Giacinta

Stampa questo copione


GIACINTA

Commedia in quattro atti

di LUIGI CAPUANA

riduzione di Turi Vasile

PERSONAGGI

GIACINTA

LA SIGNORAMARULLI

LA SIGNORA BIANCHI

GINA, sua figlia

MARIETTA, cameriera

BATTISTA

ANDREA GERACE

IL CONTE GIULIO GRIPPA DI SAN CELSO

IL CAVALIER MOCHI

IL COMMENDATOR SA­VANI

IL CAPITANO RANZELLI

IL SIGNOR MARULLI

MERLI

RATTI

IL DOTTOR FOLLINI.

Cateragia

ATTO PRIMO

Salotto in casa Marulli

Signora Marulli             - Parlatemi sinceramente.

Mochi                            - Al mio solito; sì, la Società dello zolfo è già in via di fallimento.

Signora Marulli             - Lo sospettavo!

Mochi                            - Savani affetta d'essere tranquillo...

Signora Marulli             - Forse lo è davvero...

Mochi                            - Dovrei crederlo troppo sciocco; non è que­sto il suo difetto. Voi, intanto, non vedete che pei suoi occhi!

Signora Marulli             - Io?

Mochi                            - (tentando di stringerle ironicamente la mano) Vi riconosco, Teresa!

Signora Marulli             - Sempre maligno! Non m'avete ancora perdonato...

Mochi                            - V'ingannate. La mia vanità è soddisfatta. Tutti mi credono, a torto, il felice predecessore del vo­stro Savani; e questo mi è bastato... finora. Mi si vieta forse di sperare?

Signora Marulli             - Non dite sciocchezze! Siamo quasi vecchi tutti e due. Parliamo di cose serie: il pericolo è imminente?

Mochi                            - Lo temo. Savani ha molti nemici, che sono anche i vostri. La sua Società dello zolfo era già mal vista; ma, dopo le sue ultime operazioni, via, un po' loschine, corrono attorno delle voci assai cattive.

Signora Marulli             - Dimettendovi da membro del Con­siglio d'Amministrazione, le avete avvalorate. E' una ven­detta anche questa? Ma io non sono la Società dello zolfo.

Mochi                            - i Molti lo credono.

Signora Marulli             - Sentite, Mochi, vi ho stimato sem­pre un amico sicuro...

Mochi                            - Sono tale, mio malgrado; è un'imbecillità come un'altra...

Signora Marulli             - Che avete questa sera? Schizzate fiele!

Mochi                            - Vi sembra. Io compatisco tutti, voi lo sa­pete; e comincio da me stesso. L'esperienza della vita rende noi uomini assai indulgenti.

Signora Marulli             - Voialtri soltanto?

 Mochi                           - Risparmiateci; è inutile. Siamo a quattr'oc­chi; non c'è nessuno a cui darla ad intendere.

Signora Marulli             - Siete proprio cattivo!

Mochi                            - E non me ne trovo male, ve l'assicuro.

Signora Marulli             - Però volete farvi credere peggiore di quanto non siate; è la vostra posa.

Mochi                            - (guardandola negli occhi) E la vostra in questo momento? Un'insolita dolcezza a mio riguardo. Su, parlate franca, se avete qualche altro piccolo servigio da chiedermi.

Signora Mabulli            - Delle altre informazioni...

Mochi                            - Bancarie?

Signora Marulli             - No. (Esitante) Quel capitano Ranzelli che voi presentaste in casa mia...

Mochi                            - Un genero all'orizzonte?... Sarebbe tempo.

Signora Marulli             - Giacinta non ha fretta. E' ricco? Ha davvero un titolo?

Mochi                            - Chi non ha un titolo al giorno d'oggi? In quanto all'essere ricco, pare di sì. Spende e spande. Sta a vedersi, chi può saperlo?, se quei quattrini siano suoi. Io, voi lo sapete, ho la debolezza d'una grande ammira­zione per chi si serve, senza tanti scrupoli, del denaro altrui; vuol dire che chi lo dà in prestito non sa ado­perarlo in diversa maniera ed è la più balorda.

Signora Marulli             - Vuol lasciare il servizio.

Mochi                            - Se è ricco, fa bene.

Signora Marulli             - E' un bravo giovane, colto, ele­gante.

Mochi                            - Vi conviene?

Signora Marulli             - Sventuratamente, con quella bi­slacca testolina della Giacinta, non sono io che debbo decidere; è la mia pena. Il legato di due milioni fattole da quel mio parente è una specie d'indipendenza per lei; sarà, fra pochi mesi, l'indipendenza assoluta, quando Giacinta diventerà maggiorenne.

Mochi                            - Vi ha fatto un gran torto colui; eppure era­vate in ottime relazioni, mi pare.

Signora Marulli             - Bisogna scusarlo. Viveva da trent'anni a Parigi; non ci conosceva neppure di vista. Era Giacinta che gli scriveva nelle grandi occasioni...

Mochi                            - Sicché, voi abdicate! Mi sorprende.

Signora Marulli             - Ho paura che mia figlia non m'ab­bia a dare un giorno o l'altro qualche grande dispiacere. Non capisce nulla della vita; è una sciocca, oppure è un enigma.

Mochi                            - Siete molto severa.

Signora Marulli             - Non riesco a capirla. L'altra volta, per esempio, non mi parlava - vi parrà incredibile - di voler entrare in convento?... In convento!

Mochi                            - Qualche amoruccio contrariato; voi donne, spesso vi date a Dio solo per far un dispetto agli uomini.

Signora Marulli             - Non ha cuore quella ragazza; non vuol bene neppure a sua madre!

Mochi                            - Ve ne siete occupata poco anche voi, sin da quand'era bambina.

Signora Marulli             - Oh! la solita accusa che mi si butta in faccia. Voi che mi conoscete meglio degli altri, voi che sapete bene...

Mochi                            - Io non so nulla; so quello soltanto che ripe­tono le cattive lingue.

Signora Marulli             - E' un'infamia!

Mochi                            - Dovreste indignarvene meno. Siete una donna eccezionale, senza nessuno dei pregiudizi, senza nessuna delle esitanze che indeboliscono il vostro sesso. Che v'importa di quel che dicono o non dicono le cattive lingue?

Signora Marulli             - Non tocchiamo questo tasto!... Dunque, quel Ranzelli?

Mochi                            - Sarebbe il vostro candidato? 

Signora Marulli             - Non ve Io nascondo; ma, cosa strana in un militare, mi sembra un po' timido.

Mochi                            - E vorreste che lo incoraggiassi io!

Signora Marulli             - Mi basterebbe che voi scrutaste le sue intenzioni. E' un favore d'amico e perciò Io do­mando a voi.

Mochi                            - Grazie. Cercherò di servirvi questa sera stessa. Egli sarà qui fra poco; non manca mai. Ed ora, se non avete altro da chiedermi, permettete che vada di là, per la solita partita con Savani e vostro marito. Egli batte sempre il povero commendatore. E' una giusta ri­vincita!

Signora Marulli             - Siete insoffribile.

Savani                           - (tirando in disparte la Marulli) Se il Porati vi parlasse di quel suo affare, ditegli che le settantamila lire sono presso di voi.

Signora Marulli             - Ma... io non le ho più!

Savani                           - Non le avete più?... Voi dunque dubitate, come gli altri? Vi unite ai miei e ai vostri nemici?

Signora Marulli             - Volevo parlarcene; ma non siete stato libero un solo momento in questi ultimi giorni. Ho trovato un buon collocamento con ipoteca di beni stabili. (Parlano concitatamente sottovoce).

Mochi                            - (con aria di mistero, a Giacinta che rimescola i fogli di musica al pianoforte) La Manetta è una sciocca... Mi ha frainteso.

Giacinta                        - (sottovoce) Se aggiungete una parola di più... dirò tutto a mia madre.

Mochi                            - (c. s. insinuante) Più tardi, quando ci sarà gente, venite sulla terrazza. Voglio scolparmi. Quella sciocca non m'ha capito.

Giacinta                        - Ho capito abbastanza io!

Mochi                            - Voglio scolparmi. (Si allontana).

Savani                           - (alla Marulli) Oh! anche voi, Teresa!

Signora Marulli             - Ma se vi dico di no.

Savani                           - Mi credete tutti sull'orlo d'una voragine e mi date, tutti, la spinta perché io vi precipiti più presto...

Signora Marulli             - Siete cattivo.

Savani                           - Vorrei ingannarmi! Venite, Mochi?

Mochi                            - Volentieri. (Escono insieme).

Signora Marulli             - (in disparte) Se s'immagina di trascinarmi nell'abisso con lui! (A Giacinta) Che cerchi?

Giacinta                        - Il duetto del « Ballo in maschera ». Ha mandato a chiederlo la signora Villa. Dovrebbe essere qui.

Signora Marulli             - Falle rispondere che non hai potuto trovarlo; sarà meglio. La signora Villa non resti­tuisce mai la musica e i libri le si prestano.

Giacinta                        - (che ha trovato il fascicolo) Ma anche lei ha prestato a noi dei libri di musica.

Signora Marulli             - E' diverso. Noi li restituiamo sem­pre. Sei incorreggibile. Tu ti figuri che la società sia proprio quale appare in un salotto o in una festa dove tutti si sorridono e si scambiano strette di mano...

Giacinta                        - Nora l'ho creduto mai.

Signora Marulli             - E giacché siamo su questo di­scorso... Quando ti metterai in testa che devi pensare seriamente al posto da prendere in società?

Giacinta                        - Va bene... Ci penserò... seriamente.

Signora Marulli             - Questa maniera di rispondere, tu lo sai, non mi piace...

Giacinta                        - Come vuoi che ti risponda?... Va bene, ci penserò.

Signora Marulli             - Parecchi giovani hanno mostrato... un'attenzione speciale per te... Tu intanto... -

Giacinta                        - Li ho lasciati fare... (Risoluta) Senti, mam­ma; hai ragione, non sono più una bambina; debbo pen­sare al mio avvenire... e ci penserò. Vedrai! C'è un de­stino per tutti; io voglio andare incontro al mio, sbada­tamente; tanto, è inutile: non gli si sfugge! Che te ne importa? Con te sarò sempre la stessa... Buona, docile... mi presterò a tutto... come mi prestai tre mesi fa...

Marietta                        - La ragazzina mandata dalla signora Villa vuol sapere se deve attendere...

Giacinta                        - Dalle questo qui. (Porge il fascicolo di musica).

Signora Marulli             - (togliendole di mano il fascicolo) No; dille che non è stato possibile trovar quella mu­sica. (Marietta esce) Oramai ti ho capita; bisogna farti violenza, per il tuo bene. Dicevi?...

Giacinta                        - (reprimendosi) Dicevo che sarò sempre buona, docile con te, come tre mesi fa, dopo la mia con­valescenza, pel pranzo e il ballo dati agli azionisti... col pretesto che festeggiavi la mia ricomparsa in società...

Signora Marulli             - Col pretesto?... E' il cavalier Mochi che ti ha suggerito questa malignità... E tu gli hai creduto?... Tu gli hai creduto?...

Giacinta                        - Hai ragione, mamma; è meglio parlar chiaro... Sappi, dunque, che alla mia situazione, al mio avvenire ci ho pensato lungamente. Sono cresciuta fin oggi quasi abbandonata a me stessa. Non ti accuso... Hai avuto, hai tuttavia tante occupazioni più gravi: la fa­miglia, la banca, gli azionisti... che so io?... Lasciami continuare a vivere così, abbandonata a me stessa; non dubitare, non avrai noie per causa mia. Le mie idee non sono assurde... vedrai! Ma lasciami libera, assolutamente, te ne prego... In ogni caso, dovrei prendermela soltanto con me!

Signora Marulli             - Per ora, qui comando io! Che t'immagini?... Che ti hanno fatto capire? Sono questi gl'insegnamenti che ti davano in collegio?

Giacinta                        - Il collegio ci rende quali ci ricevette.

Signora Marulli             - Sei un'ingrata!

Giacinta                        - No, mamma!

Signora Marulli             - Sei un'ingrata! Ma, bada, veh! E' bene che tu lo sappia, a me i romanzetti non piacciono punto; so come stroncarli sul nascere!

Giacinta                        - Se credi che io abbia dei romanzetti per la testa!

Signora Marulli             - Che significa, dunque, quel « la­sciami libera »?

Giacinta                        - Te lo spiegherei, se tu fossi più calma.

Signora Marulli             - Sono calma, calmissima; ci vuol altro per agitarmi.

Giacinta                        - Significa che l'avvenire è ancora lontano; che, per ora, ne tu, nè io dobbiamo legarci le mani... Non dartene pensiero. Però, se dovessi, come pare che tu desideri, prender marito, prenderei soltanto una per­sona di mia scelta, risolutamente... a costo di farti di­spiacere. Ma non lo prenderò, non lo prenderò! Ho un triste presentimento... perché... perché... ecco, non mi riesce di spiegarmi; mi mancano le parole... Te ne prego; non occuparti più del mio avvenire! Non me ne occu­però nemmeno io... Qualche cosa avverrà. Te lo ripeto; non avrai noie per causa mia. Lasciami fare... anche una sciocchezza!... Che te n'importa?

Signora Marulli             - Sei ancora malata, qui, nel cer­vello. Hai scartato il Porati, un figlio unico! Hai scar­tato il Gessi, con la scusa ch'era un grullo e arrossiva di tutto a sproposito, e alla Malocchi non è parso vero di prenderselo per la sua Elisa. Hai scartato il Merli, un giovane serio, con un avvenire magnifico per via di suo zio!... Se ti fa girare la testa quel chiacchierone del Ratti...

Giacinta                        - Oh, mamma!

Signora Marulli             - Se t'abbaglia il romanticismo d'An­drea Gerace, un impiegatuccio della Banca nazionale, uno spiantato!...

Giacinta                        - Ma chi ha potuto dirti questo!

Signora Marulli             - Ho gli occhi per vedere... e an­che gli orecchi per sentire.

Signora Bianchi            - (alla Marulli) Non volevo venire; credevo che tu non ricevessi...

Signora Marulli             - Gli amici più intimi soltanto. Le circostanze, capisci...

Signora Bianchi            - E anche perché questa sera abbia­mo il palco al teatro. (A Giacinta) Ma la Gina deside­rava di vederti.. Come sei seria! Come siete serie!... In­fine, era un parente molto lontano.

Signora Marulli             - Ma così buono, così generoso! Si ricordava sempre di noi. (Continuano tra loro).

Gina                              - (o Giacinta) Sono contenta per te; con la bella dote che ora hai...

Giacinta                        - Tu non pensi ad altro.

Gina                              - A che dobbiamo pensare noi ragazze! (Conti­nuano sottovoce).

Signora Marulli             - Ernesta Majocchi non si vede più. Sua figlia è molto malata.

Signora Bianchi            - Povera Elisa! Pareva che tutto fosse combinato.

Signora Marulli             - Questioni d'interessi, dicono.

Signora Bianchi            - E' la mamma di lui che non vuol saperne d'una ragazza malaticcia, mezzo rachitica. (Con­tinuano sottovoce).

Gina                              - Tu sei diffidente. Io ti dico tutto, invece.

Giacinta                        - Non ho nulla da dirti.

Gina                              - Va, io prenderei subito marito... per curiosità.

Ratti                              - (alla Marulli) Non vi ho più veduta alle Assise.

Signora Marulli             - Oh! avvocato... Quel processo va troppo per le lunghe.

Signora Bianchi            - Di che si tratta?

Ratti                              - D'una donna maritata che per gelosia ha ucciso l'amante.

Signora Marulli             - Mi contento di leggere il resoconto nei giornali.

Signora Bianchi            - Sono tutte fandonie quelle che scrivono.

Gina                              - (andando incontro a Gerace) Gerace, vi siete rammentato di quel disegnino?

Gerace                           - Eccolo, signorina.

Gina                              - E' autentico?

Gerace                           - Guardate la firma: Morelli.

Gina                              - (mostrando il disegno a Giacinta) E' pel mio album.

Giacinta                        - (distrattamente) Bello!

Merli                             - Posso osservarlo anch'io?

Gina                              - Guardate pure.

Gerace                           - (sottovoce a Giacinta) Perché non hai ri­sposto alla mia lettera.

Giacinta                        - (piano) Che hai?

Gerace                           - Me lo domandi?

Giacinta                        - Più tardi. (Si allontana).

Merli                             - (raggiungendo Giacinta) Signorina! (Rimane imbarazzato).

Giacinta                        - Ebbene?

Merli                             - Dunque mi sfuggite! Vi ripeto...

Giacinta                        - (ironica) Risparmiatevi!

Merli                             - Parlo seriamente.

Giacinta                        - Non fate quegli occhi... Mi viene da ridere.

Merli                             - Come siete crudele con me! Invece, con qualche altro...

Giacinta                        - Ora mi dite delle impertinenze. (A Ranzelli) Capitano! Promettete di dirmi la verità. (Lo pren­de in disparte).

Ranzelli                         - Dico sempre la verità!

Gina                              - Gerace, Gerace, ascoltate! (Gerace si avvicina).

Giacinta                        - (a Ranzelli) E' vero che il tenente Brogini ha un'amica vecchia e brutta che talvolta lo picchia?

Ranzelli                         - Scusate, signorina... ma...

Giacinta                        - E' una mia curiosità; ditemelo. Fatemi questo piacere. Dopo, magari potrete sgridarmi.

Ranzelli                         - Non vi sgrido, non ne ho il diritto, né l'autorità. Però nutro tanta stima per voi e vi voglio...

Giacinta                        - Tanto bene! Si sa!

Ranzelli                         - Sì, tanto bene, che non posso vedervi commettere, senza dispiacere, anche una leggerezza da nulla.

Giacinta                        - Come siete severo! Oh! Oh!

Ranzelli                         - (continuando) Non dite così. Il mondo giudica dalle apparenze, e quando...

Giacinta                        - (interrompendolo) E' vero che il tenente Brogini...

Ranzelli                         - Sentite; sedete qui cinque minuti soltanto. (Continuando sottovoce).

Gina                              - (a Gerace) Che avete? Siete distratto.

 Gehace                         - (che osserva Giacinta e Ranzelli) Non mi pare; vi ascolto attentamente.

Ratti                              - (tirando in disparte, sul davanti, il Follini) Caro dottore, voi che siete già savio a ventisette anni, mentre io, che ne ho già trentadue, non ho ancora messo il dente del giudizio...

Follinì                            - Non abbiate fretta.

Ratti                              - Voi che siete un savio, un filosofo, uno scienziato...

Follinì                            - Troppe cose in una volta!

Ratti                              - Sposereste voi Giacinta, ora che ha due mi­lioni di dote... quanto bastano per far dimenticare molte cose? Il capitano Ranzelli assalta la fortezza, a quel che pare.

Follinì                            - Non mi occupo dei fatti altrui.

Ratti                              - La sposereste?

Follinì                            - E voi?

Ratti                              - Ma io sono ritenuto un mezzo matto, e se facessi una sciocchezza non se ne meraviglierebbe nessuno.

Follinì                            - Fatela, dunque. Giacinta è assai migliore di quanto la gente non la stimi... Il resto, mio Dio!... è un'opinione.

Ratti                              - Non direte che sia un'opinione anche la madre.

Follinì                            - Se mai non dovrete sposar lei. Ma voi, con queste idee, perché frequentate la casa?

Ratti                              - Oh, bella! E' una casa eccezionale in pro­vincia. Si va, si viene, senz'etichetta, senza noie; vi si può parlare liberamente di tutto e di tutti... C'è una ra­gazza che promette. Fino a tre settimane fa nessuno vo­leva sposarla...

Follinì                            - Oggi vorreste sposarla tutti.

Ratti                              - Io no; non sono di quelli che prendono mo­glie. Le mamme lo sanno e perciò non mi tentano, come fa ora la signora Rossi, osservate, che vuol accalappiare Gerace per la sua Gina e non lo lascia tranquillo. Oh che mondo! (Continuano sottovoce).

Ranzelli                         - Dico bene?

Giacinta                        - Può darsi, certe cose non le capisco.

Ranzelli                         - Voi vi calunniate!

Giacinta                        - La mamma ci osserva.

Ranzelli                         - Tanto meglio.

Ratti                              - (a Follini) Il capitano rinnova l'assalto; ma non è allegro.

Follinì                            - Perché v'interessate? Che ve ne importa?

Ratti                              - Gli darei noia volentieri.

Gina                              - (a Gerace) Ma lasciate stare quei poveri baffi. Vorreste strapparveli?

Gekace                          - E' una mia cattiva abitudine.

Giacinta                        - Poesia, caro capitano; nient'altro. Si vede che siete anche poeta, nella vita almeno... Io, invece, credo unicamente alla prosa... alla triste prosa... mio malgrado... E i cinque minuti?

Ranzelli                         - Per me non sono passati. E se non vi infastidisco...

Giacinta                        - No. (Continuano).

Conte                            - (a Ratti) Arrivo troppo tardi?... Gerace ha forse cantato?... io

 Ratti                             - Ma non si può più cantare qui. I Marulli sono in lutto... per l'eredità dei due milioni.

Conte                            - (non comprendendo) Ah!... (A Follini) Buona sera! (A Gina) Signorina! (Tornando da Ratti) Ah! Ho capito!... Bel lutto!

Ratti                              - (al dottore) Che rapidità d'intelligenza. (Ridono. Il conte va a salutare la Marulli e gli altri).

Conte                            - (presentandosi con esitanza a Giacinta) Di­sturbo?... Capitano, buona sera... La signorina sta molto bene vestita a lutto. Per un parente della mamma, è vero?... Un cugino?... Ma, quando le disgrazie arrivano così... accompagnate! (Ride scioccamente) Infatti, dice il proverbio: le disgrazie non vengon mai sole... E' veris­simo! (Ride, ma si accorge che gli altri non ridono) Disturbo?... (Si allontana).

Follini                            - Conte, avete poi vinto la vostra scommessa?

Conte                            - L'ho perduta. Quel cavallo... era una gin-menta.

Ratti                              - Oh! Oh! Un cavallo ch'era una giumenta!

Conte                            - Ma io credevo...

Ratti                              - E' sorprendente. (Molti ridono).

Gina                              - (a Gerace) Vedo che non mi date retta; ne riparleremo.

Gerace                           - Scusate. Sono un po' nervoso questa sera,

Ranzelli                         - (a Giacinta) Vi ricrederete! Vi ricre­derete!

Giacinta                        - (alzandosi) Non mi capisca al rovescio... (Va incontro a Gerace e gli dice piano) Che ti prende? Vuoi farti scorgere? (Alla Bianchi) Andate già via?

Signora Bianchi            - Arriveremo al secondo atto,.. Gina!... Buona notte.

Signora Marulli             - Buon divertimento. (La signora e Gina escono) Capitano, questa sera avete un'aria, una cert'aria, non saprei...

Ranzelli                         - Può darsi.

Signora Marulli             - Dunque, siete deciso! Lascerete il servizio?

Ranzelli                         - Tento di ritrovare un migliore ingaggio, come diciamo noi militari.

Signora Marulli             - Quale?

Ranzelli                         - (guardando Giacinta che passa) E' ancora un segreto; se permettete... (Si congeda).

Conte                            - (a Ranzelli) La vita militare. Bellissima! Io fui riformato... per gracilità... (Ranzelli esce).

Ratti                              - (piano a Gerace) E' rimbecillito. (Forte) Oh, sì, Andrea! due milioni! Ecco una fortuna che non capi­terà mai ne a voi né a me!

Sa vani                          - Ma se non avevo neppure un asso!

Mochi                            - Commendatore, avete torto: dovevate rispon­dere a bastoni.

Marulli                          - A bastoni: ecco!

Sa vani                          - Gerace, non andate via; debbo pregarvi di farmi una piccola ambasciata al vostro direttore. (A parte) Teresa, vi dispiace se andiamo un momento di là?

Ratti                              - Sempre in faccende, commendatore! Gli azio­nisti non vi danno pace.

Savani                           - Sono più noiosi delle mosche.

Ratti                              - Il miele dei dividendi li attira. (Piano a   Gerace, mentre il Savani e la signora Marulli escono) E ci restano, poverini!

Mochi                            - (a Giacinta) Voglio scolparmi... (Giacinta gli volta le spalle ed esce).

Ratti                              - (a Gerace e a Mochi che si è avvicinato) C'è del marcio, a quel che si dice, nella Società dello zolfo. Il commendatore non mi sembra allegro e la si­gnora Marulli neppure; che donna, eh? la signora Ma­rulli! Dal nulla, da moglie d'un povero impiegato...

Mochi                            - (vedendo accostarsi il Marulli che ha lasciato il conte Grippa a guardare un album) Diceva qui il nostro avvocato, caro Marulli...

Ratti                              - (imbarazzato) Io... non dicevo nulla.

Marulli                          - Che bisognava rispondere a bastoni?

Ratti                              - Precisamente,

Marulli                          - Siamo d'accordo.

Ratti                              - Restate ancora, cavaliere?

Mochi                            - No, vengo via. E voi, Gerace?

Gerace                           - Il commendatore Savani mi ha detto di attenderlo.

Mochi                             - Buona notte. Noi andiamo al Caffè della Pantera...

Ratti                              - Nel mezzanino, s'intende. Questa sera sono in vena. Oggi, due onesti clienti, merce rara, mi hanno portato gli onorari.

Mochi                            - Sono da compiangere.

Ratti                              - I clienti?

Mochi                            - Gli onorari.

Ratti                              - Per carità, non mi smontate. Perderò. Arri­vederci, dunque, Gerace. (Escono Mochi e Ratti accom­pagnati da Marulli).

Marietta                        - (al conte che guarda l’album) La signora non è qui...?

Conte                            - (fermandola) E' di là, col commendatore. Non scappar via; senti... Se la tua padroncina volesse diventare la contessa Grippa di San Celso...

Marietta                        - Domandateglielo!

Conte                            - Diglielo tu. Non scherzo mica. Diglielo tu.

Marietta                        - Sì, sì proverò. (Esce ridendo).

Gerace                           - (al conte, scherzando) Ma come? Volete sedurre la cameriera? Oh, conte!...

Conte                            - Tutt'altro!... Se sapeste!... Ma non dovete saperlo. No, no. Ah, quella romanza da voi cantata!... Bella! Bella! Però preferisca l'operetta o la rivista. Che gambe, quella Balda! Che gambe! Vo a teatro, ad ap­plaudirla!

Giacinta                        - Perché mi hai scritto « io non me ne rallegro »?

Gerace                           - Perché ora sei troppo ricca.

Giacinta                        - Tanto meglio.

Gerace                           - Chi lo sa?

Giacinta                        - Dubiti di me?

Gerace                           - (dopo una pausa, con voce repressa) Che pretende quel capitano?

Giacinta                        - Nulla.

Gerace                           - Ti ama. Te lo diceva poco fa...

Giacinta                        - Vorresti impedirglielo?... Per carità, non fare scene!

Gerace                           - Ho torto?

Giacinta                        - Sì.

Gerace                           - (esitando) Dammene una prova.

Giacinta                        - E' impossibile.

Gerace                           - Sposerai lui! .

Giacinta                        - Ne te, né lui.

Gerace                           - E tu mi ami?

Giacinta                        - Con tutta l'anima! ...Ma è un'altra cosa, Dio mio!

Gerace                           - Chi ti capisce? (Abbassano la voce guar­dando dalla parte dove sono entrati la Marulli e il Savani).

Giacinta                        - Mi tormenti per capriccio; non può es­sere altrimenti! Tu sai che io non mento. Ti ho detto che ti amo, sei il solo a cui l'abbia detto; non lo dirò a un altro, puoi esserne certo... Ma ti amo a modo mio... Lasciati amare così! Non tormentarmi.

Gerace                           - E per l'avvenire?

Giacinta                        - Per l'avvenire?... Ti amerò sempre; non posso, capisci?, non voglio amare che te! Ma lasciati amare a modo mio. Non tormentarmi inutilmente, ti ripeto.

Gerace                           - Vorrei mi tagliassero la testa, se ne com­prendo qualche cosa!

Giacinta                        - Ti ricordi un anno fa? Eravamo seduti vicino al caminetto... Tu armeggiavi con le molle, per ravvivare la fiamma. Io ti dissi: «Ho segnato con la mia sorte un patto terribile». «Quale?», mi domandasti. « Lo saprete un giorno », ti risposi. Allora, fui io che ti tesi la mano, quando meno te l'aspettavi, quando, forse, cominciavi a disperare...

Gerace                           - Infatti...

Giacinta                        - (concitandosi sempre più) « Mi amate davvero? », ti domandai. Tu mi baciasti una mano.

Gerace                           - L'unico bacio che mi hai permesso!

Giacinta                        - Che ti dissi allora?... Lo rammenti?

Gerace                           - Oh, si, Mi dicesti: «Hai fiducia in me? ». «Illimitata», risposi.

Giacinta                        - Ma soggiunsi: « Sei capace di tener se­greto questo nostro amore, fino a che non ci sarà più ragione di tenerlo nascosto? Un amore alla vista di tutti è un amore sciupato! Non devi adombrarti di nulla...».

Gerace                           - « Di nulla, ora che mi so amato ». Ti risposi così. Come posso aver dimenticato?

Giacinta                        - E sarai paziente, senza lagnarti mai? Il mio cuore è tuo, Andrea, completamente tuo e per tutta la vita... L'hai dimenticato?

Gerace                           - Chi ama, teme; non si ragiona quando s'ama. Allora però non eri così ricca.

Giacinta                        - Non proseguire; mi sentirei insultata!

Gerace                           - Tua madre...

Giacinta --------------- - Mia madre non può nulla su di me. Le ho resistito fino adesso; potrò resisterle meglio ora che la fortuna mi ha emancipata da lei. Il dolore mi ha tem­prata. Oh, quello che ho sofferto, tu non puoi immagi­narlo! Quante umiliazioni! Fossi morta quattro mesi fa! Nello stordimento della febbre solo un pensiero persisteva nella mia intelligenza: sto per morire!... Perché non sono morta?...

Gerace                           - Non dire così; non dire questo. Mi addolori.

Giacinta                        - E intanto mi torturi insieme agli altri, quasi che io non soffra abbastanza senza la tua gelosia, i tuoi sospetti e i tuoi rimproveri!... L'avvenire!... L'av­venire!... Oh, lo so bene quale sarebbe il mio avvenire anche con te! L'uomo non è mai generoso; non dimen­tica, non scusa, non perdona... mai!... Verrebbe un giorno, arriverebbe un momento che anche tu saresti così vile... da rinfacciarmi... (Si copre il volto colle mani).

Gerace                           - Che cosa?

Giacinta                        - (fiera) Tu    lo sai, non mentire! La mia fanciullezza macchiata dalla brutalità d'un... Tu lo sai, e su ciò non tollero nemmeno la tua pietà!

Gerace                           - Ti amo!... So dimenticare, l'hai già veduto. Perdonare?... Non è il caso.

Giacinta                        - Non m'illudi! Ti voglio troppo bene da accettare il rischio di doverti un giorno odiare o di­sprezzare, che sarebbe anche peggio!... Senti, Andrea, te ne supplico; non far comprendere alla gente che tu sei per me più degli altri!... E se ti pesa l'essere amato a modo mio, se non hai più la forza e il coraggio di continuare ad amarmi, lasciami ,in pace!... Sarà quello che sarà. Che posso dirti di più?

Gerace                           - Ma io ti amo, tanto!

Giacinta                        - Già, ad una spiegazione dovevamo arri­varci. Ti vedevo da qualche tempo così irrequieto, così smanioso...

Gerace                           - Come non esserlo?

Giacinta                        - (sorridendo) Sono forse gelosa di te per la Gina? E lei, lo so, ti si butta fra le braccia.

Gerace                           - Serve a sviare i sospetti.

Giacinta                        - Ed ora, avrai fede in me? Sarai prudente, non t'adombrerai di nulla, è vero? Che vuoi?... Sono un po' diversa dalle altre donne... forse, sono fatta male... me n'accorgo. Ho sofferto troppo! Ma non sono cattiva: orgogliosa, sì; anche troppo... L'orgoglio è il mio co­raggio.

Gerace                           - (guardandola negli occhi) Sicché...

Giacinta                        - Oh!... Ma perché vuoi torturarmi così? E allora, sappilo: l'uomo del mio cuore potrà, forse, un giorno diventare un amante, ma marito no, mai. Zitto... Non vedi come tremo!... Mai! Mai! (Si ricompongono, sentendo arrivare Marulli, Savani e la signora Marulli).

Savani                           - Scusate, Gerace, mi sono fatto attendere, vero? Andiamo? (Escono).

Signora Marulli             - (che si è accorta del contegno di Giacinta) Pazza!

Giacinta                        - Mamma!

Marulli                          - Che c'è?

Signora Marulli             - C'è che tua figlia ha perduto la testa! (Esce irritatissima).

Marulli                          - Perché?

Giacinta                        - Nulla, babbo. Sai bene... la mamma!...

Marulli                          - Che vuoi farci? La tua mamma è così!... E' stata sempre così quella donna!... Sempre! (Esce lentamente).

Giacinta                        - Povero babbo! (A Marietta) Dirai che non ceno. Vado in camera mia.

 Marietta ,                     - Non vi sentite bene, signorina?

Giacinta                        - Un poco. Non mi sento bene.

Marietta                        - Vi darò una bella notizia prima che an­diate a letto. (Ridendo) Sapete che cosa mi ha detto poco fa il conte Grippa? «Se la tua padroncina volesse diventare la contessa Grippa di San Celso... ».

Giacinta                        - (dopo una breve pausa) Ti ha detto così?...

Marietta                        - Proprio!

Giacinta                        - Sta bene.

Marietta                        - Volete che vi accompagni in camera?

Giacinta                        - (assorta) No.

Marietta                        - (imbarazzata) Non avete bisogno di nulla?

Giacinta                        - (sempre come assente) No.

Marietta                        - Posso andare?

Giacinta                        - Sì, grazie. (Marietta esce. Giacinta, come ridestandosi) Lui? lui? E perché no?

ATTO SECONDO

Un'altra stanza in casa Marulli, illuminata a festa

Signora Bianchi            - (dal fondo) Ed ora che vi siete tolta la curiosità che ve ne pare della camera nuziale?

Ratti                              - Son me ne parlate!...

Signora Bianchi            - Torniamo di là. Siamo troppo lontani dalla sala dove si balla; la vostra compagnia è compromettente. E avete una lingua!...

Ratti                              - In una festa di nozze, un po' di maldicenza non guasta.

Signora Bianchi            - Oh, io non credo ai miei occhi! Questo matrimonio mi sembra una tale assurdità!... Da quattro mesi la povera Giacinta deperisce, è diventata pallida, ha gli occhi infossati... Non si riconosce più!... E Teresa vuol darci ad intendere...

Ratti                              - Assicurano che sia proprio furibonda.

Signora Bianchi            - Infine, contessa Grippa di San Celso non suona troppo male. E' vero che il conte ha così rindorato il suo blasone... Abbiamo sempre creduto che fosse un imbecille; non lo è poi tanto quanto pare...

Ratti                              - Forse. Ma è certamente il marito che serviva a Giacinta. Con quel punto nero!...

Signora Bianchi            - Non dite male di lei! Le voglio bene.

Ratti                              - Specifico un fatto... (Entra Mochi che si av­vicina pian piano).

Signora Bianchi .          - E' forse provato?... E quand'an­che fosse così? Non fu una disgraziata? Colpa della mamma. Una bambina di tredici anni, lasciata in balia delle persone di servizio, d'un ragazzaccio raccattato non si sa dove... Mi fate parlar male di un'amica!...

Mochi                            - Se non si potesse dir male di un'amica, a che servirebbe l'amicizia fra le donne?

Signora Bianchi            - La vostra amicizia non preserva.

Mochi                            - Io faccio il mio mestiere. Il mondo è uno spettacolo che mi diverte. Dopo aver visto il gran mondo altrove, sono tornato al mio guscio; la terra dove si è nati ci attira sempre, ed ho scoperto Che il piccolo mondo di provincia è divertente almeno quanto l'altro: basta saperlo osservare. Mi dicono un po' maligno...

Signora Bianchi            - Un po'?... Che modestia!

Mochi                            - Mettiamo maligno addirittura. Se fossi un ingenuo, non mi divertirei, vedrei soltanto la buccia delle cose, il falso! La commedia vera è quella che non si scorge di fuori, in provincia come altrove. Più in provincia che altrove, perché qui si è più guardinghi, più ipocriti... Questo matrimonio, per esempio...

Ratti                              - Appunto, se ne ragionava...

Mochi                            - E' il più bel colpo di Teresa.

Signora Bianchi            - Ma lei, invece, protesta...

Mochi                            - Siete buona!... L'aristocrazia l'ha sempre tenuta a distanza, non ha mai voluto saperne di lei... E lei porta la figliuola in mezzo all'aristocrazia, e di quella più pura! Ciò che accadrà non è difficile preve­dere... I San Celso sono senza un quattrino, indebitati fino agli occhi; ma di nobiltà ne hanno molta... E del fumo poi, quanto se ne vuole. Avete osservato? Nes­sun parente del conte è venuto alle nozze... Ma Teresa li ammanserà... E Giacinta pure... E' bellina... Il conte non può dar ombra...

Signora Bianchi            - (si alza, scandalizzata. A Ratti) Andiamo a veder ballare? (Saluta Mochi con un cenno del capo).

Ratti                              - (dandole il braccio) Resta solo: dirà male di noi con se stesso, ma lo dirà.

Signora Bianchi            - Speriamo che ,non lo dica ad alta voce.

Mochi                            - Chi cercate, Gerace? La signorina Bianchi?... Siete tragico questa sera.

Gerace                           - Ho un forte mal di capo. Scusate. (Esce).

Giacinta                        - (entrando) Non è qui? Ma dov'è andato?

Mochi                            - Che hai?

Giacinta                        - Nulla. Di là non si respira. (Apre la fi­nestra) Un po' d'aria!

Mochi                            - Siamo d'accordo, contessina; io continuerò a darti sempre del tu.

Giacinta                        - Andate via!... Lasciatemi sola!... Quanto male m'avete fatto!

Mochi                            - Male?

Giacinta                        - Mi avete aperto gli occhi, m'avete aizzata... m'avete dato la spinta... Se precipiterò in un abisso, sarà colpa vostra. Come vi odio!

Mochi                            - Dovevo aspettarmelo!

Giacinta                        - Sì, mi avete fatto molto male, e fredda­mente, abusando della mia inesperienza di ragazza, della vostra qualità di amico di famiglia...

Mochi                            - Dovevo aspettarmelo!

Giacinta                        - Ed io che vi credevo! Ed io che vi ero grata, quando venivate a stringermi la mano, a stillarmi il veleno nel cuore, contro di mia madre, contro tutti.

Mochi                            - Mentivo forse?

Giacinta                        - ,Sì, nelle intenzioni, perché ora le conosco bene.

Mochi                            - E' tua madre che t'ha detto questo?

Giacinta                        - (ironica) State tranquillo. Tutto è sepoltoqui dentro. Nessuno ha visto le mie lagrime, nessuno ha udito i miei sospiri. Mi avevate ammaliata! Ogni vostra parola era l'oracolo per me. E più non sentivo e più non pensavo che sotto la vostra influenza, ciò che più vi accomodava farmi sentire e pensare... Sono stata il vostro trastullo: come vi odio!

Mochi                            - Ti vedevo soffrire per via di tua madre... e volevo darti coraggio; confortarti. Posso essermi ingan­nato nei mezzi...

Giacinta                        - Oh! voi sapevate benissimo ciò che face­vate; una vigliaccheria degna di voi! Siete stato voi che mi avete atterrita, che mi avete fatto smarrire il senno, dicendomi che ogni avvenire m'era chiuso... che dovevo attendermi tutto da tutti e ch'ero perduta! Oh, quando penso che ero soggiogata al punto di vedere in voi il mio pietoso salvatore, l'uomo che avrei amato, venerato, per gratitudine... mentre voi tentavate... Che infamia!... (Quasi tra se) Ed ora eccomi perduta, stordita, come una pazza che non sa quello che ha fatto, né ciò che farà...

Mochi                            - Sei ingiusta verso di me! Bada!... c'è gente sulla terrazza. Possono sentirti...

Giacinta                        - Non m'importa!... Lasciatemi, .lasciatemi sola!...

Conte                            - Ah! siete voi che me la rubate!

Signora Marulli             - Sei pallida. Ti senti male?

Mochi                            - L'emozione: non è nulla.

Conte                            - Si sente male?... C'è il dottore...

Signora Marulli             - Non è nulla. Malessere passeggero: vi prego, non fate accorrere gente...

Giacinta                        - Sì, non è nulla; forse l'emozione. Lascia­temi sola qualche istante, chiudete quella porta.

Mochi                            - (a un cenno della Marulli) Conte, andiamo di là; è meglio. (Tra sé) Se non sbaglio, c'è ancora qualcosa da fare! (Esce, conducendo via il conte).

Signora Marulli             - Giacinta, che c'è? Parla: tu mi nascondi qualcosa... Sei tu che l'hai voluto, no? Non puoi esserne pentita. Ha prevalso solo la tua volontà.

Giacinta                        - Sì, mamma ; sono io che l'ho voluto!

Signora Marulli             - Ed ora, dunque?

Giacinta                        - Ho fatto ciò che dovevo.

Signora Marulli             - Una pazzia!

Giacinta                        - Quel che dovevo!... Non mi rimprove­rare!... Nessuno può rimproverarmi, nessuno ne ha il diritto, tu meno degli altri...

Signora Marulli             - E' colpa mia?

Giacinta                        - Di tutti!... Della mia sorte!...

Signora Marulli             - Ma non sei stata tu? Chi ti ha imposto ciò che hai fatto?

Giacinta                        - Nessuno. Hai ragione. Ecco: è passato. Sto bene, tranquillizzati. Mi sono lasciata sorprendere da un istante di smarrimento... E' passato!... Sono i miei nervi, non la mia volontà... Torniamo nel salone.

Conte                            - Si è rimessa?

Signora Marulli             - Completamente. La ricondurrete voi. (Esce).

Conte                            - Giacinta! (Premuroso) Tu soffri!?... Che cosa è successo? (Fa per toccarla).

Giacinta                        - Non mi toccate... Siete ghiaccio!...

Conte                            - (sempre più premuroso accenna a volerla ba­ciare) Giacinta, siate buona!... Perché non volete?... Perché?

Giacinta                        - Oh, no!... Non ora. Vi prego, non adesso, qui?!

Conte                            - Perché?... Siete mia! Nessuno potrebbe me­ravigliarsene.

Giacinta                        - (tra se) Sua!

Conte                            - Siamo soli. Da un mese non siamo rimasti soli neppure un minuto... Giacinta!

Giacinta                        - (sfuggendogli) Oh!... E' più orribile di quanto che credevo!... Sua!... Per sempre!...

Conte                            - Fermatevi... Che avete? Siete ancora agitata. (Cerca di abbracciarla, ma Giacinta si sottrae) Siete mia moglie, infine?! Giacinta, perché questo?

Giacinta                        - Basta!... Mi fate male!

Conte                            - (mortificato e intimidito) Scusate. Scusami Giacinta!

Giacinta                        - Vi prego, andate di là; non voglio che s'accorgano!... Andate di là, ve ne supplico!...

Conte                            - Vi amo, Giacinta. A farvi mia moglie avevo pensato sempre! Sapete?... Ma avevo paura di voi! Pure dicevo: è nata per essere contessa. Non osavo di propor-velo... Ora mi invidiano; me l'hanno confessato. Hanno ragione.

Giacinta                        - Me l'avete ripetuto tante volte!... Lo so, vi ringrazio. Ora andate di là, o volete che vada via io?

Conte                            - No, no. Vado. (Esce).

Giacinta                        - Che ho mai fatto! Ho paura di me stessa, della mia audacia!... Infine... che colpa ne ho io? Forse con minore fierezza avrei potuto vivere tranquilla, e forse anche felice!... Ma chi mi garantiva, chi? Un gior­no in un momento di collera, me lo avrebbe rinfacciato. No, no! E' stato più forte di me! Il mio destino era questo! Meglio così. Sarà la mia rivincita! Ho preso un marito, mi son messa in regola colla società... Che vorranno di più? Le conosco quelle che mi condanne­ranno!... Quelle che più alzeranno la voce!... Ma io non farò come loro. Non avrò le stesse abitudini. (Affaccian­dosi alla finestra, a voce repressa) Andrea!... Andrea!... Per carità!... Una parola, una sola parola. (Delusa) Non mi ha ascoltata, non mi dà retta!... E' andato via!... (Andrea Gerace entra in quell'istante. Giacinta che stava rinchiudendo la finestra) Ah! Andrea!

Gerace                           - (dopo aver chiuso l'uscio) Sono venuto alle vostre nozze! Avete voluto cosi! Mi avete chiesto l'ul­timo sacrificio... Vi ho accontentata!

Giacinta                        - Oh, Dio! Andrea non parlarmi così, non farmi sentire che non mi ami più.

Gerace                           - Mi fate pietà. (Con impeto improvviso) Dovrei odiarti, dovrei disprezzarti, ma la tua misera vanità di donna ti scusa ai miei occhi!... Ti sei messo sotto i piedi il solo cuore che t'abbia amata per te sola, per solo amore!

Giacinta                        - Andrea!... Andrea!...

Gerace                           - Volevi anche lo spettacolo del mio dolore, della mia disperazione di amante tradito?... Non ho pianto; non mi son disperato. Quello che oggi è acca­duto, lo avevo previsto da tempo!

Giacinta                        - La mia vanità! Non mi ami più, Andrea?... Non mi ami più?...

Gerace                           - (stringendola, convulso, fra le braccia) Come hai potuto?...

Giacinta                        - Zitto!

 Gerace                          - (pentendosi del suo slancio) E' stata un'in­famia! Lo capisci? Lo riconosci?

Giacinta                        - Zitto!... Ti amo! Ti amo!

Gerace                           - Che vuoi? Che pretendi?... Vuoi che ti dica che hai fatto bene per calmare i tuoi rimorsi? Che hai ragione; hai ragione tu?

Giacinta                        - Non alzare la voce!

Gerace                           - Oh!... Non voglio comprometterti!...

Giacinta                        - Parla, parla pure. Ma non umiliarmi,-non insultarmi. Hai torto. Non capisci, dunque? Sono sull'orlo di un abisso che ho scavato io stessa con le mie mani!... Doveva essere così... C'è una terribile logica nel male; in quello che ci vien fatto dagli altri, in quello che facciamo noi!... Quante lotte m'eri costato! T'avevo conquistato a prezzo di lacrime!... Tu non sai nulla!... Tu ignori tutto!... E' per questo che mi con­danni! Ascoltami, Andrea!...

Gerace                           - E' inutile ormai!... Tutto è finito!...

Giacinta                        - Ascoltami! Lasciami dire; ti amavo trop­po; ti amo tanto! Perderti era un dolore superiore alle mie forze... e ti volevo per me, ad ogni costo!... E' vero!... E' vero!... tu sei stato il solo cuore che m'abbia amato per me sola, per solo amore. Lasciami dire! Quella che faccio in questo momento è la confessione più disperata della mia vita! Da un anno, un chiodo piantato qui!... Un'idea fissa!... Un pensiero che mi trascinava, che mi fa­ceva gelare di terrore, ma che mi dava conforto, che mi sorreggeva. (Battono leggermente all'uscio. Con voce soffocata) Qualcuno!... (In ascolto) E' andato via. Forse mia madre... Non abbiamo che pochi momenti... Non m'interrompere. Ti giuro...

Gerace                           - Non dirmi nulla, non giustificarti, non cer­care delle attenuanti. Che m'importa ora di ciò che puoi dirmi? Sei sua moglie, la moglie di un altro, di quell'uomo. C'è da impazzire e io impazzirò davvero. La­sciami uscire, lasciami andar via: è meglio, prima che io perda il controllo di me stesso. Vederti qui alle tue nozze, alla tua festa di nozze, c'è da impazzire. Perdo la testa, capisci? Lasciami andar via, ti prego, lasciami andar via...

Giacinta                        - (con impeto di viva disperazione) Andrea, no, non lasciarmi così, non andar via, Andrea, non mi abbandonare. Ascoltami, ti supplico: sono io che l'ho voluto. Stupidamente ho creduto di salvarmi così; ma ora la disperazione mi ha invaso e vedo in quale abisso sono precipitata. Ma io non volevo ingannarti con la mia innocente ignominia, col disprezzo della gente. Non volevo doverti nulla e non potevo non essere degna di te. Capisci, ora? Ma ti amo; ti amo disperatamente. Tu non sei mio marito; non possono deriderti se io ora sono tua, se fuggo con te. Vuoi? Sono pronta a farlo in questo istante, stanotte, quando vuoi. Sono pronta a tutto per te. Ed è anche la mia rivincita. Non abbando­narmi. (Si sente passar gente sulla terrazza).

Gerace                           - Viene gente. Sta accorta, ricomponiti! (Re­stano qualche istante in ascolto; la gente passa. Si ode in lontananza l'andirivieni, il fermento e la musica della festa di nozze). Verranno qui, possono scoprirci. Sor­prenderci... Per te.„

Giacinta                        - Per me? Che importa di me? Io voglio gridarlo il mio amore; voglio portarla in trionfo questamia passione che è pura, che è soltanto fatta di cuore e di bene, in mezzo a tante brutture. Non mi capisci? Hai paura? Sei tu che hai paura?

Gerace                           - (affranto, ma implacabile) Non t'illudere; non illuderti! L'irrimediabile è compiuto! La legge degli uomini non si distrugge così in un istante. E' troppo tardi!

Giacinta                        - (sempre più disperata; aggrappandosi a lui) No, Andrea, no; nulla è perduto, non è troppo tardi se tu mi ami. Ascoltami, Andrea, un momento solo, un Bolo minuto; devi convincerti, non sono pazza, devi aver pietà di me, devi aiutarmi, non puoi non aiutarmi se ti amo tanto, se senti il mio cuore. Io non esisto, non mi pento, non m'importa in qualsiasi modo mi si giudichi. Ti amerò sempre di più. Se non vuoi portami via, dimmi che continuerai ad amarmi: sarà il nostro segreto, il no­stro grande segreto...

Gerace                           - Ti illudi, Giacinta, ti illudi. La vita ti prende, ti porta sul tuo cammino che non è il mio stesso, ti rovina seminando sempre altra rovina. Non è più possibile: dobbiamo separarci. Bisogna aver il coraggio di non rivederci; bisogna avere la forza di non rivederci mai più. (Fa per uscire).

Giacinta                        - (ancora con un ultimo sforzo disperato) Ascoltami! Andrea, ascoltami! (Il brusio dalla terrazza sale, sempre crescente; si capisce che da un istante all'altro gli invitati entreranno nella sala. Infatti dietro l'uscio, come se stesse per essere aperto, si sente la voce del conte che cerca sua moglie).

Voce del Conte             - (da destra) Giacinta? Ma Giacinta, dove sei?

Andrea                          - Eccoli! (Si trae in disparte).

Giacinta                        - Andrea, mio Andrea! (Poi, rivoltandosi all'uscio prima di dare il tempo che la gente entri, e con uno sforzo di suprema volontà, corre verso la porta sta per aprirla lei esclamando, con forzata gaiezza) Eccomi, eccomi, sono qui da voi!

                                                             Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Piccolo salotto in casa Marulli

Mochi                            - Temo che diventerà presto il segreto di Pulcinella.

Signora Marulli             - Non lo avrei mai creduto!... Quasi non lo credo ancora! Giorni fa, per scandagliarla, le dissi: «Gerace ti sta. sempre alle costole ». « E' un buon giovane », rispose con indifferenza. « La gente non la pensa così», replicai; non volevo metterla in sospetto. «Lo tratto come gli altri», mi disse. «Pare di no», replicai, ed insistetti più vivamente. Non si scosse; non si tradì!

Mochi                            - E' una vera donna! E' forte... quasi quanto voi, sia detto senza malignità. In fin dei conti, io non la biasimo, precisamente; non voglio fare il moralista. Sonoanzi di manica larga in questi argomenti, e se dovessi dirla, una bella signora che non abbia un amante mi sembra una stupida. Ma nel caso nostro la questione muta aspetto. Ne nascerà un gran pettegolezzo; anzi è già nato. E lui, Gerace, se ne infischia. I vostri nemici, scusatemi, ma ne avete parecchi, gongoleranno di gioia e ne rideranno troppo. Lasciatemelo dire: mancavano i giovani qui? Sembra fatto apposta per divertire il paese. Si può dar loro torto? E Gerace se la spassa. Gioca, lui. E ora gioca più generosamente di prima...

Signora Marulli             - (vivamente colpita) Che infamia! Ma allora? Voi credete!

Mochi                            - Non credo; lo vedo giocare. Perde: paga. Non mi sorprende.

Signora Marulli             - E' un vile! Come può Giacinta far questo; come può stimarlo?

Mochi                            - Voi donne! Ce ne vuole per capire voi donne! Beh, lasciamo stare... Dunque, saltando di palo in frasca, sapete che Savani ha già fondato a Buenos-Aires una Banca degli italiani? Poveri italiani! E un portento quell'uomo.

Signora Marulli             - Mochi, non siete mai stato molto benevolo verso di me; m'avete sempre fatto una piccola guerra a colpi di spillo perfino in famiglia, quando non potevo neppure sospettarlo, né mettermi in guardia... Non faccio recriminazioni inutili; è per intenderci.

Mochi                            - Intendiamoci! Sarà la prima volta. Infine, una volta o l'altra, dovevamo arrivarci.

Signora Marulli             - Se la direzione generale della Banca nazionale non credesse opportuno...

Mochi                            - Oh! Vedrete. Mi meraviglio anzi che la risposta non sia già arrivata.

Signora Marulli             - Ma se non fosse quale noi la desi­deriamo ?

Mochi                            - E' un'ipotesi assurda. Non si tratta mica del direttore o del cassiere della succursale, ma d'un impie­gato secondario. A meno che il Gerace abbia nella stessa direzione generale qualche grosso protettore. Di­cono che sia di buona famiglia decaduta. E a meno che abbia avuto sentore delle nostre pratiche e scritto colà per sviarle... Ma anche questa è un'ipotesi assurda; la persona a cui mi sono rivolto ha troppo le mani in pasta per vedersi negato il favore del trasferimento d'un impiegatuccio...

Signora Marulli             - Tutto sta bene; ma l'assurdo ac­cade, talvolta. E noi dobbiamo prepararci, essere pronti...

Mochi                            - A far che?

Signora Marulli             - Io conosco bene mia figlia. Attac­cata a viso aperto, resisterà; s'impunterà nella sua stol­tezza.

Mochi                            - E' quello che temo.

Signora Marulli             - E allora, una guerra sorda, di dispetti, d'umiliazioni, di insulti velati... Siamo vittime della nostra gentilezza, della nostra cortese ospitalità con quell'uomo. Io sono stata con lui più cortese e più gen­tile che con tutti... Ne sono ben ripagata... Accade sem­pre così. Se fosse vero, e sarà verissimo! Ne è capace! Ma se è vero che il denaro di mia figlia serve ai capricci e ai vizi di quel... E' un'indegnità.

Mochi                            - Capisco. Ma io conosco parecchie persone che pel gusto di farvi un dispetto...

Signora Marulli             - Non so darmene pace! Compro­mettersi, e per chi. E quando? Quando io già sognavo la vita tranquilla di chi arrivato alla mèta vuol godersi il riposo; quando già cominciava per la mia famiglia un'esistenza nuova di considerazione, di rispetto... di per­sone influenti...

Mochi                            - Non siate così severa.

Signora Marulli             - Con voi non voglio essere ipocrita. Sì, nella mia vita c'è quello che la gente chiama un passato... Ma io venivo dal nulla; la mia giovinezza era trascorsa nell'oscurità e quasi nella miseria. Ho dovuto sopportare delle protezioni, degli appoggi... Non ho po­tuto mai fare quello che il mio cuore avrebbe voluto... Voi lo sapete bene! Voi lo sapete bene...

Mochi                            - Questo lusinga il mio amor proprio...

Signora Marulli             - La passione, l'amore sono un lusso nella vita; non se li può prendere chiunque. Lo capii subito, ed ho sempre sopportato, sempre, con questo divieto davanti agli occhi. Credetemi, non è stata allegra la mia vita. Ed ecco mia figlia che rovescia, di colpo, un edificio così penosamente costruito. E per chi? Per chi?

Mochi                            - Il vostro vero torto è questo!(Si alza).

Signora Marulli             - Il mondo dimentica facilmente; non guarda tanto pel sottile scorgendoci in alto... E que­sta risposta che non arriva!

Mochi                            - Arriverà. Io ho più interesse di voi che ar­rivi presto. Le alleanze non si conchiudono soltanto a beneficio d'una parte...

Signora Marulli             - State zitto, Mochi. Non sono più nulla io.

Mochi                            - Ma no, ma no, vi calunniate. (Tra sé) La figliuola sarebbe stata meglio... ma, ormai... (Entra la cameriera ed annuncia)

Marietta                        - La signora Bianchi. (Esce).

Signora Bianchi            - Disturbo?

Signora Marulli             - Anzi! Ma, cara, perché dici di­sturbo? Benvenuta!

Mochi                            - Stavo per andar via... Vi si legge in viso tutta la felicità d'una mamma che marita la figliuola...

Signora Bianchi            - Se credete che, per una mamma, il separarsi da una figliuola unica... (Alla Marulli) Di­glielo tu.

Mochi                            - Io non capisco questa strana gelosia di voialtre mamme... Vi si sbarazza!

Signora Bianchi            - Sbarazza! Che strane espressioni, Mochi, per la vostra educazione.

Mochi                            - Non è parlamentare, ma esprime meglio l'idea; perché, infine, una ragazza che rimanga in casa zitella non può dirsi una delizia....

Signora Bianchi            - (pausa. Si capisce che non ha piacere di continuare sull'argomento) Dunque, non vi ho disturbato?

Mochi                            - Quello ;che disturba fra due mamme è un vecchio scapolo come me. Due parole soltanto e vi lascio libere. (Alla Marulli) Potete dunque dire alla contessa...

Signora Bianchi            - Come sta? E tuo marito?

Signora Marulli             - Al solito. La podagra questa volta lo minaccia seriamente. Non posso vederlo sof­frire!... Oggi abbiamo un consulto.

Mochi                            - Dite dunque che i costruttori della palaz­zina...

Signora Bianchi            - E' proprio vero che compra una palazzina?

Mochi                            - Quella dei Barbetti, rimpetto al palazzo Sturini.

Signora Bianchi            - Bella, ho inteso dire.

Signora Marulli             - Un alveare. Certe stanzine!... Ma Giacinta se n'è così incapricciata...

Mochi                            - E i costruttori, che se ne sono accorti, ora la pigliano per la gola. Dite, dunque, che non c'è altro da fare: o accettare le condizioni ch'essi propongono o smetterne il pensiero.

Signora Marulli             - Ho inteso.

Mochi                            - (ammiccando alla Marulli) Se ci sarà qualche cosa di nuovo vi terrò avvisata. (Esce).

Signora Bianchi            - E' però sempre un gentiluomo, con tutta la sua cattiveria.

Signora Marulli             - In faccende, eh? M'auguro che questa volta non ci saranno altri ritardi.

Signora Bianchi            - Lo spero. Quel benedetto ragazzo è un pulcino nella stoppa.

Signora Marulli             - Contentati di lui.

Signora Bianchi            - Credevo di trovare qui Ernesta Villa. Doveva venire per domandarti non so che cosa... Mi deve accompagnare poi pei negozi. Non si finisce mai con un corredo. Meno male che tu ora non hai più di questi pensieri... Già... Ma... Che strano, credevo di trovarti sola...

Signora Marulli             - Ma ora siamo pur sole... Hai da dirmi qualche cosa ?

Signora Bianchi            - Non so come incominciare. Eppure vi ho pensato tutta la notte... ed ora, come vedi, non so da che parte incominciare.

Signora Marulli ,           - Non incominciare da nessuna parte. Dì l'essenziale. Ho capito. E' cosa grave?

Signora Bianchi \          - Grave, grave, dipende. Almeno all'apparenza... L'ho sempre detto: quel Gerace non mi va...

Signora Marulli             - Naturalmente, si tratta di Gerace?

Signora Bianchii           - E... della contessa!... Hai capito! Una calunnia, certamente; un'infamia, ne sono convinta... Ma non si parla d'altro, mia cara. Giacinta è buona, non diffida di nessuno... Il conte, poverino... massime ora che pare vada perdendo sempre maggiormente la salute con la brutta malattia che lo minaccia... L'imprudente è Gerace. Le sta sempre attorno!... Capisco, lei non può cacciarlo via. Ma...

Signora Marulli             - Ma se si dovesse tener conto di tutte le malignità della gente!...

Signora Bianchi            - Non si parla d'altro, ti ripeto. E mi è parso un dovere d'amicizia...

Signora Marulli             - E io dunque non ho occhi?... Non ho orecchi?

Signora Bianchi            - Avviene sempre così in questi casi; gli ultimi ad accorgersene sono gli interessati. Non te l'hai avuto a male, spero. Si precisano dei fatti... Che so? Dei ritrovi in una casa di campagna fuori Porta Augusta... Calunnie, ne sono certa!... Si saranno incon­trati per caso; li avranno visti insieme... Ci vuol menodi questo... Ma io mi scordo che ho fretta... Ora tu sei avvertita... Un Gerace!... Via, è inammissibile...

Signora Marulli             - Ed io credevo fermamente che volessi fartene un genero.

Signora Bianchi            - Di lui? Avrei piuttosto lasciato morire mia figlia! (Fa per avviarsi, ma entrano Giacinta, Gerace, il conte, preceduti dalla cameriera, che li intro­duce ed esce).

Signora Marulli             - (a Giacinta) Giacinta, cara, eri già fuori? (Risponde freddamente al saluto di Gerace).

Giacinta                        - Ho voluto dare un'ultima occhiata alla palazzina. Il babbo riposava. E siamo andati col conte... e Gerace che abbiamo trovato per via. Mi sono decisa. Passando, ho detto al notaio...

Conte                            - Abbiamo detto al notaio che...

Signora Bianchi            - Quando hai in testa una cosa...

Giacinta                        - Non esito, non ci rifletto su. Io, lei lo sa, credo al primo entusiasmo, in tutto, e mi affido ad esso.

Signora Bianchi            - Una bella palazzina, pare.

Giacinta                        - Ariosa, piena di luce; una magnifica vista da ponente: il mare, le colline... E poi, lo spazio è così bene distribuito!... tutte le comodità...

Conte                            - Tutte le comodità... E' vero, Gerace?

Gerace                           - Certamente.

Giacinta                        - (alla Marulli) Il babbo riposa ancora? (Alla Bianchi) Abbiamo un consulto oggi.

Gerace                           - (per dire qualche cosa) I dottori hanno poco da fare.

Conte                            - Avevo uno zio benedettino... E' morto. Pro­prio la podagra, ma che podagra! Le dita contorte... così!... E' morto di tifo... a... lasciatemi dire, a... non ricordo più.

Signora Bianchi            - Basta; è morto. (Alla Marulli) Povero conte! Perde proprio terreno.

Signora Marulli             - Purtroppo.

Giacinta                        - Andate via?

Signora Bianchi            - Ho tanto da fare! Quando siete entrati stavamo dicendo che con un corredo non si fi­nisce mai! (Piano, alla Marulli, nell'andar via) Vedi com'è imprudente? (Esce accompagnata dalla Marulli).

Gerace                           - (sottovoce a Giacinta) Tua madre è imbron­ciata con me.

Giacinta                        - Non ci badare! Che importa? Non do­vresti nemmeno notarle queste cose.

Gerace                           - Ha risposto così freddamente al mio saluto! Lo noto da più giorni!

Giacinta                        - Mi fai dispetto con questi continui timori. Non sei sicuro di me? Che t'importa degli altri?

Conte                            - (avvicinandosi) Che cosa dice?

Giacinta                        - Nulla, così, si discorre...

Conte                            - Ti fa stizzire? Oh, oh, Gerace!... Con una signora!... Ecco, ora me lo ricordo bene, è morto a... (Lo interrompe Marietta, entrando dal fondo).

Marietta                        - I dottori sono di là. Se la signora contessa...

Giacinta                        - Vengo. (Marietta esce).

Conte                            - Ah... i dottori, andiamo subito. (Esce in fretta).

Giacinta                        - Diventi troppo guardingo. Prima non eri così.

Gerace                           - L'imprudenza non giova a nulla.

Giacinta                        - Ma sospettare sempre, di tutto! Infine son io che dovrei essere più cauta di te.

Gerace                           - Hai torto a non esserlo. Quando il nostro segreto sarà scoperto...

Giacinta                        - Ebbene, sarà scoperto. Che importa?

Gerace                           - E le conseguenze?

Giacinta                        - Quali conseguenze?

Gerace                           - Ma io qui sono un forestiero; mi troverei in gravi impicci. Tua madre...

Giacinta                        - Sempre mia madre!... L'hai già visto che ha potuto fare mia madre!

Gerace                           - Sono superstizioso; io credo ai presenti­menti...

Giacinta                        - E intanto... Oh! Tu non mi ami come do­vresti. Mi tratti come se fossimo estranei. Sere fa, l'ho saputo, hai perduto al gioco... non negarlo.

Gerace                           - Ma no, non lo nego. Un'inezia. Cosa tra­scurabile. Perché dirtelo?

Giacinta                        - E piuttosto che dirlo a me, confidare solo nel mio aiuto, sei ricorso al Merli per pagare il tuo debito.

Gerace                           - Nelle questioni di denaro, tu non devi entrarci.

Giacinta                        - Voglio entrarci. Tutto ciò che avviene nella tua vita è come se avvenisse nella mia. Esigo da te, soprattutto, questa prova d'amore. Vedi come sei cattivo ?

Gerace                           - Non giocherò più. Prometto.

Giacinta                        - Benissimo! Per farmi dispetto... Oh, An­drea, ma perché fai così? Io sono felice! Ho perdonato tutto a tutti!... Tanto ti amo. E tu sei sempre sulle spine... Ma che significa, dunque, questa sciocca paura che ti prende ogni giorno di più? Che temi?

Gerace                           - Temo di perderti, per la tua, per la nostra imprudenza! Ieri avrei schiaffeggiato quel burattino del Ratti... Pare che si siano accorti di qualche cosa, lui o altri. Incontratomi due volte, mi salutò con un sorri-setto così significativo, quasi avesse voluto dirmi: Mi rallegro!

Giacinta                        - E' la tua immaginazione che travede.

Gerace                           - Dio voglia che sia così!... Ma non ho tra­visto poco fa con tua madre... Era glaciale, severa. E' terribile tua madre!

Giacinta                        - Infatti. Infatti ci ha impedito d'amarci! (Entra Marietta).

Marietta                        - (porgendo una lettera a Gerace) L'usciere dice che ha cercato a casa il signor Gerace, ma non avendolo trovato, è venuto qui... (Esce).

Gerace                           - (sorpreso) Ma è pazzo, costui? Non è mica casa mia questa!? E perché l'ha portata qui? (Non risolvendosi ad aprire la lettera, mentre Giacinta ne è curiosa) Vedi che tutti credono che questa sia casa mia, che mi sì può trovare sempre qui, che mi si possono perfino recapitare delle lettere?...

Giacinta                        - (sviandolo) Ma è una combinazione, cer­tamente. Perché pensi sempre al peggio? Vedi come sei diventato apprensivo? Ma non bisogna far caso anche alle cose insignificanti. (Cercando di accomodare la cosa) Sarà stato un caso: quell'usciere, non avendoti trovato a casa, aveva ancora con sé la lettera, sarà passato diqui, ci avrà veduti entrare ed ha pensato di togliersi l'imbarazzo.

Gerace                           - (per nulla convinto, apre intanto la lettera e dopo averla scorsa rapidamente, si turba).

Giacinta                        - (che non ha perduto il minimo suo movi­mento) Che è stato? Che è accaduto? (Si ferma ve­dendo entrare sua madre. Gerace nasconde la lettera. Il dottor Follini segue la Marulli).

Signora Marulli             - Venite, venite, dottore. Siate gen­tile di spiegare a mia figlia l'uso di quel rimedio, perché io in queste cose non so proprio raccapezzarmi.

Follini                            - Ma è semplice...

Signora Marulli             - A lei, spiegatelo a lei, a Giacinta. (E' evidente che non vuole fermarsi con Gerace).

Giacinta                        - Come va, dottore? Il consulto è già ter­minato? Così presto? Come mai? Non va bene?

Follini                            - No, no, non preoccupatevi, non agitatevi così... Il consulto è stato di breve durata perché siamo subito rimasti d'accordo sulla cura da seguire. Io ho proposto un rimedio di recente scoperta, ottimo, che ho studiato in Germania ed ho portato io stesso l'anno scorso. L'avevo con me; l'ho portato perché sapevo che saremmo stati d'accordo sull'uso. E poiché non è facile trovarlo, qui, in farmacia, ho preferito non aspettare lo si mandasse a prendere. (Dalla borsa professionale prende una boccetta che mostra a Giacinta) Ascoltatemi bene: ogni quattro ore, da cinque a sei gocce in mezzo bic­chiere d'acqua. State accorta alle dose.

Giacinta                        - Certamente, dottore.

Follini                            - (come vedendo Gerace solo in quel momento) Ah, Gerace, come va? Vado appunto dal vostro diret­tore. E' pieno di apprensione per una febbre da nulla.

Gerace                           - Lo so, sono stato da lui un'ora fa. Ho visto che è impressionato. Altrimenti vi accompagnerei io stesso.

Follini                            - Grazie. Grazie. Arrivederci, contessa; arri­vederci, Gerace. (Esce. I due lo accompagnano distratti).

Giacinta                        - Che è stato?

Gerace                           - (dandole la lettera) Mi mandano a Firenze.

Giacinta                        - (dopo aver letto) Ah!... E' opera di mia madre!

Gerace                           - Te lo dicevo io.

Giacinta                        - Non andrai!

Gerace                           - Come e possibile? E' il mio pane.

Giacinta                        - Il mio non è anche tuo?... Non andrai!

Gerace                           - Non è possibile. Vedrai che bisognerà par­tire! Ci dividono! Vogliono dividerci.

Giacinta                        - E' così che mi ami? Esiti?

Gerace                           - Rifletti; sarà per poco. Scriverò, suppli­cherò. Ho delle persone influenti laggiù; un intimo amico di mio padre.

Giacinta                        - Intanto dovresti partire! Quando?

Gerace                           - Subito. Leggi l'ordine della lettera.

Giacinta                        - Fingiti ammalato.

Gerace                           - Ah, tu non sai con che rigore ci trattino!

Giacinta                        - Manda la tua dimissione, subito, subito.

Gerace                           - Giacinta! Rifletti, te ne scongiuro! E' im­possibile!... Non allarmarti. Ci divideranno per poco; un mese, anche meno!

Giacinta                        - Neppure un giorno! No! No! Se t'allontani, ti perdo. No!... Ti ho sacrificato la mia vita; sacri­fica anche il tuo avvenire. Che timori hai? Ciò che posseggo non è forse anche tuo?... Di che temi?

Gerace                           - Non posso, la mia coscienza d'uomo si ribella.

Giacinta                        - E per me, per me, il cuore non ti si ribella?

Gerace                           - Perché mi avvilisci così?

Giacinta                        - Non mi ami!... Non mi hai amata mai!

Gerace                           - Giacinta!

Giacinta                        - Non mi ami! Tu senti la tua coscienza d'uomo; dovresti sentire solo il tuo cuore, amandomi.

Gerace                           - Tu non capisci quello che mi chiedi!

Giacinta                        - Non dovevi aspettare che te Io chiedessi, dovevi pensarlo, deciderlo all'istante, appena letta questa lettera. No, i miei e i tuoi nemici non trionferanno. E se per gli occhi della gente occorre che tu abbia un posto... solo per gli occhi della gente, lo avrai qui, domani, oggi stesso!...

Gerace                           - Giacinta! Giacinta!... Non insistere... Te ne prego!...

Giacinta                        - Scrivi due sole parole... (Lo costringe a sedere allo scrittoio).

Gerace                           - Oh Dio! che mi costringi a fare?

Giacinta                        - Scrivi!... (Segue con l'occhio la mano di Gerace e ripete, leggendo) Accettare le mie dimissioni... Benissimo! (Piega il foglio, lo mette dentro la busta, fa scrivere su l'indirizzo e poi suona. Entra Marietta) Questa lettera alla Banca nazionale, subito, personal­mente al direttore.

Marietta                        - Bene, contessa. (Marietta esce).

Gerace                           - Vedi se ti amo!... Ho fatto male! Ho fatto male!

Giacinta                        - Non rimpiangerlo!...

Gerace                           - Purché un giorno non si sia costretti a rimpiangere insieme!

Giacinta                        - Io no! Anche quando... (Vedendo la ma­dre che entra) Grazie, Gerace. Arrivederci. (Gerace esce).

Signora Marulli             - Sei dunque proprio ammattita?

Giacinta                        - Perche?

Signora Marulli             - E me Io domandi? Quel misera­bile è il tuo amante... lo dicono tutti.

Giacinta                        - Non è vero.

Signora Marulli             - Non è vero? Tanto meglio! Al­lora bisogna smentirli.

Giacinta                        - Certe calunnie non si raccattano...

Signora Marulli             - Avvertirlo che ti si calunnia per lui. Se è un uomo d'onore...

Giacinta                        - Varrebbe come dirgli di allontanarsi da casa mia. Non voglio abbassarmi fino a questo; farei piacere a troppa gente. Un gesto come quello che tu pretendi da Gerace, se non è spontaneo, non ha valore.

Signora Marulli             - Non rispondi altro? Alzi le spal­le?... Ma tu non ti accorgi che sei la favola della città?... Che t'hanno spiata?... Che t'hanno veduta?...

Giacinta                        - Dove?... Quando?... Che cosa hanno ve­duto... che cosa?

Signora Marulli             - Fuori Porta Augusta... Io non so in quale villa...

Giacinta                        - Io passeggio dove mi pare. Ovunque,fuori Porta Augusta, come altrove; ricevo Gerace, come ricevo tanti altri... E perché darmene uno, non due, non Ire degli amanti? Poiché ci si son messi!...

Marulli                          - E sai tu che si dice anche?... Losai tu?

Giacinta                        - Non voglio saperlo. Non dirmelo.

Signora Marulli             - Devo dirtelo. Si mormora che vive col tuo denaro, che gioca col tuo denaro!

Giacinta                        - (coprendosi gli occhi con le mani) Che viltà, che gentaglia, che schifo...

Signora Marulli             - Vile lui che ti mette in queste condizioni, vero o non vero che sia tuo amante. Ma tu l’ami! E come puoi stimare uno che...

Giacinta                        - Taci, mamma!

Signora Marulli             - (continuando) E' vero: si servedel tuo denaro?

Giacinta                        - (al colmo dell'ira, non riuscendo più a con­trollarsi e non sapendo più quel che si dice) E' que­sto che ti fa rabbia, semmai!? Già, si capisce; tu prefe­riresti per essere coerente con te stessa, che fossi io a servirmi del suo denaro!

Signora Marulli             - (colpita in pieno, cade a sedere, co­prendosi il volto con le mani) Signore, Signore Iddio, perdonatela! Lo ama fino al punto di insultare suamadre!

Giacinta                        - Mamma, mamma, perdonami!... Dimen­tica!... Non volevo dir questo! No, mamma, perdonami!

Signora Marulli             - E' un colpo che mi uccide!... Sei libera, lo so! Io non posso impedirti... Ma te n'avvedrai un giorno, povera illusa! Tu che ti fidi dell'amore di un uomo, d'un uomo come quello!... Oh, fa pure, fa!... Non ti dirò una sola parola!... Aspetterò. Quando avrai finito di mettere il tuo nome, il tuo onore, la tua for­tuna sotto i piedi di quel miserabile... Vedi? lo dico senza sdegno; quando avrai...

Giacinta                        - Taci, mamma, taci!

Signora Marulli             - Quando avrai soddisfatto i nostri nemici, ed essi ti avranno visto precipitare dove neppure il loro odio avrebbe creduto possibile tu giungessi; quando la passione che ora ti rende cieca... Ma allora, certo non sarò più qui a rinfacciarti queste cose. Sarò morta... Ma non vorrà dir nulla! Te le ripeterai da sola. La mamma aveva ragione, dirai, la mamma aveva ra­gione!... E queste mie parole che ora disprezzi e sono servite a farmi insultare, tutte, sillaba per sillaba, ti ritor­neranno sul viso, vedrai!

Giacinta                        - Mamma! Mamma!... E' un'orrenda sen­tenza che tu getti sulla mia vita!

Signora Marulli             - Incolpane te stessa!

Giacinta                        - (rizzandosi, fiera) Io lo amo, capisci? L'amo! E non potrò più fermarmi dinnanzi a nessunostacolo.

Signora Marulli             - (andando via) Lo vedremo!

Giacinta                        - (sola, sfinita., umile) Ti comprendo, mam­ma, hai ragione, forse; ma perdonami. Tutto quello che avete fatto è inutile. Non sono io che ho segnato il de­stino della mia vita: è più forte di me, è più grande di me. Io lo amo, ed egli resterà

Fine del terzo atto

ATTO QUARTO

 Salottino elegante in casa Grippa

Battista                         - (entra dal fondo) Signora contessa... il signor conte strepita e urla; vuol venire qui... Chiede del signor Gerace... Non so più come trattenerlo...

Giacinta                        - (agli altri) Permettete un momento. (Escecol domestico).

Mochi                            - Povera Giacinta! E' diventato la sua croce. (A Follini che entra dalla comune) Dottore, si parlava del conte; non c'è dunque nessuna speranza?

Follini                            - Nessuna. Non gli è rimasto un barlume d'intelligenza. Idiotismo progressivo.

Mochi                            - La natura in questo caso dovrebbe essere più benigna e agire lestamente.

Follini                            - Invece, spessissimo, quando l'attività cere­brale s'affievolisce o cessa del tutto, l'organismo si raf­forza, vegeta più che non viva e perciò dura di più.

Mochi                            - Una bella prospettiva per Giacinta!

Ratti                              - E pel Gerace.

Battista                         - (ritornando) La signora contessa prega il signor dottore di andare da lei...

Follini                            - Eccomi. (Esce).

Mochi                            - (trattenendo Battista) Il conte va male?

Battista                         - No, signor cavaliere; è soltanto un mo­mento cattivo. Il dottore riesce a calmarlo facilmente, quando non c'è il signor Gerace. (Esce).

Merli                             - (a Ratti) L'hai notato? La contessa non è più di buon umore da qualche tempo in qua. Dev'es­serci qualcosa per aria; dei dissensi fra lei e Gerace. Il dottor Follini fa troppe visite con la scusa del conte.

Mochi                            - E' una vostra supposizione! Non ci son più giovani al giorno d'oggi! Ai miei tempi, Gerace sarebbe stato soppiantato in meno d'un mese...

Ratti                              - Via! Via! Gerace è una forza. Io, che non sono mai riuscito a conquistare una cameriera a modo, l'ammiro! Quando gli facevamo anni addietro quella guerra sorda; quando arrivammo perfino a negargli il saluto, indignati... indignati di che? La società è buffa qualche volta! Io lo ammiravo. Fermo e impassibile, l'ha spuntata lui. Ora siamo di nuovo tutti in pace con luì: Gerace di qua, Gerace di là, più di prima! Gerace è una forza. Il dottor Follini può fare la gatta morta quantovuole...

Mochi                            - (piano a Merli) Che discorsi grulli, quelRatti!

Giacinta                        - (rientrando) Scusate; il conte ha una delle sue crisi. Non posso lasciarlo solo con i domestici.

Merli                             - (sottovoce, a Mochi) Il dottore resta!

Giacinta                        - Una crisi anche più forte del solito...

Mochi                            - Mi dispiace assai.

Ratti                              - Contavamo tanto di avervi con noi.

Mochi                            - Io rido, pensando al cronista del « Popolo » che andava preparando in anticipo la cronaca del con­certo. Lo ha domandato a me ed io gli ho detto di sì. Certo, tra le intervenute anche la contessa Grippa. E domani si leggerà: «Fra le belle signore»... Ah! ah! (Ratti, Merli, Mochi escono).

Giacinta                        - Non è ancora venuto!... Eppure sapeva ' che sarei rimasta in casa... Oh! vi sono dei momenti che temo davvero di impazzire. (Al dottor Follini che entra e sta per licenziarsi) Avete fretta per il concerto anche voi?

Follìni                            - Ma... Un po' di musica, ogni tanto. Non è soltanto un divertimento; direi un bisogno.

Giacinta                        - Un momento, dottore, un momento solo. Sento che mi ammalerò. Siate buono, aiutatemi voi. Po­tessi almeno morire.

Follìni                            - Non è precisamente il mio mestiere.

Giacinta                        - Datemi ancora della morfina... qualche cosa... Sono parecchie notti che non chiudo occhio.

Pollini                            - Ma, contessa, la morfina non è un salici­lato: è veleno.

Giacinta                        - Fatemi dormire, ecco. Ve lo domando per favore. Non posso continuare con questa tensione nervosa, questa insonnia continua.

Pallini                            - Procurate di star tranquilla; evitate ogni emozione violenta.

Giacinta                        - Sono cose che avvengono nostro malgrado.

Follini                            - Talvolta sembra, ma non è così. Certi do­lori morali hanno come un fascino: si prova una strana soddisfazione nel fissarli, nel sentirsene presi...

Giacinta                        - (assente) E' vero. Come un'attrazione. Una forza...

Follìni                            - E questo aumenta ancora la forza. Bisogna sapersi difendere, sviarli nei primi momenti. Tutto il segreto della forza morale consiste in questa semplicis­sima difesa. E' un agguato.

Giacinta                        - Ma quando non si sa, quando non ci si può più difendere? Ho ormai bisogno di riposo; sono stanca, sfinita. Dottore, vi prego.

Follìni                            - (scrivendo la ricetta) La solita mistura. (Porgendo la ricetta) E badate; quel Battista non dà al­cun affidamento. Il conte, nello stato in cui si trova, avrebbe bisogno di un domestico più abile. Costui non ha pazienza e sembra si diverta a contraddirlo. L'ho sor­preso io due volte e l'ho sgridato. Ma è necessario lo facciate voi: siete la padrona.

Giacinta                        - Lo sgriderò.

Follìni                            - Stavo per dimenticarlo. Ricorro nuova­mente alla vostra carità per quella mia povera ammalata.

Giacinta                        - E' assai grave?

Follìni                            - In fin di vita, e non vorrebbe morire.

Giacinta                        - Con una vita così piena di «tenti! Do­vrebbe benedirla la morte!

Follìni                            - E' per la sua povera mamma, cieca e para­litica, che perirà di fame senza di lei. Quante sciagure a questo mondo! Nessuno può saperlo meglio di noi che vediamo ogni giorno, continuamente, miserie e dolori senza neppur poterli alleviare. Che cosa sono, in con­fronto, certi dolori che si crede di soffrire?

Giacinta                        - (andando ad un cassetto) Vi ingannate, dottore! (Gli dà del denaro).

Follìni                            - Può darsi. Grazie! E' anche troppo. Come sarà contenta quella infelice! Io abuso di voi; della vo­stra carità.

Giacinta                        - Non mai abbastanza. Vi prego di farlo sempre.

Follìni                            - La contessa Grippa di San Celso ha sempre le benedizioni della povera gente!

Giacinta                        - Si vede che per me non sono sufficienti,  (con tristezza) o non giovano.

Follìni                            - (fissandola) Gioveranno. Gioverà anche il tempo, che è un grande rimedio.

Giacinta                        - E se v'ingannaste?

Follìni                            - Può anche darsi. Forse non ho osservato bene: forse...

Giacinta                        - Forse? Dite...

Follìni                            - Forse non sono più così disinteressato...

Giacinta                        - (alzandosi, seria) E' una gentile maniera di rimproverarmi. Avete ragione. Divento importuna. Ma, vi prego: tolleratemi come una malata noiosa.

Follìni                            - Purché il contagio non s'attacchi al dottore. (Saluta ed esce).

Giacinta                        - E' un uomo! fatuo anche lui! Ma forse ha ragione: non voglio più pensarci. Devo distrarmi, stordirmi! E' stato parecchie volte così... dopo la morte della mamma... dopo la disgrazia della nostra bambina... Povera Adelina!... No! non voglio più pensarci. (Esce. La scena rimane vuota un istante; poi Manetta seguita da Battista).

Marietta                        - (non vedendo la contessa) Sarà di là.

Battista                         - Se credete tutti quanti che debba istupi­dire anch'io, vi sbagliate. Le parlerò più tardi. Non ne posso più.

Mabietta                        - Siete pagato bene.

Battista                         - Bene, sì bene, ma tutto ha un limite. Sono intontito, non fa altro che parlare! Un mulino! E che discorsi! Senza capo né coda. Chi gli resiste? Ci vor­rebbe una statua al mio posto.

Marietta                        - Dite le cose come sono: volete un au­mento di stipendio?

Battista                         - Infine, per quello che mi danno... (Siede sul divano).

Marietta                        - Per quello che fate! Il signore fate: tutto il vostro compito consiste nell'avere un po' di pazienza. Se il signor conte parla è perché quella è la sua malattia; se dice scemenze è perché quella è la sua disgrazia. Non siete mica obbligato a impararle a memoria le sue stu­pidaggini.

Battista                         - Ma finirà per suggestionarmi; diventerò stupido anch'io!

Mabietta                        - (osservandolo seduto sul divano) Lo siete già; e maleducato per giunta!

Battista                         - Ehi, ragazza...

Marietta                        - Che ragazza! Alzatevi...

Battista                         - Non posso stare nemmeno seduto?

Marietta                        - Non qui, mi pare...

Battista                         - Non lo sciupo mica.

Marietta                        - Non si tratta di sciupare!

Battista                         - Già da qui io debbo andarmene,

Marietta                        - L'uscio è aperto.

Battista                         - Infatti, la padrona dà il buon esempio. (Sente dei passi e si alza con sveltezza. Dopo un istante entra, infatti, Gerace) Buona sera, signore. (Si appresta a togliergli il soprabito).

Gerace                           - Buona sera, Marietta; buona sera, Battista.

Marietta                        - Vado ad avvertire la signora contessa.

Gerace                           - Non occorre. (Marietta esce. A Battista che sta per seguirla) Battista, è venuto il dottore?

Battista                         - Sì, signor Andrea.

Gerace                           - ...E' rimasto a lungo?

Battista                         - Come le altre volte... Si è trattenuto conla signora contessa.

Gerace                           - Non vi domando questo... Ha detto nulladel conte?

Battista                         - Nulla, ch'io sappia. Il signor conte era un po' esaltato. Credete, signor Andrea, non se ne può più. Io mi sento sopraffatto, e non sono uomo da avvi­lirmi per poco. Appunto dicevo alla Marietta che non ricomincerei neppure per mille lire. Dovreste, per favore, parlarne voi alla signora contessa. Sono servizi ecce­zionali.

Gerace                           - Gliene parlerò. Andate. (Battista esce. Ge­race avvicina una poltrona al caminetto, siede e si di­spone a fumare) Perché me ne preoccupo? Sarebbe un gran favore, anzi!... Dovrei abbracciarlo quel dottore... Sì? Sì? (A se stesso) Io mento a me stesso: divento un vile. Non vorrei essere un ingrato! Ma che colpa ne ho io? C'entra forse la mia volontà?... La mia vera colpa è mentire! Perché non parlo? Perché?... Che vita! Ho qui alla gola qualche cosa che mi fa nodo da due anni! Da due anni! Mi manca ogni energia dinanzi a lei!... E' stata una fatalità!... E questo tempaccio che mi intri­stisce l'anima!...

Giacinta                        - (entrando) Oh!... Eri qui e non mi haifatto avvertire?

Gerace                           - Arrivo in questo momento.

Giacinta                        - (suona. Entra Marietta) Il conte è già aletto?

Marietta                        - Si sta spogliando, signora contessa.

Giacinta                        - Ha preso nulla?

Marietta                        - Non saprei. Volete che lo domandi aBattista?

Giacinta                        - No... Non sono in casa per nessuno.

Marietta                        - Va bene, signora contessa. (Esce).

Gerace                           - Perché non hai voluto andare al concerto?

Giacinta                        - Mi seccava; e poi...

Gerace                           - Dicono che quell'artista è bravissima.

Giacinta                        - Sarà benissimo. (Pausa) Ti sei fattoattendere.

Gerace                           - Sono appena le quattro.

Giacinta                        - (pausa) Non hai nulla da dirmi?

Gerace                           - Ho dormito poco la notte scorsa. Ho un forte mal di capo.

Giacinta                        - Hai anche dei segreti!

Gerace                           - Vorresti farmi una colpa perfino...

Giacinta                        - (mostrandogli una cambiale) Guarda!...E' tua.

Gerace                           - Quel gobbaccio!... E tu l'hai pagata?

Giacinta                        - (dolcemente) Perché hai fatto questo? Una cambiale!... E perché volerla rinnovata? Non sei padrone tu, qui?

Gerace                           - Non volevo abusare...

Giacinta                        - Diventi strano!,.. Ma non posso più star zitta!... E' un martirio.

Gerace                           - Daccapo?... Che hai dunque contro di me?.. Chi ti sobilla?

__MBM


Giacinta                        - Chi mi sobilla?... Ma sono io che vedo,son io che osservo...

Gerace                           - Senti, Giacinta!... Questa vita di diffidenza, di sospetti, di rancori nascosti diventa insopportabile per tutti e due. Tu pretendi l'assurdo. Non si può essere tutti gli anni, tutti i mesi, tutti i giorni di un medesimo umore. I nervi, la stagione... che so io?... E credi che ogni anno che passa ci lascia immutati? Si diventa più vecchi; si guarda la vita in altro modo... Si... Si amaquanto prima.

Giacinta                        - (interrompendolo) ...si finisce di amare!

Gerace                           - Da un pezzo mi tormenti, mi rimproveri, mi tratti come un amante venuto in uggia, quasi tu cer­cassi un pretesto, una scusa...

Giacinta                        - Io? Ma Andrea...

Gerace                           - Chi dunque?

Giacinta                        - Andrea, queste parole puoi pronunciare tu? A me, a me che ti ho dato tutta me stessa. Ora mi rassegno a chiederti, quasi in carità, quel poco di affetto che avrei di diritto di esigere... Io... io ho piegato il mio orgoglio di donna fino ad implorare una terribile dichiarazione. Non mentire! E tu non sembri mai sicuro, non parli mai con franchezza, ti avvolgi in una nebbia di mezze negazioni che complicano gli equivoci tra te e me e ne cagionano dei nuovi... Fai di più! Inverti le parti. Sono io, io, che ti tratto come un amante venuto in uggia?... Parla, non borbottare.

Gerace                           - (con finto slancio, alzandosi) Ebbene... par­lerò... Quel tuo dottore...

Giacinta                        - (abbracciandolo) Bambino!... Sei geloso?... Amore mio, non mi hai detto mai una parola d'amore più dolce di questa! E tu sospetti?... Bambino!

Gerace                           - Non negarlo, c'è stato un giorno...

Giacinta                        - Sì, perché negarlo? C'è stato un giorno, un istante, in cui ho desiderato, per disperazione, di non amarti più. E pensai anche di finirla, di scomparire. E ci penso anche adesso. Ma, amare un altro? E' mai possibile?... Oh, come mi hai fatto soffrire! Vuoi che il dottor Follini non metta più piede in casa mia? Non verrà più, puoi esserne certo.

Gerace                           - No, no, è un'esagerazione. Io dicevo...

Giacinta                        - Oh!... Mi sento rinascere!... Risento nel. cuore la gioia dei primi giorni del nostro amore, con qualche cosa di più soave, di più pacato!... Andremo nella casa di campagna, vi passeremo delle settimane, dei mesi... Sarà una delizia!

Gerace                           - (distratto) Certo!... Una delizia!

Giacinta                        - Andremo in barca; ci divertiremo a pe­scare; come due anni fa, te ne rammenti? Quando tu volevi saltare da una barca in un'altra e... che paura ve­derti cadere in acqua. Credetti di morire.

Gerace                           - (annoiato, tornando a sedere) Sì, me nerammento!

Giacinta                        - (pausa. Appoggiandosi alla spalliera della poltrona) Oggi si compiono sette anni; e non vi hai neppure badato! Sembra ieri!

Gerace                           - Sette anni!

Giacinta                        - E lo dici in un modo! Hai freddo?

Gerace                           - Questo tempaccio!... Me lo sentivo da due giorni nelle ossa. Forse non sto bene. Non so.

Giacinta                        - Sette anni!... Comprendi ora perché non ho voluto andare al concerto?... E avevo tanta tristezza qui!... Mi sentivo soffocare!

Gehace                          - Purché tu non ricominci!

Giacinta                        - (pausa) Andrea, ma non sai dirmi altro? Non trovi altra parola per me...

Gerace                           - (per sviare il discorso) Ho visto il piccolo nato di Elisa Gessi:"mi ha disgustato. Un mostriciattolo. Ed Elisa è così contenta... E come potrebbe essere diver­samente? Una madre vede i figli soltanto come angeli.

Giacinta                        - E' la mamma. Se la nostra Adelina vivesse ancora!... Bisogna che te lo confessi, è la sola mia colpa nascosta, sono stata ingiusta verso di te. Credetti per un po' di tempo, quand'essa era in fasce, che tu non l'amassi, che tu mal soffrissi il veder diviso il mio cuore fra te e lei...

Gerace                           - Come hai potuto pensare questo?

Giacinta                        - E quando la poverina stava per morire, perdonami, Andrea, ma voglio confessartelo, mi sem­brava di averla uccisa io. Una bestemmia! Spesso, quan­do sono sola, mi sembra da un momento all'altro di vedermela venire incontro all'improvviso, con quei suoi capelli d'oro, arruffati, da piccola selvaggia... Ricordi?

Gerace                           - (cupo) Sì! Sì! Un allegro anniversario!

Giacinta                        - Ma era la nostra creatura!

Gerace                           - Dico per te... per non rattristarti.

Giacinta                        - Come vuoi ch'io sia lieta?... Non mi dai retta... Tu fumi, non mi ascolti. (Prorompendo) Andrea, tu menti! Tu reciti la commedia con me...

Gerace                           - (scattando si alza dalla poltrona) Oh, senti!

Giacinta                        - Se tu menti commetti un'infamia.

Gerace                           - Io commetto un'infamia? E quando ti davo il mio cuore, la mia vita, il mio avvenire?

Giacinta                        - (impaurita) Ebbene, che hai, Andrea, che hai?

Gerace                           - Ah! commetto un'infamia? Questo tu credi?

Giacinta                        - (ancora più impaurita) Andrea!

Gerace                           - Ed ora non posso continuare a commetterla, non tentando di ribellarmi, non osando alzare il capo! Ora il mio cuore è mutato, la mia coscienza è scossa, mi tormentano, mi insultano, non mi lasciano in pace un momento.

Giacinta                        - Andrea, amor mio, calmati, dimmi che non è vero! Che dici queste cose per punirmi! Sono stata cattiva, perdonami, non so più come controllarmi...

Gerace                           - (incalzando) E tu mi rimproveri? Mi tor­turi? Ma non t'accorgi, dunque, ch'io soffro più di te? che se mento è per te, unicamente per te, per pietà di noi! Ah! io soffoco, lasciami andare, meglio così, final­mente! (Via).

Giacinta --------------- - (tentando di trattenerlo, ma inutilmente) Non andar via, Andrea, pietà, Andrea... (Rimane ferma sulla porta, finita, sconfitta. Poi riprendendosi nel suo smarrimento, con grande angoscia) Non è vero, non è vero, sono io pazza; ho delle allucinazioni, mi è sem­brato di aver inteso... No, non sono parole di Andrea, Andrea non può parlarmi così. Ah, mia madre: ecco le sue parole, come le avevo sentite. (Ricordando e scan­dendo) « Te lo rinfaccerai da te stessa ». Come aveva ragione! Ma che ho fatto per meritare tutto questo? Ho amato, l'ho amato. Ma è dunque un delitto amare così? E perché non piango? Sono dunque impietrita? Il mio castigo; e vorrei almeno sapere di meritarmelo... dovrei meritarmelo. Dovrei gettarmi fra le braccia del primo  che passa, sentire tutta la ripugnanza della carne, per­dere ogni scrupolo del pudore... (Nella sua scena di disperazione, inavvertitamente poggia la mano su un campanello da tavolo e dopo qualche istante entra la cameriera).

Marietta                        - La signora contessa ha chiamato?

Giacinta                        - (scossa dalla realtà delle cose, dalla pre­senza della cameriera) Chiamato? No, avrò suonato distrattamente, senza volerlo. (Parla volgendo la schiena alla cameriera; quasi non avendo il coraggio di doman­darlo, ma nello stesso tempo per sentire con altra voce la sua condanna) E' andato via? E' uscito?

Marietta                        - Sì, signora contessa.

Giacinta                        - (facendole cenno di andare; la cameriera esce) E' andato via; è finita: non tornerà più... Sono due anni che dura questa tortura, questa agonia, ed ho voluto illudermi, non ho voluto credere... perché vivere ancora? Ho proprio sentito la sua pietà... era più nelle parole non dette, tanto io l'ho sentita. E' orribile! Tutta la mia vita, tutta, non è valsa a niente... (Sfinita si acca­scia piangendo col volto tra le mani. Una pausa, rotta solo dai singhiozzi. Ad un tratto appare il conte, spet­trale e folle).

Conte                            - (è in disordine, curvo, barcollante, spettinato) Sentite... sentite qua... dov'è Gerace? Chiamate Gerace...

Giacinta                        - (presa da un supremo senso di pietà, gli si butta alle ginocchia) Giulio, povero Giulio, per­donami...

Conte                            - (non riconoscendola e scostandola) Ma che fate, lasciatemi stare... la contessa ci aspetta...

Giacinta                        - Giulio, Giulio, sono io, Giacinta, perdo­nami, ascolta, un momento. (Il conte infastidito si scosta sempre di più facendola trascinare sulle ginocchia).

Conte                            - La contessa ci aspetta, Gerace, dov'è Gerace?.,. voglio Gerace...

Giacinta                        - (più a se stessa che al conte) Mi confesso dinanzi a te, dinanzi a Dio...

Conte                            - Voglio Gerace, dov'è Gerace?.., La contessa ci aspetta in campagna, dobbiamo andare in campagna... (Brutale) Che volete?

Giacinta                        - Giulio, Giulio, perdonami! (Con risolu­zione improvvisa si alza, corre verso un armadio, prende il revolver ed esce precipitosamente di scena).

Conte                            - (chiamando) Gerace! (Una tragica pausa. Di dentro, un colpo di revolver. Invocando nella sua follia) Gerace, amico mio, perché non rispondete?

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 5 volte nell' arco di un'anno