I dattilografi

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DATTILOGRAFI

I DATTILOGRAFI

Titolo originale: "The Typists" e "The Tiger"

Commedia in due atti

di MURRAY SCHISGAL

Versione italiana di Ettore Capriolo

PERSONAGGI

Paul

Sylvia

Commedia formattata da

Un ufficio: al centro, in primo piano un paio di tavo­lini di metallo con le assi allungabili, su ognuno dei quali sono una vecchia macchina da scrivere, una pila di fogli e una voluminosa guida del telefono; verso il fondo, una grande finestra, due alti schedari verdi di acciaio, un tavolino con molte altre guide del telefono e una porta che conduce alla toilette; sulla parete di destra, in primo piano, un refrigeratore d'acqua, un attaccapanni in legno e la porta d'ingresso; sulla parete di sinistra, la porta che conduce all'ufficio del principale.

Oltre la finestra splende il sole; man mano che la com­media si avvia verso la fine, la luce si attenua impercet­tibilmente finché la stanza diventa quasi completamente buia.

Gli attori indossano sempre gli stessi abiti, leggermente modificati in modo da corrispondere ai mutamenti dell'a­spetto fisico - lievissimi, quasi inavvertiti nel momento in cui si verificano - che si susseguono per tutta la du­rata della commedia.

Entra da destra Sylvia Payton. è in ritardo. Getta il soprabito sull'attaccapanni, attraversa di corsa la stanza, deposita il pacchetto della colazione nel primo cassetto di uno schedario, scopre la macchina da scrivere e incomin­cia a battere rapidamente gettando ogni tanto una occhia­ta ansiosa verso la porta del principale. Dopo un po' si rilassa; scrive più lentamente e canticchia; poi prende dalla borsetta pettine e specchio e si accomoda i capelli. Si apre la porta d'ingresso. Sylvia mette via tutto e senza voltarsi per vedere chi è entrato, riprende a scrivere ra­pidamente. Paul Cunningham s'avvicina, passandosi di mano in mano il pacchetto della colazione.

Paul                               - Buongiorno. Sono Paul Cunningham. Sono stato assunto ieri da... (Ride imbarazzato) Strano. Non ricordo più come si chiama. Mi scusi, sa, ma è il primo giorno di lavoro... sono un po' nervoso. Comunque è stato il capo ad assumermi; o almeno diceva di essere il capo.

Sylvia                            - Lo so. Me ne ha parlato. (Si alza e gli strin­ge la mano) Sylvia. Signorina Sylvia Payton. Lieta di co­noscerla, signor Cunningham. Se vuole essere cosi gen­tile da appendere il soprabito, le mostrerò che cosa deve fare.

Paul                               - Scusi il ritardo, signorina Payton. Ho sbagliato treno. Di solito, se ne accorgerà, sono un ragazzo piutto­sto preciso.

Sylvia                            - Oh, niente di male. Faccia solo in modo che non accada troppo spesso. Ci tiene molto alla puntualità, lui. E adesso che mi ha nominata responsabile di tutto il reparto... Naturalmente non gli dirò niente di quel che è accaduto stamattina.

Paul                               - La ringrazio molto.

Sylvia                            - Non ne parli nemmeno. Mi creda, non gli ho chiesto io di nominarmi supervisore. Non mi piace dire alla gente che cosa deve fare. Fa parte della mia natura, immagino... Mi dia il pacchetto della colazione, signor Cunningham. Lo metterò nello schedario, è li che metto il mio.

 Paul                              - Grazie. È stato una bella fortuna trovare questo impiego. Io la sera vado a scuola e sono tante le ditte che non ti assumono se lo vengono a sapere.

Sylvia                            - Lei deve essere un uomo molto ambizioso. Cosa studia?

Paul                               - (con fierezza) Legge. Ancora tre anni e poi avrò la laurea. Non vedo l'ora che arrivi quel giorno.

Sylvia                            - Deve essere molto faticoso avere un impiego e nello stesso tempo andare a scuola.

Paul                               - Oh, tanto! Ma ha i suoi vantaggi. Quando avrò finito, potrò avere la soddisfazione di sapere che ho fatto tutto da solo, con il mio sudore e con il mio denaro; ed è più di quanto possano dire tanti ragazzi della mia età.

Sylvia                            - è proprio vero.

Paul                               - Ascolti, ho uno zio che fa l'avvocato, ed è an­che un avvocato piuttosto famoso, Francis T. Cunningham. Se conosce qualcuno nell'ambiente forense gli chieda chi è Francis T. Cunningham e sentirà che cosa dice. Beh, se volessi, mi basterebbe prendere quel telefono, fare un numero, e le mie preoccupazioni sarebbero finite. Ma io no; no di sicuro. Farò tutto da solo o non farò niente.

Sylvia                            - (scopre la macchina da scrivere di Paul e apre la guida del telefono) Secondo me lei ha assolutamente ragione. Sa, una volta andavo con un ragazzo, no, non era niente di serio, sarebbe potuto diventarlo, ma... Beh, questo non c'entra. Comunque suo padre gli finanziava gli studi di medicina, E lui non doveva guadagnare con il suo lavoro nemmeno un soldo. Ebbene, crede che sia arrivato alla fine? Macché: suo padre si è risposato e ha smesso di dargli denaro. E lui è completamente crollato; non avevo mai visto una cosa simile!

Paul                               - Niente può sostituire il carattere.

Sylvia                            - È proprio quello che dico sempre io. Beh, fa­remo meglio a metterci al lavoro prima che lui cominci a urlare. Stiamo facendo una campagna di potenziamen­to ed è un lavoro molto importante. Immagino sia per questo che l'hanno assunta. Dobbiamo battere a macchi­na su queste cartoline i nomi e gli indirizzi dei possibili clienti. Il testo pubblicitario è stampato sul retro. Le in­formazioni che ci servono le copiamo direttamente dalla guida del telefono. Non salti nemmeno un nome; copi tutti quelli che trova riga per riga. Lui controlla tutto, e quando gli gira sa essere terribilmente cattivo. Ora, sicco­me io ho incominciato con la A lei incomincerà con la...

Paul                               - B.

Sylvia                            - Esatto. Cosi saremo sicuri di aver copiato tutti i nomi.

Paul                               - Sembra abbastanza facile.

Sylvia                            - E Io è. Dopo un po' potrà farlo anche senza pensarci. (Si siedono entrambi e incominciano a battere a macchina)

Paul                               - Oh oh oh! Prima cartolina e primo sbaglio. Te­mo di essere un po' arrugginito. Non ho scritto molto a macchina in questi ultimi tempi. (Fa per buttare la car­tolina nel cestino)

Sylvia                            - No, non la butti via. Se lui la vede, farà un baccano d'inferno. All'inizio le converrebbe scrivere più lentamente. Si appoggi allo schienale della sedia. La po­sizione è molto importante. E batta ogni tasto con lo stesso ritmo.

Paul                               - Cosi?

Sylvia                            - Meglio, molto meglio; non muova la testa; tenga gli occhi fissi su quello che sta scrivendo.

Paul                               - (in posizione rigida e assai scomoda) È davvero gentile ad aiutarmi.

Sylvia                            - Oh, è un piacere, signor Cunningham.

Paul                               - Paul.

Sylvia                            - (lo guarda con calore) Paul. (Squillo di cam­panello) È per me. (Rassettandosi rapidamente) Di solito non mi chiama cosi presto. Continui pure il suo lavoro, Paul. Si arrabbia quando non sente le macchine da scri­vere in funzione; probabilmente vorrà sapere perché sta­mattina ci abbiamo messo cosi tanto a incominciare. Ma non si preoccupi, ci penso io.

Paul                               - (prendendola per un braccio) Grazie di tutto, Sylvia.

Sylvia                            - È stato un piacere... Paul. (Si allontana an­cheggiando verso l'ufficio del principale. Paul la guarda e poi comincia a scrivere, fa un errore, appallottola la cartolina e sta per gettarla nel cestino; ma ci riflette e se la infila in tasca. Di nuovo riprende a scrivere, fa un altro errore, getta un'occhiata colpevole verso l'ufficio del principale e infila in tasca anche questa cartolina. Nel frattempo fischietta sull'aria di "Way down upon the Swanee river". Rientra Sylvia adirata) Ha una bella faccia to­sta quello! Per chi mi ha preso, per una bambina? Si vede proprio che non conviene essere gentile con la gen­te! Beh, può andare a farsi friggere e cercarsi qualcun altro che gli faccia questo sporco lavoro. Io me ne vado! (Raccoglie le sue cose)

Paul                               - Che cosa è successo?

Sylvia                            - Farmi una scenata per un ritardo di cinque minuti! Una bella faccia tosta, mi creda.

Paul                               - (ridendo) Sicché stamattina era in ritardo an­che lei?

Sylvia                            - Non c'è niente da ridere Paul. Quando avrà dedicato a questa ditta tanto tempo e tanta energia quan­to ne ho dedicato io, dandole il meglio di cui è capace, allora forse vedrà le cose in modo diverso. Dove sono i miei guanti?

Paul                               - (si alza e glieli porge) Ascolti, Sylvia, lei è ecci­tata in questo momento, perché non ci pensa un po' su, eh?

Sylvia                            - Non c'è niente da pensare. Se le chiede dove sono andata, gli dica da parte mia che non mi piace la­vorare in una ditta in cui non si tiene conto dei senti­menti dei dipendenti. (Paul l'aiuta a infilarsi il cappotto)

Paul                               - Non è facile trovare lavoro in questo momento, glielo garantisco io.

Sylvia                            - Con la mia esperienza? Sta scherzando? Ho avuto tante offerte in passato, ma le ho sempre rifiutate per un senso di fedeltà a quel... a quel maniaco sessuale là dentro. Ed ecco la ricompensa.

Paul                               - Io non gli darei questa soddisfazione; no di sicuro.

Sylvia                            - Quale soddisfazione?

Paul                               - Beh, è evidente che ha agito cosi perché lei se ne andasse, no? Lo sa che è una ragazza sensibile. E se se ne va, farà semplicemente quello che vuole lui.

Sylvia                            - Crede che lo abbia fatto apposta per...

Paul                               - Quale altra ragione poteva avere di farle una scenata?

Sylvia                            - (dopo una breve pausa, si toglie il cappotto e lo riappende all'attaccapanni) Morirei prima di dargli una soddisfazione. Se è questo che ha in mente, dovrà aspet­tare ancora un pezzo. Me ne andrò quando voglio io, non quando vuole lui.

Paul                               - Adesso parla da persona assennata.

Sylvia                            - Mi creda, verrà il giorno in cui avrà vera­mente bisogno di me. "Signorina Payton", mi dirà, "per favore vuole aiutarmi a finire questo lavoro?" Allora mi prenderò la mia vendetta. Scoppierò a ridere su quella sua stupidissima faccia e me ne andrò per sempre.

Paul                               - Mi piacerebbe essere li a vederlo. È sposato?

Sylvia                            - E chi lo sposerebbe? È brutto come il peccato! (Scrivono; il rumore delle macchine è parzialmente co­perto dalle loro risate. Poi improvvisamente si fermano)

Sylvia                            - Una volta avevamo qui una ragazza a lavo­rare, un vero fenomeno; aveva l'abitudine di fargli delle caricature e di spedirgliele per posta, anonime, natural­mente. Ma avrebbe dovuto vederle; da morir dal ridere. (Scrivono, ridono, si fermano improvvisamente)

Paul                               - L'ultimo impiego prima di questo era nell'uffi­cio di una donna, la signora Jameson. Senza occhiali era cieca come una talpa, e sa che cosa facevamo noi? Tutte le volte che ne avevamo l'occasione le nascondevamo gli occhiali. E per due o tre giorni, finché non li aveva tro­vati, non facevamo più niente, nemmeno un pochino di lavoro. Stavamo li dalla mattina alla sera a chiacchierare e basta.

Sylvia                            - Io, quando ho finito le scuole, ho lavorato in una compagnia di assicurazioni. C'era un capo ufficio, Williams si chiamava, che era piuttosto svelto di mano, se capisce quel che voglio dire.

Paul                               - Capisco.

Sylvia                            - Beh, un giorno che stava spiegandomi come si scrivono le polizze, lasciò cadere le mani, oh con mol­ta, molta indifferenza, sulla mia spalla. E io allora mi voltai, alzai gli occhi e gli sputai proprio sulla faccia.

 Paul                              - Scommetto che l'ha licenziata.

Sylvia                            - No, a dir la verità, dopo quell'episodio siamo andati parecchio d'accordo. (Scrivono; si fermano improv­visamente e si voltano l'uno verso l'altro)

Paul                               - Ha letto qualche buon libro ultimamente?

Sylvia                            - Ho letto un bellissimo romanzo giallo la set­timana scorsa. Si chiamava Delitto a Bombay.

Paul                               - Io invece preferisco la fantascienza. (Scrivono; si fermano improvvisamente; si voltano l'uno verso l'al­tro)

Sylvia                            - Posso chiederle una cosa?

Paul                               - Certo. Che cosa?

Sylvia                            - Se le offrissero un milione di dollari per ta­gliarle una gamba, lei che cosa farebbe?

Paul                               - La destra o la sinistra?

Sylvia                            - Una qualunque.

Paul                               - (dopo una pausa) Prenderei il milione di dol­lari.

Sylvia                            - Io no. Io mi terrei le gambe. (Scrivono; si fermano improvvisamente. Si voltano entrambi verso il pubblico, Paul leggermente chinato in avanti, Sylvia addossata allo schienale della sedia con aria inespressiva e con le mani in grembo)

Paul                               - Sono nato in un quartiere povero di Brooklyn, i miei genitori non facevano altro che litigare. È stata un'infanzia infelice. Non avevo né fratelli né sorelle; era­vamo noi tre soli a vivere in quella vecchia casa semi­diroccata con i gatti che urlavano e gemevano tutta not­te nel vicolo. Perché i miei genitori si fossero sposati non lo so, e non so nemmeno perché siano rimasti assieme cosi a lungo. Adesso sono divisi, ma non è più molto importante. Erano diversi quanto è possibile a due esseri umani. Mio padre voleva soltanto essere lasciato in pace a fumare la pipa e ad ascoltare la radio. Mia madre, in­vece, che era una bella donna e sapeva vestirsi come si deve, avrebbe preferito andare a divertirsi. Io stavo in mezzo e mi sentivo trascinare da entrambe le parti. Non potevo parlare a uno senza che l'altro mi accusasse di ingratitudine. Non potevo accarezzare uno senza la paura che l'altro mi vedesse e ne seguisse una lite. Dovevo tenere i miei pensieri solo per me. Dovevo crescere aspet­tando qualche miracolo. Ricordo che un pomeriggio tor­nai a casa da scuola, dovevo avere dodici o tredici anni, e nel soggiorno c'era un uomo con mia madre. Non fa­cevano niente; se ne stavano semplicemente seduti a chiacchierare. Ma mi accorsi che stava succedendo qual­cosa. Ebbi l'impressione di non poter più respirare e cor­si fuori e vomitai sul marciapiede. Più tardi giurai a me stesso che lo avrei fatto succedere il miracolo; che non sarei mai andato dove non avessi voluto stare e non avrei mai fatto quello che non volevo fare; che sarei stato me stesso senza averne paura. Ma è faticoso. Con un passato come il mio, non si può far altro che cercare di mettersi al passo; è come essere nati due passi indie­tro rispetto agli altri. (Scrivono; si fermano improvvisa­mente. Guardano entrambi verso il pubblico, Sylvia chi­nata in avanti, Paul appoggiato allo schienale della sedia)

Sylvia                            - La mia famiglia non ha mai avuto problemi economici. Sotto questo aspetto eravamo molto fortunati. Mio padre guadagnava bene, finché era vivo, dico. Mori quando avevo diciassette anni. Si può dire che lui e mia madre abbiano avuto un matrimonio piuttosto felice. 0 almeno noi non abbiamo mai saputo che vi fossero liti fra loro, e questa è una bella cosa per un bambino. Ho una sorella, Charlotte. E più vecchia di me. Adesso è sposata e non ci occupiamo molto l'una dell'altra. Ma quando eravamo più giovani è incredibile quello che suc­cedeva da noi. Ogni volta che litigavamo, secondo i miei genitori, aveva ragione lei; io avevo sempre torto. Lei riusciva ad avere tutto quello che voleva, qualunque co­sa, e io dovevo accontentarmi dei suoi avanzi. Era insop­portabile. Comunque, mio padre, prima di morire, rima­se a lungo ammalato. Possedeva un anello, un bell'anello con dentro una grossa onice, e quando ero bambina ave­vo l'abitudine di giocarci. Chiudevo un occhio, ci guar­davo dentro e ci vedevo centinaia e centinaia di belle stelle azzurre e rosse. Mio padre mi aveva sempre pro­messo quell'anello; aveva sempre detto che apparteneva a me. Ero sicura che prima di morire me lo avrebbe dato, ma lui non disse niente su questo argomento; nemmeno una parola. Beh, dopo lo vidi. E sapete dove? Al dito di mia sorella. L'aveva dato a lei. Ora non credo che con un passato simile ci siano molte possibilità di migliora­mento. Non l'ho mai perdonata a mio padre; assoluta­mente mai. E non l'ho perdonata nemmeno a mia sorella. Mia madre, che ora mantengo con il mio duro lavo­ro, continua a dire che ho torto. (Scrivono; si fermano improvvisamente; si voltano uno verso l'altro)

Paul                               - Va mai al cinema?

Sylvia                            - Non troppo spesso.

Paul                               - Nemmeno io.

Sylvia                            - Le piace guardare la televisione?

Paul                               - Non ne ho mai il tempo. Non dimentichi che vado a scuola cinque sere alla settimana. Mia moglie in­vece la guarda moltissimo. Praticamente non fa altro.

Sylvia                            - (sorpresa) Non sapevo che fosse sposato.

Paul                               - (scrive) Questa macchina fa un mucchio di er­rori. E a scrivere in fretta non combino niente. (Fa per appallottolare la cartolina)

Sylvia                            - (alzandosi) Faccia un po' vedere, per favore. (Esamina la cartolina e poi con collera sproporzionata) Qui si può cancellare. Noi non desideriamo che si sciu­pi del materiale quando è possibile salvarlo. Non è que­sta la politica dell'ufficio.

Paul                               - D'accordo. Ma non c'è bisogno di arrabbiarsi. Lo farò io.

Sylvia                            - Io non mi arrabbio. Ma sono responsabile di tutto quello che succede in questo reparto. Sono assolu­tamente stufa di rimediare ai suoi errori. Evidentemente tutti pensano che io sia una specie di tappeto sul quale pulirsi i piedi. Prima lui e adesso lei.

Paul                               - Le dispiace dirmi a che cosa allude?

Sylvia                            - Lo sa benissimo a che cosa alludo. Questa è la mia ricompensa; questo è quel che ottengo per aver cercato di essere gentile e servizievole. Ho torto, lo so, ho sempre torto. Qualsiasi cosa faccia. Beh, signor Cunningham, ne ho abbastanza, ne ho proprio abbastanza, e non sono disposta a sopportare oltre né lei né nessun altro. No! No! (Corre alla toilette. Paul si alza, va al te­lefono, fa un numero)

Paul                               - (a voce alta) Vorrei parlare con il signor Fran­cis T. Cunningham, per favore. Come chi parla? Paul Cunningham! (Più adagio) Ciao, zio Francis! Sono di nuovo io... Paul... Come stai? Tutto bene? Oh mi fa pia­cere. Beh, anch'io non me la passo male; sempre a sgob­bare come al solito. Ho un nuovo impiego; si, scrivo a macchina in un ufficio, quanto basta per guadagnarmi il pane. Uhm, zio, non potresti darmi una mano? È troppo faticoso per me. Non posso lavorare e andare a scuola cinque sere alla settimana; finirò per lasciarci la pelle. Lo so, lo so. Ma pensavo che tu potessi darmi un lavoro a mezza giornata nel tuo ufficio, o magari in quello di qualche tuo amico, se tu volessi parlargli... Già, già, ca­pisco. Va bene. Si. Ti saluto. (Paul torna alla macchina da scrivere. Entra Sylvia e prende un'altra guida. Adesso ha l'aspetto di una donna sui trent'anni)

Sylvia                            - Mi spiace di aver perso le staffe, Paul, non succederà più.

Paul                               - Non si preoccupi. (Scrive a macchina)

Sylvia                            - È diventato un esperto con quella macchina.

Paul                               - (cupo) Almeno una cosa c'è in cui sono esperto.

Sylvia                            - Le è successo qualcosa?

Paul                               - No, stavo solo pensando. Perché devo ammaz­zarmi dal lavoro? A scuola quasi tutte le sere e le dome­niche a casa a studiare. Non ricordo di essermi preso una vacanza come si deve. E perché? Si è giovani una volta sola ed è questa l'età in cui bisogna divertirsi.

Sylvia                            - (alla macchina da scrivere) Non so fino a che punto sia vero. Probabilmente si divertirebbe molto di più se fosse un avvocato; è per questo che adesso de­ve fare qualche sacrificio.

Paul                               - Con ragionamenti del genere non si risolve niente. Secondo lei tutti gli avvocati dovrebbero essere felici. E invece no; non è cosi la vita. Magari ci sono degli sterratori che sono felici perché sanno come vivere. Sono stufo, gliel'ho detto. Uno nella mia posizione deve approfittare di ciò che gli viene offerto. Deve essere pra­tico e guardare le cose in faccia. (Battendo un colpo sul­la tavola) E questo è quel che mi viene offerto; questa è la mia occasione, e d'ora in avanti mi concentrerò esclusivamente su questo lavoro. Gli dimostrerò di essere in gamba e forse lui troverà qualcos'altro per me, mi darà una promozione, uno stipendio migliore. Perché no? Una azienda cosi grande ha sempre bisogno di uomini che non abbiano paura di lavorare. Ascolti, ho due bambini a ca­sa. E devo incominciare a pensare anche a loro.

Sylvia                            - (con durezza) Ha due bambini?

Paul                               - Certo, non sono di quelli che perdono tempo, io. Guardi, ho qui le fotografie. Le abbiamo prese l'estate scorsa. (Le mostra delle fotografie tratte dal portafoglio) Beh, che cosa ne dice?

Sylvia                            - (fredda) Sono belli, Paul. Come si chiamano?

Paul                               - Frank e Sally, ma il ragazzo lo chiamiamo Buddy. S'arrabbia, se lo chiamiamo Frank; è uno strano ti­po. Non sono male, vero, per un tipo come me? E adesso sa che cosa faccio, Sylvia? Me ne vado diritto da lui e gli chiedo quali sono le mie possibilità di carriera. Prefe­risco che la cosa venga risolta immediatamente. E poi francamente un po' più di danaro mi farebbe comodo. Con le spese che ho! Se almeno in questa azienda ci fosse un sindacato, qualcosa potremmo combinare. (S'avvia verso l'ufficio del principale e poi si volta) Qual è... Qual è se­condo lei il modo migliore per abbordarlo?

Sylvia                            - Veramente non lo so, Paul. Cambia di mi­nuto in minuto. Ma se non ha gli occhiali addosso, è un brutto segno; di questo sono sicura.

Paul                               - Gli occhiali... Ho capito. Mi auguri buona for­tuna!

Sylvia                            - Le auguro di combinare qualcosa di buono. (Appena Paul esce, va al telefono e fa un numero) Mam­ma? Sylvia. No, sto bene. È arrivata la lampada? Beh, quando arriva, accertati che non si sia danneggiata. Do­vrai firmare una ricevuta e questo significa che la devi esaminare. Guardala bene! Se è intatta firma, ma se c'è qualcosa che non va, anche una minima cosa, non firma­re assolutamente e di' all'uomo di riportarla indietro. Capito? Speriamo. Ah... ha telefonato qualcuno? Non ho detto che aspettavo delle telefonate, non farmi dire quel che non ho detto, ho semplicemente chiesto se è arrivata qualche telefonata. Lascia perdere, non è importante. Ha telefonato Charlotte? Come sta? (Entra Paul. Ha l'aspetto di un uomo sulla trentina. Sylvia conclude la telefonata come se stesse parlando con un corteggiatore) Oh, non fare lo sciocco. Non ho proprio potuto. Sono impegnata, questo sabato. Dico davvero. (Ridendo) No, no. Beh, for­se domenica. Telefonami a casa. D'accordo. Ciao.

Paul                               - (alla macchina da scrivere) Le cose si mettono bene, proprio bene. Ha detto che ci penserà. Ha detto che forse avrà bisogno di qualcuno nel reparto vendite. E io sono il primo della lista.

Sylvia                            - Bene. E per quanto riguarda l'aumento?

Paul                               - Ha detto che dovrò aspettare un po'. Ma lo avrò. È rimasto impressionato, soprattutto quando gli ho detto che avevo un po' di esperienza legale. Avrebbe do­vuto vederlo come ha spalancato gli occhi. È solo que­stione di tempo, e una volta che incomincerò a muover­mi, vedrà, ci vorrà un uomo piuttosto svelto per tenermi dietro.

Sylvia                            - Certo lei è un ambizioso, Paul!

Paul                               - (si alza per cambiare la guida) Vede, io non intendo passare il resto della vita a lavorare qui o in un posto del genere. Voglio soltanto fare un po' di espe­rienza, e basta. C'è un mondo oltre quella finestra, un mondo con mille cose diverse da vedere e da fare e io voglio vederle e farle tutte fino all'ultima; vedrà.

Sylvia                            - Ci sono un milione di cose da fare nel mondo.

Paul                               - Sdraiarsi al sole...

Sylvia                            - Ballare...

Paul                               - Viaggiare...

Sylvia                            - Portare dei bei vestiti...

Paul                               - Visitare città...

Sylvia                            - Incontrare persone interessanti...

Paul                               - Montagne. Città con le montagne...

Sylvia                            - (afferra il bavero della giacca di Paul. È emozio-natissima) Oh Paul, ho tanto desiderio di vivere, di fare esperienze, di ridere... oh, Paul, io voglio ridere! (Pausa. Paul la guarda senza espressione e si schiarisce la gola. Tornano rigidi alle loro sedie e riprendono a scri­vere con energia)

Paul                               - (dopo un po', con voce calma) Quando facciamo colazione?

Sylvia                            - Possiamo farla quando vogliamo. Ma io di solito la faccio all'una. Più tardi la si fa e più il pome­riggio passa in fretta.

Paul                               - Che ne direbbe di aspettare fino all'una e mezza?

Sylvia                            - Non è facile.

Paul                               - Lo so, ma poi ci sarebbero soltanto un paio d'ore da lasciar passare. E il pomeriggio volerebbe via. Che cosa ne dice?

Sylvia                            - Se lei è d'accordo, sono d'accordo anch'io.

Paul                               - Affare fatto, allora. Colazione all'una e mezza. (Si stringono la mano)

Sylvia                            - All'una e mezza.

Paul                               - Bene. (Scrivono)

Sylvia                            - Sa, ho già fame adesso.

Paul                               - Anch'io. Non ho mangiato niente stamattina.

Sylvia                            - Io ho preso soltanto una tazza di caffè, nient'altro.

Paul                               - Cos'ha per colazione?

Sylvia                            - Un panino di tonno con pomodori e maione­se, un'arancia e una fetta di torta. E lei?

Paul                               - Due panini col tacchino e una mela, credo.

Sylvia                            - All'una e mezza. (Si stringono la mano)

Paul                               - D'accordo. (Scrivono) Domenica scorsa siamo stati al quartiere cinese. Che mangiata abbiamo, fatto!

Sylvia                            - Io vado matta per la cucina cinese. Ci sono andata una volta con un tipo che sapeva parlare il cine­se, e avrebbe dovuto vedere le cose che ha ordinato: dei piatti fantastici, con fegatini di pollo, funghi e man­dorle...

Paul                               - Si, i cinesi sanno cucinare, ma quando si parla di vera cucina, non c'è nessuno che batta gli italiani. C'è un posto dove andiamo ogni tanto nel West Side; lei dovrebbe assaggiare il loro vitello alla parmigiana o il loro pollo alla cacciatora. E fanno degli spaghetti con una salsa che non le dico...

 

Sylvia                            - (si avvicina allo schedario) Penso che man­gerò adesso.

Paul                               - (alzandosi infuriato) Ma abbiamo fatto un patto!

Sylvia                            - Non faccia il bambino. Se ho voglia di man­giare adesso, mangio adesso; non ci sono discussioni.

Paul                               - Tutte uguali voi donne! Niente spina dorsale, niente autodisciplina. E va bene, mangi pure, non sarò io a fermarla. Ma io mantengo la mia parola.

Sylvia                            - Non ho detto che avrei mangiato, signor Cunningham. Ho semplicemente detto che stavo pensan­do di mangiare. Si sturi le orecchie prima di parlare. (Gli porge una pila di cartoline in bianco che ha preso dallo schedario) E se vuol sapere un'altra cosa, proba­bilmente sono in grado di aspettare più di lei, di rinun­ciare addirittura alla colazione, e vorrei vedere quanti sono in grado di farlo!

Paul                               - (alla macchina da scrivere) Ah! E cosi?

Sylvia                            - (alla macchina da scrivere) Esattamente.

Paul                               - La vedremo, signorina supervisore.

Sylvia                            - Si vede subito che lei è invidioso. Io sono supervisore...

Paul                               - (allargando le braccia) Di tutto il reparto. Oh, non lo dimenticherò mai finché vivo. (Parodiando la vo­ce di Sylvia) "Mi creda, signor Cunningham, non gli ho chiesto io di nominarmi supervisore. Non mi piace dire alla gente che cosa deve fare. Fa parte della mia natura..."                   - (Si lascia cadere sulla macchina da scrivere in un ec­cesso di ilarità)

Sylvia                            - Continui cosi e non starà qui molto a lungo. Glielo garantisco, signor Cunningham.

Paul                               - Glielo dica. Su, vada a dirglielo. Mi farebbe un favore!

Sylvia                            - Come! Vuol dire che un uomo con la sua espe­rienza legale, con i suoi progetti e le sue ambizioni, chiede un favore a me?

Paul                               - Signorina Payton, io la odio!

Sylvia                            - Se dovessi riassumere in una parola i miei sentimenti verso di lei, signor Cunningham, la parola odio sarebbe molto al disotto della realtà. Lei mi disgusta!

Paul                               - Perché non se ne va, allora?

Sylvia                            - Perché non se ne va lei?

Paul                               - Non voglio darle questa soddisfazione.

Sylvia                            - E io non voglio dare questa soddisfazione a lei! - (Scrivono rumorosamente e rapidamente)

Paul                               - (con un gran colpo sui tasti) Che diavolo sto facendo? Non è questo quello che voglio! No, accidenti!

Sylvia                            - (senza guardarlo) Mi chiedo a volte se quell'individuo sa che cosa vuole.

Paul                               - (in un tono quasi di minaccia) Ci può scom­mettere che lo so. Lo sa che cosa voglio? Che cosa vor­rei veramente fare? Adesso, qui, in questo ufficio? (Si alza e si avvicina alla sedia di Sylvia) Mi piacerebbe strapparle i vestiti di dosso uno a uno. Mi piacerebbe affondare le dita nella sua carne e sentire il suo corpo sudare e spezzarsi sotto il mio. Mi capisce, signorina Payton?

Sylvia                            - (si alza, adagio) Paul.

Paul                               - Non penso ad altro da quando l'ho vista. La desidero, signorina Payton. Adesso! Adesso! In questo minuto! Qui, sul pavimento, con lei che urla a pieni pol­moni e con le sue gambe che scalciano a mezz'aria. Ecco che cosa pensavo davanti a quella stupida macchina da scrivere; ecco che cosa avevo in mente. (Pausa) Adesso lo sa.

Sylvia                            - E che cosa credi che pensassi io? Ti desidero da star male, Paul. (Voltandosi e indicando la macchina da scrivere) Quante volte ho chiuso gli occhi sperando che tu facessi qualcosa, invece di startene li seduto co­me una statua di pietra! (Si lascia ricadere indietro ver­so di lui; lui la stringe alla vita; è in piedi alle sue spalle)

Paul                               - Sylvia.

Sylvia                            - Dovrò dirlo a mia madre, Paul. E tu dovre­sti dirlo a tua moglie. Oh, sarò buona con i bambini. Te lo prometto.

Paul                               - (sbalordito) A mia moglie?

Sylvia                            - Ci sposeremo, no?

Paul                               - Sylvia, ascolta...

Sylvia                            - (voltandosi e guardandolo in faccia) Ci spo­seremo, no?

 48

 

Paul                               - Oh, al diavolo! Vado a mangiare. (Prende il pacchetto della colazione e il cappotto)

Sylvia                            - (alla macchina da scrivere) È colpa mia, lo so; non hai bisogno di dirmelo.

Paul                               - Non è colpa di nessuno. È... è cosi che vanno le cose. (Alla porta) Devo prenderti qualcosa?

Sylvia                            - Io non mangio.

Paul                               - Come vuoi. (Paul esce, e Sylvia corre allo sche­dario, prende il pacchetto della colazione, e mangia vora­cemente il suo panino. Improvvisamente la porta si spa­lanca. Sylvia si volta rapidamente accostando il panino al petto come per meglio nasconderlo)

Paul                               - Sei sicura di non aver bisogno di niente?

Sylvia                            - (con la bocca piena di cibo) Sicurissima.

Paul                               - Come vuoi. (Esce. Sylvia va al telefono, lenta­mente, come in letargo. Fa un numero)

Sylvia                            - Mamma? Sylvia. No, non è successo niente. Adesso sto facendo colazione. È buono il panino. È arri­vata la tavola? Com'è? Ne sei sicura? Certe volte le ro­vinano trasportandole. L'hai guardata bene? Speriamo. Si. Ha telefonato qualcuno? No, non aspettavo telefonate; ho solo chiesto. (Pausa) Che cosa ha detto Charlotte? È proprio nel suo stile. Potrebbe venire almeno una volta alla settimana a vedere come stai. D'accordo, come pre­ferisci. Sono troppo stanca per discutere con te. Come stanno i bambini? Oh, sono contenta. (Pausa) Una media di ottantacinque non significa che è un genio; assoluta­mente no. Non sto dicendo che i suoi bambini sono stu­pidi; non ho detto questo, ma non posso sopportare che tu li esalti in quel modo. Te lo ripeto, chi ha una media di ottantacinque, non appartiene alla categoria dei geni, e se hai bisogno di una conferma, chiedilo a un qualunque insegnante. Oh, va bene, va bene; lasciamo perdere. Ci vediamo dopo. Ma certo che vengo a casa. Dove credi che vada? Benissimo. Ciao. (Sylvia getta il resto del pa­nino nel cestino e si siede riluttante alla macchina da scrivere. Mentre scrive e sposta il carrello, tanto per di­strarsi un po', canta le parole che batte a macchina nel tono cadenzato di una bambina che recita una cantilena facendo saltare la palla sul marciapiede)

Sylvia                            - (scrivendo) Signora Anna Robinson 4 est 32a strada nella città e nello stato di New York. (Tira fuori la cartolina e ne mette dentro un'altra) Come sta oggi, signora Robinson? Mi ha fatto tanto piacere parlarle. E adesso chi abbiamo qui? Oh, è (scrivendo) il signor Ar­nold Robinson 1032 Lexington Avenue, nella città e nello stato di New York. (Toglie la cartolina e ne mette una nuova) Mi ha fatto tanto piacere parlarle, signor Robin­son. I miei saluti alla famiglia. Oh, niente meno che        - (ri­prendendo a scrivere) la signora Beatrice Robinson, che vive addirittura in Park Avenue, nella città e nello stato di New York. (Toglie la cartolina e ne mette una nuova) Deve davvero andarsene cosi presto signora Robinson? (Prende un pezzo di chewing-gum dalla borsetta e conti­nua a scrivere. Entra Paul. Adesso ha circa quarant'anni. Porta un bricco di caffè)

Paul                               - (alludendo al chewing-gum) Sei tornata alle tue vecchie manie, Sylvia? Non la mantieni più la linea in quel modo.

Sylvia                            - Non preoccuparti della mia linea; preoccupati soltanto della tua.

Paul                               - (tirando in dentro lo stomaco) In quanto a que­sto hai ragione tu. Prendi, ti ho portato un po' di caffè.

Sylvia                            - Grazie. (Prende il giornale) Come va fuori?

Paul                               - Un po' freddo, ma c'è molto sole; non va male. Ho fatto una passeggiatina sino al parco. Mai visto tante persone sedute sulle panchine a pigliare il sole. Mi pia­cerebbe sapere come fanno.

Sylvia                            - Metà di loro probabilmente vivono di sussidi.

Paul                               - Già, noi lavoriamo e loro pigliano il sole.

Sylvia                            - Dovresti vedere che macchine hanno alcuni di loro.

Paul                               - Non hai bisogno di dirmelo. Lo so.

Sylvia                            - Ho letto sul giornale che nel duemila la gente lavorerà soltanto tre ore al giorno e farà una settimana di tre giorni.

Paul                               - Peccato che non potrò approfittarne.

Sylvia                            - (alla macchina da scrivere; apre il giornale) Potremmo iscriverci a un sindacato.

Paul                               - Ne conosci uno che non sia corrotto?

 

Sylvia                            - Come vorrei che la giornata fosse finita.

Paul                               - Non vedo l'ora di togliermi le scarpe.

Sylvia                            - Io invece mi laverò i capelli e stirerò un po'.

Paul                               - Nessun appuntamento stasera?

Sylvia                            - Non essere assurdo.

Paul                               - (alla macchina da scrivere) Sai che cosa stavo pensando, Sylvia? Fin da quando ero piccolo ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto essere indipendente, vi­vere la mia vita senza responsabilità e senza famiglia. Fondamentalmente immagino che ne avessi paura. Ma, vedi, tutto quello che ho fatto in vita mia ha continuato ad allontanarmi da quello che pensavo mi sarebbe pia­ciuto diventare quando ero bambino. Mi sono sposato ap­pena ho potuto; e ho avuto subito dei bambini. Mi sono creato una vita talmente faticosa che non sono neppure riuscito a finire l'università. Non ho potuto vivere quel tipo di vita che credevo di desiderare. E cosi ultimamente mi sono chiesto che cos'è che veramente desideravo, e sai qual è stata la risposta, Sylvia? Sai quale non poteva non essere? Quello che ho avuto. Quello che sono. Forse la sola cosa che desideravo veramente era di poter essere scontento di me.

Sylvia                            - Credi che ci sia qualcuno che sappia quel che vuole, Paul?

Paul                               - Perché? Tu no?

Sylvia                            - Non più. Credevo di saperlo, proprio come te. Ma se è questo quello che volevo, perché oggi sono dove sono?

Paul                               - Non ha senso, vero?

Sylvia                            - Avevo giurato che alla prima occasione avrei rotto tutti i rapporti con mia madre e con mia sorella; che non avrei più avuto niente a che fare con loro, e cosi sarei stata felice. Ma eccomi qui a vivere ancora con mia madre e a chiederle ogni giorno come sta mia sorella, e che cosa fa, e come sta suo marito, e i bam­bini e... e non me ne importa un accidente. Un accidente.

Paul                               - Le cose di cui a me non importa un accidente... Sylvia andiamo al fondo della questione, è importante.

Sylvia                            - Ho sempre detto che non c'è niente di più importante che imparare a conoscere se stessi. Quando ci si rende conto che c'è gente che può vivere tutta la vita senza conoscere se stessa, senza nemmeno incomin­ciare a capirsi veramente, è... è proprio ridicolo.

Paul                               - (alzandosi) Hai ragione.

Sylvia                            - (alzandosi) Vediamo che cosa c'è al fondo di tutto questo. Studiamolo un momento.

Paul                               - D'accordo, studiamolo. Perché?

Sylvia                            - Perché?

Paul                               - Perché hai detto che lasciare la tua famiglia 'ti avrebbe fatta felice? Se era solo per questo avresti po­tuto farlo tanti anni fa. No, tu mi stai nascondendo qual­cosa.

Sylvia                            - E tu non mi dici la verità. Se desideravi sol­tanto essere scontento di te stesso, non dovevi far altro che sederti in un angolo e crogiolarti nella tua sconten­tezza; ti sarebbe bastato. E invece no, non è cosi.

Paul                               - E allora che cos'è?

Sylvia                            - Che cosa stai nascondendo? (Mentre lei par­la, agitando un dito, lui cammina su e giù annuendo senza ascoltare e inseguendo i suoi pensieri personali)

Paul                               - Resta il fatto che a te importa quel che suc­cede alla tua famiglia, che t'importa moltissimo, in mi­sura spaventosa; è per questo che telefoni ogni giorno, e che continui a chiedere di tua sorella. Hai bisogno di tenertele vicine; hai bisogno di loro più di quanto loro abbiano bisogno di te, perché tu non sei mai cresciuta abbastanza da dimenticare il passato e da iniziare una nuova vita soltanto tua.

Sylvia                            - Ti sei messo deliberatamente in una situazio­ne in cui non potevi non fallire. Perché non ti ho mai sen­tito dire che amavi tua moglie? Che cosa ti ha spinto a sposarti cosi giovane? Perché non hai aspettato di aver finito la scuola e di avere buone possibilità di carriera?

Paul                               - Semplicemente perché volevi qualcosa da loro. E non è l'anello di tuo padre; per te questo è solo un pretesto.

Sylvia                            - Adesso ci stiamo avvicinando, alla verità. Tu dovevi tuffarti nel matrimonio, avere bambini e caricarti di responsabilità impossibili, avevi cioè bisogno delle cose, e proprio di quelle cose di cui avevi paura; dovevi fal­lire perché non è che tu volessi essere scontento di te, ma volevi che di te si sentissero scontenti gli altri.

Paul                               - Adesso ci sono! Soltanto loro potevano darti quello che volevi; nessun altro, nemmeno un marito; è per questo che non ti sei mai sposata; adesso ci stiamo avvicinando...

Sylvia                            - In modo che loro avessero pietà di te e ti coccolassero come un bambino; ma hai confuso tutto questo con l'amore, che era quello che volevi veramente da loro, l'amore che non avevi potuto ottenere dai tuoi genitori. (Improvvisamente si guardano in faccia)

Paul                               - Ecco che cos'è! Volevi l'amore!

Sylvia                            - Naturalmente! Volevi l'amore!

Paul                               - Adesso capisci anche tu, vero Sylvia?

Sylvia                            - È tutto chiaro.

Paul                               - Quando s'incomincia a capire se stessi, allora si può incominciare a far qualcosa. (Tornano alle mac­chine da scrivere)

Sylvia                            - È stata una delle conversazioni più piacevoli che abbia mai avuto, Paul.

Paul                               - È piaciuta molto anche a me. (Dà un'occhiata all'orologio) E il pomeriggio sta passando molto in fretta.

Sylvia                            - Ringraziando Dio. (Scrivono)

Paul                               - Sai, a pensarci bene, io me la cavo meglio di te.

Sylvia                            - Perché?

Paul                               - Beh, ho una casa tutta mia; mi sono sposato, ho dei bambini. Si può dire che ho realizzato una parte piuttosto importante della vita.

Sylvia                            - Sciocchezze. Credi che ci voglia un'abilità speciale per sposarsi e avere figli?

Paul                               - Sto solo dicendo che certa gente sarebbe spa­ventosamente felice se potesse sposarsi.

Sylvia                            - Allude a me, signor Cunningham?

Paul                               - Non ho fatto nomi. Ma la lingua batte dove il dente duole, signorina Payton!

Sylvia                            - (con cattiveria) Non mi faccia ridere. Se do­vessi scegliere, e le garantisco che il problema non mi si pone, preferirei di gran lunga rimanere nubile, piuttosto che dover tirare in lungo un matrimonio infelice.

Paul                               - Infelice? Chi gliel'ha detto? Mi ha mai sentito lamentarmi?

Sylvia                            - So trarre le mie conclusioni da quello che sento, signor Cunningham. Sappiamo entrambi che se lei avesse potuto fare di testa sua, l'avrebbe lasciata da pa­recchio tempo.

Paul                               - Davvero?

Sylvia                            - Davvero.

Paul                               - Beh, tanto perché lei lo sappia, signorina Pay­ton, mia moglie è la più fine (alzandosi) ha sentito?, la più fine e la più stimabile donna che abbia mai avuto la fortuna di conoscere.

Sylvia                            - Ah, ah, signor Cunningham!

Paul                               - E sempre perché lei lo sappia, non la cambie-rei per una dozzina di tipe come lei.

Sylvia                            - Anche se volesse non lo potrebbe. (Suona il campanello; Sylvia si accomoda i capelli, ecc.) Grazie a Dio potrò stare almeno un momento senza vederla.

Paul                               - Scommetto che secondo lei io non so che cosa succede là dentro!

Sylvia                            - Che sta dicendo adesso?

Paul                               - Vada pure. Sento già il suo amichetto che an­sima dietro la porta.

Sylvia                            - Geloso?

Paul                               - Di lei?

Sylvia                            - È già successo altre volte.

Paul                               - (volgendo lo sguardo altrove) Puttana!

Sylvia                            - (si volta in uno scatto di collera) Che cosa ha detto? (Nessuna risposta) Farebbe meglio a star zit­to. (Esce. Paul va all'attaccapanni e senza togliere la bot­tiglia di whisky dalla tasca del cappotto ne riempie un bicchiere, lo beve e lo riempie di nuovo. Si avvicina al telefono e fa un numero)

Paul                               - Barbara? Sono Paul. Come vanno i ragazzi? Oh bene. Beh, più o meno sempre lo stesso. Senti, Bar­bara... mi spiace per ieri sera. Avevo bevuto un po' trop­po. No, non trovarmi delle scuse. Voglio solo dirti che non dicevo sul serio. Ho un'altissima... un'altissima opi­nione di te, lo sai bene, e ti rispetto, ti ho sempre ri­spettata. Il fatto è che quando bevo, è il whisky che parla, non io. Ma adesso smetto, Barbara, te lo prometto. Mi perdoni? Beh, dimmelo! Voglio sentirtelo dire; ti prego. (Pausa) Grazie. Cercherò di arrivare a casa presto e poi faremo qualcosa, qualcosa di diverso, qualcosa di... di diverso, te lo prometto. D'accordo. Non scordartelo. Ciao. (Finisce di bere, appallottola il bicchierino di cartone e se lo mette in tasca. Entra Sylvia con un certo numero di fogli che posa sopra il tavolo di Paul. Adesso è sulla quarantina)

Sylvia                            - Vuole delle copie di questi fogli. Li sta aspet­tando.

Paul                               - Come?

Sylvia                            - (alla macchina da scrivere) Mi ha sentito?

Paul                               - Beh adesso senta me! Può andare là dentro e dirgli di andare al diavolo. Non sono il suo segretario.

Sylvia                            - Perché non glielo dice lei?

Paul                               - Ottima idea! (S'avvia verso l'ufficio del prin­cipale, raccogliendo i fogli che Sylvia aveva lasciato accan­to alla sua macchina da scrivere. Poi si volta) Veramente un'ottima idea! (Esce)

Sylvia                            - (scrive a macchina canticchiando come prima) -Signor Thomas Weaver 424 Harley Street, Bronx, New York. (Toglie la cartolina e ne mette un'altra al suo po­sto) Spero che abbia avuto una buona giornata, signor Thomas Weaver. E adesso chi è che arriva? Oh è      - (scrive a macchina) la signorina Tina de Weaver 78 Monroe Ave-nue nel Bronx, di New York. Come sta... (Entra Paul. Si ferma davanti alla porta dell'ufficio del principale strappando dei fogli a metà e gettandoli in aria)

Paul                               - Ecco che cosa penso di lei e del suo lavoro, vecchio bastardo!

Sylvia                            - Paul!

Paul                               - Perché non vai a vederlo adesso il tuo ami­chetto? Lo troveresti nascosto dietro la scrivania. Se fos­se rimasto in piedi come un vero uomo, gli avrei mollato un pugno sul naso.

Sylvia                            - Ti sei... dimesso?

Paul                               - Che cosa diavolo credi che abbia fatto? Rifilare a me quella roba! Non sono il suo segretario! Non lo sono mai stato! (Urlando verso la porta dell'ufficio del princi­pale) Mi hai sentito, vecchio bastardo? Non sono il tuo segretario! Non lo sono mai stato!

Sylvia                            - (alzandosi preoccupata) Ti prego, Paul, cal­mati; sei già abbastanza nei guai.

Paul                               - Nei guai? Io? Ah! è la battuta più buffa che abbia mai sentito. Lei, signorina Payton, ha davanti un uomo libero; un uomo libero e indipendente. Sissignore. Erano anni che non mi sentivo cosi bene.

Sylvia                            - (seguendolo verso l'attaccapanni) Ma che co­sa farai adesso?

Paul                               - (prendendo dalla tasca la bottiglia di whisky e gettando via il foglio di carta in cui è avvolta) Per pri­ma cosa ricomincerò a vivere; ricomincerò a essere me stesso; ricomincerò ad essere un uomo. Sa che cosa si­gnifica essere un uomo, signorina Payton? Non se ne ve­dono più di uomini; hanno tutti paura di perdere l'im­piego, paura di spendere un dollaro, paura della loro om­bra. Ma io no, nossignore. Io non lecco gli stivali alla gente. Perché mi guardi in quel modo? Per questo? È una mia vecchia abitudine. Vuoi farmi compagnia? No? Lo immaginavo. (Beve dalla bottiglia)

Sylvia                            - No, Paul; non è degno di te.

Paul                               - Come sai di che cosa sono degno? Come può saperlo qualcuno? Viviamo tutti soli, signorina Payton; viviamo tutti soli in un mondo crudele e solitario. (Beve)

Sylvia                            - È vero!

Paul                               - E sai che cosa farò adesso? Sissignore. Vada tutto al diavolo. Lascerò perdere tutto e me ne andrò. Sul primo autobus che andrà all'ovest domani, sai chi ci sarà? Io ci sarò, io. Puoi scommetterci. (Accosta la bottiglia alla bocca)

Sylvia                            - (cerca di sottrargliela) Paul hai già bevuto abbastanza.

Paul                               - (le strappa la bottiglia di mano) Ascolta, non è una cosa che abbia deciso adesso, e non è nemmeno il whisky che mi fa parlare in questo modo. Ci sto pensan­do da un pezzo. Per me questa città puzza; non c'è altro che fumo, rumore e corruzione. Non so dove mi porterà quell'autobus, ma ho deciso di non scendere finché non avrò trovato un posto dove ci sia tanta aria fresca e tanto spazio, ecco che cosa voglio, tanto spazio, e mon­tagne, montagne talmente alte che nemmeno si possono immaginare. Sissignore. E quando troverò questo posto scenderò. Ed è li che andrò a vivere.

Sylvia                            - Ho sempre sognato di andare in un posto del genere, fin da quando ero bambina; un posto lontano da tutto e da tutti quelli che conosco.

Paul                               - Dici davvero?

Sylvia                            - Darei qualunque cosa.

Paul                               - (posa la bottiglia sul tavolino) Sylvia.

Sylvia                            - Si, Paul?

Paul                               - Senti... noi andiamo abbastanza d'accordo, vero?

Sylvia                            - Andiamo moltissimo d'accordo.

Paul                               - (in piedi alle sue spalle) Quante volte ho pen­sato di prenderti tra le braccia e di tenerti stretta...

Sylvia                            - Oh, se lo avessi fatto, Paul!

Paul                               - Ma non è troppo tardi, vero?

Sylvia                            - No, no.

Paul                               - Noi due insieme. (La stringe alla vita; Sylvia gli prende la mano)

Sylvia                            - Oh, Paul, sono tanto felice. Adesso telefono a mia madre. E tu telefona a tua moglie. Non devono esserci risentimenti. Dovrà essere bello per tutti, per quanto è possibile.

Paul                               - (sbalordito) Vuoi che telefoni a mia moglie?

Sylvia                            - Ma certo, scioccone; non dobbiamo forse spo­sarci?

 

Paul                               - Tu non capisci,..

Sylvia                            - Non dobbiamo forse sposarci?

Paul                               - Beh, lasciamo perdere!

Sylvia                            - Lo so, è colpa mia; qualunque cosa io faccia o dica è sempre colpa mia.

Paul                               - No, mia; è colpa mia. Sono uno zero, Sylvia. Lo sono sempre stato. Non ho mai avuto il coraggio di far qualcosa di più che intenerirmi su me stesso. Sono stato per tutta la vita un pigro, un egoista e un figlio di put­tana. Non ho mai combinato niente. E adesso... Oh, Dio mio! (Si lascia cadere sulla macchina da scrivere e sin­ghiozza rumorosamente)

Sylvia                            - Smettila, Paul; che cosa stai facendo? Che ti succede?

Paul                               - Non m'importa di me; non è per me. La mia vita è finita. Mia moglie... (urla) quella puttana può an­dare all'inferno!! Ma i bambini, Sylvia. Voglio bene ai bambini, e che cosa succederà a loro? Non ho più un impiego; e non ho nemmeno un soldo da parte, non ho niente. Che cosa ho fatto? Che cosa volevo dimostrare?

Sylvia                            - Perché non vai a parlargli? Chiedigli scusa, digli qualcosa. Sei uno dei migliori dattilografi che abbia mai avuto, non lo dimenticare.

Paul                               - Credi che ci sia una possibilità? Io so scrivere a macchina; nessuno può dire che non ne sia capace. È una cosa che so fare. Guarda, Sylvia, guarda. (Si ferma davanti la macchina da scrivere volgendole le spalle e scrive con le mani dietro la schiena) Controlla, su. Vedrai che non c'è nemmeno un errore. E questo? Guarda un po' questo. (Si ferma fra le due macchine da scrivere, allar­ga le braccia e scrive contemporaneamente su entrambe)

Sylvia                            - Lo so, Paul; sei molto bravo.

Paul                               - Ecco, perfetto. Controlla. Controlla. E questo, Sylvia, guarda un po' questo.

Sylvia                            - Basta, Paul. Ti credo, so che sei capace di... (Paul in piedi sulla sedia davanti alla macchina da scri­vere, si toglie una scarpa, la dà a Sylvia, e scrive con le dita del piede, spostando il carrello con l'alluce; poi si lascia cadere sulla sedia) Scendi, sei bravo, sei molto bravo.

Paul                               - Si meritano tutto quello che posso dargli. Syl­via. Gli voglio bene ai bambini. (Solleva il piede e Sylvia gli rimette la scarpa)

Sylvia                            - Lo so. E adesso rassettati in modo da appa­rire presentabile quando lo vedrai. (Gli raddrizza la cra­vatta, gli spazzola la giacca, ecc.) Stai quieto. Smettila di agitarti.

Paul                               - Non mi darà più retta, dopo quel che gli ho detto.

Sylvia                            - Devi solo entrare li dentro e parlargli. Nient'altro. Adesso hai un'aria più presentabile. E intanto qui io metterò un po' le cose a posto. Per incominciare fare­mo meglio a sbarazzarci di questa bottiglia. (Gliela porta via mentre lui sta per portarla alla bocca)

Paul                               - No. Basta con queste cose. Ho imparato la le­zione.

Sylvia                            - Lo spero. Va.

Paul                               - Sylvia, voglio soltanto che tu sappia questo; se riavrò l'impiego vedrai qualcosa di cambiato qui dentro. Paul Cunningham è finalmente diventato adulto.

Sylvia                            - Entra.

Paul                               - No, voglio prima ringraziarti di... di tutto quel­lo che hai fatto.

Sylvia                            - Non ho fatto niente.

Paul                               - Si, invece; più di quanto io ti possa ringrazia­re. Hai mai pensato, Sylvia, che cosa sarebbe successo se noi due ci fossimo incontrati prima che io sposassi Bar­bara?

Sylvia                            - (melanconica) Si, ci ho pensato, tante volte.

Paul                               - (avvicinandosi a lei) Ascoltami Sylvia...

Sylvia                            - (alzando le mani e allontanandosi da lui) No basta. Ti prego. Va. Va. (Paul entra nell'ufficio del princi­pale, Sylvia svuota la bottiglia del whisky nello scarico del refrigeratore d'acqua, e la getta nel cestino; poi rac­coglie dei fogli caduti sul pavimento, si siede alla mac­china da scrivere si mette gli occhiali e incomincia a scrivere. Entra Paul. Adesso è sulla cinquantina)

Paul                               - È andata bene; è andata bene. Mi ha riassunto.

Sylvia                            - Oh, come sono contenta!

Paul                               - Ed è stato anche molto gentile. Mi ha ascol­tato e poi ha detto: "È comprensibile, signor Cunningham. Abbiamo tutti i nostri problemi."

Sylvia                            - Sa essere gentile quando ne ha voglia.

Paul                               - Abbiamo tutti i nostri problemi. Non è uno stupido.

Sylvia                            - Anzi, capisce molte cose.

Paul                               - Sai, dovremo comprargli qualcosa; un regalino da parte dei dipendenti, qualcosa che dimostrasse quan­to lo stimiamo. (Si frega le mani e si siede alla macchina da scrivere) Beh, andiamo avanti. La giornata sta quasi per finire.

Sylvia                            - Si, manca ancora poco. (Scrivono in silenzio. Improvvisamente Paul scoppia a ridere) Cosa c'è di tanto divertente?

Paul                               - Signorina supervisore... non lo dimenticherò mai finché campo. "Mi creda, signor Cunningham, non ho chiesto io di nominarmi supervisore. Non mi piace dire alla gente che cosa deve fare."

Sylvia                            - Ognuno ha i suoi difetti, Paul.

Paul                               - (schiarendosi la gola) È proprio vero. (Scrivono. Sylvia scoppia a ridere) Che c'è? Eh? Che c'è?

Sylvia                            - Stavo solo pensando al ragazzo con cui uscivo una volta.

Paul                               - Il cinese?

Sylvia                            - No, no. Non conosco cinesi io. Questo ra­gazzo era una gran macchietta. Gli bastava guardarti e subito ti mettevi a ridere.

Paul                               - Ti ho mai detto, Sylvia, che una volta pren­devo lezioni di canto?

Sylvia                            - No?

Paul                               - Ma si. Quando avevo otto o nove anni...

Sylvia                            - (si alza e raccoglie le cartoline) Non lo sapevo.

Paul                               - (canta) "Way down upon the Swanee river..."

Sylvia                            - Hai una bella voce,

Paul                               - (canta) Da, da, da, da, da, da, da...

Sylvia                            - (alla porta dell'ufficio del principale) Sss! Non cosi forte! (Sylvia, senza essersi rassettata, entra nell'uf­ficio del principale. Paul scrive e canta come prima, ser­vendosi della macchina da scrivere come di un piano­forte. Si accorge di aver fatto uno sbaglio nella cartolina che ha appena finito di scrivere, l'appallottola e se la in­fila in tasca; poi riprende a cantare. Entra Sylvia. Adesso sono entrambi sui sessantacinque anni, ma non hanno i capelli grigi e non devono avere un aspetto senile)

Paul                               - (dà un'occhiata all'orologio) Sylvia, sono le cin­que meno dodici.

Sylvia                            - Di solito smettiamo alle cinque meno dieci, Paul.

Paul                               - Lo so... ma pensavo...

Sylvia                            - Non sarebbe giusto.

Paul                               - Hai ragione, come sempre. (Scrivono) Adesso, Sylvia? (Senza guardare l'orologio)

Sylvia                            - C'è ancora... un minuto, direi. (Scrivono)

Paul                               - Adesso, Sylvia?

Sylvia                            - Si... adesso.

Paul                               - Sia ringraziato Iddio.

Sylvia                            - Sono stanca; un bel bagno caldo e poi subito a letto. (Alzandosi Paul fa inavvertitamente cadere una cartolina dalla tavola; la raccoglie e la legge)

Paul                               - "Mutandoni di pura lana. Direttamente dalla fab­brica. Con fortissimi sconti." Mutandoni. Noi vendiamo mutandoni.

Sylvia                            - (coprendo le macchine da scrivere) Su, su, mettiamo un po' d'ordine.

Paul                               - (avvicinandosi all'attaccapanni) Non c'è tanta gente oggi che porti i mutandoni, vero? Mutandoni! Sono caldi, però; e pratici, sono molto pratici.

Sylvia                            - (mentre Paul si infila il cappotto) Ehi, vieni a darmi una mano. Non è un po' troppo presto?

Paul                               - Mi stavo solo preparando. (L'aiuta a infilarsi il cappotto)

Sylvia                            - Che ora è, Paul? Non mi sembra che siano già le cinque.

Paul                               - (guardando l'orologio) Ancora... due minuti. (Si siedono davanti alle macchine da scrivere, con il cappotto indosso, immobili, privi di espressione, ad attendere che passino due minuti. Poi Paul guarda l'orologio. Si alza) È ora.

Sylvia                            - (avviandosi con lui verso l'ufficio del principale) Ho una memoria cosi debole io; come si chiama il nuo­vo, Paul?

Paul                               - Smith o Stone o... non riesco mai a ricordarme­li i nomi.

Sylvia                            - Andiamo a salutarlo lo stesso. (Si fermano sul­la soglia dell'ufficio, salutano con voce stridula)

Paul                               - Buona sera. Buona sera.

Sylvia                            - Le auguro una bella serata. Buona sera.

Paul                               - Ti accompagno alla sotterranea, Sylvia.

Sylvia                            - Sei molto gentile. (Sylvia si ferma davanti alla porta ad abbottonarsi il cappotto. Paul leva di tasca qual­che cartolina appallottolata, le guarda e le lascia cadere sul pavimento. Fa per avvicinarsi a Sylvia, ma cambia idea, torna indietro, si accovaccia a terra e raccoglie le carto­line; poi si guarda attorno in cerca di un posto dove met­terle; ma non avendolo trovato, se le infila in tasca ed esce con Sylvia)

FINE

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