Giulio Cesare

Stampa questo copione

SHAKE5.DOC

WILLIAM SHAKESPEARE

GIULIO CESARE

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: “JULIUS CAESAR”.


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello del prof. Peter Alexander (William Shakespeare, “The complete Works”, Collins, London & Glasgow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, specialmente quello prodotto dal Furnivall per la “Early English Text Society”, l’edizione dell’“Arden Shakespeare” e la più recente versione dell’“Oxford Shakespeare”, curata da G. Taylor e G. Wells per la “Clarendon Press” di Oxford (USA), 1994.

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, laddove esse gli sono sembrate necessarie, per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente ordinata ed intesa.

3) All’inizio di ciascuna scena, i personaggi sono introdotti con il rituale “Enter” del testo (“Entra” o “Entrano”), con l’avvertenza che tale didascalia non implica che i personaggi debbano intendersi sempre nell’atto di entrare fisicamente in scena all’inizio della stessa; è possibile che l’azione richieda che essi vi si trovino già, in un qualunque atteggiamento. La reciproca vale per l’indicazione “Exit”/ “Exeunt” (“Esce” / “Escono”) alla fine della scena: come nella terza scena del II atto.

4) Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura. Per citazioni, canzoni, cabalette, proverbi ed altro s’è usato altro metro secondo che, in accordo col testo, l’abbia suggerito la necessità di uno stacco nello stile.

5) Trattandosi della Roma di Cesare, in italiano la forma del “tu” (i Romani non ne conoscevano altra) è sembrata imperativa, ad onta del dialogante alternarsi dello “you” e del “thou” dell’inglese.

6) Il traduttore riconosce di essersi avvalso di altre traduzioni precedenti dalle quali ha preso in prestito parole, frasi e interi costrutti, dandone opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

GIULIO CESARE

OTTAVIO CESARE

Triumviri dopo la morte di Cesare

MARCO ANTONIO

M. EMILIANO LEPIDO

CICERONE

Senatori

PUBLIO

POPILIO LENA

MARCO BRUTO

Congiurati contro Giulio Cesare

CASSIO

CASCA

TREBONIO

LIGARIO

DECIO BRUTO

CINNA

METELLO CIMBRO

FLAVIO

Tribuni della plebe

MARULLO

ARTEMIDORO

sofista di Cnido

Un INDOVINO

CINNA

poeta

Un altro poeta

LUCILIO

Amici di Bruto e Cassio

TITINIO

MESSALA

CATONE il Giovane

VOLUMNIO

VARRONE

Servi di Bruto

CLITO

CLAUDIO

STRATONE

LUCIO

DARDANIO

PINDARO

servo di Cassio

CALPURNIA

moglie di Cesare

PORZIA

moglie di Bruto

Senatori, Cittadini, Guardie, Schiavi, ecc…

SCENA: A Roma, per molta parte del dramma;

indi presso Sardi e presso Filippi.


ATTO PRIMO

SCENA I

Una via di Roma

Entrano FLAVIO e MARULLO, incontrando alcuni popolani

FLAVIO -

Via di qua, sfaccendati, a casa, a casa!

Si fa vacanza? È forse dì di festa?

Non sapete che in giorno di lavoro

è vietato alla gente di mestiere

d’andare in giro senza il distintivo

della sua professione? Qual è il tuo?

1° CITTADINO -

Io faccio il falegname.

FLAVIO -

E dove l’hai il tuo grembiul di pelle?

Ed il tuo regolo?… E che vai facendo

così agghindato per le vie di Roma

come andassi a una festa?

(Al 2° Cittadino)

E tu, compare, che mestiere fai?

2° CITTADINO -

Beh, io, a dirla franca,

a confronto ad un artigiano fino,

sarei quel che si dice un capponaio.

MARULLO -

Rispondi a tono: che mestiere fai?

2° CITTADINO -

Un mestiere, signore,

che spero di poter esercitare

con tranquilla coscienza, questo è certo;

rammendator di suole sfasciate(1).

MARULLO -

E che mestiere è questo, vil mariuolo,

che razza di mestiere?

2° CITTADINO -

Oh, Dio, signore,

per carità, non ti scomporre tanto!

Per quanto, poi, se proprio ti scomponi,

io posso sempre darti un’aggiustata(2).

MARULLO -

Che intendi dire, pezzo d’insolente?

Tu raggiustare me?

2° CITTADINO -

Certo, signore.

Dico meglio: potrei racciabattarti.

MARULLO -

Allora sei un ciabattino. O no?

2° CITTADINO -

A dirla franca, sì, non vivo d’altro,

che del lavoro fatto con la lesina.

Non m’impiccio d’affari di mercanti

o femmine; ma solo della lésina(3).

Potrei chiamarmi, insomma, come dire…

un chirurgo di scarpe malandate:

le risano, se sono in gran pericolo(4).

Col lavoro che m’esce dalle mani

han camminato le più illustri teste

ch’abbian calzato suole di corame.

FLAVIO -

E per quale ragione

hai disertato oggi la bottega,

e te ne vai per le strade di Roma

alla testa di tutta questa gente?

2° CITTADINO -

Eh, sia detto fra noi, la mia ragione

è far ch’essi consumino i calzari,

così procaccio più lavoro a me…

No, no… parlando proprio seriamente,

il motivo per cui facciamo festa

è per andare a veder Giulio Cesare

e gioire anche noi del suo trionfo.

MARULLO -

Gioire, voi… di Cesare?… Perché?

Che conquiste riporta a Roma Cesare?

Quali nemici, vinti ed in catene,

s’è trascinato, a piedi, fino a Roma,

ad ornare le ruote del suo carro(5)?

Ma Pompeo, sciocchi cuori di pietra,

macigni più della materia inerte,

figli degeneri di questa Roma,

Pompeo, l’avete già dimenticato?

Quante volte vi siete arrampicati

sulle mura, sul sommo degli spalti,

sulle torri, sui vani di finestre

e perfino sull’alto di comignoli,

coi vostri figli in braccio,

e lì seduti in attesa paziente

siete rimasti pure un giorno intero

pur di veder passare il gran Pompeo

per le strade di Roma? E quante volte,

visto spuntar da lontano il suo carro,

avete alzato tutti insieme un urlo,

e così forte che lo stesso Tevere

s’è visto fremer tutto nel suo letto

al sentir risuonar tra le sue sponde

concave l’eco dei vostri clamori?

Ed ora vi agghindate tutti a festa,

e vi prendete un giorno di vacanza,

e cospargete di fiori il cammino

di chi vuol celebrare il suo trionfo

sul sangue di Pompeo?… Tornate a casa!

E pregate in ginocchio i sommi dèi

che vogliano stornar dal vostro capo

la peste che dovrebbe ricadervi

per tanta vostra bieca ingratitudine.

FLAVIO -

Sì, andate, miei bravi cittadini,

andate a rimediare a questa colpa;

radunatevi in quanti più potete

del vostro ceto, e andate in riva al Tevere,

e versatevi dentro tante lacrime

da far che il più sommerso dei suoi flutti

salga a lambire il sommo della sponda.

(I popolani escono tutti, sparpagliandosi)

Ecco, hai visto? Li ha vinti l’emozione,

tempre di stagno! Si son dileguati

in silenzio, la coda fra le gambe,

la lingua incatenata dal rimorso.

Ora tu volgerai da quella parte,

per la strada che mena al Campidoglio;

io dirigo i miei passi da quest’altra.

Se vedi statue drappeggiate a festa,

spogliale tutte.

MARULLO -

Ma possiamo farlo?

Oggi, lo sai, si celebrano a Roma

i riti Lupercali(6).

FLAVIO -

Non importa.

Le statue di Cesare, trofei

non ne devono avere. Io vado attorno

a scioglier quanta gente vedo in crocchio;

tu fa’ lo stesso: tutte queste penne

che strapperemo dall’ali di Cesare

lo forzeranno a volare più basso;

altrimenti si libra troppo in alto,

fino a sparire alla vista degli uomini,

e a mantenerci tutti sotto a lui

in un servile stato di paura.

(Escono)

SCENA II

Roma, una piazza

Fanfara. Entrano in corteo, CESARE, ANTONIO, questi in arnese pronto per la corsa,

CALPURNIA, PORZIA, DECIO, CICERONE, BRUTO, CASSIO e CASCA;

dietro una gran folla, in mezzo alla quale un INDOVINO

CESARE -

Calpurnia!

CASCA -

Olà, silenzio! Parla Cesare!

(Cessa la musica)

CESARE -

Calpurnia!…

CALPURNIA -

Eccomi, son qui, signore.

CESARE -

Appena Antonio inizierà la corsa,

cerca di metterti sul suo percorso…

Antonio!

ANTONIO -

Cesare, signore mio…

CESARE -

Non ti scordare, durante la corsa,

di toccare Calpurnia con la mano;

ché secondo che dicono gli anziani,

le donne sterili che son toccate

in questa corsa sacra,

si scrollano di dosso il maleficio

dell’infecondità(7).

ANTONIO -

Lo terrò a mente.

Cesare deve solo dir: “Fa’ questo”,

ed è fatto.

CESARE -

Va bene, proseguiamo.

Non si trascuri alcuna cerimonia.

(Ricomincia la musica)

INDOVINO -

Cesare!

CESARE -

Chi mi chiama tra la folla?

CASCA -

Silenzio, olà! Si spenga ogni rumore!

CESARE -

Chi m’ha chiamato per nome, là in mezzo?

Ho sentito una voce,

più squillante di tutti questi suoni,

che m’ha gridato: “Cesare!”.

Che parli! Cesare è qui che ascolta.

INDOVINO -

Temi gl’idi di marzo!

CESARE -

Chi è quell’uomo?

BRUTO -

Un indovino, Cesare;

ti dice di temer gl’idi di marzo.

CESARE -

Che venga qui, voglio vederlo in faccia.

CASSIO -

Amico, vieni fuori dalla folla,

e presèntati a Cesare.

(L’Indovino viene portato innanzi a Cesare)

CESARE -

Che mi stavi dicendo? Vuoi ripeterlo?

INDOVINO -

Temi gl’idi di marzo.

CESARE -

È un visionario!

Si lasci andare e si prosegua. Avanti!

(Fanfara.

Escono tutti, tranne BRUTO e CASSIO)

CASSIO -

Tu non vai ad assistere alla corsa?

BRUTO -

Io, no.

CASSIO -

Vacci, ti prego.

BRUTO -

Non mi piace.

Non ho gusto per i divertimenti.

Non sono come Antonio:

mi manca il modo suo di stare allegro.

Ma non intendo ostacolarti, Cassio,

nei desideri tuoi. Perciò ti lascio.

CASSIO -

Bruto, è da un po’ che ti vado osservando:

mi par di non trovar più nel tuo sguardo

quella mostra d’umana gentilezza

e d’affetto che t’era abituale.

Tieni una mano troppo distaccata

e fredda sull’amico tuo, che t’ama.

BRUTO -

Non lasciarti ingannar dall’apparenza,

Cassio; se noti un velo nel mio sguardo,

il turbamento che mi vedi in volto

è rivolto soltanto su me stesso.

Da qualche tempo sono tormentato

da passioni in conflitto, da pensieri

che son rivolti soltanto a me stesso,

e che offuscano, forse, in qualche modo,

il mio comportamento verso gli altri.

Ma di ciò non si debbono dar pena

i miei migliori amici,

nel novero dei quali sei tu, Cassio;

né diano a certa mia trascuratezza

altro senso se non che questo Bruto,

in guerra con se stesso, poveretto,

dimentica le usuali sue maniere

d’affetto verso gli altri. Tutto qui.

CASSIO -

Allora ho molto male interpretato

finora, Bruto, i moti del tuo animo;

sì da tener sepolti nel mio petto,

senza osare di fartene partecipe,

gravi pensieri, degne riflessioni.

Ma dimmi, Bruto: sai guardarti in faccia?

BRUTO -

No, Cassio. L’occhio non vede se stesso

che per riflesso, attraverso altre cose.

CASSIO -

È vero; ed è un peccato,

Bruto, che tu non abbia un tale specchio

che rifletta dinnanzi all’occhio tuo

il tuo valore interno, sì che tu

possa mirare in esso la tua immagine.

Ho udito molta gente di riguardo

a Roma - tranne l’immortale Cesare -

che parlando di Bruto e lamentandosi

del giogo impostoci da questi tempi,

hanno auspicato che il nobile Bruto

si potesse vedere coi suoi occhi.

BRUTO -

In quali rischi vorresti cacciarmi,

Cassio, con questo stare a domandarmi

di cercare in me stesso qualche cosa

che non c’è?

CASSIO -

Bene, allora, Bruto, ascolta:

siccome sai che non ti puoi vedere

perfettamente, se non per riflesso,

io mi faccio tuo specchio, ed umilmente

mi sforzerò di rivelarti in breve

quel che di te tu non conosci ancora.

E non aver su me nessun sospetto,

nobile Bruto; ché se tu sapessi

ch’io fossi un beffatore da strapazzo,

o uno uso a invilir l’amicizia

col profferirla al primo che mi càpita

coi soliti melensi giuramenti;

o uno uso ad adulare il prossimo

con grandi abbracci, per poi dirne male,

o a profondersi in voti d’amicizia

all’intera congrega, nei banchetti,

allora sì che avresti ben ragione

di ritenermi per uomo malfido.

(Fanfare e grida dall’interno)

BRUTO -

Che voglion dire tutte queste grida?

Temo che acclamino Cesare re.

CASSIO -

Ah, tu lo temi? Debbo allora credere

che non vorresti che fosse così?

BRUTO -

Certo, che non vorrei che fosse, Cassio,

anche se l’amo come padre figlio.

Ma perché mi trattieni così a lungo?

Di che cosa vorresti farmi parte?

Se è cosa che riguarda il bene pubblico,

innanzi a un occhio mettimi l’onore,

innanzi all’altro mettimi la morte;

li guardo con la stessa indifferenza;

perché così m’aiutino gli dèi,

com’è vero ch’io amo più l’onore

del nome mio, io non temo la morte.

CASSIO -

Che tu possieda in te tale virtù,

Bruto, io lo so almeno così bene,

come conosco i tratti del tuo volto.

Ed è proprio l’onore

l’argomento di cui voglio parlarti.

Non so quel che pensiate, tu ed altri,

di questa vita, ma, per conto mio,

meglio vorrei non essere mai nato

che viver nel terrore d’un mio simile,

d’un uomo in carne ed ossa come me.

Io sono nato libero,

come Cesare, e tu lo sei del pari.

Entrambi, tu ed io, siam come lui,

ben nutriti, capaci come lui

di sopportare il più rigido inverno;

tant’è che un certo giorno di tempesta,

col Tevere che, torbido e irritato,

smaniava tutto contro le sue sponde,

Cesare viene accanto a me e mi dice:

“Cassio, ti senti di saltar con me

dentro questa corrente furibonda,

e nuotare laggiù, fino a quel punto?”.

Non fece in tempo a dirlo,

ch’io, così armato come mi trovavo,

mi tuffai, e gli feci dentro l’acqua

il cenno di seguirmi. E così fece.

La corrente ruggiva, ed a bracciate,

con la forza dei muscoli ed il cuore

da lottatori noi la fendevamo

in lotta contro il flutto travolgente.

Ma prima di toccar la meta a terra,

udii gridarmi Cesare: “Soccorso!

Aiuto, Cassio! Aiuto, sto affogando!”.

Al che io, come Enea, nostro grande avo,

si trasse sulle spalle il vecchio Anchise

da Troia in fiamme, salvai dalle onde,

stremato, questo Cesare. Quest’uomo

è ora divenuto un dio, e Cassio

è solo una vil cosa, un cencio d’uomo,

tenuto ad inchinarsi fino a terra

se appena Cesare, distrattamente,

gli fa col capo un segno di saluto.

Quand’era in Spagna fu colto da febbre,

e nelle fitte della malattia

notavo come fosse tutto un tremito…

Eh, sì, quel dio tremava, oh!, se tremava.

E gli spariva il rosa dalle labbra

sbiancate di paura, e quel suo occhio

al cui sguardo ora trema tutto il mondo,

s’era sbiadito. E l’ho sentito gemere;

e quella stessa lingua

ch’ha ordinato ai Romani d’ammirarlo

e d’eternare nei libri i suoi discorsi,

gridava, come una bimbetta inferma:

“Dammi, Titinio, un sorso d’acqua!”… Oh dèi!

Quale atroce stupore nel vedere

un uomo dalla tempra così fiacca

sovrastare ora al maestoso mondo,

e portarne da solo, lui, la palma!

(Grida di acclamazione e fanfara dall’interno)

BRUTO -

Un’altra generale acclamazione!

Questi applausi saranno, debbo credere,

per nuovi onori tributati a Cesare.

CASSIO -

Già, lui cavalca questo stretto mondo

ormai come un colosso; e noi, gli omuncoli,

passiamo sotto le sue gambe enormi,

e ci scrutiamo intorno

per ritrovarci tutti quanti siamo

come tanti sepolcri senza onore.

A un’ora della storia, spetta agli uomini

farsi padroni dei loro destini:

non è colpa degli astri, caro Bruto,

ma di noi stessi, se restiamo schiavi.

Cesare e Bruto: che ci sarà mai

in questo nome: “Cesare”?

Perché dovrebbe esso risuonare

più del tuo sulla bocca della gente?

Prova a scriverli l’uno accanto all’altro:

Cesare e Bruto: il tuo non è men bello;

e prova a pronunciarli: quello tuo

ben s’adatta alla bocca, come il suo;

pésali: sono d’egual peso entrambi;

usali a fare un qualche sortilegio:

“Bruto”, al pari di “Cesare”,

saprà di colpo evocare uno spirito.

Allora, in nome di tutti gli dèi,

di che cibo si nutre questo Cesare

per crescer così grande?…

O vergogna del nostro tempo!… O Roma,

hai perso il seme di tua stirpe nobile!

Ma ci fu mai, dal gran diluvio in poi(8),

un’èra che sia stata resa celebre

nella storia dal nome d’un sol uomo?

Ebbene, è questa nostra, adesso: è Roma!

E c’è spazio abbastanza,

perché in essa non c’è che un uomo solo(9).

Eppur li abbiamo uditi i nostri vecchi

raccontarci che un tempo vi fu un Bruto

che avrebbe sopportato a Roma un re

con lo stesso piacere che se il diavolo

vi avesse stabilito la sua corte(10).

BRUTO -

Dell’amicizia tua, Cassio, non dubito;

di ciò di cui vorresti persuadermi,

ho già in me maturato qualche idea.

Come abbia a tutto questo e a questi tempi

io riflettuto, ti dirò più tardi;

per il momento, però, non vorrei,

se ti posso pregare in amicizia,

gravarmi di ulteriore turbamento.

Rifletterò su quello che m’hai detto;

ascolterò con animo sereno

quant’altro possa tu volermi dire.

Poi troveremo il tempo d’incontrarci

per ascoltarci e ragionare insieme

di argomenti di sì grave momento.

Fino ad allora, mio nobile amico,

rimugina su questo che ti dico:

Bruto preferirebbe essere un villico

anziché credersi figlio di Roma,

sotto le miserande condizioni

che la temperie minaccia d’imporci.

CASSIO -

Sono contento che le mie parole,

pur così fiacche, abbiano acceso in Bruto

almeno questa piccola fiammella.

BRUTO -

La cerimonia dev’esser finita:

Cesare torna a casa.

CASSIO -

E tu, come ti passan qui da presso,

Bruto, fa’ sì di trattenere Casca

tirandolo pel pizzo della manica,

e lui con la consueta acidità

ti dirà quanto sia degno di nota

quel che è successo.

BRUTO -

Bene. Lo farò.

Rientra CESARE con tutto il seguito

Osserva, Cassio, di che vampa d’ira

sembra infiammata la fronte di Cesare,

e tutti gli altri sembrano un corteggio

di segugi frustati: e com’è pallida

la guancia di Calpurnia, e Cicerone

che volge intorno gli occhi di furetto,

così rossi e infuocati,

come l’abbiamo visto tante volte

in Campidoglio, quando, mentre parla,

un qualche senatore lo contrasta.

CASSIO -

Ci dirà Casca quello ch’è successo.

CESARE -

Antonio!

ANTONIO -

Dimmi, Cesare…

CESARE -

Intorno a me voglio solo vedere

gente bene paffuta e ben lisciata,

e che dorma la notte. Troppo magro

e segaligno è Cassio e legge troppo:

tipi così sono pericolosi.

ANTONIO -

Non temerlo, non è pericoloso.

È un nobile romano, e ben disposto.

CESARE -

Vorrei fosse più in carne!

Non ch’io lo tema; ma se di qualcuno

dovesse aver paura il nome mio,

non so qual uomo scanserei più in fretta

di quel Cassio sparuto e allampanato.

Legge molto, è un acuto osservatore,

e al contrario di te,

scruta nel fondo le azioni degli uomini;

non ama nessun genere di ludi;

non gli piace la musica(11);

sorride raramente, e se sorride,

lo fa come ad irridere se stesso,

a farsi beffa del suo proprio spirito

per essersi concesso di sorridere

davanti a questa od a quest’altra cosa.

Individui così non hanno pace

finché si trovin davanti qualcuno

che s’elevi più in alto;

e quindi sono assai pericolosi.

Parlo naturalmente in generale,

voglio dire di quel ch’è da temere,

non perch’io tema, ch’io son sempre Cesare.

Passami a destra, ché da quest’orecchio

ci sento poco, e dimmi che ne pensi.

Escono Cesare e tutto il seguito.

CASCA si tiene indietro e si ferma con Bruto

CASCA -

M’hai tirato pel lembo della tunica:

hai da dirmi qualcosa?

BRUTO -

Sì, buon Casca;

raccontaci che cosa è mai successo,

che Cesare è così abbuiato in viso.

CASCA -

Perché, voi due non eravate là?

BRUTO -

Allora non domanderei a Casca

di ragguagliarmi su quel ch’è successo.

CASCA -

Ebbene, gli fu offerta una corona,

ed egli, mentre gli veniva porta,

la respinse col dorso della mano,

così… E la gente, giù, tutti ad urlare.

BRUTO -

E il secondo schiamazzo, per che è stato?

CASCA -

Eh, sempre e ancora per la stessa cosa.

CASSIO -

Ma s’è sentito gridare tre volte.

Che cosa è stato a suscitare l’ultima?

CASCA -

Sempre la stessa cosa: la corona.

BRUTO -

La corona gli è stata dunque offerta

per tre volte di seguito: è così?

CASCA -

Sì, ed egli per tre volte l’ha respinta…

ogni volta, però, più blandamente;

ed a ogni suo rifiuto, apriti cielo!(12),

dalla folla una grande acclamazione.

CASSIO -

E chi era ad offrirgli la corona?

CASCA -

Diamine, Marcantonio!

BRUTO -

Come, buon Casca? Narracelo bene.

CASCA -

Beh, quanto al come, a cercare di dirvelo,

più facile è per me farmi impiccare:

è stata solo una gran buffonata,

e, in verità, non ci ho fatto gran caso.

Ho visto, come ho detto, Marcantonio

offrirgli per tre volte la corona:

un cerchietto, un diadema di metallo;

e lui, la prima volta, l’ha respinta,

come ho detto, sebbene ho l’impressione

che l’avrebbe accettata di buon grado.

Allora Antonio gliel’ha offerta ancora,

ed egli nuovamente l’ha respinta

(ho idea, però, che gli dolesse assai);

poi gliel’ha offerta per la terza volta,

e per la terza volta l’ha scansata;

ed ogni volta, tutta la plebaglia

nel gesto che faceva allontanandola,

forza ad urlare e a spellarsi le mani

e a lanciare per aria i lor berretti

unti e bisunti, e ad esalare in aria

zaffate intorno tanto puzzolenti

per osannare al trionfo di Cesare,

che questi ne restò quasi asfissiato,

e, barcollando, svenne e cadde a terra(13).

Io stesso, lì, non m’arrischiavo a ridere,

per la paura d’aprire le labbra

e respirar quell’aria nauseabonda.

CASSIO -

Ma, un momento, ti prego.

Come hai detto? Che Cesare è svenuto?

CASCA -

In pieno Foro! S’è accasciato a terra,

e sbavava, e non parlava più.

BRUTO -

È possibile: soffre il mal caduco.

CASSIO -

Non è Cesare a soffrir di tal male:

siam tutti noi, tu, io, e il bravo Casca,

che abbiam dentro di noi il mal caduco!

CASCA -

Non so cosa vuoi intendere con questo,

ma son certo che Cesare è caduto;

e se quella gentaglia pidocchiosa

non reagiva a battimani e fischi

secondo che gradisse o no il suo gesto,

io, che lo dico, sono un gran bugiardo.

BRUTO -

E che disse quando è tornato in sé?

CASCA -

Eh, poco prima di cadere a terra,

quando s’accorse che il volgare gregge

era tutto felice nel vedere

ch’egli aveva rifiutato la corona,

s’aprì la veste(14) ed offrì loro il collo,

quasi a dire alla folla: “Ecco, tagliatelo!”.

Fossi stato pur io un artigiano(15),

e non l’avessi preso lì in parola,

potessi andarmene dritto all’inferno

in mezzo alla più lurida canaglia!

E così s’accasciò. Quando rinvenne

la prima cosa che disse fu questa:

che se mai egli avesse fatto o detto

qualche cosa di male, lorsignori

avessero, pregava, la bontà

d’attribuirlo a quella infermità.

Al che tre-quattro misere baldracche

ch’erano proprio lì, vicino a me,

tutte ad urlare: “Ahi, povera anima!”

e a proclamar d’averlo perdonato

di tutto, dal profondo del lor cuore.

Ma da gente così che vuoi cavarci?

Se pur Cesare avesse ucciso loro

la madre a pugnalate,

non avrebbero fatto men di tanto.

BRUTO -

Ed è per questo ch’era così triste

quando è venuto via?

CASCA -

Esattamente.

CASSIO -

E Cicerone non ha detto niente?

CASCA -

Sì, ma ha parlato greco(16).

CASSIO -

E per dir che cosa?

CASCA -

Ah, questo poi,

se vi dovessi dire quel che ha detto,

non sarei buono più a guardarvi in faccia(17);

ma quelli che potevano capirlo,

s’ammiccavan tra loro sorridendo

e scuotevano il capo; per mio conto,

posso dir solo che parlava in greco.

E potrei dirvi altro,

come notizia: che Flavio e Marullo,

i tribuni, per aver fatto togliere

tutti i nastri dalle statue di Cesare,

son ridotti al silenzio…

Ci sono state altre cose ridicole,

ma non l’ho più a mente. Vi saluto.

CASSIO -

Vieni a cena da me, stasera, Casca?

CASCA -

Mi dispiace, non posso: ho un altro impegno.

CASSIO -

Domani a pranzo, allora?

CASCA -

Volentieri,

se sono vivo e se tu non cambi idea,

e se il tuo desinare val la pena

d’essere trangugiato dal mio stomaco.

CASSIO -

Bene, t’aspetto.

CASCA -

Aspettami, verrò.

Per il momento vi saluto entrambi.

(Esce)

BRUTO -

Che uomo spigoloso è diventato!

E dire che negli anni della scuola

era d’un indole così vivace!

CASSIO -

E l’è tuttora, se deve eseguire

qualunque impresa coraggiosa e nobile,

malgrado l’apparente sua rudezza.

La qual rudezza è solo il condimento

del suo vivace ingegno,

e serve a offrire al prossimo uno stomaco

per fargli digerir più facilmente

quel ch’egli dice.

BRUTO -

Già. Sarà così.

Ora devo lasciarti. Ma domani,

se avrai piacere di parlar con me,

vengo io da te; o, se lo vuoi,

vieni tu a casa mia, ti aspetterò.

CASSIO -

Verrò io. Tu, intanto, pensa al mondo(18).

(Esce Bruto)

Tu sei nobile, Bruto;

eppure quel tuo nobile metallo,

io lo vedo, può esser lavorato

diversamente da come è forgiato;

è bene, quindi, che le menti nobili

si tengan sempre con i loro simili;

giacché chi mai può dirsi tanto saldo

da non lasciare che altri lo seduca?

Cesare mal sopporta questo Cassio,

ma Cesare ha molto caro Bruto;

e foss’io Bruto, e Bruto fosse Cassio,

Cesare, Bruto, non lo sedurrebbe(19).

Questa notte, attraverso le finestre,

gli getto dentro casa alcuni scritti

stilati con calligrafie diverse,

come se fossero diretti a lui

da vari cittadini,

tutti esaltanti l’altissimo onore

nel quale Roma tiene il nome suo.

In essi si faran velati accenni

alla necessità di tener d’occhio

l’ambizione di Cesare;

dopo di che, si tenga saldo Cesare

sul suo seggio, ché noi lo scrolleremo,

o patiremo giorni ancor peggiori.

(Esce)

SCENA III

Roma, una via

Tuoni e lampi.

Entrano, da parti opposte, CASCA, con la spada sguainata, e CICERONE

CICERONE -

Salve, Casca. Scortasti a casa Cesare?

Ma perché sì affannato?

E perché quello sguardo stralunato?

CASCA -

E tu non provi nessun turbamento,

quando l’intero equilibrio del mondo

vacilla come una cosa malferma?

Cicerone, ne ho viste di tempeste,

coi venti scatenati, furibondi,

da sradicar le più nodose querce;

e l’oceano gonfiarsi incollerito,

e schiumare di rabbia verso il cielo

fino a lambir le minacciose nubi;

ma mai, fino a stanotte, fino ad ora,

mi son trovato in mezzo a una bufera

grondante fuoco e fiamme come questa.

O gli dèi sono in lotta tra di loro,

oppure il mondo, troppo presuntuoso

verso gli dèi, li esaspera a tal punto

da scatenar quaggiù la distruzione.

CICERONE -

Perché, vedesti ancora altri prodigi?

CASCA -

Ho visto appunto un uomo, un certo schiavo

(che tu devi conoscere di vista)

levare in alto la mano sinistra,

e questa a un tratto divampare ed ardere,

che parevano venti torce insieme;

e quella mano, insensibile al fuoco,

restar del tutto illesa dalla fiamma.

Inoltre, di passaggio in Campidoglio,

- e non ho più rimesso nel suo fodero

da quel momento questo mio pugnale -

ho incontrato un leone;

che m’ha fissato, torvo, e se n’è andato,

senza darmi molestia.

E lì presso, stravolte dal terrore,

un centinaio di povere donne

che giuravano d’aver visto correre

uomini in fiamme per le vie di Roma.

Ieri, poi, la civetta s’è posata,

col suo sinistro, stridulo singulto,

in mezzo al Foro, in pieno mezzogiorno.

Quando accadono simili prodigi,

e tutti in una volta, come adesso,

facciamo presto a dire: “È la natura,

tutto si spiega con così e cosà…”.

Son fenomeni, questi, io son convinto,

premonitori di serie sciagure

per i paesi dove si producono.

CICERONE -

Certo, viviamo in tempi assai bizzarri;

ma ciascuno di noi può interpretare

le cose a modo suo, e in senso opposto

talvolta al vero lor significato.

Dimmi piuttosto, Casca:

“Viene domani in Campidoglio Cesare”?

CASCA -

Certamente. E lo so perché l’ho udito

che diceva ad Antonio di avvertirti

ch’egli domani ci sarà.

CICERONE -

Va bene.

Allora buona notte, caro Casca.

Questo orribile cielo non è adatto

a starsene di fuori a passeggiare.

CASCA -

Va bene. Arrivederci, Cicerone.

(Esce Cicerone)

Entra CASSIO

CASSIO -

Chi è là?

CASCA -

Un Romano.

CASSIO -

Casca, dalla voce?

CASCA -

Hai buon orecchio, Cassio… Ma che notte!

CASSIO -

Una notte, direi, onesto Casca,

piacevolissima per gente onesta.

CASCA -

Eh, un cielo minaccioso come questo

chi mai l’aveva visto e conosciuto?

CASSIO -

Tutti coloro che hanno conosciuto

di quali vizi è piena questa terra.

Per conto mio, mi son dato il piacere

di girellare a lungo per le strade,

esponendo la mia persona ai rischi

d’una nottata tanto minacciosa,

e discinto così, come mi vedi,

ho esposto il petto nudo

al tuono ed allo schianto della folgore;

e come il serpeggiante acuto guizzo

sembrò spezzar le mammelle del cielo,

mi ci sono piazzato lì, di faccia,

proprio al centro della sua stessa vampa.

CASCA -

Ma a che scopo così sfidare il cielo?

Dei mortali è soltanto paventare,

e tremare, se i numi onnipotenti

mandano a loro, con siffatti araldi,

terribili messaggi ammonitori.

CASSIO -

Sei tardo, Casca. Ti fanno difetto

- o non li impieghi, se pur li possiedi, -

quegli sprazzi di gran vitalità

che dovrebbero stare in un Romano.

Sei smorto in viso ed hai gli occhi sbarrati,

come se avessi addosso la paura,

e ti chiudi in un cerchio di stupore

per questa strana collera dei cieli.

Ma se pensassi alla vera cagione

di tanti fulmini e striscianti larve,

o del perché gli uccelli ed altre bestie

si dipartono dalla lor natura

e dalla loro specie,

o perché i vecchi diventano insani

e i bimbi fanno calcoli(20);

insomma, perché tutte queste cose

si trasformano nella lor natura,

nelle lor qualità preordinate

per assumer deformi e strani aspetti,

allora scopriresti che fu il Cielo

a infonder loro queste metamorfosi

per farne un suo strumento di terrore

e ammonire i mortali dell’incombere

di un qualche strano mostro su di loro.

Ed io potrei indicarti, Casca, un uomo

simile in tutto a questa orrenda notte,

uno che, appunto, sulle nostre teste,

tuona e saetta; e spalanca i sepolcri,

e va ruggendo come quel leone

che dici d’aver visto in Campidoglio;

un uomo non più forte e vigoroso

di me, di te nella struttura fisica,

eppure diventato portentoso

e causa di terrore, come appunto

questi strani prodigi di natura.

CASCA -

È Cesare che intendi, non è vero?

CASSIO -

Sia chi sia; dal momento che i Romani

conservano, bensì, dei padri antichi

muscoli e nervi; ma s’è spento in loro

lo spirito dei padri. E a governarci

è ora quello delle nostre madri;

ché femmine ci mostra questo giogo

e la nostra pazienza a sopportarlo.

CASCA -

Si dice che domani i senatori

son d’accordo di conferire a Cesare

il titolo e la dignità di re;

ed egli porterà la sua corona

in terra e in mare, fuori che in Italia.

CASSIO -

E allora saprò anch’io dove portare

questo pugnale, e Cassio

affrancherà dal suo servaggio Cassio;

perché è così che voi, Numi celesti,

rendete forti i deboli,

così trionfate, o Numi, sui tiranni.

Non c’è torre di pietra,

o bastione di bronzo martellato;

non c’è cupa prigione priva d’aria,

non catene del più robusto ferro

che possano riuscire a trattenere

la forza che sprigiona dallo spirito;

perché la vita, quando fosse stanca

di sopportar questi terreni ceppi,

saprà trovare in sé forza bastante

a finirla per sempre e a liberarsene.

Se è vero ch’io di tanto son convinto,

sappia il mondo ch’io scrollerò da me,

quando voglio, la parte di tirannide

che finora ho dovuto sopportare.

(Continua a tuonare)

CASCA -

E così io, e come me ogni schiavo,

reco in mano la forza di annullare

d’un colpo solo la mia schiavitù.

CASSIO -

E se è così, perché dovrebbe Cesare

farsi tiranno?… Perché lui, lo so,

non si farebbe lupo, pover’uomo,

se appena s’accorgesse che i Romani

non sono degli agnelli; né leone,

se i Romani non fosser dei cerbiatti(21).

Quando si vuole accendere un falò

si comincia con fragili pagliuzze;

e che bel fascio di pagliuzze, Roma!

Che ammasso di rifiuti,

che putrido carnaio, questa Roma,

che si fa usar come materia vile

ad accendere il fuoco onde s’illumina

una meschina cosa come Cesare!…

Ma, oh!, dolore, dove m’hai condotto!

Io forse sto parlando, inavvertito,

a un volontario della schiavitù;

col pericolo di dover rispondere

di quel che ho detto, con la stessa vita.

Ma per fortuna porto addosso un’arma,

e ogni rischio mi lascia indifferente.

CASCA -

Cassio, però tu stai parlando a Casca,

e non è ad uomini della sua tempra

che attacca il morbo della delazione.

Toh, la mia mano: forma una fazione

per raddrizzare tutti questi torti,

e vedrai Casca sempre un passo innanzi

a colui che va in testa.

CASSIO -

Quand’è così, con te, l’affare è fatto.

Sappi, allora, buon Casca,

che ho già convinto dei cuori di Roma,

tra i più nobili, ad imbarcarsi meco

in un’impresa piena di pericoli,

ma anche d’onorevole ardimento.

So che essi m’aspettano

a quest’ora al portico di Pompeo;

la notte è così piena di spavento,

che la gente non esce per le strade,

e la furia degli elementi è tale

da somigliare in modo impressionante

all’impresa tremenda e rosso-sangue

che abbiamo per le mani.

CASCA -

Un momento, facciamoci da parte.

Sta arrivando qualcuno in tutta fretta.

CASSIO -

Ma questo è Cinna. Lo conosco al passo.

È un amico.

Entra CINNA

Dov’è che corri, Cinna?

CINNA -

A cercarti.

(Indicando Casca)

Chi è, Metello Cimbro?

CASSIO -

No, questi è Casca,

un altro nostro socio nell’impresa.

Sono già lì ad attendermi?

CINNA -

(Stringendo la mano a Casca)

Molto piacere!… Ma che notte orrenda!

Ci sono due o tre fra i nostri amici

che han visto delle strane apparizioni.

CASSIO -

Ma dimmi: sono atteso?

CINNA -

Sì, t’aspettano.

Oh, se potessi tu far tanto, Cassio,

da guadagnare Bruto al nostro scopo!

CASSIO -

A questo non pensare, caro Cinna.

Toh, prendi questo foglio,

vedi se ti riesce di posarlo

sulla sedia pretoria,

dove Bruto lo possa poi trovare(22);

quest’altro glielo getti dentro casa

dalla finestra; questo, con la cera,

vedi di affiggerlo sopra la statua

di Bruto antico(23). Poi, quando avrai fatto,

raggiungici al Teatro di Pompeo,

dove ci troverai tutti riuniti.

Decio Bruto e Trebonio son già là?

CINNA -

Ci son tutti, fuorché Metello Cimbro,

che è venuto a cercarti a casa tua.

Bene, corro a posare questi fogli,

Cassio, secondo quello che m’hai detto.

CASSIO -

E poi torna al Teatro di Pompeo.

(Esce Cinna)

Vieni, Casca, tu ed io, prima di giorno,

ce ne andiamo da Bruto, a casa sua.

Di lui tre quarti sono già con noi;

e son certo che dopo questo incontro

noi lo terremo in pugno tutto intero.

CASCA -

Oh, egli siede alto in tutti i cuori,

se l’avremo associato in quest’impresa,

quello che in noi potrà apparire colpa,

quasi per un’alchìmia sopraffina(24)

si muterà in virtù pregiata e degna.

CASSIO -

Hai giudicato bene il suo valore

e il gran bisogno che abbiamo di lui.

Andiamo, è già passata mezzanotte.

Prima di giorno dobbiamo svegliarlo,

e assicurarlo dalla nostra parte.


ATTO SECONDO

SCENA I

Il giardino della casa di Bruto

Bruto sta passeggiando solo nella notte

BRUTO -

(Chiamando)

Ehi, Lucio, oh!…

(Tra sé)

Non mi riesce ancora

d’indovinar, dal moto delle stelle,

quanto è vicino il giorno…

(Chiama ancora)

Ehi, Lucio, oh!

Potessi avere anch’io questo suo vizio

di dormire così profondamente!

Allora, Lucio, sveglia! Sveglia, dico!

Entra LUCIO

LUCIO -

M’hai chiamato, padrone?

BRUTO -

Prendi un cero,

portalo nel mio studio, e quando è acceso

vieni a chiamarmi.

LUCIO -

Va bene, padrone.

(Esce)

BRUTO -

Dev’esser con la morte (25)!…

Per mia parte, non ho nessun motivo

per doverlo coprire di disprezzo;

ma si tratta del bene generale.

Vorrebbe farsi incoronare re.

Quanto ciò può cambiar la sua natura?

Ecco il mio dubbio… È la bella giornata

che fa uscire la vipera all’aperto.

E allora occorre agire con cautela.

Incoronarlo re!…

Già, ma così gli diamo in mano un pungolo

con cui potrà far danno quando vuole…

Del potere si abusa facilmente,

quando non sia congiunto alla pietà;

anche se in Cesare non seppi mai

che le passioni avessero prevalso

sulla fredda ragione… Ma è provato

che l’umiltà servì sempre da scala

all’ambizione, quando questa è giovane,

e chi sale le volge sempre il volto;

ma poi, raggiunto l’ultimo gradino,

volta il dorso alla scala, e guarda in alto

sdegnoso ormai degli umili gradini

grazie ai quali è salito fin lassù.

Così potrebbe Cesare… ed allora,

per impedirlo, occorre prevenirlo.

Poiché, peraltro, una denuncia simile

potrà apparire senza fondamento,

per quello ch’egli è stato fino ad oggi,

mettiamola così: quello ch’è oggi,

se acquistasse maggiori proporzioni,

potrebbe volgere ad estremi eccessi;

e si deve pensare allora a Cesare

come a un uovo di serpe che, covato,

diverrebbe fatale per natura;

ed allora uccidiamolo nel guscio!

Rientra LUCIO

LUCIO -

Padrone, il lume è acceso nel tuo studio.

Mentre cercavo presso la finestra

un acciarino per accender l’esca,

ho visto sul piancito questo foglio,

suggellato così; ma son sicuro

che non c’era, quando mi coricai.

(Gli consegna un foglio)

BRUTO -

Ritorna a letto. Non è ancora giorno.

Di’ un po’, ragazzo, non sono domani

gl’idi di marzo?

LUCIO -

Non saprei, padrone.

BRUTO -

Guarda sul calendario, e vieni a dirmelo.

(Esce Lucio)

Queste schegge di stelle

che solcano fischiando l’atmosfera(26)

gettano sulla terra tanta luce

che posso leggere al loro chiarore.

(Apre la lettera e legge)

“Bruto, tu dormi. Risvègliati e guàrdati.

“Dovrà Roma subire… Parla, Bruto,

“parla, colpisci, rettifica i torti!

“Bruto, tu dormi, dèstati!…”.

Stimolazioni dello stesso genere

mi son cadute spesso sotto gli occhi

in luoghi dove dovevo raccoglierle.

“Dovrà Roma…” finisco io la frase:

“Dovrà Roma continuare a vivere

“nel terrore di un uomo?…”. Come! Roma!…

Ma dalle vie di Roma gli avi miei

cacciarono Tarquinio,

quando si fece proclamare re(27)!

“Parla, colpisci, rettifica i torti…”.

Mi si scongiura dunque di parlare,

e di colpire?… Ah, ti prometto, Roma,

che se il risanamento seguirà,

tu avrai da Bruto tutto quanto chiedi!

Rientra LUCIO

LUCIO -

Padrone, Marzo s’è già consumato

di quattordici giorni.

BRUTO -

A meraviglia.

(Si odono colpi alla porta)

Va’ alla porta. Qualcuno sta bussando.

(Esce Lucio)

Da quando Cassio ha preso a pungolarmi

contro Cesare, non ho più dormito.

Tra il concepire un’impresa terribile

e il tradurla in azione c’è uno spazio

ch’è un sogno orribile, come un fantasma.

L’anima razionale e le passioni

in quel momento siedono a consulto

e tutto l’essere umano è in subbuglio

come un piccolo regno ch’è in rivolta.

(Entra Lucio)

LUCIO -

Alla porta c’è tuo cognato Cassio(28),

che vuol vederti.

BRUTO -

È solo?

LUCIO -

No, con altri.

BRUTO -

Li conosci?

LUCIO -

Macché: hanno i cappucci

sul capo fino a coprire gli orecchi,

ed i volti sepolti nei mantelli,

e non posso scoprire da alcun segno

le lor fisionomie.

BRUTO -

Lasciali entrare.

(Esce Lucio)

Son loro, i congiurati!… Ah, tu, congiura!

Se ti vergogni di mostrar di notte,

quando le malefatte han minor freno,

il minaccioso ghigno del tuo volto,

dove andrai, quand’è giorno,

a ricercarti un antro tutto buio

da nasconder la tua mostruosa faccia?

Non cercarne, congiura!

Ma cerca di nascondere il tuo volto

fra sorrisi ed amabili maniere;

perché se vai girando sulla terra

nel tuo vero sembiante,

l’Erebo non sarà scuro abbastanza

da occultarti e impedire di scoprirti

a chi può sospettar del tuo disegno.

Entrano CASSIO, CASCA, DECIO, CINNA, METELLO, CIMBRO e TREBONIO

CASSIO -

Temo che siamo stati troppo arditi

a venire a turbare il tuo riposo.

Buon giorno, Bruto. Ti rechiamo incomodo?

BRUTO -

Sono alzato da un’ora,

e sono stato sveglio tutta notte.

Questi uomini che sono qui con te

li conosco?

CASSIO -

Sì, li conosci tutti.

E tra loro non v’è chi non t’onori;

e che non brami di vedere Bruto

avere quel concetto di se stesso

che di lui hanno a Roma tutti i nobili.

Questi è Trebonio.

BRUTO -

Ed è qui benvenuto.

CASSIO -

E questi è Decio Bruto.

BRUTO -

Benvenuto anche lui.

CASSIO -

E questi è Casca.

Questi è Cinna. Questi è Metello Cimbro.

BRUTO -

Son tutti benvenuti in casa mia.

Ma quali inquiete cure s’interpongono

fra i vostri occhi e la notte(29)?

CASSIO -

Ti posso dir da solo una parola?

(Bruto e Cassio si appartano a parlare)

DECIO -

L’oriente è là. Non è da quella parte

che spunta il giorno?

CASCA -

No.

CINNA -

E invece sì,

da quella parte, se non ti dispiace!

E quelle strie grigiastre

che si vedono contornar le nubi

son foriere dell’alba.

CASCA -

Ed io vi dico che sbagliate entrambi!

Il sole sorge là,

dritto nel punto dov’io punto la daga;

un po’ più a sud, con l’anno giovinetto.

Fra due mesi presenterà il suo fuoco

più in alto verso nord; il pieno oriente

si trova dritto là, sul Campidoglio.

BRUTO -

(Avvicinandosi)

Vo’ stringervi la mano, ad uno ad uno.

CASSIO -

E facciamo qui tutti giuramento

di stare al nostro patto.

BRUTO -

No, Cassio, qui non servon giuramenti.

Se non basta che ci guardiamo in faccia,

se non bastan le nostre sofferenze,

l’impostura del tempo che viviamo,

se queste son ragioni troppo futili,

tronchiamo tutto, fin che siamo in tempo,

e torni ognuno all’ozio del suo letto;

e così l’altezzosa tirannia

s’estenda in lungo e in largo,

e cada ognuno come vuol la sorte.

Ma se questi motivi, com’io credo,

hanno in se stessi sufficiente fuoco

da infiammare anche gli animi più vili

e da temprare di virile audacia

perfino i cuori delle femminucce,

allora ditemi, concittadini,

quale bisogno abbiamo d’altro stimolo

che ci sproni ad agire tutti insieme,

oltre la nostra causa?

Quale altro vincolo ci può servire

in più della parola di Romani,

segreta e senza riserve mentali?

Quale altro giuramento, oltre l’impegno

d’uomini onesti con uomini onesti

a far che questo avvenga,

o altrimenti a soccombere per esso?

Giurino i preti, i vili, i malfidati,

vecchie carogne d’uomini infrolliti,

e gli animi che, a loro simiglianza,

son usi a sopportar qualsiasi torto;

giurino pur sulle cattive cause

tutti quelli che son di dubbia fede;

ma non macchiamo la chiara virtù

di questa nostra impresa, e l’indomabile

tempra dei nostri spiriti

col credere che questo nostro impegno

e la sua materiale messa in atto

richieda un giuramento collettivo,

quando ogni goccia del nobile sangue

che scorre nelle vene d’un Romano

si renderebbe rea di bastardaggine

s’egli infrangesse la minima parte

d’ogni promessa uscitagli di bocca.

CASSIO -

Con Cicerone come ci mettiamo?

È il caso di sentirlo? Ho l’impressione

che s’unirà con noi, decisamente.

CASCA -

Non s’ha da lasciar fuori.

CINNA -

No, di certo.

METELLO -

Oh, facciamo d’averlo insieme a noi!

L’argento della sua capigliatura

ci acquisterà buona reputazione

e voci in lode della nostra azione(30):

si dirà che a guidar le nostre mani

fu il suo senno; le nostre giovinezze

e la nostra selvaggia inesperienza

saran coperte dalla sua saggezza.

BRUTO -

Non parliamo di lui!

Non ci apriamo con lui; perché è uomo

che non s’accoderà mai a qualcosa

che sia stata intrapresa da altri uomini(31).

CASSIO -

Quand’è così, convien tenerlo fuori.

CASCA -

In effetti, non è per questa impresa.

DECIO -

E a cadere dev’esser solo Cesare?

E nessun altro?

CASSIO -

Un’ottima domanda;

io penso infatti che anche Marc’Antonio,

legato a Cesare da tanto affetto,

non debba sopravvivergli; lui vivo,

ci troveremmo ancora di tra i piedi

un insidioso orditore d’intrighi;

ed i suoi mezzi, come voi sapete,

s’ei dovesse affinarli contro noi,

son ben capaci di darci fastidio.

A prevenire ciò,

Cesare e Antonio han da cadere insieme!

BRUTO -

Cassio, no! Troppo cruda e sanguinaria

apparirebbe questa nostra azione:

come di chi tagliasse ad uno il capo

e poi si desse a squartargli le membra;

come chi agisse d’ira nell’uccidere,

e d’odio cieco dopo aver ucciso.

Antonio è parte del corpo di Cesare.

No, comportiamoci da giustizieri,

e non da macellai: noi insorgiamo,

Cassio, contro lo spirito di Cesare,

e lo spirito non ha sangue umano.

Volesse il cielo che fosse possibile

colpir solo lo spirito di Cesare

senza doverne massacrare il corpo!

Purtroppo è necessario ch’egli sanguini.

Uccidiamolo, sì, con decisione,

ma senza un’ombra d’ira, amici miei.

Scalchiamone le membra,

come vivanda degna degli dèi;

non lo squartiamo come una carcassa

da dare in pasto ai cani; e i nostri cuori

siano avveduti come quei padroni

che prima istìgano i loro famigli

a compiere un certo atto di ferocia,

e fanno sol mostra di punirli.

Questo farà apparir la nostra azione

come ispirata da necessità

e non certo da odio,

e ci farà sembrare epuratori,

invece che assassini.

Quanto ad Antonio, non c’è da pensarci!

Di Cesare egli è il braccio,

non potrà far più di quel che faccia

il braccio quando il capo sia caduto.

CASSIO -

E tuttavia lo temo…

Perché quel grande attaccamento a Cesare

ch’egli sembra portar come innestato…

BRUTO -

Ohimè, buon Cassio, non pensarci più.

Ché se è vero ch’egli ama tanto Cesare,

tutto quello che potrà far di male

lo potrà fare soltanto a se stesso:

darsene duolo e morire per Cesare.

E già questo per lui sarebbe molto,

dedito com’è al gioco, alle baldorie,

alle leggere e allegre compagnie.

TREBONIO -

No, no, da lui non c’è di che temere.

Che viva pure, perché se vivrà

saprà anche ridere di tutto questo.

(Si ode battere un orologio)

BRUTO -

Zitti, contate i battiti.

CASSIO -

Son tre(32).

TREBONIO -

Allora è tempo che ci separiamo.

CASSIO -

Un momento: però rimane il dubbio

se Cesare uscirà di casa o no,

di questo giorno, ché da qualche tempo

è diventato un po’ superstizioso,

al contrario delle sue vecchie idee

sulle visioni, i sogni ed i prodigi.

Può darsi che le odierne apparizioni,

l’inconsueta nottata di terrore

e i presagi degli àuguri lo trattengano

dal recarsi stamane in Campidoglio.

DECIO -

Niente paura: se ha così deciso,

so io come riuscire a persuaderlo;

perch’egli ama sentirsi raccontare

che cogli alberi possono ingannarsi

gli unicorni(33), cogli specchietti gli orsi(34),

con le buche per terra gli elefanti,

con le reti i leoni, mentre gli uomini

basta, a ingannarli, un po’ d’adulazione.

Se poi gli dico che gli adulatori

Cesare li detesta,

mi sorride, con gran compiacimento,

senza accorgersi che quel che ho detto

era il massimo della smanceria.

Lasciate fare a me; so come prenderlo,

e lo faccio venire in Campidoglio.

CASSIO -

E noi ci troveremo tutti là

per scortarlo.

BRUTO -

Alle otto. Vi sta bene?

CINNA -

Sia per le otto. E che nessuno manchi.

METELLO -

Caio Ligario mal sopporta Cesare

che l’ha rimproverato acerbamente

per aver detto bene di Pompeo.

Mi meraviglio che nessun di voi

abbia pensato a lui.

BRUTO -

Pensaci allora tu, mio buon Metello,

vedi tu di passare a casa sua.

Caio Ligario mi vuol molto bene,

e gliene ho dato più d’una ragione.

Mandalo qui, me lo lavoro io.

CASSIO -

S’appresta l’alba. Ti lasciamo, Bruto.

E voi, amici, andate, separatevi;

ma rammentate quel che avete detto,

e dimostratevi veri Romani.

BRUTO -

Miei buoni amici, cercate di darvi

un contegno gioviale e disinvolto;

non accolliamo le nostre intenzioni

addosso al nostro portamento esterno,

ma comportiamoci da buoni attori:

spirito saldo e solenne fermezza.

E così, a tutti, una buona giornata!

(Escono tutti. Bruto resta solo)

Ragazzo! Lucio!… Questo ancora dorme!

Ma non importa: goditi, ragazzo,

la dolce-greve rugiada del sonno.

Tu non hai le visioni ed i fantasmi

che le affannose cure della vita

versano nei cervelli degli adulti.

Perciò dormi del tuo sonno tenace…

Entra PORZIA

PORZIA -

Bruto, signore mio…

BRUTO -

Che fai qui, Porzia?

Perché ti levi dal letto a quest’ora?

Non ti fa certo bene alla salute

esporre così il fragile tuo corpo

all’asprezza del freddo del mattino.

PORZIA -

Nemmeno a te, fa bene. Sei sparito

poco cortesemente dal mio letto;

e ieri sera, a cena, all’improvviso

ti sei alzato, le braccia conserte,

a passeggiare su e giù per la stanza

con aria pensierosa e sospirando;

e quando t’ho sommessamente chiesto

che cosa fosse ad angustiarti tanto,

m’hai gettato uno sguardo smanierato.

T’ho ripetuto la domanda, e tu,

a grattarti la testa, spazientito,

ed a battere i piedi sul piantito.

Ho insistito, ma tu non m’hai risposto,

anzi, con mossa irata della mano

m’hai fatto il gesto di lasciarti in pace.

Ed io t’ho secondato, timorosa

d’esasperar vieppiù la tua impazienza,

che mi sembrava già fin troppo accesa;

sperando, tuttavia, che si trattasse

solo d’un malumore passeggero

di quelli cui ciascuno va soggetto.

Ma codesto tuo stato di malessere

non ti fa più mangiare, né parlare,

né dormire; e se tu ne risentissi

nei tratti del tuo viso

com’esso agisce sul tuo stato d’animo,

davvero non ti riconoscerei

più come Bruto. Rendimi partecipe,

sposo mio dolce, di questa tua pena

e della sua ragione.

BRUTO -

Non sto bene.

È questa la ragione.

PORZIA -

Bruto è saggio,

e se fosse soltanto la salute,

saprebbe ben curarsi.

BRUTO -

È quel che faccio…

Ma tu, mia cara, va’, ritorna a letto.

PORZIA -

Bruto dice di stare poco bene,

e pensa che gli giovi alla salute

starsene a passeggiare seminudo,

esposto all’umidore del mattino?

Bruto è malato, e si toglie, furtivo,

dal salutare tepore del letto

per andare ad esporre le sue membra

al corrotto contagio della notte,

sfidando l’aria fetida ed insana,

per aggravare la sua malattia?…

No, Bruto mio, il male

tu lo porti nell’anima, ed io,

per il diritto che mi conferisce

l’essere la legittima tua sposa,

dovrei esserne messa a conoscenza.

(S’inginocchia)

Io ti prego, in ginocchio, ti scongiuro,

per questa mia bellezza

da te un tempo lodata ed ammirata,

per i tuoi voti d’amore,

per quella grande divina promessa

che fece un solo corpo di noi due,

di confidare a Porzia,

che è te stesso, la tua stessa metà,

la pena che t’ambascia, e chi eran quelli

che si trovavan qui con te stanotte;

perché sono stati qui in sei o sette,

col capo incappucciato,

quasi a voler celare i loro volti

perfino all’occhio dell’oscurità.

BRUTO -

(Rialzandola)

No, no in ginocchio, Porzia mia dolcissima!

PORZIA -

Non ce ne avrei bisogno, se tu, Bruto,

fossi ancora quel Bruto che mi amava.

Forse che nel contratto che ci ha uniti

è scritto ch’io non debba saper nulla

dei tuoi segreti?… E ch’io sarei te stesso

ma solamente dentro certi limiti,

per farti compagnia durante i pasti,

per allietarti il letto,

e per scambiar con te qualche parola?

Abito dunque solo nei sobborghi(35)

del tuo piacere? Se son solo questo,

Porzia la moglie non è più di Bruto,

ma la sua concubina.

BRUTO -

Tu sei la sposa mia, fida, onorata,

che m’è più cara delle rosse stille

che dan vita al mio cuore esulcerato.

PORZIA -

Se ciò fosse, saprei il tuo segreto.

Sono donna, lo so, ma son la donna

che Bruto volle eleggere a sua sposa;

sono solo una donna, ma una donna

di degno nome, figlia di Catone(36)!…

Con tanto padre ed un tale consorte,

non credi tu ch’io possa avere in me

una donna più forte del mio sesso?…

Bruto, voglio sapere il tuo segreto.

Non lo rivelerò. La mia fermezza

l’ho già messa alla prova da me stessa,

facendomi da me, colle mie mani,

questa ferita, vedi, sulla coscia(37).

Sarei capace di sopportar tanto,

dentro di me, in silenzio,

e non l’interna ambascia del mio sposo?

BRUTO -

Fatemi degno, o dèi, d’una tal sposa!

(Si bussa alla porta)

Odi, qualcuno bussa.

Porzia, ritìrati per un momento.

Il tuo seno, fra poco, spartirà

con me tutti i segreti del mio cuore;

ti svelerò tutte le mie faccende,

tutto quello che porto scritto in volto.

Lasciami, svelta!

Entra LUCIO con LIGARIO, che ha una benda in faccia

Lucio, chi bussava?

LUCIO -

Ecco: un malato che vuole parlarti.

BRUTO -

Ah, sì, Caio Ligario:

l’uomo di cui mi parlava Metello.

(A Lucio)

Ragazzo, adesso, mettiti in disparte.

(Esce Lucio)

Caio Ligario!… Come!… In questo stato(38)!

LIGARIO -

Accetta, Bruto, da una tenue lingua,

un cordiale buon giorno!

BRUTO -

Ah, prode Caio,

qual momento sei tu andato a scegliere

per portare una benda intorno al capo!

Come vorrei non vederti malato!

LIGARIO -

E non lo sono, Bruto,

se Bruto ha in mano una qualsiasi impresa

nel nome dell’onore.

BRUTO -

E l’ho, Ligario,

appunto per le mani questa impresa;

così potessi tu con sano orecchio

ascoltarla, s’io te ne faccio parte.

LIGARIO -

Per tutti i numi che i Romani adorano,

io, questo male mio, lo caccio via!

(Si strappa la benda dalla fronte)

O anima di Roma!

Illustre figlio di onorati lombi!

Ecco che, simile ad un esorcista,

tu mi richiami in vita,

questo spirito che sembrava morto.

Ora non hai che a chiedermi di correre,

ed io son pronto a fare l’impossibile,

sì, l’impossibile, e sbrigarlo al meglio!

Dimmi, che c’è da fare?

BRUTO -

Un’opera da risanar gli infermi.

LIGARIO -

Ma non è che ci sono anche dei sani

che ci toccherà rendere malati?

BRUTO -

Anche questo accadrà. Comunque sia,

per via ti spiegherò di che si tratta,

mentre andiamo alla casa di colui

al quale appunto ciò deve toccare.

LIGARIO -

Avvìati pure, ed io ti seguirò

col cuore acceso da novella fiamma.

Per far che cosa ancora non lo so,

a me basta che sia Bruto a guidarmi.

BRUTO -

Seguimi allora, andiamo.

(Escono)

SCENA II

Roma. Una sala del palazzo di Cesare

Tuoni e lampi

Entra CESARE con la tunica notturna

CESARE -

Cielo e terra stanotte

non hanno avuto un attimo di tregua.

Tre volte ho udito Calpurnia, nel sonno,

gridare: “Aiuto! Assassinano Cesare!”

(Chiamando)

Ehi, di là, c’è nessuno?

Entra un SERVO

SERVO -

Sì, padrone.

CESARE -

Di corsa, va’ a pregare i sacerdoti,

a mio nome, d’offrire un sacrificio,

e portami il responso degli aruspici.

SERVO -

Bene, corro, padrone.

(Esce)

Entra CALPURNIA

CALPURNIA -

Che intendi fare, Cesare?

Pensi forse di uscire?

Non devi muoverti da casa, oggi.

CESARE -

Sì, Cesare uscirà: tutte le cose

che m’hanno fino ad ora minacciato

l’hanno fatto guardandomi da dietro:

quando han guardato Cesare di faccia,

si sono dileguate.

CALPURNIA -

Cesare, non ho mai fatto gran conto

dei presagi, ma ora mi spaventano.

C’è uno qui, di casa, che racconta,

oltre a quello che abbiamo visto e udito

noi stessi, di visioni spaventose

che sono apparse agli uomini di guardia:(39)

d’una leonessa vista partorire

per la strada; di tombe spalancate

ch’hanno sputato fuori i loro morti;

di fiammeggianti larve di guerrieri

combattenti furiosi tra le nuvole

a schiere ed a squadroni, come in guerra,

ed il sangue sprizzar sul Campidoglio,

e l’aria rimbombar d’un cozzar d’armi

e del nitrire di cavalli in corsa,

e gemiti di moribondi, e spettri

aggirantisi urlanti per le strade…(40)

Ah, queste cose, Cesare,

sono al di là d’ogni umana esperienza,

e mi fanno paura.

CESARE -

Quale cosa

la cui fine sia stata decretata

in cielo dagli dèi onnipotenti

può essere dagli uomini evitata?

E dunque Cesare oggi uscirà,

ché valgono per lui questi prodigi

come per tutto il mondo in generale.

CALPURNIA -

Non si vedono comete

quando muoiono poveri mendichi;

i cieli stessi annunciano col fuoco

la morte dei potenti.(41)

CESARE -

Soltanto i vili muoion molte volte

prima della lor morte; il valoroso

solo una volta assapora la morte.

La più strana di tutte le stranezze

finora da me udite, m’è sembrata

quella che l’uomo debba aver paura

della morte, sapendo che la morte,

un fine necessario e inderogabile,

verrà quando verrà.

Rientra il SERVO

Che dicon gli àuguri?

SERVO -

Ti consigliano a non uscir di casa.

Nel cavar le interiora della vittima,

non han trovato il cuore della bestia.

CESARE -

Gli dèi fanno così

proprio per svergognare la viltà:

Cesare, al pari di quell’animale,

sarebbe senza cuore,

se rimanesse a casa per paura,

oggi. No, Cesare non lo farà:

il pericolo sa bene che Cesare

è più pericoloso del pericolo:

noi siamo due leoni, lui ed io,

venuti al mondo con lo stesso parto:

ma io per primo, e sono il più terribile.

E Cesare uscirà.

CALPURNIA -

Ahimè, marito mio, la tua saggezza

s’annulla nella tua troppa fiducia!

Non uscir, oggi: dà la colpa a me,

di’ ch’è stata soltanto mia paura

a trattenerti a casa.

Manderemo al Senato Marc’Antonio

per dir che oggi non stai troppo bene.

Te lo chiedo in ginocchio: non andare.(42)

CESARE -

Va bene, t’accontento.

Marc’Antonio dirà che non sto bene,

e che, per tuo capriccio, resto a casa.

Entra DECIO BRUTO

Ma ecco Decio, sarà lui a dirglielo.

DECIO -

Cesare, salve! Cesare magnanimo,

buongiorno, vengo a scortarti al Senato.

CESARE -

E arrivi proprio nel momento giusto

per recare al Senato il mio saluto

e dir loro che oggi non andrò;

non perché non lo possa, perché è falso,

o che non l’osi, ch’è più falso ancora;

non ho voglia di uscire, oggi, ecco tutto.

Di’ loro questo, Decio.

CALPURNIA -

No, Decio, di’ che non si sente bene.

CESARE -

Che! Cesare inviare una menzogna?

Avrei dunque disteso questo braccio

tanto lontano, a conquistare terre,

per ridurmi a temer di dire il vero

a dei vecchi barbogi?… Va’, va’, Decio,

e di’ che Cesare non vuole uscire.

DECIO -

Potentissimo Cesare,

ch’io ne possa conoscer la ragione,

ad evitar che mi si rida in faccia

quando l’abbia annunciato in questi termini.

CESARE -

La ragione è soltanto il mio volere…

Non ho voglia di andare; e tanto basti

al Senato per esser soddisfatto.

Per tua soddisfazione personale,

Decio, ed anche perché ti voglio bene,

te lo dico: è mia moglie, qui, Calpurnia,

che vuol per forza trattenermi a casa.

Stanotte ha visto, in sogno, la mia statua

che, come una fontana a cento getti,

sprizzava sangue vivo, e tutt’intorno

s’accalcavano, a intingervi le mani,

tanti baldi Romani sorridenti.

Ella interpreta queste apparizioni

come arcani messaggi

premonitori di mali imminenti;

e m’ha perciò scongiurato in ginocchio

di restarmene dentro queste mura.

DECIO -

A me pare, però, che questo sogno

sia stato interpretato alla rovescia.

Per me, si tratta d’una apparizione

assai benigna, e d’assai buon auspicio:

la statua tua, col sangue che ne usciva

da molti getti a cui tanti Romani

venivano a bagnarsi sorridenti,

vuole significare che da te

la grande Roma suggerà la linfa

d’una novella vita; e a te d’intorno

accorreranno in folla grandi uomini

per ricever, bagnati del tuo sangue,

un’infusione, un segno, una reliquia.(43)

Questo è il senso del sogno di Calpurnia.

CESARE -

E tu l’hai giustamente interpretato.

DECIO -

Infatti, e ti sarà ciò confermato

da quanto sto per dirti:

sappi dunque che proprio oggi il Senato

ha deciso di dare una corona

a Cesare possente.(44)

Se tu fai lor sapere che non vai,

potrebbero decidere altrimenti.

Sarebbe inoltre facile,

per qualcuno di loro, motteggiare

sulla faccenda in chiave d’ironia:

“Aggiorniamo il Senato ad altra data,

fino a che altri sogni non verranno

alla moglie di Cesare”.

Se poi è Cesare che si nasconde,

mi par già di sentirli bisbigliare:

“Vuoi vedere che Cesare ha paura?”

Perdona, Cesare, se dico questo,

ma l’affettuosa mia sollecitudine

pel tuo bene mi fa parlar così;

e la ragione in me la cede al cuore.

CESARE -

Quanto vane e ridicole, Calpurnia,

ora m’appaiono le tue paure!

Mi vergogno d’aver ceduto ad esse.

Dammi la toga; io vado.

Entrano PUBLIO, BRUTO, LIGARIO, METELLO CIMBRO, CASCA, TREBONIO e CINNA, nell’ordine: Cesare vede per primo Publio e dice a Decio e Calpurnia:

Ecco Publio, che viene a prelevarmi.

PUBLIO -

Salve, Cesare.

CESARE -

Benvenuto, Publio.

(Vede Bruto)

Anche tu, Bruto, così di buon’ora?

(Vede tutti gli altri)

Buongiorno, Casca. E anche te, Ligario.

Non ti fu mai tanto nemico Cesare

come quell’accidente di quartana

che t’ha così smagrito… Che ore sono?

BRUTO -

Son suonate le otto.(45)

CESARE -

Vi ringrazio

per il disturbo che vi siete preso

e per la cortesia che mi mostrate.

Entra MARCANTONIO

Ecco, Antonio che spende le sue notti

a sgavazzare, è anche lui alzato!

Buongiorno a te, Antonio.

ANTONIO -

Altrettanto al nobilissimo Cesare.

CESARE -

Ordina che preparino di là…(46)

Biasimatemi, amici, è colpa mia

se mi son fatto attendere così…

Salve Cinna… Metello…

Oh, Trebonio, anche tu! Ho per te in serbo

un’ora buona di conversazione:

ricorda di passar da me in giornata;

anzi, mantieniti vicino a me,

ch’io possa ricordarmelo a mia volta.

TREBONIO -

Va bene…

(Tra sé)

Ti sarò così vicino

che i tuoi migliori amici si dorranno

che non ti sia rimasto più lontano!

CESARE -

Avanti, amici cari, entrate, entrate!

Beviamo prima un bicchiere di vino,

poi ce n’andremo insieme, in amicizia.

BRUTO -

(A parte)

Oh, Cesare, quale penosa angoscia

per l’animo di Bruto, esser cosciente

che tutto quel che appare esternamente

non risponda alla vera realtà!(47)

(Escono)

SCENA III

Roma, una via nei pressi del Campidoglio.

Entra ARTEMIDORO, leggendo un foglio

ARTEMIDORO -

“Cesare, guàrdati da Marco Bruto;

“attento a Cassio; tien lontano Casca;

“occhio a Cinna; diffida di Trebonio;

“Decio Bruto non t’ama, ed a Ligorio

“hai fatto un grosso torto.

“Tutti quanti hanno un unico proposito,

“ed esso è contro Cesare.

“Se non sei immortale, sta’ guardingo:

“la tua troppo ostentata sicurezza

“non fa che agevolar la lor congiura.

“Il tuo affezionato ARTEMIDORO”(48)

Starò qui ad aspettar che passi Cesare,

e, come un postulante,

gli darò questo. Mi fa male al cuore

che la virtù non possa viver libera

dal morso dell’invidia.

Se leggi questo, Cesare, puoi vivere;

se no, contro di te tramano i Fati

insieme ai traditori.

(Esce)(49)

SCENA IV

Roma, un’altra parte della stessa via, davanti alla casa di Bruto.

Entrano PORZIA e LUCIO

PORZIA -

Ti prego, Lucio, va’, corri al Senato.

Non starmi a domandare, va’, fa’ presto:

perché stai lì impalato?…

LUCIO -

Se non mi dici quel che devo fare…

PORZIA -

Farai in tempo ad andare e ritornare,

prima ch’io possa avertelo spiegato.

(Tra sé)

O fermezza, restami salda al fianco,

innalza tra il mio cuore e la mia lingua

una barriera come una montagna.

Ho la mente d’un uomo,

ma d’una donna la fralezza… Ahimè,

com’è difficile per una donna

mantenere un segreto!

(Forte a Lucio)

Ancora qui?

LUCIO -

Padrona, ma che cosa devo fare?

Correre al Campidoglio,

e poi tornare a casa, e niente più?

PORZIA -

Sì, solo andare e subito tornare

devi, ragazzo, per venirmi a dire

se il tuo padrone là ha buona cera:

perché non stava bene quand’è uscito.

E osserva bene quello che fa Cesare,

che postulanti gli fan ressa intorno…

Odi, ragazzo! Che rumore è questo?…(50)

LUCIO -

Non ne sento, padrona.

PORZIA -

Ascolta bene:

mi par d’udire un confuso tumulto,

come una rissa, vien dal Campidoglio,

lo porta il vento.

LUCIO -

Io non sento niente.

Entra un INDOVINO

PORZIA -

(All’Indovino)

Amico, senti: da che parte vieni?

INDOVINO -

Da casa mia, perché, buona matrona?

PORZIA -

Sai dirmi che ore sono?

INDOVINO -

Saranno intorno alle nove, signora.

PORZIA -

Sarà già andato in Campidoglio Cesare?

INDOVINO -

Non ancora; sto andando a prender posto

appunto anch’io, per vederlo passare.

PORZIA -

Hai forse qualche supplica per lui?

INDOVINO -

Ce l’ho, signora; e se piacerà a Cesare

d’essere così buono verso Cesare

da darmi ascolto, lo supplicherò

d’essere amico a Cesare.

PORZIA -

Perché? Sai forse tu di qualche male

che lo stia minacciando?

INDOVINO -

Di nessuno, di conoscenza certa,

ma di molti di cui ho gran paura

ei possa andare incontro… Ti saluto.

La strada qui è stretta,

e la gran folla al seguito di Cesare,

senatori, pretori e un pigia-pigia

di supplicanti di tutte le specie

potrebbero schiacciare quasi a morte

un tipo deboluccio come me;

vado a cercarmi un posto un po’ più al largo,

e là mi farò avanti al grande Cesare

per potergli parlare, quando passa.(51)

(Esce)

PORZIA -

(Tra sé)

Devo rientrare… Ahimè, che fragil cosa

il cuore d’una donna!… Oh, Bruto, Bruto,

ti disbrighino i cieli in questa impresa!…

Il ragazzo ha sentito, certamente…(52)

(A Lucio, con imbarazzo)

Bruto, sì, Bruto ha una certa supplica

che Cesare rifiuta di esaudire…

Oh, io svengo!… Va’, Lucio, va’, di corsa,

e saluta per me il tuo padrone…

Fagli sapere che sono serena…

Poi torna a dirmi quello che t’ha detto.

(Escono da parti diverse)


ATTO TERZO

SCENA I

Roma, il Campidoglio.

Grande folla sulla strada che mena al Campidoglio.

Tra la folla, Artemidoro e l’INDOVINO. Una fanfara annuncia l’ingresso di CESARE che entra seguito da BRUTO, CASSIO, CASCA, DECIO, METELLO CIMBRO, TREBONIO, CINNA, MARCANTONIO, LEPIDO, POPILIO LENA, PUBLIO e molti altri.

CESARE -

(Scorgendo tra la folla l’Indovino)

Ehi, tu, gl’idi di marzo sono giunti!

INDOVINO -

Giunti, ma non trascorsi ancora, Cesare.

ARTEMIDORO -

(Facendosi avanti e porgendogli la supplica)

Salve, Cesare. Leggi questo foglio.

DECIO -

(Intromettendosi e porgendo a Cesare un altro foglio)

Trebonio chiede che a tuo miglior comodo

tu legga questa sua umile supplica.

ARTEMIDORO -

Cesare, leggi prima quella mia,

che tocca Cesare più da vicino!

Leggila, grande Cesare.

CESARE -

Quello che tocca la nostra persona

sarà letto per ultimo.

ARTEMIDORO -

No, Cesare,

leggila, non tardare un solo istante.

CESARE -

Chi è costui, un pazzo?

PUBLIO -

(Sospingendo Artemidoro)

Largo, largo!

CASSIO -

E che! Da quando in qua

si presentano suppliche per strada?

Venite in Campidoglio!

(Cesare entra in Campidoglio, gli altri lo seguono. Tutti i senatori sono in piedi)(53)

POPILIO -

(A parte, a Cassio)

M’auguro, Cassio, che la vostra impresa,

vada a buon fine.

CASSIO -

(Sorpreso)

Che impresa, Popilio?

POPILIO -

Ti saluto.

(Se ne va verso Cesare)

BRUTO -

(A parte, a Cassio)

Che ti diceva quello?

CASSIO -

Che s’augura che la nostra iniziativa

oggi vada a buon fine. Ho gran paura

che il nostro piano sia stato scoperto.

BRUTO -

(Indicando Popilio)

Guardalo là, come s’accosta a Cesare,

osserva bene.

CASSIO -

Casca, tienti pronto,

perché temiamo d’esser prevenuti.

Bruto, che s’ha da fare? Dillo tu.

Se fossimo scoperti,(54) o Cassio o Cesare

oggi non uscirà vivo da qui,

perch’io m’uccido.

BRUTO -

Cassio, sta’ tranquillo;

Popilio Lena non gli sta parlando

di quel che sa che noi vogliamo fare;

perché, lo vedi, è tutto sorridente,

e l’umore di Cesare non cambia.

CASSIO -

Trebonio sa a puntino la sua parte.

Guarda, come si trae da parte Antonio.

(Si vede Trebonio uscire con Marcantonio)

DECIO -

Dov’è Metello Cimbro? Vada subito

a presentar la sua supplica a Cesare.

BRUTO -

Ecco, s’appresta a farlo:

accalchiamoci tutti intorno a lui,

diamogli mano.

CINNA -

Cassio, tu per primo

devi alzare la mano.(55)

CESARE -

(Ai senatori)

Siam pronti?… Che c’è di fatto male

cui ora Cesare ed il suo Senato

devon porre riparo?

METELLO -

(Andando verso Cesare con la supplica in mano)

Altissimo, fortissimo,

potentissimo Cesare, ai tuoi piedi

Metello Cimbro getta un umil cuore.

(S’inginocchia)

CESARE -

Cimbro, t’avverto: queste prostrazioni

e queste basse cortigianerie

posson servire ad infiammare il sangue

degli uomini qualunque,

non già a mutare una disposizione

già adottata e sancita per decreto,

in una legge-gioco per bambini.(56)

Non esser tanto sciocco da pensare

che Cesare abbia un sangue così indocile(57)

da lasciarsi traviare facilmente

dalla sua genuina qualità

con mezzi buoni a blandire gli stolti;

e cioè con le dolci paroline,

le sgangherate cortigianerie,

le basse piaggerie da cuccioletti.

Tuo fratello è bandito per decreto.

S’è per lui che tu vieni ad inchinarti,

ed a pregare ed a blandire Cesare,

io ti caccio a pedate come un cane

dalla mia strada. Sappilo, Metello:

a nessuno ha mai fatto torto Cesare,

né mai vorrà aver soddisfazione,

se non su base d’una giusta causa.

METELLO -

(Rivolto agli altri congiurati)

Non c’è tra voi più meritoria voce,

che suoni più gradita della mia

all’orecchio di Cesare magnifico,

per revocare il bando a mio fratello?

BRUTO -

(Venendo subito avanti e prendendo la mano di Cesare)

Io ti bacio la mano,

Cesare, non per bassa adulazione,

ma per pregarti ed impetrar da te

che Publio Cimbro possa avere subito

la libertà di rientrare a Roma.

CESARE -

Come! Bruto!

CASSIO -

Il tuo perdono, Cesare:

ecco, ai tuoi piedi si prosterna Cassio

ad implorar da te

la revoca del bando a Publio Cimbro.

(S’inginocchia ai piedi di Cesare)

CESARE -

Voi potreste pensare di commuovermi

s’io fossi come voi. Se pregare

sapessi anch’io per commuovere altrui,

questo vostro pregare il mio perdono

sarebbe riuscito già a commuovermi.

Ma io sono costante ed immutabile

come la Stella dell’Orsa Minore

alla cui fissità nessuna stella

è pari, nell’intero firmamento.

I cieli son dipinti

d’infinite scintille tutto fuoco,

e ciascuna rifulge come l’altre,

ma ve n’è una ch’è fissa ed immobile

sempre allo stesso punto.

Così nel mondo: è brulicante d’uomini,

fatti di carne e sangue tutti quanti,

e dotati di seme d’intelletto;

e tuttavia in questa moltitudine

io non ne so che uno

che stia saldo, ed immoto, e inespugnabile:

e quell’uno son io. E in questo caso,

anche, lasciate ch’io tale mi mostri:

sono stato costante nel volere

che Cimbro fosse stato messo al bando,

e costante rimango nel volere

che così resti.

CASSIO -

(Rialzandosi).

Oh, Cesare…

CESARE -

Sta’ indietro!

E che! Vorresti scuotere l’Olimpo?

DECIO -

(Inginocchiandosi)

Grande Cesare…

CESARE -

T’inginocchi invano.(58)

Perfino Bruto s’inginocchia invano.

CASCA -

Parlate allora voi, mani, per me!

(Casca sta dietro, e colpisce Cesare al collo col pugnale; gli altri gli si avventano subito, colpendolo dappertutto il corpo. Bruto lo colpisce per ultimo)

CESARE -

Et tu, Brute?(59)… E allora cadi, Cesare!

(Stramazza, morto. Il popolo e tutti i senatori, meno Publio, fuggono in disordine)

CINNA -

Romani, libertà! Liberazione!

La tirannide è spenta!

Correte a proclamarlo per le strade!

CASSIO -

Alle tribune!(60) Ci salga qualcuno

e gridi “Libertà!” a tutta Roma!

“Libertà, redenzione, affrancamento!”

BRUTO -

Popolo e senatori, non fuggite;

restate, non dovete aver paura!

Il debito dell’ambizione è assolto.

CASCA -

Bruto, va’ tu ai rostri.

DECIO -

E Cassio, anche.

BRUTO -

Dov’è Publio?

CINNA -

Qui, Bruto, qui con noi,

tutto atterrito da questa rivolta.

METELLO -

Stiamo ben saldi insieme, ché per caso

qualche amico di Cesare potrebbe…

BRUTO -

Non parliamo di stare…

(A Publio)

Sta’ tranquillo,

Publio, per te non c’è nessun pericolo,

come per nessun altro dei Romani.

Rassicurali, Publio.

CASSIO -

Sarà meglio,

Publio, però che tu non stia con noi;

che il popolo infuriato con noi tutti

non abbia a maltrattar la tua canizie.

BRUTO -

Sì, allontànati, Publio,

che nessuno risponda di questo atto

eccetto noi, che ne siamo gli autori.

Rientra TREBONIO

CASSIO -

Dov’è Antonio?

TREBONIO -

Se n’è fuggito a casa,

era tutto stordito. Per le strade,

uomini, donne, bimbi, spaventati,

gli occhi sbarrati, van correndo e urlando

come se fosse il giorno del Giudizio.

BRUTO -

O Fati, ora sapremo il voler vostro;

che dobbiamo morire, lo sappiamo;

non è che l’ora ed i residui giorni

che gli uomini si curan di sapere.

CASSIO -

Mah, chi toglie vent’anni alla sua vita,

altrettanti ne toglie alla paura

sua della morte.

BRUTO -

Da’ questo per vero,

ed allora la morte è un beneficio;

ed è questo che abbiamo fatto a Cesare,

accorciandogli il tempo

da viver nel timore della morte.

Chinatevi, Romani, prosternatevi!

E nel sangue di Cesare

bagniamoci le mani, fino ai gomiti,

ed intingiamoci le nostre spade,

e, andando tutti avanti, fino al Foro,

ed agitando sulle nostre teste

l’armi vermiglie, alziamo un solo grido:

“Pace, liberazione, libertà!”

CASSIO -

Inchiniamoci, allora, sì, e bagniamoci!

Per quante età future

sarà questa esaltante nostra scena(61)

rivissuta: in nazioni ancor da nascere

ed in accenti ancora sconosciuti!

BRUTO -

E quante volte, a pubblico divago,

dovrà ancor sanguinare questo Cesare,

che giace ora disteso, men che polvere,

ai piedi della statua di Pompeo!(62)

CASSIO -

Ed ogni volta che ciò si farà,

questo nostro manipolo di uomini

sarà esaltato, come di coloro

che diedero la libertà alla patria!

DECIO -

Allora, che facciamo, ci muoviamo?

CASSIO -

Via, sì, via tutti insieme, e Bruto in testa

e noi onoreremo i suoi calcagni

con il corteo dei cuori più gagliardi

e dei più eletti spiriti di Roma.

Entra un SERVO

BRUTO -

Fermi! Chi viene?… Un famiglio di Antonio.

SERVO -

(Inginocchiandosi avanti a Bruto)

Bruto, così m’impose il mio padrone

d’inginocchiarmi; così Marcantonio

mi comandò di cadere ai tuoi piedi,

e, prosternato a te, così parlarti:

nobile, saggio, valoroso e onesto

è Bruto; Cesare era possente,

coraggioso, magnanimo, affettuoso:

di’ a Bruto che io l’amo, e che l’onoro;

digli che amavo ed onoravo Cesare,

ed anche lo temevo;

se Bruto vorrà far che Marcantonio,

senza pericolo per la sua vita,

possa vederlo e sapere da lui

come Cesare avesse meritato

d’essere messo a morte,

Marcantonio non avrà tanto caro

Cesare morto, quanto Bruto vivo,

e del nobile Bruto seguirà,

con salda fede, le fortune e i rischi

attraverso le incognite vicende

di questa situazione.(63)

BRUTO -

Il tuo padrone

è un Romano di senno e di valore:

mai lo tenni da meno.

Digli che se gli piace di venire

in questo luogo, sarà soddisfatto,

e, sul mio onore, ne partirà incolume.

SERVO -

Vado, e te lo conduco immantinente.

(Esce)

BRUTO -

(A Cassio)

Sono sicuro che lo avremo amico.

CASSIO -

Vorrei ben augurarmelo,

ma l’animo mi dice di temere

molto di lui; e i miei presentimenti

è raro che non colgano nel segno.

Rientra MARCANTONIO(64)

Ma ecco Antonio… Benvenuto, Antonio!

ANTONIO -

(Senza rispondergli, volto al cadavere di Cesare)

Potentissimo Cesare!

Sì basso giaci? A sì picciola cosa

sono dunque ridotte le tue glorie,

le tue grandi conquiste, i tuoi trionfi,

le spoglie da te vinte? Vale, Cesare!

(A Bruto e Cassio)

Io non conosco le vostre intenzioni:

a chi altri si debba cavar sangue;

chi altro voi pensiate ne abbia troppo;

se si trattasse della mia persona,

non saprei scegliere miglior momento

di questo che ha veduto cader Cesare,

né più gloriosi strumenti di morte

di queste vostre spade, impreziosite

dal più nobile sangue della terra.

Se mal mi sopportate,

mentre le vostre mani ancor fumano

e vaporan purpuree, vi scongiuro,

completate su me l’opera vostra!

Vivessi ancor mill’anni,

mai sarò meglio disposto a morire,

né mi sarà più gradito altro luogo

né altro mezzo con cui ricever morte,

che qui, accanto a Cesare,

e per mano di voi che siete il fiore

dei grandi spiriti dell’età nostra.

BRUTO -

Antonio, non ci chieder la tua morte.

Se pur dobbiamo apparire ai tuoi occhi

nient’altro che efferati sanguinarii

a giudicarci dalle nostre mani

e dall’atto da noi testé compiuto,

tu di noi vedi solo ora le mani

e l’azione cruenta che le mani

han compiuto; non vedi i nostri cuori;

essi traboccan di pietà per Cesare

ma anche di pietà per tutti i torti

per Cesare da Roma sopportati;

e la pietà ha scacciato la pietà

in noi, in questa azione contro Cesare,

come è scacciato il fuoco da altro fuoco.

Verso di te, però, le nostre spade

hanno punte di piombo, Marcantonio;

le nostre braccia, forti contro il male,

e i nostri cuori solo temperati

di volontà fraterna,

t’accolgono fra noi con simpatia,

con ogni buon proposito e rispetto.

CASSIO -

La tua voce sarà tanto autorevole

quanto quella d’ogni altro,

nella distribuzione delle cariche

nel nuovo ordinamento dello Stato.

BRUTO -

Devi sol pazientare, Marcantonio,

che ci riesca di calmare la gente,

ancora fuor di sé dallo spavento,

e ti riveleremo allor la causa

perch’io, che pur volevo bene a Cesare(65)

pur mentre lo colpivo, ho così agito.

ANTONIO -

Della saggezza vostra io non dubito.

Che ciascuno di voi

mi tenda la sua mano insanguinata;

e tu per primo, Bruto; e la tua, Cassio;

e la tua, Decio; e poi la tua, Metello;

e la tua, Cinna; e tu, mio prode Casca;

e, se pure per ultimo, Trebonio,

la tua, non certo per minore affetto.

Nobili amici… ahimè che cosa dirvi?

Il mio credito presso tutti voi

riposa su così malferma base

che una di due cose, entrambe odiose,

voi dovete pensar di me ch’io sia:

o un codardo o un basso adulatore.

Che io t’amassi, Cesare,

oh, questo è vero! E se il tuo grande spirito

aleggia su di noi, ti dorrà forse

più crudamente ancor della tua morte(66)

vedere il tuo Antonio

far la pace con questi tuoi nemici

e stringere le mani di ciascuno

intrise del tuo sangue, nobilissimo,

avanti alla tua spoglia.

Meglio si converrebbe certo a me,

potessi aver tanti occhi

per quante hai tu ferite, e tante lacrime

per quanto è il sangue che da esse sgorga,

che non legarmi ora in amicizia

coi tuoi nemici… Perdonami, Giulio!

Tu, valoroso cervo,

qui sei stato braccato, qui cadesti,

e qui i tuoi cacciatori hanno segnato

in cremisi i lor nomi sul tuo corpo.

E tu di questo cervo la foresta

eri, o mondo, ed in lui era il tuo cuore!

Quanto simile a un cervo,

da molti principi trafitto, Cesare,

ti vedo or qui giacere!…

CASSIO -

Marcantonio!

ANTONIO -

Scusami Cassio, sto parlando a Cesare

come potranno i nemici di Cesare;

in bocca ad un amico come me,

è fredda discrezione.(67)

CASSIO -

Non ti rimprovero le lodi a Cesare,

ma con noi come intendi comportarti?

Vuoi che ti annoveriamo tra gli amici,

o dobbiamo procedere da soli,

senza poter contare su di te?

ANTONIO -

Ero per dirvi questo poco fa,

mentre stringevo a ciascuno la mano,

ma mi son divagato, in verità,

nell’abbassare gli occhi sopra Cesare.

Sono con voi, amici, e vi amo tutti,

sempre con la speranza di conoscere

le ragioni da voi, come e perché

sarebbe stato Cesare un pericolo.

BRUTO -

Senza come e perché,

sarebbe stato il nostro, certamente,

un ben truce spettacolo.

Ma le nostre ragioni, Marcantonio,

sono talmente degne e rispettabili,

che s’anche tu fossi figlio di Cesare

non potresti non esserne convinto.

ANTONIO -

È tutto quel che chiedo di sapere.

In più vi chiedo che mi sia concesso

di portare nel Foro il suo cadavere,

e lì, dal rostro, poter pronunciare

come un amico il suo elogio funebre.

BRUTO -

Concesso, Antonio.

CASSIO -

Bruto, una parola…

(Si appartano)

Non hai coscienza di quello che fai.

Non si deve permettere ad Antonio

di parlare per il suo funerale.

Tu non sai come può farsi commuovere

il popolo da ciò ch’egli dirà!

BRUTO -

Tu lascia fare a me…

Salirò io per primo alla tribuna

e chiarirò al popolo i motivi

che ci hanno spinti ad uccidere Cesare.

Quanto a quello che potrà dire Antonio,

spiegherò ch’è col nostro beneplacito

ch’egli parla, per tributare a Cesare

le onoranze previste dalla legge.

Ciò tornerà piuttosto a nostro bene,

e non a nostro danno.

CASSIO -

Quel che potrà seguirne, non lo so;

ma la faccenda non mi piace affatto.

BRUTO -

Antonio, là, prendi il corpo di Cesare.

Bada, però, nel tuo discorso funebre,

nessun biasimo a noi.

Di Cesare di’ pure tutto il bene

che puoi dire, ma spiega che lo fai

con il nostro consenso; o altrimenti

tu non potrai aver nessuna parte

in queste esequie; e inoltre parlerai

dalla stessa tribuna dov’io vado,

e dopo ch’abbia già parlato io.

ANTONIO -

D’accordo. Non desidero di più.

BRUTO -

Prepara dunque il corpo, là, e seguici.

(Escono tutti meno Antonio)

ANTONIO -

Oh, perdonami, zolla sanguinante,

se mi mostro così mansueto ed umile

con questi macellai. Nella tua spoglia

è la rovina dell’uomo più nobile

che visse mai nel fluire del tempo.

E maledette siano quelle mani

ch’hanno versato il tuo prezioso sangue!

Su queste tue ferite

che dischiudono come mute bocche

le lor labbra vermiglie ad implorare

voce ed accento da questa mia lingua,

io profetizzo qui che la tua morte

farà cadere una maledizione

sulla schiena degli uomini:

furore d’interne lotte e di fazioni

l’un l’altra avverse strazierà d’Italia

ogni contrada; il sangue e la rovina

saranno sì consueti,

e diverranno così famigliari

scene d’orrore agli occhi della gente,

che le madri dovranno sol sorridere

nel mirare i lor bimbi appena nati

squartati dagli artigli della guerra,

ché l’abitudine alle truci gesta

avrà spento ogni senso di pietà;

e su tutti lo spirito di Cesare

avido di vendetta, con al fianco

Ate, venuta fuori dall’inferno,(68)

andrà gridando, entro questi confini,

con voce di monarca: “Distruzione!”,

sguinzagliandovi i cani della guerra,(69)

così che questa sciagurata impresa

dovrà ammorbar la terra

con il puzzo delle carogne umane

gementi dai viventi sepoltura.

Entra un SERVO

Tu servi Ottavio Cesare, o mi sbaglio?

SERVO -

Appunto, Marcantonio.

ANTONIO -

So che Cesare

gli aveva scritto di venire a Roma.(70)

SERVO -

Ha ricevuto, infatti, la sua lettera,

e viene; e m’ordinò di dirti a voce…

(Vede il cadavere di Cesare)

Oh, Cesare!…

ANTONIO -

(Vedendo il servo ammutolito)

Ti si è gonfiato il cuore,

lo so. Mettiti un po’ da parte, e piangi.

La commozione è contagiosa, vedo;

ché a vedere imperlarsi di dolore

i tuoi occhi, mi pare che anche i miei

cominciano a bagnarsi… Il tuo padrone

allora sta venendo?

SERVO -

Questa sera

pernotterà a sette miglia da Roma.

ANTONIO -

Torna da lui di corsa,

e informalo di quanto hai visto qui:

qui c’è una Roma in lutto,

una Roma in pericolo, una Roma

non ancora sicura per Ottavio.

Va’ digli questo… No, un momento, aspetta:

non andare senza aver visto me

trasportare nel Foro questo corpo.

Là io, col mio discorso,

saggerò come reagisce il popolo

al delitto di questi sanguinari;

e tu da ciò potrai dire ad Ottavio

come stanno le cose. Vieni, aiutami.

(Escono trasportando il corpo di Cesare,

dopo averlo avvolto in un lenzuolo)

SCENA II

Roma, il Foro.

Entrano BRUTO e CASSIO seguiti da una folla di cittadini

CITTADINI -

Soddisfazione!

Vogliamo sapere!

Vogliamo che ci diate spiegazione!

BRUTO -

(Accingendosi a salire sul rostro)

Bene, amici, seguitemi e ascoltate.

Cassio, tu pòrtati nell’altra strada,

spartiamoci la folla tra noi due.

Chi vuol sentire me, si fermi qui,

chi vuol sentire Cassio, segua lui.

Vi daremo qui pubblica ragione

della morte di Cesare.

1° CITTADINO -

Io resto. Voglio udir parlare Bruto.

2° CITTADINO -

Io voglio udire Cassio;

raffronteremo poi le lor ragioni,

che avremo udito separatamente.

(Esce Cassio, seguito da alcuni cittadini)

3° CITTADINO -

Silenzio! Il nobile Bruto è salito.

BRUTO -

Romani, miei compatrioti, amici,

io vi chiedo pazienza;

ascoltatemi bene fino in fondo,

e restate in silenzio,

e vi esporrò la causa(71) del mio agire.

Sul mio onore, credetemi,

ed abbiate rispetto del mio onore;

giudicatemi nella saggezza vostra,

e a meglio farlo aguzzate l’ingegno.

Se c’è alcuno fra voi

ch’abbia voluto molto bene a Cesare,

io dico a lui che l’amore di Bruto

per Cesare non fu meno del suo.

Se poi egli chiedesse perché Bruto

s’è levato con l’armi contro Cesare,

la mia risposta è questa:

non è che Bruto amasse meno Cesare,

ma più di Cesare amava Roma.

Preferireste voi Cesare vivo

e noi tutti morire come schiavi,

oppur Cesare morto, e tutti liberi?

Cesare m’ebbe caro, ed io lo piango;

la fortuna gli arrise, ed io ne godo;

fu uomo valoroso, ed io l’onoro.

Ma fu troppo ambizioso, ed io l’ho ucciso.

Lacrime pel suo amore,

compiacimento per la sua fortuna,

onore al suo valore,

ma morte alla sua sete di potere!

C’è alcuno tra voi che sia sì abietto

da bramare di viver come servo?

Se c’è, che parli, perché è lui che ho offeso!

Se alcuno c’è tra voi che sia sì barbaro

da rinnegare d’essere un Romano,

che parli, perché è a lui che ho fatto torto!

E chi c’è qui tra voi di tanto ignobile

da non amar la patria? Se c’è, parli:

perché è a lui ch’io ho recato offesa.

CITTADINI -

Nessuno, Bruto!

Nessuno!

Nessuno!

BRUTO -

Vuol dire allora che nessuno ho offeso.

Ho fatto a Cesare non più di quello

che ciascuno di voi farebbe a Bruto.

Le ragioni per cui Cesare è morto

son tutte registrate in Campidoglio;

la sua gloria, dov’egli ne fu degno,

non è stata offuscata, né i suoi torti

per i quali ebbe morte, esagerati.

Entrano ANTONIO ed altri portando il corpo di Cesare avvolto in un lenzuolo, e lo depongono ai piedi del rostro.

Ecco, viene il suo corpo,

pianto da Marcantonio,

che con tutto che non ha avuto parte

alla sua morte, ne trarrà per sé

il beneficio d’un cospicuo ufficio

in seno alla repubblica.

Ma chi di voi non ne trarrà altrettanto?

E con ciò ho finito, cittadini,

non senza avervi ancora detto questo:

che come ho ucciso il mio migliore amico

per il bene di Roma,

quello stesso pugnale io terrò pronto

per me stesso, se piaccia alla mia patria

d’aver necessità della mia morte.

CITTADINI -

Evviva Bruto!

Evviva!

Evviva!

Evviva!

1° CITTADINO -

Portiamolo in trionfo a casa sua!

2° CITTADINO -

Facciamogli una statua

con i suoi antenati.

3° CITTADINO -

Sia lui Cesare!

4° CITTADINO -

Sian coronate in Bruto

le qualità più nobili di Cesare!

1° CITTADINO -

Vogliamo accompagnarlo a casa sua

con grida e acclamazioni…

BRUTO -

Cittadini!…

2° CITTADINO -

Silenzio, olà, silenzio! Parla Bruto!

BRUTO -

Miei bravi cittadini,

lasciate ch’io me ne vada da solo;

rimanete qui tutti con Antonio.

Rendete onore alla salma di Cesare

ed a quello che Antonio vi dirà,

con il nostro consenso e beneplacito,

ad esaltare i meriti di Cesare.

Vi supplico, nessuno s’allontani

prima che Marcantonio abbia parlato.

(Esce)

1° CITTADINO -

Zitti e fermi! Sentiamo Marcantonio.

3° CITTADINO -

Aspettiamo che salga alla tribuna.

Nobile Antonio, sali, ti ascoltiamo.

ANTONIO -

(È salito sul rostro)

Per amore di Bruto,

mi sento in obbligo con tutti voi.

4° CITTADINO -

(Al terzo cittadino)

Eh? Che dice di Bruto?

3° CITTADINO -

Che per amor di Bruto

si sente in obbligo con tutti noi,

dice…

4° CITTADINO -

Meglio per lui

che non si metta a dir male di Bruto!

1° CITTADINO -

Questo Cesare, è vero, era un tiranno.

3° CITTADINO -

Ah, questo è certo; e siamo fortunati

che Roma abbia saputo liberarsene!

2° CITTADINO -

Silenzio, udiamo che sa dirci Antonio.

ANTONIO -

Voi, nobili Romani…

CITTADINI -

Olà, silenzio!…

ANTONIO -

Romani, amici, miei compatrioti,

vogliate darmi orecchio.

Io sono qui per dare sepoltura

a Cesare, non già a farne le lodi.

Il male fatto sopravvive agli uomini,

il bene è spesso con le loro ossa

sepolto; e così sia anche di Cesare.

V’ha detto il nobile Bruto che Cesare

era uomo ambizioso di potere:

se tale era, fu certo grave colpa,

ed egli gravemente l’ha scontata.

Qui, col consenso di Bruto e degli altri

- ché Bruto è uom d’onore,

come lo sono con lui gli altri -

io vengo innanzi a voi a celebrare

di Cesare le esequie. Ei mi fu amico,

sempre stato con me giusto e leale;

ma Bruto dice ch’egli era ambizioso,

e Bruto è certamente uom d’onore.

Ha addotto a Roma molti prigionieri,

Cesare, e il lor riscatto ha rimpinzato

le casse dell’erario: sembrò questo

in Cesare ambizione di potere?

Quando i poveri han pianto,

Cesare ha lacrimato: l’ambizione

è fatta, credo, di più dura stoffa;

ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso,

e Bruto è uom d’onore.

Al Lupercale(72) - tutti avete visto -

per tre volte gli offersi la corona

e per tre volte lui la rifiutò.

Era ambizione di potere, questa?

Ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso,

e, certamente, Bruto è uom d’onore.

Non sto parlando, no,

per contraddire a ciò che ha detto Bruto:

son qui per dire quel che so di Cesare.

Tutti lo amaste, e non senza cagione,

un tempo… Qual cagione vi trattiene

allora dal compiangerlo? O senno,

ti sei andato dunque a rifugiare

nel cervello degli animali bruti,

e gli uomini han perduto la ragione?

Scusatemi… il mio cuore giace là

nella bara(73) con Cesare,

e mi debbo interromper di parlare

fin quando non mi sia tornato in petto.(74)

1° CITTADINO -

Mi sembra che ci sia molta ragione

in quel che ha detto.

2° CITTADINO -

Certo, a ripensarci.

Cesare ha ricevuto grandi torti.

3° CITTADINO -

Ah, sì, certo compagni.(75) Ed ho paura

che al suo posto ne venga uno peggiore.

4° CITTADINO -

Avete ben notato quel che ha detto?

Non ha voluto accettar la corona:

allora è certo, non era ambizioso.

1° CITTADINO -

Se davvero è così,

qualcuno la dovrà pagar ben cara.

2° CITTADINO -

Pover’anima, ha gli occhi tutti rossi

come il fuoco, dal piangere.

3° CITTADINO -

Non c’è uomo più nobile di Antonio

a Roma.

4° CITTADINO -

Ecco, riprende a parlare.

ANTONIO -

Ancora ieri, la voce di Cesare

avrebbe fatto sbigottire il mondo:

ed ei giace ora là,

e nessuno si stima tanto basso

da render riverenza alla sua spoglia.

Oh, amici, fosse stata mia intenzione

eccitare le menti e i cuori vostri

alla sollevazione ed alla rabbia,

farei un torto a Bruto e un torto a Cassio,

i quali sono uomini d’onore,

come tutti sapete.

Non farò certo loro questo torto;

preferisco recarlo a questo ucciso,

a me stesso ed a voi,

piuttosto che a quegli uomini onorevoli.

Ma ho qui con me una pergamena scritta,

col sigillo di Cesare;

l’ho rinvenuta nel suo gabinetto:

è il suo testamento.

Se solo udisse la gente del popolo

quello ch’è scritto in questo documento

- che, perdonate, non intendo leggere -

andrebbe a gara a baciar le ferite

di questo corpo, e a immergere ciascuno

i propri lini nel suo sacro sangue;

e a chiedere ciascuno, per reliquia,

un suo capello, di cui far menzione

in morte, per lasciarlo in testamento,

prezioso lascito, ai suoi nipoti.

1° CITTADINO -

Il testamento lo vogliamo udire.

Leggilo, Marcantonio!

TUTTI -

Il testamento!

Il testamento! Vogliamo sentire

quali sono le volontà di Cesare.

ANTONIO -

Gentili amici, no,

siate pazienti, non lo debbo leggere.

Non è opportuno che voi conosciate

fino a che punto Cesare vi amasse.

Non siete né di legno, né di pietra,

ma siete uomini, e, come uomini,

sentendo quel che Cesare ha testato,

v’infiammereste, fino alla pazzia.

È bene non sappiate

che suoi eredi siete tutti voi,

perché, se lo sapeste,

oh, chi sa mai che cosa ne verrebbe!

4° CITTADINO -

Leggi quel testamento!

Vogliamo udire quel che dice, Antonio!

Devi leggere la sua volontà!

ANTONIO -

Davvero non volete pazientare?

Non volete aspettare ancora un po’?

Ho trasgredito a me stesso a parlarvene.

Fo torto, temo, agli uomini d’onore

i cui pugnali hanno trafitto Cesare.

4° CITTADINO -

Che “uomini d’onore”: traditori!

ALTRI CITTADINI -

Vogliamo il testamento!

2° CITTADINO -

Scellerati! Assassini!… Il testamento!

Leggici il testamento!

ANTONIO -

Mi costringete, dunque, a forza a leggerlo?…

Allora fate cerchio

tutt’intorno al cadavere di Cesare

e lasciate ch’io scopra agli occhi vostri

colui che ha fatto questo testamento.

Devo scendere? Me lo permettete?

TUTTI -

Vieni giù.

Scendi.

È questo che vogliamo.

(Antonio scende dal rostro e si porta vicino alla salma di Cesare)

UN CITTADINO -

Stiamo in cerchio.

UN ALTRO -

Discosti dalla bara.

UN ALTRO -

Non ci accalchiamo tutti sul cadavere.

UN ALTRO -

Fate largo ad Antonio…

al nobilissimo Antonio.

ANTONIO -

(Che è sceso dal rostro)

No, no,

non dovete accalcarvi intorno a me,

state discosti.

ALCUNI -

Indietro, gente, indietro!

ANTONIO -

Ora, se avete lacrime, Romani,

preparatevi a spargerle.

Il mantello lo conoscete tutti:

io ho, nel mio ricordo,

la prima volta ch’egli l’ha indossato:

nella sua tenda, una sera d’estate,

il giorno stesso che sconfisse i Nervii.(76)

Guardate: in questo punto è penetrato

il pugnale di Cassio; qui, vedete,

che squarcio ha fatto nella sua ferocia

Casca, e per là è poi passato

il pugnale del suo diletto Bruto;

e quando questi ha estratto da quel varco

il maledetto acciaio, ecco, osservate

come il sangue di Cesare n’è uscito

quasi a precipitarsi fuor di casa

per sincerarsi s’era stato Bruto,

o no, che avesse così rudemente

bussato alla sua porta:

perché Bruto era l’angelo di Cesare,

lo sapete. E voi siete testimoni, o dèi,

di quanto caramente egli l’amasse!

Questo di tutti i colpi

è stato certamente il più crudele:

perché il nobile Cesare

quando vide colui che lo vibrò,

l’ingratitudine, più che la forza

delle braccia degli altri traditori,

lo soverchiò del tutto, e il suo gran cuore

gli si spezzò di schianto;

e, coprendosi il volto col mantello,

ai piedi della statua di Pompeo,

che intanto s’era inondata di sangue,

il grande Cesare crollò e cadde.

Oh, qual caduta, miei compatrioti,

è stata quella! Tutti, in quell’istante,

siamo caduti, mentre su di noi

trionfava nel sangue il tradimento.

Oh, ora voi piangete; e la pietà,

m’accorgo, fa sentire in voi il suo morso:

son generose lacrime, le vostre;

e voi piangete, anime gentili,

e avete visto solo sulla veste

del nostro Cesare le sue ferite.

Guardate qua:

(Solleva il lenzuolo e scopre il corpo di Cesare)

il suo corpo

straziato dai pugnali traditori.

CITTADINI -

Uh, quale scempio!

Oh, magnanimo Cesare!

O infausto giorno!

Infami traditori!

Oh, che orribile vista! Quanto sangue!

Vendicarlo dobbiamo.

Sì, vendetta!

Vendetta! Attorno, frugate, bruciate,

incendiate, uccidete, trucidate,

non resti vivo un solo traditore!

1° CITTADINO -

Silenzio, olà! Ascoltiamo ancora Antonio.

2° CITTADINO -

Ascolteremo, seguiremo Antonio,

moriremo con lui…

ANTONIO -

Miei buoni amici,

miei cari amici, non fatemi carico

d’istigarvi ad un simile improvviso

flutto di ribellione.

I responsabili di quest’azione

sono gente d’onore…

Quali private cause di rancore

possano averli indotti, ahimè, a compierla,

non so: essi son saggi ed onorevoli

e vi sapranno dire le ragioni.

Non son venuto, amici,

a rapire per me il vostro cuore;

non sono un oratore come Bruto,

sono - mi conoscete - un uomo semplice

che amava Cesare con cuor sincero;

e questo sanno bene anche coloro

che m’han concesso il loro beneplacito

a parlare di lui così, in pubblico;

perché io non posseggo né l’ingegno,

né la facondia, né l’abilità,

né il gesto, né l’accento,

né la forza della parola adatta

a riscaldare il sangue della gente:

parlo come mi viene sulla bocca,

vi dico ciò che voi stessi sapete,

vi mostro le ferite del buon Cesare,

povere bocche mute,

e chiedo a loro di parlar per me.

S’io fossi Bruto e Bruto fosse Antonio,

allora sì, che qui a parlare a voi

vi sarebbe un Antonio

ben capace di riscaldare gli animi

e di dar voce ad ogni sua ferita

per trascinare a Roma anche le pietre

alla rivolta ed all’insurrezione!

CITTADINI -

E così noi faremo!

Insorgeremo!

Daremo fuoco alla casa di Bruto!

1° CITTADINO -

Via, dunque, a caccia dei cospiratori!

ANTONIO -

No, cittadini, ascoltatemi ancora.

Ho ancora da parlarvi.

1° CITTADINO -

Olà, silenzio!

Sentiamo ancora quel che vuole dirci

il nobilissimo Antonio.

ANTONIO -

Ma, amici,

andate a far non sapete che cosa.

Sapete perché Cesare

ha tanto meritato il vostro affetto?…

Ahimè, m’accorgo che non lo sapete.

Dunque bisognerà che ve lo dica.

Il testamento di cui v’ho parlato

l’avete già dimenticato…

CITTADINI -

È vero!

Sentiamo quel che dice il testamento.

ANTONIO -

Eccolo qua: col sigillo di Cesare:

lascia pro capite a ciascun Romano,

settantacinque dramme.(77)

2° CITTADINO -

Cesare nobilissimo! Vendetta!

Della sua morte faremo vendetta!

3° CITTADINO -

Oh, Cesare regale!

ANTONIO -

Ascoltatemi ancora con pazienza.

CITTADINI -

Silenzio, olà!

Silenzio!

ANTONIO -

Inoltre vi ha lasciati tutti quanti

eredi dei giardini, delle vigne

e degli orti da lui fatti piantare

di là dal Tevere recentemente:

li lascia tutti a voi e ai vostri eredi,

in perpetuo possesso, perché siano

pubblici luoghi di divertimento

per passeggiate e per ricreazione.

Questo era, cittadini, il vero Cesare.

Quando ne verrà uno come lui?

1° CITTADINO -

Mai, mai! Venite, cremiamo il suo corpo

nel luogo consacrato,(78)

e coi tizzoni accesi diamo fuoco

alle case di questi traditori!

Prendete su il cadavere!

2° CITTADINO -

Avanti, andiamo, prepariamo il rogo!

3° CITTADINO -

Fracassiamo le panche…

4° CITTADINO -

… le finestre,

i sedili di legno ed ogni cosa!

(Escono tutti, trasportando a spalla il corpo di Cesare meno Antonio)

ANTONIO -

Ora che tutto funzioni da sé.

Ormai sei scatenato, maleficio:

prendi il corso che vuoi…

Entra un SERVO

Che c’è, ragazzo?

SERVO -

Padrone, Ottavio è già arrivato a Roma.

ANTONIO -

Dov’è?

SERVO -

Con Lepido in casa di Cesare.

ANTONIO -

E là mi reco ad incontrarlo, subito.

Egli arriva a buon punto: la Fortuna

ci arride, e in questo suo ridente umore

saprà concederci qualunque cosa.

SERVO -

Ho sentito da lui che Bruto e Cassio

son fuggiti a cavallo, come pazzi,

attraverso le porte di città.

ANTONIO -

Devono aver avuto conoscenza

degli umori del popolo

com’io l’ho trascinato a commozione.

Conducimi da Ottavio.

(Escono)

SCENA III

Roma, una via.

Entra CINNA, il poeta(79)

CINNA -

Stanotte ho fatto un sogno:

mi pareva di stare a banchettare

con Cesare, e mi gravano la mente

immagini sinistre.(80) Non ho voglia

d’andar girovagando fuor di casa,

ma c’è qualcosa che mi ci trascina.

Entrano dei CITTADINI

1° CITTADINO -

Qual è il tuo nome?

2° CITTADINO -

Dove stai andando?

3° CITTADINO -

Dove abiti?

4° CITTADINO -

Scapolo? Ammogliato?

2° CITTADINO -

Rispondi a tono alle nostre domande.

1° CITTADINO -

E breve.

4° CITTADINO -

E con giudizio.

3° CITTADINO -

E lealmente.

CINNA -

Il mio nome? Dove abito?…

Dove vado? Se ho moglie o sono scapolo?

Ebbene, per rispondere a ciascuno

direttamente, breve, saggiamente

e lealmente: dico saggiamente

che sono scapolo.

2° CITTADINO -

Che è come dire,

secondo te, che sono tutti allocchi

quelli che prendon moglie.

Ho paura che queste tue parole

ti costeranno un paio di ceffoni.

Ma tira avanti, via: direttamente.

CINNA -

Direttamente andavo, devo dirlo,

al funerale di Cesare.

1° CITTADINO -

Come?

Da amico o da nemico?

CINNA -

Come amico.

2° CITTADINO -

Ora hai risposto a tono.

4° CITTADINO -

E dove abiti?

Breve.

CINNA -

Breve: vicino al Campidoglio.

3° CITTADINO -

Come ti chiami, amico, lealmente.

CINNA -

Lealmente il mio nome è Cinna.

1° CITTADINO -

A pezzi!

Fatelo a pezzi! È un cospiratore!

CINNA -

Sono Cinna il poeta, io, il poeta!

4° CITTADINO -

Fatelo a pezzi pei suoi brutti versi!

Fatelo a pezzi pei suoi brutti versi!

CINNA -

Non sono il Cinna dei cospiratori!

4° CITTADINO -

È lo stesso. Si chiama Cinna e basta!

Strappategli dal cuore solo il nome

e lasciatelo andare.

3° CITTADINO -

A pezzi, a pezzi!

Voialtri là, venite coi tizzoni!

Tizzoni accesi! Da Bruto e da Cassio,

bruciate tutto: chi a casa di Decio,

quali da Casca, quali da Ligario!

(Escono tutti)


ATTO QUARTO

SCENA I

Roma, in casa di Marcantonio.(81)

OTTAVIO, ANTONIO e LEPIDO son seduti ad un tavolo

ANTONIO -

Allora, tutti i nomi qui schedati

son da mettere a morte, tutti quanti.

OTTAVIO -

(A Lepido)

Tuo fratello deve anche lui morire.

Non sei d’accordo, Lepido?

LEPIDO -

D’accordo.

OTTAVIO -

(Ad Antonio)

Allora, Antonio, aggiungilo alla lista.

LEPIDO -

A patto, Antonio, che non resti vivo,

però, nemmeno tuo nipote Publio.(82)

ANTONIO -

Nemmeno lui vivrà. Toh, ecco, guarda:

con questo segno condanno anche lui.

Ma va’ a casa di Cesare,

Lepido, porta qua il suo testamento,

e vedremo di togliere qualche onere

dai suoi legati.

LEPIDO -

Vi ritrovo qui?

OTTAVIO -

O qui, o in Campidoglio.

(Esce Lepido)

ANTONIO -

È proprio un omiciattolo da niente,

buono a fare il garzone di bottega.

Ti sembra giusto che, diviso il mondo

in tre parti, egli debba figurare

come uno che dovrà tenerne un terzo?

OTTAVIO -

Tu stesso l’hai così considerato;

ed hai chiesto perfino il suo parere

su chi segnare nella lista nera

dei condannati a morte e dei proscritti.

ANTONIO -

Ottavio, ho visto più giorni di te:

abbiamo un bel caricare quest’uomo

di onori, per alleggerir noi stessi

di numerosi e fastidiosi pesi;

saprà portarli come porta un asino

un carico prezioso sulla groppa,

sudando e mugugnando sotto il peso,

guidato o spinto a forza verso il luogo

che gli indichiamo noi;

e portato che avrà per noi il tesoro,

gli togliamo di dosso quella soma

e da asino scarico

lo scapezziamo, a scrollarsi gli orecchi

e a pascolare nei pubblici prati.

OTTAVIO -

Fa’ come credi; ma tieni presente

ch’è soldato provetto e coraggioso.

ANTONIO -

Così è anche il mio cavallo, Ottavio;

e per ciò lo rimpinzo di foraggio:

è creatura che posso ammaestrare

alla battaglia, al volteggio, all’arresto,

allo sfaglio, restando ogni sua mossa

da me guidata. Lo stesso è di Lepido:

egli abbisogna d’essere addestrato

ed istruito, e costretto ad andare:

un individuo di spirito sterile,

uno che si alimenta di rifiuti,

di robacce, di false imitazioni

che, scartate dagli altri, fuori uso,

diventano per lui ultima moda.

Non parliamo di lui, se non per dire

tra di noi ch’è soltanto uno strumento.

Ed ora, Ottavio, ascolta grandi cose:

Bruto e Cassio vanno assoldando truppe.

È necessario che noi, senza indugio,

ci apprestiamo a far loro resistenza.

Perciò che il nostro patto sia concluso,

consolidate le nostre alleanze

e posti in opera i mezzi migliori.

Sediamoci a consiglio immantinente

per decidere come meglio fare

per scoprire le lor segrete trame

e fronteggiare gli aperti pericoli.

OTTAVIO -

Facciamolo. Siamo legati al palo(83)

e circondati da molti nemici,

e anche temo che molti di quelli

che ci fanno buon viso e ci sorridono

hanno nell’animo, contro di noi,

milioni di propositi insidiosi.

(Escono)

SCENA II

Davanti alla tenda di Bruto, nell’accampamento presso Sardi.(84)

Tamburi. Entrano BRUTO, LUCILIO, LUCIO con soldati da una parte;

da un’altra TITINIO e PINDARO.

BRUTO -

Alto là, fermi!

LUCILIO -

La parola d’ordine!

Fermi là!

BRUTO -

Oh, Titinio!(85) Cassio è qui?

TITINIO -

A portata di mano, ed è qui Pindaro

a recarti il saluto del padrone.

BRUTO -

Molto onore.

(A Pindaro)

Però il tuo padrone,

a causa forse d’un suo mutamento

o per colpa di indegni suoi gregari,

m’ha dato modo di desiderare

come non fatte cose da lui fatte.

Ma s’è accampato non lungi da qui,

ne avrò la spiegazione da lui stesso.

PINDARO -

Non dubito che il nobil mio padrone

apparirà qual è: uomo d’onore

degno d’ogni rispetto.

BRUTO -

Non ne dubito…

(A parte, a Titinio)

Come t’ha accolto? Ragguagliami bene.

TITINIO -

Abbastanza cortese e rispettoso,

ma non con quella affabile premura

né con quel tono aperto ed amichevole

di conversare che usava una volta.

BRUTO -

Me l’hai descritto come un caldo amico

che si va intiepidendo; avrai notato,

Titinio, come sempre l’amicizia

quando inizia a guastarsi ed a marcire

s’ammanti di sforzata cortesia.

La lealtà, quando è sincera e semplice,

non ha trucchi; ma gli uomini insinceri

sono come i cavalli sfocazzanti

guidati a mano, che fan grande sfoggio

d’ardore e ti prometton chi sa che;

ma quando son montati

e sentono sui fianchi il duro sprone,

abbassano la cresta

e come pigri e rozzi ronzinanti

deludono e falliscono la prova.

La sua truppa, m’hai detto, sta venendo?

TITINIO -

Prevedono d’acquartierarsi a Sardi

per questa notte: ma la maggior parte

della cavalleria è qui con Cassio.

(Fanfara all’interno)

BRUTO -

Eccoli, udite, arrivano!

Incamminiamoci a piedi a incontrarli.

Entra CASSIO con soldati

CASSIO -

Alt!

BRUTO -

Alt! Passate l’ordine!

DI DENTRO -

Alt!

Alt!

CASSIO -

Fratello nobilissimo,

m’hai fatto torto.

BRUTO -

O numi, giudicatemi!

Ho fatto mai io torto ad un nemico?

E se non è così, sapete voi,(86)

come potrei far torto ad un fratello?

CASSIO -

Questi tuoi modi remissivi, Bruto,

ti servon bene a nasconder l’offese;

e quando tu le fai…

BRUTO -

Cassio, sta’ calmo.

S’hai da lagnarti, fallo a bassa voce…

ch’io ti conosco. Non stiamo a discutere

qui, sotto gli occhi dei nostri due eserciti,

che non dovrebbero vedere altro

che amore ed amicizia tra noi due.

Ordina loro di spostarsi altrove,

e poi, nella mia tenda,

da’ pieno sfogo alle tue lamentele,

ed io son qui per darti udienza.

CASSIO -

Pindaro!

Passa l’ordine ai nostri comandanti

che distanzino alquanto i loro uomini

da questo posto.

BRUTO -

Lucio, fa’ lo stesso;

e nessuno s’accosti alla mia tenda

fino al termine della conferenza.

Voi, Lucilio e Titinio,

restate qui, a guardia dell’ingresso.

(Bruto e Cassio entrano nella tenda di Bruto)

SCENA III

L’interno della tenda di Bruto

Entrano BRUTO e CASSIO

CASSIO -

Che m’hai offeso, questi sono i fatti:

hai castigato e marchiato d’infamia

Lucio Pella, per certe regalie

ch’egli avrebbe accettate dai Sardiani;

e di quanto t’ho scritto in suo favore,

poiché conosco l’uomo, nessun conto

hai creduto di fare, con disprezzo.

BRUTO -

Hai offeso te stesso, in questo caso,

scrivendomi.

CASSIO -

In tempi come questi,

trovo assurdo che ogni lieve fallo

debba incontrare biasimo.

BRUTO -

E allora lascia ch’io ti dica, Cassio,

che tu stesso sei molto chiacchierato

e accusato d’aver la mano sciolta…

sì, di mercanteggiare per denaro

e di vendere le pubbliche cariche

a immeritevoli.

CASSIO -

La mano sciolta!

Io Cassio? Bruto, tu parli così

perché sai d’esser Bruto; o, per gli Dèi,

avresti detto l’ultima parola!

BRUTO -

E questa corruttela

ha nel nome di Cassio copertura,

onde la punizione ch’essa merita

si nasconde comodamente il capo

dietro il volto onorato di quel nome.(87)

CASSIO -

Punizione!

BRUTO -

Ricòrdati di marzo,

gl’idi di marzo, non dimenticarli!

Non ha forse il gran Giulio sanguinato

per amor di giustizia? e chi di noi

sarebbe stato tanto scellerato

da toccare il suo corpo e pugnalarlo

se non per la giustizia? Dannazione!

Deve ora uno di noi che abbiamo ucciso

il più importante uomo della terra

solo perch’egli proteggeva i ladri,

dobbiamo noi insozzarci le dita

con basse regalie,

ridurci a barattare il grande spazio

del nostro onore per una manciata

di vil metallo? Un cane vorrei essere,

e come un cane abbaiare alla luna,

piuttosto che un romano di tal pasta!

CASSIO -

Bruto, non aizzarmi, non lo tollero:

dimentichi te stesso,

a insultarmi così. Sono un soldato,

più vecchio d’esperienza e più capace

di te stesso a trattare con la gente.

BRUTO -

Va’, va’, che non lo sei, Cassio.

CASSIO -

Lo sono.

BRUTO -

Tu non lo sei, ti dico.

CASSIO -

Bada, Bruto,

non provocarmi, ch’io perdo la testa!

Pensa a te, non mi provocar più oltre.

BRUTO -

Via, uomo da niente!

CASSIO -

A me? Possibile?…

BRUTO -

Sentimi bene, parliamoci chiaro:

credi ch’io debba cedere

alle tue scriteriate escandescenze?

Credi ch’io mi spaventi quando un pazzo

mi sbarra gli occhi in faccia?

CASSIO -

O dèi, o dèi!

Devo io sopportare tutto questo?

BRUTO -

Tutto questo, e più ancora! Fremi, fremi,

fino a spezzarti il cuore! La tua collera

valla a sfogare coi tuoi schiavetti

e a far tremare con essa i tuoi servi.

Io, cedere ad essa? Assecondarti?

Genuflettermi al tuo rabbioso umore?

Consuma dentro te e la tua collera

fino a scoppiare, per tutti gli dèì!

Perch’io, da oggi in poi,

quando sei più stizzoso d’una vespa,

ti userò come mio divertimento,

sì, per riderci sopra, e niente più!

CASSIO -

A questo siamo giunti?

BRUTO -

Ti vanti d’essere miglior soldato:

fa’ che si veda; la tua vanteria

mettila in atto, e ne avrò gran piacere:

per parte mia, sarò sempre contento

d’imparare da uomini onorati.

CASSIO -

Vuoi proprio offendermi; m’offendi, Bruto.

Un soldato più vecchio d’esperienza,

t’ho detto prima io, rispetto a te,

non già migliore. T’ho detto “migliore”?

BRUTO -

L’hai detto o non l’hai detto, non m’importa.

CASSIO -

Nemmeno Cesare avrebbe osato

di provocarmi fino a questo punto.

BRUTO -

Sentilo! Non avresti osato tu,

di provocarlo, Cesare, così!

CASSIO -

No?

BRUTO -

No, per la tua vita!

CASSIO -

Bada, Bruto,

non confidare troppo sul mio affetto:

potrei far cosa di cui dispiacermi.

BRUTO -

Qualcosa da doverti dispiacere

l’hai già fatta. Queste tue minacce,

Cassio, non mi spaventan più di tanto:

io sono così robustamente armato

d’onestà, ch’esse possono lambirmi

com’alito leggero, cui non bado.

Ho mandato da te per certe somme,

perché non so procurarmi denaro

per vie basse ed illecite,

e tu me l’hai negate. Per il cielo,

io conierei moneta col mio cuore,

e farei colar dramme dal mio sangue

prima d’estorcere con mezzi illeciti

dalle callose mani di bifolchi

quella loro robaccia…

T’ho poi mandato a chiedere dell’oro

per il soldo di questi miei soldati:

e me l’hai ugualmente rifiutato.

Un tale agire fu degno di Cassio?

Avrei così risposto io a Cassio?

Se Bruto diventasse un tal taccagno

da negare agli amici

questi miseri pezzi di metallo,

apprestatevi, o dèi, a farlo a pezzi

con tutti i vostri fulmini.

CASSIO -

Non è vero che io te li ho negati.

BRUTO -

Me li hai negati.

CASSIO -

Non te li ho negati.

Fu tutta colpa di quell’imbecille

che ti portò la mia risposta… Bruto,

tu m’hai spezzato il cuore: un vero amico

dovrebbe sopportare dell’amico

le debolezze; ma Bruto le mie

le fa più grandi di quello che sono.

BRUTO -

No, finché non le pratichi a mio danno.

CASSIO -

Tu non m’ami.

BRUTO -

Non amo i tuoi difetti.

CASSIO -

Un occhio amico mai li noterebbe.

BRUTO -

Ti sbagli: l’occhio d’un adulatore

non saprebbe notarli,

fossero più vistosi dell’Olimpo.

CASSIO -

Antonio, giovane Ottavio, venite,

venite a fare la vostra vendetta

solo su Cassio, perché Cassio è stanco

di questo mondo; ormai venuto in odio

all’unica persona cui vuol bene;

sfidato dal fratello;

rimproverato come un vile schiavo,

tutti i difetti suoi passati al vaglio,

notati in un taccuino,

bene studiati e mandati a memoria,

per essergli gettati sotto i denti!

Ah, vorrei piangermi dagli occhi l’anima!

Eccoti il mio pugnale,

ecco il mio nudo petto; dentro un cuore

più ricco delle miniere di Pluto,(88)

più prezioso dell’oro: avanti, su,

strappalo via, se sei un Romano!

Io, che tu dici t’ho negato l’oro,

voglio darti il mio petto: avanti, Bruto,

colpiscilo come colpisti Cesare!

Perché io so che, quanto più l’odiavi,

l’amavi assai di più

che tu non abbia mai amato Cassio.

BRUTO -

Ringuaina quel pugnale:

mettiti in collera quanto ti pare,

se questo può servirti per sfogarti;

fa’ quel che vuoi: finiremo per dire

che il disonore è carattere… Ah, Cassio!

Tu sei legato ad uno stesso giogo

con un agnello che si porta dentro

la rabbia come la pietra focaia

si porta il fuoco, che se vien fregata,

emette una fuggevole scintilla

e subito ritorna fredda pietra.

CASSIO -

Sarà dunque vissuto questo Cassio

per essere nient’altro che trastullo

e cagione di riso a questo Bruto,

ogni volta che malfrenata rabbia

e sangue lo tormentino?

BRUTO -

Anch’io, Cassio, t’ho detto quel che ho detto

in un momento d’ira.

CASSIO -

Ah, tu lo ammetti?

Allora, Bruto, qua la mano!

BRUTO -

E il cuore.

(Si stringono la mano, poi s’abbracciano)

CASSIO -

Eh, Bruto…

BRUTO -

Che vuoi dire? Parla, parla…

CASSIO -

Mi domando se tu m’ami abbastanza

per sopportarmi quando quell’umore

impetuoso che m’ha dato mia madre

mi fa dimentico di me e di tutto.

BRUTO -

Sì, Cassio, puoi star certo;

e d’ora in poi, quando ti prenderà

d’essere troppo greve col tuo Bruto,

penserò che ad urlare non sei tu,

ma tua madre, e ti lascerò sbraitare.

(Trambusto da dentro, e la voce del POETA)

POETA -

(Da dentro)

Voglio entrare e parlare ai generali.

V’è rancore tra loro,

e non è bene ch’essi stiano soli.

LUCILIO -

(Da dentro)

Ma tu non puoi entrare.

POETA -

(c.s.)

Niente mi fermerà, fuorché la morte!

Entrano il POETA, LUCILIO, TITINIO e LUCIO

CASSIO -

Che succede?

POETA -

Vergogna, generali!

Che diavolo vi passa per la mente?

Restare amici ed amarvi dovete,

come devono due come voi siete,

ché più anni di voi ne ho, certamente!

CASSIO -

(Ridendo)

Ah, ah! Sentite un po’ che stramba rima

che fa questo Diogene in vacanza!(89)

BRUTO -

Via di qua, rompiscatole, va’ via!

CASSIO -

Sopportalo, è il modo suo di fare.

BRUTO -

Sopporterò le sue strampalerie

quand’egli saprà sceglierne il momento.

La guerra non ha nulla da vedere

con simili imbecilli versaioli.

Fuor dai piedi, compare!

CASSIO -

Va’, va’, amico.

(Esce il poeta)

BRUTO -

Voi, Licinio e Titinio,

andate ad ordinare ai comandanti

di prepararsi ad accampar la truppa

per questa notte.

CASSIO -

Poi tornate subito,

e conducete qui anche Messala.

(Escono Lucilio e Titinio)

BRUTO -

Lucio, portaci un’anfora di vino.

(Esce Lucio)

CASSIO -

Non avrei mai creduto

che tu potessi arrabbiarti così.

BRUTO -

Per molti affanni io sono stanco, Cassio.

CASSIO -

Non pratichi la tua filosofia,

se t’arrendi agli affanni occasionali.(90)

BRUTO -

Cassio, nessuno sa meglio di me

sopportare il dolore… Porzia è morta.

CASSIO -

Che dici!… Porzia?

BRUTO -

Morta!

CASSIO -

Oh, come ho fatto allora

a scampare alla morte di tua mano,

contrastandoti in un momento simile!

O insopportabile, straziante perdita!

E come è morta, di che malattia?

BRUTO -

Insofferente alla mia lontananza

e al dolore che Ottavio e Marcantonio

sian diventati a Roma così forti

- ché anche questa notizia m’è giunta

con quella di sua morte - tutto questo

l’ha fatta uscir di senno

e, nell’assenza d’ogni suo riflesso,

ha ingerito del fuoco.

CASSIO -

Così è morta?

BRUTO -

Così…

CASSIO -

O dèi immortali!

Rientra LUCIO recando un’anfora di vino e una candela accesa

BRUTO -

Non parliamone più…

Dammi una pàtera di questo vino.

Ci seppellisco ogni rancore, Cassio.

CASSIO -

Ed il mio cuore ha sete

di sì nobile invito. Avanti, Lucio,

riempimi la coppa fino all’orlo,

finché trabocchi: all’amore di Bruto

non avrò mai bevuto a sufficienza.

(Beve)

Rientra TITINIO con MESSALA

BRUTO -

Vieni, vieni, Titinio.

Benvenuto fra noi, caro Messala.

Sediamoci ora intorno a questo tavolo

e discutiamo le nostre bisogne.

CASSIO -

Porzia, davvero te ne sei andata?

BRUTO -

Basta, Cassio, ti prego…

Messala, ho ricevuto dei messaggi

che dicono che Ottavio e Marcantonio

sarebbero calati su di noi

alla testa d’un poderoso esercito

e si dirigono verso Filippi.

MESSALA -

Ho anch’io le stesse notizie, Bruto.

BRUTO -

Con quali altri dettagli?

MESSALA -

Che tra liste di proscrizioni e bandi,

Ottavio, Antonio e Lepido

han messo a morte cento senatori.

BRUTO -

Su questo punto i nostri informatori

non concordano; i miei fanno sapere

che son settanta i senatori uccisi

perché proscritti, e uno è Cicerone.

CASSIO -

Cicerone?

MESSALA -

Sì, Cicerone è morto

per lo stesso ordine di proscrizione.

(A Bruto)

E da tua moglie hai ricevuto lettere?

BRUTO -

No, Messala.

MESSALA -

E nemmeno una notizia

di lei nell’altra tua corrispondenza?

BRUTO -

Nulla, Messala.

MESSALA -

Mi pare assai strano.

BRUTO -

Ma perché me lo chiedi?

Hai saputo di lei nelle tue lettere?

MESSALA -

No, Bruto.

BRUTO -

Ebbene, allora, da Romano,

dimmi la verità.

MESSALA -

E da Romano tu sopporta allora

la verità ch’io sto per annunciarti:

tua moglie Porzia è morta.

È sicuro. Ed in modo molto strano.

BRUTO -

Ebbene, Porzia, addio!… Ahimè, Messala,

morir si deve; ed è solo il pensiero

che un giorno ella sarebbe pur passata

che ora mi dà forza a sopportarlo.

MESSALA -

Ed è anche così che i grandi spiriti

devono sopportar le grandi perdite.

CASSIO -

Dovrebb’esser così, in teoria,

ma non sarebbe nella mia natura

sopportare così una tal disgrazia.

BRUTO -

Bene, ora al nostro lavoro da vivi!

Marciare subito sopra Filippi:

che ne pensate?

CASSIO -

Non penso sia bene.

BRUTO -

E la ragione?

CASSIO -

Te la dico subito:

è meglio che il nemico

venga esso a cercarci dove siamo;

logorerà così le sue risorse,

e stancherà le truppe a suo svantaggio;

noi, al contrario, rimanendo fermi,

ci riposiamo e conserviamo intera

la carica offensiva e difensiva,

e la celerità dei movimenti.

BRUTO -

Buone ragioni devono, però,

cedere alle migliori.

Le genti tra Filippi e questa terra

ci sono amiche assai di malavoglia:

s’è visto come ci hanno lesinato

il loro contributo; ora, il nemico,

marciando per il loro territorio,

rafforzerà con loro le sue file,

e giungerà più fresco e rafforzato

di nuove leve come di coraggio;

gli toglieremo invece un tal vantaggio

se andiamo a dargli battaglia a Filippi,

lasciandoci alle spalle questa gente.

CASSIO -

Mio buon fratello, ascolta…

BRUTO -

Abbi pazienza.

Inoltre è da tenere ben presente

che abbiamo sottoposto a dura prova

la resistenza dei nostri alleati;

che abbiamo le legioni a ranghi pieni,

e che la nostra causa è ben matura:

il nemico s’accresce giornalmente,

e noi, che siamo ormai al nostro culmine,

ci troviamo sul punto di declino.

C’è una marea nelle cose degli uomini

che, colta al flusso, mena alla fortuna;

negletta, tutto il viaggio della vita

s’incaglia su fondali di miserie.

Noi ci troviamo appunto a bordeggiare

in questo mare aperto;

sta a noi saper seguire la corrente

in un momento che ci è favorevole,

o rassegnarci a perder la partita.

CASSIO -

Bene, come vuoi tu.

Andremo noi a incontrarli a Filippi.

BRUTO -

La notte, senza che ce n’accorgessimo,

è scesa, con la sua profondità,

sul nostro colloquiare, e la natura

deve obbedire alla necessità,

cui noi soddisferemo parcamente

con un breve riposo.

C’è dell’altro da dire?

CASSIO -

No, nient’altro.

Buona notte. Domani, di buon’ora,

ci leveremo, e ci mettiamo in marcia.

BRUTO -

(Chiamando)

Olà, Lucio!

Rientra Lucio

La mia veste da notte.(91)

(Esce Lucio)

Buon Messala, Titinio, buona notte.

Nobilissimo Cassio, buona notte

e buon riposo!

CASSIO -

Caro mio fratello!

È stato un brutto inizio di nottata;

ma che mai più un simile contrasto

venga a dividere le nostre anime!

Mai più, Bruto!

BRUTO -

S’è tutto accomodato.

CASSIO -

Buona notte, fratello.

BRUTO -

Buona notte.

(Escono Cassio, Titinio e Messala)

Rientra LUCIO con la veste da notte

BRUTO -

Dammi la veste…

(Prende la veste dalle mani di Lucio, vi si avvolge tutto e si va a sedere come stravaccato, su un giaciglio)

Dov’è il tuo strumento?(92)

LUCIO -

Qui, nella tenda…

BRUTO -

Povero ragazzo,

parli assonnato… Ma non ti do torto:

hai dovuto vegliare troppo a lungo.

Chiama Claudio e qualcun altro dei miei:

voglio che dormano nella mia tenda,

col capo sopra un comodo guanciale.

LUCIO -

(Chiamando)

Claudio! Varrone!

Entrano VARRONE e CLAUDIO

VARRONE -

Hai chiamato, padrone?

BRUTO -

Vi prego, amici, sdraiatevi qui

nella mia tenda, e fatevi un buon sonno;

forse dovrò svegliarvi a una cert’ora

per mandarvi da mio fratello Cassio

per servizio.

VARRONE -

Restiamo allora in piedi

ai tuoi comandi, se non ti dispiace.

BRUTO -

No, coricatevi, miei buoni amici;

può darsi ch’io decida in altro modo…

(Estrae dalla tasca della veste un libro)

Guarda, Lucio, ecco il libro

che mi son tanto addannato a cercare:

l’avevo messo in tasca a questa veste.

(Varrone e Claudio si sdraiano)

LUCIO -

Ero sicuro, infatti,

che non l’avevi dato a me, padrone.

BRUTO -

Scusa, ragazzo, sono assai distratto.

Puoi tu tenere ancora un poco aperti

gli assonnati tuoi occhi,

e suonarmi qualcosa sulla cetra?(93)

LUCIO -

Certo, padrone, se ti fa piacere.

BRUTO -

Mi fa piacere, sì, ragazzo mio.

Ti disturberò troppo,

ma so che sei assai volenteroso.

LUCIO -

Dovere mio, padrone.

BRUTO -

Il tuo dovere non dovrei pretendere

di spingerlo al di là del giusto limite

delle tue forze. I giovani, lo so,

han bisogno di un tempo di riposo.

LUCIO -

Ho già dormito, padrone.

BRUTO -

Hai fatto bene, e voglio che tu dorma

ancora; non ti tratterrò per molto

ancora sveglio… Se resterò vivo,

sarò buono con te, ragazzo mio.

(Lucio intona una canzone sulla cetra, ma piano piano s’addormenta)

Questa è una sonnacchiosa melodia…

Sonno assassino, che sul mio ragazzo,

che proprio a te intonava una musica,

fai cadere la tua mazza di piombo!…

Dormi, gentil fanciullo, buona notte!

Non ti farò il dispetto di svegliarti;

se chini il capo, rompi lo strumento…

te lo tolgo… ragazzo, buona notte.

(Riprende in mano il libro e si siede sfogliandolo)

Vediamo un po’… Avevo messo il segno

con una piega al bordo della pagina,

quando avevo interrotto la lettura…(94)

Ecco, era qui, mi pare…

Entra LO SPETTRO DI CESARE(95)

Come arde malamente questo cero!…

Oh, chi viene laggiù?…

Sarà la debolezza dei miei occhi

a crearsi questa mostruosa vista…

Viene verso di me… Sei tu qualcosa?

Chi sei, un dio, un angelo, un demonio,(96)

chi sei, che mi fai raggelare il sangue

e rizzare i capelli?…

Dimmi, chi sei?

SPETTRO -

Il tuo cattivo genio.

BRUTO -

Perché vieni da me?

SPETTRO -

Per annunciarti

che mi vedrai nuovamente a Filippi.

BRUTO -

Ti rivedrò, allora?

SPETTRO -

Sì, a Filippi.

BRUTO -

Bene, ti rivedrò dunque a Filippi…

(Lo spettro svanisce)

Ah, ti dilegui, spirito maligno,

ora che cominciavo a prender cuore

a parlare con te… Lucio, ragazzo!

Claudio! Varrone! Sveglia!

LUCIO -

(Parlando come nel sonno)

Le corde son scordate, mio signore…

BRUTO -

S’immagina d’avere ancora in mano

il suo strumento… Sveglia, sveglia, Lucio!

LUCIO -

(Svegliandosi)

Padrone?…

BRUTO -

Ma che diavolo sognavi

per gridare così?

LUCIO -

Padrone, io non so d’aver gridato.

BRUTO -

Sì, l’hai fatto. Ma non hai visto nulla?

LUCIO -

No, nulla, mio signore.

BRUTO -

Dormi ancora. Varrone, Claudio, sveglia!

VARRONE / CLAUDIO -

(Svegliandosi)

Mio signore…

Padrone…

BRUTO -

Che avevate, a gridar così nel sonno?

VARRONE / CALUDIO -

Abbiam gridato?

BRUTO -

Sì. Vedeste nulla?

VARRONE -

Nulla, padrone, non ho visto nulla.

BRUTO -

Ora andate da mio fratello Cassio,

dategli il mio saluto,

e ditegli che metta le sue truppe

subito in marcia. Noi lo seguiremo.

VARRONE/CLAUDIO -

Sarà fatto, padrone.

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I

La piana di Filippi

Entrano OTTAVIO, ANTONIO con soldati

OTTAVIO -

Ebbene, Antonio, le mie previsioni

si dimostrano giuste;

tu eri del parere che il nemico,

piuttosto che discendere sul piano,

avrebbe scelto di attestarsi a monte,

sulle colline, alle quote più alte.

Sta accadendo il contrario:

il loro esercito è qua sottomano;

il che sta ad indicare chiaramente

che intendono affrontarci in campo aperto

già qui a Filippi: darci la risposta

prima che noi facciamo la domanda.

ANTONIO -

Bah, li conosco bene, (97)

e so perché lo fanno: in verità,

preferirebbero trovarsi altrove,

e vengon giù con pauroso ardire,

con l’illusione che una tal bravata

c’induca a credere che hanno coraggio.

Ma t’assicuro che non è così.

Entra un MESSO

MESSO -

All’erta, generali!

L’avversario avanza burbanzoso:

han dispiegato al vento

la lor sanguigna insegna di battaglia(98)

e bisogna far subito qualcosa.

ANTONIO -

Ottavio, fa’ avanzare senza fretta

i tuoi dalla sinistra della piana.

OTTAVIO -

Io dirigo alla destra.

La sinistra la tieni tu, Antonio.

ANTONIO -

Perché vuoi contrastarmi, Ottavio Cesare,

proprio in questo frangente?

OTTAVIO -

Non ti contrasto: faccio quel che dico.(99)

Tamburi. Sfilano, marciando, le truppe di Ottavio e Antonio sul fondo; entrano, alla testa delle loro, BRUTO, CASSIO, LUCILIO, TITINIO, MESSALA e altri.

OTTAVIO -

(Ad Antonio)

Si son fermati. Vorranno trattare.(100)

CASSIO -

Alt! Titinio, dobbiamo farci avanti

e parlare con loro.

OTTAVIO -

Marcantonio,

diamo il segnale di battaglia?

ANTONIO -

No,

risponderemo al loro attacco, Cesare.

Avviciniamoci; i loro capi

sembra che vogliano parlamentare.

OTTAVIO -

(Ai suoi)

Non vi muovete prima del segnale!

BRUTO -

(A Ottavio)

Parole prima di colpi: è così,

compatrioti?

OTTAVIO -

Non che preferiamo

anche noi le parole…

BRUTO -

Buone parole, Ottavio,

son sempre meglio di cattivi colpi.

ANTONIO -

Voi date, insieme alle buone parole,

cattivi colpi, Bruto: testimonio

il buco fatto nel cuore di Cesare

gridando: “Lunga vita! Viva Cesare!”

CASSIO -

Antonio, il luogo ove vorrai menare

tu i tuoi colpi è ancora sconosciuto;

quanto alle tue parole,

rubano il miele alle api di Ibla.(101)

ANTONIO -

Ma non il pungiglione.

BRUTO -

Oh, sì, e la voce,

perché hai rubato loro anche il ronzio,

e, più saggio di loro,

sai anche minacciar, prima di pungere.

ANTONIO -

Al contrario di voi, gran farabutti,

che poco prima che i vostri pugnali

andassero a cozzare e ad intaccarsi

l’un contro l’altro nei fianchi di Cesare,

sogghignavate come tante scimmie

scodinzolando come dei segugi,

proni a baciargli i piedi come schiavi,

mentre il dannato Casca,

da tergo, come un botolo,

colpiva Cesare al sommo del collo.

Oh, adulatori!

CASSIO -

“Adulatori…” Bruto,(102)

ringrazia ora te stesso: un tal linguaggio

non sarebbe venuto oggi ad offenderci,

se qui si fosse dato retta a Cassio.

OTTAVIO -

Via, via, ai fatti:

se il disputare fa grondar sudore,

la prova cangerà questo sudore

in più purpuree gocce…(103) Ecco, guardate…

io sfodero contro i cospiratori

una spada: quando pensate voi

ch’essa sarà da me ringuainata?

Mai, fino a che non siano vendicate

di Cesare le trentatré ferite,

o che la morte d’un secondo Cesare

si sarà aggiunta all’opera nefanda

dei traditori e delle loro spade.(104)

BRUTO -

Cesare, qui non puoi tu trovar morte

per man di traditori,

salvo che non ne porti tu al tuo seguito.

OTTAVIO -

E così spero, Bruto; io non son nato

per morir di tua spada.

BRUTO -

Oh, morte più onorata,

Ottavio, non potresti trovare,

fossi tu il più nobile rampollo

della tua gente!

CASSIO -

Un ciarliero scolaretto,

di tanto onore indegno, che fa il paio

perfettamente con il suo alleato,

un istrione, un uomo di bagordi.

ANTONIO -

Sempre pari a se stesso, il vecchio Cassio!

OTTAVIO -

Andiamo, Antonio, andiamo!… Traditori,

vi gettiamo la nostra sfida in faccia:

se vi volete battere oggi stesso,

scendete pure in campo;

se no, sarà quando ne avrete fegato.

(Escono Ottavio, Antonio e i loro)

CASSIO -

Soffia ora, vento; gonfiatevi, onde;

sta bene a galla, barca:

scatenata è ormai la gran tempesta,

e tutto adesso è rischio!

BRUTO -

Lucilio, una parola…

LUCILIO -

Sì, signore.

(Bruto e Lucilio si appartano)

CASSIO -

Messala…

MESSALA -

Generale?

CASSIO -

Ascolta: oggi è il mio compleanno.

In questo giorno è nato Caio Cassio.

Dammi la mano e siimi testimone

ch’io son costretto, contro il mio volere,

così com’è accaduto già a Pompeo,

ad affidare all’esito rischioso

di un’unica battaglia

tutte le nostre libertà di uomini.

Tu sai, Messala, ch’io sono sempre stato

un convinto seguace d’Epicuro

e della sua dottrina; (105)

ora mi tocca di mutare avviso

e di credere in parte a certi segni

che fanno presagire l’avvenire.

Nell’uscire da Sardi, sull’insegna

che marciava alla testa della truppa,

si son posate due possenti aquile

e son rimaste là appollaiate

ingozzate e nutrite a sazietà

dalle mani dei nostri legionari,

accompagnandoci fino a Filippi.

Stamane entrambe son volate via,

dileguandosi; ed ora, al posto loro,

per il cielo, sopra le nostre teste,

svolazzano cornacchie, corvi e falchi

gli occhi rivolti in giù sopra di noi,

quasi fossimo moribonde prede;

e l’ombre ch’esse fanno su di noi

sembrano un ben funesto baldacchino

sotto cui giace tutto il nostro esercito

come in procinto di rendere l’anima.

MESSALA -

Non vorrai creder ora a certe cose.

CASSIO -

In parte, sì; ma son fresco di spirito

e bene risoluto ad affrontare

con gran fermezza qualsiasi pericolo.

Rientrano BRUTO e LUCILIO

BRUTO -

(Come concludendo un discorso)

Proprio così, Lucilio.(106)

CASSIO -

Ora, Bruto, fratello nobilissimo,

ci sian gli dèi propizi in questo giorno,

sì che possiamo entrambi, amici e in pace,

condurre i nostri giorni alla vecchiaia!

Ma poiché incerta è delle umane sorti

la vicenda, convien pensare al peggio.

Se dovessimo perdere la battaglia,

questa è l’ultima volta che noi due

ci troviamo a parlare.

Che cosa dunque sei deciso a fare?

BRUTO -

Ad agire seguendo quel principio

in base al quale condannai Catone

per la morte che lui stesso si diede…

Non so come, ma trovo basso e vile

anticipare il fine della vita,

per paura di ciò che può accadere;

mi armerò dunque di rassegnazione,

per sottopormi al provvido volere

dei superni poteri

che governan le cose di quaggiù.(107)

CASSIO -

Allora, se perdiamo la battaglia,

non ti dispiace di vederti addotto

dietro il trionfo(108) per le vie di Roma…

BRUTO -

No, Cassio, no; tu, nobile Romano,

non pensare che Bruto

possa giammai andare a Roma in ceppi.

Troppo grande è il suo animo.

Ma questo giorno deve completare

l’opra iniziata con gl’idi di marzo;

e se ci rivedremo, non lo so.

Perciò diciamoci per sempre addio:

e tu sempre, e per sempre, Cassio, vale!

Se ci rincontreremo,

ah, sarà allora con un bel sorriso!

Se no, questo congedo fu ben preso.

CASSIO -

E tu sempre e per sempre vale, Bruto!

Se ci rincontreremo,

sarà sicuramente per sorriderci;

se no, hai detto bene,

questo nostro commiato fu ben preso.

(Si abbracciano)

BRUTO -

Ebbene, allora avanti.

Oh, se uno potesse già conoscere

l’esito degli avvenimenti d’oggi!

Ma basterà che si concluda il giorno,

e tutto si saprà. Avanti, avanti!

(Escono tutti)

SCENA II

La piana di Filippi

Allarmi. Entrano BRUTO e MESSALA

BRUTO -

Corri, Messala, galoppa, galoppa,

e impartisci quest’ordine

alle legioni di quell’altra parte:

che avanzino, perché l’ala d’Ottavio,

come m’accorgo, sta perdendo slancio,

e un improvviso assalto li sbaraglia.

Corri, Messala, corri,

e di’ loro che scendano giù tutti.

(Escono)

SCENA III

Un’altra parte del campo

Allarmi. Entrano CASSIO e TITINIO, Cassio ha in mano un’insegna

CASSIO -

Guarda, Titinio, guarda,

come scappano questi gran vigliacchi!

Mi son dovuto far nemico ai miei:

l’alfiere che recava quest’insegna

stava scappando. L’ho ucciso, il vigliacco,

e glielo ho tolto io stesso dalle mani.

TITINIO -

Ah, Cassio, Bruto ha dato troppo presto

l’ordine di attaccare;

e, come ha visto d’aver soverchiato

di poco Ottavio, ha sfruttato il vantaggio

troppo avventatamente:

i suoi si sono gettati al saccheggio,

e noi siam circondati qui da Antonio.

Entra PINDARO

PINDARO -

(A Cassio)

Fuggi, padrone, fuggi più lontano!

Antonio è alle tue tende, mio signore!

Nobile Cassio, fuggi più lontano!

CASSIO -

Quest’altura è lontana quanto basta.

Guarda, Titinio, guarda:

son le mie quelle tende dove vedo

divampar quell’incendio?

TITINIO -

Sì, sono esse.

CASSIO -

Se m’ami, prenditi il mio cavallo,

e affonda gli speroni nei suoi fianchi

finché t’abbia portato a quelle truppe,

e poi torna da me; ch’io sia sicuro

che si tratti di amici o di nemici.

TITINIO -

Ratto come il pensiero, vado e torno.

CASSIO -

Pindaro, va’ più su, su quell’altura;

da lontano non ci ho mai visto bene:

osserva tu Titinio da lontano,

e dimmi quel che noti là sul campo.

(Esce Pindaro)

Un giorno, come oggi,

ho respirato per la prima volta…

Il ciclo ora si chiude:

lo finirò dove l’ho cominciato…

La mia vita ha compiuto il suo cammino…

(In alto, verso Pindaro)

Beh, ragazzo, che vedi?

PINDARO -

Oh, mio padrone!

CASSIO -

Che c’è?

PINDARO -

C’è che Titinio

è circondato da cavalleggeri

che gli corrono dietro a briglia sciolta.

Vedo che dà di sprone,

ma l’han quasi raggiunto… Su, Titinio!…

Or vedo alcuni smontar da cavallo…

anch’egli smonta: l’hanno catturato!

(Grida)

Ecco, sentite: gridano di gioia.

CASSIO -

Scendi, scendi, non star più lì a guardare.

Oh, vigliacco che sono,

a viver tanto fino a veder ora

sotto i miei occhi fatto prigioniero

il mio migliore amico!

Entra PINDARO

Amico, senti:

quando t’ho fatto prigioniero in Partia,

io t’ho fatto impegnare, a giuramento,

nel serbarti la vita,

che ogni cosa io t’avessi chiesto

di fare, tu per me l’avresti fatta.

Ebbene, vieni adesso,

e tieni fede a quel tuo giuramento.

Sii libero; e con questa buona spada

che trapassò le viscere di Cesare,

frugami il petto… Non chiedermi nulla.

Qua, prendi in mano l’elsa:

e quando avrò coperto la mia faccia,

(Si getta il manto sul capo, coprendosi il volto)

ecco, così… immergila con forza.

(Pindaro lo trafigge in petto con la spada)

CASSIO -

(Crollando a terra)

Sei vendicato, Cesare,

con quella stessa lama che t’ha ucciso!

PINDARO -

Così ora son libero;

ma non così per me sarebbe stato

se avessi osato far di testa mia…(109)

Oh, Cassio!… Pindaro, da questa terra,

fuggirà in luogo dove alcun Romano

mai potrà vedere la sua faccia.

(Esce)

Rientrano TITINIO e MESSALA.

Titinio ha in mano una corona di foglie di quercia

MESSALA -

Le sorti dello scontro si bilanciano,

Titinio, perché Ottavio, da una parte,

è sopraffatto dal nobile Bruto,

dall’altra parte le forze di Cassio

son soverchiate da quelle di Antonio.

TITINIO -

Faran piacere a Cassio

queste notizie.

MESSALA -

Dove l’hai lasciato?

TITINIO -

Su quell’altura, sconsolato al massimo,

in compagnia di Pindaro, il suo schiavo.

MESSALA -

Non è quello che sta disteso a terra?

TITINIO -

È lui, ma non da vivo… O mio cuore!

MESSALA -

(Avvicinandosi al corpo di Cassio)

È lui?

TITINIO -

Non più, Messala,

fu lui, questo, Cassio, or non è più…

O sole che tramonti, come tu

immerso nella tua rossa raggiera

sprofondi nella notte,

così nel rosso alone del suo sangue

di Caio Cassio è tramontato il giorno,

e tramonta con lui di Roma il sole.

E tramontato è anche il nostro giorno:

or sono nuvole, piogge e pericoli,

e tutto quel che abbiamo fatto è nulla!

L’ha spinto a questo gesto la sfiducia

ch’io potessi riuscire a liberarmi.(110)

MESSALA -

L’ha spinto a questo gesto la sfiducia

nel buon successo. O errore,

odioso figlio dell’umore nero,

che fai sembrare vere

agli intelletti troppo impressionabili

le cose che non sono!(111)

O errore, troppo in fretta concepito,

tu che mai giungi a nascita felice,

ed uccidi la madre che t’ha fatto!

TITINIO -

(Chiamando)

Pindaro, dove sei? Pindaro! Pindaro!

MESSALA -

Cercalo tu, Titinio,

io vado intanto dal nobile Bruto

a trapassargli con questa notizia

l’orecchio; sì, a trafiggerlo, ho ben detto,

perché né punta d’affilato acciaio,

né freccia avvelenata

sarebbero altrettanto benvenuti

all’orecchio di Bruto

della notizia di questo spettacolo.

TITINIO -

Sì, va’, Messala, affrettati,

io resto nel frattempo a cercar Pindaro.

(Esce Messala)

O valoroso Cassio,

perché m’hai fatto cavalcare via

da te? Erano amici che ho incontrato,

ed essi m’hanno posto sulla fronte

questa corona, segno di vittoria,

incaricandomi di darla a te.(112)

Non udisti le lor grida gioiose?

E tu, ahimè, hai tutto male inteso!

Ma ecco, tieniti ora lo stesso

questa corona sulla fronte: Bruto,

il tuo Bruto mi comandò di dartela,

ed io eseguirò il suo comando.

(Depone la corona sul capo di Cassio)

Vieni, ora, Bruto, vieni ad ammirare

come io onoravo Caio Crasso…

O dèi, voi consenzienti,

questo è quel che s’addice ad un Romano…

Vieni, spada di Cassio,

vieni a trovare il cuore di Titinio.

(Si trafigge, e cade morto sul corpo di Cassio)

Allarmi. Rientra MESSALA con BRUTO, il giovane CATONE, STRATONE, VOLUMNIO e LUCILIO.

BRUTO -

Dov’è, Messala, dove sta il suo corpo?

MESSALA -

Eccolo, guarda, è là…

E Titinio gli è sopra che lo piange.

BRUTO -

La faccia di Titinio è volta in su…

CATONE -

Morto anche lui… trafitto. Anche Titinio.

BRUTO -

O Cesare, ancora sei potente!

Il tuo spirito aleggia intorno a noi

e volge il ferro delle nostre spade

a colpire le nostre stesse viscere!

(Allarmi a distanza)

CATONE -

Valoroso Titinio! Ecco, guardate

se non ha incoronato Cassio morto!

BRUTO -

Sono ancor vivi a Roma

due pari a questi?… Caio Cassio, addio,

ultimo dei Romani!

Mai Roma saprà generarne un altro.

Amici, a questo morto

io sono debitore di più lacrime

che possiate veder ch’io versi adesso.

Ma ne troverò il tempo, caro Cassio,

ne troverò sicuramente il tempo!

Per ora, dunque, che sia provveduto

a trasportare la sua salma a Taso.(113)

Le sue esequie non avranno luogo

sul nostro campo, al fine di evitare

che ci siano cagione di sconforto.

Lucilio, ed anche tu, giovin Catone,

venite, andiamo al campo.

Voi, Labeone e Flavio,

disponete le truppe per l’assalto.

Sono le tre; Romani,

noi tenteremo la sorte dell’armi,

prima di notte, in un secondo attacco.(114)

(Escono)

SCENA IV

Filippi, altra parte del campo

Allarmi. Scorrerie di soldati dei due eserciti;

quindi bruto, il giovane CATONE, LUCILIO e altri

BRUTO -

Ancora, miei compatrioti, ancora,

tenete testa!

CATONE -

E qual è quel bastardo

che non la tiene? Chi viene con me?

Griderò il mio nome in mezzo al campo:

“Oh, sono il figlio di Marco Catone,

ai tiranni nemico, amico a Roma!

Io sono il figlio di Marco Catone!”

(Si getta nella mischia)

BRUTO -

Ed io son Bruto, sono Marco Bruto:

Bruto, l’amico della nostra patria!

Mi riconosca ognuno come Bruto!

(Si getta anche lui nella mischia.

Catone è sopraffatto e cade ucciso)

LUCILIO -

O giovane e nobile Catone,

sei ucciso? Tu muori valoroso

come Titinio, e sarai onorato,

perché sei degno figlio di Catone.(115)

(Lucilio è circondato da legionari di Antonio)

PRIMO LEGION. -

Arrenditi o sei morto!

LUCILIO -

M’arrendo, sì, ma solo per morire.

(Gli offre una borsa di denaro)

Ecco abbastanza perché tu mi uccida,

ma fallo subito: tu uccidi Bruto,

e t’acquisti l’onor della sua morte.(116)

PRIMO LEGION. -

Non posso. Troppo nobil prigioniero.

SECONDO LEGION. -

Largo! Fate sapere a Marcantonio

che Bruto è preso.

PRIMO LEGION. -

Riferirò. Ma ecco il generale.

Entra MARCANTONIO

Bruto è preso, signore.

ANTONIO -

Dove sta?

LUCILIO -

In salvo, Marcantonio, Bruto è in salvo!

E puoi star certo che nessun nemico

catturerà mai vivo il grande Bruto:

da una sì grande infamia

lo preservino sempre i sommi dèi.

Quando lo troverete, o vivo o morto,

lo troverete sempre come Bruto,

pari a se stesso.

ANTONIO -

(Al Primo legionario, indicando Lucilio)

Questo non è Bruto,

amico, ma non è minore preda,

garantito. Tenetelo al sicuro,

e sia trattato con ogni riguardo:

uomini come lui

è sempre meglio averli come amici

che nemici. Avanti, intanto voi,

cercate per il campo,

se mai trovaste Bruto, vivo o morto,

e poi venite alla tenda d’Ottavio

a riferirci su quel che succede.

(Esce)

SCENA V

Filippi, altra parte del campo

Entrano BRUTO, DARDANIO, CLITO, STRATONE e VOLUMNIO

BRUTO -

Venite, poveri resti di amici,

riposatevi sopra questa roccia.

CLITO -

Statilio ha fatto segno con la torcia,(117)

ma non è più tornato:

è stato preso o è rimasto ucciso.

BRUTO -

Clito, siedi. Qui la parola d’ordine

è “uccidere”. È un’azione di moda.

Ascolta bene, Clito.

(Gli bisbiglia qualcosa all’orecchio)

CLITO -

Chi, io, padrone?… No, per nulla al mondo!

BRUTO -

Silenzio, allora, non una parola.

CLITO -

Piuttosto ucciderei me stesso… No!

BRUTO -

Allora tu, Dardanio, vieni, ascolta.

(Gli bisbiglia qualcosa all’orecchio)

DARDANIO -

Io, compiere un tal gesto?

(Bruto si apparta, solo)

CLITO -

Dardanio…

DARDANIO -

Clito…

CLITO -

Che richiesta atroce

t’ha fatto Bruto?

DARDANIO -

Di ucciderlo, Clito.

Vedi come sta tutto pensieroso.

CLITO -

È tanto colmo quel nobile vaso

d’ambascia, che gli trabocca dagli occhi.

BRUTO -

Vieni qua, buon Volumnio, una parola…

VOLUMNIO -

Che dice il mio signore?

BRUTO -

Volumnio, per due volte, a notte alta,

m’è comparso lo spirito di Cesare,

la prima a Sardi, la seconda qui,

questa notte, nel campo di Filippi.

Ormai lo so: la mia ora è suonata.

VOLUMNIO -

Che dici, Bruto!

BRUTO -

Sì, ne sono certo.

Tu vedi come va, Volumnio, il mondo:

il nemico ci ha ricacciati ormai

sull’orlo dell’abisso…

(Allarmi in lontananza)

È ben più nobile saltarvi dentro

noi stessi, che aspettar ch’altri ci spinga.

Volumnio, siamo andati a scuola insieme;

in nome e nel ricordo di quel tempo,

e dell’antica amicizia, ti supplico,

reggimi forte l’elsa della spada,

ch’io mi ci scagli contro.

VOLUMNIO -

Questo, Bruto,

non è certo l’ufficio d’un amico!

(Altro allarme lontano)

CLITO -

Via, via, fuggiamo, fuggiamo, padrone!

Non è più il caso d’attardarci qui.

BRUTO -

Io dico addio a tutti… a te… a te…

e a te, caro Volumnio. Tu, Stratone,

hai dormicchiato tutto questo tempo;

anche a te dico addio…

Compatrioti, mi rallegra il cuore

il pensare che in tutta la mia vita

io non abbia trovato nessun uomo

che non mi sia rimasto affezionato.

Da questa mia sconfitta avrò più gloria

di quanta ne potranno derivare

sicuramente Ottavio e Marcantonio

da questa loro meschina vittoria.

Addio a tutti. La voce di Bruto

sta per chiuder la storia di sua vita.

La notte pende già sopra i miei occhi,

le mie ossa vorrebbero riposo,

molto han penato per toccar quest’ora

(Allarmi. Grida da dentro: “Fuggi! Fuggi!”)

CLITO -

Fuggiamo, mio signore, andiamo via!

BRUTO -

Andate avanti voi. Vi seguirò.

(Escono Clito, Dardanio e Volumnio)

Tu, Stratone, ti prego, resta qui,

vicino al tuo padrone.

Tu sei persona di tutto rispetto,

e la tua vita s’è sempre distinta

per qualche tratto d’onore virile.

Tienimi dunque forte questa spada,

e volgi il volto altrove,

nel momento ch’io mi ci butto contro.

Te la senti di farmelo, Stratone?

STRATONE -

Dammi prima la mano. Addio, padrone.

BRUTO -

Addio, caro Stratone!

Abbi ora pace Cesare: t’ho ucciso

nemmeno per metà sì volentieri!(118)

(Si getta contro la spada, e muore)

Allarmi. Le truppe di Bruto sono in ritirata, inseguite dalle truppe di Ottavio e Antonio.

Entrano OTTAVIO e ANTONIO con MESSALA e LUCILIO

OTTAVIO -

(A Messala, indicando Stratone)

Quello chi è?

MESSALA -

Il servo del mio duce.

Stratone, di’, dov’è il tuo padrone?

STRATONE -

In libertà, Messala,

dal servaggio nel quale tu ti trovi.

Di lui i vincitori

possono fare nient’altro che un rogo.

Perché Bruto è lui solo il vincitore

di se stesso, e nessuno di sua morte

potrà portar la gloria.

LUCILIO -

Bruto non altrimenti che così

doveva esser trovato. Ti ringrazio,

Bruto, d’aver così provato vere

le mie parole.(119)

OTTAVIO -

Quanti l’han servito,

io prenderò con me, al mio servizio.

(A Stratone)

Anche tu, amico,

vorresti dedicare a me il tuo tempo?(120)

STRATONE -

Sì, s’è Messala che mi raccomanda.

OTTAVIO -

Fallo, allora, Messala.

MESSALA -

Com’è morto, Stratone, il mio signore?

STRATONE -

Io gli ho retto la spada,

e lui vi si gettò sopra col corpo.

MESSALA -

Ottavio, puoi ben prendere al tuo seguito

colui che ha reso l’ultimo servizio

al mio maestro.

ANTONIO -

Che di tutti loro

fu il Romano di gran lunga il più nobile:

tutti i cospiratori, eccetto lui,

hanno agito così come hanno agito

perché invidiosi contro il grande Cesare:

soltanto lui, per onesto sentire

e premuroso del pubblico bene

s’è accompagnato a loro nell’impresa.

Nobile è stata tutta la sua vita,

e in lui Natura sì armoniosamente

aveva mescolato i suoi elementi,(121)

da ergersi e proclamare al mondo:

“Questo fu un uomo!”

OTTAVIO -

E così tutti noi,

in omaggio alle degne sue virtù,

vogliamo usargli il dovuto rispetto

con tutti i riti della sepoltura.

Stanotte le sue ossa

riposeranno sotto la mia tenda,

trattate con gli onori,

che s’addicono a quelle d’un soldato.

Fate suonare sul campo il riposo.

FINE


(1) “Mender of bad soles”, dice il cittadino; ma “soles” si pronuncia come “souls”, “anime”, e Marullo così capisce; donde la sua irritata reazione. Il bisticcio è intraducibile.

(2) Il cittadino gioca argutamente sul doppio senso dell’espressione “to be out” (“be not out with me”), che vale “arrabbiarsi”, ma anche “aver le calcagna in fuori” (“to be out of the heels”), e il cittadino, che è calzolaio, dice di saper come rattoppargliele.

(3) Altro gioco di parole: il cittadino dice di non occuparsi d’altro che di lesina; ma lesina, “awl”, si pronuncia come “all”, sicché è come s’egli dicesse che si occupa di “tutto”.

(4) Ancora un “quibble”. Il cittadino dice: “I recover them”; ma “to recover” significa “risanare (nel senso medico)”; che giustifica perciò il successivo “se sono in gran pericolo (di vita)”.

(5) Il duce vittorioso celebrava il suo trionfo su un carro tirato da quattro cavalli bianchi, per la via Sacra, e seguìto dai capi del nemico vinto, in catene.

(6) La festa del dio Luperco (v. la nota seguente).

(7) È la corsa dei Lupercali, ossia degli appartenenti al collegio dei “Luperci”, così chiamati in quanto adoratori del dio Luperco, patrono della fertilità. Nelle feste in onore del dio, costoro organizzavano ogni anno, agli idi di febbraio, questa corsa in cui, quasi nudi, facevano il giro delle mura della città, e passando, colpivano scherzosamente la gente con corregge di pelle villosa degli animali sacrificati. Si credeva che la donna sterile, colpita da una di queste corregge, divenisse feconda. L’episodio è narrato da Plutarco (“Vita di Cesare”).

(8) “Since the great flood”. Se Cassio qui, come vogliono alcuni commentatori, non si riferisce al diluvio del mito classico di Deucalione e Pirra, cantato da Ovidio nelle “Metamorfosi”, per la ragione che un tale avvenimento - si dice - non sarebbe stato abbastanza importante, per un Romano, per segnare un’epoca “a qua”, è impossibile che egli si riferisca, d’altra parte, al diluvio universale della leggenda biblica, che era ignota ai Romani. Se così fosse, sarebbe uno dei tanti anacronismi shakespeariani.

(9) “Now is it Rome indeed, and room enough”: gioco di doppi sensi basato sulla omofonia di “Rome” e “room” (“spazio”), che al tempo di Shakespeare si pronunciavano alla stessa maniera.

(10) Allusione a L. Giunio Bruto, protagonista della sommossa che espulse da Roma i Tarquini e instaurò la repubblica (509 a.C.).

(11) Il motivo dell’amore alla musica come segno di gentilezza d’animo e delicatezza di sensi è frequente in tutto il teatro shakespeariano. A prescindere dall’insoluta questione se Shakespeare possedesse un’educazione musicale vera e propria, bastano, a dare un’idea della sua coscienza del valore d’una educazione musicale dello spirito, le parole che egli mette in bocca a Lorenzo nel “Mercante di Venezia” (V, 1, v. 83 e segg.): “The man that no music in himself / Nor is so moved with concord of sweet sounds / Is fit for treson, stratagems and spoils…/ Let no such man be trusted”:

“Chi nel suo seno musica non senta,

“né lo commuova l’armonia dei suoni,

“è nato ai tradimenti, alle rapine,

“alle frodi, e i moti del suo animo

“come la notte ha tenebrosi e foschi,

“e più neri dell’Erebo gli affetti.

“Mai fidarsi d’un essere siffatto”.

Queste parole - nota il Baldini (Gabriele Baldini, “Manualetto shakespeariano”, Einaudi, Torino, 1964, pag. 287) - “non si può pensare che non contino, entro certi limiti ragionevoli, come delle confidenze fatte in proprio”.

(12) Non è nel testo.

(13) Che Cesare soffrisse di mal caduco è riportato anche da Svetonio: “Dicono che egli fosse di grande statura, di color chiaro, la bocca un po’ grossa, gli occhi neri, vivi e sfavillanti. Della persona fu sano e robusto e prosperoso, se non che nell’ultimo della sua età soleva alcuna volta venirgli in un subito fiacchezza d’animo e di corpo, per la quale tutto s’abbandonava, ed alcune volte tra il sonno si spaventava. Fu preso ancor due volte, nel far faccende, dal mal caduco” (“Vite dei dodici Cesari”, trad. P. Del Rosso, Ed. Romana, 1944).

(14) “He pluckt me ope his doublet”; letteralm.: “egli mi si aprì il corsetto”. “Ope” è poetico antico per “open”; “pluckt” è contrazione di “plucked”; “doublet” è il corsetto attillato, con o senza maniche, detto anche “giustacuore”, che gli uomini hanno indossato dal XIV al XVII secolo. Non poteva certo indossarlo Giulio Cesare, che vestiva l’abito lungo portato dai Romani, la veste appunto; ma Shakespeare, si sa, non bada a certi anacronismi.

(15) “An I had been a man of any occupation”: “man of occupation” si dice d’ogni uomo di mestiere, cioè del popolo. A Roma popolano e mestierante erano sinonimi; i patrizi non avevano mestiere, salvo quello delle lettere (che era chiamato “otium”) e quello delle armi. In tal senso anche in “Coriolano”, IV, 6, 97: “Upon the voice of occupation”.

(16) Cicerone non ha parlato greco (come hanno creduto molti); gli inglesi dicono “parlare greco” come noi diciamo “parlare arabo”, per intendere qualcosa d’incomprensibile. (Cfr. anche in “Come vi piaccia”, II, 5, 56: “This a Greek invocation”, “Questo è un esorcismo greco”, cioè di nessun significato).

(17) Battuta di senso oscuro. Non si capisce perché Casca si debba vergognare di riferire qualcosa che dice di non aver capito. Il Lodovici intende: “Che non possa vedervi più in faccia se ve lo dico”: che è risposta più plausibile e più consona al contesto, ma più lontana dal testo letterale.

(18) Cioè alle condizioni dell’intero mondo - nel quale allora si identificava Roma - minacciato dal pericolo della dittatura di Cesare.

(19) “If I were Brutus now, and he were Cassius / He should not humor me”. Ho seguito l’indicazione dello Johnson (Samuel Johnson, “Works”, Londra, 1765) che riferisce il secondo “he” a Cesare. Altri lo riferiscono a Bruto, sì da intendere tutta la frase: “Se io fossi Bruto, ed egli (Bruto) fosse Cassio, non mi lascerei abbindolare da lui (Bruto)”; col sottinteso: “così come egli si lascia abbindolare da me”. Ma, come osserva attentamente Aldo Ricci nel commento alla sua traduzione del dramma (Sansoni, Firenze, 1921), riferire quel “he” a Bruto “verrebbe a porre in cattiva luce tanto Bruto - il sedotto, l’abbindolato - che Cassio - il conscio seduttore, l’abbindolatore”. D’altra parte, Cassio sa bene che Bruto è l’ultimo al mondo a lasciarsi abbindolare da chicchessia, sia pure Cesare.

(20) “Why old men fool, and children calculate”. Ho adottato questa lezione - scostandomi dal mio testo di base, l’Alexander, che pone una virgola dopo “men” e dà “fools”, sostantivo plurale, per “fool”, verbo - perché m’è sembrata meno incomprensibile. Trattandosi di prodigi, di cose che avvengono contro natura, è certamente contro natura che i vecchi, per antonomasia depositari di pacata saggezza, si mettano a fare i pazzi, e i bimbi, naturalmente ignari di matematiche, si mettano a far calcoli.

L’altra lezione, da intendere: “perché i vecchi, gli scemi e i bambini abbiano la capacità di profetizzare” (“calculate”, in questo caso, non può che acquistare tale significato), m’è parsa davvero assai più stentata.

Del tutto incongrua sembra poi l’interpretazione di coloro che - ostinati a trovare in Shakespeare quello che non c’è - vedono in quel “why” un’esclamazione e intendono: “La ragione di questi prodigi è così ovvia, che perfino i vecchi, gli scemi e i fanciulli sono capaci di calcolare il perché di tanti prodigi”. Tra l’altro ciò produrrebbe una stonata cesura sintattica, perché quel “why” nel senso di “perché” (avverbio) fa perfetto e armonioso “pendant” con gli altri due che lo precedono e con quello che segue.

Ma anche qui, come in molti altri passi della drammaturgia shakespeariana, nessuno saprà mai quel che il poeta abbia voluto esattamente dire.

(21) O anche: “se i Romani non fossero dei servi”; perché “hind” femminile, vale “femmina del cervo”, “cerbiatta”, e al maschile “garzone di masseria”, cioè “servo”: un doppio senso avvertibile, verosimilmente, solo da menti “avvertite”.

(22) Bruto era pretore, cioè supremo magistrato della giustizia.

(23) Così si chiamò L. Giunio Bruto, il principale eroe della rivolta che cacciò da Roma i Tarquini e istituì la repubblica.

(24) L’alchimia, com’è noto, era, nel Medioevo, la pratica che pretendeva di mutare in oro i metalli più vili (perciò “preziosa”). I Romani non la conoscevano. È uno dei soliti anacronismi shakespeariani.

(25) Di Cesare, naturalmente. Bruto sta inseguendo un suo pensiero.

(26) Il testo ha: “The exhalations, whizzing in the air…”. Il meteorite, come “esalazione” del corpo stellare è nozione aristotelica. Il fenomeno dei meteoriti però è difficile che si verifichi a metà marzo; è notoriamente visibile in cielo a metà agosto. Ma alla fantasia di Shakespeare si perdona tutto.

(27) In verità, tra Bruto e il suo omonimo di circa 500 anni prima, non c’è alcuna parentela. Il primo Bruto era di “gens” patrizia; egli è plebeo.

(28) Cassio aveva sposato Junia, sorellastra di Bruto.

(29) Parafrasi piuttosto artificiosa per dire: “Perché a quest’ora non state ancora a letto?”.

(30) Testo: “His silver hairs / Will purchase us a good opinion / And by men’s voices…”; “silver”, “argento”, “purchase”, “acquistare”, “buy”, “comprare”: una sequela di termini mercantili nella quale diversi commentatori hanno visto un voluto gioco di parole alle spalle del povero Cicerone.

(31) Cicerone rimane bensì fuori dalla congiura contro Cesare, ma il giudizio che dà di lui qui Bruto, e che adduce a ragione della sua esclusione, è diverso da quello che allo stesso Bruto attribuisce Plutarco: e cioè che Bruto pensasse non già che Cicerone non avrebbe accettato di associarsi per altera presunzione di non aver dato lui inizio all’impresa, ma temesse che lo stesso Cicerone “essendo per natura un codardo, e la vecchiaia avendo per giunta accresciuta la sua paura, avrebbe interamente stornato e sviato ogni loro disegno, e comunque raffreddato il calore della loro impresa” (Plutarco, “Vita di Bruto”).

(32) Altra distrazione del copione: i Romani non avevano, si sa, altri “orologi” che le meridiane e le clessidre, che non battono le ore.

(33) Era credenza popolare che ci si potesse difendere dall’unicorno - il mitico animale dal corpo di cavallo e con un lungo corno in fronte - nascondendosi dietro un albero, nel cui tronco la bestia, ingannata, andava a conficcare il corno, restandone immobilizzata.

(34) In verità, non l’orso ma la tigre, secondo Plinio, i cacciatori ingannavano, cospargendo il terreno di specchietti nei quali l’animale - vedendosi riflesso - credeva di vedere i suoi piccoli.

(35) Testo: “Dwell I but in the suburbs of your good pleasure”. “Suburbs” non è qui, come intendono molti, “Suburra”, che a Roma era il quartiere delle meretrici e della malavita; “suburbs” erano detti, nella Londra del XVI sec., i luoghi residenziali alla periferia della città (il “Covent Garden” per esempio) che erano anch’essi, come la Suburra di Roma, centro della prostituzione e della malavita in genere. La Suburra di Roma non era un “suburb”, ma un quartiere nel pieno centro della città.

(36) Porzia è figlia di Catone detto l’Uticense, partigiano di Pompeo che, per non arrendersi a Cesare, si uccise.

(37) Secondo Plutarco - da cui Shakespeare prende questa scena - Porzia, donna coraggiosa e saggia, “non volendo domandare al marito qual cosa lo tormentasse, prima d’averne fatto ella stessa la prova, prese un piccolo rasoio simile a quello che i barbieri usano nel tagliare le unghie, e, fatte uscire le ancelle dalla camera, si procurò con esso un gran taglio alla coscia, per cui subito fu tutta coperta di sangue; e immantinente fu colta da gran febbre a causa del dolore della ferita”.

(38) Il testo ha semplicemente: “Caius Ligarius, how!”, che è, verosimilmente, un’esclamazione accompagnata, sulla scena, dal gesto dell’attore/Bruto alla vista dell’aspetto emaciato e del capo bendato dell’amico Ligario. Per chi legge, il “Come!” soltanto avrebbe detto poco, e forse indotto in errore. Alcuni intendono (Lodovici) quell’“how!” come un’esclamazione di meraviglia: “Come, tu qui?”, dimenticando che è stato Bruto ad incaricare Metello di andare in cerca di Ligario per dirgli di venire da lui.

(39) “… seen by the watch”: si tratta, evidentemente, della guardia notturna, perché i “prodigi” di cui parla Calpurnia non possono essersi verificati che di notte; ma le guardie notturne ai palazzi imperiali - come nota il Ricci nelle note alla sua traduzione (Sansoni, Firenze, 1922) - vennero istituite a Roma sotto Augusto. Shakespeare pensa, come al solito, alla sua Londra.

(40) Sui fenomeni soprannaturali che, secondo la leggenda, annunciarono la morte di Cesare - e il cui racconto doveva solleticare il gusto e la fantasia del pubblico elisabettiano - Shakespeare ritornerà nell’“Amleto” quando farà dire a Orazio, a proposito dell’apparizione dello spettro del padre di Amleto, annunciatore anch’esso di sciagura per la Danimarca (I, 1, 113 - 118):

“… a Roma antica,

nell’èra sua più illustre e più gloriosa,

non molto prima che cadesse ucciso

l’onnipossente Giulio,

si vuotaron le tombe e i loro morti

se ne andarono urlando per le strade

ancora avvolti nei loro sudari,

e si videro traversare il cielo

stelle con lunghe code fiammeggianti

e sangue nelle stille di rugiada

e disastri nel sole…” (traduz. dell’A.).

(41) Secondo Plutarco (“Vita di Cesare”), una cometa fu vista per sette notti a Roma dopo la morte di Cesare.

(42) “Let me, upon my knee, prevail in this.” Letteralm: “Lascia che, in ginocchio, io ottenga da te questo”.

(43) “… for tinctures, stains, relics and cognizance”: alcuni commentatori (Stevens) vogliono che qui si alluda alla pratica, in uso anche nell’Inghilterra del ’500, d’intingere nel sangue dei martiri pezzuole che erano poi tenute come sacri ricordi; ma il riferimento sembra poco pertinente: Decio vede nella statua di Cesare non già un martire, ma una fonte viva e vivificatrice; almeno in quello che vuol far credere a Cesare.

(44) “To give, this day, a crown to mighty Caesar”: cioè di proclamarlo re, sovrano assoluto, la corona è simbolo di sovranità regia.

(45) “‘Tis strucken eight”: da quale orologio Bruto abbia sentito battere (“struck”)l’ora è difficile dirlo. È il solito Shakespeare che pensa i suoi personaggi, di qualunque epoca, nella sua Londra.

(46) “Bid them prepare within”: “Di’ a quelli di dentro di preparare”: la richiesta è rivolta ad Antonio, che è di casa, di dire ai servi di preparare da bere per gli amici nell’altra stanza.

(47) È la nota più dolorosa del travaglio interno di Bruto: la messa in scena dei congiurati che appaiono all’esterno amici di Cesare, ed hanno già tramato la congiura. Bruto vuol bene a Cesare, e, nella sua dirittura morale, si tormenta più della forzata simulazione che della decisa uccisione del tiranno: questa, come Otello, egli considera “la causa”, quella un’ipocrisia.

(48) La critica si è domandata come mai Artemidoro si mostri al corrente della congiura contro Cesare; la spiegazione sarebbe che questo personaggio, il quale, secondo Plutarco, era maestro di retorica, aveva tra i suoi discepoli molti giovani delle nobili famiglie romane, tra i quali, verosimilmente, alcuni associati alla congiura. Ma è pura congettura, non suffragata da alcun indizio storico. In verità, si tratta di una delle tante distrazioni del copione.

(49) In realtà, qui Artemidoro non esce di scena, avendo detto egli stesso di star lì ad aspettare il passaggio di Cesare (v. in proposito, quanto detto nelle “Note preliminari”).

(50) Non c’è nessun rumore - come dice Lucio. È solo un espediente del drammaturgo per sottolineare lo stato di agitazione di Porzia, la cui immaginazione è corsa dietro a Cesare e al pericolo che gli incombe. Porzia sa della congiura, come si capisce chiaramente dalla sua invocazione a Bruto alla fine dell’atto.

(51) Qualche curatore ha creduto di attribuire questa parte dell’Indovino ad Artemidoro, ritenendo un errore del copione la diversa denominazione. In realtà, si tratta di due personaggi diversi: Artemidoro è figura storica, maestro di retorica, citato da Plutarco; l’Indovino è persona che Shakespeare attinge dalla leggenda: Artemidoro è presentato con in mano uno scritto, che legge; l’Indovino non ha alcuno scritto da dare a Cesare, dice solo che deve parlargli.

(52) Porzia s’è accorta improvvisamente che, parlando tra sé, ha pronunciato ad alta voce il nome di Bruto e che Lucio può averlo udito.

(53) Questa didascalia, che si ritrova uguale in tutti i testi, lascia intendere che siamo al chiuso, nell’aula dove si tiene la sessione del Senato; che, quindi, è avvenuto un cambiamento di scena dopo l’ultima battuta di Cassio: “Venite in Campidoglio”. Riesce altrimenti difficile immaginare che tutta la serie degli avvenimenti che seguono si svolgano nello scenario indicato dalla scena precedente, e cioè nella strada che conduce al Campidoglio. È vero che la divisione in atti e scene del teatro di Shakespeare non è di lui né dei primi editori delle sue opere, ma dei curatori posteriori di un paio di secoli, a cominciare da Nicholas Rowe (1700); vero altresì che il palcoscenico elisabettiano non aveva scenario e permetteva l’azione su più piani, ma qui lo stacco è così netto, che una elementare esigenza vorrebbe che il cambio di scena fosse indicato.

V’è poi da osservare che il Senato non si riuniva in Campidoglio, ma nella “Curia Hostilia” al Foro, o nella “Curia Pompeiana”, presso il Teatro di Pompeo, ed è qui che Cesare viene ucciso. Ma per Shakespeare il Campidoglio è il centro politico della Roma antica. Così in “Coriolano”, quando questi ironizza sulla plebe, che pretende di sapere tutti i segreti della politica di Roma, dice “tutto quel che succede in Campidoglio” (“What’s done in the Capitol”, I, 1, 190).

(54) “If this be known”: “Se questo fosse noto”.

(55) “You are the first that rears your hand”: la mano colla daga in pugno, non per colpire Cesare per primo, ché a farlo sarà Casca, alle spalle di Cesare, ma per dare il segno di colpire.

(56) Cimbro chiede il ritorno a Roma del fratello Publio, che è stato bandito.

(57) “… such rebel blood”: “sangue ribelle al freno della ragione”, e cioè facile alla commozione.

(58) Non è nel testo, ma è indicazione necessaria alla lettura, per la migliore comprensione dell’azione scenica. I congiurati si devono fare il più possibile addosso a Cesare, per poterlo pugnalare: Bruto gli è andato a baciare la mano; Cassio s’è inginocchiato ai suoi piedi e, rialzandosi, s’è trovato con lui faccia a faccia, e Cesare l’ha scansato (“Sta’ indietro!”); Decio ripete il gesto di Cassio, per sentirsi dire da Cesare che anche Bruto, suo figlio adottivo, s’inginocchia invano davanti a lui per ottenere quello che Cesare non vuol concedere. È tutta una regìa che diventa palese nella rappresentazione scenica, ma che alla lettura ha bisogno di sussidio didascalico, a costo di corrompere il testo.

(59) Così nel testo: è la frase di Cesare tramandata dalla tradizione letteraria, già viva all’epoca in Inghilterra, che suona intera, secondo Svetonio (che però la fa pronunciare a Cesare in greco = “Kài sù téknon”) “Tu quoque, fili?”. Plutarco non ce l’ha; le ultime parole che egli mette in bocca a Cesare sono per Casca, che è il primo a pugnalarlo, in latino: “O vile traditore, Casca, che fai”. La stessa frase si ritrova, tale e quale, nell’“Enrico VI - Terza parte”, V, 1, 81, gridata da re Edoardo II al figlio ribelle Lionello di Clarenza: “Tu quoque, Brute… will thou stab Caesar too?”

(60) “… to the commun pulpits”: “… pubblici pulpiti”: erano i “rostra”, così chiamati perché erano palchi fatti a forma di prora di nave ornati dei rostri delle navi catturate agli Anziati nel 338 a.C. Si trovavano nel Foro, ed erano per l’uso degli oratori durante i comizi elettorali.

(61) Il testo ha semplicemente “this our lofty scene”, “questa nostra eccelsa scena”; ma il traduttore ha creduto di vedere in quell’“our” l’intenzione del poeta di sottolineare quello che la critica unanime doveva poi scoprire: e cioè che il vero protagonista della sua tragedia, malgrado il titolo, non è Cesare ma la congiura contro quello che egli rappresenta, la bramosia di potere, e quindi “noi”, i congiurati, e sopra tutti Bruto e Cassio, che dominano tutta la sequenza drammatica dei due ultimi atti. E poiché Shakespeare non si dimentica di essere un uomo di teatro, anzi per lui il mondo e l’intera vicenda umana che anima è teatro - si veda l’accorato monologo di Macbeth:

“La vita è solo un’ombra che cammina

un povero attorello sussiegoso

che si dimena sopra un palcoscenico

per il tempo assegnato alla sua parte…”

nessuna meraviglia che Cassio veda la sua azione come una rappresentazione sul grande scenario della vita.

Si può discutere sulla stranezza che, in un momento così tragico, Cassio si esalti a parole sulla eccellenza della scena rappresentata, e che Bruto si sia abbandonato prima a riflessioni filosofiche sulla natura della morte, ma l’una e l’altra cosa hanno, a guardar bene, una precisa funzione psicologica: da una parte, esse costituiscono un attimo di tregua alla commozione dello spettatore; dall’altra, sono come una preparazione alla catarsi finale del suicidio dei due. Bruto e Cassio sono due romani: per un romano il suicidio - che per il cristiano è peccato - è eroismo, grandezza d’animo, “beneficio”. Il termine “Roman” nel concetto elisabettiano equivale a “nobile”; ad esso è associato l’altro concetto, quello della morte. E di questo concetto è permeato tutto il teatro storico di Shakespeare, dal “Riccardo II” all’“Enrico V”.

“Senza la suggestione proveniente dal mondo romano - nota il Melchiori (G. Melchiori, Shakespeare, Laterza, 1994, pag. 391), “Amleto” sarebbe stato un dramma diverso.”

(62) La statua di Pompeo, ai piedi della quale Cesare fu effettivamente pugnalato, si trovava nella “Curia Pompeiana”, dove si riuniva il Senato e dove Cesare stesso l’aveva fatta innalzare di nuovo, dopo che era stata abbattuta dopo la battaglia di Farsalo. Shakespeare la trasferisce in Campidoglio.

(63) “… of this untrod state”: “… di questa situazione non calpestata (inesplorata, senza precedenti)”.

(64) Qui Shakespeare, per le sue esigenze di tecnica teatrale, stringe al massimo i tempi della vicenda. In quella narrata da Plutarco, Antonio non torna nel Foro subito dopo l’uccisione di Cesare: il suo famoso discorso ai Romani, e quello di Bruto che segue (“un dramma nel dramma”, come ben nota il Melchiori, op. cit.) sono un’invenzione del poeta: Antonio, secondo Plutarco, inviterà a cena a casa sua i congiurati e parlerà loro con accenti che solo lontanamente echeggiano rimprovero, insistendo, anzi sulla sua “salda fede” nelle loro fortune, tanto da aver perorato in Senato per la nomina di Bruto e Cassio a consoli.

A quale fonte Shakespeare si sia ispirato per il discorso di Antonio, è questione che ha appassionato molto la critica. In Plutarco, nella sua “Vita” di Antonio, come in quelle di Cesare e di Bruto non ve n’è traccia, se non per concetti essenziali; né se ne trova nei grandi storici latini (Tacito, Sallustio, Svetonio). Un discorso di Antonio si trova nella “Storia di Roma”, dalla fondazione alla morte di Traiano, del greco Appiano, di cui circolava in Inghilterra una traduzione dal 1578. Taluno (E. Schautzer, Shakespeare’s Appian, Londra 1956) ha pensato che Shakespeare abbia guardato a questo autore, non solo per il “Giulio Cesare” (ma anche per le altre sue tragedie romane. C’è chi ha affacciato l’ipotesi (W. Boeker, A probable Italian Source of Julius Caesar”, New York, 1913) che Shakesapeare possa aver conosciuto “Il Cesare”, una commedia paludata del veronese Orlando Pescetti (1594), di cui però non esisteva una traduzione inglese, e Shakespeare non conosceva l’italiano. Altri pensa che esistesse una tragedia inglese dello stesso soggetto, della quale, in verità, vi sono tracce. Un “Cajus Julius Caesar”, narrazione in versi di John Higgins della vicenda di Cesare si trova anche nella famosa compilazione del “Mirror of Magistrates”, antologia sul tema della “caduta dei grandi”, alla quale attinsero largamente i drammaturghi elisabettiani. Per una più ampia e dotta trattazione della questione, si vedano le belle pagine ad essa dedicate nel “Manualetto shakespeariano” di Gabriele Baldini (cit.) e nello “Shakespeare” di Giorgio Melchiori (cit.).

(65) “Why I that did love Caesar…”: Bruto ama Cesare d’un amore filiale, perché sa, dalle voci che corrono a Roma, ch’egli di Cesare è figlio naturale, sua madre Servilia essendo stata notoriamente l’amante di Cesare. Ma Shakespeare, per rispetto a Bruto, che è il suo eroe, modello di romana virtù, non raccoglie la diceria; fa dire a Cesare, nel momento che Bruto lo pugnala: “Anche tu, Bruto!”, senza aggiungere come dice la tradizione “fili mi”, “figlio mio”.

(66) “… dearer than thy death”: per l’uso poetico di “dear” nel senso di “duro”, “doloroso” in Shakespeare, cfr. in “Amleto”, I, 2, 180: “My dearest foe”; e nel Sonetto XXXVII: “Fortunes dearest spight”.

(67) Questo scambio di battute tra Antonio e Cassio è un sagace tratto d’introspezione psicologica del personaggio Antonio. Questi, la cui professione di amicizia per i congiurati è tutta una finzione, sentendosi chiamare da Cassio, crede che questi voglia rimproverarlo per l’empito di tenerezza da lui mostrato verso la salma di Cesare, e si preoccupa di prevenirlo dicendogli che anche un nemico di Cesare poteva dire quel che ha detto lui. Cassio l’aveva chiamato per ben altro motivo, come gli dirà nella battuta seguente.

(68) Ate, la potente divinità pagana, personificazione della maledizione divina, scagliata da Zeus agli uomini. Perché Shakespeare la faccia uscire dall’inferno, non si sa.

(69) “… and let slip the dogs of war”: i “cani della guerra” sono, per Shakespeare, la Fame, la Spada e il Fuoco, (“famine, sword and fire”) come egli fa dire al Coro nel prologo del I atto del suo “Enrico V”:

“Vedremmo allora agire sulla scena

“come dal vero, il bellicoso Enrico

“recandosi al guinzaglio come cani

“impazienti di agire al suo comando

“la Fame, il Ferro, il Fuoco…”

(70) Ottavio Cesare (Ottaviano Augusto) si trova, al momento dell’uccisione dello zio, a studiare coi suoi maestri ad Apollonia, in Epiro. Ha 19 anni.

(71) “… hear me for my cause”: per il significato di “causa” in Shakespeare, v. sopra la nota 47.

(72) “On the Lupercal”: “on” è qui nel senso abbastanza comune di “al tempo di”, “alla data di”. Per le feste Lupercali a Roma, v. sopra la nota 7.

(73) Il testo ha “coffin”, “bara”, e così s’è tradotto; ma come abbia fatto Antonio ad apprestare una bara al corpo di Cesare nel breve tempo occorso per portarlo dal luogo dove è stato ucciso al Foro, non si sa.

(74) Questa interruzione di Antonio è dovuta, palesemente, meno a commozione che ad una studiata sua mossa, per vedere, prima di andare avanti nel discorso, che effetto le sue parole hanno fatto sulla folla. Accortamente, Shakespeare ce lo fa sapere con le battute dei cittadini che seguono.

(75) Nel testo l’espressione è nella forma interrogativa (“Has he, masters?”), come se il Terzo cittadino dicesse: “credete anche voi che sia così?”. Un critico autorevole, infatti, il Littleton la completa premettendo a tutta la frase: “Ha! Ha!” (“Ha! Ha! Has he, masters?”).

(76) Per la verità storica, Antonio non era presente alla vittoria di Cesare contro i Nervii (57 a.C.); ma deve commuovere la folla, e non esita a mentire, ricordando una scena alla quale non ha assistito.

(77) La dramma, in verità, era una moneta greca, che non aveva corso a Roma; valeva però esattamente quanto un denarius romano.

(78) “… in the holy place”: quale sia questo “luogo santo” è questione che ha affaticato i critici. Nel Foro, Augusto qualche anno dopo fece erigere un tempio in onore di Cesare, presso quello di Vesta; si disse che era il luogo in cui il corpo di Cesare era stato cremato. L’erezione del tempio l’aveva reso luogo santo. Ma come faceva il cittadino che parla qui a saperlo?

(79) Questo personaggio, di cui riesce difficile spiegare la presenza nel contesto dell’azione drammatica, se non come pretesto dello scrittore per sottolineare il clima di violenze e di sospetti seguito a Roma dopo l’uccisione di Cesare, è veramente esistito. Della sua opera poetica non ci resta nulla, ma si sa che scrisse un poema epico dal titolo “Smyrna” e di lui si trovano cenni in vari autori latini come Catullo, Virgilio, Marziale e Quintiliano.

(80) Sognare di stare a banchettare si credeva, fin dai tempi classici, che presagisse sventura.

(81) Per la storia, l’incontro tra Ottaviano, Antonio e Lepido, nel quale i tre costituirono il secondo triumvirato, ebbe luogo nei pressi di Bononia (Bologna), su un’isoletta del fiume Reno, un anno dopo l’assassinio di Cesare (43 a.C.). Ma Shakespeare, così come ha fatto con l’arrivo di Ottaviano a Roma dalla Cilicia (lo ha fatto annunciare, come s’è visto, ad Antonio da un servo), ha stretto i tempi anche qui, per evidenti ragioni di tecnica teatrale. La storia non è mai dramma dal punto di vista teatrale, perché il dramma richiede, se non proprio l’unità aristotelica, la massima ristrettezza di tempo e di luogo, e Shakespeare lo sa.

(82) In realtà, il proscritto parente di Antonio non è il nipote ma lo zio materno, Lucio Cesare. Antonio era cugino di Cesare.

(83) “We are at stake”: la metafora è tratta dal “bear-baiting”, un brutale passatempo in voga nell’Inghilterra del tempo, consistente nel legare un orso ad un palo e lanciargli addosso dei cani per eccitarlo.

(84) Sardi era la capitale della Lidia, provincia romana in Asia Minore.

(85) I testi hanno qui “How now, Lucilius!”, come se Bruto si rivolga a Lucilio per chiedergli se Cassio è nei pressi; ma è una evidente svista del copione: Lucilio è entrato in scena insieme con Bruto e questi non si può rivolgere a lui con la tipica apostrofe “How now” di chi incontra uno che non è con lui. Inoltre è stata chiesta una parola d’ordine che non è stata data, perché Bruto ha riconosciuto il suo seguace Titinio, il quale, come è detto più sotto, è andato da Cassio per conto di Bruto, ed ora ne ritorna, in compagnia del servo di Cassio, Pindaro. Tutto ciò sembra così logico ed evidente, che stupisce come sia potuto sfuggire anche ai più attenti curatori.

(86) “Sapete voi” non è nel testo.

(87) Il testo inglese è molto più conciso, da riuscire ambiguo in una traduzione letterale: “The name of Cassius honours this corruption / And chastisement doth therefore hide his head”: “Il nome di Cassio onora questa corruttela e quindi il castigo nasconde il suo volto”.

(88) Il dio della ricchezza della mitologia classica.

(89) È una delle interruzioni comiche che Shakespeare introduce spesso per rompere la drammaticità della scena. La “stramba rima” su cui ride Cassio è quella degli ultimi due versi della battuta del poeta: “Love, and be friends as two such men should be, / For I have seen more years, I am sure, than ye”, dove la parola terminale del secondo verso, per far rima col primo, è storpiata da “you” a “ye”, che il poeta pronuncia “he” per farlo rimare con “be”. Alcuni curatori hanno creduto di volgere i quattro sonori “blank verses” skakespeariani in una specie di filastrocca, di diversa metrica, a giustificare meglio l’ironico giudizio di Cassio. Per non esser da meno, possiamo anche noi renderli così, se al lettore piacerà di più: “Vergogna, generali/ Ma che intenzioni avete?/ Amici e solidali / voi rimaner dovete, / come s’addice a due quali voi siete. / Perché d’anni parecchio /sono di voi più vecchio / se voi non lo sapete”.

Di questo personaggio, che irrompe sulla scena dei due condottieri in discordia, riferisce Plutarco: il suo nome è Marco Faonio, un filosofo pazzo che si faceva passare per seguace della scuola di Diogene, il cinico. E cinico (“cynic”) lo chiama Cassio, che lo deve conoscere. Plutarco racconta che costui entrò nella tenda di Bruto recitando, in greco, due versi dell’“Iliade”, e fu - sempre secondo Plutarco - l’entrata di Faonio che fece scoppiare a ridere i due condottieri e cessare l’alterco. Ma Shakespeare non sembra aver voluto attribuire tanta importanza da determinare addirittura una svolta psicologica del dramma ad un istrione del genere: fa infatti riconciliare i due prima dell’arrivo di costui, il che conferisce ad esso più comicità.

(90) La “filosofia” di Bruto, non professata apertamente, ma praticata come regola di vita, è lo stoicismo. Lo dimostrerà con la fermezza con cui annuncia la morte della persona che più ama al mondo, sua moglie Porzia. Annunciare però la morte di Porzia è un “non fare”; quando si tratta di fare, è in lui una continua, angosciosa lotta per passare dal pensiero all’azione. L’abbiamo visto quando s’è trattato di aderire alle insistenze di Cassio per entrare nella congiura. Cassio sa bene questo tratto del suo carattere; è lui, idealista che vive in un mondo tutto suo, che non capisce Cassio, che cerca danaro vendendo cariche ai sardiani: il suo idealismo assoluto non gli permette di capire che nella vita pratica, e specialmente in quella pubblica, la morale diventa spesso schifiltosaggine perdente.

(91) “My gown”: ho trovato piuttosto grottesco dover tradurre questo “gown” con “veste da notte”, che è d’altronde il suo significato originale (“night gown”). Bruto è in accampamento militare, è notte fonda, com’egli ha detto prima, ed ha pochissime ore davanti a sé per riposarsi; si vedrà che nemmeno si metterà a giacere su una branda, ma passerà la notte seduto. Una “veste da notte” - che del resto i Romani non avevano - non gli serve, e ha poco senso, ma tant’è: Shakespeare tratta i suoi personaggi come se vivessero nel suo tempo. Così, per forza, “gown” = “veste da notte”: anche perché questa “veste” ha una larga tasca in cui Bruto ritroverà un libro tanto cercato altrove.

(92) Tanto Bruto che Lucio parlano di “strumento”, ma si capisce che è una lira, se più tardi lo stesso Lucio dirà, nel dormiveglia, che il suo strumento “ha le corde stonate”.

(93) “… and touch thy instrument a strain or two”: “… e digitare sul tuo strumento un’arietta o due”.

(94) È un’altra delle distrazioni storiche del poeta: all’epoca di Bruto non esistevano libri con pagine che si potessero piegare al bordo, come un volume rilegato.

(95) Dell’apparizione a Bruto di un fantasma la notte della vigilia della battaglia di Filippi parla Plutarco, ma non dice trattarsi del fantasma di Cesare: “Quando era già pronto per trasferirsi in Europa (dall’Asia minore) - scrive Plutarco - una notte, tardissimo, mentre tutto il campo riposava ed egli era nella sua tenda con un piccolo lume, assorto in gravi pensieri, credette di udire qualcuno avvicinarsi a lui; e, gettando lo sguardo verso l’ingresso della tenda, credette di vedere la forma di un corpo oltremodo strana e mostruosa che gli si avvicinava senza dir parola. Arditamente, Bruto gli domandò chi fosse, se un dio o un uomo e per qual causa venisse. Lo spirito gli rispose: “Sono il tuo cattivo spirito, Bruto; e tu mi rivedrai presso la città di Filippi”. Bruto, per nulla impaurito, gli rispose: “Ebbene, allora ti rivedrò”. Al che lo spirito svanì; e Bruto chiamò a sé i suoi uomini, i quali gli dissero che non avevano udito né visto nulla”.

(96) Angeli e demoni appartengono alla fenomenologia cristiana. Bruto non poteva conoscerli.

(97) “I am in their bosoms”: “Io sono nei loro petti”.

(98) “… their bloody sign of battle”: un drappo rosso, innalzato alla testa delle truppe in marcia, era, per i Romani, il segnale dell’inizio della battaglia.

(99) “I do not cross you; but I will do so”: passo controverso, che si presta a due contrarie interpretazioni: l) “Non ti contrasto, ma farò così come vuoi tu”; 2) “Non è questione di contrastarti, perché faccio come dico io”. Abbiamo optato per la seconda, l) perché, grammaticalmente, quel “but” è avversativo, e 2) perché concettualmente, l’improvviso passaggio dal“you” al” thou ” ci è sembrato mostrare l’intenzione di Shakespeare di presentare, con un tocco improvviso, il carattere imperioso del giovane Ottavio Cesare, futuro Augusto. È storicamente vero che alla battaglia di Filippi Antonio comandò l’ala sinistra dello schieramento; ma il dissidio tra i due dev’esser forse piaciuto al drammaturgo come effetto teatrale, per controbilanciare quello precedente tra Cassio e Bruto.

(100) Questa battuta (“They stand, and would have parley”) è attribuita da tutti i testi, senza eccezioni, a Bruto, come se questi, entrando in scena e trovandovi Ottavio e Antonio che non hanno continuato a marciare col loro esercito, pensi che i due si sono fermati per attendere i congiurati e trattare. M’è sembrato tuttavia più naturale assegnare questa parole a Ottavio, perché: 1) anche i congiurati, lasciate sfilare le loro truppe, si fermano in scena, e i due li vedono fermarsi; 2) Cassio, subito dopo, dice: “We must out and talk”; 3) Antonio, rispondendo a Ottavio, dice “The generals would have some words” ed è Bruto che dice ai suoi: “Parole prima dei colpi”. Ma non si può escludere che la battuta - per la sua stessa forma e per il fatto che non è nemmeno un verso intero - sia una semplice “stage instruction” rimasta inclusa nel testo, come è frequente nei drammi shakespeariani.

(101) Il miele dei monti Iblèi, in Sicilia, era famoso a Roma (Orazio lo cita spesso come esempio di estrema dolcezza): Ibla, da cui viene il nome dei monti, era una delle tre città della Sicilia con lo stesso nome, situata sulla costa orientale dell’isola.

(102) Cioè di aver voluto parlamentare prima di attaccare. Ma il rimprovero di Cassio è più ampio: in verità il suo parere non è mai prevalso nella vicenda rivoluzionaria: egli voleva uccidere Antonio insieme con Cesare, e Bruto ha detto di no, anzi ha permesso a quello di aizzare il popolo in occasione del funerale di Cesare; Cassio non voleva andare incontro all’esercito nemico a Filippi, Bruto ha fatto il contrario. Cassio è miglior soldato di Bruto, e vede e prevede meglio di lui; ma Bruto è il cuore della rivolta contro il Tiranno, è per lui, per la sua nobiltà di sentire e di agire, che la congiura acquista nobiltà; e a questo fascino della persona cederanno tutti, compreso Cassio, anche contro la loro volontà e per la loro stessa rovina. È, in fondo, il tema del “Giulio Cesare”.

(103) Perché Ottavio parli di sudore (“… arguing makes us sweat”) non si capisce; la battaglia di Filippi ha luogo a novembre del 42 a.C., ed è inverno anche in Macedonia.

(104) Cioè: o fino a quando io (un altro Cesare), come alternativa alla vostra vittoria, sarò da voi ucciso.

(105) Epicuro, il filosofo di Samo (341-270 a.C.) fondatore della scuola che porta il suo nome e padre della teoria secondo cui i mali che turbano la pace degli uomini sono il timore della divinità e il terrore dell’aldilà; laddove l’universo è solo materia governata da leggi meccaniche o dal caso: è esclusa quindi dalla natura - e perciò dal destino del genere umano - ogni forza soprannaturale che possa intervenire a modificarlo.

(106) Quello che Bruto ha detto a Lucilio si può immaginare: se la battaglia sarà perduta, ed egli cada prigioniero, non si farà catturare vivo.

(107) È uno dei passi più difficili e più discussi dell’opera. Che cosa intende Bruto per “provvido volere” (”providence”) del cielo al quale intende sottomettersi, aspettando con rassegnazione (“with patience”) lo svolgersi degli eventi? Egli condanna Catone per essersi dato morte per paura della morte; quindi non pensa di uccidersi se le sorti della battaglia gli saranno contrarie. E così intende Cassio le sue parole, rinfacciandogli d’essere allora contento d’andare prigioniero in catene a Roma dietro il trionfo di Ottavio. Ma Bruto non pensa né al suicidio né alla sconfitta: non si spiegano altrimenti le sue parole che “… in questo giorno deve trovare compimento l’opera incominciata agli idi di marzo”. Il “provvido volere” del cielo, secondo Bruto, è la vittoria, o la morte in battaglia. Il che fa apparire tanto più tragico il suo destino, ond’egli si troverà dopo tutto costretto ad uccidersi all’ultimo momento, in palese contrasto col “principio” qui da lui conclamato.

(108) “… to be led in triumph”: è curioso che l’inglese non distingua l’“essere condotto in trionfo” (da trionfatore) e l’“esser tratto (come vinto) dietro il carro del trionfatore”.

(109) “… durst I done my will”: Pindaro vuol bene a Cassio, e l’ha ucciso perché gliel’ha ordinato lui stesso, con l’autorità del padrone e d’un giuramento fatto. Shakespeare non crede a quello che lo stesso Plutarco scrive, riferendo l’opinione di coloro che, dal fatto che non ci fossero stati testimoni alla morte di Cassio, arguivano che fosse stato lo stesso Pindaro ad ucciderlo, proditoriamente. Cassio è “uomo d’onore” come Bruto, e come Bruto paga, col suicidio, il fio del suo delitto: Cassio, come Bruto, è romano. Titinio è romano, e per estremo omaggio al suo amico Cassio, si trafigge sul suo corpo senza vita. La sua morte sarà detta più sotto, altrettanto “valorosa” che quella del giovane Catone che muore ucciso in battaglia. La fine di Cassio è nobile come quella di Bruto, e, come quella di Bruto lo redime. Credo che questo sia stato il respiro poetico di Shakespeare su questo personaggio.

(110) “Mistrust of my success has done this deed”: “La sfiducia nel mio successo ha fatto questo”; ossia, Cassio si è ucciso perché ha creduto ch’io non potessi liberarmi dall’accerchiamento dei cavalieri nemici. S’è dovuto tradurre a senso.

(111) La malinconia fa immaginare al malinconico mali inesistenti.

(112) Queste due frasi nel testo sono interrogativi retorici (“Non erano forse amici tuoi quelli che ho incontrato? Non m’hanno essi cinto la fronte, ecc…”), che in italiano suonerebbero, appunto, troppo retorici per esprimere l’amaro rimorso di Titinio.

(113) L’isola di Taso (Thassos in greco), isola al largo del mare di Filippi. Gli in-folio hanno “Tharsos”, ma si tratta di un evidente errore di stampa. Tarso era nell’Asia Minore, lontanissimo da Filippi.

(114) Anche qui Shakespeare è costretto, per esigenze teatrali, a stringere i tempi, a danno del lineare scorrere della vicenda. All’inizio della scena, ha fatto dire a Cassio: “O sole che tramonti…” come se fossimo al tramonto; ora ha bisogno che siano le tre del pomeriggio, per dar tempo a Bruto di attaccar battaglia e terminare una giornata che - egli ha detto - dovrà “terminare l’opera incominciata con gl’idi di marzo”. In verità, le due battaglie di Filippi non furono combattute la stessa giornata, ma a distanza di una ventina di giorni, dagli ultimi di ottobre a metà novembre. Cassio si uccise nella prima, quando l’esito dello scontro era ancora incerto; ciò spiega perché Bruto non vuole che si celebri il funerale di Cassio sul campo, per non seminare lo sconforto tra i suoi soldati. Bruto muore nella seconda battaglia, ed è questa che - dice Plutarco - incominciò verso le tre del pomeriggio.

(115) Il padre di questo giovane Catone è Catone detto l’Uticense (95 - 46 a.C.), pronipote a sua volta del vecchio Catone detto il Censore (234 - 149 a. C.): “l’Uticense” perché, nemico di Cesare, dopo la disfatta di Tapso, ad Utica, in Africa si uccise con la propria spada per non cadere nelle mani di Cesare.

(116) Lucilio tenta di farsi credere Bruto allo scopo di salvare la vita al suo padrone. Secondo Plutarco, Lucilio riuscì effettivamente ad ingannare i soldati di Antonio, avendo visto Bruto in pericolo di essere assalito da un gruppo di soldati nemici. Ma subito dopo l’inganno fu scoperto.

(117) Secondo Plutarco, Statilio era stato inviato all’accampamento a vedere come stavano le cose e, se avesse visto che tutto andava bene, doveva fare un segnale accendendo una torcia.

(118) “I killed nor thee with half so good a will”: “Quando ho ucciso te, non ho provato nemmeno metà del piacere che provo nell’uccidere me”. Secondo Plutarco, Bruto non resta solo con Stratone - che, tra l’altro non è suo servo ma suo ex compagno di studi “che aveva conosciuto la prima volta studiando retorica” (il suo compagno di studi è qui invece Volumnio) - ma “se ne andò in disparte con due o tre soli”. Lo stesso Plutarco dà della morte di Bruto due versioni: secondo la prima, Bruto “si avvicinò a lui (Stratone) il più possibile e, prendendogli la spada dall’elsa con tutte e due le mani, si gettò sulla spada, trapassandosi”. “Altri dicono però - scrive sempre Plutarco - che non lui ma Stratone, dietro sua richiesta, tenne la spada in mano e, volgendo indietro la testa, attese che Bruto vi cadesse sopra e così si trafisse, morendo subito”.

(119) Lucilio, infatti, aveva detto prima ad Antonio: “I dare assure thee that no enemy / Shall ever take alive the noble Brutus”

(120) Con questa scena e questa breve uscita di Ottavio, Shakespeare apre improvvisamente una vista sulla situazione subito seguita alla vittoria di Ottavio a Filippi: questi entra in scena in compagnia di due congiurati, Lucilio e Messala i quali, non che essere suoi prigionieri, come crede Stratone, sono passati a lui, perché con la morte di Bruto e di Cassio è morto anche il loro spirito, che aveva animato la cospirazione. È il contrario di quello che è successo con la morte di Cesare, la quale ha dato vita, con Ottavio, all’idea che Cesare rappresentava. Ad eccezione di Titinio, che si è ucciso, tutti gli altri partigiani di Bruto e Cassio si arruolano rassegnati nelle file dei vincitori. La libertà è morta, perché nessuno più crede in essa. L’ideale di Bruto era vanità, e forse solo Bruto, fra tutti, ha creduto ad essa fermamente fino al sacrificio della vita, come dirà Antonio più sotto: che è la morale del dramma.

(121) “… and the element so mixed in him”: nella cosmogonia antica la natura si credeva composta di quattro elementi, terra, acqua, aria e fuoco che, fusi in diversa proporzione, si supponeva costituissero il carattere di ogni essere umano… Ma al tempo di Shakespeare si diceva “element” ogni parte costitutiva di un insieme immateriale.

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 2 volte nell' ultimo mese
  • 9 volte nell' arco di un'anno