Felicita Colombo

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FELICITA COLOMBO

FELICITA COLOMBO

di Giuseppe Adami

Commedia in tre atti

PERSONAGGI

Felicita Colombo –

Il conte Giovanni Scotti –

Rosetta Colombo –

Valeriano Scotti –

Ludovico Grassi –

Maria Spotti –

Ugo Ugoletti –

Gisella –

Don Piero –

Antonio –

Un domestico –

La Brambilla –

La Spreafico –

Un magut –

Un cliente –

Il professore –

Un ragioniere –

Una signora –

Una serva –

un signore con barba –

Un balbuziente –

Carletto –

un garzone –

Contadini e contadine.

La salumeria di Felicita Colombo. Nella parete di fondo, fra le due vetrine, la porta che da sulla strada. A sinistra, il banco ingombro di ghiottonerie. A destra, fra due scaffali, la porticina che conduce nel retrobottega. Sempre a destra, ma sopraelevata, la Cassa dove siede la signora Felicita dominando il movimento della bottega- Dal soffitto pendono, decorati­vi e bene allineati, salami, bondiole e prosciutti. È mattina, di primavera. Verso il mezzogiorno. Gran folla mista si assiepa intorno al banco, dove tre garzoni in giacca bianca vanno, vengono, tagliano, pesano, declinando ad alta voce merce e quantitativo alla Cassa.

il commesso — ...Un etto e mezzo di pro­sciutto crudo... Settanta grammi bondiòla... Mezzo chilo grana stravecchio... (Al cliente} Ecco il biglietto. Alla cassa.

felicita (alla signora che ha dato dieci lire)— Quanto pagala signora Brambilla?

brambilla — Otto e settantacinque.

felicita — Uno e venticinque di resto a lei.

brambilla — E dunque? Quand'è che man­giamo i confetti, signora Colombo?

felicita — Campa cavallo... Per adesso c'è tempo.

brambilla — È vero che la ragazza è così giovane! Quanti ne ha adesso?

felicita — Venti, a novembre.

un magut (facendosi largo al banco) — Cià,sti cinquanta ghei de stratai!

felicita (che ha seguito la manovra) — Ehi, ragazzo! Un po' di maniera e di proprietà di linguaggio!

un magut — Perché? L'è minga giusto stratfai?...

felicita — Se parli milanese a Milano nes­suno ti capisce più. Devi dire Strataglia...

UN magut — Ah!, per me dico come vuole:ratatuglia, misto, sottobanco, boccone... pur che facciamo presto! Cià, la Strataglia!

felicita (alla Brambilla) — E la sua tosa come la va?

brambilla — Eh!La mia Chiarina mi fa sempre batter la testa!felicita (al signore che si presenta) — Quanto paga il signore?

il signore — Tré e sessanta. (Paga e via).

brambilla — S'è fissata con quello là dell'a Ambrosiana» e io di foot-ball non ne voglio sentir parlare.

felicita — Ha torto, signora Brambilla. Al giorno d'oggi allo sport bisogna farci tanto di  cappello.

brambilla — Io non lo posso soffrire.

felicita — Ma l'è mica lei che deve sposar­lo: l'è la Chiarina.

brambilla — Sì, lo so bene.

felicita — Lasci che le ragazze seguano sem­pre la loro inclinazione. E pensi che più pre­sto si mettono a posto, meno pensieri c'è.

commesso — Una scatola sgombri, una sal­mone, una Simmental.

felicita (al cliente che paga) — Tutto in scatola, lei...

cliente — Mi diverte aprirle.

felicita — Sei e venti e il resto a lei.

brambilla — Andassero tutte a posto come la sua, ancora lo capirei.

felicita (riprendendo con la Brambilla) — Certo che come matrimonio la mia Rosetta non poteva cascar meglio.

brambilla ,— Un conte, vero?

felicita — Sì. Il conte Scotti... gran fami­glia... (E, rivolta ad un'altra signora) Quanto paga la signora Spreafico?

commesso (sempre affaccendato) — Cinque e venti di pancetta che si sfragola in bocca.

spreafico — Facciamo cinque.

felicita — Calo venti per la signora Sprea­fico: contenta?

il magut — E a mi cossa l'è che la me cala?

felicita — Uno slavione se non tè ne vai alla svelta!

il magut (uscendo di corsa) — Basta la pa­rola!

spreafico — Ho sentito dunque del matrimonione!

felicita — Ah, sì? Se ne parla in giro?

spreafico — Non si parla d'altro: Colombo-Scotti, Scotti-Colombo. È un bel colpo anche per

lei.

felicita — È il nome che va su... Pensi se il mio povero Ambrogio fosse ancora al mon­do! Suocero di un conte! Mah! Chi l'avrebbe detto!

commesso (declinando il conto) — Centotrenta mortadella e un etto peperoncini per il professore.

professore (alla cassa) — Che fa in totale?

felicita — Due e ottanta... venti resto; e grazie a lei.

una serva — Signora Felicita, si potrebbe mica avere una bella aragosta fresca per stasera che c'è gente a pranzo?

felicita — Ma sicuro che si può avere! Qui c'è tutto, e tutto fresco.

una serva — Per le otto.

felicita — L'ha a casa. (Al commesso) Pren­di nota, Carletto: un'aragosta per le otto in casa Portalupi, via Bigli... che numero l'è?

una serva — Trentasei.

felicita — Via Bigli, trentasei.

carletto (appuntando) — Nota presa.

una serva — Ma mi raccomando, neh? Per­ché è gente di riguardo.

felicita — Lei non dubiti che sarà servita a dovere.

un ragioniere (pagando) — Cinque e trentacinque.

felicita — Come va la sua gamba, ragio­niere?

ragioniere — Insci insci... sciura Colombo...

felicita — Vedo che cammina meglio, però.

ragioniere — Ma quando cambia il tempo, già, son dolori.

felicita — Eh! Lo so. Si ricorda. Fanno scorso, il mio braccio?

ragioniere — Ma lei è guarita subito.

felicita — Son corsa a Salso, che l'è un gran toccasana. Dovrebbe andarci anche lei.

ragioniere — Bisognerebbe che avessi i suoi danèe...

felicita — Sì, bravo! Allora andrebbe zoppo da tutt'e due le gambe!

ragioniere — Non pianga miseria, signora Felicita! Lasci che la piangan gli altri.

felicita — Certo che preferisco!

ragioniere —Viva la sincerità e i suoi mi­lioni !

una SIGNORA—Pago quattro.

felicita ---E uno cinque di resto... Come sta il suo bagai? L'è rimesso dalla scarlattina?

una signora — Se Dio vuole, è guarito... Ma è giù, è fiacchetto...

felicita — Per fortuna i ragazzi tornan su presto.

una signora — Questo si. E grazie del suo interessamento.

felicita — Ma s'immagini!Dovere.

un signore con barba — Ma mi dica un po' come fa, signora Felicita, a tener bada a tutti? Alla sera non avrà più testa!

felicita — Stia zitto, signor Ramazzotti, che le giuro io, che per resistere ci vuol proprio la mia passione.

un signore con barba — Glielo credo bene! Io non ci resisterei tre giorni a far quel che fa lei!

commesso — Mezz'etto lardo, un rotolo Pollenghi, una robiola Galbani e due e trenta galantina con gelatina a parte.

la serva — Quant'è?

felicita — Nove e cinquanta,

la serva — Faccia nove.

felicita — Lei mette in conto dieci, e una lira di beneficenza al pagante.

la serva — Si. Sta fresca! Mi controllano i biglietti! Tirchioni al centesimo, sono.

felicita — Chi? I Valagussa? Non credevo.

la serva — Adesso poi che gli affari van male, si figuri!

felicita — Ah, son giù?

la SERVA In cantina, sono; all'osso, come il prosciutto.

felicita —-- Carletto: prepara l'arretrato dei Valagussa e manda oggi stesso per incassare sull'unghia.

commesso — Bene, signora.

il SIGNORE CON BARBA —— E dopo, il pisolo ce lo fa ?

felicita — Ce lo faccio, sì. È il mio ristoro dopo colazione.

il signore con barba — E alla sera?

felicita — Teatro o cinema. E appena pos­so, «Scala»: il mìo unico lusso. Ah, l'opera!... Io, a un tenore che ti canta bene il  «Cielo e mar », ci darei la bottega, ci darei.

il signore con barba — Vorrei esserio queltenore!

felicita — Troppa barba.

il signore con barba — E niente voce... (Ride).

rosetta (in abito da tennis, racchetta sotto­braccio, entrando d'impeto) — Mamma!...

felicita — Ah, sei tu. Rosetta! Che chic!... Hai giocato?...

rosetta — Devo parlarti subito.

il SIGNORE CON BARBA —— ecco qua la sua bella figliolona sportiva... Ho sentito, hosenti­to... Complimenti... e auguroni...

rosetta (a fior di labbro) — Grazie tante.

il signore con barba — Be'... arrivederla, si­gnora Felicita. Vado anch' io a mangiare un boccone.

felicita — Buon appetito, signor Ramazzot­ti... (Alla figlia) Cos'hai che sei tutta scaturi­ta? Che t'è successo?

rosetta — Aspetta che sfolli e ti dirò!

felicita — È già sfollato, non vedi? È quasi l'una...

una serva — Pago ottantacinque.

felicita — Di che?

una serva — Cipolline sott'aceto.

felicita — Quindici a lei. (Alla figlia) E allora ?

l'ultimo al banco (che è balbuziente) — Del buon prosciutto all'osso, ci sarebbe?

commesso — C'è, c'è.

l'ultimo al banco — Proprio dolce?... Do... dolce?

commesso — Garantito.

l'ultimo al banco — Me ne dia due fé...fé... fettine.

felicita — Vuoi parlare?

rosetta — Siamo rovinati.

felicita — Eh, la Peppa! Rovinati? In che senso?

l'ultimo AL banco (pagando) — Uno e ve... venti...

felicita — E grazie a lei. In che senso?

rosetta — Stamattina, al tennis, t'arriva con una faccia che non ti dico, Lery...

felicita — Chi sarebbe?

rosetta — Come «chi sarebbe»? Valeriano!

felicita Ah, già, già!... Valery Scotti.

rosetta Quel maledetto suo padre è contro di noi!

felicita  - Rosy non maledire tuo suocero

rosetta –Non lo è!Non lo è più! Non vuol più esserlo

felicita — Non vuol più esserlo? Io son qua trasecolata!... Conta, su! (Rivolta ai commessi) Carletto, e anche tu, Pierino, e gli altri, se avete finito potete andare che a chiudere qui ci penso io.

commessi Grazie, signora.

felicita - E puntuali alle due, mi racco­mando.

carletto Non dubiti, signora, e buon appetito.

felicita - Grazie, altrettanto. (I commessi escono. Felicita si avvicina alla figliola con amo­rosa premura) Su, su. Rosetta. Casciati mica e dimmi tutto.

rosetta — Sai che io avevo sempre detto a Lery: «E con tuo padre, come la mettiamo? Hai parlato? ».

felicita — Sì,lo so.

rosetta — E luimi rispondeva sempre: «Calma, calma; domani parlo senz'altro », e non si decideva mai. E rimanda che ti rimanda, finalmente ieri s'è deciso e gli ha detto tutto.

felicita — E allora?

rosetta — E allora suo padre gli ha rispo­sto: «Ma dove hai il buonsenso? Un conte Scotti non scenderà mai alla figlia di una salumiera ».

felicita (colpita in pieno) — Non scenderà? Ha detto non scenderà?

rosetta — Così ha detto.

felicita — Oh, malnato spiantato!

rosetta — Mamma! È mio suocero!

felicita — A me mi fa!... (Camminando nervosamente) A me mi fa tanto!... Brutto vil­lano! Cosa crede? Di umiliarmi? Crede che io me ne sia stata con le mani in mano e non abbia preso le debite informazioni sul conto suo? Sarò io, se mai, che avrò delle difficoltà a dare mia figlia a un fanagottone di quel ge­nere! Che crede? Di sporcarsi il blasone? Do­manda, domanda a Ludovico Grossi, tuo padri­no, che belle campane abbiam sentito suonare sul conto degli Scotti! Sai come li chiamano a Milano i conti Scotti? Gli scansaconti, tanto sono abituati a non pagare, con la bella malora che hanno addosso!

rosetta — Fatto sta ed è che se qui non intervieni tu, tutto va...

felicita — Nel barile dell'aceto. Lo so. Ma io non intervengo.

rosetta — Perché?

felicita — Perché a correrci dietro si fa peggio. Saran loro che torneranno a cercarti. Sarà la nobiltà che entra in salumeria! Altro che scendere!... D'altronde, il tuo Lery-Lerai, poteva dirtelo in ben altra maniera. Un po' di riguardo, porco cane! Che sistema è di avvilire una povera ragazza che d'esser figlia d'una salsamentaria non ne ha ne colpa ne peccato? Vorrei che fosse qui tuo padre a vedere se lo terrebbero fermo con quel temperamento che aveva, che guai a pestarlo su un callo!

rosetta — Povero ragazzo! Tu l'avessi visto! Era disperato! Con le lagrime agli occhi me lo ha detto.

felicita — Vorrei che lo dicesse a me!... Dov'è che l'hai lasciato?

rosetta — È lì fuori con l' «Augusta»...

felicita — Fuori con chi?

rosetta -— Fuori in macchina.

felicita — Chiamalo.

rosetta — Non gli farai mica una scena, spero. Perché anche lui è più accasciato di me. È buono, sai. E mi vuoi tanto bene.

felicita — Tu chiamalo e non pensarci. Non sono una verzeratta, e so come si deve com­portarsi.

rosetta — Vado e torno. (Esce).

felicita (sola) — Brutto malnato screanzato superbioso! Tè la darò io la figlia della cervelera!

(Entrano Rosetta e Valeriana Scotti, bei ra­gazzo elegante).

valeby — Signora Felicita... (Le bacia la mano).

felicita — Badi che non sia unta!

valery — Dice per ridere?

felicita — Eh, sa!... Una salumiera...

valery — Ha sentito che roba?

felicita — Ho sentito... ho sentito... E son qua che tremo tutta... Non per la cosa in sé, che in definitiva i matrimoni contrastati son quelli che dopo van meglio, ma per l'umilia­zione. Perché chi ha la coscienza netta e ha la­vorato da galantuomo per tutta la vita, ha di­ritto al massimo rispetto. Dico bene?

valery — E chi può mancar di rispetto a una signora come lei che ce n'è poche nel no­stro mondo che possano starle vicino?

felicita — Non indori la pillola, conte!

valert — L'ho sempre detto. Vero, Rosy?

rosetta — Sempre.

felicita — Ah, sì? Cosa. diceva?valery — Dicevo che lei è una dama... Una grande dama di vecchio stampo ambrosiano.

felicita — In piazzetta Mercanti son nata.

valert — E si vede.

felicita — Perché si vede?

valery — Perché si capisce subito, dal buon­senso e dal cuore, che lei è milanese nata. I milanesi, sa — dicano quel che vogliono —, rudi, burberi, gente che dice pane al pane, ma in. quanto a cuore, grosso così... E quando pos­sono dare, danno tutto...

felicita — Anche le figliole.

valery — Degne eredi dell'equilibrio e del­l'onestà materna.

felicita (voltandosi a Rosetta) — L'è simpa­tico però el Lery!

valery — E lei no? Lo è al punto, che non so cosa farei per far restare con tanto di naso mio padre.

felicita — Quanti anni ha, lei?

valery — Ventidue.

felicita — E allora è un guaio, perché ha purtroppo bisogno del consenso per impalmare la mia Rosetta.

valery — Lo so. Ma, a parte quésto, non voglio mettermi in urto... Mi pare che mi por­terebbe disgrazia.

felicita — Vorrei poter dire quattro parolette io a suo padre.

valery — Anch'io vorrei! E son sicuro che quando la conosce, volta subito bandiera. Ma come si fa? È un testardo, capace di non rice­verla nemmeno.

felicita — Che numero è il suo telefono?

valert — Quello di casa?

felicita — Eh, già!... Quale?

valert — Quaranta trè settecento trentasei.

felicita — Quartiere Boccaccio. (Va risoluta di telefono).

valert (allarmato) — Signora Felicita... Non vorrei...

felicita (che ha già composto il numero) — Mi lasci fare. (Al telefono) Pronto... Casa Scot­ti?... Parlo con casa Scotti?...

rosetta — Io son tutta agitata...

valert — E io no?

felicita — C'è il conte Jean?... Si?... Gli dica che parla la salumeria Colombo...

rosetta — Adesso quello risponde male...

valery — E siamo fritti.

felicita (al telefono) — Ah, è lei, conte Jean?... In persona?... Non si allarmi, non si sgomenti, che non c'è niente di grave. Il buon Dio ci ha assistito. Un piccolo scontro... sì, uno scontrino con l'autobus N... Van da bestie, si capisce!... Il suo Lery l'era in macchina con la mia figliola che tornavano dal «Tennis Club»... No, conte Jean, non si agiti. Son feriti legger-mente, qui in bottega da me, tutti e due... Se può venir subito è meglio... Salumeria Colom­bo... sa dov'è?... Un po' di spavento, di emo­zione e nient'altro... Salva anche l'« Augusta», illesa... Va bene. L'aspettiamo... (Rivolta ai ra­gazzi, soddisfattissima) Avete visto come si fa a combinare un colloquio alla svelta?

rosetta (commossa) — Mammetta mia! Sei grande!

valery — Ma ioho paura, scusi signora Fe­licita, che m'abbia combinato un guaio peggio.

felicita — Perché?

valery — Perché quando papa saprà d'es­sere stato preso in giro, andrà su tutte le furie e non lo frena più nessuno.

felicita — Mi prenderà mica a sberle...

valery — Non dico questo...

felicita — E allora ? Ci sarò anch'io a ribat­tere, no? Che la lingua — non faccio per dire — non mi manca ne in negozio ne in bocca.

valery — Ma è ben questo che mi fa paura. Perché, di parola in parola, s'arriva all'irrime­diabile!

felicita — Ma faccia il piacere! Di irrime­diabile non c'è che l'osso del collo!

valery — Mi permetterà almeno che me ne preoccupi per l'avvenire mio e della mia Rosy... Il suo amore è tutto.

felicita — E lo dice a me? Ma lo so bene quel che vale mia figlia, e che cosa ho speso per darle un'educazione in Svizzera, E magari suo padre non Io sa mica neanche che l'ho edu­cata in Svizzera!

valery — Lo sa. Io sa. Sa tutto. E la stima e l'ammira e ammette che da quel lato lì non c'è niente da dire!

felicita — Dove la trova un'altra che le par­la a menadito francese, tedesco e inglese? E ol­tre a ciò ci aggiunga le doti morali e ci metta anche — che non fan mai male — quelle finan­ziarie. Non perché sia presente, ma ce n'è poche che possano competere con la mia Rosetta!

rosetta — Ma lui, mamma, ne è più con­vinto di noi! Sono i pregiudizi degli altri che bisogna smontare!

valery — Pregiudizi! Ecco la parola giusta!

felicita — Non abbiate paura che li smon­teremo. Solo che adesso voi mi fate il santo pia­cere di andarvene a spasso o di là nel retro...

rosetta (a Valeriano) — Tu, dove preferisci ?

valery — Nel retro, nel retro... Non voglio allontanarmi, per qualunque evenienza.

felicita — E intanto, metta fuori la testa e ci dia un'occhiata se arriva.

valery (che è corso a guardare) — Eccolo! Sta pagando il tassi!

felicita — Via, presto, ragazzi!... E cheDioce la mandi buona!

(I ragazzi corrono nel retrobottega. Felicita, in due tocchi s'aggiusta, e siede pomposamente alla cassa, dove, per prendere un contegno, si dispone a controllare i conti. Poco dopo Jean Scotti, ancor giovane, dritto di linea, elegante e distintissimo, entra in bottega. E trovandola de­serta — che lì per lì non vede Felicita alla cassa, ove è curva — chiede aspro:)

jean — Ehi... bottega!

felicita — Sono ai suoi ordini, conte!... (Scende verso di lui).

jean — E mio figlio?

felicita — Non c'è più.

jean — Come non c'è più?

felicita — Gliel'ho detto che non era niente di grave.

jean — E allora perché m'ha fatto venir qua?

felicita — Perché volevo sapere da lei...

jean — Un trucco, dunque!

felicita — Un trucco relativo.

jean — Perché relativo?

felicita — Perché ferito — effettivamente — quel ragazzo lo è. Lo scontro effettivamente, c'è stato. S'è scontrato con mia figlia ed è rimasto ferito al cuore.

jean — Non dica sciocchezze!

felicita — No, no. Adesso sta per succedere un altro scontro: fra lei e me. E speriamo, an­che stavolta, fra morti e feriti, niente di grave.

jean — Dovevo immaginarmelo!

felicita — Eh, lo so! Bisognava pure arri­varci. M'han detto che lei non si sarebbe de­gnato di ricevermi e ho pensato bene di rice­verla io qui, nel negozio incriminato. Se ho fatto male, m'assolva per le intenzioni.

jean — Intenzioni di che genere?

felicita — Semplicissime: creare la felicità di due ragazzi che si vogliono bene.

jean — Non c'è che un ostacolo.

felicita — Quale?

jean — Lei.

felicita — Per me ce n'è un altro ben più grave.

jean — Quale?

felicita — Lei. Il mio si supera facilmente. È il suo che è più difficile da superare. Io, il mio consenso Io do. È lei che non lo vuol dare.

jean — Ho le mie buone ragioni...

felicita — Le conosco.

jean — E la prego di non insistere.

felicita — Cosa vuoi mai che insista! Se salumiera sono, salumiera resto. Non posso mica trasformarmi in contessa. Ma le devo dir que­sto: che se io fossi contessa e lei salumiere — mi perdoni l'ipotesi assurda — le parlerei schietto così: «Caro salsamentario, crede che mi vergogni a imparentarmi con lei? Son pas­sati i tempi del Padrone delle ferriere! Altra aria, altra mentalità. Oggi si guarda al concre­to. Io, povera contessa spiantata, non ne ho più uno; lei, ricco bottegaio, è pieno come un uovo. Vuoi che dividiamo quell'uovo, che sarà una Pasqua per tutti?».

jean — Ha trovato il giro per rinfacciarmi i miei affari scossi?

felicita — E lei non ha trovato quello per rinfacciarmi i solidi affari miei?

jean — Qui non c'entran gli affari! È ben più alto il dissidio: è un dissidio di casta.

felicita — Più casta di mia figlia non c'è nessuna!

jean — Non scherziamo!

felicita — Ma se non ci si scherza su, se la prendiamo su] serio, si torna da capo al Padro­ne delle ferriere. È fuori tempo, è fuori moda. Lei, conte Jean, è troppo giovine per pensarla ancora alla vecchia in epoche in cui le umili origini si trasformano sotto i nostri occhi in posizioni di classe!

jean — Non vorrà impedirmi di pensarla a modo mio.

felicita — Ma faccia il piacere! Cosa va a tirarmi fuori la casta, per l'amor di Dio! Ma non si vergogna?

jean — È una bella prepotente, lei!

felicita — Ma è lei che è prepotente! È lei che vuoi camminar sopra al sentimento delle proprie creature! Crede tanto facile, lei, al gior­no d'oggi, volersi bene? E se due ragazzi si vogliono bene perché vuoi dir loro: a Alto là, dietro-front, e ciascuno per la propria strada»?

jean — E crede che possa permettere che mìo figlio a chi gli domanda notizie di sua suocera possa rispondere: «È in bottega che taglia prosciutto »?

felicita — Ma se a suo figlio, invece, pas­sando in macchina da via Monterosa gli doman­dassero: «Di chi son quelle belle case all'an­golo? », crede che si vergognerebbe a rispon­dere: «Sono della madre di mia moglie», ossia mie di me?

jean (colpito) — Quali sono queste case?

felicita — All'angolo di via Domenichino. Le ultime che ho comprato, sei mesi fa.

jean — E le altre?

felicita — Sono in corso Italia e nella dote che darò a Rosetta. Poi c'è la villa...

jean — Che villa?

felicita — La villa di Cernobbio. Avevo su un'ipoteca quand'era dei marchesi Stradella...

jean — Ah! È villa Stradella? La conosco: è magnifica... Napoleonica!

felicita — Lo dicon tutti, ma io non ci vado mai.

jean — Fa male!

felicita — E come posso abbandonare il ne­gozio? Per ferragosto, una settimana al massi­mo, Mi dica lei se vai la pena. E poi bisogne­rebbe rimetterla in sesto, che l'han lasciata an­dare di maledetta. E anche lì ci vorrebbe uno che abbia tempo di occuparsene, qualcuno che non abbia, altro da fare; lei, per esempio.

jean — Ah, le dico la verità, che me ne occuperei volentieri.

felicita — Sa che son venti stanze e tre saloni ?

jean — E il parco dove lo mette?

felicita — Bravo! C'è anche il parco. Che testa! Me ne dimenticavo.

jean — C'è da cavarne fuori una cosa prin­cipesca.

felicita — Ma ha un difetto, sa!

jean — Che difetto?

felicita — Che puzza troppo di salumeria.

jean — Eh, lo so! È ben quel difetto lì che rovina tutto!

felicita — Cosa vuoi mai! È ben per quel difetto lì die ho potuto comprare gli stabili.

jean — Senta un po'; ho un'idea forse buona per venirle incontro.

felicita — Se non le ha lei le buone idee, chi le deve avere?

jean — Lei, così senza saperlo, mi ha con­vinto di due cose.

felicita — Che sarebbero?

jean — Primo: che i ragazzi si vogliono bene.

felicita — Un bene dell'anima, glielo ga­rantisco io!

jean — E, secondo: che la sua situazione è magnifica.

felicita — Conte Jean, adesso non esageria­mo. Ho saputo fare, questo sì. Perché le assi­curo che quando il mio Ambrogio è volato al Creatore, non eran tutte rose, qua dentro. Ma

c'era la piccola da tirar su come volevo io. E per lei ho lavorato come una negra. La mia fortuna, caro conte, è stata di comprare, con quel poco che avevo, quell'allevamento di porci che ho nel Modenese. I maiali crescevano e Ro­setta anche. Loro con quel trattamento ultra­razionale che hanno in America, la ragazza al Collegio Reale, prima, e a Losanna, in Svizze­ra, più tardi. Educazione completa.

jean — Lo so.

felicita — Lo so che Io sa.

jean — Ma per completare del tutto la situa­zione della sua figliola — e qui siamo alla buo­na idea di cui le dicevo — e venire in pari tempo incontro alle mie suscettibilità, se così vuoi chiamarle, perché non cede baracca e bu­rattini?

felicita —In che maniera?

jean — Semplicissima: chiude negozio...

felicina (sbalordita) — Chiudo negozio?

jean — E fa la signora, che può farla be­nissimo.

felicita — Ah, lo so che posso farla! Non occorre che me lo dica lei. Ma c'è un piccolo contrattempo...


jean — E cioè?

felicita — Che la bottega è la mia vita, la mia distrazione, la mia gioia, il mio tutto. Lei non sa cosa voglia dire essere alla cassa e segnar le entrate, e dare il resto, e far quattro chiac­chiere coi clienti, e vedere il via vai della gen­te, che sul mezzogiorno è uno spettacolo! Non potrei mai farne senza! Morirei di crepacuore m tre mesi!

jean — Ma vada là! Non mi venga a raccon­tare che alla sua età un po' di riposo non le farebbe bene!

felicita — Ma neanche un po'! Mi domandi tutto, ma questo no!

jean — Eppure era l'unica soluzione possi­bile. Lei dice che non sono abbastanza moder­no. Sbaglia. Io non guarderei più al passato, se questo passato si cancellasse con un tratto di penna.

felicita — Ma non ho nessuna ragione di cancellarlo!

jean — La felicità di sua figlia non le pare una ragione sufficiente?

felicita — E la mia, dove la mette? Vuole il mio suicidio morale, come prezzo di questa felicità? Sarà mia figlia che rinuncia. E mariti, creda a me, anche senza il suo Lery, a cesti, ne trova!

jean — È la sua ultima parola?

felicita — L'ultima e la prima.

jean —Pazienza. Almeno non avrò il rimorso d'esser io la causa d'ogni rottura di ponti...

felicita — E vuole che per non rompere i ponti rompa il mio commercio? No, no... Lasci tutto com'è che va benissimo.


jean — Padrona lei, riverita. (Un silenzio). Ah, senta!... Un paio d'etti di prosciutto me li

darebbe?

felicita — Fa per umiliarmi?

jean — No, no. Faccio per mangiarmelo a colazione. Vedo lì che è bello rosa...

felicita — E dolce che è una bontà... Glielo taglio davvero?


jean — Ma sicuro! Almeno sarò venuto qui per qualche cosa.

felicita (va alla macchina e comincia l'ope­razione, continuando a parlare) — Vedrà che quando l'ha sentito non mi fa torto più. Da Colombo chi assaggia torna... E la sua donna di servizio verrà qui tutte le mattine. (Pesando sulla bilancia) Duecento e trenta, per servirla. Ma i trenta glieli abbuono.

jean — E quanto devo?

felicita (consegnandogli il cartoccio) — Nul­la, conte Jean!... Omaggio della plebe alla no­biltà.

jean — La ringrazio. (Avviandosi) Vuoi dire che se rifletterà su quel che le ho detto e si decide, mi fa una telefonata...

felicita — Conosco il numero...

jean — E sarò sempre pronto a venire da lei per riprendere il discorso interrotto.

felicita — Chissà! Ma ci credo poco.

jean — Arrivederla.

felicita — Buongiorno, conte.

jean (dalla soglia, voltandosi) — Ah!...

felicita — Qualche altra idea?

jean — No. Dica a mio figlio (marcato) che è di là, che l'aspetto a colazione.


felicita — Sarà fatto. Non dubiti, conte Jean.

jean — Di nuovo. (Esce).

(Appena uscito il conte, i due ragazzi rien­trano senza parlare. Rosetta e pallidissima. Va­leriana accasciato. Felicita pure non trova pa­role per cominciare. Lungo silenzio).

felicita — Sarà anche ora che andiamo a far colazione, no?

rosetta — Ho proprio in mente il mangiare!

felicita—Non c'è come nelle avversità che bisogna tenersi su il fisico per salvaguardare il morale.

valery — Io la lascio, signora Felicita... Mio padre m'aspetta.

felicita — Ma l'è ben duro suo padre, sa?

valeri" — Che cosa le avevo detto?

rosetta (con amarezza) — Com'è bello l'a­more!


felicita — L'è bello, sì! Basta non prender­sela in questa maniera che sembriamo tré cani bastonati!

valery — Quando s'è fissato, s'è fissato!... E sì che meglio di così, lei non poteva ribattere.


felicita — Ha sentito? L'ho girata da tutte le parti!

valery — E con un tatto, una finezza che proprio non era possibile far di più e di meglio.

felicita — Cosa vuol che le dica! Gli ho do­vuto persino sventolare davanti tutti i miei be­ni, che

se lo dicesse per vendicarsi all'agente delle imposte starei fresca.

rosetta — Per intanto, fresca sto io! Con­ciata di maledetta, come direbbe mia madre!

valery — E non sei sicura del mio amore, tu? Non t'ho sempre detto: a O sposo tè, o nessuna ?

rosetta — Ne ho un bei vantaggio se non sposi nessuna!

felicita — E cosa vuoi che faccia anche lui, povero figliolo! Che si spari?... Su, ragazzi, al­legria, che in definitiva tutto andrà a finir bene.


valeri — Io ne sono sicuro.

felicita — Anch'io me la sento... E coi pre­sentimenti son come i gatti: non sbaglio mai.

valery (a Rosetta) — Passo a prenderti per il tè, Rosy mia?

rosetta — No, non ne ho voglia. Resto in casa, mi chiudo in camera, non mi muovo più!


felicita — Ma se fai così...


rosetta — E come vuoi che faccia? Vuoi che mi metta a ballare?

valery —Be'... senti... Io adesso ne riparlo ancora con mio padre...

rosetta — Lascia stare! Neho abbastanza dei risultati dei vostri colloqui!...

valery — Sei poco gentile... anche verso tua madre!

felicita — Ma come sei nervosa, ragazza mia! Lei vada, conte, E ripassi come fissato. Adesso, quattro parolette alla Rosetta, gliele dico io.

valery — A rivederla, signora... Addio, ca­ra!... E su!...

rosetta—Si,ciao!...E salutami tuo padre!

(Valery esce. Felicita s'avvicina alla figliola che s'è seduta, la testa fra le mani).

felicita — Vuoi che tè ne dica una bella, Rosetta?

rosetta (sollevando il volto)— Di che genere?

felicita  Che me m'è passata la fame anche  a me

rosetta Se credi di darmi una bella notizia!...

felicita — Oh,Dio... Se l'è mica bella, al­meno l'è ben trovata per intavolare il discorso!

rosetta — Ho proprio voglia di discorrere... che mi spaccherei la testa contro i muri!

felicita — Neavresti un bei vantaggio!

rosetta — Ma non vedi in che stato sono? Non capisci che non vivo più? Clic per me è finita?

felicita — Certo che adesso che tutti lo sanno, come grossa, già, l'è grossa!

rosetta — Dio!... Dio!... Cosa darei per ricacciargli in gola la sua superbia! Perché non è permesso, no, non è permesso di umiliarmi e farmi soffrire così!

felicita — In quanto all'umiliazione non pensarci, perché per gli umili sai che c'è sem­pre stato il regno dei cieli... E se mi gira e mi salta, ti ci porto io, guarda, in quel regno lì!... E ti faccio vedere in quattro e quattr'otto che non soffri più!

rosetta — Sì! Facile!

felicita — Tu non pensarci se l'è facile o no!

rosetta — E che vuoi fare?

felicita — Niente... Seguo il consiglio del conte Jean: «Perché non fa la signora che può farla benissimo? »... Non l'hai sentito?

rosetta — Ma ho sentito anche quel che gli hai risposto tu!

felicita — Cosa c'entra?... Volevi che gliela dessi vinta così, su due piedi?

rosetta — E gli hai detto anche che in tré mesi ne moriresti di crepacuore.

felicita — Storie, che si dicono così per dire. Ma effettivamente l'ha mica tutti i torti, sai, il conte Jean... Il passato una volta cancel­lato, non si ricorda più...                   

rosetta — E tu potresti far questo?

felicita — Far la signora è una cosa che fa­rebbero tutte volentieri.

rosetta — Non dire quel che non senti.

felicita — E cosa vuoi sapere tu quello che sento io? Non sei mica dentro di me, tu!... È un pezzo che sei già venuta fuori! E se ti dico che sono stanca è perché sono stanca. Prova ne sia che oggi stesso, senza perder tempo, chiamo Ludovico Grossi perché l'affare me lo tratti lui... Son vent'anni che faccio questa vitaccia! Credi proprio che sia un bei divertimento star qui a incassare, dare il resto, trovar pronta la paroletta per tutti, tollerare questo via vai continuo, che — me lo diceva anche il Ramazzotti poco fa — torni a casa con tanto di testa?... No, no... Basta... Vado a riposare sul lago di Como!... Villa Stradella, e chi s'è visto s'è visto.

rosetta (con commozione) — Mamma!

felicita (ingoiando le lagrime) — Nonticommuoverai mica, adesso...

rosetta — Mamma mia!...

felicita — Perché, se no, mi commuovo an­ch'io... e allora è finita!...

rosetta — Non voglioil tuo sacrificio!

felicita — Macché sacrificio d'Egitto!... Che sacrificio è?... Non vanno tutti in pensione a una determinata età?... E allora?... Non ho di­ritto di andare in pensione anch'io?

rosetta — Non voglio... Non voglio. Andrà tutto a posto lo stesso. E se no, non ine ne im­porta niente. Peggio per loro... Ma non ammet­to che tu ti strappi dall'anima la tua passione, la tua vita, per colpa mia!

felicita — Colpa tua?... Colpa di quell'altro, se mai!

rosetta — Vedi che lo ammetti? Vedi che lo fai per me?

felicita — Ma sicuro che Io faccio per tè! Bella forza! E con questo? Ne ho fatte ben al­tre delle cose per tè... e continuerò a farne... perché son la tua mamma e nessun sacrificio diventa grave quando si tratta della felicità del­le proprie creature... E per dolore che sia, per rinuncia che possa essere, vederti contenta è tale gioia che mi compensa di tutto... E adesso piantala, perché se no fai piangere anche me, che non ne ho proprio nessuna intenzione.

rosetta (stringendola a se in un abbraccio)— Mamma!... Mamma... cara, santa, grande, eroica mammetta mia!

felicita (schermendosi) — Ma va là... An­che eroica!... Mi par d'essere diventata Gari­baldi!

rosetta — Come sono felice! (Si serra tutta a lei).

felicita — Non tè l'ho detto che tutto an­dava a finir bene?

(Ma nello stesso momento un grosso salame si stacca dal soffitto e con. tonfo sordo cade ai loro piedi).

rosetta (con un sobbalzo, spaventatissima) — Oh, Madonna!

felicita (guarda il soffitto. Guarda il salame. Lo raccoglie premurosamente, quasi affettuosa­mente, ne considera l'ammaccatura, lo depone sul banco e, riavvicidandosi alla figliola, dice)— Hai visto?

rosetta — Se ci prendeva in testa!

felicita—Niente paura...È il consenso del ciclo alle mie decisioni... Il mio passato che el burla giò!



ATTO SECONDO

Ampio salone terreno a Villa Stradella, a Cernobbio. Fondo aperto sul lago. Pomeriggio d'e­state.

(Il conte Jean è sprofondato in una poltrona e fuma beatamente un grosso sigaro. Vicino a lui siede Ugoletti, suo vecchio amico, ospite dal mattino nella, villa. Un, cameriere serve i li­quori).

jean (a Ugoletti, che scorre il giornale) — Ugo?... Un cognacchino?

ugo — Liquori niente.

jean (al cameriere) — Versane un secondo a me. (Il cameriere serve). Dove sono andati?

cameriere — Fuori, sulla terrazza.

jean — A quest'ora? con questo sole?

cameriere — Tranne la signora.

jean — Quale signora?

cameriere — La signora Felicita.

jean — E dov'è?

cameriere — È arrivato il suo amministra­tore da Milano e si son chiusi in studio. Desi­dera altro?

jean — Grazie. Va' pure.

cameriere (esce).

ugo — Hai visto che po' po' di crollo in borsa?

jean — Sta' zitto! Non parlare di borsa qui, che non voglio die nessuno sospetti che gioco ancora.

ugo — Perché? Ti sorvegliano?

jean — No. Non mi sorvegliano, ma è inu­tile che se ne accorgano.

ugo — Ma, in complesso, come ti va?

jean — Bene, fino a prova contraria. Mio figlio è contentone. La ragazza felice. Dopo il matrimonio sono innamorati più di prima. E questo è l'importante.

Ugo — E tu?

jean — Io me la passo.

ugo — E lei? La suocera?

jean — Se la passa anche lei.In fondo è una brava donna che sa ambientarsi e vivere, e non lesina niente, bisogna dire la verità. Prova ne sia che col suo intervento ho messo a posto tutte le mie faccende pur passando so­pra a certi scrupoli che oramai non ci si bada più. Lei ha venduto il negozio, e tanti saluti ai maiali.

ugo — Sai cosa ho sentito dire ieri a Mi­lano?

Jean - No; cosa?

UGO Che toccherà i cinque milioni !

Jean - Io credo che li passi.

ugo — Ma no!

jean — Tré milioni, a buttarlo via, è valu­tato soltanto l'allevamento del Modenese!

ugo — E quello l'ha tenuto?

jean — È la sua rendita maggiore!

ugo — Donnetta in gamba, però!

jean — Ah, sì! Molto. Volgarotta,ma ingamba.

ugo — Perché non tè la sposi?

jean — Diventi matto?

Uco — Con sei milioni!...

jean — E non è come se li avessi senza spo­sarla? No, no. Porci sì, ma porcherie di que­sto genere, mai

ugo — A proposito di porcherie, ieri son passato dal Vannoni a provarmi gli abiti e sa­pendo che venivo su m'ha consegnato il tuo conto, con tante scuse per l'incomodo.

jean — Da qua.

ugo — Dice che ha urgenza di soldi.

jean (che ha aperto la, busta) — Seimila li­re... miserie.

ugo — C'è dentro anche tuo figlio.

rosetta (dal fondo) — Avete visto Valery?

jean — Non era con voi?

rosetta — Ma è sparito e non riesco a pe­scarlo.

jean — Qui non s'è visto.

rosetta — Allora l'avrà chiamato mamma. Vado a vedere.

jean — Ah, senti! Già che vai là, portale questo. È il conto del sarto. Dille che è urgente.

rosetta — Va bene. (Esce).

jean — Vedi come si fa? Dillo a nuora per­ché suocera intenda.

ugo — Beato tè!

jean — La vita è fatta di rinuncie! (Si alza, avviandosi).

ugo — Di rinuncie?

jean — Di rinuncie a pagare in proprio. (Ride).

(Mentre escono dal fondo si scontrano con la signorina Spotti che entra).

sfotti — Avete visto Rosy?

jean — Cos'è? Si gioca a rincorrerci, oggi? Era qui un momento fa che cercava Valery.

sfotti — E dov'è andata?

(Rosetta entra da sinistra).

jean — Eccola qua. (Esce con. Ugoletti).

sfotti — Ce la fai una passeggiata fino a Villa d'Este, che ci son le gare di tennis7

rosetta (con tristezza) — No, cara. Andate voi. Non ne ho voglia.

sfotti — Che hai?

rosetta — Perché?

sfotti — Sei così pallida!

rosetta — Non è niente. Mi sono agitata perché c'è mamma fuori della grazia di Dio.

sfotti — Che è successo?

rosetta — Solite storie. Quattrini da sbor­sare.

sfotti — Che gentaglia vi siete tirata in casa!

rosetta — La gentaglia, se mai, si riduce a uno solo.

sfotti — Tuo suocero?

rosetta — L'hai detto.

la voce di felicita (dall'interno) — Ah, no! No, cari... Basta! Dove si va a finire?... (En­tra seguita dal Grossi e da Valeriana). Non vo­glio mica rovinarmi! Andare in malora per gli altri, io!...

grossi — Ne io lo permetterei!valery — E nemmeno io, ragioniere!

felicita — Ragione di più per parlar chiaro!

valery — E va bene. Troppo giusto. Pren­derò il mio coraggio a due mani e gli parlerò fuori dei denti!

rosetta — E perché vuoi metterti in urto proprio tè, con tuo padre? Non voglio!

felicita — Che c'entri tu? Lascialo fare!

rosetta — È mio marito, no?

felicita — Appunto per questo! Appunto perché sa come stanno le cose!... Appunto perché...

rosetta (con un gemito) — Oh, Dio!... (Scivola su una poltrona svenuta).

felicita — Rosetta! Rosetta mia!... Che c'è? Che,hai?...

valery — S'è agitata, s'è!

sfotti — Un bicchier d'acqua!... Dei sali!... (Corre via).

felicita — Che hai?... Che hai?...

valer? — Creatura mia!

grossiIo la vedevo ch'era pallida..,

felicita — S'è impressionata...

sfotti (tornando di corsa)  Ecco... ecco... Annusa, coccola... annusa, Rosetta mia... che ti fa

bene.

felicita — Spruzziamole la fronte...

rosetta (rinvenendo a poco a poco) — Ah!...

valery — Ti senti meglio?

ROSETTA Sì...

FELICITA Ma guarda un po' cosa va a succedere

ROSETTA Aria!... Aria!... Non respiro!

FELICITA Non stiamole tutti addosso!

ROSETTA Voglio solo tè, mamma... devo parlarti

FELICITA — Ma sì, cara... Son qua... Son con tè... (Agli altri) Abbiate pazienza...

(Tutti s'avviano per uscire).

grossi — Io ho detto che era bene che lei non sapesse niente...

valery — È così sensibile, creatura mia...

spotti — Ma non è niente, sa... Ci vado soggetta anch'io. Non si preoccupi. (Escono).

felicita — Sta' calma, cara... Sta' calma... Vedrai che metteremo a posto anche questa...

rosetta (illuminandosi) — Ma non c'è nien­te da mettere a posto.

felicita — Eh, no! Per questo, di mettere a posto qui non è mai finita.

rosetta — Ed è per questo che m'addoloro.

felicita — Che vuoi farci! Siamo in ballo e balliamo fino in fondo.

rosetta — Ho tanti rimorsi, mamma!

felicita — Tu! Rimorsi di che?

rosetta — È tutta causa mia. Mi ci sono intestata, e tu m'hai seguito oltre ogni rinun­cia tua.

felicita — Ma cosa mi vai a tirar fuori adesso! Cosa vai a rinvangare! Credi che ne sia pentita? Ma neanche per sogno! Per tè avrei fatto questo ed altro, pur di vederti con­tenta.

rosetta — E contenta sono, mamma, spe­cialmente oggi.

felicita — Ma non voglio che tu stia poco bene.

rosetta — È ben perché sto poco bene che son contenta.

felicita — Non capisco.

rosetta — Vorrei soltanto che tu non ti crucciassi

FELICITA — Anch'io lo vorrei.

ROSETTA — E tu, invece, ti ci logori.

FELICITA — Eh, sai... Accumulare è fatica. Spendere, meno.

rosetta — Quell'uomo non ha la discre­zione.

felicita — Non sa neanche dove stia di casa.

rosetta — Ma non devi allarmarti anche dei miei svenimenti, mammella mia.

felicita — Lo so... lo so... piccolezze...

rosetta — No, no... cose grandi... Sono tan­to felice... Quello svenimento, so cos'è... spero.

felicita (soffocando un grido) — Ma no!

rosetta (soavemente) — Sì, mamma...

felicita — Rosetta!... (La bacia e la stringe). Rosetta mia!... Nonna!... Nonna!... Dio, ti rin­grazio.

rosetta — Zitta, zitta, mamma... Nessuno deve saperlo... Tu isola...

felicita — Nessuno?,.. Ma lo grido ai quat­tro venti. Io grido!... Perché adesso, sai, adesso sì che

ha finito di sfruttarmi quel cane.'...

rosetta — Mamma... non rovinare la bel­lezza di questo momento!

felicita—Ma non rovino niente, ragazza mia! Ridivento padrona della melonaia! Pa­drona come non lo sono stata mai!

valery (dal fondo) — Passato?

felicita — Passato?... Ma è adesso che co­mincia!... Rosetta deve dirti una bella cosa... Volete andare di là?

rosetta — Sì, mamma.

felicita —Ecco. Così io sbrigo le mie fac­cende col Grossi.

(Rosetta, appoggiandosi a Valeriano che la sorregge, esce con lui. Felicita va verso il fondo e

chiama) Grossi!... Signor Grossi!

jean (apparendo) — Voleva qualche cosa?

felicita (urtata dall’inattesa presenza) — Non da lei.

jean — Ma è vero che la piccola s'è sentita male?

felicita — Adesso sta benissimo.

jean — Tanto meglio... Un po' di indige­stione, forse?

felicita — Forse.

jean — Già che son qui, volevo domandarle se non la disturba che il mio caro amico Ugoletti si fermi anche stasera.

felicita — Dove mangian tanti, c'è sempre posto anche per uno di più.

jean — Proprio non la disturba?

felicita —E’ lei che mi disturba in questo momento.

jean — Non si sarà mica seccata per il conto del sarto, spero.

felicita — No, no.Ai conti mi sono abi­tuata.

jean — Perché se fosse, non se ne preoccupi:ci penso io.

felicita — Con quali?

jean — Ci penso io... a tenerlo in sospeso.

felicita — Io cose in sospeso, per sua re­gola, non ne tengo mai.

jean — E fa bene.

felicita — Se ne accorgerà più tardi. (Come vede Grossi apparire) Oh, bravo Grossi!... Dove s'era cacciato?

grossi — Ero con la signorina Spetti che mi faceva vedere il parco. Ma sa che è una mera­viglia?

jean — Un parco secolare. Si dice che Napo­leone terzo, dopo la battaglia di Magenta, nelle ore d'ozio vi leggesse le poesie di De-Vigny...

felicita — Al fresco.

jean — Anzi, sto appurando la faccenda.

felicita — Anch'io. E per questo — semipermette — devo parlare col Grossi.

jean — Si occupa di storia anche lei?

felicita — Ma più contemporanea... Storia di Borsa.

jean — Ah!... non sapevo... (Si morde le labbra).

felicita — Io sì. L'ho saputa mezz'ora fa l'ultima pagina.

jean — Bene... Io vado giù a Como con Ugoletti.

felicita — Sospenda la gita, la prego. E si tenga a portata di mano che forse avremo bi­sogno di qualche chiarimento anche da lei.

jean (gelido, imperturbabile) — Va bene. Resto consegnato ai suoi ordini. (Gira sui tac­chi ed esce).

felicita — Io ne ho conosciuti dei cinici ri­buttanti... Ma uno come quello lì...

grossi — Sa die lei è debole e se ne ap­profitta.

felicita — Lo vedrà se son debole e può approfittarsene ancora!

grossi — Sarebbe ora, cara signora mia. Per­ché se no, qui la va a finir male. In questi ul­timi tré mesi è il pozzo di San Patrizio checivuole! E tutti i pozzi — tranne quello — si asciugano. Dico giusto?

felicita — Lei sa, caro Grossi, se non ho pagato a peso d'oro la felicità di Rosetta.

grossi — Eh, lo so e come!

felicita — Ma quello che aspettavo, che spe­ravo, che sognavo, adesso è avvenuto...

grossi — E sarebbe?

felicita — Rosetta è mamma.

grossi (con gioia) — Ma no!

felicita — Ma sicuro!

grossi — Quello svenimento?...

felicita — Ne è stata la conferma definitiva.

grossi — Ah, son proprio contento!

felicita — E io no? Sapesse che forza ho riacquistata da dieci minuti in qua, che si cre­sce in famiglia!

grossi — Eh, sfidoio!

felicita — Adesso l'avvenire di Rosetta non mi preoccupa più! Mi preoccupa la liquidazio­ne del conte Giovanni e non vedo l'ora di pren­dermi questa grossa rivincita e di svergognarlo in faccia a

tutti!

grossi — E pensare che poteva starsene tran­quillo e viver bene! Col mensile che gli passa­vamo poteva accontentarsi e rigar dritto!... In­vece no: pasticci su pasticci, debiti su debiti, impegni sopra impegni, e noi giù, zitti, a pagar come angeli! Adesso quelle trentacinquemila lire di differenza in Borsa, da dove le caviamo?

felicita (allarmata) — Perché?... Non ci sono?

grossi — Eh, no... Non ci son proprio. Paga oggi, paga ieri, paga domani, siamo quasi all'asciutto.

felicita — E la rendita del Modenese?

grossi — Fino al mese prossimo, non si in­cassa. E qui, poche storie, bisogna pagar do­mani... Oh Dio, a volerlo, una qualsiasi Banca, col nome suo, non ci pensa un momento...

felicita — E dovrei fare un debito io per pagare i debiti degli altri?

grossi — Non ci vedo altro sistema.

felicita —Io sì.

grossi — E quale?

felicita — II più semplice: non pagare.

grossi — Non osavodi suggerirglielo.

felicita — Me lo son suggerito da me.

grossi — Ma ha pensato alle conseguenze?

felicita — Non ricadono su me!

grossi — Ma sul nome degli Scotti, sì. E sua figlia è una contessa Scotti.

felicita —Ha ragione...

grossi — Ecco perché quello che mi pareva il più logico suggerimento, me lo sono riman­giato... Va bene che tutti sanno ciò che lei ha fatto... Ma c'è anche il conte Valeriano di mez­zo e non possiamo trascurarlo.

felicita — E se sentissimo anche il suo pa­rere prima di decidere?

grossi — È un'idea.

felicita (premendo un campanello) — Sarà più opportuno...

grossi — E prudente.

(Appare il domestico).

felicita — Vuoi dire al conte Valeriano se può venire un momento qui? (Il domestico s'in­china ed esce). Qualche svolta da suggerire tro­verà pure anche lui...

grossi — E la nostra responsabilità almeno è divisa.

valery (entrando) — Volevi me?

felicita — Senti, ragazzo mio... (Arrestan­dosi e mutando tono) Ma... scusa: non mi dici niente?

valery — Di che?

felicita — Di quel po' po' di novità che è scoppiata in casa?

valery — Rosy non vuole che se ne parli. Dice che non è sicura.

felicita — Ma son sicura io!

valery — E come fai?

felicita - La si vede lontano un miglio!

valery Dio lo voglia!

felicita  Lo vuoi, sì! Tu sei padre, io sono nonna..

grossi  Ed io?

felicita — E lei niente... Cioè no: lei padrino

grossi — Accettatocon entusiasmo!

felicita — Adesso ascoltami, Valeriano... A questo mondo non si può esser mai contenti del tutto. Tuo padre...

valery (subito) — Lo so. C'è da pagare en­tro domani, trentacinquemila lire.

felicita Chi tè l'ha detto? Lui... che è accasciatissimo!

felicita - Mai quanto me che devo tirarli

valery — Se sapessi che angoscia, ho io! E non soltanto per questo! Sono mesi che osser­vo... che vedo... e che mi vergogno... (5i acca­scia a sedere).

felicita (battendogli sulle spalle) — Su, su... Non bisogna mica lasciarsi andare così!

valery — È’ tale umiliazione vivere come  vivo !

felicita — Ma umiliazione perché, scusa?... Tu vuoi bene a Rosetta, Rosetta vuoi bene atè... io vi voglio bene a tutti e due... E allora?Di che ti umili?..L’è tuo padre, se mai che ne combina sempre di tutti i colori! L’è a lui che bisognerebbe cambiargli la crapa!

valery – E’ prorpio così!..Proprio testasbagliata!

felicita  - Mi fa piacere che tu lo riconosca!

grossi — È bello tutto questo!

felicita — Oh, Dio!... bello magari no... Ma se non l'è bello, l'è vero!

valery — E lo riconosco al punto che voglio a qualunque costo metterci riparo.

felicita — In che maniera?

valery — Facendo quello che non ho fatto mai perché mai nessuno me l'ha insegnato;

mettendomi a lavorare.

felicita — Questa sì che l'è una parola san­ta!... Ti abbraccerei; su, guarda. Perché quando si hanno di quei sentimenti lì, non c'è da aver più paura di niente!

un domestico (apparendo dal fondo) IIsignor conte Jean mi manda a domandare se deve ancora aspettar molto.

felicita — Perché? Ha anche fretta?

domestico — Non Io so, signora.

felicita — Be', gli dica che l'aspetto anche subito.

domestico — Va bene, signora. (Esce).

felicita — Qui, chi ha da dare, ha da avere. Voi due andate di là. Cercate un sistema per

venirne a capo. E tu, non avvilirti, che tanto, al pettine bisognava arrivarci. Quel che mi pre­me è che Rosetta, nello stato in cui è, non si agiti e non si turbi.

valery — Non dubitare, mamma. Ci penso io. (Esce con Grossi).

jean (si inquadra nel fondo) — Eccomi qua.

felicita — Aveva tanta urgenza, lei?

jean — Meglio uscirne al più presto, che star là ad aspettare.

felicita — Per quel bei che ha da fare, an­che se aspetta non perde niente.

jean — È tutto il giorno — noto — che lei ha assunto un certo tono con me che non mi garba affatto.

felicita — Ce n'è ben altre delle cose che a me non mi garbano, caro conte!

jean — Ed è per metterle in tavola che ho sollecitato questo colloquio io stesso.

felicita — L'ascolto imperterrita. (Si mette a sedere).

jean — So bene che, apparentemente, ho un sacco di torti.

felicita — Dica pure sostanzialmente, che non sbaglia.

jean — Lei paga...

felicita — E lei mangia.

jean — Chacùn a son ròle!

felicita — Ah! L'è proprio un bel ruolo —lo capisco anch’io quel francese lì – il suo! Non sarà

molto dignitoso, ma è comodo.

Jean — E chi l'ha voluto? Io, forse?

felicita — Che discorsi sono?

jean — Vedrà che il mio discorso fila sulle rotaie.

felicita — Se ci filasse dietro anche lei, sa che bellezza!

jean — E allora perché ha tanto insistito per imparentarsi con me?

felicita — Con lei? Ma me ne importa un fico secco a me della sua parentela! Era per non veder disuniti due ragazzi innamorati!

jean — Oh! Il mio si sarebbe consolato presto!

felicita — E la mia Rosetta, no? Più pre­sto ancora!

jean — E non avrei che da volere per por­tarmelo via stasera stessa!

felicita — Farebbe un bell'affare con quel che bolle in. pentola; che lei neanche lo sa!

jean — E sarebbe?

felicita — Lasci stare e continuiamo il di­scorso. Ma non creda mica di mettermi la corda al collo sa, di farmi delle imposizioni e ri­catti!

jean — Stia tranquilla.Nessun ricatto, nes­suna imposizione. Ma un richiamo alla stretta osservanza dei nostri accordi.

felicita — Accordi di cui non mi pentirò mai abbastanza!

jean — E crede che non ne sia pentito io?

felicita — Ah!Ne è pentito, anche!

JEAN — Sì. Perché sono stato proprio io, quella famosa mattina, che le son capitato in bottega ad offrirle una vìa d'uscita...

felicita — Facendomela chiudere.

jean — Ed è stata lei che — da quella donna furba e intelligente, che è — dopo aver fatto finta di non volerne sapere, ha colto subito la palla al balzo.

felicita — E con questo?

jean — Non si illuda, però, che la sua deci­sione mi abbia molto entusiasmato! Ho dovuto acconsentire per rispettare la parola data, ma quel consenso, so io quel che m'è costato.

FELicita — No, senta: quel che m'è costato i    lo so io sola, e son pronta a sottoporle i conti.      

jean — Ma lei saliva alla nobiltà, io scendevo ai salumi!     

felicita. ..— Però chi pagava ero io!

jean — E non trova logico? Lei che è bot­tegaia m'insegna che quel che si compra si deve pagare!

felicita — E son son cinque mesi che pago di maledetta?

jean — Lei ha ragione. Ma anche noi, cara signora, non abbiamo torto se, possessori di un titolo qualche volta senza valsente cerchiamo il valsente per rimetterci a galla! Noi, rappresentanti dell'aristocrazia, difficilmente possiamo adattarci alle fatiche del lavoro. Anche perché difficilmente sappiamo far qualche cosa.

felicita — Mica tutti, però! C'è anche chi sgobba e sa sgobbare!

jean — Non lo invidio!

felicita — Ah, lo vedo bene!

jean — Noi si è ereditata una fortuna dai padri, come i padri l'hanno ereditata a loro volta dai nonni...

felicita — E mangia tè che mangio anch'io...

jean — Di generazione in generazione questa fortuna è andata sfumando.

felicita — Ma non accusi per questo la no­biltà in genere! È lei che diffama la sua casta!

jean — Io?

felicita — Eh, si! Perché ci sarà pur stato qualcuno nella sua famiglia che questa fortuna se l'è guadagnata, che questa contea se l'è me­ritata! Son mica ignorante al punto da non sa­pere che i suoi antenati andavano alle Crociate a combattere per Gerusalemme!

jean — Io, invece, son ridotto a combattere con lei:!

felicita — Ma l'è ben per questo che se si levasse dai piedi sarei subito la Gerusalemme

liberata!

jean — I’ha voluta comprare una contea per sua figlia? Se la goda!

felicita — L'è ben qui che sbaglia! Met­tiamo pure che io abbia voluto comprare una contea per mia figlia — che non era poi la con­tea che m'interessava, ma la felicità! — Ma al punto a cui siamo, stabiliamo un prezzo a que­sta felicità. E che sia quello! Perché se no, con lei, come mi diceva il Grossi, ci vorrebbe il pozzo di San Patrizio!

jean — II prezzo era bell'e fissato, mi pare.

felicita —Ma se non le basta mai!

jean — Ancora un rimprovero?

felicita — E vuoi che le dica bravo, bis,continui?

jean — Oh, non vedere più in. là della pro­pria bottega, che inferiorità!

felicita — Sarei io che non so guardar fuori?

jean — Si, lei.Lei che non vuoi capire, non vuoi approfondire...

felicita —O lei che non vuoi spiegarsi?

jean — Ma perché giocavo in Borsa?

felicita — E lo domanda a me?

jean — Per esserle di peso il meno possibile.Per riconquistarmi l'indipendenza finanziaria cui

aspiro!

felicita — E non potrebbe cercare un altro sistema?

jean — Quale?

felicita — Non giocar più, per esempio, che si starebbe meglio tutti!

jean — È ciò che farò.

felicita — Per forza. Perché io, sa, da pa­gare non ne ho più.

jean — Possibile?

felicita — Lo domandi al mio amministra­tore che è di là con suo figlio.

jean — Lei scherza!

felicita — Non scherzo proprio mica del tutto!

jean — E sarei stato ingannato così?

felicita (esplodendo con un impeto che va a grado a grado aumentando) — Ah, senta! Qui si passa ogni limite! Lei non è un conte! È uno struzzo!Ma io non voglio mica farmi mangiar viva sa! Non le basta quel che ho fatto? E non parlo di denaro, parlo di ben al­tro! Parlo della malinconia che m'è piombata addosso da quando faccio la signora, per accon­tentar lei!... Ma non vede che a star qui ci soffro?... Ma non sa che c'è dei giorni che non ne posso più, e con la scusa di fare delle spese, . scappo a Milano, corro davanti alla mia bot­tega e ci cammino su e giù per rinfrescarmi l'anima? Ah! È lei che è stato ingannato! Non io che mi sono piegata a questa condanna per turare i suoi buchi! Eh, caro conte, se voi non sapete lavorare, noi ne abbiamo nel sangue la febbre! Ed è con questa febbre che si campa e si gode! Ed è con questa febbre che si dorme e si sogna: una bella bottega sempre piena di gente che- va e che viene, e la cassa che si gon­fia, ai gonfia, si gonfia come un cuore beato!

(Attratti dalla sua voce. Rosetta e Valeriana appariscono da sinistra assai impressionati). rosetta — Mamma... mamma!...

valesy — Che c'è?

felicita — Parlategli voi!... Io ho svuotato il mio sacco! (Esce rapidissima. Un silenzio).

jean (imperturbabile e gelido) — Che esage­razioni! Che bullonate! Che scandali! Roba da verziere!

valery — Ma, insomma... vuoi dirmi che cosa è successo?

jean — Ma niente, ragazzi... sciocchezze... Di parola in parola, ci siamo lasciati andare a scaricarci addosso l'un l'altro le nostre ragioni e i nostri torti... Non ha importanza. L'impor­tante è che domattina si possa provvedere ai guai e non mi si costringa a far brutta figura... (Al figlio) Tu ne sai qualche cosa?

valeri — Abbiamo studiato adesso col ra­gioniere Grossi la forma.

grossi (entrando su queste parole) —Leidisposto a firmarmi due effetti che ho giàpreparato, a copertura della somma?

jean — Se non vuoi altro! Le firmo quel che crede.

grossi — Era perché la signora, giustamente preoccupata...

jean (subito) — Me ne infischio delle preoccupazioni della signora...

rosetta — Non deve dir così... non deve Mamma ha sempre fatto di tutto per venir incontro! Basterebbe il sacrificio che le è cc stato il lasciar la bottega.

jean — Non tirarmi fuori la bottega anche tu, che ne ho abbastanza!

grossi (riprendendo e troncando) — Dicevi che la signora non vuoi essere lei a figurare i] Banca come richiedente, ma come avallante.

jean — Per me fa lo stesso. Dia qua chi firmo, e non parliamone più... C'è Ugoletti che m'aspetta per andare a Como... Aria!... Aria!..

felicita (rientrando con la Spotti) — Ma si­curo che si deve fermare, vero Rosetta?

rosetta Ma certo.

felicita — Domattina la riaccompagno a Milano, in macchina, io. (Alla figlia) Rosetta,

vuoi far servire il tè e dire al signor Ugoletti che l'aspettiamo?

rosetta — Subito, mamma.

la spotti — Ti aiuto io. (Escono insieme).

felicita (a Grossi) — Ha firmato il gentil­uomo ?

grossi — Tutto a posto.

felicita (a Jean) — Senta, conte: ora che tutto è risolto, non vorrei dare nessuna sensa­zione di dissidio ai nostri ospiti, di cui già una, visto temporale per aria, voleva tagliar la cor­da. Quindi la prego di rimandare a più tardi la sua passeggiata a Como e di prendere il tè con noi.

jean — Approvo la sua delicatezza.

felicita — Non è veramente solo per deli­catezza, che me ne importa tanto e quanto, è perché vorrei essere io a dare a questi signori l'annuncio di una grande novità in famiglia che cambierà molto la faccia delle cose.

jean — Novità di che genere?

felicita — Che novità possono annunciare due sposi novelli?

jean — Come? C'è in vista l'erede?

felicita — Sì. C'è in vista Ambrogino.

jean — Be'... meglio così.

felicita — Secondo i casi.

jean — Come sarebbe a dire?

felicita. — Niente... considerazioni mie.

ugoletti (entrando) — Dunque ho sentito il lieto evento.

felicita —Da chi l'ha saputo, scusi?

ugoletti — Da lei, adesso. Ero là sulla porta.

felicita — Se lo sanno già tutti, è inutile le lo annunci.

jean (con ironia) — Un discorsetto d'occasione — di quelli che sa far lei — non fa mai male.

felicita —Forse ha ragione.

(Rientrano Rosetta, la Spetti e il cameriere che si dispone a servire il tè).

v'alery (a Rosetta) — Come ti senti?

jrosetta — Bene, bene.

valery — Non affaticarti... Forse ti sarai agitata...

rosetta — Per la mamma? No, no. Se gridava avrà avuto le sue brave ragioni.

valery — Purtroppo le conosciamo benissimo.

rosetta — Meno male che anche stavolta è risolta.

ugoletti (nel gruppo della parte opposta) — fino a quando contate di restar qui?

jean — Ottobre, novembre. In fondo aveva ragione i nostri vecchi, che tornavano in città dopo San Martino.

felicita — Io, veramente, ho intenzione di mar su molto prima. Dicevo appunto adesso Grossi che col venticinque settembre, al massimo, quest'anno dovrò esser giù.

ugoletti — Come? Vuoi lasciare così presto questoparadiso?

felicita — II mio vero paradiso, caro Ugoletti, non è mica qui, sa... E a Milano.

ugoletti — Gran città!

felicita — E gran botteghe, che ti fa allegria vederle.

ugoletti — Mi ricordo la sua...

felicita — E io no?... Ma vedrà adesso cosa i faccio diventare! Restauro generale. Chiamo un buon architetto e metto tutto in mano a lui anche le botteghe, oggi, devono camminare coi tempi. Novecento! Novecento! «Rinnovarsi o morire », come diceva il nostro Verdi! Me l'a-vevano lasciata andar giù, quei manigoldi che ci son dentro. Ma hanno già avuto la disdetta, vero Grossi?

grossi — Altroché!

jean (allarmato) — Come sarebbe a dire?

grossi — Sarebbe a dire che il negozio della signora Felicita non è mai stato venduto.

felicita — Per fortuna mia!

jean — Non è stato venduto?!

felicita — No. Affittato, conte... Affittato.  col ventinove settembre scade l'anno di con­tratto e me lo riprendo io.

jean — Lo riprende lei?

valery (a Rosetta) — Tu Io sapevi?

rosetta — Io sì. Povera mamma, ha pur diritto alla sua felicità.

felicita — Proprio, cara, se no ci crepavo! I Un anno di prova a far la fanagottona, m'avrebbe ucciso d'inedia se non avessi avuto questa lontana speranza! No, no! Bottegaia son nata, e bottegaia voglio morire, come un generale sulla breccia. Lui con la spada in mano, io col taglia-prosciutti!

jean — È inaudito!

felicita (che nessuno fermerebbe più) — Si  ricorda, conte Jean, quella mattina che la mia merce le ha fatto gola e mi son messa alla mac­china, e ho avuto l'onore di servirla personal­mente con queste mie mani?

jean — E questo il bei discorso che s'era preparata

felicita — Dal momento che il lieto evento lo sanno già tutti, bisognava pure tirar fuori dell'altro. Ed è la mia patente di bottegaia che ritiro fuori, la mia energia, la mia chiacchiera, la mia premura di padrona alla cassa... (Rifa­cendo le mosse e i sorrisetti, come se servisse degli ipotetici clienti)   « Caro Ramazzotti, come la va? E lei, ragioniere, la sua gamba? E la signora Spreafico, quanto paga? ». (Riprenden­do) Questa, questa è la gioia! Questa è la vita! Questa!... Altro che restarsene a Villa Stradella, col ricordo di Napoleone terzo, e le mani in mano!

jean — E adesso aspetta a dirlo?

felicita — Sì. Adesso. Se ho taciuto, ho sopportato, ho pagato, è perché avevo paura che lei potesse giocare qualche tiro mancino alla felicità dei miei ragazzi. Questa paura è sparita. Il piccolo che nasce ha già messo a posto tutto prima ancora di venire al mondo. La giustizia è in marcia! È arrivata l'ora della riscossa

jean (fieramente, alzandosi) — Come ?... Mentre nasce uno Scotti, lei vuoi riaprire la salumeria?

felicita — Eh, caro, conte! È ben perché nasce uno Scotti che bisogna tornare in botte­ga, se si vuol mantenerlo!... Con quelle boc­che!...

TERZO ATTO

L'allevamento di maiali « Ambrogio Colom­bo » in una frazione fra Parma e Modena.

L'ampio studio, nel fabbricato centrale, di stile modernissimo, lascia vedere per l'amplis­sima vetrata del fondo la campagna, e di scor­cio i vasti fabbricati razionali. Molto ordine, quasi molta eleganza. Un grosso mazzo di fre­schissime rose sulla scrivania di Valeriana Scot­ti. Porte a sinistra e a destra.È il pomeriggio d'una magnifica giornata di gennaio. (Valeriana è seduto alla scrivania. Dal fondo entra subito Antonio, il custode).

antonio — Conte Valeriano... scusi...

valeriano — Che c'è?antonio — C'è in anticamera i membri del Comitato esecutivo.

valeriano — Di che Comitato?

antonio — Quello dei festeggiamenti.

valeriano — Un Comitato addirittura?

antonio — È cosi tutti gli anni. È l'usanza... Poi c'è anche il parroco di Fiorenzuola.

valeriano — Anche il parroco?

antonio — Si. Don Piero, per prendere ac­cordi con lei sulla benedizione.

valeriano —Poi c'è altri?

antonio — Finora non mi risulta.La con­tessa Rosa m'ha lasciato detto che andava a Modena, incontro alla sua signora mamma.

valeriano — Sì. Questo lo sapevo. Prima di andare è passata da me.

antonio — Allora chi desidera di vedere per primo?

valeriano — II reverendo, naturalmente.

antonio — Don Piero, sissignore. (Esce).

(Squilla il telefono sul tavolo. Valeriana af­ferra il ricevitore).

valeriano — Chiamata da Parma?... Sì. Dia pure... (Ascoltando con viva sorpresa) Ma co­me?... Tu?... Sei tu, papa?... E di dove ar­rivi?... Da Montecarlo?... Ah, bene!... (Ve­dendo il reverendo che s'è. trattenuto incerto sulla soglia) Venga, venga, reverendo. S'acco­modi. Sono subito da lei. (Riprendendo al te­lefono) E va bene. Io non posso muovermi da qui: puoi venir quando credi, papa... T'aspet­to. (Rimette il ricevitore).

don piero — Non la disturbo, conte?

valeriano — No, no. Tutt'altro. Anzi m'ha fatto un regalo a venire, perché di questa ceri­monia son tutt'altro che pratico.

don piero — Se crede, facciamo come negli anni passati.

valeriano — Ma naturalmente!

don piero — Lei sa benissimo — vero, conte — che la festa sì inizia stasera al tramonto, al suono delle campane.

valeriano — Sì. Lo so.

don piero — Le sacre squille significano in. pari tempo il ringraziamento al Signore per la annata scorsa e l'invocazione di prolificità per l’annata futura. Durante lo scampanio vien tratto — dirò così — dal suo domicilio, tra suoni, canti, fiaccole e danze, il porceilino di latte destinato al macello. Il giovine eletto viene ornato di nastri e di fiori...

valeriano — Sì, so... so tutto. (Telefono) Chiamata da Modena? Dia, dia subito. (Al re­verendo) Mi permette?

don piero — Ma la si figuri!

valeriano — Non c'è mai modo di stare un momento tranquilli... (Rispondendo al telefo­no) Sei tu. Rosetta?... Il diretto da Milano ha ventisei minuti di ritardo? Be', pazienza. Che ci posso fare?... Sì, lo so, cara. Ti ringrazio della premura... Sì, sì; non dubitare. Ora faccio avvertire la balia. Non aver paura. Sta' tran­quilla per Ambrogino... Arrivederci, cara... (Al reverendo) E mia. moglie.

don piero — Brava signora e stretta, osser­vante, la contessa! Fa piacere vederla la dome­nica dare l'esempio, alla santa Messa!

valeriano — Dove eravamo rimasti?

don piero — Al maiale sul prato

valeriano — Abbia pazienza... (Preme un bottone). Sbrigo anche questo incarico di mia moglie, e poi son tutto per lei. (Ad Antonio, che entra) Senta, Antonio: avverta la balia che siccome la signora ritarderà, porti pur fuori in carrozzella il piccolo per la solita passeggiata.

antonio — Bene, signor conte. (esce).

valeriano — Dica pure, reverendo.

don piero — Domattina, all'ora che crede, celebrerò io stesso la santa Messa sul prato, con relativa benedizione.

valeriano — Benissimo. Siamo d'accordo in tutto.

don piero — A che ora preferisce?

valeriano — Io direi alle otto, se le va bene.

don piero — Alle otto, come gli altri anni, benissimo. Oggi, prima di sera, manderò i pa­ramenti per l'altare.

valeriano — Non abbiamo altro da dirci, re­verendo, mi pare.

don piero — L'offerta alla chiesa, poi, a. suo beneplacito, conte.

valeriano — Quanto dava mia suocera?

don piero — Cinquecento lire.

valerianq — Bene, reverendo, io raddoppio.

don piero — Mille lire?

valeriano —Devo versar subito?

don piero — No, no. Con tutto suo comodo, conte... Ma se crede... però...

valeriano — Eccole qua.  

don piero (intascando e avviandosi) — fci che il buon Dio e Sant'Antonio protettore gliene rendano merito in paradiso.

valeriano — Speriamolo, reverendo. (L'ac­compagna alla porta e s'accommiata).

antonio — Faccio passare la Commissione?

valerlano —- Ah, no! Senta: io ho un sacco di corrispondenza da sbrigare. Mi faccia venir qui subito la dattilografa, e la Commissione vado di là io e la liquido in due parole. (Esce).

antonio (schiudendo l'uscio di sinistra) — Signorina Gisella, il signor conte la desidera.

gisella (entrando) — E dov'è?

antonio —È andato un momento a parlare coi contadini.

gisella — Che angelo di figliolo, il conte!

antonio — E uhe democrazia! Quelli son con­ti ve-i, che non si vergognano di scendere al popolo/

gisella —Be', poi, in fin dei conti, tutto sommato, è dei nostri anche lui.

antonio —Dei nostri? E perché?

gìsella — Non ha sposato la figlia di una salumiera?

antonio — Che c'entra?

gisella — C'entra, sì. Anche quella volta è disceso al popolo!

valeriano (rientrando) — Brava signorina... Sieda alla macchina. C'è da scrivere a Palermo per quella partita di prosciutti.

gisella — Quattrocento...

valeriano — Lo so. Poi a San Daniele...

gisella — ... del Friuli...

valekiano —Lo so. Grazie tante delle sue spiegazioni geografiche.

gisella — Poi c'è la fornitura ai Galbusera... Cinquantamila lire di mercé...

valeriano — Cominciamo da Palermo.

gisella — Pronta. (5i dispone a scrivere).

valeriano (camminando per la stanza e det­tando) — Spettabile ditta.

gisella (ripetendo) — Ditta...

v'aleriano —In possesso di vostra pregiatissima del quattordici corrente...

gisella — Ultimo scorso... u. s. Scusi...

valeriano — Ha ragione: del quattordici ul­timo scorso, ci facciamo premura di avvertirvi che per il momento non siamo in grado di sop­perire — date le molte richieste — che per la metà...

GISELLA - Del quantitativo.

VALERIANO - Ma sa che è una bella invadente,lei?

GISELLA Facevo per facilitarle...

VALERIANO — Non ne ho bisogno.La corri­spondenza so dettarla anche senza i suoi pre­ziosi suggerimenti.

gisella — Vuoleche non lo sappia?

valeriano — E già che lo sa, perché ne è prodiga?

gisella — Scusi tanto, conte, non credevo che s'offendesse.

valeriano — Badi invece a far meno spropo­siti quando scrive, che anche ieri mi ha sba­gliato

una concordanza e scritto prosciutti con un « t » solo.

gisella — Possibile?

valeriano — Guardi qua. (Le mostra un fo­glio ch'è su/ tavolo).

gisella — È lei che mi distrae.

valeriano —Io?!

gisella — Quella sua piega nella bocca quan­do pronuncia le doppie.

valeriano — Io ho una piega nella bocca?

gisella — È la mia ossessione!

valeriano — Non vorrà che mi cambi la bocca per lei, spero.

gisella — Dicevo per giustificarmi.

valeriano — Se sta zitta è bell'e giustificata... (Poiché sulla soglia si inquadra il conte Jean, stupitissimo esclama) Tu?... Sei già qui?... E come hai fatto?

jean — Ho incontrato l'automobile dei conti Gulinelli diretti a Bologna e mi son fatto pren­dere a bordo.'

valeriano (abbracciandolo con tenerezza) — Papa... Papa mio!...

gisella (che si è alzata) — Suo padre? Che bell'uomo!

valerlano — Vada, vada, signorina. Ripren­deremo <topo.

gisella (uscendo) — Ecco uno di quei tipi segnati, vissuti che piacciono a me!

valeriano — Siedi, siedi, papa...

jean — Non sono stanco, E se devi lavorare, non far complimenti.

valeriano — Non preoccuparti, c'è tempo. Dimmi piuttosto di tè. È quasi un anno che non ci si vede...Tu, poi, scrivere, non scrivi mai...

jean — Come mi trovi?

valeriano (senza convinzione) — Bene.

jean (con. tristezza) — Di' pure male... Non aver paura. Lo so.

valeriano — Ma perché hai voluto far que­sto? Andartene di colpo, così? Non era il caso.

jean — Mah!... M'è data fuori d'improvviso la dignità... E allora chi ti ferma più? Volevi che mi lasciassi umiliare continuamente da una volgarissima salumiera?

valeriano — Povera donna!... Ha sempre fatto l'impossibile per aiutarti!

jean — Era una situazione che non poteva durare ne per lei ne per me. Questa fierezza mi è fatale. Lo so. Basta vedere come sono...

valeriano — Che pena, papa!... Che pena!

jean — Ma, d'altronde, anche se ne fossi pen­tito, tornare indietro è impossibile!

valeriano — E come vivi?

jean —Male.

valeriano — Dove sei stato?

jean — Sempre là, a Montecarlo... Ossia fra Montecarlo e Nizza. C'è degli amici che mi vo­gliono bene e m'aiutano, e il gioco che qualche volta mi salva... Ma non parliamo di miserie... Dammi una sigaretta... e dimmi di tè.

valeriano — Lavoro. Mi son messo a lavo­rare.

jean — E ci provi gusto?

valeriano — Sì.

jean — Be', meno male... Tutti i gusti son gusti.

valeriano — Almeno ho la soddisfazione di guadagnarmi il mio pane e di non vivere più alle

spalle di mia moglie.

jean — E il figliolo?

valeriano — È nato.

jean — Sì. Questo l'ho saputo.

valeriano — Ha sei mesi. È una bellezza. Dicono che assomiglia tutto a tè.

jean — Non glielo auguro... Poi gli avete messo nome Ambrogio.

valeriano — II nome del nonno.

jean—Ho visto che anche qui la Ditta è Ambrogio.

valeriano — Sì. Per omaggio alla dinastia dei Colombo.

jean — Preferisco quella dei Rotschild... E la vecchia?... Come si comporta?

valeriano — Resta sempre a Milano. Non lascia la bottega.

jean — È la sua manìa... la sua fissazione...

valeriano — È il suo divertimento... Oggi l'aspetto qui.Rosetta è andata ad incontrarla a

Modena.

jean — Ah! La rivedrò volentieri.

valeriano — È la festa dello stabilimento, oggi.

jean — Non è mica Sant'Antonio!

valeriano — Che c'entra?

jean — Coi maiali se non c'entra lui chi ci deve entrare?

valeriano — E come mai ti sei deciso a ve­nir giù?

jean — Nostalgia di vederti... di vedereilbambino... Non aver paura. Stasera riparto.

valeriano — Già che ci sei, puoi restare... qualche giorno.

jean — Vedremo... decideremo... Non pen­sarci... L'avresti un caffè?

valeriano — Ma figurati! (Suona).

jean — È da ieri che non mangio.

valeriano (con angoscia) — Papa!

jean — Ah, no!... Non come credi tu. Ho fatto una scorpacciata di ostriche e m'ha fatto peso.

antonio {entrando) — Desidera, conte?

valeriano — Serva un caffè a mio padre.

antonio — Subito. (Esce).

jean (continuando) — Ostriche e champagne  tutta notte, giù allo a Sporting », con Hennessy — sai, quello del cognac — che pagava. Aveva fatto un en pleine di centomila franchi e faceva poca fatica... Mah! Beato lui! L'en pleine, io non tè lo imbrocco mai! (Antonio serve il caffè).

valeriano — L'avevi imbroccato se restavi qui a far giudizio.

jean — E ne ho colpa io se sono nato sba­gliato?

valeriano — Basta un po' di buona volontà, t'assicuro. Io stesso non avrei mai creduto, per esempio, che ci fosse tanta soddisfazione a lavo­rare. E invece ti giuro che da quando ci siamo-stabiliti qui mi alzo tutte le mattine alle sei.

jean — L'ora in cui io vado a dormire.

valeriano — E vedo bene come ti sei con­ciato.

jean — Perché? Son molto giù?

valeriano — Sei invecchiato di dieci anni!

jean — Troppi in un anno solo.

valeriano — E mi si stringe il cuore, se penso alla vuota malinconia della tua vita! jean — Non farmi prediche, ti prego.

valeriano — Non ne ho nessun diritto, lo so.

jean — Non è per questo. È che avvilito lo. sono già abbastanza senza bisogno che tu rincari la dose.

valeriano — È per il tuo bene, papa!

jean (con gesto vago) — Oh! Il mio bene, oramai!

valeriano —Ma porché ti abbatti? Perché ti lasci andare alla deriva così? Non capisci che questa tua vita è un lento suicidio?

la voce di felicita (dall'esterno) — Ecco qua il pupo mio!... Ecco l'Ambrogino bello! Tesoro!... Tesorone grande!...

la voce di rosetta — Che cosa si dice alla nonna?

la voce di felicita — Alla tua nonnetta che è venuta appositamente per tè dalla capitale morale!

jean — È lei.

valeriano — Sono loro. Dove vai?

jean — Non voglio vederla!

valeriano — Ma no! Non esageriamo!

felicita (entrando con Rosetta) — Angelo santo! Che stella! Che stellacela dora!... Ciao,

Valeriano... (Abbracciandolo) E complimenti anche a tè!... Non s'è mai visto un bambinone simile! Quello ti vien su un granatiere, ti vien su!... Da un mese in qua non è più da rico­noscere!

valeriano — Sarà per via dei baffi che gli son spuntati

felicita — StupidoneS... Non esagero mica, sai... Ho mica gli occhi foderati di prosciutto!... È lì, grasso e tondo che pare un porcellino!

rosetta — Mamma!Ti prego, coi paragoni!

felicita — Son paragoni in famiglia, dopo­tutto! (Voltandosi vede Jean e si rabbuia) Ah! Lei qui?... Non l'avevo visto.

jean — Si sorprende?

felicita — Non lo sapevo... e capirà...

valebiano — Nemmeno io, mamma... Ha vo­lato farci un'improvvisata.

felicita — Mi fa piacere.

jean — Non credo molto.

felicita — Perché?... Se le dico che mi fa piacere è perché mi fa piacere. Prova ne sia che avrei voluto scriverle in questi giorni.

jean — Scrivere a me?

felicita — Sì. A lei: che c'è di strano?... Non è il padre di mio genero, lei? E dunque?... Suo figlio, gli voglio molto bene, io. È un ra­gazzo d'oro.


JEAN — Non sembra neanche mio figlio.

felicita — Può ben dirlo forte!

jean — E che cos'è che aveva da scrivermi, lei?

felicita — Quello che adesso le dirò a voce, già che ci siamo incontrati.

jean — E sarebbe?

felicita — Eh, no! Non subito. Dobbiamo essere noi due soli per ragionarci sopra bene.

rosetta — Vuoi cheio e Valeriano andia­mo via?

felicita — Se mai, possiamo andarcinoi, no?...

rosetta — No, mamma. Perché con Vale­riane dobbiamo stabilire insieme i preparativi della festa e dare gli ordini per la cena. Sa, conte? Tutti gli operai. Centocinquanta co­perti.

jean — È una bella cena! Numerosa!

rosetta — E tutti noi a tavola insieme. Poi si canta, si balla. È caratteristico, pittoresco; vedrà.

jean — Non credevo che i maiali fossero fe­steggiati cosi!

felicita — Son quelli che ci dàn da vivere! Ci dice oca?

jean — Benemeriti del casato, insomma!

felicita — Si.  L'na specie dei suoi ante­nati.

valebhno — Ah! Senti, mamma... Prima c'è stato Don Piero.

felicita — Caro Don Piero... Che degno sa­cerdote?

valeriano — Quanto gli davi tu per la chiesa Beali anni passati?

felicita — Cento lire.


valeriano — A me ha detto cinquecento!

felicita — Boia d'un imbroglione!

Valeriano — E il peggio è che io, in buona tede, gli jio offerto il doppio!

felicita — Bravo, tulipano!

valeriano — M'ha preso in trappola!

felicita — È uno di quei volponi, Don Piero!

valeriano — Vuoi dire che sarà più vasta la benedizione.

felicita — Sì. Ma mille lire ai porci son troppe!

jean — Non bisogna lesinare coi benemeriti del casato.

felicita — Ho mai lesinato con lei?... E neanche è benemerito!

rosetta — Allora, mamma, noi si va e si torna. Ah! Non vedo l'ora che venga sera per sentire lo scampanio! Mi ricordo che quando da piccola mi portavano qui, quelle campane mi davano un tal senso di commozione... che mi venivan le lagrime agli occhi. (A Valeriana) Vieni, gioia.

valeriano — Sono con tè. (Escono).

felicita (a Jean) — Ha visto — lei che non ne voleva sapere — come sono felici quei due ragazzi lì?

jean — Ho visto. E mi fa piacere che alme­no loro...

felicita — Ma lei... lei, conte, perché si ostina a fare la vita che fa?

jean — E cosa vuole che faccia di diverso?

felicita — So che la tira coi denti, so.

jean — Questione di puntiglio.

felicita — Ma coi puntigli si mangia poco.

jean — Non le ho ancora chiesto di sfa­marmi.

felicita — Sono io, stavolta, che devo chie­dere qualche cosa a lei.

jean — Mi sorprende!

felicita — Non si sorprenderà più quando 'le dirò di che si tratta.

jean — L'ascolto.

felicita — La bottegaia, che poi sarei io, Felicita Colombo, vedova Ambrogio, in perso­na, in mezzo al mucchio di consolazioni che ha, ha anche una spina. E questa spina è lei.

jean — Ora gliel'ho tolta dal cuore, esilian­domi.

felicita — Ma l'è ben quell'esilio lì che mi secca... Che mi secca e mi danneggia.

jean — La danneggia? In che senso?

felicita — Come si vede l'è mica in com­mercio, lei!

jean — Che c'entra?

felicita — C'entra, sì. Lei un anno fa ha preso su il due di coppe e se ne è andato via in segno di protesta...

jean — Naturalmente.

felicita — Ma a me — vede — che sono in commercio, — l'è come se quel protesto l'avessi sul Bollettino cambiario. A Milano ne han bla­terato in lungo e in largo. E tutti han voluto dire la sua e ci hanno almanaccato sopra con le giunte... Se sapesse che bei divertimento l'era per me, in bottega, cogliere le mezze frasi, i sorrisetti, le frecciate e le insinuazioni! Sa, noi bottegaie, viviamo dell'estimazione pubblica e se ci fanno, per modo di dire, le pulci in fami­glia, ci secca!

jean — Ed io dovrei aiutarla ad ammazzare le pulci?

felicita — Vede che m'ha capito?

jean — Ah! È un bei mestiere!

felicita — Meglio di quello che fa adesso!

jean — Comincia a insolentire?

felicita — Non ne ho nessuna intenzione, e non ne avrei nemmeno nessun utile.

jean — Credevo...

felicita — Anzi, tutt'altro. Ha visto che, dopo tutto, non l'ho mica accolta male.

jean — Chissà che sforzo le è costato!

felicita — Proprio no, invece. Perché, anzi, per lei, ho sempre avuto della simpatia. E se non fosse stato perché... perché...

jean — Mi avrebbe sposato?

felicita — Ma neanche se s'indorasse, guar­di! Non diciamo eresie, e torniamo al nostro discorso.

jean —Lei diceva dunque che la mia lon­tananza la danneggia negli interessi.

felicita — Mica molto, però. Perché quel che perdo da una parte, non essendoci più lei, me lo ritrovo dall'altra. Ma dicevo che noi bot­tegai ci si tien molto alla estimazione pubblica, e che si faccian meno chiacchiere possibili sul nostro conto, quando c'è da dire. Metta il caso della mia Rosetta. Il matrimonio m'ha portato su le mie azioni. E per questo sa che — ai suoi tempi — non facevo difficoltà quando si trat­tava di pagare.

jean — Così non parendo, non fa che rin­facciarmelo

felicita — Ma l'è mica un rinfaccio! L'è mica un rinfaccio questo qui! L'è la verità. L'è una constatazione... E si poteva piuttosto andare avanti con quel sistema lì che l'era me­glio. Invece lei c'è saltato di fare quel colpo di testa e s'è scatenato' il pettegolezzo e il pu­tiferio.

jean — Non certo a mio danno!

felicita — No, no. A danno mio! Ma è ben per questo che son qua a parlarne... Perché — a parte tutto — l'è mica bello, sa, quel che ha fatto lei!

jean — Io lo trovo nobilissimo.

felicita — Va bene. Lei, dal suo punto di vista, le da sempre fuori la nobiltà... Ma l'è mica giusto che un padre e un nonno non vo­glia più saperne delle sue creature! Sarà mica neanche nobiltà questa, ma l'è fior di cuore e di coscienza!

jean — Non c'è bisogno che lei richiami al dovere la mia coscienza e il mio cuore! Crede che non soffra, io, di questa lontananza?

felicita — Ma allora, beato Sant'Antonio, vede che si comincia a intenderci?

jean — Quel che non posso tollerare è il sen­tirmi buttare in viso ad ogni momento il peso che le reco... Non si vive di solo scrocco, s'i­gnora mia!

felicita — Bravo! È ben questo che vorrei evitarle! Se non vuoi vivere di solo scrocco — come dice lei — cerchi di giustificare la sua posizione! Faccia finta di guadagnare. Passi sopra alle sue fisime ed entri nell'azienda Co­lombo anche lei!

jean — A far che?

felicita — Magari a far niente... Così... per bellezza!... Ma che ci sia fuori in giro la sen­sazione che lavora! Vede suo figlio che cambia­mento? Ora, da lei, non esigo tanto. So bene anch'io. Ma a me mi basterebbe, per esempio, che lei accettasse di diventare procuratore... Mica con la firma, beninteso, se no lei mi fa fuori tutti i porci in un mese.

jean — Che bella stima ha di me!

felicita — E sa cosa resta a fare in quei casi lì?

jean — Cosa?

felicita — Cercare stima!di meritarsela questase accettassi?...

jean — Va bene. E

felicita — Accetta?

jean — Quanto al mese?

felicita — Cossa l'è ch'el pretenderebbe?

jean (esitando) — Tremila. È troppo?

felicita — L'è onesto. Non credevo neanche.

jean — Metto però una condizione.

felicita — Dica. Perché dopo ne ho una dametterla anch'io.

jean — Dica.

felicita — No, no. Dica prima la sua.

jean — Esigo tré giornidi permesso almese.

felicita — Per far che?

jean — Per andare a Montecarlo.

felicita — Vede com'è! Lei, con quel siste­ma li, in tré giorni si fa fuori tutto il mese! Comunque, contento lei... Perché io — badi — un soldo che è un soldo di più delle tremila non lo mollo!

jean — E la condizione sua? Sentiamo.

felicita — Ecco qua... Ma prima di esporgliela, mi permetta che chiami anche i ragazzi e che

ci dia la notizia.

jean — Come crede.

felicita (va sulla porta, echiama) — Ro­setta!... Valeriano!...

Voci — Mamma! Siamqui!

felicita — Volete venire un momento?

rosetta (entrando) — Che vuoi, mamma?

valeriano — Che c'è?

felicita — C'è che con tuo padre e tuo suo­cero... (S'arresta di colpo). Senta, conte. Io vor­rei qui presente anche l'Ambrogino, perché meni buono alla nostra intesa. Magari in car­rozzella, ma ce lo vorrei.

rosetta — È qua fuori. (Corre a prendere la carrozzina).

felicita — Fallo entrare, fallo entrar subi­to... stella!                          

jean — Lasciate che me lo guardi anca io,un momento.».

felicita — Dica lei se l'è poco bello!... La sua nonna, preciso!... Oh! Adesso che ci siamo tutti, sono lieta di annunciarvi die io e il conte Jean, in quattro e quattrotto, ci siamo messi d'accordo: entra nell'azienda Colombo anche lui!

valeriano — Papa! Davvero?

rosetta — Che bellezza!... Anche Ambrogino, cardatelo, sta battendo le manine al suo

nonno!

felicita — Tutto è deciso e stabilito. Ma esigo una cosa.

jean —Ci siamo.

felicita — Domani sera c'è la prima del » Nabucco » alla Scala.

jean — Che c'entra il «Nabucco»?

felicita —Mi lasci dire...che l'abbia pa­zienza. Siccome su questo screzio in famiglia si son fatte tante chiacchiere che la metà di meno bastava, voglio chiudere la bocca a tutti, voglio darci la smusata a Milano e far vedere che ci siamo riconciliati.

valeblano — Giusto.

jean — E come si fa?

felicita — Si prende un bei palco di prima fila bene in vista — pago io — e ci si va in­sieme, in bella mostra, l'intera famiglia.

jean — Anche l'Ambrogino?

felicita — Quello no. È troppo presto. Pero io — domani sera — sfoggio tutti i miei bigiù... Tra perle e brillanti — scusi tanto, conte — circa un milioncino.

jean — Corbezzoli!

felicita — Eh, sì! Neanche una regina, ha delle gioie simili. Con la differenza che quello è tesoro mica suo. L'è della Corona. Mentre il mio me lo son guadagnato da me, fetta a fetta, tagliando — con licenza parlando — salame.

(Scoppia improvviso uno scampanìo festoso.Il cielo s'è arrossato di tramonto).

rosetta — Oh, le campane! Le campane! (Corre ad aprir la vetrata ed esce trascinando fuori la carrozzella). Comincia la festa!...

don piero (entrando affrettatamente e diri­gendosi incontro alla signora Felicita) — Ap­pena saputo che era qua, come vede, mi sono precipitato.

felicita — Bravo, reverendo! Capita a pro­posito! Me ne combina delle belle, lei!

don piero — Perché?... In che cosa ho man­cato?

felicita — L'ha mica mancato: l'ha cresciuto. S'è fatto dar mille al posto di cento!

don piero (umile) — Ha tanti bisogni la nostra Santa Madre Chiesa!

felicita — Sì. Lo so! Ma almeno una Messa in suffragio del mio povero Ambrogio ci starà

dentro, spero, nel prezzo!

don piero — E come! Senz'altro! Messa can­tata, anche, e con l'organo!

felicita — Oh, bravo! Così si va d'accordo! Che almeno l'Ambrogio ci goda anche lui, por­co cane!

(// prato, nel frattempo, s'è riempito di gen­te. Contadini e contadine; fiori in testa, scialli a colori. S'ode il suono delle fisarmoniche che s'accompagnano a un coro villereccio. Rosetta è rientrata. Sul prato comincian le dame).

felicita — Guardi là, conte, se non fa pia­cere a vederli!

jean — È bello, sì! Pittoresco! Interessante.

rosetta (serrandosi tutta alla madre) — Sono felice, mammella !

felicita — Cosa t'ho sempre detto? Fidati di tua madre che l'è una gran donna! (E rivol­tandosi a Jean) Queste, vede, conte, son le vere soddisfazioni! E son tanto contenta che lei rien­tri — diciamo così — nell'ovile, che spargerei margherite su quel prato!

jean — Sarebbero le famose margherite ai maiali...

felicita — Non le pare che se le meritino? Ogni petalo è un biglietto da mille!... E son sicura che a farci su il «e m'ama non m'ama , ci starebbe anche lei!

FINE

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