Generalissimo

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GENERALISSIMO

GENERALISSIMO

Un atto della vita degli attori

Di Ferenc MOLNAR

PERSONAGGI

BARONE DI SAN FRIANO

EDITH SUA MOGLIE

LITVAY ATTORE

DOTTOR JANOSSY

UN SERVO

           

La sala d'ingresso del castello. Nel fondo, a destra, un camino con due poltrone. Entrata a sinistra. Nel fondo, a sinistra, un'apertura con una scala. A destra porte che conducono alle stanze. A destra, nel fondo, mobili decorativi: tavola e due sedie. A sinistra una lampada a piede, poltrone, tavolino. Sono le dieci di sera. Quando si alza il sipario Edith è sola sulla sce­na. Ella siede davanti al camino e legge. Dopo poco: entra da sinistra un servo.

Servo                             - Signora baronessa, è arrivato il si­gnor Litvay.

Edith                             - (si alza) Il signor Litvay?

Servo                             - E' .arrivato adesso col diretto di Bu­dapest.

Edith                             - Fatelo entrare, (va nel mezzo della scena).

(Il servo apre la porta ed entra il signor Lit­vay. Quindi il servo richiude la porta).

Litvay                           - (baciandole la mano) Perdonatemi se vengo così inaspettato.

Edith                             - Ben arrivato, Litvay! (al servo che è sulla soglia e se ne vuole andare) Attendete, (a Litvay) Naturalmente non avete ancora cenato...

Litvay                           - Ma sì. Nel wagon-restaurant.

Edith                             - E allora desiderate del caffè... del tè?

Litvay                           - Già che siete tanto gentile, preferirei del tè.

Edith                             - (al servo) Servitelo insieme al nostro.  (il servo se ne va) Che gradita sorpresa! Vi ringrazio d'essere venuto, d'essere venuto adesso, d'essere qui.

Litvay                           - Non vi reco disturbo .arrivando così in ritardo? (guarda l'ora) Sono le dieci.  Il treno ha ritardato un quarto d'ora. In campagna sarete abituati ad andare a letto presto, non è vero?

Edith                             - Oh, no, facciamo sempre la mezzanotte. Ma com'è che siete arrivato prima degli altri?

Litvay                           - Gli altri arriveranno domattina presto. Ho pensato precederli perchè mi è troppo faticoso viaggiare di notte, specialmente quando non c'è wagon, e il riscaldamento è sufficiente. Come saprete, un attore non ha molta paura dei raffreddori. Senza contare che il diretto arriva prima. In una parola..(guarda penetrante Edith).

Edith                             - (sorride) In una parola?

Litvay                           - (si avvicina) In una parola, tutto ciò che vi ho detto non è vero, cara Edith. (Edith guarda la porta di destra) Sono venuto prima perchè volevo passare questa sera con voi, senza la compagnia degli altri cacciatori… perchè vi amo, perchè non potevo tollerare l'indugio. Ogni ora che passo senza di voi…  (le preme la mano).

Edith                             - Siate prudente. Mio marito è qui vìcino, nella sua camera (va verso destra, innanzi alla tavola).

Litvay                           - Vi scongiuro, non ditegli ancora che sono qui. Concedetemi questi pochi istanti. Lasciate che vi contempli per la felicità del mio cuore...

Edith                             - Voi mi turbate, Litvay. Vi prego, sedetevì. La vostra voce spezza l'incanto di questo silenzio nel quale vivo.

Litvay                           - Non vi meravigliate della mia follia: non vi vedo da undici giorni! Come siete bella... Come limpidi i vostri occhi...

Edith                             - E' l'effetto della montagna. Di questi alti monti così freddi... Siete pallido...  

Litvay                           - Perchè non ho più pace da quella domenica in cui veniste a trovarmi.

Edith                             - Per amor del cielo, fate attenzione. Mio marito lavora nella sua camera; può ve­nire da un momento all'altro.

Litvay                           - Non volete che ve lo ricordi.

Edith                             - (protestando contro questa supposizio­ne) No...

Litvay                           - Vi siete pentita d'essere venuta in casa mia...

Edith                             - No, non mi pento di quanto ho fatto. Volevo solo pregarvi di fare attenzione... Co­me siete ombroso!

Litvay                           - Perchè sono in quella fase dell'amore in cui si è tutta sensibilità suscettibile. Du­rante il viaggio non pensavo che a quella vo­stra visita di domenica scorsa: quando final­mente siete venuta a trovarmi.

Edith                             - Povero Litvay! (sorridendo) La mia permanenza in casa vostra fu invero molto breve: due minuti. Ricordate? Centoventi se­condi. Lo verificammo insieme sulla minu­taria.

Litvay                           - Ma ci siete stata! Seduta nella mia poltrona e io vi strinsi la mano. Anche cento­venti giorni sarebbero volati così.

Edith                             - Basta, non parliamo più di questo. Ditemi... oggi non dovevate recitare?

itvay                              - E come lo sapete?

Edith                             - Guardo ogni giorno gli annunci. Que­sta sera danno « Cyrano ».

Litvay                           - Grazie per seguirmi almeno nelle re­cite annunciate dai giornali.

Edith                             - Prego, assisto anche alla rappresenta­zione... Guardate che cosa leggevo, (gli mo­stra il libro).

Litvay                           - « Cyrano de Bergerac »... Davvero!

Dith                               - Le sere che voi recitate, prendo il dramma dalla biblioteca. E quando comincia la rappresentazione in città, mi siedo vicino al fuoco e leggo. Così vi vedo e vi ascolto.

itvay                              - Grazie, cara, grazie per questa vo­stra bontà.

Edith                             - (s'alza) Ma voi mi avete ingannato: questa sera non avete recitato.

itvay                              - Ho preso il pretesto di una raucedine. E' la prima volta che lo faccio. Sono sempre stato un attore coscienzioso, ma ora non so, non so quello che succederà di me.

Edith                             - E per amor mio avete rinunciato ai consueti applausi?

Litvay                           - Ma che cosa volete che m'importino quando mi è concessa la gioia di passare una dolce sera d'inverno vicino a voi, in questo antico castello?

Edith                             - Oh, voi parlate come se fossimo noi due soli in questo antico castello! Nel castello solitario... c'è anche il barone...

Litvay                           - (dopo una corta pausa) Il barone.

Edith                             - E domani verranno, per giunta, nove chiassosi signori. Dei cacciatori appassionati, degli ostinati raccontatori d'aneddoti.

Litvay                           - Ebbene, adesso sapete perchè ho vo­luto precederli.

Edith                             - (seria) Metterete mio mai-ito in so­spetto.

Litvay                           - Ma lui non legge gli annunci dei teatri.

Edith                             - Questo non si può sapere. Mio marito è impenetrabile e taciturno. Da sei anni lo guardo negli occhi senza poterlo leggere nel­l'anima. Mio marito...

Litvay                           - ... ha sessantanni.

Edith                             - Sessantanni, (si siede ad una sedia a destra).

Litvay                           - (s'alza e le va vicino. Pausa) Rabbri­vidisco quando ci penso... e vi guardo. Sessant'anni!

Edith                             - Egli ha vinto, giorni fa, una gara alla quale partecipavano i migliori cavalieri della contrada.

Litvay                           - La vostra bella e giovane vita...

Edith                             - Una razza fortissima. Suo padre, a novant'anni, tirava ogni mattina di scherma col suo maestro, vincendolo.

Litvay                           - Questi uomini eternamente giovani mi fanno orrore.

Edith                             - Suo padre ha raggiunto i centoquattro anni. Mio marito dice che non arriverà a cento, c'è già troppo sangue austriaco in lui.

Litvay                           - E voi, qui, vicina a lui...

Edith                             - Egli s'alza col sole; tira di scherma, cavalca, va a caccia. Si vanta di discendere da quella buona razza d'italiani che ha dato i cardinali più vecchi. Un cardinale soprav­vive a tre papi. Compiange i suoi vicini, i signori ungheresi, perchè mangiano e bevono molto, e muoiono presto.

Litvay                           - Impossibile, Edith, impossibile che restiate con lui!

Edith                             - Non mi tormentate, Litvay!

Litvay                           - La vostra dolce gioventù nelle brac­cia di quella eterna vecchiaia!

Edith                             - Vi prego, tacete.

Litvay                           - Non taccio, Edith. Non posso tacere. Come può la vostra bella bocca lodare la vecchiaia?

Edith                             - Litvay...

Litvay                           - Ciò che la mia fantasia immagina mi dà una pena insopportabile. Venite con me, Edith. Vi porterò via, sarete mia, la mia donna...

Edith                             - No.

Litvay                           - (vicinissimo) Perchè vantate i meriti di vostro marito? Per civetteria? V'è neces­sario?

Edith                             - (inquieta) Non mi guardate in quel modo, non parlate così. Litvay. Voi turbate la mia pace.

Litvay                           - Vi turbo quando parlo?

Edith                             - Ebbene, non sarò più sincera con voi.

Litvay                           - Mi amate?

Edith                             - Non so... Certamente avete un potere su di me. Talvolta sento che potreste fare di me quello che volete. (Litvay fa un movi­mento verso lei. Edith dice rapida) Vi parlo di mio marito per salvarmi, non per civet­teria.

Litvay                           - Perchè mi tormentate? Perchè voglia­mo tormentarci? I vostri sguardi, le vostre parole, così mutevoli, così soffocate, tradi­scono il turbamento contro il quale invano lottate.

Edith                             - Basta, basta, vi prego!

Litvay                           - Voi non potete spegnere il fuoco che vi arde. Lo avete già tentato una volta.

Edith                             - Sarà difficile. Sarà terribilmente dif­ficile. Ma sorpasserò anche questa prova.

Litvay                           - No, no. Venite con me. Vi dividerete da lui.

Edith                             - Ma perchè non volete aiutarmi come un buon fratello? Fra poco sarà come le altre volte. Ve ne andrete, ed io resterò qui sola, stanca, spossata.

Litvay                           - Se aveste la forza di amare...

Edith                             - Io amo. (pausa)

Litvay                           - (l'afferra impetuosamente e le bacia le mani) Venite con me. Siate mia.

Edith                             - No.

Litvay                           - Ma questo non è possibile dopo quan­to avete detto!

Edith                             - (nervosa) Vi prego, lasciatemi chia­mare mio marito (fa l'atto d'andare verso destra. Litvay le impedisce la strada).

Litvay                           - Ancora un minuto.

Edith                             - Non posso... non posso restare tanto a lungo con voi.

Litvay                           - Allora preferite « l'altro »?

Edith                             - Non offendetemi. Non me lo merito. (Pausa) Vi ho detto che vi amo, non mi do­mandate di più. Non turbate la mia vita. Adesso, forse, mi posso ancora dominare...

Litvay                           - Dominare?...

Edith                             - Adesso si forse. Ma domani?... No, no! E' bello sentirsi vicina un'anima ardei te... ma finché il fuoco non fa male, e la Ito non abbaglia. E state in guardia, Vittorio!

Litvay                           - Non ho paura di morire tra le fian me. E appunto per questo sono qui. (Pausi calmo, determinato:) Domani non andrò al caccia... Troverò un pretesto per restare tutl il giorno con voi... si deve decidere il noeti destino... arrischierò la mia vitat

Edith                             - (turbata) Non andrete a caccia?

Litvay                           - No.

Edith                             - Ve ne prego, non fate questo. Siate prudente. Per me ed anche per voi.

Litvay                           - Gioco tutto, anche la mia vita, Edith. Io vi perdo se non oso arrischiare tutto.

Edith                             - Piano, per amor del cielo... Mio marito...

Litvay                           - Non mi preoccupa. Non ho paura  nessuno (La bacia).

Edith                             - (sfuggendogli) Pazzo (piccola pausa. ella suona e poi va verso il camino a destra)

Litvay                           - Si... sono pazzo!

Edith                             - Se adesso mio marito entrasse, leggerebbe tutto nei nostri volti... Egli ha gli occhi come quelli di un falco.

Litvay -                         - Ma voi dimenticate che io sono attore

Edith                             - (ridendo) Allora, per il momento, andate nella vostra camera a cambiarvi d'abiti

(Un servo entra e porta del tè. Un altro, i livrea ungherese, porta la tavola del tè, la pon nel mezzo, intorno vi mette le sedie, il serti aggiunge la terza sedia e si pone vicino alla U vola).

Litvay                          - Arrivederci, .baronessa (va via a servo).

 Edith                          - (s'accomoda i capelli vicino al camino. Il  servo ritorna) Dite a mio marito che tè è servito (il servo esce a destra. Piccot pausa. Entra il barone).

Barone                          - (ha sessantanni, è bianco, molto elegante e ben portante. Va fino alla tavola del tè e guarda come è apparecchiata) Tre tazze?

Edith                             - Si, tre.

Barone                          - Per chi la terza?

Edith                             - Come, non hai ancora parlato con Litvay?

Barone                          - No. Il signor Litvay è già venuto?

Edith                             - Credevo che l'avessi visto. E' in camera sua che si cambia.

Barone                          - (si fa a destra) E' molto interessante. Il signor Litvay, dunque è già qui? Avrebbe dovuto venire domani mattina con gli altri ospiti e invece è già qui.

Edith                             - Non può viaggiare di notte.

Barone                          - (duro) Dunque hai già parlato con lui? (siede alla tavola a sinistra. Pausa, Poi sarcastico) E perchè non può viaggiare di not­te? Di che cosa ha paura?

Edith                             - Sai... gli attori hanno una paura ter­ribile dei raffreddori. Egli dice che quando viaggia di notte si raffredda subito. Per que­sto è venuto col diretto (solleva il coperchio della teiera).

Barone                          - E' venuto col diretto?

Edith                             - Ma perchè mi fai tutte queste do­mande? (si alza).

Barone                          - Perchè?

Edith                             - Si (piccola pausa).

Barone                          - Ebbene, figliuola mia, stanimi bene a sentire. Comincerò da quello che credo me­no importante.

Edith                             - Ti faccio però oservare che Litvay è nella sua camera e può venire qui da un mo­mento all'altro.

Barone                          - Rilevo che dai molta importanza alla topografìa... domestica. La vicinanza delle ca­mere dev'essere la tua costante preoccupa­zione (mostra la camera dalla quale è venuto).

Edith                             - Cosa vuoi dire con questo?

Barone                          - Passiamo all'essenziale. Come ti ho detto, comincerò dal meno importante. Eb­bene : questo attore, un momento fa, ti ha ba­ciata.

Edith                             - (si alza) Non è vero!

Barone                          - Ti ripeto che non è importante. Non è l'essenziale. E' un uomo giovane, simpatico e artista. E tu oggi sei particolarmente bella (pausa). Molto bella!

Edith                             - Non è vero!

Barone                          - (dolce) Che tu sei bella? No cara. Osservo da due mesi il tuo contegno a suo riguardo. Appena civetti con qualcuno, me ne accorgo subito. Chi è abituato ad un profu­mo, molto forte, finisce per non accorgersi più di questo profumo. Ma se ne accorgono gli altri...

Edith                             - Non comprendo la tua allusione.

Barone                          - Aspetta, ti prego. Se hai un po' di pazienza, ti sembrerà inutile queUo che vuoi dirmi adesso. Stavo per uscire dalla mia ca­mera quando udii parlar forte. Se aveste con­tinuato su quel tono tutto mi sarebbe sem­brato naturale, ma la vostra improvvisa, lun­ga pausa di silenzio, mi mise in sospetto. Ascoltai... udii distintamente il suono di un bacio. Oh, un bacio dato di sfuggita, ha un suono speciale! Non ci si può sbagliare. Il discorso s'arresta d'improvviso... poi l'im­mancabile, soffocato grido di difesa... oh, su questo non ci si può sbagliare.

Edith                             - E poi?

Barone                          - Poi tu gli hai detto « pazzo » ed egli ti ha risposto « Si, sono pazzo! ».

Edith                             - Dunque vedi che l'ho chiamato pazzo.

Barone                          - E dopo lo hai prudentemente man­dato nella sua camera. E' inutile che ti affa­tichi a darmi delle spiegazioni, perchè non dò a tutto questo la minima importanza. Non essere nervosa, mia cara, siedi. Prendi esem­pio da me. Parliamo tranquillamente insieme. Siedi, figlia mia (Edith siede) E' molto più importante invece il fatto che tu sia andata a trovare l'attore in casa sua.

Edith                             - (alzandosi) Che vuoi dire?

Barone                          - Non ti eccitare, figlia mia, non ne mancherà occasione più tardi. Sei stata in casa di Litvay? E' vero?

Edith                             - (molto eccitata) E' vero, ma se tu sa­pessi come è stato...

Barone                          - Se non lo sapessi, non avrei l'anima così tranquilla. Si, io so che fu una visita in­nocente. Quattro minuti dopo aver varcata la soglia, eri nuovamente in istrada.

Edith                             - M'hai fatta pedinare?

Barone                          - E non sei contenta?... Se tu mi aves­ si detto di essere rimasta in casa dell'attore soltanto due minuti, io non t'avrei creduta. Ma l'esatta informazione del mio agente, ti salva. |

Edith                             - Ti prego, non tormentarmi più! Que­sta tua calma spaventosa! Dimmi quello che vuoi, uccidimi, scacciami, non ne posso più.

Barone                          - (tranquillò) Non ti ucciderò perchè senza di te non potrei continuare a vivere. Questo lo sai. Scacciarti? Perchè il signor Litvay intervenga subito e ti porti alteramen­te nella sua casa? No, no... Ma prenderò i miei provvedimenti.

Edith                             - Fai quello che vuoi, ma non mi tor­mentare più (siede vicino alla lampada).

Barone                          - Se quest'uomo volesse fare di te la sua amante, non ci farei caso alcuno. Rimar­rei perfettamente tranquillo. Ma il guaio è che l'attore non cerca l'avventura. Non «o se tu gli credi. Io sono convinto che è sincero. E faresti bene a condividere la mia opinione. Egli non è un mascalzone. E' un bravo gio­vane degno di ogni rispetto. Egli ti vuole ra­pire per farti sua moglie! Per questo io inter­vengo.

Edith                             - Ma non è necessario.

Barone                          - Ti sbagli, figlia mia. E' necessario. Il gioco dell'amore è pericoloso per te perchè sei onesta. Sei sensuale ma sei onesta. Ed io mi sento lusingato nel constatare che hai pau­ra di me. Ma torniamo al nostro discorso. Il caso è serio, molto serio.

Edith                             - Ti sbagli.

Barone                          - No, non mi sbaglio. Questo attore ha recitato una volta con te in uno spettacolo di beneficenza, e tu si sei subito innamorata del­l'attore e della sua professione. Tu hai sem­pre desiderato in segreto, di andare sulle sce­ne. Se non t'avessi sposata, saresti forse diven­tata un'attrice. Me l'hai detto più volte.

Edith                             - L'ho detto (siede a destra in avanti).

Barone                          - E adesso, nella tua piccola anima, ti ribelli. Un bravo giovane, buono, bello, il suo grande e vero amore, e, infine, questa smagliante prospettiva: unirsi a lui sulle sce­ne, amore, successi, gloria... Ti perderei, fi­glia mia, se non intervenissi subito.

Edith                             - E che cosa vuoi fare?

Barone                          - Non sarà difficile intendersi. Ti debbo forse fare una dichiarazione d'amore, adesso? Non credo che tu lo voglia, e poi, io non te la farei. Ti dico invece semplicemente che il tramonto della mia vita ti appartiene. Senza di te io non potrei vivere nemmeno un'ora. Non parlo per dirti delle belle frasi, e non esagero quando dico: « il mio amore è la mia vita »... Alla mia età, la vita ha un gran va­lore... all'età mia l'amore e la vita sono una cosa sola. Chi ama a sessant'anni, muore con questo amore. Io non ho tempo di cercare avventure, di attendere il tuo pentimento e il tuo ritorno. Io devo essere radicale nelle mie decisioni, perchè il tempo che mi rimane è breve.

Edith                             - Tu parli troppo seriamente. Questo-non mi piace. Fino adesso hai parlato legger­mente, e andava bene. Ma perchè, d'un tratto, questo tono serio?

Barone                          - Non ti cederò a quest'attore, Edith I Tu forse non lo sai ancora, ma io so che sare­sti fuggita con lui.

EditH                            - Tu lo sai meglio di me?

Barone                          - Molto meglio. E' il primo uomo, dopo sei anni, che è pericoloso per me. Egli mi è molto pericoloso. Sento il suo coltello alla gola. I nostri antenati sapevano che cosa dovevano fare in simili frangenti. Un San Friano fece mangiare al suo LitJvay un dia­mante polverizzato, mischiandolo con il cibo. Il diamante è sempre una pietra durissima, figlia mia. Fatto in polvere, si formano tante piccole e dure puntine, e quando uno lo man­gia, esso buca lentamente le viscere. Spesso occorre un mese perchè la cosa sia compiuta... Ma peccato che con la rimanenza siano scom­parse anche queste usanze!

Edith                             - Paolo! Non ti ho mai sentito parlare in questo modo... Mi fai paura!

Barone                          - Per un duello, sono troppo vecchio. Non già per la spada e la pistola, ma per mo­rire. Ed io non voglio morire a nessun costo, figlia mia! Perciò mettiamolo fuori questione. Vent'anni fa, volentieri, ma adesso non più! E poi, i giochi d'azzardo, non mi vanno a genio. Se a qualcuno piace la mia signora, non mi voglio certo mettere dinanzi alla sua pistola perchè mi lamnxazzi e me la prenda in questa maniera. No, figlia mia. I miei ante­nati erano dei mercanti, dei mercanti armati e di loro è fama che avessero ammazzato tutti i furfanti .signorotti che volevano derubarli. Noi ci difendiamo, figlia mia.

Edith                             - (s'alza) Tutto quello che dici mira a qualche cosa. Tu, così taciturno, parli ora tanto... e in una maniera strana.

Barone                          - Veramente, avrei potuto tacere. Ma perchè ti amo molto, ho voluto parlare. Agi­rò, te lo confido, in questa ora solenne della mia vita. Tu devi anche sapere che non agirò a caso. Devi essere informata. Devi sentire la mia forza e il mio potere sulla vita e sulla morte. Io voglio innalzarmi dinanzi ai tuoi occhi. Voglio essere forte come un giovane. Saprai il mio piano.

Edith                             - Paolo, che vuoi fare?

Barone                          - Vedo che hai già intuito il mio pen­siero.

Edith                             - Non parlare così, non parlare così, per amor del cielo! Tremo tutta quando ti sento parlare in questo modo. Qua!'è il tuo piano?

Barone                          - Conosci il « Generalissimo »?

Edith                             - (spaventata) Paolo!

Barone                          - Tu sai chi è il « Generalissimo ». B bello e fine fucile inglese col quale domani andrò a caccia!

Edith                             - Tu non andrai a caccia!

Barone                          - (con forza) Chi? Io- (s'alza).

Edith                             - Anche tu... no.

Barone                          - No, cara. Ci andrò come ci andranno gli altri. E sarà una bella caccia, secondo l'antico costume.

Edith                             - (molto inquieta) Paolo, io non ti riconosco più!... Hai perduta la tua serenità, la tua forza...

Barone                          - Hai ragione: qualcosa s'è spezzato in me.

Edith                             - Ti prego, ritorna ad essere buono, caro. Cerca di vedere le cose quali sono. Ti assicuro che lui non mi interessa più di tutti gli altri corteggiatori che ho messo alla porta.

Barone                          - (triste) No, tu menti, figlia mia.

Edith                             - Se lo desideri, io...

Barone                          - Non giurare, sarebbe ridicolo.

Edith                             - Se lo desideri... lo mando via questa sera stessa, senza rivederlo più...

Barone                          - Può essere, ma se io non agisco su­bito, è finita per me.

Edith                             - Per amor del cielo! Ma cosa accadrà?

Barone                          - Ciò che deve accadere.

Edith                             - (in grande agitazione) Se io mi gettassi ai tuoi piedi e ti baciassi le mani, gridando... Paolo... non posso più... tu crederesti che io tema per un amante... ma io ti giuro che tre­mo per te, e per me, e per ciò che vuoi fare. E' spaventoso.

Barone                          - Devi venire con me, dove voglio, fos­se anche nell'inferno.

Edith                             - Lo mando via, gli apro la porta ades­so, in quésto momento, subito!

Barone                          - Per seguirlo.

Edith                             - Non mi credi?

Barone                          - T'invidio, figlia mia, perchè credi a te stessa. Tra una settimana dirai: « E' inte­ressantissimo! Non avrei mai creduto di poter abbandonare mio marito! ».

Edith                             - (molto agitata) Abbi compassione di me, Paolo! Crédimi, lasciami giurare su tut­to... su mia madre...

Barone                          - (alza la mano) Basta, ti prego! (Pau­sa. S'alza) E adesso ti proibisco recisamente di dire ancora una parola al riguardo.

Edith                             - (agitata) No, no. Ed anche se cento volte-..

Barone                          - (forte) L'ho proibito! Hai compreso? (pausa).

Litvay                           - (sulla scala, entrando) Buona sera, barone!

Barone                          - Quanto tempo ci mettiamo a farci belli, caro Litvay! Buona sera (si danno la mano). Ebbene, avete tanto paura di viag­giare di notte?

Litvat                            - Si, caro barone. Quel treno è freddis­simo.

Barone                          - (indicando Edith) "Avete già parlato con mia moglie, non è vero?

Litvat                            - Sì, ho già avuto questo onore (va dietro la tavola da tè, nel mezzo) Permettete che beva un sorso di tè? Prima che si raffreddi?

Edith                             - Il coperchio lo mantiene caldo. Ma se voi lo desiderate, ve ne faremo servire uno appositamente.

Litvat                            - Oh, grazie. No, non occorre. E' anco­ra caldo (piccola pausa).

Barone                          - Siete contento della vostra camera?

Litvay                           - E' splendida! Graziosissima quella tenda coi fiori rossi, e il largo letto.

Barone                          - Ah, dormite nella stanza rossa?

Litvat                            - Si.

Barone                          - Il letto è stato il compagno della mia gioventù.

Litvay                           - Mi congratulo.

Barone                          - Adesso riposa. Come il vecchio ca­vallo ussaro della carrozza del vescovo.

Edith                             - (con tono affettato di conversazione) Rhum, latte, vino rosso, limone?

Litvay                           - Vino rosso, se permettete, e tre pezzi di zucchero.

Edith                             - (ridendo) Lo so.

Litvay                           - Signor barone, voi state benissimo. Naturalmente tutto il giorno all'aria libera?

Barone                          - Purtroppo non è possibile. Adesso abbiamo avuto due giorni di nevischio. A me non piace. L'inverno lo preferisco asciutto, col cielo chiaro e il fréddo tagliente. Voi ave­te un colorito da città.

Litvay                           - Da aria di rinchiuso.

Edith                             - Al caffè, al club...

Litvay                           - Oh, molto di rado. Detesto quei locali pieni di fumo. La mia góla lo risente subito il giorno dopo.

Barone                          - Perchè i signori artisti sono delicati.

Litvay                           - Ho cercato anche di abituarmi. Ma appena ci facevo l'abitudine, mi raffreddavo, in guisa che per due settimane non potevo re­citare. Anche la caccia di domani sarà un esperimento (s'avvicina alla tavola).

Barone                          - Ho studiato tutto il giorno il baro­metro. Sembra che avremo un tempo bellis­simo.

Litvay                           - Quando il treno si volge verso nord, sotto Felvar, vicino alla gran curva dopo il ponte di ferro, s'incontra improvvisamente il freddo.

Barone                          - Perchè in quel punto tanto la ferro­via che la strada carrozzabile non sono più protette dalla valle.

Litvay                           - La mia gola ne ha subito risentito. Istantaneamente.

Edith                             - (con affettata attenzione) Mi rincresce che questo sia accaduto per colpa nostra.

Litvay                           - (molto riguardoso) Ma io non parlo per posa. Sono davvero uno schiavo di que­sto delicato strumento (mostra la gola) Sarò dolentissimo se domani non potrò andare a caccia.

Barone                          - Ma probabilmente domattina vi sen­tirete già bene.

Litvay                           - Speriamo, ma lo dubito. Conosco i ca­pricci della mia gola.

Barone                          - Allora è quasi certo che non verrete alla caccia?

Litvay                           - Non parliamone più. Aspettiamo do­mani mattina. Se proprio mi farà male, re» stero tutto il giorno qui, rannicchiato vicino al fuoco... pensando con rincrescimento alla caccia festosa (siede a sinistra).

Barone                          - Mi rincrescerebbe la vostra assenza.

Litvay                           - Pazienza!

Barone                          - In ogni modo non voglio forzarvi a venire. Vuol dire che rimarrete qui (dopo una pausa) ... vicino al fuoco.

Edith                             - (ridendo) E giocherete a scacchi con la moglie del sindaco.

Litvay                           - Dio mi salvi! Non mi date questo in­carico, ve ne prego! (ride).

Barone                          - (pensando) Facevo grande assegna­mento su di voi. Vi avevo anche assegnato il posto nella battuta.

Litvay                           - Potrete certamente cacciare anche senza di me.

Barone                          - Ma mi portate un po' di scompiglio.

Edith                             - (ridendo nervosa) Mio marito ama la puntualità, l'ordine... sopra ogni cosa.

Barone                          - (pensando) Hai ragione. La puntua­lità, l'ordine! Ma pazienza! (pausa) Avevo anche pensato di darvi uno dei miei migliori fucili.

Litvay                           - Vi ringrazio.

Barone                          - E... (s'alza) ... nonostante abbiate rifiutato, aspettate... ve lo voglio almeno far vedere (va via a destra).

Edith                             - (lo segue con gli occhi, ascolta i suoi pas­si e va veloce alla porta dalla quale è uscito il barone).

LitvAy                          - Che c'è? (si alza).

Edith                             - (mette il dito sulle labbra. Corta pausa, agitata, piano) Andatevene, partite, domat­tina presto, ora, subito...

Litvay                           - Perchè? Che è successo?

Edith                             - Mio marito ha sentito quando mi ave­te baciata. Non mi domandate altro. Partite.

Litvay                           - Ma, vi prego...

Edith -                           - Egli sa tutto, tutto. Vi prego, per amor del cielo, non dite una parola. Andate­vene... se mi amate, subito...

Litvay                           - Ha visto che vi ho baciata?

Edith                             - (mette subito il dito sulla bocca, pregan-dolo di tacere e s'allontana frettolosa dalla porta, va svelta alla tavola da tè e siede a si' nistra. Litvay va lentamente al posto suo, sie­de tranquillo a destra. Pausa. Silenzio).

Barone                          - (entra. Porta due fucili da caccia) Queste sono le due prime donne. Il « Genera­lissimo » e il «e Comandante » (si pone a de­stra della tavola).

Litvay                           - (alzandosi) Che vuol dire? Hanno un grado?

Barone                          - Già. Guardate: questo è il «e Co­mandante » ed io ve l'ho destinato per do­mani. (Posa il « Generalissimo » sulla ta­vola).

Litvay                           - (va e lo prende) Uno splendido fu­cile! (tutti e due tengono il « Comandante »).

Barone                          - (con amore) « Holland and Hol­land » tutti e due. Si sente sempre vantare i fucili belgi e americani; per me non c'è che un solo fucile al mondo: l'inglese. E qui ne abbiamo un tipo eccellente: « Hollamd and Holland ». E anche tra cent'anni non ve ne saranno dei migliori.

Litvay                           - E' questo qui il «Generalissimo »?

Barone                          - (posa il « Comandante » sulla tavola e prende il « Generalissimo ») Sì, guarda­telo con rispetto. Quando l'ebbi, era sempli­ce soldato come gli altri fucili. Ma dopo ogni caccia lo promuovo di grado secondo i me­riti. Così questo è diventato il « Coman­dante ». E questo, il « Generalissimo ».

Litvay                           - Promozioni più alte non se ne pos­sono avere.

Barone                          - No.

Litvay                           - Voi, naturalmente, li porterete do­mani alia caccia con voi.

Barone                          - Naturalmente. II « Generalissimo » è per me il fucile migliore, ed è anche il mi­gliore amico. Il « Generalissimo » non è ca­priccioso, il « Generalissimo » non è perfido, il « Generalissimo » è esatto come un inge­gnere e sicuro come la morte.

Litvay                           - Con quale amorosa serietà parlate di lui!

Barone                          - Per me, più che amore è amicizia!

LitvaY                          - Benché io vada di rado a caccia, pure capisco come potete parlare così.

Barone                          - (col « Generalissimo » tra le mani) E' come un uomo. Non come gli uomini. Ma come un uomo.

Edith                             - (nervosa) Io tremo di quest'arma. Io tremo di ogni arma!

Barone                          - Come sei nervosa, figlia mia cara!

Edith                             - Non lo voglio vedere, ti prego.

Litvay                           - Stranissimo! Un istrumento così fine e così snello, è anche bello a vedere. dith            - Io tremo. Il pensiero che esso sia ani­mato, è terribile.

Barone                          - Per la sentimentalità femminile può essere terribile. A me sembra un pensiero in­superabile.

Edith                             - (nervosa, quasi isterica, ma ridendo, in tono di conversazione) Queste armi sono fatte solo per procurare dei patimenti... Gli uomini le fabbricano allegramente... e senza pensare... altri uomini sono capaci d'amarle. Ti prego, Paolo, mi rendi nervosa... (viene innanzi nel mezzo e torna di nuovo al posto).

Litvay                           - (ridendo) E' interessante! La baro­nessa è veramente turbata.

Barone                          - (posa il fucile sulla tavola) Ella s'o­stina a sostenere che io abbia concluso col mio fucile un'amicizia diabolica, che gli ab­bia venduta l'anima.

Litvay                           - Alla donna vengono delle idee incre­dibili, quando vuol essere gelosa del marito.

Edith                             - (nervosa) Non è gelosia.

Litvay                           - Eppure credo che sia la gelosia, la causa della vostra ira contro questi piccoli, innocenti inglesi.

Edith                             - (nervosa e quasi gridando) Non sono

I innocenti.

Litvay                           - (nel mezzo. E' tranquillo. Sa benissimo di che si tratta, ma parla con calma e chia­rezza) Sono innocenti perchè irresponsa­bili di quello che fanno.

Barone                          - Voi offendete il « Generalissimo ». Il « Generalissimo » pensa e agisce. Non è vero che egli sia soltanto un mezzo. Qualche volta temo anch'io del « Generalissimo »... e questo vuol dir...

Litvay                           - (va verso sinistra) Io Io stimo e l'onoro... ma sono così poco cacciatore... però non ne ho paura (e questo lo dice con inten­zione).

Edith                             - (nervosa) Ridete pure sul mio conto o mandatemi via, ma non parliamone più. Parliamo d'altro.

Barone                          - Io non ho paura ne degli uomini né delle bestie. Temo una cosa soltanto: un og­getto che all'improvviso agisca come avesse una volontà.

Litvay                           - Nemmeno questo temo. Io non te­mo nulla. Non sono suscettibile di nessuna paura. V'è chi non vede i colori, ebbene, io non vedo la paura (con intenzione) E questo deriva forse dall'essere o non essere attaccati alla vita.

Barone                          - Ma se avevate tanta paura per la vostra gola! ,

Litvay                           - Per la mia gola si, ma non per la mia vita. Io sono attore. Un vero comme­diante d'antico stampo. Per me le lagrime de­gli altri hanno gran valore. Avrei dovuto es­sere soldato. Ma anche questo è indifferente.

Barone                          - Che cos'è indifferente?

Litvay                           - (forte) Tutto è indifferente (guarda il barone negli occhi) Malattie, duelli, di­sgrazie, cannoni, fucili, pistole. Tutto è indif­ferente. E' pericoloso viaggiare in ferrovia come guardare nella canna del « Generalis­simo » che ha appena nove millimetri di dia­metro.

Barone                          - Prego di sei millimetri.

Litvay                           - Tanto meglio (siede a sinistra). Solo sei millimetri?

Barone                          - (col fucile in mano) Proprio. E per­chè dovrebbe essere di più? Noi cacciamo qui nel bosco e miriamo a corta distanza! Sono del parere: piccolo calibro, grande sicurezza. Quando la palla tocca il cuore, è lo stesso che i millimetri siano sei o nove. Questo sistema ha, tra gli altri, anche il vantaggio che... (du­rante queste ultime parole, vuol fare vedere qualcosa circa il cane del fucile. Il fucile che, in questo momento, è diretto verso la poltro­na nella quale siede Litvay, scarica un colpo. Edith manda un grido. Una lunga pausa).

Litvay                           - (piano, molto tranquillo) A quanto pare, il « Generalissimo » non è poi tanto sicuro.

Barone                          - (guardando il fucile) Incredibile!... (lo posa).

Edith                             - (s'avvicina) Dio mio... che spavento... vi prego... Litvay... non v'è accaduto nulla?

Barone                          - Iddio l'ha protetto (va a destra vi­cino alla tavola).

Litvay                           - Dio ci ha protetti.

Edith                             - Non v'è successo nulla?

Litvay                           - Nulla.

Edith                             - Ma... come è accaduto? (il servo en­trando dalla destra, guarda allarmato).

Barone                          - (guardando il servo) Che volete? (il servo tace. Inquieto e molto forte) Che vole­te? Non vi ho chiamato (guarda il servo con un'occhiata terribile, questi se ne va spaven­tato sotto l'impressione di quello sguardo. Egli continua a dire) E anche se cadesse la casa, voi non dovete 'accorrere se non chia­mato (pausa). Abbiamo scampata una grande disgrazia! Litvay, non ho parole per la situa­zione nella quale mi trovo. Poteva finire di­versamente.

Litvay                           - (piano, tranquillo) Prego, non ne par­liamo." E' una fortuna che sia andata così. Non pensate come sarebbe potuta andare. Sopratutto io non sono un pessimista... e per le cose passate meno che mai.

Barone                          - Avete ragione (pausa).

Litvay                           - In ogni modo sarebbe stato curioso di morire così. Di una malattia così strana. Gli uomini pensano spesso a come vorrebbe­ro morire; ma io, non ho mai pensato a una morte simile, eppure è un caso non tanto raro.

Barone                          - In vita mia m'è accaduto per la pri­ma volta.

Litvay                           - Nel caso presente (la sua voce s'affie­volisce) ... nel caso presente... in questo caso...

Edith                             - (alzandosi) Litvay, per amor del cielo! (andando a lui).

Barone                          - Che c'è?

Litvay                           - Niente... sono un poco... (tace).

Edith                             - (vicino a lui, forte) Litvay!... Che v'è accaduto?... Parlate! Perchè ci nascondete?..

Barone                          - (facendo un passo verso Edith) Ti prego, non agitarti.

Edith                             - Perchè non ce lo dite?... Se siete fe­rito...

Litvay                           - Io... confesso... baronessa... Tran? quillizzatevi... non v'è nulla di serio... Mi pare d'essere ferito alla spalla...

Edith                             - Dove?

Litvay                           - (a Edith) Vi prego, non v'impressio­nate. Qui, alla spalla sinistra sento qualcosa. Forse sarà stata sfiorata. Altrimenti non po­trei parlare così tranquillamente... se ci fosse qualcosa di serio...

Edith                             - Bisogna chiamare un dottore subito (a destra, sulla tavola suona il campanello).

Barone                          - Bisogna che lo veda.

Edith                             - Paolo, telefona subito a Janossy (il barone va al telefono. Il servo entra a de' stra) L'automobile deve andare subito a Felvar. Andate all'ospedale a prendere il dottor Janossy. Subito (il servo esce).

Barone                          - (al telefono) Centrale? Per favore, Felvar  (aspetta) Grazie. Casa di salute? Pronti, il barone di San Fri ano. Vi prego, mandatemi subito al telefono il dottor Janos­sy (aspetta). Va bene, aspetto.

Edith                             - Ma intanto non si potrebbe...

Litvay                           - No, non toccate... Questa è un'es] rienza della chirurgia di guerra: tranquilli Il dottore deve essere il primo a toccarei I ferita. Non è nulla di grave certamente.

Edith                             - Sanguina?

Litvay                           - No. Non sento quasi nulla. Quelle piccole ferite si rinchiudono subito. Mi sa che la palla sia passata soltanto attrai so i 'muscoli. Non è nulla di serio.

Barone                          - (rispondendo al telefono) II don  Janossy? Pronto, il Barone di San Friatt Buona sera. Tra un momento verrà a prj derla la nostra automobilie. E' accaduta t I disgrazia (pausa). Con un fucile (pausa). E go, tante grazie (posa il ricevitore). L'au I mobile l'attenderà alla porta (viene a desti della tavola. A Litvay) Non vi volete sti dere? Vi devo aiutare?

Litvay                           - A nessun costo. Ho acconsentito I mandare a chiamare un dottore, solo per piacere alla baronessa.

Barone                          - Non si può sapere la gravità del caa anche se al primo momento non avete senti del dolore.

Litvay                           - Sedete, baronessa. Tranquillizzate I vi prego. E parliamo d'altro.

Edith                             - Un bicchiere d'acqua, o del cogna

Litvay                           - Grazie, nulla.

Edith                             - (va alla tavola del tè) Mi sono e I spaventata, quando v'ho visto diventare p I lido...

Litvay                           - Adesso incomincio già a star megli Credo... era forse effetto dei nervi.

Barone                          - (alla tavola da tè, rivolto a Edith) f Siediti, ti prego. Forse farebbe bene a te bicchier d'acqua o del cognac.

Edith                             - (afferrando un bicchiere) Una g< d'acqua... si (siede e beve. Pausa).

Litvay                           - Già... o!ove siamo rimasti? Già, sti casi sono relativamente frequenti, ma] bello è questo, che non si danno sempre] caso. Non siete anche voi della stessa o' nione?

Barone                          - Certamente.

Edith                             - Non comprendo perchè discutiate frequenza o meno di questi terribili casi. 1

Litvay                           - Un fucile che spara a caso e colpii ciecamente nel segno, è brutale, è rivoltai™ Ma un fucile che pensa e segue deliberai mente la volontà del caso, è romantico, tet ribilmente bello...

Edith                             - Strano, quello che dite.

Litvay                           - Anche il momento nel quale io parlo è strano.

Barone                          - Però, il vostro aforismo, non è adat­to al caso.

Litvat                            - Non dico che sia adatto al caso. Ma dal momento che siamo in discorso... agli uomini vengono in niente tante possibilità!

Barone                          - «Possibilità »? L'espressione è da scartare come l'intera vostra discussione.

Litvat                            - Voi mi dovete scusare, se transigo un poco sulle regole della conversazione. Non mi sento affatto disposto, ma visto che avete mandato a chiamare il dottore, faccio uso dei privilegi dei malati.

Barone                          - (severo) I quali hanno pure i loro limiti.

limiti.

Litvay                           - (con forza) Limiti che io mi concedo di stabilire (pausa. Edith s'alza).

Barone                          - (moderandosi) Adesso dovete stare tranquillo.

Litvay                           - (agitato) Se le mie condizioni vi preoccupano, vi ringrazio. In ogni modo sta a me decidere se convenga tacere o parlare.

Barone                          - Voi vi agitate...

Litvat                            - Al contrario. Mi sforzo di tranquil­lizzarmi.

Edith                             - Vi prego Litvay...

Litvat                            - Ma è difficile.

Barone                          - Ebbene, vi voglio facilitare la cosa. Perchè queste allusioni e ambiguità? Se vo­lete continuare su questo tono, tanto vale troncare il discorso.

Edith                             - Vi prego... E' un martirio ascoltarvi...

Litvat                            - Certamente non è molto divertente, baronessa. Lo confesso. Il sangue freddo ari­stocratico mi abbandona, e si sveglia in me il contadino.

Barone                          - E il contadino potrebbe dire che dell'accaduto non è responsabile il « Gene­ralissimo », ma bensì io. Come volete, com­pleto il vostro pensiero.

Litvat                            - Oh, il contadino potrebbe dire an­che dell'altro!

Barone                          - Che cosa?

Litvat                            - Che il « Generalissimo » non ha nul­la a che vedere con tutto l'accaduto.

Barone                          - (con forza) Soltanto io?

Litvay                           - (pronto) Soltanto voi (pausa corta).

Edith                             - (molto agitata) Ma io non sopporto che si parli ancora di ciò. No, no.

Barone                          - (freddo) Tu avrai la bontà di rima­nere qui, e di ascoltare fino alla fine ciò che diremo.

Edith                             - Non voglio ascoltare. Io... (sale due gradini della scala).

 Barone                         - Avrai la bontà di rispettare il mio ordine (pausa).

Litvat                            - Avete detto che può essere una cosa seria anche se la ferita fino all'ultimo non dà nessun dolore. In tal caso sarà bene guardarci a fondo negli occhi e parlare.

Barone                          - Sono ai vostri ordini.

Litvat                            - Il fucile può essere ragionevole, ed anche la palla durante il suo tragitto. Se pe­rò si ferma in un essere vivente, allora ha l'abitudine di diventare pazza. Chissà cosa vuol fare quella che mi ha ferito.

Edith                             - (dalla tavola da tè viene nel mezzo spa­ventata) Avete detto prima che vi ha sfio­rata là spalla...

Litvat                            - No, è andata più a fondo.

Edith                             - Ma è possibile... Si dovrà allora... si dovrà allora fare qualche cosa. Non potete rimanere qui. Come è possibile che restiate qui seduto a parlare?

Litvat                            - Non ve ne preoccupate. Supponete che io possa sopportare il dolore. Paura non ne ho. Questo l'ho già detto. E la vita... non l'ho considerata mai come mia proprietà. E' come un prestito. Un giorno bisogna resti­tuirla (dice queste parole con voce sempre più fioca, come uno che sappia sopportare coraggiosamente il dolore).

Barone                          - Voi dicevate che dobbiamo guar­darci negli occhi.

Litvat                            - Sì. E parlare dell'accaduto. Siete con­vinto che sia stato un puro caso?

Edith                             - (pronta) E' stato un puro caso!

Litvay                           - (guarda a lungo Edith, poi sorride ama­ramente) La baronessa ha già risposto.

Barone                          - Se avessi voluto colpirvi...

Litvat                            - Avreste potuto farlo domattina a cac­cia... Ma io dissi che probabilmente noli sarei venuto.

Barone                          - Voi siete dunque convinto che abbia voluto tirare su di voi?

Litvat                            - E' così.

Edith                             - Impossibile! Non potete dirlo!

Barone                          - Voi siete mio ospite, e ferito. Per questo non vi posso rispondere come si con­viene. Ne riparleremo a suo tempo.

Litvat                            - E se non ci fosse più nessuno ad ascoltare la vostra risposta?

Edith                             - Voi non potete dire che è stato fatto apposta, non potete dirlo.

Barone                          - Non mi trascinate in una disputa nella quale non posso. parlare liberamente.

Litvay                           - Vi permetto di mancarmi di rispetto. Parlate, rispondete. Lo pretendo.

Barone                          - Con qual diritto?

Litvay                           - Col diritto... di non aver forse più altra occasione... per chiarire questo mistero. Non che io mi voglia vendicare... ma sono curioso. A me interessano gli uomini, gli avvenimenti, i casi, gli intrighi, i motivi, i delitti...

Barone                          - Abbiate, vi prego, parlando, dei ri­guardi, come ne ho io.

Litvay                           - Ebbene, tacerò, sì... tranquillizzate­vi, signora baronessa, tacerò. Ma se questa pallottola è davvero così pazza, come io... ri­tengo; allora... la mia grande discrezione, durerà soltanto finche sono in vita... finche sono in vita questo affare rimane tra noi tre... non riguarda nessun ialtro... Ma... se io, stimatissimo signor barone, vi cagionassi la noia di morire nella vostra pregievolissima casa dove ero stato invitato per uno svago... oh, allora sarebbe stato inutile il mio silenzio (Edith siede su di una sedia vicino alla tavola da tè). Perchè interverrebbero subito degli estranei. Il giudice... il magistrato... quelle inevitabili formalità, insomma, nelle quali è costretta la nostra povera vita, E a loro biso­gna renderne conto (sorridendo). Mi rincre­scerebbe morire perchè non potrei assistere a delle scenette curiose. Cosa direte? (diventa pallido. Tace).

Edith                             - (accorrendo verso Litvay) Vi dovete sdraiare. Soffrite. Non vi agitate.

Litvay                           - Verrà tra poco il dottore.

Barone                          - Precisate la vostra accusa.

Litvay                           - V'interessa?

Barone                          - Vi risponderò con altrettanta preci­sione.

Litvay                           - Voi mentite (il barone fa un passo energico verso Litvay. Edith grida, corre dal barone e si pone in mezzo ai due).

Barone                          - Non temere, so padroneggiarmi.

Litvay                           - Mentite, perchè questo colpo si ricol­lega a dei fatti precedenti.

Barone                          - No, non c'è stata premeditazione.

Litvay                           - Mentite di nuovo, poiché ci fu... pre­cisamente... (U barone guarda Edith) dove adesso guardate.

Edith                             - Io non vi autorizzo a dire questo. Io non vi ho mai concessa alcuna libertà. Per me siete un buon amico di casa, come gli altri.

Litvay                           - (non fa attenzione ad Edith) Voi eravate geloso.

Barone                          - Mai.

 

Litvay                           - Oh, questa volta, sì. E ne sono orgoglioso.

Barone                          - Toglietevi questa illusione, signor attore.

Litvay                           - Dalla camera qui accanto avete udito ciò che ho detto a vostra moglie.

Barone                          - Non ho udito nulla.

Litvay                           - (guarda Edith) No?

Edith                             - (resistendo lo sguardo) Voi non mi avete detto nulla... che mìo marito non po­tesse udire.

Litvay                           - Come? Ma se vi ho fatta una dichia­razione d'amore? Vi ho consigliata di lascia­re vostro marito?!

Barone                          - Voi non avete potuto dire questo a mia moglie.

Edith                             - No. Non l'ha detto.

Litvay                           - Voi non mi avete data nessuna spe­ranza, voi non m'avete incoraggiato, m'ave­te respinto... Ma io, io ve l'ho detto (al ba­rone). E voi l'avete udito.

Barone                          - Mia moglie non vi avrebbe permes­so di mancarle di rispetto.

Edith                             - No, non l'ha detto. Non l'ha detto!...

Litvay                           - (eccitato) Supposto... supposto che il signore al quale ho accennato prima, il giu­dice istruttore, domandi... se tra voi due... prima di questo incidente... ci fosse stata una scena di gelosia... che cosa risponde­reste?

Barone                          - Che non c'era stato nulla.!

Litvay                           - Prego, deve rispondere la baronessa,

Edith                             - Nul...la. Vi prego, fate attenzione al­le vostre parole, altrimenti mio marito po­trebbe credere che...

Litvay                           - Che?

Edith                             - (quasi piangendo) E' così impulsivo, così sincero, così generoso...

Litvay                           - Il barone dunque, non ha preso il « Generalissimo » per risolvere comodamen­te una crisi...?

Edith                             - (spaventata) No! No! No! Come vi vengono questi pensieri? Perchè dite così? (guarda continuamente il marito). Credere questo di lui, di mio marito!

Litvay                           - (molto agitato) Voi! L'unica che sa tutto, voi siete del parere che è stata una disgrazia!?...

Edith                             - Litvay... Tranquillizzatevi... riposate­vi un poco, adesso... siete così agitato...

Litvay                           - Rispondete alla mia domanda.

Barone                          - Rispondete.

Edith                             - (nel mezzo, in grande angustia. Rivolta al barone) E' stato un caso (rivolta a Litvay). E' stato un caso. Ma come potete pen­sare per un momento solo... Questo è spa­ventoso... Mio marito non mi ha mai (Litvay la guarda) mai, con nessuna parola... ma que­sto è assurdo... che cosa pensate mai?... Non mi guardate così... Adesso ha paura di voi (va piangendo da suo marito che l'abbraccia).

Barone                          - Non piangere, figlia mia, e non aver

paura! Edith                  - (piangente) Quando sei vicino a me... io ho paura... Io non ho paura eli nulla... quando mi tieni fra le braccia. (// barone la bacia dolcemente sulla fronte:. Corta pausa. Litvay osserva con viso amaro  la scena. Edith si libera lentamente dalle braccia del barone e resta un poco vicino a lui col fazzoletto sugli occhi, poi si muove lentamente per andarsene. Quando è vicina alla porta, Litvay dice:)

 Litvay                          - Vi prego, baronessa, ancora un mo­mento... (Edith fa un passo innanzi. Egli si alza). Questa sera avrei dovuto recitare. Ed una delle più belle parti: Cyrano de Berge-rac. Mi sono rifiutato per venire qui. Ma non sapevo che questa sera avrei, dopotutto, do­vuto ancora recitare. Adesso che ho tutto compreso, ve lo confesso. Questa sera ha recitato... ed anche la mia parte migliore (ri­de. Edith viene avanti da destra e siede vi­cino al camino).

Barone                          - (serio) Che significa questo?

Litvay                           - Oh, ha un gran significato! Un gran significato! Ma perchè mi guardate così? Voi avete compreso?

Barone                          - Avete recitato una commedia?

Litvay                           - Ho recitato una commedia, signore, e, a quanto vedo, benissimo. Vi prego di non guardarmi cosi esterefatto, è come vi dico. Non ini è accaduto nulla. Non sono ferito. Il rinomato fucile inglese non mi ha colpito, è stata una commedia, e benché non sia vani­toso, devo constatare: era una buona comme­dia. In ogni modo è stata utilissima (ridendo s'inchina). Lo stimatissimo pubblico perdonerà al povero commediante questo suo piccolo e fedele lavoro (Edith s'alza).

Barone                          - Sicché, mi avete preso in giro?

Litvay                           - E' cosi, barone. Ma non l'ho fatto per divertirmi. No. Il gioco era serio. Ero innamorato di vostra moglie e voi mi vole­te vate cacciare una pallottola nel corpo.

Barone                          - Ma ciò si prolunga troppo!

Litvay                           - No, no, no, no, no! Avreste voluto! Ma non mi avete colpito! Ecco come stanno le cose. Qui incomincia la commedia. Io so­no un uomo che desidera imparare. Quante volte lo debbo dire? Avrei volentieri visto che cosa sarebbe accaduto se, il « Gene­ralissimo » avesse vinto. Si è molto curiosi di conoscere i propri funerali. Io li ho pro­prio visti, stimatissimo signor barone, e de­gnissima signora baronessa. Ed ho anche mol­to imparato. Erano dei funerali detestabili. Morivo solo e abbandonato come un cane schiacciato da un'automobile in corsa sulla strada maestra... il cane schiacciato viene gettato nel fosso, l'automobile continua la sua corsa, e i baroni non si voltano nemme­no indietro. Ho avuta un'orribile morte, sti­matissimo pubblico. Veramente, bisognereb­be piangere, se non ci fosse da ridere. Perdo­natemi., Dopo tutto non fa molto piacere ve­dere come si dà torto a chi muore e come i vivi fuggono il morto! Nel mondo, solo le persone vive, i forti, i crudeli, hanno dei di­ritti! Ed ora, se m'avete perdonato, degnate­vi di prendere posto... (gli mostra una sedia) ... e parliamo d'altro. Volevo dirvi che do­mani non verrò sicuramente a caccia, perchè la gola m'incomincia véramente a dolere... sì... io parto col primo treno; andrò a casa e tutto il giorno mi farò degli impacchi fred­di... (va verso la scala). Suppongo, natural­mente, che la coppia baronale perdonerà il mio ardire. Ma se non potrò ottenere... che... (salendo tre gradini della scala).

Barone                          - (aspro) Basta di declamare. So già cosa volete. Vi ho ascoltato per questo (un passo verso Litvay. Entra un servo).

Servo                             - Il signor Dottore Janossy (corta pausa).

Litvay                           - Fatelo entrare. Se lo permettete, (il servo va via. Janossy entra da sinistra con una borsa)..

Janossi                           - Buona sera.

Edith                             - (nel mezzo, dando la mano a Janossy) Buona sera, dottore. Vi ringraziamo per la vostra premura... dobbiamo darvi una lie­ta sorpresa (siede a destra della tavola da tè).

Barone                          - Buona sera, dottore. Sedete (va a destra dietro la tavola).

Janossy                          - Come?... L'incidente?...

Litvay                           - Non c'è nessun incidente, dottore. Per colpa mia vi siete dovuto disturbare in questa fredda e orribile notte d'inverno. Per­mettete che mi presenti: Vittorio Litvay.

Janossy                          - (complimentoso) E' superfluo... Ho avuto il piacere di vedervi recitare a Buda­pest.

Edith                             - Del tè, del caffè... dottore?

JanoSSY                       - Tante grazie... nulla.

Barone                          - Acquavite, vino?

Janosst                          - No, grazie, preferisco non prendere nulla, ora. Ma come va?... questo inciden­te... è accaduto o non è accaduto?

Litvat                            - Io sono il colpevole. Vi prego di con­centrare tutta la vostra ira su di me. Si tratta che avendo tra le mani un fucile, questo ha esploso. Veramente, quando ha esploso, era nelle mani del barone. Ed io, dopo la prima paura, non ho potuto resistere alla tentazione di recitare la seducente parte del ferito. Pren­detemi per le orecchie, caro dottore, ma io... io recitavo... e ho voluto recitare fino alla fine. Quando vi hanno telefonato, ho sentito per un momento un po' di rimorso, ma ero già talmente investito della parte, caro dot­tore, che non potevo più tornare indietro... perdonate questo brutto scherzo ad un at­tore un po' pazzo...

Janosst                          - Ma... non è proprio necessario, che vi scusiate tanto.

Litvat                            - Mi perdonate?

Janosst                          - Di tutto cuore. E adesso che ho sa­puto che si tratta di voi, sono felicissimo che non abbiate bisogno della mia opera.

Edith                             - Rimanete un poco con noi. Prendete qualcosa.

Barone                          - Ci farete un grande piacere.

Janosst                          - Resterò un momento solo per non togliervi il sonno (siede dinanzi alla tavola da tè). Ho un malato grave a Felvar, e devo visitarlo questa sera stessa.

Edith                             - Del dolce... chartreuse?

Janosst                          - Grazie, non prendo nulla.

Barone                          - (va a destra) Sigari?

Janosst                          - Questi sì (incomincia a fumare).

Litvay                           - (sidla scala. S'appoggia al pilastro) Sapete... Voi vi dovete mettere al mio posto. Stavo seduto lì... (indica) conversavamo ami­chevolmente, il barone ci mostrava i suoi fu­cili, il « Comandante » il «Generalissimo»...

Janosst                          - Li conosco. Io ho sempre il  « Ca­pitano ».

Barone                          - (ride con affettazione) Potrete avan­zare nel grado.

Litvay                           - E mentre il signor barone mi mostra­va il valente fucile inglese lodandolo... Il valente fucile inglese aprì la bocca e...

Janosst                          - Inaudito!

Litvay                           - Già! Proprio inaudito. Evidentemen­te il fucile è stato imprestato a oualcuno che lo ha restituito carico. Il signor barone è un cacciatore così esperto e così cauto, che non  è possibile possa rimettere nella custodia un fucile prima d'averlo scaricato. In una parola: ha scattato ed è partito il colpo. E' andato giusto in questa direzione, in questa direzione, guardate, (indica) dove sedevo io. Ho visto lo spavento dei loro visi... (complimentoso). Ditemi francamente, dottore non avreste avuta anche voi la tentazione di recitare la parte della vittima colpita?... e non per divertimento, ma per vedere e riflettere come si sarebbero comportati gli altri (guarda rivolgendosi dolcemente al barone e  a Edith). Cosa avrebbero fatto... ««Edith avrebbero detto... come si... (guarda i due tacendo)... come essi... già... non è vero?

Janosst                          - Sì, lo trovo comprensibile. E lo raccontate così bene, che rimpiango quasi di non  essere stato presente.

LlTVAT                        - Mi dispiace per voi, perchè era molto divertente.

Janosst                          - Divertente?

Litvat                            - Sì, diciamo: interessante. Una noibilissima copia che all'improvviso si trova davanti una situazione simile, di dover credere di aver ucciso un uomo! Una vera commedia per gente del mestiere.

Janosst                          - Peccato che io sia venuto troppo tardi.

LlTVAT                        - Come nei drammi. Il dottore viene sempre alla fine.

Janosst                          -  (ridendo) Proprio!

Litvat                            - In una parola, spero che mi avrete perdonato!

Barone                          - Avete recitato meravigliosamente.

Edith                             - Anche troppo... mi sono sentita male!... ed io sono seriamente inquieta... per molto tempo... per molto tempo non mi potrò rimettere dall'impressione...

Litvay                           -  (con un leggero inchino) Mi rincresce moltissimo.

Servo                             - (entra. Il barone lo guarda interrogandolo) Il maestro di caccia attende il signor barone. Prega perchè gli siano trasmessi gli ordini per domattina.

Barone                          - Scusate un momento (esce a sinistra seguito dal servo). L

Litvay                           - La situazione mi ha interessato come artista e come psicologo. Ero curiosissimo di vedere che cosa avrebbe detto l'unico testimonio (Edith s'alza e sta a destra della tavola, ridendo)... presente all'uccisione, e questo testimonio era... la signora baronessa…

Janosst                          - Ebbene? Che disse?

Litvay                           - Ella s'è comportata splendidamente! E' una gioia vedere, in tali frangenti, il con­tegno di una saggia e brava signora! Voi siete sposato?

Janossy                          - No. lei loro visi...

Litvay                           - Fatelo. Vi consiglio di sposarvi.

Janossy                          - (salza) Dunque, per me non v'è nulla da fare (a destra). Perdonatemi, baro­nessa, ma io sono in pensiero pei miei malati. Noi medici provinciali ci conserviamo co­scienziosi anche se non è più di moda. L'au­tomobile mi riaccompagnerà, non è vero?

Edith                             - (per non rimanere sola con Litvay, an­dando verso destra) Un momento, vi pre­go, mio marito vi vorrà salutare. Lo chiamo subito... (esce correndo a destra. Corta pausa).

Janossy                          (la segue con lo sguardo, aspettando vicino alla porta).

Litvay                           - (sta a sinistra. Parlando piano) Dot­tore! (Janossy si avvicina) Una parola... pre­sto, perchè non v'è tempo... se non fossimo rimasti soli, avrei dovuto attendere fino a domattina... dottore... vi prego... invoco il segreto professionale... mi sono sentita ma Janossy (s'avvicina) Signore, vi prego.... ente inquieta... Pe Litvay        - Voi non siete arrivato in ritardo per la mia commedia! Essa non è terminata. anossy    - Come?

Litvay                           - Dottore... io., mi reggo appena in piedi... io... io... non ho recitato prima... perchè la pallottola m'ha colpito... la pallot­tola che questo furfante m'ha cacciato in corpo... qui nella spalla.

ANOSSY                     - Ma allora, io devo... (fa un movi­mento verso la sua borsa). ITVAY      - No, no... Qui no. Non voglio farlo sapere. Vi spiegherò, purché manteniate il [segreto...

ANOSSY                     - Si comprende (s'avvicina). Nella spalla?

ITVAY                         - Qui (volge le spalle al pubblico e si apre la camicia da una parte). [anossy (guarda la ferita) E' uscito un poco di sangue. Vi duole?

Litvay                           - Molto! (copre la ferita e rinchiude il vestito).

Janossy                          - Venite subito con me, in automo­bile, a Felvar. Nell'ospedale faremo per voi tutto il necessario. Se potete sopportare così bene il dolore, non sarà nulla di serio! Sie­te stato fortunato!

Litvay                           - Sì molto (pausa).

Janossy                          - La vostra forza d'animo è straordi­naria.

Litvay                           - (piano, dolente, ridendo amaramente, a Janossy) Quei due sono convinti che abbia recitata una commedia. Adesso potete com­prendere perchè ho fatto così bene la parte del ferito. Io non ho recitata la mia parte: l'ho vissuta! Volevo celare, l'accaduto, ma mi sono sentito tanto male all'improvviso, che credevo di morire! Oh, come ne sareb­bero stati soddisfatti! Ma... quando l'ama­rezza mi ha soffocato, allora ho radunato tut­te le mie forze, ho vinto il dolore... e ho co­minciato a recitare.

Janossy                          - Andiamo via subito.

Litvay                           - Lasciate che vi stringa la mano (gli stringe la mano). Mi siete così simpatico! Fi­nalmente ho incontrato un estraneo fra tanti conoscenti (gli tiene stretta la mano. Un ser­vo entra da destra e si ferma).

Litvay                           - Vi prego, fate presto la mia valigia... chiudetela e portatela, sulla automobile. Vado col dottore a Felvar.

Servo                             - Va bene (sale le scale. Litvay lascia la mano del dottore).

Janossy                          - Comprendo che non avrei il diritto di farvi una domanda... ma avete tanta fidu­cia in me... Perchè tutto questo segreto? Per­chè soffrite tanto?

Litvay                           - (amorevolmente, come un bambino sof­ferente a suo padre) Sapete... io non vo­glio permettere a quei due di cantare vitto­ria. Non debbono trionfare! Egli era geloso di me, ed ha tentato di uccidermi come fossi una bestia selvaggia sperduta nel suo giardi­no! Io porto la pallottola con me... me ne vado! ma non ne deve gioire. E non ne deve gioire nemmeno sua moglie. Mi capite?

Janossy                          - Capisco.

Litvay                           - (con le lagrime nella voce) Credevo che quella donna... Ah, che cosa non ho cre­duto!... Ma mi hanno insegnato che sono gente corretta...

Janossy                          - (rimproverando) Gente molto cor­retta, in vero.

Litvay                           - Se mi avesse colpito nel cuore, se fossi morto, sarebbe stato meglio. Per una passione, per un amore, è tanto bello, mo­rire così. E se non mi avesse colpito, avrei potuto ridere sul vecchio marito, e andarme­ne fischiando una canzonetta d'occasione... Ma così... doversene andare con una pallot­tola in corpo, che duole... questo non lo de­vono sapere. No, dottore, no... (con le lacri­me nella voce). Questa sera voglio essere l'u­nico che ride. Per questa volta non devono ridere i saggi, per questa volta... per questa volta soltanto deve ridere il povero comme­diante, anche se... soffre.

Janossy                          - (piano, pieno di compassione) E' sorprendente come sopportate il dolore.

Litvay                           - (tenendogli la mano, caldo e fanciulle­sco) Guardate... Dio ha dato ad ogni crea­tura un'arma di difesa. Al toro le corna, alla tigre le zanne, alle lepri la corsa velose, agli uccelli il volo... (con le lagrime nella voce, sorridendo, umilmente)... al povero attore l'arte di recitare. Nulla è più naturale... (ri­de tra le lacrime. Edith e il barone vengono da destra. Edith resta a destra, il barone si ferma nel mezzo. Litvay resta vicino alla scala).

Barone                          - Sento che volete andarvene, dottore.

Janossy                          - Sì, ho due malati a Fedvar.

Barone                          - Poco fa ci avete parlato di uno solo.

Janossy                          - Sì. Nell'ospedale ve n'è uno solo... ma ci sono anche coloro... che s'incontrano per la strada...

 Barone                         - Bene, noi vi ringraziamo ancora iu§| volta...

Janossy                          - Buona notte, baronessa (s'inchina le dà la mano).

Litvay                           - (nuovamente sereno) 11 dottore è M cortese di condurmi con sé a Felvar. Dal potrò prendere domattina il diretto. Percfl io non posso alzarmi all'alba, e l'automoM potrebbe rovinarsi... Mi congedo anch'io]

Barone                          - Allora... buona sera anche a voi. I

Edith                             - Buona sera, dottore (Janossy esce, fl porta rimane aperta).

Litvay                           - Per me la caccia è finita. Come cacciatore non vi presi parte. Come selvaggina! l'ho scampata bella. Avrei altro da chieda qui?! Forse un po' di plauso, come gii atta romani che si rivolgevano al pubblico  « Plaudite ». Bisogna che ammettiate anche voi due che ho fatto bene la mia parte.

Barone                          - (tranquillo) Avete recitato molto In ne, signor Attore (sta a destra con le braca incrociate).

Litvay                           - E voi, che cosa ne dite, signora ti ronessa?

Edith                             - (piano) Ne sono entusiasta. Applaudo (batte due volte le mani stando vidi alla tavola da tè).

Litvay                           - (lentamente va verso la porta, recita do sempre) E allora (ride piano)... pffl mettete che rida di questa modesta burla, di tutto!... (ride piano, amaramente, dolon\ samente!) Buona notte!! (ride). Buona noi te!!! (ride scomparendo a sinistra).

FINE

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