Giulia Szendrey

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GIULIA SZENDREY

Commedia in tre atti

di FERENC HERCZEG

Traduzione di I. Balla e C.V.Lodovici

PERSONAGGI

GIULIA SZENDREY

HORVAT

PROF. KOVACS

BERTA

PRINCIPE TRUBESKOY

GUSTAVO LAUKA

MARTINO LENDWAY JUNIOR

ALESSANDRO BALAZS

UN NOTAIO

LA SIGNORA TALAS

Epoca: 1849-1880

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

L'abitazione del poeta Alessandro Petòfi, a Torda. Casetta presa in affitto; stanza bassa con soffitto di legno e pareti chiare; ammobiliata con gusti e possibilità di piccoli borghesi. Ten­dine chiare, stampe patriottiche alle pareti.

Comune in primo piano, a destra.

A sinistra due finestre che guardano sulla strada. In fondo una porta che mette diretta­mente in una cucina di contadini della Transilvania. Un mucchio di orcioli, vassoi, brocche di argilla, ecc. Svariati sedili.

Nel fondo della stanza due letti, uno accanto all'altro. Una scrivania semplice tra le due fi­nestre, piena di manoscritti e di libri. A muro un bauletto rivestito di cuoio di pelo di pule­dro; appartenente a Giulia.

Sul letto e sulle seggiole vestiti da uomo e capi di biancheria, pronti per essere messi nel baule. La camera deve dare V impressione di una modesta e candida intimità.

Si vede che i proprietari stimano molto gli ospiti venuti da Pest.

Pomeriggio d'estate.

(La porta della cucina è aperta. La signora Talas sfaccenda in cucina e canticchia salmi in falsetto. Picchiano alla comune. La signora Ta­las non se ne accorge, seguita a cantare, poi sente picchiare, si asciuga le mani con un ca­novaccio, passa nella stanza e apre la porta).

Kovacs                                   - (fermo sulla porta aperta; stile au­lico) È questa la dimora della signora Petòfi, la moglie di Alessandro Petòfi?

Talas                                       - Sì. Da una settimana.

Kovacs                                   - (entra nella camera. È sui 7O anni. Capelli bianchi folti; barba tonda piena; volto rubicondo e inverosimilmente giovanile. Sebbe­ne non sia sacerdote ma professore, parla in uno stile sacerdotale, un po' calvinista) Ora favorite rispondere a questa seconda mia do­manda: Trovasi attualmente in casa la signora?

Talas                                       - (messa in soggezione dall'eloquio fio­rito dell'interrogante) No, signore. Non tro­vasi attualmente in casa. Ha fatto un salto qui giù dai Dongo.

Kovacs                                   - Dai Dongo. Bene. Ma potete darmi qualche ragguaglio approssimativo quando rien­trerà al suo domicilio la signora?

Talas                                       - Sarà qui a momenti; per merenda. Le ho preparato il caffè col latte di bufalo. La signora dice che a Pest non se ne trova.

Kovacs                                   - M'è chiaro che, sebbene sia pre­ziosissimo il mio tempo, mi sarà giocoforza attenderla. Non è stata qui, per avventura, la signora Kovacs, mia moglie?

Talas                                       - Io non conosco la sua signora moglie.

Kovacs                                   - Vestita di nero... una bella signo­ra, snella, giovane, giovanissima.

Talas                                       - (ride con troppa confidenzialità) Ah! Una moglie giovane, il signore? Lei mi can­zona!...

Kovacs                                   - (obbiettivo) Più giovane di me di quarant'anni. Quale meraviglia è codesta vo­stra, buona donna? Gli uomini straordinari vi­vono in circostanze straordinarie. Voi non sa­pete - evidentemente - con chi state parlando.

Talas                                       - (lo guarda acutamente) Ma non è lei quel vecchio che fa il sensale di cavalli? Il sensale del Tibisco? Non si chiama Peppino Kurte, lei, o qualche cosa di simile?

Kovacs                                   - (con indulgenza) Sensale di caval­li? Non c'è male! Ma se io facessi commercio di cavalli, dovrebbero essere cavalli alati! Ben è vero che voi non potete capire; e dunque, sentite un po', buona donna. Io sono quel pro­fessore Kovacs di cui tanto si parla nel mondo. Il professore Kovacs di Kolozsvar. (Aspetta l'ef­fetto). Dovreste pur anche aver sentito parlare di me.

Talas                                       - Mai. Mi perdoni, ma proprio mai sentito.

Kovacs                                   - Ne inferisco che voi non abbiate mai sentito nemmeno il nome di Aristotele, a rigore. (Pausa). Fama, che sei tu mai? « Vanitas vanitatum ». Ma voi siete pur anche da in­vidiare, perché siete felice. Beati i poveri di spirito imperocché di loro sia il regno dei cieli. Va bene. Tornate pure alla vostra bisogna. Io attendo qui la signora.

Talas                                       - (entra in cucina e si tira dietro la porta).

Kovacs                                   - (prende dalla scrivania il volume ric­camente rilegato delle poesie di Alessandro Pe­tòfi. Comincia a sfogliarlo, cambia idea e apre la porta della cucina) Dite un po', buona donna, è vero che il signor Petòfi è partito per il campo di battaglia?

Talas                                       - (dalla cucina) È vero, sì. È partito la notte di mercoledì scorso con la vettura di Michele Borsos.

Kovacs                                   - Io mi domando se è andato vera­mente sul campo di battaglia.

Talas                                       - C'è andato, sì. Era in uniforme.

Kovacs                                   - Non so che costrutto ci sia a par­tire per la guerra proprio ora che siamo all'ini­zio della fine. Però, e come di consueto, sem­pre fortunato, il signor « Poeta-guerriero ». (Sor­ride di compatimento) Se la caverà, non v'ha dubbio, senza nemmeno una scalfittura, il signor Poeta-soldato. (Energico)'Ma questo non mi ri­guarda. (Chiude la porta con uno sbattone, sie­de, comincia a leggere le poesie di Petòfi, scandisce colle dita le sillabe dei versi, poi dà in una risata sarcastica).

Horvat                                    - (irrompe in scena; 3O anni, una spal­la più alta dell'altra, cera emaciata, carattere focoso, aperto) Giulia! Non c'è Giulia?

Kovacs                                   - (solleva appena gli occhi dal libro) Non si costuma più neanche salutare, ades­so? Non è più in consuetudine tra la gioventù?

Hokvat                                   - Oh, scusi, buongiorno, signor pro­fessore.

Kovacs                                   - Lei Horvat! Arpad Horvat! Mi ricordo di ciascuno dei miei allievi, come il re Ciro di ciascuno dei suoi veterani. Però è un bel pezzo che non mi si offriva di rivederla, amico mio!

Horvat                                    - Da quando si è compiaciuto boc­ciarmi in logica, signor professore.

Kovacs                                   - (con rabbia postuma) Perché lei, nei suoi compiti, raffazzonava sempre gli ele­menti più eterogenei. Sarei veramente curioso di sapere a che cosa mai è pervenuto lei nella sua vita.

Horvat                                    - Sono stato castigato anch'io; e sono diventato anch'io una specie di professore. All'Università di Pest.

Kovacs                                   - (impietrito) All'Università? Pro­fessore?

Horvat                                    - (lo tranquillizza) Libero docente...

Kovacs                                   - Dunque sarebbe vossignoria quel tale Arpad Horvat...

Horvat                                    - Sì. Ma non si tratta di me, adesso. Adesso si tratta di Petofi che è partito per il campo di battaglia. Come hanno potuto per­metterglielo? Il generale Bem, lotta contro un nemico troppo soverchiante di numero. E Ales­sandro in mezzo a quell'inferno di fuoco! È as­surdo! Sandro! Non è possibile!

Kovacs                                   - Un momento: tutto è possibile in questo paese: un condottiero di 3O anni, un mi­nistro di 28, un ventisettenne professore d'Uni­versità, e un ventiseienne « poeta laureatus ». Tutto è possibile! I signori giovani, con la guer­ra cosiddetta d'indipendenza, hanno messo sot­tosopra la somma delle cose, e nessuno di loro si è ancora domandato a che approdi tutta que­sta baraonda.

Horvat                                    - A far degli Ungheresi tanti uo­mini.

Kovacs                                   - Un momento: e, prima, che cosa eravamo?...

Horvat                                    - Ventraie ambulanti. Era un paese di pance senza né cervello né cuore.

Kovacs                                   - E questo modo di parlare si chia­merebbe logica all'Università di Pest?

Hovart                                    - Si chiami come si vuole, questo ora non ha nessuna importanza, ma che si ri­duca a carne da cannone un genio come Ales­sandro Petofi, questo è inconcepibile e bestia­le! Nel cervello di questo grande Poeta sfavil­la un pulviscolo di stelle, né se ne può fare strame per coltivare la terra delle campagne. Ma Alessandro è andato alla guerra perché se n'è fatto un dovere. Si capisce che... (ironico) tutta quella gente che gli voleva bene, s'è incaricata di tenergli viva l'idea di quel dovere, con spi­ritose allusioni e punzecchiature... ce Uno che ha strascicato tanto la sciabola sul selciato di Pest; uno che ha tanto declamato di sangue di libertà e di rivoluzione, non può nascondersi, dietro le sottane della moglie quando in cielo tuona»... Ecco! E per lui non ci voleva altro; lui che è sensibile a questa specie di solletico, fino ad impazzire.

Kovacs                                   - (legge nel libro:) « Se non ci fosse nessuno -, La patria a difendere, io solo la difenderei. Ben lungi dal dire che questa sia una buona li­rica, - che anzi si manifesta assai deboluccia - , sta di fatto che colui il quale scrive siffat­tamente, non può rimanere poi a casa...

Horvat                                    - E non è rimasto, lui, no. Non esi­ste inferno di fuoco nel quale non si riesca a farlo saltar dentro a pie pari. Sa, signor pro­fessore? Quelli che lo hanno spinto in mezzo al grandinare delle palle, erano acuti psicolo­gi, glielo dico io!

Kovacs                                   - In tutta questa aggrovigliata fac­cenda, vorrei soltanto sapere una cosa: se lei, egregio collega di Pest, ritiene proprio un genio Alessandro Petofi. I giovani d'oggidì, sono un po' troppo corrivi a regalarsi a vicenda qualità straordinarie. Il Ministro Kossuth: un genio. Il Generalissimo Gòrgey, un genio. Il poeta suo amico, un genio. Di notte, sulla strada di Pest c'è più luci di lampi di genio che di olio di fa­nali. Potrei ancora capire che si denominasse genio uno il quale costruisca, diciamo così, un sistema filosofico universale come Aristotele o Bacone da Verulamio: o qualche altro che oggi lavora tuttodì nel buio, ma che prima o dopo si presenterà al giudizio del pubblico. Ma che si chiami genio uno il quale acciuffa al volo una ideuzza, un decimo di ideuzza, una fuliggine di ideuzza, e la mette in rima; che si chiami genio un così fatto fenomeno di natura, si potrà magari capire all'Università di Pest; ma io, con la mia modesta mentalità paesana, io, questo non riesco a capirlo. Il vostro signor Alessan­dro, o Sandro che dir si voglia, potrebbe esser un ragguardevole poeta qualora possedesse una congrua preparazione di scienza e d'esperienza di vita: il che è solo frutto di maturità. Ma quello lì non coltiva la poesia con la necessaria serietà. Improvvisa così a vanvera, a orecchio, come un tzigano. Se non avessi troppe altre cose di meglio da fare, potrei di leggeri dimo­strare il divario tra un poeta da strapazzo e un vero artefice della rima. Perché poi quel Poeta-soldato dovrebbe essere un genio?

Horvat                                    - Perché Petofi è un genio, ora glie­lo dico io, professore: se guardo fuori della fi­nestra e vedo il polverone agitarsi e sollevarsi, vuol dire che tira il vento. E quando vedo la marmaglia umana cominciare ad agitarsi è cer­to che di sopra turbina l'afflato del genio.

Kovacs                                   - Un momento, signore!

Horvat                                    - (nell'impeto) Ma non vede lei si­gnor professore come tutti questi fantocci di pa­glia sono trascinati nella sua corrente? E aderi­scono a lui irrimediabilmente. Gli si ribellano, lo invidiano, lo deprezzano, ma intanto sono sempre con lui, non possono pensare che a lui, non possono parlare che di lui.

Kovacs                                   - (respinge da sé il libro di Petofi) È giocoforza riconoscerlo: i giovani d'oggidì si so­stengono tra loro a spada tratta. Di conseguen­za, stimatissimo signor professore dell'Università di Pest, non abbiate temenza di sorta per il vo­stro amico. Egli è un abilissimo uomo. A venti­sei anni è riuscito ad essere una gloria nazio­nale, mentre altri, di ben più seria attività e coltura, non sono nemmeno noti nell'arengo cul­turale. Per uomini di quello stampo mai da avere temenza, turnice mi!...

Giulia                                     - (con un vestito un po' eccentrico ma di gusto, berretto grigio- (rosso) e con una sciarpa dai colori nazionali entra concitata) Eccomi. Saluto il grande scettico che non crede in niente fuorché - grazie a Dio! in sé stesso. Oh! benvenuto Horvattino! Che bellezza che s'è ri­fatto vivo!

Kovacs                                   - Signora, arriva a tempo! Questo giovane gladiatore stava giusto per immergermi in seno la sua temibile daga!

Giulia                                     - Horvattino?! Oh! potrà arrivare tutt'al più, e se è proprio arrabbiato, a fare una puntura di spillo! La sua è la stizza del gallet­to. Ma ora, domando scusa, devo metter nel bau­le i vestiti borghesi di mio marito. C'è un vet­turale che ci porta a casa di mio padre. (Fa­cendo il baule) Anche la Berta è in città?

Kovacs                                   - Mia moglie è venuta con me; e tra poco sarà qui. Ora è tutta in faccende per tro­vare un automedonte, oggi infatti ce ne tornia­mo a Kolozsavar.

Giulia                                     - Ecco, vede? Lei a cercar la vettura ci manda sua moglie. Gran signorone questo professore di Kolozsvar.

Kovacs                                   - (suscettibile) Io non sono un gran signore... almeno nel senso materiale della pa­rola. Ma la scienza attende ancora da me qual­che servigio. E, come dice il proverbio polac­co, non è degli dèi aggiustare le pentole rotte. (Guarda l'orologio) Ma adesso vado a vedere di Berta perché temo non abbia da esserci qualche pasticcio per quel che concerne la nostra vettu­ra... La porterò poi qui, perché da qui ci rimet­teremo in cammino per Kolozsvar. (Esce).

Giulia                                     - (gridandogli dietro) Guardi però di tornare davvero che le voglio offrire un bic­chierino di Tokai. Me l'hanno mandato i conti Teleki. (A Horvat) Mi fa pena Berta, poveret­ta! Ha un compito difficile! (Ride) Sa lei che Berta era innamorata di Alessandro? Da signo­rina, s'intende! Sa?... Subito dopo il nostro fi­danzamento, una volta litigai con Sandro mio marito - succedeva spesso - e allora Sandro, per ripicco, al ballo tutta la sera si mise a fare la corte a Berta. Il giorno dopo naturalmente abbiamo rifatto pace, e il mio Sandro - che è buono    - non si è più occupato di Berta. Ma lei, poveretta; prese sul serio questo gioco - tremendamente sul serio... e credo che si sia poi decisa per dispetto a sposare quel terribi­lissimo professore. Questa, davvero, è una cosa triste: che da quel nostro scherzo, fatto così alla leggera, si sia creato per loro il destino che li accompagnerà fino alla morte. È la sorte toc­cata a molte altre ragazze: sognare con un poe­ta giovane e dormire con un vecchio professore. Credo che Berta abbia per me una profonda ri­pugnanza. Poveretta! La capisco e la compiango!

Horvat                                    - (che fino a questo momento ha guar­dato Giulia fermo e muto) Giulia, perché non ha impedito a Petofi di partire?

Giulia                                     - (colpita, si volta verso di lui e, a fac­cia a faccia lo fissa negli occhi con un po' di ostilità).

Horvat                                    - Non avrebbe dovuto lasciarlo par­tire per il campo di battaglia.

Giulia                                     - Ma Horvat, che cosa dice, lei! Trattenere l'uragano una volta che si è scate­nato! Allora lei Petofi non lo conosce! (Dopo una pausa e con orgoglio) E neanche la moglie di Petofi. Anche se fossi stata in grado, non lo avrei trattenuto lo stesso.

Horvat                                    - Però sarebbe stato un compito de­gno della donna e della moglie.

Giulia                                     - Devo esser proprio io a tirarlo in basso? Non sarei degna di portare il suo nome. Amico mio, io sono andata in isposa a un cuor di leone, e mi sono disabituata dal piagnucolare.

Horvat                                    - E se gli accadrà qualche male? Se tornerà ferito, mutilato? (Pausa) E se cadrà in battaglia?

Giulia                                     - (quasi con ira) Non cadrà!

Horvat                                    - Da dove trae questa sua fede, lei? Da che profezia? Lei non è neanche credente.

Giulia                                     - Credo nella logica eterna dell'or­dine del mondo... Ci sono certe leggi superiori. Petofi è un inviato del destino, e fino a che non avrà compiuto la sua missione, non può cade­re... È concepibile un Cristoforo Colombo che fa un naufragio all'inizio della sua navigazione? E Petofi, partito solo da ieri, si è messo sulla strada che è la sua... Quanto c'è ancora da fare prima di raggiungere un'Ungheria indipenden­te, una libera repubblica? Sa lei che mio ma­rito non ha che 26 anni? Lo confronti un po' con Goethe a 27 anni, con Shakespeare a 27 anni. Petòfi è più grande di tutti. Si leva con una così audace parabola verso lo zenit. Ah! Ci vogliono settanta o ottant'anni prima che sia compiuto il corso della sua predestinazione.

Horvat                                    - Da quando in qua crede nei mi­racoli, lei?

Giulia                                     - Non è un miracolo, è la logica ne­cessaria delle leggi. (Prende un paio di stivali con dentro la loro forma di legno per disporli nel bauletto) Vede? Quando Sandro venne a portarmi via da casa nostra, mio padre mi disse: «Te ne pentirai, Giulietta». Anch'io guardai con ansia verso l'avvenire: ero abituata a vivere in un palazzo, a uscir con quattro ca­valli, a essere attorniata di cavalieri. Ero Giulia Szendrey. Eppure ho sposato lo studente vaga­bondo e l'ho seguito nella sua camera ammobiliata di Pest. L'ho seguito per ostinazione - almeno così credevo ; però qualche altra cosa mi trascinava - che cosa non so; qualche forza misteriosa e divina. E io dovetti andare! E là nella camera ammobiliata di Pest, arrivai a conoscere che ero stata fatta regina - rida pure Horvat, se vede questa Regina maneggiare gli stivali di suo marito.

Horvat                                    - Ma per questo appunto, è Regina, lei! E ha una corona di stelle intorno alla fron­te, e il suo regno è l'eternità.

Giulia                                     - (ripone gli stivali) Ma, in verità, che parlo a fare con lei? Per dire delle pove­re parole; dovrei inventare frasi nuove, gentili, parole di fiamma, color d'arcobaleno. E poi, neanche. No, no: questo non si può esprimere che con la musica di Beethoven o - ecco! sì - coi versi di Petòfi.

Horvat                                    - Vorrei chiederle una cosa ; ma non se ne avrà a male, Giulia?

Giulia                                     - È matto? E poi lei è un parente; e un parente anche tra i selvaggi, ha maggiori diritti degli altri. Dunque: domandi pure.

Horvat                                    - Lei, Sandro, lo ama?

Giulia                                     - (dopo una pausa, con terrore) Che vuol far lei? Vuole offendermi, Horvat? (Pausa) Sì renda ben conto di questo: che lei non mi offenderà mai. Lei vuol tanto bene a Sandro, gli vuol più bene dì qualunque altro dei suoi amici, nelle sue parole non c'è veleno. Lei non mi offende. Mai.

Horvat                                    - (insiste) Ma lei non ha risposto alla mia domanda.

Giulia                                     - Ricorda? (Semplice, senza ombra di declamazione:)Come una coppia di rosignoli dall'uno all'altro ramo, dall'una all'altra stella, Lei e io - così voliamo. O come, dolcemente due cigni volteggiando sull'acque azzurre dell'eternità. Questo, Alessandro Petòfi, lo ha scritto per me. Di queste parole io non mi libererò mai più. Mi tengono avvinta, chiusa come nell'ambito di una cupola di diamanti. Sono senza scampo, prigioniera. No, non lo può sapere nessuno che cosa significa essere l'amore di un grande poe­ta... Soltanto io lo so! Chi può fare un dono così grande ad una donna? Dov'è questo re, questo imperatore? Amico mio, quello che io sento non è la felicità: è una cosa cento volte più maestosa e divina di quello che può sentire una donna sulla terra; non è la felicità.

Horvat                                    - (meditabondo) È amore, questo? Amore o ambizione? Lei sa che cosa dice la gente? Che lei è diventata la moglie di Petòfi per vanità. Che lei si è innamorata non dell'uomo Petòfi, ma della sua gloria.

Giulia                                     - Ma sa forse la gente di che cosa è fatta la sostanza dell'amore? Che cosa amiamo noi in un uomo? Non forse il suo spirito? E che cosa è lo spirito di un uomo, se non il suo ge­nio? Chi ama Napoleone, ama anche la sua glo­ria. E chi ama Petòfi, adora anche la sua im­mortalità. Non esiste Napoleone senza le sue vittorie, e non esiste Petòfi senza la sua poesia. I signori droghieri del Corso questo non lo ca­piscono. Per loro il sogno di una donna sono due baffi all'insù e un palazzo d'angolo all'in­crocio di due vie principali.

Horvat                                    - (mette le mani sulle mani di Giulia, abbandonate sulla, scrivania) Sia una volta sincera come solo Giulia Szendrey può essere. Quali macchie solari offuscano l'amore di Pe­tòfi? Perché Petòfi dubita di lei?

Giulia                                     - Dubita?

Horvat                                    - « Dubitare » forse è troppo, va oltre il vero. Ma qualche melanconico sospetto si annida nel fondo del suo amore. Non è lui che ha scritto:«Potrà un giorno l'amore d'un giovane Accenderti così da cancellare il mio nome col suo? ».

Giulia                                     - (sincera e triste) Sì, qualche volta lo tormentavano certe allucinazioni. Dolorose visioni di sogni... Ha una misteriosa facoltà di presentimento. Può darsi che egli senta qualche cosa in me di cui io stessa non so nulla. Può darsi. Perché io non mi conosco.

Horvat                                    - Quando si osa sentire come lei, si deve rimanere fedeli a sé stessi: ce Resta fedele sino alla morte e avrai da me la corona della vita », dice il Vangelo.

Giulia                                     - Perché lei mi dice questo, se io lo so meglio di qualunque altro? Io mi sono sposata non per venti o trent'anni, ma per l'e­ternità. Voglio che anche i nipoti dei nipoti co­noscano Giulia Szendrey. La conoscano, la ami­no, e un poco la debbano invidiare. Perché l'invidia delle donne, anche dopo la mia morte, mi farà sempre un poco piacere... Anche a di­stanza di secoli, dove si troveranno insieme dei giovani innamorati, io voglio presentarmi come una bianca dolce ombra, accompagnata nel mio cammino dal mio maestoso leone.

Horvat                                    - Sì, forse, questo è amore.

Giulia                                     - (versa del vino in due bicchieri) E non posso sopportare, io, questa parola: amore. Mi ripugna. È contaminata dalla bava dei com­messi, e delle modiste. Dovrebbe esser proibito per legge a tutti, fuorché ai poeti, di parlare d'amore. E anche loro, soltanto in poesia. Beva, caro il mio Horvat. (Toccano i bicchieri) Bevia­mo alla salute del professore ancora non nato che domanderà per il primo, in una lezione di prosodia ai suoi scolari: « Su, figliolo, dimmi quello che sai di Giulia Szendrey?

Horvat                                    - (con la cantilena degli scolari che ri­spondono alle interrogazioni) Giulia Szen­drey, moglie di Alessandro Petofi, ha nella let­teratura universale un posto accanto a quello della Beatrice di Dante e la Laura del Petrarca.

Giulia                                     - Benissimo, allievo Arpad! Dieci con lode! (Ridono entrambi).

Lauka                                     - (entra) La Regina si diverte, La reine s'amuse, e qui si presenta il suo buffone.

Giulia                                     - Che buon vento?

Lauka                                     - Traggo all'odore del vino come i moscerini. Salve alla Dea! (Con degnazione) E salve anche a te, onesto mortale. Si potrebbe sapere che simpatico liquido è questo? (Allun­ga la mano verso il bicchiere).

Giulia                                     - Lasci lì quel bicchiere! Lei deve libare nel piccolo calice d'argento. Perché lei è poeta. (Porta un bicchierino d'argento).

Hokvat                                   - Lauka è più che un poeta: è un rimaiolo.

Lauka                                     - Io sono soltanto un agnellino re­spinto dalle muse... che trotterella sulle orme di un leone: Petofi.

Horvat                                    - Precisamente: secondo l'abitu­dine normale degli agnellini che è notoriamente quella di trotterellare sulle orme dei leoni!

Giulia                                     - Io voglio bene a questo Lauka. È sempre d'un così fresco e candido vuoto. (Toc­cano i bicchieri) Adoro tutto quello che manca a lei. Amo quel che è il suo passivo: difatti lei non è un carattere, non è uno scienziato, non è un eroe, non è un amatore. Non c'è in lei un briciolo di pathos, neanche l'ombra della pretensione.

Lauka                                     - (superficiale) Notizie del campo di battaglia di Segesvar? Ho parlato con gente del luogo, e dicono che per tutta la mattinata di ieri ha tuonato il cannone Nel pomeriggio grandi nuvoli di fumo seguitavano a gravare all'orizzonte.

Giulia                                     - (posa il bicchiere) Battaglia?

Lauka                                     - Non si sa che cosa si prepari dietro quella cortina di fumo. (Con pathos fuori luo­go) Forse un mondo vedremo dissolversi, e nuo­vo un globo terrestre formarsi.

Horvat                                    - (fa un cenno d'intesa a Lauka per dm taccia) Ti prego di non parlare in versi tro­caici. Non ti sta. Declamaci piuttosto le chitar­rate di Lauka.

Lauka                                     - (prende la palla al balzo) La mia ultima? (Con modestia scherzosa) Posso affer­mare che è uno dei miei capolavori. (Declama:) « A un teschio! » Ti guardo con brivido muto, Osso giallo e silente - ti guardo. Giulia           - Ma perché una cosa tanto macabra?

Horvat                                    - E poi questo è stato già detto dal collega Shakespeare, nel monologo del Principe Amleto.

Lauka                                     - (con giocoso risentimento) Ma, a ben guardare, che cosa non fu ancora scritto? Trovatemi un po' una cosa che non somigli a qualche altra già stata detta!

Horvat                                    - Sentiamo un po' una cosa allegra, adesso. Non è colpa mia se adoro le poesie al­legre di Lauka.

Lauka                                     - Conosci il mio « Ditirambo? » Fu premiato dalla Accademia letteraria con dodici marenghi d'oro. E si dice che tra le poesie ma­giare, non sia proprio il diavolo. (Declama:) Amici, evoè! Beviamo, beviamo ora o mai!

Che il vin poco giova se fu a noi la vita matrigna.

Tocchiamo coi nostri vicini, tocchiamo il bicchier.

Poiché, come dice il Poeta, di vino non nuoce un bicchier!

Horvat                                    - Perché non ci hai recitato Orazio addirittura nell'originale?

Lauka                                     - Che Orazio! (Dopo una pausa, un po' incerto) Rassomiglia proprio?

Horvat                                    - Come la scimmia all'uomo. Giulia   - (che in tutto questo tempo ha lottato con la sua preoccupazione) Ma che cosa sta­rà succedendo a Segesvar?

Lauka                                     - Che cosa? Glielo dico subito: Papà Bem risciacqua la schiena ai Russi, ci scom­metto!, perché se a Bem si presenta l'occasione di misurare una buona legnata a Papà lo Zar, non se la lascerebbe sfuggire per tutto l'oro del mondo. (Molto affabilmente) Ora vi recito la mia lirica « Maledizione », va bene? È d'ar­gomento patriottico e questo so che a lei, Giu­lia, assai piace. (Declama):

In piedi si leva l'oppressa mia patria!

E sul campo all'odiato tiranno

Invoca dal Dio delle genti L'ardente castigo del Ciel.

(Guarda la faccia di Honvat, si disamina e smette). Anche questo somiglia a qualche cosa?

Horvat                                    - Non l'ho ancora detto.

Lauka                                     - Ma lo hai pensato, lo vedo sul tuo muso maligno.

Horvat                                    - Tu sei come il fuco: ti intrufoli in ogni calice di fiore e tutto il polline che ti resta attaccato te lo porti a casa.

Lauka                                     - (con rassegnazione) Ma a che cosa rassomiglia?

Horvat                                    - Lo sai benissimo.

Lauka                                     - Petofi, non è vero? (Pensa). Ce ne avrei un'altra: «Duello». Ma tu dirai certa­mente che è una derivazione da Puskin.

Horvat                                    - Perché, certo, è così.

Lauka                                     - È difficile scrivere poesie tra gente come te.

Horvat                                    - ... che legge un po' di tutto.

Giulia                                     - (balzando in piedi) In città qual­che notizia sarà certo arrivata. Io vado.

Lauka                                     - No. Rimanga. Vado io.

(Di fuori si sente il rumore di pesanti carri che passano: scotimento, schiocco di fruste, grida di vetturali, abbaiare di cani. Tutti e tre si affacciano alla finestra).

Horvat                                    - Quanti carri! Di contadini.

Lauka                                     - E quante donne e bimbi e mandrie sospinte...

Giulia                                     - In fuga. Ma davanti a chi?

Lauka                                     - Dalla strada di Segesvar.

Giulia                                     - Vada a sentire che cosa è accaduto.

(Mentre Lanka afferra la maniglia, si apre la porta e entra Berta).

Berta                                      - (la moglie giovane del professor Kovacs. Di un pallore che fa impressione).

Lauka                                     - La signora del professor Kovacs!

Giulia                                     - Berta!

Horvat                                    - La signora ha qualche notizia?

Giulia                                     - Che cosa è accaduto a Segesvar?

Berta                                      - Mio fratello Luigi è arrivato da laggiù. Ho parlato con lui.

Horvat                                    - Dal campo?

Giulia                                     - C'è stata battaglia?

Lauka                                     - Papà Bem - ci scommetto - gliele ha suonate di santa ragione...

Berta                                      - L'esercito di Bem è annientato. (Silenzio angoscioso). Gii Honved sono caduti a migliaia. Il nemico li ha accerchiati. Una car­neficina. Senza quartiere. Solo il generale Bem con pochi è riuscito a scappare. (Guarda Giu­lia) E tu non domandi neppure che cosa è ac­caduto di Petofi?

Giulia                                     - Non può essere che Sandro... (Lot­ta contro un incubo). No!... No!...

Berta                                      - Si dicono le cose più disparate. Qualcuno ha detto di averlo visto sotto le zam­pe dei cavalli cosacchi, coperto di sangue... (Guarda Giulia).

Giulia                                     - (con. un grido) Non è vero! Non è vero!

 Berta                                     - Mio fratello Luigi pensa che sia riuscito a salvarsi con Bem.

Lauka                                     - Bem lo amava e lo aveva caro come un figliolo.

Horvat                                    - Perché lo «aveva»? Lo ha. E si è certamente preso cura di lui e se lo è portato con sé. Potrei parlare io col fratello della si­gnora?

Berta                                      - Ha proseguito la sua fuga verso Kolozsvar. Tutti quelli che non sono caduti sul campo sono in fuga verso Kolozsvar: una ba­raonda. Si trascinano sulla strada stracciati e insanguinati, preceduti dal terrore come la tem­pesta è preceduta da un vento gelato.

Giulia                                     - (accasciata ed inerte) Vado anch'io.

Horvat                                    - Farà bene... Lei potrà sapere tutto.

Kovacs                                   - (entra eccitato) Berta? È qui? Oh, finalmente ti trovo. Ma un guazzabuglio simi­le... Tutta la città è sottosopra. Dov'è la nostra carrozza?

Berta                                      - Davanti alla casa.

Horvat                                    - Anche la signora Giulia va a Kolozsvar. C'è posto nella loro vettura?

Kovacs                                   - Sì, sì. La signora può venire con noi...

Berta                                      - Sarà nostra ospite a Kolozsvar.

Kovacs                                   - Da noi, si capisce. E sarà per noi un vero piacere.

Horvat                                    - Sarebbe bene partire subito, fin­ché la strada è libera.

Berta                                      - Non ci sono cavalli.

Kovacs                                   - Come, non li hai cercati? O forse non hai detto che erano per il professor Kovacs?

Berta                                      - Nessuno vuol attaccare i cavalli... Il Borgomastro dice che non può far niente per i suoi cittadini in questi frangenti.

Lauka                                     - Un momento! Il notaio di qui è un mio ottimo amico. L'anno scorso abbiamo molto brindato insieme a Deva... Se lo pre­go io...

Horvat                                    - E allora va' subito, va'...

Lauka                                     - (corre via).

(Da fuori si sente il canto di un drappello di Cosacchi. Tutti restano coll'animo sospeso).

Giulia                                     - Sentite? Sentite?

Berta                                      - Una canzone straniera!

Horvat                                    - (alla finestra) Soldati! Cavalleg-geri! Non nostri... Portano lunghe picche.

Lauka                                     - (torna pallido) Cosacchi!

(Il canto, ora terribile, empie la scena).

Giulia                                     - I Cosacchi in Transilvania!

(Il Notaio, entrando, lascia aperta la porta dietro di se. È un transilvano aspro e duro. Non è impressionato affatto. Si domina in pieno).

Notaio                                    - Si requisiscono alloggi per i Russi. Vengono anche qui. Un ufficiale.

Lauka                                     - Oh, il mio Notaio! Ciao, caro!

 

Trubeskoy                              - (entra. Seccato. È in uniforme, berretto in testa. Frustino in mano. Al Notaio) Non lascio i miei cavalli in una stalla di buoi. Se non c'è una stalla decente occupo le abita­zioni e faccio legare i cavalli nelle stanze.

Notaio                                    - E i cittadini? Che ne faremo?

Trubeskoy                              - Si stringano. I miei ragazzi dormono a dozzine in una stanza sola. Si re­stringano o vadano a coricarsi all'aperto sotto i pioppi. C'è il solleone e le notti sono calde. E qui ci sono anche delle aie. E poi, che mi importa?

Notaio                                    - I cavalli nelle stanze e la gente sulle aie?

Trubeskoy                              - Che c'è di strano? È la guerra. Vi siete ribellati al vostro legittimo sovrano, lo Zar, e non vi aspetterete che vi mettiamo noi, in letti di seta. Questa camera la requisisco subito io per i miei cavalli. Qui ce ne staranno benissimo sei... (Ai presenti) E loro se ne vadano.

Horvat                                    - Scusi, signor ufficiale, questo è l'alloggio di una signora, una vera signora, e credo regola di cavalleria...

Trubeskoy                              - Lei taccia. (Al Notaio) Dov'è il proprietario di questa casa? Voglio vederlo. Alla svelta.

Giulia                                     - (si fa avanti sotto il muto incorag­giamento degli altri).

Trubeskoy                              - Vi do mezz'ora di tempo... (Scorge Giulia e si interrompe. Pausa. Tra se) Veramente... una vera signora... (A Giulia) Mille fois pardon, madame. Veniamo dalla bat­taglia e i nostri uomini sono in sella da venti ore. I nostri cavalli non si reggono quasi più in piedi... (Si toglie il berretto, ma solo per asciugarsi la fronte). C'è stata una battaglia sanguinosissima. (Rivoltato) Quei mascalzoni!... (Si riprende) Ma, gli Honved!... Hanno anco­ra una volta combattuto come tanti diavoli! Però è stata una pazzia, una vera pazzia, da I parte loro, poiché avevano di fronte una forza venti volte superiore. Eravamo venti volte su­periori di numero, e abbiamo avuto grandi perdite. Anche il generale Skariatine è caduto, e allora i nostri han perso il lume della ragione... (Pausa). Ma noi non lottiamo contro le don­ne... E se lei, signora, intende di rimanere in questo alloggio... La prego... resti pure... Io... poi... altrove...

Horvat                                    - La signora non intende restare qui. Deve partire per Kolozsvar.

Giulia                                     - Si. Per Kolozsvar.

Trubeskoy                              - Occorre il passaporto. (Guarda Giulia). Bene. Glielo procuro io... Con quello potrà partire tranquillamente.

Kovacs                                   - Ma non abbiamo cavalli. Il Bor­gomastro non concede cavalli. Neanche per me.

Trubeskoy                              - (al Notaio) Cavalli.

Notaio                                    - E dove prenderli, se non ce n'è? In questo momento di confusione nessuno ha il coraggio di mettere in via le sue bestie.

Trubeskoy                              - Vi do mezz'ora di tempo: e se non si troveranno cavalli, faccio attaccare al timone della carrozza tutto il Consiglio mu­nicipale.

Notaio                                    - (si fa rosso come un peperone) Il Consiglio? E io ricorro al generale. Vedremo che ne dirà lui.

Trubeskoy                              - Ve lo dico io: il generale, per principio, fa frustare qualsiasi borghese si pre­senti a lui per lagnanze. (Grida) Dunque, que­sti cavalli, ci saranno?

Notaio                                    - (inghiottendo amaro) Per forza. Farò attaccare i miei morelli. Per forza! (Esce tutto arrabbiato).

Trubeskoy                              - (estrae un taccuino) Per il pas­saporto ho bisogno di qualche dato: il suo nome, signora?

Giulia                                     - Giulia Szendrey, la moglie di Ales­sandro Petòfi.

Trubeskoy                              - (al nome di Petofì ha un moto come se lo avesse già sentito nominare, ma sen­za un preciso ricordo. Scrive nel taccuino) Giulia Szendrey... Scopo del viaggio?... Dicia­mo: affari di famiglia.

Kovacs                                   - La signora vorrebbe avere notizie di suo marito. Il signor Petòfi è scomparso nella battaglia di Segesvar?

Trubeskoy                              - Suo marito è soldato, signora? Ed era a Segesvar? Me ne duole, veramente me ne duole; là sono accadute scene selvagge... Il generale Skariatine, che è caduto, era l'i­dolo dei Cosacchi. La sua morte esasperò molto i suoi... Me ne duole... Che cos'era suo mari­to, signora?

Giulia                                     - (non capisce perfettamente la doman­da) Mio marito era Alessandro Petòfi.

Kovacs                                   - Col grado di maggiore... Aiutante di campo del generale Bem.

Horvat                                    - Il più grande poeta d'Ungheria.

Trubeskoy                              - Quella vecchia volpe di Beni, è sfuggito ancora una volta alla cerchia dei battitori... Speriamo che suo marito si sia messo in salvo con Beni. Se poi era il suo aiu­tante di campo, la cosa è molto probabile!

Lauka                                     - Ma certo! Sandro è scampato!

Kovacs                                   - È stato sempre un uomo bene av­venturato il signor Petòfi!

Trubeskoy                              - Petofi?... Sì, ora ricordo. Ho sentito il suo nome spesso anche dagli ufficiali magiari. Eroe-poeta della libertà, non è vero? Sì, si parlava di lui come di un magnifico fe­nomeno di natura. Lo dicevano un uragano-meteora... Io non conosco la letteratura magia­ra, ma conosco i soldati, le donne, le musiche magiare: sono convinto che da una terra simile possono sorgere grandi poeti. (Breve pausa). Com'è strana, la guerra. Veniamo travolti da forze esterne: gli ordini, il desiderio della ven­detta, l'istinto della caccia... e ci perdiamo l'a­nima... Ma poi... accade un fatto imprevisto: ci si incontra con la bellezza, ci troviamo a par­lare di poesia, entrano in gioco altre forze più nobili, più alte... e ci riconosciamo; allora il soldato torna ad essere uomo... Mi permetta, signora... Sono il Principe Sergio Trubeskoy.

Lauka                                     - (alla finestra) Stanno attaccando i ca­valli!...

Trubeskoy                              - Alla carrozza, signora, lei ri­ceverà il suo passaporto. Le darò anche un sot­tufficiale di scorta fino agli avamposti. Io non la rivedrò più. Buon viaggio, signora. (Va fino alla porta, vi si ferma, torna indietro). Lei è la moglie di un poeta famoso. E allora, forse, non troverà stravagante che io prenda commia­to da lei con le parole di un altro poeta: il mio poeta prediletto, Alessandro Puskin. (Re­sto un po' sopra pensiero e si stende sul suo volto un affabile sorriso):

Ne un sussulto, non ebbe, ne un tremore,

Ne del suo volto trasmutò il colore,

Ne gli si vide palpito di ciglia,

Né sulle labbra fremito convulso.

E benché avesse l'animo sconvolto

Dalla malia dell'attimo, il suo volto

Non tradì mai d'un trascoloramento

La chiusa piena del suo sentimento

Ne mai l'intima lotta; ma d'un cenno

Composto, della testa, salutò.

(Arrivato a questo punto della declamazione, fa un composto saluto con un cenno del capo ed esce).

Giulia                                     - (al principio della declamazione le si era comunicato il sorriso di Trubeskoy, ma d'un tratto, per tragico presentimento, si irrigidisce: i lineamenti del volto le si impietrano).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La camera di Giulia nella casa dei Kovacs, a Kolozsvatr. Grigia, disadorna, attanfata di ta­bacco. La comune è a sinistra. A destra una porta vetrata con tendine verdi che mette nelle camere dei Kovacs. Nel fondo, a destra, un'al­cova. Davanti all'alcova un paravento con ap­pesi figurini di mode: crinolina. Nella parete di fondo, due finestre sulla strada. Davanti alle finestre tendine mobili, di colore scuro; e sono necessarie per il fatto che il livello della strada è più alto del pavimento della camera, sicché anche i bambini, volendo, possono guardare dentro l'appartamento, agevolmente. I pochi contadini che passano nelle loro vestì inver­nali e i ragazzi che scivolano sul ghiaccio, sono visibili dai piedi fino alla cintura. Scostando le tendine, si vede la strada coperta di neve, e, dirimpetto, la locanda « Unione » con grandi finestre ogivali.

Nella stanza un vecchio tavolino a piedi storti, grandi sedie impagliate, un vecchio pianoforte a coda, due cassettoni vari di forma e di colore, sopra i quali si trovano vecchi libri e mucchi di manoscritti polverosi. Quasi in mezzo alla cantera, una stufa di metallo con un tubo lun­ghissimo, e, infine, appoggiato al muro, il bau­letto da viaggio di Giulia che si è visto al pri­mo atto

(All'alzarsi del sipario è un crepuscolo inver­nale. A poco a poco si farà buio).

 m uni


 (Giulia, in veste chiara, siede al pianoforte e suona in sordina. Picchiano energicamente alla porta dei Kovacs. Giulia, stizzita, smette di suonare).

Berta                                      - (entra da destra) E tu suoni!

Giulia                                     - Perché no?

Berta                                      - È triste che tu me lo domandi.

Giulia                                     - A chi do noia io, suonando Bee­thoven?

Berta                                      - Scusa, ma tutta la città è in orgasmo per Sandro. Le notizie più disparate si susse­guono. Ora si dice che è fuggito all'estero, ora che giace nella tomba degli Honved a Segesvar. Tutti guardano a te, su di te sono rivolti gli occhi di tutti... e tu, suoni.

Giulia                                     - A Sandro non è accaduto nulla. Lo so: lo sento. E oggi ho parlato con un Honved venuto di Turchia. Sandro è là a fianco del ge­nerale Bem.

Berta                                      - Anche il professore, mio marito, ha avuto notizie: dicono che è stato portato in Siberia, nelle miniere di piombo.

Giulia                                     - Per carità, Berta! Gli ufficiali russi ridono di queste dicerie insulse. Non hanno fatto nemmeno un prigioniero.

Berta                                      - Ah, bene: tu frequenti anche i si­gnori ufficiali russi, adesso?

Giulia                                     - (nervosa) Io sono qui per cercare notizie di mio marito, per ritrovarlo. E le cerco dove si può sapere qualche cosa di lui.

Berta                                      - Non vorrei, per tutto l'oro del mondo, immischiarmi nelle tue faccende; ma vedi?, danno già troppo nell'occhio i tuoi capelli cor­ti, e questi abiti vistosi che porti in giro.

Giulia                                     - Piacevano a Sandro.

Kovacs                                   - (entra da destra. Ha sentito le ultime parole) Però adesso non si tratta di Sandro, ma della di lei dignità morale, signora.

Giulia                                     - Come?

Kovacs                                   - La buona società di Kolozsvar, at­tende, a buon diritto, dalla signora Petofi, un comportamento adeguato alla sua dolorosa si­tuazione.

Giulia                                     - Situazione dolorosa? E perché? Io non sono una vedova. Sandro sarà di ritorno tra breve. Mi addolora di non aver ancora ricevuto una sua lettera       - questo sì! ma oggi sono venuta a sapere che al confine si intercettano le lettere dei fuggiaschi.

Kovacs                                   - Può essere, come no. È ancora dubitevole. Ma appunto per questo la signora dovrebbe attendere con una certa tal quale ma­linconia alle incognite dell'avvenire. La buona società questo, dalla signora, può esigerlo! (Bre­ve pausa. Con altro tono) Oggi ho incontrato per via S. E. la contessa Recey e S. E. la con­tessa mi ha fermato per dirmi: ce È un fatto, signor professore, che la piccola Petofi... ».

Giulia                                     - La « piccola Petofi »? ...

Kovacs                                   - (continuando) « La piccola Petofi, sopporta con evidente disinvoltura la sua vedo­vanza di paglia... La vedo ogni giorno - mi ha detto Sua Eccellenza, - la vedo andare in giro in compagnia di non meno di tre corteg­giatori ».

Berta                                      - Tre corteggiatori?

Giulia                                     - (ride) Lauka, Lendvay e Balàzs; non sono corteggiatori, ma... ma tre miei buo­nissimi amici.

Berta                                      - Io non conosco i costumi di Pest; ma a Kolozsvar le signore non hanno amici.

Kovacs                                   - E per una donna uno è l'amico: il suo fido sposo. Né havvene altro possibile.

Giulia                                     - (scattando) E che? Dovrò dunque stare sempre chiusa in una stanza come una pri­gioniera, io? Non posso. Non posso. Ho biso­gno dei raggi del sole, ho bisogno di moto, di aria, di vita. Se non faccio la mia passeggiata a piedi, la notte non dormo. Mi volto nel letto e mi passano per il cervello le cose più tristi. Mi vedo sempre stesa in una cripta.

Berta                                      - Scusa, sai, ma mi sembra che ti preoccupi molto della tua cara salute.

Kovacs                                   - E pensa soverchiamente a sé, la signora. Troppo. Una donna non deve pensare soverchiamente a se.

Berta                                      - Non sono fatti miei, tu sei la pa­drona assoluta di te stessa, ma poiché siamo in argomento, senti un po': stare a letto fino alle dieci del mattino, poi acconciarsi, poi suonare il pianoforte e legger romanzi; poi al pomerig­gio uscire a passeggio e andare alla pasticceria a prendere il tè. Ecco la tua vita. E tutta la città non parla d'altro.

Giulia                                     - Prendere il tè alla pasticceria, che gozzoviglia, eh? (Ride).

Kovacs                                   - La signora è di buon umore... Ma se sapesse che cosa ha aggiunto poi Sua Eccel­lenza la contessa Recely!

Giulia                                     - (perdendo la pazienza) Che m'im­portano, alla fine, tutte queste vecchie provin­ciali?

Kovacs                                   - Come? Come? A chi ha dato lei di vecchie provinciali? A Sua Eccellenza la con­tessa Recely?

Giulia                                     - Che è, per giunta, una donna vol­gare, curiosa solo delle faccende altrui.

Kovacs                                   - (avvampando di rabbia) Una don­na volgare Sua Eccellenza la Contessa? Mah! (Di colpo si frena). Del resto, nessuna meravi­glia. (A Berta) Te ne meravigli, tu? Io no. Io ho sempre pensato che a questo punto ci si doveva arrivare! Ha cominciato il signor eroe della libertà, il Poeta Nazionale, il genio! « Questa razza codarda, e questi animi nani » ci si mette contro tutto, si denigra tutto, tutto si prende a gabbo: la scienza?: eh, parrucca! La morale?: impostura! Sua Eccellenza la Con­ tessa, una provinciale vecchia e volgare! Dal loro covo del «Caffè Pilvax » sono partiti in guerra contro tutta l'umanità. E lei, signora, di suo marito è una proselite. Lei fa solo quello che ha imparato da lui. Egli si è ribellato con­tro l'umanità, naturalissimo che lei si ribelli contro di lui. E questo è, scusi, nikilismo. Ba­sta. Tal sia di voi! Andiamo, Berta. (Escono entrambi).

Giulia                                     - (sola. Estrae una boccetta, si versa un po' di profumo sul fazzoletto, siede accanto alla stufa, si ripara il viso dietro il fazzoletto per non vedere più nessuno).

Lauka                                     - (entra con un ampio mantello da car­bonaio. Zitto zitto, in punta di piedi, si avvi­cina a Giulia rimanendo alle sue spalle) Dove sarà mai la signora Giulia in questo momento? Giuoco il collo che non è qui, a Kolozsvar...

Giulia                                     - (immobile) Parigi! Oh, Parigi!

Lauka                                     - Che sia proprio tanto bello?

Giulia                                     - Non conoscere nessuno, non dover trattare con nessuno, oh che felicità!

Lauka                                     - (trae di sotto al mantello due bottiglie di champagne e le mette sul tavolino) E io ho portato un po' dello spirito di Parigi filtrato in verdi bottiglie aureocollate... Le ho vinte alla tombola. Ieri c'è stata una tombola alla mia trattoria. Queste due bottiglie sono rimaste tutta la notte sul mio tavolino irrorate dalla luce lunare, e non riesco ancora a capire come io abbia potuto resistere al loro vivido richiamo. Ah, che notte di tentazioni! (Altro tono) Che ha, Giulia?

Giulia                                     - Accenda la candela, per favore, e mi chiuda le tendine, altrimenti qui si affol­lerà la gente come davanti alla gabbia delle scimmie.

Lauka                                     - (eseguisce) Ho capito. C'è stato qui il professor Kovacs. Io la capisco, lei. Siamo rosi dagli insetti e pensiamo con invidia a quelli che possono essere dilaniati dai leoni. C'era anche Abisag, qui?

Giulia                                     - Abisag? Chi è, Abisag?

Lauka                                     - (in tono predicatorio) « Quando poi il Re Davide divenne vecchio, i suoi servi gli portarono Abisag dalla città di Sunem, af­finché lo nutrisse e servisse. Ed Abisag era una fanciulla bellissima e nutriva e serviva il vec­chio re». (Altro tono) Si è accorta, Giulia, quello che è accaduto a Berta col suo matri­monio? Ha preso su di sé la vecchiezza di suo marito ed ha comunicato a lui la propria gio­vinezza. Berta non è più una donna, ma una sacerdotessa, una Noma Scandinava in crino­lina: un'Abisag!

Giulia                                     - Berta non ama Petofi, mi creda, ma me lo invidia. Pensa con gelosia al modo come saprebbe lei recitare alla perfezione la parte della compagna triste e severa del grande poeta, parte per la quale io non ho talento. Mi dica, Lauka, sono proprio una cattiva don­na, io? Leggera?

Lauka                                     - Ahimè, no! Magari fosse!

Giulia                                     - (ride) Che matto! (Seria) In questo tempo ho dei sogni così strani, io... Sono capace di sognare anche ad occhi aperti... Non posso sopportare il puzzo di cicche e il buio, e allora mi verso sul fazzoletto un po' di profumo pari­gino... che ho in una fialetta. E così mi sorgono profumate nostalgie. A lei oso dire tutto. Lei non è un, amico per me; lei è un'amica.

Lauka                                     - Ho capito; una specie di balia asciutta.

Giulia                                     - Sa: qualche volta io sento una musica, una musica dolce, sottile, sommessa: una musica di sogno. Ma la sento veramente. (Siede al pianoforte e mentre parla accenna sommesso sullo strumento). Sono in una sala di marmo. Fino al soffitto, specchi. Tende di broc­cato. Lampadari di cristallo veneziano; e, nella sala, magnifiche dame e cavalieri. E vedo tutto sfumato come guardando attraverso a un velo d'organzino.

Lauka                                     - Ho anch'io sognato press'a poco così. Stavo in camicia da notte a piedi nudi in mezzo a una brigata di signori. Uh, mi vergo­gnavo come una cagnetta sorpresa in flagrante.

Giulia                                     - Io non vado mai a piedi nudi. (Col tono di dianzi) Scarpette di seta e calze bianche orlate d'oro!... Nella sala la veste più preziosa è la mia. E danzo. No, non è proprio una danza. È un aleggiare, un dolce ondeg­giare, un volteggiare morbido, forse come dan­zano nell'etere, le stelle.

Lauka                                     - E il suo ballerino, chi è?

Giulia                                     - Un giovane alto, snello, dal volto pallido, dai capelli neri ondulati. Elegante, ele­gante fino alla vertigine... E in ogni mio sogno torna quel mio eroe di sogno. Ha lo sguardo freddo eppure ardente, tutto orgoglio come un principe, ma tutto umiltà come un paggio in­namorato.

Lauka                                     - Ma, scusi, questo non è Petcifi?

Giulia                                     - (senza dargli ascolto) Ieri ho so­gnato... ho da dirglielo? a lei oso dire tutto- ieri ho sognato che ero, insieme con lui, nel­ l'angolo più intimo di un mio salottino foderato di seta. Il principe dei sogni, inginocchiato da­ vanti a me, e, in lontananza, un suono di mu­siche... Ma è colpa nostra se facciamo dei sogni?

Lauka                                     - Lo sa chi è il musicista che canta in lei? La sua gioventù, il suo sangue ventenne.

Giulia                                     - (sta in ascolto, il volto le si rabbuia)

                                               - Sente?

Lauka                                     - Che?

Giulia                                     - Il ticchettìo dell'orologio.

Lauka                                     - Ebbene?

Giulia                                     - È terribile... pensare che la pen­dola sempre va di notte e di giorno; e con essa il tempo, la vita, la gioventù. Trottano via i minuti sulle loro zampette come cavallini irre­quieti... Sente? Se mi sveglio di notte e sento questo battito, mi prende la disperazione. Che cosa è una settimana? Niente. Ebbene io ho I calcolato che in tre o quattrocento settimane al ' massimo sarà consumata la mia gioventù. Sono qui nella mia stanza grigia, il tempo va e non accade niente, mai niente, niente!

Lauka                                     - E per salvare il salvabile Giulia balla col pallido principe dei sogni.

Giulia                                     - Balliamo su questo motivo: stia a sentire... (Esegue un motivo. Bussano energi­camente alla porta dell'appartamento dei Kovacs. Giulia trasale, si allontana dal pianoforte). Sono in una tana di serpenti. Se appena mi muovo mi si avventano addosso fischiando.

Lauka                                     - Perché è venuta a stare qui, lei?

Giulia                                     - Perché io faccio sempre quello che non voglio fare. Mi hanno portata qui; come, non lo so neanch'io. Kovacs, per seque­strarsi mio marito che invidia; Berta per con­trollarmi, perché è gelosa di me.

Lauka                                     - E allora si cerchi un altro alloggio senza sentinelle alla porta.

Giulia                                     - Non ho il coraggio di andarmene. E adesso non potrei neanche. Domani la città sarebbe piena della diceria che me ne sono an­data perché qui non potevo ricevere i miei amanti.

Lauka                                     - Non dico che non sarebbe così.

Giulia                                     - Hanno scatenato sopra di me tutta la curiosità di. Kolozsvar. Qui le pareti sono trasparenti. Di giorno e di notte sono lì a guar­darmi diecimila occhi. Diecimila occhi di ser­penti. Io mi vesto e mi svesto sotto una cam­pana di vetro. Per questa gente non sono una creatura, io. Non sono una donna, io; non sono Giulia Szendrey, io; non ho vita, non ho volontà, non ho destino: niente! Io sono sol­tanto la moglie di Petofi, il pretesto della poe­sia di un poeta; un'appendice del culto di Pe­tofi! Povero Sandro mio, se egli sapesse che mi fanno pesare il suo nome sul petto come il coperchio di una bara! Star lì, tacere, invec­chiare, marcire!

Lauka :                                   - « Io non voglio marcire Come il salice nella palude » - sono parole sue. « Voglio ardere come la quercia Colpita dalla fiamma del cielo ».

Giulia                                     - Eppure a volte credo che qualche cosa debba avvenire; qualche cosa... (Vien da lontano il canto dei Cosacchi. La stessa can­zone del primo atto. Giulia, eccitata) Sente?... Sente?...

Lauka                                     - Soldati russi. Cantano sempre, quelli lì!

Giulia                                     - Ah, questo canto! Questo canto! Sente?

Lauka                                     - Sempre uguali le loro canzoni. Una vale l'altra. Quanto sono più belle le no­stre canzoni magiare!

Giulia                                     - (gli fa cenno di tacere e ascolta tutta protesa il canto che si allontana e si spegne).

(Entrano Lendway e Balazs. I due giovani sono entrambi ventenni, con vestiti magiari e con cappotti a pipistrello. Sono coperti di neve. Lendway porta una chitarra a tracolla).

Lauka                                     - Ecco Lendway, il redo di Talia. E Balazs, l'aborto di Pegaso.

Giulia                                     - (siede sul tavolino e poggia i piedi su una sedia. I sopravvenuti le baciano la mano).

Balazs                                    - Il professore di casa è andato alla sagra del maiale. Il campo è libero.

Lauka                                     - Allora, avanti! Sciampagna!

Lendway e Balazs                 - (spalancando gli occhi) Sciampagna?

Lauka                                     - Forse che mi degno di vile be­vanda, io? Non fate gli sciocchi e cercate dei bicchieri.

Giulia                                     - Di bicchieri ce n'è due. Là, piccolo Balazs. Per il terzo si prende una tazza da caf­fè, vero? E poi, vero, ho anche un bicchierino d'argento, e in quello bevo io.

(Lanka stura le bottiglie e versa nei bic­chieri).

Balazs                                    - I signori ufficiali russi questa sera danno un gran ballo, un ballo in maschera.

Lauka                                     - Oh! Dove?

Balazs                                    - Qui dirimpetto; alla Locanda dell'« Unione ».

Lendway                                - I signori ufficiali russi possono ben ballare tra loro che nessuna signora ma­giara interverrà.

Lauka                                     - Io però dico che tutti i buoni ma­giari dovrebbero intervenire. Sì, perché si stan­no preparando grandi avvenimenti. (Cauto) Un capitano russo ha detto, ieri, al « Leon d'Oro » - era ubriaco e tradì un gran segreto di guer­ra - , ha detto che lo Zar aspetta soltanto che scada il trattato con Francesco Giuseppe per mettersi al nostro fianco.

Balazs                                    - (con lieto stupore) Di noi Magiari?

Lauka                                     - A Pietroburgo si sono convinti or­mai che per loro il grande nemico è l'Austria.

Lendway                                - Da noi non hanno avuto mai nessun male.

Lauka                                     - Il progetto è di armare gli Honved e a forze unite cacciare Heinau. Gorgey dice che gli basterebbero cinque corpi d'armata russi e al resto penserebbe poi lui.

Lendway                                - La Russia ha sessanta milioni di abitanti.

Balazs                                    - Ottanta milioni.

Lauka                                     - Teniamoci sui sessanta. In questi casi io mi tengo sempre sul meno. Anche a que­sta stregua, che cosa sono per lo Zar cinque mi­seri corpi d'armata?

Lendway                                - (come se svelasse un segreto) Un granduca di Russia si farà Re dei Magiari.

Lauka                                     - A me lo dici? Il granduca Costan­tino. Anche gli Inglesi sono della partita. Già costruiscono i bastimenti a chiglia chiatta per passare le Porte di Ferro del Danubio.

Balazs                                    - (che non osa credere) Davvero? Proprio davvero?

Giulia                                     - Come dubitarne? Se lo dice Lauka!

Balazs                                    - A questo progetto si deve brin­dare. Se è vero, domani mi arruolo negli Hon­ved...

Lendway                                - Se sapessi dove presentarmi, non aspetterei neanche domani.

(Bevono. Dall'esterno il suono di una slitta. Tutti restano in ascolto).

Balazs                                    - Una slitta russa! Ce ne sono pa­recchie in città!

Lendway                                - Hopp! Si è fermata qui davanti alla casa. (Scosta un po' le tendine e guarda di fuori). Sì. una «troika».

Giulia                                     - È il Granduca Costantino che viene a trovare il signor Lauka.

Talas                                       - (entra in fretta con uh biglietto da vi­sita in mano) Scusi, fuori c'è un signor uf­ficiale russo che aspetta.

Giulia                                     - Cerca me? (Legge) « Le Prince Sergei Trubeskoy ». Sarà uno sbaglio.

Lauka                                     - Olà! Il Principe cosacco che procu­rò i cavalli ora viene a far visita.

Balazs                                    - E noi? Rimaniamo o andiamo via?

Giulia                                     - Perché andar via? (Incerta) Tutt'al più qui nella camera attigua. (Indica verso destra. Una certa agitazione prende i tre giova­ni e uniche Giulia).

Lauka                                     - (alla signora Talas) Aspetti un po'  - (spia la porta dei Kovacs e poi si volta) Non sono in casa. Andiamo, Magiari, ad appollaiarci nel domestico santuario del professore, odoroso di cotogne.

Giulia                                     - Anche questo vino.

(Lauka, Lendway e Balazs escono a destra portandosi via bottiglie e bicchieri).

Giulia                                     - (alla Talas) Faccia passare. (Talas esce. Giulia si acconcia in fretta).

(La porta si apre, entra Trubeskoy in grande uniforme col casco sotto il braccio).

Trubeskoy                              - Si ricorda di me, Madama?

Giulia                                     - (sorride). « Ma d'un cenno compo­sto salutò ». Pulskin.

Tkubesk                                 - Oh! Lei non ha dunque dimen­ticato il nostro fuggevole incontro? Immagini un po', signora, che io sono qui da lei in missione.

Giulia                                     - Da me?

Trubesk                                  - E aggiungo subito che sono fe­licissimo che la mia missione mi abbia dato mo­do di rivederla.

Giulia                                     - (contenta) Per essere franca, non riesco a immaginare...

Trubesk                                  - (sorride) Sarò breve, signora. Il nostro reggimento, il Corpo Ufficiali del 1° reggimento della Guardia Cosacca, ha organ­izzato un ballo per questa sera.

Giulia                                     - (freddamente) Lo so.

Trubesk                                  - Mi permetta che in nome del Corpo Ufficiali io la inviti all'«Unione».

Giulia                                     - Grazie ma...(Pausa) Lei dovrebbe comprendere che è impossibile.

Trubesk                                  - Comprendo... anche ciò che lei tace per cortesia. Noi siamo venuti qui come ne­mici, abbiamo sparso sangue magiaro, dunque non possiamo chiedere a donna magiara di bal­lare con noi.

Giulia                                     - Ecco. Precisamente questo volevo dire. Alla lettera.

Trubesk                                  - Lei parla così... Lei deve par­lare così. Una donna magiara. Ma ora ascolti me, il soldato russo! Io e i miei compagni vor­remmo che stanotte, per una breve notte, di ballo, non fossimo ne Russi, né Magiari, ma creature umane. Chiediamo una notte di neu­tralità. Otto, dieci ore che noi solleveremo fuo­ri dalle miserie terrene, dalla guerra, dagli odi: una notte che regaleremo alla vita. Questo sarà l'armistizio del sentimento e sarà per cercare in noi a vicenda, quanto c'è in noi di buono, di amabile, di umano. Né in realtà né in poesia, non conosco un dovere più nobile di quello di ritrovare l'anima del prossimo.

Giulia                                     - Che cosa possono trovare loro in noi Magiari? Lutto e terrore. E noi, in loro?

Trubesk                                  - La vergogna profondissima di aver dovuto assumere la parte di carnefici con­tro un popolo coraggioso, generoso e amante della sua libertà...

Giulia                                     - Ma sanno in Russia che cosa è amare la libertà?

Trubesk                                  - Solo in Russia si sa. Perché solo nel deserto si sa il valore dell'acqua sorgiva. (Breve pausa) Dunque, signora...

Giulia                                     - Riconosco, principe, che lei è un eloquente ambasciatore. Ma ciò che desidera da me è impossibile.

Trubesk                                  - (rattristato) Impossibile?

Giulia                                     - Domani ogni salotto di Kolozsvar si trasformerebbe in un Tribunale inquisitorio per citare davanti alla sua giurisdizione le ver­gini folli che erano al ballo di questa notte.

Trubesk                                  - E le più spietate saranno quelle che per la loro età non si possono più conce­dere il lusso di essere folli.

Giulia                                     - Molto probabilmente: ma ciò non cambia nulla al carattere irriducibile del Tri­bunale.

Trubesk                                  - Credo di poter eliminare io que­sta Sua preoccupazione. Sarà un ballo in ma­schera. I nostri ospiti verranno colla maschera sul volto e non ci sarà bisogno di togliersela mai. Lo sapranno soltanto quelli coi quali lei vorrà comunicare. Lei lascerà qui la sua vera essenza e come un genio misterioso del Carne­vale, si aggirerà nelle luci della notte. Piena libertà. Ma sarà padrona della sua notte e potrà farne quello che crederà meglio.

Giulia                                     - (con un po' d'ironia) Sono così astuti i Cosacchi?

Trubesk                                  - Sì, se si tratta di non creare fastidio a lei, signora

Giulia                                     - Grazie, ma anche così è impossi­bile. Non ho un costume da ballo.

Trubesk                                  - E solo per questo resterebbe a casa?

Giulia                                     - Mi pare un motivo abbastanza grave.

Trubesk                                  - (si alza e si avvicina alla porta) Vassilli! (Da Vassilli invisibile si fa dare un in­volto che mette sul tavolo davanti a Giulia) Ec­cole il costume, signora. Un corriere l'ha por­tato da Parigi.

Giulia                                     - Io non so che cosa dire. È una favola, un sogno. Lei è una specie di eroe dei so­gni, Principe. Un eroe da Mille e una notte.

Trubesk                                  - Niente di straordinario. Il reg­gimento della guardia usa procurare i costumi per i nostri balli mascherati.

Giulia                                     - Tanto piace il ballo ai Cosacchi?

Trubesk                                  - Piace tanto fare un piacere a lei, signora.

Giulia                                     - Ma sebbene con rincrescimento, anche così è impossibile, Principe.

Trubesk                                  - La prego soltanto di non oppor­mi una recisa repulsa. Sospenda la sua decisio­ne. Lasciamo qualche cosa anche al caso, alla buona fortuna, e, diciamo, al capriccio, al genio del Carnevale. Io ora me ne vado, ma prima getto a suoi piedi un pensiero. Lei può racco­glierlo come si raccoglie un fiore e appuntar­selo al petto o calpestarlo: come vorrà. (Mar­cato) Sarebbe il più felice momento di tutta la mia vita fino ad oggi, se nella sala dell'« Unio­ne » potessi rivedere la donna di cui né la più attraente, né la più interessante - noti che di ragion veduta misuro i miei aggettivi - di cui né la più attraente né la più interessante, non vidi mai a Pietroburgo né a Parigi. Permetta che con questo io prenda congedo da lei. Arrivederla.

Giulia                                     - Lei ha detto giusto: lasciamo qual­che cosa alla buona fortuna.

Trubesk                                  - (si inchina ed esce). (Lauka, Lendway e Balazs rientrano ripor­tando le bottiglie e i bicchieri).

Lauka                                     - È superfluo dire che siamo stati ad ascoltare dal buco della serratura.

Lendway                                - Abbiamo sentito benissimo ogni parola.

Balazs                                    - Gli ha risposto benissimo! Non ci andrà all'«Unione », vero?

Giulia                                     - (stizzita) Mah!..

Lendway                                - Una signora magiara? La moglie di Alessandro Petofi? Absurdum!

Lauka                                     - Ma è da domandarsi se non sia in­vece suo dovere di patriota di andare. Perché l'alleanza russa non è uno scherzo. Se con cin­que corpi d'Armata russa erompiamo dalla Transilvania...

Balazs                                    - Verso Temeszvar... direttamente verso Temeszvar.

Lendway                                - (con uno scoppio d'ira) Ma dove hai la testa? Vorresti sprecare il tuo tempo pre­zioso davanti a una utopia? Un corpo d'azione sotto Temeszvar, e via di corsa verso Pest.

Lauka                                     - Più avanti! Più avanti! A Vienna!

Balazs                                    - (con un brivido di gioia) A Vienna!

Giulia                                     - Smettetela con queste sciocchezze.

Balazs                                    - (dopo un attimo) Ha già visto il costume parigino?

Lauka                                     - Sì, sì. Vediamolo! Vediamolo!

Giulia                                     - Lo rimanderò indietro.

Balazs                                    - Ma, prima, si guarda. (Apre con cautela) Ah, che bellezza!

Lauka                                     - Che profumo!

Lendway                                - Si capisce. Viene da Parigi!

Lauka                                     - Sa che cosa le dico, signora Giulia? Se lo provi. Un vestito da Parigi! Quando si ripresenterà l'occasione! Se lo provi e dopo avrà ancora tutto il tempo di rimandarlo indietro.

Balazs                                    - Almeno lo vediamo anche noi.

Lendway                                - Anch'io sarei curioso.

Giulia                                     - (con uno scoppio di gioia) Devo proprio indossarlo? Va bene. Si mettano a se­dere là. Ma, intendiamoci, se anche uno soltan­to si alza dal suo posto, vi caccio via tutti e tre. (Coll'involucro si ritira dietro il paravento).

(Mentre Giulia è nascosta dietro il paravento, i tre uomini sì seggono vicini, testa a testa e con voce sommessa perché Giulia non senta, parlano tra loro).

Balazs                                    - È inutile, questa Giulia è una gran donna. Avete visto in quattro e quattr'otto, co­me ha messo a posto quel Principe cosacco?

Lendway                                - Donna frigida. Non ha sangue. Per lei l'uomo non è necessario.

Lauka                                     - Macché! Per lei sono necessari tutti gli uomini ma li adopera ognuno secondo che vale. Tu, per esempio, gli servi per divertirsi: alle tue spalle.

Lendway                                - E anche tu, non è vero?

Lauka                                     - E anch'io e anche Balazs. Perché, mettiti bene in mente; ci sono due specie di uomini: uno che fa ridere e l'altro che fa pian­gere le donne. Preferiscono piangere piuttosto che ridere, perché le donne in fondo, tendono al tragico. Chi riesce a farle piangere, ha par­tita vinta, e può, d'una regina, fare una piccola schiava.

Balazs                                    - E chi le fa ridere?

Lauka                                     - È solo un surrogato d'uomo. Un ausiliario. Gli vogliono molto bene finché non c'è un altro. Ma a quello, appena arriva l'au­tentico, l'eroe tragico, danno un calcio da non toccar mai più la terra coi piedi.

Lendway                                - Le donne hanno già pianto molto per me, alle mie interpretazioni, per esempio, dell'Amleto.

Lauka                                     - Pianto, caro mio? Ti hanno preso in giro sempre, perché quelle, mio caro, quasi scoppiavano dal ridere vedendoti prender sul serio le loro lacrime. Inutile, questa è la nostra sorte.

Lendway                                - La tua forse, perché tu sei una bandieruola. Ma io, le donne, mi prendono sul serio.

Lauka                                     - (arrendevole) ; Tu non sai dunque che sei il più matto buffone del mondo? Un pa­gliaccio romantico. E più fai la faccia feroce e più le fai ridere! Se morissi per loro, le faresti gridare d'allegria.

Balazs                                    - E dimmi un po': com'è il tipo di quello che fa piangere le donne? Che fa di una regina una piccola schiava?

Lauka                                     - Quello, caro mio, ha il cuore d'ac­ciaio, e freddo, lucido, levigato. Ma se una vol­ta si infuoca, sarà acciaio incandescente. Questo vi manca, la tempra d'acciaio. E questo non è sostituibile colla pretensione o colla declama­zione. Voialtri avete un cuore di patate e di quello non si innamorerà mai una Giulia Szendrey.

(La voce di Giulia dietro il paravento).

Giulia                                     - Eccomi pronta.

(/ tre uomini si alzano).

(Giulia entra in costume di « Regina dei Ghiacci ». Porta una mezza bauttina sugli occhi (non più grande d'un paio di occhiali da auto­mobile), va direttamente al tavolo, siede al po­sto e nella posizione di prima coi piedi sulla se­dia, e dopo una pausa si rivolge ai tre uomini che la guardano muti dalla sorpresa).

Giulia                                     - Ecco. Posso piacere o no?

Lauka                                     - (con una convinzione arcisincera che irrompe dal subcosciente) Ora è chiarissimo. Tu sei quella che desideriamo con tremore - l'eterno enigma - la donna arcana! Nemmeno Alessandro Petofi, neppure lui, che aveva nelle mani stelle invece di lampade, non riuscì a sco­prirti. Ti ricordi quello che ha scritto? « O fanciulla, chi sei? Non sai tu stessa. Come devo chiamarti? ».

Questo si domanderà anche dopo un secolo:

«Chi sei tu? Forse la madre della felicità

Forse la regina del dolore...

Nel tuo stemma accampi tre alati

Una cincia, un usignolo e un aquilotto.

Hai un'indole di bimbo cuor di donna e anima virile

Tu meravigliosa creatura di Dio!

Io so di te questo soltanto

e certo nessuno sa di più».

Giulia                                     - Piccolo Balazs, le piaccio così?

Balazs                                    -  Uno solo, tra gli uomini è degno di parlare di lei, e io userò le sue stesse parole, perché se mi permettessi d'usarne d'altri che non fosse Alessandro Petòfi, meriterei di essere cacciato a schiaffi dall'Elicona. (Declama:) « Come ti devo chiamare Madre, tu, della mia gioia? Figlia fatata d'una fantasia che giunge d'impeto nei cieli Splendente realtà che mortifichi le mie più audaci speranze Unico tesoro dell'anima che vince ogni umano tesoro O tu, come devo chiamarti?

Lendway                                - (prende la chitarra, si inginocchia davanti a Giulia e canta a mezza voce) Roseto del mio ardore Muovo per l'ombre tue Mi cadon sulla fronte Foglie odorose.

Balazs e Laura                       - (dietro di lui e alle spalle di lei cantano) Un soave usignolo mi gorgheggia sul capo Ogni sua voce suscita Un bel sogno. Nubi d'amore candide per l'azzurro s'appressano come se a me venissero angioli a schiera. (Da destra picchiano energicamente alla por­ta. Giulia salta giù dal tavolino. Il canto si in­terrompe).

Lauka                                     - Ecco, il nido dei serpenti si sveglia.

Balazs                                    -  Ma non erano andati alla sagra del maiale? Allora com'è che sono qua a picchiare alla porta?

Lendway                                - Non ci badiamo.

Giulia                                     - Andate via. Andate via. Domani tutta la città griderà allo scandalo perché io stavo organizzando un'orgia con voi.

Lauka                                     - (con gesto largo e infiammato) Ma io veramente non capisco, signora Giulia.

Giulia                                     - (pesta i piedi) Basta. Andate via.

Lauka                                     - Ma prima diamo fondo a questi miserevoli avanzi. (Versa lo sciampagna) Si va a passeggio, domani? Giulia     - (crolla le spalle).

Lendway                                - Veniamo a prenderla alle tre, va bene? (Vuotano i bicchieri).

Lauka                                     - (eroicamente) Ave, Regina!

Lendway e Balazs                 -  Ave!

Lauka                                     - Andiamo, buffone!

Balazs                                    -  Sì, collega, andiamo pure. (Escono tutti e tre).

(Giulia resta un momento immobile. Dirim­petto dalla trattoria dell' « Unione » giungono le note di una mazurca sugli ottoni. Giulia resta un po' in ascolto poi spegne la candela. La ca­mera si fa buia. Giulia scosta le tendine. Si vedono le finestre illuminate dell' « Unione » che mandano una luce strana nella stanza di Giulia).

(Per la porta entra senza rumore una masche­ra. In realtà è un Circasso-cosacco, bianco. Porta la casacca lunga bianca dei Circassi attillata sui fianchi; incrociate sul petto le cartucciere con cartucce d'ottone. Calzoni bianchi alla polacca, berretto bianco di pelo, stivali rossi. Ha sugli occhi la mezza bauttina).

Maschera                                - Giulia!

Giulia                                     - Chi è?

Maschera                                - Sono io. A me hai pensato; di me hai sognato.

Giulia                                     - Io non sogno maschere di carnevale.

Maschera                                - Io non sono una maschera. Né un uomo. Sono soltanto la fiamma ardente, il desiderio che consuma, un alito appena... Giu­lia, io sono l'annunziatore della vita. Senti? Di là ti chiama la giovinezza con le trombe degli arcangeli.

Giulia                                     - Sono i fantaccini russi che suonano una mazurca sui tromboni, e piuttosto stonati. È tutto qui!

Maschera                                 Perché sei spietata con te stes­sa? Perché vuoi sembrare un ghiacciolo quan­do il tuo cuore arde e sanguina?

Giulia                                     - Che sai tu del mio cuore, tu pazzo? Che ne sai tu, buttato qui dentro dal vento del carnevale? Qui dentro dalla strada?

Maschera                                - Il tuo cuore è il più splendido, il più profumato fiore nato nel giardino di Dio e dà l'ebbrezza.

Giulia                                     - Parli come un poeta di provincia. (Fredda) Che vuoi?

Maschera                                - Ti offro un calice d'oro.

Giulia                                     - Tienti i tuoi intrugli per te.

Maschera                                - È il filtro per una notte mira­bile. La notte forse della tua ascensione o della tua dannazione. Vieni con me. Abbi almeno il coraggio di affrontare il destino.

Giulia                                     - Il destino? Io non ho da chiedergli nulla. Ho già avuto tutta la mia parte.

Maschera                                - (si guarda intorno) Non questo hai cercato, non questa prigione, né questa mi­seria. La sorte ti ha teso un tranello. Ti ha pro­messo il mare fiammeggiante della gloria e ti ha chiuso in una cantina muffita. Senti il riso-vita di fronte alla tua finestra di là!

Giulia                                     - Rida pure. Io non riderò con lei, non voglio piangere domani.

Maschera                                - E se non ridi oggi, domani do­vrai pur piangere: piangerai la tua triste sag­gezza. (La musica cessa).

Giulia                                     - Devo scegliere tra due tristezze: il pentimento della donna prodiga e quello del­la avara. Quale sarà più amaro? (Altro tono) Sarà quel che sarà. Non credo agli uomini, spe­cialmente quando portano la maschera.

Maschera                                - Invece tu credi a loro solo quan­do la portano. Nei giorni comuni cento menzo­gne mi svisano il volto; il mio stato, la mia mis­sione, la mia vanità. Il mio volto vero, il mio vero volto di creatura umana, solo allora lo svelo, quando porto una maschera sugli occhi. (Musica ora di violini; valzer viennese).

Giulia                                     - Va'; non torturarmi più.

Maschera                                - (in un lampo di gioia) Sono per te una tortura mia bella maschera?

Giulia                                     - Sì, ma non te ne vantare. Non ap­partengo alle martiri che con gioia mettono le spalle sotto la sferza degli uomini. Odio chi mi fa del male,

Maschera                                - (in ginocchio) Del male, a te, io?

Giulia                                     - (lo guarda. Dopo una pausa) Vor­rei ballare con te, eroe dei miei sogni.

Maschera                                - (balza in piedi) All’« Unione», vieni.

Giulia                                     - No. Qui. Voglio... Non ci neghia­mo questo briciolo di carnevale.

(Volteggiano sul ritmo lento della musica e parlano).

Maschera                                - Tutto ciò è strano e misterioso come un ballo di streghe. Bella strega, sai chi sono io?

Giulia                                     - L'eroe dei miei sogni, uomo di neb­bia. Tu non sei nessuno. Se tu fossi qualcuno non ti permetteresti di esser qui. Sei un balleri­no né più né meno; ma come ballerino, di pri­missimo ordine.

Maschera                                - Sotto questa maschera artefatta trema un povero fanciullo.

Giulia                                     - È vero. Ti trema la mano. E come ti batte il cuore!... È un caso proprio così serio bella maschera?

Maschera                                - Mortalmente serio. Sento la mia mano intrecciata colla tua e ne muoio di tene­rezza.

Giulia                                     - Dopo il seduttore audace, il savio gaudente; dopo il savio gaudente, il paggio al­lucinato; sai qualche cosa ancora, bella ma­schera?

Maschera                                - Giulia, tu sei una donna. E non sei mai stata così desiderata come da me. Dam­mi tu questa notte e io ti do la mia vita.

Giulia                                     - Principe dei sogni, vuoi vedere che mi sveglio, ed è finita per te?

Maschera                                - No, no. Continua a sognare. (Si fermano senza staccarsi. La maschera si av­vicina a Giulia per baciarla).

Giulia                                     - (trae il busto indietro) E lei non mi baci o tutto sarà finito.

Maschera                                - Non sei tutta una fiamma tu, che divampa? Non ti farà di cenere la mia bocca tutta accesa? Chi sei tu, in verità?

Giulia                                     - Uno scheletro che si corrompe sotto la terra e sogna una prateria di. fiori primave­rili. Sai perché? Indovina: (Si scioglie dalle sue braccia) Basta! (Quasi in un pianto nervoso) Basta! Basta! Via! Lasciami!

Maschera                                - Andarmene? Ora?

Giulia                                     - Via! Via!

Maschera                                - (fa due passi verso la porta, poi si ferma titubante).

Giulia                                     - (concitata con voce rotta) Aspetta­mi sulla porta dell'« Unione », verrò.

Maschera                                - (con trepida gioia) Verrai? Ver­rai?

Giulia                                     - Dovessi mettermi sotto i piedi la salvezza dell'anima! Eroe dei miei sogni, que­sta notte è tua, e io verrò.

Maschera                                - (scompare).

Giulia                                     - (per un attimo resta immobile. Poi dalla boccetta versa profumo sul suo vestito e sul suo fazzoletto, tira di nuovo le tendine, la stanza si fa totalmente buia).

(Berta entra da destra).

Berta                                      - Giulia! Giulia! Sei qui? Ti sei co­ricata?

Giulia                                     - (immobile quasi invisibile nel buio).

Berta                                      - (va e torna colla candela accesa; si guarda intorno e intravede Giulia mascherata che è lì ferma, di sasso) Gesù mio... chi è?... Chi è?... Giulia, tu? Questa maschera sei tu?... Dove hai preso... Tu! Tu al ballo dei Russi! Non mancava che questo! Ma che anima sei tu? Al ballo dei Russi, tu... Sei una donna unghe­rese tu? Sei la moglie di Alessandro Petofi, tu?

Giulia                                     - (con voce rauca) Lasciami!

Berta                                      - (sbarrandole il passo) Nemmeno un passo! Al ballo dei Russi? Se fai questo, per tutte le nazioni sarai la donna più vile del mondo... l'ultima sguattera potrà sputarti in faccia. Se fai questo, tu non potrai rimanere nemmeno un giorno in questa città e dovrai emigrare anche dal paese. Dio, che donna sei, tu?

Giulia                                     - Una donna. Padrona di me stessa.

Berta                                      - No. Tu sei partecipe del destino di un Grande.

Giulia                                     - (si toglie la maschera) Ecco, è que­sto che tu non mi puoi perdonare. Questo che tu mi invidi.

Berta                                      - Ebbene, sì. Ti invidio. Perché tu e perché non io? Non ho mai invidiato niente a nessuno... Bellezza, ricchezza... per me non esistono. Ma per questo sì, l'invidia mi consuma. Oh, non puoi immaginare tu quanto ti in­vidio. Tu sei vissuta tra i raggi del sole e non puoi immaginare come sono invidiosi i troglo­diti. (Tra le lacrime) Dio, se Alessandro avesse scelto me! Mai un uomo non avrebbe avuto una donna più umile e fedele. Io sì, l'avrei ri­conosciuto nel suo valore, l'avrei seguito nella sua via verso le stelle! Ma non mi ha voluta. Però in me c'è tanto ardore, tanta bontà. (Dura) C'era, ora non c'è più. Perduto tutto: si è perduto tutto. Tu, sei la moglie di Petofi, non io. Va bene. Ma non permetto, non permetto che questo nome sia trascinato da te in mezzo ad ufficiali cosacchi, in baldorie.

Giulia                                     - Le sguattere! Gli studenti! Voi! Che m'importa? La mia vita è la mia vita.

Berta                                      - Tu non hai una tua vita. Tu vivi la vita e la morte di Petofi. Ti sei sollevata con lui alle vette radiose e poiché hai condiviso con lui gloria e immortalità, allora, là devi re­stare. Da là non si scende senza vergogna. Da là si può soltanto precipitare... e allora, la caduta è mortale.

Giulia                                     - (debole) Berta, io sono tanto in­felice.

Berta                                      - Infelice?! E perché vorresti essere felice? Proprio tu?... Tu aspetti che gli angeli ti portino un particolare pezzo di paradiso in questa vita... Si capisce! Perché tu sei la fa­mosa Giulia Szendrey. Donna Giulia Szendrey, castellana di Erdòd: e credi che siano felici le altre? (Attenuando il suo tono) Anche le altre portano le loro croci. Ma in silenzio, anche se piangono lacrime di sangue. Tu, almeno hai qualche cosa che le altre non hanno... qualche cosa che splende e dà calore.

Giulia                                     - Ma devi comprendermi. Così non va. Voi volete che io non sia io. Volete bruciar­mi come le vedove indù. Volete seppellirmi come il cavallo accanto al suo Visir. Per voial­tri io sono solo una lettera del nome di un uomo: ma cercate di capire una buona volta! Io sono Giulia Szendrey: creatura viva, donna, con un cervello che pensa, con un cuore che sente. E ho ventidue anni... Ventidue anni!

Berta                                      - Dimentichi che cosa ha scritto Ales­sandro per te? « Destinati l'uno all'altra dalla nascita Dio ha legato le nostre anime insieme E chi possa dividerle non c'è ».

Giulia                                     - E sono giovane ancora.

Berta                                      - Tu rinneghi Petofi?

Giulia                                     - E tu dimentichi un'altra cosa, che ho imparato da lui: « Ogni specie di tirannia offende la dignità umana». Non voglio stender­mi viva in una cripta, non voglio sentirmi mo­rire in piena lucidità di mente.

Berta                                      - Tu lo rinneghi, ora. Ma se fosse morto, Sandro, che cosa faresti allora?

Giulia                                     - E se fosse morta Giulia Szendrey, che cosa farebbe Petofi? Prenderebbe il lutto e vivrebbe la sua vita. E io voglio vivere la mia. Che lo vogliate o no, tu, gli studenti, Sua Ec­cellenza lacontessa Becey, tutta la città, io, questa sera, vado alla festa. Ci vado.

Berta                                      - Ah sì? Va bene. E allora... (Dice fuori della porta) Allora lei può entrare, Hor­vat.

Giulia                                     - Horvat? (Ha un cattivo presentimento).

Horvat                                    - (in costume da viaggio, berretto e pelo di agnello a pan di zucchero, coperto di neve, con una pelliccia a pelo esterno, stivali, bastone. Entra. Si ferma. Si toglie il berretto. Guarda cupo Giulia. Dopo una pausa si volge a Berta) L'ha preparata? Posso parlare?

Berta                                      - Può parlare. Essa sopporta tutto,

Hovart                                    - (a Giulia, grave) Vengo da lai giù. Sono stato anche tra gli Szekely. Volevo scoprire alla fine il mistero di Alessandro Petòfi. Ho parlato con degli Honved che erano rimasti sempre accanto a lui. (Pausa). Giulia non c'è più dubbio. Il suo Sandro è caduto di eroe sul campo di battaglia di Segezsvart,,! Sandro giace nella fossa comune come egli stesso aveva presagito e vaticinato.

Berta                                      - (con un gesto maligno verso la porti come se volesse dire: « Ora puoi andare a bai' lare, mia cara », ma non dice nulla).

Giulia                                     - (vacilla. Le cade dal capo la corona di regina dei ghiacci. Si appoggia al tavolo cm le mani, poi piomba a sedere su una seggiola),

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Casa borghese a Pest. Camera sfogata, a pa­reti chiare, porte bianche; una mette sul pia­nerottolo e porta uno spioncino di rame da aprirsi e chiudersi, l'altra mette nella camera da letto. Nel fondo due alte finestre, oltre le quali si vedono i tetti delle case basse e dall'altra parte della strada, molti comignoli e vec­chie finestre di abbaini.

Nella stanza uno stipo e sedie; alla parete un ritratto coperto da una tendina.

Sole meridiano.

Giulia                                     - (in lutto, davanti allo stipo, sigilla un pacco di manoscritti. Picchiano alla comune. Giulia spegne la candela, guarda attraverso allo spioncino e apre la porta con un sorriso).

Hoevat                                   - (entra, freddo, senza guardare Giu­lia negli occhi).

i Giulia                                   - (con un po' di imbarazzo) Benve­nuto, Horvat. La ringrazio di essersi avventurato fino alla tana della lebbrosa.

Horvat                                    - Ho ricevuto tardi la sua lettera. Ieri sono stato assente tutto il pomeriggio.

Giulia                                     - Si accomodi, prego.

Horvat                                    - Voleva darmi qualche incarico?

Giulia                                     - Dica un po': lo sapeva lei che io ero a Budapest?

Horvat                                    - Me l'ha detto Garay.

Giulia                                     - Quando?

Horvat                                    - Un tre settimane fa, se non sba­glio. Ma forse anche quattro.

Giulia                                     - E se io non le scrivevo lei non veniva neanche oggi.

Horvat                                    - Sa?... Andavo a rischio... a rischio, naturalmente...

Giulia                                     - Di che?

Horvat                                    - Di... di... arrivar qui inopportuno.

Giulia                                     - Inopportuno? Che intende dire?

Horvat                                    - (impaziente) Guardi, Giulia: sono anch'io al corrente. Ne parla tutta Pest. E perché dovrei far dei giri di parole con lei? Il Prin­cipe russo Trubeskoy o come si chiama, in­somma lui è a Pest e lei lo riceve ogni giorno qui in casa sua.

Giulia                                     - In casa mia non c'è stato mai. Ma verrà oggi. Questo è vero. Oggi per la prima volta. (Guarda l'orologio) Tra un'ora. (Pausa). Ma sono stata io da lui. Tre volte; nel suo uf­ficio.

Hovart                                    - (ironico) Ah! Anche in ufficio?

Giulia                                     - A Buda. Per liquidare le partite dell'occupazione militare russa, da gente di Pest, com'è naturale... (Tace. Pausa). E dun­que su, Horvat, che cosa si dice di me?

Horvat                                    - Io non mi occupo di certe cose, ma lei non si meravigli che se ne parli.

Giulia                                     - Vorrei sapere che cosa pensa lei, ora. Io non so più davvero, ormai, chi mi è ne­mico e chi mi è buon amico. Oggi ho incontrato la signora Visky sulla piazza di Buda e la sti­matissima signora non ha risposto al mio sa­luto... Mi ha squadrata dalle piume del cappel­lo fino alla punta delle scarpe - uno sguardo da biscia - poi è sgusciata via, piena come un otre di morale calvinista. Ho visto anche altri amici, scribi e farisei. Hanno voltato la faccia. Senta un po': è vero che un giornale ha scritto contro di me?

Horvat                                    - Non Io so. Non ho letto.

Giulia                                     - Coloro che ora levano alle stelle il povero Sandro, non gli hanno voluto mai bene finché è stato tra loro. Doleva a loro che egli, con tanta felicità, d'un solo balzo da leone, fosse arrivato tanto in alto: dove essi non erano stati capaci di arrampicarsi col lavoro di tutta una lunga vita. Cercano di soffocarmi sotto le loro suole perché io sono l'unica brace solitaria superstite di una fiammata che si è spenta.

Horvat                                    - Senta: lasciamo tutto questo. Ora noi ne siamo già al di là.

Giulia                                     - Sì. Ormai sono già al di là di tutto.

Horvat                                    - (tagliente) E allora sappia questo: la caccia all'uomo, dei farisei, la volgarità della gente qui intorno, tutto è comprensibile; ma ciò che lei ha fatto, quello, comprensibile non è... Lei, lei... non può fare amicizia con gli uf­ficiali russi.

Giulia                                     - Sono andata dal Principe perché mi procuri un passaporto per l'estero.

Horvat                                    - (incredulo) Passaporto?

Giulia                                     - Me l'ha promesso. E me lo porta  oggi. (Lo guarda negli occhi) Perché io parto per la Turchia.

Horvat                                    - Che cosa le salta in mente adesso?

Giulia                                     - Vado a Costantinopoli. Dal gene­rale Bem.

Horvat                                    - Lei spera che Sandro...

Giulia                                     - Io non riesco a sperare più nulla. Ma Bem voleva molto bene a Petòfi. Come a un figliolo. E toccherà forse anche a me un po' del suo bene paterno. Rimarrò al fianco del ge­nerale. So che è malaticcio; conto di rendermi utile. Il sentimento di Bem per Alessandro è oggi l'unico filo che mi lega all'umanità.

Horvat                                    - Ancora una cosa non seria! An­cora un volo della sua fantasia avventurosa. Sa­rebbe meglio che se ne ritornasse da suo padre.

Giulia                                     - Non si può. Ho tentato, ma non posso. Sfiducia, rimproveri, malignità. Non li posso sopportare, ce Te l'avevo detto io! Non è vero? ». a Te la sei cercata! ». La morale vit­toriosa mi ronza intorno e mi succhia il sangue come uno sciame di zanzare. Se parlerò con un uomo, tutta la famiglia sarà sottosopra perché « io ho ancora una volta portato il disonore nel casato». No, non posso. Non posso. Piut­tosto la prigione, il manicomio, piuttosto qua­lunque cosa! (Pausa). Sono venuta qui a Pest per guadagnarmi il pane col mio lavoro.

Horvat                                    - Lavoro? Che lavoro?

Giulia                                     - Questo è il punto. Sandro mi ha fat­to credere che avevo del talento. La Georg Sand ungherese!... Vedeva in me una meraviglia di donna. Poveretto! Era così orgoglioso di sua moglie! Mi sono poi convinta da me di non avere nessun talento. Le mie poesie sono ap­pena delle anemiche imitazioni delle sue. Quel­lo che io penso e dico sono riflessi: le briciole del suo banchetto. (Con fuoco) Che cosa devo fare? Dove andare? Sono accerchiata. Qui non c'è che una via di scampo; l'estero: Costanti­nopoli. Fuori di qui! Non sentir più parlare il magiaro. Non vedere più questi musi maligni. (Breve pausa. Altro tono) Ma io parlo sempre, parlo, perché? Sa perché le ho chiesto di venire qui oggi? Perché lei è stato sempre buono con me. Oh, la prego di non vergognarsene e di non rammaricarsene. L'unico galantuomo che ho incontrato nella mia vita. (Col nodo alla gola) Lei e Petòfi, voi due soli. Oh, io so bene che lei non apparteneva a me, ma a Petòfi. (Sorride) Lei mi sopporta solo perché sono stata proprietà di Petòfi. Per lei io sono una sua reliquia di Alessandro Petòfi. (Si avvicina allo stipo). Qui ci sono dei manoscritti importanti per me. Vorrei che se li prendesse lei. Se mi accadrà qualche cosa, li bruci senza leggerli.

Horvat                                    - Che cosa può accadere a lei?

Giulia                                     - Che ne so, io? Vado all'estero e si dice che in Oriente s'incontrino molti peri­ coli. (Legge nello sguardo di lui). No, non penso affatto al suicidio... Ma io penso che già comincia a mancare l'olio nel lume. Me lo sono consumato e sono stanca, sebbene non abbia più di ventitré anni. Amico mio, come può essere disperatamente lunga una vita umana.

Horvat                                    - Giulia, con lei io sono stato in rancore... Ma ora... sa Iddio... Una bambina smarrita nel tumulto del mondo. Ha abbando­nato la mano che la guidava ed ora non sa ne dove si trova, né dove va.

Giulia                                     - Veramente non so proprio dove andare.

Horvat                                    - Conserverò i manoscritti. (Pic­chiano alla porta). Aspetta qualcuno?

Giulia                                     - Il Principe, col passaporto. Ma è ancora presto. (Guarda fuori dallo spiraglio e, sbigottita, si volta) Il professor Kovacs e Berta! Che vogliono da me? Qui?

Horvat                                    - Non saranno certo venuti senza motivo. O a portarle qualche brutta notizia o spinti da qualche curiosità. (Si guarda intor­no). C'è modo di nascondersi, qui?

Giulia                                     - Là. (Lo fa entrare nella camera da letto e chiude la porta).

Kovacs                                   - (fiuta intorno) Era sola? Non di­sturbiamo la signora? Forse sarà una sorpresa per lei vederci qui. L'ultima volta che ci siamo visti, ci furono tra noi certe tal quali discre­panze, ma da quel tempo in qua, molta acqua è passata sotto i ponti là, di Kolozsvar.

Giulia                                     - E anche qui sotto i ponti del Da­nubio. S'accomodino.

Kovacs                                   - La signora vorrà intendere il mo­tivo importante che mi conduce qui. Benché due siano le cose, secondo Platone, nel mondo efficienti, e cioè la verità e la bellezza, io oso contrappormi perfino a Platone, perché ritengo che più importante di queste medesime, sia nel mondo la scienza. Precipuamente poi più im­portante che la bellezza fisica. Il vaiolo, verbi-grazia, può rovinare la bellezza di ogni singola donna, la scienza è eterna.

Giulia                                     - Epperò anche se una tegola casca sul cranio di uno scienziato, addio tutta la sua scienza!

Kovacs                                   - (polemico) Questo è un sofisma. Il sofisma che noi filosofi denominiamo della... falsa causa.

Giulia                                     - Questa discussione interessante, si potrebbe, credo, continuare un'altra volta... A che devo la fortuna...

Kovacs                                   - Io ora preparo alcuni saggi critici sulla lirica. Il nostro pubblico non è ancora abbastanza maturo per trarre il suo godimento dalle opere di filosofia. In Inghilterra, in Fran­cia, prego credere, anche tra le donne vanno a ruba le opere filosofiche. Ma al fabbisogno let­terario dei popoli primitivi, e di leggeri si in­tende, la poesia. (Ritorna al primo argomento). Però, scusi, quell'idea della tegola che casca  sul cranio di uno scienziato... si genera da un falso principio... Il sofisma della falsa causa.

Giulia                                     - D'accordo, ma rimaniamo ora piut­tosto nel campo della poesia.

Kovacs                                   - Indulgendo al gusto del pubblico, io scrivo ora articoli critici sull'cc Araldo del Parnaso » di Buda. Sottopongo al mio crivello critico, uno dopo l'altro, i poeti viventi magia­ri: robetta. Tra i morti ci sono talenti di ri­guardo, ma i vivi: robetta. Sono arrivato al defunto signor Petofi. È un talento ragguarde­vole - lo riconosco - benché non sia la sua forza precisamente là dove, per comune avvi­so, si cerca. Scrivo inoltre la sua biografia e, naturalmente, devo anche occuparmi della sto­ria del suo matrimonio. (Pausa). Reputo pre­gio dell'opera, anche per la signora, che la ve­rità, la pura verità sia fatta nota al pubblico, anche se ciò, per certi punti di vista, possa risultare incresciosa cosa. All'uopo lei dovrà il­luminarmi alcuni punti di colore oscuro. Mi sono predisposto un elenco di domande. La mia memoria è notoriamente eccellentissima, ma, per un certo qual sistema, io soglio notare sem­pre tutto. In primis: la signora - non è vero? non amava Petofi.

Giulia                                     - (immobile).

Kovacs                                   - Il motivo determinante la sua de­cisione al matrimonio non fu forse la gloria poetica del signor Petofi e il conseguente van­taggio che se ne riprometteva?

Berta                                      - Non neghi tu, questo?

Giulia                                     - No.

Kovacs                                   - (annota) Terza domanda: È vero che la signora desidera partire per Costantino­poli e, se sì, con quale proposito?

Giulia                                     - (si alza) Ho sentito tanto parlare dei Pascià; sono curiosa di conoscerli. (Ride).

Berta                                      - (si avvicina) Sempre orgogliosa, tu, mia dolce Giulietta!... Fai l'allegra? Scherzi? Beh, me non ingannerai. Io ti vedo nell'anima. Tu sei caduta nel gran nulla e ti sei frantu­mata. Ed ora con tutta l'apparenza di scherzare, getti nella polvere questi tuoi frantumi. Ma io so che le tue notti sono piene di lacrime e di disperazione. Chi sei stata e chi sei, ora, tu? Il Poeta ti fece un dono d'immortalità e gloria. Tu hai sperperato nei balli la tua gloria con delle teste vuote, ma l'immortalità non riuscirai a scuotertela da dosso. Petofi ti trascina con sé nell'eternità, non come la sua moglie gloriosa, ma come quella che incoronata di paglia, si avvia alla gogna. E la tua gogna sarà proprio la tua immortalità. Vi sarai inchiodata per sempre, e la marmaglia ancora non nata dei secoli futuri, ti irriderà e ti lapiderà.

« La perla della moglie, regina della si solleva nel ciel. fantasia,

O tu meravigliosa creatura di leg­genda ».

Ora non ti invidio più e non invidio più nien­te, più niente di te.

(Esce agitata).

Horvat                                    - (esce dalla camera da letto per difen­dere Giulia in caso di necessità).

Kovacs                                   - Esagerazioni! Esagerazioni fem­minili. Ah, ecco l'egregio professore di Pest, il signor Horvat; qui anche lei? Non disde­gnava attendere in una camera da letto. (A Giu­lia) Lei deve perdonare a Berta. Ha degli attac­chi nervosi... (Discreto) Sa, signora, è in uno stato anormale: a motivo che aspetta un bam­bino. Mi stanca molto la sua perenne irrequie­tudine. Ma già ho provveduto: io mi ritirerò ai bagni di Parad, fino a tanto che ella, a Kolozsvar, non sia uscita da questo suo stato anor­male.

Horvat                                    - Riconosco la bontà del metodo in uso tra gli indigeni dell'Isola di Figi. Quando la donna partorisce, il marito si mette a letto e riceve i rallegramenti del vicinato.

Kovacs                                   - Studi etnografici, no? Se ne può vaticinare gloria a bizzeffe per l'università di Pest! (A Giulia) Grazie per i cortesi raggua­gli. Si compiaccia leggere a suo tempo il mio saggio, che mi farò un dovere di inviarle. (Esce).

Horvat                                    - Non vorrà certo prendere sul se­rio certe tirate isteriche.

Giulia                                     - Berta ha detto la verità.

Horvat                                    - Giulia!

Giulia                                     - Berta ha detto, parola per parola la verità.

Horvat                                    - Giulia, lei dovrebbe ormai tentare di placarsi in qualche modo con lo spirito di Petofi!

Giulia                                     - Oh, santo cielo!... a quanta di­stanza sono io dallo spirito di Petofi! Da quan­do è morto è così tremendamente cresciuto, si è allontanato verso così vertiginose altezze, che si leva sulla mia vita passata come una cima nevosa sopra un giardino rustico, Non riesco a convincermi che davvero sia stato mio marito, il mio Alessandro, che io un tempo... (Soffoca i singhiozzi che stanno per erompere ma non può continuare. Picchiano all'uscio di fuori).

Horvat                                    - (spia dallo spiraglio e si volta) Oh, indovini un po' chi c'è? Lauka! Sa che è pas­sato ai giallo-neri? Ha assunto un incarico da­gli Austriaci. Lasciamolo entrare. Un briciolo di buon umore, qui, non guasterà.

Lauka                                     - (ha smesso il costume magiaro e indossa un abito austriaco. Ha sotto il braccio un gran fascio di documenti. Si avvicina a Giulia, porge la destra e osserva, serio serio, se Giulia gli dà o no la mano. Stretta di mano. Lo stesso con Horvat) Mi stringete la mano? Forse non sapete ancora. Ho venduta l'anima al diavolo giallo-nero. Sono diventato un reale e impe­riale austriaco impiegato. Il dito mignolo della repressione.

Horvat                                    - Affar tuo, camerata.

Laura                                      - (più vivace) È un fenomeno. A nessuno di quelli che sono entrati a far parte della mia masnada, non si stringe la mano. Nelle locande si dà a loro il vino più guasto e il cameriere getta davanti a loro le ossa come davanti ai cani. Ma io sono un'eccezione. Con me nessuno tratta così. Neanche voialtri due. E perché? Che cosa significa questo? Non sono come gli altri, io? Mi sono incontrato or ora sulla Porta Occidentale con Lendway. Ecco, mi sono detto, quel ribelle arcimagiaro che abbaia sempre. Mi dirà il fatto mio, adesso. Ed ecco che, appena m'ha visto, senza una parola, mi salta al collo e mi bacia sulla guancia destra e sulla sinistra. Tu, gli dico, non sai che ho ven­duto l'anima ai giallo-neri? Ed egli mi rispon­de: « Meno male, così riuscirai a far fare anche agli Austriaci una cattiva figura». Mi pare che nessuno mi prenda sul serio.

Hokvat                                   - Pare anche a me. (Guarda il fa­scio di documenti di Lanka e capisce che ora la sua presenza è inutile). Devo andarmene, Giulia, ma tornerò. Mi aspettano degli amici a casa mia per un affare importante.

Giulia                                     - Ma guardi di tornare, eh? (Hor­vat esce).

Laura                                      - Ha fatto bene ad andarsene. Non mi piacciono questi primi della classe.

Giulia                                     - (guarda l'orologio) Lauka, lei non può rimanere.

Laura                                      - Lo so. Lei aspetta il Principe russo. (Pausa di sbigottimento). Sono venuto proprio per questo; per Sua Altezza il Principe, per darle il «modo d'usarlo». Lei sa che il mio Ufficio Imperiale Austriaco è una povera botteguccia. È i trenta denari di Giuda che mi pagano ad ogni primo del mese, sono una vera miseria. Ma il mio ufficio ha un vantaggio. Qualche volta posso render qualche utile servi­zio ai miei buoni amici. (Mette sul tavolo i suoi documenti come un conferenziere, seguitando a parlare) (1). Queste pratiche, signora, si rife­riscono tutte a lei, donna Giulia. Ogni cittadino di Pest ha una sua simile pratica nei casellari di polizia. Tanto più uno è ribelle, e tanto più grossa è la pratica. Questi, li ha rubati un col­lega boemo, alleato, colla speranza di riuscire probabilmente a venderli. Ecco la sua domanda di passaporto per la Turchia. E qui c'è il pa­rere negativo del Governatorato.

Giulia                                     - Respinta?

Laura                                      - Ieri. Che si lasci andare qualcuno in Turchia dove si trova (segno di croce) Luigi Kossuth?! E qui c'è la sua seconda domanda di passaporto per Vienna. Questo è concesso.

(1)L'attore faccia bene risultare che Lauka non è una spia, ma che si è messo fra le spie solo per aiutare i suoi compatrioti.

(2)

Giulia                                     - La mia domanda? Per Vienna? Mal io non ho chiesto...

Laura                                      - Lei no, ma per lei, il Principe Ser­gio Trubeskoy. Il Principe ha inviato una let­tera di suo pugno anche a Sua Eccellenza Ileinau. Ecco l'originale delle lettera.

Giulia                                     - (guarda la lettera) Ma io non ne so niente.

Laura                                      - Non vien qui tra poco il Principe? Lo domandi a lui. Il Governatorato, in questa pratica del passaporto per Vienna, ha chiesto il parere della polizia- e abbiamo poi anche questo - e senta un po' che cosa opina quella cara gentaglia! ! (Legge) « Per supremi motivi di ordine politico, pare desiderabile che la ve­dova in questione, accompagnata dal Principe Trubeskoy, in fama di viveur, si rechi a Vien­na: lo scandalo, che certo susciterà inevitabil­mente questo viaggio, darà modo di portare un colpo mortale al culto del poeta che in Unghe­ria si è tanto deplorevolmente diffuso». E qui abbiamo l'ordine del Governatorato che ingiun­ge alla Polizia di provvedere a diffondere attra­verso i suoi agenti nel maggior numero di cir­coli possibile, la notizia di questo suo viaggio a Vienna della signora Petòfi, e nello stesso tempo curare che le gazzette illuminino il caso in modo adeguato. (Mette il documento sul ta­volino). Che razza di bestie, questa gente! Cre­dono che se una signora a Vienna balla una polka in una locanda non si stimerà più in Un­gheria l'inno « Avanti, Magiari! » di Petòfi. (Pausa). C'è poi qui un altro documento inte­ressante: « In caso di eventuale espulsione da Pest della signora, ecc., ecc., nata Giulia Szendrey... ».

Giulia                                     - (con un filo di voce) Espulsione!

Laura                                      - (legge il documento) « La sezione politica approva il progetto di espulsione, poi­ché questo probabilmente accelererà il viaggio a Vienna della signora Petòfi, con la sperabile conseguenza di dar piena efficacia al colpo mor­tale contro il culto del Poeta ». (Pausa). Donna Giulia, lei farebbe bene a tornare a casa sua, da suo padre. Sarebbe utile partisse oggi stesso. (Cerca tra i documenti). Ecco, finalmente, la fede di casellario del signor Principe Trubeskoy. È vigilato costantemente dalla polizia per mez­zo di due informatori a stipendio mensile.

Giulia                                     - Basta. Mi lasci. Non voglio più sentir nulla.

Laura                                      - No. No. Questo deve sentirlo, in­vece. (Legge tutto d'un fiato) « Sergio Jvanovic

Trubeskoy                              - figlio unico del ramo principale - ricchissimo. Parentela per ramo materno con lo Zar, ecc., ecc. ». (Sottolineando) «Da cinque mesi fidanzato con Olga, figlia dell'Ambascia­tore a Vienna, Murawiev». (Guarda Giulia e ripete) « Con Olga, figlia dell'Ambasciatore Murawiev. I due fidanzati in questi cinque mesi si scambiarono centodieci lettere ». Eccone le copie: queste, il collega boemo, le cederebbe a buon mercato. Tre per una svanzica ; per acqui­sti in blocco, sconto da convenirsi. La Polizia le ha fatte copiare perché sospettava in esse chi sa quali segreti diplomatici, ma segreti diplomatici non ce ne sono: solo stelle, raggi di sole, salvezza e eternità. (Si alza). E con questo ho finito, donna Giulia. (Picchiano all'uscio di fuori). Credo che sia Sua Altezza. Si può svi­gnarla attraverso la camera da letto?

Giulia                                     - (fa cenno verso la camera da letto).

Laura                                      - Torni a casa da suo padre, Giulia. Torni, torni a casa da sua padre! (Esce).

Trubeskoy                              - (in costume dandy. Entra rag­giante) Come vede sono puntuale. (Baciama­no. Si guarda intorno). Per essere il castello di una fata è un po' grigio.

Giulia                                     - (muta, indica una seggiola).

Trubeskoy                              - È successo qualche guaio?

Giulia                                     - No. Niente.

Trubeskoy                              - Lei è pallida.

Giulia                                     - Un po' di mal di capo. Cosa da nulla.

Trubeskoy                              - Il clima di Pest non le giova.

Giulia                                     - No. Dovrei partire. Voglio partire per Costantinopoli... Ma il mio passaporto...

Trubeskoy                              - Sarei l'uomo più felice del mondo, se potessi su questo punto renderle un servigio; ma, purtroppo, si presentano sempre nuovi ostacoli. Il generalissimo Heinau non ne vuol concedere in nessun caso. Ho parlato an­che personalmente con lui. Cocciuto che è una disperazione. Un mulo. Un mulo austriaco re­calcitrante. (Pausa). Intende perfino interdire a lei la permanenza qui a Pest. Si è mai sentita una cosa simile? Hanno paura anche delle don­ne. Temo che tra breve saranno impartite di­sposizioni contro di lei.

Giulia                                     - (fa un cenno, muta).

Trubeskoy                              - Sarebbe bene prevenirli e par­tire.

Giulia                                     - (con voce spenta) 'Per dove?

Trubeskoy                              - Ho cercato di tastare il ter­reno col generalissimo e mi sono accorto che non sarebbe contrario all'idea che lei... che lei partisse per un luogo dove non ha radice l'ir­redentismo magiaro. Insomma in un luogo lea­lista. (Pausa). Diciamo per esempio, almeno provvisoriamente, per un po' di tempo, a Vienna.

Giulia                                     - (fa le domande che seguono per sco­prire il vero carattere di Trubeskoy) A Vien­na? Per un po' di tempo? Sola?

Trubeskoy                              - Sola no. Anch'io sarò a Vien­na. Ho ormai un nuovo ordine di servizio. Sono addetto militare presso la nostra ambasciata di Vienna.

Giulia                                     - Ma come vivrò io a Vienna? Le mie condizioni patrimoniali...

Trubeskoy                              - I miei sentimenti verso di lei,

Giulia                                     - e lei li conosce anche se non ne ab­biamo parlato mai, mi danno il diritto di difenderla contro le grette preoccupazioni della vita e contro i suoi disagi. Cose di nessunissima importanza che non valgono lo pena di parlar­ne. La prego, lasci tutto questo al mio senso di cavalleria.

Giulia                                     - Lei è molto ricco, Principe, vero?

Trubeskoy                              - Non faccio nessun caso della ricchezza. E in sostanza è una realtà di ordine inferiore, ma ora, eccezionalmente, me ne ral­legro, perché mi offre il modo di sparger fiori sul cammino di Giulia Szendrey.

Giulia                                     - Rose e diamanti, no? E fino a quando resterà a Vienna, lei?

Trubeskoy                              - Io, in ogni caso per un buon pezzo. Le dicevo poco fa che sarò l'addetto militare. Ma di tutto questo riparleremo.

Giulia                                     - Per un buon pezzo? E dopo?

Trubeskoy                              - Anche di questo riparleremo. Lei si affidi al mio senso di cavalleria.

Giulia                                     - E se io starò a Vienna, che ne dirà Olga Murawiev? (Pausa). Già, la sua fi­danzata. (Pausa). O forse è un fidanzamento segreto? In questo caso avrei dato prova di poco tatto. Parliamo d'altro.

Trubeskoy                              - No. Anzi. Parliamo di questo. È meglio. Ed è più degno di noi chiarire la situazione. Lei, Giulia, che è una donna di spi­rito...

Giulia                                     - Non quanto crede lei.

Trubeskoy                              - Lei deve capirlo: questo mio fidanzamento non l'ho voluto io. È stato un de­siderio di Sua Maestà lo Zar. Lo Zar ora non tollera celibi nell'alta aristocrazia. Nel nostro mondo il matrimonio è un atto in cui l'amore non è in gioco. Ma solo la volontà dello Zar e gli interessi famigliari e pratici. Per conseguen­za, io, naturalmente, non amo la mia fidanzata, cioè, dirò meglio, non sono innamorato della mia fidanzata. Ho una certa simpatia per lei. È una buona ragazza piena di buon senso... La base del nostro matrimonio sarà l'amicizia. E se anche io mi sposo, posso dire a buon diritto che rimane libero il mio cuore; almeno fino a quando non ne disporrà lei.

Giulia                                     - (come dall'alto di una torre) Com'è savio, lei! Savio e abile!

Trubeskoy                              - Perché, scusi?

Giulia                                     - Molto comodo, per lei, caro Prin­cipe. Lei non ha nemmeno da darsi la pena di scendere in mezzo alla vita. Non ha che da sbor­sare il denaro, che a portarle a casa tutti i pia­ceri e i dolori della vita, ci pensano i suoi for­nitori. E tutto a contanti. Il pasticcere, i dolci; la moglie, i figlioli; la mantenuta, l'amore; il sarto, i vestiti; il cappellano di famiglia, la sa­lute eterna.

Trubeskoy                              - Lei è di cattivo umore, signora: davvero non capisco come ho potuto far­mela tanto ostile.

Giulia                                     - Io non ho nessun rancore contro di lei. Con lei rancori non se ne possono avere. È così carino, liscio liscio, vivace come un car­dellino. Becca un po' qui, becca un po' là i suoi chicchi di mangime. Chi potrebbe sentir rancore contro un cardellino? E colpa sua se io sono venuta su in un nido di aquile? È colpa sua se io ho conosciuto a faccia a faccia il vero orgoglio, la vera nobiltà, la vera indipendenza? Io ho guardato a faccia a faccia tutto quello che lei ha conosciuto solo per sentito dire. Po­vero ragazzo! Io sono stata portata a volo sulle ali di una gloria virile, mi sono fusa nel fuoco di un virile amore, ho guardato di sopra alle nuvole i suoi simili, ma poi sono precipitata giù: molto in basso, molto.

Trubeskoy                              - Le piace di offendermi, ora...

Giulia                                     - Precipitata. E così in basso che nessuno riuscirà più a sollevarmi. Sono preci­pitata da una altezza dove lei non arriverebbe nemmeno a spingere lo sguardo.

Trubeskoy                              - Se lei, amica mia, aveva in­tenzione di offendermi, confesso che le è riu­scito in pieno. Con un tono simile, con un tono di così altera degnazione non mi ha an­cora parlato mai nessuno in vita mia. Se il suo scopo è che io da oggi in poi debba evitarla, ella sta per raggiungerlo. Di me lei può fare un infelice, ma un importuno mai. Però prima di dividerci - quando ci divideremo forse per sempre - ho anch'io qualche cosa da dirle. Giulia, lei è ingiusta con me. Le parlerò più franco che mai. Quando ci siamo incontrati lei era a un bivio: costretta a scegliere tra la via verso la morte e quella verso la vita. Scegliendo la prima, bisognava rinunciare alla giovinezza e alla libertà, e farsi murare nel mausoleo di un morto glorioso. La sua sorte sarebbe stata così quella della rinuncia, ma con in premio la gratitudine di tutta la nazione. Se lei avesse scelto questa via, io avrei chinato la fronte con rispet­to e mi sarei ritirato. L'altro era la via della vita. Lei ha scelto quella ragionando così: fin­ ché fu vivo il grande poeta, lei gli fu moglie amorosa e fedele. Ma alla sua morte, lei ha recuperato la sua libertà. E lei ne ha fatto uso, sfidando l'opinione ostile della gente. Dunque, tanto Funa come l'altra via era possibile: la scelta dipendeva dal gusto e dall'indole. Per Funa occorreva molto sentimento, per l'altra molto spirito. Ma lei ora cerca una terza via, una via di mezzo che non c'è. Dopo aver ne­ gato la morte, ora nega la vita. Ha voluto ven­dere la gloria futura e adesso le ripugna ac­cettarne il prezzo. Non ha avuto la forza di essere santa e adesso non ha il coraggio di es­sere donna. Io so da un pezzo che lotta esiste in lei. Non nego di aver fatto molto - anche - contro la sua volontà - per spingerla per l'u­nica via ancora aperta. Sono ricorso al tranello e alla violenza per poterla portar via da qui dove ella è odiata e, sì!, anche disprezzata. Volevo portarla dove l'avrebbero ammirata e invidiata. La via della vita è ancora aperta per lei, ma solo una è la mano che può guidarla: la mia. Se lei la respinge non mi resta che ri­ tirarmi. Con disperazione: non è una frase. Domani tornerò. Se domani lei avrà per me anche solo una buona parola, dimenticherò tutto e tornerò ad essere quello di ieri. Con sa­crificio - e prenda la parola in tutto il suo valore - perché in fin dei conti non posso né voglio dimenticare che sono il principe Trubeskoy, parente dello Zar e suo aiutante di campo. Se lei ha mai dubitato del mio amore, ora deve convincerla questo mio atto d'umiliazione        - perché un'umiliazione è. E poiché questa è l'ora della sincerità le dirò che non posso darle una corona di stelle. Una lei ne aveva, l'ha già buttata via di sua volontà, ma posso darle tutto quello che può l'amore di un uomo generoso. Ha tempo di pensare fino a domani. Domani deciderà lei della nostra sor­te: la sua e la mia.

Horvat                                    - (entra) La porta era aperta. (Sguardo leggermente ostile tra lui e Trubeskoy).

Trubeskoy                              - (dopo una pausa penosa. A Giu­lia) Quest'uomo, questo signore, è suo ospite?

Giulia                                     - Sì.

Trubeskoy                              - Allora, tolgo il disturbo. (Ge­sto verso la porta).

Giulia                                     - (cenno affermativo).

Tbubeskoy                             - (d'un tratto, molto cavalleresco) Se permette, signora, domani mi prenderò ancora la libertà di venirla a ossequiare e a ri­ferirle il risultato del mio intervento per l'af­fare del passaporto.

Giulia                                     - (con un sovrumano sforzo di auto­controllo) Domani io non sarò qui.

Trubeskoy                              - No? (Resta immobile, impac­ciato. Poi, dopo una pausa, si inchina ed esce a testa alta).

Giulia                                     - (accorata, lo segue con lo sguardo).

Horvat                                    - Che è successo?

Giulia                                     - Ho ritrovato me stessa. Io sono come un albero di Natale finito nell'immondez-zaio... Solo ora so, ora che è ormai troppo tar­di, per tutto, quanta luce, quanta gioia, quante cose sacre erano nella mia giovinezza.

Horvat                                    - Giulia, ora dovrebbe staccarsi una buona volta dal passato e guardare con corag­gio in faccia all'avvenire.

Giulia                                     - (guarda disperata nel vuoto) L'av­venire?

Horvat                                    - Dove andrà a vivere? A Vienna come vedo, non desidera andare... In provincia, qui in Ungheria, non la consiglierei perché tutti si conoscono a vicenda e il cuore della gente è pieno di amarezze per la patria. Il me­glio sarebbe rimanere a Pest... Ma la Polizia... (Tace).

Giulia                                     - Mi hanno chiusa in un cerchio. No, io mi sono chiusa in un cerchio; da me. Non posso muovermi!

Horvat                                    - Ci sarebbe un modo per rimedia­re: sposarsi con un cittadino di Pest... (Pausa). ... Se lei vuole, io la sposo.

Giulia                                     - Hovart! E perché lo farebbe lei?

HovART                                - Non ho pensato mai a sposarmi. Ma ora... mi stringe il cuore, Giulia, non ho mai sentita una cosi grande pietà. Il ragazzo smarrito nel tumulto della vita... Non sarei più capace di sedermi al tavolino, prendere un li­bro fra le mani, se dovessi pensare che lei è qui, abbandonata e sola, la Giulia di Alessandro Petofi, con questi occhi... Guardi, la mia ma­no... (la mano gli trema) dal desiderio di ac­carezzare la sua povera fronte.

Giulia                                     - (chiude gli occhi e china la testa sulla mano di lui) Ecco.

Horvat                                    - (prende tra le sue palme la fronte di Giulia).

Giulia                                     - Si dice: l'amore viene dopo il matrimonio. Ma se lei mi sposa, non verrà niente.

Horvat                                    - Lo so.

Giulia                                     - Sono l'anima reduce di quella Giu­lia che una volta ha saputo amare.

Horvat                                    - Come fino ad oggi è stata una buo­na amica per me, può rimanere anche dopo.

Giulia                                     - Però mi è già balenato qualche volta il pensiero: sarebbe bene sposare Horvat, fare un po' la civetta con lui, conquistarlo e fargli perdere la testa. Ma non si può. Qualche cosa in me si è guastato: il mio cuore è fred­do, buio, sordo.

Horvat                                    - (si rianima di colpo) Bisogna fare in fretta, prima che si sveglino i cani addor­mentati. Dirimpetto abita un pastore amico mio.

Giulia                                     - Lei ha voluto molto bene a Sandro. E non può sopportare il pensiero che quella che abitava nel cuore di Petòfi affondi nel fango della strada. Non è vero? È così? E va bene. Si porti dunque a casa questa reliquia di lui, una povera reliquia!

Horvat                                    - Ci sposiamo oggi stesso. Il nostro pastore provvedere. Tra venti minuti sarò di ritorno. (Col cappello tra le mani) Mi aspetta?

Giulia                                     - (afferma con un cenno del capo).

Horvat                                    - (esce in fretta).

Giulia                                     - (prende dal tavolo i libri rilegati nei quali cerca un passo. Poi scosta le tendine verdi alla parete; di sotto appare il ritratto di Petòfi il quadro di Barabas. Parla sommessamente al quadro) Un anno... che non oso... che non ho osato rileggere questa tua poesia. La più terribile poesia... Ma ora, per saluto di addio      - anche se non mi si spezza il cuore            - la leg­gerò e sia la tua vittoria. (Legge a mezzavoce. Qualche volta le lacrime le soffocano le parole e della prima strofa si capiscono solo poche parole) :

« Ancora, nelle valli, fioriscono i fiori

[di campo,

E ancora nel mio cuore, l'estate dai [raggi di fiamma...

Cadono i fiori e fugge via la vita Siedi mia sposa qui, qui, sul mio

[grembo. Tu che ora curvi il capo sul mio petto, Così lo curverai sulla mia tomba Domani, o cara.

Se morrò prima e tu sulla mia spoglia

Il mio sudario stenderai piangendo

Ma potrà un giorno forse cancellare

D'un giovane l'amore che t'accenda

Il mio nome col suo?

Se il tuo velo di vedova una volta

Dimetterai, tu appendilo al mio cippo

Come un nero vessillo, ed io dal morto

Regno dei morti salirò a riprenderlo

Nel mezzo della notte e giù lo voglio

Trarre per asciugarvi quelle lacrime

Che piangere mi fai: Che a cuor leg­gero –

 Troppo - hai dimenticato il tuo fedele ;

E per fasciar di questo cuor la cruda Ferita, poiché certo

Anche laggiù e per sempre ti amerò ».

(Picchiano all'uscio esterno. Giulia si alza e chiude il libro) Eccomi! (Si mette sulle spalle un velo di pizzo nero, sulla testa una cuffietta nera, dà uno sguardo di addio al ritratto, ri­chiude su di esso le tendine. Picchiano ancora) Eccomi, Horvat!

FINE

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