Favolette di New York

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FAVOLETTE DI NEW YORK

Titolo originale: “Fairy tales of New York”

Commedia in quattro atti

di J. P. DONLEAVY

Versione italiana di Ettore Capriolo

PERSONAGGI

CORNELIUS CHRISTIAN

I FACCHINO

DOGANIERE

NORMAN VINE

STEPHEN MOTT

AMMIRAGLIO

FRITZ

II FACCHINO

III FACCHINO

HOWARD HOW

MIKE O’ROURKE

CHARLIE

ELAINE MUSK

MISS KELLY

GERTRUDE GENTLE

CHARLOTTE GRAVES

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

La banchina.

Le tre di un freddo pomeriggio di febbraio, la ban­china adiacente alla 27 Strada Ovest di New York. Fi­schi di sirene delle navi ancorate nel North River. Stridore di gru, brusio di gente che si saluta. Frastuo­no di carrelli colmi di bagagli. Accanto a due valige piazzate sotto la lettera C sta Cornelius Christian.

I Facchino                       - (urla da dietro una montagna dì casse) Ehi, Marty, che c'è in quella cassa un morto? M forse il caso di togliersi il cappello in segno di ri­spetto.

II Facchino                      - Ma va', matto, niente morti!

I Facchino                       - Ah no? Senti un po' come pesa. Ah già me ne hanno parlato. Vedi quel tipo là che guar­da? È il marito. Dentro c'è la moglie.

II Facchino                     - Davvero?

I Facchino                       - Davvero, si.

II Facchino                     - Santo ciclo!

I Facchino                       - Su, sposta il carretto, piano, ragazzo, un po' di garbo: c'è la moglie di qualcuno, non farla cadere.

II Facchino                     - Ma va'f sta meglio di me.

I Facchino                       - Tocca ferro. Ecco, che ti avevo det­to? Guarda quelli della dogana che vanno da lui.

Altoparlante                    - Attenzione, prego. I passeggeri so­no pregati dì non spostarsi dalla propria iniziale fino a quando i loro bagagli non saranno visitati dalla dogana. La banchina potrà cosi essere sgombrata più rapidamente. Grazie.

Doganiere                        - (avvicinandosi a Christian e toccandolo garbatamente sulla spalla) Mi scusi, signore, capi­sco benissimo che non è il momento di importunar­la con domande, ma se vorrà darmi qualche informa­zione cercherò di sbrigare la faccenda il più veloce­mente possibile. Una semplice formalità. (Annotan­do) È accaduto a bordo, vero?

Christian                          - Si.

Doganiere                        - Sua moglie era inglese e lei è ameri­cano?

Christian                          - Si.

Doganiere                        - E intende fare qui i funerali?

Christian                          - Si.

Doganiere                        - Vede, dobbiamo precisare tutte queste cose per evitare complicazioni in seguito. Non voglio disturbarla se non per cose indispensabili. I suoi figli viaggiavano con lei?

Christian                          - Solo mia moglie e io.

Doganiere                        - Capisco. Tutto il resto è di vostra pro­prietà, effetti personali. Niente oggetti d'arte o di an­tiquariato. Nessun oggetto d'importazione?

Chkistian                         - No.

Doganiere                        - Una firma qui e nient'altro. E se per caso avesse qualche difficoltà non esiti a cercare su­bito di me. (Porgendo un biglietto da visita) Questo è il mio nome: Steve Kelly è sufficiente; quelli della dogana sanno dove trovarmi. Poco fa ci hanno tele­fonato le pompe funebri Vine e quando li ho informa­ti che tutto era a posto hanno detto che lei può an­dare da loro o telefonare a qualunque ora del pome­riggio o di stasera.

Christian                          - Tante grazie.

Doganiere                        - Ha già un facchino?

Christian                          - No.

Doganiere                        - Guardi, le mando quello laggiù con la giacca di pelo, va bene? Stia tranquillo. (Con una mono sulla spalla di Christian)

Christian                          - Grazie.

Ili Facchino                     - (andando verso Christian) Scusi, Steve Kelly, quello della dogana, dice che lei ha bi­sogno. Roba sua questa?

Altoparlante                    - Attenzione! Sgombrare l'entrata, prego, tenerla libera per i passeggeri.

Christian                          - Si, mia.

Ili Facchino                     - O. K. Ha fretta?

Christlan                          - No.

Ili Facchino                     - O. K. Fa niente se aspettiamo che quei fanatici sgombrino la banchina? Così almeno non rischia di essere schiacciato e di farsi rovinare le valigie nella calca. Vengono fuori da quella nave come un branco di legni affamati.

Christian                          - (tira fuori il portafogli e gli porge un dollaro) Tenga.

Ili Facchino                     - Lo faccio solo per un favore. Non prendo soldi per un favore. Lo farebbe anche a lei. Cosi va il mondo.

Christian                          - Grazie.

Ili Facchino                     - Di niente. Dove deve andare?

Christian                          - Non so, devo pensarci.

Ili Facchino                     - Alberghi ce n'è un milione.

Christian                          - Credo vada meglio una pensione.

Ili Facchino                     - Una pensione per un tipo come lei? Non ha l'aria di un tipo da pensione e nemmeno il modo di parlare. Ha fatto un viaggio simile e non sa dove andare. Be' non mi riguarda e forse non ha ami­ci. Il mondo è bello perché è vario, lo dico sempre a mia moglie, ma non si vuoi convincere. Crede che siano tutti come lei. È stato via molto tempo?

Christian                          - Per l'università.

Ili Facchino                     - Buona l'istruzione laggiù. Non sof­fre la solitudine?

Christian                          - No, non mi importa star solo.

Ili Facchino                     - Giusto: ognuno ha il diritto di pen­sarla come vuole. Siamo in un paese libero. Ma senta che fracasso là fuori. Sembra che stia per saltare in aria tutto. £ pieno di pazzi pericolosi, qui... (Si guar­da attorno) Su questo molo, accidenti, guai a starnu­tire fuori tempo. Che vita, si va avanti come se si fosse caricati. Proprio come un orologio ti caricano. Una volta avevo un negozio di animali; mi piac­ciono le bestie. Già, ne parlo a un parente e lui su­bito pensa di farci un mucchio di quattrini. Risulta­to: io ci rimetto tutto. Ed eccomi qui a spingere un carrello su una banchina dove tutti tirano a far quat­trini senza tanti scrupoli pronti magari a romperti il muso e dove la vita non vale un soldo. (Un facchino passa con un carrello) Ehi, Charlie me lo presti un secondo?

Charlìe                             - Crepa.

Ili Facchino                     - (a Christian) Sentito? L'amicizia è una gran cosa qui. (Guarda il cartellino sulla valigia di Christian) Christian buffo nome. Anche la voce l'avete un po' buffa voi inglesi. Vi insegnano a parla­re all'università?

Christian                          - Un poco.

Ili Facchino                     - Non sarà mica nato con questo ac­cento, lei. Non è male, del resto. C'è gente che parla cosi dalla nascita?

Christian                          - Non so.

Il Facchino                      - Forse le faccio domande un po' in­discrete, ma lei è un tipo che sarei stato fiero di avere come cliente nel mio negozio. Ero proprio affe­zionato a quelle bestiole. Hanno una loro personalità e fanno tante cose buffe. (Una sirena lontana) Sen­te? Un tale ha assassinato la madre per un dollaro ed io devo bere sempre latte e vivere come un bam­bino, e solo perché non voglio far male a nessuno. Come fosse un peccato non voler far male e amare gli animali. Ora i parenti di mia moglie vogliono che mi metta in un'impresa di aria condizionata e far milioni proprio come con il negozio di animali. Mi dicevano che bastava nutrire quelle stupide bestie, metterle in una bella fattoria e quelle prolificavano a più non posso. Ho preso la fattoria, ci ho messo le bestie perché facessero figli, ma quelle hanno sentito il puzzo dei miei parenti e non ne hanno voluto sa­pere. Carina la storia vero? E intanto io sono fallito. Ma chissà perché le racconto tutto questo. Lei è giovane e ha tutta la vita davanti. (Guarda a lungo Christian e nell'improvviso silenzio si guarda attor­no) Oh, la banchina è sgombra, andiamo. (Prende i bagagli e esce)

SCENA SECONDA

Nei locali dette pompe funebri.

CarneliusChristian aspetta seduto il busto leggermente piegato in avanti, le braccia incrociate, il col­letto del cappotto alzato,

Christian                          - Un viaggio cosi lungo per arrivare qui alle pompe funebri. Dopo tutti questi anni sono tanto stanco. Di Helen non mi rimane che la valigia con i suoi vestiti. Non devo piangere. Nessuno accanto a lei e io con tanta voglia di morire. Quanto mi coste­rà? Non c'è che aspettare, aspettare, aspettare. Helen non ha mai saputo fare una valigia. Le dicevo che era sciatta, perché non pieghi le cose per bene? (Tira fuori il portafogli) Come si chiama? Norman Vine impresario pompe funebri. Che cosa gli dico? Devo dargli una mancia o offrirgli un sigaro? Potrebbe pen­sare che non sono abbastanza addolorato, che non mi concentro sul pensiero della morte. (Rombo della ferrovia sopraelevata) Potevo andare di filato sotto un treno e lasciarlo rombare sopra il mio corpo; sa­rei rimasto fulminato, ma poi come facevano a sa­pere che dovevano portarmi qui vicino ad Helen. Bi­sognava lasciare un biglietto nel portafogli. In caso di morte desidero essere portato alle pompe funebri Vine e seppellito con Helen. Cosi maciullato avrebbe­ro potuto spargermi intorno al suo corpo nella stessa cassa. (Si passa una mano sulla fronte e sugli occhi) Non posso sopportare che tu abbia freddo; proprio le tue ultime parole sono state per dire che ti met­tessero sotto terra. Hai sempre avuto un'ombra ver­de sotto gli occhi. Quando venivi vicino con quel tuo vestito dì seta frusciarne, mi sembrava che non ci fosse sotto nulla. Ti avessi gridato qualcosa la mia voce sarebbe rimbalzata indietro come una eco. Il primo giorno in mare, i suoi occhi sembravano ascol­tare, ma io non ho voluto spendere i due dollari per la sdraio. Come gliela darei ora, le darei qualsiasi cosa. Helen due o tre sdraio avresti potuto prendere e io non avrei detto nulla perché ora non sentirei tanto la tua assenza. Non era per il denaro. Non vo­levo che tu prendessi freddo, avevi l'aria cosi mala­ta: ti saresti infreddata e nessuno sapeva quanto stavi male. Abbiamo litigato per un asciugamano e te l'ho strappato di mano quando hai detto che avre­sti speso quei due dollari. Non m'importava del de­naro, li farei a pezzetti due dollari, seduta stante. (La testa penzola un poco in avanti poi si rialza) Era proprio per il denaro che ti ho perso. Due sporchi verdoni.

Vine                                 - (entrando) Buona sera. Sono Vine, mi scu­si, mi scusi se l'ho fatta attendere. Lei è il Signor Christian, vero! (Tende la mano)

Christian                          - (alzando lentamente il capo) Si.

Vine                                 - Come va, bene?

Christian                          - Si, bene. Città piena di polvere, temo che mi sia andata negli occhi.

Vine                                 - Si accomodi.

Christian                          - Grazie.

Vine                                 - Ho qui alcune cosette, un paio di docu­menti. Quello della dogana mi ha telefonato dopo che lei aveva lasciato la banchina. Molto gentile da parte sua, e io farò certo tutto quanto è possibile, signor Christian, (porgendo le carte) soltanto due firme qui.

Christian                          - Grazie. (Abbassa gli occhi sui moduli, come se guardasse attraverso e al di là di essi)

Vine                                 - (porge gentilmente una penna a Christian) Prego.

Christian                          - (come ritornando da molto lontano) Grazie.

Vine                                 - Non sono un direttore d'azienda qualsiasi, io; rappresenta qualcosa di molto importante per me, e cosi se posso effettivamente essere di aiuto a qualcuno ne sono felice. Capisce? Se ha qualcosa da dirmi non ha che da parlare. Fa bene sa parlare.

Christian                          - Lei è molto gentile.

Vine                                 - Facciamo del nostro meglio, signor Chri­stian, del nostro meglio. Conosciamo il dolore. Per la tumulazione abbiamo combinato a Greenlawn. Co­nosce New York?

Christian                          - Si, ci sono nato.

Vine                                 - Allora saprà che Greenlawn è uno dei più bei cimiteri del mondo ed è sempre un piacere visi­tarlo. Laggiù, con tutti quegli alberi e quei prati, il frastuono della città sembra molto remoto. Anche mia moglie è là e posso dire con cognizione di causa che è un luogo di pace. Comprendiamo il dolore, si­gnor Christian. Provvedere personalmente ad ogni necessità immediata; con gli altri potrà parlare più tardi. Tutto sarà fatto sotto le mie personali direttive e sarà fissato per quando lei desidera.

Christian                          - Sì potrebbe fare domattina?

Vine                                 - Si. Faranno in tempo ì parenti e gli amici? L'annuncio uscirà sul «Daily News » di domani e ri­marranno soltanto due ore per arrivare qui.

Christian                          - Ci sarò solo io.

Vine                                 - Capisco.

Christian                          - Nessuno sapeva che venivamo a New York.

Vine                                 - Useremo questo carattere (mostrando il maiuscoletto) corpo sei.

Christian                          - Voglio un necrologio molto breve.

Vine                                 - D'accordo. Per i fiori?

Christian                          - Mi piacerebbe qualcosa di semplice, non so, una corona con "Alla mia Helen".

Vine                                 - Certamente, qualcosa di semplice, provve­dere personalmente. Noi cerchiamo di essere gli ami­ci del dolore, signor Christian, per imparare a capir­lo. Va bene il vetro, vero? Dura di più.

Christian                          - Va bene.

Vine                                 - Dov'è alloggiato il signore?

Christian                          - Vicino al Museo di Storia Naturale.

Vine                         - Mi fa piacere che lei sia da quelle parti. Ci sono molte cose in quel museo che invitano alla riflessione. Manderemo la nostra macchina a pren­derla.

Christian                          - C'è qualche extra?

Vine                                 - Tutto compreso, signor Christian. Faccia­mo alle nove e mezza dieci come preferisce.

Christian                          - Alle nove e mezza va bene.

Vine                                 - Signor Christian, gradirebbe un goccio di whisky, prima di andare? Scozzese o irlandese?

Christian                          - Be', grazie, forse si. È irlandese signor Vine?

Vine                                 - (avvicinandosi a un mobiletto) Mia madre lo era, mio padre è tedesco. (Ritorna con il bicchie­re) Soda?

Christian                          - Prego.

Vine                         - Guardi, dal modo come ha detto "prego" da una sola parola, anzi, dalla sua voce, posso dire che lei è un uomo di cultura, signor Christian. An­che il suo nome mi piace. Non ho mai avuto molto a che fare con la cultura, io. Ho fatto il trivellatore nel Texas e poi il direttore di un pozzo petrolifero. Non si direbbe a vedermi, vero? Ho smesso di andare a scuola a nove anni. E ho sempre desiderato di entrare in questo ramo, ma prima dei trent'anni non ho avuto la possibilità di frequentare la scuola media. L'ho fat­to quando ero in marina e quando sono uscito mi so­no iscritto alla scuola per necrofori. Ci si sente più vicini all'umanità. È un lavoro dignitoso, è un'arte. Vedesse come si può essere d'aiuto a chi si affida alle nostre mani. Rifarli proprio come quando erano vivi. Lenire il dolore. Con lei si può parlare. Ha la mente aperta, lei. Me ne accorgo subito. Certi sono veramen­te disgustosi. L'unica cosa che mi da fastidio nel mio mestiere è dover trattare con gli ipocriti. E quanti me ne capitano. Su, (offrendo da bere) un altro goc­cio le fa bene. (Scintillio e tintinnio dei bicchieri)

Chkistian                         - Grazie.

Vine                                 - C'è chi sostiene che parlo troppo, ma ho dato tante soddisfazioni e certa gente mette tutta la sua famiglia nelle mie mani, anche in una città grande come questa. Ho aperto una succursale nelle West Fifties, ma qui dove ho cominciato mi piace di più. Ho due figlie che stanno diventando due signori­ne. Si incontra gente di ogni ceto. Sono un po' un filosofo io e penso che tutto quello che si deve im­parare Io si impara attraverso i contatti umani, e in questo senso non mi manca un'istruzione. Non ho mai preso una laurea e ne soffro specialmente quan­do seppellisco i laureati. Ma ciò che conta è come una persona si comporta. Per questo ho capito tutto di lei; il doganiere mi ha detto al telefono che lei era un vero gentleman. Le piacerebbe se le raccontassi qualcosa della ditta? Se non vuole, d'accordo lo stesso.

Christian                          - Non importa.

Vine                                 - Le piacerebbe saperla in un posto in cui si sentisse realmente a casa sua? Non abbiamo quasi nes­suno in questo momento, soltanto due dormienti nella filiale, per quanto sia una stagione di gran lavoro. Non voglio che la mia impresa si allarghi tanto da perdere quell'impronta personale. Deve avere calore e intimità perché i clienti si sentano in un luogo accogliente. La filiale si chiama "casa" qui cambiare sarebbe un po' costoso perché nell'insegna al neon c'è "impresa". Mi pare che "impresa" sia una parola deprimente, qualcosa per i poveri. Mi piace la parola "casa". Non voglio deprimere la gente, voglio sorriderle. La mor­te è una riunione, una pausa nella vita degli altri. Mi spiego? •...

 Christian                         - Si.

Vine                                 - Questo appartamento ha il suo bagno pri­vato, che è stata una gran trovata. Non lo direi ad altri, ma sa certe funzioni sono stimolate dal trapas­so dei propri cari. Ha notato la luce verde e come si irradia dalle pareti ; è uno speciale tipo di illumina-zione che crea questo effetto. L'unico a New York. Non la disturbo se parlo?

Christian                          - No, dica pure.

Vine                                 - Fra qualche anno aprirò una filiale in cam­pagna. Campagna per molta gente vuoi dire pace. Avrà visto quel quadro nell'ingresso: la foresta nel sole invernale. Guardandola nei momenti liberi mi è venuta questa idea. Non da pace piangere una perso­na cara per strada. (Rumore di treno) Senta questo treno sopraelevato! Vorrei poterlo tirar giù. Fa scop­piare i timpani, ma ho imparato a sopportarlo. Spe­ro anche di avere una cappella qui. Sarà rotonda co­me il mondo ed ancora una volta il verde sarà il colore dominante. Vorrei che tutto lo stabilimento avesse l'aspetto di uno studio cinematografico.

Christian                          - È molto bello.

Vine                                 - Mi fa bene sentirglielo dire. Sono contento e mi auguro che anche lei sarà soddisfatto. Ci tengo che la gente abbia questa sensazione. Si fidi di me e sappia che ho grande rispetto per il mio lavoro. Amare il proprio lavoro vuoi dire essere felici, e vuoi dire anche incontrare un tipo come lei. Non mi sba­glio mai con la gente, io. Riconosco le lacrime del vero dolore e so che non rigano il volto. (Guardan­dosi attorno, sentimentalmente) E questa è la prima stanza che ho usato. Un paio di. personalità sono pas­sate di qua: il signor Selk, l'industriale. Ho avuto questo onore. Accendiamo una candela dietro il vetro verde quando qualcuno riposa. Mi pare che dia, o meglio, mi lasci dire, conferisca alla situazione una certa sacralità.

Christian                          - Si, certo.

Vine                                 - (toccando il gomito di Christian) Vada a casa ora e spazzi via ogni preoccupazione. Si faccia una bella dormita. Ricordi che ci vuole tempo, ma il tempo lavora per noi. E poi ci sono io, se Io ram­menti, per qualunque cosa le occorra. La nostra mac­china sarà da lei domattina. (La luce si abbassa. In sottofondo U secondo tempo del V Concerto per pia­no di Beethoven. I due si stringono la mono. Vine porge un catalogo) Tenga. Buona notte, signor Christian.

Christian                          - (andandosene) Buona notte. (Rombo del treno sopraelevato. Scende la notte. Un lungo mo­mento di buio, poi una luce verde intorno alla bara di Helen. Il profilo del suo bianco volto. Entra Elaine Musk, tocca la cassa, guarda Helen. Si china sull'ad­dobbo floreale, sistema un fiore. Sentendo un rumo­re, sì volta e guarda la porta. Entra Cornelius Chri­stian)

Elaine                              - Signor Christian?

Christian                          - Sono io.

Elaine                              - Sono Elaine Musk, assistente del signor Vine. Vuoi togliersi il cappotto.

Christian                          - Vorrei tenerlo per un poco.

Elaine                              - La musica non è ancora cominciata, ma dirò al signor Vine che lei è qui. (Christian si volta di lato si toglie i guanti mentre Elaine lo osserva. Christian si volta verso di lei. Elaine si ritira in pun­ta di piedi. Christian siede in un angolo della stanza. Lentamente appoggia i gomiti sulle ginocchio e la testa sulle mani aperte)

Christian                          - Helen, non avrei voluto portarti in una stanza come questa. Ho la sensazione di trattar­la meschinamente, perché questo è un genere di po­sto dove lei non avrebbe mai messo piede. Campi, prati, erano le cose per lei. Tutta questa lustra pac­cottiglia, come tante focacce, pesche e uova. Helen non ha a che fare con focacce pesche e uova. Helen è mia e la portano via. Già andata. Dove sarebbe più vicina a me. Addormentata sul mio cervello. Mi se­guiva dappertutto sulla nave, e io non potevo più sopportare quelli che continuavano a fissarmi e a mormorare. Quella nostra tavola là al centro della sala da pranzo. Tutti pensavano soltanto alla serata di gala coi cappelli di carta e i palloncini e Helen se ne stava li e piangeva, il fazzolettino rosa infilato nella manica rimboccata; dal tuo volto perle come piccole gocce e nessuno di loro ti ha mai più rivista. Sono anche venuti alla porta della cabina dopo che eri morta per sentire se piangevo. E quel cameriere che non voleva lavare la tua roba. Affacciò il suo viso scuro alla porta che richiuse piano piano quando mi vide prostrato nella cuccetta. E ti sbatté la porta in faccia. Noi due totalmente abbandonati, non poteva­mo far niente, non potevamo dir niente. Tenevo in mano tre dollari e osservavo la sua mano scura sco­starsi dal fianco, sfilarmi il denaro dalla mano e uscire chiudendo adagio la porta. Il cameriere che riempiva i nostri piatti di cose che non volevamo, venne il secondo giorno a chiedermi sua moglie non mangia più e io dissi di no. All'ora di colazione tornò a dirmi che non sapeva e che gli spiaceva tanto, glie­lo aveva appena detto il maìtre dei vini, e mi diede un piatto di salmone affumicato. Si tenne il più lon­tano possibile fino all'ultimo pasto quando, ronzan­domi attorno per la mancia, mi domandò se ero un profugo. Poi sono uscito e dal ponte ho osservato la strana, piatta costa con le fragili bianche dita contro il cielo. In quella cabina Helen ti sei separata dalla tua anima e io devo starmene seduto qui impotente con te e senza di te. (Alzandosi) Chiudete la cassa. Fissate il coperchio.

Vine                                 - Qualcosa che non va, signor Christian?

Christian                          - (siede scuotendo la testa) No.

Vine                                 - (per mezzo minuto il secondo tempo del V Concerto per piano di Beethoven) Ho scelto la mia musica preferita, è. molto bella la signora. (Ac­cennando alta cassa) La sta aspettando. (Porgendo la mano che Christian stringe) Schiacci quel bottone quando ha bisogno di me. Intesi? (Vine esce)

Christian                          - (guardandosi la mano) Me l'ha quasi rotta. Come si è fatto buio. Questa luce verde che guizza tremolante in tutta la stanza. Ha incendiato anche i fiori. Deve nuotare nei quattrini. Sono contento che la bara sia nera. Morirei se fosse verde. (Va a inginocchiarsi vicino alla bara) E bello soffice qui per inginocchiarsi e non posso neanche vederti. Vedo appena le nocche delle dita. Tu non devi strin­gere la mano a Vine. Se ti muovessi, ma non puoi ti­rarti su. Perdonami per non aver nemmeno il corag­gio di guardarti, ma poi ti vedrei sempre cosi. Che cosa diventano la carne e il sangue? Non lasci bam­bini, lasci soltanto il dolore per la tua scomparsa e il rimorso per non aver voluto spendere. Un bambino costa quattrini. Non avrei rinunciato a un centesimo. Era l'unico motivo. Sapevo quanto lo desideravi. E ti dicevo sempre aspettiamo. E abbiamo aspettato. La tua bara è cosi liscia. Ora passo la mano sotto il fondo per vedere se è tutto incrostato di chewing gum. Vine non lo permetterebbe mai. E anche se è mezzo matto mi ha confortato perché non credo che sia tipo da prendere in giro i morti o da scherzarci su. Devo tenere la testa giù, altrimenti finirò senza volerlo per vederti. Pensavo che avrei pianto, ma non mi rie­sce. Helen, vorrei che fossimo diversi da tutti gli altri. Urlare per qualcosa per cui tu sei tu e io sono io, per cui siamo tutti e due qualcosa. A bordo dicevi che volevi stenderti in cabina, quei primi americani che avevi incontrato ti avevano spossata Helen, e io che ero così fiero di portarti nel mio paese, volevo che ti piacessero. E anche ora che te ne sei andata, non vuoi che venga nessuno a posarti una mano sul braccio e a dire mi dispiace di sua moglie, si faccia coraggio e cose del genere, ma in realtà li vorresti. Vo­levo qualcuno che mi confortasse, in qualunque modo. Ma su quella maledetta nave neanche un cane sì avvi­cinò a me se non per chiedere soldi. Ad ogni secondo ti allontani sempre più da me. Ora stanno scavando una fossa dalle pareti quadrate e prima che sia buio ti avranno già ricoperta. Quante volte ho desiderato la tua morte per essere libero, ma quelli erano pensieri neri, di rabbia, eppure li ho avuti. Devo tirarmi su. (Si alza, va alla finestra e scosta la tenda) Una stra­da animata. Da Izzi i migliori affari. E Vine ha un fazzoletto verde nel taschino. Che cos'è questa mania del verde? Gran parte della sua vita deve passarla bisbigliando, annuendo, fregandosi le mani e dicen­do le quattro fatidiche parole, provvediamo noi a tutto. Tranne che al conto. Abbi pensieri puri, pen­sieri retti. Sii forte. Fagli vedere che sai sopportare. E Vine aprirà un'impresa in campagna e la chiame­rà Faro Verde. (Vine entra silenzioso e si avvicina lentamente alla bara chinandosi a guardare con un fazzoletto in mano)

Vine                                 - Ci deve essere un leggero vapore dentro, signor Christian. Non posso sopportare che qualco­sa deturpi quel bel volto. Le labbra sono la cosa più bella del corpo di una donna. Mi accorgo sempre quando una donna mentre parla guarda le labbra di un uomo invece che i suoi occhi. Si sente bene, si­gnor Christian?

Christian                          - Si, sto bene. Crede che possiamo an­dare ora?

Vine                                 - Si, fra cinque minuti. C'è molto traffico nella nostra camera di riposo stamattina. In questo ramo non si possono fare previsioni.

Christian                          - Signor Vine, mi pare che lei stia rac­contandomi troppe cose sulle sue pompe funebri. Non per niente, ma mi deprimono.

Vine                                 - Che cos'ha?

Christian                          - Non voglio sapere niente dei suoi af­fari. È deprimente.

Vine                         - Non si arrabbi signor Christian. Talvolta non ci bado. Vorrei che tutti si sentissero a loro agio e non considerassero le pompe funebri qualcosa di anormale. La gente deve sapere come funzionano. Io ho già predisposto il mio funerale. Credevo che le interessasse, ma non se la prenda. Quando capitò a me, e si trattava di mia moglie, mi accorsi di aver bi­sogno di distrarmi e trovai sollievo nel curare io stes­so l'organizzazione del funerale. Credevo che lei cer­casse uno svago.

Christian                          - Questo non è uno svago.

Vine                         - Stia tranquillo amico. Si calmi. Non è il solo in questa situazione, se lo ricordi. Mi spiace di aver parlato troppo. Non lo faccio con tutti, ma irri­tandosi non creda di richiamare in vita sua moglie. Soltanto la bellezza si può ricordare e lei cerchi di ricordarla. Su, lei è simpatico, sia sportivo.

Christian                          - Che diavolo intende dire con sportivo?

Vine                                 - Se capisco bene, signor Christian, preferi­rebbe che non mi occupassi più della cosa. Posso af­fidarla alla mia assistente se preferisce.

Christian                          - Ma no, ma no, non sono un tipo che ama piantar grane, lasci tutto com'è. Piuttosto sono preoccupato per la spesa e non so come potrò fare.

Vine                                 - Senta, mi ascolti bene; le parlerò con tut­ta franchezza. Non prendo nessuno per il collo io. Que­sto è il mio modo di condurre l'azienda. Lei ha tutto il tempo che vuole e anche di più, mi creda e se non le sarà sufficiente penserò ad un'altra soluzione. Se lei non fosse capitato qui, solo, da un paese straniero, non mi darei tanta pena, ma lei ha l'aria di una bra­va persona. Pensavo, anzi, che lei sarebbe adatto a questa professione e questo per me è un complimen­to, badi. A quanti di quei cafoni sarebbe venuto in mente di portare una cravatta verde come la sua? £ un vero gentleman lei e se quando tutto sarà finito vorrà tornare da me, mi farà sempre piacere. Si ri­cordi che qui un posto per lei c'è sempre. Si decida e si troverà bene. Se è d'accordo ora chiudiamo, si­gnor Christian. £ pronto?

Christian                          - Va bene. (Vine preme un bottone e compare la signorina Musk)

Vine                                 - Ci avviamo, signorina Musk.

Elaine                              - Benissimo, signor Vine. (Musk va a pren­dere il cappotto di Christian e lo aiuta a infilarlo)

Vine                                 - Signor Christian, (che si sta iniziando i guanti bianchi) visto che lei non ha particolari pre­ferenze religiose, al momento della tumulazione po­trei leggere qualche parola scritta da me.

Christian                          - Faccia pure.

Vine                                 - Darò qualche dollaro di mancia ai becchi­ni, se lei è d'accordo. (Christian fa segno di si con la testa) E le dispiacerebbe ora aspettare di là con l'au­tista? La raggiungeremo in un minuto. (Christian esce) Guardi, signorina, qui c'è un tipo che ci potreb­be essere utile. È un po' sconvolto e tende al nervosi­smo. Ma non importa. Ha disposizione e questo è quel che conta.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

L'ufficio di Mott. Un mattino di aprile, Stephen Mott parla proteso in avanti al microfono da tavolo.

Mott                                - Faccia entrare il signor Christian. (Cornelius Christian entra e come un collegiale va alla scri­vania a stringere la mono tesa dal signor Mott) Ecco qua il nostro Christian, vero?

Christian                          - Si, signor Mott, sono Christian.

Mott                                - Bene, si accomodi ragazzo mio, sono feli­ce di vederla. Vuole una sigaretta, figliolo?

Christian                          - No, grazie.

Mott                                - Dunque, che cosa posso fare per lei?

Christian                          - Signor Mott, mi piacerebbe far quat­trini.

Mott                                - Ah, ah! questo è parlar chiaro, si può dire che il denaro è l'unico incentivo universale, è una parola molto usata da queste parti, incentivo voglio dire, quel genere di parole che implica uno scopo. Be', secondo lei in che modo possiamo aiutarla? Ha qual­cosa da proporci?

Christian                          - Me stesso.

Moti                         - Ecco un'altra risposta chiara. Mi piace. Cosi è Cornelius Christian, vero.

Christian                          - Si.

Mott                                - Be', la chiamerò Cornelius. Cornelius vor­rebbe far quattrini. Venga qui. (Christian va alla fi­nestra dietro Mott) Laggiù c'è il porto di New York. Guardi laggiù. Che cosa ci ha portato fin quassù?

Christian:                         - Be', l'ascensore, immagino.

Mott                                - Ragazzo, sto facendo tutt'altro discorso.

Christian                          - Oh!

Mott                         - Inventiva. È una parola che qui si usa. La dica.

Christian                          - Inventiva.

Mott                                - Ci metta un po' più di entusiasmo, su fi­gliolo.

Christian                          - Inventiva.

Mott                                - Cosi va meglio. Mi ricordo di lei. A un rice­vimento di mio figlio, vero? Circa due mesi fa. Era appena tornato dall'Europa e era un po' triste per via di sua moglie e mi dispiacque davvero. Ricordo quel ricevimento. Saltò il juke-box nel colmo della ba­raonda. Ricordo anche alcuni suoi commenti, mi ar­rivarono all'orecchio, già.

Christian                          - Si, ero al ricevimento.

Mott                                - Senta, facciamo una cosa. Sono un po' pre­so adesso, mi scusi un attimo. (Al microfono) Signo­rina Peep, mi passi il signor Howard. (Durante la pausa sul viso di Mott appare un largo sorriso ami­chevole) Oh, salve Howard. Ho qui con me un gio­vane amico di mio figlio. Vuoi fare quattrini. Desi­dero che parli con lei e che lei lo porti in giro. Si, si... (A Christian) Cornelius, è libero subito?

Christian                          - Si, certo.

Mott                                - (al microfono) Va bene Howard, si occupi lei della faccenda. E i bambini, Howard? Benissimo. Be', la vita sarà meno rumorosa quando lei sarà più vecchio e i bambini saranno cresciuti. Ottimo, splen­dido, perfetto. Salve Howard. (A Cornelius) Dunque Cornelius, il nostro signor How la porterà in giro. Vediamo che cosa possiamo fare. Ne parlerete insie­me e forse, dopo, potremo scambiare ancora quattro chiacchiere. Mi piace parlare coi ragazzi che vengo­no qui. E quella parola era...

Christian                          - Inventiva.

Mott                                - Bravo, Christian.

Christian                   - La ringrazio tanto, signor Mott.

Mott                                - A sua disposizione, Christian.

Christian                          - E spero che quella macchia vada un po' meglio. (Mott lo guarda sorpreso) Sa, quella mac­chia che aveva sempre davanti agli occhi, diceva che poteva vederla uscire dalla finestra come se fosse un'ape, soltanto che tornava sempre indietro.

Mott                                - Ha una bella memoria, lei. (Una lunga pau­sa) E con la memoria si fanno quattrini. Ricordi questa massima. Le parole sono meravigliose. Ricor­di anche questo.

Christian                          - Lei è davvero molto gentile, signor Mott.

Mott                                - Per i giovani tutto e in qualunque momen­to. Si faccia vedere. Troverà il signor How cinque piani più sotto.

Christian                          - Grazie ancora, signor Mott. (Sorriso di Mott, Christian esce; faccia impassibile di Mott)

SCENA SECONDA

L'ufficio di How. Howard How è alla scrivania. Christian entra.

How                                - II signor Christian?

Christian                          - Si.

How                                - Sono Howard How. (Porge la matto)

Christian                          - Salve. Sto pensando di trapiantarmi nel Bronx. (Christian si porta la mano alla bocca: Dio, che pronuncia)

How                                - Cosa dice?

Christian                          - Oh, mi scusi signor How, sono un po' nervoso. Avevo appena avuto una strana idea sul Bronx. Una volta era una zona di praterie, l'ho letto su una vecchia guida.

How                                - Ah?

Christian                          - Già. Ah, ah. Pensavo che forse qualche prato è rimasto.

How                                - Noi fabbrichiamo candele per auto, signor Christian.

Chkistian                         - Certo, certo non lo metto in dubbio.

How                         - E non ci sono più prati nel Bronx.

Christian                          - Non metterò mai in dubbio nemme­no questo.

How                         - E che cosa mette in dubbio?

Christian                          - Non metto in dubbio niente, assoluta­mente niente. Be', ci sono alcune cose che non mi piacciono, certo, ma non metto in dubbio niente. Ma mentre guardavo fuori dal finestrino del treno pen­savo che una volta c'erano dei veri indiani che gira­vano da queste parti.

How                                - Be', ora riportiamoci al ventesimo secolo.

Christian                          - D'accordo.

How                                - Le interesserebbe lavorare qui?

Christian                          - Mi piacerebbe, se fosse possibile.

How                                - La questione sta nel vedere in che modo possiamo impiegarla. Noto che la sua parlata ha un lieve accento inglese. L'ha forse preso nel Bronx?

Christian                          - A dir la verità l'ho imparato su un libro.

How                                - Oh, ora mi ascolti, non intendo assoluta­mente offenderla, ma è bene che lei sappia, per l'im­portanza che può avere, che al signor Mott piace che ci sia un certo tono inglese nello stabilimento. Avrà notato i paesaggi inglesi dell'ingresso. Sappia­mo apprezzare questo tipo di atmosfera qui.

Christian                          - Si graziosi e verdi, rustici voglio dire. Mi piacciono.

How                                - Tanto meglio, Ci sembrano in gradevole contrasto col nostro prodotto. Be', anche esteticamen­te abbiamo fatto progressi. Siamo arrivati al punto da cui possiamo spiccare il grande volo. Vediamo si­gnor Christian che cosa le piacerebbe fare esatta­mente e quali sono le sue qualifiche, i suoi titoli?

Chrisiian                          - Be', per l'esattezza signor How...

How                                - Ecco, esattezza, è proprio quello che voglia­mo Christian, esattezza.

Christian                          - (estrae rapidamente il fazzoletto per sof­fiarsi il naso) Per un pelo, soltanto per una o due materie, non ho preso la laurea. A quell'epoca avevo tante cose per la testa. Vede, mi sono sempre profondamente interessato alla natura umana e cosi mi sono distratto.

How                                - Scusi signor Christian, ma credo di capire che lei non ha un titolo di studio.

Christian                          - Be', ci mancava pochissimo. (Si pie­ga in avanti con prudente ansia) Ero quasi arrivato.

How                                - Non si allarmi, Christian, gli appunti che prendo sono soltanto per registrare alcuni dati. Vedo che ha la parola facile.

Christian                          - Ma sono quasi arrivato alla laurea, davvero.

How                                - Calma, ragazzo, calma. Noi facciamo can­dele e lei vuoi fare quattrini. (La faccia di Christian è l'immagine della sincerità) Mi rendo conto che lo vuole veramente, no?

Christian                          - Si.

How                         - Mi piace questa sua sincerità.

Christian                          - Grazie.

How                                - Abbiamo fatto un passo avanti. Lei è ami­co del figlio del signor Mott, mi dicono. Il signor Mott è una persona gentile, ma è molto occupato e questa faccenda dipende da me; insomma troveremo qual­cosa per lei. In linea di massima preferisce la produ­zione o la direzione?

Christian                          - Be', mi piacerebbe dirigere, se fosse possibile.

How                                - Spinga verso di me quella caraffa d'acqua, per favore. Ne vuole un po'?

Christian                          - Grazie. (Le cose buone sono gratis)

How                         - Ha l'aria di pensare ad altro.

Christian                          - Vede, quest'acqua ha tutta una storia.

How                                - Oh.

Christian                          - Penserà che sono matto.

How                                - Sono pronto ad ascoltare conclusioni con­clusive. Sentiamo la storia dell'acqua.

Christian                          - Dunque l'acqua deve venire dai monti Catskills.

How                         - Lo sanno tutti.

Christian                          - Dai serbatoi dell'Ashokan.

How                         - Questo forse non tutti lo sanno.

Christian                          - L'ho letto da bambino sul mio libro di geografia che cosa hanno dovuto fare. La sto forse annoiando?

How                         - No, pendo dalle sue labbra.

Christian                          - So che è ridicolo, ma non posso di­menticare tutto ciò che la costruzione di quei ser­batoi ha comportato. Quindicimila acri, sette villag­gi sommersi. Trentadue cimiteri con 2800 cadaveri da dissotterrare. (How allontana il bicchiere) E han­no anche dovuto fare una galleria di 18 miglia sot­to la montagna, ed è uno degli acquedotti sotterranei più lunghi del mondo.

How                         - Perbacco, sa proprio tante cose.

Christian                          - (alzando il bicchiere) Magari stiamo bevendo l'anima di qualcuno. (How alza la testa verso più allegri pensieri) Ho gradito questo bicchiere d'ac­qua. Grazie.

How                                - Si figuri. (How si passa la lingua sulle lab­bra) Sarà bene che ricominciamo da capo. Lei non ha ancora trovato un impiego.

Christian                          - Oh, già.

How                                - Bene. Abbiamo bisogno di uomini con idee. Idee prima di tutto. Già che ci siamo vorrei dirle che preferiamo idee solide, pratiche, piuttosto che strane. Sa scrivere a macchina?

Christian                          - Be', da bambino i miei genitori me ne regalarono una di quelle piccole, ma non credo che ciò mi autorizzi a considerarmi un dattilografo; posso imparare però. Ho una certa facilità a imparare le cose.

How                                - Si capisce dalla laurea, per esempio.

Christian                          - Senta, signor How: sto cercando la­voro, non voglio apparire diverso da quello che sono o dare un'impressione errata, ma, come le ho detto, mi interessa la natura umana.

How                                - Me l'ha già detto.

Christian                          - Non ho laurea, d'accordo. Forse all'università sono stato troppo distratto dalla natura umana, ma anch'essa mi ha deluso e non me ne so­no più occupato da quando ho scoperto che è troppo simile alla mia.

How                         - Eh, Christian, è un bel tipo di candidato, lei.

Christian                          - Ma non ero stupido, sa.

 How                               - Mi ascolti, signor Christian. Non le dispia­ce se non andiamo in giro oggi? Perché non ha molto senso, capisce, mostrarle i nostri impianti fintanto che non sappiamo che cosa può fare. Certo il signor Mott è uno degli uomini più cordiali che si possa in­contrare e so che vuole aiutarla, ma il problema più grosso è un altro: può lei aiutare noi?

Christian                          - Si, capisco.

How                                - Lei si presenta molto bene e inoltre ha una buona pronuncia, e poi mi piace come sì fa il nodo alla cravatta, in questo ramo dell'industria ci si può sempre fidare delle cravatte a maglia. Vorrei però che adesso parlassimo di cose pratiche. Bello anche il vestito. Cose pratiche, Christian, solo cose pratiche.

Christian                          - Va bene.

How                                - È vacante un posto di corriere di rappre­sentanza. (Guardando le carte) Spedire e consegnare incartamenti importanti. Spese, taxi e tutto il resto.

Christian                   - Ho quasi trent'anni e dovrei porta­re delle carte come un fattorino?

How                                - Non proprio, signor Christian, non proprio. Sarebbe una specie di agente confidenziale dd spedi­zione e naturalmente lei avrebbe il grado di funziona­rio dell'ufficio corrieri.

Christian                          - Ma che cosa diranno i miei amici d'in­fanzia. Sarebbero beati, si sbellicherebbero dalle risa. Sono stato all'Università, sa.

How                                - Molti, troppi vanno all'università, signor Christian. Il signor Mott non ci è mai andato e ora dirige una rete di affari che si estende in 29 stati. Proprio ieri abbiamo conquistato il Texas.

Christian                          - Be', ho già avuto un impiego.

How                                - Sono di idee larghe signor Christian e so­no molto ragionevole, sa! Che genere di lavoro ha fatto? Non sono qui per perdere tempo con i disoc­cupati. Sono qui per mettere la persona giusta al posto giusto. Chiaro? Dunque in quale campo ha fat­to esperienza?

Christian                          - Devo dirlo?

How                                - Sta a lei decidere. Io sto solo cercando di aiutarla, di indagare sulle sue attitudini. Voglio sco­prire a quale genere di lavoro è soprattutto adatto. A che cosa sono rivolti i suoi veri interessi. Siamo una compagnia dove se è necessario ognuno di noi è pron­to a rimboccarsi le maniche, capisce, e facendo il funzionario dell'ufficio corriere, le sue capacità avreb­bero modo di venire a galla. Capisce cosa voglio dire?

Christian                          - Per essere sincero, ho avuto, anzi ho una certa esperienza.

How                         - Bene, ma sia preciso, Christian. Dove è stato impiegato?

Christian                          - Ho lavorato come una sorta, direi, di rappresentante. Come specialista in human relations. Gliel'ho già detto: posso considerarmi uno studioso della natura umana.

How                         - Si, ho capito, l'ha detto tre volte. Dunque si è occupato di relazioni pubbliche.

Christian                          - (che detesta le relazioni in pubblico) Ecco, appunto qualcosa di simile. La cosa non era molto chiara allora, avevo tante idee in testa.

How                         - Che ditta era?

Christian                          - Per l'esattezza...

How                                - Ecco, bravo: l'esattezza...

Christian                          - Si chiamava le Stelle della Foresta, s.r.l. immagino.

How                                - Come?

Christian                          - Stelle della Foresta.

How                                - Le spiacerebbe dirmi che cosa producono, brevemente.

Christian                          - La morte.

How                         - Com'è 'sta storia?

Christian                          - La morte.

How                                - Che cosa?

Christian                          - Ciò che le sto dicendo: morte. Una parola.

How                                - Vuoi dire pompe funebri?

Christian                          - Si, pompe funebri se vuoi metterla cosi. Un certo signor Vine direttore delle "Stelle del­la Foresta" diceva che avevo grande attitudine pro­fessionale in questo ramo.

How                         - Vede, Christian, sinceramente non so che cosa fare di lei. Prenda quella sedia e si accomodi. Non mi era mai capitato prima d'ora di considerare qualcuno alla luce, o piuttosto, mi scusi, all'ombra di simili circostante. Per quanto tempo è stato nelle pompe funebri?

Christian                          - Ci sono stato, be', non per molto. Chie­do un'occasione per dimostrare quel che valgo. Sol­tanto un'occasione.

How                                - Calma, calma. (Una mano alla ironie) Milasci pensare. Che razza di colloquio! Mi sono lasciato contagiare dal suo disorientamento. Permette che le faccia una domanda? Un momento, mi scusi. (Par­lando al microfono) Signorina Kelly, metta su quel disco che abbiamo scelto per la conferenza di vener­dì con i nostri rappresentanti di Chicago.

Kelly                                - Si, signore.

How                                - (l'andante cantabile per archi di Chaikosvkij) Senta Cornelius, mi dica, aveva chiesto lei quel la­voro? Può non rispondere se preferisce.

Christian                          - Mi era morta una persona cara.

How                                - Mi dispiace. A proposito, le piace questa musica?

Christian                          - Graziosa.

How                                - Distensiva, vero. Direi che è stata una delle invenzioni di maggior successo introdotte dal signor Mott, quasi come l'invenzione della ruota. (Aria de­pressa di Christian) Coraggio Cornelius, su con la vita. Abbiamo un problema da risolvere. Il suo im­piego nelle pompe funebri non faciliterà molto le cose col signor Mott: basterà un accenno a fargli entrare addosso un senso di gelo. Ma prima di proseguire vo­glio dirle che lei mi piace, credo che funzionerà.

Christian                          - Grazie.

How                                - Sa, molti che mi arrivano qui con una rac­comandazione del signor Mott, rimanga tra noi, non valgono neanche il loro peso in carta. Mi ha colpito la sua fantasia. Voglio darle un'occasione. Se la metto nel reparto idee, pensa che le verrà qualche idea?

Christian                          - Idee su che cosa?

How                                - Andiamo, Cornelius, per che cosa sto per­dendo il mio tempo! Svelto. Idee. Fabbrichiamo can­dele. Il signor Mott ama le parole. Pensi a qualcosa, presto.

Christian                          - In questo momento ho la testa vuota.

How                                - (al microfono) Signorina Kelly ci dia qual­cosa di più veloce, per una breve seduta creativa di circa quarantacinque secondi, cominciando fra dieci secondi.

Kelly                                - (/. 5.) Pronto fra dieci secondi.

Christian                          - Dio, che paura. Tutta la mia vita di­pende da quello che dirò.

How                                - Non la metterei cosi. Pensi una frase, una idea, un ritmo, qualsiasi cosa, non importa, purché sottolinei un fatto incontestabile.

Christian                          - Ma tutto i fatti mi sfuggono.

How                                - (rapsodia ungherese di Listi) Su. su, ragaz­zo mio.

Christian                          - Su, dove, signor How, le giuro, i fatti mi sfuggono.

How                                - Ci corra dietro. So che ci può riuscire. Pen­si a qualcosa che si può fare con una candela. Pensi al danaro. Danaro, Christian. Pensi al danaro.

Christian                          - Ci penso. Aspetti. Se avete un cuore, avete una scintilla e Mott ve l'accenderà. (How trion­fa, Christian, sospira con un senso di distensione) Quando ha nominato il danaro, le parole mi si sono affollate alla mente.

How                                - E non se ne vergogni, ragazzo. (Al micro­fono) Signorina Kelly, ottimo, ha funzionato, scelta precisa, ne prenda nota.

Kelly                                - (/. s.) Felice che sia andata bene, signor How.

How                         - Perfetto, E prenda nota che abbiamo un nuovo impiegato per il reparto idee: entrerà in ser­vizio subito.

Kelly                                - (/. s.) Bene, signor How.

How                                - (si alza, con una mono tesa verso Christian, una mano felice, mentre Christian si sgonfia a poco a poco) Ehi, ragazzo, qua.

Christian                          - (si precipita ad afferrare quella mano te­sa) Oh!

 How                               - Eccola con noi.

Christian                          - Vuoi dire che sono assunto?

How                                - Certo. Christian   - Cosi?

How                                - Cosi.

Christian                          - Ma, non è troppo presto? Non c'è qual­che altra cosa da fare, qualche modulo da riempire? Non riesco à crederlo.

How                         - Cornelius, credo che lei abbia quello che ci vuole. Se avete un cuore avete una scintilla e Mott ve l'accenderà Qua un altro goccio d'acqua. Già, in­ventiva...

Christian                          - (staccando la bocca dal bicchiere d'ac­qua che aveva rimosso 2800 cadaveri) Crea l'indu­stria.

How                                - (avvicinandosi microfono) Signorina Kelly, sente quello che si dice qua?

Kelly                                - Si, sento signor How: è meraviglioso.

How                                - Lo trascriva.

Kelly                                - Fatto, signor How.

How                                - Due messaggi urgenti al signor Mott. Deve saperlo subito. L'inventiva crea l'industria, un corol­lario alla massima preferita dal signor Mott.

Christian                          - Ma è terribile, voglio dire che mi sen­to sopravvalutato cosi per due o tre parole.

How                                - (puntandogli un indice all'altezza degli occhi) Quando ci capita un individuo dalla cui testa ven­gono fuori le parole come se niente fosse, noi com­priamo quella testa.

Christian                          - Signor How, sono... credo che preferi­rei fare il fattorino.

How                                - (al microfono) Voglio che lei, signorina Kel­ly, mi urli ciò che pensa delle combinazioni di paro­le del signor Christian.

Kelly                                - Sono veramente formidabili.

How                                - Ecco, ragazzo, sentito?

Christian                          - Ma, a dire la verità... (How aspetta cal­mo la verità) forse è meglio non dirla. (How ha un cordiale sorriso) Non ne so assolutamente niente di candele e di industria, so solo che hanno a che fare coi soldi.

How                                - Come se questo non bastasse. Il danaro è il momento della verità. Dio buono, mi dispiace che lei parli cosi. (Al microfono, Christian è più triste) Si­gnorina Kelly, vorrebbe dare un'altro giudizio. Gli dica soltanto ciò che pensa.

Kelly                                - (/. s.) Penso che sia veramente spontaneo.

How                                - Eccola servita.

Christian                          - Sono soltanto una persona discreta­mente normale.

How                                - (con accentuata premura) Lei non è nor­male, mio caro, Io so. (Christian si riprende) Oh, aspetti un momento. Rifacciamo il punto della situa­zione. (Al microfono) Signorina Kelly, guardi per fa­vore che nessuno ci disturbi per qualche minuto e prenda lei le telefonate. Dobbiamo parlare.

Kelly                                - (/. s.) Benissimo, signor How. Niente mu­sica dì fondo?

How                                - Per il momento no, grazie. (A Cornelius) Ecco, Cornelius, sediamoci là. (Sono uno accanto al­l'altro sul divano di pelle) Le parlerò chiaro. Quando il signor Mott avrà quei messaggi, vorrà vederla su­bito. Io ora sto rischiando la carriera e sa perché? Perché lei mi piace. Quando è entrato qui ho pensato: ecco un altro di quei presuntuosi signorini di buona famiglia pieni di arie. Invece sa che in lei c'è della vera classe, che conta più del vestito e della cravatta?

Christian                          - Penso sia il mio lavoro nelle pompe funebri. Ma è stata l'unica cosa che ho trovato ap­pena tornato dall'Europa.

How                                - Ecco cosa intendo: Europa. È l'Europa che le ha dato tanta classe. Qualcosa d'autentico, l'educa­zione. Ma sa che sono convinto delle sue possibilità di sbalordire questa industria?

Christian                          - Signor How, la ringrazio, ma credo che si sbagli. Non sono affatto come lei dice, ne ho soltanto l'apparenza. Alcune delle cose che penso veramente e nelle quali credo, la disgusterebbero. So­no quasi un criminale.

How                                - Che discorsi. Lei è soltanto un ragazzo pie­no di idee. Ma come, lei non è più criminale di me... (Christian attento) voglio dire (con un leggero sorri­so confidenziale) che siamo simili. Senta, avrò forse dieci anni più di lei, ho moglie, bambini e una bella casa a Long Island. Le cose che contano. Certo, ho i nervi qualche volta. Ma voglio dirle una cosa. Vede quel binocolo, lo prenda e guardi dalla finestra. Avan­ti, (Christian va alla finestra col binocolo) in direzione della Statua della Libertà. Ci siamo. Un po' a sini­stra, ora.

Christian                          - Si.

How                                - Vede quelle chiatte?

Christian                          - Mi par di si.

How                                - Sono rifiuti. Tutti ì giorni e per tutta la giornata scendono lungo l'Hudson ed escono attra­verso l'East River, piene di roba che nessuno usa. La scaricano. La cosa mi ha terribilmente impressionato, Christian. Scaricata, capisce, forse non nel fiume, ma ha capito che cosa intendo dire

Christian                          - Non ho più ambizioni, signor How.

How                         - Non dica mai una cosa simile. A lei non serve dirla e a me non serve ascoltarla. L'ho già sen­tito tante volte questo discorso.

Christian                          - Ma io dico sul serio, signor How.

How                                - Mi chiami Howard. Cornelius, in questo preciso momento le chiedo un favore personale: ac­cetti quest'impiego. So che andrà tutto bene. Lo fac­cia per me. Mi vien proprio da ridere se penso che sto pregandola di lavorare con noi mentre dieci mi­nuti fa mi stavo chiedendo come potevo gentilmente liberarmi di lei.

Christian                          - Scaricare.

Kelly                        - (/. s.) Scusi l'interruzione signor How, ma il signor Mott la desidera subito nel suo ufficio.

How                                - Ci siamo. (Al microfono) Grazie, signorina. Bene, dunque Cornelius, ora la prego, voglio arrivare in fondo a questa storia, sìa se stesso, lasci che la sua personalità venga fuori come è accaduto con me. Ma non faccia il minimo accenno al suo impiego pre­cedente. La tolleranza del signor Mott verso l'occul­tamento della verità è praticamente nulla, ma se­condo me vale la pena di rischiare. Non ha che da entrare con un sorriso appena accennato. (Christian sembra mummificato) E soprattutto non assuma quell'espressione.

Christian                          - Mi sento a posto, signor How. (In sot­tofondo musica di Beethoven) II mio cervello sta lavorando. (How è commosso. Lunga pausa).

How                                - Già. (Nostalgico) In ogni modo dica ancora una volta quella frase.

Christian                          - Vuoi dire quella dell'industria?

How                                - Per favore, con convinzione. L'inventiva crea...

Christian                          - Credo di avere qualcosa di meglio. L'inventiva ha creato Mott, Mott crea l'industria.

How                         - Signorina Kelly mi porti le gocce per il cuore, perde colpi, e prenda nota che è sempre di Christian: l'inventiva ha creato Mott, Mott crea l'in­dustria.

Kelly                                - (f. s.) Devo comunicarla d'urgenza al si­gnor Mott?

How                         - No, no. Ha anche luì un cuore debole.

SCENA TERZA

II salottino privato di Mott.

Un'ampia stanza. Mott siede su una seggiola bassa. Dietro a lui una finestra. Tavola con molti telefoni all'altezza del suo gomito. Gambe incrociate. Tende la mono a Christian che attraversa la stanza e la stringe.

Mott                                - Howard, lei ha visto subito quello che io non avevo capito.

How                                - È stata cosa da poco, Steve. (Fregandosi le mani) La signorina Kelly aveva scelto la musica giu­sta.

Mott                                - Sieda là, Christian. (Christian si dirige a un lontano sedile alla destra di Mott, How a un lontano sedile alla sinistra di Mott) Dunque sentia­mo tutte queste belle novità.

 How                               - Steve, ne ha una anche più geniale che non ho voluto trasmetterti.

Mqtt                                - Ce la trasmetta ora, Christian.

Chkistian                  - L'inventiva ha creato Mott e Mott crea l'industria.

Mott                                - Buona. Molto buona davvero. Sentiamo an­cora una volta, con forza, più forza.

Christian                          - L'inventiva ha creato Mott. Mott crea l'industria.

Mott                                - Niente male. Bene, anzi. La gioventù in­nova. Naturalmente non si aspetta di avere grandi somme per questo.

Christian                          - No, ma mi pare buona.

Mott                                - Oh, certamente. La gioventù innova. Be', riconosco che non ci delude.

How                                - No, Steve, non lo fa.

Mott                                - No, a costo di apparire troppo presuntuo­so, il che, del resto, è contrario ai miei principi. D'al­tra parte vorrei darle un'idea del mio modo di vedere e dì affrontare le cose. Non deve credere che io mi consideri il re di qualcosa. Ma mi piace cogliere ì segni degli impulsi creativi degli uomini estranei al­la mia orbita. Però, disgraziatamente, pochi hanno il privilegio di possedere l'impulso creativo e, natural­mente, c'è anche l'impulso creativo negativo che la­sceremo da parte. Ma coi cervelli brillanti non bado alla testa che li contiene. (Christian si porta una ma­tto al capo) La sua testa va bene, Christian, non si in­nervosisca. Ogni testa quadrata, lunga dieci piedi o tonda come una palla di ping pong va sempre bene purché funzioni. Ma non mi faccia pontificare. Dunque, Christian, credo che lei abbia un avvenire. Vediamo ora il passato.

How                         - Steve, l'ho già esaminato con lui.

Mott                                - Ancora una volta in fretta, non farà male.

How                                - Pensavo che se ne potesse parlare dopo. Il passato è a posto.

Mott                                - Mi interessa. Al ricevimento, quella sera, lei ha detto varie cosette pertinenti e forse qualcuna impertinente. Di che cosa si è occupato?

How                                - Steve...

Mott                                - Howard, vuoi lasciare parlare il ragazzo?

How                                - Steve, è proprio necessario discutere que­sto punto ora, con cosi poco tempo davanti?

Mott                         - Ho sempre avuto l'abitudine di discutere le cose subito. Perché dopo il subito può anche esser­ci l'ai di là, chiaro no? Christian ha lasciato l'univer­sità già da un pezzo.

How                         - Christian è un caso speciale.

More                                - Perche?

How                                - Direi che le sue qualità creative sono ec­cezionali.

Mott                         - Fino a questo punto?

How                                - Be', (indicando Christian) ha sentito lei stes­so, Steve; una rara prontezza di parola.

Mott                         - Howard, prema il bottone delle tende. (How va alla parete, le tende si aprono, appare un binocolo) Generalmente non lo faccio, ma voglio che lei, Howard, guardi là fuori. Vede per caso delle chiat­te che passano sotto la Statua della Libertà. Sa che cosa sono.

How                         - Credo di si, Steve.

Mott                                - Be', è la mia piccola personale lezione di vita.

How                                - Capisco benissimo.

Mott                                - Oggi qui, domani là.

How                                - Proprio cosi.

Mott                                - Dunque, ora che tutto è chiaro ci dica del­la sua passata carriera. Non che voglia comprare il suo passato, soltanto il futuro, ma il passato forni­sce indicazioni per il futuro.

Christian                          - Signor Mott, ricevevo i clienti a Le Stelle della Foresta, impresa di pompe funebri.

Mott                                - (voltandosi a How) Howard.

How                                - Sf, Steve.

Mott                                - Howard.

How                                - Si, Steve.

Mott                                - Howard, parlo con lei.

How                                - Lo so, Steve.

Mott                                - Che storia è questa?

Christian                          - Sono stato espulso dalla scuola perché mentivo e rubavo. Non mi sono mai laurea­to. E poi ho esercitato un mestiere che consisteva nel trattare con quelli che cercavano un luogo per il loro ultimo riposo. E niente di sconveniente turbò mai le discussioni.

How                                - Siamo nel campo delle relazioni umane, Steve.

Morr                                - Ho anch'io le orecchie e gli occhi, Howard. Esistono tanti tipi di relazioni. Voglio però enunciar­vi tre principi: la vita è fatta per viverla, un soldo è un soldo e soprattutto un dollaro è un dollaro. Non credo di essere volgare parlando di denaro. Mi cam­bio la camicia tre volte al giorno. Ieri nell'aereo da Washington lo steward mi chiese se ero parente di quei Mott che hanno un mausoleo a Throggs Neck e quando dissi di si mi raccontò che suo padre ne è il guardiano. Questi sono gli imprevisti della vita. Ma il giovane Christian mi dice ora che è bugiardo e ladro, senza laurea e che sa condurre delicatamen­te la gente al suo ultimo riposo e saprebbe dirige­re il regno dei Mott come un obitorio. Insomma si può sapere per chi mi prende? Perché fin dall'ini­zio le cose non sono state esposte chiaramente?

How                         - Non si lasci ingannare dai fatti, Steve.

Mott                         - Non abbia troppa fretta, Howard.

How                         - Ritengo che i fatti recenti debbano avere la precedenza su quelli passati.

Mott                                - È mia opinione, senza voler fare il despo­ta, che il passato contenga il futuro.

How                                - Lei sbaglia.

Mott                                - Vuoi ripetere, Howard?

How                                - Dico che lei non giudica sempre con esat­tezza le persone.

Christian                          - (alzandosi lentamente) È meglio che me ne vada.

Mott                                - Rimanga, Christian. Dobbiamo mettere in chiaro questa faccenda.

Christian                          - (in piedi) Non credevo di mettermi tra due persone e di rompere un'amicizia. (Mott e How si guardano. Mott emette un grugnito e How scopre i denti davanti) So che questo è il regno de­gli affari, ma voi due non siete amici?

Mott                                - Lei fa troppe domande.

Christian                          - Se le faccio è perché vorrei arrivare a qualche fatto concreto.

Mott                                - Queste non sono le parole di un bugiardo e di un ladro. Vorrei concludere con lei: andiamo avanti, si sieda. Non voglio essere brusco o urtare la sua suscettibilità, ma sotto quella sua aria man­sueta e innocente, mi sembra che lei si dia un po' di arie. Infatti ho la netta sensazione di aver subito delle pressioni: quell'accenno all'amicizia, a mettersi fra due persone, già quella sera al ricevimento di mio figlio. Lei ricorda la mia macchia e io ricordo di aver colto alcune sue osservazioni su casa mia e anche..., (oh, l'aria innocente di Christian) non assuma quell'aria innocente, sulla volgarità dei nuovi ricchi. Non pensi nemmeno, per il fatto di averla chiamata qui con il signor How, che avessi già deciso di darle un lavoro. Sono stato colpito, ma non creda di po­terci prendere per il collo.

Christian                          - Che cosa le fa pensare che...

How                                - Steve, non ho mai incontrato un tipo più aperto di Christian.

Mott                                - Oh, lei chiama aperto uno che le dice in faccia di essere un bugiardo e un ladro e di essersi sbracciato in un'impresa di pompe funebri ad accom­pagnare la gente all'ultimo riposo; uno che con un po' di musica in sottofondo comincia a sputare belle frasi. Howard, non sia cosi ingenuo. Il nostro Chri­stian potrebbe tempestarla tutta la notte con slogan uno migliore dell'altro.

How                                - E non sarebbe peccato, Steve, trascurare questo talento?

Mott                                - C'è solo un fatto: conosco il passato di Chri­stian.

How                                - Steve, la prego, permetta che assuma l'in­tera responsabilità di questo caso.

Mott                                - Christian, non si meraviglia?

Christian                          - Come vuole, signor Mott, ma ora do­vrei proprio andarmene.

 Mott                               - Non sente il bisogno di insultarci un poco prima di andarsene, Christian? Di dirci che siamo dei palloni gonfiati?

Christian                          - Cosa glie Io fa credere signor Mott? Forse perché non ho via d'uscita?

Mott                                - Non minacci.

Christian                          - Non sto minacciando.

How                                - Per favore, per favore, lasci che mi occupi io della cosa.

Mott                         - Lei pensava che prendendomi di petto avrei avuto paura di penetrare nel suo meschino pas­sato. Quello che è accaduto tra lei e sua moglie sono affari suoi.

Christian                          - Grazie.

Mott                                - Ma quello che lei fa dove io personal­mente...

How                                - Steve, ecco l'aspetto positivo della situazio­ne. Christian non mi aveva detto di essere sposato.

Mott                                - Non lo è.

How                         - Che c'entra la moglie, allora?

Mott                                - Se ne è andata per sempre.

How                         - Intende dire che è crepata?

Mott                                - È cosi che Christian è arrivato alle pom­pe funebri.

How                                - Non voglio mancarle di rispetto, ma io non ci arrivo.

Christian                          - II signor Mott desidera evitare contat­ti non necessari con cadaveri e imbroglioni

Mott                                - Ora basta.

Christian                          - Ero venuto qui alla ricerca di un one­sto lavoro per far soldi.

Mott                                - E credeva che mi sarebbe mancato il co­raggio di dirle in faccia che sapevo tutto di lei? E che le avrei permesso di insinuarsi nella mia azien­da per ricattarmi nei miei sentimenti?

Christian                          - Sciocchezze assurde.

Mott                                - Non faccia tanto l'inglese con me.

How                                - Non potremmo portarci su una nuova po­sizione dalla quale sia possibile enucleare una solu­zione. Forse nonostante le cose terribili che sono sta­te dette, in fondo siamo tutti buoni diavoli, c'è anco­ra qualcosa che può essere considerato costruttivo, determinato da...

Mott                         - Lei è determinato a sistemare tutto, ve­ro Howard? Col suo cocco ormai assunto.

How                                - Nessuno mi ha mai parlato in questo modo, e sono tre anni che lavoro qui.

Mott                                - Va bene, va bene, Howard, è un momento di nervosismo.

Christian                          - Io sono stato offeso, ma la ringrazio signor Mott di aver parlato francamente.

How                                - Ecco un punto di partenza. Anche se si è par­lato francamente non per questo ci sentiamo meglio, sbaglio? (Oh, il buon vecchio How, con che espres­sione guarda ora Christian, ora Mott) Si è un po' schiarita l'atmosfera? Forse un pochino. Non si tratta forse di una questione in cui si sono infiltrati i fatti personali, si è trascinata dentro la vita privata e i temperamenti hanno dato libero sfogo ad atteggia­menti eccessivamente esasperati...

Christian                          - Non ho mai toccato mia moglie quan­do era morta, signor Mott.

Mott                                - La smetta di fare l'ingenuo e di mettermi in imbarazzo.

Christian                          - È giusto che lei sappia. La morte di mia moglie è stato un colpo per me e subito dopo ho detto cose strane.

How                                - Ero veramente fiero dell'impressione che Cornelius mi aveva fatto, Steve, e so che quanto lei ha detto è stato provocato da certi fatti che po­trebbero benissimo essere stati inventati.

Mott                                - Perché i fatti non sono stati esposti con chiarezza, è tutto qui, Howard e naturalmente che cosa pretende se tenta di imbrogliare le carte...

How                                - Mì spiace, Steve...

Mott                                - Forse anch'io sono stato un po' impulsivo e mi scusi Christian se ho frugato nel suo passato personale.

Christian                          - Può darsi che abbia detto delle cose che non avrei dovuto dire.

Mott                                - Be', l'ho fatto anch'io.

How                                - L'abbiamo fatto tutti.

Christian                          - Ora devo proprio andare. (Si alza)

Mott                                - Qui c'è un posto per lei, Christian,

How                                - Dopo il caos, la creazione.

Mott                                - Possiamo utilizzarla.

How                         - Steve, sono contento che lei lo dica.

Mott                         - Sono contento di essere cosi potente da dirlo.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Una palestra di pugilato. Una palestra dove tutto è pulito, ordinato sul ring ira le corde rosse. Alle pa­reti fotografie di pugilatori con muscoli, altri con sor­risi, ma tutti in piedi pronti a colpire. Odore dolcia­stro dì sudore e di soffici asciugamani caldi. Un di­vano di cuoio nero per il riposo e pelose gambe in­crociate. Alle cinque di questo giovedì del mese di maggio Mike O'Rourke siede, appoggiando le gambe incrociate sul tavolo, vicino al telefono e legge un giornale, quando Cornelius irrompe dove naturalmen­te, a causa dei pugni, certa gente ha paura dì met­tere piede.

O' Rourke                        - Ehi, qual buon vento, Cornelius.

Christian                          - Salve.

O'Rourke                         - È, una settimana o due che non ci ve­devamo. Che cosa hai fatto?

Christian                          - Combinazioni di parole.

O'Rourke                         - Bello. Per quattrini?

Christian                          - Per quattrini.

O'Rourke                         - Bello. Credi che questo sia un paese li­bero?

Christian                          - Certo.

O'Rourke                         - Bello. Posso farti una domanda?

Christian                          - Certo.

O'Rourke                         - Ieri sera parlavo con mia moglie, sai com'è, non si riesce a dormire e si comincia a discu­tere. E una domanda molto personale, non ti secca se ti faccio una domanda personale? E promettimi che non riderai se ti sembrerà buffa.

Christian                          - Non rido.

O'Rourke                         - Secondo te, una ragazza può rimanere incinta in una vasca da bagno? Capisci, di qualcuno che ha fatto il bagno nella stessa vasca prima di lei. Pensaci con calma, non ho bisogno di una risposta im­mediata, ma ho detto a mia moglie che non è possibi­le. (Christian infilandosi un paio di guantoni gialli prende tempo per pensare) Bisogna riflettere prima di rispondere a questa domanda. Pensaci su, fammi sapere fra qualche giorno. Intanto vivrò nell'ignoran­za.(O'Rourke sfoglia il giornale e scorre su e giù le colonne, Christian ruota le braccia) Ehi, Cornelius, hai una ragazza ora? Sai, ho l'impressione che tu ti senta solo.

Christian                          - Si.

O'Rourke                         - Si, ce l'hai?

Christian                          - Si.

_ O'Rourke                      - Oh, bene, benissimo. A parte gli scher­zi, non è una roba da poco: in questa città sì ha bisogno di compagnia. La porti fuori?

Christian                          - Ogni tanto.

O'Rourke                  - Bravo. L'hai incontrata in città?

Christian                          - Siamo amici d'infanzia, da prima che andassi in Europa.

O'Rourke                         - Un' amore infantile. Anche con mia mo­glie è stato un amore infantile. Non ho mai avuto occasione di conoscerne altre. (Christian fa rapide flessioni di braccia, scioglie ì muscoli delle spalle e flette le gambe) Sei in forma?

Christian                          - Mica male.

O'Rourke                         - Hai l'aria a posto. Lo sai che da quan­do sei tornato in palestra non si parla d'altro. È cu­rioso, ogni volta che esci di qui l'ammiraglio viene a chiedere come se la cava quel Christian, vuole sa­pere se ce l'hai con qualcuno. Dice che avresti do­vuto rimanere in Europa. Gli ho accennato a quello che ti è successo, ma lui dice che sei una minaccia per gli Stati Uniti. Pensi che abbia ragione, Cor­nelius?

Christian                          - Si.

O'Rourke                         - Come? Vuoi dire che ho davanti a me un criminale? Vattene subito. Andiamo, Cornelius, parla seriamente, e dimmi che cosa pensi delle ra­gazze americane.

Christian                          - Puttane.

O'Rourke                         - Ehi, non puoi dire una cosa simile.

Christian                          - Perché no?

O'Rourke                         - Perché non è vero. Mia moglie è una americana e secondo te è una puttana? Cosi hai det­to all'ammiraglio e gli è quasi venuto un colpo. Ma sai cosa dice lui? Dice che hai ragione, ma dice che se mai ti trova sul ring ti ammazza per certe altre cose che hai detto. Vedessi come si scalda. Dice che i tipi come te invitano gli ebrei e i negri a prendere il sopravvento.

Christian                          - Bene.

O'Rourke                         - Bene, che cosa? (La mano sul petto) Fregare gli irlandesi? E chi credi che sia a mante­nere onesta questa città? Vedrai quando parlerò di te all'ammiraglio. Fra due minuti sarà qui. Viene a farsi fare le mani. Lo sai che l'ammiraglio è un tipo parecchio potente? Controlla tutto il porto di New York. Potrebbe essere utile, è un bel porticino questo. Un fronte del porto proprio carino e cordiale dove piantano pallottole in testa a tutti quelli che non sono dalla loro. E cosa fa l'ammiraglio? Sta qui a farsi manicure. Secondo te, Cornelius, un uomo do­vrebbe farsi fare le mani? Magari da quando sei tornato pensi che in questo paese siamo tutti omo­sessuali. (Christian - quel filosofo vagante - da al­cuni pugni al sacco) Su, Cornelius, credi che siamo tutti pederasti qui?

Christian                          - Si.

O'Rourke                         - Oh, non puoi dire una cosa simile.

Christian                          - Perché no?

O'Rourke                         - Perché non è vero. Ecco perché. Dim­mi un po' come avrei potuto avere i dieci bambini che ho se fossi omosessuale, dimmelo un po'. Non ho tempo per essere omosessuale. Figurati non ho nem­meno il tempo di sedermi quando arrivo a casa perché i bambini mi saltano addosso e mi fanno impaz­zire. Non ho nemmeno il tempo di essere sessual­mente normale. Ecco perché stavo pensando a quella storia del bagno. Tu che sei intelligente, Cornelius, rispondi alla mia domanda.

Christian                          - Secondo le leggi della fisica è possi­bile.

O'Rourke                         - (urlando) Oh, lascia perdere la fisica'. Può o non può rimanere incinta? Devi dirmelo, per­che conosce una che è rimasta incinta nella vasca da bagno. Io le dico di star zitta per l'amor di Dio, perché se non è stato l'uomo del ghiaccio o il lattaio vuoi dire che è rimasta incinta nel bagno e cosi il bambino è già stato battezzato.

Christian                          - Posso solo dire che è possibile.

O'Rourke                         - Mi deludi, Cornelius. Avevo detto a mia moglie che se c'era una persona che poteva sbro­gliare questa matassa eri tu, che avevi studiato la fisica e tutto ciò che riguarda insetti e germi vari. (Suona il telefono. O'Rourke alza la cornetta) Parla O'Rourke capo-guardiano dell'obitorio Bella-vista. No. Si, si. O'Rourke sono io. L'ammiraglio sarà qui da un momento all'altro, ma lei non può trasformare questo posto in un istituto di bellezza. (Urlando) Le donne non sono ammesse. Questo è il regno degli uomini. Sono l'allenatore capo. Cosa crede che siamo, sessualmente normali? che vogliamo avere intorno delle donne? Si, stavo proprio discutendo di questo. Si ricorda quel Cornelius Christian che è stato in Europa tutti questi anni? Be', è tornato. Ci ha rac­contato delle donne di là. Dice che le donne inglesi sono immorali, che gliene pare? Non deve mica spo­sarne una? Lo fanno perché gli piace. Che ne dice, eh? Certo, ci andremo insieme. Certo, prenoti la ca­bina. E la prossima volta dica all'ammiraglio che non può portare donne qua dentro, questa è l'ulti­ma volta che lo fa. Solo maschi qui. (Voltandosi a Christian) È vero, Cornelius che siamo maschi? (Al telefono) Allora ha capito, non m'importa niente di quello che vuole lui, anche se dovesse farsi le orec­chie; questo è un circolo per uomini. Per veri uo­mini. (A Christian) Anche questo è vero, eh Corne­lius? (Al telefono) Non vogliamo maliarde qui. Si, si, l'ammiraglio arriverà prestissimo. Dica all'ammi­raglio che non me la fa quando prende il té, so co­sa c'è nella teiera. Gli ho chiesto perché non ci met­te il latte. Ha ragione, questa città è un inferno. (Riattacca) Ehi, Cornelius mi è venuta una bella idea. Sai che l'ammiraglio si considera un gran pugilatore? Dice che il suo colpo viziato Io rende invin­cibile anche contro il pugno più potente. (In tono confidenziale) E ho idea che l'ammiraglio voglia spas­sarsela con quella manicure. Ecco cosa ho in men­te: sai vero che quando ti vede si arrabbia, tu lo contraddici e a lui secca. Da anni non c'è nessuno che lo contraddica. Senti questa; combino la cosa in modo che tu faccia un paio di round con lui. Che ne dici? Anzi gli dirò che sei ebreo e che ti fai chiamare Christian per camuffarti. Che te ne pare?

Christian                          - (saltando alta corda) Non saprei. So­no abbastanza camuffato cosi come sono.

O'Rour&e                        - Ah, sarà molto divertente. Stai a sen­tire; tu fingi e ti lasci mettere knock out. La ma­nicure e l'ammiraglio perderanno la testa. E ti farai un amico per la vita sul fronte del porto. Che ne dici? Andrai in giro sullo yacht dell'ammiraglio. Gesù.

Christian                          - Ho già preso tante batoste sul serio, non so se ho voglia di prenderne anche per finta.

O'Rourke                         - Andiamo, ti sarà utile. Prendi la cosa con spirito.

Christian                        - La prendo, ma è seccante.

O'Rourke                         - Farò io l'arbitro, tu vai su come se volessi farlo fuori. Qualche diretto di sinistro alla boc­ca, ma non troppo forti, perché potresti buttarlo giù. Lavoralo al corpo. Fagli credere che le sta bu­scando e che deve darsi da fare.

Christian                          - E se abbandona?

O'Rourke                         - Non abbandona, non davanti alla ma­nicure.

Christian                          - Non so, sono contrario a far del male.

O'Rourke                         - Far del male a chi? Ti pare che sia far del male ringiovanire l'ammiraglio? Eh, ma che vuoi di più, è lui che tiene gli stranieri lontani da New York. E se c'è tanta onestà al porto in questo mo­mento è all'ammiraglio che Io si deve. Fallo per la patria, Cornelius.

Chkistian                         - Grazie. Avevi appena detto che sul fronte del porto non fanno che spararsi.

O'Rourke                         - Ma è uno sparare onesto, capisci la differenza, ed è l'ammiraglio a mantenere l'ordine. (O'Rourke si alza per dare le direttive) Dunque, un diretto sinistro alla mascella dell'ammiraglio e poi un destro al fegato. Lascia la guardia aperta e lui ti risponde con un pugno e tu vai a terra. Fai in modo che ti colpisca alla fine del round.

Christian                          - £ contrario ai miei principi sacrifica­re qualcuno in questo modo.

O'Rourke                         - Come sacrificare! Tutti ci sacrifichiamo. Ma guarda! Prima che andassi in Europa eri uno dei pugilatori più accaniti che avessi mai visto. Cosa ti è successo?

Christian                          - E va bene, mi batterò con l'ammi­raglio.

O'Rourke                         - Bravo. (Una lunga occhiata indagatrice a Christian) Lo sai che sei cambiato, Cornelius. Una volta eri scatenato. (Christian prova alcuni up­percut sinistri e destri con una certa dignità) Forse perché in Europa non ci sono valori morali, forse hai dovuto lottare contro questa situazione. Chi torna di là non fa che lamentarsi di essere stato imbrogliato; derubato, turlupinato persino in quegli assurdi piccoli villaggi inglesi. Ho cercato di spiegargli che tutti im­brogliano, soltanto che qui Io si fa più apertamente. (Si volta sentendo aprirsi la porta, entra l'ammiraglio, una massa avvolta in una vestaglia bianca, l'asciu­gamano arrotolato intorno al collo, scarpe da boxe nuove dalle quali esce l'orlo delle calze morbide e bianche, guanti da boxe appesi al braccio) Oh, ecco l'ammiraglio, come va ammiraglio? Avanti, vieni a se­derti. C'è qui Cornelius Christian.

Ammiraglio                     - Già, vedo.

O'Rourke                         - Che c'è ammiraglio, Christian non è un cattivo ragazzo. È solo un po' birichino per certe idee libere che ha imparato in Europa.

Ammiraglio                     - Non parlarmi dell'Europa. Pago le tasse, io.

O'Rourke                         - Tutti le paghiamo, ammiraglio.

Ammiraglio                     - (guardando verso Christian mentre ro­tea le spalle e si siede) Non voglio pagare le tasse per mantenere individui come lui che arrivano qui a criticare il paese.

O'Rourke                         - Ha detto soltanto che le donne ameri­cane sono delle puttane.

Ammiraglio                     - Mi addolora molto di dover essere d'accordo con lui.

O'Rourke                         - Senti Cornelius cosa dice l'ammira­glio? In qualcosa siete d'accordo. Ma un momento. Qui c'entro anch'io con mia moglie, come la mettiamo. Per voi mia moglie è una puttana? Ehi, non po­tete dire questo, è madre di sei bambini.

Ammiraglio                     - Le mogli non c'entrano.

O'Rourke                         - Ma mia moglie è una donna.

Ammiraglio                     - (verso Christian che sferra qualche gancio) Dovrebbe sposarsi, gli entrerebbe in testa un po' di senso di responsabilità.

O'Rourke                         - (fa rapidamente segno all'ammiraglio di star calmo e cambia argomento) Ammiraglio, cos'è 'sta novità di trasformare ogni pomeriggio il mio locale in un istituto di bellezza?

Ammiraglio                     - Per proteggermi da un'atmosfera malefica.

O'Rourke                         - Andiamo ammiraglio, non fare cosi. Siamo tutti una grande famiglia, entra anche tu in questo clima di spensieratezza.

Ammiraglio                     - Che spensieratezza?

O'Rourke                         - Non facciamo discorsi acidi; voglia­mo stare allegri oggi. Tu cerchi di deprimerci perché non sai adattarti alla vita. Cornelius ha molte idee interessanti. (L'Ammiraglio brontola qualcosa) Su, come si può parlare se hai questo umore? Mi ha rac­contato molte cose meravigliose. A Londra ci so­no puttane dappertutto, in tutte le case. E tu, ammi­raglio, permetteresti alle puttane di stare nel porto? Per oggi non vogliamo sapere altro.

Ammiraglio                     - Non dire stupidaggini.

O'Rourke                         - Non sono stupidaggini. Non credi che sarebbe meglio se potessimo divertirci un poco sen­za poi dover passare il resto della vita ad allevarne i frutti. Dovremmo far venire qua un po' di quelle inglesi. Tu, ammiraglio che controlli l'immigrazione, falle entrare; Christian mi diceva appena due set­timane fa che le donne americane nemmeno Io ecci­tano. Soltanto le inglesi lo eccitano, vero Cornelius?

Ammiraglio                     - Perché non ci torna? Pago anche troppe tasse per i disoccupati di questa città.

Christian                          - (allenandosi al sacco) Lei merita di pagarne anche di più di tasse.

Ammiraglio                     - Perché, per Dio, le paghi tu le tasse?

Christian                          - Io vivo nel limbo.

Ammiraglio                     - Cosi parlano i dritti al giorno d'og­gi. Non vorrei averti su una delle mie navi.

Christian                   - Molti ammiragli la pensavano co­me te.

Ammiraglio                     - Accidenti alla libertà di pensiero. (Pausa) Libertà di fornicazione.

O'Rourke                         - Cos'è 'sta storia della libertà di forni­cazione? Attenzione alle parole; qui è proibito parlar sporco.

Ammiraglio                     - Neanche un giorno su una delle mie navi.

O'Rourke                         - Cornelius è stato in marina, ammi­raglio.

Ammiraglio                     - Su navi da bambini.

O'Rourke                         - Aveva un grado.

Ammiraglio                     - Si, sul culo.

O'Rourke                         - Ehi, persino io avevo due gradi; non insultare gli ufficiali, ammiraglio.

Ammiraglio                     - Chi ti ha dato quei gradi?

 O'Rourke                        - (scattando sull'attenti la matto alla visie­ra con un grazioso svolazzare della vestaglia di seta) Salve, comandante. Su le ancore. Indietro tutta. Chiudete le paratie. Via alla spiaggia gli anfibi. (O'Rourke mima il sollevamento delle ancore) Che te ne pare, ammiraglio?

Ammiraglio                     - Guarda un po' se devo venir qua per ascoltare questi sproloqui.

Christian                          - Mi hanno detto che gli Ebrei e i Ne­gri occupano tutti i posti nella metropolitana. Pro­porrei di bruciarli vivi.

Ammiraglio                     - Non mi meraviglia sentirti parlare

COSI.

O'Rourke                         - Viva gli irlandesi.

Ammiraglio                     - Schifosi maledetti.

O'Rourke                         - Eh, lascia stare gli irlandesi.

Ammiraglio                     - (puntando un indice ammonitore con­tro Christian) È bene che tu sappia che qua cer­te cose non si dicono.

Christian                          - E io le ho dette. (Dio mio, la silenzio­sa ira dell'ammiraglio)

O'Rourke                         - Ma via, perché non volete andare d'ac­cordo voi due e invece di sprecare il fiato non usate questa stanza per quello a cui è destinata. (Alzando la voce) Per lo sport virile, l'arte della difesa personale.

Ammiraglio                     - Aspetto la mia manicure.

O'Rourke                         - Insomma ammiraglio, quante volte de­vo dirti di non usare il locale a questo scopo?

Ammiraglio                     - Quando tu smetterai di usarlo per i tuoi affari, io comincerò a servirmene per lo sport virile.

O'Rourke                         - Come posso vendere i miei oggetti di antiquariato se non rimango in contatto col negozio? Ho avuto una grande trovata; faccio nella cornice del quadro dei forellini in modo che sembrano proprio quelli dei tarli. Ammiraglio vuoi comprare la tela di un antico maestro? Su, per la stanza da pranzo del tuo yacht. A poco prezzo.

Ammiraglio                     - Un falso fabbricato in qualche re­trobottega del Bronx.

O'Rourke                         - Autentico: viene da un castello della Germania.

Ammiraglio                     - Che me ne importa, forse il retro­bottega è a Brooklyn.

O'Rourke                         - Lo senti, Cornelius, come cerca di screditare il mio commercio.

Ammiraglio                     - Sei mai stato in una galleria d'arte?

O'Rourke                         - A far che? Me la cavo ugualmente con due tipi laureati in storia dell'arte. Dico sempre che chi ha una laurea non ruba. (Si ode bussare alla por­ta; gridando) Avanti! Nel nido delle vipere.

Gentle                              - (facendo capolino alla porta col vassoio) Oh, credevo fosse la palestra di pugilato, scusate.

O'Rourke                         - Su, venga avanti, lo è. Non ci sente menar pugni?

Gentle                              - Cerco l'Ammiraglio Fuller.

O'Rourke                         - (indicandolo) Eccolo li. (Gentle entra timidamente)

Ammiraglio                     - Non badi a quest'uomo. Entri. (Gen­tle esita) Non morde, sa, venga avanti e posi qui il vassoio.

Gentle                              - (guardando con apprensione ora l'uno ora l'altro) Si, signore.

Ammiraglio                     - Ecco, brava. Proprio qui e si acco­modi. (O'Rourke alle spalle dell'Ammiraglio fa gesti di scherno a Christian) Si metta comoda. Come si chiama?

Gentle                              - Gentle.

Ammiraglio                     - II nome di battesimo?

Gentle                              - Gertrude.

Ammiraglio                     - Bene. Prenderò un po' di té, Ger­trude. Non le dispiace che la chiami cosi?

Gentle                              - No, signore.

Ammiraglio                     - Una sola zolletta di zucchero.

Gentle                              - Si, signore.

Ammiraglio                     - Basta con signore, signore. Mi chia­mi come vuole ma non signore. Mi par d'essere una checca.

Gentle                              - Si, certo. Cioè, scusi; voglio dire...

Ammiraglio                     - Lasci andare.

O'Rourke                         - Andiamo, ammiraglio, basta con questa storia. So che cosa c'è in quella teiera.

Ammiraglio                     - Ma se ci metto una zolletta di zuc­chero!

O'Rourke                         - Mettici anche il latte.

Ammiraglio                     - Non mi piace il latte. Gertrude, gli dica che cosa sì è fatta portare dal ristorante.

O'Rourke                         - Dal bar.

Ammiraglio                     - Non ha forse chiesto il té dell'Am­miraglio?

O'Rourke                         - II whisky.

Gentle                              - Si, l'ho chiesto.

Ammiraglio                     - E le hanno dato questo, no?

Gentle                              - Si.

O'Rourke                         - Mettici il latte.

Ammiraglio                     - La ragazza è testimone. (Gentle ver­sa un té particolarmente forte)

O'Rourke                         - Mettici il latte.

Ammiraglio                     - Mi piace liscio.

O'Rourke                         - L'ennesima prova! Che ne dici, Cornelius? Non è una vergogna? In questo tempio sacro all’atletica. Che esempio. È meglio che riprenda a leggere i delitti del giorno.

Gentle                              - Ho qui i miei strumenti, signore, cioè non signore, cioè ammiraglio. Devo cominciare dalla mano libera?

Ammiraglio                     - Prima mi lasci bere un po' di té.

Gentle                              - Si. (O'Rourke, da dietro il giornale, fa gesti ironici verso l'Ammiraglio)

Ammiraglio                     - (manda giù rapido e disinvolto l'alcoo-lico dal colore di te) Ah, ora va meglio. Ci stareb­be bene un pasticcino. (A Gentle) Mi dica, da quanto tempo lavora al circolo?

Gentle                              - Da una settimana.

Ammiraglio                     - Mi pareva di non averla vista prima. Cosa ne direbbe di portare il té dell'Ammiraglio anche domani? (A O'Rourke) Lo prenderò ai campi di tennis.

O'Rourke                         - Non è abbastanza bello qui per te, Ammiraglio? Eh, attenta Gertrude, non si lasci por­tare in uno di quei campi isolati.

Ammiraglio                     - Non gli badi. Lassù, dove la gente è beneducata, non dovremo sopportare questi discorsi.

Gentle                              - Io non ci bado.

Ammiraglio                     - Dovrebbe,

O'Rourke                         - Senti, Ammiraglio, prima di farti fare le mani, perché non scambi due o tre pugni con Christian sul ring?

Christian                          - (il solitario, dimenticato pugile che boxa con l'ombra) Non mi va tanto.

O'Rourke                         - Ma via, Cornelius, l'Ammiraglio non ti farà male. E vero Ammiraglio che non ce l'hai con Cornelius? Anche se vuole impiccare alcuni cittadini di pelle scura. Scusi, Gertrude, abbiamo avuto una piccola discussione. (L'Ammiraglio brontola)

Gentle                              - Comincerò subito. (Gertrude fa i prepa­rativi per il manicure)

O'Rourke                         - Vedi Cornelius, l'Ammiraglio promet­te di non usare nessun colpo micidiale. Dunque, Am­miraglio, il colpo viziato è proibito, ricordatelo. Non voglio feriti finché sono io il direttore di questa pa­lestra...

Ammiraglio                     - Mi offendi...

O'Rourke                         - Offendi, offendi, cosa offendo? Le pa-rolone qua sono bandite, voglio soltanto la tua for­male promessa di non adoperare il colpo viziato e lascia perdere le offese. (À Christian) Dunque, Cornelius, hai avuto la solenne promessa dell'Ammiraglio.

Christian                          - Preferirei non farne niente. (Abbozza distrattamente un gancio sinistro e destro eseguen­doli però con precisione)

O'Rourke                         - Su, Cornelius, cosa pretendi oltre la solenne promessa dell'Ammiraglio di non usare il colpo viziato che ora bandisco per sempre da questa palestra? La signorina Gentle è testimone, vero signo­rina che lei è testimone? (Timido annuire di Gentle) Ecco. E hai anche il solenne giuramento di O'Rourke. (Mano alzata all'uso dei Boys Scouts) Dunque, Ammi­raglio, non userai il colpo viziato. (Puntando il dito)

Ammiraglio                     - Non essere ridicolo, quando mai ho colpito un uomo che non potesse difendersi?

O'Rourke                         - Capito, Cornelius? Vai su con l'Ammiraglio. Ti farò io da secondo. Avanti, prima che si faccia fare le mani.

Christian                          - (con andatura tristemente dinoccolata co­me andasse al macello) O.K.

Ammiraglio                     - Per me lo sport è dare e prendere. Non voglio farmela con uno che non sa difendersi.

O'Rourk                           - Cornelius non è un invalido, Ammira­glio. Ma se eviterai il colpo viziato, nessuno si farà male.

Ammiraglio                     - Non posso promettere di evitarlo.

O'Rourke                         - Ma se hai appena promesso?

Ammiraglio                     - È un colpo istintivo per me. Viene fuori cosi, non so neanch'io come faccio.

O'Rourke                         - E abbastanza facile capire da dove ti viene: guarda come sei ben messo, sembri un ragaz­zo di vent'anni.

Ammiraglio                     - (all'insegna della salute, leggero gon­fiamento del petto d'acciaio) Mi tengo in forma. Ogni nave che esce in mare sotto il mio comando è in perfetto stato di salute.

O'Rourke                         - Lo dici a me. E chi ti ha messo in forma? Ero io il tuo direttore atletico.

Ammiraglio                     - Direttore del bar.

O'Rourke                         - (saluto militare) Mi perdoni, coman­dante.

Ammiraglio                     - Mi mantengo in forma.

O'Rourke                         - Signorina Gentle, direbbe lei, guardan­do l'Ammiraglio, che ha uno dei pugni più micidiali che si possano incontrare sul ring? (La modestia dell'Ammiraglio è messa a dura prova) Naturalmente non gli piace che se ne parli. Ma non puoi negarlo, Ammiraglio.

Ammiraglio                     - Non lo nego. Preferisco lo si sappia. Chiunque salga sul ring con me, sa il rischio che corre.

O'Rourke                         - (supplichevole) Ho appena finito di dire due volte a Cornelius, e tu mi hai sentito, che non l'avresti usato. Non sarebbe sportivo da parte tua e qui siamo tutti sportivi, vero?

Ammiraglio                     - Perché non ti compri una nuova ve­staglia?

O'Rourke                         - Cos'ha la mia vestaglia?

Ammiraglio                     - Non voglio che la signorina pensi che noi pugilatori non ci agghindiamo con eleganza.

O'Rourke                         - Da dove tiri fuori queste parole? Par­la inglese. Anche Cornelius non è elegante. Mi ha detto che in Europa è segno di cultura vestirsi di stracci.

Ammiraglio                     - è per questo che le donne ameri­cane devono guardarsi da tipi come lui. Cosa mai di­venterà questo paese?

O'Rourke                         - (ad alta voce) Difenditi, Cornelius, non permettere che ti parli in questo modo. (Christian sorride) Ammiraglio, vuoi tirare con Cornelius o no?

Ammiraglio                     - Se lui è d'accordo, per me va bene.

O'Rourke                         - O.K., infilate i guanti. (O'Rourke va ad aiutare Christian ad infilarsi i guantoni)

Ammiraglio                     - Vorrebbe darmi una mano, Gertrude? Li leghi stretti al polso e che non ci siano lacci svolazzanti.

O'Rourke                         - Ricordate: niente colpi al "break", Niente colpi alla nuca. Starò bene attento ai colpi bassi.

Ammiraglio                     - Non raccontare a me le regole,

O'Rourke                         - Voglio un incontro pulito. Tanto più alla presenza di una signora. Vediamo. (O'Rourke guar­dando l'orologio) Regola la campana dell'orologio. (La campana suona) Alla prossima incominciate. (L'Am­miraglio si toglie la vestaglia, il povero Christian è un po' depresso, ma anche nei momenti difficili sa affrontare la vita con coraggio. I due assurdi com­battenti scivolano fra te corde di velluto, vanno ai rispettivi angoli e poi all'angolo neutro per passare i piedi sulla pece greca come veri professionisti. Aspettano la campana. O'Rourke si è avvicinato con disinvoltura alla teiera e siede sul divano accanto alla signorina Gentle) Mi verso una bella tazza di té. Am­miraglio, se non hai niente in contrario.

Ammiraglio                     - Lascia stare il mio té.

O'Rourke                         - (versando e sorseggiando) Be', sapete che è proprio té.

 Ammiraglio                    - Mascalzone.

O'Rourke                         - Voglio proprio prendermi un po' di té. (A Gertrude) È questo che rinvigorisce l'Ammiraglio e gli da il colpo viziato. Ora, Ammiraglio, sappiamo do­ve vai a prendere quel colpo. Tu, Cornelius, schivalo se lo vedi arrivare.

Christian                          - Se l'Ammiraglio desidera usare il col­po viziato, faccia pure, per me va bene.

O'Rourke                         - Cosi si fa, Cornelius. Niente limiti. Ma, Ammiraglio, se usi il colpo viziato, bada per fa­vore che abbia una potenza ridotta. E questo è un ordine che ti dò come arbitro dell'incontro. Ehi, un momento. (O'Rourke va alla parete a prendere il ca­sco) Mettilo. In tutti noi è nascosta la bestia infu­riata e tu Cornelius hai l'avvenire davanti. Ti va bene?

Christian                          - Sì, grazie.

O'Rourke                  - E ora avanti e vinca il migliore.

Gentle                              - (Gertrude, la gentile, è sconcertata) Non si faranno male?

O'Rourke                         - (sussurrando) È giusto per compiacere l'Ammiraglio; non farebbe male a una mosca.

Gentle                              - Ah, è solo per scherzare.

O'Rourke                         - Si, solo per scherzare. Bene Cornelius, gira alla larga da quel destro. Mettiti in guardia destra. Cosi. Ammiraglio ricorda bene quello che ti ho detto.

Ammiraglio                     - Piantala.

O'Rourke                         - Eh, devo dire al mio campione quello che deve fare. Attento, Cornelius, sta studiando il tuo stile. (Christian si volta e fugge per pochi istanti) Ehi, Cornelius, pigliale da uomo e non fare il vi­gliacco.

Ammiraglio                     - Se continua a ritirarsi come faccio a colpirlo.

O'Rourke                         - E come vuoi che si comporti se tu adoperi il colpo viziato. Ha ragione di ritirarsi. Chri­stian ha un gioco di gambe come pochi. Attento al suo destro, Ammiraglio. Gli viene facile il colpo al cuore.

Ammiraglio                     - Non mi preoccupo.

O'Rourke                         - Vai bene, Cornelius?

Christian                          - Benissimo. Comincio appena a scal­darmi.

O'Rourke                         - Tieni la guardia alta, così, paragli il sinistro con la spalla, mettiti in guardia destra, evita il suo colpo favorito.

Ammiraglio                     - Spiritoso!

O'Rourke                         - Non voglio corpi inanimati in questa palestra. Ti tengo d'occhio, Ammiraglio.

Ammiraglio                     - Perché non la pianti?

O'Rourke                         - Sono io il responsabile delle vite uma­ne qua. Come il comandante su una nave.

Ammiraglio               - Se la cava benone. Non ha biso­gno dei tuoi consigli. Ha proprio un pugno buonino. L'ho appena sentito. 01 Christian) Buon colpo.

Christian                          - Grazie.

Ammiraglio                     - Dimmelo se ti faccio male.

Christian                          - Non mi fai male.

O'Rourke                         - Non cominciate a diventare amici. Col­pisci, Cornelius.

Ammiraglio                     - (a Christian) Sicuro che non ti fac­cio male?

Christian                          - Affatto.

Ammiraglio                     - Bene. Mi piace colpire pulito e secco. Mi piace un buon incontro. Non mi garba causa­re troppi danni.

Christian                          - Dici bene.

Ammiraglio                     - Dimmelo quando sei stufo. Mi piace un buon lavoro di rodaggio, fa sudare. Pardon, que­sto era un colpo un po' bassino.

O'Rourke                         - Attento Cornelius, è un subdolo lui. Occhio a quando piega il ginocchio destro, ma non farti colpire mentre stai guardando. Ecco ti ha dato il suo colpo d'assaggio.

Ammiraglio                     - Cuciti la bocca O'Rourke.

O'Rourke                         - (andando alla teiera) Allora assaggerò ancora un po' del tuo té, comandante. (Alla signori­na Gentle) Due uomini in gamba quelli, non le pa­re, signorina? Due veri sportivi.

Gentle                              - Si.

  O'Rourke                       - È davvero un'arte virile. Prenda una goccia di té signorina ci sono tazze in abbondanza.

Gentle                              - Grazie, ma non è contro le regole del circolo che io prenda qualcosa?

O'Rourke                         - Qui le faccio io le regole.

Gentle                              - (sorride) Oh.

O'Rourke                         - (versando, ad alta voce) Dai, dai Cor­nelius, dritto a quel pancione a pieghe. Cosi, benis­simo. (A Gentle) Perdoni il linguaggio, ma sa com'è.

Gentle                              - Oh, per me non fa niente. (Portando il té alle labbra) Oh, Santo Cielo! (Un leggero sputacchia­re molto distinto. Oh, se tutte le donne fossero ca­rine come Gertrude)

O'Rourke                         - Oh, scusi signorina. (Asciugando con l'asciugamano)

Gentle                      - Non fa niente, ma credevo fosse pro­prio te.

Ammiraglio                     - Canaglia. (Sul ring un rallentamen­to degli ansimanti pugili)

O'Rourke                         - E tutta scena! Fatemi vedere un po' d'azione. (Una piroetta sul tempo del minuetto dì Boccherini) Cornelius, guarda che è tutto scoperto per un sinistro al naso. Ecco, cerca di toccarlo prima che tenti il colpo viziato. Lavoralo al corpo. Ora un sinistro. Su un gancio, un gancio. Ora attento Cor­nelius, sta prendendo una posizione micidiale. Schiva. (Christian schiva, il pugno dell'Ammiraglio passa al di sopra della testa. O'Rourke balzando in piedi, urla) T'ho visto, t'ho visto, Ammiraglio, fare il colpo viziato. E potente anche. Lo sai che è mortale cosi da vicino.

Ammiraglio                     - Tu non t'immischiare e smettila di bere il mio whisky.

O'Rourke                         - Lo ammetti dunque. Be', ti ho visto e non dirmi di no. Mi vergogno. Se non avessi detto a Cornelius di schivare, avremmo trovato la sua testa a Wall Strett (A Cristian) Porta il corpo in avanti, poggia sulle punte, Cornelius: è l'unica difesa possi­bile contro quel colpo. (All'Ammiraglio) È cosi che dirigi il fronte del porto? (Alla signorina Gentle) Ve­de signorina: agli uomini che hanno illimitate risor­se fisiche e che non conoscono la propria forza do­vrebbe essere proibito di usarla. Converrebbe inter­rompere l'incontro.

Gentle                              - (alzandosi con un gesto di raccapriccio) Oh, Dio mio.

O'Rourke                         - Ehi, gli hai sferrato il colpo viziato. (Cornelius appiattito al tappeto) E ora non dirmi che non l'hai fatto. T'ho visto.

Gentle                              - Non gli è successo niente?

O'Rourke                         - (strizzando l'occhio) Guardalo, l'hai buttato dritto a terra. T'avevo detto di non usare quel colpo. Non conosci la tua forza, te l'ho detto.

Ammiraglio                     - (una montagna di forza micidiale per tutte le donne, si toglie i guantoni e attraversa il ring con spavalda lentezza) Hem, hem. (Si è schiarita la gola)

O'Rourke                         - Be', che fai Ammiraglio, bisogna ri­metterlo in piedi, mica si può lasciarlo li.

Gentle                              - Posso fare qualcosa io. Andare a prende­re dei sali, magari. Il medico di servizio ne ha.

O'Rourke                         - (all'Ammiraglio) Ammiraglio, bisogna fargli la respirazione artificiale.

Ammiraglio                     - Non è stato che un colpetto. Lascia­lo li. È una lezione che si meritava da un pezzo. Gli farà entrare in testa un po' di buon senso. (O'Rourke sorride alla ragazza dietro le spalle dell'Ammiraglio) Non verrà più in questa palestra a dire tante maledette stupidaggini.

O'Rourke                         - Be', Ammiraglio, lascia che ti stringa la mano. Ma non darmi la solita stretta alla dina­mite, una stretta normale. Non volevo dirtelo, ma Cornelius Christian non era mai andato al tappeto. Non voleva dirlo, ma prima di andare in Europa era campione del Medio Atlantico: sette knock-out, sette di fila.

Ammiraglio                     - (si è infilata la vestaglia e si da dei colpi al torace) Me l'ero immaginato almeno per qualche secondo. Mi sono spesso trattenuto dall'usare il colpo viziato e si che lui mi invitava con la sua guardia aperta. Il guaio di quel ragazzo è che è troppo sveglio, ma non ha abbastanza muscoli per i tem­pi che corrono.

O'Rourke                         - Già.

Ammiraglio                     - Questo è il guaio.

O'Rourke                         - L'hai detto.

Ammiraglio                     - Quando portai in mare la mia prima barca, prima di colazione facevo sempre due ore di salto alla corda. Ecco come mi è venuto questo sto­maco, che tu chiami pancione a pieghe. È un pan­cione di acciaio, prova a colpirlo. Provi lei, ragazzi­na, provi. Non si faccia riguardo. Qui, vede? (Gentle colpisce gentilmente)

O'Rourke                         - Una corazza. Scommetto che Christian sapeva cosa colpiva quando ci si è provato.

Ammiraglio                     - Ecco il risultato di una vita sana.

O'Rourke                         - Io intanto ho scolato la tua teiera, Am­miraglio.

Ammiraglio                     - Non gli badi, signorina Gentle.

Gentle                              - Oh, no. (A O'Rourke guardando il povero Christian a terra) Non gli è successo niente, vero?

Ammiraglio                     - (prendendo il braccio di Gentle) E bello ragazza mia, vedere come si preoccupa, i suoi occhi assumono un'espressione molto carina. Ma le assicuro che fra pochi giorni starà benissimo e tor­nerà qui. (Uno sguardo circolare verso nuove mete da conquistare) Be', è stato proprio quello che ci vole­va per il pomeriggio.

Gentle                      - Mi pareva di averlo visto muoversi.

Ammiraglio                     - Un piccolo colpo viziato non pro­duce mai lesioni permanenti, è scientifico: il guanto, mentre il pugno si appoggia, fa un rapidissimo movi­mento rotatorio che gli conferisce una forza di pe­netrazione supplementare. Ci sono arrivato dopo an­ni di esperimenti basati sulla scanalatura di una canna da fucile.

O'Rourke                         - Ribattezzalo allora pugno alla dina­mite.

Ammiraglio                     - Per questo pomeriggio sono stufo dei tuoi consigli. Dunque signorina Gentle, o meglio Gertrude, (offrendole il braccio che tirò il colpo vi­ziato) forse è ora di andare nel salone in un'atmo­sfera più sana dove potremo cominciare a fare le mani. (A O'Rourke) è stato li abbastanza, quello; buttagli addosso un po' d'acqua. (Uscendo) Non vo­glio imbarazzarlo con la mia presenza. Andiamo Ger­trude, lasciamolo solo, questo Christian, finché si ri­prende.

Gentle                              - (a O'Rourke) Davvero non ha bisogno dei sali?

O'Rourke                         - Non servirebbero. È caduto come un albero. Ma l'ha presa da uomo, tu però non dovevi farlo, Ammiraglio.

Ammiraglio                     - Gli fa bene, ma non gli porto ran­core. Digli che sono nel salone dell'undicesimo piano e offrigli da bere. Sul ring posso anche essere un as­sassino, ma fuori credo fermamente di dovermi com­portare come qualunque essere umano. Qualsiasi pu-gile, vedendolo cosi scoperto, avrebbe fatto quello che ho fatto io.

O'Rourke                         - Hai la coscienza a posto, Ammiraglio. So che quello che dici lo pensi. Forse Cornelius se l'è proprio voluta, come tanti tipi che pensano che a questo paese non farebbe male qualche cambiamen­to. E che le mogli sono solo buone a vendersi e a fregarci gli alimenti.

Ammiraglio                     - Mi pare che davanti a Gertrude que­sti discorsi siano fuori posto.

Gertrude                          - Ma a me piacciono gli uomini che odia­no le donne.

O'Rourke                         - Ehi, Ammiraglio, prendi e porta a casa. Se Christian avesse sentito questa battuta gli avreb­be fatto piacere.

Ammiraglio                     - è ora di fare queste mani, signorina Gertrude, andiamo.

O'Rourke                         - (alla porta) Arrivederla signorina Gen­tle. Ciao Ammiraglio e attento al colpo viziato che da ora in poi è bandito. (O'Rourke si volta ora verso il ring) Sei stato grande, Cornelius. Ora l'Ammiraglio ti inviterà sulla sua barca e potrai girare indistur­bato nel porto. È da ridere, hai proprio recitato be­ne, per un secondo ho veramente creduto che ti avesse steso secco. (Avvicinandosi) Ehi, Cornelius, che ti prende? L'Ammiraglio è uscito, tirati su. (Tocca la testa inerte) Cornelius! (Chiamando Gentle e l'Am­miraglio) Ehi, venite qui, portate i sali.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

II ristorante. Un vecchio ma lussuoso ristorante con i suoi finestroni. Nel giardino una tavola ricoperta da una tovaglia bianca. È giugno e ì camerieri vanno e vengono con importanza, disprezzo e alterigia. Corne­lius Christian e Charlotte Graves scendono le scale in questo tardo e soleggiato pomeriggio e un came­riere indica loro sdegnosamente una tavola. Vanno a sedersi su sedie di ferro battuto. Cornelius triste e silenzioso tocca le saliere d'argento, Charlotte è sot­tomessa, col gran cappello di paglia sui capelli stop­posi. Ha inizio il triste pomeriggio.

Chrìstian                          - (con la mono protesa attraverso la tavo­la) Ma non sapevi che li color pesca è veramente il non plus ultra.

Charlotte                         - No, non lo sapevo.

Cheistian                         - Lancio una moda.

Charlotte                         - (alzando la testa) Ma la gente ci guarda.

Chrìstian                          - Credevo fosse l'emozione di uscire con me a farti arrossire.

Charlotte                         - Lo era... Io è anzi.

Chrìstian                          - Sono cosi morbide queste scarpe. Cam­minare sull'autostrada questo pomeriggio è stato dav­vero piacevole. I poliziotti se ne stavano fermi in mac­china con le loro belle uniformi azzurre ad aspettare gli eccessi di velocità. Mi guardavano da dietro i loro occhiali da sole. Ah, ah, hanno visto le mie scarpe e io li ho guardati con un'aria come per dire che co­nosco un tale che è amico di un tale che è qualcuno: vi consiglio dunque di stare attenti. Non ho fatto col­po, ma non mi hanno arrestato. Sono passato gon­fiando un po' il petto e sorridendo. (Sporgendo un piede) Sono fiero di queste scarpe.

Charlotte                         - Siamo seduti qui (abbassa la testa) e non succede niente. Ci ignorano. (Un'allegra musi­chetta e risate dall'altra stanza) Hai visto tutta quel­la gente impellicciata di là? Gli uomini portano tutti scarpe nere, cravatta nera e camicia bianca. Sono tutti in ghingheri e i camerieri si sbracciano a ser­virli. (Un cameriere attraversa il giardino) Vedi.

Chrìstian                          - (alza la mono facendo delicatamente schioccare il pollice e l'indice. Niente) Vedo. (In­dicando un piede) Li dentro ci sono le mie dita e in questo momento le muovo. Una volta qui c'era una fabbrica sperduta nel bosco. Avevano cani alsaziani che azzannavano i polpacci degli intrusi e c'era an­che un poliziotto che andava su e giù tra i banchi con uno sfollagente.

Charlotte                         - Questa è la nostra prima grande sera­ta. Mi sono messa il meglio che avevo: il vestito di mia nonna, quello con cui si è sposata, un cimelio. (Cornleius tace. Charlotte gli prende una mano) Non credere che m'importi, ti assicuro. È soltanto che sia­mo qui e non mi piace essere guardata da tutti.

Chrìstian                          - Sei una bambina, Charlotte.

Charlotte                         - Non sono una bambina. Mi sento a disagio, non posso evitarlo.

Chrìstian                          - Non devi lasciarti spaventare da quei camerieri.

Charlotte                         - Avrebbero potuto farci andare nell'al­tra stanza dove c'è musica e si balla. Qui non c'è niente. (Christian si gira prontamente verso il ca­meriere in agguato dietro la porta dell'office che su­bito si volta e, entra in cucina) Vedi come fanno con noi? Noi abbiamo nemmeno la lista.

Chrìstian                   - (a palme in su) E evidente che non ti fidi del mio gusto; vorresti farmi nascondere le scarpe.

 Charlotte                        - Ormai è troppo tardi. Non verranno più.

Chrìstian                          - Aspettiamo. Sorridi.

Charlotte                         - Non mi riesce.

Chrìstian                          - Hai una bocca cosi vera e denti cosi grandi e un'aria cosi preoccupata. Accetta le mie scarpe. (Charlotte tace) Ricordi quell'estate, da ra-gazzini. (Christian si frega le mani) II pic-nic e la sfilata del primo maggio. Ti ho vista uscire di casa con una blusa di seta bianca e questi tuoi capelli stop­posi. Mi hai salutato con una cordialità che non avevo mai notato prima. (Chrìstian guarda per aria) Sen­to ancora la tua voce d'allora. Mi hai fatto perfino marciare in parata, no, è una bugia, mi sono nasco; sto dietro gli alberi a rubare gelati mentre i miei concittadini marciavano. Sei ancora la ragazzina di allora. Le mie scarpe sono di cattivo gusto. (Ad alta voce) Le mie scarpe sono di cattivo gusto.

Charlotte                         - Ti prego. (Compaiono due camerieri perplessi) Ti prego. Non m'importa delle tue scarpe rosa.

Chrìstian                          - Pesca.

Charlotte                         - Pesca. Ma non faremmo meglio ad andarcene.

Chrìstian                          - (combatte per la libertà) No.

Charlotte                         - Allora non si potrebbe ordinare qual­cosa?

Chrìstian                          - Che vengano a perdonarci e a per­donare me per queste scarpe che mi costano diciotto dollari.

Charlotte                         - Che almeno si avvicinino alla nostra tavola.

Chrìstian                          - Temo, ahimè che dovrò abbassare il tono.

Charlotte                         - Cornelius...

Chrìstian                          - Ho un cosi bel nome.

Charlotte                         - Veniamo dallo stesso ambiente. La no­stra origine è piccolo borghese, non possiamo sapere di preciso se siamo in regola, è questo che intendo di­re. La gente bene è sempre in regola.

Chrìstian                          - E noi non siamo gente bene?

Charlotte                         - Possiamo essere meglio di altri, ma non siamo i migliori.

Chrìstian                          - Eri cosi bella e abbronzata alla parata del Primo maggio.

Charlotte                         - Non voglio che la gente bene pensi che non sappiamo essere come loro.

Chrìstian                          - L'hai avuto con me il tuo primo" ap­puntamento. Ti ho offerto da bere dopo il cinema. Ricordo benissimo la mia disinvoltura, quando ho chiesto al barista: due ananas, per favore. Ero suo cliente e lui mi diede il benvenuto.

Charlotte                         - Perché eri simpatico.

Chkistian                         - E ora cosa sono?

Charlotte                         - Sei diverso, non sei più Cornelius Christian di una volta,

Chrìstian                          - Chi sono?

Charlotte                         - Non sei quello di una volta, di prima che andassi in Europa. (Christian esamina attenta­mente la propria persona) E di prima che...

Christian                          - Che mi sposassi.

Charlotte                         - Ti prego. (Guardandosi in giro) Fini­ranno per sentirci.

Christian                          - Meglio.

Charlotte                         - Dicevi che il giorno della sfilata ero bella e abbronzata. Non pensi più cosi, adesso?

Christian                          - Sei ancora una mela che mi piace­rebbe addentare.

Charlotte                         - Non sono ancora andata sulla spiag­gia; stando in città non ne ho l'occasione. Per questo stasera volevo venire in campagna.

Christian                          - (batte l'argenteria sulla tavola e grida) Cameriere, cameriere.

Charlotte                         - È proprio la cosa che non devi fare.

Christian                          - Sto semplicemente chiamando il ca­meriere. (Grida e batte) Cameriere! (Le teste dei camerieri fanno capolino)

Charlotte                         - Hai rovinato la serata. Mai nessuno si è comportato cosi davanti a me.

Christian                          - Vuoi che me ne vada?

Charlotte                         - Sai bene che non lo voglio.

Cristian                            - Benone.

Charlotte                         - No, niente benone. Stai diventando

arrogante.

Christian                          - Tu vuoi che me ne vada, vero? Dim­mi, vuoi che me ne vada?

Charlotte                         - (urlando) Si, vattene.

                                        - (Christian fa un movimento con le labbra, si alza lentamente, retrocede, esita aspettando un contrordi­ne. Niente. Accosta garbatamente la sedia al tavolo. Passa lento davanti al capo cameriere e al cameriere che si irrigidiscono e squadrano con sufficienza i pie­di carnicini di Cornelius. Sale le scale, si ferma in cima per parlare. I camerieri vanno in cucina. Gli oc­chi di Christian su Charlotte Graves, un desolato_ ca­po chino. Christian esce. Rispuntano ì camerieri. Aspettano mormorando. Charlotte alza lo sguardo sul­la scala deserta. Si morde le labbra e tocca ad uno ad uno con le unghie laccate di rosa, gli oggetti sul­la tavola. Alza di nuovo lo sguardo e lo posa su quel mondo nemico, i camerieri voltano il capo vergogno-si. Tenendoli alti portano vassoi in quella stanza dove la gente allegra e « bene » si diverte in lussuoso af­follamento. Uno scoppio di risa fa voltare Charlotte, ma non è per lei. Solleva il gran cappello di paglia e lo rimette sui suoi capelli di paglia. Un topolino solitario in aperta campagna. Arriva il capo came­riere, sta diritto come un falco in agguato. Lei porta lo sguardo su, dalle scarpe nere, ai pantaloni, alla ca­micia bianca, al viso)

Cameriere                        - La signora vorrebbe essere servita? (Charlotte scuote la testa: no) Posso portarle qualco­sa, signora? Dell'acqua, per esempio? (Scuote la te-io.: no) Una omelette? Crèpes susettes? Una bistecca? (Scuote la testa: no) La signora vorrebbe qualche spie­gazione? (Scuote la testa: si) Abbiamo regole non scrit­te che si suppone i clienti sappiano prima di entrare qui; non ci importa che una persona venga anche se questo non è il suo habitat naturale. Cerchia­mo di farla sentire a suo agio, non la trattiamo da intrusa. (Charlotte si porta una mono alla fronte) Forse la signora gradirebbe andare nell'altra stanza? (Charlotte scuote la testa: no) Non vorrei essere in­discreto, ma se alla signora interessasse il mio parere, vorrei dirle che quello non è un tipo per lei. Sape­vamo che se ne sarebbe andato perché siamo molto esperti nel giudicare le persone. Mai un vero si­gnore avrebbe trattato una signora, come lui ha trat­tato lei! Per chiamarci, ha gridato!

Charlotte                         - Perché non ci davate retta.

Cameriere                        - Oh, no, non dica questo.

Charlotte                         - È cosi.

Cameriere                        - Se la signora permette, ne vediamo tanti come lui. Conosciamo bene il tipo. È eviden­temente dell'altra sponda.

Charlotte                         - È della mia sponda.

Cameriere                        - Mi ascolti, capisco che lei senta di dovergli una certa solidarietà, ma, perdiana, c'è una bella distanza tra voi due. Una ragazza come lei po­trebbe accompagnarsi a gente di prima qualità e fre­quentare sul serio posti come questo.

Charlotte                         - Non mi piacerebbe.

Cameriere                        - E una ragazzina difficile da acconten­tare, lo sa? Non le spiace se le esprimo una mia opi­nione personale? Sono sicuro che lei viene da una fa­miglia veramente buona. Però, e non interpreti male quanto sto per dire, il vestito che porta ha l'aria di essere appartenuto a sua nonna. (Charlotte volta la testa dall'altra parte) Sto cercando di aiutarla, non mi fraintenda. Ho scherzato sul vestito. Direi che le sta bene, ma una ragazza come lei deve mettere in mostra le sue bellezze. Anche un giovanotto pieno di quattrini sarebbe fiero dì mostrarsi in giro con lei. Non volevo dire che sembra uscita da un negozio di antiquariato.

Charlotte                         - Lo ha detto.

Cameriere                        - No, no, lei è davvero bella e di classe mentre quello, scusi se glielo dico, era un cafone. (Charlotte china la testa) Ehi, ho detto qualcosa che non va? Ecco, ora comincia a piangere; non pianga. Ho detto qualcosa che non va? Mi dica che cosa ho detto. (Un segno all'altro cameriere, Charlie, che si precipita. Se ne stanno in piedi col tovagliolo sul brac­cio) Charlie, cosa devo fare?

Charlie                             - Lasciala in pace. (A Charlotte) Qua, ra­gazza, (offrendo il tovagliolo) sì asciughi. (Charlotte apre la borsa per cercare il fazzoletto) Non se la prenda, nessuno le farà del male (A Fritz) Cosa le hai fatto? Piange.

Fritz                                 - È stato quello là.

Charlie                             - E con questo? Non c'era bisogno di far­la piangere.

Fritz                         - Cercavo di tirarla su.

Charlie                             - Vedo che sei un campione a tirar su la gente. (Indicando Charlotte) Che diavolo, non sono affari tuoi.

Fritz                                 - È arrivata con uno che puzzava di fasullo lontano un miglio.

Charlie                      - E con questo? Qui siamo tutti fasulli.

Fritz                                 - (alzando una mano) Secondo te il signor Van Hearse e i suoi invitati sarebbero fasulli?

Charlie                      - Certo, che lo sono. E chi è quello se non uno che fabbrica preservativi?

Fritz                                 - Non dirlo davanti a una signora. Il signor Van Hearse è un pubblico benefattore.

Charlie                             - Non farlo apparire di più di quello che è: fabbrica preservativi.

Fritz                                 - L'hai già detto, non hai bisogno dì ripe­terlo.

Charlie                             - Mi piace la parola.

Fritz                         - Ho da fare. E meglio che sparecchiamo.

Charlie                             - Perché non lasci in pace la ragazzina?

Fritz                                 - Devo sparecchiare.

Charlie                             - Chi deve venire? Non abbiamo bisogno di questa tavola.

Fritz                                 - Chi comanda qui?

Chaelie                            - Volevo soltanto che le lasciassi tirare il fiato.

Fritz                                 - E io ti ordino di sparecchiare. Capisci l'in­glese?

Charlie                             - Credevo che tu la volessi aiutare questa poveretta.

Fritz                                 - Crede ancora che quel tipo che l'ha pian­tata sia qualcuno, mentre è solo un impostore, uno spregevole impostore.

Charlie                             - Oh, senti, smettila, la stai facendo sof­frire.

Fritz                                 - Una ragazza che esce con un tipo simile merita di soffrire.

Charlie                             - (puntando l'indice) Senti, me ne infi­schio, anche se devo prendere ordini da te, ma ora smettila di tormentare questa ragazza. Se no le bu­schi. Anche questo è inglese, capito?

Fritz                                 - Toccami e sei licenziato.

Charlie                             - E tu prova a dire un'altra parola a que­sta ragazza, e io ti faccio volare fuori dalla finestra.

Fritz                                 - Duro, eh?

Charlie                             - Su questo punto, si.

Fritz                                 - Vedremo.

Charlie                             - Vedrai.

Fritz                                 - Vedrò, non ci pensare.

Charlie                             - Avanti, ci sto pensando.

Fritz                         - Intanto, come ti ho detto, sparecchia.

Charlie                      - E tu lascia in pace la ragazza.

Fritz                                 - Sparecchia. (Se ne va retrocedendo)

Charlie                             - (a Charlotte) Mi scusi, dovevo fare cosi. Non si agiti Sono cose che accadono a tutti, magari non ogni giorno, ma almeno una volta nella vita. Non badi a quel tipo, questo locale è una fogna, glie­lo garantisco io. Abbiamo dovuto trattare con fred­dezza il suo amico perché il padrone pensa di poter fare della sua taverna un locale elegante se riesce a far capire a certi clienti che non sono graditi. (Len­tamente gli oggetti della tavola passano sul vassoio) Ci spera, lui. Capisco che è un po' tardi per dirle questo, ma creda, io non avevo niente contro il suo amico. (Prendendo da un grande vaso di vetro tre rose, posa il vassoio sulla tavola e le tende una rosa) Ecco, prenda una rosa.

Charlotte                         - Grazie.

Charlie                             - Senta, perché io e lei non andiamo in qualche posto. Io mi licenzio di qui subito. Conosco un formidabile locale proprio a due miglia di qui. C'è un buon numero di varietà, sarebbe una distra­zione per lei. Che ne dice?

Charlotte                         - Grazie, ma... (Scuote la testa: no).

Charlie                      - Senta, dia retta a me; il suo amico se ne è andato e non torna più. Se l'è filata e l'ha pian­tata qui tutta sola. (Prende il vassoio) Andiamo, co­s'ha da perdere? Ci pensi. Potremmo andare in un bel posticino tranquillo se vuole, con le luci basse. Poi la riaccompagnerò a casa. Dritta a casa. (Char­lotte scuote la testa: no) Ma si.

Charlotte                         - Non posso.

Charlie                             - Come vuole. (Raccogliendo le posate) Devo prendere anche la tovaglia, anche le sedie, an­che il tavolo. Perciò è inutile aspettare. Quei tipi li non ritornano mai, a che serve perdere tempo? Allora, viene via con me? (Charlotte scuote la testa: no) Bene, sorella, affari suoi. Le ho già detto che perde il suo tempo ad aspettare. (Si volta col vassoio per portarlo via, si ferma, ritorna indietro) Senta, bambina, mi permette di portarle una mela? Non posso vederla li con niente davanti.

Charlotte                         - Sto bene cosi.

Charlie                             - Prenda una mela, è gratis. (Charlotte scuote la testa: no) Prende allora (frugandosi nella tasca) una stecca di chewing-gum. (Charlotte scuote la testa: no. Charlie sì avvia alla cucina col vassoio, mentre rientra Fritz) Non si muove, vedi cos'hai com­binato?

Fritz                                 - Sparecchiare bisognava.

Charlie                             - (borbottando) Si, si bisognava.

Fritz                                 - (al tavolo di Charlotte) Senta, signorina, ho i miei doveri e devo conservare il posto. Non ascol­ti quel cameriere. Cerca soltanto una ragazzina inno­cente che non sappia quel che significa uscire con lui. Ha tre figli, li ho contati io stesso. E sua moglie è tanto grassa che quasi non può camminare. Lui non riesce nemmeno ad avvicinarsi tanto da baciarla. E se lo merita. Vede, non ci si può fidare di nessuno. (Togliendo la tovaglia) Come le dicevo, devo fare il mio dovere. (Charlotte toglie i gomiti dalla tavola mentre viene tolta la tovaglia. Fritz la piega) È pro­prio da cameriere darle una rosa che non è sua. (Fritz porta via la tovaglia passando accanto a Charlie) Cor­ruttore di minorenni.

Charlie                             - Che ti prende, sei geloso?

Fritz                                 - (entrando nell'office) Romeo da strapazzo.

Charlie                             - (ritorna, appoggia te mani sulla seggiola di Christian) Devo portarla via, mia cara; per causa sua questa sta diventando la giornata più triste della mia vita. (Scuotendo la testa) Davvero. (In sottofon­do il coro a bocca chiusa della Butterfly. Charlie por­ta via la seggiola. Entra Fritz; ognuno dei due por­ta via un vaso di piante. La luce si abbassa e i fiori sulle pareti non si vedono più. I due ritornano e Fritz fa un cenno di comando a Charlie. Vanno al ta­volo, Charlotte alza i gomiti, appoggia i pugni alle guancie e loro portano via la tavola. Charlotte siede sull'orlo della sedia. Charlie e Fritz si avvicinano esi­tanti, Fritz fa un cenno a Charlie, questi esila poi insieme prendono la seggiola)

Fritz                                 - Scusi signorina, ma non possiamo fare al­trimenti. Dobbiamo portare via la seggiola.

Charlie                             - Scusi. (Charlotte scivola in avanti. I due fanno un passo indietro. Charlotte è in ginocchio davanti alta seggiola vuota. Fritz e Charlie esitano, ma la prendono e la portano via. Charlotte è sola, coi pugni chiusi sugli occhi e piange silenziosamente in ginocchio. Fuori si è fatto sera. Fritz e Charlie si fermano alla porta dell'office tenendo insieme la se­dia e voltandosi a guardare Charlotte. Poi uno all'al­tro) Brutto schifoso.

Fritz                                 - Brutto schifoso. (Fritz e Charlie entrano nell'office. Per un attimo, a un finestrone, appaiono la testa e le spalle di Cornelius che si inginocchia e guarda la tremante solitaria figura di Charlotte. Ul­tima parte del coro a bocca chiusa. Christian entra nel ristorante. In piedi, in cima atte scale come un ammiraglio sul ponte, con cilindro, frack, cravatta bianca e un bastone da sera sotto il braccio. Le luci improvvisamente si riaccendono. Il coro finisce. Cornelius ha i piedi scalzi e su ogni dito risplende un grosso diamante)

Charlie                             - (compare alla porta dell'office) Santi numi!

Fritz                                 - (comparendo dietro Charlie) Che succede, qualcuno in arrivo? Un personaggio?

Charlie                             - Che Dio mi fulmini!

Fritz                                 - Taci, magari lo fa. Riporta il tavolo. (Fritz si avvia verso questo luccicante ospite per prender­gli il cappello e il bastone e con un largo gesto del braccio lo invita ad entrare) Signore.

Christian                          - Grazie (Dopo una pausa che permette un attento esame dei piedi coi grossi diamanti, si avvicina col passo lento, col gelido sorriso dei po­tenti sulle labbra verso il centro del pretenzioso loca­te. Charlotte si alza, va verso Christian e posa la te­sta sul suo netto virile; i due stanno in piedi aspet­tando che Charlie e Fritz preparino il tavolo. Charlie mette a posto il tavolo, corre via e ritorna con la to­vaglia di cui Fritz distende le pieghe. Nuova corsa di Charlie che torna con un vaso di fiori che posa esitante sul tavolo. Fritz accomoda i fiori e si volta a Charlie mormorando)

Fritz                                 - La saliera, le posate, presto, stupido.

Charlie                             - Ah, si. (Su e giù col vassoio e te posate che sistema sul tavolo. Prende un piatto lo osserva attentamente alla luce e vi passa sopra rapidamente una manica. Occhi sgranati del buon vecchio Fritz)

Fritz                                 - (con la lista delle vivande sotto il braccio va a invitare Christian) Signora, signore. (Tutt'in giro un gran battere di palpebre. Christian avanza. Charlie accompagna la sedia di Christian, Fritz quella di Charlotte e la bella coppia è seduta. Fritz presenta la lista) Buona sera, signora, buona sera, signore.

Christian                          - Buona sera. Cosa c'è di buono?

Fritz                                 - Vorrei suggerirle il consommé en gelée.

Christian                          - Ah. Charlotte? (Cenno del capo: si)

Fritz                                 - (a Charlotte) La signora desidera forse un po' di pesce per dopo?

Charlotte                         - Scampi.

Fritz                                 - (annotando) Crostacei per la signora.

Christian                          - Salmone affumicato.

Fritz                                 - Saumon fumé per il signore. E dopo, si­gnore? E per la signora?

Charlotte                         - Bistecca.

Fritz                                 - Mignon?

Charlotte                         - Direi di si.

Fritz                                 - Al sangue?

Charlotte                                     - Si.

Fritz                                 - Aglio?

Charlotte                         - (a Christian) Posso?

Christian                          - Come vuoi.

Charlotte                                     - Aglio.

Fritz                                 - Molto bene, signora. Dì contorno?

Charlotte                         - Asparagi

Fritz                                 - E per il signore?

Christian                          - Asparagi.

Fritz                         - Asparagi per due. Patate signora?

Charlotte                         - Bollite.

Fritz                                 - Per il signore?

Christian                          - Fritte. (Christian tira fuori il portasi­garette d'argento che per l'occasione sembra di pla­tino; offre una sigaretta a Charlotte che la prende mettendosela in bocca goffamente)

Fritz                                 - (si tuffa ad accendere un fiammifero) Per­mette, signora. (Il tramonto si fa sfolgorante proprio nel momento in cui la signora tira la sua prima boc­cata e Fritz si ritrae camminando all'indietro, la te­sta inclinata verso Christian ora potente)

Charlie                             - (con caraffa d'acqua, mollette e buccia dì limone) Buona sera, signore.

Christian                          - Buona sera.

Charlie                             - Buona sera, signora.

Charlotte                         - Salve.

Chaelie                            - (versando) La signora desidera una buc­cia di limone? (Cenno affermativo di Charlotte) E il signore?

Christian                          - Ah, ma si.

Charlie                             - (con un inchino) Spero che l'acqua sia di loro gradimento. (Si ritira camminando all'indie­tro)

Fritz                                 - (aspetta con una smorfia di disprezzo che Charlie si sia allontanato e intanto tiene in mono uno sgabello ricoperto di raso. Fritz con molta dignità si avvicina, al tavolo) Permette, signore? Per i suoi piedi, signore.

Christian                          - Ah.

Fritz                                 - (sistema lo sgabello e Christian vi incrocia sopra i piedi) Cosi il signore starà più comodo.

Christian                          - Si, grazie.

Fritz                                 - Dovere, signore. E ora forse il signore gra­direbbe qualcosa da bere? (Porge un'altra Usta) Del vino bianco per cominciare? Col poisson e coi crostacei della signora. (Indicando col dito) Le racco­mando questo.

Christian                          - Amabile.

Fritz                                 - Benissimo, signore. (Ritirata all'indietro a testa china)

Charlotte                         - (allungando la mano verso quella di Chri­stian) Scusami.

Christian                          - (che perdona tutti i piccoli peccati) Dì niente. Vedi:     (sporgendo un piede) anche questo è color pesca.

 

FINE

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