore                            -Me lo può garantire con assoluta certezza? Le ripeto che è importante. Non sente per caso il desi­derio di umiliarsi, di abbassarsi? O peggio non accusa come indifferente l'assumere certi atteggiamenti che in altri tempi sarebbero stati per lei motivo di umiliazione, a causa dell'abbassamento nella scala sociale, e come tali rifiutati?

Eugenio                           -No, lo escludo. Nella posizione in cui sono non andrei mai in bicicletta.

Dottore                            -Mi assicura di non sentire la minima attra­zione verso il pedale, il mozzo, o verso gli sport popolari in genere? Nessuna nostalgia di fatiche, di sudori, di salite, di gelida acqua di fonte?

Eugenio                           -No.

Dottore                            -Di passeggiate,di scampagnate, di conifere?

Eugenio                           -No.

Dottore                            -Di domeniche sui monti di Lecco alla ri­cerca di narcisi?

Eugenio                           -Lo escludo tassativamente.

Dottore                            -Di baci furtivi e innocenti con una ragazza pura?

Eugenio                           -Meno che mai.

Dottore                            -Di capriole sui prati?

Eugenio                           -No, no.

Dottore                            -Bene. Non la trattengo oltre. (Entra Geltrude)

Geltrude                          -Dottore...

Dottore                            - (a Eugenio) Prego, s'accomodi. Vada, vada. E non pensianulla. (Eugenioesce)

Geltrude                          -Dottore...

Dottore                            -Mah!

Geltrude                          -Midica. Sonoprontaa tutto.

Dottore                            -Cara signora, è inutile tergiversare. Suo fi­glio non ha niente.

Geltrude                          -Niente...proprioniente?

Dottore                            - (allargando le braccia) Mi dispiace. Anche dal Iato psicologicosembradel tutto normale.

Geltrude                          -Non dica cosi. Sono una madre, dopotutto.

Dottore                            -Capisco ma il mio dovere è di parlare chiaro.

Geltrude                          -Forse... approfondendo gli esami...

Dottore                            -Tutte le indagini cllniche e di laboratorio sono state eseguite. L'elettroencefalogramma è normale. I tempi di reazione pure. I tests psicologici, dopo la quin­ta seduta, non rivelano alcunché di deviato e denotano una mentalità concreta con interessi ben sistematizzati nella sfera economica. Questo e quanto.

Geltrude                          -Forse... il fegato.

Dottore                            - - Ho esaminato le prove fatte eseguire dal­l'internista, benché non siano di mia competenza. Il qua­dro sieroproteico elettroforetico è nella norma. Del re­sto si poteva evitare, era pleonastico.

Geltrude                          -L'ho voluto io. Avevo notato una macchio-lina, qui, dietro l'orecchio.

Dottore                            -Ehapensato al fegato?

Geltrude                          -Si. Ci sono cose che una madre sente.

Dottore                            -Ho dato un'occhiata anche alle prove audio­metriche e vestibolari. Quando le vennero i sospetti sulla sua sordità?

Geltrude                          -In verità il ragazzo non ha mai dato segni particolari di essere duro d'orecchio. Fu mio marito che pensò all'udito. Egli ha una vera ossessione della sordità per una otite che lo tormentò da bambino. Ma fui io ad accompagnare Eugenio dall'otorinolaringoiatra. Il profes­sore gli appoggiò il diapason sul capo e disse che Euge­nio sentiva. Poi Io fece girare velocemente su una sedia girevole e gli spruzzò dell'acqua calda nell'orecchio. In conseguenza di ciò Eugenio ha effettivamente temuto di essere diventato sordo ma tale eventualità sembra da escludersi.

Dottore                            -È indubbio.

Geltrude                          -Io penso che sia anemico.

Dottore                            -Lo escludo.

Geltrude                          -Ma lo è semprestato!Fin da bambino!

Dottore                            -Non loè più.

Geltrude                          -Eugenio, il mio Eugenio, non è più ane­mico?

Dottore                            -Mi dispiace. Ma i globuli rossi sono cinque milioni.Ilconteggio parlachiaro.

Geltrude                          -Non possono avere sbagliato?

Dottore                            -No.

Geltrude                          -Sa, è facile confondersi nel contare... Cin­que milioni non sono uno scherzo. Ci si può anche stan­care.

Dottore                     -Non si contano uno sull'altro come i bi­glietti da mille. Ci vorrebbero... calcolando un secondo per globulo rosso, ci vorrebbero dei mesi.

Geltrude                   -Mi scusi ma vorrei far visitare Eugenio da qualche altro medico. Magari all'estero, non bado a spese. Voglio un luminare, un uomo di scienza, una ce­lebrità capace di trovargli qualcosa, al mio ragazzo.

Dottore                            -Non si fidadella medicina italiana?

Geltrude                          -Non si tratta di sfiducia; ma della speran­za di una madre che tenta di illudersi fino alla fine, che si aggrappa disperatamente all'ultima ancora di salvez­za. Cerchi dicapirmi, leiche è padre.

Dottore                            -Mi rendo conto, ma la verità è la verità. La scienza non può mentire per compassione. Signora, lei deve essere forte e guardarela realtà in faccia.

Geltrude                   -Ma si tratta del mio sangue, professore! E quel che è capitato è grave, grave, grave! Non riesco a dimenticarlo! Lui, sempre cosi sicuro di sé, cosi pie­no di buon senso, di capacità costruttive, fermarsi con la macchina in aperta campagna, mentre qui un intero consiglio d'amministrazione lo aspetta! E lo avesse fatto, che so? per un bisogno corporale... Proprio lui, regolato come un orologio... Di pomeriggio, figuriamoci! Lui che non si ferma nemmeno a guardare i panorami! Si figu­ri, professore, che le poche volte che siamo partiti per le vacanze assieme, ero io che dovevo dirgli di fermarsi. Seicento chilometri filati è capace di fare, sa! E guai a pregarlo di rimanere sotto i centoventi. Gli pare di star fermo. Bene, un giovane con questo carattere, con una importante seduta a Milano, si ferma in uno squallido prato della campagna lodigiana a guardare un pioppo! A guardare!Loavessealmenosegatoper farnelegna!

Dottore                            -Lo sappiamo, signora. È affare ormai vec­chio. Un pioppo assolutamente qualsiasi. Come se si fos­se fermato a parlare con un uomo qualunque su un mar­ciapiedi.

Geltrude                          -E poi c'è la faccenda del bambino. Sa qua­li furono le parole precise?

Dottore                            - (allarmato) Le parole precise? Disse che non se le ricordava. Ha mentito?

Geltrude                          -Non ha mentito. Effettivamente non se le ricordava. Ma ieri sera, d'improvviso, gli ritornarono al­la memoria. E allora, da bravo ragazzo quale è sempre stato -perché il mio Eugenio è un bravo ragazzo, pro­fessore!-haconfidato tutto allasua mamma.

Dottore                            -Si possono conoscere queste parole storiche?

Geltrude                          - - C'è poco da scherzare, professore. Disse : "Piccolo, vuoi venire a fare un volatonesullaspyder?"

Dottore                            -Esattamente queste furono le parole?

Geltrude                          -Esattamente. E il bambino rispose: "Fam­mi provare. Si, si, si." Tre volte.

Dottore                            -Tre volte? Secondo la mia versione: due volte.

Geltrude                          -Ieri sera mi confermò che furono tre. Tor­narono a Lodi, offri una menta al bambino...

Dottore                            -Questo era noto.

Geltrude                          -... e lo riaccompagnò al pioppo, accanto al­la cascina dove abitava. Poi se ne tornò a Milano, tran­quillamente, infischiandosene della seduta.

Dottore                            -È venuta a conoscenza di altri particolari? Pensieri? Parole?

Geltrude                          -Le confermo quello che lei sa già. Mentre in seduta mio marito era alle prese con i tre azionisti più accesi i quali pensavano a chissà quali manovre di corridoio, me lo vedo arrivare in casa. Lo rimprovero, perché avevo già telefonato a tutti gli ospedali e all'obitorio e s'immagini in che stato mi trovavo! Mi chiede scusa e se ne va. Sul mancato appuntamento disse più tardi che non aveva voglia di parteciparvi. Tutto qui. Gli ricordammo gli interessi in gioco, i sospetti che ave­va fatto nascere, il suo passato insomma, e la meravi­glia per un comportamento cosi paradossale. Lei sa, pro­fessore, che nonostante la sua giovane età, suo padre gli ha affidato la direzione dell'azienda. Proprio per le sue doti e per la sua serietà! Rispose che se ne fregava. Proprio cosi e mi scusi la crudezza.

Dottore                            -Ma non ritornaste poi di nuovo alla carica, chiedendogli ulteriorispiegazioni?

Geltrude                          -II giorno dopo riproposi l'argomento, na­turalmente; ma la crisi, se cosi possiamo chiamarla, era già passata. Era ritornato l'Eugenio di sempre: tranquil­lo, volitivo, forte. Avrebbe ripreso in mano le redini del­l'azienda, se non glielo avessimo impedito.

Dottore                            -È stata una saggia decisione. Indubbiamen­te l'episodio non è da trascurare e prima di considera­re Eugenio normale dobbiamo pensarci bene. Il fatto che non siamo riusciti a mettere in evidenza delle alterazio­ni non significa che Eugenio sia sano.

Geltrude                          - -Vede, dunque, cheanche lei...

Dottore                            -Ma certamente! £, una norma elementare di prudenza. Il tempo farà la diagnosi. C'è un solo mezzo: attendere.

Geltrude                          -Intanto potremmo consultare qualcun al­tro...

Dottore                            -È qui che lei sbaglia. Eugenio è da tenere in osservazione ma esclusivamente come oggetto di inda­gine psichiatrica.

Geltrude                          -Vuoi dire che...

Dottore                            -Certo. Un solo specialista deve ora seguirlo e sono io. Poiché Eugenio fisicamente è sano, di questo abbiamo prove inconfutabili. L'unica porta aperta, l'uni­ca speranza oserei dire, è lo squilibrio mentale. Ma per questobisognaattendere,osservandoattentamenteil suo comportamento. Può darsi che la sua normalità ap­parente sia soltanto un lucido intervallo, o meglio che egli stesso, con l'astuzia propria di certi malati dì mente, tenti di dissimulare il suo stato con un comportamento apparentemente ineccepibile.

Geltrude                          -Dio mio, Dio mio!... Pazzo!... E d'altra par­te, quale altro sogno possiamo accarezzare?

Dottore                            -Lo segua, signora, in questi giorni. Lo spii, senza farsi accorgere, e veda di cogliere ogni sfumatu­ra... parole, gesti, occhiate, sospiri... Tutto può servire. Venga a riferirmi. Sono qui per aiutare.

Geltrude                          -Grazie, grazie. Vede, professore, Eugenio "deve" essere malato. Non è possibile pensare che abbia fatto quei che ha fatto da persona normale. Mi capisce, professore? Lui, mio figlio, nostro, figlio (mio e di mio marito, voglio dire) che si comporta in questo modo inqualificabile, essendone lucidamente consapevole... Ah, no, non può essere! Sarebbe terribile. Perché i malati, dot­tore, lei me lo insegna, sì possono guarire; ma i sani, i sani no.

Dottore                            -Coraggio, signora. Può darsi che in quel momento Eugenio fosse effettivamente pazzo.

Geltrude                          -Ma certo! Ci mancherebbe altro! (Cam­biando tono) Oh, mi scusi... Pazzo... Si, dottore, la rin­grazio... Ma chi me lo assicura? Chi? Se in quel momen­to Eugenio avesse ucciso il bambino, quale tribunale, sulla base della perizia psichiatrica da lei effettuata, lo giudicherebbe incapace di intendere e di volere? Quale giuria me loassolverebbe?

Dottore                            -Nessuna, signora,dobbiamo confessarlo.

Geltrude                          -Lo vede? Lo vede? (A parte) Eppure deve, deve essere malato! (Entra Eugenio)

Eugenio                           -Siete ancora qui? Caro professore, mi an­noio molto senza lavorare. Le confesso che temo di am­malarmi davvero se questa faccenda dura ancora a lun­go.

Dottore                            -Eppure deve farlo, caro amico; almeno fino a completamento delle indagini.. E poi, se avrà la bontà di seguire il mio consiglio, non meno di un mese di va­canza!

Eugenio                    -Per carità! Con tutto quello che c'è da fare!

Dottore                            - (indagatore) Lei rinuncerebbe ad una vacan­za a Cortina per badare alla fabbrica? Cipensi bene.

Eugenio                           -Ci ho già pensato. Non rinuncerei. Rinuncio senz'altro.Stia tranquillo.

Geltrude                          - (a parte) Finge, finge!

Dottore                            -Vedrò di farle cambiare idea. Ora me ne vado. Arrivederci e mi raccomando. (A Geltrude) Signo­ra... (Sottovoce) Osservi e mi riferisca!

Geltrude                          -L'accompagno.

Dottore                            -Non si disturbi. Conosco bene la strada, or­mai. (Esce)

Geltrude                          - (quando è sicura che il dottore sia uscito) Eugenio!

Eugenio                           -Si.

Geltrude                          -Fatti vedere.

Eugenio                           -Ancora?

Geltrude                          -Eugenio, devi avere fiducia nella tua mamma. A volte la mamma capisce più del medico.

Eugenio                           -Può essere.

Geltrude                          -Eugenio!

Eugenio                           -Si.

Geltrude                          -Eugenio!... Vieni qui. (Si siede) No, vengo io da te... Eugenio! (Accarezza il figlio) Dimmi franca­mente...Mipromettidirisponderefrancamente?

Eugenio                           -Promesso.

Geltbude                         -Sei innamorato?

Eugenio                           -No.

Geltrude                          -E me Io dici cosi?

Eugenio                           -E come te lo devo dire? Mi hai fatto una domanda e ti ho risposto.

Geltrude                          -Si ma credevo...

Eugenio                           -Mi basta Luisa.

Geltrude                          -A me lo puoi dire.

Eugenio                           -Mi basta Luisa, ti dico. Non sono innamo­rato di nessun'altra.

Geltrude                          -Non ci sarebbe niente di male.

EuGENro                        -Non ci sarebbe niente di male. Ma non so­no innamorato.

Geltrude                          -In fondo Luisa non è un gran che finan­ziariamente, anche se esce da una buonissima famiglia.

Eugenio                    -Non sei più contenta di Luisa?

Geltrude                          -Per carità, povera cara!Volevosolodirti che se per caso avessi trovato qualcun'altra... purché na­turalmente... ma non ho bisogno di dirti certe cose.

Eugenio                           -Ebbene?

Geltrude                          -Ebbene, sappi che io, salvi certi principi, non avrei niente in contrario.

Eugenio                    -Terrò presente. Ma non ho inquesto mo­mento relazionidegnedi essereconsiderate.

Geltrude                          -Dunque niente amore.

Eugenio                           -No. Perché?

Geltrude                          -L'amore spiega molte cose, giustifica le di­strazioni. L'uomo innamorato non pensa più a se stesso.

Eugenio                           -Un'altracongetturasul pioppo?Perchémi tormenti?

Geltrude                          -Ma una ragione ci deve pur essere!

Eugenio                           - (sgomento) Certo.Cideveessere. (Unsi­lenzio)

Geltrude                          -Hai sospirato?

Eugenio                           -Io?

Geltrube                          -Si, mi è sembrato.

Eugenio                    -E non ne ho ragione forse?

Geltrude                          -Tu mi nascondi qualcosa.

Eugenio                    -Non lo so, non lo so... (Lunga pausa. Geltrude sospira)

Geltrude                          -Eugenio... O Dio, Eugenio, è una pura ipo­tesi... Prendoatto con piacereche non sei innamorato.

Eugenio                           -Bene.

Geltrude                          -Ma questo mi inette in sospetto.

Eugenio                           -In sospetto?

Geltrude                          -Si. Non ti capita per caso... il contrario?

Eugenio                           -Non capisco.

Geltrude                          -Si, Eugenio... Una sorta di stanchezza, di depressione fisica... Che Dio mi perdoni, Eugenio, non sono discorsi da mamma. Ma Io devo fare, devo andare fino in fondo. Ti devo salvare, Eugenio. Volevo dire: una sorta di insensibilità, di reazioni difficili e ritardate, magari incomplete...

Eugenio                           -Dovresti chiederlo aLuisa.

Geltrude                          -Eugenio!Nonmidiraiche...

Eugenio                           -Mamma, cercavo soltanto una prova. Qual­cosa che ti convìncesse più della mia risposta, perché ve­do che di me non ti fidi...

Geltrude                          -Ma allora voi due...

Eugenio                           -Non parliamone più. Mi hai fatto una do­manda. Ti rispondo che sto benissimo, che tutto è nor­male.

Geltrude                          -Me lo garantisci?

Eugenio                    -Vedi che ho ragione? Che non ti basta la mia parola? Losapevo.

Geltrude                          -Scusami. È la naturale diffidenza delle don­ne in questo campo. Ma se lo dici, ci credo. Ci credo, ci credo. Lasciamo stare le prove.

Eugenio                           -Delresto l'esamedeiriflessi è normale.

Geltrude                          -Oh, quanto a questo. Iosai...

Eugenio                    -Ho letto su Selezione che è un riflesso.

Geltrude                         -Nonparliamonepiù. (Pausa.Geltrudesi mette apasseggiare) Dormi di notte?

Eugenio                           -Come un ghiro.

Geltrude                          - (si precipita sul figlio, come folgorata da una idea) E... la fai la pupù?

Eugenio                           - (calmo) Me l'hanno già chiesto!

Geltrude                          -Ma la fai o no?

Eugenio                    -Ma si, ma si.

Geltrude                          -È la tua mamma che te Io chiede. Per me sei sempre l'Eugenio che va a scuola col suo grembiuìi-no nero e il fiocco azzurro. Ti rifarei il bagnetto, se oc­corresse. Ma tutto è mutile, navighiamo ancora nel buio. (Eugenio si sdraia sul divano) Che fai adesso?

Eugenio                           -Non vedi?Cercodipassareiltempo.Ma come fanno quelli che vanno in pensione? E intanto l'af­fareHartmann rimane in sospeso.Se ci penso!

Geltrude                          -Ma perché l'hai fatto?

Eugenio                           - (vanamente inseguendo un ricordo) Non lo so. Non me Io ricordo più.

Geltrude                          -Non avrai provato a prendere una di quel­ledroghe chesi usanoadesso? (Entusiasmandosi)Ecco cosa può essere stato!

Eugenio                           -Ho preso solo una menta.

Geltrude                          -Ma nella menta ci poteva essere la droga.

Eugenio                           - La menta l'ho presa dopo.

Geltrude                          -Dopo la droga?

Eugenio                           -Dopo la fermata al pioppo. No, la cocaina non c'entra, sono sicuro.

Geltsude                          -E va bene. Ma permettimi un rimprovero. Tu minimizzi troppo l'avvenimento.

Eugenio                           -Non è vero. Se non gli dessi importanza, all'avvenimento, credi che accetterei tutti questi sacri­fici? Tutte queste prove, questa vacanza forzata, queste proibizioni: della macchina, del fumo e di tutto il resto?

Geltrude                          -Dimmi che non l'hai fatto apposta.

Eugenio                           -Ma si capisce!

Geltrude                   -Dimmi che sei ancora l'Eugenio di una volta!

Eugenio                           -Mamma!

Geltrude                   -Dimmi che non hai applicato una tua teoria!

Eugenio                           -Come?

Geltrude                          -Si. Tu non pensi, è vero, che sia giusto guardare i pioppi e portare i bambini a passeggio?

Eugenio                           -Ma no!

Geltrude                          -Perché, vedi, mi è venuto il dubbio che tu abbia una tua filosofia sbagliata che tieni nascosta; e che l'episodio del pioppo sia un errore, un indizio che incau­tamente ti seilasciato sfuggire.

Eugenio                    -Ma cosa vaia pensare, mamma?

Geltrude                          -Ma allora cosa è stato?

Eugenio                           - (sinceramente- tormentato) Poterlo sapere! Poterlo sapere!

Geltrude                          -Non m'inganni, vero? Dimmi che non in­ganni ituoi genitori! (Entra Amilcare)

Amilcare                          - (alla moglie) Oh, eccoti qua! Ho scoperto tutto.

Geltrude                          -Amilcare!Seigià tornato?

Amilcare                          -Ho preso il volo delle tre. Ero impazien­te di comunicartila scoperta.

Eugenio                           -Sei diventatoscopritore, adesso?

Amilcare                          - (accorgendosi della presenza del figlio) Ah, ci sei anche tu! Non ti avevo visto. Ma si, puoi sentire anche tu.

Geltrude                          -Amilcare...

Amilcare                          -Non ti spaventare. Tutto va bene. Stupido io a non accorgermene subito.

Geltrude                          -Ma parla dunque! (Amilcare non risponde e si avvicina a Eugenio)

Amilcare                          - (sotto il naso a Eugenio) Eh! Eh! Sei un furbacchione!

Geltrude                          -Insomma, Amilcare!

Amilcare                          - (a Eugenio)Non mel'avevi detto, eh?

Geltrude                          -Ma cosa?

Amilcare                   -Eh, si! Ti è andata male e non hai avuto il coraggio di confessare la tua sconfitta.

Eugenio                    -Ti giuro, papa, che non capisco niente.

Amilcare                   -Ah, no? Ma guarda che innocentino! Ma il tuo papa non è cosi vecchio come sembra e ha scoper­to la vera ragione.

Geltrude                          -Del pioppo?

Amilcare                          -Del pioppo e di tutto il resto. Ho parlato coi nostri amici inglesi, poco fa a Londra. Sono d'accordo anche loro.

Geltrude                          -Amilcare! Non farmi stare sulle spine!

Amilcare                          - (a Eugenio) Speravi che la cosa diventas­se di pubblico dominio, di' la verità. (Alla moglie) E noi, pensa un po', abbiamo fatto di tutto per tenerla nasco­sta. Senza volerlo siamo stati i suoi principali nemici.

Geltrude                          -Ma cos'hanno detto questi inglesi?

Amilcare                          -Lo voglio sentir dire da lui. (,4 Eugenio) Ormai lo so, è inutile che tu tenga il segreto.

Geltrude                          -Ma insomma, mi vuoi morta?

Amilcare                          -Allora, glielo diciamo? La pubblicità, ca­ra moglie! Questo scavezzacollo pensava dì farla franca. Già immaginava i giornali... "Rinuncia alla seduta per accontentare i capricci di un bambino!"... "Giovane in­dustriale preferisce un tramonto al consiglio d'ammini­strazione!"...

Geltrude                          - (a Eugenio) Tu?

Eugenio                          -Masieteimpazziti!

Amilcare                          -L'idea era formidabile. Pensate! La camicia Splendor su tutti i giornali! Un complesso di pubbli­che relazioni per qualche milioncino che non ci veniva a costare una lira! Buona la trovata ma condotta male. (A Eugenio) Avresti dovuto trovare dei testimoni, fare maggior chiasso. Mister Thompson, che è americano, so­stieneche ci sarebbedovuto essere un litigio.

Eugenio                    -Oh, per questo c'è stato!

Amilcare                   -Ma io non ne sapevo niente e ho cercato dì evitare lo scandalo! Dovevi dirmelo, scusa! Ti dico subito : non so se avrei accettato, perché sono un uomo all'antica e ho una mia precisa morale commerciale. Questa faccenda delle pubbliche relazioni a me non pia­ce tanto, lo sai. E proprio perché lo sai, non hai voluto mettermi al corrente. Ma hai sbagliato Io stesso. Perché questecose,senzaalleati,non possonoriuscire.

Eugenio                           -Hai finito?

Amilcare                          -Oh! Mi sono tolto un grosso peso dallo stomaco.

Eugenio                           -Bene. Te lo puoi rimettere.

Amilcarb                          -Cosa?

Geltrude                          -Eugenio!

Eugenio                    - (ad Amilcare) Niente, hai parlato solo tu! Ti devo soltanto dire che questa versione è falsa. Non ho mai pensato, nemmeno per un momento, alla trovata pubblicitaria.

Amilcare                          - (sorpreso) No?

Eugenio                           -Lo so, potrei accettare la versione per buo­na e fare una finta confessione. Sarebbe un modo elegan­te per uscire dall'impiccio. Ma ci tengo anch'io alla mia salute e mi preme la prosperità dell'azienda. Senza con­tare che mi disgusterebbe prendervi in giro. (Pausa) No, no, non è questo.

Amilcare                          -Ma perché ti sei fermato in quella cam­pagna?

Geltruds                          -Non era possibile. Eugenio è una persona seria. Non fa certe cose. Mi meraviglio che ti sia venuto in mente un pensiero tanto assurdo.

Amilcare                   -Veramente non è venuto in mente a me ma a mister Thompson.

Eugenio                           -Ehaiabboccatosubito!

Amilcare                          -Ma era cosi convincente! Me l'aveva di­mostrato!

Geltrude                          -Povero Amilcare!

Amilcare                          -Che vuoidire?

Geltrude                          -Voglio dire povero Amilcare. Può bastare. (Pausa) Vi lascio, cosi vi spiegate a vostro agio, fra uo­mini. (Esce)

Amilcare                          -Ma perché ti sei fermato in quella cam­pagna?

Eugenio                           -Ho saputo che hai affidato al Gìannuzzi il reparto modelli.

Amilcare                          -Si, vero. Mi ha pregato tanto.

Eugenio                    -Non è una buona ragione.

Amilcare                   -Ma è una persona fidata. Lavora per noi da trent'anni.

Eugenio                           -Non basta. Anzi, Giannuzzi non va bene proprio perché è vecchio.

Amilcare                          -Gli cambieremo reparto, visto che non ti piace.

Eugenio                           -La simpatia non c'entra. In fabbrica mi so­no tutti simpatici e tutti antipatici. In fabbrica ci sono individui che percepiscono uno stipendio per svolgere certe mansioni. Si tratta di scegliere gli elementi più adatti. Semplice, mi pare.

Amilcare                          -Ma perché ti sei fermato in quella cam­pagna?

Eugenio                    -Com'è andata la spedizione a Londra?

Amilcare                          -Hocombinato.

Eugenio                           -Cifre, cifre!

Amilcare                          -Settecentoventi.

Eugenio                           -Troppo.

Amilcare                   -Si trattava di prendere o lasciare.

Eugenio                           -Ti hanno fregato. Ti hanno offerto la solita cena e poi, in considerazione dellatua origine latina...

Amilcare                          -Che vuoi dire?

Eugenio                           -Lo sai benissimo. Del resto, le ragazze le offriamo anche noi a loro, quantunque siano anglosas­soni. Ti dirò. Queste storie di freddezza inglese e tem­peramento latino mi sembrano delle balle.

Amilcare                          -Certo, certo, pregiudizi.

Eugenio                    -Ma intanto ti hanno fregato. Perché non hai mandato me?

Amilcare                          -Tu sei malato, o convalescente, non so be­ne. Ad ogni modo, dopo quello che è successo, temeva­mo che tu, per indifferenza, non insistessi abbastanza per ottenere il massimo sconto.

Eugenio                           -Io avrei ottenuto settecento.

Amilcare                         -No!Non menodisettecentoquindici.

Eugenio                           -E io ti dico settecento! So come prenderlo, mister Thompson!

Amilcare                          -Davvero?

Eugenio                           -Te loassicuro!

Amilcare                          -Maledizione! Ma perché ti sei fermato in quellacampagna?C'era qualcuno, sull'albero?

Eugenio                           -Nessuno.

Amilcare                   -Hai forse visto un luccichio fra irami?

Eugenio                           -Luccichio come?

AMILCARE                   -II luccicare di qualcosa.

Eugenio                           -E perché?

Amilcare                          -Non lo so. Mi ricordo, da ragazzo vidi sul­l'orlo di un ruscello qualcosa che mandava bagliori, for­se una moneta. Rischiai di cadere nel ruscello. Ho pen­sato che potesse esserti accaduto qualcosa del genere. Nella storia gli eventi siripetono.

Eugenio                           -Nessun bagliore.

Amilcakb                         -D'altra parte, è giusto. Era troppo tempo che non facevo più contratti. Avevo perso l'abitudine. E poi, tu sai, sono sempre stato più bravo a vendere che a comprare.

Eugenio                           -Ma certo. Nessuno ti rimprovera. Non an­dremo in rovina per questo.

Amtlcare                          -Ci mancherebbe altro!

Eugenio                           -Non ci pensare, papa. Svagati, adesso. Dopo un viaggio in aereo, fa bene sgranchirsi un po' le gambe. Prendi la macchina, tu che puoi, e vai a fare un giro in centro.

Amilcaee                         -Ma perché ti sei fermato in quella campa­gna?

Eugenio                           -Vai, vai!

Amtlcare                          -No, voglio fare un bagno. E aspetto una telefonata. (Entra Geltrudé)

Geltrudb                          -Amilcare! Non ti vuoi cambiare d'abito? Dopo un viaggio ci si sente tanto sporchi!

AMILCARE                   -Grazie, farò anche un bagno.

Geltrudé                          - (a Eugenio) E tu perché non esci? Finirai per ammuffire, quidentro!

Eugenio                    - (alzandosi) Hai ragione. Voglio andare a fare un giro in Montenapo. Non ti so dire il tempo! Ma si! Chissà perché quando si sta in ufficio fino alle nove non si parla mai di ammuffire. Ma basta stare in casa fino alle sei perché ci venga questo pensiero! (Esce. Amilcare e Geltrudé si guardano, spaventati)

Geltrudé                          -Hai sentito?

Amilcare                         -Brutto sintomo.

Geltrlidb                          -Bisogna dirlo al professore.

Amilcare                          -Eppure poco fa sembrava normale.

Geltrude                          -Non bisogna mai fidarsi.

Amilcare                   -Hai sentito? Lavorare fino a tarda sera, per lui, significa ammuffire!

Gelteude                          -Si è denunciato.

Amilcare                          -Chissà cosa pensa, quelragazzo!

Geltrudé                   -Si sarà fatto delle idee sbagliate.

Amilcare                          -Che sia diventato un...

Geltrudé                          - (terrorizzata) Dio non voglia!

Amilcare                          -Legge troppi libri.

Geltrudé                          -Ma se non legge mai!

Amilcare                          -Forse in ufficio, di nascosto.

Geltrudé                          -Dovevi stare più attento. Sorvegliarlo,

Amilcare                          -Frequenta gli intellettuali?

Geltrudé                          -Credo di no.

Amilcare                          -Luisa, forse.

Geltrudé                          -Probabile. Le ragazze d'oggi, sai.

Amilcase                          -Dovresti parlarle.

Geltrudé                          -Lo farò. Ma è molto difficile. Luisa può interpretare il mio intervento come la solita ingerenza della suocera, può pensare che sia una scusa.

Amilcare                          -Pensi quello che vuole.

Geltrudé                          -Glie l'ho già detto anch'io a Eugenio che se vuole piantare Luisa noi non abbiamo niente in con­trario.

Amilcare                          -E lui?

Geltrudé                          -Dice che non è il caso.

Amilcare                          -Che vorrà dire?

Geltrudé                          -Chi lo sa!

Amilcare                   -Certo che una volta i rapporti tra fidan­zati erano diversi.

Geltrudé                          -Molto diversi.

Amilcare                          -Ti ricordi noi due? Che rispetto reciproco. Che deferenza verso i vecchi.

Geltrudé                          -Prima di accettare la tua corte presi molte informazionisul tuo conto.

Amilcare                          -Ti mi piacevi, E tuttavia più che il tuo aspetto fisico mi premeva la tua anima, il lato spirituale della nostra unione; guardavo soprattutto alle tue capa­cità domestiche, alla famiglia da cui uscivi, a come ra­gionavano tuo padre e tua madre.

Geltrude                          -Io temevo che tu mi ingannassi. E mi di­cevo: finirà per tradirsi, qualche volta. Il dubbio mi ri­mase fin dopo il matrimonio, per molti anni, il bambino era già grandicello. Ormai mi avevi dato numerose pro­ve di serietà ma io pensavo che molte volte ci si dichia­ra fedeli ai buoni principi per rispettare una tradizione, convenzionalmente, mentre sotto sotto la si pensa in mo­do diverso.

Amilcare                          -Io alla tua dote non ho mai pensato nem­meno per un momento. Guardavo soltanto all'educazione e al rango. Per il resto, dicevo; non ho forse due braccia per lavorare? Io posso da solo farmi una fortuna. Certo, mi dicevo, la mia donna deve avere la virtù del rispar­mio.

Geltrudé                          -E ti sembrava che ce l'avessi?

Amilcare                          -Certo. E me lo hai dimostrato quando mo­ri il mio povero padre. Quella tua presa di posizione nei riguardi delle mie sorelle sposate, te la ricordi? Eravamo soltanto fidanzati e già dimostravi II tuo attaccamento alla famiglia.

Geltrudé                          -Altri tempi! Avevamo degli ideali. Adesso i giovani... Prendi Luisa, per esempio. Non mi ha mai chiesto nulla circa l'andamento dell'azienda, non si è preoccupata di sapere qual'è la posizione di Eugenio nel­la società. Eppure Io deve sposare, perdinci!

Amilcare                          -E lui, Eugenio, si è preoccupato della si­tuazione finanziariadi Luisa?

Geltrudé                          -Questo si. Ha parlato di certe case che dovrebbero passare a Luisa col matrimonio.

Amilcare                          -E ti è sembrato interessato o indifferente?

Geltrudé                          -Direi sereno.

Amilcare                          -Lo vedi?

Geltrudé                          -Lo so. Bisognerebbe ritornare sull'argo­mento e studiare Je reazioni di Eugenio. Può darsi che fìnga,teniamolosempre presente.

Amilcare                          -Vedi di interrogare Luisa. E forse lei che gli mette in testa idee sbagliate.

Geltrudé                          -O Dio, non ci sarebbero ragioni. Abbiamo avuto diversi contatti con la famiglia e mi sembrano dèl­ie persone oneste.

Amilcare                          -Oh, niente da dire! La suocera special­mente è una donna che sa il fatto suo.

Geltrude                          -Anche il marito, te Io assicuro. L'ho ca­pito da alcuni particolari. Sai che a me certe cose non sfuggono.

Amilcare                          -è gente che sembra al di là delle necessi­tà pratiche. Non ne parlano mai perché hanno un'origi­ne aristocratica, sono persone di buon gusto e conosco­no l'educazione. Ma si vede che sottosotto ci tengono.

Geltrudé                   -Sfido! Va bene essere gentiluomini ma qui si trattadella felicità della loro figliola.

Amilcare                          -Uscendo da una famiglia cosi, Luisa non dovrebbe essereuna ragazzasventata.

Geltrudé                   -Per quel che mi riguarda, ti posso dire che spende molto.

Amilcare                          -Non è un gran male, a condizione che ciò serva di stimolo per migliorare la propria posizione.

Geltrudé                          -Amilcare!

Amilcare                          -Si.

Geltrudé                          -Mi hai sposata solo per la dote?

Amilcare                          -Ma cara, sai benissimo il bene che ti vo­levo e che ti voglio.

Geltrudé                          -Mi prendevi per la mano e io ti dicevo: "Dopo, Amilcare, dopo. Pensiamo a cose serie. Parlami dei tuoi affari."

Amilcare                          -Pensavi al domani, tu. Pensavo al domani anch'io. Farò questo, venderò quest'altro, acquisterò. Era­vamo felici. Eravamo coscienti.

Geltrudé                          -Io ti dicevo: "Amore, non credere che non ti ami. Ma dobbiamo resistere alle tentazioni. Che scopo avrebbe, ora? Ogni azione deve avere il suo fine."

Amilcare                          -La sua utilità.

Geltrudé                          -Certo.

Amilcare                   -Quando per un momento mi è sembrato di perdere la fede, sei stata tu a convincermi, a conso­larmi.

Geltrude                          -E hai ricominciato ad accompagnarmi a messa alla domenica. Da allora non ne hai parlato più: sei diventato un buon cristiano per sempre.

Amilcare                          -Geltrude, Geltrude! Vediamo di uscire da questo groviglio!

Geltrude                          -Speriamo nella Provvidenza, mio caro. (Entra Luisa)

Luisa                        -Buonasera, mamma. Mi scusi. Cercavo Eu­genio.

Geltrude                         -Oh, Luisa!Si parlava propriodite.

Amilcare                          -Lupus in fabula.

Luisa                                -ComestaEugenio?

Geltrude                          -Sembra bene. Ora è uscito.

Luisa                        -Nei giorni scorsi volevo venire ma era tal­mentedi cattivo umore...

Geltrude                          -Meglio cosi. Ora è convinto anche lui. Si è reso conto della gravita di quel che ha fatto.

Luisa,                               -Volevo appunto parlargli.

amilcare                           -Non sarebbe meglio lasciarlo stare?

Luisa                                -Come volete. Pensavo di esservi utile. In fon­do conla ragazza gli uomini sono più espansivi.

Geltrude                          -Effettivamente da questo punto di vista potresti essere molto utile.

Amilcare                          -Dipende.

Luisa                                -Scusate la franchezza ma quel che è capitato non mi piace per niente.

Geltrude                          -A chi lo dici.

Luisa                                -Non vorrei che Eugenio fosse diventato un acchiappanuvole.

Geltrude                          -Luisa!

Luisa                        -Non si offenda, mamma, ma è un pensiero che può venire.

Geltrude                          -Si capisce! E non sono per niente offesa. Hai il diritto di prendere le tue misure. Noi del resto stiamo facendo altrettanto. Capisci bene che un improv­viso cambiamento di carattere o. Dio non voglia, di men­talità e di opinioni, può essere molto nocivo, oltre che al vostro matrimonio, anche alla nostra azienda.

Amilcare                          -Stando cosi le cose, un colloquio fra voi due potrebbe portare a un certo chiarimento. (Sottovoce a Geltrude) Purché non fìnga anche lei!

Luisa                                -Diceva, babbo?

Amilcare                          -Si, dicevo a Geltrude che Eugenio è fur­bo e temo che non abbia ad aprirsi completamente nem­meno con te.

Luisa                                -Io devo solo dirgli due parole. (Entra Eugenio)

Eugenio                           -Che vita cretina! Non capisco proprio che gusto ci sia a camminare avanti e indietro per via Montenapoleone. (ALuisa)Oh,Luigina,come va?

Luisa                        -Lascia stare il Luigina, ti prego.

Geltrude                          -Sei già tornato?

Eugenio                    -Ma si, una noia! E poi son tutti cambiati, non conosco più nessuno!

Geltrude                          -Potevi guardare le vetrine.

Luisa                        -Potevi guardare le donne.

Eugenio                           -Cosa significa, sentiamo. Desiderio di com­plimenti? Vuoi che ti dica che il mio unico amore sei tu? Te le dicosubito:Luigina, sei il miounico amore.

Luisa                                -Quanto sei stupido, certe volte.

Eugenio                           -Non è cosi? Vorresti forse che guardassi le altre donne?

Luisa                        -E perché no? Coi tempi che corrono, è una specie di garanzia.

Geltrude                   -Eh, si, l'ho sentito dire anch'io. Ci sono dei giovani impertinenti che guardano sfacciatamente le donne; ma ce ne sono altri, più impertinenti ancora, che non le guardanoaffatto.

Amilcare                          - Be', donne o non donne, io vado a fare un bagno. (Si avvia)

Geltrude                          -Vengo anch'io, Amilcare. Con la servitù cheabbiamo non hai moltodastareallegro.

Amilcare                          -Arrivederci, Luisa.

Luisa                                -Buonasera,papa.

Geltrude                          -Vieni a salutarmi prima di andar via. Non fare come l'ultima volta.

Luisa                        -D'accordo, mamma. (Geltrude e Amilcare escono)

Eugenio                           -Luisa! (L'abbraccia)

Luisa                                - (sciogliendosi) Lasciamoperdere.

Eugenio                           -Cosa c'è? Sei irritata con me? (Luisa non risponde) Perché poco fa ho tentato di fare lo spiritoso? Andiamo,via!non farela bambina!

 

Luisa                                -Ma cosa vuoi che m'importi di quel che hai detto poco fa!

Eugenio                           -Alloraspiegati!

Luisa                                -Mamma mia, quanto sci ingenuo talvolta! Ec­co, sei tu il bambino.

Eugenio                           -Bambino perché ho tentato, abbracciandoti, di fare l'adulto?

Luisa                                -Ma no! Quelli sono omaggi che fanno sempre piacere, lo sai, a meno che lui non sia proprio disgu­stoso.

Eugenio                          -Alloradevopensarediesseredisgustoso.

Luisa                        -Ma smettila con la tua logica! (Eugenio fa un gesto dì rassegnazione) Vedi, Eugenio, e necessario parlar chiaro...

Eugenio                    -E parliamo chiaro! Comincerò io. Se in questo momento tu stai cercando le parole per dirmi che hai preso la cotta per qualcuno e che mi vuoi lasciare, fanne a meno. Basterà che tu mi dica si oppure no.

Luisa                                -Molto pratico, da dirigente d'azienda. È un merito che ti riconosco. Ma sta' tranquillo, non sono in­namorata di nessuno.

Eugenio                           -Mi fa piacere.

Luisa                                -Questo però non significa che le cose non sia­no cambiate.

Eugenio                    -Ah, no? E cosa c'è di cambiato?

Luisa                                -Molto semplice: ci sei tu.

Eugenio                           -Io?

Luisa                                -Tu. Mi sono forse fermata io in aperta cam­pagna per contemplare un salice?

Eugenio                           -Era un pioppo.

Luisa                                -Sempre molto preciso. Sono qui per dirti que­sto, Eugenio: o tu mi dimostri che sei ancora quello di prima o ci dobbiamo lasciare. Non posso sposare un uo­mo che ha l'abitudine di guardare i pioppi.

Eugenio                           -Capisco.

Luisa                       -Ma non mi rispondi.

Eugenio                    -Cosa ti posso rispondere? A che servono le parole? È accaduto qualcosa di terribile, di cui io stesso non mi so rendere conto. Anch'io ho dei sospetti su me stesso. Sono pentito, ma questo non basta. Tutto dipende da noi, ora, e dalla nostra fiducia, se lo psi­chiatra non mi dirà che sono pazzo. Cosa posso fare?

Luisa                        -Tesoro, non so cosa farci. Le mie intenzioni le conosci.

Eugenio                           -Ma come posso dimostrarti che sono ancora quello di prima? Non ne sono certo nemmeno io! Che prove posso produrre? Il comportamento forse? L'am­plesso? L'hai rifiutato.

Luisa                                -L'amplesso può essere soltanto una consuetudine;anzi, è una consuetudine.

Eugenio                           -E allora?

Luisa                                -Allora niente. Ho voluto soltanto preavvisar­ti. Vedi tu. Sta' in guardia, Non voglio certo mettere una scadenza ma sappi che se mi fai un'altra stranezza di questogenere,nonmivedipiù.

Eugenio                           -E se di stranezze, come mi auguro, non ne commetterò più, quando considererai chiuso l'argomento?

Luisa                        -Ti ho già detto che non metto scadenze. Non ne ho alcun interesse. Se tutto filerà liscio, l'anno pros­simo ci sposeremo, a meno che non sia tu stesso a cam­biare idea. Ma una volta sposato, non ti credere di po­ter fare quello che vuoi. La minaccia vale sempre e so­no disposta a separarmi. Non credere che il matrimonio possa costituire un ostacolo per me.

Eugenio                           -Ma scusa, tu mi attribuisci delle intenzio­ni,deglistraniproponimenti.

Luisa                                -Te li attribuisco per ipotesi. Se non è cosi, me­glio. E guarda, non m'interessa nemmeno di sapere se tu sia o non sia matto. Quel che mi preme, e che tu ti comporti da sano, da persona normale.

Eugenio                           -Quand'è cosi non c'è che da aspettare. Ma intendiamoci. Non ti credere di avermi in pugno e di farmi fare quello che vuoi. Che non ti venga, per esem­pio, l'idea di considerare come una stranezza qualsiasi cosa io faccia che non ti sia di gradimento. Se voglio uscire da solo una sera, non mi devi dire che mi com­porto da pazzo. Se voglio andare a Campione a giocare alla roulette non mi devi dire che questa è una stranez­za. Altrimenti, parliamoci chiaro davvero e lasciamoci subito. Comunque, sappi che oltre alla tua c'è anche la mia minaccia. Ecco: le mie intenzioni le conosci. Adesso vedi tu.

 86

 Lcisa                               -Se credi di spaventarmi! Sono una donna che ha la testa sulle spalle. E sei tu che mi devi meritare.

Eugenio                           -Vedremo.

Luisa                                -Non dubitare. Lo vedremo. Comunque non drammatizzare. Volevo soltanto che ti rendessi conto di come la penso io su certe cose.

Eugenio                           -D'accordo.

Luisa                                -Senza rancore.

Eugenio                           -Naturalmente. Da persone... normali. (Si ap­presta ad uscire. La mano di Geltrude socchiude cauta­mente la porta, in lenta progressione, dai lato opposto. QuandoEugenioèuscito, Geltrudeappare)

Geltrude                          -Luisa! Luisa cara! (Abbraccia Luisa) Pen­sa che per un momento avevo dubitato di te. Lo confes­so: ho origliato alla porta. Ma l'ho fatto a fin di bene e voglio essere perdonata subito. Cara, cara, cara! (Bacia Luisa; poi, accennando a Eugenio) Lo veglieremo assieme. (-A Luisa e un po' a se stessa) Veramente, non avrei potuto trovare una nuora migliore di te!

ATTO SECONDO

Amilcare                          -Si accomodi.

Stefania                           -Veramente, avrei voluto parlare col dottore.

Amilcare                          -II signor Eugenio è fuori. Può dire a me, se non si tratta di un segreto.

Stefania                    -Oh, no. È una cosa di cui prima o dopo tutti dovranno venire a conoscenza.

Amilcare                          -Lei è, mi scusi?

Stefania                    -Mi chiamo Stefania Barzaghi ma il mio nome non le può dir niente. La può interessare invece un particolare: sono la madre di Gianluca.

Amilcare                          -Gianluca, Gianluca... Anche questo parti­colare, mi perdoni, ma non midice niente.

Stefania                           - L'aiuterò. Gianluca è il nome del bambino che il dottore ha avuto la bontà di portare a spasso.

Amilcare                          -II bambino della passeggiata? Quello di Lodi?

Stefania                           -Esattamente.

Amilcare                          -O guarda! Che mammina piacente ha il piccolo Gianluca! Mi avevano detto che era figlio di con­tadini.

Stefania                    -È nipote di contadini. Io ho abbandonato la famiglia molto presto. Vivo a Milano. Gianluca invece vivedai nonni.

Amilcare                          -Eh, capisco! In campagna è un'altra cosa. Mascusi,io cosa c'entro in tuttoquesto?

Stefania                           -Glie l'ho detto che volevo parlare col dot-tor Eugenio.

Amilcare                          -Si ma ugualmente non vedo...

Stefaxia                           -II dottor Eugenio ha portato, diciamo cosi, a passeggio Gianluca. Ci sono le prove. Non sì è mai chiesto perché?

Amilcare                          -E come! Siamo preoccupati. Mio figlio è sotto controllo medico.

Stefania                           -Anche voi, dunque, avete giudicato strano il comportamentodeldottore.

Amilcare                          -Senza dubbio. Inspiegabile.

Stefania                           -Crede?Èspiegabilissimoinvece.

Amilcare                          -Lei conosce la ragione per cui...

Stefania                    -La conosco. E molto semplice. Il dottore ha usato violenza al bambino.

Amilcare                          -Cosa dice?

Stefania                           -Non ha capito? Vuole che ripeta?

Amilcare                          -Lei mente!

Stefania                           -Può darsi. Suo figlio che spiegazione ha dato del fatto?

amilcare                           -Nessuna spiegazione.

Stefania                           -Vede?

Amilcare                          -Ma lei che prove mi porta di quanto va dicendo?

Stefania                           -Le prove?Sonoforsenecessarie le prove?

Amilcare                          -Certo. Un'accusa come la sua deve essere dimostrata. Se crede che il tribunale si accontenti di congetture!

Stefaxia                           -II tribunale? Ma io non ho nessuna inten­zione di denunciare il dottore per corruzione di mino­renne.

Amilcare                          -Ah, meno male!

Stefania                    -Però ho sentito il dovere di comunicarvi, se già non la sapevate, la vera ragione del suo strano comportamento.

 Amilcare                         - (ironico) Oh, la ringrazio molto! Erava­mo veramente ansiosi... (Cambiando tono) Si vergogni! Ed esca! Non posso credere a una parola di quel che dice!

Stefania                    -Lei no, e posso comprenderla. Ma a Lodi la pensano diversamente. Ormai ne parlano tutti. E una voce generale. Sa, il fatto è stato notato. È indubbiamen­te inconsueto e quindi sospetto. E poi il dottore è cono­sciuto.

Amilcare                          -È conosciuto?

Stefania                           -Una spyder si nota. E il suo proprietario desta sempre curiosità. Se questo proprietario, poi, è un uomo pubblico, un noto industriale che viene spesso fo­tografato e di cui i giornali parlano, a causa di evasioni fiscali o di avvenimenti mondani... Se aggiunge che mol­ti abitanti del luogo lavorano nella sua industria, lei capisce!

Amilcare                          -Sicché si parla di mio figlio.

Stefania                           -Dovunque: nei bar, nelle case, lungo la strada. Ne parlano i vecchi, le comari, le ragazze, gli operai che tornano dal lavoro, i bottegai,gli spazzini.

Amilcare                          -Ma si rende conto che il mio nome viene diffamato?

Stefania                           -E il mio?

Amilcare                          -Ma il suo è diverso dal mio.

Stefania                           -Indubbiamente.

Amilcare                   -II bambino è stato interrogato? Cosa ne dice il bambino?

Stefania                          -IIbambino?Cosa c'entrailbambino?

Amilcare                          -Come cosa c'entra? È lui, no, la parte in causa?

Stefania                           -Oh, povero caro! Che peso può avere l'opi­nione di un bambino? Chi vuole che gli dia ascolto? Lei crede che le chiacchiere possano cessare solo perché Gianluca dicedi no?

Amilcare                          -Va bene ma per accertare una responsabi­lità...

Stefania                           -Oh, le responsabilità! Le responsabilità ci sono sempre. Le conseguenze ci sono sempre. Cosa vuo­le che m'importi se la violenza c'è stata o non c'è stata nella realtà?

amilcare                           -Come?Non le importa niente?

Stefania                    -Certo che m'importa. Sono una madre. E le posso dire che la violenza, per quanto riguarda le conseguenze, c'è stata senz'altro. Potrei fare una denun­cia.

Amilcare                          -Una denuncia? Lei è impazzita. Perdereb­be senz'altro il processo. Le ho detto che ci vogliono prove.

Stefania                           -E le chiede a me? Ma sono io che le chie­do a voi. II dottor Eugenio mi rapisce il bambino? Mi dimostri che non lo ha fatto con cattive intenzioni.

Amilcare                          -Lo dimostreremo.

Stefania                           -Non ne dubito. Ma lei capisce che è per­fettamente logico che una madre, in questi casi, voglia vedercichiaro. Leicosaavrebbe fattoalmio posto?

Amilcare                          -Se il bambino dice che non c'è stato nien­te, starei tranquillo.

Stefania                           -E penserebbe che il fatto è avvenuto cosi, senza scopo?

Amilcare                          -Certo, capisco che... è strano.

Stefania                           -è strano, vede? Quindi è legittimo che io voglia scoprire la vera ragione. Sono venuta per avvi­sarla che fra le varie ipotesi ci potrebbe essere anche questa. Non solo ma che questa è l'ipotesi che riscuote maggiori consensi nell'opinione pubblica. (Estrae un bi­glietto da visita dalla borsetta) Ecco il mio indirizzo. Speroche vorrete comunicarmi le vostre decisioni.

Amilcare                          -Qualidecisioni?

Stefania                           -Vorrete,spero,risarcireildannomorale.

Amilcare                   -Ah! Era a questo che tendeva! (Entra Luisa)

Luisa                                -Buongiorno, papa.Scusi se la disturbo...

Amilcabe                         -Per carità! Vengo subito. Accompagno la signora...

Stefania                           - (interrompendolo) Barzaghi. Piacere. (Lui­sa la guarda con sospetto e non dice nulla) Lei sarebbe la sorelladel dottor Eugenio?

Amilcare                          - (imbarazzato) Ma veramente.,.

Stefania                           -Ah, la fidanzata! Meglio ancora.

Ltjisa                               - (fredda) Scusi ma non vedo per quale ragio­ne...

Stefania                           -Sono la madre del bambino.

Luisa                                -Bambino?

Amilcare                          -Si... il bambinodel pioppo.

Luisa                                -Ah! (Viene avanti interessata) E cosa desi­dera?

Stefania                    -Dicevo poco fa al signor commendatore che è mia intenzione conoscere con esattezza la vera ra­gione che ha spinto il dottor Eugenio ad ospitare sulla macchina il mio bambino.

Luisa                                -Nobileproponimento,èancheilnostro.

Amilcare                          -Scusa, Luisa, devo avvertirti che la si­gnora...

Stefania                           -Non sì disturbi, commendatore, ci spieghe­remo meglio fra donne.

Amilcare                          -Non ne vedo la ragione.

Luisa                                - (sempre più insospettita) Lasci che dica, papa. Ora sono curiosa.

Amilcare                   -Volevo evitare una chiassata fra donne. Ma se ci tenete...

Luisa                                -Non ci tengo ma a questo punto voglio sape­re. E preferireiparlare direttamente con la signora.

Amilcare                          -Come vuoi. Prego. (Si allontana e va a se­dersi altrove)

Luisa                                -Dunque?

Stefania                           -Permette una domanda? Il dottor Eugenio come si comporta con lei sessualmente? Possiamo con­siderarlo normale?

Luisa                                -Possiamo?

Stefania                    -Eh? Cosa mi sa dire a questo proposito?

Luisa                                -Ma lei si rende conto?...

Stefania                           -Mi rendo conto benìssimo. Le ho fatto una domanda a ragion veduta. Una sua risposta potrebbe essere preziosa perstabilire la verità.

Luisa                                -Quale verità?

Stefania                    -La verità sul comportamento dì Eugenio col bambino.

Luisa                                -Cosa intende dire?

Stefania                           -Eugenio ha usato violenza al bambino; o almeno ha tentato di usarla; o aveva intenzione dì usarla.

Luisa                                -Lei è pazza!

Stefania                           -Perché? Le sembra un'ipotesi assurda? Che versione da lei dell'avvenimento?

Luisa                        -Io non do nessuna versione. La ragione la stiamo cercando, con l'aiutodei medici.

Stefania                           -E dunque! Di che mi rimprovera? Ho cer­cato anch'io la ragione e l'ho trovata.

Luisa                                -Impossibile!

Stefania                           -Perché? Mi dica, mi dica. Se ha delle ra-.gioni per escludere questa possibilità le dichiari senza complimenti. Non ci tengo particolarmente che l'ipotesi sia vera, glielo assicuro.

Luisa                        -Come le è venuto il sospetto?

Stefania                           -Ne parla tuttaLodi.

Luisa                        -II bambino ha fatto preciseaccuse?

Stefania                           -II bambino non conta. I bambini possono dire bugie.

Luisa                        -Ma che cosa ha detto?

Stefania                           -Ha parlato di carezze.

Luisa                        -Esuomarito cosane pensa?

Stefania                           -Non ce l'ho il marito.

Luisa                        -Non ce l'ha?E il bambino?

Stefania                           -Ho detto che non ho marito. Non ho detto che il bambino non abbia un padre. Credo che lei sappia che si possono avere bambini anche se non si ha mari­to. E se non lo sa, figliola mia, stia in guardia!

Luisa                                - (decisa) Non faccia dello spirito. Piuttosto, di­ca la verità!

Stefania                           -Eh?

Luisa                                -Non faccia l'ipocrita. Ha capito benissimo.

Stefania                           -Non ho capito niente.

Luisa                        -Non ha marito, eh?

Stefania                    -Si, non ce l'ho. Cosa glie ne importa?

Luisa                        -Cosa me ne importa?

Stefania                           -Si, ha intenzionedifarmila predica?

Luisa                                -Lo dica, su. Io dica!

Stefania                           -Ma cosa!

Luisa                        -II nome! Il nome del padre!

Stefania                           -Ma mi faccia il piacere!

Luisa                        -Non lo vuoi dire, eh? Allora glie lo dirò io.

Stefania                           -Oh, si! Sono proprio curiosa.

 

Luisa                                -II padre del bambino è Eugenio! Non Io ne­ghi!

Stefania                           -Ah, ah! Non lo neghi! Ma se non lo cono­sco nemmeno!

Luisa                        -Tutto è chiaro.

Stefania                           -Non dica sciocchezze!

Luisa                                -Credeva dì farla franca, eh? Ma era un pezzo che avevo dei sospetti!

Stefania                           -Sul suo fidanzato? Non ne dubito. Ma sono, semmai, sospetti d'altro genere. II suo fidanzato è ille­gittimo come uomo, non come padre.

Luisa                                -Spudorata!

Stefania                           -Ma non mi faccia ridere! (Amilcare, che aveva seguito interessato il colloquio, a questo punto non riesce a trattenersi)

Amilcare                          -Ora basta!

Stefania                           -Ma commendatore!

Luisa                                -Papa!

Amilcare                          -Basta! Vi ordino dì smetterla! Dopotutto nessuno di voi due è in casa sua. Dunque, permettete che sìa io a decidere. (A Stefania) Signora, la prego di lasciarci. (Entra Geltrude)

Geltrude                          -Amilcare! Ti sei dimenticato di prendere il tuo lassativo, stamattina! (Accorgendosi della presen­za delle due donne) Ah!

Stefania                           -Va bene. Ma ne riparleremo. Il mio indi­rizzo ce l'avete. Non considero chiusa la questione. (Sì avvia)

Amilcabs                         - (accompagnandola fino alla porta e parlando a qualcuno che sta fuori) Osvaldo! Accompagna la si­gnora! (Stefaniaesce)

Geltrude                          -Chi è?

Luisa                                -Mamma!

Amilcare                          - (a Luisa) Ti prego!

Geltrude                          -Ma cos'avete?

Amilcare                          -Quella donna è la madre del bambino di Eugenio.

Luisa                                - (sorpresa) Ah! Ma allora, lei, signor Amilca­re, sapeva tutto!

Amilcare                          -Voglio dire che è la madre del figlio del pioppo... Santo cielo! Geltrude! È, la mamma del piccolo Gianluca, si chiama cosi, che Eugenio ha portato a pas­seggio sulla spyder in quel famoso e maledettissimo giorno!

Geltrude                          -E che voleva?

Amilcare                          -Vuole dei soldi.

Geltrude                          -Deisoldi?

Luisa                                -Ah! Questo non lo sapevo! Ma adesso è sma­scherata. Guarda un po'! Vi ho fatto anche un piacere!

Geltrude                          -Spero che vorrete spiegarmi...

Amilcaee                   -Questa donna, questa donnaccia per­ché devi sapere che il bambino è figlio illegittimo!afferma che Eugenio ha approfittato del bambino.

Geltrude                          - (come folgorata) No! (Pausa. Geltrude sì illumina, colpita da un'idea) Ma allora... allora... Euge­nio è salvo! Non è pazzo, Amilcare, non è pazzo! Dio sia lodato!

Amilcare                          -Geltrude!

Geltrude                          - (rapita) Non è diventato un acchiappanuvole! Capisci? Eugenio, piccolo mio! Sei tornato uno dei nostri!Adesso c'è la ragione!C'èla ragione!

Amilcare                   -Be', da questo punto di vista, certo...

Luisa                                -Mi compiaccio! Vedo che a me non pensate minimamente.

Geltrude                          -Ma cosa vuoi che me ne importi di te in questo momento!

Luisa                                -E allora, mamma, si disilluda, perché proba­bilmente non è vero.

Geltrude                          -Che ne sai tu? Smorfiosa! Sembra che ti diverta a darmi un dolore!

Luisa                                -La verità è che il padre del bambino è lui, Eugenio.

Geltrude                          -Cosa?

Luisa                                -Ecco la vera spiegazione. Eugenio non è mat­to. Era andato a trovare suo figlio. Niente di più natu­rale!

Geltrude                          -E lo ha insidiato!

Amilcare                          - (paterno) No, Geltrude, scusa: o l'uno o l'altro. O ha ragione Luisa o ha ragione la madre del bambino.

Geltrude                          - (ci ripensa) In ogni caso Eugenio è salvo. Questoè quello cheimporta. Facciamo una bella festa,

 eh, Amilcare?

Amilcare                          - (condiscendente) Certo, certo. È, indubbia­mente unasoluzione.

Geltrude                          -Tu che ne pensi? Preferiresti che avesse ra­gione Luisa o la madredel bambino?

Amilcare                          -Lasciamo stare. Qui bisogna stabilire la verità. Non è stata portata nessuna prova, né dell'una né dell'altra tesi.

Geltrude                          -Amilcare! Non ti verranno dei dubbi, ades­so?

Amilcare                          -Eppure... Dobbiamo averli. È doloroso, lo so. Sarebbe bello che il problema fosse già risolto. Ma non possiamo accettare una versione qualsiasi, soltanto perché ci fa piacere.

Geltrude                          -Tu, Luisa, cosa ne dici? È grave la tua ac­cusa. Come la dimostri?

Luisa                                -Corrono voci, mamma, sulle avventure di Eu­genio. Si dice che abbia un'amante all'estero.

Amilcare                          -Perfide calunnie!

Luisa                                -Volete che parli o che stia zitta? (Pausa) Una mia amica Io ha visto a Copenhagen con una bionda.

Geltrude                          -E conquesto?

Luisa                        -Si sussurra al tennis di figli che Eugenio avrebbe in provincia. Ora considerate: oggi vengo qui e trovo una bella donna di provincia, con un figlio e sen­za marito, la quale vuole ricattarvi. Ma guarda che com­binazione!

Amilcare                          -E non potrebbe essere vera l'accusa della donna?

Luisa                        -No. Eugenio, da questo lato. Io conosco molto bene. Perché, lei, papa, aveva creduto all'accusa della donna?

Amilcare                          -Nemmeno per un istante! L'avevo scac­ciata!

Luisa                               -Lei,mamma,invece,sembravalusingata.

Geltrude                          -Lusingata... Che sciocca sei! Non dico lu­singata ma il pensiero di avere trovato il bandolo della matassa...

Luisa                                -No. O si ammette la mia ipotesi o dobbiamo pensare che Eugenio si sia fermato per caso. Ritenete possìbile che un tipo come lui si fermi in campagna per caso?

Amilcare                          -Oh, no!Questa poi!

Geltrude                          -È mio figlio, diamine!

Amilcare                          -Impossibile!

Geltrude                          -Ma cosa vai dicendo!

Luisa                                -E allora convincetevi di essere nonni e mette­tevi il cuore in pace. E me lo metterò anch'io. Però, la-sciatevelo dire: è un bel porco!

Amilcare                          -Prima di lasciarmi dire che è un bel por­co, voglio vederci chiaro. E sapete cosa faccio? Mando a chiamare la donna, e li mettiamo a confronto. (Entra Eugenio)

Eugenio                           -Buongiorno. Lo psicanalista non è ancora arrivato? (Silenzio imbarazzato) Volevo chiedergli se pos­so sostituire le Kent con le Murattis.

Geltrude                          -LeKent?Chisono?

Luisa                               -Sigarette.

Geltrude                          -Ah!

Amilcare                         -Bene, devo andare.

Eugenio                           -Ricordati il Bona.

Amilcare                          -Cosa?

Eugenio                           -II Bona.

Amilcare                          -Che c'entra il Bona?

Eugenio                           -Domanihail'appuntamentocolBona.

Amilcare                          -IIconte?

Eugenio                    -Lui o un altro che manderà al suo posto. C'è la questione della fornitura. (Pausa) Dico, hai perso la memoria?

Amilcare                          -Per tutti i diavoli, me lo stavo dimentican­do! Perché quell'imbecille di segretaria non mi ricorda gli appuntamenti?

Eugenio                           -Per il semplice motivo che questa è una faccenda che di solito sbrigo io. E io non ho bisogno di segretaria.Hoilmiocarnet.Epoimiricordotutto.

Amilcare                          -Madonna santa, guarisci presto e vieni al lavoro,altrimentiandiamo male. (Esce)

Eugenio                           -A chi lo dici! Sono forse io che ho voluto tutto questo? (Allamadre)Eh?L'ho voluto ioquesto?

Geltrude                          -Questoforseno,mailresto...

Eugenio                          -Ancora!Nuncet semper!

Geltrude                          -Parla latino adesso! (A parte) Bisogna che lo dicaalprofessore.Forseèimportante.

Eugenio                           - (a Luisa, che se ne sta da parte, imbronciata) Emicrania?

Luisa                                - (dopo averlo guardato per un attimo) Animale!

Eugenio                           - (interdetto) Be' insomma... meglio di vege­tale. (Si allontana un poco) Si può sapere che cos'hai? È questa la maniera di rispondere? E siamo soltanto fi­danzati!

Luisa                                -Non lo siamo più.

Eugenio                           -Hai deciso di abbandonarmi? Ottima idea. E tu, mamma, lo sapevi che questa di Luisa era una visitadi congedo?

Geltrude                          -Luisa è soltanto un po' nervosa. Vieni qui. Siediti.

Eugenio                           -II solito interrogatorio pomeridiano?

Geltsude                          -Si, ma molto più sereno. Ormai siamo alla fine. Vieni, caro, vieni. (Fa sedere Eugenio accanto a sé)

Eugenio                           - (sedendosi, rassegnato) Ecco fatto!

Geltrude                   -Tu sai, Eugenio, che io sono la mamma, e che per te, per noi, per il nostro benessere, darei la vita.

Eugenio                           -Lo so.

Geltrude                          -Io sono la mamma e come tutte le mam­me, o perlomeno le migliori mamme, so comprendere tut­to e tutto perdonare.

Eugenio                           -Lo so.

Geltrude                   -Perché la mamma è colei che comprende e perdona, quando ha una certa educazione.

Eugenio                           -Lo so.

Geltrude                          -Dunque, Eugenio, avresti potuto avere mag­giore confidenza in me. Avrei capito.

Eugenio                           -Cosa?

Geltrude                          -So che un uomo, come una donna del re­sto, può avere i suoi momenti di debolezza. Non per que­sto si deve generalizzare e, per il cedimento di un'ora, condannare l'uomo per sempre. Dio mio, cosa sarebbe la nostra vita senza il perdono?

Eugenio                           -Spero mi vorrai spiegare...

Geltrude                          -Se ti è venuto il capriccio di...

Eugenio                           -Di...

Geltrude                          -Si, col bambino. (Pausa. Eugenio lentamen­te comprende)

Eugenio                           -E tu hai pensato questo!Mamma!

Geltrude                          -Cosa ci sarebbe di strano? Non saresti né il primo né l'ultimo. E poi, ripeto, non si tratta di bollartia fuoco persempre.Nessunoti vuoimettereuna etichetta. Siamouomini.Si cade ecisirialza.Storie! (Pausa) Eh? Allora?

Eugenio                           -Qualcosa è accaduto... (Geltrude trasale) Ma non quello che tu credi. O almeno... Non lo so... Spero di no... Non credo...

Geltrude                          -Oh, insomma! Se non è vero, dillo e non se ne parli più! (Si sposta da una parte e guarda la parete)

Luisa                                - (a Eugenio) Vedi? L'hai fatta inquietare. Pove­rasignoraGeltrude!

Eugenio                           -Non so cosa farci.

Luisa                                -L'hai molto delusa.

Geltrude                          -Sicché siamodi nuovo da capo.

Eugenio                           -Mi dispiace ma non posso, per farti piacere...

Geltrude                          -Allora ha ragione Luisa. E questo mi di­spiace assai di più. (Singhiozza)

Eugenio                           -Eh?

Luisa                                - (con tranquilla sicurezza) Si, Eugenio. Ho una mia tesi, che a questo punto deve considerarsi pienamente confermata. Non ti rimane che confessare. Ci lasceremo almenoda buoniamici.

Eugenio                           -Confessare cosa?

Luisa                                -Lo sai che ci vuole molta pazienza con te? Con­fessare cosa! Ma la verità!

Eugenio                           -La verità! Come se fosse facile!

Luisa                                -Ah, indubbiamente è difficile! Si capisce. Devi inventare una bugia plausibile!

Eugenio                           -Non dire sciocchezze!

Luisa                                -Potevi uscirne a testa alta, con onore. Non lo vuoi fare. Vuoi mentire fino all'ultimo. Sei un vigliacco!

Eugenio                           -E tu sei pazza!

Luisa                                - (non lo ascolta) Povero Eugenio! Come mi fai pena! Non hai nemmeno il coraggio delle tue azioni. Po­tevi almeno conservare la mia stima, se non il mio amo­re. (Geltrude, che ha finito di singhiozzare, torna da Eu­genio e gli si inginocchia accanto)

 

Geltrude                          -Eugenio, per pietà parla! Fallo per la tua mamma!

Luisa                                -Ah! Incominciamo con le tenerezze, ora! Se Io tenga, se io coccoli bene il suo bambino!

Geltrude                          -Eh, via! Non esageriamo! Un po' di tene­rezza ci vuole! Parli cosi perché non sai cosa significa essere madre.

Luisa                                -Oh, certo! Non ho ancora provato, io! Vero, Eugenio?

Eugenio                           -Be' si. O almeno credo. Ma perché mi fai questa domanda?

Geltrude                          -Parla, Eugenio. Parla! Confidati! Poi ti sen­tirai meglio. In fondo un bambino... So che sei già pentito.

Lu:sa                                - (a parte) Forse ha ragione la vecchia. Bisogna prenderlo con le buone! (Corre da Eugenio e gli si ingi­nocchia accanto) Dai, Eugenio, confessa. La paternità non è delitto.

Eugenio                           -Che c'entra la paternità?

Geltrude                          -Un piccolo atto impuro. Cosa c'è di strano? Li facciamo tutti.

Luisa                                -Abbiamo avuto momenti felici. Sono pronta a perdonarti. Magari ti lascio, ma insomma confessa! Ti sarci cosi grata che forse non ti pianterei.

Geltrude                          -Dimmelo in un orecchio. La mamma è un po' come il confessore.

Luisa                                -Non essere crudele! Non lasciarmi in questa attesa snervante. Tanto è lo stesso, prima o poi lo verrò a sapere. Ma voglio sentirlo da te. Insomma, voglio che tu confessi. Ad ogni costo. Com'è, biondo?

Eugenio                           -Che biondo?

Luisa                                - (abbandona improvvisamente Eugenio, spazientita) E insiste! Sciagurato! Ma cosa credi di ottenere? Come puoi pensare di farla franca? Sei un ingenuo. Ostinato come un bambino viziato!E stupido!

Eugenio                           -Oè, dico!

Geltrude                          -Ma si, Luisa ha ragione. Cosa ti dobbiamo dare in cambio? Che vuoi da noi? Una mano, un braccio? Non ti bastano i sacrifici dei tuoi genitori?

Eugenio                           -Andate al diavolo!

Geltrude                          -Cosa dici? Questo osi dire a tua madre?

Eugenio                           -Oh! Insomma!

Luisa                                -Si, la mamma ha ragione. Sei poco rispettoso.

Eugenio                           -Statti zitta, cretina! Oh, via! Ne ho abba­stanza (Fa per andarsene)

Geltrude                          - (lo insegue, lo trattiene, lo prende a viva forza e lo fa sedere) No! Adesso stai qui!

Luisa                                - (si precipita su Eugenio e lo prende per il collo) Parla! Parla o ti strozzo!

Geltrude                          - (soffiandogli sul viso) Ti vorrei picchiare come quando eri bambino!

Luisa                                -Ah! Se avessi un temperino! Torturarti vorrei!

Geltrude                          -Questa non me la dovevi fare! (Lo prende per un orecchio) Non dovevi arrivare fino a questo punto! Hai passato ogni limite! Sei un mascalzone! (Si apre im­provvisamente la porta. Entra Amilcare. Le donne abban­donano Eugenio, che si alza. Tutti guardano Amilcare)

Amilcare                          - (puntando il dito su Eugenio e gridando) Stefania Barzaghi!

Eugenio                           - (gridando) Be'?

Amilcare                          - (dopo un istante di sbigottimento) C'è bi­sogno di gridare? Pazienza. Vediamo se resisti alla secon­da prova. (Apre fulmineamente la porta e fa entrare Ste­fania. Eugenio e Stefania si fissano. Lei ha un'aria un po' strafottente e di sfida e guarda Eugenio con un certo com­piacimento; le piace. Eugenio è impietrito dalla sorpresa: continua a non capire niente)

Eugenio                           - (riprendendosi dallo stupore, al padre) Mi vuoi spiegare...

Amilcare                          - (trionfante) È chiaro no?

Eugenio                           - (sinceramente preoccupato, mestamente) Pa­pa! Tu sei malato. (Alla madre) O Dio, mamma, non ti sei accorta? Commette delle bizzarrie. Mamma, bisogna fare qualcosa!

Geltrude                          - (coinè parlando a se stessa) Non puoi es­sere commediante fino a questo punto! Dio mio, tutto darifare!Chedisastro!

Eugenio                           -Mamma, che vuoi dire tutto questo? (A Lui­sa) Luisa, non mi dici niente? (Luisa, delusa, si tira da parte e guarda la parete) II papa è malato!

Amilcare                          -Io?

Geltrude                   -II papa sta benissimo. Non dire scioc-chezze!

 

Eugenio                           -Ma...

Geltrude                          - (definitiva) Ti dico che sta bene!

Eugenio                           - (a Stefania) Ma lei chi è?

Stefania                           - (a Luisa) È convinta adesso? (Luisa non risponde, Amilcare prende Eugenio sottobraccio e, sotto­voce, lo mette al corrente del mistero. Azione scenica) Bene. Posso andarmene per la seconda volta. Andrò a fare la denuncia. Non servirà a nulla, tuttavia... abba­stanza perché il dottor Eugenio venga interrogato e perché i giornali ne parlino.

Geltrude                          -Baldracca!

Stefania                           -La ringrazio. Mi ha tolto gli ultimi dubbi. Mi dispiace solo per lui, per il dottore, che a prima vi­stamiè riuscito simpatico.

Amilcare                          -Orasenevada!

Stefania                           -Ah! Prima mi chiama e poi mi manda via. Si vede proprio che nella vita è abituato a fare quello che vuole... Comunque, per quel che me ne importa...

Geltrude                          - (volgare) Fuori dai piedi!

Eugenio                           - (trattenuto, sussurrando) Ma siete pazzi! Non sapete chegrana puòsaltar fuori?

Stefania                           -Saluti a tutti! (Si accinge ad andarsene)

Eugenio                           -Un momento! (La insegue e la trattiene)

Geltruds                          -Ma allora, se ha tanta paura di un'inchie­sta, vuoi dire che nasconde qualcosa!

Eugenio                           -Per favore,lasciatecisoli! (Amilcare esce)

Geltrude                          -Ma si, ma si! E vera la prima ipotesi. (A Luisa) Coraggio, Luisa, coraggio! Non è detta l'ultimapa­rola! (Prende Luisa per un braccio ed escono ambedue)

Eugenio                           -Lei sa cosa meriterebbe?

Stefania                           -Dottore, se si dovesse guardare ai meriti nella vita...

Eugenio                           -Non mi venga a dire che lei crede davvero...

Stefania                           -Cosa le importadella mia opinione?

Eugenio                    -Non è possibile che lei sia in buona fede. Sa benissimo che io non ho fatto niente.

Stefania                           -Dove vuole arrivare? A farmi credere che sono una donna abbietta e che devo vergognarmi di ciò che sto facendo?

Eugenio                           -Non ho molta fiducia in questo senso. Tut­tavia, se lei conviene che la sua accusa è ingiusta...

Stefania                           -Io non le faccio nessuna accusa. Voglio semplicemente un risarcimento.

Eugenio                           -In nome di che cosa, se sono innocente.

Stefania                           -In nome del danno che mi ha causato. Del dileggio che dovrò sopportare. Delle ironie, delle strizza­tine d'occhi, dei colpi di gomito, della cattiveria della gente. Se lei fosse colpevole e nessuno Io sapesse, pazien­za. Ma poiché a Lodi tutti ne parlano, e in senso diso­norevole, lei mi deve un risarcimento anche se è inno­cente.

Eugenio                           -Le confesso che nonostante tutto lei mi è simpatica.Èdi una logicaeccezionale per unadonna.

Stefania                           -Sono ragioniera. (Pausa) Anche lei mi è simpatico. Parlo per istintoquesta volta.

Eugenio                    -Convengo che in fondo lei non ha torto. Ha fatto un ragionamento da uomo d'affari. Ineccepibi­le. Mi compiaccio, non posso farne a meno.

Stefania                           -E la compiacenza, tradotta in lire, a quan­to ammonta?

Eugenio                    -Eh! Eh! Errore! È lei che deve fare la proposta.

Stefania                           -Faccia un'eccezione. Sono una signora e unasignora le proposte le riceve, non le fa.

Eugenio                           -Questo è discutibile. Lei è ancora legata ad una mentalità ottocentesca. Ad ogni modo d'accordo. Facciamo ccntomila?

Stefania                           -Cosa? Non ha vergogna?

Eugenio                           -Dica lei.

Stefania                           -Un milione.

Eugenio                           -S'accomodi.Vadapureadenunciarmi.

Stefania                           -Quand'ècosi... (Si alza)

Eugenio                           - (calmo) Secondo errore. Lei si aspetta che io la richiami quando si troverà sulla porta. No. Solo quando la cifra è diventata ragionevole ci si può alzare e far finta di andarsene. Questi sono princìpi elementari, roba da ragazzi.

Stefania                           - (confusa) Ho sbagliato, scusi.

Eugenio                           -Mi dispiace.

Stefania                           -E... non sì potrebbe farla diventare ragio­nevole la cifra?

Eugenio                          - (paterno) Macerto.Maiperdersid'animo. Facciamo duecentomila.

Stefania                           -Come! Da un milione scende a duecento­mila?

Eugenio                           -No, scusi, salgo da cento. Ho raddoppiato. E lei avrebbe il coraggio di lamentarsi di un aumento del cento per cento? È un'offerta più che favorevole, glie­lo assicuro. Anzi, è addirittura contraria alla prassi. Non lo dica in giro, la prego, perché ci faccio una brut­ta figura.

Stefania                           -Sa, non sono pratica. Ad ogni modo mi sembra ancora poco.

Eugenio                           -Può darsi. Questo le è concesso. Ma consi­deri che stiamo giocando d'azzardo. Attenta! Faccia con­to che io non accetti la sua nuova proposta. Lei non avrà neanche quel poco. Potrà soltanto denunciarmi, che non è precisamente ciò che lei desidera. Non mi dirà che preferisce la denuncia a duecentomila lire?

Stefania                           -No sarebbe una bugìa troppo grossa, una palese assurdità. Come si può preferire una denuncia a duecentomila lire?

Eugenio                           -Lei mi piace. È sincera. Veramente, vorrei averla conosciuta prima. Dunque, siamo d'accordo.

Stefania                           -No. Consideri anche lei che è un gioco di azzardo. Pensi alla somma. Cosa sono oggi duecentomila lire?

Eugenio                           -Sempreunabellasommetta.

Stefania                           -D'accordo. Ma anche una somma a cui si può rinunciare senza rimorsi, specialmente per una don­na come me che pur non avendo marito...

Eugenio                           -Ah, lei non ha marito?

Stefania                           -No.

Eugenio                           -Interessante!

Stefania                           -Interessante, mi auguro, anche se l'avessi. Le stavo dicendo : pur non avendo marito, ho un reddito discretoesoprattutto integrabile.

Eugenio                           -Come?

Stefania                           -Integrabile. Che si può integrare.

Eugenio                           -D'accordo, d'accordo.

Stefania                           -Lei capisce che non può prendermi per fa­me come potrebbe fare, per esempio, con la moglie di un manovale padre di cinque figli.

Eugenio                           -Già, già. Del resto, la moglie di un mano­vale con cinque figli non sarebbe nemmeno venuta qui.

Stefania                           -Non avrebbe avuto tempo. Sa, ì bambini dannoda fare.

Eugenio                           -Capisco. Perciò, quando diceva di preferire le duecentomila lire alla denuncia, cosa intendeva?

Stefania                           -Parlavo per principio. Sempre meglio il de­naro che una petizione in carta bollata. Come darle tor­to su questo punto? Ma nel mio caso particolare si deve ammettere la possibilità della rinuncia, per capriccio, o ripicco, o incoscienza se vuole, dato che la cifra, per me, non è alta. Sbaglio?

Eugenio                           -No.

Stefania                           -Vede che miglioro? Dottore, non si può ge­neralizzare. Una somma che per certuni è fin troppo, è inadeguata per altri. Se Dio vuole, non siamo tutti ugua­li. Perciò se le chiedo un ulteriore aumento, dottore, non è per approfittarmene; ma perché è giusto che il risarci­mento sia adeguato al mio reddito, alla mia posizione so­ciale, in definitiva al mio decoro. Ne conviene?

Eugenio                           - (sinceramente ammirato) Splendido. Vera­mente. Splendido. (Le bacia la mono)

Stefania                           -Dunque,raddoppi leduecentomila.

Eugenio                           - (dopo un attimo di riflessione) Affare fatto. Ma le assicuro che ci rimetto. Accetto proprio perché è lei.

Stefania                           -No, permetta. È lei che fa l'affare. Crede che con un altro avrei accettato una somma tanto mi­sera? Per il mio rango, quattrocentomila lire sono poche. Insomma, vuole che le dica la verità? Quando ho visto lei, mi è scappata la voglia di chiedere denaro.

Eugenio                           -Andiamo,non esageri adesso.

Stefania                           -Giuro. Innanzi tutto avevo capito che le vo­ci erano infondate. Non è possibile, ho pensato. Un cosi belgiovane,maschio,vigoroso,serio,conqueicapelli...

Eugenio                           -Scusi, cosa c'entrano ì capelli?

Stefania                    -I capelli sono importanti per la virilità, l'ho letto su un libro. Ecco, stavo per rinunciare al ri­sarcimento.

Eugenio                           -Io invece sono stato preso da una irresisti­bile indulgenza. Una specie di indifferenza di fronte alla richiesta. Merito del suo sorriso, della sua dolcezza, del­la sua intelligenza. Mi assomiglia, mi sono detto. Ho pensato: non è possibile che una donna cosi in gamba sia una ricattatrice.

Stefania                           -Possiamodunqueconcluderel'affare.

Eugenio                           -Già, l'affare, è vero. Quanto avevamo con­venuto?

Stefania                           -Quattrocentocinquanta.

Eugenio                           -Davvero?Nonm'inganna?

Stefania                           -Santo cielo, vogliamo ricominciare? S'era convenuto ormai. Non litighiamo, su! (Gli si avvicina, si tende, lo tenta) Vogliamo concludere?

Eugenio                           -Concludiamo.

Stefania                           - (tenera) Me lo fa l'assegnino?

Eugenio                           - (svagato) Ora? Ma no. Pagamento a trenta giorni, come al solito.

Stefania                           - (da innamorata capricciosa) No, subito.

Eugenio                           - (incerto, da fidanzato ragionevole) Ma non si usa!

Stefania                    -Via! È un caso eccezionale! Non capita mica tuttii giorni.

Eugenio                           -Oh, no, per fortuna! (Pausa) Va bene. D'ac­cordo. Vuoi passare nel mio studio? Prego. (Accenna al­la porta di sinistra. Stefania si avvia. Eugenio la segue, escono. Contemporaneamente, Amilcare dalla porta di fondo, Geltrude e Luisa dalla porta di destra, fanno ca­polino)

Amilcare                          -Avete sentito? Non può essere lui il padre.

Geltrude                          -A me lo dici? Dillo a lei. (Accenna a Luisa)

Luisa                                -Avete ragione. Ma se non è padre, che cos'è?

Amilcare                          -Luisa,ti proibisco!

Geltrude                          -Amilcare! Non essere sgarbato! Lui piut­tosto.Quattrocentomila lire!Ma è matto?

Amilcare                          -Non lo so. Non Io riconosco più.

Geltrude                          -Ecco il sintomo! Non è più lui!

Luisa                                -Oh, si!Sempre meno lui!

Amilcare                          -Cosavorrestidire?

Luisa                                -Lo sa benissimo.

Geltrude                          -E smettetela! Il punto più grave è un altro. Forse quel che pensate non è vero.

Amilcare                          -Geltrude!

Geltrude                          -Attenti! Ritornano! (/ tre richiudono pre­cipitosamente le porte)

Stefania                           - (entrando assieme a Eugenio) La ringrazio.

Eugenio                           -Per carità! Dovere.

Stefania                           -Mi serba rancore?

Eugenio                           -Ma cosa dice! Anzi. Sono felice di averla conosciuta.

Stefania                           -Dice davvero?

Eugenio                           -Glielo assicuro. (Le si avvicina) E vorrei rivederla.

Stefania                           -IImioindirizzoce l'ha.

Eugenio                           -Stasera?

Stefania                           -Che fretta.

Eugenio                           -È necessario. (Avvicina il viso al viso di lei) Sono impaziente. Domani potrebbe essere troppo tardi.

Stefania                           -Gesù, mi spaventa! Almeno mi lasci pen­sare. Mi lasci consultare il mio notes.

Eugenio                           -No. Sono stato generoso con lei. Non vuo­leessere unpo'generosaconme? (Stefanialo bacia)

Stefania                           - (distaccandosi) Quanti anni hai?

Eugenio                           - (baciandola sul collo) Ventotto. A che ora?

Stefania                           -Anche subito.

Eugenio                           -Grazie.

Stefania                           -Figurati!Ci sto dentro.

Eugenio                           - (distaccandosi) Matuche fainellavita?

Stefania                           -La modella.Fotografie per pubblicità.

Eugenio                    - E di giorno?

Stefania                           - (che non ha afferrato) Ho fatto anche due Caroselli.

Eugenio                           - (dopo un istante) Ma noi non ci siamo già conosciuti?

Stefania                    -Può darsi. Il tuo viso non miè nuovo.

Eugenio                           -È da molto chesei nella pubblicità?

Stefania                           -Da sempre. Il mio nome è Stefania ma mi chiamano Dolores.

Eugenio                           - (illuminato) Dolores! (Allarga le braccia co­me nel rivedere un vecchio amico. Al grido di Eugenio si spalancano le porte e ricompaiono Amilcare, Geltrude e Luisa sui vani delle rispettive porte) Ma come sei cam­biata!Dolores! (Si accorge della presenza dei familiari; si riprende, assume un tono distaccato) Prego, l'accompagno. (Passano vicino ad Amilcare che si tira da parte e li segue con sguardo stupito, ed escono. Amilcare e le due donne si guardano vicendevolmente per alcuni se­condi, senza poter parlare)

Geltrudb                          -Ma allora... allora... il padre è lui!

Amilcare                         - (lasciandosi cadere pesantemente su una pol­trona) Mah!

Luisa                                -Non è il padre. Non avete visto che si sono baciati?

Geltrude                          -Appunto!

Luisa                                -Ma no! Un marito e una moglie non si bacia­no!Civuoleunpo'dìpsicologianelgiudicare!

Geltrude                          -Ah, questa poi! Vorresti sostenere che io e Amilcare non ci baciamo mai?

Luisa                                -Ma senta un po'! Aveva sempre sostenuto che era un vizioso. Ora perché mi sostiene che è un padre di famiglia?

Geltrude                          -E tu allora? Ci tenevi tanto ad avere le corna! Adesso, improvvisamente, non ci tieni più, Che storie sono?

Luisa                        -Quanto alle corna, ce le ho in ambedue i ca­si. Che discorsi!

Geltrude                          -Be', io sostengo che Eugenio è padre!

Luisa                                -E io che è un vizioso!

Amilcare                          -Ma perché... perché... perché non si è fat­to rilasciare una ricevuta?

Geltrude                          -Volevodirlo!

Luisa                                -Perché è scemo!

Amilcare                          -Ecco! Perché lo è diventato! E allora non è né padre né vizioso. Questa è la prova che è malato. La prova che cercavamo. Signori, Eugenio è pazzo!

Geltrude                          - (folgorata) Vuoi dire che... ha guardato il pioppo senza una ragione! Cosi, per fantasia!... No, no, non è possibile!...

Amilcark                   -E ha portato il bambino a passeggio per il gusto di farlo. Per amore della... per amore della... lib... lìb... lib... lib... (Farfuglia, come colpito da paralisi)

Geltrude                          - (precipitandosi su di lui) Amilcare! (Cerca di soccorrerlo) Ti senti male? Tesoro! (Io bacia; poi a Luisa) Hai visto? (Di nuovo ad Amilcare) Amilcare, sdraiati! Acqua! Acqua!

Amilcare                          -Passato, grazie.

Geltrude                          -Non parlare, non parlare!... Non pensare a certe cose... (Bussano alla porta)

Luisa                                -Ritorna!

Geltrude                          -Eccolo! (Bussano di nuovo)

Amilcare                   -Ma che ha da bussare?

Luisa                                -E pazzo! (Tutti guardano verso la porta. En­tra lo psicanalista)

Dottore                     -Permesso?

Geltrude                          - (gettandosi su di lui e abbracciandolo) Ca­ro!

Amilcare                          -Geltrude!

Dottore                            - (dibattendosi) Signora! Signora!

Amilcare                          - (più severo) Geltrude!

Geltrude                          - (accorgendosi dell'equivoco) Ah! (Grida e abbandona la presa) Eugenio, cosa mi fai fare! (Al dot­tore) Mi scusi!

Dottore                            -Oh, prego! Mi capita anche di peggio.

Luisa                                - (sottovoce al dottore) Lei crede che sia acca­duto proprio per caso?

Amilcare                          - (sottovoce a Geltrude) Dovevi stare at­tenta!

Dottore                            - (disinvolto) II signor Eugenio non c'è?

Luisa                                -Me ne vado!

Dottore                            - (sottovoce a Geltrude) Imprudente! Semmai dopo!

Geltrude                          -Dottore! (Sì tira da parte, scandalizzata ma non troppo)

Amilcare                          - (aLuisa)Rimaniunmomentoancora!

Luisa                                -Non ci siamo capiti. Volevo dire che vi lascio definitivamente e che pianto Eugenio.

Geltrude                          -Luisa! Cosa dici!

Luisa                                -Avrei sopportato il vizio. Avrei sopportato la paternità illegittima! Ma questo no. Non potete preten­derlo. Addio! (Esce)

Amilcare                          -Povera ragazza!

Geltrude                          -Ha ragione. Che avvenire le si prospetta con un marito come nostro figlio?

Dottore                            -Cosa è successo?

Geltrude                          -II fidanzamento dìEugenio è rotto. La situazione precipita.

Amilcare                          -Precipita, precipita,

Dottore                            -Spero che tutto ciò non dipenda da un ag­gravamento delle condizioni diEugenio.

Geltrude                          -Ah, professore!È proprio cosi!

Dottore                            -Su, raccontatemi con ordine!

Geltrude                          -Abbiamo scoperto, professore, un errore imperdonabile nel comportamento del figliolo. Ha accet­tato a cuor leggero di pagare quattrocentomila lire per un ricatto assurdo.

Amilcare                          -Per una sciocchezza! E senza pentimenti! In tutta serenità.

Geltrude                          -Contento. Contento di dare, di dare, di dare!

Amilcare                          -Mai visto! Inspiegabile! Mio figlio!

Dottore                            -Strano davvero! I reattivi mentali indicava­no piuttosto il contrario. (Pausa) Ha dato altri segni di disinteresse? Sudori freddi, orripilamento, nausea, nel-l'ascoltareparolecomebanconota,peresempio?

Geltrude                          -Non mi pare.

Dottore                            -Delirio di povertà? Parabole tipo gigli dei campi ed uccelli del cielo? Misticismo francescano?

Geltrude                         -Mah!... Ha parlato in latino.

Dottore                     -In latino? Oh, questa! Ha letto dei libri in questi ultimi tempi?

Geltrude                          - (sorpresissima) Libri? No, no, lo escludo. Libri!

Dottore                            -Non si sa mai. In questi giorni era in va­canza. E quando non sì ha niente da fare le tentazioni... Amilcare        -Eh, si! Quando si è lib...lib... lib... (Ri­prende a balbettare)

Geltrude                          -Ancora! (Si avvicina ad Amilcare e lo scuo­te) Amilcare! Caro! (Allo psicanalista) Dottore! Non passa!

Dottore                            - (a Geltrude, mentre Amilcare continua a balbet­tare) Gli capita spesso? (Ad Amilcare) Su, su! Non complichi le cose! (Poiché Amilcare non smette) Be', ades­so esagera, sa? Non ho tempo da perdere! Ho altro da fare, io! (Amilcare smette) Mica per altro, ma sono molto occupato. Ho i minuti contati. Mai un momento dì lib... (Si interrompe vedendo Amilcare che sussulta) Be', questo Eugenio si fa vivo?

Geltrude                          -E appenauscito. L'aspettava.

Dottore                            -In fondo, meglio cosi! Bisogna preparargli uno shock emotivo al suo rientro. Gli parleremo in latino.

Eugenio                           - (entrando) Caro professore!... (Gli tende la mano)

Dottore                            - (cercando le parole) Mm... Mm... Quousque tandem abuteris patientia nostra?

Eugenio                           - (inseguendo un pensiero) Un momento e so­no da lei. (Sì dirige verso il telefono)

Dottore                            - (inseguendolo) Pro patria et liberiate.

Amilcare                          -Lib... lib... lib... lib...

Dottore                            - (a Geltrude) Dica qualcosa anche lei!

Geltrude                          - (toccando Eugenio su una spalla mentre Eu­genio fa un numero) Domine, non sum dignus!

Eugenio                           - (al telefono) Pronto? Credito Industriale? Mi passi il dottor Farina. (Schermando con la mono il mi­crofono, ai presenti) Ma che avete?

Dottore                            - (ad Amilcare) Parli, parli! Dica qualcosa! (Lo spinge verso Eugenio)

Amilcare                          -Cosa devo dire? (A Eugenio) Mare nostrum!

Eugenio                           -Pronto?... Buongiorno... Ah, mi ha ricono­sciuto!... Troppo gentile!... Senta. Ho smarrito il libretto degli assegni... Non lo so... £ un guaio!... Senta, le dò gli estremi. Il numero del conto corrente è... (Estrae un libretto e legge) 174 FP. Si. Gli assegni smarriti vanno... Dunque, dal numero 242695... Compreso, compreso!... Fino alla fine, cioè fino al numero 242700... Naturalmente è un blocco da venti! D'accordo. Insomma, gli ultimi assegni della serie. Ha preso nota?... Grazie!... No, non capiterà ma non si sa mai! Di nuovo, arrivederci. (Depone il ri­cevitore. Amilcare e Geltrude, che durante il discorso di Eugenio si erano guardati a più riprese senza parlare, passando dalla speranza alla certezza, si avvicinano a Eu­genio)

Amilcare                          - (come un cane bastonato) Scusami!

Geltrude                          - (fiera) Sei un genio!

Eugenio                           -Cosa credevate? Che mi fossi divertito a buttaredeiquattrini? Nonsono mica matto!

Amilcare                          -Gandeamus igitur!

Eugenio                           -E adesso voglio vedere se avrà il coraggio di denunciarmi. Occhio per occhio! E con l'aggiunta degli interessi! (Al padre, sottovoce) E una ragazza da cinquan­tamila.Mastasera...Gratis!

Dottore                            -Signor Eugenio!

Eugenio                           -Si!

Dottore                            -Vogliamo finalmente incominciarlo, il nostro interrogatorio?

Geltrude                          - (fra di sé, accorata) Dio ti ringrazio. È sol­tanto un vizioso!

ATTO TERZO

Geltrude                          -E’ un grossorischio.

Amilcare                          -Si doveva tentare.

Geltrude                          -Per me era prematuro.

Amilcare                          -Dopo l'esempio di ieri, scusa, Eugenio me­ritava una prova difiducia.

Geltrude                          -Tu sei sempre stato troppo tenero con luì. Se non c'ero io ad educarlo!

Amilcare                          -Lascia stare il passato! Anche tu eri d'ac­cordo ieri sera. Gli hai persinodettoche era un genio.

Geltrude                          -Io?Haicapitomale. AvròdettoEugenio.

Amilcare                          -Ma che senso ha dire a Eugenio che è Eu­genio? Lo sa anche lui, no?

Geltrude                          -Si, ma per chiamarlo come fai?

Amilcare                          -Oh, senti! La tattica usata con la Barzaghi ci dice che il ragazzo è normale, normalissimo, anzi più normale del normale! Insomma, un genio. Vedrai che porterà a termine la sua missione nel migliore dei modi!

Geltrude                          -Può darsi ma non basta. Ho sempre molta paura. Rimane sempre quella macchia nel passato.

Amilcare                          -Una macchia quasi del tutto cancellata. Ora sappiamo per quale ragione si fermò vicino al pioppo. Un momento di debolezza sessuale. Ancora una volta avevi visto giusto. Eh, sei un diavoletto, tu!

Geltrude                          -Quando sarà lui a confessare, allora sarò tranquilla. Per ora, tremo. Gli affari sono affari, caro mio!Eaffidargli un compito cosi importante...

Amilcare                          -Vincerà, ne sono sicuro! Chiarito il prece­dente del pioppo, non ho più avuto dubbi.

Geltrude                          -E la faccenda del libro?

Amilcare                          -Lo sai bene che non è suo. È stato dimen­ticato qui dalla segretaria, quando venne ieri sera a por­tare il dossier. Quante volte telodobbiamo ripetere?

Geltrude                          -Ma perché permettete ai vostri dipendenti di leggere libri di quel genere?

Amilcare                          -Cara, non possiamo pretendere troppo. Fuo­ri del lavoro, fanno quel che vogliono. E hanno, in un certo senso, ragione.

Geltrude                          -Intanto quel libro mi ha fatto venire un collasso.

Amilcare                          -Lo credo bene! Te lo sei trovato di fronte all'improvviso... non sapevi... e hai pensato che Eugenio avesse l'abitudine... si dedicasse, senza dirtelo, alla let­tura...

Geltrude                          -Eh, si! Ma bisogna provare...

Amilcare                          -Immagino, immagino! Un libro di versi, mica uno scherzo!

Geltrude                          -Come una pugnalata, sai? Tutte le mie spe­ranze crollate di colpo! Si, perché in quell'attimo agghiac­ciante ho creduto di scoprire la prova decisiva che Euge­nioconduceuna doppia vita.

Amilcare                          -Ma poi tutto si è chiarito. E hai potuto riprendere il tuo colorito normale. Anche la pressione è risalita.

Geltrude                          -Si, si. Ma un'esperienza del genere non la auguro a nessuno! (Entra il dottore)

Dottore                            -Cara signora, come sta? (Le stringe la mo­no) Birichina, ieri sera mi ha costretto a fare il medico internista!

Geltrude                          -Una fortuna, professore, che lei si trovas­se qui!

Dottore                            -Ah, l'ho proprio fatto perché è lei! Non c'è cosa che odio come questa promiscuità di compiti. Misu­rare una pressione, oggi come oggi, mi da sui nervi!

Amilcare                          - (al dottore) La ringraziamo molto. E la preghiamo ditenerne conto nell'onorario.

Dottore                            -Via, via, via, via, via!

Amilcare                          -Vi lascio.

Dottore                            -La prego, non dicevo per lei...

Amilcare                          -D'accordo. Ma se permette ho davvero ne­cessità diandarmene.

 Dottore                           -Se è un impegno, non insisto. (Amilcare esce) E cosi, eccomi qui, stavolta per vedere la madre.

Geltrude                          -Grazie, professore. Oratutto è passato.

Dottore                            -Ne ho piacere.

Geltrude                          -Purtroppo non posso dire di avere dissipato ognidubbio circa miofiglio.

Dottore                            -Su, non esageri adesso! Non pretenda l'im­possibile! La mania di perfezione è molto pericolosa!

Geltrude                          -Anche lei, dunque, è ottimista!

Dottore                            -Signora, le posso dire che il comportamento di suo figlio in questi giorni è assolutamente ineccepibile. Egli è coerente con se stesso, ubbidisce per cosi dire alla figura che egli rappresenta nella società. È dirigente d'a­zienda? Ebbene, sì comporta come un dirigente d'azienda.

Geltrude                          -Mi fa piacere. Ma mi risponda, la prego, a quanto le ho chiesto ieri sera.

Dottore                            -Se è possibile che Eugenio, nell'occasione che sappiamo, sia stato vittima di una breve e fulminea ten­tazione?

Geltrude                          -Per l'appunto.

Dottore                            -Ma certamente!

Geltkuoe                          -Lei mi consola.

Dottore                            -Ne godo.

Geltrude                          -Però vorrei che lui me lo confessasse.

Dottore                            -Lo farà, non dubiti. (Pausa) Lei ci tiene molto?

Geltrude                          -Si tratta di mio figlio!

Dottore                            -Capisco. (Entra Eugenio, allegramente)

Eugenio                           -Buongiorno!

Dottore                           -Ecco il nostroEugenio!

Geltrude                          - (guardando torva Eugenio) Come è andata?

Eugenio                           -Bene.

Geltrude                          -Bene? Davvero?

Eugenio                           -A gonfie vele. Ti racconterò.

Geltrude                          -Allora l'affare si fa?

Eugenio                           -Si fa? È fatto. Firmato e controfirmato. Vit­toriaassoluta, tidico.

Geltrude                          -Sei guarito! (Lo abbraccia) Che consolazio­ne! Sono felice. (Al dottore) Però lei, professore, mi as­sicura...

Dottore                            -Ma si, ma si!

Geltrude                          -Vado a dare ordine per una magnifica cena. E lei rimane, vero professore?

Dottore                            -Veramente...

Geltrude                          -È deciso. Non dica di no! Ma la prego, veda di convincere Eugenio a confessare. (Esce)

Eugenio                           - (al dottore) Cosa c'è ancora?

Dottore                            -La mamma vorrebbe un'ulteriore garanzia. Sa come sono le mamme. Sono un po' come San Tommaso, se non toccano con mano...

Eugenio                           -Dovrei giurare il falso.

Dottore                            -Eh, no! Via, non esageriamo! Sa benissimo che non si può giudicare in assoluto. Glie l'ho già detto ieri sera. Il vero e il falso non si distìnguono nettamente l'uno dall'altro.

Eugenio                           -Capisco, ma questo può spiegare soltanto la gita inautomobile col ragazzo...

Dottore                            -Che lei ha accarezzato sui capelli!

Eugenio                           -Si ma da camerata, da compagno di classe. "Come va, vecchio mio?" volevo dirgli. Ma prima, quando mi sono fermato, il ragazzo non c'era. Non avevo visto nessuno.

Dottore                            -E allora?

Eugenio                           -Non so.

Dottore                            -No, lo sa. Ora è il momento di confessare qualcosa a me.

Eugenio                           -Vede, dottore, me lo ero dimenticato. Le dò la mia parola. Se in tutti questi giorni sono stato reti­centeè proprio perché non mi ricordavo.

Dottore                            -Non ho difficoltà a crederlo. È la censura. Fenomeno normalissimo. Avrà notato lei stesso che ab­biamo la tendenza a dimenticare certi episodi sgradevoli o vergognosi. Appena ci tornano in mente, facciamo di tutto per pensare ad altro, non è vero? E succede tal­volta che ci dimentichiamo davvero.

Eugenio                           -Lei, quindi, non miaccusa di malafede!

Dottore                            -Ma niente affatto! Lei è una persona onesta. E proprio per questo mi deve dire quali pensieri lo han­no convinto a fermarsi davanti al pioppo quel pomeriggio.

Eugenio                           -Stamattina ho avuto la rivelazione. Mentre pensavoall'alberoditrasmissionedellamiaspyder, mi ricordai del pioppo. E chiaramente ha rivissuto la scena, nella più assoluta indifferenza, come si ricorda la sequen­za di un film, come qualcosa che non ci riguarda.

Dottore                            -Benissimo.Continui.

Eugenio                           -Ecco. Ho avuto improvvisamente il deside­rio di fare capriole sull'erba, di giocare a rincorrersi. Guardavo il pioppo e pensavo: adesso mi butto. Poi mi accorsi che un ragazzo mi guardava. Il resto lo sa.

Dottore                            -La ringrazio.

Eugenio                           -Mi vergogno molto.

Dottore                            -Capisco.

Eugenio                           -Ma le assicuro che sto bene. Da quando mi è stato concesso di nuovo l'uso della macchina, mi è capitato di dover fare numerosi altri viaggi. Ebbene, il fenomeno non si è più. ripetuto. Le dirò di più. Non ho necessità dì farmi forza per scacciare i cattivi pensieri. No. Non mi vengono neanche in mente! Le piante, non le vedo più. Dell'erba, neanche il nome mi ricordo.

Dottore                            -Perfetto.La terapia ha avuto i suoi effetti.

Eugenio                           -Ah, si! Ora sto bene e la ringrazio.

Dottore                            -Però ascolti il mio consiglio. Non parli a nessunodiquestosuoinfantiledesideriodigiochi.

Eugenio                           - (terrorizzato) No, no, no! Cosa dice mai!

Dottore                            -Pensi a cosa direbbero gli azionisti, e sua ma­dre, e tutti i suoi conoscenti più in vista.

Eugenio                           -Dio mio, Dio mio, non lo sopporterei!

Dottore                            -Vedrà che lei stesso finirà per dimenticare! È già sulla strada. Piuttosto, non neghi l'altro aspetto della faccenda, i rapportico! bambino.

Eugenio                    -Lei sa che non c'è stato niente!

Dottore                            -Certo. Ma una cosa sono i fenomeni e un'al­tra i moventi. L'impulso per la passeggiata è chiaramen­te di origine sessuale. Le dò la mia parola. Perciò lo ammetta sinceramente di fronte a sua madre. Si tratta, fra l'altro, del suo alibi. (Squilla il telefono. Eugenio stacca il ricevitore)

Eugenio                           -Pronto? Ah, il Credito Industriale! (Con finta sorpresa) Ah, si? È stato presentato un assegno di quelli smarriti? Ah, questa poi! Una donna?... No, no, lasci perdere... Nessuna denuncia... Non sono troppo buo­no, semplicemente non voglio grane... Sa, è sempre una perdita di tempo... Ah, senta, di quant'è l'assegno? Be' neanche tanto, è stata abbastanza onesta... Cosa vuole, se non si prende la vita un po' allegramente!... Grazie! Di nuovo. (Riattacca il ricevitore)

Geltrude                          - (facendo capolino) Eugenio!

Eugenio                          -Mamma...

Geltrupe                          -Lo vuoi flambé? (Entra Amilcare)

Amilcare                          -So tutto. (A Geltrude) Hai visto, donna di poca fede? Un successo senza precedenti. Sono tornato di corsa. (A Eugenio) Sei stato grande, meriti una stretta di mano (Stringe la mono a Eugenio)

Eugenio                           - (guardando Geltrude) Flambé, flambé!

Geltrude                          -Tesoro! (Corre incontro a Eugenio e lo ab­braccia)

Dottore                            - (ad Amilcare) Mi compiaccio, signor Amil­care.Ungrossocolpocommerciale,se ho bencapito.

Amilcare                          -Eccezionale! La mia camicia, la Splendor voglio dire, non so se la conosce... Permette? (Solleva con due dita il colletto della camicia del dottore) Si, è la nostra. Complimenti, lei ha buon gusto. Le dicevo, la Splendor direttamente dalla fabbrica al consumatore. Sal­tiamo i rivenditori. Costa meno e realizziamo di più. (Passeggiano per la scena)

Geltrude                          - (sempre abbracciata a Eugenio) Dimmi di si!

Eugenio                           -Si.

Geltrude                          -Caro! (Lo accarezza)

Eugenio                           -Ma solo nell'intenzione. Non è successo niente di concreto.

Geltrude                          -Lo so, lo so. Sei troppo onesto per farlo davvero.

Amilcare                          - (al dottore) In tutti gli uffici, nei condo­mini di lusso e popolari, nelle fabbriche e nei teatri, ci sarà le vetrinetta Splendor. Una telefonata ed eseguiamo il servizio a domicilio. Non si perde tempo. È un'idea di Eugenio.

Dottore                            -Magnifica.

Amilcare                          -È un'idea nello stesso tempo sociale. Pri­mo: il pubblico spende meno. Secondo: facciamo lavora­realtrisettori.

Dottore                            -Ah, si?

 Amilcare                         -Certo. I vetrai, per esempio, che fanno le vetrinette.

Geltrude                          - (a Eugenio) Ma adesso ti è passata?

Eugenio                    - Si, si.

Geltrude                          -Sonoorgogliosadite.

Eugenio                           -Ed io sono contento dì essere diventato un ragazzo per bene. (Si interrompe, confuso; ha pronuncia­to senza accorgersene la proposizione finale di Pinocchio; lo assale un confuso ricordo) Cos'ho detto, mamma?

Geltrude                          -Hai detto una sciocchezza. È l'emozione. Amilcare!Amilcare!

Amilcare                          - (abbandonando il dottore) Dimmi, cara.

Geltrude                          -Ha confessato. (Geltrude e Amilcare si ab­bracciano)

Amilcare                          -Lo sapevo. Ho sempre avuto molta fiducia in lui.

Geltrude                          -Ringrazio il cielo. Oh, i fornelli! Chissà co­sa mi combina la cuoca! (Esce)

Dottore                     - (a Eugenio, che si è seduto su una sedia con la testa fra le munì) Cos'ha? Si sente male?

Eugenio                           -Una specie di vertigine, poco fa. Ho pronun­ciato una frase e immediatamente ho avuto la sensazio­ne di averla già sentita altrove. Era una frase terribile, mi ha messo i brividi. Come se ripetessi le parole di un altro.

Dottore                            -Non se la ricorda?

Eugenio                           -No.

Dottore                            -Meglio cosi.

Amilcare                          - (avvicinandosi)Uncocktail,dottore?

Dottore                            -Grazie, sono astemio.

Amilcare                          -Venga, prenderà qualcos'altro. Bisogna pu­re festeggiare l'avvenimento, in attesa del pranzo! (Lo trascina; poi a Eugenio) Tu rimani?

Eugenio                           -Un momento e vi raggiungo. (Amilcare e il dottore escono)

Stefania                           - (entrando) Mi dispiace ma ho tutta l'inten­zione di spaccarti la faccia!

Eugenio                    - Come sei entrata?

Stefania                           -La servitù ormai la conosco. E tu hai di­menticato di dare ordini perché mi sbattano fuori.

Eugenio                           -Loposso fare anch'io.

Stefania                           -Non ti conviene. Sono capace di piantarti una gazzarra di cui non haiidea.

Eugenio                           -Ti ringrazio di non averlo fatto subito.

Stefania                           -Prego. Ho anch'io una certa educazione. Vengodal popolo.Maadesso mi spieghi.

Eugenio                           -Facile. L'assegno non è valido.

Stefania                           -E la firma?

Eugenio                           -Contraffatta, mia cara.Contraffatta da te.

Stefania                           -Da me?

Eugenio                    -Certo. Si tratta di un assegno smarrito. E la firma che c'è sopra non è mia, io non firmo cosi.

Stefania                           -Sei un mascalzone.

Eugenio                                      - Ricatto per ricatto.

Stefania                       - E io vado a denunciarti.

Eugenio                                      - Sei ingrata.Dalmomentocheio nondenuncio te.

Stefania                             - Denunciare me?

Eugenio                                      - Certo.Potrei farti arrestare. C'è il tuo no­me sull'assegno.Basta unatelefonata.

Stefania                           -Sei un mascalzone!

Eugenio                           -Basta una volta, cara.

Stefania                           -E ieri sera hai avuto il coraggio.,.

Eugenio                           -Perché no? Mi piaci, lo sai.

Stefania                           -Come sei caro! Ricatto per ricatto, d'ac­cordo. Ma l'amore di ieri sera a questo punto diventa un regalo.

Eugenio                           -Perfettamente.

Stefania                           -Che io non ho intenzione di farti. Sono dunquein credito.

Eugenio                           -Non lo nego. Do a Cesare quel che è di Ce­sare.

Stefania                           -Oh, guarda! Sicché, cosa decidi?

Eugenio                           -Ascolta. Abbiamo bisogno di una modella per la nuova propaganda. Ho già trovato lo slogan, per­ché non mi posso fidare di quegli imbecilli dell'ufficio pubblicità. Ebbene, sai cosa faccio? Impongo anche la modella. Cosa vuoi, con quei fessi non vado d'accordo neanche sulle donne. Con te, so che cosa ottengo. Apparirai nuda, oquasi, mostrando la camicia Splendor.

Stefania                    -Ma la Splendor è una camicia da uomo!

Eugenio                           -Appunto. Indichi la camicia e dici: "Se fossi un uomo l'avrei già indossata!

Stefania                           - (convenzionale) Bello!

Eugenio                           -Ci vuole un tipo come te. Lo esigo. Le ta­riffe le conosci. E io, lo sai, non mi tiro mai indietro in queste cose.

Stefania                           -Ti devo anche ringraziare.

Eugenio                           -Se vuoi. Non è un'occasioneda lasciar per­dere. Fa' i tuoi conti e decidi.

Stefania                           -In fondo sei un onesto.

Eugenio                           -Mieleconibuoni,fiele coimascalzoni.È il mio motto.

Stefania                           -E io sono buona?

Eugenio                           -Buona! Buona!Buona da morire!

Stefania                           -Ah! Ah! (Ride a gola spiegata. Il riso le si spezza: da destra e da sinistra sono entrati contempora­neamente Geltrude e Amìlcare)

Geltrude e Amilcare        - Ah! (Si arrestano impietriti)

Eugenio                          -Avanti,avanti!Nonstupitevi.Lasignora Stefania è stata assunta come modella per la più grande campagnapubblicitariadell'anno.LacamiciaSplendor. Splende perché è splendida.

Amilcare                         - - Bravo! (Applaude)

Geltrude                          -Bravo! (Applaude)

Eugenio                           -I termini della collaborazione saranno con­cordati fra poco. Seguirà la firma del contratto. Ma la signora è stanca e desidera lasciarci. Vi saluta. (Amilca­re e Geltrude chinano leggermente il capo. Eugenio ac­compagna Stefania alla porta di uscita. Amilcare e Gel­trude escono)

Stf.fania                          - (fra i denti) Sei una carogna!

Eugenio                           - (inchinandosi) Prego. (Indica conlamono sinistra la porta. Nello stesso momento entra dalla mede­sima porta Luisa. Eugenio con la mono destra indica a Luisail centrodellastanza)Prego.

Luisa                        -Un momento solo. Ho bisogno di parlarti.

Eugenio                           - (ritornando) Luisa!

Luisa                        -Non temere, me ne vado subito.

Eugenio                    -E perché mai? Fermati. Ti volevo appunto telefonare.

Luisa                                -Tu?

Eugenio                    -Che c'è di strano?

Luisa                                -Hai un bel coraggio!

Eugenio                           -Coraggio? Be' si, il coraggio non mi manca. E tu spesso sei aggressiva, felina. Ma non è necessario averepropriocoraggioper telefonarti.Noncapisco.

Luisa                        -Anch'io non ti capisco. Non hai neanche un po' d'orgoglio. Un altro uomo, dopo la decisione di ieri sera... Ad ogni modo poco m'importa ormai. Sono venuta per chiederti una cosa, l'ultima. Poi non ti disturbo più.

Eugenio                           -Ma cosa dici! Su, su, allegra! E poi, an­diamo, avresti potuto anche darmi un bacetto! (Porge la guancia)

Luisa                                - (sfuggendo) Ma sei pazzo! È incomprensibile! Assolutamente incomprcnsibilc! Mi stai prendendo in giro!

Eugenio                           -Ma Luisa!È un giorno di festa, dopotutto!

Luisa                                -Ah! Festeggiate addirittura l'avvenimento!

Eugenio                    -Certo! La mamma sta preparando un ceno-ne. Abbiamo invitato anche lo psicologo. E naturalmente invitiamo anche te.

Luisa                                -Anche me!

Eugenio                    -Figurati se la mamma, in una occasione come questa, ti lascia a casa!

Luisa                                - (fuori di sé) Siete pazzi! Siete pazzi! (Entra Geltrude)

Geltrude                          -Luisa! Ah, che consolazione! Era l'unico neo in questa giornata felice! Sono contenta che tu sia già pentita,

Luisa                        -Non sono pentita, signora. Sono venuta per unaltro motivo.

Eugenio                           -Scusa, mamma, pentita di che cosa?

Geltrude                          -Eugenio!Ma di averti piantato!

Eugenio                          -Piantato?Leimiha piantato?

Geltrude                          - (sempre più candida) E come no! Ieri sera. E con giusta ragione, a dire il vero.

Eugenio                           -E ditemele queste cose! Ditemele! Mi te­nete all'oscuro di tutto. In questo caso si tratta di Lui­sa, e passi. Ma se si fosse trattato di un cliente, di un affare importante, ecco che la vostra distrazione poteva costarci cara!

Geltrude                          -Scusa, Eugenio, ma questo accavallarsi di avvenimenti... Cerca di capire... Non posso pensare a tutto. (Entrano Amilcare e il dottore)

Amilcare                          - (al dottore) E inutile, caro professore, uo­mini come Giolitti non ce ne sono più.

Dottore                            -Ecco il nostro eroe! E la signorina! Ci sia­mo proprio tutti!

Luisa                                - (al dottore) Ho bisogno di lei.

Dottore                            -Di me?

Luisa                                -Di lei e di Eugenio.

Dottore                            -Che abbia bisogno di Eugenio, Io capisco be­nissimo. Di me un po' meno. Capirà, non vorrei illu­dermi.

Geltrude                          -Chespiritoso, il professore!

Amilcare                          -Èanche un uomo di lettere!

Luisa                                -Scusate, non ho voglia di scherzare. Sono ve­nuta per un motivo serio. Non sapevo che stasera la signo­ra ricevesse, altrimenti non sarei venuta ad arrecare di­sturbo.

Geltrude                          -Cara, non dire cosesimili!

Amilcare                          -Per carità!

Eugenio                    -Ma si, Luisa, hanno ragione. Ti comporti in maniera assolutamente incomprensibile. A proposito, perché mi vuoi lasciare?

Dottore                            -Ah, la signorina vuole rompere il fidanza­mento?

Amilcare                          -Che idea,rompereilfidanzamento!

Eugenio                           -Ci vogliono motivi seri per rompere un fi­danzamento.

Geltrude                          -Cheora noncisono più.

Eugenio                    -Via! Davvero non puoi! A meno che tu ami un altro. In questo caso...

Amilcare                          -Amarne un altro! Oh, oh, non è possibile!

Geltrude                          -Dopo quello che è successo! Lo sai? Euge­nio ha condotto in porto stamattina un affare di gran­dissima importanza. (Luisa si getta in una poltrona con la testa fra le mani)

Eugenio                           - (inseguendola) Che hai, Luisa?

Dottore                            -Si sente male?

Geltrude                          - (ad Amilcare) Vieni, lasciamoli soli. (Si avvia)

Amilcare                          -Hai ragione. (Si avvia dalla parte opposta)

Geltrude                          -Dove vai?

Amilcare                          -Proprio lo vuoi sapere?

Geltrude                          -Oh, pardon! (Geltrude esce a destra. Amil­care a sinistra)

Dottore                            -Coraggio, signorinaLuisa...

Eugenio                           -Su, parla!

Luisa                        -Ecco, volevo sapere da Eugenio quali furono le sue sensazioni e i suoi pensieri prima di fermarsi vi­cino al pioppo.

Eugenio                           -E per quali motivi?

Luisa                        -E capitata la stessa cosa anche a me.

Eugenio                           -No! Un pioppo! Un pioppo anche a te!

Dottore                            -Calma, Eugenio! Non è detto che si tratti di un pioppo. Ci sono tanti alberi in giro.

Eugenio                           -Un ippocastano, un olmo, un gelso?

Dottore                            -Magari un salice, che ne sappiamo? La la­sci parlare.

Luisa                        -Non so se Eugenio può e vuole aiutarmi.

Eugenio                           -Sono qui, tesoro. Parla.

Luisa                        -Hai provato, prima di fermarti accanto al pioppo, una sensazione di vuoto, come il ricordo improv­viso di qualcosa che hai perduto?

Eugenio                           -Si,qualcosa del genere.

Luisa                        -E un desiderio di fuggire? Di restare solo?

Eugenio                           -Non saprei dire. Nel caso mio, c'era un desiderio di fare capriole sull'erba, di giocare a nascon­dino. Ma lasciamo perdere, lasciamo perdere. (Si alza e si mette a passeggiare per la scena)

Luisa                                -Scusami, ti ho ricordato un momento doloroso.

Dottore                            -In effetti, signorina, non bisogna parlargli più di quella cosa. Gli farebbe molto male. Ma non im­porta, ora mi dica di lei.

Luisa                                -Fu ieri pomeriggio, dopo avere lasciato questa casa. Avevo annunciato alla signora Geltrude la mia in­tenzione di rompere il fidanzamento con Eugenio.

Eugenio                           - (passeggiando nervosamente) Io non voglio giocare a nascondino! Sono un uomo d'affari, una per­sona seria!

Dottore                            -Si calmi, Eugenio, si calmi!

Luisa                                -Misentivolibera,quasifelice,comesemi avesserotoltolebriglie.Comedabambini,quandola mamma ci dice: qui potete giocare.

 Eugenio                          -A nascondino, naturalmente!

Luisa                        -E allora presi la macchina e invece di andare a casa fuggii...

Dottore                            -È fuggita! Dove?

Luisa                                -Al Parco. E salii sulla torre. Pensi, professo­re! Alla mia età, salire sulla torre del Parco! Non ha senso...

Dottore                            -Si vergogni pure, signorina, non abbia pau­ra. È utile.

Luisa                                -Lassù guardai la città, le ciminiere, il Resego­ne, la periferia, soprattutto nella direzione di Cusano Milanino, dove a quindici anni un aviere mi guardò.

Dottore                            -E poi?

Luisa                                -La crisi. Mi sentivo colpevole e mi prese un desiderio di chiedere scusa, di confessarmi. Era come se avessi commesso un peccatograve.

Dottore                            -Lo capisco. E quel suo desiderio di partire e di rimanere sola era scomparso?

Luisa                                -Completamente. Scesi, oramai pentita di quel che avevo fatto, e provai un grande conforto nel ritrova­re le voci amiche della città, il rumore del traffico, e il traffico.

Eugenio                           -E ora come stai? Tesoro! Vedi cosa suc­cede ad abbandonare il fidanzato? È inutile, siamo fat­ti l'uno per l'altro.

Luisa                                -Ma sono malata anch'io, Eugenio. Malata co­me te.

Dottore                            -Oh, no! Eugenio ora è guarito.

Luisa                                -Davvero?

Dottore                            -Quello di ieri pomeriggio fu un equivoco. Se lei fosse rimasta, avrebbe constatato che il sospetto era infondato. Anzi, è stato proprio ieri che Eugenio ha dimostrato di essere definitivamente guarito. Stamani, poi, egli ha dato una tale prova da togliermi ogni dub­bio. Glielo posso dire con sicurezza: Eugenio sarà per lei un buon marito. In quanto medico e psicologo, glie lo raccomandocaldamente.

Eugenio                           -Hai sentito, bella? Hai sentito? (Le accarez­za una mano e la consola)

Luisa                                -Grazie, professore. (Entra Geltrude)

Geltrude                          -Vi siete riconciliati! No, non ditemi che non è vero! Non ci credo. Oggi non è possibile che le notizie siano brutte.

Luisa                                -Mamma! (Si alza e cade nelle braccia di Gel­trude. Eugenio e il dottore si spostano e continuano a parlare fra di loro)

Geltrude                          -Allora, è proprio vero. Ritorni all'ovile.

Luisa                                -Eugenio èdavvero guarito?

Geltrude                          -Non è mai stato ammalato. Ha confessato ilsuo fallo.

Luisa                                - (incerta, dubbiosa) Ah!

Geltrude                          -Che hai? Sei incerta?

Luisa                                -Tu capisci, mamma.

Geltrude                          -Oh, via! Se si dovesse guardare a queste cose! Bisogna avere un po' di fiducia. Amilcare gli ha di nuovo affidato la direzione dell'azienda. Pensa che ri­schio! C'è di mezzo la nostra vita. E dunque, poi ri­schiare qualche cosa anche tu!

Luisa                                -Hai ragione.

Geltrude                          -Allora, è fatta?

Luisa                                -È, fatta.

Geltrude                   - (forte, a tutti) Signori, ritorna il sereno. Vi annuncio che Luisa è di nuovo fidanzata con Eugenio.

Dottore                            -Evviva!

Amilcare                          - (entrando) Evviva! (Amilcare e il dottore si stringono la mano. Eugenio e Luisa siabbracciano)

Geltrude                          -Guardateli come sono belli! Giovani, forti, sani! Un avvenire luminoso li aspetta!

Dottore                            - (sottovoce a Geltrude) Ne ho piacere. Ma stia attenta. Luisa ha avuto una crisi come quella del pioppo.

Geltrude                          -Anche lei? Ma allora è una malattia conta­giosa. (Ad Amilcare, sottovoce) E stata colpita anche lei dallamalattiadelpioppo..

Amilcare                          -Possibile? Ci deve essere qualcosa nell'aria. Forse la radioattività. Scriverò ai giornali. Bisogna pren­dere provvedimenti. (Al dottore) Lei, professore, cosa ne pensa?

Dottore                            -Oh, non è nulla. Una crisi passeggera. Nel­le donne, poi, si risolve più in fretta.

Eugenio                           - (sempre abbracciato a Luisa) Come va, cara?

Luisa                                -Un po' meglio. Mi è bastato rivedervi. Stam­mi sempre vicino, Eugenio! Guidami, comandami! So­no tua! Ieri ho creduto di morire quando sulla torre del Parcomisonosentitaimprovvisamentesola,libera...

Amilcare                          -Lib... Lib... Lib... (Balbetta)

Luisa                                -... Senza undoveredacompiere...

Dottore                            - (adAmilcare) Dovere, dovere,dovere....

Amilcare                          - (smettendodi balbettare) Grazie, passato.

Luisa                        -Senza prospettive per il futuro. Avrei potuto da quel momento fare quel che volevo. Pensa, Eugenio, che cosa terribile! Essere sola con me stessa e non potermi più abbandonare a tutte le cose che mi circondano... Co­me se rimanessi senza la mia Bianchina scoperta.

Gslteude                   - (al dottore) Lei mi assicura che non è grave?

Dottore                            -Assolutamente.

Geltrude                   -Sa, sì tratta di mio figlio.

Dottore                            -Bisogna creare attorno alla ragazza un'at­mosfera favorevole. Parlarle continuamente. Evitare che stia sola, perché non si soffermi a pensare. Bisogna stor­dirla. L'affido a lei, signora.

Luisa                                - (a Eugenio) Saremo un'anima sola. Lavorerò nell'azienda fino a tarda sera. Con te. Fino a sera. Me Io prometti?

Eugenio                           -Ne dubiti?

Luisa                                -Fammitenere l'amministrazione!

Eugenio                           -Ma cosa dici!

Luisa                        -Voglio lavorare, annegare nei numeri. Per amor tuo.

Eugenio                           -Ti porterò in fabbrica. Vedrai le ruote den­tate, i telai, ì bulloni, e gli operai che lavorano.

Luisa                                -Che bello! Questa è la vera felicità!

EuGENro                        - (cecoviano, parafrasa inconsapevolmente il fi­nale di "Zio Vania"). Lavoreremo, Luisa, lavoreremo! La­voreremo per gli altri, adesso e quando saremo vecchi, senza posa..,

Geltrude                          -Sentite che buon odore di cibi viene dalla cucina! È pur bella la vita, quando la coscienza è tran­quilla.

Amilcare                          -II bacio! Vogliamo il bacio d'amore!

Geltrude                          -Si, si, il bacio!

Dottore                            -IIbacio! (EugenioeLuisasibaciano)

Geltrude                          -Evviva!

Amilcare                   -Evviva!

Dottore                            - (molto compunto, battendo le mani con com­postezza)Evviva!

Geltrude                         -Cari,cari... (Si commuove)

Amilcare                          - (abbracciandola) Su, non bisogna piangere, adesso.

Dottore                            -Che spettacolo squisito! La famigliola è tut­ta riunita. La vecchia generazione e la giovane. C'è nell'aria un presagio di nipotini. Signor Amilcare, domani riceverà l'onorario. Il mio compito è finito. È ritornata la salute. Vi fu un momento di crisi, una nube, ma tut­to si supera. Signora Geltrude, già vedo la cuoca venire verso di noi. Si ferma davanti al grande gong. Incomin­cia il rito. (Suono di gong) Ecco, possiamo incomin­ciare!

 

FINE

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