Gli asini magri

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Gli asini magri

GLI ASINI MAGRI

(La mula)

Commedia in tre atti

di ALDO NICOLAJ

                                   

PERSONAGGI

Rita

Ada

Piero

Cesco

Ginetta

Lisetta

Nino

Milio

Ricci

Paolina

Un Operaio

Un Uomo

Negli anni del dopoguerra, in una casa popolare di una città del nord.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La scena: camera in una casa popolare, ambiente operaio. Qualche sedia, un armadio, un tavolo, un letto: i mobili sono modesti, ma nuovi. Da un lato il lavandino, dall’altro la porta; ogni volta che questa si apre, si sente il rumore della casa; pianti di bimbi, grida di donne, canti, risate. Al centro una finestra, attraverso la quale si vedono tetto e cielo attraverso panni stesi ad asciugare. È un tardo pomeriggio di fine ottobre. Ada sta fumando, seduta sul tavolo. È una bella donna che ha passato la trentina, vestita con un paio di pantaloni ed un maglione. Rita, una bella ragazza, vestita poveramente, lavora accanto a lei; su una sedia una pila di camicie.

Rita                               -… e non hai mangiato?

Ada                               - Ho preso il tè quando mi sono svegliata.

Rita                               - Se credi che ti faccia bene non mangiare. Se l’avessi saputo t’avrei lasciato un po’ di minestra.

Ada                               - Non preoccuparti: non ho fame.

Rita                               - Fumi troppo.

Ada                               - Riempie lo stomaco anche il fumo. (pausa) Stavo così bene a letto! Se il freddo non mi fosse entrato tutt’a un tratto nelle ossa, non mi sarei alzata fino a domani.

Rita                               - Come possa passare le tue giornate a letto. Io diventerei matta.

Ada                               - Non sapevo cosa fare. Oggi non ho lezioni.

Rita                               - Dovresti cercare un lavoro fisso: in un ufficio, in un negozio. Le commesse, per esempio, guadagnano abbastanza.

Ada                               - Con una laurea non posso mettermi a vendere stringhe e saponette, Rita. Non mi sono rovinata la vita a studiare per andare a fare la commessa.

Rita                               - Perché non insegni?

Ada                               - Se credi che sia facile. Concorsi sopra concorsi. Siamo in troppi anche noi laureati. Vedessi le file che ci sono al Provveditorato. Io, poi, non ho mai trovato un buco per insegnare. Solo una volta mi hanno offerto una supplenza in un collegio di monache. Figurati! Messa tutte le mattine e alle nove di sera il portone chiuso. A me piace fare i miei comodi.

Rita                               - Ma così. che risolvi?

Ada                               - Nulla. Perciò ho deciso di sposarmi. Così tutto si sistemerà. (con ironia) Come in una bella fiaba.

Rita                               - Lui ti. aiuta?

Ada                               - Mi fa ogni tanto qualche regalo e quando ci vediamo andiamo a mangiare in un ristorante del centro. Tutto lì. Non gli ho mai detto come vivo. Ma se riesco a farmi sposare non avrò più problemi. Una casa di venti stanze in provincia. la macchina. la serva. il libretto degli assegni.

Rita                               - Ma avete già deciso?

Ada                               - Non ancora. Ma stasera gliela canto chiara. O mi sposa o lo mando al diavolo. Forse resterà qualche giorno senza farsi vedere, resisterà finché potrà, ma poi farà quello che voglio io. Gli piaccio troppo.

Rita                               - Tu gli vuoi bene?

Ada                               - Se gli voglio bene? Ha la pancia, è mezzo calvo, d’inverno porta le mutande lunghe. non è certo il principe azzurro. È un borghesaccio, ma una brava bestia, in fondo. E poi, cara mia, ho trentaquattro anni e devo pur sistemarmi una buona volta, no? Se fossi più in forma mi troverei di meglio, ma con la vita che faccio continuo a dimagrire e le rughe vengono fuori.

Rita                               - Tu hai studiato, sei intelligente, hai persino una laurea. Potresti cavartela da sola nella vita.

Ada                               - Da sola? (ride amara) No, grazie: sono stufa di essere sola, di stringer la cinghia, di dover rinunciare a tutto quello che mi piace. Ho bisogno che qualcuno si occupi di me. Il prossimo inverno, vedrai, avrò anche io la mia pelliccia di visone. Sapessi da quanto tempo la sogno.

Rita                               - Anch’io sognavo una pelliccia da ragazza. Ma li ho dimenticati in fretta questi sogni. Ho dovuto risolvere ben altri problemi: mangiare tutti i giorni, per esempio. E poi, ora, sposata.

Ada                               - Accendi la luce. Come fai a cucire così al buio.

Rita                               - Ci vedo ancora. L’energia costa cara.

Ada                               - Bel gusto creparti gli occhi per risparmiare. Siete proprio tutti uguali voi, e senza rimedio.

Rita                               - Cosa vuoi dire?

Ada                               - Che siete ancora peggio dei borghesi. Passate l’esistenza piegati in due a sgobbare, a far figli e crepate alla fine con la schiena rotta. Vi arrendete a tutto. Ma se siete rassegnati alla vostra miseria, è logico che non possiate venirne fuori. Non vedete come vive la gente a cinquecento metri di qui? Perché dovete sempre accontentarvi degli ossi che vi gettano?

Rita                               - Cosa vuoi che facciamo? Che giochiamo alla Sisal?

Ada                               - Se sei contenta di passare la vita a romperti gli occhi, peggio per te.

Rita                               - Finché ho un lavoro, non mi lamento. In questo mondo bisogna sapersi accontentare. Tu vieni da un altro ambiente, hai studiato. da bambina avevi la serva che ti accompagnava a scuola. Io, fin da piccola, ho imparato ad essere contenta quando c’era lavoro e a ringraziare Dio quando sulla tavola c’era minestra per tutti.

Ada                               - Con voi è inutile parlare. Vi hanno avvilito per secoli e ancora non riuscite a scuotervi. Ma non capisci che a un certo momento bisogna ribellarsi? Non speri almeno che una rivoluzione purifichi l’aria, faccia cambiare le cose? Io, se fossi sicura, come lo sei tu, che la miseria non me la tolgo di dosso. mi ammazzerei!

Rita                               - Parli perché hai lo stomaco vuoto, cara mia. Allora, secondo te, noi cosa dovremmo fare? Ammazzarci tutti? Se mi lamento io cosa dovrebbe fare Giovanna, rimasta vedova con sei bambini? E Paolina, che ha quattro bocche da mantenere e il marito in prigione?

Ada                               - Paolina batte i marciapiedi, come prima di sposarsi.

Rita                               - E tu nei suoi panni cosa faresti? Ti ammazzeresti? Sarebbe più comodo, ma non certo più pulito. Siamo nel ballo, cara mia, dobbiamo ballare. I milionari sono strani funghi che non nascono nei nostri cortili.

Ada                               - Paolina.

Rita                               - L’ho incontrata stamattina sulle scale, Paolina. Mi ha guardata in un modo. Con invidia, ecco. Solo perché mio marito lavora e il suo l’hanno messo dentro. Capisci quello che voglio dire? Con invidia. Per lei sono fortunata, anche se mi rompo gli occhi come dici tu. (bussano alla porta) Chi è?

Ginetta                          - (entrando) Io, Ginetta. Mi fai scaldare cinque minuti? Comincia presto il freddo, quest’anno. (scorgendo Ada nella penombra) Oh, Ada non t’avevo vista.

Ada                               - Rita fa economia di luce.

Rita                               - Me la paghi tu alla fine del mese? (a Ginetta, che si è seduta vicino alla stufa) Allora, che t’ha detto il dottore?

Ada                               - Di nuovo incinta, eh?

Ginetta                          - E io pensavo che alla mia età ero quasi fuori pericolo. E invece sono al terzo mese. Ricomincia la musica e non so proprio come me la caverò, questa volta.

Ada                               - Farai come sempre: lo metterai al mondo.

Rita                               - Ti faccio scaldare un po’ di vino? Hai le labbra viola.

Ginetta                          - No, grazie, devo scappare subito. Ho ancora un fagotto di roba da lavare.

Rita                               - Ma che ti ha detto?

Ginetta                          - Il dottore? Che tutto va bene e di tornare tra un mese.

Ada                               - Siete come coniglie, voi!

Ginetta                          - Diteglielo a mio marito.

Rita                               - Vorrò vedere quando toccherà a te, Ada.

Ginetta                          - Proprio non ci voleva. E Pino che pensava di potersi compare un motorino. Ci pensava da tanto, poveretto. E ora, con un altro figlio per strada. E i ragazzi sono grandi; mi vedranno con la pancia e capiranno.

Ada                               - Dormite tutti in una stanza. Credi che non si siano accorti che fate l’amore?

Ginetta                          - Sette in una stanza. E l’anno che viene saremo in otto.

Rita                               - Non devi preoccuparti. Ginetta. Pino guadagna bene, ora.

Ginetta                          - Sì, ma non basta. Tutto è così caro. Ora poi, viene l’inverno, i ragazzi hanno bisogno di maglie, di scarpe, di calze.

Rita                               - Andiamo, Ginetta, e non era peggio quando Pino era disoccupato?

Ginetta                          - Sì, lo so. Ma non è solo per questo. Sto così male quando sono incinta. I primi figli che ho avuto, nemmeno me ne accorgevo. Ora, invece. L’ultima volta per poco non morivo. Sono rimasta stesa a terra al lavatoio per più di un’ora senza rinvenire. E ora ricomincia.

Rita                               - Su, su, Ginetta, andrà tutto bene anche questa volta, vedrai. Si vede che è giusto che anche questa creatura venga al mondo.

Ginetta                          - E io che speravo di essere malata.

Rita                               - E non è meglio così? Questa è una malattia che si cura.

Ada                               - In nove mesi.

Ginetta                          - Speriamo che Pino non si arrabbi.

Ada                               - Perché? Non l’hai fatto con lui?

Ginetta                          - Eh, non sei sposata, tu. Ada. Non sai come gli uomini prendano le cose, a volte.

Rita                               - Pino sarà contento, vedrai. Un figlio è sempre un figlio. Cerca di farlo con gli occhi celesti, questo, come quelli di suo padre.

Ginetta                          - (che si è alzata, si avvicina alla porta) Guardate che nebbione. C’è aria di neve. Ce l’avremo per i Santi, quest’anno. (esce)

Ada                               - Perché non fa un aborto, quella?

Rita                               - Tu, a volte, non sembri nemmeno una donna. Se ti sentisse Cesco.

Ada                               - Tu dici Cesco come dicessi il Padreterno.

Rita                               - Per me lo è un poco: gli voglio bene.

Ada                               - Perché siete ancora in luna di miele.

Rita                               - Sono sette mesi che siamo sposati, ma ci conosciamo da più di te anni. Ci siamo innamorati subito. Ma come sposarci? Dovevamo accontentarci di baciarci al buio. Sotto i portoni.

Ada                               - Hai fatto il fidanzamento lungo: come le ragazze di famiglia.

Rita                               - Per forza: se credi che sia niente mettere su casa. Prima lui non aveva lavoro fisso, poi si è rotto una gamba. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Per me è il Paradiso. Spero solo che duri.

Ada                               - Preghi, tu?

Rita                               - Io prego sempre la Madonna.

Ada                               - Già, con la madonna di mezzo tutto s’aggiusta. (ride)

Piero                              - (un bel ragazzo sui 25 anni, vestito con un giaccone ed una sciarpa al collo, entra allegro) Che lusso! La stufa accesa.

Rita                               - Chiudi la porta, matto, che il caldo se ne va via in fretta. Conosci Ada? Vive nella camera vicina. È una professoressa.

Piero                              - Capperi! Per questo forse, quando la incontravo per le scale, neanche mi degnava di uno sguardo.

Ada                               - Sono miope.

Rita                               - Ha letto troppo

Piero                              - Io invece, sono come i gatti. Ci vedo anche al buio e sono sempre in amore. Fatemi sedere. Ho i piedi di ghiaccio.

Rita                               - Piero ci ha fatto da testimone quando ci siamo sposai.

Piero                              - Avrebbe dovuto vedere che matrimonio. La sposa piangeva come a un funerale.

Rita                               - Stupido! Piangevo perché ero contenta.

Piero                              - Capirle le donne. Piangono quando sono contente e quando non lo sono. (ride)

Rita                               - Sei uscito presto oggi.

Piero                              - Sì, sono andato al Sindacato. (si pente subito di aver parlato)

Rita                               - Al Sindacato? Qualche pasticcio?

Piero                              - C’è puzzo di sciopero, in giro.

Rita                               - Madonna santa! Proprio ora che viene l’inverno.

Piero                              - (ad Ada) Le donne! Vorrebbero che scioperassimo solo d’estate per portarle in campagna. (cambia discorso, ad Ada) Così lei è professoressa.

Rita                               - Ha fatto l’Università.

Piero                              - Ed è qui. per studiare l’ambiente?

Ada                               - Lascia perdere. È una storia troppo lunga.

Piero                              - (con ammirazione) Chissà quante poesie sa lei.

Ada                               - Perché? Le piacciono?

Piero                              - Mi divertono le rime.

Rita                               - Piero è poeta. Fa gli stornelli.

Piero                              - Solo quando bevo un poco. Allora suono la chitarra e.

Rita                               - Perché non ce ne canti uno?

Piero                              - Adesso? Beh, se ci tenete. (canta) fiorin di menta Quando ti vedo il sangue bolle e monta perché la bocca tua ai baci tenta!

Rita                               - Bravo!

Piero                              - Sentite l’ultimo: (canta) Fiorin d’argento Io vivo come un cane e son contento Un osso in bocca e coda dritta al vento!

Tutti                              - (ridono)

Piero                              - In fabbrica, mentre sono alla macchina, cerco le rime, poi ci faccio i versi sopra. A volte me ne vengono proprio di gaie, ma ho una testaccia fottuta e me le dimentico. Bisogna che lei venga con noi una sera quando ho la chitarra. Con un po’ di vino in corpo, la vena mi viene facile.

Rita                               - (piegando l’ultima camicia) Per oggi ho finito. (si sente un vocio dietro la porta)

Ada                               - E ne hai risparmiata di corrente.

Rita                               - Adesso se volete la luce. potete accendervela. Io scendo a portare le camicie. Statemi buoni, eh?

Lisetta                           - (una bella ragazza giovane, fresca, piena di vita entra svelta, chiude la porta e vi si appoggia contro, gridando verso l’esterno) Vattene via! T’ho detto che non ti voglio più vedere!

Nino                              - (dall’esterno) Ascolta, Lisetta. Almeno lasciami finire.

Lisetta                           - (appoggiandosi alla porta per impedire a Nino di entrare) Quel farabutto! Quel mascalzone! È stato lui a rubarsi il nostro gatto! Un bel micione nero. gli mancava solo la parola! E sapete perché se l’è rubato? Per mangiarselo all’osteria con gli amici. Con contorno di patate. Ed ha avuto anche il coraggio di venirmelo a dire, (voltandosi verso la porta) Che ti vada in veleno! Che ti rovini la digestione per un mese! (agli altri) Già a mia madre era antipatico e lui, che fa per ingraziarsela? Le ruba il gatto. Per dispetto. E chi glielo dice, ora, a mia madre, che è nella pancia di Nino che deve andarselo a cercare il suo gatto?

Nino                              - (dall’esterno) Stellina. lascia almeno che ti spieghi. Gioia mia, come facevo a sapere che il gatto era tuo? Mica mi ha detto come si chiamava.

Lisetta                           - (minacciosa) Prova ad entrare e vedi che ti faccio! Ti mangio il naso. (agli altri) E domenica avrebbe dovuto venire a parlare con mia madre. Ditegli che si faccia vedere e quella gli cava gli occhi.

Nino                              - (che è riuscito a mettere la testa) Ascolta, Lisetta, la colpa è stata del gatto.

Lisetta                           - Vigliacco! (cerca di chiudere la porta)

Piero                              - Lisetta, lo strozzi, fai piano.

Rita                               - E fallo parlare, almeno! (tutti ridono)

Nino                              - È venuto a strusciarsi contro le mie gambe. Miagolava e si lamentava da far pena. Pareva che gli facesse dispiacere che la nostra squadra avesse vinto. (apre la porta con sforzo la porta e per calmare Lietta l’abbraccia)

Lisetta                           - Ti graffio. ti mordo.

Piero                              - Per un gatto, Lisetta, non vale la pena.

Nino                              - Facciamo pace e te ne regalerò dieci, di gatti.

Lisetta                           - (con intenzione) Nessun gatto era come il mio micione. Era il terrore di tutti i topi della casa. Proprio quella sera ne aveva mangiato uno grosso come un vitello.

Nino                              - (fa una smorfia di disgusto)

Lisetta                           - E non solo topi mangiava: lucertole, bisce, ragni, scarafaggi.

Nino                              - Basta, Lisetta. basta.

Lisetta                           - E lui con le patatine se l’è mangiato. Con le patatine e il vino nuovo! (tutti ridono)

Nino                              - (lamentoso) Miao!

Lisetta                           - E, adesso, vattene. E che non ti salti in mente, questa sera, di aspettarmi sotto il portone, perché scendo con mia madre, io. Ciao a tutti. (scappa via)

Nino                              - (le corre dietro) Lisetta! Lisetta! (via)

Rita                               - (ridendo) Che coppia, quella! Tutti i giorni litigano e tutte le sere sono insieme. Scappo perché faccio tardi. (prende l’involto delle camicie) Vi lascio padroni. Se viene Cesco ditegli che torno subito.

Piero                              - Ci lasci padroni! E il vino dov’è?

Rita                               - Nel fiasco, sotto il lavandino. Ma lasciatene un poco anche per Cesco. (esce. Lunga pausa)

Ada                               - (si alza, va ad accendere la luce e poi torna a sedere, guardando Piero, che, evidentemente, cerca di far colpo su di lei, ma non sa come cominciare)

Piero                              - Così. lei fa scuola?

Ada                               - Non proprio. Do lezioni.

Piero                              - Dev’essere buffo. Insegna a leggere?

Ada                               - No. Insegno francese.

Piero                              - Capperi! Sa anche il francese?

Ada                               - E che c’è di strano?

Piero                              - Dev’essere bello parlare anche il francese. Io conoscevo uno che era di Nizza. Diceva sempre “Bonné mère!”. (ride) Piacerebbe anche a me, il francese.

Ada                               - E per che farsene?

Piero                              - Così. per saperlo. Pensi se andassi in Francia. (scherzoso) Dicono che a Parigi i tipi come me vanno molto.

Ada                               - Dia retta a me. In questo mondo alla rovescia, meno si sa, meglio è.

Piero                              - Sarà, ma io invidio quelli che hanno studiato. Per loro il mondo è diverso: sanno tutti i perché.

Ada                               - Lasci perdere: i perché non li sa nessuno.

Piero                              - A me piace tanto leggere. Quando in centro vedo tutte quelle bancarelle cariche di libri, mi viene una voglia matta di comprarmene una bracciata e portarmeli a casa per leggermeli tutti. Una volta mi sono lasciato tentare e ho comprato un libro grosso così. (ride) Ancora adesso Cesco mi sfotte. Non ho capito nemmeno una parola di quello che c’era scritto. E lui neanche. Certe parolone ostrogote che chissà dov’erano andate a cercarle. Però vorrei leggere anche io, come fanno tutti. Come Ricci, per esempio.

Ada                               - Lasci perdere. Meglio che continui a leggere la Gazzetta dello Sport.

Piero                              - Questo non credo. Il mondo è complicato e noi del mondo cosa sappiamo? Contare quei quattro soldi che guadagniamo per poi accorgerci che non ci bastano nemmeno per campare. Perciò non potremo mai difenderci, capisce? Se avessimo studiato, la nostra vita, per forza, sarebbe diversa. Io, per esempio, da ragazzo ero un mezzo diavolo, ma a scuola mica me la cavavo male. Avrei potuto riuscire meglio di tanti figli di papà. Invece, a undici anni ho dovuto lasciare i libri per andare a portar mattoni. E quello che sapevo allora lo so adesso. È brutto, sa? Il mondo ci balla davanti e noi non riusciamo a capirlo. (sconfortato) È una sporca vita. Troppo complicata! Io qui con lei parlo e rido. ma ho il cuore piccolo così. Darei la testa contro il muro, oggi.

Ada                               - Perché?

Piero                              - Perché mi hanno fottuto, mondo boia: messo fuori, capisce?

Ada                               - Dalla fabbrica? E perché?

Piero                              - Ecco, vede? Lei mi domanda il perché. Ma il perché io non lo capisco e non c’è Cristo che me lo faccia capire. Dicono che hanno i loro motivi. Ma che motivi ci possono essere per buttar fuori un povero diavolo che ha bisogno di lavorare?

Ada                               - Che le hanno detto in fabbrica?

Piero                              - Riduzione di personale. E la disposizione è stata anche approvata dalla commissione interna. Hanno liquidato anche Cesco, ma Rita non lo sa. Lui, prima di dirglielo spera di trovare da arrangiarsi in qualche modo.

Ada                               - E come?

Piero                              - Mah! Io sono stato adesso a parlare con quelli del Sindacato. Non c’è niente da fare. Stavolta è nera sul serio. E il guaio è che è sempre sugli asini più magri che cascano le bastonate. (pausa)

Ada                               - (lo guarda a lungo, poi) Sposato?

Piero                              - E come? Devo già fare i bocconi piccoli per conto mio. In due che cosa si farebbe? Ogni tanto ci penso. voglia di sposarmi, ce l’avrei. Quando Cesco mi ha detto che si metteva la corda intorno al collo io mi son detto: quello ora sta fresco. E invece è ingrassato: e capisco il perché. Non è solo il pane che ingrassa, non le pare?

Ada                               - Questo è vero.

Piero                              - Vivo in questa casa, in un buco di topi, che affitto da una famiglia di terroni. Buona gente, non dico di no, ma ha le sue grane, perché dovrebbe occuparsi anche delle mie? Morale: mi sento solo come un cane. Di nessuno. Poche storie: un uomo è con una donna che deve stare.

Ada                               - A te mancano le donne?

Piero                              - È un’altra questione, le donne non mancano a nessuno. Ma io vorrei una donna per me, una brava ragazza che vivesse la mia vita. Sarò fatto male, ma da solo non so stare. Perché io sono di quelli che devono parlare, sfogarsi. Qualsiasi cosa, bella o brutta che sia, devo raccontarla, non posso tenerla per me. Ha visto? Con lei ho vuotato subito il sacco e mi sono sentito meglio, mondo ladro! Già, con lei si può parlare, capisce al volo.

Ada                               - Dai, dammi del tu.

Piero                              - Volentieri. Con te c’è gusto a stare. Non è come parlare al muro.

Ada                               - Il guaio è che viviamo in un mondo schifoso dove nessuno ha quello che dovrebbe. Siamo come mosche dentro una ragnatela, non facciamo in tempo a muovere le ali, che già le abbiamo rotte. Ti capisco perché i tuoi problemi sono i miei. Ma se non ci muoviamo per far cambiare le cose, c’è poco da sperare. Bisogna accelerare per farlo camminare a modo nostro questo sporco mondo.

Piero                              - Dì un po’: sei comunista, tu?

Ada                               - Ho le mie idee e sento come voi. Ecco perché sono venuta a vivere qui. E avrei potuto farne a meno. Mio padre era colonnello, in casa mia si davano feste, c’era di tutto. Ma l’ambiente mi ripugnava. Tutto gretto, falso, meschino. Caro mio, se c’è una al mondo che ti può capire, quella sono io.

Piero                              - Sapessi come ti guardavo quando ti incontravo per le scale! Ma tu passavi dura, come se avessi il torcicollo!

Ada                               - (ride) Sei in gamba. Mi piace stare con te.

Piero                              - Mi viene un’idea: perché non mi dai delle lezioni? Se potessi diventare un impiegato, pensa che bello! Lavorare tutto il giorno dietro un tavolino, con dei fogli davanti.

Ada                               - E credi che così i tuoi problemi sarebbero finiti?

Piero                              - Almeno mangerei due o tre volte al giorno e dormirei in un letto pulito.

Ada                               - Non è diventando piccolo borghese, caro mio, che si risolve. Se tu.

Cesco                            - (sui trent’anni, un po’ rude. È evidentemente di malumore) Rita?

Ada                               - (seccata dall’arrivo di Cesco) È scesa a portare le camicie.

Cesco                            - E voi due fate l’amore intanto?

Piero                              - Stavo cercando di convincerla a darmi lezioni.

Cesco                            - Per far l’amore? Non credevo ne avessi bisogno. (tutti e tre ridono)

Piero                              - Allora, Cesco?

Cesco                            - (gli fa cenno di star zitto)

Piero                              - Puoi parlare. Le ho raccontato tutto. (per troncare la sua reazione) Ada è un amica.

Cesco                            - Un’amica? Non sapevo che vi conosceste. (a Ada, duro) Con Rita acqua in bocca, capito?

Ada                               - Non sono cose mie, che vuoi che me ne importi?

Piero                              - Al Sindacato niente da fare. Questa volta c’è solo da rompersi le corna. A te cos’ha detto Ricci?

Cesco                            - Di sciopero neanche parlarne.

Piero                              - Dobbiamo tener duro: farci sentire.

Cesco                            - E chi vuoi che ci senta? Se ne fottono di noi. Finché non tocca a loro. (pausa)

Piero                              - Se nevicasse. almeno potremmo andar a spalare la neve.

Cesco                            - E quanto durerebbe? Un giorno o due.

Ada                               - Voi vi rassegnate subito. Per forza che le cose non cambieranno mai. Dovete unirvi, agire.

Cesco                            - Che vuoi che facciamo? Che andiamo a sparare contro il municipio?

Ada                               - Occupate la fabbrica.

Cesco                            - (scoppia a ridere) Brava. Ci vieni anche tu col cappellino?

Ada                               - Se aveste coscienza di classe.

Cesco                            - Ecco, anche lei con la coscienza di classe. Lei per farmi agire, quegli altri per farmi star calmo. No, Ada, è inutile tirar fuori i paroloni. Vogliamo lavoro, non discorsi. L’inverno è alle porte e la fame è brutta.

Ada                               - La fame. Mi pare che le usi anche tu, le parole grosse. Rita qualcosa guadagna e.

Cesco                            - Mondo boia, io ho forse la faccia di uno che si fa mantenere dalla moglie?

Ada                               - Sei disoccupato da un giorno e già fai le tragedie.

Cesco                            - Se fossi solo, me ne fregherei, ma ho moglie. Rita si stava mettendo un po’ di carne, poveretta. E si era tranquilli, finalmente.

Ada                               - Cosa dovrei dire io allora che. (si interrompe all’entrata di Rita)

Rita                               - (che appare con dei pacchi) Già qui, Cesco? Sono appena le sei.

Cesco                            - M’ha dato un passaggio Nando col camion. (affettuoso) Come va, tu?

Rita                               - Ho dovuto accendere la stufa, non ti arrabbi? Non ce la facevo più a cucire con questo freddo.

Piero                              - Comincia presto il tempo boia, quest’anno.

Rita                               - (posa sul tavolo i pacchi e aprendone uno) Guarda, Cesco, ho comprato le castagne. Belle grandi, no? Restate anche voi, (a Piero e Ada) c’è anche il vino. Tu, Piero, vai a prendere la chitarra e aspettando che cuociano.

Cesco                            - Lascia perdere la chitarra. Non è sera di musica, questa.

Rita                               - (riempie la pentola d’acqua e la mette sul fuoco con le castagne) Piero, Ada, restate, allora?

Ada                               - Se dobbiamo aspettare che siano cotte.

Rita                               - Intanto facciamo quattro chiacchiere. Forza, Piero, con uno stornello.

Piero                              - Fior di castagna, mentre che l’acqua bolle e.

Cesco                            - Piantala, Piero. T’ho detto che non ho voglia di musica.

Rita                               - Che c’è, Cesco?

Piero                              - È di malumore. Sarà il tempo.

Rita                               - È per lo sciopero? Piero mi ha detto.

Cesco                            - (con rabbia a Piero) Cosa le hai detto, tu, idiota!

Piero                              - Non ho aperto bocca, te lo giuro.

Rita                               - Allora c’è. veramente. qualcosa che non va?

Ada                               - Aprite il sacco. Ormai è andata.

Piero                              - (inventando) Cosa vuoi che ci sia? Nulla. C’è che, oggi, io e Cesco ci siamo presi un po’ per i denti con Martucci.

Rita                               - Il caporeparto? E se quello vi si mette contro e vi fa licenziare?

Piero                              - È stata solo una discussione. Non val nemmeno la pena di parlarne.

Rita                               - Come se non le conoscessi, le vostre discussioni. Avete tutti e due la testa calda e la lingua lunga. Dovete chiedergli scusa, domani stesso. Pensate, se vi mandassero via adesso, che viene l’inverno.

Cesco                            - (violento) Piantala di far la morale. Vengo a casa per star tranquillo, non per sentire lagne.

Ada                               - Mio dio, quante storie! Non sarebbe meglio che.

Cesco                            - Tu, Ada, metti il naso negli affari tuoi. (pausa. Piero china la testa impacciato, Rita interroga con lo sguardo Piero)

Ginetta                          - (entrando) Ada, ti cercano.

Ada                               - Chi?

Ginetta                          - Chi vuoi che sia? È il solito.

Ada                               - Meno male. Ci voleva. Ciao, Piero. A domani.

Piero                              - Aspetta, chi è il solito?

Ada                               - Chi vuoi che sia? È uno. Ciao a tutti (esce)

Piero                              - (rimane a spiarlo dalla porta)

Cesco                            - (si butta sul letto)

Ginetta                          - Rita, gliel’ho detto, sai?

Rita                               - Del bambino?

Ginetta                          - Sì. Prima è rimasto serio a pensare, me poi mi è venuto vicino e mi ha sorriso.

Rita                               - Te lo dicevo che sarebbe stato contento anche lui.

Ginetta                          - Mi sono tolta un peso. Ora sto meglio.

Rita                               - (con intenzione) Meglio non tenersele per sé, le cose.

Ginetta                          - Hai ragione, poi si è tranquilli. Vado perché ho la minestra sul fuoco. Venite al bar, stasera, a vedere la televisione?

Rita                               - Non so. Se decidiamo, ci troviamo giù. Ciao.

Ginetta                          - (esce)

Rita                               - (avvicinandosi a Cesco) Aspetta un altro bambino. Aveva paura di dirlo a Pino. (silenzio)

Piero                              - (avvicinandosi) Chi è il tipo di Ada? (fuma nervoso)

Cesco                            - (senza muoversi dal letto) Uno che se la porta a letto.

Rita                               - Cesco! Si devono sposare.

Cesco                            - Sì. Col binocolo.

Rita                               - Devono solo decidere la data. Lui è un milionario. Ha quattro o cinque negozi in provincia.

Cesco                            - Voglio vederlo, questo matrimonio. Lei è una dritta, ma lui la fregherà lo stesso.

Rita                               - Tu che ne sai?

Cesco                            - È una mula. Nessuno si sposa una mula.

Piero                              - Cos’hai contro di lei?

Cesco                            - Ti piace, eh?

Piero                              - Non è bella, ma ha qualcosa che.

Cesco                            - Sentimi bene: se ti è entrata nella testa, fattela uscire. Quella non se la fa con uno come noi.

Piero                              - Che vuoi dire? Se, per esempio.

Cesco                            - So quello che dico. Gira al largo. E passami la cicca.

Piero                              - (gli passa la sigaretta, lo guarda, poi alzando le spalle) Beh, arrivederci.

Rita                               - Te ne vai anche tu? Non resti a mangiare le castagne?

Cesco                            - Mettici una pietra sopra e non pensarci più. Capita a tutti di prendere una cantonata. Ciao.

Piero                              - Ciao, a domani. (esce serio e pensieroso)

Rita                               - (stupita) Ma che gli è preso?

Cesco                            - Non lo credevo così scemo. S’è cotto in quattro e quattr’otto. (si è alzato dal letto e passeggia avanti e indietro)

Rita                               - (con molta dolcezza) Che cosa c’è che non va? (pausa) Perché non vuoi parlare? Appena ti ho visto mi sono accorta che qualcosa era successo.

Cesco                            - Ma che vuoi che sia successo? Andiamo al cinema, stasera. All’Alhambra fanno un film con Sofia Loren.

Rita                               - Cesco. non cambiar discorso. Credi che non ti conosca? Hai litigato davvero con Martucci? (lo obbliga a sedere)

Cesco                            - No. (pausa)

Rita                               - Guardami in faccia, dimmi la verità. (pausa) Allora, hai litigato?

Cesco                            - No.

Rita                               - E allora?

Cesco                            - Allora. niente.

Rita                               - Dimmi cos’è successo, Cesco.

Cesco                            - (alza gli occhi, la guarda, poi) Mi hanno buttato fuori.

Rita                               - Licenziato? Quando?

Milio                             - (un ragazzo sui sedici anni, mal vestito, mal nutrito irrompe in scena piangendo)

Cesco                            - E questo chi è?

Rita                               - Il figlio della Paolina. Milio, cos’hai? Perché piangi così?

Milio                             - (l’abbraccia, poi scappa in un angolo continuando a piangere)

Rita                               - Cos’hai?

Milio                             - Niente.

Cesco                            - Per niente non si piange. Che c’è? Ti hanno picchiato?

Milio                             - (fa cenno di no)

Rita                               - E allora? Su, parla.

Milio                             - C’è un uomo in casa. Grida.

Rita                               - Vai a vedere, Cesco. E tu, Milio, vai con lui.

Milio                             - (urlando) No! A casa non ci vado. non ci vado.

Cesco                            - Non gridare, stupido. Vado io. E smettila di piangere. (esce)

Rita                               - (materna) Siedi, Milio. Calmati, tremi tutto. Vuoi qualcosa da bere? (gli versa dell’acqua e gliela porge) Ti sei spaventato, non è così? Credevi che la mamma fosse sola in casa invece. non è così, vero?

Milio                             - . mi ha tirato una scarpa.

Rita                               - Una scarpa?

Milio                             - Sì. Era sul letto. con la mamma.

Rita                               - (dopo un attimo di smarrimento) Sarà stato ubriaco. Tua madre non avrà potuto mandarlo via e….

Milio                             - Non torno a casa. Non torno più.

Rita                               - Ma non piangere. Prendi il fazzoletto, su, soffiati il naso. Ti disperi come se. (non tra le parole e lo abbraccia)

Cesco                            - (rientra. Uno sguardo eloquente a Rita, poi a Milio) Tu. vieni qui. Senti. com’è già che ti chiami, mezzo uomo?

Milio                             - Milio.

Cesco                            - Ascoltami bene, allora, Milio. Non è successo niente di grave. Ad ogni modo stanotte resta a dormire da noi. (tira giù il pagliericcio dal letto)

Milio                             - Era là? Era ancora là?

Rita                               - (cercando di aiutare Cesco) Un ubriaco, no?

Cesco                            - Proprio così. Un ubriaco. Tua madre non era riuscita a farlo uscire dalla stanza. Tu resta qui e domani mattina torni a casa come se niente fosse, capito?

Milio                             - No, domani non torno a casa. Non torno più.

Rita                               - Che dici? Col bene che ti vuole tua madre?

Milio                             - (si butta sul pagliericcio continuando a piangere)

Rita                               - Milio. Milio. Guarda, ci sono le castagne, ti piacciono le castagne? (silenzio) Te le faccio col latte? (silenzio) Non hai fame? (tira giù dal letto una coperta e con una vecchia giaccia gli accomoda un cuscino)

Cesco                            - Senti, Milio. Non devi pensare a niente di male. E voler bene a tua madre. Volerle bene come. come sempre, ecco. Quando sarai più grande. capirai. Quando c’è la miseria.

Rita                               - (interviene e inginocchiandosi accanto a Milio) Non dormire così. Togliti i pantaloni, almeno. Prima la giacchetta, su. (lo aiuta a svestirsi) Non aver vergogna, non ti guardo.

Rita                               - Bell’uomo sei! Piangi per niente.

Rita                               - Gli ha tirato una scarpa, per questo si è spaventato. (a Milio) E adesso. dormi. Domani quando ti svegli troverai una bella scodella di castagne col latte.

Milio                             - (la guarda riconoscente, poi si arrotola nella coperta. Ancora qualche singhiozzo, poi si addormenta)

Rita                               - (sale su di una sedia e vela la lampada con un giornale. Poi va verso la finestra) Hai visto, Cesco? Nevica.

Cesco                            - E vien giù forte.

Rita                               - (alza il coperchio della pentola) Le castagne sono cotte. (mentre le scola) Sai quante bottoniere ho fatto, oggi? Trentacinque. Ho gli occhi che mi bruciano. E sono stanca. Dormirò bene, stanotte. Dormiremo bene tutti.

Cesco                            - (lontano) Dormiremo bene tutti.

Rita                               - La Magonzi non si dà pace. Le hanno rubato il gatto. E sai chi è stato? Nino, per mangiarselo all’osteria con gli amici. Avresti dovuto sentire Lisetta.

Cesco                            - (dopo una pausa, si avvicina a Milio, lo guarda con tenerezza) Com’è magro. Pelle e ossa.

Rita                               - Dorme?

Cesco                            - Sì.

Rita                               - Forse. avremmo dovuto parlargli in un altro modo.

Cesco                            - E cosa potevamo dirgli? E, poi, credi che non abbia capito?

Rita                               - Poveretto. Ha sgobbato tutto il giorno, forse aveva fame.

Cesco                            - Ora dorme e la fame non la sente. Mangerà domani quando si sveglia. (siede al tavolo)

Rita                               - Le hai parlato?

Cesco                            - Lei piangeva, lui gridava. Ho detto solo che non stesse in pensiero per Milio. che avrebbe dormito da noi.

Rita                               - E gli altri bambini?

Cesco                            - Dormivano.

Rita                               - (quasi a sé) Domani mangeranno.

Cesco                            - (con violenza) Mondo boia! Se penso che in questo mondo una donna deve.

Rita                               - Sss! Non lo svegliare.

Cesco                            - (piano e rabbioso) Ma se c’è una giustizia in questo sporco mondo.

Rita                               - Su, su, inutile parlare di queste cose. (gli porge un piatto di castagne) Prendi.

Cesco                            - (respingendo il piatto) Non ho voglia di castagne, non mi va di mangiare.

Rita                               - Provane una, almeno.

Cesco                            - (ne prende una) Accidenti, come bruciano.

Rita                               - Fa come me, soffiaci sopra. (pausa) E, ora, parla: ti hanno licenziato?

SECONDO ATTO

La stessa scena, due mesi dopo. Delle corde attraversano la stanza con i panni stesi. Dalla finestra si vedono i tetti carichi di neve. Sta facendosi buio. Piero, seduto sulla stufa, si scalda le mani fregandosele. Ada è seduta accanto a lui.

Piero                              - Ma adesso, chi lo parla?

Ada                               - Adesso? Saprai almeno che Virgilio ha scritto in latino.

Piero                              - Perché?

Ada                               - Oh, basta, Piero, coi tuoi perché.

Piero                              - Se nessuno mi spiega le cose, come faccio a saperle? Io pensavo che solo i preti sapessero il latino, ora, tu, invece mi vieni fuori con Virgilio che scrive in latino e tu che lo leggi. Ma chi è questo Virgilio?

Ada                               - Piantala di far lo scemo, Piero. Oggi è una giornata insopportabile, ci manca ancora che tu faccia dello spirito.

Piero                              - Per te le giornate sono insopportabili quando stiamo insieme. Invece a me basta vederti perché il cuore me si spalanchi come un ombrello.

Ada                               - Perché ti tengo compagnia e sono simpatica.

Piero                              - Non è solo questo. Con nessuna donna è mai stato come con te. Le altre mi piacevano soltanto quando le abbracciavo. Con te anche se sto con le mani in tasca a guardarti, mi sento contento lo stesso.

Ada                               - Con me non ti vien voglia di far l’amore, allora?

Piero                              - Quella ce l’ho sempre e lo sai. Mi sono ridotto come un chiodo da quando ti conosco. (la guarda, poi) Sai che ti dico? Sono contento che mi abbiano licenziato. Almeno posso stare con te tutto il tempo che voglio. (con rabbia) Accidenti!

Ada                               - Perché “accidenti”?

Piero                              - Vedi come sono cretino, mondo boia? Tu certe cose non me le dici mai e invece a me. scappano fuori. E tu, zitta a sentirle, come se fossi la madonna. (Ada ride) E ridici anche. Vorrei proprio sapere cos’hai in quella maledetta testa. Che pensi? Che hai trovato l’imbecille che ti ci andava? Quell’altro invece com’era?

Ada                               - E chi pensa più, a quell’altro?

Piero                              - Cesco dice che ti sei messa con me solo perché quell’altro ti ha piantata.

Ada                               - Cesco farebbe meglio a mettere il naso negli affari suoi.

Cesco                            - (brusco) Allora. è vero o no?

Ada                               - E che ti importa? Cambia qualcosa?

Piero                              - Sentimi bene, se tu. (s’interrompe perché è entrato Milio)

Milio                             - (che si è fermato sulla porta come cercando qualcuno)

Ada                               - Tu che vuoi?

Milio                             - Cercavo Rita.

Ada                               - Vedi bene che non c’è. Che vuoi da lei?

Milio                             - Volevo dirle del processo di papà. È fissato per domani. Credi che lo faranno uscire?

Ada                               - Che vuoi che ne sappia?

Milio                             - Già, tu non sai mai niente. (a Piero) E tu t’appiccichi a quella lì come un francobollo. Puah! (esce)

Piero                              - (sorpreso e seccato) Ma chi l’ha chiamato, quello? (poi ad Ada, cocciuto) Allora. ti sei messa con me solo perché quell’altro ti ha dato il foglio di via.

Ada                               - Cambia disco, Piero.

Piero                              - Avrò ben diritto anch’io ad essere geloso, per la miseria!

Ada                               - Mettila negli stornelli la gelosia, ché è una rima facile. (pausa, gli fa una carezza sui capelli, poi) Che stupido, sei!

Piero                              - (la guarda ridendo)

Ada                               - Che t’ha detto il falegname?

Piero                              - Di ripassare lunedì. Ma se c’è il posto, lo lascio a Cesco. Lui è sposato.

Ada                               - Bravo furbo! Pensa agli altri e a te chi pensa?

Piero                              - Non me lo dici sempre tu che bisogna avere una coscienza di classe?

Ada                               - Qui non è una questione di coscienza di classe. Devi pensare a te stesso. Non la conosci la gente. Può vederti crepare, ma non tende nemmeno la mano per darti un bicchier d’acqua.

Piero                              - Parli perché non conosci la gente di questa casa. Sono tutti morti di fame come me, ma hanno fatto la colletta per pagare la sepoltura per mia madre, quando è morta e Cesco le ha portato anche un cuscino di fiori.

Ada                               - Oh, Piero, possibile che tu sia grande e grosso come la fame e sentimentale come un vitello da latte? Quando impari a farti uomo? Di un po’: anch’io sono sola come un cane e chi mi dà una mano?

Piero                              - Non mi dirai che Rita e Cesco.

Ada                               - Ma non lo capisci da solo che sono due ignoranti? Lei ha male al braccio e va a farsi curare dalla settimina, lui è un animale che non capisce niente. Non hai sentito stanotte? È tornato ubriaco come la giustizia e ha fatto a quella disgraziata di sua moglie una scena da film americano.

Piero                              - Beve perché è pieno di guai. Ma a Rita vuol bene.

Ada                               - Bel modo di dimostrarglielo: gridando e rompendo la casa a pugni.

Piero                              - Sono due mesi che sta con le mani in mano e bussa a tutte le porte per trovare uno straccio di lavoro. Non ho mai conosciuto un uomo come lui. Ha il cuore grande come una casa.

Ada                               - Davvero è difficile capirvi. Siete tutti uguali. Vivete in cento dentro una casa, le riempite di bambini e di chiacchiere di donne e non sapete nemmeno chi siete, cosa volete dalla vita. Sono più intelligenti le formiche di voi.

Piero                              - Cosa vuoi dire?

Ada                               - Non riesco a capirvi: Cesco è disoccupato e si sfoga andando all’osteria, la Magonzi la sfrattano è lei fa la novena alla Madonna del Rosario, i Bonetti hanno un figlio scemo e ne fanno un altro. Questa casa è piena di tragedie e ognuno lascia correre. Preferite affogare da soli che mettervi insieme agli altri e cercare di difendervi. Nemmeno il partito riesce a dirigervi, ad organizzarvi! Del resto che vi dà il partito? Una fede? E che ve ne fate di una fede quando avete fame?

Piero                              - Tu mi fai paura, qualche volta. Parli come quel vecchio del quinto piano che è anarchico.

Ada                               - Ma non vi accorgete che nessuno fa niente per voi?

Piero                              - Bisogna aver pazienza, Ada. Anche Ricci l’altro giorno mi diceva che.

Ada                               - Pazienza? Ma non vi rivolta l’anima ad aver pazienza? A me questa vita fa schifo.

Piero                              - Allora. non mi vuoi bene.

Ada                               - Che c’entra volerti bene?

Piero                              - Se mi volessi bene sul serio, saresti contenta di stare con me e il resto non conterebbe. Guarda Lisetta e Nino.

Ada                               - Piero, a me non va di fare l’amore e poi mangiare pane e cipolla.

Piero                              - Allora è perché la miseria ti fa paura che non vuoi sposarmi?!?

Ada                               - Sono una donna giovane e non posso pensare che per tutta la vita.

Cesco                            - (entra. È dimagrito, faccia tesa, pronto alla collera. Il pensiero della disoccupazione l’ossessiona) Rita?

Ada                               - È da Ginetta, che non si sente bene.

Cesco                            - Cos’ha?

Ada                               - Cosa vuoi che abbia? È incinta, lo sai.

Cesco                            - (a Piero) Novità?

Piero                              - Qualche speranza per la settimana prossima. Pare che un operaio lasci la falegnameria per mettersi per conto proprio. Ma se c’è un posto lo lascio a te.

Cesco                            - Se c’è un posto, saltagli sopra e non far lo stupido. Che lavoro?

Piero                              - Pare che facciano una rotazione. Resterebbe libero un posto di facchino: per scaricare dei tronchi alla stazione.

Cesco                            - Bello!

Ada                               - Sentilo! Bello perché?

Cesco                            - Hai mai lavorato in una fabbrica? Otto ore filate davanti a una macchina a stringere bulloni? No. Eh? Allora non puoi capire cosa voglia dire lavorare all’aria aperta. (pausa)

Piero                              - Tu non hai novità?

Cesco                            - Arrivo sempre troppo tardi.

Piero                              - E quel tipo che era soldato con te? Dicevi che t’avrebbe aiutato.

Cesco                            - È partito una settimana fa per l’Australia.

Ada                               - Noi, qui, miseria e in centro le signore sfoggiano le pellicce nuove.

Cesco                            - E che vuoi? Che le facciamo fuori?

Ada                               - Dovreste decidervi una buona volta a farla finita coi mangiapane a tradimento.

Cesco                            - Senti chi parla. Non eri tu che volevi sposare un milionario?

Piero                              - Lasciala in pace. Ada, oramai, è come noi.

Cesco                            - No. Noi abbiamo voglia di lavorare.

Piero                              - Tu credi che.

Ada                               - Non rispondergli, non ne vale la pena.

Cesco                            - Il guaio è che con le tue idee balorde stai imbottendo il cranio di Piero. Prima era un ragazzo che sapeva il fatto suo. Ora sta appiccicato a te giorno e notte e non cerca nemmeno lavoro.

Piero                              - Cercare è inutile. Non si conclude un corno di niente.

Cesco                            - Ti sei isolato a volte non mi sembri nemmeno più dei nostri. Hai cambiato persino il modo di parlare.

Ada                               - E a te che importa?

Cesco                            - Nulla. Ma quando tu l’avrai mollato, sarà lui che piangerà.

Piero                              - No farmi delle paternali. So cosa devo fare, sono abbastanza grande.

Cesco                            - Già, grande e scemo.

Rita                               - (entrando) Svelta, Ada, ti chiamano al telefono, giù dalla Secchini,

Ada                               - Dalla Secchini? Chi può essere? (si illumina) Che sia.

Rita                               - Vai giù svelta.

Piero                              - Vengo con te?

Ada                               - No. (esce di corsa)

Rita                               - (a Cesco) Già tornato? (Cesco risponde con un mugolio) Povera Ginetta, è stata così male.

Cesco                            - È già il bambino?

Rita                               - (sorride) Vuoi che lo faccia di cinque mesi? Ha una brutta gravidanza. (fa per spostare una sedia, ma le esce un lamento)

Cesco                            - Cos’hai?

Rita                               - Il braccio. Non posso più far niente.

Cesco                            - Se andassi dal medico.

Rita                               - Non c’è bisogno di andare dal medico. Il male se ne andrà come è venuto.

Cesco                            - (con collera, a Piero) La senti? Non vuol curarsi. E perché? Per ignoranza.

Rita                               - La Pescifreschi dice.

Cesco                            - Chi è la Pescifreschi?

Piero                              - È quella che incontriamo sempre nel vicolo qui dietro. La chiamano così perché grida sempre “ Pescifreschi!” al mercato.

Rita                               - È lei che ha guarito il figlio di Ginetta quando aveva male al ginocchio. È settimina.

Cesco                            - Non m dirai che vai dalle streghe invece di andare dal medico? Ma sei matta? Vuoi lasciarci la pelle?

Rita                               - Se è per questo, la Pescifreschi ne sa più di un medico.

Cesco                            - Tu fili subito alla Mutua.

Piero                              - Cesco ha ragione. Hai paura del medico?

Rita                               - Ma cosa vuoi che sia? Non è niente. Fino a ieri ho lavorato benissimo. È solo da stamattina che mi fa più male.

Cesco                            - Stupida! Se ti ammali non è peggio?

Rita                               - Io ho paura. E se il medico mi trova qualche malattia e vuol mandarmi all’ospedale?

Piero                              - Ma che ospedale! È una infezione. Basta prenderla in tempo.

Cesco                            - (mette una mano sulla fronte di Rita) Ha anche la febbre questa balorda. ma ti puzza la salute?

Piero                              - Fa un salto fino alla Mutua, che ci stai?

Rita                               - (si infila a malincuore il cappotto) Glielo devo dire che mi sono punta con un ago e che mi fa male da una settimana?

Piero                              - Ma vedrai che lo capisce da solo.

Rita                               - Chiedo a Ginetta se mi accompagna. Farà bene anche a lei una boccata d’aria. (esce)

Cesco                            - (le grida dietro) Comprami due sigarette quando torni. (chiude la porta sbattendola) Vita bastarda! E, come se non bastasse, torno a casa e trovo questa cretina che sta male. Ora vedrai, dovrà mettersi a letto. Con lei malata, saremo a posto. Già è dimagrita come un’acciuga. E, poi, è debole perché non mangia.

Lisetta                           - (entrando) Ehi, voi, uomini me lo fate un piacere?

Piero                              - Che c’è Lisetta?

Lisetta                           - Cose gravi.

Piero                              - Nino ti ha rubato un altro gatto?

Lisetta                           - No, perché al posto del gatto abbiamo un merlo. Se lo sentissi come canta dentro la gabbia. Canta un poco come te.

Piero                              - E tu che ne sai di come canto? Mica te ne ho mai fatte, di serenate.

Lisetta                           - So benissimo a chi le riservi. Con una come noi non ti sprechi. Te la sei scelta con qualche anno in più, ma, dicono, ha esperienza e ti insegna il latino. (scoppia a ridere)

Cesco                            - (ride anche lui) Brava Lisetta!

Piero                              - Ma lasciala perdere, che parla solo per invidia.

Lisetta                           - Invidia? Basterebbe che volessi perché tu mi venissi dietro a ginocchioni. Ma non ti voglio. Ho Nino, io.

Piero                              - Bel campione, quello!

Lisetta                           - Proprio così. Campione di calcio. Allora me lo fate questo piacere?

Cesco                            - Avanti, dai.

Lisetta                           - Stasera Nino mi aspetta dietro alla chiesa, alle otto e mezzo. Ma io non posso andare. I Secchini mi hanno invitato a vedere la televisione e io ci devo andare con mia madre. Non so dove telefonargli. Dovrebbe andare uno di voi a dirgli che ci vediamo domani alle sei, al solito posto. Ma che non faccia come l’altro giorno che ha aspettato mezz’ora e se n’è andato perché io l’orologio non ce l’ho e la macchina nemmeno e se l’autobus non passa mica è colpa mia.

Cesco                            - Bel mestiere ci fai fare.

Piero                              - Ma tua madre non ha ancora fatto pace con Nino?

Lisetta                           - Le è rimasta qui la storia del gatto. Perché è convinta che lui l’abbia fatto per dispetto. Se però mi aiutaste voi.

Piero                              - Noi?

Lisetta                           - Se, per esempio, io venissi qui con Nino, domani, dopo il lavoro. E poi, tu o Rita con qualche scusa faceste venire da voi mia madre. Incontrandolo qui per forza lo lascerebbe parlare. E poi, tra tutti, sarebbe più facile convincerla. Cesco, se mi fai questo favore, ti metto padrino del primo figlio che avremo, te lo giuro.

Cesco                            - Ci sto.

Lisetta                           - E mi raccomando, stasera non mi fate aspettare troppo Nino. Col vento che tira e il freddo che fa, potrebbe prendersi un accidente. Proprio dietro la chiesa, dove c’è il giornalaio. Ci troviamo lì perché, mentre aspetta, legge i giornali esposti fuori. Così passa il tempo e si istruisce. Grazie tante. Ciao. Saluti a Rita. (esce di corsa)

Piero                              - Bel tipo, quella.

Cesco                            - Tu avresti bisogno di una ragazza come Lisetta.

Piero                              - Ma se è una matta, non la vedi?

Cesco                            - (va al lavandino e di sotto tira fuori un fiasco. Fa per versare e si accorge che è vuoto) Mondo boia! (rimette con rabbia il fiasco a posto)

Piero                              - Dai, non te la prendere.

Cesco                            - Però. fa rabbia. Noi qui ci mangiamo vivi come pulci e c’è un sacco di gente che se la spassa.

Piero                              - È quello che dice Ada. Finché non ci facciamo sentire. Bisognerebbe far la pelle a qualcuno, tanto per cominciare.

Cesco                            - Sì, e poi? Vai in galera. (si butta sul letto) Oggi sono passato davanti alla fabbrica mentre suonava la sirena. Ho sentito stringermi il cuore. La vita per gli altri continua. Nessuno si accorge che noi no ci siamo più. La fabbrica va avanti lo stesso, le macchine camminano, la produzione è quella di sempre, i cancelli alle sei si spalancano e tutti vengono fuori contenti, la sigaretta in bocca. Che importanza abbiamo, noi? Contiamo meno di uno sputo, ecco la verità.

Piero                              - Finché non ci decidiamo ad agire.

Cesco                            - E piantala! Non ripetere come un pappagallo le fesserie di Ada.

Piero                              - Adesso basta. Cos’hai contro di lei?

Cesco                            - (si alza e passeggia nervoso) Niente, ma mi sta sullo stomaco.

Piero                              - Già, ma se dessimo retta a lei.

Cesco                            - Ma se è una cretina!

Piero                              - Ha una laurea, sai?

Cesco                            - Ma cretina è rimasta.

Piero                              - Suo padre era colonnello e.

Cesco                            - E perché suo padre era colonnello dovremmo metterci sull’attenti davanti a lei e dirle “Signorsì” come hai tempi della naja? Ma ti rendi conto che quella se ne frega di noi e ci prende in giro?

Piero                              - Senti, Cesco, posso anche capire che ti stia sulle corna, ma perché quando parli di lei sembri matto?

Cesco                            - Non mi va, non mi va. Parla, sa solo parlare. Ma che dice? Di fare la rivoluzione. E perché? Perché spera di guadagnarci qualcosa. Ma non li vede, i tempi, come sono?

Piero                              - È venuta a vivere qui perché la pensa come noi.

Cesco                            - Credi proprio?

Piero                              - Ha rinunciato persino a sposarsi per stare con noi.

Cesco                            - Ne sei sicuro?

Piero                              - Ti dico che la conosco. Con me è sincera.

Cesco                            - Allora. auguri!

Piero                              - Parli come se fossi geloso.

Cesco                            - Io? (scoppia a ridere) Non mi comunico con certe ostie.

Piero                              - (minaccioso) Cosa vuoi dire?

Cesco                            - (sta per reagire con violenza, ma si trattiene. Mette le mani in tasca e lo guarda) Sei un salame, ecco quello che sei. (i due stanno un attimo l’uno davanti all’altro. Bussano alla porta) Chi è?

Ricci                              - (sui cinquant’anni, in giaccone e berretto) Io. Come va?

Cesco                            - Grassi e in salute, come vedi.

Piero                              - Che c’è di nuovo, Ricci?

Ricci                              - Niente sono venuto a trovarvi. (siede) La ferita mi fa male con questo tempaccio. E tutte queste scale.

Piero                              - (burlone) Dici sempre che ti piaceva la guerra.

Ricci                              - Tutto sommato si stava meglio allora, in montagna.

Cesco                            - (pratico) Quanti ne hanno buttato fuori questa settimana?

Ricci                              - Otto.

Cesco                            - E cosa fa il sindacato?

Piero                              - Continua a calarsi i pantaloni?

Ricci                              - Non è questione di calarsi i pantaloni. Giuridicamente sono a posto. Diminuzione di personale. Ci mettono sotto il naso bilanci, cifre, statistiche.

Cesco                            - In due mesi in quanti ci hanno mandati a spasso? Una cinquantina, no?

Ricci                              - Ma gli altri mille continuano a lavorare.

Cesco                            - Già a chi tocca. tocca.

Ricci                              - Prima di tutto bisogna difendere gli interessi della maggioranza.

Piero                              - Si vede che noi siamo figli della serva.

Ricci                              - Cercate di capire, ragazzi. Loro, i padroni, legalmente.

Piero                              - E voi fregatevi di quello che è legale e proclamate lo sciopero.

Ricci                              - Sciopero, eh? Non sapete dir altro. Ma come volete che migliaia di operai si mettano a scioperare perché una cinquantina di voi è stata licenziata?

Piero                              - Cosa ci vuole allora per proclamare uno sciopero? Che moriamo tutti di fame?

Cesco                            - Attento. Ricci. Oggi fottono noi e domani con lo stesso sistema sarete voi quelli fregati.

Ricci                              - Sentite on po’: volete insegnare a me come si fa la lotta di classe? Da quando sono alto così, sento parlare di queste cose. I vostri sono casi isolati. Non significano nulla.

Cesco                            - Ma allora a che serve il sindacato?

Ricci                              - Noi lavoriamo per l’interesse di tutti voi, per la categoria. Lavoriamo perché diecimila famiglie possano mangiare meglio, dormire in un letto, comprare il latte per i bambini, curare i malati, veder tranquilli i loro vecchi. È la massa quella che conta.

Cesco                            - Già, perché è quella che vi dà i voti.

Ricci                              - E tu dallo agli altri, il tuo voto e vedrai che allegria. Vi faranno a tutti la Giulietta sprint.

Piero                              - Ma se vi trovaste voi al nostro posto.

Ricci                              - Senti un po’: non ci sono stati anche tre della commissione interna ad essere sbattuti fuori? Cercate di capirle, le cose. La vostra situazione la conosco, so che non è comoda. Ma in fondo siete giovani, potete resistere. Sapeste come abbiamo resistito noi e in tempi duri, durante la guerra. Dovete capire che non possiamo compromettere gli interessi di tutta una categoria per una piccola minoranza.

Piero                              - Se questo è tutto l’aiuto che il partito ci dà.

Ricci                              - Sapete che il partito ha fatto e farà sempre il possibile per aiutarvi. Non ci preoccupiamo di altro. Purtroppo però il coltello sono loro ad averlo per il manico. Se, per esempio, aveste figli, vi faremmo riprendere il lavoro domani stesso.

Cesco                            - Io ho moglie.

Ricci                              - Figli, dico.

Cesco                            - Sono sposato da poco.

Ricci                              - Fai un figlio e ne riparleremo. Intanto, per ora, può lavorare tua moglie.

Piero                              - Sua moglie è malata.

Cesco                            - Ha un’infezione al braccio.

Ricci                              - Beh, la cureranno. I medici, quelli li avete gratis. (si alza) Purtroppo, ragazzi, non vi posso dire di più. Fatevi coraggio e.                

Cesco                            - Dì al sindacato di mandarci il becchino, quando saremo crepati.

Ricci                              - Com’è difficile parlare con voi. La vostra è una situazione brutta, non dico di no, ma sapeste quanta gente sta peggio. Ci sono tisici, bambini rachitici, vecchi che non hanno un soldo di pensione. Voi non vi rendete conto di quante cose dobbiamo ancora ottenere. Su, con la vita. Del resto sono sicuro che ne avete viste di peggio. Tenete duro, una mano siamo sempre disposti a darvela. Per mangiare venite da noi. È sbobba buona che toglie la fame. (si guarda attorno) Non sei sistemato male, qui.

Cesco                            - Pago l’affitto.

Ricci                              - Certo, è logico. Tenete duro, ragazzi. L’inverno passerà e le cose si arrangeranno. (esce. Piero e Cesco lo salutano)

Cesco                            - (dopo aver chiuso la porta) Parole anche lui. E la fame resta quella che è. O a te ha riempito lo stomaco? (rifacendo la voce) Fai un figlio. Già. Viene proprio la voglia di farne.

Piero                              - Nessuno si occupa di noi.

Cesco                            - La collettività. la massa. Se noi siamo massa, tutto cammina. Ma se siamo solo Cesco e Piero se ne fottono.

Piero                              - Ma se sindacalizzassero le fabbriche, se abolissero le proprietà, se una rivoluzione.

Cesco                            - La rivoluzione. la guerra. Parole! Anche prima si diceva la guerra. Mio padre l’ha fatta e ci ha lasciato la pelle. E che cosa si è ottenuto? I bombardamenti, la fame, le case bruciate, i poveretti che, come mio padre, ci hanno lasciato la ghirba. E poi? Poi che cos’è cambiato. Nulla.

Piero                              - La colpa è nostra. Viviamo come bestie, siamo capaci soltanto di sgobbare, mangiare, dormire.

Cesco                            - E credi che gli altri siano diversi?

Piero                              - Gli altri hanno studiato. Se le cose cambiassero potrei mettermi anche io a studiare. Potrei lasciare la fabbrica, diventare un impiegato.

Cesco                            - Ma chi t’insegna questi bei ragionamenti? La rivoluzione per te significa soltanto cambiare le tue mutande con quelle di un ragioniere?

Piero                              - Ma non lo farei per me. Anche per gli altri. Ada dice che se noi.

Cesco                            - E smettila con Ada. Pensa con la testa tua che è meglio.

Ada                               - (entra) Ancora qui?

Cesco                            - Eccola. Te la lascio. (esce)

Ada                               - Ce l’ha con me?

Piero                              - Non fargli caso. Ce l’ha con tutti, anche col padreterno.

Ada                               - Devo parlarti.

Piero                              - Che c’è? Non ti ho mai visto così seria.

Ada                               - Piero, per favore, senza storie e senza grane. E soprattutto senza commuoverci. Da questo momento ognuno fa la sua strada e quello che è stato è stato. E non se ne parla più. D’accordo?

Piero                              - Ada? Che ti salta in testa?

Ada                               - Ci lasciamo, ecco tutto.

Piero                              - Forse perché credi che Cesco.

Ada                               - Che vuoi che c’entri Cesco. Sono io che ho deciso di farla finita. Posso disporre della mia vita, no?

Piero                              - (prendendola in scherzo) E la crisi ti è venuta così, di colpo?

Ada                               - Non scherzare, Piero, per favore. (seria) Ci lasciamo come due buoni amici, vuoi?

Piero                              - Prima spiegami quello che è successo.

Ada                               - Niente.

Piero                              - Sei scesa giù a telefonare, hai preso una boccata d’aria e così tutt’un colpo.

Ada                               - Prendila come vuoi.

Piero                              - Ti fa male l’aria della sera, è così? (cercando di abbracciarla) Ada, sei proprio una matta.

Ada                               - (liberandosi subito) Lascia stare. T’ho detto che voglio farla finita, non complicare la situazione.

Piero                              - (cambiando tono) Chi t’ha telefonato?

Ada                               - Non t’interessa.

Piero                              - (duro) rispondimi.

Ada                               - Ma chi ti credi di essere? Il mio padrone?

Piero                              - (afferrandola per i polsi) Chi t’ha telefonato, rispondi, per la miseria!

Ada                               - Mio zio canonico. (gli scoppia a ridere in faccia)

Piero                              - (la schiaffeggia) Rispondi.

Ada                               - Va bene, allora. Lo vuoi proprio sapere? (cattiva) Me ne vado di qui.

Piero                              - Cosa vuoi dire?

Ada                               - Che me ne vado. (violenta ed aggressiva) Non ce la facevo più. Mi mancava l’aria, soffocavo, impazzivo.

Piero                              - Con me?

Ada                               - Con te e senza di te. Non ce la facevo più a vivere in questa miseria legata alla vostra fame. Finalmente me ne vado.

Piero                              - Chi ti ha telefonato?

Ada                               - Il milionario. Non ce la fa a vivere senza di me. Mi ha chiesto di vederlo, ho un appuntamento con lui domani, in centro, in un locale elegante. Ero sicura, ero sicura che si sarebbe rifatto vivo. Sapessi con quanta ansia aspettavo.

Piero                              - E allora sei venuta a letto con me solo per rabbia. per noia.

Ada                               - Se vuole vedermi è perché ha deciso di sposarmi. Mi toglierà da questo letamaio e mi porterà con lui. Farà di me quella che sono: una signora. Capisci? Una signora.

Piero                              - (con disprezzo) Una signora!

Ada                               - (senza raccogliere) Avrò una grande casa in mezzo agli alberi. Una casa con tanti salotti, delle belle poltrone. Farò il bagno tutti i giorni e una serva m’insaponerà la schiena. Leggerò i libri distesa sul letto, vestita di seta, col fuoco acceso sempre, anche d’estate. Non sentirò più attorno a me odore di panni stesi, di piatti sporchi, di sudore mal lavato. Avevo sempre odiato la miseria, ma c’ero caduta dentro. Ora me ne vado. Sono libera, sono libera, sono libera, Piero.

Piero                              - (con rabbia) Allora ti sei messa con me, solo come una cagna con un cane perché eri in calore. Mi hai imbottito la testa di storie e di parole, senza crederci, solo perché ti annoiavi, e te ne fottevi di me. E io che ti ho creduta e che. Non sei una donna, ha ragione Cesco: sei una mula!

Ada                               - Non importa quello che sono. So soltanto che ho ottenuto quello che volevo.

Piero                              - (si allontana da lei e va ad appoggiarsi alla finestra guardando fuori. Lunga pausa)

Ada                               - Sei stato tu che hai insistito per farmi parlare. Mi hai obbligata. Io non avrei voluto, mi dispiace. (pausa) Non prendertela con me. È la vita. Su, Piero, sei un bel ragazzo le donne non ti mancheranno. Vedrai che la troverai, la donna che fa per te. La sposerai ed avrai un sacco di bambini. Del resto. non potevi pretendere che ti sacrificassi io la mia vita.

Rita                               - (entra a braccetto di Ginetta)

Ginetta                          - Il medico ha detto che è niente, se si cura.

Cesco                            - (entra dietro di loro) Guardatela, ha il colore della pulce. E trema tutta.

Ginetta                          - Le ha fatto un’iniezione grossa così, come quella che fanno ai cavalli. Adesso deve mettersi a letto, domani verrò io a farle gli impacchi.

Cesco                            - Se quella stupida si fosse disinfettata quando si è punta.

Ginetta                          - È il sangue che a volte fa dei giri sbagliati.

Cesco                            - E, poi, non mangia, per forza è debole.

Ginetta                          - D’inverno vengono sempre i guai. (uscendo passa accanto a Piero) Cos’è questo muso, Piero? (esce dopo che Piero ha alzato le spalle senza risponderle)

Cesco                            - (si accorge di Piero e gli si avvicina) Che c’è? (non avendo risposta guarda Ada che è accanto a Rita, che si è seduta) Avete litigato?

Piero                              - Avevi ragione tu, Cesco. ma ci voleva la mazza in testa per farmelo capire. (esce)

Cesco                            - (resta un attimo a guardare verso la porta, poi, di malumore) Rita, mettiti a letto. (a Ada) che c’è?

Rita                               - (va a sedersi sul letto e comincia a sfilarsi le calze)

Ada                               - Mi sposo.

Cesco                            - E Piero?

Ada                               - È giovane, gli passerà.

Cesco                            - Che c’era che non andava?

Ada                               - La miseria. Non c’ero fatta.

Cesco                            - Allora è per metterti le ossa a posto che ti sposi? Perché quell’altro ha la grana?

Ada                               - No. Perché non ne ho io.

Rita                               - (avvicinandosi) Davvero ti sposi, Ada?

Cesco                            - Mettiti a letto, tu.

Ada                               - Guarisci in fretta, Rita. Prima di andarmene faremo la festa d’addio. (esce)

Cesco                            - Quella. (poi, a Rita) Mi hai comprato le cicche?

Rita                               - Oh, scusa.

Cesco                            - (contento di potersi sfogare con qualcuno) Ma cos’hai in quella maledetta testa che non ti ricordi mai di niente? A cosa diavolo pensi, lo vorrei proprio sapere. (pausa. Cammina avanti e indietro) Per forza doveva finire così. L’ho sempre detto io. Ma tu a difenderla. A insistere per tenerla in casa, per darle da mangiare. Ha intontito quel povero cristo di Piero e ora lo molla per sposare un altro. Non mi è mai piaciuta. Da quando l’abbiamo conosciuta ci è caduta addosso la disgrazia.

Rita                               - (sale su di una sedia per raccogliere i panni stesi)

Cesco                            - Che fai? T’ho detto di coricarti.

Rita                               - La roba è asciutta, dovrò pure metterla via.

Cesco                            - Ne sai più del medico? T’ha detto o no di metterti a letto?

Rita                               - È questione di un momento. Che ci sto? 38

Cesco                            - Mondo boia; per chi parlo io? (strappa con furia le corde che attraversano la stanza. La roba cade a terra) Devi sempre fare di testa tua?

Rita                               - Non gridare, Cesco. A che serve? Va già tutto così male.

Cesco                            - È forse colpa mia?

Rita                               - (avvicinandosi) Ti fai solo una vita di inferno arrabbiandoti. Se continuiamo così non ci si capisce nemmeno più fra di noi.

Cesco                            - Forza, vai avanti.

Rita                               - Tu gridi, ti arrabbi, urli sempre e non mi parli più, non ti sfoghi più con me come una volta. Cosa ci possiamo fare se tutto va male? Io sono disperata come te, ma cerco di farmi forza, di credere ancora. Vedrai che tutto cambierà. Vieni qui, accanto a me, Cesco. Parlami, dimmi.

Cesco                            - Ma cosa vuoi che ti dica? Che ho voglia di mettermi la corda attorno al collo?

Rita                               - Non lo pensi, vero? (lunga pausa) Così è farsi male. Non è più la miseria, ora, sei tu che mi fai paura. Ogni volta che torni a casa, mi trema il cuore e non ho il coraggio di guardarti in faccia. Cerco sempre un sorriso, un piccolo sorriso, per me, anche se tutto ci è contro, perché sei contento che almeno io sono qui. con te. Ma non sorridi più. Sei diventato un altro, duro, violento. chiuso. Gridi, bestemmi.

Cesco                            - (sforzandosi per non lasciarsi commuovere) Va a letto, non montarti la testa.

Rita                               - Ho trovato il coraggio di parlare, devo andare fino in fondo. Ascolta, Cesco, abbiamo passato momenti anche più brutti, da quando ci conosciamo. Ricordi quando eri all’ospedale con la gamba rotta? Ci vedevamo solo la domenica e per mezz’ora. Ma quella mezz’ora ci bastava per vivere sereni una settimana intera. Ora, invece. forse è colpa mia, non so più darti coraggio. Perché, Cesco, che succede?

Cesco                            - (disperato, con un nodo alla gola) Che non ne posso più. non ne posso più.

Rita                               - (cercando di abbracciarlo) Non mi vuoi più bene? Rispondimi, non mi vuoi più bene?

Cesco                            - Ma sì, ho voglia di parlare d’amore, ora. Vattene a letto che è meglio.

Rita                               - No, me lo devi dire: non mi vuoi più bene?

Cesco                            - (si avvia per uscire)

Rita                               - No, Cesco, rispondimi prima. (gli corre dietro) Non andar via, resta qui. Cesco dove vai?

Cesco                            - All’inferno. Vado. all’inferno. (esce sbattendo la porta che resta aperta)

Rita                               - (scoppia a piangere e rimane accanto alla tavola. Lunga pausa riempita dalle voci della casa)

Paolina                          - (passa e si affaccia) Rita?

Rita                               - (resta di spalle per non farsi vedere a piangere) Sì?

Paolina                          - Te l’ha detto Milio? Gli fanno il processo domani. Per quattro stracci rubati. E sono mesi che è dentro. E come posso aiutarlo, io? Dove li trovo i soldi per un avvocato?

Rita                               - (ha un capogiro e si appoggia al tavolo per non cadere)

Paolina                          - Rita, Vergine santa! (la sostiene e la fa sedere) Ma hai la febbre. Una febbre da cavallo. Forza, mettiti a letto.

Rita                               - Grazie, Paolina, ora è passato. È stato un giramento di testa. Ora è passato. Che mi dicevi? Il processo è per domani?

Paolina                          - (scoppia a piangere e le butta le braccia al collo)

Uomo                            - (si affaccia alla porta rimasta aperta. Tossicchia per farsi sentire, poi) È qui l’interno ventisette?

Rita                               - Sì.

Uomo                            - Branchetti Francesco?

Rita                               - Sono sua moglie.

Uomo                            - Vuole firmare questo avviso? La società manda a dire che se entro domani mattina non pagate le rate arretrate, i mobili li manda a ritirare. Una firma qui, per favore. dove c’è la croce. (mentre viene avanti, cala la tela)

ATTO TERZO

 La sera dopo. Dalla porta, spinti da un operaio, stanno uscendo gli ultimi mobili. In scena sono rimasti il tavolo e due sedie. I pagliericci sono a terra, al posto del letto. Ginetta e Rita stanno sistemando in una cassa la poca roba che c’era dentro l’armadio.

Uomo                            - (uscendo) Non se la prenda, signora. Vedrà: tra qualche giorno glieli riporteremo, i suoi mobili. E si ricordi di dire a suo marito di venire alla Società a firmare. (via)

Ginetta                          - Non disperarti, Rita. Non serve a niente, purtroppo.

Rita                               - È che sono una stupida. Se avessi avuto il coraggio di dirlo a Cesco. Ma quando ho ricevuto l’avviso, lui era appena uscito. Poi è tornato tardi ed aveva bevuto. Gli giravo intorno come un cane per trovare il momento buono per parlargli. Ma lui s’è messo a urlare perché non ero a letto.

Ginetta                          - Quando le cose vanno male, gli uomini hanno il vino cattivo.

Rita                               - Se almeno, dopo, riuscisse a non tormentarsi, sarei contenta che bevesse. Ma così. a che gli serve? Sta peggio ancora. (pausa) E ora verrà su, non troverà più i mobili, lui che ci teneva tanto. si metterà a gridare, se la prenderà con me.

Ginetta                          - E tu lascialo gridare. Così gli passa la rabbia.

Rita                               - Anche oggi ho cercato di dirglielo. Ma non parlava. Chissà a che cosa pensava. (pausa) Erano bei mobili, pesanti, di noce. I primi soldi che portava a casa alla fine del mese erano per pagare la rata.

Ginetta                          - Appena Cesco troverà lavoro, i mobili ve li ridaranno. (pausa) Va meglio il braccio?

Rita                               - È un poco sgonfiato. Ma stanotte non mi ha lasciato dormire. Anche Cesco non ha chiuso occhio: si muoveva, si agitava. Ma se gli parlavo, si voltava dall’altra parte e faceva finta di russare. (pausa) È così cambiato. Un altro.

Ginetta                          - Sono giorni duri, devi aver pazienza.

Rita                               - Stanotte sentivo il bisogno che mi venisse vicino, che mi abbracciasse. Invece. come un pezzo di legno.

Ginetta                          - Gli uomini bisogna capirli, non sono come noi. Loro soffrono dentro. Ricordo due anni fa, quando mi è morto il maschietto. se chiudo gli occhi me lo vedo ancora davanti. io piangevo e gridavo. Pino, invece, era come un muro. È rimasto senza parlare per tre giorni. Poi è uscito ed è tornato ubriaco fradicio. Mi ha picchiato come non aveva mai fatto e poi giù sul letto a piangere. Tu hai mai visto un uomo quando piange, quando piange sul serio, voglio dire, come una bestia ferita? Fa paura. Ecco in quel momento ho capito come soffrono gli uomini.

Rita                               - Prima io e Cesco eravamo contenti insieme, qualsiasi cosa capitasse. Ora, invece. Non so, è come se la miseria avesse fatto morire anche l’amore.

Ginetta                          - Se a un uomo manca il lavoro, è la vita che gli manca. E, poi, bisogna ammetterlo, si torna animali quando si ha fame. (pausa) Ma non bisogna disperarsi. Si rimedia sempre a tutto. Io ero al settimo mese di Gigino, quando abbiamo dovuto impegnare anche i mobili. E Pino girava tutto il giorno come un disperato e non trovava lavoro. Io ero così giù, così giù, che ero tentata di buttarmi dalle scale pur di abortire e non mettere al mondo un altro disgraziato. Era come la fine del mondo, come essere in fondo a un pozzo e non poter più vedere la luce. Poi tutto si è aggiustato nel giro di un mese. Tu non mi crederai, eppure quei momenti così terribili, neppure me li ricordo. La vita sistema tutto.

Rita                               - Io ho l’impressione che il bello per noi non venga più. Cesco ha sempre una speranza, al mattino quando esce di casa. Poi, quando torna, capisco subito che anche quella speranza gliel’anno strappata via. Ho paura, adesso, di vederlo rientrare. Si è venduto l’orologio e non me l’ha nemmeno detto. Ha le scarpe rotte, cammina ore ed ore coi piedi nell’acqua. Come vuoi che non finisca per ammalarsi? Ormai, non ci vediamo neppure per mangiare. E stanotte dormiremo per terra.

Ginetta                          - Non lamentarti, Rita. A voi sono rimasti i materassi. Noi dormivamo sul pavimento. E io ero incinta. Sono cose che passano. (pausa) E Cesco dov’è?

Rita                               - Mi è parso di vederlo giù in cortile. Tanto per fare qualcosa, spala la neve.

Ginetta                          - Potevi chiamarlo, quando hanno portato via i mobili.

Rita                               - Meglio di no. Già l’altro giorno per poco non si picchiava con l’esattore della luce che voleva i soldi. Ha i nervi tesi, bisogna compatirlo. Meglio che stia con Piero. Tra loro, almeno, si aiutano parlando.

Ginetta                          - Povero Piero! È stato un colpo duro per lui. Voleva bene sul serio a quella donna. Tu cosa pensi? Che si sposi proprio?

Rita                               - Credo di sì. È uscita tutta elegante, col cappellino in testa, allegra come una pasqua.

Paolina                          - (entrando) Si può?

Rita                               - Paolina, com’è andata?

Paolina                          - (si lascia andare su una sedia) Sei mesi.

Ginetta                          - Come? Sei mesi?

Paolina                          - E tutto per un mezzo sacco di farina, che ha rubato in tempo di guerra. Non gli hanno potuto dare la condizionale, capite?

Ginetta                          - Ma non aveva un avvocato?

Paolina                          - Ha fatto quanto poteva anche lui. M’ha detto che, in fondo, in fondo se l’è cavata bene con sei mesi. Perché il furto c’è stato e lui era recidivo. Hanno considerato le attenuanti, gli hanno dato il minimo, tutto sommato. Ha parlato più di mezz’ora, l’avvocato, e con calore anche. Ma a me pareva che nessuno stesse a sentirlo. Io guardavo Renzo, Renzo guardava me. Era dritto, là, in mezzo ai carabinieri, magro come un Cristo in croce.

Rita                               - Quanto gli resta ancora da fare?

Paolina                          - Altri quindici giorni. Non sono molti, lo so, ma lui sperava proprio di uscire. M’ha chiesto un'altra maglia, dice che là dentro fa un freddo polare. E pensare che gli avevo preparato tutto, in casa. Ho dormito tre giorni senza lenzuola perché lui, stanotte, le trovasse pulite. Ed ero così contenta. Contenta anche se sapevo che questa sarebbe stata una nottata tremenda e che mi avrebbe gonfiata la faccia di schiaffi.

Rita                               - E perché?

Paolina                          - Perché gli avrei raccontato tutto. Ma se non mi arrangiassi come faccio, cosa darei da mangiare ai ragazzini, cosa gli metterei addosso? Se non mi avessero portato via Renzo, credete che avrei ricominciato? Andavo a lavare i piatti, giù all’osteria, ma mi hanno mandato via per prendere una fissa: le danno da mangiare e da dormire, la pagano meno. Io che potevo fare?. Sono nata disgraziata. Dovevo avere una levatrice gobba, io, un gatto nero sotto il letto e una scala sopra quando sono venuta al mondo.

Rita                               - Coraggio, Paolina, quindici giorni passano presto.

Paolina                          - E mentre lui è chiuso dentro a patire, io ad arrangiarmi con le labbra rosse.

Ginetta                          - Non vai per la minestra a mezzogiorno?

Paolina                          - I bambini li mando dai preti e dai comunisti ci vado io. Ma non basta mai quello che danno. Forse perché devono crescere, ma hanno sempre fame, come se avessero il verme solitario. E poi. ma e i tuoi mobili Rita?

Rita                               - La società ha mandato a riprenderseli.

Paolina                          - Vergine santa! E io che parlo di guai. (abbraccia Rita e uscendo) Fatti coraggio anche tu, non posso dirti altro. (via)        

Ginetta                          - Poveretta! L’altra sera si è trascinata dietro un vecchio. Non l’avrei toccato nemmeno con un bastone, io. E lei, chissà quanto tempo aveva camminato su e giù aspettandolo. E se la beccavano l’avrebbero portata anche dentro per adescamento.

Rita                               - (guardando fuori sul balcone dove è passato qualcuno) L’hai vista?

Ginetta                          - Chi?

Rita                               - Ada. Strano che non sia entrata.

Ginetta                          - Sarà venuta a prendersi le valige.

Rita                               - Povero Piero! Aveva cambiato faccia da quando si era innamorato.

Ginetta                          - Gli passerà. Ma non senti il freddo? Vieni di là, da me. Ho la stufa accesa e l’acqua calda. Ti faccio qualche impacco.

Rita                               - Mi sento come una stupida con questo braccio al collo.

Ada                               - (entra vestita con una certa pretesa di eleganza, un cappotto scuro e un cappellino leggermente fuori moda. Ha il viso sconvolto) Rita, mi fai un piacere?

Rita                               - Che t’è successo, Ada? Non stai bene?

Ada                               - Devo parlare con Piero, subito. È in cortile con Cesco, chiamalo dal balcone.

Rita                               - E che gli dico?

Ada                               - Che venga su. Ma non dirgli che io gli voglio parlare.

Rita                               - (esce. La si sentirà chiamare Piero dal balcone)

Ginetta                          - Qualcosa che va storto Ada? (pausa) Sei bianca come uno straccio.

Ada                               - Ho mal di testa.

Ginetta                          - Pasticci? (pausa) Dimmi un po’, Ada, non sarai per caso. (vorrebbe dire incinta e lo spiega con un gesto)

Ada                               - Magari lo fossi.

Rita                               - (rientrando) Viene su subito.

Ada                               - Voi andatevene. Lasciatemi sola con lui.

Rita                               - Ma tu.

Ada                               - Andate, fate presto. (Ginetta e Rita la guardano preoccupate ed escono. Silenzio. Ada passeggia avanti e indietro in uno stato terribile di esaltazione. La pausa è riempita dai rumori della casa che entrano dalla porta rimasta aperta)

Piero                              - (entra e vedendo Ada) Ah, eri tu. (si volta per uscire)

Ada                               - (supplichevole) Non andartene, Piero, devo parlarti.

Piero                              - (brusco) Cosa vuoi?

Ada                               - Ho bisogno di te.

Piero                              - (ironico) Di me?

Ada                               - (con uno sforzo) Piero, ascoltami, dimentica quello che ti ho detto ieri. Abbiamo passato insieme dei giorni allegri, sereni. Ho cercato di darti tutto quello che una donna può dare a un uomo. Sono stata per te.

Piero                              - (duro) Poche storie, cosa vuoi?

Ada                               - Prendimi con te, per sempre.

Piero                              - (la guarda senza risponderle)

Ada                               - Te lo dico sincera. Rispondimi, Piero.

Piero                              - Allora. non ti sposi più? È andata in fumo la casa in provincia?

Ada                               - Io ero come pazza. non sapevo più le parole che dicevo. In certi momenti. può capitare a tutti.

Piero                              - Parliamoci chiaro: cosa è successo?

Ada                               - Noi due possiamo essere felici, insieme, lo siamo stati. Quando mi abbracciavi non avrei più voluto aprire gli occhi.

Piero                              - Rispondi: non t’ha più voluta?

Ada                               - (piano, come a te stessa) Ha preso moglie. Non voleva avere rimorsi. Ha voluto vedermi per dirmelo.

Piero                              - (dopo un silenzio) Vedi cosa è la vita? Un giro. Oggi a me, domani a te

Ada                               - (disperata) Piero, cosa faccio, ora?

Piero                              - Cercati un altro.

Ada                               - No, questa volta per me è finita sul serio.

Piero                              - (con disprezzo) Per quelle come te non è mai finita. (fa per andarsene)

Ada                               - No, Piero, non andartene. Non lasciarmi sola, ho paura

Piero                              - (tornando) Ma cosa vuoi? Che ti porti a letto per consolarti?

Ada                               - Cerca di capirmi, Piero. Non sono come voi che siete abituati a soffrire in silenzio, che sapete rassegnarvi a tutto. Non è colpa mia, se non sono nata nella miseria. Mi è difficile vivere come voi, accontentandomi delle vostre magre gioie, rassegnati a soffrire sempre. Mio padre è morto lasciandomi solo dei debiti. Io non sono riuscita a farmi una strada, sono fallita in tutto. Ero finita qui, ma volevo uscirne per tornare un’altra volta con la gente come me, che sente come me. Il milionario era la mia ultima speranza e.

Piero                              - Anch’io avevo le mie speranze. Che ci posso fare se tu me le hai fottute?

Ada                               - Dovrò vivere qui per sempre.

Piero                              - (scattando) Ma che vuoi, dunque? Lo so: la tua paura è quella di dover restare qui, con noi, me l’hai detto anche ieri. E noi ti facciamo schifo perché puzziamo di sudore, perché lavoriamo come negri, perché non ci vergogniamo di avere fame.

Ada                               - Piero, tu mi vuoi bene e puoi aiutarmi. Insegnami a sentire come te, a credere nelle cose in cui tu credi, a rinascere un’altra volta. Sei la mia sola salvezza.

Piero                              - No, Ada. Anch’io ho aperto gli occhi, ormai. Come il milionario.

Ada                               - Sono entrata nella tua vita. Non riuscirai a dimenticarmi, anche tu hai bisogno di me.

Piero                              - Ma chi ti credi di essere? Meglio degli altri perché mastichi un po’ di francese e perché tuo padre era colonnello? Piangi sulla tua rabbia, cara mia, ne trovo mille meglio di te.

Ada                               - È il risentimento che ti fa parlare, il tuo orgoglio. Ma tu mi vuoi ancora, lo sento. Sii sincero, dimmelo, che saresti felice di riprendermi tra le tue braccia.

Piero                              - (duro) No, Ada, non posso far niente per te. Eri in vendita e hai perduto il compratore. Arrangiati come puoi, ora. Io non sono che un povero diavolo. Certi lussi non me li posso pagare. (fa per uscire)

Ada                               - (gridando) No, Piero, non puoi andartene. Ascoltami.

Piero                              - (torna indietro facendole vedere le mani) Guarda le mie mani, Ada. Sono dure, piene di calli. Sono mani che lavorano, che ingrassano macchine, che spalano neve. Da queste mani ti lasciavi accarezzare, ma ti facevano un po’ schifo. Perché non me lo hai detto prima? Sono queste mani, ora, che ci dividono. Tra noi è finita per sempre. Ti auguro buona fortuna, Ada. Questo è tutto quello che ti posso dire.

Ada                               - (aggrappandosi a lui disperatamente) Prendimi con te, Piero. solo per qualche giorno. per qualche ora. Non lasciarmi sola, ho bisogno di te. Anche se non è vero, anche se mi odi, dimmi qualche parola buona, dammi un poco di calore un poco di affetto. Piero, tu mi ami, tu mi ami ancora.

Piero                              - (liberandosi da lei) Basta, Ada. Ne ho troppi di guai per preoccuparmi anche dei tuoi.

Ada                               - Resta con me. non lasciarmi sola nella mia stanza. ho paura.

Piero                              - Paura? E di che cosa?

Ada                               - (sommessa) Di me.

Piero                              - Di te? Anch’io, ho paura di te, ora. (apre la porta e si trova di fronte a Cesco)

Cesco                            - (ad Ada) Eri tu che gli volevi parlare?

Piero                              - (esce)

Ada                               - Cesco, chiamalo, digli di tornare indietro.

Cesco                            - I mobili! Dove sono andati a finire i miei mobili?

Ada                               - (prendendolo per un braccio) Ascolta, Cesco, ti devo parlare. Tu sei un uomo e.

Cesco                            - (senza ascoltarla) Chi se li è portati via? Con quale diritto hanno.

Ada                               - Non pensare ai mobili, Cesco, in questo momento io.

Cesco                            - (liberandosi bruscamente da lei, urla) Dov’è Rita? Perché quella cretina non mi ha chiamato? Io...

Ada                               - Ho paura, non voglio entrare da sola nella mia stanza. Vieni con me, Cesco, vieni con me.

Cesco                            - (spalanca la porta e chiama) Rita. Rita.

Ada                               - Vieni di là con me, Cesco. Ho del vino. Berremo. Accenderemo il fuoco, staremo al caldo.

Piero                              - Col sudore li ho pagati, i miei mobili, col sudore. Non possono portarceli via. (chiamando) Rita! Rita!

Ada                               - (lamentosa) Non lasciarmi, Cesco non lasciarmi. Sono sola, ho paura. (cerca di abbracciarlo)

Cesco                            - E togliti dai piedi, tu! (esce chiamando) Rita? Rita?

Ada                               - (fa qualche passo per corrergli dietro, poi delusa, si ferma appoggiandosi alla porta. Fortissimi i rumori della casa. Si tura le orecchie per non sentire, si guarda attorno disperata. Un pianto di bimbo prolungato, la scuote. Decisa esce correndo. Ora, sui rumori della casa domina il ritornello di una stupida canzonetta trasmessa alla radio. Un ragazzo, può essere Milio, fa capolino alla porta e scompare. Poi Lisetta e Nino entrano allegramente)

Lisetta                           - (chiamando) Rita? Rita? Non c’è nessuno? Cos’è successo?

Nino                              - Avranno traslocato.

Lisetta                           - Proprio non capisco. Anche Cesco mi aveva detto di venire oggi.

Nino                              - L’ha detto anche a me. Subito dopo il lavoro, mi ha raccomandato. Perciò sono corso di furia senza finire nemmeno la riparazione che avevo cominciato. Il padrone mi fa “Vai a far conquiste, stasera?” Io gli ho risposto: “Vado a conquistare la suocera e spero di far goal!”.

Lisetta                           - Allora, mi raccomando, quando viene giù la mamma. Sii gentile e non fare lo spiritoso secondo il tuo solito. Parla poco e fatti vedere pieno di buon senso, con la testa sul collo.

Nino                              - Dirò: signora Magonzi, ho il piacere di chiederle il permesso di farla nonna di tanti bei nipotini. Anzi, fiorellino, perché non ne ordiniamo uno subito?

Lisetta                           - No, caro, lo so, poi, come andrebbe a finire. Diresti che gli occhi li volevi più scuri e i capelli più biondi e così la merce la lasci a me. Niente ordinazioni fin dopo il matrimonio.

Nino                              - Se tua madre ci dà il permesso, per quando decidiamo?

Lisetta                           - A primavera, quando ci sono le ciliegie.

Nino                              - T’ho detto che forse il padrone ci dà la stanzetta che c’è sopra il garage? Così risparmiamo anche i soldi dell’affitto.

Lisetta                           - E di quei soldi cosa ne faremo?

Nino                              - Un maschietto in più.

Lisetta                           - Mi raccomando con mia madre, controlla le parole, lei non è di quelle come me, che capiscono gli scherzi.

Nino                              - Dirò: signora Magonzi, benché abbia il suo gatto sulla coscienza.

Lisetta                           - (lo picchia allegramente) Ma dove sarà andata a finire Rita?

Nino                              - Forse è andata a chiamare tua madre.

Lisetta                           - No, eravamo d’accordo che saremmo venuti prima noi, per combinare. Quello che non capisco è che fine abbiano fatto i mobili.

Nino                              - Però che stupidi siamo!

Lisetta                           - Perché?

Nino                              - Siamo qui, soli e non ne approfittiamo nemmeno per darci un bacetto.

Lisetta                           - La porta è aperta ci possono vedere.

Nino                              - E noi la chiudiamo. (la chiude)

Lisetta                           - No. E poi. non siamo nemmeno in casa nostra.

Nino                              - Aspetta, chiediamo permesso. (va alla porta, bussa, domanda comicamente) È permesso? (poi chiude e corre ad abbracciare Lisetta. Lungo bacio. La porta si apre ed entrano discutendo Cesco e Rita)

Cesco                            - Come? Quando? (dà uno sguardo a Nino e Lisetta e poi, senza badare a loro, si rivolge a Rita) Perché non mi hai chiamato?

Rita                               - Tu eri in cortile. E poi. (fa un segno a Nino e a Lisetta come per fare capire che non è il momento) . cosa avresti potuto fare?

Lisetta e Nino               - (scappano via)

Cesco                            - Avrei buttato tutti quanti fuori di casa, ma i mobili di qui non sarebbero usciti.

Rita                               - Non si poteva far niente, ti ripeto. Dove lo trovavamo il denaro per pagare le rate che dobbiamo? È un colpo duro, lo so, ma vedrai che fra qualche giorno.

Cesco                            - Domani mi sentono alla Società. Solo i soldi vogliono, quei ladri. È ancora una casa questa? Freddo, miseria, pagliericci per terra come per i cani. tu che ti lamenti col braccio al collo. Cosa ci sto ancora a fare io, qui dentro?

Rita                               - Non dire così. Tutto si aggiusterà, io riprenderò a lavorare.

Cesco                            - Tu, ma io? E, prima che finisca l’inverno, ne abbiamo ancora di mesi, davanti a noi. Credi che possa continuare così, con la gavetta in mano, a far la coda per un piatto di sbobba?. Ma non lo capisci che non è più vita questa?

Rita                               - Quello che importa è restare insieme.

Cesco                            - E a che serve? Per crepare di fame in due?

Rita                               - Volerci bene è più importante della fame.

Cesco                            - Non dire così, se ti sono vicina, non sento fame. Se tu mi dai la forza, io non ho paura. Ho soltanto bisogno di te, che tu mi stia vicino. che mi dica che tra di noi non c’è niente di cambiato e che mi vuoi bene come prima.

Cesco                            - Per noi le cose non cambieranno più, ormai.

Rita                               - Faremo ancora qualche sacrificio, rinunceremo ancora a.

Cesco                            - A che cosa? Guardati attorno: di tutto quello che abbiamo costruito per noi che cosa c’è rimasto?

Rita                               - Una volta dicevi.

Cesco                            - Una volta credevo nella vita. Adesso no.

Rita                               - (scoppia a piangere)

Cesco                            - Sì piangi. Con le lacrime aggiusti tutto. Completi la festa. (sfogandosi, in crescendo) Su forza, continua. Così me ne vado senza rimpianti e la finisco una volta per tutte con questa sporca vita.

Rita                               - Non gridare, Cesco, non gridare. Ti sentirà tutta la casa.

Cesco                            - E che me ne fotte, a me, della casa? O hai paura che Ada mi senta? E che dica che sono una bestia e che.

Rita                               - Ada non c’entra. Anche lei è una disgraziata come noi.

Cesco                            - (accendendosi) No. È stata lei ha portare l’inferno qui dentro. Da quando è arrivata, tutto è andato per traverso. È lei che ha colpa di tutto. Cosa è venuta a fare qui? Cosa vuole da noi? Vada coi professori, noi siamo poveri e non abbiamo bisogno di lei.

Rita                               - Ma che c’entra Ada, adesso, cosa ti ha fatto di male?

Cesco                            - Ci ha portato disgrazia sempre, fin dal primo giorno. Non venga più a strisciarci addosso per attirarci altri guai. Tu la difendi, vero? Ebbene, ora vedrai cosa farò alla tua Ada. La metterò fuori. E glielo griderò sul suo maledetto muso di mula quello che penso di lei. (si avvia verso la porta)

Rita                               - (corre per fermarlo) Lasciala stare, Cesco. (lo trattiene per il braccio) Sfogati con me, allora.

Cesco                            - Lo so io quello che devo fare, stupida! (esce dandole una spinta)

Rita                               - (cade a terra. Si alza piangendo. Lunga pausa riempita dalle voci della casa)

Cesco                            - (dal di fuori) Pino! Giacomo! Venite, presto!. Non perdete tempo! Vieni subito, Nino.

Rita                               - (esce di corsa. Un grido acuto)

Cesco                            - (rientra sorreggendo Rita) Tranquilla, tu. Resta qui, non ti muovere. Tanto è inutile. Siamo arrivati troppo tardi.

Rita                               - Lasciami andare. Voglio vederla.

Cesco                            - C’è poco da vedere. S’è impiccata. (chiamando verso l’esterno) Ginetta, vieni, resta con Rita. (dall‘esterno crescendo di voci e di passi)

Ginetta                          - (entrando) Che spavento! Mi manca il fiato. Non avevo visto mai nulla di più tremendo.

Cesco                            - State calme tutt’e due. Quello che resta da fare, tocca a noi uomini. (esce gridando) Avete telefonato all’ospedale e alla polizia?

Ginetta                          - (fa sedere Rita e siede accanto a lei) Vergine Santissima! Questa notte me la sognerò. Hai visto, Rita, che faccia da dannata?

Rita                               - Ma è proprio morta?

Ginetta                          - Non respirava più. Non c’è niente da fare.

Paolina                          - (entrando) Ma come ha fatto?

Ginetta                          - Con la corda per stendere, figurati.

Rita                               - Bisogna che qualcuno cerchi Piero, che gli parli.

Paolina                          - Piero è stato il primo ad arrivare. Come se se lo sentisse.

Ginetta                          - L’ha presa in braccio lui, quando l’hanno scesa. (verso l’esterno) Tenete indietro i bambini, non lasciateli entrare. Attenta, Cristina, che il biondino sta entrando, caccialo via. E tu cosa fai? Torna a casa altrimenti parlo io a tua madre.

Lisetta                           - (entra)

Rita                               - Vai a casa, Lisetta, non star qui. Sei ancora troppo giovane per vedere queste cose.

Lisetta                           - Proprio oggi doveva capitare.

Ginetta                          - Vai a casa, è meglio.

Lisetta                           - (esce)

Paolina                          - Io me la sentivo, la disgrazia. Da ieri avevo il cuore che mi tremava. Come quando ero piccola e dovevano venire a bombardare.

Rita                               - E ieri pareva così contenta. Era sicura che si sarebbe sposata.

Ginetta                          - Stamattina m’ha chiamata per aiutarla a fare la valigie. M’aveva anche promesso di regalarmi una giacchettina.

Paolina                          - (sulla porta, tirando Milio per un orecchio) E tu cosa fai, qui?

Milio                             - Davvero si è ammazzata?

Paolina                          - Con una corda. Si è impiccata.

Milio                             - Ed è proprio morta?

Ginetta                          - Vai in cortile, Milio. Qui non c’è niente di bello da vedere.

Milio                             - Ma perché si è ammazzata?

Paolina                          - E cosa vuoi che ne sappia?

Milio                             - (guardando fuori) Quelli della polizia. quelli della polizia.

Ginetta                          - Vieni a vedere, Rita.

Rita                               - Meglio di no.

Milio                             - Un quarto d’ora fa saliva le scale dietro di me. Si fa così in fretta a morire?

Ginetta                          - Guarda quanta gente è arrivata. Sul balcone non si può più passare.

Milio                             - (a Paolina) Lasciami mettere la testa nella stanza, solo un momento.

Paolina                          - Se non vai subito a casa te le strappo, queste orecchie.

Milio                             - Ci vado, mamma, ci vado. (esce)

Paolina                          - (con tenerezza) Non me lo diceva più da tanto.

Rita                               - Che cosa?

Paolina                          - Mamma.

Uomo                            - (affacciandosi) Abitava con voi?

Ginetta                          - No, era sola.

Paolina                          - Non aveva nemmeno parenti.

Uomo                            - (evidentemente un giornalista) Da quando abitava qui?

Rita                               - Tre mesi.

Uomo                            - E quando.

Ginetta                          - Guardi, noi non ne sappiamo niente. Vada a chiedere là.

Uomo                            - (scompare)

Paolina                          - Ma perché l’avrà fatto? Rita, tu eri amica sua, cosa ne pensi?

Rita                               - Non lo so. non lo so. non capisco più niente.

Ginetta                          - Era sola.

Paolina                          - Ma ammazzarsi così. Morta impiccata come Giuda.

Rita                               - Deve aver patito come una bestia, per fare questa fine!

Ginetta                          - (verso l’esterno) Cosa fate ancora qui? V’ho detto di andare a casa. Brunello, se fossi tua madre sentiresti che schiaffi! (verso le donne) I bambini! Più curiosi delle donne.

Paolina                          - Guarda quello col naso storto, crede di essere al cine. (alle donne) Meglio non pensarci. Mi viene la pelle d’oca. Quando me la sono vista davanti secca come un palo, con la lingua fuori.

Ginetta                          - Ora che la stanza resta vuota, potrei cercare di averla io. Con cinque bambini e un altro in viaggio.

Paolina                          - La stanza di un’impiccata? Tocca ferro!

Ginetta                          - Non è peggio dormire otto in una stanza?

Rita                               - Chissà cosa voleva da Piero quando l’ha chiamato.

Ginetta                          - Guardate: la portano via. Passa la barella.

Paolina                          - L’hanno avvolta in un lenzuolo e le hanno coperto la faccia. (le tre donne si fanno il segno della croce. Silenzio, poi)

Ginetta                          - Pover’anima anche lei.

Rita                               - Dove la porteranno?

Ginetta                          - All’ospedale. Non avrà nemmeno la sepoltura. La metteranno sottoterra come un cane, senza una croce.

Rita                               - Una professoressa!

Paolina                          - Io credevo che impiccarsi fosse cosa da uomini.

Ginetta                          - Se ne parlerà per mesi, qui dentro.

Paolina                          - Chissà che non facciamo vedere la casa stasera al telegiornale.

Cesco                            - (entra spingendo in scena Piero, pallido come un morto) Su, entra. E non far così, dai. Cosa ne puoi tu? Te l’ho sempre detto che a quella mancava qualche rotella. (le tre donne si fanno attorno a Piero)

Paolina                          - A te l’ha detto che voleva ammazzarsi?

Ginetta                          - Cosa voleva, quando t’ha chiamato?

Rita                               - Tu le hai parlato, sai qualcosa?

Cesco                            - Su, donne, lasciatelo stare, cosa volete che sappia? Non vedete in che stato è, poveretto?

Paolina                          - Di almeno quello che sai.

Piero                              - Quell’altro non l’ha più voluta. Voleva che ricominciassimo, noi due.

Ginetta                          - E tu le hai detto di no?

Piero                              - (scuote la testa)

Paolina                          - Allora è per te che si è ammazzata.

Cesco                            - Basta! Volete o no lasciarlo in pace?

Ginetta                          - Ma noi volevamo soltanto sapere se.

Cesco                            - Inutile fargli domande, ne sa quanto noi. Le cose sono andate come era destino che andassero. Non ne ha colpa nessuno.

Piero                              - Era una brava ragazza. Tutto le era sempre andato così male.

Cesco                            - Ma per quello che ti riguarda, hai la coscienza tranquilla. (a Ginetta e a Paolina) Voi andate a casa. Parlandone non si rimedia a nulla. Domani ci manderanno a chiamare al Commissariato e forse ne sapremo qualcosa di più. Su, su. lasciatelo in pace.

Ginetta                          - (andandosene) Ogni giorno ce n’è una nuova.

Paolina                          - Aspetta, Ginetta, vengo con te. Fatti coraggio, Piero. (esce con Ginetta)

Cesco                            - (dopo una lunga pausa) Senti, Piero, se non ti avesse conosciuto, l’avrebbe fatto lo stesso. Perciò. mettiti il cuore in pace. Lo so che è un colpo duro, ma bisogna essere forti. Non serve rompersi la testa pensando ai perché.

Rita                               - Cesco ha ragione. Davanti alla morte, non c’è altro da fare che rassegnarsi. Tu le volevi bene, eh?

Piero                              - (guarda Rita con gratitudine) Sì.

Cesco                            - Siedi. Prendi, fumati una sigaretta. (gli offre una sigaretta e gliela mette in bocca)

Piero                              - No, grazie, non posso stare qui.

Cesco                            - E dove vuoi andare? (gli accende una sigaretta e gliela mette in bocca)

Piero                              - Non lo so.

Rita                               - Purtroppo nessuno di noi avrebbe potuto aiutarla.

Piero                              - Se fossi stato più buono. più generoso.

Cesco                            - E lei, con te, lo era stata?

Piero                              - Se oggi le avessi detto.

Cesco                            - Non farti rimorsi. Doveva finire così.

Piero                              - Non è vero. Avrei potuto almeno farle coraggio.

Cesco                            - Ti ripeto che non sarebbe servito a nulla. Vedi, Piero, Ada non era come noi che, qualunque cosa ci succeda, stringiamo i denti e sappiamo resistere. Noi siamo fatti così: perdiamo un lavoro e ne cerchiamo un altro, ci cade la casa, ce la rifacciamo. E le nostre donne sono come noi; piangono, si disperano, ma, appena hanno gli occhi asciutti, sorridono di nuovo. Abbiamo imparato appena nati a lottare. Questa è la nostra vita. Se oggi non mangiamo, diciamo: fa niente, mangeremo domani. Non è neppure un merito. È che la speranza la portiamo attaccata a noi, come un’altra pelle. E della miseria non abbiamo paura, perché ci siamo nati dentro. Lei, invece, non era come noi.

Piero                              - Non sapeva lottare. Aveva paura della vita.

Cesco                            - Ascoltami bene: la verità è questa: te la dico anche se è dura e fa male, almeno così capirai che è inutile piangerci sopra. Si era messa in testa di voler la pelliccia. Non ci è riuscita e si è ammazzata. Pensi forse che le nostre donne.

Rita                               - Noi possiamo giudicarla, Cesco. Forse soffriva più di noi, ma in modo diverso e noi non la possiamo capire.

Cesco                            - A lei non bastava voler bene.

Piero                              - La vita insieme l’avrebbe cambiata.

Cesco                            - Non insieme a te. Aveva la testa troppo piena di libri, mentre tu, povero Piero, sei uno come me, che la vita se la fa con le sue braccia.

Rita                               - L’avresti perduta anche se non si fosse sposata.

Piero                              - Ma sapendola felice.

Cesco                            - Felice, quella? Avrebbe soltanto scelto un’altra corda per impiccarsi. Forza, Piero, scusa se ti parlo così. Ma parole più dolci non ne so trovare.

Piero                              - (alzandosi) Sì, lo so, ti ringrazio.

Cesco                            - Te ne vuoi andare?

Rita                               - Resta con noi. Star soli è peggio.

Piero                              - No, ho voglia di camminare, di prender aria. Ho la testa che. non so. mi scoppia.

Rita                               - Cesco, esci con lui, non lasciarlo solo.

Piero                              - No, Rita. È proprio di star solo, che ho bisogno. E poi. va già meglio, ora.

Cesco                            - Vengo a prenderti più tardi.

Piero                              - No, è meglio che ci vediamo domani.

Cesco                            - Passi a chiamarmi tu? Guarda, non so perché ma sento che domani sarà la volta buona: troveremo lavoro.

Rita                               - Vieni su, domani mattina, a prendere il caffè con noi.

Cesco                            - E. non far fesserie, eh?

Piero                              - (scuote la testa, sorride, poi abbraccia Cesco ed esce)

Cesco                            - (si avvicina a Rita. Lunga pausa, poi con dolcezza) E tu. sei peggio di lui. Hai il pelo dritto come un gatto.

Rita                               - Ci penso e ci penso. non mi sembra possibile.

Cesco                            - Inutile. A pensarci non la risusciti.

Rita                               - Ma come ha fatto? Come ha potuto?

Cesco                            - Non lo so. Ma era una donna che non credeva in niente. non aveva nessuno.

Rita                               - (abbracciandolo con uno slancio di tenerezza) Noi non siamo soli, è vero? Non siamo soli. (lo bacia come un bambino)

Cesco                            - (dolce) Su, su, che ti prende, ora? E perché ti metti a piangere?

Rita                               - Bisogna credere nella vita, Cesco. Vedrai che, anche per noi, tutto si sistemerà. Troverai lavoro, lavorerò anch’io, ci ridaranno i mobili.

Cesco                            - Lei i mobili, li aveva. E si è ammazzata lo stesso.

Rita                               - Quello che conta è volerci bene. È cosi, vero? Sapessi, Cesco, che bene mi fa che tu lo abbia capito!

Cesco                            - (l’abbraccia)

Rita                               - Mi sento come liberata da un peso. Ora per noi è di nuovo come una volta, lo sento. E finalmente ti posso. parlare.

Cesco                            - (non capisce) Parlare?

Rita                               - (vergognosa) Sono diversi giorni che te lo volevo dire.

Cesco                            - Rita! Non vorrai per caso dire che.

Rita                               - (abbassa il capo e si copre con pudore il ventre)

Cesco                            - (commosso) Non qui. non così. (la prende e la spinge con dolcezza fuori) Andiamo fuori, usciamo. Me lo dirai. sotto la luna. (escono insieme abbracciati. Forti rumori della casa mentre)

FINE

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