Gli uccellatori

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GLI UCCELLATORI

Carlo Goldoni

Dramma Giocoso per Musica di Polisseno Fegejo Pastor Arcade, da rappresentarsi nel Teatro

Giustinian di S. Moisè il Carnovale dell’Anno . Dedicato a S. E. il Sig. Gioanni del S. R. I.

Conte di Clarij D’Aldringen, Sig. di Petersbergo in Tyrolo & Neisistriz in Moravia, al servizio di S.

M. l’Imperatrice & Regina di Ungheria e Boemia, ec. ec.

PERSONAGGI

PARTI SERIE

LA CONTESSA ARMELINDA La Sig. Chiara Bassani.

IL MARCHESE RICCARDO

La Sig. Margherita Paccarelli.

PARTI BUFFE

ROCCOLINA

La Sig. Catterina Ristorini. CECCO

Il Sig. Pietro Canevai. MARIANNINA

La Sig. Anna Bassani. PIEROTTO

Il Sig. Giacomo Caldinelli. TONIOLO

Il Sig. Gio. Battista Ristorini.

La Musica è del Sig. Florian Gazman.

MUTAZIONI DI SCENE

ATTO PRIMO

Piazza con case rustiche.

Bosco curto.

Per il Primo Ballo. Campagna con porta di Città e padiglioni.

ATTO SECONDO

Giardino.

Campagna sparsa di capanne.

Camera con tavolino e sedie.

Per il Secondo Ballo. Piazza con Bottega da caffei.


ATTO TERZO

Bosco.

Campagna.

Le Scene sono d’invenzione e direzione delli Signori Domenico e Girolamo cugini Mauri.

BALLERINI

Inventore e Direttore de’ Balli il Sig. Francesco Martini,

eseguiti dalli seguenti:

Il Sig. Francesco Martini.                     La Sig. Barbara Pirini.

Il Sig. Francesco Benucci.                    La Sig. Angelica Sabati.

Il Sig. Gio. Battista Nichili.                   La Sig. Angela Datur.

Il Sig. N. N.                                           La Sig. Rosa Orica.

Monsieur Lebrun.


ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Piazza di villa con veduta in prospetto del palazzo della Contessa,ed abitazioni villareccie dai lati.

Pierotto con la stanga in spalla, e gabbie da quaglia in mano, con dentro i quagliotti; Toniolo

con fascio di reti in spalla e gabbie in mano con uccelli da richiamo; Cecco con civetta e solito

bastone per la medesima e fascio di vimini vischiati per uccellare.

TUTTI TRE Andiamo, compagni,

Che spunta l’aurora;

Dee andar di buon’ora

Chi vuole uccellar.
PIER.                             Ho un bravo quagliotto,

Che fino a sei volte

Suol far quaquarà.
TON.                             Ho un bravo fringuello,

Ho un bravo gardello,

Che pari non ha.
CEC.                              E questa civetta,

Sì brava e perfetta,

Che gusto mi dà!
a tre                               Che gusto è il vedere

Gli uccelli cadere!

Nel mondo un piacere

Maggior non si dà.

SCENA SECONDA Roccolina, Mariannina, una per parte, e detti.

ROCC. MAR.

Uccellatori, } adue        CNhoenavispscaossrodaatnedate, Del nostro amor.

CEC. TON.

PIER.

Quegli occhi belli } adue        SCohneonielflrainrgeuteelli, Mi han preso il cor.

La Roccolina,

La Mariannina,

Son due quagliette

TUTTI

Del dio d’Amor. Che bel diletto


Godere aspetto, Se la mia preda Sarà quel cor! (I tre Uccellatori partono)

SCENA TERZA Roccolina e MARIANNINA

ROCC.                   Ditemi, Mariannina,

Ma il ver non mi celate:

Qual è quello dei tre che voi amate?

MAR.                     Se voi saper volete

Per qual di questi tre serbo più stima, Voglio sapere il genio vostro in prima.

ROCC.                   Io non lo voglio dire.

MAR.                     Né io ve lo dirò.

ROCC.                   Ditelo prima voi.

MAR.                                             Signora no.

ROCC.                   Non vorrei, signorina,

Che nascere dovesse Fra di noi qualche imbroglio.

MAR.                     Ditemi il vostro amor.

ROCC.                                                    Dirlo non voglio.

MAR.                     Questo vostro silenzio

Mi fa temer; se mai Fosse vero il sospetto, Ve ne farò pentir, ve lo prometto.

SCENA QUARTA

Il Marchese Riccardo e le suddette.

MARC.                  Giovinette gentili, io vi saluto.

MAR.                     Oh signor, benvenuto.

MARC.                  La Contessa che fa?

MAR.                                                    Credo stia bene.

MARC.                  Ditele che Riccardo a lei sen viene.

ROCC.                   Io, io, signor Marchese,

Io farò l’imbasciata.
MARC.                  Sì, fatemi il piacere,

Poi saprò il mio dovere.
ROCC.                                                       Eh, lo sappiamo

Ch’è generoso assai.

(Promette sempre, e non attende mai). (da sé, e parte)

SCENA QUINTA


Il Marchese e Mariannina

MAR.                     Signor, colla padrona

Posso anch’io qualche cosa.
MARC.                                                               A voi non meno,

Dunque, mi raccomando.
MAR.                                                           Io vi prometto

D’affaticar per voi;

Ma qual cosa per me farete poi?
MARC.                  Dite, che deggio far?

MAR.                                                      Patisco anch’io

La malattia del cuore

Che si domanda amore.

Temo che Roccolina

Mi sia rival; se mai

Scopro che ciò sia vero,

A voi mi raccomando:

Protezione ed aiuto io vi domando.

Senza padre, senza madre, Poverina, che ho da far? Una povera figliuola, Che ha paura di star sola, Si vorrebbe accompagnar. Un sposino - galantino Mi potrebbe consolar. (parte)

SCENA SESTA Il Marchese, poi la Contessa e Roccolina

MARC.                  Amore in ogni petto

Or la pena produce, ora il diletto.

Avrò di Mariannina

Quella pietade istessa

Che per me bramerei. Se la Contessa

Conseguire in isposa un dì mi lice,

Sarò, nell’amor mio, sarò felice.
ROCC.                   Eccola qui, signore.

MARC.                                               Incomodarvi

Non pretesi a tal segno;

Di venire da voi più non son degno?
CONT.                   Mi trovò Roccolina

Disposta ad uscir fuori;

Godo l’aria pigliar sui primi albori.
ROCC.                   Certo la mia padrona

Patisce un caldo grande.
MARC.                  Caldo patisco anch’io,

Né può essere il suo maggior del mio.
CONT.                   Sente ognuno il suo foco.

ROCC.                                                         E che ciò sia,


Sento abbruciarmi anch’io, padrona mia.
MARC.                  Contessa, è necessario

Temprar le fiamme e moderar l’affanno.
CONT.                   Il rimedio è talor peggior del danno.

MARC.                  Amor non può recarvi

Consolazion con i favori suoi?
CONT.                   Sì, mi può consolar, ma non con voi.

MARC.                  Possibil che crudele

Meco voi siate ognor?
ROCC.                                                    Per dir il vero,

Merta il signor Marchese

Che non siate con lui così scortese.
CONT.                   Tu bada ai fatti tuoi,

Ed ei, se il mio contegno non gli piace,

Che vada altrove, e che mi lasci in pace.
ROCC.                   Intendete?

MARC.                                   Ho capito.

Ella vuol ch’io disperi

Grata mercede al mio sincero affetto,

Ed io voglio adorarla a suo dispetto.

Pria vuò lasciar di vivere, Che abbandonarvi, o cara: So ch’è la pena amara, Ma vuò sperare ancor.

Del mio destin decidere Brama quel ciglio altero, Ma cangerassi, io spero, Quel barbaro rigor. (parte)

SCENA SETTIMA La Contessa e Roccolina

ROCC.                   Possibile, signora,

Che non sentite amor?

CONT.                                                     Pur troppo il sento.

Pur troppo un rio tormento Per cagione d’amor mi cruccia il core, Ma lo devo celar per mio rossore.

ROCC.                   Confidatelo a me.

CONT.                                              Lo chiedi invano.

ROCC.                   Se voi mi palesate

Dove del vostro cor tenda il desio, Anch’io mi scopro, e vi confido il mio.

CONT.                   Ami tu pure?

ROCC.                                      E come!

CONT.                   In sì tenera etade

Anche il tuo core a sospirare è avvezzo?

ROCC.                   Eh, ho principiato a sospirar ch’è un pezzo.


Cominciato ho a far l’amore

Che non era lunga un dito.

Se dicean: vuol tu marito?

Rispondeva: tignor ti. (Imita i bambini)

Vodo telo, vodo telo,

Vodo bene a cheto chi. Se mia madre mi dicea:

Dello sposo che vuoi far?

Io ridendo rispondea:

Tol marito vo’ ballar. Or son grandetta,

Son più furbetta,

A un’altra cosa

Deggio pensar. Voglio uno sposo

Bello e grazioso,

E di buon core

Lo voglio amar. (parte)

SCENA OTTAVA

La Contessa sola.

L’amore è dolce cosa,

Quando l’amare è tale

Che non faccia arrossir chi è disuguale.

Ma io, per mia sventura,

Ardo per un oggetto

Indegno del mio affetto:

So che l’amore è strano,

Ma all’interna passion resisto invano.

Palpitare il cor mi sento, Mi martella amor tiranno, E se dura il crudo affanno, Disperata io morirò.

Può finire il mio tormento Se do luogo alla ragione, Ma l’amor che vi si oppone, Superare, oh Dio! non so. (parte)

SCENA NONA

Boschetto delizioso.

Cecco con la civetta e i vimini vischiati e le gabbie, e poi Pierotto e Toniolo

CEC.                      Questa mane davver son sfortunato:

In tre lochi ho provato


Colla civetta mia brava e valente,

E pure ancora non ho preso niente:

Temo che Roccolina

Non mi voglia più bene, e che per questo,

Non sperando da lei finezza alcuna,

Mi abbandoni l’amore e la fortuna.

Questo ameno boschetto

Esser solea degli uccelletti il loco.

Voglio provare un poco.

Vuò piantar la civetta,

I vimini dispor vuò qui d’intorno,

Pria che si avanzi e si riscaldi il giorno. (Va distribuendo ed attaccando le bacchettine vischiate ai rami degli alberi della Scena, e vicino pianta il bastone con la civetta. La fa giocare, e si senton gli uccelletti cantare, e si vedono volare d’intorno)

Gli augelletti che volan d’intorno Buona preda mi fanno sperar. Quei fringuelli dovriano cantar: Li vedo volar, Li sento cantar;

Se s’invischian, li voglio pigliar. (Vengono Pierotto e Toniolo) Zitto, zitto, Non parlate,

Non mi fate gli augelli scappar. Eccone uno. (si veggono gli augelli invischiati) Eccone un altro.

Io son scaltro, - so bene uccellar. (Finita l’aria, prende la civetta e i vimini e gli uccelletti, e porta via tutto)

SCENA DECIMA

Pierotto e Toniolo

PIER.                     Cecchino è fortunato;

Quanti uccelli ha pigliato!

Io sono stato a faticarmi un’ora

Ed una quaglia non ho preso ancora.

TON.                      Anch’io finora invano

Tese ho le reti ad una siepe intorno: Pria che si scaldi il giorno, Vuò ritentar la sorte, Poiché col frutto dei sudori miei Regalar la mia bella anch’io vorrei.

PIER.                     Qual sia la vostra bella

Posso sapere, amico?

TON.                      No, per or non lo dico.

PIER.                     Se mai per avventura

Voi amaste colei che piace a me, Vel dico apertamente, Diventiamo nemici immantinente.


TON.                     Ma chi è quella che amate?

PIER.                     Se voi non vi fidate,

Se non siete, Toniolo, amico mio, Se celate l’amor, lo celo anch’io.

TON.                     Ditelo, o non lo dite,

Poco mi preme affé.

PIER.                     Se non importa a voi, che importa a me?

Ritorno a quagliottar, poi ci vedremo: Né di voi, né di quanti Abitan queste selve, io son geloso: Son di tutti il più bello e il più grazioso. Se queste nostre belle Meco s’adiran, tosto Io le sgrido: esse restan incantate, Tutte di mia beltade innamorate.

Gallinetta che s’adira Col suo gallo innamorato, Tutt’intorno a lui s’aggira, Cantuzzando coccodè.

Ei la sgrida, e la gallina Al suo gallo umil s’inchina, Dimandandogli mercé. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Toniolo solo.

Io credo, all’incontrario,

Che lo burlino tutte a una maniera;

Ma sia falsa o sia vera

Questa sua presunzion, poco m’importa.

Lascio che tutte l’altre

Ardan per lui d’amore:

D’una sola mi basta aver il cuore.

Tu sai, Cupido, Di chi son fido: Quel cor mi basta, Di più non vuò.

Fa che la bella Non sia crudele, E anch’io fedele Per lei sarò. (parte)

SCENA DODICESIMA

Campagna vasta con collina in prospetto, su cui Pierotto sta uccellando le quaglie; ed al piano

vedesi Cecco con la solita sua civetta.


CEC.                      Scendi, scendi, Pierotto,

L’ora è di già avanzata;

La fatica per oggi è terminata.
PIER.                     Eccomi: manco male (con un cesto)

Che la sorte sul fin mi ha un po’ aiutato;

Dieci quaglie ho pigliato in un momento:

Di tal preda per oggi io mi contento.
CEC.                      Osserva il mio canestro,

Come è ripien d’uccelli,

E son tutti gentili e grossi e belli.
PIER.                     Le quaglie che ho pigliate

Son di grasso impastate.
CEC.                                                          Io vuò donarli

A una bella ragazza.
PIER.                                                  Ed io destino

Regalar le mie quaglie a un bel visino.

SCENA TREDICESIMA Toniolo e detti; poi Roccolina e Mariannina

TON.                      Amici, oh che contento!

Nel ritornar ch’io feci

Alla distesa rete,

Ho trovato gli augei che qui vedete. (mostrando il suo canestro)
CEC.                      Bravo, bravo Toniolo!

PIER.                     Teco me ne consolo.

TON.                      Volete voi che andiamo?

CEC.                      Tratteniamoci un poco, e riposiamo.

PIER.                     Sì, sediam fra quest’ombre. (siede nel mezzo)

CEC.                      Parliam dei nostri amori.

TON.                      Pubblichiamo una volta i nostri ardori.

PIER.                     Io non voglio esser primo.

TON.                                                            Ed io nemmeno.

CEC.                      La fiamma del mio seno

A svelare primier sarei ben sciocco.
PIER.                     Chi dee primo parlar giochiamo al tocco.

CEC.                      Volontieri.

TON.                                    Son qui.

PIER.                                                Conterò io.

CEC.                      Badate a non fallar.

PIER.                     L’impegno è mio.

(Facendosi il ritornello, pensano prima di gettare i punti con le dita; poi

Cecco getta due, Toniolo tre e Pierotto quattro, tutti nel medesimo tempo.

Dopo di che, Pierotto conta principiando uno da Cecco, due da Toniolo, e

tre da lui, così che verrebbe a cadere in lui medesimo il numero nove, e

toccherebbe a lui parlar primo)

PIER.                              Due e tre cinque, e quattro nove.

Principiamo: uno, due, tre.


}


a due

}


a due

} adue } adue } adue

}


a due

a tre

ROCC.

MAR.

PIER. CEC. TON. PIER.

a tre ROCC.

MAR.

PIER.

TON.

PIER.

CEC.

PIER.

CEC.

TON.

a tre

PIER. TON. CEC. PIER. CEC. TON. PIER. CEC. TON. a tre

ROCC. MAR.

PIER. CEC. TON. PIER.


(Doveria toccare a me). (da sé) Non va bene, non va bene. (tutti pensano) Ritorniamo a principiar. (In questo escono Roccolina e Mariannina) Cosa facciano costoro

Stiamo, amica, ad osservar. Se potessi, certo a loro Una burla vorrei far. (Tornano a gittar le dita. Cecco getta quattro, Toniolo uno, Pierotto tre; principia da Toniolo, poi da Cecco, poi da lui) Quattro e un cinque, e tre fa otto.

Principiamo da Pierotto.

Uno e due... Me n’ho avveduto. Sono accorto, sono astuto. Io non voglio cominciar. Ritorniamo a principiar. (pensano come sopra) Sin che sono attenti al gioco, Vuò appressarmi a poco a poco, E quei cesti via portar. Vengo anch’io, ma fate piano. Via, passateli in mia mano, Io vi vengo ad aiutar. (Roccolina prende li cesti, due li passa in mano di Mariannina,ed il terzo lo tiene per sé, poi si ritirano) Uno e due.

Contate bene. Uno e due. (li tre gettano le dita)

Non mi conviene. Io non voglio principiar.

Tralasciamo di giocar. (s’alza)

Voglio andar dalla mia bella

A recar quel che ho pigliato. Chi l’ha preso? (cercando il cesto)

Dov’è andato?

Chi l’ha rubato?

Chi l’ha pigliato?

Voglio il mio cesto.

Vuò il mio canestro.

Non la voglio sopportar.

Oh che gusto, Oh che piacere Il vedere Questi pazzi a delirar!

Ladro.

Briccone. Furbo.

Sguaiato.


} atre } adue

} adue } atre

CEC. TON. PIER.

CTOECN..        } adue

a tre

}

a due

ROCC. MAR.

PIER.

CEC.

TON.

ROCC.

MAR.

PIER.

CEC.

TON.

a tre

CEC.

TON.

PIER.

a tre

ROCC.

MAR.

PIER.

CEC.

TON.

TUTTI


Tu l’hai pigliato. Tu l’hai rubato. Corpo di Bacco!

Mettilo fuori.

Meno rumori: Rendilo a me.

Cessate, cessate, Fra voi non gridate.

I cesti pigliate,

Ch’io più non li vuò. (Pongono i cesti in terra)

Teneteli, o belle; Teneteli, o care.

Di prede sì rare

Che fare non so. (partono) Pazienza!

Mi spiace. Soffriamola in pace. Gli uccelli al mercato

Portare dovrò. (ognuno prende il suo cesto) Pesa molto. Cosa c’è?

Questi frutti son per me. (trova dei frutti nel cesto) Ah, che invece degli uccelli,

Questi fiori son pur belli! (nel cesto trova dei fiori) Ah, le quaglie mi han levato,

Ed invece mi han donato

Una calda polentina. (trova nel cesto una polenta) La Roccolina - la Mariannina,

Cara, carina - volle burlar. Cari signori - uccellatori, (ritornano e dicono)

Noi vi preghiamo di perdonar.

Brave davvero! - Sì bel pensiero

II nostro core fa giubilar.

Quegli uccelletti, - così perfetti, Tutti d’accordo s’han da mangiar; Si ha da cantare, si ha da ballar.



ATTO SECONDO

SCENA PRIMA Giardino delizioso con fontane. La Contessa e il Marchese

MARC.                  Cara, non mi sfuggite.

Non parlerò d’amor.
CONT.                                                  Né io ricuso

La vostra compagnia,

Se cessate sturbar la pace mia.
MARC.                  Per non perdere almeno

Il piacer di vedervi,

D’amor (non dubitate)

Mai più vi parlerò. Ma posso almeno,

Per grazia, per favore,

Da voi sapere a chi donaste il cuore?
CONT.                   Ve lo direi, ma temo

Di arrossire nel dirlo.
MARC.                                                 È dunque indegna

Di voi la fiamma che vi accende il petto?
CONT.                   Cedei forzata a un violento affetto.

MARC.                  Dite, chi è il mio rival?

CONT.                                                         Dirlo non so.

SCENA SECONDA Toniolo con un tondino con sopra degli uccelletti, e i suddetti.

TON.                                 Io presento alla padrona,

Della preda una porzione,

E alla vostra protezione

Mi vogl’io raccomandar. (alla Contessa)
CONT.                              Vi ringrazio, non li accetto;

Il buon cor mi riesce grato,

Ma nel venderli al mercato

Vi potete approfittar. (Toniolo fa una riverenza e parte)

MARC.                  Nascondetelo pur, lo scoprirò.


SCENA TERZA Pierotto con delle quaglie, e i suddetti.


PIER.                                Mia signora, io vi presento

Quattro quaglie ed un quagliotto,

E il buon cuore di Pierotto

Io vi prego ad accettar.
CONT.                              Io non sdegno il dono vostro,

Ma riceverlo non voglio;

Nol rifiuto per orgoglio,

Ma di lui non so che far. (Pierotto parte con una riverenza)

SCENA QUARTA Cecco con degli uccelletti in un cestino, e i suddetti.

CEC.                                 Se non fosse troppo ardire,

Presentare anch’io vorrei

Questi quattro uccelli miei,

E vi prego a perdonar.
CONT.                              Ah Cecchino mio grazioso,

Mi son cari, sì, li accetto;

Ed un giorno, lo prometto,

Ti saprò ricompensar.

MARC.                  Basta, signora mia, basta, ho capito.

Lo so chi è il favorito; Veggo che innamorato Di Cecco è il vostro cuor. Ma quell’indegno Dovrà pentirsi, e proverà il mio sdegno.

Se amore tiranno

Vi accieca a tal segno,

Per trarvi d’inganno

D’usare m’impegno

L’affetto non solo,

Ma l’ira e il furor. Con voi la costanza

Serbarvi prometto.

Di lui la baldanza

Frenare mi aspetto.

Non lascio da un vile

Rapirmi quel cor. (parte)

SCENA QUINTA

La Contessa e Cecco

CONT.                   (Ah, che si cela invano

Lungamente l’amor rinchiuso in petto!


Ma vuò amar chi mi piace, a suo dispetto). (da sé)
CEC.                      Signora, io non capisco

Quel che ha detto il Marchese.
CONT.                   Davver?

CEC.                                  Signora no.

CONT.                   Se sapere lo vuol, tel spiegherò.

CEC.                      Mi farete piacer.

CONT.                                           Sappi, Cecchino,

Che io ti voglio ben.
CEC.                                                     Sin qui mi pare

Non vi sia mal nessuno.
CONT.                                                       Ed il Marchese

Ha di te gelosia.
CEC.                      Questo poi mi rassembra una pazzia.

CONT.                   Ma tu della tua bella

Non saresti geloso?
CEC.                                                     Io lo sarei,

Quando alcun disturbasse i fatti miei.
CONT.                   Dunque a ragion si scalda

Il Marchese con te.
CEC.                                                   Per qual ragione?

CONT.                   Perché... perché tu puoi

Disturbare in amor gli affari suoi.
CEC.                      Io?

CONT.                        Sì, tu.

CEC.                                     Non credeva

Che un cavalier suo pari

Amasse una villana.
CONT.                                                Anzi, al contrario,

Arde per amor mio.
CEC.                      E s’egli arde per voi, che c’entro io?

CONT.                   C’entri più che non credi.

CEC.                                                            Oh, questa è bella!

La spiegazion di questa cosa io bramo.
CONT.                   Cecco, non posso più: sappi ch’io t’amo.

CEC.                      Oh, cosa dite mai?

CONT.                                                Te lo protesto.

CEC.                      In verità, maravigliato io resto.

CONT.                   Scaccia la maraviglia:

Amor dalle tue ciglia

Trasse lo stral che mi ha ferito il petto,

E in mercede il mio cuor ti chiede affetto.
CEC.                      Cara padrona mia,

Con troppa cortesia

Veggio che mi trattate;

Ma se non vi alterate,

Su tal proposizione

Francamente dirò la mia opinione.

Qualora un pover’uomo Si sposa a una signora, Non può sperare un’ora In pace riposar.


Coi cavalieri intorno La moglie vuol andar, E il povero marito Non può né men parlar. Sì pazzo non son io; La voglio da par mio. E voglio all’occorrenza Poterla bastonar. (parte)

SCENA SESTA

La Contessa sola.

Merita veramente

Il mio amor sconsigliato,

Merta lo veggo, un trattamento ingrato.

Ma non mi sento ancora

Di rinunciar capace

A quella fiamma ardita

Che a lusingarmi ed a sperar m’invita.

L’ardor che m’accende

Non è sì leggero,

Sì presto non spero

Lasciarlo dal cor. Ma quando persista

L’ardito a sprezzarmi;

Saprà vendicarmi

Lo sdegno e il furor. (parte)

SCENA SETTIMA

Campagna vasta con diverse capanne.

Roccolina sola.

Qual cocaletta Che a pelo d’acqua Va svolazzando, Pietà cercando Dal suo cocal;

Così ricerco Dal mio tesoro Qualche ristoro Per il mio mal.

Sì, sì, la prima volta Che vedo il mio diletto, Gli vuò dir che nel petto


Provo per lui le pene...

Sento gente. Chi viene?

Oh, Mariannina è qui. Vuò ritirarmi,

Che se l’amico arriva,

In presenza di lei non vuò svelarmi. (entra in una capanna)

SCENA OTTAVA

Mariannina sola.

No, tacer non voglio più, Vuò l’affetto mio svelar, Ché ho paura di crepar Col soverchio mio tacer.

Conosco chiaramente

Che, se più taccio ancora,

Posso pregiudicarmi.

Subito in questo dì vuò dichiararmi.

Chi vien da questa parte?

Voglio osservare un poco,

Voglio stare a veder da questo loco. (Entra in un’altra capanna)

SCENA NONA Il Marchese e Pierotto

MARC.                  Tant’è, lo so di certo:

La contessa Armelinda

Di Cecco è innamorata.
PIER.                     Oh pazza sciagurata!

In pratica lo veggio,

Che la femmina ognor si attacca al peggio.
MARC.                  Chi mai creduto avrebbe

Ch’ella amasse un villano?
PIER.                                                              Veramente

Ch’ella ami un contadin male non è;

Ma in tal caso dovria farlo con me.
MARC.                  Or veniamo alle corte:

L’offerta io ti confermo.

Ti do, se tu lo ammazzi,

Dieci doppie di Spagna.
PIER.                                                         Ad un mio pari

Si offeriscon denari? - Cospettone!

Di voi mi maraviglio....
MARC.                  Ricusare il denar non ti consiglio.

PIER.                     Quanto vagliono l’una

Queste doppie di Spagna?
MARC.                                                           Ti darò,


Se tu non le conosci, Trenta scudi in moneta.

PIER.                                                       Un galantuomo

Non vende a simil prezzo La sua riputazion.

MARC.                                             Se tu non vuoi,

Qualch’altro vi sarà...

PIER.                     Via, contate il denaro, e si vedrà.

MARC.                  Non si dà la mercede

Se l’opra non precede. Fa il tuo dovere, e poi Sarà pronto il denar quando tu vuoi.

PIER.                     Sì, sì, ve lo prometto:

Cecco per le mie mani ha da morire. Non già per il denaro, Che non sono dell’or tanto goloso, Ma perché sono anch’io di lui geloso.

Nol so di certo, ma mi fu detto, Che Roccolina, che Mariannina Abbian per esso del grande affetto; Se questo è vero, lo vuò ammazzar.

Con uno schioppo faccio il colpetto, Con un coltello gli spacco il petto, E poi le gambe gli vuò segar, E poi senz’altro lo lascio andar. (parte)

SCENA DECIMA

Il Marchese solo.

So ben che la Contessa

Meco si sdegnerà; ma cosa importa?

Fin che vive il ribaldo,

Nulla ottener poss’io; quando egli mora,

Posso sperar ch’ella si cangi ancora. (parte)

SCENA UNDICESIMA

Mariannina, poi Roccolina, dalle loro capanne.

MAR.                     (Povero disgraziato!

Lo vogliono ammazzare? Manco male

Che ho sentito l’imbroglio.

Vuò stare attenta, ed avvisarlo io voglio).
ROCC.                   (Ah, se Cecco trovassi,

Lo vorrei avvertir... Ma qui costei?

Ch’ella fosse la prima io non vorrei).
MAR.                     (Ecco lì Roccolina;


Chi sa s’ella ha sentito

Quel che ho sentito anch’io?

Non vorrei prevenisse il parlar mio).

ROCC.                  Mariannina, è gran tempo

Che siete qui?
MAR.                                           Ci son venuta or ora.

ROCC.                  Avete voi veduto

Il Marchese e Pierotto?
MAR.                                                         Io no, al presente.

ROCC.                  (Dunque ho piacer; non avrà inteso niente).

MAR.                    Voi li avete veduti?
ROCC.                  Sì, poc’anzi.

MAR.                    E che cosa dicean?
ROCC.                  Non ho sentito.

MAR.                    (Dunque le trame lor non ha capito).

ROCC.                  Ma voi che fate qui?
MAR.                    Vo a lavorare.

ROCC.                  Quando è così, ve ne potreste andare.

MAR.                    E voi perché restate?

ROCC.                  Vado subito anch’io.
MAR.                    Via dunque, andate.

ROCC.                  Vi preme?
MAR.                    Vi do pena?

ROCC.                                                    Andate voi.

MAR.                    Partite prima, io partirò da poi.

ROCC.                  (Vorrei che se ne andasse).

MAR.                    (Sola vorrei restar).
ROCC.                  (Finger saprò).

MAR.                    (Vuò mostrar di partir, poi tornerò).

ROCC.                  Io vado.
MAR.                    Vado anch’io.

ROCC.                  Vi saluto.
MAR.                    Buon giorno.

ROCC.                                                    Addio.

SCENA DODICESIMA Cecco, poi Pierotto, e poi le due suddette.

CEC.                      Oh, questa sì ch’è bella!

La padrona vorrebbe

Far l’amore con me! Non son sì pazzo.

Il Marchese ho sentito

D’amore imbestialito,

Ed io non voglio impicci,

E non voglio in amor tali pasticci.
PIER.                     (Eccolo per l’appunto.

Vorrei e non vorrei...

Quasi quasi davver l’ammazzerei).

(Si avanza verso Cecco, e all’arrivo di Mariannina si ritira gridando)


MAR.                                                                  Addio. (partono)


MAR.                     Guarda, guarda.

CEC.                                              Cos’è stato?

MAR.                                Povero Cecco precipitato!

Che non mi sentano, Che non si avvedano: So che vi vogliono assassinar. Ma voi sappiatevi approfittar. (parte)

CEC.                      Povero me, che sento!

Mi ha empito di spavento.

Non so da chi guardarmi;

Chi è mai quello che vuole assassinarmi?
PIER.                     Ora ch’è andata via quella fraschetta,

Del torto che mi fa vuò far vendetta. (si avanza verso Cecco)
ROCC.                   Guarda guarda.

CEC.                                              Che cos’è?

ROCC.                              Povero Cecco, badate a me.

Ve lo confido Segretamente: Vi è della gente Che vi vuol morto. Da voi mi porto Per voi salvar. Zitto, sappiatevi approfittar. (parte)

CEC.                      Cresce la mia paura;

Ma se di più non dicono, Quel che ho da far non so. Poverino! senz’altro io morirò.

MAR.                                Ho veduto che l’ingrato

Uno schioppo ha preparato,

E vi vuole moschettar. (parte)
ROCC.                              Ho veduto che il briccone

Preso ha in mano un cortellone,

E vi vuole cortellar. (parte)
MAR.                                Ho veduto che si asconde

Il villan tra quelle fronde,

Che vi vuole trappolar. (parte)
ROCC.                              Ho veduto che vi aspetta

Quella razza maledetta

Che vi vuol precipitar. (parte)
MAR.                                Questo schioppo su pigliate.

ROCC.                              Questa spada su impugnate.

a due                                 Non vi state a spaventar.

Fatevi core,

Senza timore:

La vostra vita mi preme salvar. (partono)


SCENA TREDICESIMA Cecco, poi Pierotto, poi Toniolo

CEC.                      Che ho da far di quest’armi? Or più che mai

Mi trovo imbarazzato,

Ed ancora il nemico è a me celato.
PIER.                     Oh donne maledette!

Ma voglio a lor dispetto

Ammazzare colui, ch’è mio nemico;

Sì, lo vuò trucidar. (s’imposta collo schioppo)
TON.                                                Ferma, ti dico.

(Trattiene il colpo, e Pierotto si lascia cadere per paura lo schioppo e

diverse armi bianche che aveva preparato, e si ritira)
CEC.                      Oh briccone, sei tu! (a Toniolo)

TON.                                                   Son io, Cecchino,

Son io che ti difende.
CEC.                      No, quel tu sei che di ammazzarmi intende.

TON.                      T’inganni.

CEC.                                     Eh, ti ho veduto:

Voglio cavarti il core. (minacciandolo)
TON.                                                     Aiuto, aiuto.

PIER.                     Eh, cospetto di Bacco,

Son qui, non ho paura. (prende un’arma da terra)
CEC.                                                        In due venite

Contro di un pover’uomo?
TON.                                                              Io non so niente:

Son qui a caso venuto.
PIER.                     Alto.

CEC.                              Ferma.

PIER.                                        Ti ammazzo.

SCENA QUATTORDICESIMA Roccolina con Villani armati, e detti.

ROCC.                   Presto, presto, accorrete: (ai Villani)

La signora Contessa

L’ha comandato a me.

Siano presi e legati tutti tre.
CEC.                      Ma io sono innocente.

TON.                      Ma io non ne so niente.

PIER.                     Ed io, vi dico il vero,

Di scherzar coll’amico ebbi pensiero.
ROCC.                   Ben bene, si vedrà

Chi è innocente, chi è reo si scoprirà.

Conduceteli intanto

Dinanzi alla Contessa:

Ella ha già deputato

Giudice della causa un laureato.

TON.                                                            Aiuto, aiuto.


Quelli che fanno i bravi Non li posso soffrir: son di buon core, E posso dire anch’io la canzoncina D’una bella e gentil Venezianina.

Sti buletti, sti bravazzi, (verso Pierotto)

Sti cospetti, sti manazzi,

Non li posso sopportar. A mi me piase

Quei fantolini,

Quei coresini

De marzapan. (verso Cecco)

Siei benedetti

Dove che i xe. (al Popolo)

Via, sior secaggine,

Vu no ghe intrè. (a Toniolo, e parte)

SCENA QUINDICESIMA

Pierotto, Cecco, Toniolo, e Villani armati.


CEC.                      Andiam; povero me! Non so che dire,

Temo che la Contessa

Meco sia disgustata, e che non voglia

Del mio disprezzo vendicar le offese. (parte con alcuni Villani)
PIER.                     Io mi confido nel signor Marchese. (parte con alcuni Villani)

TON.                      Ed io che non ho colpa,

Io che non ho fallato,

Son con gli altri compreso e processato.

Temo che Roccolina,

Di Cecco innamorata,

Voglia, per salvar lui, precipitarmi.

Son le donne come i gatt, Le von esser carezzà. Se a ghe fe qualche strapazz Tiran fora quei unghiazz, Le comenza a graffignar. Le von sempre dir de sì, Se de no dis el marì. Za le donn è natt al mond Per far l’omo desperar. (parte)

Donne, donne, con voi voglio sfogarmi.

SCENA SEDICESIMA

Camera con tavolino e sedie.

Roccolina, vestita da Giudice.


ROCC.


La signora Contessa

Mi diè l’autorità di giudicare;

Ed io, per profittare

Della sua permissione,

Prevalere mi vuò d’una finzione.

È ver ch’ella vorrebbe

Che Cecco fosse suo per mia sentenza,

Ma se resta gabbata avrà pazienza.

Olà, siano condotti (a un Servitore )

I tre rei processati al mio cospetto.

L’arrivo lor nell’altra stanza aspetto. (parte, e il Servo ancora)


SCENA DICIASSETTESIMA

Mariannina, vestita da Notaro.

Ho scoperto l’arcano,

E Roccolina invano

Di giudicare a modo suo destina:

Ché del giudice finto alla presenza,

Mi opporrò qual notaro alla sentenza.

Ella amante di Cecco

Alfin si è discoperta, e a Cecco mio

Serbo l’affetto anch’io. Vengono, affé;

Eccoli tutti tre. Starò in un canto,

Ad osservar quello che siegue intanto. (parte)


PIER. TON. CEC. ROCC.

SCENA DICIOTTESIMA Cecco, Pierotto, Toniolo, condotti dai Villani; e poi Roccolina, e poi Mariannina

Son dinanzi al Criminale,

E le gambe al Tribunale

M’incominciano a tremar. L’error mio non mi spaventa;

Ma mi scotta e mi tormenta

Il vedermi a processar. Poverin! sono innocente.

Perché mai da questa gente

Son condotto a esaminar? (Esce fuori, e va a sedere al tavolino)

Siederò pro tribunali,

E i delitti capitali

PIER. TON. CEC. ROCC.

}

Sarò pronto a condannar.

a tre

Ah signor, pietà, giustizia. Voi parlate con malizia.


CREOCC.C.     } adue

a quattro

ROCC.

PIER.

ROCC.

PIER.

ROCC.

PIER.

ROCC.

PIER.

TON.       } a tre

CEC.

ROCC.

TON.

ROCC.

TON.

ROCC.

TON.

ROCC.

PIER.

TON.       } a tre

CEC.

ROCC.

CEC.

ROCC.

CEC.

ROCC.

CEC.

ROCC.

CEC.

CEC. CEC. ROC MAR.

ROCC. MAR.


MAR.


CEC. PIER. TON.


ROCC.


Quel ch’è giusto si ha da far. Chi sei tu? (a Pierotto) Non lo so dire. La tua patria?

È questo mondo. Assassino, menzognero. Nego tutto, non è vero. La galera a te convien.

Ah, mi trema il core in sen.

Tu chi sei? (a Toniolo)

(Non lo vuò dire). Di’, chi sei?

(Non gli rispondo). Il silenzio ti condanna. L’innocenza non inganna. In prigione avrai d’andar.

Ah, mi sento palpitar.

Vieni tu. (a Cecco)

Son qua, signore. Il tuo nome?

Io son Cecchino. La tua colpa?

È per amore. La tua bella?

È Roccolina. Io ti assolvo con un patto, Che la devi un dì sposar. Anche adesso il posso far.

Io mi sento a consolar.

Signor giudice mio caro, Si sospenda la sentenza, Ché il processo ed il notaro Non si deve trascurar.

Voi per ora non ci entrate.

Sì, signora, v’ingannate.

TUTTI

La giustizia si ha da far.

Sia Pierotto condannato, Sia Toniolo carcerato; Ma Cecchino, - poverino, Mariannina ha da sposar.

Non la voglio.

Non l’intendo.

Io pretendo d’appellar.



TUTTI



MAR.

ROCC.

PIER. TON. CEC. MAR.

ROCC.

PIER. TON. CEC.

ROCC.

MAR.

ROCC.

PIER.

TON.

CEC.

ROCC.

MAR.


}

a tre

}

a tre

} atre } adue


La giustizia si ha da far. Il signor giudice

Eccellentissimo

Si sa benissimo

Che tal non è. Il garbatissimo,

L’eloquentissimo

Signor notaro

Si sa chi è.

Come! che sento? Dite, come è?

Sotto quel giudice

Vi è Roccolina. In quel notaro

Vi è Mariannina.

Oh, questa è bella! Timor non vi è.

TUTTI

Notaro e giudice

Parlan per sé. Vada a monte il Tribunale. Ma Cecchino ha da esser mio, Signorina, dite male,

Ché Cecchino lo vogl’io.

La Roccolina la vuò per me.

No, miei signori, Così non è.

TUTTI

Cresce l’imbroglio

Cresce il periglio.

Numi, consiglio:

Che s’ha da far? Guerra d’amore,

Guerra spietata.

Tutta un’armata

S’ha da schierar. Occhi vezzosi.

Sguardi amorosi,

Caldi sospiri,

Dolci deliri,

L’armi saranno

Per trionfar.



ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Luogo campestre.

Il Marchese, poi Pierotto

MARC.                  Pierotto ancor non vedo.

Non so quel ch’abbia fatto.

Ah, non vorrei

Che da lui fosse il cenno mio eseguito:

Del comando crudel son già pentito. (In atto di partire)
PIER.                     Ehi. (chiamando il Marchese )

MARC.                       Sei qui? (rivoltandosi)

PIER.                                      Sì, signore.

MARC.                  Hai fatto?

PIER.                                    Dite piano.

(Qualche cosa vogl’io trargli di mano).
MARC.                  Hai trovato Cecchino?

PIER.                                                       L’ho trovato.

MARC.                  E ben, che cosa fu?

PIER.                                                  Eh! l’ho ammazzato.

MARC.                  Come?

PIER.                                 Gli ho dato un colpo:

È morto sulla botta, e son venuto

Il danaro a pigliar ch’è convenuto.
MARC.                  Ah perfido sicario,

Traditor mercenario! Il mio comando

Non dovevi eseguir. Pensar dovevi

Che bollivami allora in sen lo sdegno.
PIER.                     Ma mi diceste pur...

MARC.                                                 Vattene, indegno.

Pagherei cento doppie

Che non fosse il meschin di vita privo.
PIER.                     Eh! si potrebbe dar ch’ei fosse vivo.

MARC.                  Or vorresti ingannarmi.

PIER.                                                       Oh, non signore.

Se vivo lo volete,

Vivo ritornerà.

SCENA SECONDA Cecco e detti.

(Ti ringrazio, fortuna). Eccolo qua.


CEC.                      (Con reti in spalla) Bondì a vossignoria. (al Marchese, passando)

MARC.                                                                                Dove ten vai?

CEC.                      Passato è il mezzogiorno,

E ad uccellar fra queste siepi io torno.
MARC.                  Ferma, ti ho da parlar.

CEC.                                                        Son qui, signore.

PIER.                     Di grazia, una parola. (al Marchese)

MARC.                                                 E cosa vuoi?

PIER.                     Intesi a dir da voi

Che, se Cecco era vivo,

Cento doppie di Spagna avreste dato.

Egli è vivo, signor, per mia cagione.
MARC.                  Disgraziato, briccone,

Morto o vivo ch’ei sia, tu sei mendace.
PIER.                     Mi pagate così?

MARC.                                          Vattene, audace.

PIER.                                Oh, cospetto di Bacco baccone!

Son capace di dire e di far.

Maledetto, tu sei la cagione, (a Cecco)

E mi voglio di te vendicar. (parte)
CEC.                                 Vedi là quel bambozzetto,

Che vuol tutti spaventar.

Ma s’ei sente - un po’ di gente,

SCENA TERZA Il Marchese e Cecco

CEC.                      Signor, quel disgraziato,

Mi voleva ammazzar.
MARC.                                                 Sapete voi

Chi l’ordine gli dié?
CEC.                                                   No, padron mio,

Non lo so in verità.
MARC.                                               Sono stat’io.

CEC.                      Grazie alla sua bontà. Cosa gli ho fatto,

Povero me?
MARC.                                     Sapete

Che la Contessa adoro;

E voi...
CEC.                                  Ve l’assicuro,

Di lei non me ne curo; e se sapete

Ch’io accetti mai della sua grazia il dono,

Fatemi scorticar, ch’io vel perdono.
MARC.                  Basta, starò a vedere;

Per or di più non dico.

Fate il vostro dover, vi sarò amico.

Se ben mi niega amore

Egli il primo suol scappar.


La bella mia tiranna, Vuol conservarle il core Costanza e fedeltà. Forse pietosa un giorno, Ed amorosa ancora, D’un’alma che l’adora Le fiamme gradirà. (parte)

SCENA QUARTA Cecco, poi Mariannina

CEC.                      Per me può star sicuro:

La signora Contessa

Non fa per me.

Sol Roccolina adoro;

Ella sola è il mio bene, è il mio tesoro.
MAR.                     E così che risolvi?

CEC.                                                 Ho risoluto.

MAR.                     D’esser la sposa tua sperar potrò?

CEC.                      Vuoi ch’io parli sincer? Madonna no.

MAR.                     Dimmi almeno il perché.

CEC.                                                          Dirti potrei

Perché sono impegnato,

Perché non vuole il fato,

Perché i parenti miei

Disgustar non vorrei...

Ma in mendicar le scuse io non m’imbroglio:

Non mi piace il tuo volto, e non ti voglio. (parte)

SCENA QUINTA Mariannina, poi Toniolo

MAR.                     Ah perfido, malnato,

A me parli così? Mai più, lo giuro,

Mai più ti voglio amar.
TON.                                                       Di’, Mariannina,

Sai dov’è Roccolina?
MAR.                                                    Io non lo so,

E sapendolo ancor, non tel dirò.
TON.                      Perché?

MAR.                                 Perché mi spiace

Che un pastorel ch’io amo

Cerchi la mia rival.
TON.                                                   Son io l’amato?

MAR.                     Sì, non lo sai? non lo conosci, ingrato?

TON.                      Ho creduto finora

Fosse Cecco il tuo ben.


MAR.                                                         No, no, t’inganni,

Io sospiro per te che son degli anni.

Amor per te mi stimola, Per te mi mette in gringola: Caro il mio caro bambolo, Te solo voglio amar.

Già sento le mie viscere Tutte agitate in petto: Mi scalda un dolce affetto, Né posso respirar. (parte)

SCENA SESTA Toniolo, poi la Contessa

TON.                      In fatti Roccolina

Pare che mi ami poco,

E che la mia passion si prenda a gioco.

Se è ver che Mariannina

Brami gli affetti miei,

Sarà meglio che anch’io m’attacchi a lei.
CONT.                   Dimmi, Cecco dov’è?

TON.                                                       Cecco, signora,

Nol cercate per ora.

Sarà dove il suo cor d’essere inclina,

Sarà forse dappresso a Roccolina.
CONT.                   Come! si amano forse?

TON.                                                          Oh sì, signora.

CONT.                   Ma Roccolina non mel disse ancora.

TON.                      Le donne i fatti suoi

Non dicon facilmente.
CONT.                                                     Roccolina

Preso ha meco un impegno,

E mi farebbe un trattamento indegno.
TON.                      Si sa tutto, è scoperto;

Si sa del finto giudice

La gentil barzelletta, e in quell’istante

Ella di Cecco si è scoperta amante.
CONT.                   Ah, di un tal tradimento

Mi saprò vendicar.
TON.                                                   Ma compatite:

Come soffrir potrete

Un consorte incivil mirarvi appresso?

Una Contessa avvilirebbe il sesso.

Mia signora, perdonate, Pensan l’altre d’inalzarsi, E di dama voi pensate In pedina diventar.

Io vi parlo franco e sciolto:


Se l’amore non cangiate, Voi pentita, non ha molto, Doverete sospirar. (parte)

SCENA SETTIMA

La Contessa sola.

Costui non dice male; è qualche tempo

Che lo conosco anch’io,

Che vo facendo il precipizio mio.

Che rossor, che vergogna,

Amare un uom sì vile,

E amare un che mi sprezza!

Ah no, non sono avvezza

Soffrir simili torti, e se il Marchese

Tornasse a supplicarmi,

Forse all’affetto suo vorrei piegarmi.

Se mi rendi il primo amante, Se mi fai sì grato dono, Ogni offesa ti perdono Che a me festi, o caro Amor.

Se sprezzai le tue catene Perché accesa d’altro oggetto, Tutto fede, tutt’affetto, Adorarlo saprà il cor. (parte)

SCENA OTTAVA

Giardino delizioso con boschetto in fondo, sopra una montagnola.

Cecco che va stendendo le reti d’intorno al boschetto; poi Roccolina

CEC.                      E pure, in mezzo a questo

Sì bel divertimento,

Una spina crudel al cor mi sento.
ROCC.                   Ah Cecco, tutto il giorno

Ad uccellar ten vai,

E a Roccolina tua non pensi mai?
CEC.                      Eh, ci penso anche troppo.

ROCC.                                                           Crudelaccio!

No, no, così non è.

Lo vederei se tu pensassi a me.
CEC.                      E pure io t’assicuro

Che per te, Roccolina mia diletta,

Darei la mia civetta.
ROCC.                                                Non è poco;

Si vede che di me fai capitale,


Mettendomi al confronto un animale.
CEC.                      Se sai cos’è passione,

Compatirmi dovrai. Quella bestiola

Fa tutti i spassi miei:

Ma quel caro visin val più di lei.

La civetta del mio amore

Per far preda del tuo core

Ha imparato a civettar.
ROCC.                              La civetta del tuo amore

Fatto ha preda del mio core,

E m’ha fatto innamorar.
CEC.                                 Vuò lasciar ogn’altra caccia,

E a te sola penserò.
ROCC.                              Io ti leggo nella faccia

Che burlata resterò.
CEC.                                 No, tel giuro...

ROCC.                                                    Sì, ti credo.

Ma che vedo? - Quanti uccelli? (fingendo di vedere uccelli)
CEC.                                 Zitto, zitto; voglio quelli

Nella rete trappolar.
(Guardando intorno e fischiando con li fischi di richiamo: e lascia
Roccolina, e va alla rete)
ROCC.                              Maledetto, te l’ho detto,

Che m’avevi da burlar.
CEC.                                 Mia carina - Roccolina,

Tu m’hai fatto giù cascar.
ROCC.                              Vanne, vanne via di qua.

CEC.                                 Via perdon, per carità.

ROCC.                              Non ti voglio.

CEC.                                                     Oh che imbroglio!

ROCC.                              Guarda guarda.

CEC.                                                          Dove sono? (guardando come sopra)

ROCC.                              Maledetto!

CEC.                                                   Via, perdono.

Tutti quanti ammazzerò.
ROCC.                              Tutti, tutti! Oh, questo no.

a due                                 Siete pur belli,

Canori augelli,

Ma più diletti

Son gli amoretti,

Che mi svolazzano

SCENA ULTIMA

La Contessa, il Marchese, poi tutti.

MARC.                  Su via, son persuaso

Di quel che mi diceste.
CONT.                   Credete pur che il sospettare è vano.

Intorno al cor.


MARC.                  Sì, vi credo, ed in prova ecco la mano.

CEC.                      Signora, compatite... (alla Contessa)

CONT.                                                  A me dinanzi

Non comparir mai più.
ROCC.                                                    Non vi adirate (alla Contessa)

Se ora Cecchino è mio...
CONT.                   No, se sposa sei tu, son sposa anch’io.

TON.                      Ed io pure.

MAR.                                      Ed io pure.

PIER.                                                       Ed io, meschino,

Son restato, signori, un babbuino.
MARC.                  Contentati, ribaldo,

Che non hai quel castigo

Che merita la tua temerità.
PIER.                     Obbligato, signor, della bontà.

E per farvi vedere

Che tal bontà mi è grata,

Voglio darvi di uccelli una spedata.

TUTTI

Quel bambinel d’Amore

È un bravo uccellatore,

Che tutti sa pigliar. E quando men si crede,

Dal tristarel si vede

I cuori a trappolar.

Fine del Dramma.

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