Giovanna di Lorena

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GIOVANNA DI LORENA

Commedia in due parti

di MAXWELL ANDERSON

Versione italiana di Gigi Cane

PERSONAGGI

JIMMY MASTER, il regista (e l’inquisitore)

AL, il direttore di scena – MARY GRAY (Giovanna)

ABBEY (Jacques d'Arc e Cauchon, vescovo di Beauvais)

LA SIGNORA KAY BARNES - (Isabelle Romée)

JO CORDWELL (Jean d'Arc) – DOLLNER (Pierre)

CHARLES ELLING (Durand Laxart)

FARWELL (Jean de Metz e il giu­stiziere)

GARDER (Bertrand de Poulengy)

TESSIE, l'aiuto direttore (Aurore) – SHEPPARD(Alain Chartier)

LES WARD (Il Delfino) – JEFFSON- (George de Tremoille)

KIPNER(Begnaut de Ohartres, arcivescovo di Rheims)

LONG (Dunois, bastardo di Orléans)

NOBLE (La Hire) – QUIRKE (San Michele e d'Estivet)

LA SIGNO­RINA REEVES (Santa Caterina)

LA SIGNORINA SADLER (Santa Margherita)

MARIE, la costu­mista

CHAMPLAIN (Padre Massieu) – SMITH (Thomas de Courcelles)


PARTE PRIMA

La scena rappresenta un palcoscenico così come può presentarsi all'inizio delle prove. A sinistra, piut­tosto in disordine, sono disposte alcune seggiole. Nel centro il direttore di scena ha fatto allestire sommaria­mente un interno di cucina del quindicesimo secolo. In un angolo è un tavolo attorno al quale sono alcune sedie spaiate e in cattivo stato. Un'altra seggiola e uno sgabello stanno ad indicare il caminetto, e altre due sedie, nel fondo, rappresentano il vano di una porta.

(Al levarsi del sipario, il direttore di scena è seduto ad un tavolo zoppicante, un poco più piccolo dell'altro che sta in primo piano, a destra del palcoscenico:

dinanzi a sé tiene un copione spiegato, qualche foglio di carta e un orologio. Accanto a lui, al medesimo tavolo, è seduta la signorina che funge da assistente. Il regista cammina su e giù a destra, fumando: tiene il cappello inclinato sugli occhi per proteggerli contro la luce viva. Al centro, un elettricista armeggia con un riflettore. Qua e là per il palcoscenico, in piedi e seduti, sono alcuni attori in attesa che si inizi la prova. Abbey, seduto, sta discorrendo con la signora Barnes. Abbey è fra i quaranta e i cinquant'anni, un omarino d'aspetto un poco sciupato ma simpatico. La signora Barnes, donna d'apparenza materna e protettiva, appare piena d'energia. Cordwell e Dollner, due ragazzotti di quindici o sedici anni, sono seduti intenti a leggere un vecchio numero di « Variety ». Farwell e Garder, due altri ragazzi pressapoco della medesima età, sono occupati a portar sedie dal retroscena. Nel fondo Charles Elling, un bel vecchio di nobile aspetto, sta parlando con Jeffson, tipo mondano ed elegante. D'improvviso gli armeggi dell'elettricista col riflettore hanno buon esito e una luce vivissima esce ad abbagliare tutti i

PROLOGO

Mastees                         - Che diavolo sta facendo? È proprio indispensabile che io debba avere quell'arnese tra i piedi?

Al                                  - Qualunque altra luce usiamo, dovremmo pagare un elettricista.

Mastees                         - E allora paghiamo un elettricista! Comunque, adesso spegni quell'affare e dacci un po' di luce decente e dall'alto.

L'Elettricista                 - Bene. (Spegne il riflettore. Esce a destra).

Mastees                         - Abbiamo fatto ventisette sedute per questa commedia e son disposto a mandarle in malora tutte quante prima di usare un proiettore da prova per una generale! Bè, Al, siamo pronti per la prima scena?

Al                                  - Mi pare che tutti i particolari l'ho indicati, senza scordarne nessuno. Quello è il caminetto, questo il filatoio, quella la porta esterna. Il tavolo è un po' più piccolo di quello che volevamo usare e qui, in fatto di accessori scenici, siamo piuttosto a malpartito. Non ci sono neanche i piatti, tanto per cominciare.

Masters                         - Vuol dire che la scena del pranzo la proveremo dopo. L'ordine del giorno l'hanno letto tutti? (Si accende una luce dall'alto) Oh! Dio sia lodato. Al       - Sì. Tutti al corrente, mister Masters. (Insieme, da sinistra, entrano Long e Noble: sono giovani en­trambi, e di bell'aspetto).

Masters                         - Dunque: ripeterò tutto di nuovo, caso mai qualcuno non avesse sentito. Aprite bene le orecchie, gente. (Si volge agli attori in scena così come agli altri, non visibili, a sinistra) Cominceremo dal principio e andremo fino alla fine: ragion per cui siete pregati di non allontanarvi. Ognuno di voi dovrà tenersi pronto per quando è di scena. (Si sposta a sinistra. Rientra l’elettricista che, prima di tornare ad occuparsi del suo riflettore, si ferma a confabulare con Al. Da sinistra entrano in scena Kipner e Gham-plain, anziani entrambi, e Smith e Sheppard, più giovani).

Marie                             - (che è entrata da sinistra, portando l'armatura d'argento) Mister Masters, credete che nella prima scena miss Grey potrebbe provare con l'armatura?  

Masters                         - Anzi, avrò piacere di vederla. Tutti i costumi che son già pronti, mi piacerebbe vedere: tirateli pur fuori senz'altro. (Agli attori) Bene: Al sta ancora ponzando sulle scene, così non è il caso che v'impuntiate su ogni battuta. Dite la vostra parte più speditamente che potete e se c'è qualcosa che avete dimenticato leggetela senza tante storie. Ci sarebbe ancora una cosa... che non so se ve la debbo dire o no. Bè, credo che forse farei meglio a dirvela. Probabilmente voi conoscete le mie teorie nelle prove. Comunque, di queste teorie qualche esperienza ce la dovreste avere. La mia opinione in materia, dunque, è che quanto meno si prendono sul serio commedie, attori, e loro annessi e connessi tanto meglio vanno le cose per tutti quanti. Perciò se qui dentro c'è qualcosa o qualcuno che non vo­glia stare allo scherzo, bè, questo è il momento di dirlo così che ci possiamo guardare bene in faccia l'un l'altro. Hanck, qui, ha lavorato con me cinque volte.

Jeffson                          - Sei. F ogni volta lo scherzo peggiorava.

Masters                         - Esatto. Gli scherzi sono di cattivo gusto, le freddure anche ma il tono generale della conversazione scende a un piano dove tutti ci si può trovare a nostro agio... e in breve anche quelli di noi che non recitano trovano ch'è ora di smetterla e che possiamo recitare senza farci scrupolo. Siamo andati avanti in questo modo per quasi tre settimane, come una specie di grossa famiglia squinternata, senza limiti e senza ritegno, entrando e uscendo dalla parte con la più grande disinvoltura. E il metodo ha funzionato e continua a funzionare. Noi ci siamo impadroniti di quello che è lo spirito di questa fac­cenda. Ma tutto questo non è che un momento di preparazione. Quel che noi stiamo aspettando, la cosa per la quale noi stiamo lavorando, è il miracolo... il miracolo che deve verificarsi in tutte le commedie. Un giorno o l'altro noi ce ne staremo qui, freddi come al solito, a leggerci le nostre battute ed ecco che, d'improvviso, il fuoco sacro comincerà a svo­lazzare intorno ad uno degli attori... e poi intorno a un altro... e poi su tutta quanta la scena... e poi lo spirito scenderà su tutti noi... e noi costruiremo un mondo nuovo come fosse una stella e ce lo por­teremo giù su questo palcoscenico vuoto, circondato dalle sedie di cucina che ci hanno assegnato e dalle spiritosaggini degli elettricisti e dei manovali. E può anche darsi che, dopo, noi non si azzecchi mai più niente di altrettanto buono, ma di esso conserve­remo sempre una eco viva... e sarà l'eco che noi metteremo nei costumi e nelle scene e che, in un modo o nell'altro, faremo sentire al pubblico della prima. Ma non fatevene spaventare adesso. Per ora non cercate di far miracoli. Andate avanti tranquil­lamente a leggervi le vostre battute ma, se il miracolo dovesse verificarsi, non impressionatevi. Avanti, Al. Ora possiamo incominciare.

Al                                  - Non c'è l'autore, mister Masters.

Masters                         - Lo so. È per questo che credo che oggi si potrebbe combinare qualcosa di buono. Quello sta nella sua camera, all'albergo, a riscrivere una scena: e di questo, diamo lode al Signore. I comme­diografi sono come gli indiani e gli altri pericoli pubblici del medesimo tipo: che gli unici buoni sono quelli morti. Shaskepeare, Sheridan, Molière, Synge, Sofocle: buoni e morti. Comunque, quando non mi è possibile mettere le mani su un commedio­grafo morto, trovo che può andar bene anche un commediografo assente.

Noble                            - Potrei chiedervi una cosa, mister Masters, prima che cominciamo?

Masters                         - Certo.

Noble                            - Ecco: l'altro giorno avete detto che se gli attori stanno per trovare il tono giusto d'una commedia, non possono mancare di rendersene conto.

Masters                         - Esatto.

Noble                            - Bene. Credo che non si possa apprezzare una commedia finché non si sia capito qual è esat­tamente il suo nucleo centrale, la sua tesi. Ora, in questa commedia che stiamo recitando ce n'è tante di tesi che, onestamente, non mi è ancora chiaro qual è quella buona...

Masters                         - Volete dire che io ho buttato fiato per ventuno giorni senza riuscire a toccare il cuore dell' argomento?

Noble                            - Bè, non era proprio questo che volevo dire.

Masters                         - Se non son stato capace di spiegarmi in tutto questo tempo non lo sarò mai; e siamo esattamente al punto di partenza. (Si volge) No, un momento. Quando Giovanna aveva diciannove anni, dopo aver dato la corona al suo re e salvato la Francia, fu catturata dai suoi uomini e sotto­posta a un giudizio di cui la posta era la sua vita. Le fecero una domanda ch'è quanto di più tremendo si possa chiedere a una creatura umana. Perché tu credi in ciò che credi? Ricordate? È al secondo atto.

Noble                            - «Perché tu credi in ciò che credi?».

Masters                         - Proprio così. Questa è la domanda cui tutti dobbiamo rispondere. Ed è questa la scena madre della vita di ciascuno di noi: quella in cui ci troviamo a dover rispondere a una domanda analoga.

Noble                            - « Perché tu credi in ciò che credi? ». Sissignore.

Master                           - Bene. E adesso, andiamo avanti. (Scende in platea).

Al                                  - Luce sul palcoscenico, per favore.

Masters                         - Mamma d'Are al filatoio, babbo d'Are cammina su e giù.

Al                                  - Ai vostri posti, prego. Atto primo, scena prima. (Masters scompare. Gli attori si dirigono a sinistra, tranne la signora Barnes che va a sedere accanto al caminetto e Abbey che comincia a passeg­giare su e giù accanto al tavolo. Al e la sua assistente siedono al loro tavolo. Al preme il bottone dell'orologio a scatto) Su il sipario.

Isabelle                          - (la signora Barnes) È proprio così buio?

D'Aro                            - (Abbey) Nero come la cappa del camino.

Isabelle                          - I ragazzi sono ancora al pascolo. Ma avevano con sé la lanterna.

D'Akc                           - Più divento vecchio e più detesto queste notti d'inverno. È così spessa l'oscurità che nessun uomo dabbene oserebbe avventurarvisi. E mia moglie che si passa tutte le notti con le orecchie tese ad ascoltare il calpestio dei cavalli, i predoni di Bor­gogna e d'Inghilterra che scendono a strapparci il poco che ci hanno lasciato.

Isabelle                          - Sì. Non possiamo dormire, tu e io. Brutte notizie anche oggi?

D'Akc                           - Non che io sappia. Ero solo nel campo.

Isabelle                          - La cosa è tanto più dura per i nota­bili del villaggio. Nel tempo delle avversità è a loro che si attribuisce ogni colpa.

D'Akc                           - Ogni anno che passa gli Inglesi e i Burgundi ci stringono più da vicino, e ci sono ormai alle porte, e non è più rimasto niente della Francia, tranne un esiguo sentiero ; neanche più il re le è rimasto. E non è ancora la guerra, questa, ma solo bande di predoni che battono a cavallo il paese, rapinando l'oro del ricco e il cibo del povero... e non si curano di sapere a quale delle fazioni voi appartenete né di dirvi a quale appartengono essi. Come possono giovare tali cose ai nostri figli e che debbono pensare, essi di tutto questo cui sono costretti ad assistere? E non farebbe maraviglia se un fanciullo dovesse divenire pazzo. (Entra Elling     - (Laxart). Come egli alza la mano ad una porta immaginaria il direttore di scena picchietta con le dita sul suo tavolo. D'Are e Isa­belle si guardano l’un l'altra con espressione inter­rogativa),

Isabelle                          - Jacques!

D'Akc                           - Apriamo. (Prende dal muro un'immagi­naria picea, va alla porta e fa un gesto come per libe­rarla dal chiavistello) È Durand. Entra.

Laxart                           - Grazie, Jacques. (Entra) Buona sera, cugina.

 Isabelle                         - Buona sera, Durand. Siamo contenti di vederti.

Laxakt                           - E allora son contento d'essere venuto. Nel recinto delle vostre pecore c'è un barlume di luce.

Isabelle                          - Sì, abbiamo un agnello malato.

D'Arc                            - Non c'è più quella legge che vietava di cavalcare la notte?

Laxart                           - Anzi: se mi sorprendevano credo che non mi troverei qui. Ma non ho acceso la lanterna e ho avuto la fortuna di non incontrar nessuno.

Isabelle                          - Spero che non ci siano brutte nuove da Burey.

Laxart                           - No. Tutto tranquillo. Quanto a nuove, tua sorella Giovanna m'ha dato incarico di dirti che a maggio spera di battezzare un figlio.

Isabelle                          - Ne ho proprio piacere. E spero che la fortuna l'assista.

D'Arc                            - Sì. (Seguita a rimanere in piedi accanto alla porta che ha chiusa).

Laxart                           - Grazie. so di non essere molto gradito. Ed è proprio per questo che sono venuto, Isabelle. Una volta, fra la tua casa e la mia, era un andare e venire continuo. Vorrei che fosse ancora così. E anche Giovanna lo vorrebbe. Ha sperato tanto che la vostra Jeannette potesse venire a passare una settimana con noi... per aiutarla al filatoio, così che il bambino che sta per nascere potesse avere il suo nido.

Isabelle                          - Vieni qui, Durand, siediti al fuoco con noi.

Laxart                           - Prima vorrei dire qualcosa a Jacques. Ho fatto uno sbaglio, Jacques, e tu non me l'hai perdonato. Ma io non volevo far del male e nessun male è venuto da ciò che io ho fatto. E tu lo sai. E dunque, non potremmo tornare amici?

D'Arc                            - Credo che sia difficile.

Laxart                           - Lascia che ti dica come sono andate le cose. Quando la vostra Jeannette venne a stare con noi in primavera sentì ch'io dovevo andare a Vaucouleurs ad acquistare le sementi per il villaggio. E tanto fece che fui costretto a lasciar venir anche lei a Vaucouleurs. Le diedi una certa somma, nel caso essa avesse avuto bisogno di comprare qualcosa, ma Jeannette non era a questo che pensava. No, e quando fummo in strada mi disse ch'io avrei dovuto accompagnarla dal signore di Baudricourt perché lei aveva un messaggio per il destino che bisognava recapitare. Le dissi ch'io ero soltanto un contadino e che mai avrei potuto avvicinare Robert de Bau­dricourt. Poi, si dette il caso che il mio villaggio mi facesse pervenire un messaggio secondo cui avrei dovuto chiedere udienza a Baudricourt per inter­cedere a proposito delle tasse e del grano, e mi tornò in mente che esistenza una profezia secondo cui una vergine di Lorena sarebbe venuta in aiuto della Francia. E questa era una cosa che mi riempiva di dubbi, capisci, Jacques? Perché io non avrei mai pensato di parlare a Baudricourt ed ecco che, improv­visamente, mi si dava incarico dì chiedergli udienza.

Isabelle                          - E ti sei portato Jeannette?

Laxart                           - Sì.

Isabelle                          - E lei ha parlato con Robert de Baudricourt?

Laxaet                           - Sì: gli ha detto qualche parola.

Isabelle                          - E lui ha risposto?

Laxaet                           - Non ricordo esattamente. Si mise a ridere. Immagino che quando Jeannette si trovò davanti a lui doveva essere pressapoco nelle mie condizioni. In presenza di quell'uomo mi si congelano le parole sulla lingua. Jeannette parlò molto poco e a voce molto bassa, e non son sicuro che lui abbia inteso ciò che essa gli voleva dire. Per cui rise e mi disse di riportarla a casa.

Isabelle                          - Tutto qui?

Laxart                           - Nient'altro. Capisci, Jacques?

D'Aec                            - Non so. Io...

Laxart                           - Bè... credo che me ne posso andare.

Isabelle                          - No, no, cugino. Tu non ti rendi conto. La nostra Jeannette è stata... ha turbato molto Jacques. Non è di te che parla, ma di lei.

Laxaet                           - Molto bene. (Si volge).

Isabelle                          - Aspetta, Durand. Bisogna che gli dica come stanno le cose, Jacques. Non ne abbiamo mai parlato. Son più di anni, ormai, da quando Jacques fece un sogno che lo destò nella notte così ch'egli, a sua volta, svegliò me per raccontarmelo. Un sogno nel quale comparivano soldati che facevano una incursione nel nostro villaggio e, nel sogno, Jeannette se ne andò con una parte di questi soldati. Da prin­cipio Jacques pensò che fosse stata rapita, poi si accorse ch'essa se n'era andata di sua volontà. Ora Jeannette è una ragazza così dolce e buona che noi non c'impressionammo più che tanto, ma il sogno si ripetè a parecchie riprese. La terza volta ne parlò a tavola e, per caso, Jeannette si trovava- a sedere accanto al muro bianco, intonacato di fresco. E quando Jacques ebbe raccontato il suo sogno io la guardai e vidi che aveva il viso più bianco della parete che le stava alle spalle. Poi si levò in piedi e andò alla porta e noi le chiedemmo che cosa le stava accadendo. C'erano anche i ragazzi, con noi. E Jeannette parlò... e cominciò a dire che ci poteva essere del vero in quel sogno... e quando le chie­demmo di spiegarsi meglio lei disse che sì, ch'era vero che avrebbe preso il comando d'un esercito. E proseguì dicendo molte cose di questo genere, ma erano soltanto chiacchiere infantili e noi non ci pensammo più. Non ci pensammo più finché essa non andò a Vaucouleurs con te. Allora cominciammo a temere che la nostra bambina fosse una piccola pazza... e ci sembrava che fossi stato tu a incorag­giarla nella sua follia.

D'Aec                            - (scoppiando) Le dissi che l'avrei affogata nella Mosa prima di dover vedere una cosa simile! Con le mie mani!

Isabelle                          - (a Laxart) Ma tu di questo non sapevi niente.

Laxaet                           - Se avessi saputo non l'avrei portata con me. (Entra Mary seguita da Gordwell - (Jean] e da Dollner         - (Pierre]. Si fermano alla porta in attesa. In mezzo a loro sono i ragazzi che portano una cas­setta di cartone).

Isabelle                          - Credo che gli puoi dare la mano, Jacquot. (Mary - (Giovanna] che indossa un logoro abito rosso entra seguita dai due ragazzi. Tutti e tre  vanno direttamente al caminetto portando la cassetta. Non vedono Laxart) Come sta il piccolo, Jeannette?

Giovanna                      - Credo che sua madre non lo voglia. (Avvicina la cassetta al focolare) Non è malato, ma ha fame ed è pieno di freddo.

Isabelle                          - È arrivato lo zio Durand.

Giovanna                      - Oh, sono contenta. (Si alza e va incontro a Durand tendendogli le mani).

Pieeke                           - Buona sera, zio.

Jean                               - Buona sera.

Laxaet                           - E voi tre, come state?

Pieeee                            - Credo che ho freddo almeno come quell'agnello e altrettanto fame: ma non riscuoto le medesime simpatie.

Isabelle                          - La cena sarà pronta in un minuto. Non devo far altro che apparecchiare. (Comincia a tirar fuori i piatti da un'immaginaria credenza).

Giovanna                      - Prima di tutto dobbiamo far scal­dare un po' di latte e cercar di farglielo inghiottire.

Jean                               - Avanti. Su, Pierre, non tremare. A tre­mare, qui dentro, basta l'agnello. (I tre ragazzi vanno alla porta. Pierre e Jean escono. Giovanna sta per seguirli quando la voce di suo padre la trattiene).

D'Aec                            - Jeannette.

Giovanna                      - (volgendosi) Sì, papà.

D'Aec                            - Credo tu sappia che io ho avuto da dire con lo zio Durand a proposito della udienza che tu hai chiesto a Baudricourt. Lo zio, ora, è venuto a chiedere che sia ristabilita l'amicizia fra le nostre due famiglie. E ci chiede di lasciarti tornare a Burey perché aiuti a filare la lana per il bambino che deve nascere.

Giovanna                      - Deve nascere un bambino?

Laxaet                           - Sì.

Giovanna                      - Sono contenta di andare ad aiutare.

D'Aec                            - Potrai andare a patto che non abbia più in mente altre pazzie come quella di Vaucou­leurs o Baudricourt o simili. Se tu mi dici che ti son passate queste idee matte, bene, allora tu puoi andare che io non ho niente in contrario. Cosa mi rispondi?

Giovanna                      - (dopo un momento di pausa) Non voglio darti dolore, babbo. Ho sempre cercato di essere buona e di comportarmi bene.

D'Aec                            - E sarà sempre così?

Giovanna                      - Sì, sempre'

D'Aec                            - Debbo capire da questo che non cer­cherai di tornare a Vaucouleurs?

Giovanna                      - (sottovoce) Credo che non tornerò a Vaucoleurs.

D'Akc                           - (dopo una pausa) Molto bene. Va pure a prendere il latte per l'agnello. (Giovanna esce).

Isabelle                          - Sai, Jacques, credo che non sia male che Jeannette, allora, sia andata con Durand. Ha avuto una lezione tale che con tutta probabilità, non ci si vorrà riprovare.

Laxaet                           - Sì, credo anch'io.

D'Aec                            - Porse avete ragione: l'avventura l'ha, scoraggiata. Comunque, non è il caso che ci acca­pigliamo oltre per la bambina. (Tende la mano. Laxart la stringe e insieme i due si avvicinano al tavolo).

Il Direttore di scena      - (perentorio) Sipario!

PRIMO INTERLUDIO

Mary                             - Com'è che si apre questa porta, Al? Non me ne ricordavo bene.

Al                                  - Verso l'interno, dalla parte del caminetto. Avete fatto benissimo.

Masters                         - (riemergendo) Proseguiamo, Al. Prepara per la scena seguente. (Il direttore di scena e la sua assistente cominciano a disporre le sedie in modo da formare quello che dovrebbe rappresentare l'interno d'un piccolo recinto per pecore. Dalle quinte cominciano a farsi avanti gli attori).

La signora Barnes         - Come andiamo, mister Masters?

Masters                         - Meglio, Kay. Un po' più di scioltezza, e ci siamo.

La signora Barnes         - Avevo paura di caricare troppo il tono.

Masters                         - D'accordo: ma senza esagerare nel senso opposto. La scena, nel suo complesso, mi è parsa lenta e fredda. Voi, Mary, non si può dire che abbiate portato il sacro fuoco dell'ispirazione.

Mary                             - No: mi sono limitata a portare l'agnello dal recinto.

Masters                         - Bè, è un fatto che questa è l'inter­pretazione letterale, niente da dire: siete una contadinotta, e sta bene. Vediamo quest'altra scena, quella nel recinto delle pecore. Ci siamo, Al?

Al                                  - Mezzo minuto e sono pronto.

Masters                         - La scena del recinto, dunque... e cosa diavolo è un recinto per le pecore? Questa, proba­bilmente, è la più grossa trappola che sia mai stata preparata per un gruppo di attori. Va bene dire che Giovanna sentiva delle voci, ma per vedere Gio­vanna in scena che le ascolta, queste voci, e far in modo che le senta pure la platea... bè, è diverso. O si azzecca in pieno o va tutto quanto a catafascio. Dov'è san Michele?

Quirke                           - Eccomi, mister.

Masters                         - Mettetevi in quell'angolo, dietro le quinte, di fronte a me e provate a dire la prima battuta. Sgombrare il palcoscenico, prego.

Al                                  - Quelli che non sono di scena si allontanino dal palcoscenico. (Gli attori si allontanano, tranne Mary che rimane nel centro, e la signorina Meeves, la signorina Sadler e Quirite che si fermano a sinistra).

Masters                         - Io mi metterò qui di fronte ad ascol­tare.

Quirke                           - Benissimo, mister.

Masters                         - E cercate di eliminare quell'accento di annunziatore radiofonico che avete... quel tono da presentator di slogan commerciali.

Quirke                           - Cercherò, mister. (Esce).

Masters                         - Avanti.

Al                                  - Pronto, mister Quirke.

Quirke                           - Sì. (Dice la prima battuta) Jeannette.

Mary                             - Cominciamo a provare tutta la scena?

Masters                         - Non ancora. Per ora proviamo sol­tanto le voci celestiali.

Quirke                           - Jeannette! Piglia di Dio, creatura della Francia!

Masters                         - Signor Iddio, questa è la pubblicità delle pillole Pink. No, no! Pronunziate quelle battute col tono che usate tutti i giorni... non sforzatevi di parlare come un arcangelo. È già piena la radio di arcangeli e di Gabrielli. Parlate seconda la vostra personalità. (Mormorando) Semprechè ce l'abbiate, una personalità. (Quirite fa capolino dalle quinte) E tenetevi un po' più coperto, verso il fondo.

Quirke                           - Sì, mister. (Scompare) Jeannette! Piglia di Dio. Creatura della Francia.

Masters                         - Andiamo meglio. Andiamo quasi bene. Non dimenticate quel tono. Dove sta santa Caterina?

La signorina Reeves      - Eccomi, mister Masters.

Masters                         - Vi spiace mettervi dalla stessa parte di Quirke, ma un poco più indietro, e cominciare a dire le vostre battute?

La signorina Reeves      - Subito. (Esce a sinistra).

Masters                         - E voi, miss Sadler, vorreste mettervi fra loro due, volgendo le spalle al palcoscenico? Sentiremo che effetto fa.

La signorina Sadler       - Certo. (Esce a sinistra. Mary rimane sola sul palcoscenico: siede al suo posto, su un cesto di vimini rovesciato, col viso rivolto verso sinistra).

La signorina Reeves      - (fuori scena) E allorché tutto ciò sarà giunto a fine, non lasciare che alcuna cosa ti scoraggi, perché tu devi incoronare il Delfino a Rheims.

Masters                         - Cercate un po' di calibrare questo tono, Al.

Al                                  - Sì, mister.

La signorina Sadler       - (fuori scena) Ma recati prima a Vaucouleurs da Robert de Baudricourt, perché egli è vicino, ed è valoroso soldato.

Masters                         - E anche questo, Al.

Al                                  - Bene.

Masters                         - Statemi a sentire, voci celestiali, non si può dire che siamo proprio a punto ma neanche possiamo perdere troppo tempo a far le correzioni ora perché non mi sembra il caso di sacrificare tutta la prova a questo particolare solo. Per oggi, quindi, continuerete a recitare dal punto in cui siete. Voi, Mary, non preoccupatevi se l'effetto delle voci è ancora approssimativo. Lo otterremo perfetto a suo tempo.

Al                                  - Possiamo cominciare? (Quirite fa capolino).

Masters                         - Sì. Oh, san Michele, voi non siete mai stato qui prima d'ora per cui è meglio che vi illumini rapidamente sull'azione. La ragazza, dunque, dà da mangiare a un agnello da quel piatto. Appena finito, s'inginocchia e comincia a pregare. Come s'inginocchia cominciate a parlare voi. Però, prima, aspettate qualche secondo che abbia il tempo di pregare.

Quirke                           - Sì, mister. (Esce a sinistra).

Masters                         - Pronti con le luci.

Al                                  - Pronti.

Masters                         - Bene. Mary, avete un'aria pericolosa.

Mary                             - Affatto, Jimmy. Sono più mite del mio agnello. Non ci penso neanche.

Masters                         - Ottimo. (Si volge).

Al                                  - Su il sipario.

ESSA TROVA UN MOSO DI PARLARE.

Giovanna                      - (all'agnello) Ho paura che non ce ne sia più, agnellino mio. E m'hai fatto perdere mezza mattinata che avrei dovuto passare al fila­toio. E ora, per dimostrarmi la tua gratitudine dovrai crescere e diventare un bel montone grosso e forte. Un grosso montone con le corna ricurve e un carattere irascibile come tuo padre. Prometti­melo e io ti prometterò di tornare a casa più presto che posso, stasera. Soltanto, ora vorrei pregare un poco. È tanto il tempo che mi fai perdere che sta­mattina e ieri sera ho dovuto dire le mie preghiere in tutta fretta... ed ero così in ritardo che nessuna Voce mi ha parlato. E senza le Voci, io mi sento come dovevi sentirti tu quando tua madre ti scac­ciava. Ora sfattene quieto, mentre io prego, e dormi. (Si inginocchia, col capo chino, le mani intrecciate e prega in silenzio. Da sinistra s'accende una luce).

San Michele                  - Jeannette!

Giovanna                      - (restando inginocchiata in orazione) Sì.

San Michele                  - Figlia di Dio, creatura della Francia, mi hai ascoltato?

Giovanna                      - Sì. Ascolto sempre.

San Michele                  - Il tempo si avvicina, Jeannette. Il tuo tempo si avvicina.

Giovanna                      - Tante volte ho tentato, e non sono riuscita a nulla. Le parole non sono buone, quando parlo, e quando tento di fare ciò che tu dici... sembra che la gente rida di me.

San Michele                  - E tu ne hai paura?

Giovanna                      - Un poco.

Santa Caterina              - Jeannette!

Giovanna                      - Sì.

Santa Caterina              - Più volte ti abbiamo parlato. Più di quattro anni sono passati da quando, per la prima volta, udisti la Voce nel giardino. Ma ancora non hai cominciato a fare ciò che devi. E anche quest'anno sarà presto finito.

Giovanna                      - Lo so. E me ne dò pensiero.

Santa Margherita          - Jeannette!

Giovanna                      - Sì.

Santa Margherita          - Tu devi tornare da Kobert de Baudricourt, ed egli ti accompagnerà dal Del­fino. Devi lasciare la Lorena e percorrere a cavallo la Francia. Devi animare il Delfino che non si abban­doni alla disperazione, perché il corso della guerra muterà quando tu sarai accanto a lui. Tu devi libe­rare la Francia dagli Inglesi e incoronare il Delfino a Rheims. Tu sei l'eletta.

Giovanna                      - Kobert de Baudricourt rise soltanto.

Santa Margherita          - Ma non riderà una seconda volta.

Giovanna                      - Non ho modo di andare a Vaucouleurs. E quando parlo a de Baudricourt arrossisco e dimentico ciò che gli debbo dire.

Santa Margherita          - Sarà tuo zio Durand ad accompagnarti a Vaucouleurs.

Giovanna                      - E verrà di nuovo a lite con mio padre?

Santa Margherita          - Ti accompagnerà. E per quanto riguarda il tuo colloquio con Baudricourt... pensa attentamente a ciò che gli vuoi dire, perché presto sarai in sua presenza.

Giovanna                      - Ho in mente tutte le parole, ma quando è il momento...

Santa Margherita          - Pensa attentamente a ciò che gli vuoi dire, perché presto sarai in sua presenza.

Giovanna                      - Farò tutto, ma ditemi, vi prego, ditemi come debbo incominciare. (La luce si smorza leggermente) Non andate via prima di avermi detto come debbo incominciare. Io sono soltanto una fanciulla. Non so nulla di armi e di cavalcate, né dei discorsi che si fanno ai re e ai potenti. Come posso giungere a queste cose se sono lasciata sola? (La luce scompare del tutto) Non piangerò più. (Si asciuga le lacrime) Il pianto non mi è di aiuto. Debbo pensare da sola a ciò che posso fare. (Si volge all'agnello) Tenterò di trovare da sola la mia strada. (Cordwell e Dollner - (Pierre e Jean d'Are] entrano da destra e si avvicinano al recinto).

Pierre                             - Come sta l'agnello?

Giovanna                      - Gli ho dato da mangiare e adesso è tranquillo.

Pierre                             - Stavi pregando?

Giovanna                      - No.

Jean                               - Perché dici di no, Jeannette? Sì, che stavi pregando. Certo che stavi pregando e quando siamo arrivati noi ti sei preso l'agnello sulle ginocchia.

Giovanna                      - Sì? Può darsi. Però non stavo proprio pregando. Stavo inginocchiata qui. (Si volge all'agnello).

Jean                               - Vuoi tornare a Vaucouleurs? (Giovanna si arresta, colpita).

Giovanna                      - A Vaucouleurs?

Jean                               - Mamma dice che questo mese andrai a Burey-le-Petit.

Giovanna                      - Sì, lo so.

Jean                               - Bè, è di lì che sei partita, l'ultima volta, per andare a Vaucouleurs.

Giovanna                      - Dovrei tornare a casa. (Si alza, asciugandosi di nuovo le lacrime).

Pierre                             - Non avresti dovuto farla piangere, Jean.

Jean                               - Non volevo mica.

Giovanna                      - Perché l'hai detto?

Jean                               - Detto... cosa?

Giovanna                      - Di Vaucouleurs? (Jean dà un'occhiata a Pierre, che scuole il capo).

Jean                               - Non credevo che te ne avrei parlato.

Giovanna                      - Non hai parlato di me allo zio Durand?

Jean                               - No.

Giovanna                      - Allora è stato papà. Che cosa ha detto!

Pierre                             - Bè, credo che non ci sia niente di male a dirtelo, ora. Ha detto che la nostra sorellina ha pregato troppo e che è diventata troppo pia e che questo le ha dato alla testa. E che lui pensa che, forse, la nostra sorellina è persuasa di essere la fanciulla di Lorena che sarà mandata per salvare il re. E che potrebbe anche darsi che tu fossi così pazza da voler raggiungere i soldati del re, e che se tu lo facessi men­tre lui non c'è, ti dovremmo affogare noi nella Mosa.

Jean                               - Perché noi siamo i tuoi fratelli e dobbiamo proteggere il tuo onore.

Giovanna                      - E farete ciò che avete detto?

Jean                               - Sì.

Giovanna                      - Anche se fosse Dio a volere che io andassi?

Pierre                             - Si capisce che se fosse Dio a volerlo non ti accadrebbe niente, ma tu credi che proprio lo voglia?

Giovanna                      - Io non so come una fanciulla di Lorena o di qualunque altra parte possa andare in guerra e dare ordini e salvare la Francia. Come può sapere una fanciulla di campagna in che modo si parla sui campi di battaglia o nelle sale reali? Come può pensare di giungere al Delfino? Come può rivol­gersi a lui? E come può interpellare i suoi nemici quand'essi si presentano fuori della mura ed essa deve dar loro una risposta o una sfida? Se fosse nata ad Orléans, fra la nobiltà e i cortigiani, potrebbe - con l'aiuto di Dio - fare qualcosa. Ma una fanciulla, nata in queste campagne dimenticate, che viva come noi viviamo... (si interrompe).

Jean                               - Non credo che una fanciulla potrebbe venirne a capo. Neanche una principessa.

Pierre                             - No. Non è lavoro da fanciulle.

Giovanna                      - Credi allora che sia lavoro da ragazzi?

Pierre                             - Credo che sia lavoro da uomini. Ma è certo che un ragazzo potrebbe farlo meglio di una fanciulla. (Si siede e comincia ad accarezzare l'agnello).

Jean                               - Un ragazzo può cavalcare, tanto per dirne una, e può essere abbastanza robusto da por­tare un'ascia o una lancia.

Pierre                             - Può andare fra gli uomini senza che nessuno lo segua e senza che nessuno gridi e, magari, senza che nessuno gli dia pizzicotti dietro.

Jean                               - Può anche dare ordini. Un ragazzo sa come si deve parlare ai soldati e ai cortigiani.

Pierre                             - Io veramente non saprei.

Jean                               - Io invece potrei farlo benissimo.

Pierre                             - Oh, sì: il nostro Jean può far tutto benissimo.

Jean                               - Certo che potrei farlo. Ho visto quadri in cui essi sono dipinti e, quanto a parlare, tutti sanno ciò che direbbero. Ascoltate. (Si irrigidisce, con una mano sul fianco): Tu, giovane Re d'Inghil­terra, e tu, duca di Bethfort che da solo ti proclami reggente del Pegno di Francia; e tu, William de la Poule, conte di Suffort o qualcosa di simile, e tu, Lord Talbot, che ti dici luogotenente del summen-tovato duca, io vi chiedo, nel nome del Re dei Cieli, di dichiarare per qual ragione siete in questo paese contro la volontà di Dio.

Pierre                             - (ridendo) E tu chi sei, se è lecito?

Jean                               - (fieramente) Io sono Jean, figlio di Jacques di Domremy, e vi chiedo, nel nome del Signore Re dei Cieli, di porre nella mia mano le chiavi di tutte le buone città che avete predate e razziate alla Francia. Tornate alla vostra terra, signor Duca, andate via di qui, uscite dalla Francia, e licenziate tutti i vostri arcieri e gli armigeri se non volete aver notizie di me, perché son risoluto di venire a darvi grave lutto.

Pierre                             - (levandosi in piedi) E cosa farai a me?

Jean                               - (eccitato) Tornate alla vostra casa, per l'amor di Dio, voi Duca e Re d'Inghilterra e se rifiu­tate, sono io il condottiero degli eserciti e farò tali cose di voi e dei vostri uomini... cose tremende. Vi mozzerò il capo.

Pierre                             - Bè: in tempo di guerra mica si tagliano teste.

Jean                               - Ma io lo farò, nella mia guerra. Vi farò a brani, con l'aiuto di Dio, vi...

Pierre                             - Tu sei ragazzo di campagna, un lavo­ratore senza importanza...

Jean                               - Sono un lavoratore e un contadino! Dei vostri bei libri non conosco nemmeno dall'A alla B! Ma quando tutti sarete morti e ridotti a pezzi e vi avremo buttati nella fossa non conterà più molto la mia origine, duca dì Bethfort, voi e il vostro re bambino! Avanti, miei prodi! Coraggio! Hanno paura di noi! Colpiteli senza pietà! Dio è dalla nostra parte!

Pierre                             - Noi non fuggiremo, contadino. Combat­teremo contro di te- al grido del nostro terribile urrà!

Jean                               - E allora da oggi avrai vita dura in Francia, gran Duca! (Si arresta per imbracciare una picea immaginaria) Ecco: questo è il mio limite. Non muoverò un passo da questa terra se non per balzare in avanti.

Pierre                             - Bene: e adesso dà mano al tridente che dobbiamo ripulire la stalla.

Jean                               - Io dico a voi, re bambino e reggente nasone, che è giunto il tempo di lasciare la Francia se non volete morire di morte orribile e dolorosa!

Pierre                             - Avanti: vieni ad aiutarmi che ci sbri­ghiamo prima di pranzo se non vuoi sentire parole orribili e dolorose.

Jean                               - Sarei mica male, cosa ti sembra?

Pierre                             - Meglio di me, certo. Ma neanche tu sei l'ideale.

Jean                               - E tu, non eredi che me la caverei bene, Jeannette?

Giovanna                      - Quasi mi fai credere... che un ragazzo possa farlo. O un uomo.

Jean                               - Questo è sicuro. Datemi una picca e una profezia e andrò io stesso ad arringare il duca.

Pierre                             - Muoviti, avanti.

Jean                               - Muoviti tu. Mi stai dietro e dici avanti. (I due ragazzi escono. Giovanna fa per seguirli, poi si ferma a guardare l'agnello e s'inginocchia).

Giovanna                      - Oh, potessi io parlare chiaro e tondo come un ragazzo ed ergermi come uno di loro e far risuonare come una tromba le mie parole... potessi diventar capace di fare tutte le cose che il Signore vuole che da me sian fatte. Ma io sono una fanciulla e la mia voce è voce di fanciulla e il mio atteggiamento è atteggiamento di fanciulla. Se sol­tanto fossi un uomo! Se soltanto potessi parlare alto come parlano gli uomini! Ma neppur questo mi sarebbe d'aiuto, perché non s'accorderebbe con la profezia. (Si leva lentamente in piedi e si dirige là dove stava Jean. Dopo un attimo di esitazione si pone una mano sul fianco) Sarà ridicolo, sarà idiota ma, in nome di Dio, io debbo provare. (Parla cer­cando di ripetere le intonazioni di Jean) Tu, piccolo re d'Inghilterra, che qui stai senza la volontà di Dio e tu, duca di Bethfort, che da solo ti sei dato dignità di reggente, tornate alle vostre case, tornate alla vostra patria! (S'interrompe) È peggio di quel che credevo. Non s'addice a una fanciulla pronunziare parole siffatte. Eppure, anche questo è un modo, l'unico modo che io conosca. Debbo provare, e pro­vare ancora e provare di nuovo. (Riprende animo) Sir Robert de Baudricourt, io sono la fanciulla di Lorena, la fanciulla della profezia, e mi presento a voi perché ho un messaggio di Dio per il nostro Del­fino che dovrebbe essere re. (8'interrompe di nuovo) Sì. Sì. Dopo che l'avrò ripetuto parecchie volte cesserà di suonare strano alle mie orecchie... e parlerò più agevolmente. Dio mi perdoni, ma questo è qual­cosa come la commedia recitata, cosa proibita, anche se è l'unico modo di trovare la strada di Dio. (Con il tono di prima) Mio Delfino, mio re, a voi mi presento con messaggi del Re dei Cieli. È Sua volontà che voi regniate in Francia come Suo reg­gente... e che Bethford e gli Inglesi conoscano dalla mia mano la dura sconfitta. E per i vostri soli orecchi devo aggiungere qualcosa, una rivelazione che vi rallegrerà il cuore. (Entra Durand Laxart che si avvicina al recinto. Giovanna china per un attimo il capo, sovrappensiero. Laxart si fa alla porta e parla).

Laxart                           - Son venuto a salutarti, Giovanna. Ma la settimana dopo Natale tornerò a prenderti e verrai a Burey con me.

Giovanna                      - Zio Durand?

Laxabt                           - Sì?

Giovanna                      - Sarà troppo tardi, dopo Natale. Debbo venire con te adesso, subito.

Laxart                           - Ma il bambino non si aspetta che a maggio.

Giovanna                      - Non pensavo al bambino, in questo momento, ma ad Orléans e al Delfino.

Laxart                           - Devi dimenticare queste cose, Jeannette. Ho strappato a tuo padre il consenso di por­tarti a casa mia soltanto a patto che tu non parlassi più di queste cose.

Giovanna                      - Io non ho promesso niente.

Laxart                           - Vorresti ingannare tuo padre?

Giovanna                      - Col consenso di Dio.

Laxabt                           - Mi spiace. Io non ci voglio entrare. Bisogna che lo metta al corrente. (Si volge per uscire).

Giovanna                      - Durand! (Riprende il tono d'imperio) Durand Laxart!

Laxart                           - (volgendosi, sorpreso) Che succede?

Giovanna                      - Tu non sei altro che un povero contadino, Durand Laxart, e io sono soltanto una povera ragazza di Lorena: eppure a noi due è con­cesso di essere i primi a sapere che Orléans sarà riscattata, che gli eserciti d'Inghilterra saranno sconfitti, e che la Francia risorgerà ancora e sarà libera. E queste sono le notizie che noi dobbiamo recare a uomini assai più grandi di quanti mai abbiamo veduto. Dobbiamo raggiungere le corti, e parlare ai re. Se accetterai ciò, il tuo nome sarà unito al mio e non verrà più dimenticato. Se rifiuterai, il tuo nome e il nome della Francia cadranno insieme nell'oblio. Perché io non posso andare sola. È il Signore che ci chiama entrambi.

Laxart                           - Non hai mai parlato così prima d'ora.

Giovanna                      - È il Signore che m'ha insegnato il modo onde bisogna che io parli.

 Laxart                          - Vuoi che venga un'altra volta a lite con tuo padre?

Giovanna                      - Preferiresti, forse, venire a lite con Dio, Durand Laxart?

Laxart                           - Dio m'aiuti, bambina: ma c'è qualcosa nel tuo viso che non ho mai veduto prima d'ora. Può essere che tu non sia pazza, ma intendi ancora la ragione?

Giovanna                      - Io' ti dico, Durand, che reco un messaggio di Dio. Certo come certo che io son qui, ho parlato con i suoi messaggeri. E ciò che dico è la verità.

Laxart                           - Dio mi aiuti, se sono in errore. Tuo padre è uomo duro.

Giovanna                      - Dopo che avrò salvata la Francia saremo perdonati entrambi. Lo so per certo.

Laxart                           - (dopo una pausa) Va in casa a pren­derti ciò di cui hai bisogno. Io ti aspetterò qui.

Giovanna                      - Non c'è nulla in casa di cui io abbia bisogno. Verrò così come mi trovo.

Laxart                           - Nulla? Non vuoi lasciare neppure un addio?

Giovanna                      - No. Mi rivedranno... quando avrò liberato Orléans... quando il Re dei Cieli sarà venuto in soccorso della Francia. Ma, ora, essi tenterebbero di trattenermi, ed io non ho che un anno.

Laxart                           - Un anno?

Giovanna                      - Dio mi concede un solo anno di vittoria. E non dev'essere sciupato. Neppure un'ora di esso dev'essere sciupato. Andiamo.

Al                                  - Sipario.

SECONDO INTERLUDIO

(Riemerge Masters dall'oscurità. Mary ed Elling si volgono. Rientrano Dollner e Cordwell).

Al                                  - Posso preparare la scena seguente, mister Masters?

Masters                         - Sì. Bene, cara gente, questa comincia a prender forma.

Elling                            - Meno male. Credo che, mentre la re­citavo, pensavo che era meglio ieri.

Cordwell                       - Colpa mia. Ero io che non funzio­navo bene.

Masters                         - No: forse voi accentuate un po' troppo la caricatura del duca di Bethfort, ma non mi sen­tirei di affermarlo con sicurezza. Lo sapremo di sicuro quando ci troveremo davanti al pubblico. Comunque non potete ancora essere perfetti, e questa è una cosa che sapete da voi. Se foste già perfetti adesso è facile che prima della rappresentazione sareste andati a male.

Cordwell                       - Oh, a me può capitare benissimo.

Masters                         - No. Comunque, non è male caricare un po' il tono su quel duca di Bethfort. Giovanna deve avere qualcosa da imitare. Vedete, è sempre stata portata in scena come una specie di Tom Paine in gonnella, una virago rude e mascolina, abbon­dantemente fornita di buon senso e con una predi­lezione piuttosto virile per le uniformi e gli atteg­giamenti militareschi. Anche Shaw condivide questa tesi che, peraltro, non sembra storicamente esatta. È dimostrato ad « abudantiam » ch'era una modestissima ragazza di campagna che non avrebbe mai alzato la voce se non fosse stata più che certa di interpretare gli ordini del Signore. E se fosse stata una ragazza come quella che cerco di descrivervi, assolutamente femminile, è evidente che il suo pro­blema sarebbe stato quello di farsi sentire, quello di diffondere il suo messaggio al mondo. (Entra Tessie con un foglio d'appunti che tende a Masters) Bè, avrebbe potuto prender l'idea dai suoi fratelli; e noi, appunto, incliniamo a credere che così sia stato. Le stesse lettere ch'essa scrisse agli Inglesi risentono di quello stile eroicomico... per cui credo che, facendo come facciamo, non siamo troppo lontani dal vero.

Cordwell                       - Capisco.

Masters                         - (dopo aver data un'occhiata al foglio) E questo cos'è?

Tessie                            - È una comunicazione della direzione.

Masters                         - Al diavolo. Questo ci scombina tutto quanto, Mary.

Mary                             - Lo sapevo.

Masters                         - Io no. Credevo fosse stabilito qual era il teatro che ci avrebbero assegnato. Ora non si sa neanche più se potremo avere un teatro. Qui è vera­mente questione di vita o di morte per la commedia.

Mary                             - Anche ciò di cui volevo discorrere può essere questione di vita o di morte per la commedia.

Masters                         - Cosa volete dire?

Mary                             - Non avete detto che questo era l'ultimo giorno in cui si potevano discutere i particolari?

Masters                         - Infatti. Di che cosa vi andate preoc­cupando, Mary?

Mary                             - Ecco, si tratta soltanto di questo: che l'autore di tanto, riscrive tutto daccapo. La comme­dia, ormai, è diventata un'altra.

Masters                         - Lo so che è difficile recitare quando tutti i momenti ci si trova davanti a battute nuove.

Mary                             - Non è tanto delle battute che mi preoc­cupo... quanto del nuovo significato ch'esse hanno.

Masters                         - Il significato? (Entra Marie seguita da Kipner in mitra da vescovo).

Marie                             - Mister Masters, voi avete detto qualcosa agli attori a proposito di prova in costume, ma non credo che voleste intendere che possono indossarlo anche se è pronto solo mezzo e mezzo no. Com'è il caso di Kipner, qui. Invece è arrivata l'armatura della signorina Grey, se v'interessa provarla. (Entra Al da sinistra).

Al                                  - Scusate, mister Masters, ma c'è un furgone alla porta con su un pezzo della scena della cat­tedrale, e il carpentiere dice che voi avevate in mente di usarlo in prova se arrivava in tempo.

Masters                         - Sì, è vero... mi ero scordato di dirvelo.

Al                                  - Dovrei mettere insieme qualche uomo, allora, se dobbiamo montare la scena.

Masters                         - Sta bene: mettete insieme chi vi piace e fatemi vedere 'sta scena.

Al                                  - Roger! (Esce a sinistra).

Masters                         - Ora, una cosa alla volta. Sì, Marie... desidererei vedere i costumi al punto in cui si trovano, completi o no. E, in particolare, vorrei vedere la signorina Grey in armatura.

Marie                             - Ma non è ancora arrivato il mantello scarlatto.

Masters                         - Con o senza mantello scarlatto. Mi sono spiegato?

Marie                             - Sissignore. (Esce a sinistra con Kipner).

Masters                         - Tessie, chiamate Howie, ditegli che faremo colazione insieme e che dobbiamo sistemare questa storia del teatro. Perdìo: l'uomo che ci ha affittato il locale adesso è in prigione e qui, o lo facciamo uscire o rischiamo di perdere la cauzione. C'è parecchia gente che starebbe bene dentro, ma mai che capiti a uno che se lo meriti. (Tessie esce a sinistra) E... Mary: cos'è questo nuovo significato che mi dicevate?

Mary                             - Mi spiace fare difficoltà proprio adesso... che siamo a metà delle prove.

Masters                         - Non perdete tempo a scusarvi.

Mary                             - Bene. Dunque, la prima volta che la lessi, la commedia raccontava esattamente la vicenda di Giovanna: come le fu detto dai suoi santi ciò che dovesse fare, e come andò fra la gente e compì la sua opera, e come fu processata e giustiziata dai suoi nemici...

Masters                         - Sì.

Mary                             - Ma ora le cose sono mutate: è diventata la storia di come le fu detto dai suoi santi ciò che dovesse fare, e sta bene, e poi di come lei avvertì di doversi compromettere con la gente e lavorare anche a fianco dei malvagi e permettere che anche il male venisse commesso, prima di giungere a com­piere l'opera sua. Mi spiace: non mi sono spiegata bene.

Masters                         - No, no: vi spiegate benissimo.

Mary                             - Ma mi sembra che ora la tesi del lavoro sia diversa, e cioè voglia dimostrare che tutti dob­biamo comprometterci e lavorare a fianco dei mal­vagi e che se pure uno possiede una fede, questa non porterà alcun frutto, a meno che non sia inte­grata dalle forze del male.

Masters                         - Esatto. Ma non credo che le si debbano chiamare forze del male... e tuttavia non si può operare da soli... e molti di quelli che sono con noi si presentano effettivamente come creature quanto meno ambigue.

Mary                             - Ed è questo che dobbiamo dire, in una opera che tratta di Santa Giovanna?

Masters                         - È quello che mi piacerebbe sentir dire. E, naturalmente, voi sapevate che c'era qualche ritocco da fare. Entrambi lo sapevamo.

Mary                             - Ma cambiare completamente ciò che la commedia dice...

Masters                         - Cambiare una parola può voler dire che tutta la commedia vien cambiata... (Rientra Al).

Mary                             - Ma è un errore, Jimmy. Trattar Giovanna in questo modo è lo stesso che profanarla. Ne par­lavamo ieri sera...

Masters                         - Con chi?

Mary                             - Con qualcuno degli attori. Eravamo stati a cena insieme e cercavamo di renderci conto di che cosa non andava...

Masters                         - Gli attori dovrebbero limitarsi ad andare a cena, Mary: pensare non è affar loro.

Mary                             - Ma è necessario che pensino se vogliono recitare!

Masters                         - Sì: credo d'averlo detto anch'io. Al, subito dopo la scena di Orléans voglio tutti sul palcoscenico. Tutta la compagnia.

Al                                  - Bene, mister.

Mary                             - È proprio indispensabile convocare tutti?

Mastees                         - Credo che tutti debbano sentire.

Makt                             - Sta bene. (Esce a destra. Entra Sheppard).

Al                                  - Fuori tutti, tranne chi è di scena. (Siede al suo tavolo con Tessie).

Mastees                         - Carica un po' sul poeta, Bill... poeta e uomo cittadino: qualcosa come Lucius Beebe e Francois Villon mescolati insieme. Non dovrebbe esser difficile.

Sheppaed                      - No: è piuttosto facile.

Mastees                         - Muoviti languidamente, giocherella coi merletti, annusa tabacco... anzi aspetta, il tabacco non c'era ancora: non avevano ancora scoperto l'America. Bè, insomma, hai capito.

Sheppaed                      - Capito più o meno, ma qualcosa verrà fuori. (Masters si allontana. Sheppard si appog­gia ad una seggiola).

Al                                  - Su il sipario.

UN POETA ALLA CORTE DEL DELFINO

(Entra Giovanna in abiti mascolini con Jean de Metz (Fanvell] e Bertrand de Poulengy   - (Garder]).

De Metz                        - Comunque, bisogna far mangiare i cavalli. Senza cibo gli uomini possono stare: i cavalli no.

Giovanna                      - Dobbiamo essere a Chinon prima di sera, Jean de Metz.

De Metz                        - Sta bene, ma... (esita) per la mia santa madre, queste ragazze non sono mai stanche?

Giovanna                      - Voi siete stanco... davvero?

De Metz                        - Abbiamo cavalcato per trecento­cinquanta miglia attraverso la Francia alla pessima fine d'un cattivo inverno, abbiamo dormito più spesso nella fredda terra che in un letto, abbiamo mangiato una volta al giorno in media... e mai de­centemente... siamo sfuggiti tre volte ai Borgognoni, e ora siamo arrivati - quelle, laggiù nel crepuscolo, che si alzano sopra le mura sono le torri di Chinon -senza aver mandato giù un boccone in tutta la gior­nata, senza esser scesi un attimo di sella; e voi rifiu­tate di prendervi un minuto di riposo.

Giovanna                      - A Chinon mangeremo.

Poulengy                       - No, Jeannette. Vi dò la mia parola che non possiamo. Uomini e cavalli debbono riposare ogni tanto. Voi siete di ferro, ma noi no. Possiamo entrare a Chinon domattina. (Alain Chartier (Shep­pard] si alza e squadra curiosamente il gruppo).

Giovanna                      - (riluttante) Allora se così dev'essere...

Poulengy                       - Passate dietro di me, Jeannette. (Giovanna eseguisce) S'incontrano troppi stranieri curiosi.

Chartier                         - Vi chiedo scusa, signori. Posso esservi d'aiuto?

De Metz                        - A che distanza può trovarsi quella città laggiù?

Chaetiee                        - Chinon? Quattro o cinque miglia: non di più.

Poulengy                       - E il buon Delfino vi tiene ancora la sua corte?

 Chaetiee                       - Certo. Dovete venire da molto lontano.

Poulengy                       - Infatti.

Chaetiee                        - Il peggio, a Chinon, è la difficoltà di trovare alloggio.

De Metz                        - Niente?

Chartier                         - Assolutamente niente. Tutto occu­pato dai cittadini che attendono per vedere la vergine.

De Metz                        - Che vergine?

Chaetiee                        - La vergine di Lorena che sta per­correndo questa strada. Non ne avete sentito parlare?

De Metz                        - No.

Chartier                         - Troverete folle di gente lungo tutta la strada dalla Lorena a Chinon. Ce n'erano venti o trenta che hanno aspettato qui tutto il giorno... poi all'ora di pranzo se ne sono andati a vedere che cosa c'era da mangiare. Anch'io son qui ad aspet­tare la fanciulla. Solo che il caso mio è un po' spe­ciale. Il Delfino mi ha mandato qui ad aspettarla perché l'accompagni in città da una porta meno in vista.

Poulengy                       - Vi ha mandato il Delfino?

Chaetiee                        - Sì: come amico e come guida.

Poulengy                       - C'è qualche pericolo?

Chartiee                        - Bè, c'è il pericolo che possa essere trattenuta da questa folla entusiasta. Nient'altro. Il Delfino ha un suo passaggio segreto per entrare ed uscire da questa brutta città... e ritiene che la Pulzella lo troverà più agevole che la strada maestra. Ma vedo che non mi prestate fede.

De Metz                        - Perché ce lo venite dire a noi?

Chartier                         - Perché, amico, se non sono profeta sono poeta, e i poeti hanno facoltà di divinazione. Voi venite da lontano, avete raccolto la polvere di molte province, e v'aderisce ancora agli abiti il fango di molti fiumi guadati. Voi venite di Lorena e la Pulzella è con voi. (Una pausa. Giovanna si fa avanti e va a collocarsi di fronte a Chartier).

Giovanna                      - Se parlate in nome del Delfino dovete avere un suo segno.

Chartier                         - (mostrando una carta) Ecco il suo sigillo.

Giovanna                      - Come vi chiamate?

Chartier                         - (togliendosi il cappello e inginocchiandosi) Io sono Alain Chartier, poeta e parassita alla corte dell'illustre Carlo. D'ordine suo saluto devo­tamente la Pulzella e le porgo il benvenuto.

Giovanna                      - È lui che v'ha detto d'inginocchiarvi dinanzi a me?

Chartier                         - No.

Giovanna                      - Preferisco non vedermi nessuno ai ginocchi.

Chartier                         - E così sarà: ve ne dò assicurazione. (Si alza, si spolvera le ginocchia) Non è una posi­zione in cui ci si senta perfettamente a proprio agio. Prima di proseguire mi vorreste dire perché volete vedere il Delfino e con quale autorità venite?

Giovanna                      - (rendendosi conto che di qui comincia la sua missione) Porto messaggi di speranza e di incoraggiamento per il Delfino da parte del Signore dei Cieli, e se questa è la volontà di Dio, confido di vederlo al più presto, perché il tempo è breve.

Chaetiee                        - Il suo tempo?

Giovanna                      - No: il mio. Io non ho molto tempo dinanzi, io ho così poco tempo che non posso perdere né notti né giorni né ore... Debbo essere a Chinon stasera...

Chartier                         - Ci sarete. sarebbe meglio infatti che scivolassimo dentro prima che le tavole diventino troppo affollate. È opportuno mandar a prendere i cavalli.

Giovanna                      - Sentito, Bertrand!

Poulengy                       - Sì. I cavalli avranno avuto il tempo di sfamarsi. Vado a prenderli. (Esce).

Chartier                         - Il Delfino non ha aggiunto altro oltre ciò che io ho detto, ma per vostra soddisfazione posso affermare che la vostra strategia s'è dimostrata eccellente, la vostra tempestività perfetta e il vostro metodo d'avvicinamento incomparabile. Non so trovare un altro nome in tutta la storia di Francia che sia sbocciato con tanta rapidità, altro entusia­smo che abbia raggiunto tanta estensione, altra carriera che proceda sotto auspici così favorevoli. Non ho guardato bene i vostri compagni e perciò non posso indovinare chi è il cervello di tutto, ma è certo che la vicenda è stata immaginata e diretta da qualcuno dotato d'intelligenza e di fantasia dav­vero portentose.

Giovanna                      - Quale vicenda?

Chartier,                        - Questa della vergine di Lorena. Vedete: con me non è necessario che continuiate a recitare. Io conosco i retroscena di corte, e in quanto poeta ho confidenza con tutte le illusioni. (Giovanna tace, Chartier prosegue pacatamente) Se son quattrini ciò che cercate, v'accorgerete presto che il Delfino non ne ha. È Tremolile che tiene la cassa. Comunque, per quel che riguarda il danaro, vi sareste trovata assai meglio dall'altra parte. Il duca di Borgogna nuota nell'oro. Può comprare chiunque, e lo fa.

Giovanna                      - (a De Metz) Capite cosa vuol dire quest'uomo1? (Riappare Poulengy e aspetta di poter parlare).

De Metz                        - Se ho capito non mi piace.

Chartier                         - Allora non siete voi che date gli ordini... (Poulengy si riunisce agli altri).

Poulengy                       - Dobbiamo aspettare un po'.

Chartier                         - Forse è lui? Stavo dicendo che il vostro successo dev'essere certamente attribuito ad un'intelligenza superiore che preferirei individuare subito... così come sarebbe opportuno che mi ragguagliaste sui vostri accordi privati... perché si sappia almeno che cosa non si deve dire.

Poulengy                       - Accordi privati?

Chartier                         - Come vi sistemate per dormire, eccetera. È preferibile che queste cose si sappiano subito, non foss'altro che per convenienza.

Poulengy                       - Signore, poiché non disponiamo di molto danaro e abbiamo attraversato troppi paesi borgognoni le cui locande non ci davano affidamento di sicurezza, abbiamo dormito quasi sempre in aperta campagna. Dormiamo tutti e tre insieme, la Pul­zella in mezzo a noi che le diamo calore e protezione, e una coperta ci basta.

Chartier                         - Menage a trois?

Poulengy                       - Signore, se avete intenzione di dire qualcosa contro la Pulzella, qualcosa che suoni equivoco o irrispettoso, vi avverto che dovrete stare in guardia. Jean de Metz è pronto di mano e colle­rico dì temperamento, e altrettanto vi si può dire di Bertrand de Poulengy... che sono io...

Chartier                         - Vi domando scusa. Cosa debbo pensare? Cosa debbo dire?

Poulengy                       - Signore, questa è la Pulzella di Lorena. In tutto il tempo che abbiamo cavalcato insieme non ho avuto un pensiero cattivo per lei, non un cattivo impulso.

De Metz                        - E io neppure.

Giovanna                      - Vi chiamate Alain Chartier?

Chartier                         - Sì.

Giovanna                      - Allora, messer Alain Chartier, vi dirò che noi non abbiamo bisogno di essere guidati in città da voi... e non ci serve il vostro aiuto per trovare il Delfino. Non è il Delfino che vi ha mandato. Il Delfino è un uomo onesto e degno, che merita d'esser re. Voi parlate come se viveste in un nido di vipere.

Chartier                         - Infatti. Debbo dire che mi intrigate molto.

Giovanna                      - Perché siamo onesti?

Chartier                         - È possibile che questi tre siano tre contadini sempliciotti e che tutto questo scompiglio sia proceduto da loro?

Giovanna                      - Se volete conoscere la verità ve la posso dire molto semplicemente: il Signore mi ha scelta, e ha scelto questi uomini per proteggermi.

Chartier                         - E allora il Signore vi aiuti.

Giovanna                      - Così è.

Chartier                         - Il Signore vi aiuti. Sì, credo che sia vero: voi venite qui in onestà. Che cosa vi fa credere che voi potete soccorrere il Delfino?

Giovanna                      - Mi è stato rivelato.

Chartier                         - Avete avuto una visione, senza dubbio?

Giovanna                      - Molte visioni.

Chartier                         - Povere creature sperdute.

Giovanna                      - Abbiamo fatto una lunga cavalcata nell'inverno e siamo giunti in vista del luogo ov'eravamo diretti. E voi dite che siamo sperduti.

Chartier                         - Io non sono ricco, ma si dà il caso che in questo momento mi trovi qualche soldo nella scarsella. E voi tre mi toccate proprio il cuore. Prendete, e rimettetevi per la strada dalla quale siete venuti e vivete felici. Dio sa cosa vi potrebbe accadere qui.

Giovanna                      - Voi dite il vero. Dio lo sa. Dove sono questi cavalli? (Si volge con un moto di impa­zienza).

De Metz                        - Sono all'abbeveratoio. Bisogna pur che bevano.

Giovanna                      - Sì, lo so. Ma noi aspettiamo sempre... aspettiamo dovunque. E in ogni luogo ci vuol tanto tempo.

Chartier                         - Non so perché m'interessi tanto a voi. Se volete andare a Chinon e mettervi nei guai è affar vostro. Ma capisco che siete una bambina... con un cervello di bambina e nessun sospetto del luogo che state per affrontare. Non meritate ciò che vi attende, Pulzella della frontiera. In quella corte non c'è altro che male. Un debole reggitore attira il male a sé allo stesso modo che il cane morto attira i corvi. Non c'è più nessuno intorno a Carlo: solo morti, moribondi e avvoltoi. Ha perduto quasi tutto il suo regno e vende ciò che gli è rimasto, ettaro dopo ettaro, per pagarsi i suoi piccoli piaceri. Io mi trovo a vivere fra quelle brutture e il loro fetore guasta i miei versi. Scrivo poesie orribili a causa dei parassiti e degli usurai che mi circondano. Dicono che avete promesso di porre una corona in capo a Carlo e di rompere l'assedio di Orléans in suo nome...

Giovanna                      - L'ho promesso.

Chartier                         - Lasciate che vi parli della sua corona e del suo regno... intanto che i cavalli finiscono l'abbeverata. La madre di Carlo, Isabeau, dice che egli è un bastardo e come tale non ha alcun diritto al trono di Francia. Essa documenta formalmente questa sua affermazione, e la storia dei suoi amori è più che sufficiente a confermare ciò che dice. Per quanto ne so io, Carlo non si preoccupa affatto se è bastardo o no, ne si dà pensiero di chi governa la Francia - se i Francesi, gli Inglesi, o i Borgognoni -finché può mantenere la sua piccola buffa corte ed ha tutte le femmine che vuole e abbastanza quat­trini da tener lontani i creditori importuni.

De Metz                        - Vorresti farci credere che il nostro Delfino è così?

Chartier                         - Il vostro Delfino è così. Gli sono abbastanza vicino pei; poterlo dire. Passo la maggior parte dei miei giorni e delle mie notti cercando di divertirlo. Non che divertirlo sia difficile. Kide di sé stesso. Non ha di sé il minimo rispetto. Gli ho detto in faccia che i suoi loschi commerci con Tre­molile sono la prova ch'egli è un bastardo: ci ha fatto una risata sopra. Gli ho detto che ha trasfor­mato la Casa di Valois in una casa di tolleranza... e che era l'unica di quel genere che perdesse danaro: e ha riso. Se può ricavare quattro soldi di profitto da qualunque virtù voi gli portiate non esita a ven­dervi e gettarvi in un angolo dopo avervi spremuto. Attorno a lui non c'è più traccia di onore e di decenza. In nessun campo... nella politica, nella religione... e nell'arte. Niente altro che carogne e corvi.

Giovanna                      - Se questo è vero perché Carlo avrebbe mandato voi a ricevermi?

Chartier                         - Voi avete suscitato grande commo­zione. Con voi egli può radunare un esercito e spa­ventare i Borgognoni quel tanto che basta per farsi dare da loro un po' di danaro.

Giovanna                      - Se sarà radunato un esercito mi metterò io alla sua testa e le città di Borgogna non saranno minacciate soltanto... ma conquistate... e una volta che io l'abbia prese non cambieranno più di mano...

Chartier                         - Saranno rivendute prima di firmare la capitolazione!

Giovanna                      - Può essere che il Delfino abbia per­duto la fede in sé e nel regno di Francia. Io gli resti­tuirò questa fede, messere, e con l'aiuto di Dio gli restituirò tutta la Francia. Dietro di me, Alain Chartier, in tutte le città che ho attraversato uomini e donne parlano della riscossa cui io guido la Francia. Dovunque sono stata vista i Borgognoni non sono più sicuri, ed essi lo sanno. Dovunque ho dormito per terra un mormorio s'è levato a percorrere la gente e uomini in armi si muovono a raggiungere il Delfino che sta per essere re. Non è opera mia. Io sono una povera ragazza, e tutta la mia forza risiede in questo, che sono stata scelta da Dio. Questo è tutto quello che ho, ma è ciò di cui hanno bisogno,' e sarà sufficiente. Vedete questi due uomini che sono con me. Erano soltanto soldati. Non avevano la fede... ma ora ce l'hanno. E tutta la Francia avrà la fede. Accompagnatemi dal Delfino che sarà il nostro re.

De Metz                        - I cavalli sono pronti.

Chartier                         - In nome di Dio...

Giovanna                      - E non nominate il nome di Dio invano. Non permetto che si nomini invano il Suo nome in mia presenza.

Chartier                         - Davanti a Dio, allora... non siete né un'imbrogliona né. una pazza.

Giovanna                      - Alla prima cosa non posso rispondere, perché non so cosa significhi questa parola. Se sono pazza, è certo che il Signore non ha rivolto contro di me la mia follia.

Chartier                         - Può darsi che sia io il pazzo... perché c'è una luce nel vostro viso, qualcosa come una luce che mi abbaglia. Comincio a credere... sì, se. è ancora possibile soccorrere la Francia... voi la soccorrerete. se qualcun altro fosse Delfino... io... o Dunois... chiunque altro... ci potrebbe essere speranza. Ma in quell'uomo non c'è nulla. È vuoto. E se non riuscirete a trionfare nel luogo dove siete diretta... allora, ragazza, non sperate di poter vivere ancora a lungo.

Giovanna                      - So perfettamente che sto per morire.

Chartier                         - Lo sapete?

Giovanna                      - Ma non prima di aver restituito la speranza alla Francia. Non prima di averle inse­gnato come si vince.

Chartier                         - Non avrei mai creduto che una cosa simile fosse possibile, ma comincio a credere... a credere... Dio sa... Voi mi restituite integra anche la mia povera fede inaridita.

Giovanna                      - Dovete riavere integra la vostra fede se siete uomo di Francia; perché tutta la Francia sta per essere nostra.

Chartier                         - Ecco: per nessuna ragione mi sono mai inginocchiato davanti una donna, tranne che non fosse assolutamente necessario, ma ora sento uno strano desiderio di inginocchiarmi davanti a voi e di baciarvi la mano... per le cose che avete detto e... (s'inginocchia) perché... ecco... perché c'era una intenzione ironica in quel mio primo saluto... e io voglio farne ammenda.

Giovanna                      - (nascondendo la mano) Sono sudicia e stanca del lungo viaggio, e non c'è tempo per queste piaggerie cortigiane. Accompagnatemi dal Delfino.

Chartier                         - E potrò guardarlo in faccia quando vi parlerà per la prima volta.

Al                                  - Sipario.

TERZO INTERLUDIO

(Mary Grey prende Sheppard per la mano aiutandolo a rialzarsi),

Sheppard                       - (spolverandosi le ginocchia) Grazie, signorina Grey... Sapete, dovevo aver qualcosa negli occhi che non andava, o davvero voi avevate una specie di luce in viso mentre dicevo quella battuta. Io...

Mary                             - Viene da dentro, Sheppard... è uno di quei tanti trucchi che inventano adesso, come la cravatta fosforescente...

Sheppaed                      - Ma io dico davvero, senza scherzo: c'era qualcosa.

Al                                  - (sopravvenendo da sinistra) Tutti in pal­coscenico, per favore. (Gli attori cominciano ad entrare).

Mastees                         - Come fate per il letto, nella scena seguente, Al?

Al                                  - Come ieri, credo. Sgabelli e panche.

Mastees                         - Bene, ma almeno date a Tessie qual­cosa su cui si possa appoggiare. (Sale in palcoscenico) Potete recitare là sopra?

Tessie                            - (volgendosi) Bè: chi ci vanno di mezzo sono le mie calze. (Passa una mano sulla superficie della sedia, poi prova cautamente a distendersi).

Al                                  - Sembra che abbiate le giunture arrugginite.

Tessie                            - No; ho un invito a cena. (Ormai gli attori sono quasi radunati).

Mastees                         - Dove sono le voci?

Tessie                            - Credevo che non ne aveste bisogno.

Mastees                         - Ho bisogno di tutti. Desidero che tutti quanti ascoltino ciò che sto per dire.

Tessie                            - Oh!... (Esce correndo a destra).

Jefeson                          - (entrando) Che scena stiamo facendo?

Al                                  - Masters vuole tutta la compagnia.

Mastees                         - Entrate tutti e mettetevi a parte. (Rientra, Tessie con le voci. La compagnia si è siste­mato a sinistra, parte in piedi parte a sedere. Masters è a destra. Si accomoda su una seggiola che cede sotto il suo peso) Dio stramaledica i mobili in serie! Bene, figlioli, procediamo per ordine. sarò breve perché abbiamo ancora la prova da finire, ma -mi sono trattenuto un po' a discorrere con Mary e ho scoperto che non siamo tutti della medesima opinione, per cui ritengo di dover metterne in chiaro le ragioni prima di proseguire... Ma perché una gamba di queste maledette sedie deve sempre andare in pezzi? Questo è un punto fondamentale... Mary, dunque, afferma con molta onestà che non le piace il modo con cui vengono fatte le revisioni e che parecchi di voi sono del suo parere. È vero, signor Kipner?

Kipnee                          - Credo di sì, mister Masters, per quanto ieri sera io non abbia preso parte alla discussione.

Mastees                         - Bene. E chi c'era?

Long                             - C'ero io, Jimmy... e credo proprio di dover condividere l'opinione di Mary... sì, in pieno.

Mastees                         - Ma che cosa avete detto?. Che cosa ha detto Mary?

Long                             - Bè, ha detto questo.

Mastees                         - Allora, Mary?

Mary                             - Capisco dove volete arrivare, natural­mente. Volete mettermi in condizione di dovermi mostrare intera di fronte a tutta la compagnia.

Mastees                         - Bene, può anche essere questo, Mary, ma non è solo questo. Dobbiamo discutere questa questione adesso o non discuterla, affatto, e tutta la compagnia deve stare a sentire. E se il copione deve essere rimaneggiato dobbiamo saperlo entro oggi. Domani sarebbe già troppo tardi.

Mary                             - Benissimo. Ripeterò ciò che ho detto ieri sera. Ho sempre desiderato di interpretare la figura di Giovanna. L'ho studiata e ho letto studi sopra di lei per tutta la vita. Ha un significato, per me. Vuol dire che le cose grandi di questo mondo sono determinate tutte dalla fede... che tutti i capi i quali hanno avuto un peso e un seguito nella storia erano sognatori, creature che seguivano una loro visione. I realisti, gli uomini di buon senso non hanno mai dato inizio a niente. Possono soltanto fare ciò che è loro suggerito dai visionari. E così è degli scienziati che sono grandi solo in quanto sono sognatori.

Mastees                         - Capisco perfettamente, Mary. Tutti viviamo per qualcosa che è fede e sogno. Tutti se­guiamo una scintilla di qualche genere e nessuno può dimostrare che il suo fuoco non sia altro che un fuoco fatuo.

Maey                             - Ma avevo anche un'altra ragione per voler interpretare questa commedia. Per me la vita di Giovanna significa questo... che chi muore per una grande causa... per qualcosa in cui crede così profondamente da poter morire per essa... non è una vita perduta... e il suo sacrificio non è perduto... e da questa morte il mondo può veramente diven­tare migliore e diverso. Credo che ognuno di noi abbia perduto qualcuno in guerra... qualcuno al quale volevamo bene e che non vedremo più. A me è accaduto. E ho voluto recitare in questa commedia perché poteva voler dire... che Lui non è morto... nessuno è morto di quelli che hanno dato la vita per il mondo in cui crediamo Essi hanno salvato questo mondo per noi... l'hanno conservato per noi. Sono più vivi di quanto non lo siamo noi, perché noi non muteremo mai il mondo... ed essi l'hanno fatto.

Mastees                         - Sì.

Maey                             - Voi dite sì, ma non è sì che volete dire, perché il concetto in obbedienza al quale si sta ritoc­cando il lavoro è un concetto di compromesso e di riserva, un concetto che vi è caro. Ieri avete detto che nessuna fede può sostenere un serio esame critico...

Mastees                         - Sì, dicevo che...

Maey                             - E io non ci credo! Non credo che Giovanna sia morta invano, né che siano morti invano quelli che son morti in guerra!

Mastees                         - No... neanch'io...

Mary                             - Ma non è questo che vuol dimostrare la commedia così com'è stata trasformata... non vuol dir questo la scena dell'incoronazione, quand'essa scopre che il Delfino è disonesto e mentitore eppure gli concede egualmente la corona?

Mastees                         - No. Questo significa esattamente il contrario.

Mary                             - Vi sarei grata se mi spiegaste in che modo.

Masters                         - Mary cara, al mondo ci sono bottegai e biscazzieri. Di tanto in tanto capita in questo basso mondo un santo o un profeta e esercita sulla gente un'influenza così grande che anche i politicanti e i bottegai debbono occuparsi di loro. Ma non possono abbandonare la terra in nome dei pro­feti. Debbono mandare avanti i loro commerci perché l'opinione pubblica rimanga tranquilla, e cercar di sbarazzarsi dei santi più presto che possono. Una volta ogni tanto accade che un santo sia al mede­simo tempo anche mercante, come Lincoln o Roo­sevelt, e allora riesce a farsela con gli imbroglioni e a lavorare per il bene di tutti contemporaneamente. Ma quasi tutti gli imbroglioni tengono i posti di co­mando e la gente comune e gli uomini di buona volontà stanno ai margini e non hanno voce in capitolo tranne che per il fatto che possono mandare tutto a carte quarantotto quando le cose non vanno come vorrebbero loro.

Mary                             - Già. Ma che c'entra tutto questo con Giovanna'?

Mastees                         - Solo»per questo, c'entra... che c'erano mercanti al tempo suo... e ci sono mercanti adesso. E lei dovette decidere se era il caso di mettersi al fianco di quel suo gaglioffo d'un re per cercare di renderlo vantaggioso al popolo, oppure se non era meglio abbandonarlo, esattamente come capita a noi che ci troviamo a dover decidere se è il caso di tener un occhio sulle Nazioni Unite o se non sia meglio lasciarle perdere e guardare da un'altra parte. Proprio in questo momento gli imbroglioni stanno discutendo su chi deve spadroneggiare in terra e un mondo di gente tiene gli occhi fissi su questi individui che dividono imperi e dice: «Ma a che serve? Abbiamo fatto la guerra per essere liberi, milioni d'uomini sono morti, ed ecco di nuovo questi briganti che litigano intorno all'osso! ». E la gente diventa cinica e non gl'importa più di niente. Ora, secondo me, ciò che deve dimostrare questa commedia è che non bisogna mai disinteressarsi, non bisogna mai lasciar perdere. Che dobbiamo avere una fede, e dobbiamo costringere i briganti alla nostra fede... al governo mondiale, alla pace mondiale o a quel che sia...

Mabt                             - Ma perché allora tirare in gioco Giovanna! Perché prendere la creatura più semplice, più onesta, più pura che sia mai stata al mondo e dire che deve prendere parte al mercanteggiamento per compiere la sua missione?

Mastees                         - Perché è vero. Se non avesse imparato a parlare e ad andare per il mondo e a discutere con la gente e a incontrarsi con il re e a trattare con lui... se non avesse imparato a destreggiarsi con la corte stupida e gaglioffa di quel re, non avrebbe mai potuto cominciare. Non ci sarebbe stata una Francia.

Maby                             - Non è vero. Io credo che se mai avesse fatto una cosa di cui non era persuasa, se mai avesse permesso che fosse pronunciata una parola disonesta senza controbatterla, non avrebbe avuto alcuna influenza. Il compromesso non è una virtù. Chi accetta il compromesso è finito.

Mastees                         - Ma non passa giorno in cui non ac­cettiamo un compromesso.

Maby                             - Noi: ma non un santo! Questa è la dif­ferenza fra noi e il santo!

Mastees                         - E allora il santo deve trovarsi qualcuno che faccia i compromessi per lui.

 Maby                            - Non ci credo. Non so dire altro, ma non ci credo.

Mastees                         - Cosa dobbiamo fare, secondo voi: proseguire con la scena seguente, o no?

Maby                             - Volete dire... lasciando le cose come sono?

Mastees                         - Per il momento.

Maby                             - Benissimo.

Mastees                         - Andiamo avanti, AI.

Al                                  - Sgombrate il palcoscenico per la scena seguente, prego. Giovanna ad Orléans. (Gli attori cominciano a allontanarsi, eccetto Ward che ha parte nella scena di Orléans, e Mary che aspetta di parlare a Masters. Al e Tessie finiscono di parlare a Masters. Marie, la costumista, fa capolino).

Mabie                            - Volete provare il costume da Delfino, mister Ward?

Wabd                            - Bene: sarò vanitoso, ma dico di sì. (Marie lo aiuta ad indossare il costume).

Mary                             - Mi sembrava che aveste parlato di far provare anche me in costume, con l'armatura.

Mastees                         - Infatti.

Maby                             - È un ordine?

Mastees                         - Assolutamente.

Maby                             - Con quell'armatura indosso sembro una lampada da tavolo.

Mastees                         - La quale, come sapete, risplende ed illumina.

Maby                             - Ma io no. Non oggi, quanto meno. (Esce a sinistra. Ward e Tessie hanno preso posto su quello che è indicato come un letto).

Mastees                         - Pronti, Al. (A Ward) Voi state dor­mendo. Vi svegliate... esattamente quando il sipario è completamente alzato.

Ward                             - Sta bene.

Al                                  - Su il sipario. Campane delle cattedrale. Don don don don don don don don don don don don.

GIOVANNA BI ORLÉANS

Il Delfino                      - (Ward) Dodici? (Si mette a sedere) A mezzogiorno ho un appuntamento.

Aurore                           - (Tessie) Mettiti giù e fai la nanna.

Il Delfino                      - Non posso. Deve venire qualcuno.

Aurore                           - Qui?

Il Delfino                      - Soltanto il solito idiotissimo con­siglio. L'arcivescovo di Rheims, il duca di Tremoille e il Bastardo. Dovunque vada continuo a imbattermi negli stessi individui che si sentono in dovere di esprimermi le loro opinioni.

Auroee                          - E tu perché glielo permetti? Il Delfino sei tu, no?

Il Delfino                      - Il guaio, cara Aurora, è che io sono un uomo ragionevole, e un uomo che sta a sentire le ragioni altrui non può sperare di spuntarla contro la gente irragionevole. Il vescovo e il teso­riere mi piombano addosso e mi fanno fare qualcosa, poi mi piombano addosso Giovanna e il Bastardo e me la fanno disfare...

Aueore                          - Ma come fanno a farti fare...

Il Delfino                      - Insistono. È gente priva di logica. Mentre io sono logico. So che tutte le decisioni umane sono fondate su motivi insufficienti. L'uomo non ha neanche quel tanto di giustificazione che lo dovrebbe far alzare al mattino. (Si alza).

Aurore                           - E allora torna a letto. Ti prego.

Il Delfino                      - Non posso. Io... (Indossa la vestaglia).

Aurore                           - Allora è meglio che io me ne vada. Ho paura di essere d'impiccio.

Il Delfino                      - No; se te ne stai tranquilla sotto le coperte e non te ne vai a passeggiare in giro senza niente addosso.

Aurore                           - Come si chiama questa città dove siamo arrivati ieri sera?

Il Delfino                      - Orléans, si chiama. Anzi, ora che ci penso, credo che non avrei mai dovuto permettere a quella gente di trascinarmi qui. È pericoloso. Una battaglia è sempre una battaglia e non si sa mai come può andare a finire. Ma Giovanna, come al solito, era assolutamente irragionevole.

Aurore                           - Hai paura?

Il Delfino                      - Paura, io? Si capisce che no. Sol­tanto, trovo che un re non dovrebbe essere messo in una posizione pericolosa. È cattiva strategia. Supponi che io venga catturato. Pensa al riscatto che dovremmo pagare... E tutto per colpa di quella vergine. Tremolile seguita a ripetermi che se non mi decido a metterci riparo quella mi spoglia di tutta la mia autorità... per cui, io...

Aurore                           - Non è vergine.

Il Delfino                      - Oh, sì: assolutamente illibata. Sono stati fatti accertamenti.

Aurore                           - Davvero?

Il Delfino                      - Dalla più severa delle giurie... una commissione di donne gelose e diffidenti. E hanno detto ch'è illibata. Nel complesso, ha delle visioni e vince le battaglie. Però è seccante. Riesce a indisporre tutti. Si arroga ogni autorità. Bisogna metter fine a questo stato di cose.

Aurore                           - Bè, io credo che mi farò un sonnellino. (Avanzano Jeffson (Tremolile], Kipner (l'arcivescovo di Rheims] e Long (Dunois di Orléans]. L'arcivescovo ha la mitra).

Il Delfino                      - Vuoi mangiare un boccone?

Aurore                           - No: voglio soltanto dormire.

Il Delfino                      - E io anche. (Sta per tornare a letto quando Dunois alza la mano alla porta immaginaria: il direttore di scena picchietta s-ul tavolo) Lo sapevo. Eccoli qua. Copriti le gambe. Entrate. (Si leva, in piedi. Entrano Tremolile, Dunois e l'arcivescovo di Rheims).

Tremoille                       - Temo di disturbare Vostra Altezza.

Il Delfino                      - E io temo che voi ve la godiate un mondo a disturbare mia altezza.

Rheims                          - Sono le dodici, signore.

Il Delfino                      - Lo so.

Dunois                          - Ed è dalle sette che si combatte.

Il Delfino                      - Infatti m'era parso di sentire qualche rumorc. siamo mica in pericolo?

Tremoille                       - Voi siete in pericolo.

Il Delfino                      - lo? Proprio io? (Si volge verso il letto) Aurore!

Tremoille                       - Lasciate dormire la vostra piccioncina. Siete in pericolo voi, personalmente. Ma non da parte degli Inglesi. In pericolo di perdere molto denaro.

 Il Delfino                     - Danaro? Non vedo come. Non posso perdere dei quattrini se prima non li trovo.

Tremoille                       - Li avreste già trovati se la vostra vergine di Lorena si decidesse a combattere con un poco più di buon senso!

Il Delfino                      - Che cosa ha fatto, questa volta?

Dunois                          - Se ci tenete a saperlo, questa mattina ha espugnato tre forti: Saint Loup, les Augustins, e Saint Jean le Blanc.

Il Delfino                      - Ma questa è una vittoria.

Dunois                          - Una serie di vittorie.

Il Delfino                      - Ma allora stiamo vincendo!

Tremoille                       - Vittorie, già.

Il Delfino                      - Ma allora perché voi siete venuti qui?

Rheims                          - Perché è tempo che voi rivendichiate la vostra autorità sopra quella ragazza. Queste vittorie vi costano largamente non soltanto in danaro ma in prestigio. Noi siamo veramente desolati di disturbarvi...

Il Delfino                      - Oh, vi posso perdonare. M'ero alzato un po' tardi, effettivamente.

Rheims                          - Infatti. (Dà un'occhiata al letto. Aurore si rigira).

Il Delfino                      - Ma qual è il motivo delle vostre rimostranze contro Giovanna?

Tremoille                       - Agisce senza consultare nessuno. È testarda. E non vuol dar quartiere ai nobili. Non vuol permettere che si trattino i riscatti. Non si degna mai di pensare al problema finanziario. Noi perdiamo migliaia di fiorini... migliaia!

Rheims                          - Aveva già iniziato un quarto assalto quando noi ritenemmo di dover intervenire... in vostro nome.

Dunois                          - A dire il vero, siamo qui per avvisarvi che i soldati leveranno alte grida quando si tro­veranno davanti a quella porta sbarrata. E anche Giovanna andrà in collera.

Il Delfino                      - Quale porta?

Dunois                          - Quella del fiume, Giovanna stava per attaccare le Tourelles.

Il Delfino                      - Ma è impossibile prendere le Tourelles.

Tremoille                       - Quel che dico anch'io.

Rheims                          - Sir WiUiam Glasdale urla a gran voce ch'egli può resistere cent'anni alla Tourelles contro di noi e io ritengo che abbia perfettamente ragione.

Il Delfino                      - Posso domandare chi è stato a dar l'ordine di chiudere la porta? Solo per pura curiosità, naturalmente.

Dunois                          - Sono stato io, Altezza. Mi spiace di non essere dell'opinione di Giovanna, ma io penso che, prima, dovremmo attaccare una delle posizioni più deboli. St. Price, per esempio... o un'altra da quella parte. Le Tourelles sono assolutamente inespu­gnabili se prima non le abbiamo aggirate di fianco.

Il Delfino                      - Sono d'accordo con voi: U vostro punto di vista è esatto.

Tremoille                       - Ma il nocciolo della questione è questo, Altezza... ch'essa non deve guidare nessun altro attacco se prima non si è consultata con voi. Vi sta privando delle prerogative regali. Voi stesso dovete mettervi a capo delle truppe.

Il Delfino                      - Signori: son sempre pronto a fare una cosa ragionevole, ma non mi potete chiedere di mettermi a guidare dei soldati. Non intendo com­battere nessuna battaglia. Quest'idea delle battaglie è .venuta a Giovanna. Non a me Non m'importa niente di diventare re. E comunque, se a lei piace far battaglia, voi lasciate che se la faccia.

Rheims                          - Poco a poco quella ragazza vi sottrae l'eredità della vostra potenza. Quei soldati che sta­mattina hanno preso i forti dì chi sono? Sono vostri o sono della Pulzella?

Il Delfino                      - Ma la colpa è più mia che sua, perché io non m'ero ancora alzato. E comunque, anche se fossi stato alzato, avevo ancora da far colazione.

Rheims                          - Ma il Bastardo era alzato. Chi segui­vano, i soldati? Voi, o Giovanna?

Dunois                          - Seguivano soprattutto Giovanna: effet­tivamente, quando salta su quel cavallo nero con quella sua armatura bianca, è una figura da seguire.

Rheims                          - Ma ormai la cosa ha passato ogni limite, Dunois. Se dovesse verificarsi una divergenza di vedute fra Giovanna e il nostro Delfino - se uno andasse da una parte e l'altra dall'altra - il popolo chi seguirebbe?

Il Delfino                      - Non me.

Rheims                          - Chi è che governa la Francia, allora?

Dunois                          - Signori, signori, io comando l'esercito, Giovanna è sotto di me; io sono sotto Carlo. Egli può allontanare uno di noi o tutti e due allo stesso tempo.

Rheims                          - Può davvero? Il popolo e l'esercito hanno fatto di Giovanna il loro simbolo, la loro bandiera. Per essi, Giovanna rappresenta assai più di quanto mai abbiate rappresentato voi. Provate a sbarazzarvi di lei e vi troverete in mezzo a un uragano come non avete mai visto l'eguale. La Casa di Valois non ne uscirebbe salva.

Il Delfino                      - Ma io non penso affatto a sbaraz­zarmi di lei. Io sono...

Tremoille                       - Se non potete sbarazzarvi di lei, potreste almeno servirvene. Mentre, ora, ò lei che si serve di voi. Non dovrebbe consentire ai suoi soldati di uccidere gentiluomini che potrebbero pagare cospicui riscatti. Tutti gli aristocratici devono esser catturati e trattenuti con ogni riguardo. Dovreste insistere su questo punto. E, insistendo, otterrete di rimpinzare le casse esauste e, inoltre, è un modo per restaurare la vostra autorità.

Dunois                          - Non è della vostra autorità che si danno pensiero. Altezza, ma della loro. Stamattina, Giovanna ha ordinato che tutti i soldati si con­fessassero prima di andare in battaglia. E i soldati hanno obbedito. Ha ordinato che, in sua presenza, nessuno deve bestemmiare... e i soldati non bestemmiano. Ieri sera ha ordinato che tutte le donne di piacere che seguono i soldati fossero rimandate a casa. E le donne se ne sono andate. Tutte. Con pianti, strilli e fagotti. Quando mai l'arcivescovo di Rheims ' è riuscito a convertire un esercito?

Rheims                          - Non ha diritto di interferire in queste cose!

Dunois                          - Sì, ma non è questo che vi sta a cuore! Il fatto è che vi fa ombra! Anche Tremolile ha la sua buona ragione per non volerne sentir più parlare... e io ve lo dirò, questa ragione! (Noble (La Hire] attraversa la scena portando una spada e un casco. E seguito da Giovanna. La Hire alza la mano' alla porta e il direttore di scena picchia con forza).

Il Delfino                      - Chi è là?

La Hire                          - La Hire!

Il Delfino                      - Non potete entrare: siamo a con­siglio.

La Hire                          - Vi domando perdono. Dobbiamo entrare. (Entra impetuosamente, seguito da Giovanna che indossa l'armatura) Chi ha dato quell'ordine?

Dunois                          - Che ordine?

La Hire                          - Chi ha ordinato che ci fosse chiusa in faccia quella porta?

Dunois                          - Io.

La Hire                          - Avevo miglior opinione di voi, Bastardo. Credevo che almeno voi foste dalla nostra parte.

Dunois                          - Lo sono.

La Hire                          - Avete trovato un bel modo per di­mostrarlo.

Giovanna                      - (facendosi avanti) Lasciate che parli io a costoro, La Hire. Perdonateci, mio Delfino. Perdonate i nostri modi inurbani. Siamo tornati da un campo di battaglia dove le parole sono brevi e gli animi tesi. So che siete a consiglio. E che deci­sioni ha preso questo vostro consiglio?

Dunois                          - Personalmente, Giovanna, ho deciso che è meglio non attaccare le Tourelles, se prima non le abbiamo aggirate. Quanto a questi signori, temono che voi stiate indebolendo l'autorità del Ee Io non condivido la loro opinione. sono soltanto incline a procedere con elementare prudenza.

Il Delfino                      - Sì, Giovanna... in un momento di vittoria dobbiamo essere prudenti.

Giovanna                      - Delfino: voi ascoltate il vostro con­siglio, e io ho ascoltato il mio. Le mie Voci mi hanno detto di attaccare le Tourelles subito e con forza. Mi hanno detto di attaccare da tre lati... dal fiume, dalla città, e dalla collina. E abbiamo disposto ogni cosa per l'azione... ma gli arcieri si sono trovati davanti a una porta chiusa. Vi dico che non possiamo fermarci ora, e non vogliamo! I miei soldati non possono esser costretti ad aspettare dinanzi le porte della nostra città... chiuse per vostre ordine al fine di impedirci di combattere la nostra battaglia. Guardate... guardate da quella finestra! (Il Delfino e Dunois guardano nella direzione indicata da Gio­vanna) Il guardiano della porta e il suo ufficiale saranno fatti a pezzi se l'ordine non vien ritirato. (Dunois apre un'immaginaria finestra. Giunge da sinistra un'eco di clamori lontani).

Dunois                          - È vero... si preparano a sfondare la porta.

Giovanna                      - Io non posso trattenerli! Nessuno può trattenerli! Vi dico che il Signore comanda e vuole che le Tourelles siano espugnate.

Rheims                          - Avete sentito? chi governa il vostro regno, ora?

Dunois                          - Iddio, forse. La Hire, andate dal guar­diano, ritirate l'ordine in nome mio, e dite al capitano di dare l'assalto.

La Hibe                         - È ora. Datemi il vostro sigillo. (Prende l'anello che Dunois gli porge ed esce).

Giovanna                      - (scorgendo Aurore) È questa la Regina?

Il Delfino                      - (in tono contrito) No. È Aurore.

Giovanna                      - Alzatevi. Perdonate, gentile Delfino. Se dovete essere re è necessario che vi comportiate da re. Alzatevi, voi.

Aurore                           - E perché?

Giovanna                      - Alzatevi. Non ho tempo da perdere.

Il Delfino                      - Forse è meglio che tu ti alzi, cara. (Aurore obbedisce).

Giovanna                      - Prendete le vostre cose e andate alla porta di St. Loup. Vi lasceranno passare.

Aurore                           - Ma dove volete che vada?

Giovanna                      - Via da questa città. Ho fatto voto di non lasciare una sola meretrice a Orléans, oggi.

Il Delfino                      - Ma questo è un altro caso, Giovanna.

Giovanna                      - Ho fatto il voto, e ho trovato una meretrice nel Iettò del Delfino che sarà nostro re.

Aurore                           - Non so dove andare. Non ho neanche fatto colazione. (Piange).

Giovanna                      - Vi sarà detto dove dovete andare. Quattrocento vostre compagne hanno già varcato quella porta.

Aurore                           - E tu le permetti di trattarmi così?

Il Delfino                      - È meglio che tu vada, cara. Vedi bene come insiste?

Aurore                           - Non ho neanche fatto colazione.

Giovanna                      - Avrete la colazione. (Aurore rac­coglie i vestiti che ha sparsi intorno ed esce. Tremoille fa un cenno per ricordare al Delfino di parlare a Gio­vanna).

Il Delfino                      - Desidero impartirvi alcune istru­zioni su di un punto, Giovanna. Non dovete per­mettere che i nemici di sangue nobile vengano uccisi. Debbono essere invece catturati e trattenuti finché sia pagato il prezzo del loro riscatto.

Giovanna                      - Mio Delfino, se combattono contro di noi saranno uccisi, ne io li lascerò andare per nessuna moneta. Debbo scrivere una lettera a sir William Glasdale, comandante delle Tourelles. Chi può scrivere? Chi vuol scrivere questa lettera per me?

Il Delfino                      - Posso farlo io. (Prende un foglio dì carta e la penna).

Tremoille                       - Altezza, non è conveniente.

Giovanna                      - E scrivetela voi, allora! (Tremoille volge le spalle).

Il Delfino                      - Dettate, Giovanna: io scrivo.

Giovanna                      - « Voi, sir William Glasdale; e voi, uomini d'Inghilterra, non avete alcun diritto di restare in questo Regno di Francia. E il Re dei Cieli vi ordina attraverso la mia persona, Giovanna la Pul­zella, di lasciare il forte e di tornare donde siete venuti. E se non ottempererete a quest'ordine, farò tale strage di voi che sarà ricordata in eterno. Vi avverto per la terza ed ultima volta. Quando vi ho messo in guardia, stamattina, voi, sir William Gla­sdale, mi avete chiamata col nome di cagna e altri che non avreste dovuto pronunziare, perché fra un'ora sarete alla presenza di Dio ». E ora firmatela, « Giovanna la Pulzella».

Il Delfino                      - Non volete firmarla voi?

 Giovanna                     - Vorrei se sapessi scrivere, ma non so. Firmate voi, ve ne prego. E ora, Bastardo, assi­curatela a una freccia e lanciatela dove possa essere raccolta da Glasdale.

Rheims                          - Questa lettera non dev'essere inviata. È sciocca, presuntuosa, sgrammaticata, provoca­trice ed eretica.

Dunois                          - Provocatrice?

Rheims                          - Il nostro Delfino le ha dato ordine di catturare vivi tutti i nobili. Essa lo sfida e minaccia Glasdale di morte.

Giovanna                      - lo debbo fare ciò che le Voci mi comandano. Non posso fare null’altro.

Dunois                          - Eretica?

Rheims                          - Giovanna va troppo oltre. Profetizza la morte di Glasdale. La profezia è stregoneria, e quindi eresia.

Giovanna                      - Non è una profezia. Ma noi pren­deremo il bastione, e nel corso dell'assalto Glasdale cadrà ucciso.

Rheims                          - Dico che è una profezia... e avete profetizzato altre cose. Avete predetto il cambia­mento del vento.

Dunois                          - Questo è vero, Giovanna. E il vento è cambiato. Non che io ve ne faccia una colpa.

Giovanna                      - Ho detto che il vento sarebbe cam­biato... e, naturalmente, è cambiato. Il vento cambia sempre.

Dunois                          - Debbo dire che avete parlato col tono di una profezia dell'Antico Testamento... e io l'ho creduta una profezia davvero.

Giovanna                      - Mi avreste creduta se avessi parlato in altro modo?

Dunois                          - No.

Tremoille                       - C'è un modo solo per porre fine a queste sciocchezze. Prevedete che prenderemo le Tourelles entro oggi?

Giovanna                      - So soltanto ciò che mi dicono le mie Voci. Mi dicono di attaccare oggi nel punto più munito. E mi dicono che Glasdale cadrà ucciso e molti altri con lui... e credo che oggi io verrò ferita.

Dunois                          - Verrete ferita?

Giovanna                      - È cosa che so da molto tempo. Ma guarirò e tornerò a combattere, a dispetto di molti che preferirebbero di vedere le cose andare diver­samente. Datemi la lettera. (Prende il foglio che Dunois le porge e si avvia verso la porta) Il Signore vuole che questa sia mandata e questa lettera sarà mandata. Venite, Bastardo, avrò bisogno di voi. (Esce. Dunois fa per seguirla).

Il Delfino                      - Oh,  Dunois, mi stavate dicendo che Tremoille ha una ragione che gli fa desiderare che io mi sbarazzi della Pulzella. Qual è questa ragione?

Dunois                          - (sulla soglia) Ieri era giorno di paga per i soldati, ma non sono stati pagati. Prima d'ora, ogni volta che non eran pagati, i soldati buttavano via le armi e se ne tornavano a casa. In altre parole, il nostro caro Tremoille era abituato a poter disporre di un diritto di veto. In qualunque momento poteva interrompere una campagna, interrompendo il paga­mento del soldo alle truppe. Ma ora, ai soldati non importa niente di essere pagati o no. Essi seguono Giovanna!... (Esce).

Il Delfino                      - Avete inteso, Tremolile!

Tremoille                       - Ho un udito eccellente.

Il Delfino                      - Sapete a cosa sto pensando!

Tremoille                       - Lo so, ma preferisco sentirmelo dire da voi.

Il Delfino                      - Ce ne accerteremo subito. Il mio tesoro è così carico di debiti con voi, mio caro duca, che devo farmi prestare danaro da voi per pagarvi gli interessi delle somme di cui mi siete creditore. Di modo che il mio debito con voi seguita a crescere e nel medesimo tempo il mio regno e le mie entrate seguitano a diminuire e io inclino a credere che ciò sia dovuto al fatto che ogni volta ch'io vi chiedo un prestito, voi vendete un pezzo del mio territorio ai Borgognoni i quali vi danno il danaro che poi voi mi prestate.

Tremoille                       - Sciocchezze.

Il Delfino                      - Sembrano sciocchezze, ma non lo sono. Andando avanti di questo passo io mi tro­verò completamente spogliato del mio regno, e voi avrete una enorme quantità di danaro. Anzi, avete già un'enorme quantità di danaro.

Tremoille                       - Onestamente guadagnato, Vostra Altezza.

Il Delfino                      - Oh, voi siete perfettamente onesto. In qualità di tesoriere voi intascate i sette decimi di quanto vi passa per le mani, e io non ci posso far nulla perché tutti i vostri traffici sono fatti col nemico, e non c'è modo di recuperare ciò che se ne va. Tutti sanno che siete il più gran ladro e il più impudente mentitore che ci sia in Francia. A parte ciò, siete perfettamente onesto.

Tremoille                       - Volete arrivare ad una conclusione, immagino.

Il Delfino                      - Sì, e vi dirò anche quale.

Tremoille                       - Permettete che ve la dica io, invece.

Il Delfino                      - Oh, la conoscete già?

Tremoille                       - Naturalmente. Voi avete pensato - e chiunque, al vostro posto, avrebbe fatto lo stesso -che se la Pulzella a forza di vincere battaglie riuscirà a restituirvi il vostro regno nella sua integrità, verrà fatalmente il giorno in cui non avrete più bisogno di me. se mettete le mani su due o tre città abba­stanza ricche potrete riscuotere tante tasse quante bastano a pagarmi. Se la ragazza continua e con­quista Parigi, voi diventerete tanto forte da cacciare gli Inglesi dalla Francia... e se voi cacciate gli In­glesi dalla Francia e io non ho i Borgognoni da contrapporvi, bene, voi fate un boccone solo di me e della Borgogna. E di tutti quanti. Non avreste più debiti da pagare. I re non pagano i loro debiti.

Il Delfino                      - Questo è esattamente quello cui stavo pensando.

Tremoille                       - Naturalmente: è pacifico.

Il Delfino                      - Ed è quello che farò.

Tremoille                       - No, Altezza, è quello che non farete.

Il Delfino                      - E perché no?

Tremoille                       - Perché fate i conti senza l'oste. Voi vi cullate nell'illusione di una brillante serie di vittorie ottenute dalla vostra vergine. Ma queste son cose che non possono avvenire. Giovanna ha espugnato tre fortificazioni senza la minima nozione tattica, contando esclusivamente nel proprio pre­stigio personale, sul fanatico entusiasmo dei suoi seguaci, e sul terrore ch'essa ispira agli avversari. Ora, se si fosse fermata a questo punto e avesse continuata la partita usando prudenza, scegliendo le occasioni propizie, avrebbe potuto andar avanti per anni. Ma agendo come agisce finirà per toccare presto o tardi una sconfitta... che segnerà la sua fine. È come il giocatore che raddoppia la posta ad ogni giro perché si trova a vincere. Presto o tardi i dadi devono voltarlesi contro... Se non è oggi è domani, se non dopodomani, o quanto prima. Ma io credo che sarà oggi.

Il Delfino                      - Perché?

Tremoille                       - Perché la sua fortuna è durata più di quanto può durare la fortuna. Credo che non riuscirà a prendere le Tourelles. Sarà screditata come profeta e come generale. Gli uomini cominceranno a mormorare. Non sono stati pagati. Sono stati man­dati a confessarsi come tanti ragazzetti. Gli hanno portato via le loro donne. se ne andranno. Alla prima sconfitta, se ne andranno tutti. Dimenticate il vostro sogno di conquistare una città dopo l'altra, dimenticate il vostro sogno di mangiare me e la Borgogna. È un sogno che non si può avverare. Ma anche se Giovanna riuscisse a conquistare tutta la Francia in vostro nome, questo non vi sarà di aiuto.

Il Delfino                      - lo credo di sì.

Tremoille                       - No, perché in tal caso vi mangerebbe.

Il Delfino                      - Che cosa volete dire?

Tremoille                       - Mio signore: la ragazza è ambiziosa e senza scrupoli. Il suo sogno è di giungere a governare la Francia. Al vostro posto. (si sente un rumore, come uno schianto, che proviene da sinistra).

Rheims                          - Che cos'è?

Tremoille                       - Cannone.

Rheims                          - No, sembrava piuttosto lo schianto di qualcosa che crolla. (Tutti e tre si fanno alla finestra).

Tremoille                       - Si ostina ancora... ancora lo stesso assalto frontale. È priva di fantasia, quella ragazza.

Il Delfino                      - Cosa sono quelle fiamme all'orizzonte?

Rheims                          - Hanno mandato barche incendiarie lungo il fiume. Il ponte sta bruciando.

Il Delfino                      - Il ponte è distrutto! Ecco che cos'era quello schianto! Oh, saggissimi consiglieri tecnici, decrepiti satanassi, non vi siete ancora accorti che i suoi uomini stanno già combattendo entro le Tourelles?... Mentre voi stavate qui a confidare nella sua rovina, essa ha espugnato il forte... essa ha vinto! Avrei dovuto esserci anch'io! Avrei dovuto aiutarla... darle il mio incoraggiamento!

Rheims                          - Ha bisogno di molto aiuto, da parte vostra, e di molto incoraggiamento.

Il Delfino                      - Questa è la fine dell'assedio di Orléans! Li abbiamo battuti! (Esce correndo).

Rheims                          - Pensate che lo dovremmo seguire?

Tremoille                       - Non ho molto interesse per le battaglie. (Giunge da sinistra l'eco di acclamazioni lontane).

Rheims                          - Ha vinto di nuovo.

Tremoille                       - Commetterà un errore. Inevita­bilmente. Volevo domandarvi qualcosa.

Rheims                          - Dite.

Tremoille                       - Forse è meglio che andiamo nei miei appartamenti... Qual è l'atteggiamento della Chiesa di fronte alle visioni e alle profezie avute ed esercitate da persone di condizione laica!

Rheims                          - Non son certo sia stato notificato. (Scompaiono fra le quinte a destra. Un momento dopo, da sinistra, entra Giovanna. Ha una freccia in una mano e un cencio nell'altra. Trovando vuota la stanza va alla finestra e guarda fuori. Alti clamori giungono da sinistra. Giovanna siede su uno sgabello e cerca di tamponare il sangue che le sgorga dalla spalla sinistra. D'improvviso cede e comincia a singhiozzare. Da sinistra entra Dunois. Giovanna è tornata ad essere la fanciullina spaventata della prima scena).

Dunois                          - Giovanna.

Giovanna                      - Sì?

Dunois                          - Non mi proverò mai più a mettere in discussione il vostro intuito. Ormai siamo alla fine.

Giovanna                      - Lo so.

Dunois                          - Come va la spalla?

Giovanna                      - Non lo so. Fa male.

Dunois                          - L'avete lasciata sanguinare abbastanza?

Giovanna                      - Sì. (Si passa il cencio sugli occhi).

Dunois                          - Allora non dovete preoccuparvene troppo.

Giovanna                      - Non mi preoccupo affatto.

Dunois                          - Perché piangete?

Giovanna                      - Perché sono morti. Di orribile morte. Nelle Tourelles in fiamme. E posseduti dal peccato. E sono io che li ho uccisi.

Dunois                          - Uccisi... chi?

Giovanna                      - Gli Inglesi. Oh, Dunois, la morte fra le fiamme è la più orribile che ci sia!

Dunois                          - Piangete per gli Inglesi?

Giovanna                      - Sì. Credevo di desiderare la loro morte. Ho detto loro cose tremende. Ma quando li ho veduti cadere con gli abiti in fiamme in quella acqua in fiamme... allora mi resi conto... di ciò che avevo fatto. E non posso farlo più. Non posso andare avanti. Glasdale precipitò con tutta l'armatura.

Dunois                          - Naturalmente. Ma non capite che abbiamo vinto, Giovanna? Non capite che la mia città è libera? E voi avete fatto questo: voi da sola, credo.

Giovanna                      - Sento la ferita che pulsa orribilmente... e son stata causa di morte per molti uomini... e vorrei non essere mai venuta qui. Vorrei essere ancora a casa. Vorrei poter tornare a casa.

Dunois                          - Ecco: ora siete una bambina, Giovanna. Soltanto una bambinetta.

Giovanna                      - Non lo sapevate?

Dunois                          - No.

Giovanna                      - Me n'ero dimenticata. Perché mi rispettassero e mi ascoltassero. Ma non posso più farlo. Ho affrontato tante cose, perché guardavo in avanti, alla vittoria. Credevo che la vittoria fosse bella. Invece è cupa, e sanguinosa e colma d'odio.

Dunois                          - Non ho mai visto niente di più bello di voi quando stavate in piedi sull'orlo del fossato levando la vostra bandiera. Per caso vi ho veduta proprio nell'attimo in cui siete balzata avanti, inci­tando i soldati a seguirvi. Quando penso alla vittoria penso alla vostra figura, allora... (Entra impetuo­samente il Delfino, seguito da La Hire, Poulengy e De Metz).

Il Delfino                      - È qui?

Dunois                          - Sì.

Il Delfino                      - Giovanna, Giovanna... Che battaglia, che vittoria! Sarete uno dei miei generali più grandi... Non cesserò mai di esservi grato! Darò titolo di nobiltà alla vostra famiglia... Ma perché piange?

Dunois                          - Per i morti.

Il Delfino                      - I morti? Oh, sì. Ma non sono stati tanti.

Dunois                          - Per gli Inglesi morti.

Il Delfino                      - Oh, sì, ecco: certo è stata una grossa perdita. Tutti quei riscatti sfumati. Ma co­munque è stata una grande vittoria anche se non si dimostra subito redditizia. (Entrano Tremoille e Rheims che si fermano nel fondo).

La Hire                          - Siamo venuti per assicurarci con i nostri occhi che voi non vi lasciate mancare le cure, Giovanna. La ferita è profonda.

Giovanna                      - Grazie, La Hire. Andrà tutto bene.

La Hire                          - E vi porto anche un messaggio dell'esercito. Forse ieri, o ancora questa mattina, pote­vano esserci dubbi sul vostro conto. Ora non più. Abbiamo espugnato le Tourelles e Glasdale è pre­cipitato nel fiume e voi siete ferita ma - grazie a Dio - viva. E d'ora innanzi l'esercito è vostro. Io sono un vecchio soldataccio sboccato, ma ho smesso di bestemmiare e di imprecare perché così mi avete ordinato. Noi vi seguiamo, noi seguiamo la Pulzella. Soldo o non soldo, siamo con voi. E ora il vostro esercito chiede di vedervi. Volete aiutarmi che l'accompagniamo, Dunois?

Giovanna                      - (senza alzarsi, asciugandosi gli occhi) Vi prego, La Hire. Credo che non farò più nulla.

La Hire                          - Qualcuno si dava pensiero anche di questo, effettivamente; del fatto che voi scoppiate a piangere per niente... per un'imprecazione o una sbornia... ma ormai, anche questa è una cosa che non ci preoccupa più. Voi siete il nostro comandante... e potete piangere fin che vi pare... che noi Giovanna la seguiamo lo stesso.

Rheims                          - La Hire!

La Hire                          - Dite, arcivescovo.

Rheims                          - Pensate all'anima vostra prima di seguire quella donna. È una strega.

La Hire                          - (volgendosi contro di lui) Pensate alla vostra pelle, prete!

Dunois                          - Non fosse di quel vostro abito religioso, mio signore, non avreste pronunciato quelle parole senza danno.

Rheims                          - Io parlo in nome della Chiesa, capitano. Tutti voi siete stati ingannati da questa fanciulla. Le sue visioni sono fallaci. E porteranno rovina alla Francia.

Giovanna                      - Che cosa volete dire?

Rheims                          - Ciò che ho detto! Le vostre visioni sono fallaci!

Giovanna                      - (alzandosi) E allora io dico che voi mentite! Le mie visioni non sono fallaci e porteranno la Francia alla vittoria! Oggi hanno espugnato Orléans per il Delfino, e recheranno una corona per il suo capo nella vostra stessa cattedrale di Rheims!

Il Delfino                      - Mio caro arcivescovo, voi vi spin­gete forse troppo lontano...

Rheims                          - Vorreste essere incoronato da un'eretica?

Il Delfino                      - Dal momento che non mi sembra tanto facile essere incoronato da voi o da Tremolile! E voi farete quel che avete detto, vero, Giovanna?

Giovanna                      - L'anima mia è grandemente oppressa, oggi. Penso ai molti uomini che sono morti senza essersi confessati... e sarei contenta di tornare a Domremy. E se ci sono nel vostro consiglio uomini che mi hanno chiamata strega ed eretica, io non ho più cuore di andare avanti.

Il Delfino                      - E allora io mi sbarazzerò di questi uomini! (A Rheims e Tremolile) D'ora in poi non siete più graditi nel mio consiglio! Il mio consiglio, d'ora in poi, è formato da Dunois, La Hire e Giovanna! Tremolile e L'Arcivescovo cessano di farne parte! E questo è un editto! Io lo bandisco! Non sto forse per diventare re?

Giovanna                      - (sfidando Rheims e Tremoille) Sì, mio Delfino!  La promessa è stata fatta!  Sarete re!

Il Delfino                      - Avete visto! Non ho bisogno di voi! Andatevene, ladri,., andatevene, che noi possiamo costituire il nostro governo!

Tremoille                       - Sì, mio signore. Desiderate ch'io tornì ai miei commerci, senza dubbio?

Il Delfino                      - Vi manderò a chiamare quando avrò bisogno di voi! Andate!

Tremoille                       - Sì, mio signore.

Rheims                          - Sì, mio signore. (Rheims e Tremoille escono).

Il Delfino                      - Mi chiedo se ho fatto bene a far così. (Da sinistra, fuori, giungono le acclamazioni dei soldati).

La Hiee                         - I soldati vi aspettano, Giovanna. Dobbiamo accompagnarvi da loro.

Giovanna                      - Non ancora, La Hirce. se dovete essere re, mio Delfino, non dovete circondarvi di persone indegne. Quei due non debbono ritornare.

Il Delfino                      - Non li voglio al mio fianco. Non sono onesti, capite? Non fanno altro che proporre sotterfugi e baratti. E si sono arricchiti smisuratamente, assai più di me.

Giovanna                      - Qualunque cosa prendano è tolta al popolo di Francia.

Il Delfino                      - Anche questo è vero. Tolta al mio popolo. Ricchezze smisurate. Fantastiche.

Giovanna                      - E se dovete esser re, mio Delfino, il popolo deve credere in voi.

Il Delfino                      - In me? Non in voi?

Al                                  - Sipario.

QUARTO INTERLUDIO

Masters                         - Che ora è, Al?

Al                                  - L'una in punto.

Masters                         - Bè, facciamo una pausa. Riprenderemo fra un'ora.

Al                                  - Bene, mister.

Masters                         - Oh, Mary; prima d'andarvene volevo ..

Mary                             - Sì?

Masters                         - Volevo dirvi che m'è piaciuta assai la scena sugli scalini. Un'interpretazione splendida.

Mary                             - Credevo fosse meglio.

Masters                         - E non voglio che crediate che io non capisca quali sentimenti provate per gli uomini che son morti in guerra.

Mary                             - Ma non li capite. Voi siete troppo sem­plicista. Non l'ho voluto dire davanti a tutti, Jimmy, ma non mi sembra onesto recitare una commedia che è stata riscritta per dimostrare una tesi com­pletamente diversa da quella che m'era piaciuta quando avevo accettato di prender parte allo spettacolo.

Masters                         - Cerchiamo di spiegarci bene su questo punto, Mary. Volete dire che avete intenzione di piantarci?

Mary                             - Bè, anche questo non sarebbe onesto, dal momento che ormai siamo andati tanto avanti. ma non so delle due cose quale sia la meno onesta... davvero non lo so. E la commedia potrebbe tornare com'era prima senza neanche una prova supple­mentare. È soltanto questione di fare qualche taglio. Tutto il suo significato nuovo è in quel dialogo aggiunto che si può benissimo tralasciare.

Masters                         - Togliendo ogni significato alla com­media.

Mary                             - Ridando alla commedia il significato che aveva quando io la lessi per la prima volta.

Masters                         - Che non voleva dire niente... Signore Iddio, Mary, non è questo il modo migliore per arrivare a una decisione!

Mary                             - Tutte le commedie, come tutti i quadri, nascono in un certa atmosfera, e voi dovrete ricor­dare le vostre antiche convinzioni e rifarvi ad esse. E non vi dovreste lasciar smuovere da ciò che pen­savate prima o, peggio, non dovreste dimenticar-vene.

Masters                         - È esattamente quel che sto facendo.

Mary                             - Quel che sto facendo io.

Masters                         - Quel che stiamo facendo tutti e due, credo.

Mary                             - Guardate che cosa - vuol dire adesso la commedia, Jimmy. Dice che dobbiamo tollerare la disonestà dei potenti per giungere a qualcosa di positivo!

Masters                         - Certo che dobbiamo!

Mary                             - Ma voi non tollerereste la disonestà nella vostra sfera! Non tollerereste la disonestà in teatro!

Masters                         - Mia cara Mary, voi non avete molta esperienza di quello che è l'ambiente teatrale di New York. Qualcosa di spaventoso. Dove ci si trova a dover trattare con gli individui più viscidi. M'avete sentito dire che il teatro nel quale credevamo di dar la prima recita ci è stato affittato da un tale che era riuscito ad avere il permesso con una piccola truffa... e ora questo tale è in prigione e se non gli paghiamo una certa cambiale quello rimane dentro, gli scade la concessione e noi non andiamo in scena.

Mary                             - Non c'è un altro teatro?

Masters                         - Nessuno che sia disponibile.

Mary                             - Io non avrei mai accettato.

Masters                         - Voi non avreste accettato. Ma io sì.

Mary                             - Ma dove si arriva con questo?

Masters                         - Non si arriva da nessuna parte. Il mondo è così fatto. Ed è sempre stato così. E il teatro è una cosa di questo mondo, come tutto il resto. E io sono ancora convinto che, nonostante tatto, vale ancora la pena di metter su un'opera in cui si parla di Giovanna d'Arco. Il genere umano è un ammasso di corruzione corretta da alti ideali. Non si può sacrificare la propria integrità, una parte di essa...

Mabt                             - Non lo farò. Oli, ormai rio capito tutto, e non lo farò! Voi volete che la commedia dimostri che Giovanna ebbe da trattare con gente disonesta onde mettere insieme un regno, esattamente come accade a noi che dobbiamo aver rapporti con altri disonesti per mettere in scena una commedia o costituire un governo mondiale! E non è vero! Non è mai stato vero! Ci si può rifiutare di lavorare con i ladri!

Masters                         - Andrete inevitabilmente a scontrarvi con la disonestà tutte le' volte che comincerete a fare qualcosa!

Maey                             - Non ci credo, e non reciterò per dimo­strare una tesi di questo genere! Giovanna non era così e noi non dobbiamo essere così!

Mastees                         - (sul punto di andarsene) Bisogna che me ne vada, Mary. Ma, prima, vorrei chiedervi se non vi pare di andare un poco oltre le vostre attribuzioni, quando stabilite che cosa la commedia deve dire e che cosa non deve dire.

Mary                             - E chi dovrebbe stabilirlo?

Masters                         - L'autore, direi.

Maet                              - Ma voi, ultimamente, gli avete dato parecchi consigli.

Mastees                         - Tutti possiamo dargli consigli... ma è lui che deve decidere.

Maey                             - Allora credo che gli dovreste dire che io non intendo recitare la commedia così com'è diventata. Giovanna significa qualcosa che per me è della più alta importanza. Era retta, limpida e onesta e io così intendo mostrarla.

Masters                         - (agli attori rimasti) Per ora non c'è altro.

Al                                  - Avete un'ora per la colazione. si riprende alle due. Mastees (a Mary) È la vostra ultima parola?

Mary                             - Sì. L'attrice è tenuta responsabile delle opere che sceglie, non dimenticatelo. E questa, quando io l'ho scelta, era assolutamente diversa. (Frattanto Tessie e gli attori sono usciti da sinistra. Mimane Al che indica sul palcoscenico come dovrà trovarsi Vallare completo).

Masters                         - Non credo che mi darei la briga di mettere in scena questa commedia se fosse rimasta com'era quando voi l'avete scelta. (Scende dal palcoscenico) E non credo neanche che m'occuperò di far uscire quel tipo di prigione. Forse farò soltanto una passeggiatina. Comunque, è meglio che me ne vada a prendere una boccata d'aria prima che mi Tenga un accidente. Al, se non dovessi tornare vai pure avanti con le prove. Fai tutto quel che la signorina Grey ti dice. Lascia che decida lei, a modo suo, tutti gli accidenti che vuole!

Al                                  - Aspettate un momento, voi due! Guardate!

 Mastees                        - Cos'è!

Al                                  - Bè, aspettate! Non so se posso fare...

Mastees                         - Domanda alla signorina Grey. Lei prenderà tutte le decisioni del caso.

Al                                  - Non venite più, voi?

Mastees                         - Non lo so. Adesso vado a fare quattro passi. Quando l'avrò fatti, vedrò. (Si allontana. Al si volge alla signorina Grey).

Al                                  - Io non ho mai diretto una commedia, signo­rina Grey.

Maey                             - Neanch'io. (Siede e prende una sigaretta. Entra Tessie con tre thermos e altrettanti sandwiches incartati).

Tessie                            - Oh, signorina Grey. Vi ho portato un sandwich e un po' di caffè, perché siete in costume e non avete il tempo di cambiarvi. (Dispone il tutto sul tavolo).

Maey                             - Grazie.'

Tessie                            - Crema o zucchero?

Mary                             - Zucchero, grazie. (Tessie comincia a svolgere il pacchetto dei sandwiches) No, credo che andrò a mangiare fuori. (Si alza).

Al                                  - Ma c'è soltanto un'ora.

Mary                             - Lo so. Mi vado a cambiare. E poi andrò. fuori a mangiare. E poi farò anch'io una passeggiata e se non dovessi tornare, bene... allora mister Masters potrà fare tutto quel che gli accomoda. (Si volge ed esce. Tessie e Al si guardano esterrefatti).

Fine prima parte

PARTE SECONDA

Il palcoscenico, un'ora dopo. Sono stati portati altri due elementi scenici, Vallare della cattedrale che è stato collocato nel fondo, in centro; e una sezione

            - in cui è ricavata una profonda- finestra - che è stata spinta contro la parete di fondo.

(Al levarsi del sipario la scena è immersa nell’oscu­rità tranne che per una macchia di luce che cade sul viso di Tessie. La quale è inginocchiata accanto all'altare, con una matita e un taccuino in mano, cercando di collocarsi esattamente nel raggio lumi­noso e socchiudendo gli occhi. Kipner, Jeffson, No-ble, Long ed Elling sono seduti a sinistra. Al è ai piedi del palcoscenico intento a controllare le luci per la prossima scena).

Al                                  - (a Tessie) Vieni un pochino più avanti! (Tessie eseguisce) Là. Credo che più di così non si poteva, senza Mary.

Tessie                            - (gridando a qualcuno, fuori scena, a sinistra)

                                      - Fissati questo punto, Charlie!

L’Elettricista                 - (fuori scena) Sta bene.

Al                                  - Adesso prova a metterti dove si mette Gio­vanna quando incoronano il re. (Tessie va a prendere la posizione indicata) E mettici un pochino più dì slancio.

Tessie                            - Oh, ma bastava che tu me lo dicessi!

Al                                  - Un poco più a destra. (Tessie si sposta) Dov'è la luce, Charlie?

Charlie                          - (fuori scena) Non ci siamo? Ah, eccoci. ( Un fascio luminoso viene proiettato sul viso a Tessie).

Al                                  - Così va bene. Hai fissato il punto?

Charlie                          - (fuori scena) Sì, lo sto facendo.

Al                                  - Adesso, dove si mette Giovanna durante il processo.

Tessie                            - Lo sgabello che adopera è questo. (Prende uno sgabello e lo colloca al posto segnato, poi si mette in posizione per la luce. Entrano da sinistra Gordwell e Dollner).

Dollner                          - Ma non sono le due passate?

Kipner                           - Sì, ma Masters non è ancora arrivato.

Al                                  - Trovato, Charlie?

Charlie                          - (fuori scena) Va bene cosi! (La luce si centra su Tessie).

Al                                  - Buono. Adesso, siediti, Tessie. (Tessie eseguisce) Un poco più indietro. (Tessie si sposta e la luce la raggiunge. Da sinistra entra Masters.)

Masters                         - Al?

Al                                  - Sì, mister Masters!

Masters                         - Ci sono tutti!

Al                                  - La signorina Grey è andata fuori a colazione, e non credo elle sia ancora rientrata.

Tessie                            - Ora guardo di nuovo. (-Esce a sinistra. Masters scende dal palcoscenico. Entra la signora Barnes).

Al                                  - Ci portate buone nuove per il nostro teatro?

Masters                         - Non so ancora niente. Ho fatto quel che ho potuto. Nel pomeriggio si saprà qualcosa.

Al                                  - Credo che per quanto riguarda la luce la prova si può cominciare.

Masters                         - Che cosa ha detto la signorina Grey prima di andar via?

Al                                  - Più o meno quel che avete detto voi... che se non tornava avreste potuto fare a modo vostro.

Masters                         - Ho capito. Forse non avremo affatto bisogno di lei. E neanche di teatro.

Al                                  - Da quando l'esercito m'ha congedato ho sempre avuto incertezze per il domani. (Torna Tessie).

Tessie                            - No, il mio camerino è vuoto.

Al                                  - Potremmo incominciare con la scena dell'incoronazione. Lei al principio non c'è.

Masters                         - No, aspettiamo. (Va a destra e si inette a sedere).

Al                                  - Aspettiamo. (Entrano Farwell, Ward e Garder).

Long                             - Posso fare una domanda?

Masters                         - Se è proprio necessario.

Long                             - Bè, questi amici mi hanno pagato tre cocktails per mettermi coraggio e l'alcool mi sta facendo effetto.

Masters                         - Sono piuttosto abbacchiato. E qua­lunque risposta io possa dare alla vostra domanda non potrà che essere abbacchiante.

Long                             - Non importa.

Masters                         - Fuori questa domanda, allora.

Long                             - Perché l'uomo non può vivere secondo le norme del buon senso senza fede, illusioni o religione?

Masters                         - Che cos'è il buon senso?

Long                             - Bè, tener la destra quando si cammina.

Garder                           - Obbedire alle norme sulla viabilità.

Jeffson                          - Tenersi alla larga da certe donne.

Ward                             - Non buttar via i quattrini.

Masters                         - Il buon senso può suggerire ad uno di tenere la destra, ma non c'entra per niente coi luogo dove quell'uomo si dirige. Non si farebbe assolutamente niente vivendo col solo buon senso. Lasciate che ognuno vi spieghi a modo suo le ragioni che lo inducono a vivere. secondo le regole del buon senso vi appariscono tutti come fior d'idioti. Perché ci si sposa con una determinata ragazza e non con un'altra? Nessuno è mai riuscito a dare una spie­gazione soddisfacente.

Dollner                          - L'uomo non potrebbe vivere scien­tificamente?

Masters                         - Perdio, se vivete dovete andare da qualche parte. Dovete scegliere una direzione. Ora, la scienza è assolutamente imparziale. Non gli importa niente di dove voi andate. Può inventare la I bomba atomica ma non vi può dire se dovete usarla oppure no. La scienza è come... bè, come un lampo di luce in una stanza completamente buia e larga due miliardi di anni-luce... e con le pareti che vi scivolano via a mano a mano che vi avvicinate. Il tempo vi può far vedere dove sono i vostri piedi sul pavimento; può farvi vedere i"mobili o le persone vicine ; ma, quanto alla direzione che dovreste prendere in quella stanza senza fine, non vi può dire proprio nulla.

Long                             - Il che, figliolo, vi fa rientrare nella mia categoria. La scienza non vai molto di più del buon senso.

Masters                         - È la stessa cosa, per quanto posso capirne io. Il buon senso è la scienza di ieri, come chi dicesse che la scienza diventerà buon senso domani.

Long                             - Ma io non ho alcuna fede.

Masters                         - Oh, sì che ce l'avete. E vivete per essa. Tutti hanno un'idea di com'è il mondo e di come sono essi nel mondo. L'idea di com'ero m'ha tormentato per anni. Ma quel che si pensa del mondo è l'equivalente della fede, e quando si comincia a dubitare di ciò, subito occorre sostituirlo con qualcosa altro per evitare di essere travolti. L'uomo deve avere una fede, così come ogni civiltà deve averla e deve averla ogni esercito. Nessuno può far niente, senza fede.

Jeppson                         - Questo che dite può andar bene per l'esercito, ma non per me.

Masters                         - No? Guardatevi bene dentro, ognuno di voi si guardi bene dentro, e v'accorgerete che vivete per virtù di qualcosa che non potete spiegare... qualcosa che può essere la religione normale; una] filosofia scombinata che vi siate fatta da soli; può essere la S.P.C.A.[1] o le teorie di Bacom o quella di Freud o la ricerca scientifica del comunismo, la scienza cristiana o anti-vivisezione, o qualcuno che amate o qualcosa che ha bisogno di cure... come il nostro povero teatro di prosa...

La signora Barnes         - E la vostra fede, mister Masters?

Masters                         - Io credo nella democrazia. Credo nella democrazia e credo nel teatro ch'è il tempio della democrazia. La società democratica ha bisogno di una chiesa non confessionale - dove ognuno possa parlare finché trova un pubblico disposto ad ascol­tarlo - e questa chiesa è il teatro, per quanto in questi ultimi tempi questo teatro-chiesa sia diventato sempre più simile a una cappella privata. Che ore sono?

Al                                  - Le due e dieci.

Mastbes                         - Ci sono tutti?

Al                                  - Tutti, meno la signorina Grey.

Kipner                           - Cosa volete dire quando affermate che tutti debbono avere una fede ma che nessuna fede può reggere ad un esame critico?

Masters                         - Esattamente quel che ho detto.

Kipner                           - E allora esaminiamo la vostra fede personale...

Masters                         - E va bene: forse che io posso dimo­strare che la democrazia è meglio della dittatura? Certo che no. Posso provare che il teatro è il tempio della democrazia? Meno che mai. Non posso neanche provare che il teatro eserciti un'influenza positiva. Credo soltanto che sia così. E ogni fede è come questa... ogni fede sembra ridicola a quelli che non la possiedono.

G-akder                         - Ma se nessuna fede può reggere all'esame critico, non ne consegue che il genere umano viene a trovare in una posizione molto dubbia?

Masters                         - Il genere umano è sempre stato in posizioni dubbie. Noi moderni siamo inclini a guar­dare molto dall'alto la povera Giovanna di Lorena vissuta nelle tenebre dei vecchi secoli e fermamente convinta di sentire le sue Voci e di fare ciò che queste Voci le dicevano di fare. Ma nessuno di noi crede a qualcosa di molto più solido.

La signora Barnes         - Oh, mister Masters!

Masters                         - Noi viviamo di illusioni, di suppo­sizioni e di presunzioni: cose tutte altrettanto discu­tibili delle Voci udite da Giovanna nel suo giardino.

La signora Barnes         - Oh, Signore. È una com­media così pessimistica, mister Masters?

Masters                         - Sono sempre più numerosi gli uomini che si rendono conto che il nostro destino è di rimanere nell'oscurità e tuttavia vanno avanti... che siamo condannati a dubitare delle nostre religioni e tut­tavia a vivere per esse. Ma sappiamo che la nostra fede non ammette dimostrazioni e tuttavia siamo legati ad essa. A meno che questa fede non sia negativa.

Tessie                            - Ma come si fa a distinguere una fede positiva da una fede negativa?

Masters                         - Non ve lo so dire. Nessuno ve lo saprebbe dire. Ma voi dovete saperlo, perché siete voi responsabile se la fede che seguite è negativa. Quelli che hanno seguito Hitler sono stati ritenuti responsabili, come voi forse sapete.

Long                             - Quelli che non sono stati capaci di sganciarsi.

Masters                         - Sì.

Tessie                            - Ma, noi, di fronte a chi siamo responsabili?

Masters                         - Di fronte a noi stessi. Di fronte al genere umano. Noi siamo responsabili uno di fronte all'altro.

Tessie                            - Bè, allora devo dire che si tratta di un sistema molto imperfetto.

Masters                         - Molto imperfetto, infatti. Funziona appena.

Noble                            - Bè, mister Masters, sono stato finora ad ascoltare e ho mal di capo tanto mi sono sforzato di seguirvi... e vi debbo dire che tutti questi vostri discorsi per me non significano niente.

Masters                         - Siete fortunato.

Noble                            - Però io ho una fede. Ho una profonda fede nel mio direttore pur senza capire una sola parola di quanto dice.

Masters                         - Bene. Dopo di che possiamo andare avanti con le prove. siete pronto, Al?

Al                                  - Sì, mister. Non aspettiamo la signorina Grey?

Masters                         - No. Non aspettiamo la signorina Grey.

Al                                  - Bene, mister. Pronti per la scena seguente. sgombrare il palcoscenico. Tessie, preparati a leggere la parte di Giovanna.

Tessie                            - Oh, Dio mio! (Tutti gli attori escono, tranne Kipner e Ward).

Al                                  - Su il sipario. (Masters scende dal palcoscenico. Kipner e Ward prendono posto presso l’altare),

L’INCORONAZIONE A RHEIMS

Rheims                          - L'Arcivescovo sta a questo punto, a quanto ho capito, e il Delfino si inginocchia su questo cuscino per ricevere la benedizione e la corona. Tutto qui, Altezza. Ah, ecco Tremolile. (Entra Tremolile).

Tremoille                       - C'è una gran folla nella piazza di fronte alla cattedrale.

Il Delfino                      - Ne entreranno molti, cosa dite?

Tremoille                       - La cattedrale sarà gremita... e lo sarebbe anche se fosse assai più vasta.

Il Delfino                      - Eppure non riesco a togliermi dalla testa che la Pulzella ha avuto gran parte in tutto questo.

Rheims                          - Ma non dimenticate che avete dovuto continuamente frenarla e guidarla. Le si dà più credito di quanto non meriti in realtà e ciò a cagione del vostro animo naturalmente generoso. Qualunque altro principe al vostro posto se ne sarebbe già sbarazzato da molto tempo.

Il Delfino                      - Sì, certo, che è una, una, una...

Tremoille                       - Una continua minaccia...

Il Delfino                      - Ma utile, Tremoille, utile!

Tremoille                       - Oh, tino a un certo punto, sì.

Il Delfino                      - Tutto sta nel sapere se ho già rag­giunto quel certo punto.

Tremoille                       - Esattamente come Vostra Altezza dice. Personalmente credo che sia già stato rag­giunto e superato.

Il Delfino                      - Non mi fido a lasciar andar via Giovanna prima d'essermi sbarazzato del duca di Borgogna.

Tremoille                       - Il duca di Borgogna, ormai, ha più paura di voi di quanto voi abbiate paura di lui.

Rheims                          - Non volete provare ad inginocchiarvi una volta o due, Altezza?

Il Delfino                      - Già. Forse sarebbe opportuno. (s'inginocchia sul cuscino) Perché dite che ha paura di me?

Tremoille                       - La settimana scorsa ha inviato un messaggero.

Il Delfino                      - A voi?

Tremoille                       - Desiderava vedervi. Gli ho detto che voi non intendete trattare. Questa mattina ne ha mandato un altro. Vi offriva centomila corone d'oro in cambio d'una tregua di due settimane.

Il Delfino                      - (balzando in piedi) L'avete mandato via!

Tremoille                       - No. È ancora qui. E, a meno ch'io non mi sbagli, ha con sé il danaro. Ho pensato ch'era meglio trattenerlo.

Il Delfino                      - Sì, non mi spiace d'aver tanto danaro in città. S'è incontrato con voi!

Tremoille                       - Sì, si è...

Il Delfino                      - Potrei...

Tremoille                       - Sì, potreste. Tuttavia...

Il Delfino                      - Il tradimento in materia di danaro non è consigliabile?

Tremoille                       - Non ne farei mia norma assoluta, Altezza. Ma in questo caso... le posizioni si possono qualche volta rovesciare.

Il Delfino                      - È una bella quantità di danaro. Quanto ci ricavate voi?

Tremoille                       - Niente. sembra che il Borgognone voglia trattare direttamente con voi.

Il Delfino                      - Questa è nuova.

Tremoille                       - Sì, questa è nuova.

Il Delfino                      - Che cosa potremmo perdere per due settimane?

Tremoille                       - Potremmo guadagnarci. Si potrebbero risolvere molti problemi se il tesoro è risanato.

Il Delfino                      - D'accordo. Mandate a chiamare l'inviato prima che se ne vada.

Tremoille                       - Sì, Altezza. Credo anche se voleste risparmiare Parigi... se poteste impedire che Giovanna ordini l'attacco a Parigi... se ne potrebbe ricavare tanto danaro da far immensa la fortuna d'un re.

Il Delfino                      - Parigi? Ce ne sarebbe anche di più!

Tremoille                       - Sì. Oh, smisuratamente.

Il Delfino                      - Ci penseremo.

Tremoille                       - Sì. Io vado, Altezza. (Si volge per uscire. Entrano La Hire, Dunois e Giovanna. Tessie che deve impersonare la Pulzella ha Varia molto afflitta).

Il Delfino                      - Credo che m'inginocchierò volgendo un po' più il viso verso la congregazione. Non è che io abbia una grande considerazione per la mia faccia, ma non voglio trascurare il popolo, capite. In fondo, sto per diventare loro re.

Eiieims                          - Sì, mio signore.

Il Delfino                      - Ah, ed ecco qui i miei buoni amici soldati, quelli che hanno reso possibile il grande avvenimento. (Si alza e porge la mano da baciare). Sarete vicini a me, per tutta la durata della ceri­monia. (Da sinistra, già in armatura, entra Mary Grey).

La Hire                          - Altezza. (Si china sulla mano).

Dunois                          - Maestà. (Si china anche lui).

Tessie                            - (baciando a sua volta la mano) Delfino gentile, spero che questo giorno vi possa recare tutto ciò che desiderate.

Il Delfino                      - Ne sono certo. C'è una folla enorme.

Tessie                            - È il giorno per il quale abbiamo combattuto e che abbiamo aspettato.

Mary                             - (si volge per uscire e in quel momento Tessie la scorge).

Tessie                            - Oh, signorina Grey, non andate via, per l'amor di Dio! Venite ad aiutarmi!

Mary                             - Voi recitate benissimo.

Tessie                            - Ma non recito affatto! Oh, vi prego!

Mart                              - Non son sicura di essere accettata.

Masters                         - Siamo tutti contenti che siate tor­nata, Mary, sempre. Ma non sapevamo con certezza se vi avremmo rivista o no.

Mary                             - Neanch'io lo sapevo. Ma dopo un po' che camminavo, io... io ho deciso di tornare e, comunque, di finire le prove di oggi.

Masters                         - Siete qui... soltanto per oggi?

Mary                             - Sì.

Masters                         - E sia: vi accetteremo con questa riserva. Proseguiamo la prova. Non abbiamo tempo da perdere.

Al                                  - Ai vostri posti, prego(Mary sostituisce Tessie) « Ne sono certo ».

Il Delfino                      - Ne sono certo. C'è una folla enorme.

Giovanna                      - È il giorno per il quale abbiamo combattuto e che abbiamo aspettato. Ed è giunto. Credo che oggi sarò felice come mai nessuno al mondo lo è stato. Perché sono presente alla consacrazione e all'incoronazione del mio re. Tutto è stato fatto, che sembrava impossibile.

Dunois                          - Tutto sembrava impossibile. Ciò che rimane sarà facile.

La Hire                          - Non facile, forse: ma lo faremo.

Dunois                          - Siamo giunti a una risoluzione, noi militari, questa mattina. Abbiamo deciso di battere il ferro finché è caldo. Non appena la corona poggerà saldamente sul vostro capo noi marceremo su Parigi.

Il Delfino                      - Chi?

Dunois                          - L'esercito.

Il Delfino                      - L'esercito?

Dunois                          - Come la processione sfocerà nella navata, il nostro nuovo re scenderà i gradini della chiesa, monterà sul suo cavallo e verrà a prendere il suo posto alla testa del più grande esercito che mai un sovrano francese abbia avuto ai suoi ordini. Piomberemo a Parigi prima che abbiano avuto il tempo di organizzare la resistenza. E sarà la fine della Borgogna e degli Inglesi in Francia.

Il Delfino                      - Mi spiace. Dovrete rinunziare a questi piani. Sto trattando una tregua con la Borgogna.

La Hire                          - Una tregua!

Il Delfino                      - Sì.

La Hire                          - E perché?

Il Delfino                      - È stato sparso troppo sangue. Il regno è stato sottoposto a troppo dura prova. Abbiamo bisogno di un po' di pace.

Giovanna                      - La Borgogna ha bisogno d'un po' di pace, mio re. Non voi. Tutti i vostri nemici sono ormai nelle vostre mani. Le cose stanno come spesse volte ho già detto: non dobbiamo far altro che an­dare avanti e Parigi è nostra... e quando abbiamo Parigi, essi non possono più far nulla.

Il Delfino                      - Vi dico che ho deciso una tregua di quindici giorni con la Borgogna. È fatto. È sta­bilito. Possiamo marciare su Parigi più tardi.

La Hire                          - Sarebbe troppo tardi.

Dunois                          - Si gioveranno di queste due settimane per prepararsi a riceverci.

Giovanna                      - Non potete far questo, mio Delfino. Sarebbe come dire che voi volete rinunziare a tutti i vantaggi per i quali abbiamo combattuto tanto e sparso tanto sangue.

Il Delfino                      - L'ho fatto.

Giovanna                      - E allora dovete disfarlo!

Il Delfino                      - Non muterò niente.

Giovanna                      - Non possiamo crederlo. Non possiamo accettarlo...

Il Delfino                      - Sento dire da ogni parte che voi mi avete fatto re di Francia...

Giovanna                      - Non io, ma il Signore...

Il Delfino                      - Quando sarò re di Francia, chi governerà la Francia?

Giovanna                      - I re governano. Voi sarete il reggente di Dio.

Il Delfino                      - E chi dirà al reggente ciò che Dio vuole da lui? Giovanna la Pulzella?

Dunois                          - Se cosi fosse, Altezza, avreste la migliore dei consiglieri.

Il Delfino                      - Vi dico che sono re, sarò re! (Pausa).

Giovanna                      - E chi è stato il vostro consigliere riguardo a questa tregua?

Il Delfino                      - Non ho consiglieri.

La Hike                         - C'era qui Tremolile.

Il Delfino                      - Tremolile non c'entra per nulla. Che cosa volete saperne, voi tre, dei compromessi cui i capi delle nazioni debbono sottomettersi? Cosa sapete voi dell'arte di governo? In questa materia non siete più che bambini. Il governante deve rubare, assassinare, scendere a compromessi, mentire, mer­canteggiare, depredare e aver dimestichezza e rapporti con ogni sorta di malvagi per mantenersi al potere!

Giovanna                      - Ma tutte queste cose son cose che avete fatto prima che io venissi... e non ne traeste alcun aiuto.

Il Delfino                      - E voi credete che la vostra venuta abbia rivoluzionato i sistemi di governo? Gli uomini sono stati governati dalla corruzione fin dall'invenzione del primo governo. Gli uomini amano la corruzione. Non vogliono essere governati in altro modo. E se davvero credete che una ragazzotta di campagna possa mutarli perché ha vinto qualche battaglia, ebbene, vi dico che siete più illusa di quanto non pensassi.

Giovanna                      - Gli uomini odiano la corruzione! Il Signore odia la corruzione!

Il Delfino                      - Del Signore io non so niente, ma gli uomini l'accettano con molta disinvoltura. Mi avevate promesso che avrei avuto danaro quando ne avessi bisogno, ricordate? Bene: ora ne ho bisogno assolutamente, e il Signore non provvede in alcun modo.

Giovanna                      - E io, ora, comincio a chiedermi perché Dio ha voluto che foste re.

Il Delfino                      - Anch'io me lo sono chiesto quando, per la prima volta, veniste da me. Ma voi me lo spiegaste molto persuasivamente. Ed ora che sto per essere consacrato re, e praticamente lo sono, vi dico che farò come mi piace. E mi piace fare una tregua con la Borgogna, e può darsi che mi piaccia non marciare affatto su Parigi. Forse riterrò che sia più saggio non marciare.

Dunois                          - Voi sapete come si chiama questo atteggiamento, Altezza. Si chiama tradimento o stupidità.

La Hike                         - O entrambe le cose.

Il Delfino                      - Non ho mai detto di essere saggio, non ho mai detto di essere onesto, non ho mai detto di essere bello. Ma è venuta questa ragazza e mi ha detto che avevo da essere re di Francia. E in un modo o nell'altro ciò è avvenuto. Non credo di essere particolarmente adatto a fare il re. Ma lo sono, e l'arcivescovo aspetta per incoronarmi, e mezza Francia è di fuori che aspetta per acclamarmi e credo che ormai sia troppo tardi per perdersi in rimostranze. (Si sentono fuori della chiesa i clamori della folla. Entra Tremoille).

Tremoille                       - Stanno per aprire le porte. È meglio che ognuno vada al suo posto. Chi sono quelli che rimangono vicino al re?

Rheims                          - Questi tre.

Il Delfino                      - Voi no, Tremoille. Non sarebbe bello.

Tremoille                       - Sì, Maestà. (Esce).

Dunois                          - Venite, Giovanna. Noi non contiamo nulla, re o nobili che siamo. Siete voi quella che il popolo vuol vedere, la Pulzella di Francia nella sua armatura d'argento.

Giovanna                      - Se vien firmata la tregua con la Bor­gogna non indosserò mai più quest'armatura. La dedicherò a Dio e la deporrò sul suo altare...

La Hike                         - Sciocchezze. Marceremo su Parigi con o senza consenso.

Il Delfino                      - Se tenterete di far questo romperò ogni rapporto con voi, vi fermerò in qualche modo perché intendo governare il mio regno a mio modo, e lo farò meglio di quanto non potreste fare voi! (Si inginocchia).

Giovanna                      - Perché fa questo? Che cosa è accaduto?

La Hike                         - Egli ci ha venduti, Giovanna.

Dunois                          - Sì, ci ha venduti. E noi stiamo qui impalati a vederlo incoronare. Tenetevi eretta, Pulzella. La gente entrerà subito. Dobbiamo tenerci eretti... e sopportare.

Giovanna                      - Mio Delfino, avete fatto questo?

Il Delfino                      - Questo... cosa?

Giovanna                      - Ci avete venduti?

Il Delfino                      - Questa non è una domanda cui un sovrano possa rispondere.

Giovanna                      - Allora ci avete venduti! E allora non dovete essere il re di Francia!

Il Delfino                      - Ma sto per esserlo!

Giovanna                      - Dite ch'è troppo tardi per impe­dirlo, ma non è troppo tardi! Dirò al popolo di Rheims che cosa avete fatto! Parlerò al popolo in questa stessa cattedrale, e il popolo mi ascolterà! (Di nuovo giungono i clamori della folla).

Rheims                          - Parlate piano, parlate sottovoce... (Il Delfino si alza).

Giovanna                      - Parlerò, vi dico! E quando avrò finito non oserete cingergli il capo con la corona!

Rheims                          - Non vi è stato chiesto di parlare! E non parlerete!

La Hike                         - Parlerà, se così le piace, mio signore! E voi ve ne starete zitto e quieto ad ascoltarla!

Il Delfino                      - Badate a voi, La Hire! Questo sarà ricordato! Dal re di Francia!

La Hibe                         - Noi vi abbiamo messo là! Noi vi teniamo là! Lei parlerà al popolo se vorrà parlare! E se non volete che lei vi smascheri davanti a tutti, ritirate il baratto che avete fatto con la Borgogna e gli Inglesi! Licenziate Tremoille e annullate quella tregua. Questo vi chiediamo di fare!

Il Delfino                      - Non lo farò! Sto per essere re, sto per fare quello che mi piace, e se Giovanna non è d'accordo può sempre andarsene! Anzi sarebbe un'ottima cosa se se ne andasse! Non voglio che mi si dica continuamente che cosa debbo fare. È troppo tardi per impedire la mia incoronazione... troppo tardi! Non c'è più niente da fare, ormai!

Tremoille                       - (rientrando) C'è qui un messag­gero, mio signore... un messaggero che dovreste vedere, forse, in privato.

Il Delfino                      - Ah, ah, sì. Mi domando... sì. Non mi ci vorrà più di un minuto. Affari di stato. Politica. (Esce con Sheìms e Tremoille).

Dunois                          - Giovanna?

Giovanna                      - Sì, Dunois?

Dunois                          - Non lasciatelo. State accanto a lui.

Giovanna                      - Dopo che ha tradito tutti noi... e il suo paese... e se stesso?

Dunois                          - Sì. Vedete, se parlate lo potete distrug­gere e se fate ciò distruggerete tutto quel che avete edificato... perché la Francia non avrà re. E se par­late ed egli è incoronato lo stesso e voi lo abbando­nate, che cosa avrà la Francia? Un governo di tutta corruzione. Nulla di santo, nessuna fede, nessun consigliere, né alcuna buona influenza: soltanto corruzione. Ma se rimanete con lui egli sarà costretto a pensare un poco al popolo di Francia e non penserà sempre e soltanto ai suoi commerci, perché il po­polo di Francia confiderà in voi, ed il re qualche volta vi dovrà ascoltare.

Giovanna                      - Ma è onesto da parte mia rimanere qui... assistere all'incoronazione senza dire parola di quanto egli ha fatto?

Dunois                          - Le vostre Voci non vi hanno detto che voi avreste posto il Delfino in trono nella catte­drale di Rheims?

Giovanna                      - Sì.

Dunois                          - Bene: questo è il Delfino... il solo che abbiamo... e questa è la cattedrale... e le porte stanno per aprirsi. Stiamo facendo ciò che Dio vi ha detto di fare.

La Hibe                         - C'è proprio da domandarsi se il Signore non si è sbagliato.

Giovanna                      - No. Il Signore non può essersi sba­gliato. Questo è il re ch'egli ha scelto e non può aver sbagliato. E tuttavia...

Dunois                          - Tutti i governi sono fatti di mercanti, Giovanna. È una cosa che ci si doveva aspettare. Anche il Signore deve essere convinto di questo. Ed è fortunato il paese dove i mercanti non possono disporre del tutto a modo loro... il paese dove, al loro fianco, c'è qualcuno come voi, che li guida, questi mercanti.

Giovanna                      - Ho avuto così poco successo, come guida.

 Dunois                         - Non dovete abbandonare il campo. Dovete continuare.

Giovanna                      - Lascerò che sia incoronato. Il Signore non può sbagliare. (A questo punto Mary Gray scende dal palcoscenico, interrompe la scena).

Mary                             - Questa è una parte che non posso accet­tare, Jimmy. È a questo punto che la commedia cade in errore.

Mastebs                         - Lo so, Mary, ma lasciateci finire la scena.

Maby                             - Non si tratta che di poche battute... e si potrebbero tagliare facilmente...

Mastees                         - Adesso andiamo avanti, però.

Maby                             - Sta bene. (Torna al proprio posto).

Giovanna                      - Lascerò che sia incoronato. Il Signore non può sbagliare. (Rientrano Tremoille e Sheims, precedendo il Delfino).

Tbemoille                      - Non dimostrate di aver fretta quando fate la vostra apparizione, Maestà. Gli occhi del popolo saranno tutti sopra di voi.

Il Delfino                      - Sì, ricordo. Ricordo. Allora... la ragazza sta al mio fianco, o no?

Dunois                          - Starà al vostro fianco. Venite, Giovanna. (Si avviano).

Al                                  - Sipario.

PRIMO INTERLUDIO

Maby                             - (a Masters) Posso ammettere tutto il resto... ma non riesco a capire che possa risolversi così tranquillamente a dare la sua benedizione alla disonestà.

Mastebs                         - L'autore vuole che sia così,

Mary                             - Glie ne avete parlato? (Al esce a sinistra).

Mastebs                         - A colazione. Ed è lui che vuole così. Non io.

Maby                             - Oh! (Kipner, Noble e Long escono a sinistra) Questo accomoda tutto. A modo vostro.

Mastebs                         - Lo spero. Non intendo mutare una sola battuta.

Maby                             - Ho capito.

Al                                  - (rientrando) Potrei... scusate se vi disturbo ma posso chiedervi una cosa?

Mastebs                         - Che c'è, Al?

Al                                  - C'è al telefono un tale che si chiama Sweeter, e vuol sapere se domani potrebbe assistere ad una prova.

Mastebs                         - Sweeter? (Entra Tessie).

Al                                  - Sì. Mi ha l'aria di entrarci un po' col vostro teatro.

Mastebs                         - Perdìo, se c'entra. È lui che co lo concedc. sempreehè gli andiamo a genio.

Al                                  - Allora, gli dico di venire?

Mastebs                         - È una cosa che riguarda Mary. Pei me non ha importanza.

Maby                             - È il signore che avete fatto uscire di prigione?

Mastebs                         - Proprio lui.

Maby                             - Non sono sicura che ci siano prove, domani.

Al                                  - Scusate: ho paura di non aver capito bene.

Maby                             - Non sono sicura che ci siano prove. Non sono sicura che ci siano domani. Comunque, io con oggi ho finito. Volete che mi cambi per l'altra scena, Jimmy?

Mastees                         - Se non vi dispiace.

Mary                             - Parò in fretta. (Esce a sinistra).

Al                                  - Allora, ho capito bene.

Mastebs                         - Hai capito perfettamente.

Al                                  - E cosa farete!

Mastees                         - Proseguiamo le prove. Come al solito.

Al                                  - Cosa diciamo a Sweeter.

Mastees                         - Chiedetegli se non può rimandare. Ditegli che non abbiamo ancora preparato il pro­gramma per domani.

Al                                  - E non andiamo in scena?

Mastees                         - Questo è sicuro.

Al                                  - (volgendosi) Signore Iddio, che trappola! Tessie, volete rispondere al telefono? Ripetete quel che ha detto mister Masters. Io devo...

Tessie                            - Certo. (Esce a sinistra. Al comincia a disporre per la scena seguente).

Al                                  - (chiamando) Venite a darmi una mano, vi spiace?

Gakdeb                         - (entrando) Eccomi.

Mastees                         - Dov'è Harry?

Al                                  - Oggi non viene. Gli abbiamo dato il per­messo, non ricordate? Aveva qualche ora alla radio che non può permettersi di perdere.

Mastees                         - Oh, sì. Le ore della radio per il pane quotidiano. Dio sa come sono alieno dal distrarre un re dal suo lavoro alla radio. Chi è che lo sosti­tuisce?

Al                                  - Non abbiamo ancora designato il sostituto per l'Inquisitore. Credevo che avreste letto voi la parte.

Mastees                         - La so a memoria. Bene, siamo pronti?

Al                                  - Tutto a posto..

Mastees                         - Che cosa stiamo aspettando, allora?

Al                                  - Aspettiamo la signorina Grey.

Mastees                         - Oh!

Al                                  - Sgombrare il palcoscenico, prego.

IL PROCESSO – LA DOMANDA

Cauchon                        - (Abbey) Padre Massieu, volete intro­durre la prigioniera?

Massieu                         - (Champlain) Subito. (Si alza ed esce a sinistra).

Cauchon                        - Prima che inizi il dibattito, desidero chiarire perché oggi non ci siamo radunati nella Cappella reale... perché non è con noi la corte al completo e perché ei siamo raccolti nella prigione stessa per porre le nostre domande all'accusata. Anzitutto, io credo che molti i quali ci sono stati compagni nel giudizio hanno frainteso il carattere di questo processo. Porse alcuni di noi, qui presenti, hanno frainteso. Noi siamo radunati come corte eccle­siastica per esaminare un caso di eresia, bestemmia e stregoneria. Ma se si trattasse solo di questo avremmo già potuto da gran tempo giungere alle conclusioni. In quanto è pacifico che Giovanna la Pulzella è colpe­vole di tutte e tre le imputazioni. Essa ha libera­mente confessato la sua fede eretica e il suo progetto di mandare al rogo tutte le vergini d'Europa. Per me essa è già condannata e il processo è finito. E tuttavia dobbiamo proseguirlo. E dobbiamo essere più pazienti e più abili che non siamo stati fin qui se non vogliamo uscire sconfitti.

De Courcelles               - Com'è possibile che possiamo uscire sconfitti?

Cauchon                        - Sarebbe molto facile in questo momento condannarla a morte e strapparla ai suoi soldati e mandarla al rogo. Ma prima dobbiamo screditarla. Essa ha dato al popolo di Francia una fede e un grido di guerra. Noi dobbiamo oscurare la sua fama e distruggere il suo nome. se non facciamo questo, saremo sconfitti.

L'Inquisitore                 - (Masters) E allora io vi avverto che non intendo sottoscrivere tale sentenza. Perché, quanto a me, non sono ancora convinto della sua colpevolezza. E non permetterò che alcuna influenza temporale, sia essa francese, inglese o borgognona, venga a condizionare il mio giudizio!

Cauchon                        - Certo, signore, neanch'io desidero esprimere un parere in opposizione alla mia coscienza. Ma quando accade, come sta accadendo ora, che la sentenza giusta è la sentenza politica... Quando si dà il caso che le leggi della Chiesa s'aspettino da noi lo stesso verdetto che c'è sollecitato dai capi dello Stato... Perché noi non dovremmo pronun­ciare quel verdetto?

L'Inquisitoee                 - Io non posso permettere al capo di nessuno Stato di interferire in quello che è il mio giudizio di condanna o di assoluzione.

Cauchon                        - Giovanna ha commesso due colpe. Ha messo in pericolo gli Inglesi e i Borgognoni. Ed ha messo in pericolo la Chiesa. Ora accade, mio caro vicario, che la stessa necessità di screditare Giovanna che è sentita dai Pari d'Inghilterra e di Normandia, sia sentita altresì dalla Chiesa di cui voi e io siamo i rappresentanti. Perché Giovanna ha avviato un'eresia. Essa disconosce la Chiesa in terra per appellarsi direttamente alla Chiesa in cielo. Non riconosce la necessità d'un tramite fra l'anima individuale e il suo Dio. E questa sua eresia comincia a contaminare tutto il mondo occidentale.

L'Inquisitore                 - Mio caro vescovo, se io credessi che una ragazza sola, una ragazza ignorante, potesse entrare qui e levare la sua mente e la sua fede contro la Chiesa... e vincerla... Io dico che questa ragazza dovrebbe vincere e la Chiesa dovrebbe perdere. Voi avete un'opinione troppo meschina della vostra Chiesa.

Cauchon                        - Allora indubbiamente non approvate ciò che ho progettato per oggi.

L'Inquisitoee                 - Cioè?

Cauchon                        - Ho invitato il giustiziere a portare qui alcuni dei suoi strumenti di tortura. C'è una domanda che le voglio fare davanti a quegli .stru­menti. Voi naturalmente disapprovate?

L'Inquisitore                 - No, approvo.

Cauchon                        - Davvero?

L'Inquisitoee                 - Se esiste un qualche mezzo per salvare l'anima di quella fanciulla, noi dobbiamo usarlo. La vista della ruota può salvarla dal rogo in terra e dal fuoco dell'inferno.

Cauchon                        - Bene. Allora farò entrare il giu­stiziere che ci darà una piccola dimostrazione. (Accom­pagnata da padre Massieu entra Giovanna da sinistra).

Padre Massieu               - Potete sedere se volete.

Giovanna                      - Grazie, padre. Credo che starò in piedi. Almeno per ora.

Padre Massieu               - Come volete. (Va a prendere il suo posto tra i giudici).

De Courcelles               - (che funge da segretario) Giurate di rispondere alle nostre domande secondo verità?

Giovanna                      - (fieramente, con una mano poggiata al fianco) Risponderò secondo verità a tutte le domande che hanno attinenze con questo processo e alle quali mi sia lecito rispondere.

De Courcelles               - Vi sono domande alle quali non vi è lecito risponderei

Giovanna                      - Sì.

De Courcelles               - Sono le vostre Voci che vi vietano di rispondere?

Giovanna                      - Sì, sono le Voci.

De Courcelles               - Come volete che vi rendiamo giustizia se voi non ci dite tutta la verità!

Giovanna                      - Come potete rendermi giustizia dal momento che siete tutti Inglesi e Borgognoni e non c'è fra voi un solo ecclesiastico della vera Francia? Io son qui tra i nemici del mio re, ed essi pretendono di rendermi giustizia! Perché voi volete che gli Inglesi rimangano in Francia, se la Francia non è il paese degli Inglesi?

L'Inquisitore                 - Permettete che non indaghiamo su questo punto. Questo non ha attinenza col nostro processo.

Giovanna                      - Anzi, è una parte essenziale del nostro processo! È per questa ragione che io mi trovo qui. Perché voi volete sbarazzarvi di un nemico.

L'Inquisitore                 - No, Giovanna. Io ho interesse per una cosa sola: la vostra, anima e i vostri rapporti con la Madre Chiesa. Io siedo qui non come borgo­gnone né come vostro nemico, ma come rappre­sentante dell'inquisitore di Francia. Se vi posso salvare dal demonio, vi salverò. Se vi riterrò inno­cente, lo dichiarerò.

Giovanna                      - Allora voi non siete come quello che vi siede vicino, il quale mi ritiene già colpevole fin d'ora.

Cauchon                        - Non vi risponderò. Io voglio restituire bene per male, dicendovi ciò che ogni prigioniero desidera sapere... Notizie del mondo che è fuori della prigione. Desiderate udirle?

Giovanna                      - Se me le dite secondo verità.

Cauchon                        - Possono sembrare inventate da noi, perché sono a tutto nostro vantaggio, ma sono vere. Il vostro re, il re che voi avete messo in trono, ha venduto Parigi al duca di Borgogna, e sul ricavato vive molto onestamente. Ha rotto tutti i ponti con Parigi... e il Bastardo ha rinunciato ad ogni cosa» ha dato le dimissioni ed è tornato Questo è il vostro Carlo VII.

Giovanna                      - Non voglio ascoltare nulla che sia detto contro il mio re.

Cauchon                        - Questo forse non è contro di lui, però è altrettanto vero. I! vostro re vi ha abbandonata. Egli sa che voi siete prigioniera qui, ma non ha fatto pervenire alcuna offerta di riscatto.

Giovanna                      - Io non so niente di riscatti.

Cauchon                        - Sapete tuttavia che il riscatto e lo scambio dei prigionieri sono consuetudine in uso tra di noi. Talbot è ancora prigioniero del vostro re. Poteva offrire Talbot in cambio di voi. Ma non l'ha fatto. Non ha offerto un soldo. I vecchi amici vi hanno allegramente dimenticata. Non c'è aiuto per voi... Non c'è altra speranza oltre quella che potete riporre in questa corte.

Giovanna                      - Non ho speranze in questa corte.

De Courcelles               - Voi vi credete in stato di grazia.

Giovanna                      - Se non lo sono, Dio mi ci metterà. Se lo sono, mi ci conserverà. ,(I giudici si guardano l'un l'altro).

Padre Massieu               - Questa è una buona risposta, Giovanna. Io non avrei saputo parlare così bene, né credo avrebbe saputo il vostro contraddittore, Thomas de Courcelles.

Cauchon                        - Risparmiateci i vostri commenti, padre Massieu. Perché insistete a indossare abiti maschili, cosa che le leggi della Chiesa vietano alle donne?

Giovanna                      - M'avete già fatto questa domanda, vescovo di Beauvais, ma vi risponderò. Ho adot­tato questi abiti anzitutto perché erano più adatti e più comodi quando io cavalcavo coi soldati. Ora li indosso perché m'avete messa in una prigione di uomini con carcerieri che stanno nella mia cella notte e giorno. Essi sono uomini cattivi e, per pro­teggermi contro di loro, devo indossare abiti da uomo. Datemi donne che mi custodiscano, datemi prote­zione contro gli uomini e io mi vestirò da donna.

Cauchon                        - Non ci fidiamo a lasciarvi sola perché avete già tentato di suicidarvi, ricordate, saltando dalla torre.

Giovanna                      - La mia prigione e le mie guardie erano le stesse prima del tentativo e dopo... così che questa non è una ragione, vescovo di Beauvais.

D'Estivet                       - Furono le vostre voci a dirvi di saltare dalla torre?

Giovanna                      - No, non furono le Voci. Saltai perché temevo il fuoco. E lo temo ancora. Preferisco morire in altro modo.

D'Estivet                       - Ma avete affermato che le vostre Voci vi hanno assicurato che sareste stata riscattata.

Giovanna                      - Sì.

D'Estivet                       - Così ora sapete che vi hanno mentito.

Giovanna                      - No. Esse non mi dicono che la verità ma non so che cosa intendano per riscatto, né so quando ciò potrà avvenire.

De Courcelles               - Le vostre Voci vi predissero che sareste stata catturata?

Giovanna                      - Sì, me lo predissero.

De Courcelles               - E dal momento che lo sapevate, perché non avete cercato di evitare la cattura?

Giovanna                      - Se avessi conosciuto il giorno, non sarei uscita in battaglia. Ma nulla mi dissero le Voci a questo proposito.

Cauchon                        - Non avete più udito Voci da quando vi parlammo, ieri?

Giovanna                      - Sì, l'ho udite.

Cauchon                        - E che cosa vi dissero?

Giovanna                      - Non ha importanza.

Cauchon                        - Ha importanza, invece. È parte di questo processo. Dovete rispondere.

Giovanna                      - Mi destarono per avvertirmi che gli uomini che sono nella mia cella mi si erano avvici­nati con malvage intenzioni. Ed era vero.

Cauchon                        - E non vi dissero altro?

Giovanna                      - Signori, signori: ho risposto parecchie e parecchie volte alle vostre domande. Questa è la cinquantesima, la centesima volta che son tratta innanzi a voi. E le domande sono sempre le mede­sime... e la sola differenza è questa, ch'io sono sempre più stanca, così stanca che non riesco più a connet­tere, e non ricordo più che cosa vi ho detto prima. Sono incatenata nella mia cella, signori. Mi sono avvinte le caviglie l'una all'altra, e sono incatenata al mio giaciglio e se per una qualche ragione mi debbo alzare debbo chiamare le guardie che mi sciolgano. E le guardie non mi abbandonano mai, notte e giorno, e meditano le loro sozzure, perché io li sento quando si parlano l'un l'altro, e hanno pensieri di vermi striscianti. Ciò che essi hanno fatto, ciò ch'essi hanno tentato di fare non è cosa ch'io vi possa dire perché è ignominia e tortura. Non mi consentono di dormire. Notte dopo notte non mi è concesso sonno, ed ecco che debbo ancora comparire dinanzi ,a voi a rispondere alle vostre domande. Rinchiudetemi in un'altra prigione, mettete donne alla mia guardia. Questo non è giusto. Questo non è un processo. Io vengo dinanzi a voi sull'orlo della pazzia, per ciò che debbo sopportare nella mia cella... e senza riposo, notte e giorno senza riposo!

De Courcelles               - L'altra sera, nella vostra cella, quando foste avvertita di stare in guardia, l'avver­timento vi venne sotto forma di voce o di visione?

Giovanna                      - Prima udii e poi vidi.

De Courceixes              - Poste toccata?

Giovanna                      - No. (Debolmente) Ma è proprio necessario che mi facciate queste domande?

De Couecelles               - Avete mai toccato i santi che vi sono apparsi?

Giovanna                      - Sì.

De Couecelles               - In che modo?

Giovanna                      - Non insistete. Non mi è concesso rispondere.

De Cotjecelles               - I santi hanno capelli in testa?

Giovanna                      - È bene sapere che ce l'hanno.

De Cotjkcelles              - Indossano abiti?

Giovanna                      - Porse che Dio è così povero che non può vestire i suoi santi?

De Cotjkcelles              - Parlano francese o inglese?

Giovanna                      - Perché dovrebbero parlare inglese? Essi non sono dalla parte degli inglesi.

L'Inquisitobe                 - (alzandosi con un moto d'impazienza) Non insistiamo a tormentarla con queste questioncelle pettegole. Più grandi domande dobbiamo farle, di vita e di morte. Lasciate che io torni ancora a parlare del disaccordo fra voi e noi, e quando ciò sarà chiarito può darsi che mutiate d'opinione e veniate dalla nostra parte.| E se ciò dovesse verificarsi non andrete al rogo. Ma vivrete. siete troppo debole per ascoltarmi?

Giovanna                      - No. Vi ascolto.

L'Inquisitobe                 - Ecco dunque le vostre colpe. Voi udite voci, avete visioni e ispirazioni che dite vi provengono da Dio. La Chiesa, ch'è la rappresentante di Dio sulla terra, non riconosce la possi­bilità di ispirazione diretta da Dio ai Suoi figli. Se avete visioni dobbiamo condannarle come malefiche e con esse e come esse condannare voi. A meno che... a meno che... non si trovi una possibilità d'uscita... a meno che, cioè, non condanniate anche voi, come malefiche, le vostre visioni.

Giovanna                      - Ma io so che le mie Voci sono buone.

L'Inquisitore                 - Lo sapete. E come?

Giovanna                      - Ne sono sicura. Le conosco bene.

L'Inquisitore                 - Ma vedete che non avete alcuna prova da offrire. E non potete avere prove.

Giovanna                      - Ciò che mi hanno guidato a fare era buono.

L'Inquisitore                 - Siete proprio sicura che fosse buono? Pensate al vostro re, e agli uomini che lo circondano. Ne siete sicura? Dite la verità. (Una pausa).

Giovanna                      - No. Non ne sono sicura. (Si alza).

L'Inquisitore                 - Finalmente! L'ha detto!

Giovanna                      - Oh, ma non capite che ciò ch'io voglio fare è il bene e non il male? Non capite che questa è la mia tortura più grande? Più che la tor­tura delle guardie, più che la tortura della man­canza di sonno, più che la minaccia del rogo... questo tormento di non sapere se sono nel giusto o nel­l'errore? Le mie Voci vennero da me quand'ero una bimba e io le amavo e le adoravo, e l'ho seguite per tutta la vita. Ma non capite che io le avrei imme­diatamente abbandonate se io avessi saputo ch'erano malefiche? Ma non lo so. E voi non me lo avete detto. A che scopo è fatto questo processo? Io desidero essere nel giusto. Ed è appunto perché io voglio essere nel giusto che resisto ostinatamente a queste notti senza riposo e cerco nel mio pensiero di trovare la strada del Signore!

L'Inquisitore                 - Sì, siete salva, Giovanna! Vi eviteremo il rogo!

Giovanna                      - Ma io non voglio cadere nell'insidia! Non voglio tradire la verità per evitare il rogo!

L'Inquisitore                 - No certo! Non si può tradire se stessi! Ma la via, ora, è facile e chiara. Voi siete arrivata alla grande domanda... la domanda che va nel profondo... quella cui tutti gli uomini pensanti debbono giungere...: perché io credo a ciò in cui credo? Non è questo?

Giovanna                      - Sì. Allora voi sapete.

L'Inquisitore                 - Ci sono giunto anch'io, seppur non così giovane come voi. Ci sono giunto ch'ero ormai un uomo anziano, e la domanda mi torturò così come ora sta torturando voi. E fu dura la lotta per giungere alla risposta. Volete sapere quale fu, quella risposta?

Giovanna                      - Con tutto il cuore.

L'Inquisitore                 - È questa! Non si può credere a nulla quando non sia fermamente provato. Tutte le speranze, tutti i sogni, tutte le aspirazioni, tutte le immaginazioni, devono essere spietatamente eli­minate. L'anima dev'essere avulsa dalla conside­razione di queste cose... per essere guidata ad aderire soltanto a ciò che può essere dimostrato.

Giovanna                      - Ma che cosa c'è allora che può essere dimostrato?

L'Inquisitore                 - La dottrina e l'insegnamento della Chiesa. Che scendono in successione continua dalla parola di Dio. Nient'altro è solido. Nient'altro può essere dimostrato. Neppure che noi siamo qui. Neppure che il sole sorge e tramonta. Neppure che io sto parlando con voi. Né le quattro pareti che vi circondano. Né le voci dei nostri amici. Tutto ciò può essere apparenza, illusione, delirio. Noi possiamo svegliarci domani e scoprire che abbiamo sognato questo processo, che abbiamo sognato questo luogo e questo momento. E come potete, allora, prestar fede alle vostre visioni? Quando la Chiesa stessa, l'unica cosa solida, ha detto ch'esse sono menzogne?

Giovanna                      - Ma se io le l'abbandono mi ritroverò vuota. Tutto il mio mondo e la mia vita non avranno più senso.

L'Inquisitore                 - Perché credete a ciò in cui credete? Cercate ancora di rispondere a questa domanda. Perché credete nelle vostre Voci?

Giovanna                      - Perché sento che significano bene per me, e bene per il mondo... perché quand'esse mi parlano il mio cuore è vivo... come il cuore di una fanciulla innamorata.

L'Inquisitore                 - E sono prove, queste?

Giovanna                      - No.

LTnquisitobe                 - Non sapete che cosa rispondere, vedete?

Giovanna                      - Eppure... lo sento.

L'Inquisitore                 - Ancora?

Giovanna                      - Si, lo sento ancora.

L'Inquisitore                 - Ricordate che quel re che voi avete posto in trono ha venduto Parigi a noi. Può il Signore aver voluto che un tal uomo fosse il vostro re? Non è questa una prova che le vostre visioni potrebbero essere malefiche?

Giovanna                      - Padre Massieu, io voglio essere nel giusto. Ho sempre cercato di essere nel giusto. Ed è soltanto perché voglio essere nel giusto che dico che le mie Voci sono buone. Io non posso tradirle...

Padre Massieu               - O Giovanna, Giovanna contro tutti noi, contro la ragione e la saggezza... (Il giustiziere, col viso coperto da una maschera, entra e si ferma sulla soglia della cella).

Giovanna                      - È tanto tempo che le ho intese... (Scorge il giustiziere) Chi è colui?

Cauchon                        - Il giustiziere. Entrate, signore. (Il giustiziere si fa avanti).

Giovanna                      - Perché è qui?

Cauchon                        - Questo è l'uomo che vi metterà sul rogo se voi persistete nella vostra eresia. Ma prima vi sottoporrà alla tortura come estremo espediente per salvare l'anima vostra. Fatele vedere i vostri strumenti.

Il Giustiziere                 - (indicando un immaginario sti­valetto) Ho molti strumenti interessanti, signore, ma forse questi basteranno. Lo stivaletto e la ruota, per quanto semplici di costruzione e facili ad appli­carsi, sono quasi sempre efficaci...

Giovanna                      - Padre Massieu!

Padre Massieu               - Sì, figliola.

Giovanna                      - Voi mi avete ascoltata in confessione ; conoscete il mio cuore, che cosa debbo fare?

Padre Massieu               - Non c'è che una via di salvezza. Dovete sottomettervi al giudizio della Chiesa. Dovete rinunziare alle visioni.

Giovanna                      - E allora mi lascerete andare?

L'Inquisitore                 - La Chiesa vi perdonerà. Evite­rete il rogo.

Giovanna                      - Ma dovrò restare in prigione?

L'Inquisitore                 - Resterete in prigione.

Padre Massieu               - Ma salvate la vostra anima, Giovanna. Sottomettetevi alla Chiesa. Siete sola, qui, Il vostro re vi ha dimenticata. I nobili soldati coi quali siete andata in battaglia vi hanno dimenticata. Le vostre visioni vi .hanno ingannata. Non hanno recato bene né a voi né alla Francia. Siete sola e perduta e condannata. Ma la Chiesa attende ancora.

Il Giustiziere                 - Posso farvi vedere come fun­ziona la ruota?

Cauchon                        - Aspettate!

Giovanna                      - Che cosa debbo fare?

De Courcelles               - Ho la dichiarazione pronta... non vi resta che sottoscriverla. (Fruga fra le sue carte).

Giovanna                      - Non so che cosa sia vero. Non so che cosa sia bene. Portatemi un abito che lo indossi e lasciatemi sola nel mio carcere. Farò come voi dite. Non crederò più nelle mie visioni. Lascerò che la Chiesa decida.

De Courcelles               - Qui è scritto che voi rinunciate alle vostre visioni e alle vostre voci, che indosserete soltanto abiti femminili e vi sottomettete al giu­dizio della Chiesa,             - (le  porge il foglio e una penna).

Giovanna                      - Posso soltanto fare il mio segno.

De Courcelles               - Sì. (Giovanna traccia un circolo).

L'Inquisitore                 - È fatto!

_De Courcelles             - Avete firmato. Badate di non mutare la vostra decisione, che la pena sarebbe grave.

Padre Massieu               - Siete salva, Giovanna. La Chiesa vi riceve come penitente. (Tutti si sono alzati).

Giovanna                      - Ora lasciatemi andare. Lasciatemi riposare. (Si volge per uscire).

Cauchon                        - Verremo a vedervi domattina presto, Giovanna. Tenetevi preparata. Questa vittoria deve esser resa nota a Bouen e alla Francia!

Giovanna                      - Portatemi nella mia cella e lasciatemi dormire. Dio mi aiuti se ho sbagliato, ma io devo riposare.

Padre Massieu               - Allora venite.

Al                                  - Sipario.

IL PROCESSO – GIOVANNA RISPONDE

Giovanna                      - (inginocchiandosi) Re dei Cieli, la notte è passata. I miei carcerieri si sono stancati di tormentarmi e sono andati a dormire. E io dovrei dormire... potrei dormire in sicurezza, ora... ma le domande del vescovo seguitano a tornarmi alla mente. Come posso sapere se le mie visioni erano buone? Nella notte, senza prender sonno, ho cercato di rispondere a questa domanda senza riuscirvi. Molte delle cose che mi hanno detto, erano vere. È vero che il re che noi incoronammo a Rheims non è né saggio né onesto. È vero ch'io sono sola, che i miei amici mi hanno dimenticata, così il re come i nobili che combatterono al mio fianco. Non giunge parola di essi; né offerta di riscatto. E mi trovo doppiamente sola, poiché ho rinnegato le mie visioni ed esse non verranno più. Credo che le mie visioni fossero buone. Io so ch'erano buone, ma non so come difenderle. Quando sono tratta davanti alla corte e debbo dimostrare ciò in cui credo, come posso provare se ciò è buono o cattivo? E chiedo a me stessa se sono stata onesta sempre, perché quando andai fra gli uomini io recitavo una parte. E non soltanto perché indossavo abiti maschili... (China il capo. Da sinistra si accende un tenue chiarore).

San Michele                  - (fuori scena) Jeannette!

Giovanna                      - Si.

San Michele                  - Tu non eri nell'errore. Tu non ti sei sbagliata. Tu avevi accettato la verità che ti veniva da noi, e ciò che hai fatto renderà libera la Francia.

Giovanna                      - Ma il re non è un buon re.

san Michele                   - "Un re non è eterno. E ben verrà dalla sua incoronazione. La Francia avrà il suo regno.

Giovanna                      - Voi mi avete parlato, e io vi ho rinnegato.

San Michele                  - Come vuoi comprendere queste cose, Jeannette I Essi ti hanno intrigata con le loro domande, domande alle quali nessuno può rispondere. Ma la Chiesa stessa è edificata su rivelazioni, e queste rivelazioni vennero dall'oscurità e tornarono nell'oscurità così com'è delle tue rivelazioni.

Giovanna                      - Essi hanno detto ch'io non posso provare nulla.

San Michele                  - Neanche loro possono provare qualcosa. Di tutti gli articoli di fede non uno è tale da poter essere dimostrato.

Santa Caterina              - Jeannette!

Giovanna                      - Sì.

Santa Caterina              - Quando tu rispondi loro, parla arditamente, così come parlava tuo fratello. Un'anima deve aver fede, e la fede deve trovare una voce. La voce che hai trovato ha servito bene le tue visioni. Ritrova la tua fede. Parla con coraggio, come prima. Non èri nell'errore.

Giovanna                      - Ma ho firmato la sconfessione. se la rinnego la punizione sarà sicura e grave. Così essi mi hanno detto.

Santa Margherita          - Jeannette!

Giovanna                      - Sì.

Santa Margherita          - In un anno tu hai mutato il volto della Francia. Se tu mantieni la tua fede... se la conservi fino alla fine... questo sarà soltanto un principio. Lascia ch'essi accendano sotto di te il rogo, se ne hanno il coraggio. Il rogo ch'essi accen­deranno brucerà diecimila tirannie prima di consu­marsi. Si propagherà di regno in regno, di secolo in secolo. Non è solo la Francia che dev'essere liberata.

Giovanna                      - Allora... la mia causa vincerà... ma non c'è riscatto per me?

Santa Margherita          - Hai tu paura, figlia della Francia!

Giovanna                      - Ho paura del rogo. Soltanto del rogo.

Santa Margherita          - Se è troppo difficile, se non puoi reggere a questo, allora non ti è domandato. Tu hai fatto ciò che dovevi fare. Hai salvato Orléans e incoronato il Delfino a Rheims. Hai avuto il tuo anno, il tuo lavoro è compiuto ed essi non possono disfarlo. Fai pace con loro se devi. Anche così avrai operato bene.

Giovanna                      - Anche se continuo a rinnegare voi, avrò operato bene!

Santa Margherita          - Sì. Non possono separarti da ciò che hai operato. Il regno di Francia non potrà più essere qual era prima.

Giovanna                      - Perdonatemi se vi ho rinnegato. Perdonatemi se non ho abbastanza coraggio quando vedo il giustiziere e il rogo. Credo che posso affron­tare qualsiasi altra morte non una ma molte volte, ma non una sola volta questa... non quando vedo che mi viene apprestata. Ora che vi ascolto, qui, sola, con voi non posso credere che mi rivolgerò contro i miei santi. Ma il fuoco mi ha sempre colmata di orrore. La paura del fuoco mi si alza contro con orrore... e la mia voce dice cose contro la mia vo­lontà di salvarmi. Credo che lo farò ancora..

Santa Margherita          - Anche se lo farai ancora, farai bene. Tu hai fatto bene tutto ciò che dovevi fare. (La luce comincia a smorzarsi).

Giovanna                      - Voi mi negate la vostra benevolenza, ora!

Santa Margherita          - Come potremmo negarti la nostra benevolenza, Jeannette! In tutta la Francia, in tutti i suoi mille anni, non c'è stata una fanciulla come te. (La luce scompare. L'assistente direttore di scena batte sul tavolo con le dita come Massieu alza la mano alla porta).

Padre Massieu               - Giovanna?

Giovanna                      - (alzandosi) Sì, padre Massieu.

Padre Massieu               - Posso entrare!

Giovanna                      - Sì. (Massieu spinge la porta ed entra).

Padre Massieu               - Buongiorno, figliola. (Si arresta, sorpreso) Non avete ancora rinunciato a questi abiti maschili!

Giovanna                      - I guardiani sono ancora nella mia cella. (Indica un punto dove si finge che le guardie giacciano nel sonno).

Padre Massieu               - (alle immaginarie guardie) Andatevene. Non c'è più bisogno di voi. (Attende un attimo prima di proseguire, come a lasciare che le guardie escano) Giovanna, Giovanna, essi ver­ranno questa mattina ad assicurarsi che voi abbiate tenuto fede al vostro giuramento. E voi non l'avete fatto. Un eretico può pentirsi ed essere perdonato, ma l'eretico che si pente e poi ricade nell'errore non può nutrire speranza .di perdono. Dovete mutar d'abito in fretta, prima che gli altri sopraggiungano. Non è stato onesto, questo di lasciar ancor qui con voi le guardie. Credevo che fosse stato deciso di... (Si volge verso la porta) Cambiatevi in fretta,

Giovanna                      - Sì. (Prende l'abito femminile dalla sedia su cui è stato deposto. Entrano Gauehon, l'Inqui­sitore, D'Estivet e De Goureelles).

Padre Massieu               - Troppo tardi. Eccoli. (Giovanna lascia ricadere l'abito e si rivolge verso la porta che Massieu apre per far entrare i sopravvenuti) Entrate. (I quattro entrano nella cella, guardando prima Massieu e poi Giovanna).

Cauchon                        - (a De Goureelles) Sì, come mi aspettavo... non ha mantenuto la parola.

Padre Massieu               - Vi aspettavate che non avrebbe mantenuto la sua parola?

 Cauchon                       - Me l'aspettavo.

Padre Massibu              - E me ne vorreste dire la ragione?

Cauchon                        - Non aveva intenzione di tener fede a ciò che aveva detto.

Padre Massieu               - Aveva intenzione, invece. si è comportata onestamente con noi. Siamo noi che non ci siamo comportati onestamente con lei. Le guardie son rimaste nella sua cella, stanotte, come prima.

Cauchon                        - Io non avevo promesso circa le guardie. Ma lei ha conservato l'abito maschile. Ha violato il giuramento che aveva sottoscritto. Ed era stata avvertita che avrebbe sfidato una punizione grave.

Padre Massieu               - Siamo noi che le abbiamo reso impossibile mantenere la parola.

Cauchon                        - Constatiamo soltanto che non l'ha mantenuta. Voi andate oltre le vostre funzioni, padre Massieu. Voi non siete un giudice.

Padre Massieu               - Mi appello all'Inquisitore.

Cauchon                        - L'Inquisitore è del mio avviso. Le abbiamo concesso tempo fino a questa mattina. E io ho esaurito la mia pazienza con lei e con questo processo. La sentenza dev'essere eseguita senza che si vada a cercare altro.

L'Inquisitore                 - Un momento, vescovo di Beauvais. Se la fanciulla è stata costretta a violare il suo giuramento, non possiamo pronunziare una sen­tenza di condanna.

Cauchon                        - Credevate che l'avrebbe violato di propria volontà? Credevate che si sarebbe gettata sul rogo quando le avevamo indicato la via per evitarlo?

L'Inquisitore                 - Voi non siete la Chiesa, mio caro vescovo, e io qui sono giudice come voi. Vi abbia­mo dato un abito femminile, Giovanna. Perché non l'avete indossato?

Padre Massieu               - Ho mandato via le guardie adesso. Stava per indossarlo quando voi giungeste.

L'Inquisitore                 - È vero?

Giovanna                      - Sì.

L'Inquisitore                 - Allora usciremo dalla cella e voi potrete cambiarvi prima che l'interrogatorio abbia inizio. (Si volge).

Cauchon                        - Volete dunque che ci sfugga?

L'Inquisitore                 - Non ha ancora osservato, Vostra Grazia come questo processo si presenti sotto un doppio aspetto? Volete forse conferirle grandezza, volete forse che viva per l'eternità il nome del nostro principale nemico? E proprio mentre costei accetta di rivestire l'abito dell'umiliazione, accetta di essere dimenticata, di tornare nel nulla agli occhi di Dio, della Chiesa e degli uomini?

Cauchon                        - Non vedo questo dilemma.

L'Inquisitore                 - Per amore della Chiesa e per amore di Dio dobbiamo perdonare questa fanciulla e lasciare che sia perdonata. Se facciamo come voi, se i soldati la prendono e danno il suo spirito alla fiamme e disperdono le sue ceneri al vento, non vedremo più fine all'opera sua. Le battaglie ch'essa ha vinto si possono dimenticare. Ma se muore cre­dendo in queste battaglie, se ne facciamo una martire e un simbolo... ecco che allora le sue ceneri e le sue parole giungeranno dovunque come semi e affonde­ranno le loro radici nei deserti e nella roccia! Sorgeranno araldi e profeti a divulgare il suo nome. Questa diventerà l'età di Giovanna, il secolo di Giovanna e tutti noi, preti e re, saremo le figure minori della sua tragedia!

Cauchon                        - Questa è fantasia o profezia.

L'Inquisitore                 - Quando la nostra storia sarà scritta diventerà un fatto indiscutibile.

Cauchon                        - Sta bene. Indossi dunque gli abiti femminili. (Si volge).

Padre Massieu               - Avete udito, Giovanna. Siete perdonata. Ora noi usciremo.

Giovanna                      - Non è necessario. Non muterò d'abito.

L'Inquisitore                 - Avete pur detto che volevate farlo.

Giovanna                      - Sì. Ma ora non più.

L'Inquisitore                 - È piccola cosa quella che vii si chiede, Giovanna, ma essenziale.

Giovanna                      - Non ho più bisogno di mutar d'abito, ora. Ho udito di nuovo le mie Voci e credo in esse e so ch'esse sono buone. Mi pento di averle rin-i negate!

Padre Massieu               - Giovanna!

Giovanna                      - Era difficile a dirsi, ma ora che l'ho detto mi sento lieta di nuovo, e felice. Anche se ciò significa che debbo morire.

L'Inquisitore                 - Ieri vi dicemmo che le vostre Voci erano malefiche, e voi non sapeste che cosa rispondere.

SECONDO INTERLUDIO

(Giovanna tace. Al suggerisce).

Al                                  - « Ora so che cosa rispondere. ».

Mary                             - Sì, non è necessario. È che... Jimmy!

Masters                         - Sì? (Si alza).

Mary                             - Oh, eccovi! Ora so che cosa rispondere!

Masters                         - Rispondere?

Mary                             - Qualcuna delle battute di questa scena sono proprio le parole di Giovanna. Io sento che sono vive. E d'improvviso ho capito che cosa avrebbe voluto dire.

Masters                         - Avete avuto la rivelazione anche voi!

Mary                             - Porse. Comunque, conosco la risposta. È vero che si sarebbe potuta compromettere nelle piccole cose... ma è vero anche che non avrebbe com-promesso la propria fede... la propria anima. Avrebbe preferito il rogo... e andò al rogo.

Masters                         - Era appunto quello che cercavo di spiegarvi...

Mary                             - E un'altra cosa so, ora... ed è come me l'avesse detta la stessa Giovanna. Non importa ciò che cerchiamo di dire di lei. Nessuno può usare della sua figura per uno scopo diverso. Il suo signifi­cato emergerà sempre, e tutto il resto sarà dimenticato

Masters                         - Noi siamo le figuri minori della sua tragedia.

Mary                             - Sì. (Lo abbraccia) Mi spiace... ora pro­seguiamo... Com'era la battuta?

Al                                  - « Ora so che cosa rispondere ».

Mary                             - Sì.

FINE


[1] S.P.C.A. è la sigla di Society far Prevention of Oriteli) to Animate, qualcosa come la nostra «Protettrice degli animali».

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