Gente sulla montagna

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Gente sulla montagna

di Carlo Terron

Tre atti e un intermezzo

Personaggi

Eleonora Diena

Livia Salce

Irene

Emma Janora

Stefano Verciné

Ugo Denes

Adriano Bove

James O’Toole

Max Olan

La giovane attrice

Squarcina Epifanio

Due serve

In un albergo isolato sulla montagna alta.

Atto primo

La luce dell’imminente tramonto del sole che sta per scomparire tra due picchi al cospetto della grande montagna pare si sia tutta raccolta nel breve spazio del luogo. È questa la sala che aduna gli ospiti di un piccolo e solitario albergo, alto sulla montagna. Semplice ma di una lineare e pura e rustica bellezza nelle sue parti rivestite di fulvo legno lucidato, e le grandi stufe di netta maiolica che attingono fino al soffitto incombente; e l’arredo accogliente e le discrete lampade: in tutto diverso e contrario alla consueta sala d’albergo dove gli uomini vengono, passano e vanno, indifferenti. Uomini e sentimenti, avvenimenti e cose qui dentro riescono veri ad un tempo e irreali, sospesi in una superiore sfera di magica realtà generata dall’aria e dalla luce che variano nell’ora del tempo sempre diverso e sempre eguale e dentro al quale si irradiano, fluttuano e si diffondono i sensi, gli affetti e i pensieri dei volontari romiti, sullo sfondo dei cieli rarefatti e impreveduti dell’alpe, mutevoli di nuvole, di ombre e di luci alla vista; ma anche placidi ed immobili all’idea della ferma legge che governa l’eterno moto. Ora la sala è popolata dagli uomini che hanno abbandonato la pianura. Stefano Verciné, Ugo Denes, James O’Toole ed Emma Janora, volgendo le spalle alla chiara, raccolta e pulita sala da pranzo che si apre lungo tutta una parete, stanno quale in piedi, quale appoggiato a uno stipite, quale seduto, davanti alla luminosa vetrata della terrazza, osservando giù, nella valle; e attendono. Quando parlano il loro dire è semplice e lento.

 

EMMA                  - Oggi ritardano.

VERCINÉ             - Vanno col sole, non vanno con l’orologio…

DENES                  - Il vento spira dalla cima giù nella valle e rallenta il volo.

O’TOOLE             - Guardate tra le due vette dove è il sole, non guardate la valle.

EMMA                  - La valle non si distingue più.

VERCINÉ             - È come scomparsa, immersa nella nebbia.

EMMA                  - Avviene sempre così al tramonto.

DENES                  - Pare che la montagna navighi sospesa su un velo di nebbia.

O’TOOLE             - Nella valle è già buio. Vorrebbero averla già abbandonata.

EMMA                  - Qui invece c’è ancora tanta luce.

VERCINÉ             - Appena il sole sarà scomparso nella gola, li vedremo salire.

EMMA                  - Le giornate si sono fatte già più lunghe.

DENES                  - Loro se ne sono accorti prima di noi.

EMMA                  - Avete notato che da qualche giorno lo stormo si è fatto più esiguo?

O’TOOLE             - Mancano le femmine.

VERCINÉ             - Perché restano nei crepacci a covare.

DENES                  - Tra qualche settimana si comincerà a vedere anche i piccoli.

EMMA                  - Lo stormo allora sarà molto più numeroso. È apparsa Livia Salce. Giovane, nella sua sciupata bellezza di malata le si è raccolta nel volto una intensità di vita luminosa, ma vigilata e che rende il frequente sorriso timido e involontariamente duro, e la voce, ad ogni frase, fa digradare dallo slancio vivido ed anche giocondo, subito alla malinconia ed al ritegno impedito. Appare svelta e disinvolta e quasi gaia all’entrare, ma sentendosi addosso gli occhi di Ugo Denes, diviene impacciata e lenta nell’unirsi agli altri. Denes si discosta subito dal gruppo, allontanandosi quanto più può da lei.

EMMA                  - E se oggi non comparissero?

VERCINÉ             - Di generazione in generazione, ad ogni tramonto fanno la stessa via.

O’TOOLE             - Da secoli.

VERCINÉ             - Da sempre.

LIVIA                   - Chissà perché i corvi sono neri? La giovane attrice che, diversamente dagli altri, era seduta davanti, nella stanza, vestita come chi è da poco arrivato e sta in attesa, cerca di inserirsi nello strano discorso generale.

LA G.A.                - Se non mi tradiscono i ricordi di scuola, deve essere una questione di pigmento. (Lentamente tutti volgono la faccia con naturale sorpresa; e la guardano. Lei avverte il generale disagio e soggiunge, sconcertata) Scusate… Verciné si toglie dal gruppo che ha ripreso a spiare il volo e viene avanti. È un singolare signore di meno di quarant’anni, vivace, arguto, con un che di intimamente ironico pur nella serietà con la quale discorre. È ossuto, alto, vestito assai signorilmente ma non senza una certa eccentricità. Nel suo abbigliamento non manca mai un indumento di velluto. In moto continuo e compiaciuto le mani lunghe e scarne dalle dita cariche di anelli. Si avvicina alla giovane attrice, si appoggia alla spalliera della sua sedia, le parla con disinvoltura e con lieve tono di educato compatimento. Poi siederà accanto a lei familiarmente.

VERCINÉ             - Si sente che voi stamattina eravate ancora giù, nella pianura.

LA G.A.                - È così strano tutto ciò!

VERCINÉ             - Se rimaneste, tra due settimane non direste più così. Attendereste anche voi, ogni sera, il passaggio dei corvi.

LA G.A.                - Io domani devo essere assolutamente in città: ho la recita. Senza di me non si alza il sipario.

VERCINÉ             - (seriamente ma con leggerezza) Allora vedrete una volta solamente i corvi salire sulla montagna.

EMMA                  - Dicono che i corvi possono vivere più a lungo della vita di un uomo.

O’TOOLE             - Sarà poi vero?

LIVIA                   - Quante cose si dicono senza conoscere…

O’TOOLE             - Non conoscere una cosa è come se non esistesse.

LIVIA                   - Si muore così… e il mondo è parso molto più piccolo di quello che sia.

LA G.A.                - Da quanto tempo siete qui voi?

VERCINÉ             - Per essere nello spirito della vostra domanda dovrei contare esattamente gli anni, i mesi e i giorni. È molto tempo.

LA G.A.                - (stupita) Non vi ricordate quando siete arrivato?

VERCINÉ             - Non è questo… È difficile spiegare: o piuttosto, è difficile capire per una come voi appena arrivata e che deve ridiscendere. Qui, vedete, quasi più nessuno usa l’orologio; oppure se lo usa, difficilmente lo regola: dico quelli che vivono qui stabilmente. Perché durante “la stagione”, quando l’albergo si riempie di forestieri, di turisti, allora le cose cambiano: anche noi, ospiti abituali, si è diversi. Qualche volta allora ci si dimentica anche di attendere i corvi. Ma poi, a stagione finita, quando gli altri se ne sono andati, la vita riprende.

LA G.A.                - E’ curioso: avete detto “la vita riprende”.

VERCINÉ             - (molto serio) Sì, la nostra vita allora riprende.

EMMA                  - Non si è più vista l’aquila da tanto tempo.

O’TOOLE             - Le aquile mutano frequentemente di luogo.

LIVIA                   - Le aquile mutano luogo e i corvi no… quante cose strane!

EMMA                  - Forse sarà stata abbattuta da qualche cacciatore nella pianura.

O’TOOLE             - Per i montanari è un onore abbattere un’aquila.

LIVIA                   - Anche le aquile sono nere…

EMMA                  - O forse sarà morta naturalmente. Chissà…

LIVIA                   - È vero: anche le aquile muoiono.

EMMA                  - Non ci si pensa a ciò… strano! A certe cose non si pensa mai.

LIVIA                   - Chissà dove finiranno le aquile morte? La giovane attrice sorride.

VERCINÉ             - Non sorridete. Avete sentito? Voi non avreste pensato che l’aquila venne uccisa perché per un montanaro è un onore uccidere un’aquila. Più probabilmente avreste detto che venne abbattuta perché danneggiava i pascoli.

LA G.A.                - Lo trovo più naturale.

VERCINÉ             - Per voi sì, è più naturale. Dopo un breve silenzio.

LA G.A.                - E… la signora vive qui, così, da molti anni?

VERCINÉ             - Evidentemente siete ossessionata dal sentimento del tempo. Come tutti quando si è “giù”. Quando ci venni io, lei era qui da molto, a giudicare dall’ambiente.

LA G.A.                - Che intendete dire “a giudicare dall’ambiente”?

VERCINÉ             - Scusate, ma con voi non saprei spiegarmi diversamente. Mi intendo io. Credo che degli ospiti stabili lei sia la più anziana.

LA G.A.                - (curiosa e anche leggermente canzonatoria) E attende anche lei il passaggio dei corvi?

VERCINÉ             - Non c’è ospite dell’albergo che a quest’ora non stia spiando dalla finestra il loro apparire. Eccettuati, s’intende, l’albergatore e sua sorella (gliela indica con la mano, in fondo nella sala da pranzo, tutta chiusa e silenziosa a sorvegliare le giovani serve che apparecchiano i tavoli). In una camera d’angolo lassù, invece, c’è un povero ragazzo ammalato che dal suo letto non li può vedere; così, ha imparato ad avvertire il fruscio delle ali e quando li ha visti salire, finalmente si acquieta. Un breve silenzio..

LA G.A.                - È vero che lei… la Signora… dopo avere abbandonato le scene è diventata pazza?

VERCINÉ             - Può darsi… ma non ha importanza

EMMA                  - Eccoli! Salgono. Nella luce del vespero, calata quasi all’improvviso, tutto acceso e violaceo, il luogo è ora come irreale.

O’TOOLE             - Volano proprio a mezzo della valle.

VERCINÉ             - (allontanandosi dalla giovane) Scusate.

O’TOOLE             - Sono usciti dalla bruma: si vedono appena.

EMMA                  - Adesso si distinguono bene.

DENES                  - Sembra che abbiano più fretta del solito.

VERCINÉ             - Sempre, avvicinandosi alla cima della montagna, vanno più veloci.

O’TOOLE             - Ora tagliano il piccolo nevaio. Anche Livia Salce si alza incuriosita e attende di vedere il volo.

VERCINÉ             - Eccoli! Ci sono sopra.

O’TOOLE             - Passati!

EMMA                  - Tra poco saranno sulla montagna…

DENES                  - Non sanno che noi li stiamo osservando. Per loro noi non esistiamo al mondo.

LIVIA                   - Erano una torma compatta, così il ragazzo avrà potuto vederne l’ombra proiettata sul picco. Gli occhi di Livia e di Ugo si incontrano ancora, involontariamente ma irresistibilmente. Lei ne è intimidita, lui irritato. Ora la gente si distacca dalla vetrata e si disperde. Chi siede, chi legge, chi si prepara a tavola: tutti visibili e tutti nella naturale disinvoltura di antichi ospiti e abituali. E le loro parole cadono a tempo, a commento di quanto dicono Verciné e la giovane attrice nuovamente sedutisi a conversare.

VERCINÉ             - Vedete: durante il giorno, al piano, i corvi fanno i corvi; poi, alla sera, salgono sulla montagna per fare l’amore, per insegnare ai piccoli il volo e per riposare. (Tace per un poco).

LA G.A.                - Credete che la potrò vedere?

VERCINÉ             - È probabile.

LA G.A.                - Dicono che ai tempi della sua gloria fosse bellissima. Ora dev’essere molto invecchiata.

VERCINÉ             - Può darsi, ma ciò ha così poca importanza.

EMMA                  - La montagna è tutta di fuoco.

DENES                  - Sembra che le cinque cime stiano bruciando.

LA G.A.                - Qual è il suo tavolo?

VERCINÉ             - Quello in fondo, a metà della parete (glielo indica, là nella sala da pranzo).

LA G.A.                - È apparecchiato. Allora la vedrò?

VERCINÉ             - A volte sta anche alcune settimane senza scendere dalla sua stanza; e durante la stagione nessuno la vede mai.

O’TOOLE             - L’aria si è già fatta più calda.

EMMA                  - Si sono visti spuntare dalla neve i primi fiori.

LA G.A.                - Mi sono arrampicata apposta fin quassù. Come ad un pellegrinaggio.

VERCINÉ             - Alla peggio, potrete forse udire la sua voce, da qui. Qualche notte la si sente recitare.

LA G.A.                - Recita?

VERCINÉ             - Quassù si è portata tutti i costumi dei suoi personaggi. Li conserva nelle sue stanze, dentro a grandi armadi… e certe volte dicono che li indossi ancora.

LA G.A.                - Incredibile!

VERCINÉ             - (intenzionalmente istrionico) Allora scendono nella notte le parole della grande poesia e le creature dei poeti sono qui, vive tra noi e compiono le loro magie.

LA G.A.                - (stupefatta) Straordinario!

EMMA                  - Abbiamo avuto un bel tramonto

LIVIA                   - Questa notte farà sereno e le stelle si lasceranno contare.

EMMA                  - Quando c’è la luna le stelle scompaiono.

LIVIA                   - Già…la luna spegne le stelle.

LA G.A.                - Non mi pare possibile: da sola? Nella sua camera?

VERCINÉ             - (sorridendo ironico) Senza pubblico!

LA G.A.                - Ma allora è proprio… (vorrebbe dire “pazza”).

VERCINÉ             - Forse lo è; forse lo è stata. Forse lo è soltanto per voi. Chissà… tutto ciò non ha alcuna importanza.

LIVIA                   - Ora le nevi cominceranno a sciogliersi.

EMMA                  - Nella valle il torrente ingrosserà.

O’TOOLE             - Qualche volta rompe gli argini e straripa.

DENES                  - Ogni volta gli uomini rifanno gli argini più grossi; e ogni volta il torrente torna a infrangerli.

VERCINÉ             - Gli uomini della valle passano la loro vita ad ingrossare gli argini.

O’TOOLE             - L’ultima volta ha distrutto tutti i pascoli.

EMMA                  - …e anche le case.

LIVIA                   - Un bambino è annegato.

DENES                  - E gli uomini hanno ricostruito gli argini.

EMMA                  - È successo due anni fa.

VERCINÉ             - No. Credo che sia passato molto più tempo. Compare l’albergatrice, avanza fin sulla soglia delle due stanze, e avverte gli ospiti.

IRENE                   - La cena è pronta, signori. Tutti si alzano, si muovono e si dirigono lentamente ai loro tavoli, nella sala da pranzo dove la luce, accesa or ora, sta a contrasto con la penombra violacea della sera imminente che ha invaso il salotto rimasto deserto.

VERCINÉ             - (prima di seguire gli altri, congedandosi dalla giovane attrice) Se pensate di cenare potete approfittare di questo mio tavolo.

LA G.A.                - No, grazie, non ceno. Chi recita è abituato a mangiare in ore diverse dagli altri. Cenerò giù, al paese. E poi non mi siederei mai con voi. Mi avete sbalordito.

VERCINÉ             - Già, già! E allora il piccolo satana vi lascia con un angelo: la impenetrabile signorina Irene. Un angelo buio!

EMMA                  - (varcando la soglia della sala da pranzo) Oh, i bucaneve!

LIVIA                   - Siete stata voi, Irene, a riempircene i tavoli?

IRENE                   - Sono fioriti oggi, sul prato contro il sole. Sono i primi. E li ho colti. Chiusa, cupa, sfiorita, ma non vecchia, l’albergatrice Irene, nelle vesti nere, semplici, strette e disadorne, serrate al collo, che predilige, sembra voler rinchiudere e accentuare, assieme ai resti della sua squallida bellezza perduta, anche i sentimenti, gli slanci, i desideri repressi dalla sua sterile vita senza affetti. Ha scatti e sussulti, anche fugaci cattiverie e repentini livori che ogni tanto sommuovono la superficie eguale della sua schiva rassegnazione e della abituale e fredda cortesia. Dopo aver vigilato l’opera delle serve ai tavoli di chi cena, la donna chiama sottovoce una di loro.

IRENE                   - Roschen! Roschen! La giovane serva, bella e sfrontata, viene avanti.

LA SERVA           - (Comandi, signorina.

IRENE                   - (con concitata intensità, ma sottovoce per non essere udita dalla giovane attrice accomodatasi in un angolo aspettando) Perché sei ancora qui, tu? Due volte ti ho comandato di andartene.

LA SERVA           - (Il padrone vuole che io rimanga, signorina.

IRENE                   - Bada! Alla terza ti svergogno davanti a tutti.

LA SERVA           - (Cosa dice, signorina? Ne andrebbe di mezzo l’albergo.

IRENE                   - Svergognata! Lo faccio, sai. Se non te ne vai, lo faccio.

LA SERVA           - (ora provocante, smettendo il formale rispetto) Lo faccia, signorina. In fondo, sa, non c’è niente di male; e si è giovani una volta sola.

IRENE                   - (in un sibilo) Vattene.

LA SERVA           - (Mi scusi, signorina, ma, vede, se ce lo avesse o ce lo avesse avuto anche lei, il moroso, non ci farebbe tanto caso.

IRENE                   - Vattene, vattene! Fuori, lontano, dove volete… se mio fratello non può rinunciare alle sue porcherie… ma qui no, qui no! Non sopra la mia testa ogni notte!

LA SERVA           - (Cosa posso dirle, signorina? Lui è il padrone. Provi a cambiare camera (e ridendo rientra in sala a servire in tavola).

IRENE                   - Come i cani, come i cani! Un lungo silenzio.

LA G.A.                - Scusate, signorina: scenderà a pranzo la signora?

IRENE                   - (dominatasi e subito cortese) Ha dato ordine per la cena in sala.

LA G.A.                - Ma vedo il suo tavolo ancora deserto.

IRENE                   - Compare sempre tardi, dopo gli altri.

LA G.A.                - Sono venuta fin quassù apposta, sapete, per vederla. Voi forse ignorate quale artista sia stata. Oh, la più grande di tutte! Insuperabile per quelli che l’hanno sentita; e per i giovani come me, che non hanno fatto in tempo, un mito, una venerazione. Voi l’avete mai vista in teatro?

IRENE                   - Io no, signorina. Sono scesa giù tanto raramente! E del resto credo che abbia abbandonato le scene da quasi vent’anni. Non potrei neanche ricordarmene.

LA G.A.                - Oh, scusate… È per quel vestito nero che vi… I vestiti scuri fanno sembrare più vecchi.

IRENE                   - (seccamente e nervosa) Non ho più trent’anni, signorina, ma non ne ho ancora quaranta. Siete soddisfatta adesso?

LA G.A.                - Perdonate, ma proprio…non intendevo affatto… È stato così….

IRENE                   - Niente, niente, per carità! (Dominandosi e ritornata gentile, dopo un poco) Anzi, scusate voi. Il lavoro dell’albergo, il dover badare alle donne….tante cose…qualche volta rendono nervosi.

LA G.A.                - Per carità! Capisco.

IRENE                   - (ora sinceramente umile) Grazie. A questo punto le voci e il tramestio delle stoviglie, là dove si cena, sono improvvisamente cessati. Ed è comparsa la vecchia signora.

LA G.A.                - (verso l’albergatrice, con un sorriso stupito e commosso) Eccola!

IRENE                   - Scusatemi. La signora la servo io. Le dirò di voi.

LA G.A.                - Grazie; sì, sì. Oh, se mi concedesse di parlarle!

IRENE                   - Evitate di parlarle del suo passato. Irene è entrata nella sala illuminata.

LA G.A.                - Mio Dio!… Eleonora Diena! E la principiante reverente resta immobile in piedi nel mezzo della sala con gli occhi fissi in fondo, ad un punto, dove la grande attrice siede tra gli altri convitati. Dopo un po’, Livia Salce abbandona il luogo dove gli altri cenano e viene avanti irritata.

IRENE                   - (comparendo un attimo più tardi dietro di lei) Devo farvi servire qui il vostro caffè, signorina Salce?

LIVIA                   - Grazie, no: non lo prendo.

IRENE                   - Vi sentite poco bene, signorina? Non avete mangiato quasi niente stasera.

LIVIA                   - Di questo passo finirò col non prendere più nulla in sala da pranzo.

IRENE                   - Forse che avete da lamentare qualche cosa nel servizio?

LIVIA                   - No, non è questo.

IRENE                   - Se desiderate qualche cosa di diverso dagli altri, non avete che dirlo. Ve lo preparerò io stessa. Voi dovete mangiare molto.

LIVIA                   - Non ditemi così anche voi, Irene. Queste cose può dirmele tutt’al più una cameriera, o vostro fratello, scusate…

IRENE                   - Oh…

LIVIA                   - Sapete bene che non è questo. Non ce n’è uno che non se ne sia accorto ormai. Piuttosto siate cortese, Irene: da domani fatemi apparecchiare dal lato opposto della sala dove non si veda il tavolo di quell’uomo. Si direbbe quasi che mi odi.

IRENE                   - Il tavolo del signor Denes?

LIVIA                   - È strano quello che mi succede. Provo avversione perfino a pronunciarne il nome.

IRENE                   - Qualche volta si hanno queste invincibili antipatie.

LIVIA                   - Peggio! È repulsione... repulsione! Quando quell’uomo è presente…non so…è un disagio… una inquietudine…Chi crede di essere infine? Dopo tutto, io ero qui prima di lui. Mi è diventata un’ossessione. Anche quando non è presente mi sembra di sentirmi sempre addosso quei suoi occhi cattivi… come ad accusarmi…E di che?... di che poi? Non chiedevo che di starmene qui tranquilla a guarire, se sarà possibile…

IRENE                   - Sarà fatto come desiderate, signorina. Del resto anche il signor Denes ha espresso oggi lo stesso desiderio.

LIVIA                   - Ah!

IRENE                   - Sì, signorina. Ha fatto dire al signor Verciné che desidera pranzare con lui, vicino alla finestra. Stasera non è stato possibile. Sarà per domani.

LIVIA                   - Benissimo. (Un breve silenzio). Ma vi prego, Irene… non parliamone più.

IRENE                   - Non lo volete proprio il vostro caffè?

LIVIA                   - No.

IRENE                   - Permettete almeno che vi mandi in camera una tazza di latte; lo berrete prima di coricarvi.

LIVIA                   - No, Irene, grazie.

IRENE                   - Verrò io stessa allora a portarvela, prima di andare a letto.

LIVIA                   - Mi disturberebbe il sonno. Già è un po’ di tempo che non riesco più a dormire bene come prima.

IRENE                   - È fresco, signorina. Epifanio ha appena finito di mungere. Vi farà bene e domattina vi alzerete meno fiacca.

LIVIA                   - (sorridendo dolce) Venite, ma senza il latte. Discorreremo un poco insieme, noi due… Noi ci somigliamo un poco, Irene. (Irene ha un moto come di chi si chiuda in se stesso). È la vita, vedete, che non è stata buona con noi. Io per un verso, voi per un altro… Vi aspetterò, discorreremo. O se la signora stanotte reciterà, ascolteremo. Dalla mia stanza si sente bene. Allora è come se qualche cosa di diverso entrasse dentro di noi… Mah…

IRENE                   - (si è rabbuiata ed ora parla come se si difendesse da qualcosa di ignoto) Avrò da fare, qui, fino a tardi. E poi, mi dovrò alzare presto domattina.

LIVIA                   - Lavorare…tutta la vita…Sempre le medesime cose ogni giorno. E poi morire…così, senza sapere perché…

IRENE                   - È la vita, signorina.

LIVIA                   - E io oziare… non dover fare nulla… Per poter vivere… Voi lavorare ed io non fare nulla… tutte e due per il medesimo scopo. Appare Eleonora Diena. Invecchiata serenamente quassù dopo il volontario e ormai remoto ritiro dalla gloria clamorosa e piena che un giorno le apparve vana e fugace. Tanta la poesia passata sulla sua anima; tante le anime confusesi con la sua. Tutto in lei risulta ormai come purificato in un’austera armonia: la semplicità umile, la malinconia dolce che veste i suoi pensieri, i gesti, gli atteggiamenti; e l’abito preziosamente antiquato col grande scialle nero fiorito di rami e di corolle; anche le originalità e gli umori obbediscono in lei a una ferma e perpetua legge di scenica bellezza. Un giorno fu la donna a rendere somma l’attrice; ora è l’attrice ripudiata e dimenticata a dare lo spirito alla donna; come se la vita gettata che un giorno generò l’arte, oggi, dall’arte, riesca miracolosamente rigenerata a sua volta. La giovane attrice si avvicina a lei in silenzio. Le offre il gran mazzo di fiori.

LA G.A.                - So che erano i vostri fiori preferiti. Un breve silenzio.

ELEONORA D     - Quanti anni avete?

LA G.A.                - Diciannove, signora.

ELEONORA D     - L’età di Giulietta. Irene ha acceso le lampade.

LA G.A.                - Sono l’ultima delle ultime, signora.

ELEONORA D     - Non è proprio il caso, piccola. Io non sono più nulla.

LA G.A.                - Più nulla voi?

ELEONORA D     - E per me, così, voi siete salita fin quassù? Sapete che è pericoloso il viaggio dalla pianura durante questa stagione? Le valanghe sono frequenti.

IRENE                   - La montagna è cattiva.

ELEONORA D     - Sei tu cattiva, Irene, a dire così. La montagna è gelosa di sé e dei suoi, ecco… Ai suoi la montagna non fa male.

LA G.A.                - In treno fino al paese. E dal paese a qui con la slitta. Da tanto tempo ne avevo il desiderio. E finalmente, adesso che recito con la compagnia a…(si interrompe perché Eleonora Diena ha fatto l’atto di allontanarsi e poi s’è seduta volgendosi verso Irene che da una tasca del grembiule prende un lavoro a maglia e glielo porge)..

ELEONORA D     - Sto facendo un berretto per il nostro Epifanio. È poco in compenso delle fiabe che lui mi racconta. È uno dei pochissimi che conosca ancora le leggende della montagna. Oh, dovreste sentire Epifanio raccontare la storia della principessa prigioniera sulla montagna! È tornato dallo stazzo?

IRENE                   - Sì, signora. Il vostro latte di stasera era di quello portato da lui.

ELEONORA D     - Bisognerà proprio che gli finisca questo berretto. Un silenzio.

ELEONORA D     - Voi tacete, signorina.

LA G.A.                - (incautamente) Mi hanno detto di non parlarvi di teatro.

ELEONORA D     - (sorride luminosamente triste) E perché, Irene? Giacché sei stata certamente tu… È così lontano ormai quel tempo!

LA G.A.                - (rinfrancata) Vietandomi di parlare di teatro, di che cosa potevo parlare io?

IRENE                   - Ho creduto che voi desideraste così.

ELEONORA D     - Se rifuggissi così da questo argomento vorrebbe dire che in me esiste ancora qualche nostalgia.

IRENE                   - Si crede, signora, che certe cose non debbano fare effetto, ma poi rodono più tardi, quando non ci si aspetta.

ELEONORA D     - Irene, Irene, un pezzetto dell’animo di Jago è dunque caduto nel tuo cuore! (Poi seriamente e serenamente) E se anche un poco di malinconia dovesse uscirne, questa ragazza merita pure che la si ascolti per quello che la sua illusione le ha fatto compiere.

VERCINÉ             - (apparso sulla soglia, s’è fermato ad ascoltare) Malinconia, illusione, signora, sono cose pericolose da giocarci.

ELEONORA D     - (tendendogli la mano) Incorreggibile piccolo Amleto! Non temete, Verciné, posso permettermi quello che voi chiamate un gioco pericoloso. So quel che vuol dire. Pare che un tempo io sia stata proprio malata di malinconia.

VERCINÉ             - Amleto… Jago… E per la bambina della pianura non avete ancora trovato un ruolo?

ELEONORA D     - Lasciatela parlare, Verciné.

LIVIA                   - Provate a stare zitto un minuto, voi. È come se violentaste tutte le cose che dite, forse perché le dite troppo bene.

VERCINÉ             - Non parlo più. E per dimostrarvelo mi attacco all’Apollo taciturno. Per lui ora comincia il rito dei cento bicchieri. (Chiamando verso la sala da pranzo) O’Toole, bere da soli è da gente incivile! Venite qui che vi tengo compagnia. Poco dopo O’Toole raggiunge Verciné e siede vicino a lui. O’Toole non è del paese degli altri, ma la sua origine d’oltre mare nella lunga consuetudine della diversa lingua riesce appena avvertibile. Porta la prepotente bellezza del corpo sano e dell’età giovanile in una specie di verve e maleducata musoneria. L’intelletto non gli manca, ma si direbbe che gli pesi e lo infastidisca. Forse proprio per questo egli beve come beve. Alcuni momenti più tardi una cameriera gli metterà davanti, sul tavolo, una bottiglia e un bicchiere.

LA G.A.                - Vedete? Ho raccolto tutte le fotografie di voi che ho potuto trovare. (Eleonora che stava per prenderle, ritira la mano). Non le volete vedere? Già, le avrete tutte: e migliori di queste. So che i più grandi pittori sono stati orgogliosi di ritrarvi nelle vostre interpretazioni. Del vostro ritratto che è alla Galleria di Stato ho qui una povera riproduzione. Per noi tutte, oggi, rifare uno dei vostri gesti, una vostra espressione, copiare uno dei vostri costumi è diventato un titolo di merito. La signora si alza. Mentre le parole della giovane attrice si affievoliscono, essa si è avvicinata al punto della sala oltre la quale è la notte chiara e stellata. Segue un lungo silenzio. La giovane attrice è rimasta con le sue fotografie in mano. Ed anche Livia Salce, che si era avvicinata nel desiderio di osservarle, ora vi rinuncia.

IRENE                   - Volete coricarvi, signora?

ELEONORA D     - Tu sei sempre saggia, Irene. Resto ancora un poco qui. Le sere cominciano ad essere tiepide e le notti sono così belle!

VERCINÉ             - Mi pare che oggi abbiate rinunciato al vostro consueto esercizio. Di giorno sport e di sera alcol!

O’TOOLE             - Mi si è spezzato uno sci ieri scendendo per la piccola gola.

VERCINÉ             - E non vi siete rotto l’osso del collo?

O’TOOLE             - No, evidentemente.

LIVIA                   - La signora dice che con i suoi la montagna non è cattiva.

ELEONORA D     - (guardando fuori nella notte) Si sentono le mucche muggire nel buio.

IRENE                   - È per Epifanio, che a quest’ora rimuove la lettiera nella stalla.

ELEONORA D     - Lui dice che le bestie lo capiscono.

IRENE                   - Spesso racconta a loro le sue storie… e quelle rispondono così.

ELEONORA D     - Devo proprio cercare di finirgli presto il suo berretto.

LA G.A.                - (a Verciné) Ho detto qualcosa fuori posto?

VERCINÉ             - Avete detto quel che pensate.Voi di giù siete la gente dei ritratti e degli specchi: cose innaturali e mostruose.

LA G.A.                - Mio Dio! Ora si sarà offesa.

VERCINÉ             - Ecco un’altra abitudine vostra: quella di offendervi. Arriva anche Ugo Denes e indugia là, presso la signora. Negli occhi intenti di questo giovane arde sempre come il fuoco segreto di un cruccio e di un tormento cocente: un non sanato strappo della sua vita spirituale che non rimane sepolto nell’animo, ma affiora nella voce, nella parola, nel gesto, sensibili e mutevoli ad ogni voce, ad ogni parola e ad ogni gesto altrui, in una perenne alternativa di attrazioni e repulsioni subitanee ora labili ora tenaci come se la sua anima salita alla superficie si sia distesa e diffusa intorno al suo corpo.

DENES                  - Si vede la luce nella stalla.

IRENE                   - È la lanterna di Epifanio.

ELEONORA D     - Starà proprio raccontando una delle sue storie alle bestie. (Pausa). Sentite? Ora muggiscono e lui parla. Irene passa qua e là silenziosamente nella sala da pranzo vigilando le serve che sparecchiano.

VERCINÉ             - Ritratti e specchi fermano il tempo.

O’TOOLE             - Come gli orologi.

VERCINÉ             - Lo fanno precipitare arbitrariamente in un punto contro ogni logica…

O’TOOLE             - …e dividono la vita a fette.

DENES                  - La luce rossa dalla finestra della stalla sembra che voglia accendere la neve sul terreno.

ELEONORA D     - Tante stelle nel sereno senza limiti, eppure una piccola lampada, una candela, riesce a disturbare la luce del cielo.

VERCINÉ             - Sapete che cos’è la fobia degli specchi?

LA G.A.                - (stupefatta) Io no.

VERCINÉ             - La signora ce l’ha. Breve pausa.

O’TOOLE             - (molto naturalmente) Siete cretina ma siete una bella ragazza. La giovane attrice sussulta sbalordita.

VERCINÉ             - Non offendetevi. Non è il luogo, ve l’ho detto.

LA G.A.                - Eh…ho capito. Un silenzio.

O’TOOLE             - È proprio una bella ragazza.

LA G.A.                - (che va assumendo il tono dei suoi interlocutori) Ma è ubriaco.

VERCINÉ             - No no: non è ubriaco. Beve dalla mattina alla sera e non è mai ubriaco.

LA G.A.                - Una bella fortuna.

VERCINÉ             - Vi pare? Ci pensate al dramma di uno che non riesce ad ubriacarsi? Lui soffre quel dramma lì.

EMMA J.               - (appena comparsa, si è avvicinata alla signora) Sono proprio cominciate le notti di primavera.

LIVIA                   - La neve ormai è così morbida che i germogli dei bucaneve riescono a forarla.

VERCINÉ             - Cede e non scricchiola più sotto i piedi.

EMMA                  - Ora è bello, di sera, stare alla finestra e ascoltare il torrente lontano. A valle comincerà a far caldo. Tra poco le strade saranno facili per salire fin quassù. E quest’anno forse lui verrà…

ELEONORA D     - Solveig!

EMMA                  - Già, l’eroina del “Peer Gynt” ibseniano che ha atteso tutta la vita il suo amore. Ma il mio Peer Gynt perché mi ha lasciata? Io gli avrei perdonato. Si perdona sempre quando si vuol bene. Qualche volta penso che lui mi abbia addirittura dimenticata.

ELEONORA D     - Solveig aspettava con fede.

EMMA                  - Chissà… Da quando voi mi avete detto le parole di Solveig mi è parso… non so… di vedere più chiaro e più profondamente in me. In principio ero così triste! Lui mi ha tradita ma che importa, se io l’amavo. Dovete parlarmi ancora di Solveig, signora.

ELEONORA D     - Solveig non diceva parole. Attendeva ed era lieta.

EMMA                  - Lui ha molto da fare laggiù e il viaggio è lungo. Ma certo non mi ha dimenticata. Desideravamo tanto un bambino…Verrà nell’estate, quando ha meno lavoro e le strade sono facili.

VERCINÉ             - Sapete quel che può significare l’influenza di un nome? C’è chi assicura che il nome di battesimo determini non poco la personalità di chi lo porta. Io, per mio conto, non ho mai conosciuto una bella donna che si chiamasse Vereconda, né una donna spiritosa che si chiamasse Rosa, né una Emma che non fosse timida, né una Jolanda che non tenesse del romantico. E neanche un Giorgio o un Gabriele che non avessero qualcosa di attraente nel fisico. Che nome aveva vostro marito, signora Janora?

EMMA                  - Appunto Giorgio.

VERCINÉ             - Vedete: si fosse chiamato Giuseppe o Francesco o anche Luigi, forse sarebbe già tornato. Io non mi chiamo Carlo perché quell’originale di mio nonno sosteneva che i Carli restano più piccoli degli altri uomini. E badate che Carlo avrebbe avuto altri vantaggi. Poe ha scritto di non aver mai conosciuto un Carlo che non fosse un uomo onesto, franco e leale.

DENES                  - Forse per questo si chiamava Edgar Allan.

O’TOOLE             - (a Verciné) Se vi avessero battezzato Carlo, sareste forse più basso di statura ma almeno non fareste tanti stupidi discorsi.

LA G.A.                - Ah ah, divertente!

ELEONORA D     - Sembra proprio, caro Verciné, che quella di riuscire chiacchieroni sia una dote legata al nome di Stefano.

VERCINÉ             - (seriamente imperterrito) Ma accade perfino che in certe professioni particolari si provi il bisogno di assumere dei nomi adatti. Certe donne si fanno chiamare Sonia, Tosca, Fifì…

LA G.A.                - Ah, ora diventate immorale!

VERCINÉ             - Mi basta! Avete capito e il vostro rimprovero non fa che darmi ragione.

LA G.A.                - Straordinario!

VERCINÉ             - (in tono anche più serio) Non parliamo poi di quel può voler dire, in particolari condizioni, ribattezzarsi col nome di un personaggio: Solveig … Amleto… (indicando O’Toole e interrogando con lo sguardo Eleonora Diena) facciamo Osvaldo? I personaggi hanno un’anima.

DENES                  - Voi, Verciné, possedete la virtù del vostro difetto. Quella lucidità dialettica e fantasiosa che vi consente di dar quasi forma plastica a tutto ciò che osservate e che dite vi proviene proprio da quella specie di assoluta mancanza di pudore con la quale vi ponete davanti alle cose.

VERCINÉ             - Al contrario di voi, insomma: l’uomo dalle sensazioni indistinte e dagli affetti complessi.

DENES                  - Impudicizia metafisica, si intende.

VERCINÉ             - Curioso! Non più di dieci minuti fa, pressappoco la medesima cosa mi rimproverava la signorina Livia. Denes si alza di scatto e si allontana.

LIVIA                   - Non so che cosa c’entri proprio io, Verciné, in questo discorso. Un lungo silenzio. Eleonora Diena alza il viso dal lavoro al quale si era rimessa. E - strano - per un momento pare che voglia dirigere e comporre lei la discussione. Invece tace, riabbassa il capo e torna al lavoro.

VERCINÉ             - Tacete, Denes? Non vi va di continuare questa disputa accademica?

O’TOOLE             - Io, Verciné l’ho conosciuto un’infinità di volte: nelle commedie.

LA G.A.                - Proprio! Fate l’impressione di quell’immancabile personaggio di una volta che sa tutto e spiega tutto al pubblico.

DENES                  - (livido) Anche ciò che non ha spiegazione.

ELEONORA D     - O che a spiegarlo si sciupa e si distrugge.

VERCINÉ             - Il nome, signora, del personaggio?

ELEONORA D     - Oliviero, se volete. Ma è un personaggio che non ha un nome fisso.

O’TOOLE             - È quello che di solito fa anche ridere.

VERCINÉ             - O’Toole, avete il vino triste! Breve silenzio.

LA G.A.                - (avvicinandosi a Eleonora Diena) Siete in collera con me, signora?

ELEONORA D     - (con una certa malinconia nella voce) In collera? No. Come dovrei esserlo? E perché? Io non sono più nulla, vedete. L’errore è vostro, di aver cercato quassù una che non c’era, che non ci poteva essere. Perché nella nostra arte c’è qualcosa finché si è laggiù, ogni sera, durante quelle due ore, davanti a una gran folla buia e poi…più nulla…più nulla. Voi cominciate ora la vostra giornata e non potete comprendere tutta la malinconia della nostra sorte: non essere più nulla! La nostra arte, vedete, non lascia nulla, nulla dietro di sé: condannata a morire nel momento stesso che nasce, senza rimedio. Dare, dare: e poi, più nulla. Una cattiva pittura, una scrittura mediocre sono là, fissate nello spazio e nel tempo. Ma noi? La mia Margherita Gautier avrà pur meritato un brutto quadro! Eppure, vive una sera e basta. Meno: dileguata, perduta via via che le parole uscivano dalla mia bocca. Dipingere e vedersi cancellare la pennellata. Pensate: un poeta condannato a scrivere i suoi versi sulla sabbia che il vento disperde… Ecco.

LIVIA                   - (che ascoltava sul fondo, mormora tra sé) Questa è dunque la sua follia.

VERCINÉ             - Errore, signora. L’arte, sotto qualunque forma, non è mai sterile. Non occorre proprio il quadro o la scultura, credete. Un’armonia nuova che avete generato, entrata nell’ordine universale non si perde, non si perde più. Chi può dire quali sentimenti, quali sensazioni, quali atti, quali conseguenze, infine, può aver avuto? Vita, signora; vita generata dalla bellezza, vita inafferrabile che fluisce, che si trasforma, che si dona come voi avete detto, e donando crea: senza fissarsi. E non occorre essere là. È una legge bella e terribile alla quale chi è designato non si sottrae mai.

ELEONORA D     - Incorreggibile Verciné. E si prolunga il silenzio col quale gli altri sono stati ad ascoltare.

EMMA                  - (sottovoce) Domani verrò su da voi e mi parlerete di Solveig. Da fuori il rumore di una sonagliera che sale si avvicina.

LIVIA                   - La slitta….

VERCINÉ             - A quest’ora….

DENES                  - Chi salirà a quest’ora?

LIVIA                   - Chi viene di notte?… Emma Janora si alza e, piena di emozione, raggiunge la vetrata guardando fuori. Il rumore cresce, si avvicina, poi si odono gli zoccoli del cavallo battere sordamente sulla neve.

EMMA                  - Non era lui… La stagione non è ancora buona per mettersi in viaggio (e ritorna tra gli altri). È sceso un uomo. Poco dopo sulla soglia appare Squarcina, l’albergatore, dalla figura ossequiente, manierata e ipocrita.

SQUARCINA       - (alla giovane attrice) Se vi serve la slitta, potete approfittarne, signorina. Sarete giù al paese tra due ore; in tempo per il treno della notte.

LA G.A.                - Mi serve. Vengo subito. (Poi, ad Eleonora Diena) Non so dirvi altro che grazie di avermi accolto, signora.

ELEONORA D     - (sorridendo dolcemente) Alla vostra illusione dovete dir grazie. (La accarezza e si lascia baciare la mano). La giovane attrice saluta con un cenno gli altri, con una stretta di mano Verciné, ed esce. Eleonora Diena si avvicina alla vetrata e assiste alla partenza silenziosamente. Riprendono le sonagliere a vibrare; e si allontanano.

VERCINÉ             - È andata….

LIVIA                   - Arriverà a valle nella notte.

EMMA                  - E domani sarà in città.

O’TOOLE             - Era una bella ragazza. Eleonora Diena torna a sedere in silenzio. Squarcina è sempre a quel punto.

SQUARCINA       - Se permettete, signori, dovrei dirvi una cosa. (Tutti lo guardano curiosamente. Dietro di lui ora, nella sala da pranzo, seduto ad un tavolo appare visibile Adriano Bove. Squarcina viene avanti) È una cosa … un po’ difficile. D’altra parte, proprio lui, il nuovo arrivato, vuole che ve lo dica. Da parte sua è molto corretto.

VERCINÉ             - Un nuovo ospite.

EMMA                  - A vivere qui.

DENES                  - Uno nuovo tra noi?

SQUARCINA       - Sì, signori. E lui vuole che ve ne informi. È il professor Adriano Bove.

VERCINÉ             - Aspettate… Adriano Bove? Ne devono aver parlato i giornali anni fa.

SQUARCINA       - Purtroppo, signore.

VERCINÉ             - Non era medico, per caso?

SQUARCINA       - È, medico. Oh, uno scienziato.

VERCINÉ             - Sicuro. Fecero molto rumore i suoi esperimenti di non so che vaccino per non so che malattia dei bambini… Ma ebbe un processo.

SQUARCINA       - Sì, piuttosto…

EMMA                  - Mio Dio! È quella cura che costò la vita a tutti quei bambini?

SQUARCINA       - Ecco… sì. E dovette fare due anni di carcere. È lui a volere che ve ne avverta. Ha proprio insistito che vi informassi di tutto. Ora è uscito e viene a vivere qui. Oh, uno scienziato; e un gentiluomo. Ha voluto lui perché, dice, non intende imporre a nessuno, se non lo desidera, l’obbligo di avere rapporti con lui.

DENES                  - Perché è salito dalla pianura?

EMMA                  - E viene a vivere qui in mezzo a noi?

VERCINÉ             - Dopo due anni di carcere!

DENES                  - È arrivato di notte.

SQUARCINA       - (sulle spine) Spero che i signori non avranno niente in contrario. Del resto, se non vogliono conoscerlo, parlargli… possono fare come credono. È lui il primo a non voler essere di peso. Questo è un albergo, non si può rifiutare… Per una disgrazia… perché fu una disgrazia.

VERCINÉ             - Squarcina, voi dovreste proprio mettere locanda in città!

SQUARCINA       - Sì, signore… Non capisco. Allora… io ho fatto quel che dovevo, scusate. Spero che i signori non ci faranno caso.

O’TOOLE             - A me basta che non mi voglia vaccinare.

SQUARCINA       - Di nuovo, tante scuse, signori.

VERCINÉ             - Povero Squarcina, albergatore di pianura! In città, in città… Una bella locanda in città. L’albergatore si inchina e scompare.

EMMA                  - Perché è venuto qui in mezzo a noi?

VERCINÉ             - È un fallito ormai; un uomo finito.

DENES                  - Due anni di carcere, un giorno dopo l’altro.

VERCINÉ             - Già, la cosa sollevò molto rumore.

EMMA                  - Chissà se mangerà in sala con gli altri? Mi pare che dovrebbe sentire il bisogno di rimanere solo nella sua camera.

ELEONORA D     - (tra sé) Ancora Ibsen, “John Gabriel Borkman”.

LIVIA                   - Voleva salvare dalla morte migliaia di bambini e il destino lo ha condannato ad essere il loro uccisore.

EMMA                  - La sua intenzione era buona. E gli uomini lo hanno condannato.

LIVIA                   - Anche di questo non si sa il perché.

EMMA                  - Sta là, silenzioso. Pare ancora un uomo molto forte.

LIVIA                   - Forse è timido.

EMMA                  - Molto triste, piuttosto.

DENES                  - Uscito dal carcere e subito salito in montagna.

EMMA                  - Domani bisognerà fargli vedere il volo dei corvi. Eleonora Diena si alza e si avvia ad uscire. Automaticamente Livia Salce ed Emma Janora fanno altrettanto.

EMMA                  - Andiamo a letto.

ELEONORA D     - Come vi sentite oggi, Livia?

LIVIA                   - Non bene, in questi giorni. La febbre tende a risalire. Ma dentro le ossa, un freddo… un freddo sempre.

EMMA                  - Sapete, quando si è sentita la slitta ho creduto che fosse lui. No… verrà quando la stagione sarà migliore. E forse si fermerà anche lui qualche giorno. Certo mi dispiacerà dovermene andare di qui, ma come si fa? La casa è grande e lui ha bisogno di una donna.

IRENE                   - (comparsa appena Eleonora Diena si è avviata) Avete fatto più tardi del solito, stasera.

ELEONORA D     - (serenamente) Credevo di poterti ingannare, ma tu sei una custode implacabile, Irene. Gli uomini, eccettuato O’Toole il quale rimane seduto con la consueta bottiglia davanti, si inchinano. E dietro di lei escono anche tutte le altre donne. Gli uomini tacciono per alcun tempo. Fiocamente si ode una campana che batte le ore.

DENES                  - Eh, si comincia a sentire il suono della campana giù nel paese.

VERCINÉ             - Segno che tra i monti l’aria si fa più tranquilla.

DENES                  - Questo è sempre l’indice più sicuro che la primavera sta per iniziare. Poi, da settembre il suono arriva più debole e annuncia l’autunno.

VERCINÉ             - Noi misuriamo le ore solo due volte all’anno. Il nostro orologio segna solamente l’autunno e la primavera. O’Toole, il vostro letargo sta per finire: si avvicina la stagione che in voi rinasce il maschio cinico e irresistibile che fa strage tra le villeggianti di rango.

O’TOOLE             - Quell’attrice era proprio una bella ragazza. Brevemente silenzio.

DENES                  - Vado a dormire. Grazie, Verciné, di avermi accettato alla vostra tavola.

VERCINÉ             - Vi seguo. Voi restate, O’Toole. Alla vostra ora mancano ancora due o tre bicchieri. E se ne vanno insieme. Ora sono rimasti O’Toole e, nella stanza di fondo, Adriano Bove. Dopo poco, anche quest’ultimo si alza e scompare; quindi rientra Irene che si dà a rassettare. O’Toole, allora, senza dire parola, si alza, prende la bottiglia e il bicchiere e va a sedersi lontano a un tavolo, dove prima aveva cenato. L’albergatore spegne parte delle lampade della sala davanti e si rimette ad ordinare le cose. A questo punto, lontane ma nette, evidenti, quasi corporee cominciano a cadere le parole di Eleonora Diena. L’attrice è sola nella sua camera e recita brani della “ Francesca da Rimini” di D’Annunzio.

LA VOCE DI ELEONORA D          - “...datemi pace! / È dolce cosa vivere obliando, / almeno un’ora fuor della tempesta / che ci affatica… / Pensare io voglio / che l’anima s’è mossa / da quella riva per venire in questo / asilo… / et ignorare il male / che ieri fu sofferto / e quello che sofferto /sarà dimane, e tutta la mia vita /con tutte le sue vene / e con tutti i suoi giorni / e tutte le cose più lontane…” Irene si è fermata quasi stesse per entrare in lei il paventato turbamento di un cuore e di una volontà nuova. “… per un’ora vederla / acquietarsi come una corrente / in questo mare…….”. Ora Irene si muove come prigioniera per la stanza. “… pace in questo mare / che tanto era selvaggio / … datemi pace! Mentre il canto continua, Irene si è avvicinata alla vetriata del fondo e si è appoggiata contro la luce fresca e chiara della notte. “… Aperta / è la porta, e vi passa / l’alito della notte. Non lo senti? / È questa l’ora / silenziosa / che versa la rugiada / su le criniere / dei cavalli in cammino…”. O’Toole ora tiene alta la testa ad ascoltare.

IRENE                   - (tentando di non ascoltare, con le mani sulle orecchie) No… no… no.

LA VOCE DI ELEONORA D          - “Baciami gli occhi, baciami le tempie / e le guance e la gola…”. Quasi priva di coscienza, ora Irene si sente attirata verso il luogo dove si trova trova O’Toole che, come in un sogno, si è alzato. “così… così… / tieni, e i polsi e le dita…” I due sono ormai vicinissimi l’uno all’altro. “così……Prendimi l’anima e rivèrsala / perché la volge indietro, / verso quello che fu, / il soffio della notte…” O’Toole ha già allacciato la vita di Irene e la bacia. “…e il bene che goduto fu m’ingombra / il cuore, e quale fosti / io ti veggo, non quale tu sarai, /mio bello e dolce amico”. Nell’ombra, è apparso Adriano Bove. O’Toole e Irene sono là, brutal­mente abbracciati.

FINE DEL PRIMO ATTO

Atto secondo

Nel medesimo luogo, sulla montagna, alcun tempo più tardi. Appoggiato ai vetri con la faccia verso le montagne sta Ugo Denes. Più avanti, assorto, siede Adriano Bove, un forte uomo nella maturità piena e gagliarda per il rigore della voce, per i modi dominanti, per la parola incisiva. La sua espressione è amara ma scevra di debolezze e di rimpianti.

DENES                  - La sera qui è di una terribile malinconia. C’è un momento, appena scomparso il sole, che il mondo sembra immergersi in un vapore viola: è l’ora in cui tutti si è un poco tristi, ma qui molto più che altrove. Guardate le persone in quell’ora e vi accorgerete che ognuna è come se avesse perduto un poco di se stessa: tendono ad eguagliarsi. Perfino le voci perdono la loro fisionomia. È come un’incertezza, uno smarrimento, un annullarsi… non so… un’angoscia forse di fronte a qualche cosa che muore e nella quale ci si confonde. Il sole che abbandona la terra: deve essere questo. Avete mai pensato che il sole una mattina non debba più sorgere?

BOVE                    - Mai.

DENES                  - Io posseggo in modo singolare il sentimento del tempo. Veramente ci deve essere una vita, un umore delle ore, dei giorni. Leopardi ha scritto tutta una poesia sul sentimento del sabato. Ma del resto, ve ne sarete accorto, è curioso come qui si diventi tutti stranamente sensibili a tante cose che altrove non si sospettano nemmeno. (Pausa). Mi ascoltate?

BOVE                    - Vi ascolto.

DENES                  - (sempre senza volgersi) Vedete, io vi sono grato che voi parliate così poco e ascoltiate sempre senza interrompere. Solo in questo modo mi pare di riuscire qualche volta ad esprimere veramente me stesso. Bastano le interruzioni, le allusioni, anche solo i gesti degli altri, per mutare le mie impressioni e le mie reazioni. È qualche cosa di diverso dalla timidezza. Voi che siete medico potete comprendere. (L’altro rimane taciturno ed attento). Voi non rispondete. Non parlate mai, voi. Avete quel modo di passarvi la mano sulla fronte che è lo stesso di mio padre quando era stanco, e ascoltava pazientemente, come voi, le mie fantasie. (Lungamente silenzio). Forse voi non siete come noi qui. Qui siamo tutti strani. La vostra forza voi la trovate dentro voi stesso. Ma del resto, quando dentro tutto si stinge, diviene inafferrabile... è un grande beneficio aprire l’anima al mondo. Tanto è così vuota, così vuota. Allora si assorbe la vita prepotente di questi pascoli così verdi, l’impeto delle grandi nuvole bianche che navigano nel cielo... e la tristezza dei crepuscoli stanchi. E si vive come si può. (L’uomo che ascolta ora tentenna il capo). Forse pensate che io sia malato.

BOVE                    - No, io penso che voi avete torto.

DENES                  - (voltandosi ma rimanendo sempre nel fondo contro la luce) Torto? No, no. Forse sono veramente malato nello spirito. Era l’impressione di tutti laggiù.

BOVE                    - Torto, voi giovane, forte, di vivere qui come voi vivete. Uno come voi dovrebbe precipitarsi giù nella vita, e fare.

DENES                  - Che cosa?

BOVE                    - Che cosa non importa: fare, vivere.

DENES                  - Ed essere sommersi, e affogare.

BOVE                    - Sia pure. Ma dopo aver preso il proprio posto nella vita.

DENES                  - Certo io sono malato. Perciò l’unico luogo in cui io possa vivere è ancora questo. (Bove ritorna silenzioso). Voi tacete. Non mi contraddite più. Grazie. Sapete, io avrei voluto essere un poeta, un grande poeta… (Tra sé) Non so come faccio a confessare ciò. È tutto così grottesco! (E tace fissando l’altro perfino provocante). Ditemelo, ditemelo pure che è grottesco.

BOVE                    - (quasi duro nella sua serietà ) No, non è affatto grottesco.

DENES                  - (con una risatina ironica) Lo sapete? Io parlo perfino da solo. E allora racconto a me stesso di essere un poeta, di essere intelligente, di essere forte e capace di far questo e quello. (Dolorosamente). Non so, è come un perpetuo impedimento, un’incertezza. Appena detta… macché, appena pensata, una cosa della quale ero convinto, mi pare che sia falsa, stupida. (Dopo aver taciuto per un poco). Credo che giù, sì, sarei arrivato a suicidarmi. (Bove lo fissa ora intensamente). Come fece mio padre. E mio padre sì, era forte…e che ingegno! Eppure… (Cupamente convulso) È possibile che una donna abbandoni, così, suo marito e suo figlio per un altro…un estraneo. È possibile?

BOVE                    - (cautamente) Siete venuto a vivere qui, dopo?

DENES                  - Hanno fatto molto male a noi gli uomini.

BOVE                    - (insistendo) È stato dopo, che siete venuto a vivere qui?

DENES                  - Evidentemente: dopo. Che mi restava da fare?

BOVE                    - (a conferma, quasi tra sé) E fu proprio per questo.

DENES                  - Ormai sono molti anni, vedete. Ero poco più che un ragazzo ed è come se non fossi più cresciuto; quel ricordo mi appare sempre come una sbarra attraverso la mia strada. Non me ne libererò mai, mai. Un’idea fissa, direste voi. Vedete dunque che devo essere malato. Bisogna che mi ritenga tale perché pare che non si abbia il diritto di sentirsi un fallito a venticinque anni. (Ride con sarcasmo). Ed io aspetto.

BOVE                    - No, Denes, non lo si ha. Alla vostra età veramente non lo si ha, quel diritto.

DENES                  - Ve l’ho detto: io aspetto. Da qui a dieci, vent’anni, se campo, sarò a posto anch’io.

BOVE                    - Forse è un diritto che non si acquista mai.

DENES                  - (duro e provocante) Scusate, ma voi ve lo siete acquistato. E ne fate uso. (Bove non batte ciglio e resta sopra pensiero). La verità è che ci sono uomini che non lo acquistano mai, tale diritto. Questo avreste ragione di dirmi. Voi siete un uomo. E siete buono. Sareste in diritto di schiaffeggiarmi.

BOVE                    - Io ho fatto molto male giù.

DENES                  - Involontariamente.

BOVE                    - Questo non cambia niente per chi l’ha sofferto. Silenzio per alcun tempo.

DENES                  - Io non sono capace nemmeno di far del male. Nulla: io mi godo solo a sognare. E quando sogno, sogno sempre di essere un grand’uomo e che gli altri mi rispettino e mi ammirino. E che tutte le donne mi amino. Le donne! Dopo che l’esempio di mia madre mi ha insegnato a odiarle!

SQUARCINA       - (entra rimproverando, con voce arrabbiata, Epifanio che cerca di difendersi) La colpa è mia di aver creduto che un vecchio stupido come te potesse ancora servire a qualche cosa.

EPIFANIO            - Te l’ho detto, padrone: non è morta nello sgravarsi. Il Signore non lascia morire le bestie mentre figliano.

SQUARCINA       - Almeno con me, non tirar fuori le tue stupide fandonie.

EPIFANIO            - Prima o dopo; mai mentre figliano: il Signore non permette.

SQUARCINA       - Una bestia di un anno, capace di sentire un estraneo a una schioppettata di distanza, persa così!

EPIFANIO            - L’ho chiusa io, la stalla, e ti ho portato la chiave come tutte le sere.

SQUARCINA       - Una bestia che si deve sgravare e la si lascia incustodita!

EPIFANIO            - Non pensavo che dovesse fare questa notte. Secondo i miei conti mancava ancora qualche giorno.

SQUARCINA       - Già! La cagna doveva aspettare le tue comodità e farti avvertire!

EPIFANIO            - Eh sì, dovevo pensare che siamo di luna crescente e la cagna era di primo parto.

SQUARCINA       - Il tuo dovere è di badare alle bestie e non di portare a spasso i villeggianti.

EPIFANIO            - (colpito) La signorina Livia, padrone! Cinque minuti per insegnarle la strada per il cimitero. Voleva visitare il cimitero, lei.

SQUARCINA       - E intanto la cagna moriva.

EPIFANIO            - Sì, sì, ma non puoi pensare che io ho fatto del male a una bestia pregna. Quando sono entrato nella stalla, stamattina, era già fredda stecchita. È stato nella notte, te l’ho detto. Qualcuno, attraverso le finestre, l’ha presa mentre figliava. Vieni a vedere: il suo primo cucciolo ce l’ha lì, morto, tra le gambe; e gli altri ancora sul ventre.

SQUARCINA       - Non mi curo della sua carogna: mi importava averla viva.

EPIFANIO            - Io non ho colpa, ma mi dispiace per la bestia. L’avevo tirata fuori io dalla pancia della vecchia Frika.

SQUARCINA       - Stupidaggini. Se entro domani non hai trovato un altro cane, qui non è più aria per te.

EPIFANIO            - (umiliato) Vivo tra le bestie di quella stalla da trent’anni.

IRENE                   - (che è entrata rimanendo cupa e chiusa appoggiata alla parete) Lascia in pace il vecchio. Ad ammazzare la cagna sono stata io. Bove attentissimo le punta gli occhi addosso.

SQUARCINA       - Ah, anche questo!

IRENE                   - Urlava, urlava... In casa non si poteva chiudere occhio.

EPIFANIO            - Doveva partorire.

IRENE                   - È uno schifo... uno schifo… tutti questi giorni trascinarsi qui con la pancia gonfia, rossa... Uno schifo!

SQUARCINA       - Senti!… (Ma si domina subito di fronte agli altri presenti). Scusate, signori, ma capirete: una cagna di un anno, uccisa così. E in tempo di pascoli, rimanere senza il cane… (A Epifanio) Tu sai che cosa devi fare (e se ne va dopo aver lanciato uno sguardo minaccioso alla sorella).

EPIFANIO            - (addolorato) Perché l’ hai fatto, Iri? Figliava, e partorire è doloroso.

IRENE                   - Lasciatemi in pace.

EPIFANIO            - Hai fatto male, figlia.

IRENE                   - Lasciatemi in pace, non ne posso più!

EPIFANIO            - (avviandosi) Adesso bisognerà seppellirla, con tutti i suoi cuccioli che non sono potuti nascere. È male, figliola (esce).

DENES                  - Povera bestia.

BOVE                    - Povera donna. Irene ora è là, lontana, tra i tavoli e tenta di far forza alla sua inquietudine col rimettere ordine dove non occorre. Quando O’Toole, in elegante abito sportivo, entra nella stanza, Denes si è rivolto verso la montagna e Bove non ha cessato di osservare Irene.

O’TOOLE             - (dopo aver salutato gli uomini con un gesto senza smettere di fischiettare) Nessuno, qui, ha bisogno della piccola slitta?

IRENE                   - (poco gentilmente) La slitta piccola è a disposizione dei pensionanti.

O’TOOLE             - Non è una scoperta, ma può considerarsi una risposta. E allora la prendo io. Mi serve per qualche giorno. Potete avvertire vostro fratello che rimarrò giù in paese fino a fine settimana. (Quindi, dalla soglia della veranda spalancata) Epifanio, Epifanio. (E ad Epifanio comparso) Mi occorre la slitta piccola. E che le cinghie siano ben affibbiate perché vado giù dal piccolo nevaio.

EPIFANIO            - Dal piccolo nevaio? È pericoloso; la neve ormai è quasi tutta un pantano: è un rischio andarci sopra con tutti quei crepacci.

O’TOOLE             - So come si fa a evitarli. Tu prova ad allacciare bene le cinghie.

EPIFANIO            - Voi conoscete bene la montagna ma...

IRENE                   - (facendosi avanti) La slitta è rischiosa, ma il vecchio non è qui al servizio di tutti.

EPIFANIO            - (stupito) Iri!

O’TOOLE             - Infatti, mi serve più la slitta, che il vecchio. (E si rimette a fischiettare).

EPIFANIO            - Chi vuoi che le faccia queste cose?… Pensi anche tu che sono vecchio, Iri? Silenzio un poco.

IRENE                   - (tralasciando di rassettare) Faccio io.

EPIFANIO            - Ho sempre preparato io la slitta

IRENE                   - (con secca semplicità) Faccio io, ho detto. Tu torna nella stalla. (Esce, seguita da Epifanio)

EPIFANIO            - (tentennando il capo) Ma che cos’ha quella figliola.?

DENES                  - O’Toole ha messo la pelle d’estate. Entrano Livia Salce ed Emma Janora. EMMA JANORA — Siete uscita sola oggi.

LIVIA                   - (sorridente) Stamattina sono arrivata fino al piccolo cimitero e non mi sento affatto stanca. Ho pregato Verciné di non accompagnarmi: avrebbe fatto tanti discorsi.

EMMA                  - Adesso, per due mesi la passeggiata fin là è facile.

LIVIA                   - Ci sono dei sedili tra i viali, come in un giardino pubblico.

EMMA                  - Io sono scesa fino al crocevia per vedere se arrivava qualche nuovo villeggiante. Se giù non continuasse a piovere, si sarebbe già visto qualcuno.

LIVIA                   - Uno è venuto. Quel tipo strano che è salito stanotte cantando a squarciagola. Stamattina mi è girato intorno e mi ha seguito fino al cimitero; il cimitero che gli serviva, ha detto: e lo ha fotografato.

EMMA                  - (dopo un poco) Verciné voleva che andassi con lui al prato del picco. Ma da là non si vede chi sale dalla valle. Finalmente, con la buona stagione ci si difende.

LIVIA                   - Tre sedili in mezzo alle tombe: trentadue in tutto, le ho contate. Già, qui i morti è come se dovessero conoscersi tutti e tenersi compagnia. Ah, con che serietà Epifanio mi ha raccontato che di notte i morti stendono le braccia nella terra e si tengono per mano!

EMMA                  - Beh, i pastori dicono che Epifanio è un poeta.

DENES                  - Si vede che per loro poeta vuole dire anche matto.

LIVIA                   - Tutto fiorito com’è: Epifanio diceva che così riparato tra la roccia e gli abeti, è il luogo più tiepido della montagna e ci potrebbero crescere le rose.

VERCINÉ             - (tornato dalla passeggiata, s’è fermato sulla soglia, di fronte a O’Toole) Pronto per scendere incontro alla preda!

O’TOOLE             - Non so ancora se mi consegneranno la slitta o il vecchio; se mi toccherà la slitta, farò in tempo a pranzare al “Cristallo”.

VERCINÉ             - L’orologio, la cravatta: avete rispolverato tutte le armi civili.

O’TOOLE             - Farò la strada in tre quarti d’ora.

VERCINÉ             - Non dite bugie, O’Toole. Questa volta non è la passione sportiva che vi spinge. Siamo già al tempo che lo sportivo passa in seconda linea.

DENES                  - (dal suo posto) Finché i pascoli si manterranno verdi, lo sport decade dal rango di fine a quello di mezzo.

BOVE                    - Ma voi lo invidiate.

VERCINÉ             - Siete come un puledro che annusa il fieno.

EMMA                  - (senza ironia) Come siete bello, O’Toole!

VERCINÉ             - (anche lui seriamente) Meritereste una statua di bronzo in uno stadio.

DENES                  - Perché Verciné ammira tanto quell’uomo? Lui che si accorge di ogni cosa non si rende conto della sua simpatia che tutti vedono per il bello straniero.

BOVE                    - Voi volete apparire più guasto di quel che siete.

DENES                  - Tento di vendicarmi della vita. A questo punto ricompare Irene e si ferma lontano dagli altri.

O’TOOLE             - (dal gruppo delle due donne e di Verciné, mentre sta per andare) Salute a chi resta. Io sarò qui tra qualche giorno.

EMMA                  - (facendo qualche passo dietro di lui) Usatemi una cortesia, O’Toole: informatevi al paese se davvero, come dicono, saranno aggiunti due treni dalla città. O’Toole è partito, Emma Janora si riunisce agli altri.

VERCINÉ             - Una bellezza e una virilità come quelle devono essere perfino scomode.

DENES                  - Credete che si possa essere invidiosi della bellezza di un uomo?

VERCINÉ             - Credo che si debba, esserlo. La bellezza è sempre una forza.

DENES                  - E veramente si è invidiosi sempre di una forza degli altri. Un breve silenzio.

BOVE                    - (tenendo d’occhio Irene che poi se ne andrà) La bellezza è sempre una forza anche un poco crudele

VERCINÉ             - Direi che la bellezza, per essere assoluta, non dovrebbe avere né sentimento né intelligenza.

BOVE                    - (con quel suo modo sordo di parlare che assume ogni tanto) ...e nemmeno scrupoli.

DENES                  - Forse per questo O’Toole tiene tanto alla bellezza da sacrificarle sia il sentimento sia l’intelligenza.

EMMA                  - (guardando fuori) Scende diritto come una lepre.

VERCINÉ             - O’Toole conosce la montagna meglio della gente di qui.

LIVIA                   - Superato il piccolo nevaio incontrerà la pioggia.

EMMA                  - E la nebbia.

DENES                  - Allora risalirà immediatamente. L’ha fatto tante altre volte.

VERCINÉ             - Le fughe di O’Toole! Due giorni, poi torna serio e si rimette a bere. Si direbbe che abbia paura di essere un uomo ragionante. Uccidere l’intelligenza: ecco il problema di O’Toole.

DENES                  - L’antiverciné! E i contrari si attraggono.

VERCINÉ             - Press’a poco.

EMMA                  - In pianura non è ancora cessato il maltempo. La gente di giù non può pensare che è tempo di salire.

LIVIA                   - Da quanti giorni le nuvole nascondono la pianura?

VERCINÉ             - È sempre così, ogni anno, di questa stagione.

DENES                  - Quassù il sole brucia e giù tutto è immerso nella pioggia.

EMMA                  - E la sera si vedono i corvi con le ali gocciolanti di pioggia.

BOVE                    - È un effetto singolare: sembra che la montagna abbia le fondamenta sulle nuvole.

VERCINÉ             - Talvolta noi viviamo sospesi così per dei mesi.

LIVIA                   - Pare che i paesi della valle siano allagati anche quest’anno.

EMMA                  - Già, lo ha detto il signore arrivato ieri sera; ha detto anche che un ponte è crollato.

DENES                  - Un ponte è crollato e lui arriva quassù cantando.

EMMA                  - Pare che sia salito per la signora.

LIVIA                   - Deve averla conosciuta molti anni fa. Forse è un suo compagno di teatro.

VERCINÉ             - È un uomo bizzarro. Stamattina s’era alzato presto per vedere l’alba; ma pare che ne sia stato deluso. Mi ha detto testualmente che la montagna era illuminata malissimo.

DENES                  - (ridacchiando) Certo non è di quelli che restano. Tacciono tutti.

VERCINÉ             - Avete avuto torto, signora Janora, a non voler venire stamane al prato del picco. Una luce simile chissà quando la si potrà vedere ancora.

DENES                  - Sprecata, per uno solo. Giacché per voi la bellezza esiste in quanto ne possiate fare argomento di comunicazione agli altri.

VERCINÉ             - (scherzando) Stamattina nessuno mi ha voluto con sé.

LIVIA                   - (ridendo) Siete rimasto solo, povero Verciné!

EMMA                  - Mah! Siete uno di quegli uomini che fanno un grande effetto subito, e poi…

LIVIA                   - È vero. Ad essere conosciuto a lungo ci perdete.

EMMA                  - Vi immaginate Verciné solo, costretto a tacere?

DENES                  - Obbligato ad enunciare i propri pensieri e le proprie definizioni alle rocce.

VERCINÉ             - (allegramente) Ai sassi, alle erbe, ai fiori e alle acque gorgoglianti!

LIVIA                   - Suvvia, diteci quel che dobbiamo fare per farci perdonare.

EMMA                  - Purché sia una cosa ragionevole.

VERCINÉ             - Sfido chiunque a trovare irragionevole la proposta di far colazione tutti insieme domani sul prato, sotto il picco.

LIVIA                   - È una specie di rivincita?

EMMA                  - Ci sto.

VERCINÉ             - Ci venite anche voi, Bove?

BOVE                    - Volontieri.

VERCINÉ             - Forse verrà anche la signora.

LIVIA                   - In questi giorni ha cominciato a scendere tra noi.

EMMA                  - È mancata per molto tempo a tavola. È stato dopo la venuta di quell’attrice, ricordate?

VERCINÉ             - Proprio quella sera siete arrivato anche voi, Bove. E ci faceste fare uno strano discorso da Squarcina.

BOVE                    - Vi è parso?

VERCINÉ             - Dico strano che ce lo abbiate fatto fare da Squarcina.

EMMA                  - Sapete, Bove: avevamo un poco paura di voi.

DENES                  - Già. Vi eravamo…

BOVE                    - Ostili?

DENES                  - Non precisamente questo… qualche cosa di… Non ditelo, Verciné. Voi certo trovereste la parola; e poi dietro a quella la cosa semberebbe quello che non fu.

VERCINÉ             - (scherzoso) Volevo proprio dire “indefinibile”.

DENES                  - Meno male.

EMMA                  - Giusto così… Poi la signora disse che eravate Gabriele Borkman…

BOVE                    - Gabriele Borkman!

EMMA                  - Sì, è una sua abitudine ribattezzare ognuno col nome di un personaggio teatrale.

VERCINÉ             - Prima la sua vita era nel teatro, ora il teatro è nella sua vita. Anche lei ha risolto il suo problema.

LIVIA                   - Quella notte la signora recitò versi d’amore.

BOVE                    - Fu una strana sera, quella.

VERCINÉ             - Allora è inteso: domani si fa tutti colazione all’aperto. (Alla Janora) Ditelo voi alla signora.

EMMA                  - Salirò da lei prima di sera.

DENES                  - Scusatemi, ma tra quei tutti potete escludere me.

LIVIA                   - (dopo un attimo, con grande intensità) Se è per me, potete pure andare. Io resto in albergo.

DENES                  - (tagliente) È un fatto tutto e solamente mio, cara signorina. Ho detto semplicemente che io non andrò.

LIVIA                   - Ed io altrettanto semplicemente vi dico che per me potete accomodarvi. Io resto in albergo… Sapete, non vorrei che per evitarmi all’aperto aveste poi il fastidio di dovermi sopportare qui.

DENES                  - L’albergo è abbastanza grande. E poi, caso mai, sarà un fastidio reciproco.

LIVIA                   - Questo sì, potete dirlo.

VERCINÉ             - (che già prima si era allontanato con gli altri, cerca di indicare loro il luogo) È lì, vedete: un quarto d’ora di strada. Per mezzogiorno c’è anche ombra sufficiente. (Esce con Bove ed Emma Janora; e rimarranno visibili, al di là della vetrata, sullo spiazzo, davanti all’albergo). Di lassù, potete anche tenere d’occhio il crocevia.

EMMA                  - Hanno detto che anche quest’anno è stato aggiunto un treno subito dopo mezzogiorno. Soli sono rimasti Livia ed Ugo.

LIVIA                   - Si direbbe che voi mi odiaste, Denes.

DENES                  - Fate come credete. (Fa per andarsene ma involontariamente è trattenuto dalle altre parole di lei).

LIVIA                   - Io non chiedo certo a nessuno delle gentilezze; e nemmeno quella semplice educazione che altrove sarebbe un dovere. Ma che almeno mi si ignori e non ci si occupi di me.

DENES                  - Non vi tolgo un’illusione se vi dico che proprio questo cerco di fare ?

LIVIA                   - No: non è questo…Vi sento con gli occhi addosso a me sempre, ovunque, ostile ed offensivo… Dal primo giorno che sono comparsa qui quella vostra cattiveria non mi ha abbandonata mai… Ed è un impaccio, un impedimento intollerabile. Peggio ancora delle vostre parole stupide e presuntuose. Io chiedo solo di essere lasciata in pace. Non ho tempo né per odî né per altro, io… Io non sono qui per capriccio.

DENES                  - State pur sicura che il mio capriccio mi darebbe un certo diritto proprio di odiarvi come crede tutta la vostra sensibilità offesa. Il mio capriccio si chiama la morte di mio padre a causa del vostro che gli portò via mia madre. È un capriccio forse assurdo, irragionevole… ma non so che farci: io non sono né ragionevole né coerente. È un odio verso il vostro nome; voi come persona, scusate se vi tolgo un'altra illusione, non c’entrate affatto. E adesso mi auguro che cesserete di essere sorpresa. (Livia Salce è ammutolita e pallidissima ascolta la conclusione dentro alla risata sarcastica di Denes, che continua) Ma già, voi non potevate neanche saperlo. Mia madre abbandonando marito e figlio poté abbandonare anche il loro nome, come un vestito logoro. Ma il vostro io ce l’ho qui. (E si batte uno schiaffo sulla fronte). Ora le tre persone che sono fuori si muovono e fanno qualche passo avanti guardando giù per la china mentre nella sala arriva qualche parola delle loro frasi: “O’Toole? - È O’Toole. Lo sorreggono - Ma che si è fatto? - Un capitombolo - È ferito”. Poi Verciné, Bove e la Janora vengono avanti seguendo Epifanio e Squarcina i quali portano O’Toole ferito, reggendolo sotto le ascelle. Dietro di loro è là e si ferma discosta, pallida e contratta, Irene.

SQUARCINA       - Qui, ecco, sedetevi qui…(Fa sedere il ferito su una seggiola)… e su quest’altra appoggiate la gamba. Vi duole?

O’TOOLE             - (nero) No, mi fa solo il solletico!

EPIFANIO            - Ve lo avevo detto, signore: la neve non resiste più sopra i crepacci.

EMMA                  - Potevate ammazzarvi. Mentre Bove ora gli sta esaminando la gamba.

O’TOOLE             - (stringendo i denti) Ohi! Mi fate male.

BOVE                    - Vi siete lussato una caviglia.

O’TOOLE             - Adesso lo so, grazie tante. E allora?

BOVE                    - Un mese di riposo con la gamba immobile. E l’altro soffoca una bestemmia.

VERCINÉ             - Siete a terra, O’Toole!

O’TOOLE             - Magari, ma ora sarò soltanto su una sedia.

BOVE                    - Fatela pur diventare poltrona quella sedia.

O’TOOLE             - Dico, almeno la gamba resta di mia proprietà?

EMMA                  - Scendevate a rotta di collo.

O’TOOLE             - Un accidente! Le cinghie che non tenevano. Bove di scatto alza lo sguardo e lo fissa scrutatore nel volto di Irene.

SQUARCINA       - E adesso che si deve fare, dottore?

BOVE                    - Mettetelo a letto: faccio io.

O’TOOLE             - (ridendo) Dottore… avevo chiesto una sola cosa quando arrivaste qui: di non cadere nelle vostre mani; ed ecco che sono il primo.

BOVE                    - È la vostra caviglia, non voi, a cadere nelle mie mani. (A Squarcina) Fate portare su delle fasce.

O’TOOLE             - Siccome sospetto che alla caviglia ci dovrò restare attaccato anch’io, per semplice informazione, mi farete male?

BOVE                    - Niente di più di quello che è necessario.

O’TOOLE             - Meno, non è proprio possibile?

BOVE                    - No.

SQUARCINA       - Provate ad alzarvi.

O’TOOLE             - (tentando di alzarsi) Ohi!

SQUARCINA       - Piano… ecco… così. Ora passate il braccio intorno al collo… così andremo benissimo.

O’TOOLE             - Una meraviglia.

VERCINÉ             - Vi aiuto. (E aiuta Squarcina a trasportare O’Toole).

O’TOOLE             - E va bene! Chissà che idea ha quell’uomo del “necessario”!

DENES                  - Ci saprete dire.

O’TOOLE             - (mentre Squarcina e Verciné lo trascinano fuori) Mandatemi di sopra due bottiglie di whisky. E a portarmelo che venga la cameriera bionda.

SQUARCINA       - Sarete servito, signore.

O’TOOLE             - Lo sono già. Dietro ai due vanno anche Emma Janora e, via via, gli altri.

EPIFANIO            - Dovevo fare io come sempre. Non dovevo lasciar preparare a te la slitta, Iri. Irene tace. Per un attimo restano di fronte soli Irene e Bove che ha intuito. Poi anche lui si dirige a medicare il ferito. Alla fine, appare Eleonora Diena.

IRENE                   - (le corre incontro e le prende convulsamente una mano) Sono cattiva… cattiva!

ELEONORA D     - Le solite nubi, Irene… Che hai?

IRENE                   - (mal trattenendo i singhiozzi ripete le stesse parole).

ELEONORA D     - Che cosa nascondi, dunque dentro di te? (Un silenzio) Ti ho veduta quasi bambina… ricordi… quando io giunsi qui? Tu eri già una ragazza selvaggia e chiusa, anche dispettosa in principio. Me li ricordo bene, sai, quei tuoi capelli ribelli… Ti conoscevano perché nessuno era mai riuscito a pettinarti.

IRENE                   - (sommessamente) Senza più madre, senza nessuno, qui. Solo voi vi accorgevate che io esistevo.

ELEONORA D     - Mi ci volle del tempo, prima che tu ti adattassi a lasciarti passare un pettine tra i capelli! Era stato Epifanio a farti paura con le parole della principessa stregata con un pettine… Vedo ancora la tua sorpresa davanti allo specchio per le due treccioline nere. Ricordi? (La accarezza sul capo). Quanto tempo è passato, qui, senza che ci si accorgesse di te?

IRENE                   - (come sorpresa e con rassegnata malinconia) Sono i miei capelli grigi che vi fanno dire così?

ELEONORA D     - Capelli grigi tu?

IRENE                   - Ce ne sono… ce ne sono. Prima li strappavo, ora li lascio lì: già, a che servirebbe? Qui, qui, sempre, senza scampo; senza uno scopo, fino alla fine… E un disgusto, uno schifo intorno: di sé, prima che degli altri.

ELEONORA D     - (con voce sommessa e con la dolce violenza della mano sulla bocca di lei) Taci, non farti male.

IRENE                   - Lo sapete anche voi, lo sapete anche voi… Sono vecchia e sono brutta io!

ELEONORA D     - Non bisogna dire così. Vedi, la vita è tutta una rinuncia. A te la sorte ha chiesto di rinunciare prima di non aver avuto nulla. Ma credi, non hai da rammaricarti… Anche avendo avuto molto…(e sorride in mesta ironia)… tutto; è uguale, sai. E forse è peggio. Saper rinunciare è il segreto; e saper guardare dentro di noi e accogliervi ciò che è sopra ad ogni nostro singolo dramma. Allora si ritrova la serenità. Perché, vedi, quello che veramente conta nella vita nessuno ce lo toglie: è degli altri come è tuo. Quest’aria, questa luce… e quei monti, senza tempo… e il riposo, la sera, quando si è stanchi. E i sogni.

IRENE                   - (distesa in un pianto desolato) Vivere senza sapere perché. Portare sempre questo peso che non si conosce… sentirsi al mondo come prigionieri. È questo, è questo!

ELEONORA D     - Sai, siamo tutti, al mondo, come un’aquila col piombo nelle ali.

IRENE                   - Tacete, tacete, signora. (E se ne esce quasi fuggendo). Eleonora Diena resta ancora un poco soprappensiero, poi viene avanti, si siede e fissa lo sguardo davanti a sé, assorta. Nella cornice della porta è ora apparso Max Olan. Canuto, non più giovane, certo, ma dai modi arditamente pittoreschi che gli dànno un che di giovanile giocosità. Nel suo aspetto, nelle sue parole, in ogni suo modo si alternano e si confondono ingenuità perfino infantili e gattesche furberie. Anche le cose più serie si riducono, in lui, al valore di un gioco e il gioco si palesa con imperativa serietà.

MAX OLAN         - (recita) “Ah, ella veramente insegna alle torce ardere!”. Un giorno vorrei poter metter su proprio questa scena.

ELEONORA D     - (dopo un attimo di incertezza, sorpresa ed anche lontanamente smarrita) Olan!

MAX OLAN         - Ecco del teatro vero: l’antico compagno d’arte dimenticato che sorge improvvisamente dal passato e si erge minaccioso davanti a colei che disertò.

ELEONORA D     - Quassù voi, Olan?

MAX OLAN         - (melodrammatico ma cauto) Cose di grave momento a tal luogo mi traggono.

ELEONORA D     - Venite avanti, Olan, e siate serio se lo potete.

MAX OLAN         - Un borghese si sarebbe presentato a voi col luogo comune che il mondo è tanto piccino da incontrarcisi sempre; un filosofo relativista -vedete: in questi anni mi sono fatto una cultura- avrebbe ragionato sull’immanenza del caso; un pessimista qualunque, sul destino caduco delle umane cose. Max Olan non poteva venire che con le parole di un eroe da palcoscenico.

ELEONORA D     - Non siete mutato voi.

MAX OLAN         - Non avete dunque ancora notato la mia candida criniera. Oh, è grave; fa parte del mio prestigio artistico. Ne ho perfino l’obbligo per contratto con il mio impresario.

ELEONORA D     - È vero, Olan: sembrate un attor giovane con una parrucca da padre nobile. Perché sorridete, Olan? (E dopo il gesto evasivo di lui). È sempre quel vostro sorriso di gatto soddisfatto.

MAX OLAN         - Ascoltandovi pensavo che non ci avete ancora scordati del tutto.

ELEONORA D     - (si alza, muove alcuni passi, si allontana e si ferma a guardar fuori in silenzio).

MAX OLAN         - (con tutt’altro tono) Vi siete scelta un eremo ben selvaggio per la vostra solitudine.

ELEONORA D     - (senza volgersi) Non bestemmiate la montagna, Olan.

MAX OLAN         - (pronto a divagare) Nemmeno lo potrei: non la capisco. L’unica cosa teatrabile che ci ho scoperto finora è stato un cimitero. Il resto (e riassume con un gesto teatrale tutta la natura fuori) portato su un palcoscenico risulterebbe assurdo.

ELEONORA D     - (riavvicinandosi) Vi giochereste insomma la vostra fama di regista.

MAX OLAN         - Precisamente.

ELEONORA D     - Per voi il tempo pare che non sia passato.

MAX OLAN         - (sempre come chi giochi girando intorno ad un argomento che teme di affrontare) Perfino questi campanacci delle mandrie, sentite? Sembrerebbero falsi sul palcoscenico.

ELEONORA D     - E queste cose non vi dicono dunque nulla? Non vi fanno riflettere sulla vanità di quella vita?

MAX OLAN         - (perentorio) No, no; risparmiatemi questo discorso: so quello che mi vorreste dire. Mi dicono solamente che le due realtà sono diverse; ed io non ho alcuna intenzione di lasciare l’una per l’altra.

ELEONORA D     - Allora, Olan, riconoscete l’errore di esservi scelto una villeggiatura come questa e fuggitevene subito.

MAX OLAN         - (ridendo) Sarebbe stato proprio l’ultimo pensiero, quello di fare una giornata di ferrovia e quattro ore di sentiero per arrampicarmi qui a villeggiare.

ELEONORA D     - Ma allora perché siete venuto?

MAX OLAN         - Stupefacente. Eppure tra gente della nostra razza, anche quando si tratti di grandezze come la vostra, la modestia non è d’abitudine.

ELEONORA D     - Sapevate dunque di trovarmi?

MAX OLAN         - Credete che sia facile ad Eleonora Diena scomparire?

ELEONORA D     - (commossa, gli offre la mano da baciare) Grazie, Olan. Fin quassù per salutarmi. Grazie.

MAX OLAN         - (per un poco, incerto; poi, deciso) Vi rammentate, Eleonora, quante cose indimenticabili abbiamo creato insieme? E quanto abbiamo camminato, agli inizi, nella miseria e nello squallore…

ELEONORA D     - Voi parlate ancora come se qui aveste trovato quella di un tempo e non una povera vecchia stanca e dimentica che attende di andarsene in silenzio. Sapete, Olan: come il cigno che, invecchiando, vicino a morire si nasconde per il pudore della fine. Non ricordo, né voglio ricordare più nulla.

MAX OLAN         - Voi non siete sincera, Eleonora.

ELEONORA D     - (dopo un silenzio) Sapete, Olan: c’è ancora chi si ricorda di me, laggiù. Di tanto in tanto arriva fin qui qualcuno: qualche attrice agli inizi, qualche giovane poeta: gli umili e i timidi.

MAX OLAN         - (con la sola cautela del tono scherzoso) Si sa tutto di voi. Si sa che nei vostri armadi ci sono i fulgidi costumi di Margherita, e i fioretti di Ofelia, e i fiammanti sciamiti di Francesca … l’azzurra sottanella di Ghita, la vesticciuola di Solveig, i cappellini di Edda e la tunica candida di Elettra… la porpora sanguigna di Fedra, la veste marina di Ellida e anche il velo nero tormentato di ricami d’argento di Clitennestra. (Istrionesco) In quel velo c’è il motivo di un ragno. Ve lo imposi io quando misi in scena la tragedia.

ELEONORA D     - Voi siete sempre rimasto un meraviglioso fanciullo, ma siete anche troppo intelligente, Olan, per non sentire la desolata malinconia di tutto ciò.

MAX OLAN         - Fatemi una concessione, Eleonora: chiamatela nostalgia.

ELEONORA D     - No, no, amico: debolezza, ecco, se volete. Oh, non possa mai giungere per voi il momento in cui vi appare tutta la vanità della nostra arte. Inutile… inutile… condannata a non lasciare nulla, a morire appena nasce; con dentro una poesia da cantare e i mezzi sono questo corpo che decade ogni giorno.

MAX OLAN         - Nostalgia. E allora si ritorna. Si riprende il proprio posto di dominio. Noi non siamo come l’altra gente: noi siamo zingari e dobbiamo essere là fino alla fine. La nostra razza non si smentisce.

ELEONORA D     - (ferma e serena) No, Olan. Allora si cerca di scomparire nel momento più luminoso, in piena gloria… perché rimanga fulgido per un poco il ricordo, almeno quello. (Olan non osa rispondere. Eleonora si è alzata e dopo alcuni passi si trova lontana, sulla soglia della sala da pranzo contro la luce attenuata e fresca che la percorre). Olan, è tutto qui, vedete: essere stata Giulietta… (e passandosi le palme aperte sul volto, poi giù per il collo e per i fianchi) e non poterlo essere più.

MAX OLAN         - (come se avesse una subitanea ispirazione, ha varcato la soglia seguendo la donna nella stanza in penombra e le sta sopra appoggiato alla spalliera della poltrona ove lei siede; ed osa dire le parole di Romeo) “… Se la mia mano indegna ardì profanare la destra d’un angelo, le mie labbra espieranno la colpa imprimendo su di essa il bacio più tenero”.

ELEONORA D     - (tarda a riprendere ma alla fine come trascinata, senza gesto e senza volto, con le sole parole gli dà la replica) “Bel pellegrino, mal pensate di voi: è col dare a baciare le loro mani come a toccar reliquie che i pellegrini salutano”.

MAX OLAN         - “Ma i pellegrini hanno anche le labbra”.

ELEONORA D     - “Sì, ma le consacrano solo a propiziarci Iddio”. Livia Salce è entrata e rimane ferma ad ascoltare.

MAX OLAN         - “Ecco così le mie labbra mi lavano d’ogni fallo”.

ELEONORA D     - “Ma ora alla mia bocca si attaccò il vostro peccato…”. Sei sempre un cane, Olan.

MAX OLAN         - “Oh, ridonatemi quel tenero peccato!”. Voi non saprete mai come tremava questo cane quando dovette recitare Romeo al vostro fianco. Anche Ugo Denes ora è fermo sulla soglia e rimane fermo ad ascoltare.

ELEONORA D     - “Romeo?… Il mio amore nacque dunque dal grembo dell’odio? Ah, ti vidi troppo presto, prima di sapere chi fossi… Ed ora è troppo tardi il saperlo… Oh, crudele è questo destino che mi condanna ad amare un nemico… Oh, Romeo! Romeo! Perché sei tu Romeo? Dimentica tuo padre, rinnega il tuo nome. E se questo non puoi fare, giura solo di amarmi, ed io allora cesserò di appartenere ai Capuleti… Non c’è che il tuo nome a separarci. Ma che è dunque un nome? Forse che la rosa non sarebbe più il fiore che è, e cesserebbe di profumare l’aria, con un altro nome?… Oh, abbandona dunque quel nome che non fa parte del tuo essere e prendine tutta me stessa in ricompensa”.

MAX OLAN         - “Obbedisco al tuo desiderio… Chiamami amore: io non sono più Romeo”.

ELEONORA D     - “Chi sei tu che nascosto fra le tenebre spii i miei segreti?”

MAX OLAN         - “ Non ho nome, angelo mio… odio il mio nome perché è odiato da te”.

ELEONORA D     - “Oh, come venisti tu qui, e perché?”

MAX OLAN         - “Con le ali dell’amore valicai quelle mura ché barriera non v’è all’amore prepotente”.

ELEONORA D     - “Ma se ti colgono, ti uccideranno sotto i miei occhi”.

MAX OLAN         - “Ben più dolce mi sarebbe finir la vita sotto i loro colpi che trascinarla ancora squallida d’ogni consolazione”... (Incerto, non ricordai le parole; allora Eleonora gli suggerisce:”Io non appresi l’arte di navigare…” e lui continua) “Io non appresi l’arte di navigare…”

ELEONORA D     - Sei sempre quello: non hai mai saputo imparare una parte.

MAX OLAN         - (continuando) “… ma fossi tu oltre i più remoti mari, irti di spaventosi scogli, non esiterei un istante a drizzare le vele ai venti verso il lido che celasse tanto tesoro”.

ELEONORA D     - “Se il velo della notte che mi ricopre non mi nascondesse ai tuoi sguardi tu vedresti il mio rossore per il ricordo dei sospiri che mi hai udito esalare…”.

MAX OLAN         - “Giulietta, per il sacro astro che inargenta le cime di questi alberi, ti giuro…”

ELEONORA D     - “Non giurare, non giurare per quell’astro mutevole e incostante…”

MAX OLAN         - “Su che giurerò dunque?”

ELEONORA D     - “Non giurar su nulla; o se giurar tu vuoi, giura su te stesso, su te che io adoro e a cui tutta mi affido”.

MAX OLAN         - “Se mai vi fu amore al mondo…”

ELEONORA D     - “Fermati: non dir più nulla: la gioia mi inonda… Addio, addio: possa tu godere di un sonno tanto dolce come è dolce la pace che mi empie il seno… Oh, Romeo, il mio amore è vasto come l’oceano, come l’oceano è inesauribile; e più a te ne regalo più ne ricresce in me stessa, ché entrambi sono immensi ed infiniti”.

MAX OLAN         - “Addio, anima mia”.

ELEONORA D     - “Romeo, Romeo! Oh, avessi la voce del falconiere per poter riempire l’aria dei miei richiami e affaticare gli echi del tuo nome…”.

MAX OLAN         - Meravigliosa!

ELEONORA D     - (triste e insieme ironica) E questa sarebbe Giulietta.

MAX OLAN         - Se questa non è Giulietta, ebbene, peggio per Giulietta!

ELEONORA D     - Guitto!

MAX OLAN         - (finalmente con molta serietà) Eleonora, devo confessarvi una cosa. Io non sono venuto quassù solo per salutarvi.

ELEONORA D     - Tacete, Olan. Quando parlate seriamente, mi preoccupate. Lasciamoci senza dire altro. Che almeno a questo serva la poesia. Ritornate al vostro lavoro come un buon Pilade… so che lo avete recitato… era anche una delle poche parti che facevate bene … e non andatevene come un Mefistofele scornato.

MAX OLAN         - No, Eleonora: mi dovete ascoltare. (Trae di tasca un copione ed Eleonora Diena sorride). Ebbene sì, un copione. Ma santo Dio, perché credevate che io fossi venuto fin qui? Questa è l’opera di un poeta, ma di un poeta vero: giovane e sconosciuto. E solo voi potete dar vita a ciò che è ancora un fantasma inanimato: solo voi siete in grado di imporre e far trionfare ciò che, altrimenti, rimarrà monco e sconosciuto. Pensate: solo voi al mondo. E questo è bello.

ELEONORA D     - (ferma) No, Olan.

MAX OLAN         - (incalzandola) Questo è anche un dovere: è la vostra missione.

ELEONORA D     - (schiva ed umile) Oh! Non dovevate concludere così il nostro incontro, Olan. Non è da buon regista.

MAX OLAN         - Ma non vi accorgete dunque come tutto, in voi, è ancora caldo di quella che fu, che è, la vostra vera e sola vita?

ELEONORA D     - Se voi sapeste quanto siete lontano ora dalla realtà, Olan, non fareste mai questo discorso. È tutto finito.

MAX OLAN         - C’è una bellezza nuova da rivelare… c’è da dare, da regalare ancora.

ELEONORA D     - (sorridente e lieve) Olan pazzo, testardo e stupido.

MAX OLAN         - Ebbene, Eleonora, guardate: io lo lascio qui. (E getta il copione sul tavolo). Voi lo leggerete e deciderete. Lasciatemi questa speranza.

ELEONORA D     - Salutiamoci, amico. Non sciupiamo del tutto la nostra giornata. (Si è alzata e gli dà la mano da baciare; attraversa la stanza e a due passi dall’uscio si trova ritta e trasognata davanti la figura biancovestita di Livia Salce. Ugo Denes è immobile nel buio di un angolo. Eleonora si ferma e chiama) Pazzo Romeo…(Indica con un gesto la fanciulla come per paragonarla a sé stessa) Giulietta! (E scompare). Max Olan resta là ancora un attimo, fa una smorfia dubbiosa, accomoda il fascicolo bene in vista sul tavolo, ammicca tra sé incerto ed esce fischiettando il brindisi della “Traviata”. Dopo un silenzio, Livia fa per andarsene

UGO DENES        - Non andatevene. (Lei si ferma). Devo chiedervi perdono delle mie cattive parole di prima. Sono stato ingiusto e villano con voi. E lo sono stato per tanto tempo, qui.

LIVIA                   - Oh, Denes, io non conoscevo la ragione del vostro contegno. Sono io che devo chiedervi scusa. Credete, ora se lo potessi me ne andrei poiché capisco quanto male possa recarvi la mia presenza, dopo quello che mi avete detto. Ma non mi è possibile, voi lo sapete.

DENES                  - Non dite così, ve ne prego: voi non sapevate, non ne avete alcuna colpa. Sono io perverso e cattivo. Non mi capisco; io stesso non mi capisco. Qualche volta dico parole contrarie al mio sentimento.

LIVIA                   - Solo… se lo potete, cercate qualche volta di avere una parola gentile, quando ci sono gli altri; come si fa nella vita, così, per abitudine. Sapete, a chi è malato fa più male che agli altri vedersi disprezzato. È come sentirsi messi da parte.

DENES                  - Quanto male devo avervi fatto. A voi senza colpa. Come ho potuto ritenervi per tutto questo tempo responsabile dei torti di vostro padre verso il mio?

LIVIA                   - Oh grazie, Denes, di queste parole. Anche se tutto ciò voi lo dite per pietà non importa: è un bene grande che mi fate.

DENES                  - Si vive per un tempo infinito chiusi in un cerchio senza uscita, e tutta la vita pare costruita lì… Poi, una luce improvvisa e allora tutto appare diverso, tutto è cambiato dentro.

LIVIA                   - (dopo un lungo silenzio, timidamente) Sapete…verrei volentieri anch’io con gli altri sul picco. Non ci sono mai stata e poi passerà un anno intero prima che ci si possa salire ancora e io…chissà… (Sorridendo con sforzo). Devo far presto, io.

DENES                  - Venite, è adesso il momento migliore della giornata per vederlo. A quest’ora pare che tutto il sole dell’universo si sia raccolto su quella cima. È come una gran fiaccola che brucia. (E accompagna fuori Livia). Nella sala vuota rientra Eleonora Diena; nel passare, gli occhi le cadono sul copione lasciato sul tavolo da Olan; si ferma pensierosa e finalmente lo prende in mano. Sorridendo sicura attraversa la camera e scompare. Fuori, lontani, nella luce cruda, i due giovani contemplano la montagna.

FINE DEL SECONDO ATTO

Intermezzo

Seduta nella larga poltrona, le braccia abbandonate sul grembo sopra il copione aperto lasciatole da Olan, Eleonora Diena sembra sorgere trasognata dal buio in un cinereo vapore; una luce scende dall’alto su di lei. Nulla più esiste in questa sua segreta camera di tanti anni: i mobili, gli oggetti, gli arredi, ogni cosa del luogo che il tempo ha ormai segnato della sua fisionomia, sono svaniti nello spazio dilatato e privo di limiti. Intorno a lei, nella realtà della assurda allucinazione, i pensieri e i ricordi e i richiami e i dubbi si sono raccolti in voci nelle quali contrastano, si confondono, si sovrappongono personaggi della fantasia e persone della realtà.

LE VOCI               - … C’è da dare, da regalare ancora… Voi lo leggerete e deciderete… È la vostra missione… Quante cose indimenticabili create insieme… L’opera di un poeta da rivelare… Domani salirò da voi e voi mi parlerete di Solveig… Non occorre essere là… ovunque… ovunque… Solveig… Amleto… Osvaldo… ovunque… Poi la signora disse che voi eravate John Gabriel Borkman… Da quando mi diceste le parole di Solveig, mi è parso di vedere più chiaro e più profondamente dentro di me… John Gabriel Borkman… uno strano saluto, signora… Chi è designato non si sottrae… Ovunque… Ora risuonano anche le parole rivelatrici nella voce di Livia. “Romeo, Romeo, perché sei Romeo? Il mio amore nacque dunque dal grembo dell’odio…” … ovunque… ovunque… “Non c’è che il tuo nome a separarci”… Devo chiedervi perdono… voi non sapevate… non ne avete colpa: Sono io perverso e cattivo… Ovunque… Vita generata dalla bellezza… Non occorre essere là… Dare… regalare ancora… Una bellezza nuova da rivelare… Solo voi al mondo… “È dolce cosa vivere obliando…” Noi siamo zingari e dobbiamo essere là sino alla fine… Di nuovo la voce di Irene. Saper rinunciare è il segreto… e saper guardare dentro di noi… Domani salirò da voi e voi mi parlerete di Solveig…. Prima la sua vita era nel teatro, ora il teatro è nella sua vita… Quest’aria, questa luce… e quei monti senza tempo… e il riposo, la sera, quando si è stanchi… e i sogni… i sogni… Essere stata Giulietta… e non poter esserla più… Condannata a non lasciare nulla… Morta nel momento che nasce… L’arte non è mai sterile… Nostalgia… Ovunque… ovunque… Ora davanti alla trasognata svolazzano i costumi cionchi delle eroine che essa impersonò. Margherita…Francesca… Edda… Ghita… Solveig… Elettra… Fedra… Ellida…Clitennestra… Giuditta… Lontani nello spazio vibrano i suoni dei perduti applausi. Ma già tutte insieme si levano le voci e cadono nel nulla. E allora si ritorna… si riprende il proprio posto di dominio… “Prendimi l’anima e riversala / perché la volga indietro verso quella / che fu il soffio della notte…” John Gabriel Borkman… La vostra missione… Ovunque… ovunque… Solveig… Amleto… Osvaldo… L’opera di un poeta… Solo voi al mondo… Saper rinunciare… scomparire nell’ora più luminosa… in piena gloria… scomparire… Si sa tutto di voi… Non ci avete scordati del tutto… Domani salirò da voi… e mi parlerete di Solveig… Domani… Ovunque… ovunque… C’è da dare, da regalare ancora… Già digradati i suoni e le luci, ora è tutto nuovamente silenzioso e buio.

Atto terzo

Sono trascorse settimane e già sulla montagna il bel tempo va declinando. È un pomeriggio stanco di fine estate, nell’ora che precede il crepuscolo, ma nelle stanze dell’albergo la luce è ancora piena. Max Olan, verso il fondo della sala, sta fissando su un treppiedi una macchina fotografica puntata verso la montagna. Discosto siede, fumando la pipa, James O’Toole, la gamba stesa su uno sgabello, con la caviglia ancora fasciata.

MAX OLAN         - Evidentemente oggi la vostra montagna non è disposta a lasciarsi fotografare.

O’TOOLE             - Provate a dirle di sorridere.

MAX OLAN         - Se appena possedesse un poco il senso dell’umorismo, potrebbe essere un’idea. Sì, il senso dell’umorismo, ecco che cosa manca alla natura. Non vi pare che sia irrimediabilmente seria?

O’TOOLE             - Non c’è che prometterle una bambola per Natale: vedrete che allora sorriderà.

MAX OLAN         - (seriamente) Buona battuta. Mi potrà servire. (E se la annota su un taccuino. Quindi si rimette alla sua opera di fotografo, finché istintivamente esplode) Troppo rosso, troppo rosso! In quel modo lì mi brucia tutto. Non va bene niente: non c’è nessuna delicatezza, nessuna prospettiva.

O’TOOLE             - Se mostrate di arrabbiarvi, lei lo fa apposta.

MAX OLAN         - Sono qui da mezz’ora ad aspettare che quella nuvola si sposti a destra e si metta finalmente al suo posto, ma si vede che non ha nessuna fretta.

O’TOOLE             - Dopo il mio esempio, avrà paura di rompersi una gamba anche lei.

VERCINÉ             - (comparendo insieme con Bove) Bisognerebbe essere certi che le nuvole usano la slitta.

O’TOOLE             - Chi lo può sapere? Le nuvole hanno delle curiose abitudini.

MAX OLAN         - Purché non mi si sfilacci come le altre. Beh, in mancanza di meglio può essere un effetto passabile.

BOVE                    - (che sta esaminando la caviglia di O’Toole) Domani toglieremo la fasciatura, e potrete cominciare a lasciar da parte quell’arnese.

O’TOOLE             - (accarezzando la sua stampella) Non c’è fretta.

VERCINÉ             - O’Toole si è affezionato alla sua gruccia.

O’TOOLE             - Finché sono un invalido, ho uno scopo nella vita.

VERCINÉ             - (ad Olan) Voi siete ancora qui a far la posta al tramonto.

O’TOOLE             - Aspetta di poter mettere in scatola il cielo.

MAX OLAN         - (senza cessare di tener d’occhio l’orizzonte) È incredibile il cattivo gusto che hanno qualche volta in cielo. Per un effetto che sia veramente un effetto, devi sorbirtene venti che non valgono una cartolina illustrata. Domando io se è decente quel budello di nuvola color pomodoro. O che il regista di lassù è stanco o che lascia fare ai suoi assistenti. Guarda, guarda! È peggio che brutto, stasera, in cielo.

O’TOOLE             - Vedrete che adesso il sole torna indietro e vi prepara una bella aurora.

MAX OLAN         - Ve ne avete a male se vi do del cretino? Così, per dar colore al dialogo.

O’TOOLE             - Coloriamo pure.

MAX OLAN         - Ecco, in questa scena siete un personaggio simpatico: e con questa battuta lo divento anch’io. Un’aurora, un tramonto… la banda in piazza, un matrimonio, un funerale… noi qui che parliamo: teatro, tutto teatro. Voi non siete aggiornato. Un momento… oh, finalmente! (E, soddisfatto, fa scattare l’obiettivo).

O’TOOLE             - Ora la montagna gli ha sorriso e il fotografo si dà delle arie.

MAX OLAN         - Poteva essere peggio. Vedete, signori: se io riproducessi tale e quale quell’effetto lì, in ogni teatro che non fosse almeno di filodrammatici, mi fischierebbero. Invece, con una gelatina verde in basso e un pizzico di giallo a destra può riuscire un effetto tollerabile.

VERCINÉ             - Questo si chiama restaurare la natura.

MAX OLAN         - Ripetete la battuta, per favore.

VERCINÉ             - Dico che questo si chiama restaurare la natura.

MAX OLAN         - Uhm… Credo che a qualche cosa di simile tenda l’umanità. Restaurare… Anzi, migliorare. (Estrae di nuovo il taccuino e annota).

BOVE                    - È evidente che voi e il mondo siete in ottimi rapporti.

MAX OLAN         - Direi eccellenti. (Silenzio per un poco, mentre Max Olan sta scrivendo qualcosa dietro la lastra fotografica). Vediamo… sì, “Figlia di Jorio”, atto terzo. (Si accinge a smontare e ripiegare il treppiedi. Ad una cameriera che viene verso di lui con una grande scatola) Di sopra, stanza numero nove. Consegnate alla segretaria.

VERCINÉ             - È per oggi?

MAX OLAN         - (sornione) Pare.

VERCINÉ             - Chi l’avrebbe pensato?

O’TOOLE             - Non gli è bastato saccheggiare il panorama.

VERCINÉ             - Lo sapete, signor regista, che qui vi si dovrebbe odiare per quello che avete fatto?

MAX OLAN         - Chi ne capisce qualcosa, di voi, qui?

BOVE                    - Siete proprio sicuro, Verciné, che in voi non parli soltanto l’egoismo?

VERCINÉ             - Voi forse siete quassù da troppo poco tempo, Bove, per poter giudicare: potete capire, ma non potete ancora essere del tutto nel sentimento di qui.

BOVE                    - Infatti io mi domando ancora, qualche volta, quali siano la ragione e lo scopo di questa vostra specie di geloso esilio.

VERCINÉ             - Intendete di tutti, immagino.

BOVE                    - Di tutti, sì.

VERCINÉ             - Questo è il punto che vi resta ancora da superare. Le ragioni per cui si vive qui.

BOVE                    - E come si vive.

VERCINÉ             - Evidentemente: e come. Sono ragioni che non trovereste; o se le trovaste, vi deluderebbero perché ognuno vi si è ridotto naturalmente, senza un proposito, forse senza saperlo. Quello che conta è che qui si è e ci si vive. Io, per esempio, perché ci sono? Un ideale fallito, un amore contrastato, un vizio segreto, uno scandalo… quello che volete. Il problema non è questo: l’occasione conta poco. Se fosse in discussione solamente il mio caso, vi potrei parlare del disagio di sentirsi estranei, sempre e dappertutto, anche col proprio padre, anche con la propria madre e con i propri fratelli; ma anche con la donna che si ama… Sentire che lo si sarebbe perfino con i propri figli quando se ne avessero. E parlando di ciò si toccherebbe forse la base comune di tutti, qui… Neanche conta che ci sia chi ci vive perché è malato. La malattia, prima di tutto, è uno stato d’animo.

MAX OLAN         - (che si è messo ad ascoltarli) Che cos’è la malattia?

VERCINÉ             - Uno stato d’animo.

MAX OLAN         - (trae nuovamente il suo taccuino, ma resta perplesso, poi tentenna il capo e non ne fa nulla).

BOVE                    - Continuate.

VERCINÉ             - C’è, per dire, il caso limite: come il vostro: e c’è O’Toole. O’Toole è capitato quassù, una volta, per una settimana: e non è più disceso. In qualche posto, di là dal mare, suo padre è re di qualche cosa, come dicono laggiù. Di che cosa è re, vostro padre, O’Toole?

O’TOOLE             - Del vetro smerigliato.

VERCINÉ             - Benissimo. Suo padre è il re del vetro smerigliato, lui e i suoi fratelli, formidabili creatori di ricchezza, devono essere gente che non concepisce l’inattività di un minuto. In ottimi rapporti con il resto del mondo: avete detto giusto. Ebbene, in una famiglia simile a un certo momento nasce O’Toole. Spiegatemelo voi. E come O’Toole nella sua famiglia, così è per certi uomini nella società. E sono più di quanti voi crediate. C’è una brutta parola moderna che definisce molto bene tutto ciò: sincronizzare. Ecco: gente che non sincronizza, che si trova a disagio e vuole sfuggire alle regole, per quanto giuste e necessarie. E non occorre mica molto, sapete, per non sincronizzare. Per caso, alcuni si sono riuniti qui e non è escluso che dietro a questi pochi casi particolari si nasconda un dramma più generale.

O’TOOLE             - (infastidito) È una verità che in fatto di parlare e di tacere noi non sincronizziamo. (Afferra la sua gruccia, si alza e si allontana).

VERCINÉ             - (imperterrito) Gente nata troppo tardi o troppo presto. Chi può dire se tra cinquanta, cento anni la maggioranza degli uomini non sarà cambiata in tal senso e non avrà modificato tutta la struttura morale, sociale, sentimentale di oggi? Nel primo caso, isolarsi è un dovere; nel secondo, è un diritto; in entrambi i casi, è giusto.

BOVE                    - Ma è un negarsi ogni libertà di vivere.

VERCINÉ             - No. È l’essersi accorti di non possederla e tentare oscuramente di risolvere il proprio problema scegliendosi un’ampia libertà di morire.

BOVE                    - Forse qui non c’era bisogno di un ragionatore come voi.

VERCINÉ             - Ci siete. Questa, del resto, è una sensazione di tutti, qui. Ed è il nodo della questione da cui siamo partiti.

MAX OLAN         - Non rubate le battute ad Amleto!

VERCINÉ             - (trionfante) Legittimo diritto, signor regista. Fu la signora Eleonora Diena, un giorno, a battezzarmi Amleto.

MAX OLAN         - Può darsi. Ma non deve avervi insegnato come si recita. Intanto, le posizioni: tutto questo bel discorso che avete fatto non va certo detto di sfondo e…seduto.

VERCINÉ             - Come mi volevate? Avvolto in un mantello nero?

MAX OLAN         - Vent’anni fa, all’inizio della mia carriera, questa è un’idea che non avrei scartato. Vedete… all’umanità manca completamente la coscienza di come vanno fatte le cose.

BOVE                    - (si è allontanato pensieroso).

VERCINÉ             - Voi vorreste mettere l’universo su un palcoscenico.

MAX OLAN         - È probabile, data l’impossibilità di convincerlo che c’è naturalmente.

VERCINÉ             - Già, voi conoscete il modo di restaurare anche un luogo comune.

MAX OLAN         - No, no: è una cosa molto più seria. È un problema di decoro e di dignità.

VERCINÉ             - Non potreste dire più semplicemente di bellezza?

MAX OLAN         - Sono la medesima cosa.

VERCINÉ             - Mi stupisce la serietà con la quale considerate il gioco.

MAX OLAN         - Credetemi, la vita merita di essere corretta. Solo così diventerebbe incredibilmente più interessante.Voi, del resto, poco fa avete fatto qualcosa di simile. Correggere: la vita, la natura… tutto.

VERCINÉ             - Dovreste farmi vedere come correggereste questo tramonto.

MAX OLAN         - Non chiedo di meglio. (S’era incamminato parlando con Verciné, ed ora escono assieme.) Entra Irene con un vassoio e delle tazze vuote; si avvicina alla poltrona che per tanti anni ha accolto il riposo di Eleonora Diena, ne accarezza la spalliera e resta ferma a ricordare. Dal medesimo uscio si vedono scendere ed uscire le serve che trasportano grandi valigie. Irene va verso la sala da pranzo ove tutti i tavoli sono apparecchiati, si avvicina a quello di Eleonora Diena e comincia lentamente a togliere i piatti, le stoviglie e alla fine ripiega la tovaglia. La raggiungono Emma Janora e Livia Salce.

EMMA                  - Non pranzerà qui prima di partire?

IRENE                   - Ha preso qualche cosa nella sua camera.

EMMA                  - Nonostante l’andirivieni di questi giorni, non credevo che ci abbandonasse veramente.

IRENE                   - Quel cialtrone se la porta via.

LIVIA                   - Non riesco a immaginarmi l’albergo, qui, senza di lei.

EMMA                  - Da quando è arrivato quello là, non la si è più sentita recitare.

LIVIA                   - Così è stata ieri l’ultima volta che è scesa tra noi.

EMMA                  - E questo tavolo, adesso, rimarrà deserto.

IRENE                   - È sempre stato suo da quando hanno ricostruito l’albergo dopo la valanga.

EMMA                  - Il suo tavolo, la sua poltrona… e adesso i suoi bagagli. Sarà molto doloroso anche per me il giorno che verrà mio marito e dovrò scendere con lui.

LIVIA                   - Vorrei chiedervi un favore, Irene: fate togliere questo tavolo dalla sala.

EPIFANIO            - (entra con un gran mazzo di fiori) Ecco i fiori, Iri. Sono tutti di qui, come hai comandato. (Irene prende il mazzo e lo mette su una sedia). Tutti quei bagagli sono della signora?

IRENE                   - Di chi vuoi che siano?

EPIFANIO            - Posso cominciare a caricarli allora.

IRENE                   - (quasi irritata) No.

LIVIA                   - Là ci sono dentro tutti i suoi abiti.

EMMA                  - Per il viaggio è venuta su una famosa sarta a portarle nuovi vestiti.

IRENE                   - (più dolcemente) Abbi pazienza, Epifanio. Le slitte sono state ordinate per le sei.

EMMA                  - Le slitte?

IRENE                   - Una non bastava, con tutto il bagaglio. Ne è stata chiesta una seconda in paese.

EPIFANIO            - Posso cominciare a caricarli sulla nostra.

IRENE                   - No. I bagagli sull’altra.

EPIFANIO            - Ma l’altra è più comoda, lo sai.

IRENE                   - I bagagli non sulla nostra, ti dico.

EPIFANIO            - E va be’, lasceremo la nostra per lei (se ne va).

LIVIA                   - Stamattina è entrata nella camera del ragazzo, a salutarlo.

EMMA                  - Non ha voluto che gli dicessero che se ne va.

IRENE                   - Povero ragazzo, sta molto male. Ormai è in fin di vita.

LIVIA                   - Tra pochi giorni compirebbe quindici anni.

EMMA                  - Pensare che suo padre, povero com’è, per il compleanno gli ha mandato su un paio di sci pur sapendo che rimarranno sempre nuovi.

LIVIA                   - Lo seppelliranno nel piccolo cimitero. Che strano, sapere già che numero avrà la sua tomba. Trentatrè. Un lungo silenzio.

EMMA                  - (guardando fuori) Che ora è?

IRENE                   - Manca poco alle sei.

EMMA                  - Quest’oggi continuo a domandare l’ora a tutti. Dicono che alla stazione ci sarà un ministro, a riceverla… Volevo chiederle che mi lasciasse il costume di Solveig.... Sarà lì, piegato tra gli altri. Mi piacerebbe sapere in quale di quelle valigie…. Non l’ho mai visto, eppure, non so, mi pare che lo riconoscerei subito. (Lentamente si incammina, esce e si avvicina alle valigie). Lontane l’una dall’altra e silenziose rimangono Livia e Irene, entrambe con gli occhi fissi al di fuori. L’aria comincia ad imbrunire e nella sala cala a poco a poco la calda luce del tramonto imminente.

DENES                  - (entrando) A che pensi Livia?

LIVIA                   - Caricano sulla slitta la roba della signora.

DENES                  - Tutto è già pronto, tra poco partirà.

LIVIA                   - Lascerà un gran vuoto, qui. Comincia sommesso il pianto di Irene.

DENES                  - C’è già la prima traccia di neve, lassù.

LIVIA                   - Il picco si è messo il berretto da notte, come dice il vecchio Epifanio.

DENES                  - Qui l’inverno non è triste come nelle città.

LIVIA                   - Tra poco tutta la roccia sarà coperta di neve.

IRENE                   - Hai mai pensato a provocare l’eco d’inverno con la neve? Tu gridi il tuo nome e il tuo nome ti ritorna con un suono morbido e stanco come la voce dei malati. Quando tutto è ricoperto dalla neve, strano, mi immagino sempre che nel mondo corra come un accordo di silenzio. Forse per non risvegliare la principessa che dorme, sai, quella della leggenda.

DENES                  - Perché dici la principessa che dorme? La principessa che dormiva ed ora si è risvegliata.

LIVIA                   - Strano anche questo: nelle storie d’amore c’è sempre una principessa.

DENES                  - E quando si è innamorati si fa sempre della cattiva letteratura. Adesso hai sorriso ed è lo stesso tuo sorriso che una volta mi faceva tanto cattivo.

LIVIA                   - Non è lo stesso. Tu, mi hai insegnato a sorridere. Dimmi, Ugo. Ci si può affezionare alla propria tristezza? Si può essere tristi e sentire che non si darebbe la propria malinconia per nessuna cosa al mondo? Da un po’ di tempo…da quel giorno che tu mi hai parlato, in me è tutto stranamente diverso. Prima, non so, mi sentivo come un bambino punito per una colpa non commessa; mi sembrava che avrei mutato la mia vita con quella di qualsiasi persona al mondo pur di non essere io. Di diverso, in me, adesso non c’è che il tuo affetto. Eppure… anche oggi, vedi, sono più triste del solito. La signora se ne va e… ma che dico? Si può essere tristi e felici ad un tempo?

DENES                  - Le parole contano solo fino a che uno vive alla superficie delle cose, da spettatore. Ma quando viene il giorno in cui prende vita qualche cosa di veramente e profondamente tuo, allora ti accorgi che le parole non servono più, anzi, che tradiscono o hanno tradito per lungo tempo i tuoi sentimenti. Io credevo di odiarti e invece ti amavo (e restano immersi nella visione della montagna).

BOVE                    - ( comparso da un momento, ora sta vicino ad Irene) Voi piangete, signorina.

IRENE                   - (quasi a se stessa) Anche lei se ne va.

BOVE                    - È la vita che riprende e che a un dato momento prevale su tutto. Quello che ha fatto è giusto. Non dovete essere in collera con lei.

IRENE                   - Mio Dio, come sarà la vita qui, ora?

LIVIA                   - Hai ragione, sai: solo quando nelle parole di tutti i giorni si avverte qualche cosa di nuovo, di diverso…che non ci sta più dentro… come in certe poesie, ecco…allora ci si ritrova.

DENES                  - Gli uomini non sanno più ascoltare quella voce che è nel fondo di tutti noi.

LIVIA                   - È una voce d’amore.

DENES                  - Forse qualche cosa di più, Livia. È una voce di bellezza. Un richiamo di armonia con tutta la natura.

LIVIA                   - Sarà una mia fantasia di oggi, ma mi pare di averti avuto sempre dentro di me senza saperlo e che io sia vissuta, prima, soltanto per aspettare te.

DENES                  - Tu mi rubi i pensieri, Livia.

BOVE                    - (semplice e rude) Volete che siamo amici, Irene?

IRENE                   - ( quasi smarrita) Voi, signore, mi dite questo? Voi?

BOVE                    - Io che so, volete dire? Appunto perché so, e ho capito. Vi ho osservato molto durante questo tempo, voi lo sapete.

IRENE                   - (amara) Uno vede una donna piangere e sente il bisogno di disturbarsi a farle coraggio. Una parola di conforto non la si nega neanche alla propria serva.

BOVE                    - Ma perché volete credere sempre che tutti siano cattivi con voi? Così distruggete la vostra vita. (Ma Irene tace ostinatamente). A voi è mancata una casa vostra. Siete una fallita, come me. Ma mi dovete credere: guai a lasciarsi sommergere. Io un giorno ritornerò al mio lavoro, tra gli uomini. (E nonostante l’amara, cattiva risata di Irene) Sì, un giorno tornerò fra gli uomini; e vorrei farlo avendo vicino qualcuno che abbia fiducia in me.

IRENE                   - Anche la signora Janora dice così. Da sempre!

BOVE                    - Ma se questa illusione la rende serena, perché rimproverargliela?

DENES                  - Livia, vuoi che prima dell’inverno ci sposiamo?

LIVIA                   - Ugo… Veramente tu pensi questo?…

DENES                  - Vuoi?

LIVIA                   - Ma sai… io sono malata…

DENES                  - Sciocca!

BOVE                    - Se voi foste solo meno amara verso voi stessa!

IRENE                   - E voi dunque credete di poter trovare un giorno la forza di andare?

BOVE                    - Sì, lo credo. Anche se non dovesse essere mai possibile, bisogna crederlo.

LIVIA                   - Sarebbe così bello! Sposarci qui, nella chiesina tra la neve.

DENES                  - È inteso. Quando la neve sarà arrivata a metà della montagna, prima che la principessa si riaddormenti, ci sposeremo.

LIVIA                   - (con slancio) Guarirò, sai. Sento che guarirò perché voglio guarire.

BOVE                    - Mi sono accorto qui che la mia colpa maggiore è stata quella del mio egoismo e della mia solitudine. John Gabriel Borkman: la signora aveva ragione. Guai a chi vive solo per sé! Volete che siamo amici? Solo se si riesce a creare attorno a sé qualcosa di utile, dell’affetto, la vita non ci respinge e qualche volta ci ricompensa.

IRENE                   - (singhiozzando) Come lei, come lei che se ne va. (E fugge via). Seguita da una giovane donna che porta sulle braccia una pelliccia e un plaid, Eleonora Diena scende per partire: ora è una vecchia signora accuratamente vestita come la moda del momento richiede. Senza badare e forse senza accorgersi dei due giovani silenziosi nel buio (anche Bove se ne è andato) pare che voglia prendere congedo dalle stanze in cui visse per tanti anni. Si guarda lungamente attorno, finché sotto il cuscino della sua poltrona trova il berretto di lana, non ultimato, cui lavorava per il vecchio montanaro.

MAX OLAN         - (le si avvicina cautamente tenendo in mano la pelliccia tolta alla cameriera) È tutto pronto, Eleonora. Quando volete…(E poiché essa non risponde) Fareste bene a mettervi la pelliccia: il sole sta calando e più tardi farà freddo.

ELEONORA D     - (lasciando ricadere la maglia) Non è necessario; sono abituata alle sere di montagna.

MAX OLAN         - La metterò sulla slitta allora. (Poi con finta disinvoltura) Avremo una sera tiepida, del resto. C’è un bel tramonto qui. È proprio il tempo di ritornare in città, prima che venga il freddo.

ELEONORA D     - (duramente) Non così, Olan! Fate che non me ne vada come se… (Più dolcemente) Non temete, ormai è deciso. Scusatemi, Olan. E non abbiate quell’aria di cane bastonato… che non è nemmeno sincera, del resto.

MAX OLAN         - Già: come attore sono sempre stato un cane.

ELEONORA D     - Sapete quanto tempo sono vissuta qui, tra queste cose? Ventidue anni, Olan. E adesso cancellare tutto: in un attimo ricacciare ore, giorni immobili ed eguali per rifarsi a quel punto lontano, a quella sera che dissi basta.

MAX OLAN         - È tutta una ricchezza di vita e di spirito nuovi che avete accumulato in voi.

ELEONORA D     - Oppure il deserto. Chissà… Mio Dio, voi non immaginate che cosa voglia dire per me ripresentarmi là, dopo tanti anni… io terrorizzata ogni sera appena entravo in scena. Ho paura… paura, Olan.

MAX OLAN         - Vi aspettano come una rivelazione.

ELEONORA D     - È questo, è questo. Vorrei poter comparire come un’ignota, come una principiante. Vincere la mia battaglia oppure andarmene via in silenzio. Da questo momento ricompaiono via via tutti gli altri: prima la Janora, poi Verciné, O’Toole, Bove e, ultima, anche Irene. Eleonora avverte la loro presenza, ed è come se sentisse di avere un pubblico che la ascolta.

MAX OLAN         - Basterà che vi ripresentiate. Proprio questi anni di vita qui sono la più grande pubblicità che si potesse immaginare.

ELEONORA D     - (sorridendo con compatimento) Ora capisco l’origine della sicurezza e della disinvoltura con le quali siete venuto a richiamarmi. Voi non potrete mai sentire che cosa sono stati questi ventidue anni qui. È come precipitare in un altro mondo senza sapere quello che ci attende. Non è solo il modo, la delusione o l’entusiasmo coi quali gli uomini mi accoglieranno, ma soprattutto quello che ora sarà di me, in me stessa. Povero amico, voi ne fate una questione di applausi. E chi non applaudirebbe questa vecchia pazza che ha fatto un salto mortale? È lo sgomento di aver giocato l’ultima carta della propria vita, la serenità conquistata in tanti anni e il terrore di doversi sentire dentro inappagata…delusa, inutile. Anche davanti agli uomini che battono le mani: e sentire di aver distrutto tutto dietro di sé, irrimediabilmente. Gli uomini, discosti, ascoltano e mormorano fra loro.

DENES                  - Recita già, un po’.

VERCINÉ             - Si sta creando la sua nuova realtà.

DENES                  - E quello che dice diventa vero perché, lei, lo dice….

MAX OLAN         - Non è che il momento del distacco dalle vecchie abitudini. Appena lontana di qui, ritornerete voi, quella che siete stata, quella di sempre. Vi ho vista tesa, qualche volta, in questi giorni.

ELEONORA D     - Ma è appunto per questo, per questo. Il seme che avete gettato sarebbe rimasto sterile, credetelo, Olan, senza qualche cosa di più forte che si è ridestato e a cui non ci si sottrae. La nostra razza forse. Il mio sgomento ora è proprio d’essermi accorta di qualche cosa che veniva da dentro di me, dal profondo, dalla lontananza del passato che scopriva un destino. Dall’illusione di avere veramente qualche cosa da rivelare. Questo mio ritorno non è un’avventura, non è un gioco. Qui c’era la pace, il silenzio;.e la libertà di morire serenamente. Da fuori giunge il rumore delle sonagliere, mentre sull’uscio si mostra Epifanio.

EPIFANIO            - Le slitte sono pronte, signori.

ELEONORA D     - Vorrei aspettare. Vorrei scendere di notte, col buio.

MAX OLAN         - Non è possibile. È già tutto predisposto. C’è l’inviato del governo al treno; e la stampa.

ELEONORA D     - Siete stato implacabile, Olan.

O’TOOLE             - Ha messo in scena anche il viaggio. VERCINÉ’ (a Bove) Siete convinto ora?

BOVE                    - No. Penso che è giusto così.

MAX OLAN         - Prima sarebbe anche opportuno che deste un’occhiata al repertorio e all’elenco della compagnia: per i giornali.

ELEONORA D     - No. Qui no. Mettete via quelle carte. Ci sarà tempo in treno. Vi avevo chiesto di vedere per primo quell’autore, quel giovane poeta.

MAX OLAN         - Ci sarà, ci sarà anche lui. È stato avvertito.

ELEONORA D     - Allora andiamo, se questo era il mio destino. (Silenziosamente stringe la mano a ciascuno e di ciascuno va mormorando il nome immaginato) Amleto…Osvaldo… Borkman…

LIVIA                   - Ci sposeremo, sapete.

ELEONORA D     - Solveig… (Sottovoce, in un orecchio) Lui verrà, un giorno…

LIVIA                   - Verremo insieme a sentirvi.

ELEONORA D     - (a Irene che si è fatta avanti porgendole i fiori) Non piangere, Irene. (La sfiora con un bacio sul capo). E non dimenticarmi. Tu, almeno, non dimenticarmi.

MAX OLAN         - Vi manderemo i giornali.

ELEONORA D     - (già sulla porta, vede Epifanio) Non posso regalarti il berretto che ti avevo promesso. (Torna indietro e prende il lavoro che è sulla poltrona). Poche maglie ancora e l’avrei finito. In tanto tempo nemmeno questo ho saputo fare. (Ad Emma Janora che prende il berretto dalle mani di lei) Ad ogni giro si lasciano giù dieci punti. E poi un bel fiocco.

MAX OLAN         - (impaziente, volto agli uomini fuori) Pronti voi.

ELEONORA D     - Facciamo piano che c’è un malato in casa. (Sorride a Squarcina e alle serve sulla porta e scompare). Tutti vanno dietro a lei per salutarla alla partenza. Nelle stanze vuote, mentre già sono calate le ombre del crepuscolo, giunge il brusio delle ultime parole di congedo e, alto su tutto, il rumore delle sonagliere. A lenti passi, allora, ognuno rientra e si dispone come al solito, in attesa della cena. Emma Janora si mette a lavorare al berretto del vecchio; davanti a O’Toole, senza bisogno di ordini, una serva dispone la solita bottiglia e il solito bicchiere. E senza rendersene conto sono tutti intorno alla poltrona vuota di colei che se ne è andata. Ultima viene Irene che passa e scompare. Il silenzio è lungo e grave.

LIVIA                   - Si sentono ancora le sonagliere.

DENES                  - Saranno alla svolta del sentiero.

EMMA                  - Non si sentono più.

LIVIA                   - Io le sento ancora…appena…No, basta…

EMMA                  - Come ha detto, dieci punti al giro?

LIVIA                   - Dieci, sì.

EMMA                  - Allora la lana basterà.

LIVIA                   - Le giornate hanno cominciato ad accorciarsi.

EMMA                  - Di sera si sente già un po’ di freddo.

UGO                      - Il passo delle tre cime è già sbarrato dalla neve.

VERCINÉ             - Quei due turisti partiti ieri hanno dovuto ritornare e scendere per la via della valle.

LIVIA                   - Sarà quasi tempo di far accendere le stufe.

EMMA                  - Uno di questi giorni voglio incominciare anche una giacca a maglia per me. Tanto per far passare il tempo. Ormai fino al prossimo anno è difficile che mio marito possa venire. Ricompare Irene seguendo le due serve che sollevano la poltrona vuota e la portano via.

EMMA                  - Curioso! Eravamo tutti qui intorno a quella poltrona vuota.

LIVIA                   - Bisognerà abituarsi a non vederla più.

VERCINÉ             - A quest’ora saranno al crocevia.

BOVE                    - E domani al lavoro.

O’TOOLE             - Ci saranno molte belle donne nella sua compagnia.

EMMA                  - Chissà se si ricorderà di inviarci dei giornali.

DENES                  - Tra poco saranno qui i corvi.

VERCINÉ             - Lei li avrà già visti.

EMMA                  - Ci porteranno il suo ultimo saluto.

LIVIA                   - Né lei né il ragazzo li vedranno più dopo stasera.

VERCINÉ             - Poveretto, stava leggendo un libro di avventure che è là aperto sul cassettone con una macchia di caffè sulla pagina bianca.

UGO                      - Non saprà mai se il corsaro nero riuscirà a liberare la principessa. Nella sala da pranzo la luce si è accesa e le serve si affaccendano intorno ai tavoli, sotto gli occhi dell’albergatrice.

EMMA                  - Saremo soli a cena.

LIVIA                   - (ad Ugo) Che strana, adesso, la nostra vita qui. Per me è come se Eleonora Diena non se ne fosse andata via.

BOVE                    - È bello quello ha fatto.

EMMA                  - Ma è tanto triste. Non la dimenticheremo facilmente.

VERCINÉ             - Inconsapevolmente assegnava una parte a ciascuno di noi. E noi riuscivamo a comprenderci meglio. Ora Denes è in fondo e tamburella con le dita sui vetri.

VERCINÉ             - (come tutti gli altri tacciono) Nessuno ancora ha saputo dirmi quanto può vivere un corvo.

BOVE                    - Ogni sera dite la stessa cosa.

EMMA                  - Alcuni uccelli possono vivere anche più di un secolo.

O’TOOLE             - Nella mia casa c’era un pappagallo fin dai tempi del padre di mio nonno. C’era anche quando venne a dormire il presidente Lincoln. Di noi, nessuno aveva conosciuto il presidente. Il pappagallo, sì.

UGO                      - Eccoli.

LIVIA                   - No, non ancora. Non sono i corvi.

EMMA                  - Ma che cos’è quella gran massa nera?

VERCINÉ             - È l’aquila!

LIVIA                   - Sì, sì. L’aquila. Tutti, tranne Bove, si sono avvicinati alla vetrata.

EMMA                  - È ritornata l’aquila.

DENES                  - Vola contro il sole.

EMMA                  - È entrata in una nuvola.

LIVIA                   - Grida. Grida in una nuvola.

EMMA                  - Dopo tanto tempo è ricomparsa.

O’TOOLE             - Sembra che voli faticosamente.

EMMA                  - Si direbbe che non riesca a sostenersi.

DENES                  - Ha un’ala più bassa dell’altra.

EMMA                  - Non è la solita, certo.

DENES                  - Quella si sosteneva senza battere le ali mai; era enorme.

LIVIA                   - Questa invece arranca.

VERCINÉ             - Ma è la stessa, non vedete? S’è posata sul pino mediano.

O’TOOLE             - Ha le stesse abitudini.

EMMA                  - Epifanio ha detto che era stata colpita da un cacciatore. Forse l’avevano davvero ferita.

LIVIA                   - E adesso tenta di riprendere il volo.

EMMA                  - Com’è pesante!

LIVIA                   - Va giù, va giù!

DENES                  - No, si riprende.

VERCINÉ             - Sembra che abbia il piombo nelle ali.

IRENE                   - ( ferma in mezzo alla sala, va mormorando) Il piombo nelle ali…

DENES                  - Ecco, dietro all’aquila ora anche i corvi. Sono comparsi in fondo alla valle.

BOVE                    - (ad Irene) Non volete venire anche voi a vedere i corvi salire? Venite. (Irene va dietro a lui lentamente, e guarda).

VERCINÉ             - Salgono in ordine, il vento non li disturba stasera.

EMMA                  - Come sono fitti!

BOVE                    - In qualche posto, laggiù, io ho una casa mia, chiusa, dove ritornerò un giorno. E avrò bisogno di una donna.

LIVIA                   - Arrivano.

EMMA                  - Quanti!

O’TOOLE             - Ci sono certo anche tutte le femmine.

VERCINÉ             - Eccoli. Sono passati.

F I N E

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