Gin Game

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GIN GAME

GIN GAME

Commedia in due atti

di  D.L. COBURN

Traduzione di Vittorio Spiga

PERSONAGGI

WELLER MARTIN, DI 70-75 ANNI

FONSIA DORSEY, DI 65-70 ANNI

L’azione si svolge in una casa di riposo per anziani nei primi anni ’70. La scena rappresenta la veranda di villa Bentley, ed è la stessa per tutta la durata della commedia.

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ATTO I

Scena 1 – domenica pomeriggio, di primavera, giorno di visita

Scena 2 – una settimana dopo, domenica pomeriggio.

ATTO II

Scena 1 – la sera dopo, subito dopo pranzo.

Scena 2 – la domenica seguente, pomeriggio

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Fonsia  entra dalla porta a vetri, immersa nei suoi pensieri. Si sorprende quando scorge Weller.

Fonsia                           - Oh… pensavo che non ci fosse nessuno.

www                             sono spiacente di averla spaventata.

Fonsia                           No no, non è colpa sua, ero tutta presa dai miei pensieri (vagabonda per la stanza, da un vaso di fiori all’altro, ogni tanto si ferma. Arriva alla finestra e fissa il vuoto con aria pensierosa. Weller guarda Fonsia dapprima con interesse, poi continua il suo solitario. Tuttavia, pur giocando, non può essere interessato a Fonsia).

Weller                           E’ qui da poco, mi sembra.

Fonsia                           - Da tre settimane.

Weller                           - Ci si adatta lentamente.

Fonsia                           - E lei da quanto è qua?

Weller                           - Due mesi, circa.

Fonsia                           - Anche lei è…. Un novizio, mi perdoni la battuta.

Weller                           - Sì, si può dire così. Ma villa Bentley non è la mia prima casa di riposo. E poi, sa, più o meno si somigliano tutte.

Fonsia                           - Almeno l’assistenza sembra buona. L’ho scelta proprio per questo.

www                             - Di cosa soffre… se posso permettermi la domanda.

Fonsia                           - Ma certo che può. Diabete cronico.

Weller                           - Diabete Mellitus.

Fonsia                           - E lei…? Cosa ha?

Weller                           - Una gran brutta faccenda: una forma virulenta di vecchiaia come se ne trovano poche nella storia della medicina. Pare che non si sfugga e che faccia una strage.

Fonsia                           - Credevo che lei fosse qui per curarsi di una malattia in particolare.

Weller                           - No, non c’è proprio bisogno di essere malati per farsi ricoverare alla Bentley: basta solo la vecchiaia.

Fonsia                           - È mai stato all’Istituto Presbiteriano?

Weller                           No.

Fonsia                           - Ah, quello è davvero il posto dove sarei stata felice di andare.

Weller                           - Perché non l’ha fatto?

Fonsia                           - Sa, all’Istituto Presbiteriano fanno un trattamento a dir poco bizzarro.

Weller                           - Cosa vuol dire?

Fonsia                           - Intanto gli devi dare tutti i tuoi soldi, fino all’ultimo centesimo….

Weller                           - E lei lo rimpiange? Quel dannato posto maledetto. (getta con violenza le carte che ha in mano). Ti spogliano di tutto (si alza, gira nervosamente intorno al tavolo, zoppica leggermente). L’Istituto Presbiteriano…! È un vero racket di rapinatori!. Pensi a tutti quei poveri disgraziato che era là fuori (guarda fuori dalla veranda, guarda Fonsia) sì, insomma, là nel mondo dove stanno tirando la carretta. Poveri cristi, sono convinti di mettere da parte dei soldi e invece non sanno che sgobbano duro per l’Istituto Presbiteriano.

Fonsia                           - Guardi, che nessuno li ha obbligati.

Weller                           - Ah no, dannazione. Nessuno obbliga nessuno. Nessuno obbliga nessuno ad andare da nessuna parte, a meno che non vogliano. (ci pensa su) Però questa è una balla grossa come una casa. Da qualche parte dovrai pure andare. Se vivi abbastanza a lungo, prima o poi sbatti la testa in questi posti.

Fonsia                           - Sì… ha ragione… certo che se uno fosse ricco…

Weller                           - Non si tratta solo di quattrini, se pensa questo lei si illude. Ho visto parecchia gente piena di soldi, proprio nelle case di riposo come questa. Solitudine, si chiama…. Tutto qui.

Fonsia                           - Per questo avrei voluto andare all’Istituto Presbiteriano per trovarmi con gli amici che ho frequentato per tutta la vita.

Weller                           - Perché allora non gli ha dato i suoi soldi? Era così semplice.

Fonsia                           - Non ce l’ho proprio fatta.

Weller                           - E chi diavolo potrebbe? È contro natura costringere la gente a mollare tutto quello che ha, fino all’ultimo centesimo. Sarà anche un bel posto ma chi se ne frega. Uno ha il diritto di possedere qualcosa. Persino la pubblica assistenza ti molla 250 dollari di pensione, anche se possiedi solo quanto serve per un pacchetto di sigarette al giorno.

Fonsia                           - Sì, lei ha ragione, forse… ma penso che l’Istituto Presbiteriano avrà i suoi motivi. E poi, è solo questione di punti di vista.

Weller                           - Ma quali punti di vista…! (torna a sedersi al tavolo) questo è un fatto! Una rapina è una rapina e basta. (lunghissima pausa. Weller con modi gentili) Gioca a carte?

Fonsia                           - Sono anni, sa, che non tocco una carta. Ma poco fa mentre la guardavo fare il suo solitario, ho pensato a quanto mi piaceva giocare, tanto tempo fa. Stavo alzata a fare il ramino o il pinnacolo fino a tarda notte (sorridendo schernendosi) se mia madre l’avesse saputo, mi avrebbe strozzata. Sa, la mia famiglia era metodista, che è come dire il massimo del puritanesimo. Il gioco delle carte era considerato una tentazione del diavolo, un peccato mortale.

Weller                           - Nel gioco, l’unica cosa diabolica è la scala a incastro, diabolica fino a che non azzecchi la carta giusta. Almeno… (sorride)

Fonsia                           - Per caso, assomiglia al poker?

Weller                           - La scala a incastro? Sì, il poker.

Fonsia                           - Il poker non mi ha mai davvero convinta, anche perché non riuscivo mai a farmi entrare nella testa le combinazioni.

Weller                           - E a Gin, ha mai provato?

Fonsia                           - Ai miei tempi, andava di moda un gioco che si chiamava Gin Rummy. È quello?

Weller                           - Il principio è lo stesso. Il punteggio io lo calcolo sulla  base che si usa fra i divi a Hollywood. Venga, venga, si sieda glielo faccio vedere. (Fonsia sta per sedersi al tavolo, Weller si alza in piedi)

Fonsia                           - Mi chiamo Fonsia Dorsey.

Weller                           -  Weller Martin. Lieto di conoscerla, Fonsia. (si siedono) dunque, per prima cosa sono sicuro che si divertirà moltissimo… per primo, si danno le carte… dieci a me…. Undici a lei. Una, una. Due, due… tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici per lei. Lei ne ha undici perché deve scartare una carta per cominciare la partita. D’accordo?

Fonsia                           - Le carte dello stesso tipo devono andare insieme? Per esempio il re con i re, gli otto con gli otto….?

Weller                           - Brava, e una scala deve essere dello stesso seme… per esempio otto, nove, dieci di quadri, o asso, re e regina di cuori. Naturalmente ce ne vogliono almeno tre in fila.

Fonsia                           - Si devono scoprire subito?

Weller                           - No, si tengono in mano finché sono tutte combinate, eccetto una: quella si scarta e mettendo giù le altre si dice: Gin.

Fonsia                           - Mi accorgo che una certa differenza esiste. Noi mettevamo giù man mano che si combinavano le carte. Cioè un tris o un’altra combinazione qualsiasi.

Weller                           - Il metodo classico è questo. In qualsiasi parte del mondo. Gin si gioca così.

Fonsia                           - E allora teniamoci al classico. E poi… mi piace davvero l’idea. Quando fai Gin, mi sembra che sia un po’ come cogliere l’avversario di sorpresa.

Weller                           - È proprio così. Poi c’è anche un altro modo di chiudere: calando.

Fonsia                           - Calando?

Weller                           - Sì, se la somma delle carte spaiate che hai in mano non supera i dieci punti, allora si può calare.

Fonsia                           - (non capisce) Ah….

Weller                           - (tra sé) Ho detto giusto? (Guardando Fonsia, prende alcune carte e le dà una dimostrazione pratica). Guardi, per esempio tutte le mie carte sono legate tra loro, eccetto questo sei e questo due. Sei e due otto, se voglio posso calare. Allora dico: calo con otto punti. Però se lei ha meno di otto punti, è lei che vince. Se ne ha più di otto…. Vinco io. Ha capito?

Fonsia                           - Credo di sì. ma per il momento preferisco restare sul semplice, senza troppe acrobazie.

Weller                           - Allora, ha capito bene?

Fonsia                           - Mi pare di sì…

Weller                           - Perfetto, benissimo, allora giochiamo. (scrive su un blocchetto segnapunti) Fonsia… Weller… Fonsia…. Weller… Fonsia…. Weller… (Fonsia è confusa. Weller se ne accorge) Non si preoccupi, il punteggio lo tengo io, si può arrivare anche fino a 150, ma noi ci fermiamo a 100. Andiamo più veloci se stiamo sul classico autentico. Mi dia le sue carte, le mescolo e cominciamo tutto da capo.

Fonsia                           - Che emozione! Mi sto già divertendo. Vede…

Weller                           - (Dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici per lei.

Fonsia                           - (proseguendo un certo discorso) Credevo che sarebbe stata una giornata orribile.

Weller                           - Il giorno delle visite?

Fonsia                           - Uhm, uhm.

Weller                           - Lei ha famiglia?

Fonsia                           - Sì, ho un figlio che ha quasi 45 anni…. Larry.

Prendono le carte, le sistemano fra le dita, cominciano a giocare

Weller                           - E suo marito…?

Fonsia                           - Solo 4 anni siamo stati sposati. Abbiamo divorziato quando Larry ne aveva due.

Weller                           - Capisco…

Fonsia                           - È morto non molto tempo fa. Ho anche una sorella, Hattie, vive in Canada. Ma non la vedo da 15 anni.

Weller                           - Suo figlio vive qui in città?

Fonsia                           - No, con la moglie si è sistemato in Colorato, a Denver.

Weller                           - In Colorado? Non lo vedrà di certo spesso.

Fonsia                           - Non molto. È ormai più di un anno. Ho anche due nipoti, due ragazzi adorabili. Steven di 12 anni…..e Larry junior…Buon Dio,  deve averne 16 anni adesso quasi un uomo.                                            

Weller                           - Crescono in fretta.

Fonsia                           - Lei ha figli? Aspetti un attimo, prima di rispondere. Io me ne sto qui seduta a chiacchierare e intanto ho un Gin in mano. Almeno credo. Mi dica lei: quattro re, tre nove, e il quattro, il cinque e il sei di picche. Avrei anche il sette, ma immagino di doverlo scartare.

Weller                           - Molto bene, molto bene. Dunque, lei ha 25 punti di chiusura, io sono rimasto con l’otto e il nove di cuori in mano, per cui sono altri 17 punti. Quindi lei ha in tutto 42 punti.

Fonsia                           - Mi spiace, quando comincio a parlare, dimentico quello che sto facendo.

Weller                           - (raccoglie le carte e comincia a mescolarle) Ha giocato benissimo.

Fonsia                           - È la fortuna del principiante.

Weller                           - No, veramente. Tanta gente avrebbe scartato subito quei due re, lei invece se li è tenuti e ha aspettato il terzo.

Fonsia                           - Non avevo nessun piano strategico da seguire.

Weller                           - C’era invece, c’era eccome. Chi sostiene che il Gin è solo una questione di fortuna, non sa di che gioco si parla.

Fonsia                           - No, ma io le stavo....

Weller                           - (dando le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici per lei.

Fonsia                           - Le stavo chiedendo dei suoi figli.

Weller                           - (la partita prosegue e dopo un po’ Fonsia annuncia il suo Gin. Una mano di Gin dura al massimo 5 minuti) Dunque, ho tre figli… due maschi e una femmina. Naturalmente tutti adulti.

Fonsia                           - Li vede spesso?

Weller                           - No, anzi per dirla tutta, ormai ci siamo completamente persi di vista.

Fonsia                           - Che tristezza…. Dei figli, non vederli più.

Weller                           - È accaduto molti anni fa. Anch’io sono divorziato e non si può certo dire che la loro madre abbia incoraggiato un rapporto affettuoso tra me e i miei figli. Anzi, si trasferì con i ragazzi in un’altra città, poi si è risposata e così abbiamo chiuso.

Fonsia                           - Che brutta storia.

Weller                           - Vede, a quei tempi in una causa di divorzio la legge era molto più dalla parte delle donne. Non ho potuto fare quasi niente.

Fonsia                           - Perché non li ha seguiti?

Weller                           - Perché mia moglie si sarebbe trasferita di nuovo. E poi avevo qui i miei affari, se avessi continuato ad inseguirli di qua e di là non avrei più potuto fare i soldi per mantenerli.

Fonsia                           - Mi spiace sia successo a lei, ma è quello che meritano esattamente certi uomini. Non c’è proprio giustizia. Conoscevo un tale che una cosa del genere se la sarebbe davvero meritata.

Weller                           - Non se la merita nessuno.

Fonsia                           - Non parlavo di lei, Weller. Dio me ne guardi. Stavo pensando all’uomo che ho sposato.

Weller                           - Avevo capito… e le ripeto che non lo auguro nemmeno a lui.

Fonsia                           - Ah no, eh? Se sapesse in quale inferno ho dovuto vivere accanto a lui, si farebbe un’altra opinione prima ancora di aver aperto bocca. (pausa) Gin!

Weller                           - Ma guarda un po’… e io con i miei 23 punti in saccoccia sulle spalle. Beh, adesso basta con gli insegnamenti. (Weller segna il punteggio)

Fonsia                           - Un vero colpo di fortuna, mi scusi, ma sa, mi sono entrate subito tutte le carte.

Weller                           - Non faccio fatica a crederlo.

Fonsia                           - (Guardandosi attorno) Questo posto non è affatto sgradevole. Anche se le camere sono un po’ piccole, dover far entrare tutte le cose che ci si è portati dietro in una scatola di 10 piedi quadrati….. ti aiuta a capire….

Weller                           - Capire che cosa? (dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici per lei.

Fonsia                           - A capire, semplicemente a capire. Lei cosa ne ha fatto di tutta la sua roba? Ne avrà avuta, immagino.

Weller                           - Venduta.

Fonsia                           - Non è facile separarsi dalle cose che ci hanno fatto compagnia per anni e anni.

Weller                           - La partita prosegue.

Weller                           - La crème caramelle anche a lei avrà fatto venire la diarrea?

Fonsia                           - Weller!

Weller                           - Ho fatto una domanda pertinente.

Fonsia                           - Io non me ne sono accorta.

Weller                           - Se ne sarebbe accorta.

Fonsia                           - (riferendosi al gioco) Che disastro.

Weller                           - (mostrando le carte) Non possono essere peggiori delle mie.

Fonsia                           - Di che genere di affari si occupava?

Weller                           - Ricerche di mercato.

Fonsia                           - Oggi hanno inventato dei mestieri così misteriosi. Di cosa si tratta  esattamente?

Weller                           - Praticamente si tratta di consigliare la gente a far correre i propri affari. Se una società ha un prodotto da vendere, io devo dire a chi lo deve vendere, dove venderlo e a quanto venderlo.

Fonsia                           - Io non riuscirei mai a raccapezzarmi.

Weller                           - Cioè?

Fonsia                           - Quanto può costare una cosa.

Weller                           - Lei cosa vendeva?

Fonsia                           - Io, niente. Ma mettiamo che io veda un oggetto qualsiasi, per esempio una lampada, una bella lampada, che mi piace, guardo il prezzo…. Costa dieci dollari. Poi ne vedo un’altra, carina anche quella. Solo che ne costa più di cento. Ma il perché della differenza è un mistero.

Weller                           - Ha ragione, succede. Mi ricordo che una volta, avevo appena cominciato a lavorare, stavo cercando di concludere un affare. Ero lì, seduto insieme a un gruppo di funzionari, e alla fine il presidente della società mi dice: quanto ci verrà a costare? Io avevo paura di chiedere troppo, secondo me era un contratto da non più di 500 dollari, e così penso di chiederne 400. ero talmente nervoso che riesco solo a dire la parola “quattro”. Il presidente, si volta a uno dei suoi scagnozzi e gli fa: “Ti va bene, Harry, 4.000 dollari?” e quello: “Per me va benissimo”:

Fonsia                           - E lei poi gliel’ha detto che ne voleva 400?

Weller                           - (incredulo) Vuol scherzare?

Fonsia                           - Beh…. Se veramente valeva solo 500…

Weller                           - Valeva quello che erano disposti a pagare.

Fonsia                           - Finalmente! Gin.

Weller                           - Dio sculacciatopi! Lo sapevo che aveva i fanti. Vorrei sapere perché ne ho scartato uno. (segna il punteggio) Mi sono fregato con le mie stesse mani. Con tutti questi maledetti discorsi del ca…..

Fonsia                           - Weller! In tutta la mia vita non ho mai sentito mio padre imprecare una sola volta.

Weller                           - Perché non giocava a carte con lei.

Fonsia                           - Papà non avrebbe mai toccato una carta. Non fumava, non beveva, non andava a vagabondare.

Weller                           - (mescolando le carte) Molto ammirevole. Sono virtù minori, ma non di meno ammirevoli. Lo sa? In questi ultimi tempi mi è capitato sempre più spesso di pensare a mio padre. Mettersi in poltrona a leggere il suo giornale non ne ha mai voluto sapere. Anche dopo essere andato in pensione, tutte le mattine sedeva al tavolo del suo ufficio, così fino alla morte., a 83 anni. Era il titolare della sua azienda, per cui se lo poteva permettere. Ha avuto più fortuna di me, negli affari… e anche con i suoi soci.

Fonsia                           - Lei è stato sfortunato?

Weller                           - (dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici.

Fonsia                           - (si sente cantare fuori scena)

Weller                           - Ma che combinano là dentro….

Fonsia                           - Non può essere che il “pomeriggio canoro”.

Weller                           - Questi loro sforzi per farci svagare, non li capisco proprio.

Fonsia                           - È un gruppo di cantori del Coro della Chiesa Metodista… vi sono anche dei professionisti.

Weller                           - Non parlo di chi canta. Mi riferisco a questa smania di aiutarci a far passare il tempo. Probabilmente si sono convinti che senza i loro pomeriggi canori, i loro fottuti prestigiatori, potremmo anche schiattare tutti quanti di un colpo sotto il loro naso. Il che gli darebbe un gran senso di colpa, perché sono veramente convinti che basti il coro della parrocchia per tenerci in vita, almeno un altro giorno.

Fonsia                           - Io il prestigiatore l’ho trovato molto bravo.

Weller                           - Ma se ha versato tutto il latte sul pavimento!

Fonsia                           - Però l’ha fatto sparire. Lo so che c’era il trucco, ma l’ha versato dentro al giornale arrotolato e l’ha fatto sparire.

Weller                           - Ma se è finito tutto per terra, dico! Ero in prima fila, io, l’ho visto benissimo.

Fonsia                           - Beh, in quarta fila non ci siamo accorti di niente.

Weller                           - Ecco perché ai prestigiatori piace tanto esibirsi nel ricovero per vecchi. Metà del pubblico è talmente tremolante che non riesce a tenere gli occhi fissi. E l’altra metà dorme. (lunga pausa durante la quale l’attenzione ritorna alla partita) E ora che cosa le manca?

Fonsia                           - Mi manca… mi manca….

Weller                           - Guai a lei se lo dice.

Fonsia                           - Ma neanche morta glielo direi.

Weller                           - (giocherella con due delle sue carte che ha in mano) E’ una di queste due… mi giocherei la testa… ma qualcosa mi dice che quella che scarterò è proprio quella che le serve. (Pausa) Va beh, il dado è tratto.

Fonsia                           - (Weller scarta, Fonsia guarda lo scarto e sorride, quindi lo prende) Aveva ragione, Weller… Gin!

Weller batte il bastone sul pavimento, quindi le mani sui fianchi dice la sua battuta con un’esasperazione genuina, sia pur controllata

Weller                           - E lei la chiama la fortuna del principiante?

SCENA SECONDA

Una settimana dopo, domenica pomeriggio, giorno di visita. Stesso ambiente della scena prima. Weller in piedi sta sfogliando una rivista con aria annoiata. Fonsia entra dalla porta  a vetri, scorge le carte sul tavolo da gioco. Weller fa capolino dietro al dondolo. Fonsia non si accorge della sua presenza.

Fonsia                           - Weller?

Weller                           - Cucù?

Fonsia                           - Weller, è impazzito?

Weller                           - Beh, ammetto che l’idea di tanto in tanto non mi dispiacerebbe… questa volta però non ho fatto niente di più folle che scegliere un libro nello scaffale più in basso. (fa un gesto)

Fonsia                           - Ho pensato che fosse improvvisamente rimbambito!

Weller                           - Beh, no, ma questo posto potrebbe davvero far impazzire. Con questa solitudine nascosta.

Fonsia                           - Oggi è la prima volta che la sento parlare, sa? Dopo una settimana di silenzio. (Fonsia siede sul dondolo)

Weller                           - Eh già, da quando ho avuto la mia Waterloo alle carte.

Fonsia                           - È stato davvero divertente.

Weller                           - Sarà così gentile da concedermi la rivincita oggi?

Fonsia                           - Con vero piacere!

Weller                           - (da dietro le quinte si sente il brusio dei visitatori) li sente, la in fondo? ogni giorno di visita qui diventa un manicomio.

Fonsia                           - Fortunatamente si tengono alla larga dalla veranda.

Weller                           - Non sempre, ogni tanto qualcuno rotola fino a qui. Qualche settimana fa ha fatto la sua comparsa la signora Mayes, assieme al genero e alla figlia.

Fonsia                           - Una tribù vera e propria.

Weller                           - E noti che una volta tanto avevano lasciato a casa i bambini. In compenso c’erano loro che invece di parlare gridavano. Come se quella povera vecchia fosse sorda. Accidenti! Quando capita qui si lamenta sempre, perché dice che faccio troppo rumore a mescolare le carte.

Fonsia                           - È incredibile come sia magra, sembra un chiodo.

Weller                           - Pensi che le avevano portato dei sandwich e volevano farglieli mangiare a tutti i costi.

Fonsia                           - È stato un pensiero affettuoso, soprattutto per una che non tocca mai cibo. Non capisco di cosa viva.

Weller                           - E tanto per tenerla occupata, anche un album da colorare.

Fonsia                           - Povera anima! Sta lì ferma, seduta davanti alla finestra, a guardare fuori dalla mattina alla sera. Con il suo album da colorare, per lo meno adesso avrà uno scopo nella vita.

Weller                           - Ma se non li stava neanche a sentire! E poi guardi, hanno cominciato a parlare di me come se io non fossi presente! Come se fossi un armadio o roba del genere. A un certo momento la figlia le fa: “Vedi lui, com’è caro, passa il suo tempo con le carte.” Non potevo crederci! La fisso, come so farlo io quando voglio, e lei con la stessa voce acuta dice: “Ci stiamo divertendo, eh?”

Fonsia                           - E lei come ha risposto?

Weller                           - Cosa avrei mai potuto dire? Ero allibito. Ma guarda, questa deficiente come si intromette nella mia vita…. E poi con una sola frase! La cosa allucinante è che crede di poterselo permettere… e io dovrei starmene seduto lì a darle ragione. (parlando a sé stesso) “Com’è caro, lui, passa il suo tempo con le carte”.

Fonsia                           - Ma non credo che volesse intromettersi nella sua vita, Weller, penso che volesse solo far vedere a sua madre che si possono fare altre cose invece di starsene tutto il giorno a guardare fuori dalla finestra.

Weller                           - Doveva scegliere proprio me come esempio di pensionato? Cristo santo.

Fonsia                           - Weller, non stava parlando della sua vita. Mio Dio, ma pensi a tutte le cose che lei ha potuto fare….

Weller                           - Va bene…. Ma parlava della mia vita come è oggi. Porca miseria, sono ancora vivo, io, dannazione!

Fonsia                           - Glielo posso confermare io, questo.

Weller                           - Non so. Forse reagisco e scatto subito! È che non so più come comportarmi con la gente. Mi sento insicuro… rimbambito. E poi in questo posto non ho mai trovato nessuno con cui scambiare due parole in maniera decente. Lei, Fonsia, è la prima persona con cui riesco a parlare.

Fonsia                           - La capisco, è terribile. Dovrebbe pensare che in una casa di riposo affollata come questa, non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta.

Weller                           - Ma per l’amor di Dio, non lo pensi neppure. Non vede che la metà sono catatonici? Gli altri poi quando parlano ti fanno rimpiangere quelli che stanno zitti.

Fonsia                           - E poi tutti si lamentano.

Weller                           - Esatto.

Fonsia                           - Avrebbe mai pensato che esistessero in vecchiaia tanti acciacchi e tanti dolori? (come se volesse imitare) Oh, Gesù bambino! Oggi il mal di schiena mi sta uccidendo. Stasera non potrei arrivare fino alla porta, credo che dipenda dalla gamba. L’artrite mi fa cadere il braccio….

Weller                           - Eh, non c’è rimedio. Se non sono loro, è l’infermiera che ti rivolge la parola come a un bambino ritardato.

Fonsia                           - Ha proprio ragione. Sa che io non prendo mai la “mia” medicina…. È sempre la: “nostra” medicina. Adesso qui abbiamo la “nostra” medicina che ci aspetta, signora Dorsey. Buoona, senta com’è buona!

Weller                           - Ma vadano tutti all’inferno, dal primo all’ultimo. Sì, all’inferno.

Fonsia                           - È quello che dico anch’io.

Weller                           - Fonsia Dorsey! Suo padre si rivolterebbe nella tomba.

Fonsia                           - Non ho detto niente…. Lo ha detto lei, Weller. (tutti e due scoppiano a ridere)

Weller si alza con fatica, guarda l’orologio

Weller                           - (serioso) Lo sa, signora Dorsey? Sono già le tre e non ci siamo ancora divertiti.

Fonsia                           - (con seriosità) Oh santo cielo, mi sento svenire.

Weller                           - E cosa aspettiamo per divertirci un po’ insieme? (la prende per mano, l’aiuta ad alzarsi e insieme si dirigono al tavolo da gioco) Il che significa che alla nostra età, può voler dire una sola cosa…. Preparo le carte!

Fonsia                           - (scherzosamente con un dito) Oh, Weller?

Weller                           - Un paio di mani a Gin, signora Dorsey, e si rimetterà a nuovo.

Fonsia                           - Va bene…..

Prendono posto al tavolo da gioco

Fonsia                           - Spero di ricordarmi tutto.

Weller                           - Da come ha giocato l’ultima volta, sono sicuro che non avrà nessun problema. (Weller tira fuori il blocchetto segnapunti) Allora, Weller, Fonsia…. Weller, Fonsia…. Weller, Fonsia.

Fonsia                           - Lo sa che i miei mi hanno sempre chiamato Fonsie?

Weller                           - (mescola le carte) Fonsie?

Fonsia                           - Sì.

Weller                           - Chissà perché cambiare Fonsia in Fonsie.

Fonsia                           - Sa come si scrive Fonsia?

Weller                           - F-O-N-S-I-A….. Esatto?

Fonsia                           - Giusto.

Weller                           - Fonsia, Fonsie…. È un nome insolito.

Fonsia                           - Lo so… e non ho la minima idea da dove l’abbiano ricavato.

Weller                           - Quale dei due preferisce?

Fonsia                           - Oh, sa, per me proprio è uguale.

Weller                           - Bene, bene… la chiamerò così, come mi viene, d’accordo?

Fonsia                           - D’accordo.

Weller                           - (dà le carte) Uno, uno. Due, due. Tre, tre…..

Fonsia                           - Mi pare che in latino “Fons” voglia dire fonte.

Weller                           - (a voce alta) Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. E undici per lei.

Fonsia                           - Perché a me undici e a lei solo dieci? Me l’ha già spiegato l’altra settimana, lo so, ma io l’ho dimenticato, mi spiace, proprio non ricordo.

Weller                           - Perché io do le carte e lei gioca per prima, ossia deve scartare. Mette le carte in ordine… bene, adesso scarti, su. (Fonsia scarta) Va bene. La partita è cominciata. Lei ha dieci carte e io altrettante.

La partita va avanti. Due scarti.

Fonsia                           - Questo gioco mi rilassa proprio.

Weller                           - Gin è un gioco molto rilassante. Durante i miei viaggi d’affari io ci giocavo per ore. Avevo calcolato tutto in aereo… da San Francisco a Chicago… due partite. Da Los Angeles a New York, 4 partite. Da New York a Los Angeles, 5 partite. Sì, perché c’è sempre il vento contrario per andare in California, occorre più tempo.

Fonsia                           - Allora lei passava un sacco di tempo a giocare a Gin senza avere la sensazione di buttare via la sua vita. E adesso perché dovrebbe essere così diverso?

Weller                           - Perché. Ma questa è proprio una domanda curiosa! (Guarda Fonsia negli occhi) Non lo so.

Fonsia                           - (con imbarazzo, finge di esaminare le sue carte) Beh, comunque non è questo il momento di parlarne.

Weller                           - Ha giocato?

Fonsia                           -  No, sto cercando di orientarmi.

Weller                           - Su, giochi una carta, una qualsiasi.

Fonsia                           -  E va bene… calo con tre.

Weller                           - (risentito) Lei non aveva mai giocato a Gin prima d’ora, se non sbaglio così mi aveva detto. O sbaglio?

Fonsia                           -  È stato lei a spiegarmi che si può chiudere calando.

Weller                           - Sì, sette giorni fa. E se ben ricordo, faceva una gran confusione.

 Fonsia                          - No e poi no, avevo capito benissimo. Ho solo detto che all’inizio mi sarei tenuta su un gioco più semplice.

Weller                           - Così sperava di ricordarsi tutto, eh? Un bel tipo. Non credo che se ne debba preoccupare.

Fonsia                           - È giusto o no?

Weller                           - (conta i punti che gli sono rimasti in mano) Anche troppo. Venti…. Trenta… quaranta… quarantatre… quarantasei… quarantotto! (Weller annota sul bloc notes, poi si ricorda dei tre punti di Fonsia) Meno i suoi tre… (scrive) Fa 45 per lei.

Weller raccoglie le carte e comincia a mescolare

Fonsia                           - (appoggiandosi alla sedia) Mio Dio, questa sedia mi rovina la schiena. (sorridendo) Vede, sto parlando già come qualcuno dei nostri compagni di collegio…

Weller                           - Sì, ma il mal di schiena non le impedisce di battermi, evidentemente.

Fonsia                           - Dovrò portarmi un cuscino da mettere dietro. (Fonsia guarda con attenzione il modo con cui Weller mescola le carte) E’ divertente…. Mescola le carte come fosse un giocatore professionista. Non mi stancherei mai di guardarla.

Weller                           - Non è poi tanto difficile.

Fonsia                           - Le farei volare fino al soffitto, io.

Weller                           - (dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci undici. (ambedue contemplano le carte) che confusione!

Fonsia                           - Le piacciono le carote in umido?

Weller                           - No.

Fonsia                           - Mai sentito qualcuno a cui non piacessero.

Weller                           - E a noi, in questo luogo maledetto ce le sbattono davanti un giorno si e uno no.

Fonsia                           - Non capisco proprio perché! Con tutte le meravigliose verdure che ci sono in questo mondo.

Weller                           - I dietologi non sono mai stati famosi per la loro fantasia.

Fonsia                           - Francamente credo che non potrei far meglio di…. Quella manipolatrice di veleni in cucina…. Come si chiama…. Gib… girban…

Weller                           - Gibran.

Fonsia                           - Gibran…. Gin!

Weller                           - (irritato) E no, scusi, le ho dato le carte un secondo fa.

Fonsia                           - Lo so. Ma ero servita.

Weller                           - (segna sul blocchetto) Ho l’impressione che le succeda un po’ troppo spesso! Allora…. Io ho venti…. Quarantadue, più lei ha venticinque di chiusura. In tutto fa sessantasette. Con questo ha vinto la prima partita e ha sessantasette punti buoni per la seconda. Hai capito, dannazione!

Weller raccoglie le carte e le mescola. Fonsia da uno sguardo al blocchetto segnapunti.

Fonsia                           - Lei non ha neanche un punto.

Weller                           - No, Fonsia, no. Io non ho neanche un punto. Sono a zero.

Fonsia                           - Che peccato!

Weller                           - Da quando abbiamo cominciato a giocare non ho vinto una mano, se ne rende conto?

Fonsia                           - Vedrà che presto ne vincerà una.

Weller                           - (dà le carte) stando al calcolo delle probabilità, direi che ormai dovrebbe toccare a me. Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici.

Fonsia porta una mano alla testa. Sembra turbata

Fonsia                           - Mio Dio, per un momento ho avuto come un giramento di testa….

Weller                           - (preoccupato) Si sente poco bene?

Fonsia                           - È tutto passato. Saranno state quelle pillole che mi danno. Mi sembra che mi facciano più male che bene.

Weller                           - Cosa prende?

Fonsia                           - Non lo so. Me le hanno prescritte qui, prima una cosa, poi un’altra.

Weller                           - Sarà meglio che parli con il suo medico… voglio dire il suo medico personale, non uno di quei cialtroni della mutua che arrivano qui.

Fonsia                           - Come fosse colta dal panico. Ma io sono qui a mie spese, non ho a che fare con la mutua, né con nessun altro tipo di assistenza.

Weller                           - Non volevo dire che… ho detto soltanto che sarebbe meglio che facesse controllare le sue medicine da qualcun altro… tutto qui.

Fonsia                           - Va bene, ma non ha molta importanza…

Weller                           - Non ci pensi, e giochi. Quando lei ha avuto questo giramento di testa…. Le sembrava che le cose fossero diventate irreali… nebulose?

Fonsia                           - No. Ho provato solo una vertigine, come se per un attimo dovessi cadere dalla sedia.

Weller                           - Qualche volta succede anche a me di stare seduto nella mia stanza, o anche qui… e tutto diventa come in un sogno, la gente, la camera, tutto… come se non stesse più accadendo niente. Prima reagivo e riuscivo a liberarmene quasi subito. Poi per un paio di volte mi ha preso in un modo tale che non sono stato più capace di uscirne fuori. Allora ho provato per la prima volta cosa vuol dire il terrore allo stato puro. Non sapevo più cosa fare. Mio Dio, sono rimasto lì, seduto in preda al panico. Senza nessun motivo! Tutti attorno a me continuavano a farsi gli affari propri, nessuno si era accorto che stavo passando un brutto momento. Poi… tutto è passato.

Fonsia                           - Purtroppo i nervi a volte fanno brutti scherzi.

Weller                           - A chi tocca? (credendo che tocchi a Fonsia, sta per richiamarla. Poi si accorge che deve giocare lui, scarta velocemente per dissimulare il suo imbarazzo) A me?

Fonsia                           - Credo proprio di sì.

Weller                           - Le assicuro che difficilmente in vita mia ho provato una sensazione peggiore.

Fonsia                           - A me accadeva una cosa del genere anni fa, appena divorziata.

Weller                           - E come è riuscita a superarla?

Fonsia                           - Il tempo.

Weller                           - (guarda Fonsia negli occhi) Solo il tempo?

Fonsia                           - Solo il tempo.

Weller                           - (dopo una pausa) Giochi… insomma… vuol giocare o no?

Fonsia                           - (con indifferenza) E va bene. (pausa)

Weller                           - Dovrei calare finché sono in tempo. Magari lei se ne sta lì lì con il suo Gin in mano.

Fonsia                           - Non ancora. (pausa)

Weller                           - Niente. Niente. Niente. (pausa)

Fonsia                           - Eccolo! Gin!

Weller                           - (rassegnato e irritato) Per Dio! Non so più che dire. Per una carta! Lei è la persona più fortunata che abbia mai visto in tutta la mia vita. (segna i punti, raccoglie le carte e mescola)

Fonsia                           - Ma lei doveva calare!

Weller                           - Facile a dirlo dopo, sono bravi tutti.

Fonsia                           - Mi avrebbe spacciata. Aspettavo una regina e non avrei mai pensato che mi arrivasse.

Weller                           - (mescola le carte) Cosa?

Fonsia                           - Ho detto che non avrei mai sperato di prendere quella regina.

Weller                           - Vuol dire che si è tenuta la regina sempre in mano?

Fonsia                           - È così. Avevo queste due regine, e se lei avesse calato, mi avrebbe battuto.

Weller                           - (arrabbiato) Ma questo è giocare da incoscienti! Quello che lei fa è un gioco cretino! (a se stesso) Ma guarda, tenersi due figure per tutta la mano. Va beh, faccia un po’ come vuole. (dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici. (getta una carta, poi la riprende) Aspetti un momento. Io ho dato le carte, quindi tutta a lei.

Fonsia                           - (getta una carta) Ho vinto io la partita, vero?

Weller                           - Sì, però calma, eh! Il fatto che lei abbia vinto due e o tre partite, non ha niente a che vedere con il suo modo di giocare.

Fonsia                           - Da cosa dipende allora?

Weller                           - (alzando la voce) Da una delle fortune più vergognose che abbia mai visto in vita mia!        

Fonsia                           - Senta Weller, non posso farci niente, io. E mi faccia il piacere di non alzare la voce.

Weller                           - Chiedo scusa. Credo che dipenda da un certo stato di frustrazione. Sì, sì, è così: proprio frustrazione.

Pausa. Giocano in silenzio per alcuni secondi.

Fonsia                           - Le sono mai mancate delle cose, qui alla Bentley?

Weller                           - Vuol dire rubate? Altro che…. Un orologio da 300 dollari, per Dio!

Fonsia                           - Santo cielo! Non ne sapevo niente. Ha chiamato la polizia?

Weller                           - Certo che l’ho chiamata. Sono arrivati qui, hanno preso il mio nome, l’indirizzo… hanno detto che succede tutti i giorni, se ne sono andati e chi s’è visto s’è visto.

Fonsia                           - Che vergogna. Uno si aspetta che si diano un po’ più da fare.

Weller                           - È vero… ma sarebbe anche da ingenui che venissero e risolvessero subito il caso. Cosa potrebbero mai fare … andare in giro a prendere le impronte digitali a tutta la gente qua dentro?

Fonsia                           - Forse ha ragione. Rubano tutto quello che gli capita sotto mano… ma poi come si fa a provarlo?

Weller                           - Come si fa, appunto?

Fonsia                           - Sono quei negri maledetti.

Weller                           - Lo so. Se pagassero un po’ di più qua dentro, potrebbero avere del personale decente. No…. No… strozzano la gente e quelli se ne approfittano di noi.

Fonsia                           - L’altra notte si sono presi il vestito nuovo della signora Burgoyne. Tre sottane in due mesi.

Weller                           - Lo so!

Fonsia                           - Senta Weller, adesso non si arrabbi, io sono stata qui seduta a giocare le mie carte…. Esattamente come lei….

Weller                           - Ha fatto Gin un’altra volta?

Fonsia                           - Sì.

Weller                           - (perde il controllo) Gesù Cristo! Deve proprio vincere tutte le stramaledette volte? Non potrebbe perdere ogni tanto?

Fonsia                           - Non lo faccio apposta, mi creda….

Weller                           - Non lo fa apposta, eh? Bella consolazione. (raccoglie le carte, le mescola, si accorge che ha dimenticato di segnare i punti e prende il bloc notes). Guardi un po’, ho dimenticato i punti che avevo in mano. Ne avevo una montagna, facciamo 50. Comunque sia, lei ha vinto anche la seconda partita ed è sopra di…. Vediamo, 76 e 25…. Un momento, Cristo, non potevano essere 50…. Per Giuda, saranno stati 40. Lei ha…. 99 punti, mai visto niente di simile. Lei è davvero scandalosa. (Weller riprende le carte e le mescola)

Fonsia                           - Senta Weller, se ogni volta che vinco lei deve fare così, non gioco più.

Weller                           - (indica il blocchetto) Ma guardi qua… lei è… senza fondo.

Fonsia                           - Che posso farci?

Weller                           - Lei non può farci niente, se io non so giocare. È così? Ho capito. Allora mi stia a sentire….

Fonsia                           - Weller, se lei continua così, me ne vado. (Sta per alzarsi dal tavolo, Weller l’afferra per il braccio)

Weller                           - Ah, no! Non può piantarmi qui, adesso. Si sbaglia di grosso.

Fonsia                           - Ma lei se la sentirebbe di giocare con uno che urla in continuazione?

Weller                           - Va beh. Cercherò di controllarmi. (Dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici. Ora le voglio dire una cosa, Fonsia… non sono io…. Una cosa del genere farebbe imbufalire chiunque.

Fonsia sistema le sue carte, comincia la partita.

Weller                             - Delle carte decenti, se Dio vuole.

Fonsia                             - Anche le mie non sono male. (Scarta)

Weller                             - (Con un’emozione che si legge sul viso) Eh, ti pareva! (scarta)

Fonsia                             - Lei la prende troppo sul serio… E’ soltanto un gioco, in fin dei conti. (Scarta) Weller, sta diventando sempre più rosso, sì, in faccia, ho paura che le succeda qualcosa.

Weller                             - Mi capita di tanto in tanto. Ognuno ha i suoi malanni. Lei il diabete…. Io avrò qualcos’altro. Tiri una carta.

Lei scarta, e lui risponde.

Fonsia                             - Non voglio che le prenda un infarto proprio qui davanti a me.

Weller                             - Lei pensi solo a giocare, io penso all’infarto. (Fonsia scarta, Weller l’osserva con attenzione) Non mi serve. (Weller appoggia la mano sul mazzo di carte) Un cinque, un sei, o il sette di fiori (Guarda la carta che ha preso) Merda!

Scarta e Fonsia un po’ riluttante raccoglie lo scarto.

Fonsia                             - (Con voce rassegnata) Ho fatto Gin.

Weller                             - (incredulo) Non ci posso credere! Non ci credo! Mi faccia vedere. (La guarda mentre lei scopre le sue carte in tavola. Uno scoppio d’ira) Stronzate! (Si alza in piedi, quasi scappando dal tavolo, poi si riavvicina per guardare di nuovo le carte) Gesù Cristo! Guarda che merda!!!!!

Sulla parola “merda” dà un colpo alle carte che volano in aria. Fonsia, impaurita, si ritrae, pronta al peggio.

Fonsia                             - (Spaventatissima) Weller!

Weller                             - Gesù Cristo onnipotente!!!

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

La scena seguente, dopo pranzo. Stessa scena. L’ambiente illuminato da paralumi da tavola e a stelo. Sullo sfondo rumore di stoviglie e voci: gli ospiti stanno finendo il pasto. Si apre il sipario, la porta a vetri di centro si apre e sulla soglia appare Weller.

Weller                             - Dovrebbe essere già qui. (Weller chiude accuratamente la porta, ispeziona con lo sguardo la veranda) Fonsia. Fonsie. Sarà in giardino. (Weller avanza verso il proscenio e guarda tra il pubblico, socchiude gli occhi per vedere nel buio). Fonsie. Fonsie, cosa fa là da sola? Risponda. (Fonsia è tra il pubblico, alcune file indietro rispetto al palcoscenico)

Fonsia                             - Che vuole, Weller?

Weller                             - Parlarle. Si sta facendo buio. Perché non entra?

Fonsia                             - Arrivo tra un attimo. Lei vada avanti intanto.

Weller                             - L’aspetterò qui finché non si sarà decisa a rientrare.

Fonsia                             - Volevo starmene un po’ sola… qui in giardino… non nella mia stanza.

Weller                             - Non voglio disturbarla, Fonsie… davvero. Posso benissimo aspettare qua.

Fonsia                             - No, lei ha ragione. Ormai è buio… prima era così bello….

Weller                             - Allora vengo subito al dunque, Fonsia. Le devo delle scuse.

Fonsia                             - Proprio così.

Weller                             - Benissimo, Fonsia… signora Dorsey, sono mortificato per il mio comportamento di ieri e le chiedo sinceramente scusa. Va bene così?

Fonsia                             - Non capisco se mi sta prendendo in giro o se fa sul serio.

Weller                             - Faccio sul serio. Cosa mai posso dirle di più? Mi sono comportato come una bestia. Mi dispiace di averla offesa… mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. Ecco tutto.

Fonsia                             - Mi ha fatto paura. Lei non si rende conto come le sue sparate possano allarmare la gente.

Fonsia si siede sul dondolo.

Weller                             - Lo so, certi aspetti del mio carattere non sono affatto gradevoli…. Ma mi creda, non c’è da aver paura.

Fonsia                             - Non è che io abbia paura per quello che lei può farmi. È che i suoi scoppi d’ira non si sa a che cosa possano portare. Quando lei ha gettato all’aria le carte….

Weller                             - Ma non è stata una cosa così grave. E poi non c’era niente di personale.

Fonsia                             - Mi ha fatto paura lo stesso.

Weller                             - Insomma, Fonsie, vogliamo essere realisti? A parte quelle due o tre volte che mi sono lasciato andare, deve ammettere che siamo due persone che stanno bene assieme.

Fonsia                             - La sua compagnia mi piace molto, Weller… ma le carte non sono fatte per lei.

Weller                             - (si accende subito) Come sarebbe? Che cosa vorrebbe dire adesso? Le carte non sono fatte per me…. Per Dio, io giocavo a Gin quando lei ancora…

Fonsia                             - No, Weller, no. Non volevo dire che lei non sa giocare a Gin. Volevo dire che non riesce a giocare senza perdere la testa.

Weller                             - Guarda un po’, va a finire che comincerà a credere di essere una specie di professionista, proprio lei.

Fonsia                             - Santo cielo. Dio sa che non sono una professionista. (Una piccola pausa, poi scherzando) Solo gioco da…. professionista. (scoppia a ridere)

Weller                             - (Punto sul vivo) Ecco, finalmente l’ha detto. (Weller si alza e si dirige zoppicando verso la libreria) Per Dio, dove sono le carte?

Fonsia                             - Stavo scherzando, Weller. Dio mi è testimone, stavo solo scherzando.

Weller                             - (Ha preso le carte dallo scaffale, cerca il bloc notes) Non si può scherzare così. Certa gente ti butta in faccia tutto quello che pensa…. E poi con un sorrisetto ti dice: “Stavo solo scherzando” Ma dov’è finito il mio bloc notes? Non si può lasciare in  giro niente qua.

Fonsia                             - Senta Weller, non ho nessuna intenzione di giocare con lei.

Weller                             - Andiamo, su Fonsie, su, bontà divina.

Fonsia                             - Dico sul serio, non voglio più giocare con lei.

Weller                             - E va bene, allora non giochi, se ne torni pure là dentro con tutti quei vecchi bastardi rincoglioniti. Se li goda.

Fonsia                             - Non mi deve parlare in questi termini… si ricordi che qui siamo tutti su una stessa barca.

Weller                             - Sarà anche così, ma io sono fra i pochi imbarcati che ancora respira. Guardi le cose come stanno, questo è un deposito di morti che ancora ce la fanno a trascinarsi sulle gambe. Una specie di magazzino dove gettare la gente in attesa che anche il corpo non ce la faccia più.

Fonsia                             - Che cinismo!

Weller                             - Non è cinismo. È una constatazione. Tutto qua.

Weller mescola le carte e comincia a fare un solitario. Mentre allinea le carte, le sbatte con enfasi sul tavolo

Fonsia                             - Io invece sono molto felice di non vedere la vita in questo modo e ringrazio la divina provvidenza che ci permette, a noi due, di cavarcela un po’ meglio di loro. Sono malati, loro, tutto qua.

Weller                             - Sono molto meno malati di quelli che li hanno chiusi qui dentro. E meno ancora di questo branco di mascalzoni che dovrebbero averne cura.

Fonsia                             - Ma insomma, lei ce l’ha proprio con tutti. Qualche volta penso che viva solo per attaccar briga.

Weller                             - Io cerco solo di farmi gli affari miei.

Fonsia                             - Ma ha un carattere orribile… è troppo sarcastico.

Weller                             - E allora?  Se fossi in lei non mi metterei a parlare dei fatti degli altri.

Fonsia                             - Cosa intende dire?

Weller                             - Che queste giornate di visita provano che né a me, né a lei andrebbe mai il premio della popolarità.

Fonsia                             - Capisco. Nessuno che mi venga a trovare, perché sono una creatura perversa, vero?

Weller                             - Ha mai sentito parlare di Ty Cobb?

Fonsia                             - Era un giocatore di baseball.

Weller                             - Esatto, Ty Cobb giocava a baseball. Ha giocato a baseball per 24 anni. Sa quanti dei suoi compagni di squadra sono andati al suo funerale… tre! Si potrebbe dedurre che Ty Cobb sia stato tutt’altro che una creatura mite e affettuosa.

Fonsia                             - Può darsi.

Weller                             - Bene, su noi due ha dei punti di vantaggio, quanto a visite: esattamente tre.

Fonsia                             - Dove vuole andare a parare, Weller?

Weller                             - Perché suo figlio non viene mai a trovarla?

Fonsia                             - Gliel’ho detto. Vive a Denver. Credevo l’avesse capito.

Weller                             - E allora perché lei non si è trovata la sua casa di riposo in Colorado? Perché lui non fa una scappata ogni tanto per vedere come sta, se le manca qualcosa….

Fonsia                             - È un argomento sul quale non voglio discutere. E poi stasera abbiamo il seminario delle Dame del Cuore Ardente. Devo rientrare, mi interessa sentirle. (Fonsia si dirige verso la porta, poi si ferma)

Weller                             - A suo piacere. (Sbatte con vigore le carte sul tavolo)

Fonsia                             - Immagino che anche le Dame del Cuore Ardente siano un branco di mummie.

Weller                             - Non ho mai detto una cosa del genere. Almeno sono più inoffensive di tanti cialtroni che ci arrivano fra i piedi. Come quel gruppo che era venuto a cercare dei nonni da adottare. Che nome ha pure?

Fonsia                             - …Es… Estensione familiare.

Weller                             - Ecco, sì, estensione familiare. No, non era estensione.

Fonsia                             - Comunione!

Weller                             - Comunione familiare! Brava. Avrebbero voluto psicanalizzarci tutto, anche il buco del….

Fonsia                             - Weller!

Weller                             - Cristo Santo!

Fonsia                             - Le sarò grata se non vorrà nominare il nome di Dio ogni tre parole.

Weller                             - Insomma, cos’ha deciso? Gin o le Dame del Cuore Ardente?

Fonsia                             - Preferisco le Dame.

Weller                             - Prima che arrivino, ci vorrà almeno un’ora.

Fonsia                             - Sarebbe meglio che non….

Weller                             - E va bene, Cristo d’un Dio, faccia come le pare, vada, vada. Poi un giorno mi dirà come fa a sopportarli, con tutta quella esposizione di bocche sdentate e occhi spenti… li ha mai visti il giorno quando cambiano i letti? Li avrà visti… su e giù per i corridoi, sulla sedia a rotelle, in fila, una processione di zucche.

Fonsia                             - Se proprio ci tiene, potremmo fare una o due mani…. Tanto mi tormenterà finché non gioco.

Weller                             - Ma che cavolo d’altro potrebbe fare?

Fonsia                             - Direi non molto.

Weller                             - Mi prenderebbe il blocchetto allora? Grazie.

Fonsia                             - Sono così stanca di stare davanti alla televisione, accanto a quella signora Leyla che vuole parlare solo dei preparativi del suo funerale.

Weller                             - Mi creda, Fonsia, con lei le sarà difficile trovare un argomento di maggior interesse e di più palpitante partecipazione. Non solo con lei poi, ma con chiunque parli. Almeno qui dentro.

Fonsia                             - Mia madre era uguale. Per quel che mi ricordo. I suoi unici momenti sociali erano i funerali. Mio Dio, parlo anch’io delle stesse cose.

Weller                             - Ecco cosa succede a stare lontani dalle carte per tanto tempo. Si atrofizza il cervello. Tra un po’ si metterà a guardare fuori dalla finestra dalla mattina alla sera. (Ride)

Fonsia                             - Weller, lei è proprio impossibile.

Weller                             - (Weller dà le carte)

Fonsia                             - (prende le carte) Però se vinco non se la prenda con me.

Weller                             - Non ho alcun dubbio che vincerà, cara Fonsie, …. E le prometto che farò tutto il possibile per non arrabbiarmi e bestemmiare.

Fonsia                             - Vediamo se ne è capace.

Weller                             - Fonsie, in una cosa mi deve dare ragione: lei se la prende per delle sciocchezze.

Fonsia                             - Ma… Veramente….

Weller                             - È proprio così, mi creda.

Fonsia                             - Qualche volta, forse…. Vede, quando lavoravo c’era una cosa che mi dava un’angoscia da morire….

Weller                             - E cioè?

Fonsia                             - Veramente una sciocchezza. Avevo sempre una gran paura di sbagliare l’ortografia.

Weller                             - (Ridendo) Mai sentita una paura del genere.

Fonsia                             - Ma è vero, almeno per me era così. Dopo aver divorziato sono stata obbligata a cercarmi un lavoro. Mi sono impiegata in un’agenzia immobiliare, naturalmente senza avere una preparazione specifica.

Weller                             - Con un cervello come il suo.

Fonsia                             - Eppure avevo sempre paura che lo venissero a scoprire.

Weller                             - Scoprire che cosa?

Fonsia                             - Che non avevo un diploma, che avevo mentito. E ancora oggi….

Weller                             - Santo Dio…. Ma a chi crede che importi se lei ha un diploma o no? Quanti anni ha Fonsia?

Fonsia                             - Settantuno.

Weller                             - Settantuno? E lei ha paura che qualcuno scopra che non ha preso un diploma, cinquant’anni fa? Povera Fonsie.

Fonsia                             - Weller…

Weller                             - Lei ha fatto Gin.

Fonsia                             - Si.

Weller                             - Naturalmente, lo sapevo. Io sono rimasto con 8 punti in mano. (Raccoglie le carte, con impazienza) Quando si chiude non lo sa? Bisogna buttare la carta, ma coperta.

Fonsia                             -  Mi dispiace, ma lei non me l’ha mai detto.

Weller                             - Niente di grave, è solo una regola del gioco. (Segna i punti) vediamo. Otto più venticinque fanno trentatre. E come al solito io resto con il culo scoperto.

Fonsia                             -  Weller, cosa posso farci, mi spiace tanto.

Weller                             - (Mescolando le carte) Si tenga il suo dispiacere per qualcun altro, Cristo!

Fonsia                             -  Vorrei che lei vincesse almeno una volta.

Weller                           - Pensi a giocare. E guai a lei se cerca di farmi vincere…. Solo per far contento il povero Weller. Io sono uno dei migliori. Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici…. Uno dei migliori giocatori di Gin che lei possa incontrare. E questo è sicuro. Sicura che c’è l’inferno e che non ho nessun bisogno del suo aiuto.

Fonsia                             -  E va bene, Weller. (Fonsia sistema le carte e incominciano a giocare. Tirano due volte per uno e Fonsia continua con decisione. Nota: Weller raccoglie due scarti) Un’obiezione!

Weller                             - Quale?

Fonsia                             -  Un’obiezione!

Weller                             - Obiezione a che?

Fonsia                             -  Quante B ci sono nella parola “obiezione” e quante  Z?

Weller                             - (disinvolto) Obiezione una B e due Z.

 Fonsia                            - Ah.

Weller                             - (Incerto) Due B, una Z. ma che diavolo mi fa dire….

Fonsia                             - (Trionfante) Una B e una Z.

Weller                             - Una B…

Fonsia                             - O anche due B, ma sempre una Z sola. Per 25 anni ho dovuto guardare obiezione nel vocabolario ogni volta che la dovevo scrivere! Sa, nel lavoro di un’agenzia immobiliare, l’obiezione è di casa, la gente non fa che obiettare a questo, obiettare a quello….

Weller                             - Lei non sta facendo alcuna attenzione al suo gioco.

Fonsia                             - Non è vero.

Weller                             - Ma ha appena dato il fante di cuori.

Fonsia                             - Non mi serviva.

Weller                             - (Con collera) Lo so, ma ne ho preso un altro trenta secondi fa. Sa benissimo che aspetto i fanti… perché lo ha scartato?

Fonsia                             - (Anche lei arrabbiata) Perché a me i fanti non servono.

Weller getta le carte e si alza dal tavolo.

Weller                             - Va bene, ho fatto Gin…. Sarà contenta che il suo piccolo piano ha funzionato.

Fonsia                             - Ma quale piano? Per l’amor di Dio. (Weller sempre più rabbioso cammina nella stanza)

Weller                             - L’avevo avvisata di non perdere apposta, per Dio. Adesso per vincere mi tocca aspettare proprio lei!

Fonsia                             - Non ho voluto farla vincere.

Weller                             - Vorrei che si potesse vedere in questo momento. (Si alza) dove va?

Fonsia                             - Se si potesse vedere, non si comporterebbe così.

Weller                             - (Urlando) HO DETTO DOVE PENSA DI ANDARE?

Fonsia                             - È tardi, Weller…. È meglio se rientriamo tutti e due.

Weller                             - Eh no, mia cara, adesso lei si rimette seduta immediatamente. (La prende per un braccio e la spinge verso la sedia) Lei pensava di aver finito, eh? E invece siamo solo all’inizio.

Fonsia                             - Mi aveva promesso di comportarsi bene!

Weller                             - (Con decisione l’aiuta a sedersi, ma è ancora arrabbiato) Perché mi sto comportando male? Le sto solo chiedendo di giocare normalmente… e di cercare di vincere. (Weller raccoglie le carte)

Fonsia                             - Weller, questa storia non mi piace. Parlo sul serio…. Io credo che lei abbia bisogno di farsi vedere da un medico.

Weller                             - Mi dia quelle carte. (prende le carte e mescola)

Fonsia                             - Forse potrebbe darle qualcosa, delle pillole, non so cosa, delle gocce….

Weller                           - Lasci stare le gocce e pensi a giocare. E a giocare bene. (Weller mescola le carte) Voglio andare in fondo a questa storia. Anzi, noi dobbiamo andare in fondo a questa storia, e proprio lei deve aiutarmi. Sa cosa faremo tutti e due insieme? Scopriremo qual è la misteriosa forza che domina questo tavolo! Ci sarà una ragione perché lei peschi sempre la carta giusta. E siccome le capita sempre, dico sempre, non ci sono santi, né madonne, con la pioggia o col bel tempo. Ora ci mettiamo qui buoni buoni e scopriamo di che cavolo di forza si tratti, miseria schifosa. (dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici. (Weller sistema le sue carte. Fonsia non le ha ancora prese in mano)

Fonsia                             - Weller, non mi sento troppo bene.

Weller                             - Giochi, per Dio! (Weller continua in maniera falsamente dolce). Mi scusi, la prego di giocare.

Fonsia                             - (Prende le carte in mano) E’ ridicolo.

Weller                             - Me ne frego se è ridicolo, io. Scarti! (Fonsia scarta) Benissimo, adesso scarto io. E lei se la deve prendere, regolarmente. Sta a vedere, sta a vedere…. (Fonsia raccoglie lo scarto di lui) Ecco! Avevo ragione o no? L’avevo detto io!

Fonsia                             - Weller, ma a chi sta parlando?

Weller                             - A me stesso. Anzi, a me e al mio doppio. Non lo vede, il mio doppio, seduto qui accanto? Sì, di fianco a me. Scarto un’altra volta e ancora sarà esattamente che le fa comodo. (Scarta e Fonsia raccoglie con un po’ di titubanza). Cosa t’avevo detto? Cristo, mi fa fare quello che vuole lei, lo vede?

Fonsia                             - (Scrollando la testa) Oh, mio Dio!

Weller                             - Questa volta la frego, però. Adesso butto questa carta…. No, e invece no! All’ultimo momento cambio idea e ne scarto un’altra. E lei non la prende! per Dio, credo di aver scoperto il trucco: mi leggeva il pensiero, prima, lo ammetta dunque. Ma chi è lei? Una specie di strega? No, non è questo. (Si piega verso di lei) Io so che cosa è. È l’intercessione divina. Ecco cos’è…. L’intervento di Dio.

Fonsia                             - Weller, la smetta.

Weller                             - Perché non è forse vero? (scarta)

Fonsia                             - Andiamo dentro, è meglio. E poi è tardi. (Fonsia appoggia sul tavolo le sue carte senza scoprirle)

Weller                             - L’ha fatto, eh?

Fonsia                             - No, Weller, no.

Weller                             - Guardi che se ce l’ha, lo deve dire. Dio mi danni se la lascerò stare lì con Gin in mano, aspettando che se ne vada.

Fonsia                             - Mi creda, glielo direi. Aspetto solo una carta…. Se mi arriva, glielo dico.

Weller                             - Sì, va bene, però da me ormai non la riceverà più!

Fonsia                             - (Sempre più stanca) Va bene. Ce l’ho. Ecco qui…. Gin! (Ora possiamo smettere)

Weller                             - Dio mi stramaledica! Chi le ha dato quella carta? (Dà un pugno sul tavolo. Fonsia lo fissa) GLIEL’HA DATA DIO, EH! (Fonsia tace) ALLORA, E’ STATO DIO O NO A DARLE QUELLA CARTA?

Fonsia                             - Sì, Weller, è stato proprio Dio a darmela.

Weller                             - Non ti permettere questo tono, tu puttana.

Fonsia gli molla un ceffone. Un attimo di silenzio sbalordito.

Fonsia                             - (Con tono altero) Ma lei, con chi crede di parlare? Sì, proprio lei. (la parola “lei” è pronunciata con disprezzo)

Weller                             - Scusi, non dovevo chiamarla in quel modo.

Fonsia                             - (Si alza per andarsene) Non intendo stare più qui a farmi offendere.

Weller                             - (Con modi autoritari) No, no, aspetti. Le ho chiesto scusa. (Con rabbia) Non le basta?

Fonsia                             - Tutta questa storia mi ha stancato. Basta.

Weller                             - (Con tono insistito) Le ho detto di non andarsene!

Fonsia                             - (Si dirige verso la porta a vetri) Guardi che chiamo un’infermiera.

Weller                             - (Raccoglie le carte, ansioso) No, no, aspetti un attimo! Aspetti un attimo! Chi vuole chiamare? Un’infermiera? E poi cosa le dice: sono tenuta in ostaggio da un maniaco che mi costringe a giocare a Gin?

Fonsia                             - Qualcosa le dirò. (è in piedi accanto alla porta a vetri)

Weller                             - (Si calma) Ancora una mano, per favore! Una sola! L’ultima, lo giuro.

Fonsia                             - (Stremata) Non ne posso più.

Weller                           - Voglio solo vedere se gliela faccio a capire queste carte stramaledette (Dà un’occhiata al bloc notes e comincia a segnare il punteggio) A quanto stiamo? Fonsia mille…. Diecimila, cazzo! (Con un gesto allontana il bloc notes e prende in mano le carte). Facciamo solo un’altra mano, solo questa. Poi la piantiamo. Su, Fonsie, le giuro che questa è l’ultima. (Dà le carte) Una, una. Due, due. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici.

Fonsia                             - (Con fare stanco prende in mano le sue carte, le osserva, ne gioca una) Speriamo di far presto.

Weller                             - Vuol dire forse che non l’ho servita in mano questa volta? Comincio a far cilecca.

Fonsia                             - Pensi a giocare, Weller.

Weller                             - (Mimandola) Pensi a giocare, Weller. Stiamo diventando duri, eh?

Fonsia                             - No, soltanto stanchi. Molto stanchi.

Weller                             - Beh, se è così deve solo…. (scarta la carta che ha preso dal mazzo sul mucchio che è sul tavolo) Ti prenda un colpo! Deve solo vincere questa… poi ce ne andiamo a dormire. (Ripete l’azione precedente. Fonsia raccoglie lo scarto) Figlia di puttana! (Fonsia lancia un’occhiata di fuoco) Parlo delle carte!

Fonsia                             - Non è vero. (Gioca in silenzio. Weller prende ogni carta che estrae dal mazzo. Ogni volta ne prende una, la insulta e la sbatte sul tavolo. Fonsia ignora la sua rabbia. Ogni commento che segue si riferisce alle carte man mano che escono. Le pause indicano i turni di Fonsia)

Weller                             - Cristo di un Dio… vaffa… che ti venga….

Fonsia                             - Si direbbe che lei respira a forza di bestemmie.

Fonsia                             - Merda!

Fonsia prende la sua carta, quindi senza dire niente e senza scartare scopre le sue carte sul tavolo, a occhi bassi. Weller si piega sul tavolo per osservare le carte. Quindi urla.

Weller                             - Lo dica! (Fonsia sta zitta. Weller si alza in piedi, si allontana di qualche passo dal tavolo. Si gira verso di lei e grida) L’HA FATTO, CRISTO D’UN DIO… LO DICA! (Fonsia tace. Weller infuriato si avvicina zoppicando, si piega su di lei e le grida in faccia) LO DICAAAAAA!

Fonsia                             - (Impercettibilmente) Gin.

Weller                             - CRISTO, PUO’ DIRLO ANCHE PIU’ FORTE. NON LA SENTO!

Fonsia                             - (Improvvisamente assume lo stesso tono infuriato di Weller e gli urla in faccia) GIN! Cristo d’un Dio! GIN!

Weller si avvia verso il fondo della scena zoppicando, si gira verso Fonsia.

Weller                             - E VA BENE. ANDIAMO!

Weller esce dalla porta, Fonsia resta sola in scena immobile, quasi sotto choc, arrabbiata e terrorizzata

SCENA SECONDA

Stessa scena, il pomeriggio della domenica successiva. Scoppia un temporale poco dopo l’inizio della scena. Colpi di tuoni. Weller seduto, sta leggendo una rivista. Alcune voci giungono dal soggiorno. Si alza, si dirige verso la porta a vetri, vi sbircia dentro, la richiude. Ritorna verso il centro della scena, si siede, senza leggere. La porta si apre silenziosamente, entra Fonsia. Vede Weller, si ferma un attimo, si dirige ignorandolo verso il dondolo. Comincia a dondolarsi fissando un punto lontano davanti a sé. Weller la guarda con la coda dell’occhio.

Fonsia                             - (Con tono disinvolto) La signora Mayes mi ha appena detto che mia sorella Hattie mi stava aspettando qui fuori in veranda…. Finalmente una visita anche per me.

Weller                             - (Accondiscendente) Non mi aveva detto che abitava in Canada?

Fonsia                             - Infatti.

Weller                             - (Indifferente, guardando di nuovo la sua rivista) Spiacente, signora, qua non si è visto nessuno.

Fonsia                             - Me l’immaginavo.

Weller                             - Tutto bene?

Fonsia                             - Posso capire cos’è successo, la signora Mayes non è proprio quella che si può definire una cima.

Weller                             - Non bisogna badare a quello che dice. Non si rende conto nemmeno di cosa sta parlando, spesso.

Fonsia                             - (Fissa Weller smettendo di dondolare. In tono accusatorio) Se è per questo, il messaggio me lo ha riportato con la massima precisione.

Weller                             - (Si accorge che Fonsia lo sta fissando) Si può sapere cosa vuole da me?

Fonsia                             - Le ripeto le precise parole della signora Mayes: il signor Weller Martin mi ha detto di dirle che sua sorella Hattie la sta aspettando in veranda….

Weller                             - (getta via la rivista, si alza in piedi rabbioso) Io non mi sono mai sognato di dirle niente del genere.

Fonsia                             - Weller, ma chi crede di prendere in giro? Perché secondo lei io ci avrei creduto? Una sorella che non vedo da quindici anni… quindici anni dico…. E io sarei venuta a cercarla qui… tutto questo solo per….

Weller                             - Beh, se non ci ha creduto, perché adesso la sta facendo tanto lunga?

Fonsia                             - È disgustoso che per farmi venire qui, lei sia arrivato a tanto.

Weller                             - Non me ne frega un cazzo, se lei non veniva fin qua!

Fonsia                             - Non è vero. E lo vuole sapere? So benissimo il perché. È per quel gioco maledetto… non riesce a toglierselo ormai dalla testa.

Weller                             - Ma se è passata una settimana e non le ho chiesto di giocare una sola volta!

Fonsia                             - Anche perché è da una settimana che io non le rivolgo la parola.

Weller                             - E allora? Gliel’avrei rivolta io, la parola, se proprio avessi avuto la smania di giocare.

Fonsia                             - Non ha fatto altro che pensare a quello… ne sono sicura.

Weller                             - Cosa c’è di strano? Per questo sarei un maniaco?

Fonsia                             - Non riesce a dimenticarsene… lo capisce? È un gioco Weller. Ha perduto…. È finito… adesso lasci stare.

Weller                             - D’accordo… e se invece io volessi giocare di nuovo?

Fonsia                             - Ormai non c’è niente da fare! Appena perse, riaccadrebbe di nuovo la stessa cosa. Sarò pure vecchia, ma non sono affatto pazza. Se lo ricordi.

Weller                             - Nemmeno io sono pazzo, se lo ricordi.

Fonsia                             - Non ho mai visto nessuno in tutta la mia vita che se la prendesse tanto per…. Un gioco. La cosa non è naturale, Weller… c’è qualcosa che non va.

Weller                             - Sì, certo, io ho qualcosa che non va e lei se ne preoccupa un po’ troppo. Lo so benissimo. Martedì mi hanno chiamato in direzione e hanno cominciato a dire che forse sarebbe stato il caso di farmi visitare da uno psichiatra. Se quello venisse, lo sa che cosa succederebbe? Se a quello venisse il dubbio che non ho la testa a posto, mi potrebbero far internare in un manicomio. È stato sufficiente che lei andasse a lamentarsi, e io sono diventato una minaccia alla tranquillità del pensionato.

Fonsia                             -  Lei ha bisogno di aiuto, forse, ma non lo sa… succede a volte. Volevo solo aiutarla.

 Weller                            - Non ho bisogno del suo aiuto… per Dio, e non si permetta di esprimere giudizi su di me.

Fonsia                             - Va bene… faccia un po’ come le pare. Pensavo solo che, avendo ancora dei soldi, non le avrebbe fatto male farsi vedere da qualcuno che se ne intende e che…

Weller                             - Ancora soldi? E chi gliel’ha detto che ho ancora dei soldi, io?

Fonsia                             - Ma lei, voglio dire… aveva la sua società e da quel che ho capito le cose andavano abbastanza bene. Quei viaggi in aereo, pensavo che…

Weller                             - Andavano bene eccome. Ha ragione. Una società che avevo messo in piedi io, che Dio la maledica. Se fossi stato più fortunato nella scelta dei miei soci, probabilmente l’avrei ancora la società. Non credo che Henderson c’entrasse molto, ma Clark! Cristo, quello mi ha letteralmente buttato fuori.

Fonsia                             - Ma come mai? E a lei non è rimasto niente?

Weller                             - Non è semplice da spiegare. Sì, mi erano rimasti dei soldi, avevo più di quarantasettemila dollari! Ci pensa? Ma prima ho commesso l’errore di ammalarmi, e poi quello di guarire. Ho avuto un attacco cardiaco e sono stato per due anni e mezzo al centro di convalescenza di Belair…. I soldi sono volati. Poi ho avuto una ricaduta…. Sono dovuto andare all’ospedale per 4 giorni… quei maledetti del Centro non mi hanno voluto tenere il posto! Il Belair non era più tenuto a riprendermi perché avevo finito i soldi. Sono stato parcheggiato qui da qualche bastardo senza cervello della previdenza sociale. Adesso poi ci si mette anche lei e cerca di farmi passare per (si ode un tuono violento) un personaggio di disturbo…

Fonsia                             - Non avrei dovuto dire nulla… e invece no, se non avessi detto niente, andava a finire che prima o poi avrebbero trovato uno di noi due stecchino sul pavimento.

Weller                             - Fonsia, non sia ridicola.

Fonsia                             - Può anche sembrarle ridicolo… ma poi, sono io a essere trattata in quel modo. In quei momenti le si accende negli occhi una luce… come da regolamento di conti…. Credo che sarebbe capace di farmi del male.

Weller                             - Ma cosa crede che possa farle, darle una botta in testa?

Fonsia                             - Non lo so.

Weller                             - Come non lo sa? Buon Dio, non ha la mano leggera nei suoi giudizi, eh, Fonsia? Insomma, io sarei un potenziale assassino. Poi sono un pazzo pericoloso, un uomo volgare. Secondo lei sono anche un peccatore senza speranza perché nomino continuamente il nome di Dio invano. E infine sono disonesto negli affari…

Fonsia                             - Questo non l’ho mai detto.

Weller                             - Cosa?

Fonsia                             - Che lei sia disonesto negli affari.

Weller                             - Per Dio, se l’ha detto. Si ricorda la storia di quel certo affare che mi hanno pagato 4.000…..

Fonsia                             - È stato lei per primo a dirmi che valeva soltanto 500 dollari.

Weller                             - Io ho detto esattamente quello che erano disposti a pagare.

Fonsia                             - Weller, è lei che deve fare i conti con la sua coscienza.

Weller                             - Lo vuol sapere perché al mondo ci sono tanti disgraziati…. Perché hanno avuto una madre come lei.

Fonsia                             - Questo è l’insulto più pesante che abbia mai ricevuto in vita mia.

Weller                             - Dio santo! Scommetto che suo figlio ha passato dei brutti momenti accanto a lei.

Fonsia                             - Weller, queste sono cose personali. Non sono affari suoi, per cui….

Weller                             - Ecco perché il suo Larry non la viene a trovare. È chiaro come il sole, perché….

Fonsia                             - Weller…!

Weller                             - Non c’entra un cavolo il Colorado… la distanza… il lavoro… tutte balle. Ora lo capisco! Giorno per giorno, anno dopo anno, lei è riuscita a far sentire suo figlio come l’ultimo pezzo di merda. Con il risultato che adesso lui non la sopporta più, non vuole più nemmeno vederla. Adesso lui la odia.

Fonsia                             - Non è vero! Non le permetto di dire certe cose!

Weller                             - Larry era sempre in torto, è vero o non è vero? Il figlio ingrato, cattivo verso sua madre, freddo, è vero o non è vero?

Fonsia                             - La smetta, Weller, l’avverto.

Weller                             - Non è nemmeno vero che abiti a Denver, dico bene?

Fonsia                             - Questa è la cosa più assurda che abbia mai sentito.

Weller                             - Lei sta mentendo. La signora Fonsia Dorsey è una bugiarda… perché suo figlio vive nella stessa città, dove abita sua madre e lei lo sa!

Fonsia                             - Non è vero che mi odia! Non è vero che mi odia!

Weller                             - Allora, perché non viene a trovarla? Perché si comporta come se sua madre neanche esistesse?

Fonsia                             E’ perché non gli viene in mente di farlo, ecco perché. Non gli viene in mente…. Come fa a sapere che vive qui?

Weller                             - Non lo sapevo. Ho tirato a indovinare.

Fonsia                             - Indovinare?

Weller                             - Sì. l’ho indovinato.

Fonsia                             - Bastardo, tu, bastardo (Fonsia piange piano istericamente, colpendo il petto di Weller con i pugni)

Weller                             - Fonsie, Fonsie, Fonsie. Mi spiace. Mi spiace. (Pausa). Dio, fa freddo qui. E si sta facendo anche buio. La tempesta si sta avvicinando.

Fonsia                             - Weller…. È vero, le ho mentito. (Pausa) Anch’io sono qui a spese della pubblica assistenza.

Weller                             - Abbiamo vissuto troppo a lungo, Fonsia.

Fonsia                             - Sa, anch’io avevo un po’ di soldi… ma tra i conti dell’ospedale e il necessario per sopravvivere… una certa casetta che cercavo per mandare avanti… certo, non ci si può aspettare che i figli rinuncino alla propria vita. Ma per quello che riguarda la casa, l’ho sistemato io il signorino Larry. È bastata una firma e la casa è passata di proprietà della parrocchia.

Weller                             - Capisco, non deve badare a quello che ho detto prima….

Fonsia                             - Ne facciano pure quello che vogliono, ma almeno di una cosa sono sicura: che la casa da me non la eredita più.

Un lampo, un tuono, lo scrosciare della pioggia.

Weller                             - Ecco la pioggia….

Fonsia                             - Lo so da chi ha preso. Suo padre era un essere immondo… avevo sempre sperato che Larry sarebbe stato diverso. Ce l’ho messa tutta, ho lottato per crescerlo da sola, ho cercato di fargli bastare quel poco che avevo. E dopo che mi sono ammazzata per lui… che cosa mi fa? Sarà stato cinque anni fa, vuole andare a cercare suo padre. Devi passare sul mio cadavere, gli ho detto. Fallo e non mi vedrai più. Chissà, forse è vero che mi odia…. Non lo so.

Weller                             - Fonsia, lei se la sta prendendo troppo. Ormai non può farci niente.

Fonsia                             - Lo so, non dovrei ridurmi così.

Weller                             - Cerchi di calmarsi. Rivangare certe cose le può fare solo male. Deve toglierselo dalla testa.

Forte colpo di tuono, bagliore di un lampo, le luci della stanza tremolano, qualche istante di buio.

Weller                             - Dio santo, speriamo che non abbia colpito la casa. No, sarà stata certo la linea elettrica, qualche traliccio. E quello cos’è? Guardi, piove dal tetto, ci risiamo. Secondo loro cinque anni fa hanno rimesso tutto a posto, guardi che roba! Il tetto ricomincia a sgocciolare, le pareti sono talmente sottili che con un dito le puoi bucare, il riscaldamento non funziona. Ci hanno chiusi in una fottuta stamberga…. Ecco dove ci hanno messi, in una stamberga buona solo per farci affogare. Quando riaggiustano qualcosa, lo fanno con i piedi. Guardi i due interruttori della luce che hanno messo qui nella veranda: uno è a dieci centimetri dal pavimento e per accenderlo bisogna rompersi la schiena, l’altro lassù a più di due metri, così che senza una sedia non ci puoi arrivare.

Fonsia                             - Eh, lo so, Weller, credo che pioverà tutto il giorno.

Weller                             - Eh, sì. (Sedendosi) Avanti, su, facciamoci la nostra partitina.

Fonsia                             - Vede Weller, la sua compagnia potrebbe essere così piacevole. Lei ha un così meraviglioso senso dell’umorismo…. Se non fosse per questo gioco stramaledetto…

Weller                             - Fonsia, che linguaggio.

Fonsia                             - Ammetterà però che ho fatto tutte le partite che lei ha voluto.

Weller                             - Va bene, Fonsie, discutiamo dopo. Adesso giochiamo.

Fonsia                             - (Si alza in piedi) Lo vede? Lei non può rinunciare alle carte…. E io sono decisa a non giocare più. Quindi non c’è ragione che ce ne stiamo qui a perdere tempo a discutere. Preferisco andarmene.

Weller                             - No, lei non se ne va.

Fonsia                             - Non mi resta altro da fare.

Weller                             - Cosa vuol dire, non le resta altro da fare? E allora perché è venuta qui? (Si alza in piedi)

Fonsia                             - Non certo per giocare a Gin, volevo soltanto…

Weller                             - Voleva soltanto divertirsi con me. Abbiamo fatto il suo gioco… adesso facciamo il mio.

Fonsia                             - Non riuscirà a coinvolgermi in un’altra discussione adesso.

Weller                             - Ma a chi la vuole dare a intendere? Lei sapeva benissimo che sua sorella Hattie non poteva essere qui. Sapeva benissimo che era un mio piano per farla uscire in veranda. Però ci è venuta lo stesso. (Cominciano ad avvicinarsi al tavolo da gioco) Battermi una partita dopo l’altra e vedermi diventare sempre più arrabbiato nero.

Fonsia                             - Sì, sfidando un suo eccesso di violenza.

Weller                             - Non dica stupidaggini.

Fonsia                             - Non dico stupidaggini. Quando perde il controllo, la ritengo capace di tutto.

Weller                             - Ma la pianti una buona volta, Cristo. Venga qui e si sieda.

Fonsia                             - No, Weller, io rientro.

Weller                             - Maledizione, Dio, io non la lascio andare perché lei posso dire che sono pazzo. (Weller afferra Fonsia per un braccio)

Fonsia                             -  Mi lasci, mi tolga le mani di dosso! (Fonsia riesce a liberarsi dalla stretta di Weller)

Weller                             - Cristo, ci sentiranno tutti!

Fonsia                             -  Lo spero proprio.

Weller                             - Ah, sì, eh? Ci spera proprio? Così potrebbe tornare di là a dire che ho ricominciato a urlare contro di lei. Ed è quello che vuole, è vero?.... vendicativa! Ecco cos’è lei, vendicativa. Ha sbattuto suo figlio fuori dai coglioni, l’ha lasciato senza casa…. E solo perché lui voleva rivedere suo padre.

Fonsia                             -  (Si riscalda) Questi sono affari miei, maledizione. Perché non la pianta di parlarsi addosso? Ma lei chi crede di essere? Se l’ho fatto, vuol dire che andava fatto. Cosa ne sa lei? A questo mondo le importa solo questo gioco schifoso della malora! E se c’è un vendicativo, è proprio lei… capace di dirmi tante perfidie solo perché non voglio giocare….

Weller                             - Siediti! (Weller indica la sedia minaccioso)

Fonsia                             - (Rabbiosamente) E va bene, Cristo di un Dio ti maledica, va bene. (Fonsia siede)

Weller                             - Una mano sola…. E giochi per vincere, Cristo! Capito? (Weller si siede)

Fonsia                             -  Non ti preoccupare. Lascia fare a me.

Weller                             - D’accordo, per Dio… ora ti voglio. Questa è la volta buona, si ride. (Weller mescola le carte)

Fonsia                             -  Dia le carte.

Weller                             - Una, una. Due, due…. Tre, tre. Quattro, quattro. Cinque, cinque. Sei, sei. 

Weller e Fonsia              - Sette, sette. Otto, otto. Nove, nove. Dieci, dieci. Undici.

Weller                             - Questa volta ti frego, per Dio se ti frego.

Fonsia                             - (Acida) Non capisco cosa le faccia pensare che sarà diverso dalle altre volte.

Weller                             - Non faccia la furba con me…

Fonsia                             - Non è questione di fare la furba… è la verità e basta. Se davvero fosse più bravo di me, mi avrebbe battuta già da un pezzo.

Weller                             - (Esasperato) Sta zitta! Glielo farò vedere io chi vince questa volta… per Dio. Lei pensi a giocare!

Fonsia                             - Tocca a lei scartare.

Weller                             - Lo so che tocca a me.

Fonsia                             - Spero proprio che lei perda. E che perda malamente.

Si cominciano a sentire le voci di un coro proveniente dal soggiorno.

Weller                             - Cristo, ci mancava solo un altro coro. Com’è che non ha preso il mio scarto e non ha chiuso? Le è andata male, eh? Questa volta la fortuna non basta.

Fonsia                             - Lei ha bisogno di sertirsi vittima della sfortuna eh, Weller?

Weller                             - Pensi a giocare.

Fonsia                             - Perché, se non si tratta di sfortuna, allora la causa è un’altra, no?

Weller                             - Le ho detto di pensare a giocare.

Fonsia                             - E se la causa è un’altra, qual è? Per esempio che, lei a Gin crede di essere un campione. E invece è solo un brocco.

Weller                             - Poi non si lamenti, eh?

Fonsia                             - Se non fosse stata sfortuna con i suoi soci, allora probabilmente avrebbe dovuto trattarsi di un errore di giudizio. O peggio ancora, forse erano semplicemente due uomini di affari più bravi di lei. Oppure anche…

Weller                             - Chiudi quella bocca del cazzo! Che cazzo ne sa lei….

Fonsia                             - Non usi quella parola in mia presenza!

Weller                             - Io uso ogni fottutissima parola che mi piace, cazzo.

Fonsia                             - Lei è preciso identico a quell’altro. Una chiavica. Anche lui sempre con quella parola in bocca. E io lì, con un bambino in braccio a sentire le sue schifezze.

Weller                             - Sono sicuro che lui aveva tutte le ragioni del cazzo per usarla.

Fonsia                             - Ci ho pensato io a sistemarlo! La prima sera che mi è tornato a casa ubriaco, gli ho dato una spinta e l’ho fatto cadere giù per le scale buttandogli dietro tutto la sua roba. Capito, giù per le scale. E con quello ho chiuso.

Weller                             - Io invece le avrei spaccato tutti quei suoi dannati denti.

Fonsia                             - Ah, sì? E io l’avrei mandato in galera prima ancora che avesse il tempo di girare la testa.

Weller                             - Stronzate!

Fonsia                             - Crede che ci avrei pensato due volte? E poi mio marito era troppo vigliacco per fare una cosa del genere.

Weller                             - Mi posso sbagliare, ma gli episodi teneri e gentili della sua vita sentimentale non devono essere stati molto numerosi, vero?

Fonsia                             - Lo ammetto, quanto a uomini sono stata molto sfortunata.

Weller                             - Cos’è stata?

Fonsia                             - Voglio dire che… non ho avuto molto successo.

Weller                             - È stata sfortunata.

Fonsia                             - Sì.

Weller                             - Sembra che abbia avuto lo stesso genere di sfortuna che poco fa attribuiva a me. Deve essersi trattato di sfortuna, perché se non è stata quella, allora forse la colpa sarebbe stata sua. Poteva dipendere dal fatto che lei è una donna, dura, presuntuosa, infida, maligna….

Fonsia                             - Va bene, si è fatto capire! Adesso chiuda la bocca e pensi a giocare.

Weller                             - Va bene, per Dio! (Pausa) Giochi. (Pausa) Allora, scarta o no?

Fonsia                             - Adesso ha da ridire anche su quanto ci metto?

Weller                             - Lei vuole questa. (tira fuori una carta) E’ questa che vuole, vero? Lo so, ma gliela devo dare lo stesso purtroppo.

Fonsia                             - (con disprezzo) Che stupida mossa. Mi ha appena dato l’altra regina pochi minuti fa. Certo che la prendo.

Weller                             - Non avevo altra scelta, stupida idiota.

Fonsia                             - (Livida) Non si azzardi a chiamarmi idiota, lei…. Non si azzardi a chiamarmi stupida. Cazzo! Non avevo mai usato questa parola in vita mia prima di ora.

Weller                             - Giochi.

Fonsia                             - (Sbatte una carta sul tavolo) E va bene, che Dio ti stramaledica.

Weller                             - (Raccoglie lo scarto di Fonsia) Adesso per Dio, vedremo chi è stupido. Una carta. Una carta. (Weller scarta, Fonsia prende una carta dal mazzo) Adesso vedremo chi è l’idiota!

Fonsia                             - (Un po’ agitata) Chiudi quella boccaccia… (Fonsia scarta. Weller prende una carta dal mazzo)

Weller                             - Forza, forza, maledetta! Per un pelo!

Fonsia dopo aver preso una carta, guarda le carte che ha in mano, fa per scartare. Weller vede la carta, si accorge che è quella di cui ha bisogno. Fonsia, nell’atto di scartare, gira improvvisamente la carta e la mette coperta sugli scarti)

Fonsia                             - Gin.

Weller                             - (Allibito) Gin?

Fonsia si appoggia allo schienale della sedia e scopre le sue carte sul tavolo con soddisfazione e risentimento

Fonsia                             - Gin.

Weller si piega a guardare le carte di Fonsia. Solo ora si rende conto che il gioco è finito.

Weller                             - (Con calma) Gin.

Weller si alza in piedi: da una rabbia selvaggia, passa a una follia incontrollata: con il bastone colpisce la sedia dalla quale Fonsia si è appena alzata. Fonsia indietreggia e spaventatissima, inciampa

Weller                             - Gin. (Mentre urla questa parola, Weller dà un colpo di bastone sul tavolo) Gin!

Fonsia                             - Non mi faccia del male! Per carità di Dio! Infermiera!

Weller                             - (Colpisce il tavolo altre 4 volte, accompagnando con la voce) Gin! Gin! Gin! Gin! (Assesta un ultimo colpo accompagnandolo con il solito urlo) Gin!

(Ora Weller è in piedi, immobile, silenzioso e attonito. Fissa Fonsia  e si dirige piano piano verso la porta a vetri. Quando è vicino alla porta le braccia ciondoloni lungo i fianchi. Esce come un sonnambulo)

Fonsia                             - Weller… (Fonsia vorrebbe andargli dietro, si ferma, solo poi con un gemito) Noooo.

(Lentamente esce)

FINE

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