Gerani per la guerra

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GERANI PER LA GUERRA

Ovvero: Il Capitano Carvallo

Commedia tradizionale in tre atti

di DENIS CANNAN

Versione italiana di Ada Salvatore

PERSONAGGI

Smilia Darde

Il capitano Carvallo

Il prof. Vinke

Gaspare Darde

Annina

Il soldato Gross

Il barone

L'azione si svolge nella cucina di una fat­toria in un territorio conteso, nello spazio di una sera, della notte seguente e del mattino successivo, durante l'ultima notte di una lunga guerra.


ATTO PRIMO

Siamo, a quanto pare, in un paese a mezza strada fra Oriente e Occidente. L'ampia e accogliente cucina di una fattoria, in una sera dì prima estate. Galla cascina entra Annina portando una scopa. Evidentemente non ha voglia di lavorare: gira l'interruttore di una radio di antico modello, poi va ad aprire la porta del giardino e si appoggia allo stipite guardando le montagne mentre ascolta la musica. Vede giungere qualcuno e si mette frettolosamente a spaz­zare. Entra Smilia. Come Annina, indossa il costume nazionale con gonna amplissima che le giunge quasi alla caviglia e sotto alla quale spunta il « volant » della sottoveste. Entrambe sono trasportate per qualche istante nel mondo dei sogni suscitato dalla musica. Poi, per nascondere il proprio senti­mento, Smilia parla con un'asprezza che non sarebbe punto necessaria.

Smilia                            - Che stai facendo?

Annina                          - Scopo. (Riprende a lavorare).

Smilia                            - Cerca di non sollevare tutta quella polvere. Quante volte ti ho detto di bagnare il pa­vimento prima di metterti a spazzare?

Annina                          - Mi scusi, signora. (Va a prendere una brocca d'acqua).

Smilia                            - E chiudi quella radio.

Annina                          - (protestando) Oh!

Smilia                            - Chiudila, ho detto. Con la musica si sogna invece di lavorare.

Annina                          - (eseguisce con dispetto. Poi comincia a spruzzare d'acqua il pavimento) Avete sentito il cannone, poco fa?

Smilia                            - No. Tu lo hai sentito?

Annina                          - Sì. Molto chiaramente.

Smilia                            - Doveva essere molto lontano, se non l'ho sentito.

Annina                          - Alla vostra età l'orecchio non è più tanto buono.

Smilia                            - Eh?! Quanti anni credi che abbia?

Annina                          - Quaranta.

Smilia                            - Quaranta! E' una malignità che avrai sentita da qualcuno, no?

Annina                          - No. L'ho immaginato io.

Smilia                            - Faresti meglio a non cercare di imma­ginare l'età della gente, finché non avrai abba­stanza esperienza da indovinare la verità o abba­stanza educazione da indovinare con cortesia.

Annina                          - Quanti anni avete, allora?

Smilia                            - Ne ho soltanto... Non t'interessa.

Annina                          - Io ne compio venti il mese prossimo. E' un avvenimento importante, vero? Può anche essere decisivo... (Spazza. Poi si interrompe) Quanti anni ha il signor Darde?

Smilia                            - Domandalo a lui, se. vuoi saperlo'.

Annina                          - Gliel'ho domandato. Mi ha detto «centotrè » e mi ha dato una sculacciata.

Smilia                            - Te la sei meritata.

Annina                          - (confidenziale) Ma ditemi: dov'è il signor Darde?

Smilia                            - E' andato a Velma per ,comprare del concime. Ma sbrigati a spazzare; e non lasciare su­diciume negli angoli.

Annina                          - Può darsi che sia andato a Yelma, ma non per comprare il concime. E' partigiano, vero?

Smilia                            - Sarà bene che tu non faccia di queste domande.

Annina                          - Scusate. (Scopa con vigore) Credete che la guerra finirà quest'estate?

Smilia                            - Direi di sì.

Annina                          - Oh, io spero di no!

Smilia                            - Non vorrai dire che la guerra ti fa piacere?

Annina                          - Qual è la ragazza, da queste parti, a cui non fa piacere? Il paese era triste come una tomba, prima della chiamata alle armi. Allora tutti i giovanotti del paese sono partiti e al loro posto sono venuti quei simpatici cavalleggeri.

Smilia                            - Bei mascalzoni!

Annina                          - Da voi, però, veniva il maggiore a prendere il tè tutte le domeniche!

Smilia                            - E' diverso.

Annina                          - Perché?

Smilia                            - Era un ufficiale.

Annina                          - Ma non è stato diverso da tutti gli altri quando si è trattato della figlia del mercante di granaglie... (Spazza ancora) La pace... tutti i giovani del paese torneranno a casa, con le loro schiene curve e le loro facce pallide, a pregarci di sposarli...

Smilia                            - Sarai ben contenta il giorno in cui uno ti chiederà in moglie.

Annina                          - Io non voglio sposarmi prima dei trent'anni.

Smilia                            - Questo è quello che dicevo anch'io.

Annina                          - E quanti anni avevate quando vi siete sposata?

Smilia                            - Venticinque.

Annina                          - Perché non avete avuto figli, voi e il signor Darde?

Smilia                            - Perché non tutti ne hanno. Ma tu non pensi che a queste cose. Dovresti cercare di pensare ad altro...

Annina                          - E voi a che pensavate, quando ave­vate diciannove anni?

Smilia                            - Beh, qualche volta pensavo anch'io agli uomini, come fai tu. Ma pensavo anche ad altre cose, come... non so, come la botanica e... Dio.

Annina                          - La botanica! La nostra insegnante a scuola chiamava i «piedi di leone» ranuncoli, come se avesse avuto paura di servirsi del loro nome di battesimo. Quanto a Dio... beh, Lui... giusto, perché diciamo « Lui » e non « Lei »?

Smilia                            - Ma Anna! Che diamine!

Annina                          - Vorrei proprio saperlo. So tante cose degli uomini, e perciò pensarci è interessante. Ma sul conto di Dio non so proprio niente, e perciò lo trovo noioso.

Smilia                            - Non sai niente sul conto di Dio... mentre per cinque anni sei venuta alle mie lezioni alla scuola domenicale! Sai tutto quello che è ne­cessario per fare di te una ragazza buona e reli­giosa, no?

Annina                          - No.

Smilia                            - Nooo?

Annina                          - Se Dio non vuole che io pensi a certe cose, perché me le mette in testa?

Smilia                            - Non è Lui che te le mette in testa. E' il diavolo.

Annina                          - E allora perché diciamo a Dio, nella preghiera «non ci indurre in tentazione?». Do­vremmo dirlo invece al diavolo!

Smilia                            - Ti ho dato un piccolo libro in cui tutto questo è spiegato chiaramente. Non i occorre che ti tormenti pensandoci...

Annina                          - Ma mi avete detto or ora che do­vevo pensarci... per sviare la mia mente dal resto!

Smilia                            - Per il momento, la miglior cosa che puoi fare è spazzare a dovere; così non potrai pen­sare ad altro.

Annina                          - (dopo un mezzo colpo con la scopa) Ecco il barone. Sta attraversando il prato.

Smilia                            - Il barone? Sei sicura?

Annina                          - Sì. Sta venendo qui.

Smilia                            - Porta via la scopa. E va a prendere il vino e qualche bicchiere. (Si affretta allo spec­chio. Annina la osserva un momento. Voi ride di soppiatto. Smilia si volta irritata. Annina esce. En­tra il barone. E' sulla cinquantina, calvo, vestito con un costume da caccia antiquato. Ha in mano un fucile).

Il Barone                       - Aha! Vi ho vista mentre vi spec­chiavate! Per chi volete farvi bella?

Smilia                            - Certo non per voi, barone.

Il Barone                       - (la insegue con passo malfermo attorno alla tavola) Sempre così: sdegnosa quando uno vi fa un complimento... inarcate le sopracciglia in modo che a momenti vi vanno a finire sulla nuca... oppure vi torcete e ridacchiate come una timida contadinella... Pianta fiorita, pesca del frutteto della scuola domenicale splendidamente matura... (Fa per sedersi ma, coi suoi movimenti incerti, tra­balla e siede invece sul pavimento).

Smilia                            - Barone, siete ubriaco!

Il Barone                       - Siano lodati tutti i Santi, sono al­ticcio come in un giorno di festa! Vi ho portato un coniglio. (Fruga nel carniere. Annina appare con bicchieri e bottiglia. Smilia la trattiene sulla soglia. Il barone facendo ciondolare il coniglio) Eccolo! Bello, grasso, tenero, di primo pelo... come ero io una volta... O promiscuo coniglietto colpito nel fior dell'età! Prendetelo e mettetelo in casseruola-Vino! I miei occhi mortali hanno visto una bot­tiglia di vino?

Smilia                            - Ora no, barone; non dovete berne dell'altro!

Il Barone                       - Avete ragione. Portatelo via. Ho raggiunto lo squisito equilibrio dell'ebbrezza leggera. Un bicchiere di più mi renderebbe veramente ubriaco... l'ho detto per scherzo, che ero alticcio. (Annina esce) Ascoltatemi! Descriverò adesso a voi sola come ho dato la morte a quell'innocente co­niglio. Ho strisciato sul ventre fra lui e il sole, ho appoggiato un gomito sul ginocchio, preso la mira esatta attraverso il mirino, premuto il grilletto, co­sì... (Il fucile spara) Dichiaro solennemente che non avevo la più pallida idea che fosse carico. C'è qualcuno dall'altra parte di quel muro?

Smilia                            - Sì... C'è Annina! (Annina entra di corsa).

Il Barone                       - Qualcuno è stato ferito?

Annina                          - No, grazie a Dio.

Il Barone                       - Mancano di penetrazione queste pallottole; farò le mie rimostranze all'armaiolo. Chi è questa giovin fanciulla?

Smilia                            - Sapete benissimo che è Annina.

Il Barone                       - Ora capisco perché i popoli orien­tali fanno a meno dei mobili e siedono a terra. Da questa altezza ci si abitua ad apprezzare le fonda­menta di una donna prima di sollevare lo sguardo al suo volto. Gli orientali sposano le parti essen­ziali; il viso è un accessorio più o meno importante.

Smilia                            - Vai di là, Annina.

Annina                          - Ma...

Smilia                            - Fai quello che ti dico! (Annina esce) Dovreste vergognarvi... parlare così davanti a una ragazza che non è neppur fidanzata!

Il Barone                       - Che sciocchezza! Non siete affatto scandalizzata. Ma siccome siete un'insegnante, la presenza di un beone nella vostra cucina mette in pericolo la vostra autorità... Beh, va bene, me ne vado!

Smilia                            - Avete la mente abbastanza chiara da potermi dire che ne è di mio marito?

Il Barone                       - Posso dirvi soltanto che è stato mandato a compiere un'importante missione.

Smilia                            - Pericolosa?

Il Barone                       - Si capisce! Essere partigiano è sempre maledettamente pericoloso; lo sapete benis­simo.

Smilia                            - Quando sarà di ritorno?

Il Barone                       - Forse stasera.

Smilia                            - Meno male. Ringraziamo Dio...

Il Barone                       - O forse - bisogna essere preparati a tutto - ... mai.

Smilia                            - Oh...

Il Barone                       - Ma se accadesse il peggio... sapete che c'è sempre qualcuno... una persona che sa­rebbe disposta... Maledizione! Vorrei essere uno di quelli che dicono sempre quello che pensano. Ma quando sento che dico quello che credo di pensare, mi pare che non assomigli mai a quello che vera­mente penso. Ma voi sapete quello che voglio dire, non è vero?

Smilia                            - Credo piuttosto che siate ubriaco e che diciate un sacco di stupidaggini.

Il Barone                       - Meritate assai meglio di tutto que­sto! Dar lezione la domenica, scremare il latte e fare il burro, staccare l'uva spina dal raspo... Essere moglie di un animale di formaggiaio dissidente predicatore laico...

Smilia                            - Se continuate su questo tono, barone, dovrò pregarvi di andarvene...

Il Barone                       - Ma sì! Cacciatemi dall'unico luogo dove posso trovare un pochino di comodità fami­liare e di conversazione intelligente! Rimandatemi in quel malinconico castello pieno di correnti d'a­ria, di scarafaggi, di funghi e di stupidi fantasmi!

Smilia                            - Oh... avete anche i fantasmi, adesso, nel castello?

Il Barone                       - Li ho da tanti anni... Se non fosse per la guerra e per quel poco che faccio coi par­tigiani, mi sarei sparato dieci volte. E' la guerra che mi ha ridato la vita.

Smilia                            - Ha ucciso tanti altri...

Il Barone                       - Peggio per loro, no? Del resto, per quelli che tornano a casa, la vita di guerra non è poi tanto spiacevole; credetemi! Io sono passato at­traverso due guerre, una ribellione coloniale, un paio di massacri, un ammutinamento, e vi confesso francamente che sono proprio felice di veder di nuovo un po' di movimento. E se i nemici mi tro­vano e mi fucilano per quello che sto facendo, morirò come mio nonno: cantando l'Inno Nazio­nale. Con voce stonata, senza dubbio: ma forte e sicura. Basta, credo che vi farò piacere se me ne vado.

Smilia                            - Non siete una compagnia molto pia­cevole, stasera.

Il Barone                       - (prendendo il fucile) Certo mi­gliore per voi che per me stesso. Fra cinque minuti questa leggera ebbrezza sarà svanita; e allora non mi sarà facile parlare con me stesso.

Smilia                            - Siete certo che adesso il fucile è sca­rico?

Il Barone                       - Certissimo. Ma per maggior sicu­rezza, esaminiamolo. Vedete? Sicuro come... (Il fu­cile spara) Questa è la cosa più straordinaria che mi sia mai capitata. Se fossimo in tempo di pace, lo scriverei al giornale. (Entra Annina).

Annina                          - Sta venendo.

Smilia                            - Chi?

Annina                          - Il signor Darde. Sta venendo per il viottolo. (Vanno alla finestra).

Smilia                            - Non lo vedo.

Annina                          - Ma sì... Ecco il suo cappello al di­sopra della siepe.

Smilia                            - Ah! E' salvo, Dio sia lodato!

Il Barone                       - Allora debbo tagliar la corda.

Smilia                            - Non volete veder Gaspare?

Il Barone                       - Sono il suo superiore e non voglio concedergli un'intervista quando non sono in grado di poter impartire degli ordini. Ci rivedremo più tardi. Vi dirò... (Vedendo che Annina sta guar­dando fuori della porta) Non mi piace dargli l'im­pressione che sto sempre a gironzolare qui attorno. Sapete perché, vero?

Smilia                            - Se dovete andare, andate. Ho tante cose da preparare...

Il Barone                       - Bene, bene... non c'è bisogno di es­sere tanto sgarbata. Andrò a letto e mi metterò a leggere la piccola pubblicità nel giornale della set­timana scorsa. Tutto quello che era offerto in ven­dita lo presumo ormai venduto, e così non potrò comprare nulla e farò economia. (Esce dalla porta della cascina).

Smilia                            - (sulla scala) Porta su la pentola, Annina. Hai messo fuori un pezzo di sapone, stamat­tina, quando hai rassettato la camera'?

Annina                          - Oh no... mi sono dimenticata.

Smilia                            - Un giorno o l'altro mi dimenticherò di pagarti il salario. (Escono. Fuori dalla finestra affare un uomo con abiti da contadino che gli stanno assai male. Guarda dentro. Poi entra cauta­mente. Sì guarda attorno con curiosità come se il luogo gli riuscisse assolutamente nuovo. Smilia di dentro) Prendi un asciugamani pulito nel cassettone.

Annina                          - (di dentro) In che cassetto?

Smilia                            - (c. s.) Nell'ultimo, stupida; lo sai! (L'uomo si ritrae verso la porta. Sta per uscire nel momento in cui Smilia entra. La sua voce lo fa fermare, voltato di spalle a lei) Gaspare! Ero tanto preoccupata! Gaspare! Dove diamine sei stato? (L'uo­mo si volta. Smilia caccia un urlo).

L'uomo                          - No, no, non abbiate paura! Siate cal­ma, vi supplico! E ascoltatemi. Vi assicuro che la spiegazione è semplicissima... (Entra Annina. Vede l'uomo e urla) Dio mio! Se deve entrare qualcuno e mettersi ad urlare, ditegli che venga subito, così ci sbrighiamo! I miei nervi non sono in condizioni da poter sopportare tante clamorose dimostrazioni!

Smilia                            - Chi siete? Che cosa fate qui? E perché indossate i panni di mio marito?

L'uomo                          - Sono il professor Vinke, dell'Univer­sità di Velma. Ho gli abiti di vostro marito per la semplice ragione che lui ha i miei. E spero che gli andranno meglio di come mi vadano i suoi e che li trovi più puliti di questi!

Smilia                            - Dov'è mio marito? Ditemi... non gli

è accaduto qualcosa?

Annina                          - Forse lo hanno arrestato come par­tigiano?

Smilia                            - (a Annina) Vattene in camera tua;

per oggi hai finito.

Annina                          - Oh, appena c'è qualche cosa di in­teressante mi spedisce di sopra.

Smilia                            - Vuoi fare quello che ti ho detto? (An­nina esce).

Vinke                            - Ora posso disturbarvi chiedendovi qual­che cosa da mangiare? Sono digiuno da stamattina.

Smilia                            - Vi darò da mangiare quando mi avrete detto che avete fatto di mio marito.

Vinke                            - Lo sapete, vero, che è stato mandato in missione?

Smilia                            - Sì.

Vinke                            - Lo stesso è stato per me. Dovevamo muovere dallo stesso punto. Ma poco prima di par­tire, io mi sono sentito... piuttosto indisposto. Molto indisposto. Violentemente indisposto. Perciò non ero più in grado di compiere quanto mi era stato ordinato: cioè ascoltare una conferenza degli uffi­ciali nemici, stando nascosto in un armadio a muro. Fu quindi deciso di affidare a me il compito di vostro marito - si trattava solo di un breve viaggio per consegnare dei dispacci - e lui sarebbe an­dato invece al mio posto. Ma per questo doveva aver l'aspetto di un cittadino, non di un uomo di campagna, mentre io dovevo apparire come un in­dividuo diverso. Ecco la ragione per cui abbiamo scambiato i nostri abiti. Fino al suo ritorno io sono, dal punto di vista del nemico, un fattore, nonché predicatore laico, mentre il vostro Gaspare è pro­fessore di biologia.

Smilia                            - Beh, ma anche se le cose stanno come voi dite, perché siete venuto qui a farci questo po' po' di paura?

Vinke                            - Perché la missione di vostro marito doveva terminare in questa casa.

Smilia                            - Dovete incontrarvi qui con qualcuno?

Vinke                            - Precisamente. Ma non so con chi. Ora, posso nuovamente disturbarvi chiedendovi un boc­cone?

Smilia                            - (preparandogli un piatto di roba fred­da) Da quanto tempo lavorate per i partigiani?

Vinke                            - Martedì prossimo saranno quindici giorni.

Smilia                            - Soltanto? Mio marito è con loro da quasi due anni.

Vinke                            - Ah sì! Ma lui lo ha fatto per motivi romantici, mentre i miei sono motivi realistici.

Smilia                            - Come sarebbe a dire?

Vinke                            - Siccome a quanto pare vostro marito è molto religioso, immagino che si sia unito ai par­tigiani per il piacere di trucidare gli iniqui, come un crociato che parte per andare a uccidere gli in­fedeli. Invece io mi sono arruolato perché sono la più grande autorità vivente per quanto concerne ciò che volgarmente vien chiamato « girino » ovve-rossia ranocchio allo stato di larva.

Smilia                            - E che c'entrano i girini coi partigiani?

Vinke                            - Quando la guerra sarà finita vi sarà gran chiasso e molte ricerche sulle azioni di cia­scuno, durante tale periodo. E se io non presto il mio aiuto per mandare all'altro mondo qualche ne­mico, sarò accusato di collaborazionismo e non avrò più la possibilità di accostarmi a un girino finché vivo. E quel ch'è peggio, tutto il lavoro che ho fatto sino ad ora verrà screditato, perché al giorno d'oggi il comportamento politico è molto più importante della precisione scientifica. Perciò metto al mio at­tivo qualche mese di lavoro con pugnale e rivol­tella, nella speranza che i cacciatori di criminali contro la patria e gli epuratori mi lascino poi tranquillo. Questo pane è squisito. Lo fate voi?

Smilia                            - Sì.

Vinke                            - Siete poco intelligente. Fareste molto meglio a dirigere una panetteria comunale per il paese. Così ogni donna risparmierebbe almeno un'ora il giorno, non dovendo fare il pane per la sua famiglia.

Smilia                            - E che ne farebbe?

Vinke                            - Del pane?

Smilia                            - No; di quell'ora.

Vinke                            - La impiegherebbe ad arricchire la sua mente.

Smilia                            - In che modo?

Vinke                            - Non avete niente, qui, per l'istruzione degli adulti?

Smilia                            - No.

Vinke                            - Peccato. Fareste bene a metter su un paio di classi.

Smilia                            - E dove?

Vinke                            - Non so. Non avete edifici pubblici?

Smilia                            - Soltanto la chiesa.

Vinke                            - Proprio il luogo adatto. Siete sicuri di avere spazio più del necessario?

Smilia                            - (prendendo una lampada) Lo avevo immaginato... Siete un miscredente. Un ateo.

Vinke                            - Sì. Non ne avete mai conosciuti altri?

Smilia                            - Sì. Ma siete il primo che non se ne vergogna.

Vinke                            - Perché uno dovrebbe vergognarsi di ciò in cui crede?

Smilia                            - Voi siete fiero di quello che non cre­dete. La cosa è un po' diversa. Avete un fiammi­fero?

Vinke                            - Perché vi date la pena di far venire il petrolio dalla Persia quando installando una gi­randola sul tetto potreste fare tutto con l'elettricità?

Smilia                            - Perché mangiate il mio prosciutto mentre portando in tasca delle pillole di vitamine avreste potuto alimentarvi senza lasciarmi i piatti da lavare?

Vinke                            - Mah... perché il prosciutto mi piace!

Smilia                            - E a me piace accendere le lampade e tenerle lucide e pulite.

Vinke                            - Siete assurdamente antiquata. Se trat­taste tutti i vostri oggetti di rame e di ottone scien­tificamente, basterebbe passarvi sopra uno strofi­naccio una volta all'anno.

Smilia                            - Avete detto che siete professore?

Vinke                            - Sì.

Smilia                            - Cioè, insegnate alla gente?

Vinke                            - Sì.

Smilia                            - Allora non c'è da stupire che il mondo sia in questo stato di disordine e di confusione. (Entra Annina) Dove vai?

Annina                          - Fuori.

Smilia                            - A che fare?

Annina                          - Niente. Vado fuori. Così!

Smilia                            - Chi devi vedere?

Annina                          - Nessuno in particolare.

Smilia                            - Basta che tu non vada a gironzolare attorno all'accampamento dei soldati nemici. Non voglio.

Annina                          - Non è affar vostro, questo. Non siete mia madre.

Smilia                            - E' proprio perché tua madre girava attorno agli accampamenti che tu sei venuta al mondo dopo l'ultima guerra! E non voglio che la storia si ripeta.

Annina                          - (prendendo il suo soprabito da un at­taccapanni) E' una sciocchezza chiamarli « sol­dati nemici ». Alcuni di loro provengono da solo una quarantina di miglia a oriente di questa fat­toria. Essere nati dall'altra parte di una siepe di fil di ferro non li rende diversi, credo! Parlano la nostra stessa lingua, no? Soltanto hanno un mi­gliore accento; e credo che abbiano anche modi migliori.

Smilia                            - Questo non muta il fatto che sono nostri nemici. Mosè e i medianiti dimoravano a poche miglia di distanza, ma questo non impediva che Mosè fosse buono e i medianiti malvagi; e Mosè andò ad ucciderli, e fece benissimo. Perciò non andare vicino all'accampamento, altrimenti i giovani del villaggio, quando torneranno, ti faranno la zucca pelata.

Annina                          - Oh, preferisco essere calva io piut­tosto che avere un ammiratore senza capelli.

Smilia                            - Che cosa vorresti dire?

Annina                          - Notte felice, signora Darde. Buona notte, signore.

Vinke                            - Buona notte. (Annina esce).

Smilia                            - Quella ragazza...

Vinke                            - Non ci badate! In questo momento vi sembra quasi una traditrice; ma fra un paio d'anni tutti gli uomini politici diranno esattamente le stesse cose... A proposito, come vi chiamate, di nome? E' bene che lo sappia... per ogni evenienza...

Smilia                            - Smilia.

Vinke                            - Smilia. Ed io sono Gaspare... Gaspare Darde.

Smilia                            - Non vorrete fingere di essere mio marito!

Vinke                            - Ho i suoi documenti d'identità, come lui ha i miei. Perciò la cosa sarà inevitabile se ci avverrà di imbatterci in qualche nemico.

Smilia                            - Vorrei che Gaspare fosse di ritorno: si sta facendo tardi. Voi siete sposato?

Vinke                            - No, naturalmente.

Smilia                            - Perché «naturalmente»?

Vinke                            - Essendo celibe considero i girini obiet­tivamente. Ma se fossi sposato e con prole come il mio oggetto di studio, il ranocchio, vi pare che potrei ancora considerare il processo della riprodu­zione come una reazione chimica, compiuta me­diante un riflesso che vien suscitato da un agente esterno, come il didietro turchino di una scimmia o il basso profondo di una rana? No! La sola in­telligenza che può essere obiettiva, è quella che è completamente pura. Nessun uomo capace di amare è suscettibile di pensare. Perciò sostengo che... (Un forte colpo alla porta).

Smilia                            - Questo non è Gaspare. E nessuno dei nostri vicini busserebbe così forte. Andate di sopra.

Vinke                            - Troppo tardi. Chiunque sia, mi ha visto attraverso la finestra. Avete dimenticato di abbassare le tende.

Smilia                            - (guardando attraverso i vetri) Un soldato nemico! Che dobbiamo fare?

Vinke                            - Il male, quando si parla la stessa lin­gua del popolo contro il quale si combatte, è che non si può fingere di non capire... Temo che dovrò abbandonare tutti i miei principi, e comportarmi come un uomo ammogliato. (Siede sulla poltrona davanti al fuoco, appoggia ì piedi alla stufa e apre un giornale. Bussano di nuovo. Smilia apre la porta. Fa un passo indietro mentre un soldato en­tra. E' carico di una quantità di « impedimenta », fra cui un bagno pieghevole, un secchio avvolto in uno straccio e una pianta dì geranio fiorito).

Grò ss                            - E' questa la casa del fattore Gaspare Darde?

Smilia                            - Sì.

Gross                             - Ringraziamo Dio. (Lascia cadere tutti i suoi fardelli meno il geranio che depone con cau­tela) Mi avevano detto che era a poche centinaia di metri. Più di un chilometro, era! Dove si è fer­mato, ora, il capitano? (Chiamando) Signore! Sia­mo arrivati! Signor capitano! (Entra il capitano Carvallo. Indossa una uniforme infangata ma di buon taglio. Calzoni da cavallo e stivaloni imbrattati di terriccio e di mota).

Carvallo                        - Non c'è bisogno di gridare, Gross. Stavo guardando la luna.

Gross                             - Mille scuse, signor capitano.

Carvallo                        - Non c'è di che. (A Smilia) Buona sera. Sono il capitano Carvallo. Mi dispiace ma debbo requisire una camera; e una cuccia qual­siasi per il mio attendente. Vi spiacerebbe indi­cargli dove può mettere la mia roba?

Smilia                            - Veramente non abbiamo camere, in questo momento. Siamo...

Carvallo                        - Secondo il bollettino degli alloggi, avete tre camere da letto.

Smilia                            - Sì. Ma una è occupata dalla donna di servizio...

Carvallo                        - E voi e vostro marito non dor­mite insieme?

Smilia                            - Sì... sì... ma aspettiamo una visita.

Carvallo                        - Chi? Ve lo chiedo perché naturalmente sono disposto a cedere il posto a un in­valido o a una persona anziana.

Smilia                            - No, è... ecco, il professore di biologia dell'Università di Velma.

Carvallo                        - Davvero? Non immaginavo di in­contrare una persona di classe così elevata in una fattoria. E quando deve arrivare?

Smilia                            - Forse stasera... Ma potrebbe anche tardare un giorno o due. E' molto vecchio e soffre di sciatica.

Carvallo                        - Spero di essere ancora qui al suo arrivo; potremo così fare un'interessante conversa­zione... se avete un altro luogo per alloggiarmi, naturalmente.

Smilia                            - Non saprei proprio come fare.

Carvallo                        - Ho visto al di là del prato una stalla con sopra un fienile. In questa stagione il fienile dev'essere vuoto, no?

Gross                             - Per carità, sistemateci in un posto qualsiasi. Io sono in piedi dalle quattro e mezzo di stamattina.

Carvallo                        - Smetti di brontolare, Gross. Sono sicuro che potremo arrangiarci benissimo nella stalla, tutti e due. Va a vedere quello che puoi fare e ti raccomando il geranio. (Gross raccoglie qualche oggetto del suo equipaggiamento borbot­tando) Che hai detto?

Gross                             - Niente, signor capitano. Ma lei si porta dietro più impicci di qualunque altro uffi­ciale fra quanti ne ho avuti. (Agli altri) Domando e dico... un geranio!

Carvallo                        - E' di una specie molto rara che ho salvata in un giardino botanico bombardato. Ho conquistato tre paesi, con quel geranio. E non intendo davvero separarmene adesso. Va' a prepa­rarmi il bagno.

Gross                             - Il bagno... Mi stupisce che non si porti dietro un tappeto turco e un letto con bal­dacchino.

Carvallo                        - Non essere insolente, Gross!

Gross                             - Non intendevo essere insolente, signor capitano. Le facevo il complimento di trattarla co­me se fosse un borghese. (Esce).

Carvallo                        - (ponendo il geranio sul davanzale del­la finestra in mezzo agli altri vasi) Sono quasi due settimane che non faccio un bagno. Ho bi­sogno soltanto di un po' di acqua calda; altrimenti ho tutto con me. Ah... posso pregarvi di prestarmi un paio di lenzuola? Non potete immaginare che lusso rappresenterebbero.

Smilia                            - Senza dubbio... purché prima facciate il bagno.

Carvallo                        - Che bellezza! E nell'attesa mangerò un pezzetto di pane e un boccone di formaggio... le mie provviste giungeranno domattina. Non vi disturbo troppo? (Smilia esce. Carvallo siede alla tavola. Vinke è sempre dietro il giornale). E' stra­ordinario, com'è internazionale l'istinto materno. Ho notato che riesco ad avere quasi tutto quello di cui ho bisogno, in qualunque luogo, se mi faccio vedere giovine e stanco... (Il giornale di Vinke è immobile) Vi spiace se esercito il mio privilegio di occupante pregandovi di andarmi a prendere un po' d'acqua?

Vinke                            - (si alza sgarbatamente e si guarda attorno cercando il rubinetto) Smilia!

Smilza                           - (di dentro) Che c'è?

Vinke                            - Da che rubinetto posso prendere l'acqua?

Smilia                            - (facendo capolino) Che hai detto, caro?

Vinke                            - Da che rubinetto posso prendere l'ac­qua... cara?

Smilia                            - La pompa è nella cascina, lo sai. E sotto c'è un secchio, caro. (Scompare)

Vinke                            - (sulla porta della cascina) Spero che vorrete comprendere che questo non ha nulla a che fare con l'istinto paterno. (Esce. Carvallo si alza, masticando un pezzo di formaggio. Va a scal­darsi alla stufa. Poi va a guardare alcuni libri che sono su una scansia. Vinke rientra) La pompa non funziona. Non viene una goccia d'acqua.

Carvallo                        - Scusate la mia domanda... ma que­sti libri sono vostri?

Vinke                            - Umm... sì.

Carvallo                        - Interessante. Non credevo che qualcuno potesse leggere questa roba : « La peco­rella smarrita»; «Ritorno all'ovile»; «Piccole gem­me di Galilea»... Di solito, al giorno d'oggi, questi libri si trovano sulle bancarelle dei libri di infimo ordine.

Vinke                            - E questo appunto è il male.

Carvallo                        - Sì, sì... d'accordo. Ma è confor­tante trovare qualcuno che conserva ancora l'an­tico senso dei valori. Ditemi, poiché mi interesso alle credenze di tutti gli uomini, la vostra fede è adeguata alle condizioni ed agli eventi attuali?

Vinke                            - Perfettamente.

Carvallo                        - Per esempio... credete nella teoria dell'evoluzione?

Vinke                            - (dopo una lotta intima) No.

Carvallo                        - Credete che l'uomo e la donna siano stati creati esattamente com'è descritto nella Genesi?

Vinke                            - Sì. Lo credo con tutta l'anima.

Carvallo                        - E allora siete convinto che tutta la biologia sia un ammasso di sciocchezze?

Vinke                            - Certamente. E' la grande eresia, pre­detta nel libro di... insomma, nel libro di un pro­feta. Tutti i biologi dovrebbero venir messi sul rogo.

Carvallo                        - E allora come mai un professore di biologia viene qui come vostro ospite? Forse lo avete attirato per bruciarlo voi stesso?

Vinke                            - No. No. Conto di convertirlo.

Carvallo                        - Varrebbe la pena di assistere ad una cosa simile. Spero di essere ancora qui quando compirete quest'opera.

Vinke                            - Io spero di no... La lotta di un bio­logo che si sforza di non credere più che discende da una scimmia, e incomincia a credere che di­scende da un uomo, è una cosa molto dolorosa a vedersi. Spesso è accompagnata da convulsioni.

Carvallo                        - Ne avete già convertiti molti?

Vinke                            - Qualcuno. E' un'occupazione a cui mi dedico volentieri.

Carvallo                        - Allora, signor Darde, vi sarò gratissimo se vorrete aiutarmi!

Vinke                            - In che modo?

Carvallo                        - Vedete... ero giovanissimo quando capitai sotto l'influsso di un professore di scienze... un fanatico materialista, il quale mi insegnò a non credere a niente, dicendomi che in tal modo non avrei mai avuto delusioni. Ora trovo che il non credere a nulla mi dà delle delusioni continue. Vedo le stelle in una gelida notte, mi innamoro di una donna, vado in estasi ascoltando la musica... e sono atrocemente deluso quando dico a me stesso che le stelle, la donna, la musica sono soltanto mo­lecole e illusioni della mia mente. Sono l'uomo più triste del mondo perché comprendo i princìpi di ogni cosa; e se qualcuno o qualcosa non mi misti­fica subito, mi pare di impazzire.

Vinke                            - Ho per le mani troppe conversioni, in questo momento. Se vedeste la lista di quelli che sono in attesa! Ma se volete tornare a guerra finita, forse riuscirò a mettere in nota anche voi.

Carvallo                        - Ma...

Vinke                            - Vi stavo dicendo che la pompa non funziona. Temo che dovrete fare a meno del bagno.

Carvallo                        - Ma ne ho bisogno! Mi sento tal­mente sudicio... Non possiamo trovare il guasto della pompa?

Vinke                            - So benissimo di che si tratta. A causa di una contrazione nella circonferenza del pistone, il vuoto parziale del cilindro è inesistente, e sic­come la pressione della pompa uguaglia quella della superficie dell'acqua, ne consegue che l’acqua, ob­bedendo ai princìpi dell'idraulica, non si eleva.

Carvallo                        - Grazie della spiegazione... Ma in­tanto, che si può fare? Io ho bisogno di fare un bagno! (Entra Smilia con le lenzuola).

Vinke                            - Carissima, la pompa non funziona.

Smilia                            - Dev'essere il bucataio. Buttaci una padellata d'acqua dall'alto. (Esce nell'aia)

Vinke                            - Una padellata d'acqua? Così il vuoto necessario verrà ad essere creato da... Ah, ho ca­pito! Un'applicazione molto ingegnosa della legge di Bellamy. Non ci avrei mai pensato. (Va nella cascina. Dall'aia entra Gross).

Gross                             - Ho portato le sigarette.

Carvallo                        - Grazie. Com'è il fienile?

Gross -                          - Ci si può dormire. (Con cenno del capo verso Smilia che è uscita) Mica male, vero?

Carvallo                        - Sì.

Gross                             - Voi o io?

Carvallo                        - Io.

Gross                             - Lo immaginavo. Ha accennato ad una donna di servizio. Per me, quella?

Carvallo                        - Te lo dirò dopo averla vista. Una di loro certo è virtuosa: quella sarà per te... Mi pare che questo lato della guerra sia abbastanza divertente, no?

Gross                             - Per il signor capitano, senza dubbio. Dopo l'ultima avanzata, la moglie di un droghiere, un'infermiera, due maestre di scuola e una came­riera.

Carvallo                        - Meglio dimenticare la cameriera.

Gross                             - Perché?

Carvallo                        - Io non sono un libertino, Gross. Sono un amante.

Gross                             - Qual è la differenza?

Carvallo                        - Tu sei un materialista, Gross, men­tre io sono un romantico. O piuttosto, sono quello strano miscuglio moderno: il materialista che de­sidera ardentemente il romanzo. Questo è quello che rende così dubbia e incerta la nostra conver­sazione. (Entra Vinke con una casseruola piena d'acqua) Dagli una mano, Gross. Non mi sem­brate molto adatto a fare il fattore, voi, con la vostra costituzione fisica. Sembrate piuttosto un tipo di studioso.

Vinke                            - (mettendo la padella sulla stufa) E' il digiuno che mi ha fatto dimagrire. E' ancora l'effetto della Quaresima.

Carvallo                        - Ah... Vostra moglie - se mi è per­messo dirlo - è una bella donna.

Vinke -                          - Un esemplare poco interessante di un ben definito tipo etnico.

Carvallo                        - Avete figli?

Vinke                            - Che io sappia, no.

Carvallo                        - Come?

Vinke                            - Scherzavo; nessuno. Permettete? (Esce).

Gross                             - Mi pare un po' equivoco, questo modo di parlare. O la donna non è sua moglie o è un coniglio a tre zampe.

Carvallo                        - Come sarebbe un coniglio a tre zampe?

Gross                             - Facile da prendere. (Entra Smilia).

Carvallo                        - Va a preparare il mio letto, Gross, da bravo. E qui siamo anche abbastanza lontani dal campo di battaglia per poterci dare il lusso del pigiama.

Gross                             - Quello di seta o quello di lana?

Carvallo                        - Quello di seta.

Gross                             - Volete anche la bottiglia di acqua calda?

Carvallo                        - Si capisce. (Gross esce).

Smilia                            - Avete finito di mangiare?

Carvallo                        - Sì, grazie.

Smilia                            - Non dite la preghiera di ringrazia­mento al Signore?

Carvallo                        - Non saprei come. Da bambino di­cevo « Dio ti ringrazio per la mia buona cena ». Ma siccome non credo più in Dio, sarebbe un'ipocrisia. Volete dirla voi per me?

Smilia                            - Non posso, perché non abbiamo la stessa religione.

Carvallo                        - Io non ne ho nessuna. Qual è la vostra?

Smilia -                          - Siamo dissidenti.

Carvallo                        - Ah... e da quale chiesa?

Smilia                            - Da tutte.

Carvallo                        - Ma dovete avere una chiesa per voi?

Smilia                            - Sì; ma la chiamiamo «tabernacolo».

Carvallo                        - Vi spiace se siedo per un momento accanto al fuoco? Queste sere sono piuttosto fre­sche... Ah, qui si sta bene e tranquilli... Sapete quello che si desidera più di qualunque altra cosa, quando si è in linea?

Smilia                            - No.

Carvallo                        - Una cucina calda e una donna che tiene tutto in ordine.

Smilia                            - Sapete parlar bene, eh?

Carvallo                        - E' un po' di cambiamento... Invece di dare continuamente degli ordini...

Smilia                            - Peccato che abbiate avuto un biglietto d'alloggio così infelice...

Carvallo                        - Credete? A me sembra il migliore che mi sia capitato da anni!

Smilia                            - Certo non può essere molto piace­vole... Qui c'è una sola donna giovine; e stasera è uscita.

Carvallo                        - Ho forse detto che doveva neces­sariamente essere una donna giovine? Le giovani mi annoiano a morte. Nessuna donna è interessante prima dei trent'anni.

Smilia                            - Quanti anni avete, voi?

Carvallo                        - Ne ho compiuto trenta, ieri.

Smilia                            - Beh; vi siete riscaldato abbastanza? State occupando il seggiolone di mio marito.

Carvallo                        - Mi pare di trovarmici straordina­riamente bene.

Smilia                            - Sempre così, i soldati. Ammazzano i nostri parenti, fanno passare i loro carri armati sui nostri campi e poi vengono a dire paroline dolci alle ragazze...

Carvallo                        - Ma questa è la parte romantica della guerra!

Smilia                            - Romantica?

Carvallo                        - Ma sì, romantica! Guardate me: sette anni fa stavo per mettermi a vendere stoffe in una cittadina di provincia, dove le ragazze erano le più brutte che io abbia mai viste. Forse avrei finito con lo sposarne una, per mancanza di meglio; e a 35 anni sarei stato un grasso negoziante con una brutta famiglia, intento a vendere colletti di celluloide e preoccupato per le ipoteche. Invece ho viaggiato in molti paesi - almeno una dozzina - il mio torace si è allargato, la vita è diventata più sottile; ho 120 uomini ai miei ordini, un domestico personale e un'automobile. Ho avuto più tempo a mia disposizione di quanto ne avrei avuto come negoziante; e nelle mie ore libere ho acquistato un gusto vivissimo per la musica, per la letteratura, ed ho visto più chiese ed opere d'arte di quante avrei mai potuto sperar di vederne da borghese. Nella mia valigetta ho due incisioni di Rembrandt che un antiquario morto di fame della vostra capitale mi ha dato in cambio di una libbra di grasso. In tempo di pace avrei a stento potuto permettermi di comprare le cornici per mettervele dentro...

Smilia                            - Siete ufficiale e la guerra per voi può essere piacevole e vantaggiosa. Ma per gli altri?

Carvallo                        - Quali altri? Guardate le ragazze del vostro villaggio, che si uniscono con uomini di tutte le razze, invece di quei quattro contadini mezzo scemi che le corteggiavano in tempo di pace. E guardate voi e me... Non ci saremmo mai cono­sciuti, se sei anni fa qualcuno non avesse attra­versato una frontiera. Potete affermare sinceramente che non siete contenta di questa conoscenza, men­tre stiamo conversando così simpaticamente?

Smilia                            - Non posso dire che sia una conver­sazione simpatica, quando una persona fa dei lun­ghi discorsi e l'altra rimette in ordine la cucina.

Carvallo                        - Perdonatemi se ve lo dico: ma sa­pete che avete un capello bianco?

Smilia                            - Che sciocchezza! Dove?

Carvallo                        - Permettete che ve lo strappi? State ferma... Ecco! (Lo getta in fretta nel fuoco).

Smilia                            - Non credo affatto che fosse bianco.

Carvallo ...................... - Ve lo assicuro. Grigio quasi bianco.

Smilia                            - E allora perché lo avete gettato via così in fretta... in modo da non farmelo vedere?

Carvallo                        - Volete che ne trovi un altro?

Smilia                            - Non è possibile.

Carvallo                        - Scommetto di sì. Ne ho visto un altro. State ferma... (I suoi occhi non sono fissi sui capelli di lei; ma egli osserva nascostamente il suo profilo) No... non lo trovo. Forse perché non lo desidero.

Smilia                            - (senza muoversi) E' il vostro sistema-quando pernottate in un luogo?

Carvallo                        - (egli pure immobile) No. Parola d'onore.

Smilia                            - Quanto vale la vostra parola?

Carvallo                        - Quando la dò a un uomo, è come quando un Vescovo giura sulla Bibbia; quando la dò ad una donna... debbo confessare candidamente che il suo valore è mutevole.

Smilia                            - (voltando la testa) Perché?

Carvallo                        - Perché chiunque sarebbe disposto a giurare qualsiasi cosa per ottenere le grazie che voi potete concedergli.

Smilia                            - Nessuno mi ha mai detto di queste cose... da quando sono al mondo... Ma non siete sincero. Avete pronunciato queste stesse parole Dio sa quante diecine di volte...

Carvallo                        - Centinaia di volte. Ma questa è la prima volta che le dico con sincerità.

Smilia                            - Allora, se avete sempre mentito, come potete esser sicuro di essere diventato improvvisa­mente sincero?

Carvallo                        - Perché... sebbene il trovarmi solo con una bella donna, in una sera d'estate, sia una situazione alla quale sono abituato... questa volta ho un pochino di paura. Mi sento goffo, impacciato, assolutamente smarrito. E quando si perde la fidu­cia in se stessi, si è assai vicini alla sincerità.

Smilia                            - Ma perché vi permetto di parlarmi così? Debbo essere proprio impazzita...

Carvallo                        - Impazzire è una della più impor­tanti attività umane. Perché non impazziamo tutti e due insieme e ci godiamo nascostamente un breve periodo di gioia incomparabile? Come una vacanza?

Smilia                            - (ritraendosi verso la scala) Come osa­te? Se intendete dire quello che credo di compren­dere, non vi rivolgerò mai più la parola. (Si af­fretta su per la scala) Non ho mai avuto vacanze in vita mia, e non ne ho alcun bisogno. Quanto al mio cervello, è perfettamente a posto e voi non avete il diritto di venire qui all'improvviso per...

Carvallo                        - Venirlo a turbare.

Smilia                            - Non mi turbate affatto. Non potete turbarmi. Sono una donna sposata e potrei essere vostra sorella maggiore. (Scompare su per la scala. Carvallo sospira e accende una sigaretta. Entra Annina).

Annina                          - Oh... Buona sera, capitano. (Carvallo non le bada. Annina canticchia mentre si toglie il soprabito e fa qualche passo per la stanza) Ero usci­ta per far due passi. Poi ho saputo che erano venuti qui dei soldati e sono tornata per sentire se potevo essere utile...

Carvallo                        - Mmmmm.

Annina                          - Siete alloggiato qui?

Carvallo                        - Come? Ah sì.

Annesta                         - Io lavoro qui, sapete.

Carvallo                        - Ah.

Annina                          - E ci abito anche.

Carvallo                        - Ah, sì?

Annina                          - (disperatamente) Siete stanco?

Carvallo                        - Sì. Stanchissimo.

Annina                          - L'ho capito. Beh, fa piacere vedere ogni tanto qualche faccia nuova. Così, per cam­biare. Qui c'è una tale scarsità di uomini. Non che i giovani del villaggio siano tipi dei quali valga molto la pena di occuparsi. La maggior parte sono piuttosto stupidi. Dicono che dipende dall'acqua.

Carvallo                        - Dovreste vergognarvi.

Annina                          - Io? E perché?

Carvallo                        - Non sapete che sono un nemico? Dov'è il vostro patriottismo?

Annina                          - Ma ditemi... siete un predicatore, voi?

Carvallo                        - No... Scusatemi se vi sembro poco gentile. E' la prima volta in vita mia che non ap­profitto di un'occasione così tentatrice. (Entra Smilia) Ah, siete tornata?

Smilia                            - Sì, perché ho sentito che parlavate con Annina.

Carvallo                        - (ironico) Ah.

Smilia                            - E perché non siete una compagnia adatta per una ragazza. Va' in camera tua, Annina.

Annina                          - Ah, si tratta di questo?

Smllia                            - Spicciati, pettegola! E lavati il collo; ne hai bisogno. (Annina indispettita sale di corsa, Smilia cerca attorno).

Carvallo                        - Che state cercando?

Smilia                            - Il mio lavoro di maglia.

Carvallo                        - Posso aiutarvi? Che maglia è?

Smilia                            - Un calzino grigio.

Carvallo                        - (cercando nei -punti più inverosimili) Avete intenzione di lavorare in camera vostra?

Smilia                            - Sì.

Carvallo                        - E avete il fuoco, lassù?

Smilia                            - No.

Carvallo                        - Ci farà freddo. Perché non restate qui a lavorare?

Smilia                            - Perché ci siete voi. E non voglio par­lare con un tipo simile.

Carvallo                        - Non può darsi che sia in uno de­gli armadi a muro, il vostro lavoro?

Smilia                            - No.

Carvallo                        - (dopo breve pausa) Ma pensate che nel fienile non c'è fuoco; e deve farci un freddo terribile.

Smilia                            - Non avete la bottiglia di acqua calda? Potete andarvene a letto.

Carvallo                        - Perché non stabiliamo una tregua e non vi sedete comodamente qui, vicino alla stufa a far due chiacchiere? Ognuno di noi può parlare di sé...

Smilia                            - Perché dubito che in quanto potete dire di voi stesso vi sia qualche cosa che io possa ascoltare.

Carvallo                        - Non sarà dietro a quel cuscino? (Allude alla maggia).

Smilia                            - No; ho già guardato.

Carvallo                        - (alzando il cuscino) Dov'è vostro marito?

Smilia                            - Starà scrivendo una predica, imma­gino.

Carvallo                        - (mostrando il calzino) Eccolo!

Smilia                            - Dov'era?

Carvallo                        - Dietro al cuscino.

Smilia                            - Oh... (Carvallo tiene il calzino aspet­tando che lei venga a prenderlo: ma quando Smi­lia lo prende egli lo trattiene senza darglielo),

Carvallo                        - Se ve lo dò... sarete buona e ver­rete a sedervi qui?

Smilia                            - (strappandogli il calzino) Vorrei che non foste mai venuto in questa casa... (Carvallo dispone la sedia per lei. Smilia siede e comincia a lavorare).

Carvallo                        - (sedendo di fronte a lei) Avevate detto che non mi avreste rivolto mai più la parola.

Smilia                            - Vediamo così poca gente, noialtri... Poter scambiare qualche parola con un estraneo, chiunque sia, è qualche cosa di diverso dal solito. Non è per farvi un complimento.

Carvallo                        - Anche se l'estraneo è un nemico?

Smilia                            - Non si leggono forse libri e non si ascolta musica scritta dai propri nemici?

Carvallo                        - I libri che avete qui mi pare che siano scritti tutti da vostri compatrioti ed esclusi­vamente da preti.

Smilia                            - Quelli sono i libri di mio marito. Io 1 ho una piccola biblioteca mia. Ma non gliene par­late!

Carvallo                        - Una biblioteca segreta? E che cosa contiene?

Smilia                            - Mi promettete di non dir nulla? Leggo dei romanzi.

Carvallo                        - Oh...

Smilia                            - Romanzi francesi.

Carvallo                        - Dio mio... questa, poi, non me l'aspettavo davvero!

Smilia                            - Perché?

Carvallo                        - La vostra... maschera... è talmente convincente... (Si alza ad un tratto) Perdonatemi. Pochi minuti fa mi sono comportato con voi come mi sarei comportato con qualsiasi delle solite mogli di fattore con le quali mi sono imbattuto nei miei viaggi. Vi ho insultata sottovalutando la vostra intelligenza e i vostri meriti. Sono veramente stupito di quanto vengo a scoprire. E vi prometto di condurmi da ora in poi in modo cortese e conveniente.

Smilia                            - Dovete avere piuttosto freddo. La stufa non dà molto calore.

Carvallo                        - Grazie della premura; ma non sono abituato a vivere in casa. Perciò ho abbastanza caldo.

Smilia                            - (dopo una pausa) Siete perdonato per tutto quello che avete detto prima.

Carvallo                        - Ma vi ho offesa. Siete rimasta pro­prio scandalizzata e...

Smilia                            - No, no. Sono abituata a questi di­scorsi.

Carvallo                        - Davvero? Li leggete nei romanzi, immagino.

Smilia                            - No. Li sento con le mie orecchie. Nelle vetture ferroviarie.

Carvallo                        - Oh.

Smilia                            - E sarei una bell'ipocrita se dessi ad intendere che non sarò un pochino delusa il giorno in cui la gente incomincerà a trattarmi sempre con rispetto.

Carvallo                        - Credo che anche per la donna più virtuosa dev'essere una specie di strappo violento, quando la virtù cessa di essere uno stato scelto li­beramente e diventa una condizione patologica.... (Apre la radio).

Smilia                            - Ma siete il demonio:1 Parlate proprio come lui!

Carvallo                        - Per quanto ne so, sono un uomo come gli altri... (Cerca una -musica dolce).

Smilia                            - (dopo una breve pausa d'imbarazzo) Dovete andar via domattina?

Carvallo                        - Probabilmente. Ma può anche darsi che da un momento all'altro capiti un ordine e io abbia appena il tempo di salutarvi. Beh,... non rat­tristatevi per questo!

Smilia                            - Neanche per idea!

Carvallo                        - Chi sa se la gente vive e ama in tempo di pace così intensamente e fantasiosamente come in tempo di guerra... Non so. Quando la guerra è scoppiata, ero ancora un ragazzo. Ma voi eravate una donna. Dovreste saperlo.

Smilia                            - Ho sempre avuto troppo da fare in casa per potermi domandare se vivevo intensamente o no.

Carvallo                        - Vivere. E amare?

Smilia                            - Non so quello che volete dire. Una donna come me, sposa l'uomo che ha scelto e si mette tranquilla con lui. Voi parlate come se una persona si innamorasse ogni quindici giorni!

Carvallo                        - Difatti, per me è così.

Smilia                            - Cooosa?

Carvallo                        - Voglio dire... no! No, ecco. Mi sento fortemente attratto da una donna; comincio a fantasticare attorno a un bel visino che ho visto passando. Ma non credo di essermi veramente in­namorato, nel vero senso della parola, prima di...

Smilia                            - (riprendendo con molta concentrazione una maglia caduta) Ho sempre sentito dire che innamorarsi è cosa indipendente dalla volontà. Ma se questo deve accadere e specialmente se le circo­stanze ne fanno un sentimento disonesto, bisogne­rebbe chiuderlo nel proprio cuore e non parlarne neppure.

Carvallo                        - E siete veramente in collera con me perché ne ho parlato? Potete affermare sincera­mente che voi non vi sentite più felice e più gio­vine e che il mondo non è pieno di cose più belle ora che vi ho detto che vi amo? Siete dieci volte più bella. E la vostra maglia si sta aggrovigliando tremendamente.

Smilia                            - Non è per causa vostra. Non sono molto brava in questo genere di lavoro. E il mondo mi pare tale e quale come prima.

Carvallo                        - Non posso fare a meno di pensare che mentre io mi conduco da mascalzone dicendovi la verità, voi, per i motivi più onesti che dar si possano, state dicendo un sacco di bugie.

Smilia                            - Ma no! Niente affatto!

Carvallo                        - Arrossite, avete la voce malferma, vi tremano le mani, e avete cambiato, a metà di un giro, la maglia dritta in maglia rovescia.

Smilia                            - Volete smetterla di occuparvi del mio lavoro?

Carvallo                        - E voi volete dirmi che non siete in collera e che non vi dispiace che io abbia detto quello che ho detto?

Smilia                            - Tutto quello che mi è stato insegnato e che ho imparato a credere, mi dice che vi state comportando in modo perverso e irreligioso.

Carvallo                        - Anche voi.

Smilia                            - Io no.

Carvallo                        - Vi dico di sì. Avreste dovuto rima­nere in camera vostra invece di venire qui a lavo­rare. Ma quella calza mi dà un po' di speranza. Senza di essa, non avrei mai aperto bocca.

Smilia                            - E va bene. Ammetto che avrei dovuto rimanere di sopra.

Carvallo                        - Benissimo! Allora siamo tutti e due perversi?

Smilia                            - Sì. Ma voi molto più di me.

Carvallo                        - E' una forma di cortesia fingere di credere che l'uomo è sempre... Ma, almeno, que­sto è un inizio.

Smilia                            - Non può esservi nessun inizio quando non vi è possibilità di una fine.

Carvallo                        - Oh, per carità, basta! (Chiude la radio con irritazione).

Smilia                            - Basta che cosa?

Carvallo                        - Pare che non abbiate la più lon­tana idea che vi state comportando male. Chiunque si accorgerebbe subito che siete una maestra di scuola o qualcosa del genere.

Smilia                            - Difatti lo sono. Da quindici anni.

Carvallo                        - Dio mio! Allora le mie faccende vanno meglio di quel the immaginavo.

Smilia                            - Mi pare che capovolgiate il senso di ogni parola. Comincio davvero a credere che sareste più fortunato con la figlia del mercante di granaglie.

Carvallo                        - Va bene. Ammetto di essere un mascalzone e un tipaccio... un uomo col quale non osereste lasciar sola vostra sorella. Ma come i più grandi mascalzoni, a volte sorprendo in me stesso un senso di segreta nostalgia per la rettitudine. Non sono ancora un'anima completamente perduta; e sa­rei felice se trovassi una donna buona disposta a salvarmi. Non vorreste essere voi quella?

Smilia                            - Non ci penso neppure!

Carvallo                        - Ma perché?

Smilia                            - Perché... perché salvando voi correrei il rischio di perdere me stessa.

Carvallo                        - Davvero? Che bellezza! Questa è una vera e propria dichiarazione!

Smilia                            - Niente affatto!

Carvallo                        - Sì, sì, lo è! Dio mio, da secoli non sono mai stato così felice!

Smilia                            - Mi fraintendete.

Carvallo                        - Non potete rimangiarvi quello che avete detto. Avete dichiarato che io sarei pericoloso per voi...

Smilia                            - Non dovete desiderare di diventarlo! E non credo affatto che desideriate esser salvato!

Carvallo                        - Sì, che lo desidero! E come posso esserlo, se non con l'amore di una donna virtuosa?

Smilia                            - Una donna virtuosa non vi troverebbe pericoloso... vuol dire che io sono perversa come voi... E allora, come potrei salvarvi?

Carvallo                        - Bisognerà che ci salviamo a vicen­da... Che deliziosa prospettiva!

Smilia                            - Avete una sola idea in mente! Prima mi fate gli occhi dolci. Poi, vedendo che in quel modo non avete successo, tirate fuori questa storia di volere essere salvato da me: e, finalmente, quan­do mi avete confusa talmente che non so più se sono migliore o peggiore di voi, venite ad offrirmi di salvarmi da voi stesso!

Carvallo                        - State per scoppiare in lagrime da un momento all'altro!

Smilia                            - (pestando i piedi) Non è vero!

Carvallo                        - Vi assicuro di sì! Avanti, non vi trattenete... è la miglior cosa che possiate fare!

Smilia                            - (piangente) Non è vero! Sarebbe molto peggio...

Carvallo                        - Fatelo, vi dico. Può essere la sal­vezza per entrambi.

Smilia                            - Oh! Siete troppo insolente! (Scoppia in pianto).

Carvallo                        - Meno male! Non c'è niente come l'acqua salata per rendere ragionevole una donna; (Circondandola con un braccio) Ora mettetevi a sedere e date libero sfogo a questo placido ruscello...

Smilia                            - Mi occorre... un fazzoletto.

Carvallo                        - (voltandola verso di se, in modo che il suo braccio la circonda completamente) Eccolo qui. Forse non è troppo pulito, ma anche lui è alla guerra. (Entra Vinke. Si avvicina a loro inos­servato. E' costretto a battere Carvallo su una spalla per farli separare).

Vinke                            - Hm... Salve. Potreste darmi una si­garetta?

Carvallo                        - Che avete detto?

Vinke                            - Sono rimasto senza sigarette. Voi ne avete? (Carvallo, straordinariamente stupito, ne trae un pacchetto dalla tasca) Grazie. Ah... l'acqua per il vostro bagno dev'essere calda. Vi darò una mano per portarla.

Carvallo                        - Vi sono grato. Ma... non faccio er­rore? Siete il marito di questa signora?

Vinke                            - Sì, sono proprio suo marito, Gaspare Darde. Come! Ah, già! Per Giove, mi ero dimen­ticato! Per l'inferno, che cosa stavate facendo con mia moglie quando sono entrato? Eh? Spiegatevi.

Carvallo                        - Ah, sia ringraziato Dio! Questa è una situazione che capisco... (Con eloquenza abi­tuale) Signore, vi domando scusa. E' stata tutta col­pa mia. Quando un uomo è da parecchio tempo al fronte, dovete comprendere che ogni sua suscet­tibilità aumenta. Aumenta a tal punto da spingerlo a volte a fare lo stupido. Cedendo a non so più quale impulso subitaneo, ho afferrato vostra moglie per la vita e l'ho abbracciata. Questo è tutto; non c'è stato altro.

Vinke                            - Oh... Voglio credere alla vostra parola. Ma ricordatevi bene: che questo non accada mai più.

Carvallo                        - Ve lo prometto.

Vinke                            - (stringendogli la mano) Grazie.

Carvallo                        - Credo che vi siate messo in tasca le mie sigarette.

Vinke                            - E' vero. Mille scuse. Mia cara Smilia, ammiro la forza d'animo con la quale hai soppor­tato gli approcci di questo individuo; e sono pieno di comprensione per queste tue lacrime così sin­cere. (Stringendosela goffamente al petto) Su, su, ora è tutto passato; c'è qui tuo marito che ti pro­tegge. (Entra un uomo accaldato, vestito di un abito da mattina che gli sta malissimo. Ha una valigetta e un ombrello).

Smilia                            - Gaspare!

Gaspare                         - Pezzo di mascalzone! Che state fa­cendo a mia moglie? (Alza l'ombrello per picchiare Vinke).

Carvallo                        - (buttandosi fra loro per separarli) Strana situazione; stranissima situazione.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

(Il capitano Carvallo presiede una specie di Tri­bunale inquirente. Siede con aria imponente dietro alla tavola della cucina ed ha dinanzi a sé parecchie carte. Gross è armato di fucile e baionetta; sta in piedi, ma non sull'attenti. Su sedie collocate solen­nemente a destra e a sinistra della tavola siedono, da una parte, Vinke e Darde, dall'altra Smilia. Una pausa; Carvallo termina di scrivere. Si accende una sigaretta e scruta uno per uno i tre).

Carvallo                        - Dunque, la storia che volete far credere a questa Commissione d'inchiesta è la se­guente: il signor Darde - il vero signor Darde -va a Velma per il funerale di sua zia. Non avendo abiti adatti, se li fa prestare da un amico: un amico che porta il nome poco verosimile di professor Vinke. Avendo urgenza di presentare alcuni docu­menti legali relativi alla proprietà di detta zia, torna a casa all'improvviso, sempre indossando l'abito dell'inverosimile professore e portando seco, per distra­zione, le carte d'identità che l'ancor più distratto e improbabile professore ha lasciato in tasca. E' cosi?

Darde                            - Sarebbe infatti la sostanza di quanto è accaduto.

Carvallo                        - Ma è la verità?

Darde                            - Giovinotto, non è permesso a miseri strumenti della Provvidenza quali noi siamo, affer­mare ciò che è vero e ciò che è falso.

Carvallo                        - Ma questo è un Tribunale Inqui­rente!

Darde                            - Non riconosco la giurisdizione di al­cun Tribunale, se non di quello davanti al quale saremo chiamati nel giorno del Giudizio Universale.

Carvallo                        - Beh, siccome non possiamo aspet­tare fino allora...

Darde                            - Nondimeno dirò che il riassunto degli avvenimenti esposto or ora da voi mi sembra - seb­bene io non sia che un ignorante e senza dubbio fuorviato osservatore - che corrisponda a quanto è - apparentemente - accaduto.

Carvallo                        - Grazie. Ora essendo anche voi distratto come il professore, avevate lasciato qui i vostri documenti d'identità?

Darde                            - Così pare.

Carvallo                        - E al ritorno avete trovato nella vostra casa un ignobile individuo il quale si sarebbe impadronito dei vostri documenti indossando i vo­stri abiti e avrebbe approfittato della vostra assenza per imbastire con vostra moglie una colpevole re­lazione?

Darde                            - Questa è stata l'impressione che ho avuto.

Carvallo                        - Convenite che questo è un esatto riassunto degli eventi delle dodici ore testé tra­scorse?

Darde                            - Una persona ragionevole dovrebbe supporlo.

Carvallo                        - Allora vogliate firmare questa di­chiarazione in quadruplice copia. Riconosco che voi siete il vero Gaspare Darde e che questa signora è vostra moglie. Non sono affatto convinto sul conto di questo improbabile professor Vinke il quale pre­sta abiti a Velma; e dovrò attendere il rapporto del nostro servizio d'informazioni per verificare la sua esistenza. Ma la cosa più misteriosa in tutto ciò è quel signore - se possiamo definirlo un signore - che è seduto accanto a voi. Posso chiedervi, signore, chi siete e che cosa fate? Ora che si è scoperto che vi siete servito fraudolentemente dei documenti del si­gnor Darde, volete dirci dove sono i vostri?

Vinke                            - (si è alzato in piedi) Spiegherò meglio la mancanza dei miei documenti dichiarandovi che sono anarchico. Sono perciò contrario ad ogni rego­lamento, ad ogni documentazione, insomma, ad ogni organizzazione di qualsiasi genere essa sia. Mi chie­dete che cosa sono? Sono uno studioso vagabondo. Mi chiedete chi sono?

Carvallo                        - Ve lo chiedo.

Vinke                            - Il mio nome è... Legione!

Carvallo                        - Legione?

Vinke                            - Sì.

Carvallo                        - (scrivendo) Nome di battesimo?

Vinke -                          - Niente battesimo. Ma insomma mi chiamo Primus, Secundus, Tertius.

Carvallo                        - Signor Legione... mi state pren­dendo per un imbecille?

Vinke                            - Lo ha già fatto il vostro creatore.

Carvallo                        - Gross, vuoi puntare la tua baio­netta verso le parti molli dell'anatomia del signor Legione? (A Vinke) Voi dite che i vostri nomi sono Primus, Secundus, Tertius. Ho sentito che a volte membri di certe famiglie vengono nominati nell'ordine della loro venuta al mondo; ma certamente nessuno può arrivare primo, secondo e terzo in­sieme, no?

Vinke                            - Io sono arrivato il primo giorno del secondo mese del terzo anno di questo secolo.

Carvallo                        - Ah... capisco. Gross, puoi lasciare che questo individuo non sia più a contatto della tua baionetta. (A Vinke) Dunque: che cosa face­vate in questa casa?

Vinke                            - Avete già dato voi stesso una spiega­zione plausibile.

Carvallo                        - Ed è la giusta?

Vinke                            - E' la sola che avrei trovato io stesso.

Carvallo                        - Conoscevate già la signora Darde?

Vinke                            - No.

Carvallo                        - Quando siete arrivato?

Vinke                            - Oggi nel pomeriggio.

Carvallo                        - E vorreste farmi credere di essere giunto a quel grado di intimità con la signora Darde prima del calar del sole?

Vinke                            - La parola « intimità » involve un par­ticolare significato legale che non posso accettare. Avevo il braccio intorno alla vita della signora Darde. Questo, legalmente, si chiama «familiarità»; potrebbe essere aggressione, assalto, ma non mai «intimità».

Carvallo                        - Vorreste far credere che il carattere della signora Darde sia tale che un individuo mai visto né conosciuto, che le è perfettamente estraneo, possa permettersi di allacciarle la vita dopo poche ore di conoscenza?

Vinke                            - Sì. (Spiegando) Dirò di più: ritengo che un individuo mai visto né conosciuto possa giungere a quella posizione in meno di mezz'ora!

Carvallo                        - Gross, applica di nuovo la baio­netta... E che cosa vi ha condotto proprio in que­sta località?

Vinke                            - Ve l'ho detto. Sono uno studioso vaga­bondo. Il mio vagabondaggio mi ha portato qui.

Carvallo                        - Potete chiarire la ragione per cui indossate gli abiti del signor Darde?

Vinke                            - Sì. I miei erano inzuppati della piog­gia di stamattina.

Carvaixo                       - E' piovuto?

Vinke                            - Sì. Alle undici.

Carvallo                        - Ti sei accorto che piovesse alle un­dici, Gross?

Gross                             - Signor no.

Carvallo                        - Dunque mentite.

Vinke                            - Posso interrogare il testimone?

Carvallo                        - Certamente.

Vinke                            - (a Gross) Dove eravate alle undici an­timeridiane?

Gross                             - A caccia dei disertori.

Vinke                            - Che motivo avete per supporre che mentre eravate intento a tale occupazione, in com­pagnia di vari altri lavoratori della baionetta, gen­taglia e piccoli delinquenti, non pioveva?

Gross                             - Perché non ho visto né sentito una goccia di pioggia.

Vinke                            - Vorreste dire a questo Tribunale che ritenete di potervi fidare dei vostri sensi?

Gross                             - Sì.

Vinke                            - Sareste stupito o no di apprendere che eminenti autorità dichiarano che sui sensi della no­stra specie non si può, notoriamente, fare affida­mento?

Gross                             - Sì. No. Che diamine state dicendo?

Vinke                            - Vi stupirebbe o no? Rispondetemi; sì o no?

Gross                             - Ma come posso?... Voi mi...

Vinke                            - La deposizione di questo teste non è accettabile; non può fare affidamento di verità.

Carvallo                        - Altrettanti si può dire di voi. I vo­stri problemi morali sono affar vostro. A me preme soltanto la sicurezza militare. Temo, signor Legione, di dovervi arrestare.

Vinke                            - In tal caso, posso parlarvi a quat­tr'occhi?

Carvallo                        - Se lo desiderate...

Gross                             - (rivolgendosi a Darde e Smilia) Uscite dall'aula.

Carvallo                        - Esci anche tu, Gross. (Gross segue Darde e Smilia. Dandosi da fare con le sue carte) Dunque?

Vinke -                          - Semplicemente questo. Se mi arrestate, dirò a Darde che vi ho sorpreso mentre abbraccia­vate sua moglie. E siccome è gelosissimo, voi non riuscirete più a vederla durante il vostro sog­giorno qui.

Carvallo                        - Credo che quella donna non mi interessi più. La ritenevo una donna onestissima. Invece ho scoperto che può appartenere al primo venuto.

Vinke                            - Non capisco perché potesse interessarvi la sua onestà quando il vostro unico desiderio era evidentemente che fosse disonesta a vostro van­taggio.

Carvallo                        - Per il semplice motivo che io ho un temperamento romantico. Se fossi un materia­lista, rivolgerei le mie attenzioni alla servetta.

Vinke                            - Allora posso assicurarvi che la vostra divinità non è mai scesa dal suo piedestallo. Io non sono arrivato più in là dell'innocente abbraccio che avete veduto.

Carvallo                        - Oh... Non vi ha dato nessuna di­mostrazione di affetto?

Vinke                            - Nessunissima. E' completamente vostra.

Carvallo                        - Purtroppo è di Darde. Comunque, è ugualmente mio dovere arrestarvi.

Vinke                            - Proporrei un compromesso. Lasciatemi libero sulla parola fino a domani.

Carvallo                        - Vedo una sola ragione per la quale possiate desiderare di essere libero stanotte.

Vinke                            - Non siate assurdo, ragazzo mio! Da questo momento rinunzio completamente a tutte le donne. Non posso descrivervi gli innumerevoli van­taggi di una esistenza casta, votata al celibato.

Carvallo                        - Come potete conoscerli? Sono ap­pena cinque minuti che avete preso questa deci­sione!

Vinke                            - La immagino nell'avvenire. Pensate un po'! Non c'è da sprecare energia per fare sfoggio del proprio fascino; si può radersi la barba o la­sciarsela crescere, a piacere; si ha la stanza da bagno tutta per sé; un letto indiviso... Tutti i vantaggi che hanno i monaci, senza gli svantaggi dell'essere religiosi!

Carvallo                        - State condannando la vita coniu­gale; ed in questo sono perfettamente d'accordo con voi. Ma considerate i vantaggi di chi ama l'amore! Tutti gli istinti naturali lasciati in libertà, senza repressioni...

Vinke                            - Un momento: non possiamo comin­ciare a discutere finche non abbiamo stabilito le nostre condizioni...

Carvallo                        - Di che diamine stiamo discutendo, in fin dei conti? Io sto dirigendo un'inchiesta!

Vinke                            - Che volete che ne sappia? Siete stato voi a cominciare. (Entra Gross).

Gross                             - Mille scuse, signor capitano. La si­gnora mi ha incaricato di dare un'occhiata all'acqua.

Carvallo                        - E non hai pensato che ha voluto mandarti via per potere scambiare qualche parola con suo marito, senza testimoni importuni?

Gross                             - Nossignore, non ci ho pensato. E l'ac­qua sta per bollire; e sono quasi le undici. Quanto altro tempo debbo rimanere lì con quei due?

Carvallo                        - Stavo per l'appunto concludendo il mio interrogatorio. Conduci qui il signor Darde. (Gross esce) Vedete, voi siete il primo contraddit­tore intelligente col quale mi avviene di discutere, da parecchi mesi. Per esser precisi, dal mese di ot­tobre, quando ebbi per oppositore un tale della quinta colonna che dovetti poi far fucilare. Spero che avremo la possibilità di riprendere la nostra conversazione.

Vinke                            - Lo spero anch'io...

Carvallo                        - Ma a proposito... mi pare che c'era quella faccenduola del vostro arresto, no? Sono però sicuro che un uomo dotato della vostra integrità intellettuale non può mancare alla propria parola. Consideratevi libero da questo momento, ma venite a presentarvi domattina alle otto.

Vinke                            - Siete molto buono. Ma... essendo uno studioso vagabondo non ho un letto per questa not­te. Se mi metteste agli arresti in casa, il vecchio Darde dovrebbe provvedere.

Carvallo                        - Sistemerò la cosa. (Entrano Darde e Gross).

Cross                             - Prigioniero e scorta, alt!

Carvallo                        - Signor Darde, Legione è agli ar­resti in casa. Potete dargli da dormire per questa notte? So che domando molto...

Darde                            - Non mi chiedete nulla più di quanto è chiesto a ciascuno di noi: perdonare al proprio nemico. Lo faccio ben volentieri. Molti anni di auto­disciplina mi hanno insegnato a poter perdonare quasi qualunque cosa, conoscendo che l'offensore soffrirà certamente per ciò che ha commesso, du­rante tutta l'eternità della vita futura.

Carvallo                        - Dev'essere molto soddisfacente, questo pensiero.

Darde                            - L'errore di mia moglie è stato più un'indiscrezione che un peccato. Ho perdonato an­che a lei. Così siamo felicemente riuniti, e mo­strando misericordia verso l'autore delle nostre col­pe, lo arruoleremo senza dubbio nuovamente nei battaglioni dei Puri di Cuore.

Ventre                           - Amen.

Carvallo                        - Sentite, miei cari. Questa scena è proprio commovente. Ho nella mia macchina una bottiglia di cognac... posso pregarvi di unirvi tutti a me per festeggiare questo perdono generale?

Darde                            - E' contro i miei principi indulgere alle bevande alcooliche. Ed è doppia abominazione accettarle dalle mani di un nemico...

Carvallo                        - Il vantaggio del cognac è che si può allungarlo con acqua, nella misura delle pro­prie convinzioni. E poi : se vincete la guerra, potete accettarlo a titolo di riparazioni; se la vinciamo noi, come aiuto alla ricostruzione. (Esce seguito da Gross. Entra Smilia).

Vinke                            - Non so proprio come possiamo uscirne.

Smilia                            - Ho spiegato a Darde quello che è successo.

Vinke                            - (a Darde) Siete davvero il peggior co­spiratore che abbia mai conosciuto!

Darde                            - Non mi piace essere costretto a men­tire.

Vinke                            - Eppure debbo dire che avete detto al­cune bugie abbastanza cretine. Non so perché avete dovuto affermargli che io ero a Velma.

Darde                            - E come potevo giustificare che avevo i vostri documenti?

Vinke                            - Sono stufo di fingere di essere un altro! Io, un materialista, un biologo celibe e socialista, ho dovuto, fino a due ore fa, assumere la perso­nalità di un evangelista dissidente e di un sedut­tore anarchico! Sarei veramente contento di potere essere nuovamente me stesso.

Smilia                            - Non è possibile. Il capitano ha diffi­dato di voi dal primo momento. Non ha creduto alla vostra identità. Vi ha definito « l'improbabile professore». (Siede col suo lavoro).

Vinke                            - Tutto perché siete entrato in quel modo impetuoso e avete tratto le più assurde e ridicole conclusioni dal fatto di avermi visto men­tre abbracciavo vostra moglie!

Darde                            - Non mi ero accorto della presenza di un ufficiale nemico. Se lo avessi visto, avrei capito che stavate fingendo.

Vinke                            - Se foste entrato con maggior natura­lezza e aveste detto che eravate me, non avremmo avuto nessun fastidio...

Darde                            - Ne avevo abbastanza di essere voi! Trovo anche più difficile assumere il vostro carat­tere che indossare i vostri ridicoli calzoni!

Vinke                            - E guardate un poco che figura faccio io coi vostri, maledizione! E vi rendete conto che probabilmente domani mattina mi metterà al mu­ro? Ho dovuto recitare la commedia più miserabile e abietta per essere libero stasera, in modo da po­termi incontrare con quell'altro e consegnargli i messaggi...

Darde                            - Se non vi foste finto ammalato per scansare la vostra missione, non avrei dovuto com­pierla io in vece vostra...

Vinke                            - Se andiamo ad esaminare la faccenda, dovete riconoscere che vi è toccata la parte mi­gliore...

Darde                            - Niente affatto! Sono stato nascosto per quasi tre ore in uno sgabuzzino soffocante, e vi assicuro che non era punto piacevole. Se fossi gio­vane, avrei raggiunto l'esercito per combattere come un onesto soldato; invece mi tocca fare l'agente se­greto, ed abbassarmi continuamente alle più inde­gne simulazioni. Unico mio conforto è il ricordo delle due spie mandate da Giosuè nell'interno di Gerico... (La porta si spalanca per lasciare entrare il barone).

Il Barone                       - Temevo di non potere entrare senza farmi vedere da lui. E... (Volge lo sguardo da Darde a Vinke e viceversa, con la più grande stupefazione) Beh, ero convinto di non essere punto ubriaco...

Darde                            - Abbiamo dovuto scambiare le nostre missioni. Questo è il professor Vinke, dell'Univer­sità di Velma.

Il Barone                       - Ah... molto lieto.

Vinke                            - Piacere...

Il Barone                       - (con maniera studiatamente casuale) Pare che il prezzo del pesce salirà alle stelle, quest'anno.

Vinke                            - Anche il prezzo della carne va au­mentando.

Il Barone                       - XYZ234?

Vinke                            - RST 789.

Il Barone                       - Bene... siete proprio voi. Avete qualche cosa per me?

Vinke                            - Scusate un momento. E' cucito nell'interno della mia camicia.

Il Barone                       - Benissimo! E congratulazioni per il buon successo della vostra missione. Ora debbo dirvi che sono arrivate nuove istruzioni.

Vinke                            - (frugando dentro la camicia) Oh, que­sto poi è troppo!

Darde                            - E io sono appena tornato dall'aver condotto a fine un compito lungo e noioso...

Il Barone                       - Posso ricordarvi che una lamentela da parte di più di un individuo costituisce ammu­tinamento? Mettete forse in discussione la mia au­torità?

Darde e Vinke              - (insieme) No...

Il Barone                       - Sono lieto di sentire la vostra rispo­sta. (A Vinke) Avete finito di frugare nella vostra biancheria?

Vinke                            - Ecco... (Porge il messaggio).

Il Barone                       - Grazie. Dunque: domani è l'an­niversario della fondazione della Repubblica.

Vinke                            - Viva il Re!

Il Barone                       - Come?

Vinke -                          - Volevo dire: viva la Repubblica!

Il Barone                       - Ah, ora va bene!

Vinke                            - Scusatemi... i cambiamenti sono così rapidi...

Il Barone                       - Sono dunque arrivate istruzioni : bisogna compiere un gesto significativo. Ogni par­tigiano deve uccidere almeno un nemico in onore della celebrazione.

Vinke                            - Oh...

Darde                            - Oh... Fiduciosi nella giustizia della nostra causa, non possiamo fallire. Però avrei pre­ferito esser avvertito un po' prima...

Vinke                            - Chi uccidereste voi?

Il Barone                       - In casa mia ho ospitato, col bi­glietto d'alloggio, un assistente dell'ufficiale paga­tore.

Smilia                            - Quello che ho visto in giro per il vil­laggio, con una quantità di galloni d'argento sul berretto?

Il Barone                       - Precisamente.

Smilia                            - Ma è un vecchio... porta anche gli occhiali...

Il Barone                       - Chiunque io uccida, è affar mio. Sono qui per dare a voi le disposizioni per il vo­stro. Quel giovine ufficiale è alloggiato qui, non è vero?

Darde                            - Sì.

Il Barone                       - Allora, quello è per voi. Non c'è nessun altro? (Smilia si alza inorridita).

Vinke                            - C'è il suo attendente.

Il Barone                       - Quello andrà bene per voi, allora.

Darde                            - Ma... e le rappresaglie?

Il Barone                       - La stessa cosa vien fatta in tutto il paese. Non possono esercitare rappresaglie su tutta la popolazione.

Vinke                            - Sicuro che possono farlo. Possono de­cimarci.

Il Barone                       - E avete qualche obiezione ad esser decimato?

Vinke                            - Come no? La più valida delle obie­zioni. Ad ogni modo - per esser precisi - non si può decimare una sola persona; bisogna che siano dieci.

Il Barone                       - Qui siamo solamente in quattro, sicché siamo assolutamente sicuri... Chiunque man­cherà al proprio dovere, agirà contro i nostri inte­ressi. Questa è un'operazione che richiede spirito di corpo, caro Vinke. Dunque, domani a mezzo­giorno, aspetto due cadaveri.

Vinke                            - Ma...

Il Barone                       - Che cosa?

Vinke                            - Ecco... il capitano è un giovane piut­tosto simpatico...

Il Barone                       - E questo che c'entra?

Vinke                            - Mi pare che c'entri benissimo, dal mo­mento che ci chiedete di ucciderlo.

il  Barone                      - Vorreste con ciò concludere che un soldato, prima di sparare, deve considerare se il suo bersaglio è un giovine simpatico o no?

Vinke                            - Certo, se lo facesse sparerebbe assai raramente.

Il Barone                       - Se siete pacifista non avreste do­vuto arruolarvi fra i partigiani.

Vinke                            - Mi sono arruolato unicamente per con­vincere il futuro governo della mia integrità come scienziato. Come tale, non trovo che l'uccisione del capitano giovi in qualche modo all'evoluzione della specie. Quel giovine è un esemplare veramen­te desiderabile. Se potessi fare a modo mio, farei di lui non un cadavere ma un donatore.

Il Barone                       - Supponiamo che questo genere di conversazione si svolga fra ogni ufficiale e le sue truppe prima di un attacco, in che specie di stato verremmo a trovarci allora?

Vinke                            - Utopia.

Il Barone                       - Se disobbedite agli ordini, dopo la fine della guerra vi farò arrestare come collabo­razionista.

Vinke                            - Ammesso che vinciamo la guerra.

Il Barone                       - La vinceremo di certo.

Vinke                            - Perché?

Il Barone                       - Perché la causa della Libertà trionfa sempre.

Vinke                            - Spiegatemi, allora, la prolungata ser­vitù di certi popoli asiatici.

Il Barone                       - Andate al diavolo! Non sono qui per discutere!

Darde                            - Il barone ha ragione. E' nostro do­vere uccidere gli iniqui.

Vinke                            - Per carità, finitela con questo vostro orribile gergo medioevale! Per « uccidere gli iniqui » suppongo che intendiate eliminare gli elementi anti-sociali... E allora esprimetevi così, per l'amor di Dio!

Smilia                            - E' assolutamente fuori questione che si uccida il capitano. Non voglio.

Il Barone                       - Voi non dovreste essere presente. Sono faccende fra uomini. Andate via.

Smilia                            - C'è stata, anni fa, una donna che ha sofferto pene e travagli per far venire in questo mondo il capitano; e tutto quello che voialtri uo­mini sapete fare, è cercare il modo di mandarlo in quell'altro!

Vinke                            - In fin dei conti, è un ospite. Non pos­siamo dimenticare i doveri dell'ospitalità...

Il Barone                       - Non è un ospite! E' qui col bi­glietto d'alloggio...

Darde                            - E' stato lui che ha chiesto che gli si desse da dormire. Possiamo trucidarlo senza ri­morsi di coscienza.

Il Barone                       - Certamente. Grazie per il vostro buon esempio, Darde. Verrete al castello a fare il vostro rapporto appena avrete compita l'opera. Cioè... non immediatamente: verso le sette e mez­zo. Dopo che avrò preso il mio tè del mattino. (Sulla soglia) E ricordatevi che se non è fatto in modo da soddisfarmi, vi denuncerò per colla­borazione. E sapete che cosa significa? Epurazione. (Esce).

Smilia                            - Ma è incredibile, Gaspare!

Darde                            - Va' disopra, in camera tua.

Smilia                            - No! Cercherò il capitano e lo metterò in guardia!

Darde                            - Allora sarò arrestato e fucilato. Pre­ferisci perdere tuo marito piuttosto che uno stra­niero?

Vinke                            - Credo che sia meglio che andiate via, signora Darde. Vedrò che cosa posso fare.

Smilia                            - Mi promettete di non far nulla senza dirmelo?

Vinke                            - Prometto. (Smilia esce).

Darde                            - Ora, esaminiamo metodicamente il problema. Quali mezzi vi sono per distruggerlo?

Vinke                            - Adottando un atteggiamento stretta­mente scientifico: lo strangolamento: esso si di­vide in manuale e meccanico; la soffocazione me­diante elemento liquido o solido o gassoso; la de­capitazione, il dissanguamento, la combustione, la lacerazione, l'esplosione.

Darde                            - O l'avvelenamento.

Vinke                            - Già; lo avevo dimenticato.

Daede                           - La miglior cosa sarebbe studiare i me­todi rivelatici dalla Bibbia.

Vinke                            - Sono d'accordo che il Vecchio Testa­mento è forse l'opera più comprensiva sull'argo­mento.

Darde                            - Vi sono poche informazioni, per quan­to ricordo, sullo strangolamento. Vi sono circa cen­tosessanta riferimenti al fuoco, escludendo i roghi eretti per offerte sacrificali; ma l'unico importante, mi pare, è nel secondo libro dei Re quando il fuo­co è disceso dal cielo bruciando due condottieri. Ma non possiamo sperare tanto. I condottieri dei Faraoni furono affogati e sprofondarono come se fossero stati di pietra. Geremia parla di fare a pez­zi i nemici e anche di ubriacarli. Questa potrebbe essere un'idea: ubriacarlo prima, sicché sarebbe poi più facile spacciarlo... (Entra Carvallo. E' su­bito fra i due tenendo in mano una bottiglia dì cognac).

Carvallo                        - Ah! Ho visto che sono sistemato molto comodamente; vi sono molto grato. Posso chiedervi in prestito un cavatappi e qualche bic­chiere? (Darde va a prenderli) Non potete immagi­nare come renda varia la vita il fatto di essere sempre in moto e di dormire in luoghi diversi. Una notte in una buca fatta da un proiettile d'ar­tiglieria e la notte seguente in un palazzo abbandonato. Ma già, voi siete uno studioso vagabondo, non è vero? Quindi conoscete anche voi tutto que­sto e ne vedete i vantaggi.

Vinke                            - Debbo confessarvi che non capisco il vostro punto di vista. Il prezzo delle varie espe­rienze che godete è la assoluta incertezza sulla lunghezza del tempo che vi è dato per goderle.

Cabvaixo                       - E' appunto questa incertezza che mi rende doppiamente grato alla vita.

Darde                            - Dunque non avete paura della morte?

Carvallo                        - Ho paura del dolore fisico che può accompagnarla e della... diciamo « spiacevolezza » del modo in cui morirò; ma l'idea di morire, per se stessa non mi spaventa. Cioè... non ho paura di cessare di esistere. Ma se vi è possibilità che uno possa continuare ad esistere, dopo morto, in una qualche forma incorporea... questa prospettiva mi atterrisce.

Darde                            - Perché?

Carvallo                        - Perché se il mio spirito deve esi­stere senza il mio corpo, non vi è per me alcuna prospettiva di pace.

Darde                            - (posando i bicchieri con molta attenzio­ne) Vorreste dire che senza la soddisfazione de­gli appetiti del vostro corpo, il vostro spirito non potrebbe mai aver riposo?

Carvallo                        - Temo che sia così.

Darde                            - Ma quando avrete cessato di essere carne, questi appetiti non vi daranno più alcun fastidio.

Carvallo                        - Vorrei poterne essere certo. Ma anche se tutte le mie passioni corporee fossero spente, il mio spirito potrebbe continuare a vivere... con un credito.

Darde                            - Questo è assolutamente impossibile!

Carvallo                        - Voi non conoscete il mio spirito.

Vinke                            - Dovreste avere un colloquio, voi due. Quando io fingevo di essere voi (a Darde) il ca­pitano mi ha confessato che desiderava che qual­cuno intraprendesse di convertirlo.

Darde                            - Davvero?

Carvallo                        - Sì. Quantunque io sia un pecca­tore e sia in grado di giustificare filosoficamente i miei peccati, riconosco che il peccato in se stesso è come una dieta di pane e patate: vi sazia per un momento, ma non vi soddisfa. In realtà, sono maturo per la conversione ad un altro sistema di vita, sebbene non sappia quale sia. E non vorrei morire prima di saperne qualche cosa.

Darde                            - (estremamente turbato. Dopo aver vol­tato lo sguardo dall'uno all'altro) Ho intrapreso molte conversioni; ma nessuna che fosse così stra­ordinariamente urgente.

Carvallo                        - Mi spiace discorrere con voialtri. E' molto tempo che non mi lascio andare a tanta confidenza... Ascoltatemi! Ho il vago sospetto che stiate facendo qualche cosa di poco... corretto: mer­cato nero o altra roba del genere; ma mi sento così bene fra voi che preferisco non approfondire la vostra attività. Siamo diventati... ma sì, dicia­molo: siamo diventati amici, non è vero? E seb­bene ciascuno di noi abbia i propri doveri da com­piere, possiamo, in certo modo, aver fiducia, ap­punto come amici, l'uno nell'altro; non vi pare?

Vinke                            - Sì...

Darde                            - Sì...

Carvallo                        - Ero certo che anche voi la pen­savate così. Beviamo un po' di cognac.

Darde e

Vinke                            - Grazie.

Vinke                            - Spero che il capitano sarà almeno temporaneamente risparmiato.

Darde                            - Ho avuto lo stesso pensiero.

Carvallo                        - Per carità! Non credo che sarò ucciso- stanotte! Il fronte è a trenta chilometri da qui...

Darde                            - Nessun uomo può prevedere qual è la sua ultima ora.

Vinke                            - (a Darde che ha preso il suo bicchiere) Questo è il mio.

Darde                            - Scusate. (Sorseggia il suo) Sebbene i miei princìpi mi vietino le bevande alcooliche, credo che mi permetteranno di berne un altro goccio meno annacquato... Capitano Carvallo! Non posso tentare la vostra conversione se non mi intrattengo con voi almeno per una settimana. E' vero che una volta ho convertito un maniscalco in un'ora e ; mezzo; ma avevo visto un angelo in fondo al suo giardino, sicché il caso era eccezionale. Temo che dovrò abbandonare la vostra anima al demonio... e lasciarvi andare per la vostra strada.

Carvallo                        - Ma pare che avremo un periodo di riposo. Dovremmo trattenerci qui almeno otto o die­ci giorni.

Darde                            - Capisco. .

Carvallo                        - E allora, volete tentare? Non pro­metto di convertirmi proprio alla vostra fede, ma sono certo che un corso intensivo dei vostri punti di vista mi aiuterà almeno a credere qualche cosa.

Darde                            - Ci penserò. Prima vi sono da prendere... altre decisioni. (Entra Gross).

Gross                             - (sull'attenti) L'ufficiale di picchetto avverte che è pronto per l'ispezione, signor ca­pitano.

Carvallo                        - Ah già... signor Darde, debbo dirvi che sono già assai ben disposto verso di voi. La buona grazia con la quale accordate la vostra fiducia a quel vagabondo seduttore di virtù femminili (indicando Vinke) dimostra uno spirito notevolmente superiore.

Darde                            - Non ho fatto altro che estendere a lui i precetti della carità cristiana.

Carvallo                        - Vorrei che tutti i mariti fossero così caritatevoli. (Esce seguito da Gross che porta la pentola dell'acqua).

Vinke                            - Beh?

Darde                            - Sono straordinariamente turbato. Ero stato contento quando mi si era offerta la possibi­lità di unirmi all'esercito dei giusti per trucidare qualcuno degli iniqui adoratori di Baal... è inutile che protestiate contro quello che chiamate il mio gergo! Fra cento anni il vostro linguaggio sembre­rà altrettanto antiquato. Ma ora mi viene offerta la scelta tra ucciderlo e salvare la sua anima... Evi­dentemente è preferibile salvarlo. Ma il barone ac­consentirà ad un rinvio, dandomi il tempo di ve­rificare se questo uomo è suscettibile di redenzione o no?

Vinke                            - Ne dubito. C'è la questione dell'an­niversario che cade domani...

Darde                            - E non c'è qualche anniversario al­trettanto acconcio fra una quindicina di giorni?

Vinke                            - (consultando il suo calendario) Non mi pare. Fra non molto c'è la festa di San Barnaba... che celebra l'indipendenza americana... L'unica co­sa che si potrebbe fare è un tentativo mal riuscito; poter dimostrare al barone che abbiamo tentato... Non avete, per caso, qualche esplosivo?

Darde                            - Ci sono cento chili di ammanolo die­tro a certi volumi di inni sacri, in quella credenza.

Vinke                            - Benone! Possiamo far saltare in aria la stalla...

Darde                            - Cosa dite?

Vinke                            - Siete assicurato contro i danni di guer­ra, no?

Darde                            - Credo di sì.

Vinke                            - E allora, facciamo saltare la stalla di­sponendo le cose in modo che loro non ci siano dentro. Le macerie dimostreranno al barone che ab­biamo tentato; si può attribuire l'esplosione ad un obice che ha sbagliato strada e voi avrete, a guerra finita, una bella stalla nuova.

Darde                            - (dopo una pausa di riflessione) Esa­minerò la mia polizza. (Va ad aprire un cassetto) Ma come si fa a fargli lasciare il letto durante la notte?

Vinke                            - Che ne direste di un piccolo incendio qui in casa?

Darde                            - Mi fate già saltare la stalla; volete anche distruggermi la casa? (Entra Smilia).

Smilia                            - Che avete deciso di fare?

Vinke                            - Stiamo combinando di far saltare la stalla senza che vi sia dentro il capitano.

Smilia                            - E come potete assicurarvi che non ci sia?

Vinke                            - Questo è il problema.

Darde                            - (leggendo la polizza) «Tutti gli sta­bili e le dipendenze entro e nelle vicinanze del villaggio di... hmmm... come pure tutte le condut­ture, corsi d'acqua, viottoli, sentieri, eccetera ecce­tera... saranno mantenute e riparate a proprie spese, eccetera eccetera... insieme a tutte le condutture, corsi d'acqua, viottoli... ».

Vinke                            - Sentieri eccetera eccetera... Sbrigatevi, Dio benedetto!

Darde                            - « ...hmmm... hmmm... eccettuato in­cendi eccetera eccetera... ». Benissimo. Tutta la mia proprietà è protetta. Possiamo farlo. Ma avete pen­sato al modo come assicurarvi la sua assenza?

Vinke                            - Ci sarebbe una soluzione, ma dubito che l'approviate.

Darde                            - Sentiamo.

Vinke                            - Potremo fargli avere un appunta­mento.

Darde                            - Con chi?

Vinke                            - Con una donna.

Darde                            - E' un suggerimento vergognoso. Con quale donna?

Vinke                            - Ne abbiamo solo due: vostra moglie e Annina.

Darde                            - Oh, non si può pervertire la mente di una ragazza! No, no; neanche parlarne.

Vinke                            - Non abbiamo tempo di discutere! Fa­te dare da Annina un appuntamento al capitano e domani gli direte che accettandolo ha dimostrato di essere un peccatore indurito. Sarà un eccellente prologo per la sua conversione.

Smilia                            - State dimenticando l'attendente.

Darde                            - Ho notato in lui qualche segno di degenerazione. Perciò si potrebbe farlo saltare in aria con la stalla. C'è probabilità che la sua anima si salvi.

Vinke                            - Aggiungerebbe verità alla cosa. Ma in fondo, povero diavolo...

Smilia                            - Mi pare che il vostro progetto non sia studiato bene. Annina ha troppo poca espe­rienza per menare per il naso il capitano; e la cosa potrebbe avere su lei un effetto assai pericoloso.

Vinke                            - E allora, che cosa proporreste?

Smilia                            - Che lasciate a me il capitano.

Darde                            - Come?

Smilia                            - Che gli dia io un appuntamento.

Darde                            - Ma... tu sei una donna maritata! Non sei più tanto giovane... sei una rispettabile donna di casa... Non essere ridicola. Riderebbe di te, il ca­pitano.

Smilia                            - Eppure credo che posso farlo rima­nere lontano dalla stalla per tutto il tempo che vo­lete.

Darde                            - Ma allora... se è a questo punto di corruzione, non vale la pena di salvarlo.

Vinke                            - Caro amico, quale uomo invitato a un colloquio con vostra moglie, potrebbe rifiutare?

Darde                            - Eh?

Vinke                            - (in fretta) Naturalmente eccettuato me, perché ho in merito dei princìpi particolari. Ma credetemi, nessun uomo normale, giovane, senza legami, di qualsiasi paese, rinuncerebbe a una simile fortuna a meno che non fosse... beh, quello che i giovani normali non sono, per ragio­ni biologiche.

Darde                            - Quest'idea mi sembra un'offesa ver­gognosa alla morale comune e un volgare atten­tato alla santità della famiglia! Dove dovrebbe aver luogo il convegno?

Vinke                            - (dopo un cenno di sollievo a Smilid) Non all'aperto, perché ci vedrebbe mentre diamo fuoco alla miccia. E nemmeno qui, perché dalla finestra si vede la stalla. Bisogna che sia in una stanza che affacci da un'altra parte.

Darde                            - Ce n'è una sola: la camera da letto; e questo è assolutamente fuori discussione.

Smilia                            - Non mi pare.

Darde                            - Cooome!

Smilia                            - Certo la salvezza dell'anima del capi­tano è più importante di un piccolo graffio alla mia reputazione, no?

Vinke                            - Non capite? Vostra moglie lo invita nella sua camera. Il capitano accetta. Appena ve­diamo che è entrato in casa diamo fuoco alla miccia. Non farà neanche in tempo a vedere la si­gnora!

Darde                            - Ma io dove sarò mentre tutto questo succede?

Smilia                            - Bisognerà che questa sera tu ti as­senti.

Darde                            - Ah sì?! Ma neanche per sogno!

Vinke                            - Dovrete soltanto fingere di allonta­narvi...

Smilia                            - Partirai col carretto e quando sarai in fondo al viale volterai il cavallo e rientrerai nasco­stamente dalla porticina di servizio!

Vinke                            - Il piano, in questo modo, è perfetto! (Darde è in mezzo ai due).

Smilia                            - (dall'altra parte) E l'alibi di Gaspare sarà inoppugnabile!

Vinke                            - Nessuno potrà mettere in dubbio...

Smilia                            - Il bel capitano sarà salvato...

Vinke                            - E l'orribile barone sarà contento...

Darde                            - Veramente mi pare che...

Vinke                            - Sapevamo che avreste acconsentito!

Smilia                            - Ne eravamo certi!

Vinke                            - Rallegramenti per la vostra coraggiosa decisione!

Darde                            - E va bene. D'accordo. Farò come vo­lete. Ma non senza una grave perturbazione della mia coscienza.

Vinke                            - Non ci pensate! Tirate fuori l'esplo­sivo. Voi (a Smilia) andate a cercare una cassetta un po' grande. (Smilia esce).

Darde                            - Volete aiutarmi a togliere quei libri, per favore?

Vinke                            - Non potete da solo? Io debbo badare se arriva qualcuno...

Darde                            - Sono centoquaranta volumi, legati in pacchi di dieci ciascuno.

Vinke                            - (aiutandolo) Se non aveste perso tan­to tempo a riflettere su questa faccenda, a quest'ora sarebbe tutto pronto. Perché questi volumi sono; più grossi?

Darde                            - Sono le copie dei cori.

Vinke                            - (sollevando un pacco di libri) So che... se certi stimoli... provocano un dato tipo d'uomo... questi si comporterà nel modo previsto. Dato que­sto, posso immaginare... Voi vi siete approfondito nella morale... nel dogma... e nella dialettica me­dievale... Ma santo Dio, quanti ce ne sono ancora?

Darde                            - (cacciando la testa fuori dalla credenza) Cinque. E un pezzo di un armonium.

Vinke                            - Non so a che cosa serva la vostra pre­ziosa libertà d'azione, quando siete così impacciato che non riuscite ad agire in nessun modo.

Darde                            - (riapparendo con la tastiera di un armo­nium) Non è questo il momento per discutere i primi princìpi. State attento alle cordicelle. (Entra Smilia trascinando un bauletto).

Vinke                            - C'è ancora via libera? Mi vergogno di ammetterlo, ma provo una certa allegrezza in­fantile. « Guardatevi dalla Mano Nera, altrimenti scorrerà il sangue!». Ah, ah, ah, ah!

Darde                            - Siete assurdo... e state calpestando i miei Apocrifi.

Vinke                            - Scusatemi. (A Smilia) Si vede?

Smilia                            - (alla finestra) Sì.. No, no... Ah, ec­colo che torna!

Vinke                            - r- Presto... Dov'è questo maledetto esplo­sivo?

Smilia                            - E! già nel viale... Fate presto!

Darde                            - (tirando fuori le lattine) Eccolo!

Vinke                            - Su, mettiamole nel baule. Per carità, state attento! Ehi, piano, vi dico! Se lo incontrate, questo è il vostro bagaglio; capito? Siete in procinto di partire per Velma.

Darde                            - Mi si costringe ad un'altra simulazione!

Vinke                            - (a Smilia) E non dimenticate che dovete dare appuntamento al capitano dicendogli che I venga su da voi... al più presto possibile.

Smilia                            - Farò tutto quello che posso.

Darde                            - Non più del necessario!

Smilia                            - Sta venendo! E' qui fuori... si pulisce le scarpe...

Darde                            - Lo sapevo! Ero certo che saremmo stati scoperti!

Vinke                            - Chiudete il baule! Sedetevici sopra!»

Darde                            - Non posso... quest'ultima lattina non entra...

Vinke                            - Allora tenetela sulle ginocchia. Avanti, sedete sul baule... (Darde siede tenendo la latta sulle ginocchia. Vinke afferra un volume di inni. Carvallo entra con Gross. Vinke guida il canto a cui si uniscono Smilia e Darde) « Esiste un coro giocondo - lontano, lontano nel mondo - è quello che esprime l'amore - che i Santi ed i puri hanno in cuore. (Carvallo si mette sull'attenti ed accenna a Gross di fare altrettanto) Oh gioia di unirci in quel canto - scordando per sempre ogni pianto - e che la nostr'anima oppressa - raggiunga la Terra Promessa!

Tutti                              - Aaaamen!

Carvallo                        - Chiedo scusa di avere interrotto le vostre devozioni.

Vinke                            - Oh, non c'è di che. Il signor Darde è stato improvvisamente chiamato, e quindi deve par­tire; abbiamo pensato di organizzare alla svelta una piccola cerimonia per augurargli il buon viaggio.

Carvallo                        - (guardando i libri) A quanto pare aspettavate un intervento piuttosto numeroso?

Vinke                            - No; stavamo aiutando il signor Darde a preparare il bagaglio. Deve andare a Velma que­sta sera stessa...

Carvallo                        - Non avrete avuto qualche cattiva notizia, spero?

Darde                            - No. Debbo andare a vedere mia zia.

Carvallo                        - Ma non l'avevate accompagnata al cimitero oggi?

Darde                            - Sì.

Carvallo                        - E allora come potete vederla?

Vinke                            - L'autorità giudiziaria ha dato ordine che fosse immediatamente esumata.

Carvallo                        - Oh... per poter fare l'autopsia? Si sospetta forse un crimine?

Vinke                            - Temo di sì. E potrebbero magari so­spettare il nostro vecchio Darde. (A Darde) Suv­via, amico; è ora di andare. (Prendono il baule e lo fortano verso la porta. Smilia porge a Darde il suo cappello. Per prenderlo, Darde lascia andare il baule. Lo riprendono con grande ansietà).

Smilia                            - (baciando il marito) Buon viaggio.

Darde                            - Grazie. E che tu possa essere protetta e salvata dai pericoli che l'oscurità della notte porta con sé. (Escono).

Carvallo                        - Bene, Gross, credo che non ci sia altro da fare. Mi chiamerai alle sei e mezzo.

Cross                             - Forse avete dimenticato che volevate faro il bagno? Oramai l'acqua si sarà raffreddata...

Carvallo                        - Ah, sì, hai ragione. Vengo subito. Buona notte, Gross.

Gross                             - Buona notte, signor capitano. (Fa il saluto ed esce).

Carvallo                        - Immagino che non fumiate, vero?

Smilia                            - No, grazie.

Carvallo                        - Vi dà fastidio se fumo una siga­retta?

Smilia                            - Prego.

Carvallo                        - (dopo avere acceso) Sono pieno di vergogna e di umiliazione.

Smilia                            - Perché?

Carvallo                        - Per il mio contegno di un'ora fa... Voglio dirvi la verità. Ho messo in opera con voi tutti i vecchi trucchi perché credevo che quello che provavo per voi fosse soltanto... un capriccio passeggero. Ora mi accorgo che... Posso dirvi che questo è assai diverso dal solito addio convenzio­nale? Che la mia spensieratezza, il mio consueto umorismo in queste faccende mi hanno comple­tamente abbandonato e che mi sento disperata­mente, ridicolmente serio?

Smilia                            - E' una fortuna per voi poter parago­nare il vostro sentimento con quello che avete pro­vato in altre innumerevoli occasioni. Io non posso fare altrettanto perché non ho mai avuto una si­mile esperienza prima di oggi.

Carvallo                        - Ne sono felice... e spero che que­st'esperienza sia una gioia per voi.

Smilia                            - No, non lo è...

Carvallo                        - Sentite: stasera vi ho detto una delle solite bugie che sono sempre molto efficaci. Vi ho detto che dovevo partire domani. Invece do­vrò probabilmente rimanere qui per otto o dieci giorni. E potrò trascorrere molto tempo con voi, non è vero? Mi piacerebbe fare qualche passeg­giata insieme... condurvi con la mia macchina a far merenda sull'erba...

Smilia                            - Temo che non sarà possibile.

Carvallo                        - Bisogna che lo sia. Non posso ri­manere qui vicino a voi senza vedervi mai da sola!

Smilia                            - Ci sarà mio marito e dovrò occuparmi di lui e della casa.

Carvallo                        - Quando torna?

Smilia                            - Domani, in mattinata.

Carvallo                        - Allora abbiamo solo poche ore del mattino di domani, senza di lui?

Smilia                            - Sì. Poche ore del mattino... e questa notte.

Carvallo                        - Questa notte?

Smilia                            - Sì...

Carvallo                        - Mi proporreste... Credo che non mi abbiate ben compreso or ora, quando vi ho detto che il mio atteggiamento era completamente mutato. E' tremendamente difficile spiegarvelo, ma... le mie intenzioni verso di voi... sono ora quanto vi può essere di più onesto.

Smilia                            - Oh...

Carvallo                        - So che la mia può sembrare una contraddizione ma - credetemi, vi prego! - non chiedo altro che... starvi accanto; parlare... sì, parlare di tutte le cose che ci piacciono e di quelle che ci dispiacciono... starvi accanto e provare una pungente tristezza perché nient'altro è possibile. E tutto questo, capite, dipende dal sapere che siete assolutamente ed eternamente irraggiungibile.

Smilia                            - Dio mio... tutto va male!

Carvallo                        - Male? Al contrario, va tutto bene! Vostro marito voleva tentare di convertirmi ad un sistema di vita più saggio... e ha detto che il mi­nimo di tempo che gli occorre è una settimana. Ma voi mi avete convertito in meno di un'ora, senza discussioni e senza dogmi... semplicemente essendo quella che siete!

Smilia                            - Sì; ma bisogna anche essere pratici!

Carvallo                        - Pratici! Ho forse commesso qual­che errore ridicolo'? Oh, mi sta bene! Mi innamoro per la prima volta in vita mia e vado ad imbat­termi in una donna che mi tratta come io ho sem­pre trattato le altre!

Smilia                            - Ma no! Ascoltatemi. Potremmo tro­varci un poco insieme stanotte... per essere soli, discorrere... leggerci scambievolmente delle poesie.

Carvallo                        - Ma lo siamo, soli! E stiamo par­lando. Ed ho in tasca le opere scelte di Victor Hugo...

Smilia                            - Allora... non c'è altro da dire.

Carvallo                        - No... Vi prego, comprendetemi: sto cercando di rendervi il migliore omaggio che un uomo possa rendere ad una donna.

Smilia                            - Così si dice. Ma in questo momento non vedo precisamente perché... Senza dubbio le circostanze, l'ora... fanno apparire una follia il rifiutarci così ostinatamente la gioia... Veramente, ora che ci penso, mi pare egoismo bell'e buono da parte vostra.

Carvallo                        - Ho sentito precisamente gli stessi argomenti... Ma usati dal mio sesso verso il vo­stro. Specialmente quello dell'egoismo...

Smilia                            - (esasperata) Oh!... (Entra Vinke).

Vinke                            - Oh, salve! Dunque, ho avviato Darde. E' partito. (Sbadiglia esageratamente) Si fa tardi; sarà bene che vada a coricarmi. Dove dormo, signora?

Smilia                            - Potete mettervi sul divano del sa­lotto.

Vinke                            - Grazie. Dormirò come un ghiro... Nemmeno le trombe del giorno del giudizio po­trebbero svegliarmi. La notte fuori è meravigliosa. A proposito: non dovete prendere troppo sul serio quello che ho detto sulla felicità di vivere senza donne. Intendevo soltanto dire che il dieci per cento del mondo dovrebbe vivere a modo mio; ma voi, a quanto sembra, siete più adatto, per il vo­stro temperamento, a vivere nell'altra maniera. E vi auguro di goderne quanto più potete! Buona notte!

Carvallo                        - Signor Legione: un'osservazione in fatto di etichetta. Poiché siamo due uomini soli in presenza di una signora il cui marito è assente, mi pare che sarebbe corretto se ci ritirassimo tutti e due contemporaneamente. Così la reputazione della signora non verrà compromessa da nessuno di noi.

Vinke                            - Un pensiero pieno di delicatezza. Siete pronto, allora?

Carvallo                        - Prontissimo. (Prende la maniglia della porta).

Vinke                            - (prende la maniglia dell'altra porta) Uno, due, tre...

Carvallo e Vinke           - (insieme) Buona notte! (Escono tutti e due. Per la prima volta in vita sua, Smilia tracanna un bicchiere pieno di cognac puro. Vinke rientra).

Vinke                            - Beh?

Smilia                            - Non vuol venire.

Vinke                            - Cooosa?

Smilia                            - Rifiuta assolutamente.

Vinke                            - Ma è un disastro! Dovete aver gio­cato le vostre carte come una vera schiappa!

Smilia                            - (lagrimosa) Può darsi benissimo. Non ho nessuna pratica del gioco.

Vinke                            - Come avete cominciato?

Smilia                            - Gli ho accennato, col maggior tatto possibile, che c'era la possibilità...

Vinke                            - Male! Malissimo! Santo Dio bene­detto, non avete capito che quest'uomo è un ro­mantico? Un individuo romantico non può venire indotto a far nulla se non quando ha l'assoluta convinzione che la riuscita è impossibile.

Smilia                            - Avreste dovuto darmi queste spiega­zioni prima che io cominciassi a partecipare alla stupida vicenda. Mi sono dovuta comportare co­me... come una donnaccia... umiliarmi davanti a lui...

Vinke                            - Ma questo è stato l'errore! Dovevate invece esaltarvi, mettere voi stessa su un altare...

Smilia                            - Potete dirmi come si fa ad esaltarsi ed offrirsi nello stesso tempo?

Vinke                            - Io non lo so, ma immagino che ogni donna con un po' di esperienza conosca il modo...

Smilia                            - Ma io non ne ho di esperienzg1 E poi venite qui a dirmi che ho fatto male, a sgri­darmi, mentre io... (Piange).

Vinke                            - Che diamine avete adesso? Su, su, finitela! Non so come fare, con voi... Finitela, ho detto! (Le esortazioni di Vinke non fanno che peg­giorare la situazione. Vinke le si avvicina, la circonda con un braccio, la accompagna ad una poltrona) Davvero... vi assicuro... non volevo offendervi. Avanti, sedete; vedo se posso trovare un i fazzoletto... (Darde entra dalla cascina) Ah, siete qui!

Darde                            - Sì, sono qui. E mi pare che ogni volta che entro in casa mia, vi trovo che abbrac­ciate mia moglie.

Vinke                            - Oh, non siate ridicolo!

Smilia                            - Non essere stupido, Gaspare!

Vinke                            - Il motivo di questa crisi è che il ca­pitano non ha accettato l'appuntamento.

Darde                            - Sul serio? Allora ho molte più spe­ranze per la sua salvezza! Ma lei perché piange? Si direbbe che è delusa...

Vinke                            - Voi avete fatto, dianzi, qualche spia­cevole osservazione intorno alle sue attrattive fi­siche. Ora che il capitano si è comportato in que­sto modo, la signora pensa che le vostre osserva­zioni fossero giustificate e naturalmente il suo or­goglio è ferito.

Smilia                            - Non è il mio orgoglio! (Va alla fine­stra e si soffia il naso).

Darde                            - Spero che non sia così. E d'altronde, non ho fatto nessuna osservazione spiacevole. Ho detto che non è più tanto giovine e che è una donna rispettabile... Devo dunque credere che l'at­teggiamento nel quale vi ho trovato fosse di con­forto e soccorso e non, come ho avuto l'impressione, di inopportuna libidine?

Vinke                            - Sì. No. Voglio dire... sì, la prima che avete detto.

Darde                            - Grazie. Avevo già perdonato entro di me... Dunque: sono andato ostentatamente giù per il viale, col carretto, e fortunatamente sono stato visto dall'attendente. Questo stabilisce che io non sono più qui.

Vinke                            - Benone. Ora dobbiamo trovare un al­tro modo per fare alzare dal letto il capitano.

Smilia                            - (che sta guardando fra le tendine) Non ce n'è bisogno... non si è coricato.

Vinke                            - Nooo?

Smilia                            - E' appoggiato al cancelletto dell'orto, e guarda la luna nell'atteggiamento più stupido e idiota che un uomo possa trovare.

Vinke                            - Può vedere la stalla dal punto dove si trova?

Smilia                            - No.

Vinke                            - Siamo salvi! O meglio, è salvo lui. Spegnete i lumi e aprite lo sportello della stufa per avere un po' di luce. (A Smilia) Voi salite in camera vostra. Voi, Darde, sgusciate fuori dalla porticina e fermatevi vicino alla miccia... (Smilia esce).

Darde                            - Non ho molta pratica nel maneggiare gli esplosivi. Sono certo che con la vostra espe­rienza scientifica...

Vinke                            - Non discutete. Avete fiammiferi?

Darde                            - Ne ho una scatola in tasca.

Vinke                            - Datemeli.

Darde                            - Non nella vostra tasca; nella mia.

Vinke                            - Come?

Darde                            - Nella mia giacca... quella che avete addosso.

Vinke                            - Che diavolo... Ah, ho capito... Ora state attento. Quando sarà il momento di dar fuoco alla miccia, io accenderò un fiammifero vi­cino alla finestra. E' chiaro?

Darde                            - Quando dovrò dar fuoco alla miccia, voi accenderete un fiammifero vicino a questa fi­nestra.

Vinke                            - Precisamente.

Darde                            - Precisamente.

Vinke                            - E fate attenzione all'attendente. Può darsi che non sia ancora a letto.

Darde                            - Speriamo che sia coricato. Vorrei di­struggere almeno uno degli iniqui prima dell'ar­mistizio.

Vinke                            - Probabilmente se è a letto non è tanto iniquo... (Va alla finestra) Benissimo. Il ca­pitano è ancora lì. Se non accendo il fiammifero vorrà dire o che è andato a letto o che si sta in­dugiando nell'area pericolosa. Avanti, svelto! Im­piegate tanto di quel tempo per ogni cosa! (Darde esce. Vinke guarda attraverso le tendine. Dopo un momento Darde torna) Che diavolo siete tornato a fare?

Darde                            - Per prendermi un fiammifero da ac­cendere. Altrimenti come faccio per la miccia?

Vinke                            - Uffa! Chiunque avesse un pochino di senso comune ci avrebbe pensato prima.

Darde                            - Tengo a farvi rilevare che...

Vinke                            - Andate, andate! (Lo spinge fuori dopo che quello ha preso il fiammifero e torna alla fi­nestra. Entra Smilia con una candela).

Smilia                            - Che cosa succede?

Vinke                            - Tornate in camera vostra.

Smilia                            - Ma io voglio sapere quello che suc­cede.

Vinke                            - Il capitano sta ancora contemplando la luna. Vostro marito sta andando verso la stalla per dar fuoco alla miccia. No, non io credereste... si è fermato per allacciarsi una scarpa!

Smilia                            - Lasciatemi guardare...

Vinke                            - No! Ho già abbastanza da fare, senza avere anche attorno un sacco di donne che fanno confusione. Andate a letto! (Smilia esce. Vinke sta per accendere il fiammifero quando a un tratto vede qualche cosa fuori. Cerca freneticamente dove na­scondersi e finalmente si ficca nell'armadio a muro dove sono le scope. Entra Gross cautamente. Cam­mina in punta di piedi. Si ferma, tende l'orecchio, non sente niente, va a versarsi da bere dalla botti­glia di cognac. Soffoca un colpo di tosse e si avvia in punta di piedi verso la scala. A metà strada sente lo scatto di una maniglia, ha porta si apre lentis­simamente di pochi centimetri e Gross ha il tempo di nascondersi nello stesso sgabuzzino dove si trova Vinke. La porta si apre. Entra Carvallo. Tende l'orecchio. Sta richiudendo la porta quando si sente un ansito dallo sgabuzzino e Gross balza fuori spa-ventatissimo e corre verso la porta).

Carvallo                        - (sussurra furibondo) Gross! Che diavolo fai qui?

Gross                             - Sono... sono venuto... a prendere la bottiglia del cognac, se per caso lei l'avesse di­menticata.

Carvallo                        - Bugiardo. Sei venuto per la ser­vetta.

Cross                             - E va bene. E' vero. Ma in quello sgabuzzino c'è una cosa tremenda.

Carvallo                        - Che cosa?

Gross                             - Sono andato a nascondermi lì dentro quando ho sentito la porta che si apriva e ho messo la mano... su una faccia.

Carvallo                        - Una faccia?

Gross                             - Una faccia umana. Immobile, ma an­cora calda. Credo che lì dentro ci sia un cadavere,

Carvallo                        - Sarà meglio che investighiamo.

Gross                             - Signor sì.

Carvallo                        - Hai un'arma?

Gross                             - Signor no.

Carvallo                        - Dovresti averla. Le istruzioni di­cono che non devi mai allontanarti dal quartiere senza essere armato.

Gross                             - Stasera non mi aspettavo molta resi­stenza.

Carvallo                        - Prendi l'attizzatoio... Ora, apri la porta. (Gross obbedisce con la maggior cautela per la propria salvezza ed entrambi guardano dentro) C'è un terribile odore di cognac... e mi pare che in quell'angolo ci sia qualcosa.

Gross                             - Date una botta con l'attizzatoio! (Car­vallo eseguisce. Si sente una specie di guaito e Vinke balza fuori).

Carvallo                        - Che diamine state facendo lì dentro?

Vinke                            - E che diamine state facendo voi due in un'abitazione privata, a quest'ora inoltrata?

Carvallo                        - Mi spiace dover dire che il mio attendente si era assentato senza permesso, per una impresa amorosa.

Vinke                            - E voi che state facendo?

Carvallo                        - Ero venuto per arrestarlo.

Vinke                            - Non vi credo.

Carvallo                        - Caro amico, ormai ci conosciamo troppo bene, noi due. Quindi posso confidarvi -ma a voi solo - che la biologia era troppo difficile per me.

Cross                             - Hum!

Carvallo                        - Che hai detto, Gross?

Gross                             - Stavo per dire, signor capitano - con­fidandolo a lei solo - che capisco alcune parole formate da più di una sillaba.

Vinke                            - Potreste prestarmi una sigaretta?

Carvallo                        - (dandogliene una) C'è un vec­chio proverbio, Gross, il quale dice : «Come il pa­drone, così il servo». Ma se qualcuno dovesse credere che sei stato corrotto dal mio cattivo esem­pio, vorrei far notare che quando eri attendente del cappellano, ti comportavi peggio di ora, se è possibile. (Si volta e vede Vinke che vicino alla finestra sta agitando un fiammifero acceso).

Vinke                            - (si accende la sigaretta, dopo avere agi­tato il fiammifero acceso vicino alla finestra) Debbo dire che formate una bella coppia! Comunque, le cose non avrebbero potuto andar meglio di così.

Carvallo                        - Perché?

Vinke                            - Voglio dire... che il signor Darde è assente ed io sono un tipo che non se la prende di nulla; che vede, sente e non parla!

Carvallo                        - E' una bella cosa, da parte vostra.

Vinke                            - Oh no, affatto.

Carvallo                        - Ma... potrei chiedervi perché vi eravate nascosto in quello sgabuzzino?

Vinke                            - Ecco... mi spiace dover dire che ho trovato la biologia troppo difficile anche per me.

Carvallo                        - Ah!... E stavate andando da lei... dopo tutto quello che avete detto?

Vinke                            - Ho una gran paura che sia proprio così.

Carvallo                        - Mi addolora immensamente dovervi dire che ho avuto un appuntamento da lei un po' prima di questa sera. Temo di avere il diritto di precedenza.

Vinke                            - Senza dubbio, col passar degli anni, non me ne risentirò più tanto.

Carvallo                        - Questa situazione, Gross, è molto scandalosa dal punto di vista della disciplina.

Gross                             - E' quello che pensavo anch'io, signor capitano. Mi pare di darle un pessimo esempio.

Carvallo                        - Non dimenticare che devi chia­marmi alle sei e mezzo.

Cross                             - Signor no. Posso andare adesso?

Carvallo                        - Vai pure.

Gross                             - (facendo il saluto) Grazie mille, signor capitano. Buona notte, signor capitano.

Carvallo                        - E non fare il saluto militare senza berretto! (Gross sale la scala).

Vinke                            - Visto come stanno le cose, credo che farò bene a ritirarmi in salotto.

Carvallo                        - La situazione era piuttosto imba­razzante. Ma ritengo che essendo persone intelli­genti e di buon gusto, potremmo giustificare la nostra condotta filosoficamente, no?

Vinke                            - Mi pare che vi siano almeno tre si­stemi filosofici moderni, i quali possono assicurarci che ci stiamo comportando come dei veri santi. (Va in salotto.. Carvallo si guarda nello specchio. Poi sceglie un libro di versi e sale la scala. Vinke torna, guarda il suo orologio e cammina avanti e indietro. Sente rumore nella cascina ed apre la porta) Che cosa fate qui? Avete acceso la miccia?

Darde                            - (entrando) Sì.

Vinke                            - Ma ora non fatevi vedere! Credono che siate a Velma!

Darde                            - Non posso stare là fuori!

Vinke                            - Dovete starci!

Darde                            - E' pericoloso... Sono venuto per ripa­rarmi!

Vinke                            - Non dite stupidaggini! Una carica di esplosivo così piccola.

Darde                            - (andando a mettersi sotto alla tavola) E se avessimo calcolato male la forza dell'esplo­sione?

Vinke                            - Potrebbe anche darsi. (Lo raggiunge rapidamente)

Darde                            - Che cosa è successo? Ho visto entrare due ombre...

Vinke                            - Erano il capitano e l'attendente.

Darde                            - Come?!

Vinke                            - Il capitano è con vostra moglie, adesso; e l'attendente con Annina.

Darde                            - Oh mostruosa iniquità! Non meritano salvezza... nessuno dei due! Quella miccia ci mette un secolo a bruciare.

Vinke                            - Quanta ce n'era?

Darde                            - Due metri e mezzo.

Vinke                            - Ormai dovrebbe essere consumata. Siete certo di averla accesa bene?

Darde                            - Certissimo. Friggeva e ardeva con un odore disgustoso.

Vinke                            - Si sarà spenta. Andate a vedere.

Darde                            - Fossi matto! Una situazione così peri­colosa...

Vinke                            - Occorre che vi ricordi la situazione di vostra moglie?

Darde                            - (rizzandosi e andando verso un cassetto) Dal primo momento questo vostro piano non mi è piaciuto.

Vinke                            - Che fate adesso?

Darde                            - Cerco il manuale sugli esplosivi... De­molizioni, pagina 22. (Legge) «Azione nel caso che la carica non esploda : in nessun caso lasciate il riparo prima che siano passati almeno venti minuti » (Corre di nuovo sotto la tavola) Non posso aspet­tare qui per venti minuti.

Vinke                            - Se non credete di poter aver fiducia in vostra moglie per venti minuti, non c'è altro da fare che uscire di nuovo con un altro fiammifero.

Darde                            - Farò così.

Vinke                            - Oh, bravo. E datemi il giornale, per

favore.

Darde                            - Mi consolo con l'assicurazione del profeta Isaia, che il fedele passerà attraverso le fiamme senza esser bruciato.

Vinke                            - In questo caso, potreste anche starvene in piedi.

Darde                            - La fede non implica la mancanza dell'elementare prudenza. Quanto tempo è passato da quando ho acceso la miccia?

Vinke                            - Sei minuti.

Darde                            - Nientemeno! Beh, sentite... Se non torno, dite a mia moglie di mettere i miei risparmi alla Banca Nazionale Svizzera; e i miei resti mor­tali - per quanto sminuzzati - in una cassa di semplice abete non verniciato. Il mio funerale sarà fatto a spese della Cooperativa di Velma... E dite a mia moglie, per favore, che non dimentichi di riti­rare i dividendi. Che sono andato alla morte per salvare il suo onore...

Vinke                            - Se non vi sbrigate, non avrete più niente da salvare... (Darde esce in fretta. Vinke guarda l'orologio, alza gli occhi al soffitto, legge il giornale. Si ode una tremenda esplosione e il fra­gore di un crollo. Vinke balza in piedi inorridito).

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

 (E'.l'alba. Su un divano trasportato in scena dal salotto, giace Darde con gli abiti laceri e insudiciati. Vinke gli sta ponendo una benda intorno al capo. La lega per benino; poi va alla stufa e si versa una tazza di caffè. Dà un'occhiata al soffitto, poi al pro­prio orologio).

Vinke                            - Non prendereste un caffè?

Darde                            - Dei figli di Kohat, Uriel è il capo; e i suoi fratelli sono 120. Dei figli di Merari, Assaiah è il capo e i suoi fratelli 220. Dei figli di Gerson: Gioel è il capo e i suoi fratelli 330... O erano due­centotrenta?

Vinke                            - Non ne ho la minima idea. Non pren­dereste un caffè?

Darde                            - Dei figli di Elisafàn, Scemaiah è il capo e i suoi fratelli...

Vinke                            - Oh basta, per carità! Siete insopporta­bile!

Darde                            - (lamentoso) Non ricordo. Non riesco a ricordarmi il numero dei figli di Elisafàn.

Vinke                            - E' meglio che prendiate un po' di aspi­rina. Eccola.

Darde                            - Due pillole bianche. Perché volete che io inghiotta due pillole bianche?

Vinke                            - E' un sedativo; e voi avete ricevuto uno shock per cui è necessario...

Darde                            - Il loro sapore è amaro. Oggi è lunedì o martedì?

Vinke                            - Venerdì.

Darde                            - E' stato falciato il fieno?

Vinke                            - No.

Darde                            - No? Allora debbo andare subito... bi­sognava falciarlo quindici giorni fa... Come mai non lo hanno falciato?

Vinke                            - Calmatevi; non parlate. E riposate. Vor­rei avere un po' di morfina. E' efficace per la tran­quillità dell'infermiere e per la salute del malato. (Lontano si sente il rombo di una cannonata).

Darde                            - Che è stato?

Vinke                            - Cannoni, credo.

Darde                            - La guerra... Già, la guerra! Dov'è mia moglie?

Vinke                            - Di sopra.

Darde                            - Perché non viene giù? (Continua a bofonchiare quasi dormendo).

Vinke                            - E' quello che vorrei sapere anch'io. Di­cono che l'amore è cieco. Ma pare che sia anche sordo come una talpa. (Carvallo scende la scala).

Carvallo                        - Oh... Dio mio, che è successo?

Vinke                            - Il signor Darde, di ritorno dallo spet­tacolo piuttosto macabro dell'esumazione di sua zia, è stato gettato a terra dallo spostamento d'aria di un proiettile di artiglieria caduto a poca distanza. Ora è sofferente per lo shock.

Carvallo                        - Ah, ho capito... Credevo che sa­rebbe tornato molto più tardi...

Vinke                            - Me ne rendo conto, dal vostro com­portamento.

Carvallo                        - Si è forse?...

Vinke                            - Per vostra fortuna, non è in grado di accorgersi di quello che è accaduto... Ma c'è una cosa che mi rende perplesso: avete o non avete sen­tito il fragore di un'esplosione verso mezzanotte e venti?

Carvallo                        - Sì, l'ho sentito.

Vinke                            - E allora avreste almeno potuto scendere per vedere che cosa era accaduto. Avrei anche po­tuto esser ferito, no?

Carvallo                        - Dimenticate che sono un ufficiale dell'esercito e per soprappiù un gentiluomo. Come ufficiale, sono abituato alle detonazioni che si veri­ficano durante la notte e non vi bado se non vengo chiamato. Come gentiluomo, non abbandono mai una signora con la quale sono in compagnia.

Vinke                            - Vuol dire... che non ha insistito perché la abbandonaste?

Carvallo                        - Per nulla. Anzi, per calmare la mia preoccupazione, mi ha detto che certamente il fra­gore era dovuto a una bomba inesplosa che era ri­masta nell'orto e che ci si aspettava dovesse defla­grare da un momento all'altro.

Vinke                            - Ah, davvero?

Carvallo                        - Così abbiamo continuato a discor­rere ed a leggere ad alta voce, alternandoci, i versi di Victor Hugo.

Vinke                            - E questo è tutto quello che avete fatto?

Carvallo                        - Sì.

Vinke                            - Da mezzanotte alle quattro?

Carvallo                        - Sì.

Vinke                            - E immaginate che qualcuno vi creda?

Carvallo                        - No... non qualcuno. Cioè, non tutti quanti. Ma una persona sensibile che capisce que­ste cose, può credere e comprendere. Non vi è nulla che possa paragonarsi ad una bella amicizia.

Vinke                            - Forse prima di pranzo. Ma non di notte, nella camera di una donna.

Carvallo                        - Siete un abietto individuo, arso da desideri impuri! Ho voglia di prendervi a pugni! Tutta quella vostra noiosa propaganda sulle gioie della castità è soltanto la maschera che vi serve a nascondere una vita privata depravata! Accidenti a voi, se non mi credete vi prendo a pugni! Mi cre­dete o no?

Vinke                            - Dicono che la fede è spesso un sotto­prodotto della paura; e i vostri pugni davanti alla mia faccia sono degli evangelisti sommamente per­suasivi... Se vi scostate, posso riflettere ragionevol­mente. (Carvallo abbandona il suo atteggiamento ag­gressivo) Hmmm... Sì, mi pare di potervi credere. Ma come pensate di potere spiegare a Darde la vo­stra bella amicizia?

Carvallo                        - Queste sono cose pratiche che non si possono considerare prima di aver fatto colazione.

Vinke                            - Ad ogni modo, vi interesserà sapere che l'esplosione che avete udita ha distrutto completa­mente la stalla con tutto quanto vi era dentro.

Carvallo                        - Cosa dite?!

Vinke                            - Sicuro; il vostro quartiere. E non saprei dirvi se è stato un obice disperso, una bomba lan­ciata da un aereo o un attentato compiuto da qual­cuno di quei farabutti di partigiani.

Carvallo                        - Devo andare a investigare su que­sta faccenda. (Sulla soglia) A proposito: visto che ieri sera vi ho trovato nello sgabuzzino, so che siamo intinti della stessa pece. Perciò mi pare che dob­biamo metterci d'accordo per tacere tutti e due. Co­spirazione del silenzio; vi pare?

Vinke                            - Senza dubbio. Ho una reputazione da salvare.

Carvallo                        - (colto da un sospetto) Quale repu­tazione?

Vinke                            - Quella... quella di... studioso vaga­bondo.

Carvallo                        - (diffidente) Ho capito. (Esce).

Darde                            - (aprendo gli occhi) Ha l'impressione che ci sia qualcosa che va male.

Vinke                            - E' la consueta reazione di chi torna al mondo dei vivi. Non dubito che questa sia la prima sensazione dei neonati... e con giusta ragione.

Gross                             - (entra) Oh... che diamine?...

Darde                            - Quella faccia mi par di conoscerla. Po­treste dirmi, giovanotto, il numero dei figli di Elisafàn?

Gross                             - E' pazzo?

Vinke                            - Può darsi.

Gross                             - Che gli è successo?

Vinke                            - E' stato buttato a terra dallo scoppio di una bomba. E così anche il vostro alloggio.

Gross                             - Davvero? Quel rumore che ho sentito stanotte?

Vinke                            - Sì.

Gross                             - Mi avevano detto che c'era una bomba inesplosa nel pollaio.

Vinke                            - E di cui si aspettava l'esplosione da un momento all'altro?

Gross                             - Sì.

Vinke                            - La fantasia femminile è straordina­ria... Il vostro capitano è andato a investigare.

Gross                             - Ah... (Pausa) Sentite... Ho bisogno di un aiuto. Ho pensato di darmi assente.

Vinke                            - Disertare?

Gross                             - Sì. Ho l'intenzione... di sposare Annina.

Vinke                            - Ah. E lei è disposta a sposarvi?

Gross                             - Così dice. E si è comportata in modo...

Vinke                            - Capisco. E avete degli interessi e dei gusti in comune?

Gross                             - Sì.

Vinke                            - Non parlo di quei gusti che quasi tutti hanno in comune... Intendo dire se vi interessate entrambi, che so io, all'arte, allo sport, al giardinag­gio, alla filantropia o altro...

Gross                             - Veramente non ho avuto il tempo di informarmene.

Vinke                            - Voi che gusti, che interessi avete?

Gross                             - Fin da ragazzo sono stato nell'eser­cito. La mia occupazione preferita è stata quella di evitare di fare il mio dovere.

Vinke                            - Siccome probabilmente quasi tutto ciò che vi si richiedeva era privo di senso comune, il vostro desiderio di evitarlo dimostra una vera dirit­tura di spirito. Ma siete capace di fare il vostro do­vere di marito?

Gross                             - Eh?

Vinke                            - Il matrimonio ha tre scopi. Primo: impedire la fornicazione; benché nel caso vostro sia ormai un po' tardi. Secondo : la procreazione dei fi­gliuoli, cosa che sembra inevitabile fra le classi a bassissimo reddito; terzo: la compagnia, il conforto e l'aiuto reciproco. (Carvallo entra e rimane tra loro esaminando il pavimento).

Gross                             - Perbacco: quando si comincia a par­lar di religione, siete peggio del vecchio predicatore qui di casa.

Vinke                            - Come la maggior parte degli atei, pren­do molto sul serio la religione. Leggo tutti i giorni la Bibbia e mi diletto a ricercare il senso recondito del libro di preghiere... (Carvallo si bagna di saliva un dito, lo preme sul pavimento e lo esamina. Chinandosi ogni due o tre passi, si avvicina a poco a poco alla credenza).

Carvallo                        - Hmm...

Vinke                            - Che c'è?

Carvallo                        - I partigiani di questi paraggi sono molto abili e intelligenti.

Vinke                            - Perché?

Carvallo                        - Sono riusciti a penetrare ieri sera in questa casa senza essere visti ed a prendere da questa credenza l'esplosivo per far saltare in aria il mio alloggio. L'esplosivo che hanno adoperato era ammanolo. E' una polvere gialliccia, somigliante ai cristalli di acido citrico. Uno dei recipienti che la conteneva doveva avere un forellino, perché c'è una traccia dell'esplosivo da questa credenza fino alle macerie della stalla. Signor Legione : è possibile che voi abbiate cercato di mandarmi all'altro mondo?

Vinke                            - No, no... vi assicuro...

Carvallo                        - Ieri sera ho ritenuto che foste una persona dabbene; un individuo libidinoso, senza dubbio, ma abbastanza onesto. Mi siete riuscito sim­patico, e mi sono fidato di lasciarvi libero sulla pa­rola. E mezz'ora dopo avete tentato di farmi saltare in aria mentre ero in letto. Inutile sospettare del signor Darde; era assente, essendo andato ad esumare sua zia a Velma. O forse è stato lui? Ma sicuro! La zia di Velma era un alibi! E l'obice sperduto... già, un errore di calcolo nel tempo occorrente per l'esplo­sione... E' una mattinata piuttosto fresca: è meglio che vi mettiate tutti e due il soprabito.

Vinke                            - Perché? Dove dobbiamo andare?

Carvallo                        - Al Quartier Generale, in stato di arresto.

Vinke                            - Ma Darde è ammalato... Non potete essere così spietato!

Carvallo                        - Spietato! E voialtri che ieri sera ve ne stavate qui a bere il cognac di un uomo che pro­gettavate di polverizzare? Vedo che la pietà è un sentimento superfluo, per trattare con la gente del vostro paese. Prendete il soprabito.

Vinke                            - Capitano, vedo che non c'è da fare altro che dirvi la verità.

Carvallo                        - Da otto ore a questa parte mi avete detto, con perfetta apparenza di verità, che eravate Gaspare Darde, agricoltore e predicatore laico; poi che eravate Primus Secundus e Tertius Legione, stu­dioso vagabondo, il cui carattere è stato a volta a volta quello di un individuo incorreggibilmente la­scivo e quello di un seccatore riformista. Per pura e semplice curiosità, che cosa siete adesso?

Vinke                            - Mi spiace dovervi dire che in realtà sono l'improbabile professor Vinke.

Carvallo                        - Che presta i suoi abiti? Benissimo. Gross, accompagnali fuori.

Vinke                            - Vi prego... lasciatemi parlare un mo­mento. Poi andrò dove vorrete.

Carvallo                        - (guardando l'orologio) Va bene. Ses­santa secondi, cominciando ora.

Vinke                            - Il signor Darde ed io siamo partigiani. Ieri sera abbiamo avuto l'ordine dal nostro Quartier Generale di uccidere voi e il vostro attendente. Non volevamo uccidervi perché... francamente, mi era­vate simpatico e avevo trovato in voi un vivace oppo­sitore in certe questioni : e Darde desiderava salvare la vostra anima prima che andaste al Creatore. Così abbiamo combinato di far saltare in aria il vostro alloggio per dimostrare ai nostri superiori che ave­vamo tentato di obbedire; ma abbiamo anche com­binato che voi sareste stato assente in quel momento. Perciò siete vivo e noi facciamo la figura di bravi patriotti, sì da continuare, a guerra finita, a fare una il predicatore e l'altro il biologo.

Carvallo                        - La vostra storia ha una specie di brillante inverosimilità che la rende assolutamente incredibile per chiunque... Avete detto che avete disposto in modo che io fossi assente. Questo non è vero. E' stato un caso... imprevisto, perché avevo dato un appuntamento a... Dorme, non è vero? A sua moglie.

Vinke                            - Ammiro la vostra cavalleria, capitano. Ma il fatto è che è stata la signora a darvi appun­tamento.

Carvallo                        - Come lo sapete?

Vinke                            - Non credete che possiamo aver combi­nato anche questo?

Carvallo                        - Allora... sulla vostra parola d'onore questa è la verità?

Vinke                            - Parola d'onore. Sì.

Carvallo                        - E tutto quello che lei mi ha detto iersera era... una finzione? Non posso crederlo! E il marito sarebbe stato disposto ad arrischiare la repu­tazione di sua moglie per la salvezza della mia anima?

Vinke                            - Non precisamente. Credevamo che sen­tendo l'esplosione sareste disceso. La storia della bomba inesplosa mi pare che stia a dimostrare una certa sincerità nella finzione della signora; la qual cosa non era prevista da noi.

Carvallo                        - Sono terribilmente confuso... Va bene, Gross; stai comodo. (Gross che era sempre ri­masto sull'attenti, cambia posizione).

Vinke                            - Confuso? Perché?

Carvallo                        - Mi ama? O voleva soltanto salvarmi la vita? E... se non mi ama, valeva la pena che la mia vita fosse salva? Lui sta ancora dormendo, vero?

Vinke                            - Sì.

Carvallo                        - Non è morto, per caso?

Vinke                            - No.

Carvallo                        - Ha arrischiato la sua vita e la repu­tazione di sua moglie per la mia salvezza. La sal­vezza della mia anima. Se io mi fossi comportato da gentiluomo, sarei disceso, quando ho sentito l'esplosione, per vedere se c'era qualche ferito. Invece sono rimasto di sopra...

Vinke                            - A leggere Victor Hugo...

Carvallo                        - Ho recitato in una farsa con rela­tiva camera da letto, mentre voialtri recitavate un dramma!

Vinke                            - Una tragedia.

Carvallo                        - Tragedia... (Rapido sguardo a Dar­de) Non ha proprio nulla, Gross?

Gross                             - Signor no.

Carvallo                        - Se tu non avessi scaricato il mio revolver, ora mi brucerei le cervella senza esita­zione.

Darde                            - (svegliandosi all'improvviso) Duecento! Erano duecento!

Carvallo                        - Che cosa?

Darde                            - I figli di Elisafàn. Erano duecento!

Carvallo                        - Senza dubbio avete ragione. Ma di che diavolo sta parlando?

Vinke                            - Delira; dovrebbe stare a letto. Volete darmi una mano?

Carvallo                        - Volentieri. E' il meno che possa fare. Gross... credo che fuori stia succedendo qualche cosa. Sarà bene che tu vada a prendere il radiotele­fono nell'automobile.

Gross                             - Signor sì. (Esce. Carvallo e Vinke stan­no sollevando Darde quando Smìlia appare sulla scala).

Smìlia                            - Gaspare! Gaspare... che gli è successo?

Vinke                            - Niente, niente. Povero diavolo, è stato sbattuto a terra dall'esplosione di stanotte... non so se l'avete sentita.

Smìlia                            - Ma come... allora...

Vinke                            - State tranquilla; sono medico oltre ad essere biologo. Shock e contusioni multiple: questo è tutto. (Darde improvvisamente prende a cantare l'inno « C'è un coro giocondo »).

Carvallo                        - Questo canto lo agita; certo gli farà male!

Vinke                            - Provate a dire « Amen ».

Carvallo                        - Aaaamen. (Darde si interrompe su­bito. Escono portandolo via).

Smìlia                            - Annina! Presto, Annina, vieni qui!

Annina                          - (entrando) Eccomi, signora.

Smìlia                            - Porta su quest'acqua appena è calda; e prepara il caffè. E' quasi ora di mungere e il man­driano a momenti vorrà far colazione. (Segue gli uomini. Fuori si sentono ancora cannonate. Annina mette sulla tavola qualche stoviglia e un piatto col prosciutto. Entra Gross con un radiotelefono appog­giato al petto).

Gross                             - E' divertente ascoltare con questi tele­foni. Pare che tutto l'esercito stia parlando in una volta. Oh guarda... potrei avere un po' di pro­sciutto?

Annina                          - Se lo vuoi...

Gross                             - Grazie. (Taglia il prosciutto) Vedi... la cosa antipatica di tutte le ragazze è che al mattino ti trattano freddamente... come se quello che è acca­duto fosse colpa nostra. Non mi è mai capitata una che riconoscesse il suo cinquanta per cento di colpa.

(Entra Carvallo).

Carvallo                        - (a Gross) Si sente qualche cosa?

Gross                             - Molto rumore. Ma non capisco che cos'è.

Carvallo                        - Dammi. E intanto tagliami un po' di prosciutto. (Ascolta col radiotelefono. La sua espressione cambia).

Gross                             - Qualcosa di serio?

Carvallo                        - Stanno dando la parola d'ordine di emergenza. La nostra unità sta per muoversi. Pare che tutto il fronte sia in moto. (Carvallo prende il microfono per parlare).

Gross                             - Certo... certo verranno a vedere che fine abbiamo fatto.

Carvallo                        - Non è necessario. Dobbiamo raggiungerli subito. Pronto, Giunone tre, pronto, Giu­none tre...

Gross                             - Signor capitano!

Carvallo                        - Che vuoi?

Gross                             - Ci conosciamo da molto, signor capi­tano...

Carvallo                        - Tutte le volte che cominci un di­scorso in questo modo, vuol dire che stai per chie­dere qualche cosa di impossibile. Avanti, che vuoi?

Cross                             - Il signor capitano ha visto che il nostro alloggio è un mucchio di rovine?

Carvallo                        - Sì.

Gross                             - E noi dove eravamo?

Carvallo                        - Qui.

Cross                             - E c'è qualcuno che lo sa?

Carvallo                        - Vorresti propormi di disertare? Bada che mi vien voglia di mettere anche te agli arresti!

Cross                             - Ma consideri un poco, signor capitano. Se ieri sera fossimo stati a letto a quest'ora saremmo dei defunti. Se andiamo in linea, probabilmente avremo la stessa sorte. Perché diventare defunti quando non è necessario? Io voglio invece diventare borghese e sposare Annina.

Carvallo                        - Non essere ridicolo, Gross. Non hai mai pensato di sposarti, finora. Che ti è capitato?

Cross                             - Amore.

Carvallo                        - E che vorresti fare dopo averla spo­sata?

Cross                             - C'è una grande scarsità di mano d'o­pera. I padroni delle fattorie darebbero Dio sa cosa per trovare mandriani e agricoltori... Rifletta, signor capitano. E se decide di no, parli col Quartier Gene­rale e dica che sta andando a raggiungere il suo posto e chieda un caporale e una scorta per arre­starmi.

Carvallo                        - (al telefono) Pronto, Giunone tre, pronto Giunone... Gross, questo non è onesto. Sai benissimo che stamattina ho la mente terribilmente sconvolta. Gli uomini di questa casa sono ricorsi ai più strani strattagemmi per evitare di farmi la pelle. Posso ora andare in linea e compensarli di quanto hanno fatto puntando le artiglierie della mia com­pagnia sui loro concittadini?

Cross                             - Questo è il vero senso della cosa, signor capitano. No, non è possibile! Diventiamo borghesi, signor capitano, e non pensiamoci più.

Carvallo                        - Questo va bene per te, mio caro. Tu puoi sposare la ragazza e diventare mandriano. Ma io non ho nessuna prospettiva... Ho sempre trovato che la vita militare mi permetteva di com­portarmi nella vita privata con una completa as­senza di scrupoli e di responsabilità. Ma se ora do­vessi fare il mio dovere, senti che cosa mi tocca! Prima di tutto, debbo arrestarti per tentativo di diser­zione; poi debbo fucilare il vecchio Darde e l'impro­babile Vinke perché sono partigiani, e denunciare la signora Darde come loro complice e istigatrice. Poi devo andare a combattere in una battaglia che mi sembra abbastanza importante e complicata, proprio mentre desidererei rimanermene tranquillo a pen­sare.

Cross                             - E allora rimanga tranquillo a pensare. Io, intanto, posso tagliare la corda?

Carvallo                        - Forse il miglior modo in cui posso . ricompensare i tuoi lunghi e fedeli servigi è darti, al ritorno, come disperso e probabilmente morto.

Cross                             - Approvo, signor capitano! (Si volta a guardare Annina) Allora va bene, Annina?

Annina                          - Non me ne importa niente. (Gross strizza l'occhio ed esce dalla porta della cascina).

Carvallo                        - Com'è semplice la vita per voialtri! Per lui va bene, a te non importa niente...

Annina                          - Non so che altro avrei dovuto dire.

Carvallo                        - Sei fortunata!

Annina                          - E' straordinario come le cose diven­tano chiare. Ieri mi preoccupavo di sapere che cos'è Dio e che cosa sono io e avevo in testa una gran confusione. Ora non ho più bisogno di pensarci. Avrò da lavare la sua biancheria, da cucinare per lui, da prendere a scappellotti i bambini e sarò troppo occupata per poter pensare ad altro che alla mia casa. Ma che cosa dirò a mia figlia quando avrà di­ciotto o vent'anni e mi chiederà quello che ho chie­sto io alla signora Darde? Forse sarò sincera e le dirò che, come moltissime altre donne, dopo sposata ho smesso di pensare. (Entra Vinke. Indossa ancora gli stessi vestiti ma ha il proprio cappello, il suo om­brello e la suo cartella. Annina ride di soppiatto).

Vinke                            - Credo che ora vi sembrerò più impro­babile che mai.

Carvallo                        - Senza dubbio.

Vinke                            - Ho salvato la mia reputazione politica a spese di un ottimo abito. E' arrivato uno dei vostri soldati in bicicletta. Sta contemplando le rovine della stalla.

Carvallo                        - (dopo aver guardato fuori della fine­stra) Volete farmi un favore? Prometto questa volta di non ingannarvi. Volete andare a dire a quell'uomo che un obice sviato è caduto qui stanotte e che scavando fra le macerie non avete trovato nessun segno di vita?

Vinke                            - Non avrò mai comunicato una notizia con maggior piacere... (Esce. Annina prende caffet­tiera e prosciutto e va nella cascina. Carvallo si scalda davanti alla stufa. Entra Smilia. Una pausa prima che si decidano a parlare).

Carvallo                        - Il professore sta dicendo a quel sol­dato che io sono morto.

Smilia                            - E che intendete fare?

Carvallo                        - Disertare. Ho... ho pensato di cer­care qualche lavoro in questi dintorni, come bor­ghese.

Smilia                            - No... non dovete far questo.

Carvallo                        - Perché? Non volete più vedermi? (Smilia si volge altrove) Mi avete chiesto di venire da voi ieri sera... questo faceva parte di un piano inteso a salvarmi la vita.

Smilia                            - Sì.

Carvallo                        - E invece... il piano è fallito.

Smilia                            - Tutto è andato a rovescio. Non dob­biamo... cercare di raddrizzare nulla.

Carvallo                        - Perché? Perché?

Smilia                            - Ascoltatemi. Nella vita di ognuno, per quanto abbia avuto un'educazione rigida, capita l'oc­casione di dimenticare i princìpi ricevuti e compiere una bellissima cosa che è però un'azione perversa la quale distrugge tutto il bene fatto fino a quel momento. O forse è la sola cosa per cui la sua vita valga la pena di esser vissuta... Per voi io sono stata soltanto una delle tante avventure...

Carvallo                        - No, no., non siete stata...

Smilia                            - Se non lo sono stata, lo sarei fra poco. Ma per me, voi siete stato... l'occasione magica di cui vi ho parlato. Ora è passata. E qualunque cosa de­cidiate di fare, non vi vedrò mai più.

Carvallo                        - Non posso sperare di convincervi che voi siete stata per me quello che io sono stato per voi?

Smilia                            - Se potessi crederlo... (Distoglie fretto­losamente il viso).

Carvallo                        - Allora...?

Smilia                            - Mi avreste dato la vera felicità... Ma dovete partire ugualmente.

Carvallo                        - Capisco...

Smilia                            - Ci siamo condotti in modo così orribile che non credo, se continuassimo a vederci, che ci sarebbe mai più permesso di esser felici.

Carvallo                        - Permesso?! Chi permette o proibisce queste cose?

Smilia                            - Questa è una cosa che avrebbero do­vuto insegnarvi quando eravate un ragazzo. Se riu­scirete a trovare voi stesso la risposta alla vostra domanda, credo che mi comprenderete... Come io, adesso, comprendo voi. Quello che prima non sapevo è la bellezza e la forza della cosa proibita... Voi me lo avete insegnato...

Carvallo                        - Così, tutto ciò che noi siamo uno per l'altro, invece di morire tragicamente o glorio­samente, deve affievolirsi a poco a poco... come un mozzicone di candela in un piattino?

Smilia                            - Così muore tutto... fiori, amore, per­sone... perfino i soldati... se li guardate, invece di leggere quello che si scrive di loro... (Entra Vinke).

Vinke                            - L'ho convinto. E' stato molto addolo­rato; poi ha legato due pezzi di legno in forma di croce, sicché avete almeno avuto una sepoltura cri­stiana. (Crescente rumore di cannonate e si sente anche l'avvicinarsi di aeroplani).

Carvallo                        - Grazie. Ma non credo che, dopo tutto, fosse necessario.

Vinke                            - Perché?

Carvallo                        - Non ho il coraggio di cominciare una vita nella quale sarebbe da rifare tutto daccapo. In certi momenti la disciplina, l'abitudine, la rou­tine sono le sole cose che possono salvarci.

Vinke                            - Pare che stia succedendo qualche cosa di grosso. Il cielo è pieno di apparecchi... e sopra a Velma si vede una gran nuvola di fumo.

Carvallo                        - Il pericolo può essere qualche volta un utile stimolante. (Prende il radiotelefono e se lo carica sulla spalla) « Bello e glorioso è morire per la patria... ». (Declama).

Vinke                            - Non è vero! E' una cosa stupida, me­schina, rovinosa! Finché continueremo a dire - in malafede - che è una cosa bella e gloriosa, vi sa­ranno sempre guerre, per tutte le generazioni fu­ture! (A Smilia) Voi avete contribuito a salvare la sua vita ieri sera. Vorrete ora lasciarlo andare a farsi ammazzare in quella che probabilmente sarà l'ultima battaglia di questa guerra?

Smilia                            - (è voltata di spalle ad entrambi) Sa­rebbe un traditore se facesse diversamente.

Vinke                            - Questo è peggio. Sarebbe...

Carvallo                        - Nella vostra qualità di biologo; do­vete conoscere la mantide che si divora il maschio mentre è ancora vivo. Una volta che se ne servita, non vi è nessuna ragione di lasciarlo vivere.

Smilia                            - Grazie. E' molto più facile dirvi ad­dio, quando si sa che siete capace di dire una cosa simile.

Carvallo                        - Vorreste dire qualche cosa di ugual­mente spiacevole per facilitare la separazione anche a me?

Smilia                            - Debbo dire che siete troppo malvagio e presuntuoso per essere capace di innamorarvi, sicché l'amore è per voi sempre irraggiungibile? Ed es­sendo, come dite, un romantico, siete attratto solo da ciò che non potete ottenere? E che per questo motivo non siete innamorato di altri che di voi stesso?

Vinke                            - Scusatemi se mi sono trattenuto qui... posso chiedervi, dato e non concesso che sopravvi­viate a questa battaglia, che cosa intendete fare dopo la guerra?

Carvaixo                       - Probabilmente farò parte dell'eser­cito permanente. La vita militare è quella che mi conviene.

Vinke                            - E passerete le ore lavorative ad uccidere i vostri simili e le ore di ricreazione ad uccidere animali. Dovete essere proprio pazzo.

Carvallo                        - Sono nato in un mondo pazzo. Ad­dio. (Tende la mano).

Vinke                            - (senza prenderla) E non vi è venuta in mente la buffa possibilità che nell'esercizio del no­stro dovere potrebbe da un momento all'altro essere ordinato a ciascuno di noi di uccidere l'altro?

Carvallo                        - A voi è stato ordinato ieri sera di uccidermi, e non lo avete fatto.

Vinke                            - Ho creduto, come lo ha creduto Darde, che meritaste di essere salvato. Avevo torto. La pros­sima volta vi farò fuori senza scrupoli. Non dico mai «addio», perché significa «Dio sia con voi» e non credo in Dio. Perciò dico... «tanti auguri». Sebbene speri che non si realizzino.

Carvallo                        - Tanti auguri, allora. E, per quanto possa essere strano, spero che si realizzino. (Smilia è andata a prendere il geranio sul davanzale della finestra. Glielo porge e volge la testa altrove. Car­vallo esce nella luce del sole che va diventando sem­pre più viva. Entra Gross vestito da contadino).

Gross                             - (gettando la sua uniforme sulla tavola) Andiamo a mungere! Andiamo a mungere! Mi han­no detto che mancate di uomini per la campagna e per il bestiame. Che ne direste di tenermi qui come apprendista mandriano senza salario, permettendomi di sposare Annina appena potrò guadagnarmi da vi­vere?

Smilia                            - Preferisco darvi un salario subito e che sposiate Annina immediatamente. Altrimenti quelli del paese cominceranno a fare i conti sul calendario.

Cross                             - A me conviene. Ad Annina pure. Spe­riamo che convenga anche alle mucche! (Esce).

Vinke                            - Preferisco questo qui al capitano. Il capitano è un mascalzone. Non pensate più a lui!

Smilia                            - I mascalzoni sono proprio quelli ai quali si pensa di più.

Vinke                            - E' vero... (Non la vede in faccia. Dopo un momento va a posarle una mano sulla spalla) Debbo andare, altrimenti troverò che i miei girini sono diventati ranocchi durante la mia assenza. (Apre la porta) Ah... maledizione!

Smilia                            - Che c'è?

Vinke                            - Ecco il capitano Carvallo... come sarà fra vent'anni. (Entra il barone).

Il Barone                       - Oh, buon giorno! E' una giornata veramente buona! Avete sentito? Un attacco mas­siccio su tutto il fronte, da parte degli Alleati! Beh, avete fatto quello che dovevate, voi e Darde?

Vinke                            - Sì. Il capitano e il suo attendente non ci sono più. Li abbiamo fatti saltare in aria con la stalla.

Il Barone                       - Bellissimo!

Vinke                            - È voi come ve la siete cavata con l'uf­ficiale pagatore?

Il Barone                       - Hum... bene... Ssst! (Apre il suo zaino e ne toglie un berretto gallonato d'argento).

Vinke                            - Lo avete spacciato?

Il Barone                       - Purtroppo, no. Si è alzato troppo presto ed è partito in gran fretta. Ma ha lasciato questo sull'attaccapanni dietro alla porta!

Vinke                            - (prendendo l'uniforme di Gross) Volete anche questo?

Il Barone                       - Oh... una divisa completa! A voi non occorre? Ve ne sarò gratissimo. E' un cimelio che appenderò nella mia anticamera... fra il leone e la giraffa.

Vinke                            - Intanto, barone, me ne posso andare?

Il Barone                       - Ma certo! Scusatemi!... Non mi ero accorto che eravate ancora sull'attenti.

Vinke                            - (a Smilia) Grazie per la vostra ospi­talità.

Smilia                            - E' stato un piacere conoscervi. Arrive­derci. (Vinke saluta gravemente il barone ed esce).

Il Barone                       - Ah, che profumo di caffè... Vostro marito non si è ancora alzato?

Smilia                            - E' stato ferito stanotte dalla bomba con la quale hanno fatto saltare la stalla.

Il Barone                       - (con un barlume dì speranza) Fe­rito gravemente?

Smilia                            - No.

Il Barone                       - Oh... Ma almeno, dovrà restare un paio di giorni a letto?

Smilia                            - Temo di sì.

Il Barone                       - Ecco... vedete... sebbene sia di mat­tino presto... voi sapete, non è vero? quali sono sempre stati i miei sentimenti verso di voi! Voglio dire... non è un capriccio passeggero... il solito ad­dio convenzionale... Quello che provo è un senti­mento che non ho mai provato in vita mia... E' una cosa disperatamente seria... e provo il bisogno di dirvi che... (Si accorge che Smilia sta piangendo) Oh Dio, che c'è? Che avete?

Smilia                            - Come? Oh, niente... già passato. (Mette il grembiule) Ora vi preparo il caffè.

FINE

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