GIULIA SZENDREY
Commedia in tre atti
di FERENC HERCZEG
Traduzione di I. Balla e C.V.Lodovici
PERSONAGGI
GIULIA SZENDREY
HORVAT
PROF. KOVACS
BERTA
PRINCIPE TRUBESKOY
GUSTAVO LAUKA
MARTINO LENDWAY JUNIOR
ALESSANDRO BALAZS
UN NOTAIO
LA SIGNORA TALAS
Epoca: 1849-1880
Commedia formattata da
ATTO PRIMO
L'abitazione del poeta Alessandro Petfi, a Torda. Casetta presa in affitto; stanza bassa con soffitto di legno e pareti chiare; ammobiliata con gusti e possibilit di piccoli borghesi. Tendine chiare, stampe patriottiche alle pareti.
Comune in primo piano, a destra.
A sinistra due finestre che guardano sulla strada. In fondo una porta che mette direttamente in una cucina di contadini della Transilvania. Un mucchio di orcioli, vassoi, brocche di argilla, ecc. Svariati sedili.
Nel fondo della stanza due letti, uno accanto all'altro. Una scrivania semplice tra le due finestre, piena di manoscritti e di libri. A muro un bauletto rivestito di cuoio di pelo di puledro; appartenente a Giulia.
Sul letto e sulle seggiole vestiti da uomo e capi di biancheria, pronti per essere messi nel baule. La camera deve dare V impressione di una modesta e candida intimit.
Si vede che i proprietari stimano molto gli ospiti venuti da Pest.
Pomeriggio d'estate.
(La porta della cucina aperta. La signora Talas sfaccenda in cucina e canticchia salmi in falsetto. Picchiano alla comune. La signora Talas non se ne accorge, seguita a cantare, poi sente picchiare, si asciuga le mani con un canovaccio, passa nella stanza e apre la porta).
Kovacs - (fermo sulla porta aperta; stile aulico) questa la dimora della signora Petfi, la moglie di Alessandro Petfi?
Talas - S. Da una settimana.
Kovacs - (entra nella camera. sui 7O anni. Capelli bianchi folti; barba tonda piena; volto rubicondo e inverosimilmente giovanile. Sebbene non sia sacerdote ma professore, parla in uno stile sacerdotale, un po' calvinista) Ora favorite rispondere a questa seconda mia domanda: Trovasi attualmente in casa la signora?
Talas - (messa in soggezione dall'eloquio fiorito dell'interrogante) No, signore. Non trovasi attualmente in casa. Ha fatto un salto qui gi dai Dongo.
Kovacs - Dai Dongo. Bene. Ma potete darmi qualche ragguaglio approssimativo quando rientrer al suo domicilio la signora?
Talas - Sar qui a momenti; per merenda. Le ho preparato il caff col latte di bufalo. La signora dice che a Pest non se ne trova.
Kovacs - M' chiaro che, sebbene sia preziosissimo il mio tempo, mi sar giocoforza attenderla. Non stata qui, per avventura, la signora Kovacs, mia moglie?
Talas - Io non conosco la sua signora moglie.
Kovacs - Vestita di nero... una bella signora, snella, giovane, giovanissima.
Talas - (ride con troppa confidenzialit) Ah! Una moglie giovane, il signore? Lei mi canzona!...
Kovacs - (obbiettivo) Pi giovane di me di quarant'anni. Quale meraviglia codesta vostra, buona donna? Gli uomini straordinari vivono in circostanze straordinarie. Voi non sapete - evidentemente - con chi state parlando.
Talas - (lo guarda acutamente) Ma non lei quel vecchio che fa il sensale di cavalli? Il sensale del Tibisco? Non si chiama Peppino Kurte, lei, o qualche cosa di simile?
Kovacs - (con indulgenza) Sensale di cavalli? Non c' male! Ma se io facessi commercio di cavalli, dovrebbero essere cavalli alati! Ben vero che voi non potete capire; e dunque, sentite un po', buona donna. Io sono quel professore Kovacs di cui tanto si parla nel mondo. Il professore Kovacs di Kolozsvar. (Aspetta l'effetto). Dovreste pur anche aver sentito parlare di me.
Talas - Mai. Mi perdoni, ma proprio mai sentito.
Kovacs - Ne inferisco che voi non abbiate mai sentito nemmeno il nome di Aristotele, a rigore. (Pausa). Fama, che sei tu mai? Vanitas vanitatum . Ma voi siete pur anche da invidiare, perch siete felice. Beati i poveri di spirito imperocch di loro sia il regno dei cieli. Va bene. Tornate pure alla vostra bisogna. Io attendo qui la signora.
Talas - (entra in cucina e si tira dietro la porta).
Kovacs - (prende dalla scrivania il volume riccamente rilegato delle poesie di Alessandro Petfi. Comincia a sfogliarlo, cambia idea e apre la porta della cucina) Dite un po', buona donna, vero che il signor Petfi partito per il campo di battaglia?
Talas - (dalla cucina) vero, s. partito la notte di mercoled scorso con la vettura di Michele Borsos.
Kovacs - Io mi domando se andato veramente sul campo di battaglia.
Talas - C' andato, s. Era in uniforme.
Kovacs - Non so che costrutto ci sia a partire per la guerra proprio ora che siamo all'inizio della fine. Per, e come di consueto, sempre fortunato, il signor Poeta-guerriero . (Sorride di compatimento) Se la caver, non v'ha dubbio, senza nemmeno una scalfittura, il signor Poeta-soldato. (Energico)'Ma questo non mi riguarda. (Chiude la porta con uno sbattone, siede, comincia a leggere le poesie di Petfi, scandisce colle dita le sillabe dei versi, poi d in una risata sarcastica).
Horvat - (irrompe in scena; 3O anni, una spalla pi alta dell'altra, cera emaciata, carattere focoso, aperto) Giulia! Non c' Giulia?
Kovacs - (solleva appena gli occhi dal libro) Non si costuma pi neanche salutare, adesso? Non pi in consuetudine tra la giovent?
Hokvat - Oh, scusi, buongiorno, signor professore.
Kovacs - Lei Horvat! Arpad Horvat! Mi ricordo di ciascuno dei miei allievi, come il re Ciro di ciascuno dei suoi veterani. Per un bel pezzo che non mi si offriva di rivederla, amico mio!
Horvat - Da quando si compiaciuto bocciarmi in logica, signor professore.
Kovacs - (con rabbia postuma) Perch lei, nei suoi compiti, raffazzonava sempre gli elementi pi eterogenei. Sarei veramente curioso di sapere a che cosa mai pervenuto lei nella sua vita.
Horvat - Sono stato castigato anch'io; e sono diventato anch'io una specie di professore. All'Universit di Pest.
Kovacs - (impietrito) All'Universit? Professore?
Horvat - (lo tranquillizza) Libero docente...
Kovacs - Dunque sarebbe vossignoria quel tale Arpad Horvat...
Horvat - S. Ma non si tratta di me, adesso. Adesso si tratta di Petofi che partito per il campo di battaglia. Come hanno potuto permetterglielo? Il generale Bem, lotta contro un nemico troppo soverchiante di numero. E Alessandro in mezzo a quell'inferno di fuoco! assurdo! Sandro! Non possibile!
Kovacs - Un momento: tutto possibile in questo paese: un condottiero di 3O anni, un ministro di 28, un ventisettenne professore d'Universit, e un ventiseienne poeta laureatus . Tutto possibile! I signori giovani, con la guerra cosiddetta d'indipendenza, hanno messo sottosopra la somma delle cose, e nessuno di loro si ancora domandato a che approdi tutta questa baraonda.
Horvat - A far degli Ungheresi tanti uomini.
Kovacs - Un momento: e, prima, che cosa eravamo?...
Horvat - Ventraie ambulanti. Era un paese di pance senza n cervello n cuore.
Kovacs - E questo modo di parlare si chiamerebbe logica all'Universit di Pest?
Hovart - Si chiami come si vuole, questo ora non ha nessuna importanza, ma che si riduca a carne da cannone un genio come Alessandro Petofi, questo inconcepibile e bestiale! Nel cervello di questo grande Poeta sfavilla un pulviscolo di stelle, n se ne pu fare strame per coltivare la terra delle campagne. Ma Alessandro andato alla guerra perch se n' fatto un dovere. Si capisce che... (ironico) tutta quella gente che gli voleva bene, s' incaricata di tenergli viva l'idea di quel dovere, con spiritose allusioni e punzecchiature... ce Uno che ha strascicato tanto la sciabola sul selciato di Pest; uno che ha tanto declamato di sangue di libert e di rivoluzione, non pu nascondersi, dietro le sottane della moglie quando in cielo tuona... Ecco! E per lui non ci voleva altro; lui che sensibile a questa specie di solletico, fino ad impazzire.
Kovacs - (legge nel libro:) Se non ci fosse nessuno -, La patria a difendere, io solo la difenderei. Ben lungi dal dire che questa sia una buona lirica, - che anzi si manifesta assai deboluccia - , sta di fatto che colui il quale scrive siffattamente, non pu rimanere poi a casa...
Horvat - E non rimasto, lui, no. Non esiste inferno di fuoco nel quale non si riesca a farlo saltar dentro a pie pari. Sa, signor professore? Quelli che lo hanno spinto in mezzo al grandinare delle palle, erano acuti psicologi, glielo dico io!
Kovacs - In tutta questa aggrovigliata faccenda, vorrei soltanto sapere una cosa: se lei, egregio collega di Pest, ritiene proprio un genio Alessandro Petofi. I giovani d'oggid, sono un po' troppo corrivi a regalarsi a vicenda qualit straordinarie. Il Ministro Kossuth: un genio. Il Generalissimo Grgey, un genio. Il poeta suo amico, un genio. Di notte, sulla strada di Pest c' pi luci di lampi di genio che di olio di fanali. Potrei ancora capire che si denominasse genio uno il quale costruisca, diciamo cos, un sistema filosofico universale come Aristotele o Bacone da Verulamio: o qualche altro che oggi lavora tuttod nel buio, ma che prima o dopo si presenter al giudizio del pubblico. Ma che si chiami genio uno il quale acciuffa al volo una ideuzza, un decimo di ideuzza, una fuliggine di ideuzza, e la mette in rima; che si chiami genio un cos fatto fenomeno di natura, si potr magari capire all'Universit di Pest; ma io, con la mia modesta mentalit paesana, io, questo non riesco a capirlo. Il vostro signor Alessandro, o Sandro che dir si voglia, potrebbe esser un ragguardevole poeta qualora possedesse una congrua preparazione di scienza e d'esperienza di vita: il che solo frutto di maturit. Ma quello l non coltiva la poesia con la necessaria seriet. Improvvisa cos a vanvera, a orecchio, come un tzigano. Se non avessi troppe altre cose di meglio da fare, potrei di leggeri dimostrare il divario tra un poeta da strapazzo e un vero artefice della rima. Perch poi quel Poeta-soldato dovrebbe essere un genio?
Horvat - Perch Petofi un genio, ora glielo dico io, professore: se guardo fuori della finestra e vedo il polverone agitarsi e sollevarsi, vuol dire che tira il vento. E quando vedo la marmaglia umana cominciare ad agitarsi certo che di sopra turbina l'afflato del genio.
Kovacs - Un momento, signore!
Horvat - (nell'impeto) Ma non vede lei signor professore come tutti questi fantocci di paglia sono trascinati nella sua corrente? E aderiscono a lui irrimediabilmente. Gli si ribellano, lo invidiano, lo deprezzano, ma intanto sono sempre con lui, non possono pensare che a lui, non possono parlare che di lui.
Kovacs - (respinge da s il libro di Petofi) giocoforza riconoscerlo: i giovani d'oggid si sostengono tra loro a spada tratta. Di conseguenza, stimatissimo signor professore dell'Universit di Pest, non abbiate temenza di sorta per il vostro amico. Egli un abilissimo uomo. A ventisei anni riuscito ad essere una gloria nazionale, mentre altri, di ben pi seria attivit e coltura, non sono nemmeno noti nell'arengo culturale. Per uomini di quello stampo mai da avere temenza, turnice mi!...
Giulia - (con un vestito un po' eccentrico ma di gusto, berretto grigio- (rosso) e con una sciarpa dai colori nazionali entra concitata) Eccomi. Saluto il grande scettico che non crede in niente fuorch - grazie a Dio! in s stesso. Oh! benvenuto Horvattino! Che bellezza che s' rifatto vivo!
Kovacs - Signora, arriva a tempo! Questo giovane gladiatore stava giusto per immergermi in seno la sua temibile daga!
Giulia - Horvattino?! Oh! potr arrivare tutt'al pi, e se proprio arrabbiato, a fare una puntura di spillo! La sua la stizza del galletto. Ma ora, domando scusa, devo metter nel baule i vestiti borghesi di mio marito. C' un vetturale che ci porta a casa di mio padre. (Facendo il baule) Anche la Berta in citt?
Kovacs - Mia moglie venuta con me; e tra poco sar qui. Ora tutta in faccende per trovare un automedonte, oggi infatti ce ne torniamo a Kolozsavar.
Giulia - Ecco, vede? Lei a cercar la vettura ci manda sua moglie. Gran signorone questo professore di Kolozsvar.
Kovacs - (suscettibile) Io non sono un gran signore... almeno nel senso materiale della parola. Ma la scienza attende ancora da me qualche servigio. E, come dice il proverbio polacco, non degli di aggiustare le pentole rotte. (Guarda l'orologio) Ma adesso vado a vedere di Berta perch temo non abbia da esserci qualche pasticcio per quel che concerne la nostra vettura... La porter poi qui, perch da qui ci rimetteremo in cammino per Kolozsvar. (Esce).
Giulia - (gridandogli dietro) Guardi per di tornare davvero che le voglio offrire un bicchierino di Tokai. Me l'hanno mandato i conti Teleki. (A Horvat) Mi fa pena Berta, poveretta! Ha un compito difficile! (Ride) Sa lei che Berta era innamorata di Alessandro? Da signorina, s'intende! Sa?... Subito dopo il nostro fidanzamento, una volta litigai con Sandro mio marito - succedeva spesso - e allora Sandro, per ripicco, al ballo tutta la sera si mise a fare la corte a Berta. Il giorno dopo naturalmente abbiamo rifatto pace, e il mio Sandro - che buono - non si pi occupato di Berta. Ma lei, poveretta; prese sul serio questo gioco - tremendamente sul serio... e credo che si sia poi decisa per dispetto a sposare quel terribilissimo professore. Questa, davvero, una cosa triste: che da quel nostro scherzo, fatto cos alla leggera, si sia creato per loro il destino che li accompagner fino alla morte. la sorte toccata a molte altre ragazze: sognare con un poeta giovane e dormire con un vecchio professore. Credo che Berta abbia per me una profonda ripugnanza. Poveretta! La capisco e la compiango!
Horvat - (che fino a questo momento ha guardato Giulia fermo e muto) Giulia, perch non ha impedito a Petofi di partire?
Giulia - (colpita, si volta verso di lui e, a faccia a faccia lo fissa negli occhi con un po' di ostilit).
Horvat - Non avrebbe dovuto lasciarlo partire per il campo di battaglia.
Giulia - Ma Horvat, che cosa dice, lei! Trattenere l'uragano una volta che si scatenato! Allora lei Petofi non lo conosce! (Dopo una pausa e con orgoglio) E neanche la moglie di Petofi. Anche se fossi stata in grado, non lo avrei trattenuto lo stesso.
Horvat - Per sarebbe stato un compito degno della donna e della moglie.
Giulia - Devo esser proprio io a tirarlo in basso? Non sarei degna di portare il suo nome. Amico mio, io sono andata in isposa a un cuor di leone, e mi sono disabituata dal piagnucolare.
Horvat - E se gli accadr qualche male? Se torner ferito, mutilato? (Pausa) E se cadr in battaglia?
Giulia - (quasi con ira) Non cadr!
Horvat - Da dove trae questa sua fede, lei? Da che profezia? Lei non neanche credente.
Giulia - Credo nella logica eterna dell'ordine del mondo... Ci sono certe leggi superiori. Petofi un inviato del destino, e fino a che non avr compiuto la sua missione, non pu cadere... concepibile un Cristoforo Colombo che fa un naufragio all'inizio della sua navigazione? E Petofi, partito solo da ieri, si messo sulla strada che la sua... Quanto c' ancora da fare prima di raggiungere un'Ungheria indipendente, una libera repubblica? Sa lei che mio marito non ha che 26 anni? Lo confronti un po' con Goethe a 27 anni, con Shakespeare a 27 anni. Petfi pi grande di tutti. Si leva con una cos audace parabola verso lo zenit. Ah! Ci vogliono settanta o ottant'anni prima che sia compiuto il corso della sua predestinazione.
Horvat - Da quando in qua crede nei miracoli, lei?
Giulia - Non un miracolo, la logica necessaria delle leggi. (Prende un paio di stivali con dentro la loro forma di legno per disporli nel bauletto) Vede? Quando Sandro venne a portarmi via da casa nostra, mio padre mi disse: Te ne pentirai, Giulietta. Anch'io guardai con ansia verso l'avvenire: ero abituata a vivere in un palazzo, a uscir con quattro cavalli, a essere attorniata di cavalieri. Ero Giulia Szendrey. Eppure ho sposato lo studente vagabondo e l'ho seguito nella sua camera ammobiliata di Pest. L'ho seguito per ostinazione - almeno cos credevo ; per qualche altra cosa mi trascinava - che cosa non so; qualche forza misteriosa e divina. E io dovetti andare! E l nella camera ammobiliata di Pest, arrivai a conoscere che ero stata fatta regina - rida pure Horvat, se vede questa Regina maneggiare gli stivali di suo marito.
Horvat - Ma per questo appunto, Regina, lei! E ha una corona di stelle intorno alla fronte, e il suo regno l'eternit.
Giulia - (ripone gli stivali) Ma, in verit, che parlo a fare con lei? Per dire delle povere parole; dovrei inventare frasi nuove, gentili, parole di fiamma, color d'arcobaleno. E poi, neanche. No, no: questo non si pu esprimere che con la musica di Beethoven o - ecco! s - coi versi di Petfi.
Horvat - Vorrei chiederle una cosa ; ma non se ne avr a male, Giulia?
Giulia - matto? E poi lei un parente; e un parente anche tra i selvaggi, ha maggiori diritti degli altri. Dunque: domandi pure.
Horvat - Lei, Sandro, lo ama?
Giulia - (dopo una pausa, con terrore) Che vuol far lei? Vuole offendermi, Horvat? (Pausa) S renda ben conto di questo: che lei non mi offender mai. Lei vuol tanto bene a Sandro, gli vuol pi bene d qualunque altro dei suoi amici, nelle sue parole non c' veleno. Lei non mi offende. Mai.
Horvat - (insiste) Ma lei non ha risposto alla mia domanda.
Giulia - Ricorda? (Semplice, senza ombra di declamazione:)Come una coppia di rosignoli dall'uno all'altro ramo, dall'una all'altra stella, Lei e io - cos voliamo. O come, dolcemente due cigni volteggiando sull'acque azzurre dell'eternit. Questo, Alessandro Petfi, lo ha scritto per me. Di queste parole io non mi liberer mai pi. Mi tengono avvinta, chiusa come nell'ambito di una cupola di diamanti. Sono senza scampo, prigioniera. No, non lo pu sapere nessuno che cosa significa essere l'amore di un grande poeta... Soltanto io lo so! Chi pu fare un dono cos grande ad una donna? Dov' questo re, questo imperatore? Amico mio, quello che io sento non la felicit: una cosa cento volte pi maestosa e divina di quello che pu sentire una donna sulla terra; non la felicit.
Horvat - (meditabondo) amore, questo? Amore o ambizione? Lei sa che cosa dice la gente? Che lei diventata la moglie di Petfi per vanit. Che lei si innamorata non dell'uomo Petfi, ma della sua gloria.
Giulia - Ma sa forse la gente di che cosa fatta la sostanza dell'amore? Che cosa amiamo noi in un uomo? Non forse il suo spirito? E che cosa lo spirito di un uomo, se non il suo genio? Chi ama Napoleone, ama anche la sua gloria. E chi ama Petfi, adora anche la sua immortalit. Non esiste Napoleone senza le sue vittorie, e non esiste Petfi senza la sua poesia. I signori droghieri del Corso questo non lo capiscono. Per loro il sogno di una donna sono due baffi all'ins e un palazzo d'angolo all'incrocio di due vie principali.
Horvat - (mette le mani sulle mani di Giulia, abbandonate sulla, scrivania) Sia una volta sincera come solo Giulia Szendrey pu essere. Quali macchie solari offuscano l'amore di Petfi? Perch Petfi dubita di lei?
Giulia - Dubita?
Horvat - Dubitare forse troppo, va oltre il vero. Ma qualche melanconico sospetto si annida nel fondo del suo amore. Non lui che ha scritto:Potr un giorno l'amore d'un giovane Accenderti cos da cancellare il mio nome col suo? .
Giulia - (sincera e triste) S, qualche volta lo tormentavano certe allucinazioni. Dolorose visioni di sogni... Ha una misteriosa facolt di presentimento. Pu darsi che egli senta qualche cosa in me di cui io stessa non so nulla. Pu darsi. Perch io non mi conosco.
Horvat - Quando si osa sentire come lei, si deve rimanere fedeli a s stessi: ce Resta fedele sino alla morte e avrai da me la corona della vita , dice il Vangelo.
Giulia - Perch lei mi dice questo, se io lo so meglio di qualunque altro? Io mi sono sposata non per venti o trent'anni, ma per l'eternit. Voglio che anche i nipoti dei nipoti conoscano Giulia Szendrey. La conoscano, la amino, e un poco la debbano invidiare. Perch l'invidia delle donne, anche dopo la mia morte, mi far sempre un poco piacere... Anche a distanza di secoli, dove si troveranno insieme dei giovani innamorati, io voglio presentarmi come una bianca dolce ombra, accompagnata nel mio cammino dal mio maestoso leone.
Horvat - S, forse, questo amore.
Giulia - (versa del vino in due bicchieri) E non posso sopportare, io, questa parola: amore. Mi ripugna. contaminata dalla bava dei commessi, e delle modiste. Dovrebbe esser proibito per legge a tutti, fuorch ai poeti, di parlare d'amore. E anche loro, soltanto in poesia. Beva, caro il mio Horvat. (Toccano i bicchieri) Beviamo alla salute del professore ancora non nato che domander per il primo, in una lezione di prosodia ai suoi scolari: Su, figliolo, dimmi quello che sai di Giulia Szendrey?
Horvat - (con la cantilena degli scolari che rispondono alle interrogazioni) Giulia Szendrey, moglie di Alessandro Petofi, ha nella letteratura universale un posto accanto a quello della Beatrice di Dante e la Laura del Petrarca.
Giulia - Benissimo, allievo Arpad! Dieci con lode! (Ridono entrambi).
Lauka - (entra) La Regina si diverte, La reine s'amuse, e qui si presenta il suo buffone.
Giulia - Che buon vento?
Lauka - Traggo all'odore del vino come i moscerini. Salve alla Dea! (Con degnazione) E salve anche a te, onesto mortale. Si potrebbe sapere che simpatico liquido questo? (Allunga la mano verso il bicchiere).
Giulia - Lasci l quel bicchiere! Lei deve libare nel piccolo calice d'argento. Perch lei poeta. (Porta un bicchierino d'argento).
Hokvat - Lauka pi che un poeta: un rimaiolo.
Lauka - Io sono soltanto un agnellino respinto dalle muse... che trotterella sulle orme di un leone: Petofi.
Horvat - Precisamente: secondo l'abitudine normale degli agnellini che notoriamente quella di trotterellare sulle orme dei leoni!
Giulia - Io voglio bene a questo Lauka. sempre d'un cos fresco e candido vuoto. (Toccano i bicchieri) Adoro tutto quello che manca a lei. Amo quel che il suo passivo: difatti lei non un carattere, non uno scienziato, non un eroe, non un amatore. Non c' in lei un briciolo di pathos, neanche l'ombra della pretensione.
Lauka - (superficiale) Notizie del campo di battaglia di Segesvar? Ho parlato con gente del luogo, e dicono che per tutta la mattinata di ieri ha tuonato il cannone Nel pomeriggio grandi nuvoli di fumo seguitavano a gravare all'orizzonte.
Giulia - (posa il bicchiere) Battaglia?
Lauka - Non si sa che cosa si prepari dietro quella cortina di fumo. (Con pathos fuori luogo) Forse un mondo vedremo dissolversi, e nuovo un globo terrestre formarsi.
Horvat - (fa un cenno d'intesa a Lauka per dm taccia) Ti prego di non parlare in versi trocaici. Non ti sta. Declamaci piuttosto le chitarrate di Lauka.
Lauka - (prende la palla al balzo) La mia ultima? (Con modestia scherzosa) Posso affermare che uno dei miei capolavori. (Declama:) A un teschio! Ti guardo con brivido muto, Osso giallo e silente - ti guardo. Giulia - Ma perch una cosa tanto macabra?
Horvat - E poi questo stato gi detto dal collega Shakespeare, nel monologo del Principe Amleto.
Lauka - (con giocoso risentimento) Ma, a ben guardare, che cosa non fu ancora scritto? Trovatemi un po' una cosa che non somigli a qualche altra gi stata detta!
Horvat - Sentiamo un po' una cosa allegra, adesso. Non colpa mia se adoro le poesie allegre di Lauka.
Lauka - Conosci il mio Ditirambo? Fu premiato dalla Accademia letteraria con dodici marenghi d'oro. E si dice che tra le poesie magiare, non sia proprio il diavolo. (Declama:) Amici, evo! Beviamo, beviamo ora o mai!
Che il vin poco giova se fu a noi la vita matrigna.
Tocchiamo coi nostri vicini, tocchiamo il bicchier.
Poich, come dice il Poeta, di vino non nuoce un bicchier!
Horvat - Perch non ci hai recitato Orazio addirittura nell'originale?
Lauka - Che Orazio! (Dopo una pausa, un po' incerto) Rassomiglia proprio?
Horvat - Come la scimmia all'uomo. Giulia - (che in tutto questo tempo ha lottato con la sua preoccupazione) Ma che cosa star succedendo a Segesvar?
Lauka - Che cosa? Glielo dico subito: Pap Bem risciacqua la schiena ai Russi, ci scommetto!, perch se a Bem si presenta l'occasione di misurare una buona legnata a Pap lo Zar, non se la lascerebbe sfuggire per tutto l'oro del mondo. (Molto affabilmente) Ora vi recito la mia lirica Maledizione , va bene? d'argomento patriottico e questo so che a lei, Giulia, assai piace. (Declama):
In piedi si leva l'oppressa mia patria!
E sul campo all'odiato tiranno
Invoca dal Dio delle genti L'ardente castigo del Ciel.
(Guarda la faccia di Honvat, si disamina e smette). Anche questo somiglia a qualche cosa?
Horvat - Non l'ho ancora detto.
Lauka - Ma lo hai pensato, lo vedo sul tuo muso maligno.
Horvat - Tu sei come il fuco: ti intrufoli in ogni calice di fiore e tutto il polline che ti resta attaccato te lo porti a casa.
Lauka - (con rassegnazione) Ma a che cosa rassomiglia?
Horvat - Lo sai benissimo.
Lauka - Petofi, non vero? (Pensa). Ce ne avrei un'altra: Duello. Ma tu dirai certamente che una derivazione da Puskin.
Horvat - Perch, certo, cos.
Lauka - difficile scrivere poesie tra gente come te.
Horvat - ... che legge un po' di tutto.
Giulia - (balzando in piedi) In citt qualche notizia sar certo arrivata. Io vado.
Lauka - No. Rimanga. Vado io.
(Di fuori si sente il rumore di pesanti carri che passano: scotimento, schiocco di fruste, grida di vetturali, abbaiare di cani. Tutti e tre si affacciano alla finestra).
Horvat - Quanti carri! Di contadini.
Lauka - E quante donne e bimbi e mandrie sospinte...
Giulia - In fuga. Ma davanti a chi?
Lauka - Dalla strada di Segesvar.
Giulia - Vada a sentire che cosa accaduto.
(Mentre Lanka afferra la maniglia, si apre la porta e entra Berta).
Berta - (la moglie giovane del professor Kovacs. Di un pallore che fa impressione).
Lauka - La signora del professor Kovacs!
Giulia - Berta!
Horvat - La signora ha qualche notizia?
Giulia - Che cosa accaduto a Segesvar?
Berta - Mio fratello Luigi arrivato da laggi. Ho parlato con lui.
Horvat - Dal campo?
Giulia - C' stata battaglia?
Lauka - Pap Bem - ci scommetto - gliele ha suonate di santa ragione...
Berta - L'esercito di Bem annientato. (Silenzio angoscioso). Gii Honved sono caduti a migliaia. Il nemico li ha accerchiati. Una carneficina. Senza quartiere. Solo il generale Bem con pochi riuscito a scappare. (Guarda Giulia) E tu non domandi neppure che cosa accaduto di Petofi?
Giulia - Non pu essere che Sandro... (Lotta contro un incubo). No!... No!...
Berta - Si dicono le cose pi disparate. Qualcuno ha detto di averlo visto sotto le zampe dei cavalli cosacchi, coperto di sangue... (Guarda Giulia).
Giulia - (con. un grido) Non vero! Non vero!
Berta - Mio fratello Luigi pensa che sia riuscito a salvarsi con Bem.
Lauka - Bem lo amava e lo aveva caro come un figliolo.
Horvat - Perch lo aveva? Lo ha. E si certamente preso cura di lui e se lo portato con s. Potrei parlare io col fratello della signora?
Berta - Ha proseguito la sua fuga verso Kolozsvar. Tutti quelli che non sono caduti sul campo sono in fuga verso Kolozsvar: una baraonda. Si trascinano sulla strada stracciati e insanguinati, preceduti dal terrore come la tempesta preceduta da un vento gelato.
Giulia - (accasciata ed inerte) Vado anch'io.
Horvat - Far bene... Lei potr sapere tutto.
Kovacs - (entra eccitato) Berta? qui? Oh, finalmente ti trovo. Ma un guazzabuglio simile... Tutta la citt sottosopra. Dov' la nostra carrozza?
Berta - Davanti alla casa.
Horvat - Anche la signora Giulia va a Kolozsvar. C' posto nella loro vettura?
Kovacs - S, s. La signora pu venire con noi...
Berta - Sar nostra ospite a Kolozsvar.
Kovacs - Da noi, si capisce. E sar per noi un vero piacere.
Horvat - Sarebbe bene partire subito, finch la strada libera.
Berta - Non ci sono cavalli.
Kovacs - Come, non li hai cercati? O forse non hai detto che erano per il professor Kovacs?
Berta - Nessuno vuol attaccare i cavalli... Il Borgomastro dice che non pu far niente per i suoi cittadini in questi frangenti.
Lauka - Un momento! Il notaio di qui un mio ottimo amico. L'anno scorso abbiamo molto brindato insieme a Deva... Se lo prego io...
Horvat - E allora va' subito, va'...
Lauka - (corre via).
(Da fuori si sente il canto di un drappello di Cosacchi. Tutti restano coll'animo sospeso).
Giulia - Sentite? Sentite?
Berta - Una canzone straniera!
Horvat - (alla finestra) Soldati! Cavalleg-geri! Non nostri... Portano lunghe picche.
Lauka - (torna pallido) Cosacchi!
(Il canto, ora terribile, empie la scena).
Giulia - I Cosacchi in Transilvania!
(Il Notaio, entrando, lascia aperta la porta dietro di se. un transilvano aspro e duro. Non impressionato affatto. Si domina in pieno).
Notaio - Si requisiscono alloggi per i Russi. Vengono anche qui. Un ufficiale.
Lauka - Oh, il mio Notaio! Ciao, caro!
Trubeskoy - (entra. Seccato. in uniforme, berretto in testa. Frustino in mano. Al Notaio) Non lascio i miei cavalli in una stalla di buoi. Se non c' una stalla decente occupo le abitazioni e faccio legare i cavalli nelle stanze.
Notaio - E i cittadini? Che ne faremo?
Trubeskoy - Si stringano. I miei ragazzi dormono a dozzine in una stanza sola. Si restringano o vadano a coricarsi all'aperto sotto i pioppi. C' il solleone e le notti sono calde. E qui ci sono anche delle aie. E poi, che mi importa?
Notaio - I cavalli nelle stanze e la gente sulle aie?
Trubeskoy - Che c' di strano? la guerra. Vi siete ribellati al vostro legittimo sovrano, lo Zar, e non vi aspetterete che vi mettiamo noi, in letti di seta. Questa camera la requisisco subito io per i miei cavalli. Qui ce ne staranno benissimo sei... (Ai presenti) E loro se ne vadano.
Horvat - Scusi, signor ufficiale, questo l'alloggio di una signora, una vera signora, e credo regola di cavalleria...
Trubeskoy - Lei taccia. (Al Notaio) Dov' il proprietario di questa casa? Voglio vederlo. Alla svelta.
Giulia - (si fa avanti sotto il muto incoraggiamento degli altri).
Trubeskoy - Vi do mezz'ora di tempo... (Scorge Giulia e si interrompe. Pausa. Tra se) Veramente... una vera signora... (A Giulia) Mille fois pardon, madame. Veniamo dalla battaglia e i nostri uomini sono in sella da venti ore. I nostri cavalli non si reggono quasi pi in piedi... (Si toglie il berretto, ma solo per asciugarsi la fronte). C' stata una battaglia sanguinosissima. (Rivoltato) Quei mascalzoni!... (Si riprende) Ma, gli Honved!... Hanno ancora una volta combattuto come tanti diavoli! Per stata una pazzia, una vera pazzia, da I parte loro, poich avevano di fronte una forza venti volte superiore. Eravamo venti volte superiori di numero, e abbiamo avuto grandi perdite. Anche il generale Skariatine caduto, e allora i nostri han perso il lume della ragione... (Pausa). Ma noi non lottiamo contro le donne... E se lei, signora, intende di rimanere in questo alloggio... La prego... resti pure... Io... poi... altrove...
Horvat - La signora non intende restare qui. Deve partire per Kolozsvar.
Giulia - Si. Per Kolozsvar.
Trubeskoy - Occorre il passaporto. (Guarda Giulia). Bene. Glielo procuro io... Con quello potr partire tranquillamente.
Kovacs - Ma non abbiamo cavalli. Il Borgomastro non concede cavalli. Neanche per me.
Trubeskoy - (al Notaio) Cavalli.
Notaio - E dove prenderli, se non ce n'? In questo momento di confusione nessuno ha il coraggio di mettere in via le sue bestie.
Trubeskoy - Vi do mezz'ora di tempo: e se non si troveranno cavalli, faccio attaccare al timone della carrozza tutto il Consiglio municipale.
Notaio - (si fa rosso come un peperone) Il Consiglio? E io ricorro al generale. Vedremo che ne dir lui.
Trubeskoy - Ve lo dico io: il generale, per principio, fa frustare qualsiasi borghese si presenti a lui per lagnanze. (Grida) Dunque, questi cavalli, ci saranno?
Notaio - (inghiottendo amaro) Per forza. Far attaccare i miei morelli. Per forza! (Esce tutto arrabbiato).
Trubeskoy - (estrae un taccuino) Per il passaporto ho bisogno di qualche dato: il suo nome, signora?
Giulia - Giulia Szendrey, la moglie di Alessandro Petfi.
Trubeskoy - (al nome di Petof ha un moto come se lo avesse gi sentito nominare, ma senza un preciso ricordo. Scrive nel taccuino) Giulia Szendrey... Scopo del viaggio?... Diciamo: affari di famiglia.
Kovacs - La signora vorrebbe avere notizie di suo marito. Il signor Petfi scomparso nella battaglia di Segesvar?
Trubeskoy - Suo marito soldato, signora? Ed era a Segesvar? Me ne duole, veramente me ne duole; l sono accadute scene selvagge... Il generale Skariatine, che caduto, era l'idolo dei Cosacchi. La sua morte esasper molto i suoi... Me ne duole... Che cos'era suo marito, signora?
Giulia - (non capisce perfettamente la domanda) Mio marito era Alessandro Petfi.
Kovacs - Col grado di maggiore... Aiutante di campo del generale Bem.
Horvat - Il pi grande poeta d'Ungheria.
Trubeskoy - Quella vecchia volpe di Beni, sfuggito ancora una volta alla cerchia dei battitori... Speriamo che suo marito si sia messo in salvo con Beni. Se poi era il suo aiutante di campo, la cosa molto probabile!
Lauka - Ma certo! Sandro scampato!
Kovacs - stato sempre un uomo bene avventurato il signor Petfi!
Trubeskoy - Petofi?... S, ora ricordo. Ho sentito il suo nome spesso anche dagli ufficiali magiari. Eroe-poeta della libert, non vero? S, si parlava di lui come di un magnifico fenomeno di natura. Lo dicevano un uragano-meteora... Io non conosco la letteratura magiara, ma conosco i soldati, le donne, le musiche magiare: sono convinto che da una terra simile possono sorgere grandi poeti. (Breve pausa). Com' strana, la guerra. Veniamo travolti da forze esterne: gli ordini, il desiderio della vendetta, l'istinto della caccia... e ci perdiamo l'anima... Ma poi... accade un fatto imprevisto: ci si incontra con la bellezza, ci troviamo a parlare di poesia, entrano in gioco altre forze pi nobili, pi alte... e ci riconosciamo; allora il soldato torna ad essere uomo... Mi permetta, signora... Sono il Principe Sergio Trubeskoy.
Lauka - (alla finestra) Stanno attaccando i cavalli!...
Trubeskoy - Alla carrozza, signora, lei ricever il suo passaporto. Le dar anche un sottufficiale di scorta fino agli avamposti. Io non la rivedr pi. Buon viaggio, signora. (Va fino alla porta, vi si ferma, torna indietro). Lei la moglie di un poeta famoso. E allora, forse, non trover stravagante che io prenda commiato da lei con le parole di un altro poeta: il mio poeta prediletto, Alessandro Puskin. (Resto un po' sopra pensiero e si stende sul suo volto un affabile sorriso):
Ne un sussulto, non ebbe, ne un tremore,
Ne del suo volto trasmut il colore,
Ne gli si vide palpito di ciglia,
N sulle labbra fremito convulso.
E bench avesse l'animo sconvolto
Dalla malia dell'attimo, il suo volto
Non trad mai d'un trascoloramento
La chiusa piena del suo sentimento
Ne mai l'intima lotta; ma d'un cenno
Composto, della testa, salut.
(Arrivato a questo punto della declamazione, fa un composto saluto con un cenno del capo ed esce).
Giulia - (al principio della declamazione le si era comunicato il sorriso di Trubeskoy, ma d'un tratto, per tragico presentimento, si irrigidisce: i lineamenti del volto le si impietrano).
Fine del primo atto
ATTO SECONDO
La camera di Giulia nella casa dei Kovacs, a Kolozsvatr. Grigia, disadorna, attanfata di tabacco. La comune a sinistra. A destra una porta vetrata con tendine verdi che mette nelle camere dei Kovacs. Nel fondo, a destra, un'alcova. Davanti all'alcova un paravento con appesi figurini di mode: crinolina. Nella parete di fondo, due finestre sulla strada. Davanti alle finestre tendine mobili, di colore scuro; e sono necessarie per il fatto che il livello della strada pi alto del pavimento della camera, sicch anche i bambini, volendo, possono guardare dentro l'appartamento, agevolmente. I pochi contadini che passano nelle loro vest invernali e i ragazzi che scivolano sul ghiaccio, sono visibili dai piedi fino alla cintura. Scostando le tendine, si vede la strada coperta di neve, e, dirimpetto, la locanda Unione con grandi finestre ogivali.
Nella stanza un vecchio tavolino a piedi storti, grandi sedie impagliate, un vecchio pianoforte a coda, due cassettoni vari di forma e di colore, sopra i quali si trovano vecchi libri e mucchi di manoscritti polverosi. Quasi in mezzo alla cantera, una stufa di metallo con un tubo lunghissimo, e, infine, appoggiato al muro, il bauletto da viaggio di Giulia che si visto al primo atto
(All'alzarsi del sipario un crepuscolo invernale. A poco a poco si far buio).
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m uni |
(Giulia, in veste chiara, siede al pianoforte e suona in sordina. Picchiano energicamente alla porta dei Kovacs. Giulia, stizzita, smette di suonare).
Berta - (entra da destra) E tu suoni!
Giulia - Perch no?
Berta - triste che tu me lo domandi.
Giulia - A chi do noia io, suonando Beethoven?
Berta - Scusa, ma tutta la citt in orgasmo per Sandro. Le notizie pi disparate si susseguono. Ora si dice che fuggito all'estero, ora che giace nella tomba degli Honved a Segesvar. Tutti guardano a te, su di te sono rivolti gli occhi di tutti... e tu, suoni.
Giulia - A Sandro non accaduto nulla. Lo so: lo sento. E oggi ho parlato con un Honved venuto di Turchia. Sandro l a fianco del generale Bem.
Berta - Anche il professore, mio marito, ha avuto notizie: dicono che stato portato in Siberia, nelle miniere di piombo.
Giulia - Per carit, Berta! Gli ufficiali russi ridono di queste dicerie insulse. Non hanno fatto nemmeno un prigioniero.
Berta - Ah, bene: tu frequenti anche i signori ufficiali russi, adesso?
Giulia - (nervosa) Io sono qui per cercare notizie di mio marito, per ritrovarlo. E le cerco dove si pu sapere qualche cosa di lui.
Berta - Non vorrei, per tutto l'oro del mondo, immischiarmi nelle tue faccende; ma vedi?, danno gi troppo nell'occhio i tuoi capelli corti, e questi abiti vistosi che porti in giro.
Giulia - Piacevano a Sandro.
Kovacs - (entra da destra. Ha sentito le ultime parole) Per adesso non si tratta di Sandro, ma della di lei dignit morale, signora.
Giulia - Come?
Kovacs - La buona societ di Kolozsvar, attende, a buon diritto, dalla signora Petofi, un comportamento adeguato alla sua dolorosa situazione.
Giulia - Situazione dolorosa? E perch? Io non sono una vedova. Sandro sar di ritorno tra breve. Mi addolora di non aver ancora ricevuto una sua lettera - questo s! ma oggi sono venuta a sapere che al confine si intercettano le lettere dei fuggiaschi.
Kovacs - Pu essere, come no. ancora dubitevole. Ma appunto per questo la signora dovrebbe attendere con una certa tal quale malinconia alle incognite dell'avvenire. La buona societ questo, dalla signora, pu esigerlo! (Breve pausa. Con altro tono) Oggi ho incontrato per via S. E. la contessa Recey e S. E. la contessa mi ha fermato per dirmi: ce un fatto, signor professore, che la piccola Petofi... .
Giulia - La piccola Petofi ? ...
Kovacs - (continuando) La piccola Petofi, sopporta con evidente disinvoltura la sua vedovanza di paglia... La vedo ogni giorno - mi ha detto Sua Eccellenza, - la vedo andare in giro in compagnia di non meno di tre corteggiatori .
Berta - Tre corteggiatori?
Giulia - (ride) Lauka, Lendvay e Balzs; non sono corteggiatori, ma... ma tre miei buonissimi amici.
Berta - Io non conosco i costumi di Pest; ma a Kolozsvar le signore non hanno amici.
Kovacs - E per una donna uno l'amico: il suo fido sposo. N havvene altro possibile.
Giulia - (scattando) E che? Dovr dunque stare sempre chiusa in una stanza come una prigioniera, io? Non posso. Non posso. Ho bisogno dei raggi del sole, ho bisogno di moto, di aria, di vita. Se non faccio la mia passeggiata a piedi, la notte non dormo. Mi volto nel letto e mi passano per il cervello le cose pi tristi. Mi vedo sempre stesa in una cripta.
Berta - Scusa, sai, ma mi sembra che ti preoccupi molto della tua cara salute.
Kovacs - E pensa soverchiamente a s, la signora. Troppo. Una donna non deve pensare soverchiamente a se.
Berta - Non sono fatti miei, tu sei la padrona assoluta di te stessa, ma poich siamo in argomento, senti un po': stare a letto fino alle dieci del mattino, poi acconciarsi, poi suonare il pianoforte e legger romanzi; poi al pomeriggio uscire a passeggio e andare alla pasticceria a prendere il t. Ecco la tua vita. E tutta la citt non parla d'altro.
Giulia - Prendere il t alla pasticceria, che gozzoviglia, eh? (Ride).
Kovacs - La signora di buon umore... Ma se sapesse che cosa ha aggiunto poi Sua Eccellenza la contessa Recely!
Giulia - (perdendo la pazienza) Che m'importano, alla fine, tutte queste vecchie provinciali?
Kovacs - Come? Come? A chi ha dato lei di vecchie provinciali? A Sua Eccellenza la contessa Recely?
Giulia - Che , per giunta, una donna volgare, curiosa solo delle faccende altrui.
Kovacs - (avvampando di rabbia) Una donna volgare Sua Eccellenza la Contessa? Mah! (Di colpo si frena). Del resto, nessuna meraviglia. (A Berta) Te ne meravigli, tu? Io no. Io ho sempre pensato che a questo punto ci si doveva arrivare! Ha cominciato il signor eroe della libert, il Poeta Nazionale, il genio! Questa razza codarda, e questi animi nani ci si mette contro tutto, si denigra tutto, tutto si prende a gabbo: la scienza?: eh, parrucca! La morale?: impostura! Sua Eccellenza la Con tessa, una provinciale vecchia e volgare! Dal loro covo del Caff Pilvax sono partiti in guerra contro tutta l'umanit. E lei, signora, di suo marito una proselite. Lei fa solo quello che ha imparato da lui. Egli si ribellato contro l'umanit, naturalissimo che lei si ribelli contro di lui. E questo , scusi, nikilismo. Basta. Tal sia di voi! Andiamo, Berta. (Escono entrambi).
Giulia - (sola. Estrae una boccetta, si versa un po' di profumo sul fazzoletto, siede accanto alla stufa, si ripara il viso dietro il fazzoletto per non vedere pi nessuno).
Lauka - (entra con un ampio mantello da carbonaio. Zitto zitto, in punta di piedi, si avvicina a Giulia rimanendo alle sue spalle) Dove sar mai la signora Giulia in questo momento? Giuoco il collo che non qui, a Kolozsvar...
Giulia - (immobile) Parigi! Oh, Parigi!
Lauka - Che sia proprio tanto bello?
Giulia - Non conoscere nessuno, non dover trattare con nessuno, oh che felicit!
Lauka - (trae di sotto al mantello due bottiglie di champagne e le mette sul tavolino) E io ho portato un po' dello spirito di Parigi filtrato in verdi bottiglie aureocollate... Le ho vinte alla tombola. Ieri c' stata una tombola alla mia trattoria. Queste due bottiglie sono rimaste tutta la notte sul mio tavolino irrorate dalla luce lunare, e non riesco ancora a capire come io abbia potuto resistere al loro vivido richiamo. Ah, che notte di tentazioni! (Altro tono) Che ha, Giulia?
Giulia - Accenda la candela, per favore, e mi chiuda le tendine, altrimenti qui si affoller la gente come davanti alla gabbia delle scimmie.
Lauka - (eseguisce) Ho capito. C' stato qui il professor Kovacs. Io la capisco, lei. Siamo rosi dagli insetti e pensiamo con invidia a quelli che possono essere dilaniati dai leoni. C'era anche Abisag, qui?
Giulia - Abisag? Chi , Abisag?
Lauka - (in tono predicatorio) Quando poi il Re Davide divenne vecchio, i suoi servi gli portarono Abisag dalla citt di Sunem, affinch lo nutrisse e servisse. Ed Abisag era una fanciulla bellissima e nutriva e serviva il vecchio re. (Altro tono) Si accorta, Giulia, quello che accaduto a Berta col suo matrimonio? Ha preso su di s la vecchiezza di suo marito ed ha comunicato a lui la propria giovinezza. Berta non pi una donna, ma una sacerdotessa, una Noma Scandinava in crinolina: un'Abisag!
Giulia - Berta non ama Petofi, mi creda, ma me lo invidia. Pensa con gelosia al modo come saprebbe lei recitare alla perfezione la parte della compagna triste e severa del grande poeta, parte per la quale io non ho talento. Mi dica, Lauka, sono proprio una cattiva donna, io? Leggera?
Lauka - Ahim, no! Magari fosse!
Giulia - (ride) Che matto! (Seria) In questo tempo ho dei sogni cos strani, io... Sono capace di sognare anche ad occhi aperti... Non posso sopportare il puzzo di cicche e il buio, e allora mi verso sul fazzoletto un po' di profumo parigino... che ho in una fialetta. E cos mi sorgono profumate nostalgie. A lei oso dire tutto. Lei non un, amico per me; lei un'amica.
Lauka - Ho capito; una specie di balia asciutta.
Giulia - Sa: qualche volta io sento una musica, una musica dolce, sottile, sommessa: una musica di sogno. Ma la sento veramente. (Siede al pianoforte e mentre parla accenna sommesso sullo strumento). Sono in una sala di marmo. Fino al soffitto, specchi. Tende di broccato. Lampadari di cristallo veneziano; e, nella sala, magnifiche dame e cavalieri. E vedo tutto sfumato come guardando attraverso a un velo d'organzino.
Lauka - Ho anch'io sognato press'a poco cos. Stavo in camicia da notte a piedi nudi in mezzo a una brigata di signori. Uh, mi vergognavo come una cagnetta sorpresa in flagrante.
Giulia - Io non vado mai a piedi nudi. (Col tono di dianzi) Scarpette di seta e calze bianche orlate d'oro!... Nella sala la veste pi preziosa la mia. E danzo. No, non proprio una danza. un aleggiare, un dolce ondeggiare, un volteggiare morbido, forse come danzano nell'etere, le stelle.
Lauka - E il suo ballerino, chi ?
Giulia - Un giovane alto, snello, dal volto pallido, dai capelli neri ondulati. Elegante, elegante fino alla vertigine... E in ogni mio sogno torna quel mio eroe di sogno. Ha lo sguardo freddo eppure ardente, tutto orgoglio come un principe, ma tutto umilt come un paggio innamorato.
Lauka - Ma, scusi, questo non Petcifi?
Giulia - (senza dargli ascolto) Ieri ho sognato... ho da dirglielo? a lei oso dire tutto- ieri ho sognato che ero, insieme con lui, nel l'angolo pi intimo di un mio salottino foderato di seta. Il principe dei sogni, inginocchiato da vanti a me, e, in lontananza, un suono di musiche... Ma colpa nostra se facciamo dei sogni?
Lauka - Lo sa chi il musicista che canta in lei? La sua giovent, il suo sangue ventenne.
Giulia - (sta in ascolto, il volto le si rabbuia)
- Sente?
Lauka - Che?
Giulia - Il ticchetto dell'orologio.
Lauka - Ebbene?
Giulia - terribile... pensare che la pendola sempre va di notte e di giorno; e con essa il tempo, la vita, la giovent. Trottano via i minuti sulle loro zampette come cavallini irrequieti... Sente? Se mi sveglio di notte e sento questo battito, mi prende la disperazione. Che cosa una settimana? Niente. Ebbene io ho I calcolato che in tre o quattrocento settimane al ' massimo sar consumata la mia giovent. Sono qui nella mia stanza grigia, il tempo va e non accade niente, mai niente, niente!
Lauka - E per salvare il salvabile Giulia balla col pallido principe dei sogni.
Giulia - Balliamo su questo motivo: stia a sentire... (Esegue un motivo. Bussano energicamente alla porta dell'appartamento dei Kovacs. Giulia trasale, si allontana dal pianoforte). Sono in una tana di serpenti. Se appena mi muovo mi si avventano addosso fischiando.
Lauka - Perch venuta a stare qui, lei?
Giulia - Perch io faccio sempre quello che non voglio fare. Mi hanno portata qui; come, non lo so neanch'io. Kovacs, per sequestrarsi mio marito che invidia; Berta per controllarmi, perch gelosa di me.
Lauka - E allora si cerchi un altro alloggio senza sentinelle alla porta.
Giulia - Non ho il coraggio di andarmene. E adesso non potrei neanche. Domani la citt sarebbe piena della diceria che me ne sono andata perch qui non potevo ricevere i miei amanti.
Lauka - Non dico che non sarebbe cos.
Giulia - Hanno scatenato sopra di me tutta la curiosit di. Kolozsvar. Qui le pareti sono trasparenti. Di giorno e di notte sono l a guardarmi diecimila occhi. Diecimila occhi di serpenti. Io mi vesto e mi svesto sotto una campana di vetro. Per questa gente non sono una creatura, io. Non sono una donna, io; non sono Giulia Szendrey, io; non ho vita, non ho volont, non ho destino: niente! Io sono soltanto la moglie di Petofi, il pretesto della poesia di un poeta; un'appendice del culto di Petofi! Povero Sandro mio, se egli sapesse che mi fanno pesare il suo nome sul petto come il coperchio di una bara! Star l, tacere, invecchiare, marcire!
Lauka : - Io non voglio marcire Come il salice nella palude - sono parole sue. Voglio ardere come la quercia Colpita dalla fiamma del cielo .
Giulia - Eppure a volte credo che qualche cosa debba avvenire; qualche cosa... (Vien da lontano il canto dei Cosacchi. La stessa canzone del primo atto. Giulia, eccitata) Sente?... Sente?...
Lauka - Soldati russi. Cantano sempre, quelli l!
Giulia - Ah, questo canto! Questo canto! Sente?
Lauka - Sempre uguali le loro canzoni. Una vale l'altra. Quanto sono pi belle le nostre canzoni magiare!
Giulia - (gli fa cenno di tacere e ascolta tutta protesa il canto che si allontana e si spegne).
(Entrano Lendway e Balazs. I due giovani sono entrambi ventenni, con vestiti magiari e con cappotti a pipistrello. Sono coperti di neve. Lendway porta una chitarra a tracolla).
Lauka - Ecco Lendway, il redo di Talia. E Balazs, l'aborto di Pegaso.
Giulia - (siede sul tavolino e poggia i piedi su una sedia. I sopravvenuti le baciano la mano).
Balazs - Il professore di casa andato alla sagra del maiale. Il campo libero.
Lauka - Allora, avanti! Sciampagna!
Lendway e Balazs - (spalancando gli occhi) Sciampagna?
Lauka - Forse che mi degno di vile bevanda, io? Non fate gli sciocchi e cercate dei bicchieri.
Giulia - Di bicchieri ce n' due. L, piccolo Balazs. Per il terzo si prende una tazza da caff, vero? E poi, vero, ho anche un bicchierino d'argento, e in quello bevo io.
(Lanka stura le bottiglie e versa nei bicchieri).
Balazs - I signori ufficiali russi questa sera danno un gran ballo, un ballo in maschera.
Lauka - Oh! Dove?
Balazs - Qui dirimpetto; alla Locanda dell' Unione .
Lendway - I signori ufficiali russi possono ben ballare tra loro che nessuna signora magiara interverr.
Lauka - Io per dico che tutti i buoni magiari dovrebbero intervenire. S, perch si stanno preparando grandi avvenimenti. (Cauto) Un capitano russo ha detto, ieri, al Leon d'Oro - era ubriaco e trad un gran segreto di guerra - , ha detto che lo Zar aspetta soltanto che scada il trattato con Francesco Giuseppe per mettersi al nostro fianco.
Balazs - (con lieto stupore) Di noi Magiari?
Lauka - A Pietroburgo si sono convinti ormai che per loro il grande nemico l'Austria.
Lendway - Da noi non hanno avuto mai nessun male.
Lauka - Il progetto di armare gli Honved e a forze unite cacciare Heinau. Gorgey dice che gli basterebbero cinque corpi d'armata russi e al resto penserebbe poi lui.
Lendway - La Russia ha sessanta milioni di abitanti.
Balazs - Ottanta milioni.
Lauka - Teniamoci sui sessanta. In questi casi io mi tengo sempre sul meno. Anche a questa stregua, che cosa sono per lo Zar cinque miseri corpi d'armata?
Lendway - (come se svelasse un segreto) Un granduca di Russia si far Re dei Magiari.
Lauka - A me lo dici? Il granduca Costantino. Anche gli Inglesi sono della partita. Gi costruiscono i bastimenti a chiglia chiatta per passare le Porte di Ferro del Danubio.
Balazs - (che non osa credere) Davvero? Proprio davvero?
Giulia - Come dubitarne? Se lo dice Lauka!
Balazs - A questo progetto si deve brindare. Se vero, domani mi arruolo negli Honved...
Lendway - Se sapessi dove presentarmi, non aspetterei neanche domani.
(Bevono. Dall'esterno il suono di una slitta. Tutti restano in ascolto).
Balazs - Una slitta russa! Ce ne sono parecchie in citt!
Lendway - Hopp! Si fermata qui davanti alla casa. (Scosta un po' le tendine e guarda di fuori). S. una troika.
Giulia - il Granduca Costantino che viene a trovare il signor Lauka.
Talas - (entra in fretta con uh biglietto da visita in mano) Scusi, fuori c' un signor ufficiale russo che aspetta.
Giulia - Cerca me? (Legge) Le Prince Sergei Trubeskoy . Sar uno sbaglio.
Lauka - Ol! Il Principe cosacco che procur i cavalli ora viene a far visita.
Balazs - E noi? Rimaniamo o andiamo via?
Giulia - Perch andar via? (Incerta) Tutt'al pi qui nella camera attigua. (Indica verso destra. Una certa agitazione prende i tre giovani e uniche Giulia).
Lauka - (alla signora Talas) Aspetti un po' - (spia la porta dei Kovacs e poi si volta) Non sono in casa. Andiamo, Magiari, ad appollaiarci nel domestico santuario del professore, odoroso di cotogne.
Giulia - Anche questo vino.
(Lauka, Lendway e Balazs escono a destra portandosi via bottiglie e bicchieri).
Giulia - (alla Talas) Faccia passare. (Talas esce. Giulia si acconcia in fretta).
(La porta si apre, entra Trubeskoy in grande uniforme col casco sotto il braccio).
Trubeskoy - Si ricorda di me, Madama?
Giulia - (sorride). Ma d'un cenno composto salut . Pulskin.
Tkubesk - Oh! Lei non ha dunque dimenticato il nostro fuggevole incontro? Immagini un po', signora, che io sono qui da lei in missione.
Giulia - Da me?
Trubesk - E aggiungo subito che sono felicissimo che la mia missione mi abbia dato modo di rivederla.
Giulia - (contenta) Per essere franca, non riesco a immaginare...
Trubesk - (sorride) Sar breve, signora. Il nostro reggimento, il Corpo Ufficiali del 1 reggimento della Guardia Cosacca, ha organizzato un ballo per questa sera.
Giulia - (freddamente) Lo so.
Trubesk - Mi permetta che in nome del Corpo Ufficiali io la inviti all'Unione.
Giulia - Grazie ma...(Pausa) Lei dovrebbe comprendere che impossibile.
Trubesk - Comprendo... anche ci che lei tace per cortesia. Noi siamo venuti qui come nemici, abbiamo sparso sangue magiaro, dunque non possiamo chiedere a donna magiara di ballare con noi.
Giulia - Ecco. Precisamente questo volevo dire. Alla lettera.
Trubesk - Lei parla cos... Lei deve parlare cos. Una donna magiara. Ma ora ascolti me, il soldato russo! Io e i miei compagni vorremmo che stanotte, per una breve notte, di ballo, non fossimo ne Russi, n Magiari, ma creature umane. Chiediamo una notte di neutralit. Otto, dieci ore che noi solleveremo fuori dalle miserie terrene, dalla guerra, dagli odi: una notte che regaleremo alla vita. Questo sar l'armistizio del sentimento e sar per cercare in noi a vicenda, quanto c' in noi di buono, di amabile, di umano. N in realt n in poesia, non conosco un dovere pi nobile di quello di ritrovare l'anima del prossimo.
Giulia - Che cosa possono trovare loro in noi Magiari? Lutto e terrore. E noi, in loro?
Trubesk - La vergogna profondissima di aver dovuto assumere la parte di carnefici contro un popolo coraggioso, generoso e amante della sua libert...
Giulia - Ma sanno in Russia che cosa amare la libert?
Trubesk - Solo in Russia si sa. Perch solo nel deserto si sa il valore dell'acqua sorgiva. (Breve pausa) Dunque, signora...
Giulia - Riconosco, principe, che lei un eloquente ambasciatore. Ma ci che desidera da me impossibile.
Trubesk - (rattristato) Impossibile?
Giulia - Domani ogni salotto di Kolozsvar si trasformerebbe in un Tribunale inquisitorio per citare davanti alla sua giurisdizione le vergini folli che erano al ballo di questa notte.
Trubesk - E le pi spietate saranno quelle che per la loro et non si possono pi concedere il lusso di essere folli.
Giulia - Molto probabilmente: ma ci non cambia nulla al carattere irriducibile del Tribunale.
Trubesk - Credo di poter eliminare io questa Sua preoccupazione. Sar un ballo in maschera. I nostri ospiti verranno colla maschera sul volto e non ci sar bisogno di togliersela mai. Lo sapranno soltanto quelli coi quali lei vorr comunicare. Lei lascer qui la sua vera essenza e come un genio misterioso del Carnevale, si aggirer nelle luci della notte. Piena libert. Ma sar padrona della sua notte e potr farne quello che creder meglio.
Giulia - (con un po' d'ironia) Sono cos astuti i Cosacchi?
Trubesk - S, se si tratta di non creare fastidio a lei, signora
Giulia - Grazie, ma anche cos impossibile. Non ho un costume da ballo.
Trubesk - E solo per questo resterebbe a casa?
Giulia - Mi pare un motivo abbastanza grave.
Trubesk - (si alza e si avvicina alla porta) Vassilli! (Da Vassilli invisibile si fa dare un involto che mette sul tavolo davanti a Giulia) Eccole il costume, signora. Un corriere l'ha portato da Parigi.
Giulia - Io non so che cosa dire. una favola, un sogno. Lei una specie di eroe dei sogni, Principe. Un eroe da Mille e una notte.
Trubesk - Niente di straordinario. Il reggimento della guardia usa procurare i costumi per i nostri balli mascherati.
Giulia - Tanto piace il ballo ai Cosacchi?
Trubesk - Piace tanto fare un piacere a lei, signora.
Giulia - Ma sebbene con rincrescimento, anche cos impossibile, Principe.
Trubesk - La prego soltanto di non oppormi una recisa repulsa. Sospenda la sua decisione. Lasciamo qualche cosa anche al caso, alla buona fortuna, e, diciamo, al capriccio, al genio del Carnevale. Io ora me ne vado, ma prima getto a suoi piedi un pensiero. Lei pu raccoglierlo come si raccoglie un fiore e appuntarselo al petto o calpestarlo: come vorr. (Marcato) Sarebbe il pi felice momento di tutta la mia vita fino ad oggi, se nella sala dell' Unione potessi rivedere la donna di cui n la pi attraente, n la pi interessante - noti che di ragion veduta misuro i miei aggettivi - di cui n la pi attraente n la pi interessante, non vidi mai a Pietroburgo n a Parigi. Permetta che con questo io prenda congedo da lei. Arrivederla.
Giulia - Lei ha detto giusto: lasciamo qualche cosa alla buona fortuna.
Trubesk - (si inchina ed esce). (Lauka, Lendway e Balazs rientrano riportando le bottiglie e i bicchieri).
Lauka - superfluo dire che siamo stati ad ascoltare dal buco della serratura.
Lendway - Abbiamo sentito benissimo ogni parola.
Balazs - Gli ha risposto benissimo! Non ci andr all'Unione , vero?
Giulia - (stizzita) Mah!..
Lendway - Una signora magiara? La moglie di Alessandro Petofi? Absurdum!
Lauka - Ma da domandarsi se non sia invece suo dovere di patriota di andare. Perch l'alleanza russa non uno scherzo. Se con cinque corpi d'Armata russa erompiamo dalla Transilvania...
Balazs - Verso Temeszvar... direttamente verso Temeszvar.
Lendway - (con uno scoppio d'ira) Ma dove hai la testa? Vorresti sprecare il tuo tempo prezioso davanti a una utopia? Un corpo d'azione sotto Temeszvar, e via di corsa verso Pest.
Lauka - Pi avanti! Pi avanti! A Vienna!
Balazs - (con un brivido di gioia) A Vienna!
Giulia - Smettetela con queste sciocchezze.
Balazs - (dopo un attimo) Ha gi visto il costume parigino?
Lauka - S, s. Vediamolo! Vediamolo!
Giulia - Lo rimander indietro.
Balazs - Ma, prima, si guarda. (Apre con cautela) Ah, che bellezza!
Lauka - Che profumo!
Lendway - Si capisce. Viene da Parigi!
Lauka - Sa che cosa le dico, signora Giulia? Se lo provi. Un vestito da Parigi! Quando si ripresenter l'occasione! Se lo provi e dopo avr ancora tutto il tempo di rimandarlo indietro.
Balazs - Almeno lo vediamo anche noi.
Lendway - Anch'io sarei curioso.
Giulia - (con uno scoppio di gioia) Devo proprio indossarlo? Va bene. Si mettano a sedere l. Ma, intendiamoci, se anche uno soltanto si alza dal suo posto, vi caccio via tutti e tre. (Coll'involucro si ritira dietro il paravento).
(Mentre Giulia nascosta dietro il paravento, i tre uomini s seggono vicini, testa a testa e con voce sommessa perch Giulia non senta, parlano tra loro).
Balazs - inutile, questa Giulia una gran donna. Avete visto in quattro e quattr'otto, come ha messo a posto quel Principe cosacco?
Lendway - Donna frigida. Non ha sangue. Per lei l'uomo non necessario.
Lauka - Macch! Per lei sono necessari tutti gli uomini ma li adopera ognuno secondo che vale. Tu, per esempio, gli servi per divertirsi: alle tue spalle.
Lendway - E anche tu, non vero?
Lauka - E anch'io e anche Balazs. Perch, mettiti bene in mente; ci sono due specie di uomini: uno che fa ridere e l'altro che fa piangere le donne. Preferiscono piangere piuttosto che ridere, perch le donne in fondo, tendono al tragico. Chi riesce a farle piangere, ha partita vinta, e pu, d'una regina, fare una piccola schiava.
Balazs - E chi le fa ridere?
Lauka - solo un surrogato d'uomo. Un ausiliario. Gli vogliono molto bene finch non c' un altro. Ma a quello, appena arriva l'autentico, l'eroe tragico, danno un calcio da non toccar mai pi la terra coi piedi.
Lendway - Le donne hanno gi pianto molto per me, alle mie interpretazioni, per esempio, dell'Amleto.
Lauka - Pianto, caro mio? Ti hanno preso in giro sempre, perch quelle, mio caro, quasi scoppiavano dal ridere vedendoti prender sul serio le loro lacrime. Inutile, questa la nostra sorte.
Lendway - La tua forse, perch tu sei una bandieruola. Ma io, le donne, mi prendono sul serio.
Lauka - (arrendevole) ; Tu non sai dunque che sei il pi matto buffone del mondo? Un pagliaccio romantico. E pi fai la faccia feroce e pi le fai ridere! Se morissi per loro, le faresti gridare d'allegria.
Balazs - E dimmi un po': com' il tipo di quello che fa piangere le donne? Che fa di una regina una piccola schiava?
Lauka - Quello, caro mio, ha il cuore d'acciaio, e freddo, lucido, levigato. Ma se una volta si infuoca, sar acciaio incandescente. Questo vi manca, la tempra d'acciaio. E questo non sostituibile colla pretensione o colla declamazione. Voialtri avete un cuore di patate e di quello non si innamorer mai una Giulia Szendrey.
(La voce di Giulia dietro il paravento).
Giulia - Eccomi pronta.
(/ tre uomini si alzano).
(Giulia entra in costume di Regina dei Ghiacci . Porta una mezza bauttina sugli occhi (non pi grande d'un paio di occhiali da automobile), va direttamente al tavolo, siede al posto e nella posizione di prima coi piedi sulla sedia, e dopo una pausa si rivolge ai tre uomini che la guardano muti dalla sorpresa).
Giulia - Ecco. Posso piacere o no?
Lauka - (con una convinzione arcisincera che irrompe dal subcosciente) Ora chiarissimo. Tu sei quella che desideriamo con tremore - l'eterno enigma - la donna arcana! Nemmeno Alessandro Petofi, neppure lui, che aveva nelle mani stelle invece di lampade, non riusc a scoprirti. Ti ricordi quello che ha scritto? O fanciulla, chi sei? Non sai tu stessa. Come devo chiamarti? .
Questo si domander anche dopo un secolo:
Chi sei tu? Forse la madre della felicit
Forse la regina del dolore...
Nel tuo stemma accampi tre alati
Una cincia, un usignolo e un aquilotto.
Hai un'indole di bimbo cuor di donna e anima virile
Tu meravigliosa creatura di Dio!
Io so di te questo soltanto
e certo nessuno sa di pi.
Giulia - Piccolo Balazs, le piaccio cos?
Balazs - Uno solo, tra gli uomini degno di parlare di lei, e io user le sue stesse parole, perch se mi permettessi d'usarne d'altri che non fosse Alessandro Petfi, meriterei di essere cacciato a schiaffi dall'Elicona. (Declama:) Come ti devo chiamare Madre, tu, della mia gioia? Figlia fatata d'una fantasia che giunge d'impeto nei cieli Splendente realt che mortifichi le mie pi audaci speranze Unico tesoro dell'anima che vince ogni umano tesoro O tu, come devo chiamarti?
Lendway - (prende la chitarra, si inginocchia davanti a Giulia e canta a mezza voce) Roseto del mio ardore Muovo per l'ombre tue Mi cadon sulla fronte Foglie odorose.
Balazs e Laura - (dietro di lui e alle spalle di lei cantano) Un soave usignolo mi gorgheggia sul capo Ogni sua voce suscita Un bel sogno. Nubi d'amore candide per l'azzurro s'appressano come se a me venissero angioli a schiera. (Da destra picchiano energicamente alla porta. Giulia salta gi dal tavolino. Il canto si interrompe).
Lauka - Ecco, il nido dei serpenti si sveglia.
Balazs - Ma non erano andati alla sagra del maiale? Allora com' che sono qua a picchiare alla porta?
Lendway - Non ci badiamo.
Giulia - Andate via. Andate via. Domani tutta la citt grider allo scandalo perch io stavo organizzando un'orgia con voi.
Lauka - (con gesto largo e infiammato) Ma io veramente non capisco, signora Giulia.
Giulia - (pesta i piedi) Basta. Andate via.
Lauka - Ma prima diamo fondo a questi miserevoli avanzi. (Versa lo sciampagna) Si va a passeggio, domani? Giulia - (crolla le spalle).
Lendway - Veniamo a prenderla alle tre, va bene? (Vuotano i bicchieri).
Lauka - (eroicamente) Ave, Regina!
Lendway e Balazs - Ave!
Lauka - Andiamo, buffone!
Balazs - S, collega, andiamo pure. (Escono tutti e tre).
(Giulia resta un momento immobile. Dirimpetto dalla trattoria dell' Unione giungono le note di una mazurca sugli ottoni. Giulia resta un po' in ascolto poi spegne la candela. La camera si fa buia. Giulia scosta le tendine. Si vedono le finestre illuminate dell' Unione che mandano una luce strana nella stanza di Giulia).
(Per la porta entra senza rumore una maschera. In realt un Circasso-cosacco, bianco. Porta la casacca lunga bianca dei Circassi attillata sui fianchi; incrociate sul petto le cartucciere con cartucce d'ottone. Calzoni bianchi alla polacca, berretto bianco di pelo, stivali rossi. Ha sugli occhi la mezza bauttina).
Maschera - Giulia!
Giulia - Chi ?
Maschera - Sono io. A me hai pensato; di me hai sognato.
Giulia - Io non sogno maschere di carnevale.
Maschera - Io non sono una maschera. N un uomo. Sono soltanto la fiamma ardente, il desiderio che consuma, un alito appena... Giulia, io sono l'annunziatore della vita. Senti? Di l ti chiama la giovinezza con le trombe degli arcangeli.
Giulia - Sono i fantaccini russi che suonano una mazurca sui tromboni, e piuttosto stonati. tutto qui!
Maschera Perch sei spietata con te stessa? Perch vuoi sembrare un ghiacciolo quando il tuo cuore arde e sanguina?
Giulia - Che sai tu del mio cuore, tu pazzo? Che ne sai tu, buttato qui dentro dal vento del carnevale? Qui dentro dalla strada?
Maschera - Il tuo cuore il pi splendido, il pi profumato fiore nato nel giardino di Dio e d l'ebbrezza.
Giulia - Parli come un poeta di provincia. (Fredda) Che vuoi?
Maschera - Ti offro un calice d'oro.
Giulia - Tienti i tuoi intrugli per te.
Maschera - il filtro per una notte mirabile. La notte forse della tua ascensione o della tua dannazione. Vieni con me. Abbi almeno il coraggio di affrontare il destino.
Giulia - Il destino? Io non ho da chiedergli nulla. Ho gi avuto tutta la mia parte.
Maschera - (si guarda intorno) Non questo hai cercato, non questa prigione, n questa miseria. La sorte ti ha teso un tranello. Ti ha promesso il mare fiammeggiante della gloria e ti ha chiuso in una cantina muffita. Senti il riso-vita di fronte alla tua finestra di l!
Giulia - Rida pure. Io non rider con lei, non voglio piangere domani.
Maschera - E se non ridi oggi, domani dovrai pur piangere: piangerai la tua triste saggezza. (La musica cessa).
Giulia - Devo scegliere tra due tristezze: il pentimento della donna prodiga e quello della avara. Quale sar pi amaro? (Altro tono) Sar quel che sar. Non credo agli uomini, specialmente quando portano la maschera.
Maschera - Invece tu credi a loro solo quando la portano. Nei giorni comuni cento menzogne mi svisano il volto; il mio stato, la mia missione, la mia vanit. Il mio volto vero, il mio vero volto di creatura umana, solo allora lo svelo, quando porto una maschera sugli occhi. (Musica ora di violini; valzer viennese).
Giulia - Va'; non torturarmi pi.
Maschera - (in un lampo di gioia) Sono per te una tortura mia bella maschera?
Giulia - S, ma non te ne vantare. Non appartengo alle martiri che con gioia mettono le spalle sotto la sferza degli uomini. Odio chi mi fa del male,
Maschera - (in ginocchio) Del male, a te, io?
Giulia - (lo guarda. Dopo una pausa) Vorrei ballare con te, eroe dei miei sogni.
Maschera - (balza in piedi) All Unione, vieni.
Giulia - No. Qui. Voglio... Non ci neghiamo questo briciolo di carnevale.
(Volteggiano sul ritmo lento della musica e parlano).
Maschera - Tutto ci strano e misterioso come un ballo di streghe. Bella strega, sai chi sono io?
Giulia - L'eroe dei miei sogni, uomo di nebbia. Tu non sei nessuno. Se tu fossi qualcuno non ti permetteresti di esser qui. Sei un ballerino n pi n meno; ma come ballerino, di primissimo ordine.
Maschera - Sotto questa maschera artefatta trema un povero fanciullo.
Giulia - vero. Ti trema la mano. E come ti batte il cuore!... un caso proprio cos serio bella maschera?
Maschera - Mortalmente serio. Sento la mia mano intrecciata colla tua e ne muoio di tenerezza.
Giulia - Dopo il seduttore audace, il savio gaudente; dopo il savio gaudente, il paggio allucinato; sai qualche cosa ancora, bella maschera?
Maschera - Giulia, tu sei una donna. E non sei mai stata cos desiderata come da me. Dammi tu questa notte e io ti do la mia vita.
Giulia - Principe dei sogni, vuoi vedere che mi sveglio, ed finita per te?
Maschera - No, no. Continua a sognare. (Si fermano senza staccarsi. La maschera si avvicina a Giulia per baciarla).
Giulia - (trae il busto indietro) E lei non mi baci o tutto sar finito.
Maschera - Non sei tutta una fiamma tu, che divampa? Non ti far di cenere la mia bocca tutta accesa? Chi sei tu, in verit?
Giulia - Uno scheletro che si corrompe sotto la terra e sogna una prateria di. fiori primaverili. Sai perch? Indovina: (Si scioglie dalle sue braccia) Basta! (Quasi in un pianto nervoso) Basta! Basta! Via! Lasciami!
Maschera - Andarmene? Ora?
Giulia - Via! Via!
Maschera - (fa due passi verso la porta, poi si ferma titubante).
Giulia - (concitata con voce rotta) Aspettami sulla porta dell' Unione , verr.
Maschera - (con trepida gioia) Verrai? Verrai?
Giulia - Dovessi mettermi sotto i piedi la salvezza dell'anima! Eroe dei miei sogni, questa notte tua, e io verr.
Maschera - (scompare).
Giulia - (per un attimo resta immobile. Poi dalla boccetta versa profumo sul suo vestito e sul suo fazzoletto, tira di nuovo le tendine, la stanza si fa totalmente buia).
(Berta entra da destra).
Berta - Giulia! Giulia! Sei qui? Ti sei coricata?
Giulia - (immobile quasi invisibile nel buio).
Berta - (va e torna colla candela accesa; si guarda intorno e intravede Giulia mascherata che l ferma, di sasso) Ges mio... chi ?... Chi ?... Giulia, tu? Questa maschera sei tu?... Dove hai preso... Tu! Tu al ballo dei Russi! Non mancava che questo! Ma che anima sei tu? Al ballo dei Russi, tu... Sei una donna ungherese tu? Sei la moglie di Alessandro Petofi, tu?
Giulia - (con voce rauca) Lasciami!
Berta - (sbarrandole il passo) Nemmeno un passo! Al ballo dei Russi? Se fai questo, per tutte le nazioni sarai la donna pi vile del mondo... l'ultima sguattera potr sputarti in faccia. Se fai questo, tu non potrai rimanere nemmeno un giorno in questa citt e dovrai emigrare anche dal paese. Dio, che donna sei, tu?
Giulia - Una donna. Padrona di me stessa.
Berta - No. Tu sei partecipe del destino di un Grande.
Giulia - (si toglie la maschera) Ecco, questo che tu non mi puoi perdonare. Questo che tu mi invidi.
Berta - Ebbene, s. Ti invidio. Perch tu e perch non io? Non ho mai invidiato niente a nessuno... Bellezza, ricchezza... per me non esistono. Ma per questo s, l'invidia mi consuma. Oh, non puoi immaginare tu quanto ti invidio. Tu sei vissuta tra i raggi del sole e non puoi immaginare come sono invidiosi i trogloditi. (Tra le lacrime) Dio, se Alessandro avesse scelto me! Mai un uomo non avrebbe avuto una donna pi umile e fedele. Io s, l'avrei riconosciuto nel suo valore, l'avrei seguito nella sua via verso le stelle! Ma non mi ha voluta. Per in me c' tanto ardore, tanta bont. (Dura) C'era, ora non c' pi. Perduto tutto: si perduto tutto. Tu, sei la moglie di Petofi, non io. Va bene. Ma non permetto, non permetto che questo nome sia trascinato da te in mezzo ad ufficiali cosacchi, in baldorie.
Giulia - Le sguattere! Gli studenti! Voi! Che m'importa? La mia vita la mia vita.
Berta - Tu non hai una tua vita. Tu vivi la vita e la morte di Petofi. Ti sei sollevata con lui alle vette radiose e poich hai condiviso con lui gloria e immortalit, allora, l devi restare. Da l non si scende senza vergogna. Da l si pu soltanto precipitare... e allora, la caduta mortale.
Giulia - (debole) Berta, io sono tanto infelice.
Berta - Infelice?! E perch vorresti essere felice? Proprio tu?... Tu aspetti che gli angeli ti portino un particolare pezzo di paradiso in questa vita... Si capisce! Perch tu sei la famosa Giulia Szendrey. Donna Giulia Szendrey, castellana di Erdd: e credi che siano felici le altre? (Attenuando il suo tono) Anche le altre portano le loro croci. Ma in silenzio, anche se piangono lacrime di sangue. Tu, almeno hai qualche cosa che le altre non hanno... qualche cosa che splende e d calore.
Giulia - Ma devi comprendermi. Cos non va. Voi volete che io non sia io. Volete bruciarmi come le vedove ind. Volete seppellirmi come il cavallo accanto al suo Visir. Per voialtri io sono solo una lettera del nome di un uomo: ma cercate di capire una buona volta! Io sono Giulia Szendrey: creatura viva, donna, con un cervello che pensa, con un cuore che sente. E ho ventidue anni... Ventidue anni!
Berta - Dimentichi che cosa ha scritto Alessandro per te? Destinati l'uno all'altra dalla nascita Dio ha legato le nostre anime insieme E chi possa dividerle non c' .
Giulia - E sono giovane ancora.
Berta - Tu rinneghi Petofi?
Giulia - E tu dimentichi un'altra cosa, che ho imparato da lui: Ogni specie di tirannia offende la dignit umana. Non voglio stendermi viva in una cripta, non voglio sentirmi morire in piena lucidit di mente.
Berta - Tu lo rinneghi, ora. Ma se fosse morto, Sandro, che cosa faresti allora?
Giulia - E se fosse morta Giulia Szendrey, che cosa farebbe Petofi? Prenderebbe il lutto e vivrebbe la sua vita. E io voglio vivere la mia. Che lo vogliate o no, tu, gli studenti, Sua Eccellenza lacontessa Becey, tutta la citt, io, questa sera, vado alla festa. Ci vado.
Berta - Ah s? Va bene. E allora... (Dice fuori della porta) Allora lei pu entrare, Horvat.
Giulia - Horvat? (Ha un cattivo presentimento).
Horvat - (in costume da viaggio, berretto e pelo di agnello a pan di zucchero, coperto di neve, con una pelliccia a pelo esterno, stivali, bastone. Entra. Si ferma. Si toglie il berretto. Guarda cupo Giulia. Dopo una pausa si volge a Berta) L'ha preparata? Posso parlare?
Berta - Pu parlare. Essa sopporta tutto,
Hovart - (a Giulia, grave) Vengo da lai gi. Sono stato anche tra gli Szekely. Volevo scoprire alla fine il mistero di Alessandro Petfi. Ho parlato con degli Honved che erano rimasti sempre accanto a lui. (Pausa). Giulia non c' pi dubbio. Il suo Sandro caduto di eroe sul campo di battaglia di Segezsvart,,! Sandro giace nella fossa comune come egli stesso aveva presagito e vaticinato.
Berta - (con un gesto maligno verso la porti come se volesse dire: Ora puoi andare a bai' lare, mia cara , ma non dice nulla).
Giulia - (vacilla. Le cade dal capo la corona di regina dei ghiacci. Si appoggia al tavolo cm le mani, poi piomba a sedere su una seggiola),
Fine del secondo atto
ATTO TERZO
Casa borghese a Pest. Camera sfogata, a pareti chiare, porte bianche; una mette sul pianerottolo e porta uno spioncino di rame da aprirsi e chiudersi, l'altra mette nella camera da letto. Nel fondo due alte finestre, oltre le quali si vedono i tetti delle case basse e dall'altra parte della strada, molti comignoli e vecchie finestre di abbaini.
Nella stanza uno stipo e sedie; alla parete un ritratto coperto da una tendina.
Sole meridiano.
Giulia - (in lutto, davanti allo stipo, sigilla un pacco di manoscritti. Picchiano alla comune. Giulia spegne la candela, guarda attraverso allo spioncino e apre la porta con un sorriso).
Hoevat - (entra, freddo, senza guardare Giulia negli occhi).
i Giulia - (con un po' di imbarazzo) Benvenuto, Horvat. La ringrazio di essersi avventurato fino alla tana della lebbrosa.
Horvat - Ho ricevuto tardi la sua lettera. Ieri sono stato assente tutto il pomeriggio.
Giulia - Si accomodi, prego.
Horvat - Voleva darmi qualche incarico?
Giulia - Dica un po': lo sapeva lei che io ero a Budapest?
Horvat - Me l'ha detto Garay.
Giulia - Quando?
Horvat - Un tre settimane fa, se non sbaglio. Ma forse anche quattro.
Giulia - E se io non le scrivevo lei non veniva neanche oggi.
Horvat - Sa?... Andavo a rischio... a rischio, naturalmente...
Giulia - Di che?
Horvat - Di... di... arrivar qui inopportuno.
Giulia - Inopportuno? Che intende dire?
Horvat - (impaziente) Guardi, Giulia: sono anch'io al corrente. Ne parla tutta Pest. E perch dovrei far dei giri di parole con lei? Il Principe russo Trubeskoy o come si chiama, insomma lui a Pest e lei lo riceve ogni giorno qui in casa sua.
Giulia - In casa mia non c' stato mai. Ma verr oggi. Questo vero. Oggi per la prima volta. (Guarda l'orologio) Tra un'ora. (Pausa). Ma sono stata io da lui. Tre volte; nel suo ufficio.
Hovart - (ironico) Ah! Anche in ufficio?
Giulia - A Buda. Per liquidare le partite dell'occupazione militare russa, da gente di Pest, com' naturale... (Tace. Pausa). E dunque su, Horvat, che cosa si dice di me?
Horvat - Io non mi occupo di certe cose, ma lei non si meravigli che se ne parli.
Giulia - Vorrei sapere che cosa pensa lei, ora. Io non so pi davvero, ormai, chi mi nemico e chi mi buon amico. Oggi ho incontrato la signora Visky sulla piazza di Buda e la stimatissima signora non ha risposto al mio saluto... Mi ha squadrata dalle piume del cappello fino alla punta delle scarpe - uno sguardo da biscia - poi sgusciata via, piena come un otre di morale calvinista. Ho visto anche altri amici, scribi e farisei. Hanno voltato la faccia. Senta un po': vero che un giornale ha scritto contro di me?
Horvat - Non Io so. Non ho letto.
Giulia - Coloro che ora levano alle stelle il povero Sandro, non gli hanno voluto mai bene finch stato tra loro. Doleva a loro che egli, con tanta felicit, d'un solo balzo da leone, fosse arrivato tanto in alto: dove essi non erano stati capaci di arrampicarsi col lavoro di tutta una lunga vita. Cercano di soffocarmi sotto le loro suole perch io sono l'unica brace solitaria superstite di una fiammata che si spenta.
Horvat - Senta: lasciamo tutto questo. Ora noi ne siamo gi al di l.
Giulia - S. Ormai sono gi al di l di tutto.
Horvat - (tagliente) E allora sappia questo: la caccia all'uomo, dei farisei, la volgarit della gente qui intorno, tutto comprensibile; ma ci che lei ha fatto, quello, comprensibile non ... Lei, lei... non pu fare amicizia con gli ufficiali russi.
Giulia - Sono andata dal Principe perch mi procuri un passaporto per l'estero.
Horvat - (incredulo) Passaporto?
Giulia - Me l'ha promesso. E me lo porta oggi. (Lo guarda negli occhi) Perch io parto per la Turchia.
Horvat - Che cosa le salta in mente adesso?
Giulia - Vado a Costantinopoli. Dal generale Bem.
Horvat - Lei spera che Sandro...
Giulia - Io non riesco a sperare pi nulla. Ma Bem voleva molto bene a Petfi. Come a un figliolo. E toccher forse anche a me un po' del suo bene paterno. Rimarr al fianco del generale. So che malaticcio; conto di rendermi utile. Il sentimento di Bem per Alessandro oggi l'unico filo che mi lega all'umanit.
Horvat - Ancora una cosa non seria! Ancora un volo della sua fantasia avventurosa. Sarebbe meglio che se ne ritornasse da suo padre.
Giulia - Non si pu. Ho tentato, ma non posso. Sfiducia, rimproveri, malignit. Non li posso sopportare, ce Te l'avevo detto io! Non vero? . a Te la sei cercata! . La morale vittoriosa mi ronza intorno e mi succhia il sangue come uno sciame di zanzare. Se parler con un uomo, tutta la famiglia sar sottosopra perch io ho ancora una volta portato il disonore nel casato. No, non posso. Non posso. Piuttosto la prigione, il manicomio, piuttosto qualunque cosa! (Pausa). Sono venuta qui a Pest per guadagnarmi il pane col mio lavoro.
Horvat - Lavoro? Che lavoro?
Giulia - Questo il punto. Sandro mi ha fatto credere che avevo del talento. La Georg Sand ungherese!... Vedeva in me una meraviglia di donna. Poveretto! Era cos orgoglioso di sua moglie! Mi sono poi convinta da me di non avere nessun talento. Le mie poesie sono appena delle anemiche imitazioni delle sue. Quello che io penso e dico sono riflessi: le briciole del suo banchetto. (Con fuoco) Che cosa devo fare? Dove andare? Sono accerchiata. Qui non c' che una via di scampo; l'estero: Costantinopoli. Fuori di qui! Non sentir pi parlare il magiaro. Non vedere pi questi musi maligni. (Breve pausa. Altro tono) Ma io parlo sempre, parlo, perch? Sa perch le ho chiesto di venire qui oggi? Perch lei stato sempre buono con me. Oh, la prego di non vergognarsene e di non rammaricarsene. L'unico galantuomo che ho incontrato nella mia vita. (Col nodo alla gola) Lei e Petfi, voi due soli. Oh, io so bene che lei non apparteneva a me, ma a Petfi. (Sorride) Lei mi sopporta solo perch sono stata propriet di Petfi. Per lei io sono una sua reliquia di Alessandro Petfi. (Si avvicina allo stipo). Qui ci sono dei manoscritti importanti per me. Vorrei che se li prendesse lei. Se mi accadr qualche cosa, li bruci senza leggerli.
Horvat - Che cosa pu accadere a lei?
Giulia - Che ne so, io? Vado all'estero e si dice che in Oriente s'incontrino molti peri coli. (Legge nello sguardo di lui). No, non penso affatto al suicidio... Ma io penso che gi comincia a mancare l'olio nel lume. Me lo sono consumato e sono stanca, sebbene non abbia pi di ventitr anni. Amico mio, come pu essere disperatamente lunga una vita umana.
Horvat - Giulia, con lei io sono stato in rancore... Ma ora... sa Iddio... Una bambina smarrita nel tumulto del mondo. Ha abbandonato la mano che la guidava ed ora non sa ne dove si trova, n dove va.
Giulia - Veramente non so proprio dove andare.
Horvat - Conserver i manoscritti. (Picchiano alla porta). Aspetta qualcuno?
Giulia - Il Principe, col passaporto. Ma ancora presto. (Guarda fuori dallo spiraglio e, sbigottita, si volta) Il professor Kovacs e Berta! Che vogliono da me? Qui?
Horvat - Non saranno certo venuti senza motivo. O a portarle qualche brutta notizia o spinti da qualche curiosit. (Si guarda intorno). C' modo di nascondersi, qui?
Giulia - L. (Lo fa entrare nella camera da letto e chiude la porta).
Kovacs - (fiuta intorno) Era sola? Non disturbiamo la signora? Forse sar una sorpresa per lei vederci qui. L'ultima volta che ci siamo visti, ci furono tra noi certe tal quali discrepanze, ma da quel tempo in qua, molta acqua passata sotto i ponti l, di Kolozsvar.
Giulia - E anche qui sotto i ponti del Danubio. S'accomodino.
Kovacs - La signora vorr intendere il motivo importante che mi conduce qui. Bench due siano le cose, secondo Platone, nel mondo efficienti, e cio la verit e la bellezza, io oso contrappormi perfino a Platone, perch ritengo che pi importante di queste medesime, sia nel mondo la scienza. Precipuamente poi pi importante che la bellezza fisica. Il vaiolo, verbi-grazia, pu rovinare la bellezza di ogni singola donna, la scienza eterna.
Giulia - Epper anche se una tegola casca sul cranio di uno scienziato, addio tutta la sua scienza!
Kovacs - (polemico) Questo un sofisma. Il sofisma che noi filosofi denominiamo della... falsa causa.
Giulia - Questa discussione interessante, si potrebbe, credo, continuare un'altra volta... A che devo la fortuna...
Kovacs - Io ora preparo alcuni saggi critici sulla lirica. Il nostro pubblico non ancora abbastanza maturo per trarre il suo godimento dalle opere di filosofia. In Inghilterra, in Francia, prego credere, anche tra le donne vanno a ruba le opere filosofiche. Ma al fabbisogno letterario dei popoli primitivi, e di leggeri si intende, la poesia. (Ritorna al primo argomento). Per, scusi, quell'idea della tegola che casca sul cranio di uno scienziato... si genera da un falso principio... Il sofisma della falsa causa.
Giulia - D'accordo, ma rimaniamo ora piuttosto nel campo della poesia.
Kovacs - Indulgendo al gusto del pubblico, io scrivo ora articoli critici sull'cc Araldo del Parnaso di Buda. Sottopongo al mio crivello critico, uno dopo l'altro, i poeti viventi magiari: robetta. Tra i morti ci sono talenti di riguardo, ma i vivi: robetta. Sono arrivato al defunto signor Petofi. un talento ragguardevole - lo riconosco - bench non sia la sua forza precisamente l dove, per comune avviso, si cerca. Scrivo inoltre la sua biografia e, naturalmente, devo anche occuparmi della storia del suo matrimonio. (Pausa). Reputo pregio dell'opera, anche per la signora, che la verit, la pura verit sia fatta nota al pubblico, anche se ci, per certi punti di vista, possa risultare incresciosa cosa. All'uopo lei dovr illuminarmi alcuni punti di colore oscuro. Mi sono predisposto un elenco di domande. La mia memoria notoriamente eccellentissima, ma, per un certo qual sistema, io soglio notare sempre tutto. In primis: la signora - non vero? non amava Petofi.
Giulia - (immobile).
Kovacs - Il motivo determinante la sua decisione al matrimonio non fu forse la gloria poetica del signor Petofi e il conseguente vantaggio che se ne riprometteva?
Berta - Non neghi tu, questo?
Giulia - No.
Kovacs - (annota) Terza domanda: vero che la signora desidera partire per Costantinopoli e, se s, con quale proposito?
Giulia - (si alza) Ho sentito tanto parlare dei Pasci; sono curiosa di conoscerli. (Ride).
Berta - (si avvicina) Sempre orgogliosa, tu, mia dolce Giulietta!... Fai l'allegra? Scherzi? Beh, me non ingannerai. Io ti vedo nell'anima. Tu sei caduta nel gran nulla e ti sei frantumata. Ed ora con tutta l'apparenza di scherzare, getti nella polvere questi tuoi frantumi. Ma io so che le tue notti sono piene di lacrime e di disperazione. Chi sei stata e chi sei, ora, tu? Il Poeta ti fece un dono d'immortalit e gloria. Tu hai sperperato nei balli la tua gloria con delle teste vuote, ma l'immortalit non riuscirai a scuotertela da dosso. Petofi ti trascina con s nell'eternit, non come la sua moglie gloriosa, ma come quella che incoronata di paglia, si avvia alla gogna. E la tua gogna sar proprio la tua immortalit. Vi sarai inchiodata per sempre, e la marmaglia ancora non nata dei secoli futuri, ti irrider e ti lapider.
La perla della moglie, regina della si solleva nel ciel. fantasia,
O tu meravigliosa creatura di leggenda .
Ora non ti invidio pi e non invidio pi niente, pi niente di te.
(Esce agitata).
Horvat - (esce dalla camera da letto per difendere Giulia in caso di necessit).
Kovacs - Esagerazioni! Esagerazioni femminili. Ah, ecco l'egregio professore di Pest, il signor Horvat; qui anche lei? Non disdegnava attendere in una camera da letto. (A Giulia) Lei deve perdonare a Berta. Ha degli attacchi nervosi... (Discreto) Sa, signora, in uno stato anormale: a motivo che aspetta un bambino. Mi stanca molto la sua perenne irrequietudine. Ma gi ho provveduto: io mi ritirer ai bagni di Parad, fino a tanto che ella, a Kolozsvar, non sia uscita da questo suo stato anormale.
Horvat - Riconosco la bont del metodo in uso tra gli indigeni dell'Isola di Figi. Quando la donna partorisce, il marito si mette a letto e riceve i rallegramenti del vicinato.
Kovacs - Studi etnografici, no? Se ne pu vaticinare gloria a bizzeffe per l'universit di Pest! (A Giulia) Grazie per i cortesi ragguagli. Si compiaccia leggere a suo tempo il mio saggio, che mi far un dovere di inviarle. (Esce).
Horvat - Non vorr certo prendere sul serio certe tirate isteriche.
Giulia - Berta ha detto la verit.
Horvat - Giulia!
Giulia - Berta ha detto, parola per parola la verit.
Horvat - Giulia, lei dovrebbe ormai tentare di placarsi in qualche modo con lo spirito di Petofi!
Giulia - Oh, santo cielo!... a quanta distanza sono io dallo spirito di Petofi! Da quando morto cos tremendamente cresciuto, si allontanato verso cos vertiginose altezze, che si leva sulla mia vita passata come una cima nevosa sopra un giardino rustico, Non riesco a convincermi che davvero sia stato mio marito, il mio Alessandro, che io un tempo... (Soffoca i singhiozzi che stanno per erompere ma non pu continuare. Picchiano all'uscio di fuori).
Horvat - (spia dallo spiraglio e si volta) Oh, indovini un po' chi c'? Lauka! Sa che passato ai giallo-neri? Ha assunto un incarico dagli Austriaci. Lasciamolo entrare. Un briciolo di buon umore, qui, non guaster.
Lauka - (ha smesso il costume magiaro e indossa un abito austriaco. Ha sotto il braccio un gran fascio di documenti. Si avvicina a Giulia, porge la destra e osserva, serio serio, se Giulia gli d o no la mano. Stretta di mano. Lo stesso con Horvat) Mi stringete la mano? Forse non sapete ancora. Ho venduta l'anima al diavolo giallo-nero. Sono diventato un reale e imperiale austriaco impiegato. Il dito mignolo della repressione.
Horvat - Affar tuo, camerata.
Laura - (pi vivace) un fenomeno. A nessuno di quelli che sono entrati a far parte della mia masnada, non si stringe la mano. Nelle locande si d a loro il vino pi guasto e il cameriere getta davanti a loro le ossa come davanti ai cani. Ma io sono un'eccezione. Con me nessuno tratta cos. Neanche voialtri due. E perch? Che cosa significa questo? Non sono come gli altri, io? Mi sono incontrato or ora sulla Porta Occidentale con Lendway. Ecco, mi sono detto, quel ribelle arcimagiaro che abbaia sempre. Mi dir il fatto mio, adesso. Ed ecco che, appena m'ha visto, senza una parola, mi salta al collo e mi bacia sulla guancia destra e sulla sinistra. Tu, gli dico, non sai che ho venduto l'anima ai giallo-neri? Ed egli mi risponde: Meno male, cos riuscirai a far fare anche agli Austriaci una cattiva figura. Mi pare che nessuno mi prenda sul serio.
Hokvat - Pare anche a me. (Guarda il fascio di documenti di Lanka e capisce che ora la sua presenza inutile). Devo andarmene, Giulia, ma torner. Mi aspettano degli amici a casa mia per un affare importante.
Giulia - Ma guardi di tornare, eh? (Horvat esce).
Laura - Ha fatto bene ad andarsene. Non mi piacciono questi primi della classe.
Giulia - (guarda l'orologio) Lauka, lei non pu rimanere.
Laura - Lo so. Lei aspetta il Principe russo. (Pausa di sbigottimento). Sono venuto proprio per questo; per Sua Altezza il Principe, per darle il modo d'usarlo. Lei sa che il mio Ufficio Imperiale Austriaco una povera botteguccia. i trenta denari di Giuda che mi pagano ad ogni primo del mese, sono una vera miseria. Ma il mio ufficio ha un vantaggio. Qualche volta posso render qualche utile servizio ai miei buoni amici. (Mette sul tavolo i suoi documenti come un conferenziere, seguitando a parlare) (1). Queste pratiche, signora, si riferiscono tutte a lei, donna Giulia. Ogni cittadino di Pest ha una sua simile pratica nei casellari di polizia. Tanto pi uno ribelle, e tanto pi grossa la pratica. Questi, li ha rubati un collega boemo, alleato, colla speranza di riuscire probabilmente a venderli. Ecco la sua domanda di passaporto per la Turchia. E qui c' il parere negativo del Governatorato.
Giulia - Respinta?
Laura - Ieri. Che si lasci andare qualcuno in Turchia dove si trova (segno di croce) Luigi Kossuth?! E qui c' la sua seconda domanda di passaporto per Vienna. Questo concesso.
(1)L'attore faccia bene risultare che Lauka non una spia, ma che si messo fra le spie solo per aiutare i suoi compatrioti.
(2)
Giulia - La mia domanda? Per Vienna? Mal io non ho chiesto...
Laura - Lei no, ma per lei, il Principe Sergio Trubeskoy. Il Principe ha inviato una lettera di suo pugno anche a Sua Eccellenza Ileinau. Ecco l'originale delle lettera.
Giulia - (guarda la lettera) Ma io non ne so niente.
Laura - Non vien qui tra poco il Principe? Lo domandi a lui. Il Governatorato, in questa pratica del passaporto per Vienna, ha chiesto il parere della polizia- e abbiamo poi anche questo - e senta un po' che cosa opina quella cara gentaglia! ! (Legge) Per supremi motivi di ordine politico, pare desiderabile che la vedova in questione, accompagnata dal Principe Trubeskoy, in fama di viveur, si rechi a Vienna: lo scandalo, che certo susciter inevitabilmente questo viaggio, dar modo di portare un colpo mortale al culto del poeta che in Ungheria si tanto deplorevolmente diffuso. E qui abbiamo l'ordine del Governatorato che ingiunge alla Polizia di provvedere a diffondere attraverso i suoi agenti nel maggior numero di circoli possibile, la notizia di questo suo viaggio a Vienna della signora Petfi, e nello stesso tempo curare che le gazzette illuminino il caso in modo adeguato. (Mette il documento sul tavolino). Che razza di bestie, questa gente! Credono che se una signora a Vienna balla una polka in una locanda non si stimer pi in Ungheria l'inno Avanti, Magiari! di Petfi. (Pausa). C' poi qui un altro documento interessante: In caso di eventuale espulsione da Pest della signora, ecc., ecc., nata Giulia Szendrey... .
Giulia - (con un filo di voce) Espulsione!
Laura - (legge il documento) La sezione politica approva il progetto di espulsione, poich questo probabilmente accelerer il viaggio a Vienna della signora Petfi, con la sperabile conseguenza di dar piena efficacia al colpo mortale contro il culto del Poeta . (Pausa). Donna Giulia, lei farebbe bene a tornare a casa sua, da suo padre. Sarebbe utile partisse oggi stesso. (Cerca tra i documenti). Ecco, finalmente, la fede di casellario del signor Principe Trubeskoy. vigilato costantemente dalla polizia per mezzo di due informatori a stipendio mensile.
Giulia - Basta. Mi lasci. Non voglio pi sentir nulla.
Laura - No. No. Questo deve sentirlo, invece. (Legge tutto d'un fiato) Sergio Jvanovic
Trubeskoy - figlio unico del ramo principale - ricchissimo. Parentela per ramo materno con lo Zar, ecc., ecc. . (Sottolineando) Da cinque mesi fidanzato con Olga, figlia dell'Ambasciatore a Vienna, Murawiev. (Guarda Giulia e ripete) Con Olga, figlia dell'Ambasciatore Murawiev. I due fidanzati in questi cinque mesi si scambiarono centodieci lettere . Eccone le copie: queste, il collega boemo, le cederebbe a buon mercato. Tre per una svanzica ; per acquisti in blocco, sconto da convenirsi. La Polizia le ha fatte copiare perch sospettava in esse chi sa quali segreti diplomatici, ma segreti diplomatici non ce ne sono: solo stelle, raggi di sole, salvezza e eternit. (Si alza). E con questo ho finito, donna Giulia. (Picchiano all'uscio di fuori). Credo che sia Sua Altezza. Si pu svignarla attraverso la camera da letto?
Giulia - (fa cenno verso la camera da letto).
Laura - Torni a casa da suo padre, Giulia. Torni, torni a casa da sua padre! (Esce).
Trubeskoy - (in costume dandy. Entra raggiante) Come vede sono puntuale. (Baciamano. Si guarda intorno). Per essere il castello di una fata un po' grigio.
Giulia - (muta, indica una seggiola).
Trubeskoy - successo qualche guaio?
Giulia - No. Niente.
Trubeskoy - Lei pallida.
Giulia - Un po' di mal di capo. Cosa da nulla.
Trubeskoy - Il clima di Pest non le giova.
Giulia - No. Dovrei partire. Voglio partire per Costantinopoli... Ma il mio passaporto...
Trubeskoy - Sarei l'uomo pi felice del mondo, se potessi su questo punto renderle un servigio; ma, purtroppo, si presentano sempre nuovi ostacoli. Il generalissimo Heinau non ne vuol concedere in nessun caso. Ho parlato anche personalmente con lui. Cocciuto che una disperazione. Un mulo. Un mulo austriaco recalcitrante. (Pausa). Intende perfino interdire a lei la permanenza qui a Pest. Si mai sentita una cosa simile? Hanno paura anche delle donne. Temo che tra breve saranno impartite disposizioni contro di lei.
Giulia - (fa un cenno, muta).
Trubeskoy - Sarebbe bene prevenirli e partire.
Giulia - (con voce spenta) 'Per dove?
Trubeskoy - Ho cercato di tastare il terreno col generalissimo e mi sono accorto che non sarebbe contrario all'idea che lei... che lei partisse per un luogo dove non ha radice l'irredentismo magiaro. Insomma in un luogo lealista. (Pausa). Diciamo per esempio, almeno provvisoriamente, per un po' di tempo, a Vienna.
Giulia - (fa le domande che seguono per scoprire il vero carattere di Trubeskoy) A Vienna? Per un po' di tempo? Sola?
Trubeskoy - Sola no. Anch'io sar a Vienna. Ho ormai un nuovo ordine di servizio. Sono addetto militare presso la nostra ambasciata di Vienna.
Giulia - Ma come vivr io a Vienna? Le mie condizioni patrimoniali...
Trubeskoy - I miei sentimenti verso di lei,
Giulia - e lei li conosce anche se non ne abbiamo parlato mai, mi danno il diritto di difenderla contro le grette preoccupazioni della vita e contro i suoi disagi. Cose di nessunissima importanza che non valgono lo pena di parlarne. La prego, lasci tutto questo al mio senso di cavalleria.
Giulia - Lei molto ricco, Principe, vero?
Trubeskoy - Non faccio nessun caso della ricchezza. E in sostanza una realt di ordine inferiore, ma ora, eccezionalmente, me ne rallegro, perch mi offre il modo di sparger fiori sul cammino di Giulia Szendrey.
Giulia - Rose e diamanti, no? E fino a quando rester a Vienna, lei?
Trubeskoy - Io, in ogni caso per un buon pezzo. Le dicevo poco fa che sar l'addetto militare. Ma di tutto questo riparleremo.
Giulia - Per un buon pezzo? E dopo?
Trubeskoy - Anche di questo riparleremo. Lei si affidi al mio senso di cavalleria.
Giulia - E se io star a Vienna, che ne dir Olga Murawiev? (Pausa). Gi, la sua fidanzata. (Pausa). O forse un fidanzamento segreto? In questo caso avrei dato prova di poco tatto. Parliamo d'altro.
Trubeskoy - No. Anzi. Parliamo di questo. meglio. Ed pi degno di noi chiarire la situazione. Lei, Giulia, che una donna di spirito...
Giulia - Non quanto crede lei.
Trubeskoy - Lei deve capirlo: questo mio fidanzamento non l'ho voluto io. stato un desiderio di Sua Maest lo Zar. Lo Zar ora non tollera celibi nell'alta aristocrazia. Nel nostro mondo il matrimonio un atto in cui l'amore non in gioco. Ma solo la volont dello Zar e gli interessi famigliari e pratici. Per conseguenza, io, naturalmente, non amo la mia fidanzata, cio, dir meglio, non sono innamorato della mia fidanzata. Ho una certa simpatia per lei. una buona ragazza piena di buon senso... La base del nostro matrimonio sar l'amicizia. E se anche io mi sposo, posso dire a buon diritto che rimane libero il mio cuore; almeno fino a quando non ne disporr lei.
Giulia - (come dall'alto di una torre) Com' savio, lei! Savio e abile!
Trubeskoy - Perch, scusi?
Giulia - Molto comodo, per lei, caro Principe. Lei non ha nemmeno da darsi la pena di scendere in mezzo alla vita. Non ha che da sborsare il denaro, che a portarle a casa tutti i piaceri e i dolori della vita, ci pensano i suoi fornitori. E tutto a contanti. Il pasticcere, i dolci; la moglie, i figlioli; la mantenuta, l'amore; il sarto, i vestiti; il cappellano di famiglia, la salute eterna.
Trubeskoy - Lei di cattivo umore, signora: davvero non capisco come ho potuto farmela tanto ostile.
Giulia - Io non ho nessun rancore contro di lei. Con lei rancori non se ne possono avere. cos carino, liscio liscio, vivace come un cardellino. Becca un po' qui, becca un po' l i suoi chicchi di mangime. Chi potrebbe sentir rancore contro un cardellino? E colpa sua se io sono venuta su in un nido di aquile? colpa sua se io ho conosciuto a faccia a faccia il vero orgoglio, la vera nobilt, la vera indipendenza? Io ho guardato a faccia a faccia tutto quello che lei ha conosciuto solo per sentito dire. Povero ragazzo! Io sono stata portata a volo sulle ali di una gloria virile, mi sono fusa nel fuoco di un virile amore, ho guardato di sopra alle nuvole i suoi simili, ma poi sono precipitata gi: molto in basso, molto.
Trubeskoy - Le piace di offendermi, ora...
Giulia - Precipitata. E cos in basso che nessuno riuscir pi a sollevarmi. Sono precipitata da una altezza dove lei non arriverebbe nemmeno a spingere lo sguardo.
Trubeskoy - Se lei, amica mia, aveva intenzione di offendermi, confesso che le riuscito in pieno. Con un tono simile, con un tono di cos altera degnazione non mi ha ancora parlato mai nessuno in vita mia. Se il suo scopo che io da oggi in poi debba evitarla, ella sta per raggiungerlo. Di me lei pu fare un infelice, ma un importuno mai. Per prima di dividerci - quando ci divideremo forse per sempre - ho anch'io qualche cosa da dirle. Giulia, lei ingiusta con me. Le parler pi franco che mai. Quando ci siamo incontrati lei era a un bivio: costretta a scegliere tra la via verso la morte e quella verso la vita. Scegliendo la prima, bisognava rinunciare alla giovinezza e alla libert, e farsi murare nel mausoleo di un morto glorioso. La sua sorte sarebbe stata cos quella della rinuncia, ma con in premio la gratitudine di tutta la nazione. Se lei avesse scelto questa via, io avrei chinato la fronte con rispetto e mi sarei ritirato. L'altro era la via della vita. Lei ha scelto quella ragionando cos: fin ch fu vivo il grande poeta, lei gli fu moglie amorosa e fedele. Ma alla sua morte, lei ha recuperato la sua libert. E lei ne ha fatto uso, sfidando l'opinione ostile della gente. Dunque, tanto Funa come l'altra via era possibile: la scelta dipendeva dal gusto e dall'indole. Per Funa occorreva molto sentimento, per l'altra molto spirito. Ma lei ora cerca una terza via, una via di mezzo che non c'. Dopo aver ne gato la morte, ora nega la vita. Ha voluto vendere la gloria futura e adesso le ripugna accettarne il prezzo. Non ha avuto la forza di essere santa e adesso non ha il coraggio di essere donna. Io so da un pezzo che lotta esiste in lei. Non nego di aver fatto molto - anche - contro la sua volont - per spingerla per l'unica via ancora aperta. Sono ricorso al tranello e alla violenza per poterla portar via da qui dove ella odiata e, s!, anche disprezzata. Volevo portarla dove l'avrebbero ammirata e invidiata. La via della vita ancora aperta per lei, ma solo una la mano che pu guidarla: la mia. Se lei la respinge non mi resta che ri tirarmi. Con disperazione: non una frase. Domani torner. Se domani lei avr per me anche solo una buona parola, dimenticher tutto e torner ad essere quello di ieri. Con sacrificio - e prenda la parola in tutto il suo valore - perch in fin dei conti non posso n voglio dimenticare che sono il principe Trubeskoy, parente dello Zar e suo aiutante di campo. Se lei ha mai dubitato del mio amore, ora deve convincerla questo mio atto d'umiliazione - perch un'umiliazione . E poich questa l'ora della sincerit le dir che non posso darle una corona di stelle. Una lei ne aveva, l'ha gi buttata via di sua volont, ma posso darle tutto quello che pu l'amore di un uomo generoso. Ha tempo di pensare fino a domani. Domani decider lei della nostra sorte: la sua e la mia.
Horvat - (entra) La porta era aperta. (Sguardo leggermente ostile tra lui e Trubeskoy).
Trubeskoy - (dopo una pausa penosa. A Giulia) Quest'uomo, questo signore, suo ospite?
Giulia - S.
Trubeskoy - Allora, tolgo il disturbo. (Gesto verso la porta).
Giulia - (cenno affermativo).
Tbubeskoy - (d'un tratto, molto cavalleresco) Se permette, signora, domani mi prender ancora la libert di venirla a ossequiare e a riferirle il risultato del mio intervento per l'affare del passaporto.
Giulia - (con un sovrumano sforzo di autocontrollo) Domani io non sar qui.
Trubeskoy - No? (Resta immobile, impacciato. Poi, dopo una pausa, si inchina ed esce a testa alta).
Giulia - (accorata, lo segue con lo sguardo).
Horvat - Che successo?
Giulia - Ho ritrovato me stessa. Io sono come un albero di Natale finito nell'immondez-zaio... Solo ora so, ora che ormai troppo tardi, per tutto, quanta luce, quanta gioia, quante cose sacre erano nella mia giovinezza.
Horvat - Giulia, ora dovrebbe staccarsi una buona volta dal passato e guardare con coraggio in faccia all'avvenire.
Giulia - (guarda disperata nel vuoto) L'avvenire?
Horvat - Dove andr a vivere? A Vienna come vedo, non desidera andare... In provincia, qui in Ungheria, non la consiglierei perch tutti si conoscono a vicenda e il cuore della gente pieno di amarezze per la patria. Il meglio sarebbe rimanere a Pest... Ma la Polizia... (Tace).
Giulia - Mi hanno chiusa in un cerchio. No, io mi sono chiusa in un cerchio; da me. Non posso muovermi!
Horvat - Ci sarebbe un modo per rimediare: sposarsi con un cittadino di Pest... (Pausa). ... Se lei vuole, io la sposo.
Giulia - Hovart! E perch lo farebbe lei?
HovART - Non ho pensato mai a sposarmi. Ma ora... mi stringe il cuore, Giulia, non ho mai sentita una cosi grande piet. Il ragazzo smarrito nel tumulto della vita... Non sarei pi capace di sedermi al tavolino, prendere un libro fra le mani, se dovessi pensare che lei qui, abbandonata e sola, la Giulia di Alessandro Petofi, con questi occhi... Guardi, la mia mano... (la mano gli trema) dal desiderio di accarezzare la sua povera fronte.
Giulia - (chiude gli occhi e china la testa sulla mano di lui) Ecco.
Horvat - (prende tra le sue palme la fronte di Giulia).
Giulia - Si dice: l'amore viene dopo il matrimonio. Ma se lei mi sposa, non verr niente.
Horvat - Lo so.
Giulia - Sono l'anima reduce di quella Giulia che una volta ha saputo amare.
Horvat - Come fino ad oggi stata una buona amica per me, pu rimanere anche dopo.
Giulia - Per mi gi balenato qualche volta il pensiero: sarebbe bene sposare Horvat, fare un po' la civetta con lui, conquistarlo e fargli perdere la testa. Ma non si pu. Qualche cosa in me si guastato: il mio cuore freddo, buio, sordo.
Horvat - (si rianima di colpo) Bisogna fare in fretta, prima che si sveglino i cani addormentati. Dirimpetto abita un pastore amico mio.
Giulia - Lei ha voluto molto bene a Sandro. E non pu sopportare il pensiero che quella che abitava nel cuore di Petfi affondi nel fango della strada. Non vero? cos? E va bene. Si porti dunque a casa questa reliquia di lui, una povera reliquia!
Horvat - Ci sposiamo oggi stesso. Il nostro pastore provvedere. Tra venti minuti sar di ritorno. (Col cappello tra le mani) Mi aspetta?
Giulia - (afferma con un cenno del capo).
Horvat - (esce in fretta).
Giulia - (prende dal tavolo i libri rilegati nei quali cerca un passo. Poi scosta le tendine verdi alla parete; di sotto appare il ritratto di Petfi il quadro di Barabas. Parla sommessamente al quadro) Un anno... che non oso... che non ho osato rileggere questa tua poesia. La pi terribile poesia... Ma ora, per saluto di addio - anche se non mi si spezza il cuore - la legger e sia la tua vittoria. (Legge a mezzavoce. Qualche volta le lacrime le soffocano le parole e della prima strofa si capiscono solo poche parole) :
Ancora, nelle valli, fioriscono i fiori
[di campo,
E ancora nel mio cuore, l'estate dai [raggi di fiamma...
Cadono i fiori e fugge via la vita Siedi mia sposa qui, qui, sul mio
[grembo. Tu che ora curvi il capo sul mio petto, Cos lo curverai sulla mia tomba Domani, o cara.
Se morr prima e tu sulla mia spoglia
Il mio sudario stenderai piangendo
Ma potr un giorno forse cancellare
D'un giovane l'amore che t'accenda
Il mio nome col suo?
Se il tuo velo di vedova una volta
Dimetterai, tu appendilo al mio cippo
Come un nero vessillo, ed io dal morto
Regno dei morti salir a riprenderlo
Nel mezzo della notte e gi lo voglio
Trarre per asciugarvi quelle lacrime
Che piangere mi fai: Che a cuor leggero
Troppo - hai dimenticato il tuo fedele ;
E per fasciar di questo cuor la cruda Ferita, poich certo
Anche laggi e per sempre ti amer .
(Picchiano all'uscio esterno. Giulia si alza e chiude il libro) Eccomi! (Si mette sulle spalle un velo di pizzo nero, sulla testa una cuffietta nera, d uno sguardo di addio al ritratto, richiude su di esso le tendine. Picchiano ancora) Eccomi, Horvat!
FINE
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