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Al centro della scena un cavalletto con sopra una grande tela che nasconde completamente il pittore

EX VOTO

di Gabriele Benucci

SCENA PRIMA

Al centro della scena un cavalletto con sopra una grande tela che nasconde completamente un pittore di nome Gaudenzio. Dietro e intorno a lui, accatastati un po’ dovunque, quadri delle più diverse dimensioni. Irrompono in scena “i miracolati” cantando una canzone.

Canzone

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Benigna decidesti di dare tempo al tempo

Così che sospendesti l’umano passatempo

Quell’attimo fatato bastò a mutare il corso

Di chi con uno sguardo a te fece ricorso

Chi cade è sollevato, chi piange è consolato,

guarisce l’ammalato, respira l’annegato

La nave non affonda, la peste non abbonda,

Il turco si ritira, il mare cessa l’ira.

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Assisa su nel cielo, nel candido tuo velo

Osservi senza tempo l’umano sbattimento.

Poi stanca di mirare, decidi di salvare

Dispensi salvazione e reclami ammirazione

La grazia ricevuta deve esser ponderata

La storia raccontata e poi ben rappresentata.

Dipingere il prodigio necessita d’ingegno:

Solo un pittore insigne può reggere l’impegno

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Il gruppo arriva di fronte alla grande tela. Da dietro di essa si alza una mano che, insieme con la voce, impone il silenzio interrompendo repentinamente il canto dei miracolati.

Gaudenzio: Silenzio!! (pausa) Chi siete? Che volete?!

Un miracolato esce dal gruppo dopo aver dato a vedere con ampi gesti di esser lui a voler parlare.

Meneguzzo: (con enfasi reverenziale, prostrandosi) Maestro, dopo lungo e periglioso cammino qui giungemmo a chiedere il provvidenziale aiuto (e mai parola fu più adatta all’uopo) della vostra insigne arte, con il fine degno assai di proporzionatamente ringraziar Colei che, benigna, volle rimandare il momento estremo della nostra dipartita!

Gaudenzio: (sempre invisibile dietro alla tela)

Ah si?! E che vi fa pensare

ch’io vi voglia soddisfare?

Meneguzzo: (si volta a guardare gli altri con fare sornione) Ben sappiamo, o nobile maestro, che la vostra decisione dipende dai fenomeni che vi vengon sottoposti; onde siam certi che non potrete negar lo vostro eccelso ingegno ad illustrare cotal prodigi quali quelli che noi vi conteremo!

Gaudenzio: Mi piace!

Meneguzzo: (rivolto soddisfatto ai compagni, a parte) Gli piace!

Gaudenzio: Mi piace... cotanta piaggeria!

Meneguzzo: (tornando serio) No, maestro, non era piaggeria...

Gaudenzio: (alzando la testa al di sopra della tela)

Shh, non ti giustificare,

andavi tanto bene!

Comincia a raccontare

e lascia giudicare

chi con anni di esperienza

può dare una sentenza.

Un attimo, comunque,

prima di trattar del dunque:

se qui siete venuti dovreste essere avveduti...

Meneguzzo: Avveduti? Di cosa mastro pittore?

Gaudenzio: Che l’ingegno mio eletto,

per avere il giusto effetto,

necessita di cibo

ed anche di un conquibo?

Meneguzzo: Conquibo?

Gaudenzio: Dio mio quale gentaglia,

l’ignoranza vi attanaglia!

Ma si: una donazione

pensata in proporzione,

per far da mercanzia

a ripagare l’opra mia

Meneguzzo: Ora capisco mastro pittore! Ma quel che ci chiedete è impossibile da fare! Guardate e giudicate! Siamo solo una povera marmaglia, il cui unico tesoro son tre pagnotte e qualche manciata di riso e di pulenda. E’ tutto quel che ci è rimasto dopo il viaggio periglioso con il quale qui giungemmo. Come mai ora potremo degnamente ringraziare la Vergine Maria e nel contempo soddisfare lo vostro dimandare?

Gaudenzio: Quel che dunque mi chiedete è di obliar gli affari miei,

ovvero di dipingere gratis et amore Dei!

Meneguzzo: (facendo segno agli altri di inginocchiarsi) Prostrandoci ai vostri piedi e con umil deferenza… si, è questo, che siamo a chiedere imploranti; ma non per noi: no. Per Colei che decise di salvarci ed alla quale vogliam rendere il più grande degli omaggi offrendo, per grazia ricevuta, un’opera che sia da voi firmata.

Gaudenzio: Ah… basta ora! Qual’è il vostro nome e quale il vostro mestiere,

voi che avete così agile parlare?

Meneguzzo: Lo mondo mi chiama Meneguzzo da Manipolo e di Talìa io son servo e discepolo.

Gaudenzio: Commediante!

Tutto è chiaro in un istante.

Or capisco perché la vostra lingua è si pronta a lusingare

e non disdegni di leccare

quando all’uopo può servire!

Ma questo non è il caso:

perché lo qui presente non si prende per il naso!

E adesso lasciatemi pensare

e decider se accettare quanto siete a questuare!

I miracolati si guardano stupefatti senza muoversi

Gaudenzio: Sciò, andate! La notte sta calando

e porterà consiglio.

Quando il sole sarà sorto

tornate qui a rapporto!

Meneguzzo Ai vostri ordini mastro Gaudenzio. Bivaccheremo ad un tir di voce, di presso allo torrente che quivi accanto scende (rivolto ai compagni) Su, presto miei compagni, avviamoci e ringraziamo (fa l’atto di prostrarsi e così gli altri).

Canzone di intermezzo

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Chi cade è sollevato, chi piange è consolato,

guarisce l’ammalato, respira l’annegato

La nave non affonda, la peste non abbonda,

Il turco si ritira, il mare cessa l’ira

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

SCENA SECONDA

Mentre il gruppo si accampa, una delle donne, Anna, si avvicina a Meneguzzo intento a disfare i suoi miseri bagagli.

Anna: Perdona Meneguzzo

Meneguzzo: Anna, che ti mena qui da me?

Anna: Una domanda che mi ronza nella testa sin da quando qui giungemmo.

Meneguzzo: Parla dunque. Son tutto orecchie. (avvicinandosi alla donna con fare ambiguo) Ben ti è noto che per te son pronto a tutto!

Anna: (dandogli una piccola spinta per allontanarlo) Si lo so, ma sta discosto… Ecco, tu sei tra noi il più bagnato di cultura e scienza infusa…

Meneguzzo: Lo puoi dir ben forte. Ed è per questo che son io il vostro duce

Anna: Appunto. Dunque tu poi dirmi il perché di tal favella

Meneguzzo: Favella? Ah, tu parli forse del motivo per cui il pittor Gaudenzio ama parlare in rima sciolta e verseggiare a piacimento!

Anna: Esatto!

Meneguzzo: Eh ma un tal segreto necessita di un pegno…

Anna: Un pegno?!

Meneguzzo: (protendendosi con la bocca in avanti verso quella della donna) Un piccol ringraziamento…

Anna: (si allontana di scatto facendo perdere l’equilibrio all’uomo) Ah questa poi!

Meneguzzo Orsù ma che ti costa?

Anna: Mi costa quel rispetto che mi debbo e che pretendo!

Meneguzzo: Non vorrai prender i voti e nasconder dietro un velo la bellezza tua soave: essa è un dono di cui non puoi e non devi lasciar privo il mondo e me con lui!

Anna: (maliziosa) I voti? No, non credo! Ma intanto dammi prova del tuo ardore raccontando del pittore

Meneguzzo: E va bene...

Ma lo farò alla sua maniera:

senza mancare di una rima intera!

Ti aggrada... la sciarada?

Anna: (annoiata) Mi aggrada, mia aggrada....

Meneguzzo: Bene!

Nessun uomo conosce per vero

la storia di Gaudenzio da Montinero,

ma si narra che, ancor pargoletto,

egli fosse rapito da dentro il suo letto,

dai saraceni incatenato

per terra e per mare poi trasportato.

Arrivato che fu in terra d’oriente

venne venduto a un sultano potente...

(si interrompe come per vedere l’effetto)

Anna: (impaziente) Avanti, continua!

Meneguzzo: Un momento!

Col contenuto di ogni concetto

anche alla forma si deve rispetto.

Lascia dunque che anche la forma

possa a suo agio seguire una norma.

Anna: Si, si... Basta che sia prima che il sol si levi...

Meneguzzo: Adunque!...

Lo sceicco rimase così impressionato

dallo suo aspetto sì dolce e delicato,

da eleggerlo subito qual suo famiglio;

anzi, di più: proprio per figlio!

Ma un tale padre non poteva scordare

il suo dovere di militare.

Così che il giovinetto

sempre più spesso restava solo e negletto,

in compagnia delle molte ancelle

e delle mogli che restavan con elle (si ferma di nuovo a scrutare l’effetto)

Anna: Ebbene! Che avvenne dipoi per spingerlo a parlar come ha parlato a noi?

Meneguzzo: Un attimo perdiana!

Dai tempo al tempo e dai tempo a me,

se non vuoi che il racconto lo finisca da te!

Anna: Or mi taccio veramente...

Meneguzzo: Alla buon ora!

Dicevo dunque di come crebbe il pittore

in mezzo a tante donne di cotal “candore”.

Sai ben tu che due femmine unite in complotto

son capaci di tramare in quattro e quattr’otto

e per dar vita a infinita poesia

quando scatenano la lor fantasia.

Cosicché fra tante figlie d’Eva,

Gaudenzio di storie magistrali si pasceva,

con l’accompagnamento

di racconti rari d’amore e tradimento,

viaggi ardimentosi di navi e condottieri,

di maghi straordinari e magici misteri.

Tali e tanti furono gli eventi

di cui egli sentì favoleggiare,

che il giovane mutò i propri accenti

e in tal modo decise di parlare:

ché sol con quella lingua che sempre aveva intesa

riteneva degnamente di compiere l’impresa

di dipingere le cose che affollano il creato,

e persino ciò che Dio ci tiene ancor celato.

A. resta in silenzio. Pausa.

Meneguzzo: Dunque?

Anna: Dunque che?

Meneguzzo: Ma come?! Tanto mi pregasti di dirti quel che ho detto e poi resti silente senza proferire motto?!

Anna: No, no... anzi, ti ringrazio... e con questo ti saluto!

Meneguzzo: Ma come? E il mio compenso?

Anna: (birichina) Vedremo: forse domani... o forse mai. Addio e dolce notte!

A. raggiunge gli altri. M. rimane solo

Meneguzzo: (deluso) Dolce notte dice costei... ma intanto io ardo di passione e resto ancora e sempre da solo a rigirarmi sul freddo pagliericcio...

Anche M. parte e raggiunge il gruppo che nel frattempo si è messo a dormire.

SCENA TERZA

A., dopo essersi guardata intorno con circospezione, si rialza. Una compagna, Camilla, la vede e la tira per un braccio.

Camilla: Anna! Ma dove vai?

Anna: A parlare col pittore!

Camilla: Parlare col pittore? Oh bella, e perché mai?

Anna: Dirti di più non posso!

Camilla: Ma come, per giorni e settimane insieme abbiam viaggiato, ci siamo confidate, entrambe abbiam patito. Ti reputo un’amica e tu, credo, del pari consideri anche me, sebbene per pudore la grazia ricevuta voglia serbar per te: perché dunque non mi dici a qual fine vuoi parlare e con Mastro Gaudenzio andare a convenire?

Anna: E va bene: vieni seco me, visto che ti interessa. Ma di una cosa ora ti prego: di parlare cessa!

SCENA QUARTA

Canzone di Mastro Gaudenzio

Vanità, vanità, non alberghi solo qua

Su nei cieli sei regina, degli dei sei concubina

Per la noia di osservare senza alfin partecipare,

Quelli là prendon partito di infilarci il loro dito

E tra le cose di sto mondo scatenare il finimondo

L’ordine universale poi decidon di cambiare

E così un povero Cristo risolvon di salvare

Vanità, vanità, non alberghi solo qua

Su nei cieli sei regina, degli dei sei concubina

Essi osservano l’effetto per poi trarne più diletto,

e con sguardo compiaciuto poi pretendono un ex voto

che il giullare del pennello deve mettere a suggello

Poi nel quadro si rimiran come foss’entro un ritratto

Ma la storia che racconta non gli interessa affatto

Vanità, vanità, non alberghi solo qua

Su nei cieli sei regina, degli dei sei concubina

Dipingere e sudare per poi ben rappresentare:

Non è solo virtù ma è anche schiavitù,

poiché io mi trafelo per quelli su del cielo

Ei salvan casualmente quasi fosse un accidente

ed il dubbio del pittore è se lo faccian per amore

Vanità, vanità, non alberghi solo qua

Su nei cieli sei regina, degli dei sei concubina

A. e C. si avvicinano al rifugio del pittore che si trova seduto vicino al fuoco intento a disegnare. C. resta in disparte mentre A. si fa avanti.

Anna: Maestro porgete orecchio a questa donna!

Gaudenzio: (spaventato) Chi è là! Che volete, perché da me venite?

Anna: Anna è il nome mio e con me ci sta Camilla. Vi prego mastro Gaudenzio, una parola sola...

Gaudenzio: Con chiarezza avevo chiesto di non esser disturbato

e solo domattina di venire interpellato!

Anna: Lo so, ma la mia venuta non centra con gli ex voto... ovvero sì, ma non come credete

Gaudenzio: Sciò, ma che volete? Ho altro a cui pensare!

Guardate e giudicate se non ho un bel daffare!

Decine e centinai sono i miracolati

che vengono da me contriti e consolati

dalla benigna mano che decise di salvarli

e poi, senza pensarci, fin qui da me inviarli.

Si perché lassù si risolve di salvare,

ma senza tener conto di chi deve lavorare,

per dipingere l’effetto della divina azione

e farlo così degno d’immortale ammirazione!

Or tali e tante tele ho ancor da pennellare

Che neanche dieci vite basteranno a terminare!

Anna: E’ proprio a tal motivo ch’io sono qui venuta

Gaudenzio: Cosa vuoi dir con ciò?

Avanti, parla, ma rapida però!

Anna: Maestro, fin da quando ero bambina ho sempre vagheggiato di usare il mio talento per abbellire il mondo, un po’ come voi fate parlando in rima sciolta. Le parole che scegliete non sono scelte a caso: è come se una musica le accompagnasse sempre e danzassero felici di esser state pronunciate.

Gaudenzio: (colpito dalle parole della ragazza)

Il tuo argomentare non è privo di concetto

perciò continua pure a parlare chiaro e netto!

Anna: ecco, mastro Gaudenzio, il talento mio è esattamente quello dal quale voi da vivere traete. Dipingere è la cosa che mi riesce meglio: perciò tale mio ingegno vorrei render disponibile a color, che come noi, in futuro chiederanno di omaggiare la Madonna con un quadro che ritragga l’istante esatto in cui la vita loro in bilico rimase. Ciò ch’io voglio e che desidero è di lavorar con voi! Prendetemi a bottega, mettetemi alla prova e lasciate ch’io apprenda ciò che voi già conoscete.

Gaudenzio: Il proponimento tuo è giusto e meritevole

ma in questo nostro mondo giudicato disdicevole!

Camilla: (prende la parola in difesa dell’amica) Disdicevole Mastro Gaudenzio? Perché voi dite questo? Io stessa posso giurare che Anna è donna pura, a Dio più che fedele, nel dipingere squisita e a Maria Vergine devota!

Gaudenzio: Sono certo che ciò che dite risponde a verità

ma di diverso avviso è la nostra società!

Quand’anche avesse ingegno traboccante in dignità

il permesso di dipingere una donna mai avrà.

E così il suo talento come un fiore delicato

ancor prima di sbocciare verrebbe calpestato.

Anna: Se questo voi sapete perché non mi aiutate?

Gaudenzio: Aiutarvi a fare che? A provarvi che ciò è?

Anna: No mastro Gaudenzio, a stravolgere le cose e obbligare chi si oppone a rimettere le armi!

Gaudenzio: Io capisco il tuo ardore:

so che nasce dall’amore

che tu porti alla pittura

e con essa alla natura:

allo splendore del creato

che gli dei han generato.

Anna: E’ così Mastro Gaudenzio. Ed è a voi che mi rivolgo perché so che mi capite. (titubante) E affinché la giudichiate questa tela ora osservate.

(tira fuori una tela da una sacca che ha a tracolla e la mostra al pittore)

Gaudenzio: (dopo una pausa)

Devo dire che hai talento

E di questo son contento!

Ma la strada non è piana

e la meta è ancor lontana!

Se il pennello vuoi educare

Qui con me dovrai restare.

E perciò come assistente

Io ti prendo immantinente!

Anna: (felicemente stupita)

Questo è un si, non è vero?!!

Gaudenzio: E’ così, mi hai convinto!

A decidere mi hai spinto!

Una simile passione

Non reclama esitazione.

Camilla: Bravo, bene, finalmente!

Gaudenzio: Ascoltate attentamente!

Solo quando sarà giorno

io da voi farò ritorno.

Dirò che avrò accettato

ciò che avete dimandato,

ma che in vece del contante

mi sia dato un aiutante.

(rivolgendosi a Camilla)

Tu fa’ in modo che la scelta

(indicando Anna)

abbia lei come prescelta.

Poi i miracoli incassati cominciate a raccontare

Con perizia ed attenzione principiate ad inscenare.

Terminata che sarà la narrazione

insieme darem vita a una finzione:

di nascosto scambierem l’opra dipinta

stando attenti a nascondere la finta.

Così a tutti apparirà che a dipingere sia io,

mentre Anna questa notte lo avrà fatto al posto mio.

Solo quando tutto il mondo elogiato avrà il creatore

sveleremo ipso facto quale sia lo vero autore.

A quel punto più nessuno ardirà di contraddire

che una donna un tal prodigio sia riuscita a partorire.

Anna: Grazie Maestro mio... Posso così chiamarvi?

Gaudenzio: Certo che lo puoi e fallo quando vuoi

Adesso a letto... e fate ciò che ho detto!

Anna: Si, certo, immantinente. Grazie Maestro

Camilla: Addio

Musica di transizione. Anna si apparta per dipingere i tre ex voto.

SCENA QUINTA

La mattina. I compagni di viaggio cominciano a risvegliarsi. Camilla li incita a prepararsi per l’arrivo imminente di Mastro Gaudenzio.

Camilla: Forza, avanti, dormiglioni! Oggi è il giorno del verdetto. Ormai il sole splende in cielo: prepariamoci ad accogliere il ritorno del pittore!

Anna: Giusto! Andiamo a prepararci. (rivolta ai musici) Voi affinate gli strumenti per la prova che ci aspetta. Tu sei pronto Meneguzzo? Meneguzzo dove sei? Metello: sulla paglia è ancora: e dorme! E il soffiare che tu senti non è zefiro d’estate!

Anna: (scuotendolo) Sveglia avanti pelandrone: non sei tu che ci conduci?! Meneguzzo:: (risvegliandosi di soprassalto) Chi è, ma che succede!

Anna: Succede che il sole è quasi a picco, mentre tu sei ancor sdraiato! (ironica, guardando Metello e poi rivolgendosi a Meneguzzo) Così forse il rumore che si udiva può essere spiegato: tu volevi che al tuo ronfare gli strumenti dei nostri musici si potessero accordare!

Gli altri ridono

Meneguzzo:: Oddio ma che disdetta! La stanchezza mi ha fiaccato!

Camilla: La stanchezza? Ma se di tutti tu sei quello che di meno abbia patito!

Meneguzzo:: Pare a voi cara signora! Poco fa io non russavo: meditavo sul da farsi!... e sul modo più opportuno di inscenare il nostro fato!

Metello: strano modo di pensare! (rivolto agli altri con ironia) Non sapevo che i pensieri facessero rumore!

Meneguzzo:: (battendo le mani) Su, avanti, meno storie: cominciamo a preparare! Per ciascuno dei miracoli approntiam la postazione.

Mentre un musico suona, tutti si danno da fare per portare in scena le pedane e l’occorrente per inscenare la rappresentazione dei miracoli.

Gaudenzio arriva non visto durante i preparativi. Una volta terminati comincia a parlare. Tutti si fermano ad ascoltarlo.

Gaudenzio: Con piacere ho da osservare

Che vi vedo lavorare.

Si, perché ciò cui aspirate

Con il cuor lo dimandate!

Lo diceva il mio istinto e

ciò che vedo mi ha convinto!

Meneguzzo:: Dunque accettate!

Gaudenzio: Basta sol che cominciate...

Anzi no, prima ancor di principiare

Una richiesta vi ho da fare.

Di dipingere ho deciso

Per amor del paradiso

Senza chiedere contante

Ma soltanto un aiutante

Metello: (Facendosi avanti) Bene se volete io son pronto a darvi mano!

Camilla: (Scostandolo di colpo) Aspetta, sta lontano! Chi ha deciso che sia tu?

Metello: E va ben, hai ragione. Meneguzzo, fatti avanti, giochiamola tra noi!

Camilla: E perché solo con lui?

Metello: Oh bella: che forse anche a una donna di dipingere è accordato?

Camilla: Ma diventar garzone non credo sia proibito.

Metello: Ma che ardire è mai codesto!

Camilla: Chiediamo a Mastro Gaudenzio se è contrario per principio...

Gaudenzio: (interrompendola) Non ho alcuna condizione

Purché sia un buon garzone!

Camilla: bene, allora alla fortuna non resta che rimettersi! (tira fuori delle pagliuzze e le mostra) Ecco: pescate. A chi toccherà la più corta in dimensione, di Mastro Gaudenzio diventerà garzone!

Tutti prendono le pagliuzze. Camilla fa un cenno di accordo a Anna. Poi tutti confrontano le lunghezze.

Anna: Evviva, sono io la vincitrice! Maestro, eccomi a voi. Pronta a lavorare, ma prima di iniziare permettete di inscenare.

Gaudenzio: intanto, per rendermi favore

Tu porta qui il colore

insieme agli acquarelli

ed anche dei pennelli.

Poi corri ad inscenare

Ma non dimenticare

Che ho posto condizione

Che tu sia mio garzone.

Gaudenzio si accomoda su uno sgabello in prossimità delle sue tele. Anna va a prendere i colori e i pennelli e glieli porge. Poi corre dai suoi compagni.

SCENA SESTA

Mentre Meneguzzo racconta, gli altri inscenano quanto viene raccontato con l’accompagnamento e l’intervento dei musici.

Meneguzzo:

Il primo a cominciare vorrei essere io,

contando ciò che avvenne dentro il paese mio,

il giorno quindicesimo del mese mariano

di quello che per noi è l’almanacco cristiano.

All’epoca abitavo, con la famiglia mia,

una piccola borgata che al mare dava via.

La vita procedeva come sempre era accaduto,

e come sempre la mia arte alla vita dava aiuto.

Così mettevo in scena frizzi, lazzi e piroette

accompagnando il tutto con arie e canzonette:

proprio quelle che un attore, se vuol essere valente,

deve sempre esercitare e tenere bene a mente.

Le sere così passavan, nella piazza del paese,

con i ritmi delle cose che noi tutti abbiamo apprese:

l’inverno dopo l’autunno e poi la primavera

finché il profumo d’estate non riempisse l’atmosfera.

Lontano all’orizzonte, quel giorno che vi ho detto,

vedemmo avvicinarsi un vascello maledetto.

La campana della chiesa convocò all’adunata

e dai campi circostanti tutti accorsero in borgata .

Quella che per mare arrivava in un baleno,

era la nera effige del turco saraceno.

Coro

Presto su scappiamo prima che ci portin via

E prima che cominci la terribile razzia

Di sciabola perire sarà il nostro avvenire

Oppure di archibugio se non troviam rifugio

Eccola per mare, si avvicina in un baleno

La nera e turpe effige del turco saraceno

Eccola per mare, si avvicina in un baleno

La morte che per mare porta il turco saraceno

Meneguzzo

Pur essendo ormai noi tutti preda del terrore,

a difesa ci ponemmo confidando nel Signore.

Così tutto il paese mise mano alle spingarde,

mentre dai vascelli piovevano bombarde.

Dalle rupi che sul mare cadevano giù a picco,

noi uomini ci demmo a tirare di moschetto,

sebbene la certezza della troppa lontananza

togliesse anche il conforto di una flebile speranza.

Continuò senza fermarsi ancor per ore e ore,

senza che di uno sguardo ci degnasse il buon Signore.

Coro

L’ancora è gettata, la riva è ormai toccata

Il turco si avvicina per far carneficina.

Salviamo i nostri figli, cerchiam dei nascondigli

Prima che l’orda mortale inizi il baccanale

Alziamo su lo sguardo al santo baluardo

Delle fede cristiana contro la furia ottomana.

Invochiamo la Madonna, nostra unica colonna,

Che per intercessione dispensi salvazione.

Allorquando la difesa era ormai agonizzante,

si mostrarono le vele dell’ispanico regnante.

Subito il colore ritornò sui nostri visi,

che di rosea speranza si erano riaccesi.

I Mori sì veloci quanto furono a sbarcare

altrettanto furon lesti a riguadagnare il mare.

Così presi il coraggio di percorrer la borgata

e raggiungere d’un fiato la mia dimora amata.

Passo dopo passo, cresceva in me il terrore

di trovar la mia famiglia ormai preda dell’orrore.

Quando poi la porta della casa ho spalancato,

mi sono riscoperto un uomo fortunato:

sorelle e genitori l’un l’altro s’abbracciavano

e di avere ancora vita la Madonna ringraziavano.

Quand’ecco un ultimo colpo tuonare in lontananza

ed una palla colpire il muro della stanza.

Ma nella parete questa rimase conficcata,

proprio sopra l’immagine della Vergine Beata.

Così il vero miracolo infine si compieva:

la palla di cannone sospesa rimaneva!

Coro

Benigna decidesti di dare tempo al tempo

Così che sospendesti l’umano passatempo:

il miracolo divino infine si compieva

la palla di cannone sospesa rimaneva!

Salvare per diletto è proprio un bell’effetto

Ma salvare per amore ha certo più valore.

Una famiglia gioisce mentre una città perisce:

Per tre che ne ha salvati altri cento trucidati!

SCENA SETTIMA

Mentre Gaudenzio parla, i miracolati preparano la seconda rappresentazione.

Gaudenzio: (applaudendo in modo contenuto)

Bravi, bene, bell’ingegno

Ho già in mente un bel disegno,

che in parte è già abbozzato

E in bottega è confinato:

Perché tutto a me è noto

Se ha che fare con gli Ex Voto,

e ancor prima del racconto

io son lì che me li appronto.

Ma di seguito avanzate

E il secondo raccontate.

Quando l’ultimo vedrò

In bottega me ne andrò

A finirli immantinente

In compagnia del mio assistente

Metello: se adesso permettete sono io che ho da narrare,

la storia mia per cui io son compagno a voi.

In mare essa si svolse, allor ch’ero imbarcato

su un grande bastimento in Africa inviato.

Mentre la terra ancor non era in vista,

ecco che improvvisa ci colse una tempesta.

Essa si alzò dal mare senza alcuno preavviso,

come se qualcuno così avesse deciso.

Fulmini e saette su di noi facevan duello,

mentre onde immani percuotevano il vascello.

(I compagni di Metello dialogano tra loro inscenando ciò che avviene sulla nave)

Anna travestita da uomo: Presto, alle vele prima che si straccino!

Camilla travestita da uomo: Sta entrando acqua! Presto, qualcuno con dei secchi!

Meneguzzo: Attenti voi laggiù: le onde vi travolgono! Oddio, sono caduti! Presto calate in mare una scialuppa!

Anna: Non c’è tempo, per loro non c’è più scampo!

Camilla: (inginocchiandosi) Madre Santissima di Montenero aiutaci tu! Salva questi tuoi figli!

Anna: Ammainiamo le vele prima che sia tropo tardi!

Metello: Ma le vele rigonfiate da quel vento indemoniato

lottaron solo il tempo di un urlo soffocato.

Poi furono stracciate e con gli alberi sbattute

nel buio delle acque che intorno brulicava.

Così senza controllo la nave rimaneva

e tutti i miei compagni il mare si prendeva

Neanche passò il tempo di implorare intercessione

che l’intero vascello cominciava l’immersione.

Dalle nere acque io venni tosto ingoiato,

ma subito dopo dagli abissi rifiutato.

Mi ritrovai così a difendermi dal mare,

finché un pezzo di legno non riuscii ad afferrare.

La salvezza mia era ancora da venire,

mentre su nel cielo cominciava ad albeggiare.

Fu allora che la terra si mostrò salda e imponente,

chiamando verso sé questo figlio ormai morente.

Raggiunte a forza di braccia le prime rocce affioranti,

dieci e cento volte mi respinsero i frangenti:

finché ormai stremato dallo sforzo inaudito,

pensai che da lassù fosse giunto il ben servito.

Poi una luce mi svegliò e a pensare mi obbligò:

(Metello si sdraia e inscena il suo risveglio)

Quale soggiorno eterno? Paradiso oppure Inferno?

All’Inferno, di sicuro, deve essere più scuro!

Ma se gli angeli non vedo, Paradiso... io non credo.

Purgatorio! L’ho capito: dunque è qui che son finito!

(Si tira su seduto e si guarda intorno)

Ma che strano sono solo, e laggiù mi sembra un molo!

(Prima grattandosi e poi massaggiando una gamba)

Mamma mia che pizzicore. Anzi, più: direi dolore!

Questo è un granchio: assicurato! A sperare son portato!

E se male ancora sento, debbo credere al portento!

Vivo sono!! E non so come: e perciò invoco il tuo nome.

Grazie Vergine Beata che la vita mi hai salvata.

Or mi attende Montenero dove accenderò un bel cero

E per esser più devoto io ci lascerò un Ex Voto.

Coro

C’è qualcosa che non sa: qui non centra l’aldilà!

Su nel cielo son sbadati, benché tu li abbia invocati.

Così il cero che menziona non lo deve alla Matrona

ma ad un moro Musulmano che fu meglio di un Cristiano.

Lui lo vide in preda al mare, si risolse a intervenire,

Senza stare a dar valore a quale fosse il suo colore.

Con la forza dell’orgoglio poi lo trasse dallo scoglio

Lo lasciò sopra la riva, quindi tosto scompariva.

Prima della sua partenza non bramò riconoscenza

Ma arrivato in cima a un colle osservare ancora volle,

per avere la certezza di aver dato inver salvezza

e riprendere appagato il cammino abbandonato.

Qual è dunque la morale che ti ispira la corale:

che un uomo a un uomo deve se la luce ancora vede.

Qual è dunque la morale che ti ispira la corale:

che un uomo a un uomo deve se la luce ancora vede.

SCENA OTTAVA

Gaudenzio: (soddisfatto)

quel che ho visto mi si addice.

Anzi di più: proprio mi piace!

Riprendete ad inscenare:

ch’io mi possa figurare

come il prossimo miracolo

debba poi rappresentare.

Camilla: (facendosi largo d’impulso)

sono io che vo a parlare!

Son Camilla, mi presento, e racconto con sgomento

ciò che accadde il giorno in cui io da casa me ne andai

senza dar valutazione a una brutta sensazione.

Il lavoro là nei campi come sempre mi attendeva

e l’angioletto mio lasciai in casa che dormiva.

La nonna, giù in cucina, era intenta a preparare:

non si avvide proprio di che stava a capitare.

Un micio bianco e nero che avevamo per la casa,

iniziò a svegliare il bimbo facendogli le fusa.

Poi preso d’improvviso dalla voglia di giocare,

d’un balzo sopra i tetti decise di scappare:

lesto quanto può esserlo un bagliore di saetta

uscì dalla finestra di quella cameretta.

Carletto affezionato così tanto all’animale,

lo seguì senza il timore di cadere e farsi male.

Così, ormai rapito da quel gioco troppo ardito,

leggiadro e spensierato come rondine di sera

vagava sopra i tetti in cerca della sua chimera.

Coro

Intanto lì di sotto un carro dava volta

che un bel cavallo nero tirava a briglia sciolta;

e mentre ciò accadeva, da una gronda scivolava

il gatto di Carletto che a terra discendeva.

Alla vista del felino il cavallo imbizzarrito

si erse sulle zampe lanciando il suo nitrito.

Lesto il carrettiere, ond’evitar di farsi male

tirò le briglie a sé bloccando l’animale.

Frenando all’improvviso rimase sul calesse,

ma non poté evitare che il carico cadesse.

Il micio ormai impietrito osservò tutta la scena,

e intanto per paura si sporcava il fondoschiena.

Camilla: Mentre dalla casa non ero ancor lontano

udii all’improvviso scoppiare un gran baccano.

Volgendomi a vedere di cosa si trattava

vidi il mio bambino che sul tetto barcollava.

Non ebbi neanche il tempo di domandare aiuto

che quel mio pargoletto di sotto era caduto.

Corsi verso casa sgomenta e disperata

e nel mentre mi volgevo alla Vergine beata.

Entrando dentro al borgo cercavo con lo sguardo

sicura e certa ormai di essere in ritardo:

pensavo al corpicino disteso sul selciato

e del mio stesso sangue intriso e ormai bagnato.

Svoltando infin da un vicolo oscuro ed assai stretto,

mi ritrovai davanti un cavallo e il suo carretto.

Di dietro a questo qui, che era arrovesciato,

udii all’improvviso un gemito angosciato.

Mi feci largo urlando, in mezzo a tanta gente,

e vidi il mio Carletto che ancora era vivente.

Tosto che mi vide chiamò la mamma sua

dicendomi piangendo che non aveva bua.

Il carico del carro attutito aveva il volo:

la Vergine Maria non l’avea lasciato solo!

Coro

Il carico del carro attutito aveva il volo,

la Vergine Maria non l’avea lasciato solo!

Quel che però il barroccio dall’inizio trasportava

la nostra cara mamma di dire non ardiva.

Adagiato sul selciato come un morbido cuscino

un cumulo di merda salvato avea il bambino!

Adagiato sul selciato come un morbido cuscino

Un cumulo di merda salvato avea il bambino!

Se in vero la Madonna il miracolo ha intessuto

perché sopra il letame il bimbo era caduto?

Non era forse meglio che la merce fosse fieno

invece di quel carico fetido ed osceno?

Il dubbio che ci instilla

tutta questa meraviglia

è che al caso sia dovuto

quel che è stato raccontato.

Ciò che qualcuno vede

con gli occhi della fede

altri spiega certamente

niente altro che accidente.

Fin da sempre è stato dato

di spiegare con il fato,

e per sempre esisterà

chi Maria invocherà.

SCENA NONA

Gaudenzio: Senza motto son restato:

son rimasto deliziato!

Una fede vi accompagna

salda quanto una montagna.

Orsù, avanti, procedete

se un prodigio ancora avete!

Metello: Uno solo ancor ne manca:

Anna forza dai racconta!

Anna: Ecco... in vero... vi sbagliate...

Ciò che ancora non sapete è che a voi io son compagna

non per grazia ricevuta, ma perché io son devota

dell’immagine clemente che da sopra questo monte

il suo sguardo attento volge verso tutta questa gente.

La Madonna a Montenero ha fissato sua dimora

e per rendergli un omaggio ho affrontato questo viaggio

aiutando i miei amici a inscenare i lor prodigi.

Non volevo aver segreti ma temevo diffidenza:

io così mi son taciuta ed a loro accompagnata.

Camilla: (andandole incontro e abbracciandola)

Ora basta preoccuparsi. Lungo il viaggio abbiam capito:

tanto è grande la tua fede quanto è grande il cuore tuo.

Incontrarti è stato un dono che ha arricchito quel che sono.

Meneguzzo: (intervenendo all’improvviso)

Son d’accordo, sottoscrivo! Io mi sento un uomo nuovo...

Metello: Certo è vero, sei cambiato! Sarai forse innamorato?!

Meneguzzo: (imbarazzato, cambiando discorso)

Orsù, basta di cianciare! Ora tocca a mastro pittore di iniziare a lavorare!

Gaudenzio: Ben pensato per davvero:

te lo dico e son sincero!

Venga avanti il mio garzone

e poi senza interruzione

io con lui lavorerò

e coi quadri tornerò.

Gaudenzio si allontana con Anna. Gli altri cominciano a cantare.

Canzone

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Assisa su nel cielo, nel candido tuo velo

Osservi senza tempo, l’umano sbattimento

Poi stanca di mirare, decidi di salvare

Dispensi salvazione e reclami ammirazione

La grazia ricevuta deve esser ponderata

La storia raccontata e poi ben rappresentata

Dipingere il prodigio necessita d’ingegno

Solo un pittore insigne può reggere l’impegno

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

SCENA DECIMA

Gaudenzio: Son curioso quanto mai

di vedere quel che hai

per convincermi da parte

che il tuo estro è vera arte.

Anna: Or che il sogno mio si avvera il mio cuore si spaura.

Chi son io per questuare di venire ad imparare ?

Non son più così sicura del talento che affermate:

forse è vero che una donna di dipingere è incapace.

Dunque penso che sia meglio liberarvi dall’imbroglio.

Vi ringrazio e vi saluto per l’affetto dimostrato.

Gaudenzio: Mi vuoi dire che ho sbagliato?!

Del talento tuo, lo giuro,

sono ormai più che sicuro.

Quanto al fatto d’esser donna

non importa alla Madonna,

quanto a me meno che mai

e di ciò ti accorgerai.

Io le storie che racconto

le imparai per resoconto

e son esse a dare cibo

a tutto ciò che io descrivo.

Il mio estro è di sto mondo

mentre il tuo è più fecondo

perché trae ispirazione

dalla tua immaginazione.

Anna: Senza motto son rimasta ed ancor più soddisfatta

dato si che è il mio maestro ad avermi giudicata.

Gaudenzio: Allora i palî mostra

fatti per la Vergine nostra...

Ecco, vedi che ho ragione

Sei pittor di devozione!

Non ci resta che mostrare

ciò che tu hai saputo fare

anche se per convenzione

non avresti giusta menzione.

Ma col piano architettato

il tuo elogio è assicurato!

SCENA 11

Anna e Gaudenzio tornano dai miracolati. Non appena Meneguzzo li vede impone il silenzio.

Meneguzzo: Shh, fate silenzio! Sta arrivando Mastro Gaudenzio!

Dunque è vero quel che si dice: ogni storia conoscete!

Qual pittore è sì veloce quanto voi lo siete stato?

Camilla: Forse perché nessun pittore ha un garzone sì dotato!

Metello: (ironico) Il talento non le manca: lo si vede a prima istanza!

Le sue forme son divine ed ha grazia in abbondanza

Camilla: Non riesci a veder oltre quel che osservi in superficie:

Per il fatto che sia donna, non puoi dir che sia incapace!

Gaudenzio: (spazientito)

Del garzone o del maestro

siete a giudicare l’estro?!

Ecco quanto volevate.

Dite: come lo trovate?

(tutti guardano rapiti gli ex voto)

Meneguzzo: Io che tratto la parola, d’improvviso ne son privo.

Camilla: Quanta grazia e devozione e che immagini divine!

Certo è vero che è un maestro, il migliore di sicuro:

il miracolo ha effigiato come se ci fosse stato!

Metello: Che colori e che atmosfere, meglio ancora delle vere!

Guarda come la Madonna pone occhio a chi l’implora.

E’ un pittore degno di Giotto: quanto genio in lui dimora!

Io davanti a tal beltà, mi inginocchio in umiltà.

Gaudenzio: Le parole che ho udito

son per me come un invito!

Metello: Un invito? Ma a che dire?

Gaudenzio: Quel che voi avete creduto esser frutto del mio ingegno

in realtà voi lo dovete a un artista del disegno,

che di notte ha lavorato per dipingere le tele

e così mentre dormivo al suo genio ha dato vele!

Meneguzzo; (ironico) Ma che dite! Vi burlate!

Dove esiste un tal pittore che rinuncia al proprio onore

allorché viene acclamato e da tutti applaudito?

Camilla: Forse esiste e non lo sai: sta nascosto per timore

e magari è in mezzo a noi!

Metello: Che parole son codeste?!

Camilla: Se sforzaste le meningi, forse in due lo capireste!

Gaudenzio: Quel che io vi vo a svelare

vi potrà meravigliare:

ciò che adesso non capite

sarà chiaro se seguite.

Vi ridico quel che ho detto:

queste tele un altro ha fatto.

Non un uomo, ma una donna

La mia voce or la osanna:

il suo nome, infine, è Anna

Metello: Ora basta di scherzare: un bel gioco dura poco!

Se il garzone vuole onore non lo cerchi con l’imbroglio.

Anna: Perché mai dovrei imbrogliare!

Metello: Siete bella ed aggraziata, ma una donna siete nata!

Camilla: Dunque, allora, che intendete?

Metello: Oh bella, ciò che voi già conoscete:

siete brave a cucinare, rammendare e far l’amore;

con i figli generose, dei consorti orgogliose.

Ma di altro non capite: figuriamoci se poi la pittura è adatta a voi!

Meneguzzo: Non son degne d’un signore le parole che ho sentito.

Io ritengo che la donna di virtù sia così colma

da passare col suo ingegno l’altro sesso senza impegno.

Anna io l’ho conosciuta e mi fido ciecamente:

se lei dice che ha dipinto, ha dipinto veramente!

Metello: Anche voi siete impazzito:

una donna, in quanto tale, non può fare queste tele!

Son di un uomo, si capisce: è Gaudenzio il vero artista.

Su, maestro, adesso basta: che la storia si finisca!

Gaudenzio: Mi chiedete di finirla?

Or so proprio come dirla!

Quand’anche io fossi l’autore

non potrei prender l’onore!...

Il motivo non capite?

Ecco qua: adesso stupite!

(svestendo i panni da uomo)

Ora a voi io mi presento:

e mi affranco dal tormento

di vestire ancora i panni

che mi celano da anni.

Il mio nome suona invero

Galatea da Montinero.

Se adesso vi chiedete il motivo dell’inganno

sappiate che io ho imbrogliato, ma non per fare danno.

Quand’ero ancora bimba da casa fui rapita

dai turchi prelevata e su una galea spedita.

Quel che s’ode in giro su ciò che mi è accaduto,

son io che l’ho diffuso e ad arte adulterato.

La casa del sultano di cui si favoleggia,

in realtà era l’harem che si trova nella reggia.

Là dentro son finita, non tanto a far da moglie

ma insieme a tante altre a soddisfar le voglie:

le voglie di un sultano vizioso e senza cuore

dalle cui mani rapaci fui tolta per amore.

Da casa, senza tregua, mio fratello mi cercava:

per anni e anni ancora pace non si dava.

Finché in un bel mattino, il mio nome riecheggiò

da oltre il muro di cinta mio fratello mi chiamò.

Con grande abilità, lui mi aiutò a scappare:

in mare ero scomparsa, per mar potei tornare.

Anna Da donna io comprendo il motivo dell’inganno:

il giudizio della gente e la morale corrente!

Galatea Tu hai capito bene ed è per tal motivo

che da dieci anni da uomo mi vestivo.

Insieme a mio fratello, decisi sul veliero,

di mutar le mie sembianze in Gaudenzio da Montinero.

Giacché uomo ero creduta e in disegno ero dotata

feci mia la libertà che a una donna non è data.

Scelsi infatti di sfidare i miei colleghi pittori

e da pittor di devozione raccolsi tanti onori.

Con l’andar del tempo la mia fama si allargò

Finché uno di loro “Maestro” mi chiamò.

Da allora tutti quanti mi considerano tale

e dunque in quanto donna non sono tanto male!

Or che tal segreto voi tutti conoscete

la stima di poc’anzi negare non potete.

Noi siamo due pittrici e di questo siam felici:

d’ora in poi nella bottega avrò anche una collega!

Anna Non ci credo, dite il vero?

Son contenta e me ne vanto. Dirò a tutti quel che penso:

sono donna e insiem pittrice e il mestiere mi si addice!

Galatea è la mia guida: or comincia quella sfida

che al mondo noi lanciamo. Alle donne di talento ora noi ci rivolgiamo!

Camilla Bene, brave, finalmente!

Di talento non ne ho: ma il mio appoggio io vi dò!

(rivolta agli uomini)

Voi che fate: non parlate?! Presto avanti, applaudite!

Meneguzzo (rivolto a Anna)

Son d’accordo e son contento del vostro proponimento

e per dare peso al fatto, voglio subito un ritratto!

Camilla (rivolta a Metello)

Il silenzio mi conferma che Metello non si lagna

Metello Quel che ho visto mi dà prova che io prima mi sbagliavo.

Perché l’arte è un vero dono che si trova in ogni uomo,

che sia maschio oppure no, non importa: ora lo so!

Galatea Ma qualcosa manca ancora:

gli ex voto per Nostra Signora!

Van portati al santuario

ed appesi nel sacrario,

cosicché tutta la gente

vi si inchini riverente!

(pausa)

Però prima di lasciare

la Madonna al suo daffare,

date un occhio alla parete

e so già cosa vedrete:

all’interno di un scrigno che di vetro è rivestito

ci sono due babbucce e con quelle un bel vestito.

In argento trapuntati, foderati di broccato:

è così ch’ero abbigliata quando qui mi han riportato.

Mio fratello li ha donati dopo avermi riavuta:

in un angolo c’è scritto: “Per Grazia Ricevuta”.

Tutti tornano a cantare.

Canzone

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Benigna decidesti di dare tempo al tempo

Così che sospendesti l’umano passatempo

Quell’attimo fatato bastò a mutare il corso

Di chi con uno sguardo a te fece ricorso

Chi cade è sollevato, chi piange è consolato,

guarisce l’ammalato, respira l’annegato

La nave non affonda, la peste non abbonda,

Il turco si ritira, il mare cessa l’ira

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio

Assisa su nel cielo, nel candido tuo velo

Osservi senza tempo, l’umano sbattimento

Poi stanca di mirare, decidi di salvare

Dispensi salvazione e reclami ammirazione

La grazia ricevuta deve esser ponderata

La storia raccontata e poi ben rappresentata

Dipingere il prodigio necessita d’ingegno

Solo un pittore insigne può reggere l’impegno

Miracolo! Miracolo! Rendiamo grazie a Dio

ed alla Madre Santa che fece al caso mio


EX VOTO

di Gabriele Benucci

Note di scrittura

Scrivere un testo teatrale su un tema a sfondo religioso forte e caratterizzato come quello degli Ex Voto ha significato, prima di tutto, pensare ad un percorso narrativo che potesse procedere tenendosi discosto sia da un’impostazione ed un tono edificante, sia dal pericolo di cadere nel patetismo che contraddistingue, quasi per intera, l’iconografia votiva. Al tempo stesso, però, non abbiamo voluto ignorare la grande forza espressiva di cui l’arte ingenua e popolare dei pittori di devozione era capace. La prima valutazione stilistica cui abbiamo proceduto è stata, dunque, quella di utilizzare un linguaggio che potesse restituire a livello verbale la freschezza naif dei loro quadri, favorire uno straniamento interpretativo tale da evitare deviazioni verso il patetico e, in ultimo, allontanare nel tempo le vicende raccontate.

La scelta è così caduta sull’adozione di un linguaggio in rima intervallato ad un altro solo cadenzato ritmicamente mantenendo, così, una uniformità di stile complessiva.

Fatta questa prima scelta, abbiamo inoltre deciso di sostenere la freschezza narrativa ed il percorso verso lo straniamento attraverso l’inserimento di canzoni che ritmano e sottolineano il procedere della vicenda. Queste trovano collocazione all’interno di snodi strategici della piece gettando, esse stesse, una luce esplicativa sul senso profondo del testo drammaturgico. I cantanti diventano, infatti, portatori di significati ed informazioni esprimibili solo all’interno di limiti metateatrali ben definiti: quelli, appunto, del coro. Ed è così che quest’ultimo assume la stessa funzione “epifanica” di cui era investito nel teatro greco.

Gabriele Benucci

La Storia

Un gruppo di “miracolati” si reca da Gaudenzio da Montenero, “pittore di devozione” tra i più quotati, per chiedere l’onore di veder raffigurati dal suo insigne pennello gli eventi straordinari che portarono alla loro salvazione. La comitiva è guidata da Meneguzzo da Manipolo, commediante, alla cui “regia” è affidata la messinscena dei miracoli sottoposti allo sguardo giudicante di Gaudenzio.

Le rappresentazioni hanno luogo. Poi tutti restano in trepida attesa, finché il giudizio di Gaudenzio non si rivela: si, egli dipingerà gli Ex Voto! Lo farà con l’aiuto di Anna, una del gruppo che, di nascosto dagli altri, gli ha confessato la sua aspirazione a diventare “pittrice di devozione” come lui. Quando Gaudenzio presenta le tele, svela anche agli altri il sogno della donna. Gli uomini insorgono: una “figlia d’Eva” non potrà mai essere all’altezza di un tale impegno! Eppure gli Ex Voto che tutti hanno ammirato ed elogiato non sono opera di Gaudenzio, ma della stessa Anna: d’accordo col pittore, la donna li ha realizzati nottetempo all’insaputa dei compagni. Ora nessuno può più aver dubbi sulle sue capacità... E se ancora ce ne fossero, un’ultima sorpresa li cancellerà per sempre...

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