I denti dell’eremita

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I DENTI DELL’EREMITA

Di Carlo Terron

BEFFA RUSTICANA IN TRE ATTI

Ad Alessandro Brissoni

PERSONAGGI:

ERCOLE

ELEUTERIO

SENECA

ATTILIO

NANNI

COGOLI

STELLA

CATERINA

BETTINA

LA VICINA

UNA CONTADINA

DUE BIFOLCHI

UN RAGAZZO

ALCUNI CONTADINI CHE HANNO IL MERITO DI NON PARLARE

In campagna, sotto il sole, fra gente frenetica.

ATTO PRIMO

LA SCENA

La grande cucina di una vecchia cascina di contadini benestanti. Vi dominano, l’uno in faccia all’altro, un enorme camino annerito dal fumo e un vasto acquaio di pietra. Lungo la cornice del primo, stanno allineati dei pesanti piatti di stagno. Sotto il mensolone del secondo, dondolano i capaci secchi di rame specchiante, colmi di acqua fresca. Nel mezzo della stanza, una pesante e lunga tavola, testimone e complice di pasti sterminati. Nel fondo, un largo uscio a due battenti di legno pieno, che mettono sull’aia risonante di opere e di agresti armonie. All’orizzonte i campi assolati e pingui. Numerose porte alle pareti, qualcuna sul ballatoio, in cima alla scala di legno, introduce nelle numerose stanze della casa; non esclusa la stalla, dalla quale, di tanto in tanto, provengono ragli e muggiti di mansuete creature. Appesi alle pareti, unico ornamento borghese, due clamorosi ritratti, a fotografia, dei padroni di casa, al tempo in cui andarono a nozze. Gli angoli delle larghe e grosse cornici di legno sono coperti di crespo celeste perché le mosche, altrimenti libere e padrone del campo, non ne guastino la doratura. Nel pieno mezzogiorno di un agosto feroce. Due forzuti bifolchi stanno raccogliendo zappe e badili sotto il vigilante imperio di Ercole. Nome non sprecato. Egli non è un uomo. È un’aggressione. Sanguigno, violento, con le mani sempre addosso a qualcuno, quando non sbraita, suda; e se nel primo caso è un disturbo per le orecchie, nel secondo è un incomodo per le narici naturalmente.

ERCOLE               -  Coglione! Questa, non quella. Il tutto accompagnato da un calcio ad una zappa.

IL BIFOLCO        - Questa o quella, poco cambia.

ERCOLE               -  Gli ordini non si discutono. Almeno i miei.

ATTILIO               -  (figuratevi una copia giovanile del precedente, e, col tempo, crescerà anche peggio. Forse è meno esplosivo e spettacoloso, ma è certamente più furbo e accanito) Fa come ti dice. E mosca. Ora tocca, invece, all’altro badilante emettere un rumore organico indefinibile.

ERCOLE               -  Cos’è, una protesta?

ALTRO BIFOLCO-  Soltanto digestione, capo.

ERCOLE               -  Cristo e Madonna! Sarò capomastro da trenta’anni, senza sapere più il mio conto. La presente generazione, nipote, è una generazione di anarchici. Non c’è che una cosa che sanno fare: le rivoluzioni. Venirmi a far girar le scatole in un momento simile!

BIFOLCO             -  (fra i denti) La caccia al tesoro!

ERCOLE               -  (che l’ha udito buono) Al tesoro. Sì. E poi? Qui i casi sono due: o silenzio, o calci nel culo.

BIFOLCO             -Scelgo il primo.

ERCOLE               -  Ti conviene.

ATTILIO               -  Non perdiamo tempo, zio. Non posso più aspettare. Trenta notti senza chiudere occhio. Pensare che o è lì, in quell’ultimo pezzo di terra, o bisogna rassegnarsi. (Mordendosi le mani non metaforicamente) E sì, ci deve essere, qui intorno; ci deve essere. Dio non può volere la mia morte.

ERCOLE               -  Calma, ATTILIO. Calma e metodo. Guarda me. Sotterrato qui, c’è. Questo è sicuro.

ALTRO BIFOLCO-  Mah…! Soltanto un salto repentino riesce a fargli schivare un calcio, a vero dire assestato con tempestiva precisione.

ERCOLE               -  Stabilito che c’è, lo troveremo. Purché si lasci fare a chi se ne intende. Voglio dire, me.

ATTILIO               -  Per quanto mi riguarda, non c’è via d’uscita: o lo si trova o dovrete sotterrare anche me.

ERCOLE               -  Non ti sotterreremo. Ci mancherebbe altro. E chi glieli chiede, a tua nonna i soldi per un funerale? (Agli altri) Animo. Con gli altri. Gli scavi continuano. In circolo e procedendo verso il centro. Profondità, quattro metri. E che non vi sfugga un centimetro. Via. A battiscarpa! Escono. Ed è già entrato Eleuterio, fratello di ERCOLE,  padre di ATTILIO    -  e padrone di casa. Ad onta di queste tre prerogative non ha nulla in comune né con suo fratello né con suo figlio. Circostanza che, tutto considerato, può anche giustificare il dubbio di qualche maligno sulla ineccepibilità morale della rispettiva madre e consorte. Ma non sarebbero che pignolerie trascurabili ed estranee alla nostra storia. Piccoletto, spelacchiato, timido, possiede l’invidiabile qualità di esser sempre del parere dell’ultimo che ha parlato, purché alzi un po’ la voce, cosa abituale, considerato il temperamento emozionante ed imperativo della famiglia. Basta.

ELEUTERIO        -  Son qua. Ebbene?

ATTILIO               -  (aprendo le braccia) Niente. Ancora niente.

ELEUTERIO        -  Riconoscetemi almeno il merito di averlo sempre detto.

ERCOLE               -  No.

ELEUTERIO        -  Pazienza.

ERCOLE               -  Su, su. Siamo alle ultime resistenze. Più dura è la lotta e più bella è la vittoria. L’assedio è alla fine e il nemico sta per caderci nelle mani.

ELEUTERIO        -  Vuoi dire che si scava anche nel grano?

ERCOLE               -  Non voglio dire, voglio fare.

ELEUTERIO        -  Ma se è già più di un mese che non si fa che voltare e rivoltare tutto il campo senza trovar niente… (Sconsolato) E dunque… Mah.

ERCOLE               -  L’hai detto. Dunque se non si è trovato niente fino adesso, non è una buona ragione per continuare a non trovar niente in seguito. Anzi. Tutto viceversa.

ELEUTERIO        -  Non capisco.

ERCOLE               -  Mi meraviglierei del contrario. Quando mai hai capito qualche cosa, tu?

ELEUTERIO        -  E’ inutile, ERCOLE. Tanto vale metterci il cuore in pace. E mi dispiace, sai. Corpo, se mi dispiace.

ATTILIO               -  Dai, dai. Mena anche gramo, adesso.

ERCOLE               -  Quello che non posso sopportare, in te, è la sfiducia. Sei un cattivo fratello, un pessimo padre e un cittadino indegno. È con uomini del tuo stampo che si perdono le guerre, si diventa cornuti e si finisce sul lastrico.

ELEUTERIO        -  Scusa, ERCOLE,  ma che c’entrano i cornuti?

ERCOLE               -  L’ho detto per dar forza al discorso.

ELEUTERIO        -  Grazie.

ERCOLE               -  Non invidio la tua vecchiaia, ELEUTERIO.

ELEUTERIO        -  Nemmeno io. Cosa vuoi che ti dica? Vorrà dire che non si è scavato bene.

ERCOLE               -  (esplodendo) Cosa? Non si è scavato bene? Ah, Cristo! Questa da un fratello non me la sarei mai aspettata. Te lo sei studiato tu, quando mi avete mandato a chiamare, un libro di un chilo e mezzo sugli scavi di Pompei?

ELEUTERIO        -  Io no.

ERCOLE               -  Ma io sì. Lo sai da quando durano gli scavi di Pompei?

ELEUTERIO        -  Da un bel po’, penso.

ERCOLE               -  Da un secolo e mezzo.

ELEUTERIO        -  Allora, c’è tempo.

ERCOLE               -  Ma noi ci metteremo molto meno.

ATTILIO               -  Vorrei vedere!

ERCOLE               -  Non si è scavato bene. A me. Proprio vero: fa un piacere a un villano, e farai un dispetto a Dio.

ELEUTERIO        -  Ma no. Non dicevo mica per te. Figurati. Il mio ERCOLE.

ATTILIO               -  Se ti abbiamo fatto venire dalla città è perché avevamo fiducia in te.

ERCOLE               -  Avevamo?

ATTILIO               -  Ma sì, abbiamo. (Nella filiale preoccupazione di giustificare il genitore) Non devi dare importanza alle sue parole. Lui ha la testa più debole di noi, e non sempre sa quello che si dice.

ELEUTERIO        -  Ecco.

ERCOLE               -  Certe cose non le posso sentire. Toccarmi nella mia arte! Ho chiesto pieni poteri e pieni poteri siano. Se no, tanti saluti e amici come prima.

ELEUTERIO        -  Io volevo dire: uno scheletro non è un fil di ferro. Occhi sono questi, terra è quella: se c’è, si dovrebbe vedere. Dico bene?

ERCOLE               -  Che c’entra il fil di ferro?

ELEUTERIO        -  Lo scheletro, volevo dire, non il fil di ferro. Che ce ne facciamo del fil di ferro?

ERCOLE               -  Il campo non si è rimosso tutto. Resta ancora il seminato. Il nostro errore, se errore c’è stato, è di averlo lasciato per ultimo.

ELEUTERIO        -  Ma sai, lì c’è il grano.

ERCOLE               -  Me l’aspettavo. Parola di galantuomo, me l’aspettavo. E per quattro schifosi sacchi di grano anemico tu rinunceresti a qualcosa come settanta milioni.

ATTILIO               -  Quasi ottanta milioni sono stimate, quasi ottanta.

ELEUTERIO        -  Mi importerebbe assai del grano, pur ché si fosse sicuri che lui ci sta nascosto sotto… (Al figlio) E poi… per me, figurati. Ma è anche per tua nonna. Sai com’è.

ERCOLE               -  Ecco la nemica. L’hai sputata.

ELEUTERIO        -  Non possiamo mica ammazzarla, no?

ERCOLE               -  La botte piena e la moglie ubriaca. Comodo.

ATTILIO               -  Ma se è stata lei, la prima, Cristo! A voler buttare tutto sottosopra. Sembrava matta.

ELEUTERIO        -  (allargando le braccia sconsolato) A chi lo dici? Ma se adesso non c’è più speranza, dice…

ERCOLE               -  E io starei qui a consumarmi la testa e a vedermi cadere la carne di dosso senza speranza? Ricordati una verità: senza rischio non c’è fortuna.

ELEUTERIO        -  A me lo racconti, che son trent’anni che gioco al lotto senza aver preso mai un ambo? Ma è lei… Dico, dico lei…

ERCOLE               -  (con la calma polemica e minacciosa dei violenti) La buonanima ha lasciato, sì o no, le case? Sedici case. Mica una: senza contare il brolo…

ATTILIO               -  ….e le stalle con tutte le bestie…

ELEUTERIO        -  (inserendosi nell’inventario anche lui)… e il bosco, a chi scopriva il corpo dell’eremita. Sì, sì.

ERCOLE               -  Bravo. Verità stabilita. Dunque siamo a posto e non perdiamo altro tempo.

ELEUTERIO        -  Ma come fai a dire siamo a posto?

ERCOLE               -  Sant’Antonio dammi pazienza. Era sicuro, sì o no, che era vissuto e morto qui, in paese, in questo sito preciso: proprio qui sulle vostre terre?

ELEUTERIO        -  Non ha fatto che ripeterlo fino alla morte. Benedetto. La sicurezza in persona. Sempre tra i piedi. Giornate intere. Un’Ave Maria dopo l’altra e chilometri avanti e indietro. Io prego e lui mi sente, diceva. Se non è qua è là. Questione di metri. E quando ci metto i piedi sopra, lui mi sente e mi raccomanda in paradiso. Più Ave Marie gli mando su e più comodo mi sistema.

ERCOLE               -  (baciandolo in fronte come se gli desse una martellata in testa) Che tu sia benedetto!

ELEUTERIO        -  (piagnucoloso) Ma se fosse oltre la siepe, nel campo del “turco”?

ERCOLE               -  Se hai deciso di farmi morire di un colpo, dillo subito e non se ne parla più. Cosa ha trovato finora il “turco”? Me lo dici? Niente di niente. E sì non è che nemmeno da loro si siano risparmiati a scavare.

ELEUTERIO        -  Vangelo. Ma nemmeno npoi abbiamo trovato niente.

ERCOLE               -  Qui ti volevo. Noi però abbiamo ancora un pezzo di terra di riserva. Ci sei?

ELEUTERIO        -  Già. È vero.

ERCOLE               -  Vedi che sei costretto a venire dalla mia? Ma le chiacchiere non bastano. C’è molto di meglio. Ora si sposta verso una credenza dove fa bella mostra di sé una sorta di coccio archeologico, di quelli che basta grattare un po’ la terra per trovarseli tra i piedi, a testimonianza del disordine delle generazioni che ci hanno preceduti. Lo agguanta e lo colloca sotto gli occhi del fratello come una sassata.

ERCOLE               -  Dodici agosto, ore 11 e 23. E’ o non è una prova questa, che la saetta vi fulmini!

ATTILIO               -  Abbi pazienza, zio. Nulla ci dice che sua appartenuto all’eremita. Vorrei avere cento lire per ogni orinale rotto che abbiamo gettato nei campi.

ERCOLE               -  Qui ci mangiava, non ci pisciava. Una dozzina di secoli, a questa qui, non glieli leva nessuno. Questa era la sua scodella, ti dico. Il resto è malafede.

ELEUTERIO        -  A sentirti parlare sembra tutto vero.

ERCOLE               -  Ragiono, io.

ELEUTERIO        -  Esserne certi!

ERCOLE               -  Che ragiono?

ELEUTERIO        -  No, no. Che sia stata la sua scodella.

ERCOLE               -  San Tommaso! Mi ricordi San Tommaso. Lo stesso caccadubbi.

ATTILIO               -  Sua o no, a questo punto non ha importanza. Ciò che conta è andare fino in fondo e togliersi questa spina.

ERCOLE               -  Le prove sono prove. Un eremita c’è stato, tanto è vero che fa miracoli. È vissuto ed è morto qui. Da morto non poteva camminare, o sbaglio?

ELEUTERIO        -  No, no. Morti che camminano, no.

ERCOLE               -  E morti non seppelliti?

ELEUTERIO        -  Nemmeno.

ERCOLE               -  Oh! Cadavere immobile, sepoltura sul posto. Dunque è qui sotto.

ELEUTERIO        -  Hai ragione. Scavare. E in malora il grano. Nelle viti, sotto le stalle, dappertutto. E se non si trova, si ricomincia. (Entusiasmandosi) Esserci ci deve essere e bisogna farlo saltar fuori. Devo fare qualche cosa anch’io. Non posso più star fermo. Animo, animo. L’occhio del padrone vede per tre. Magari quelli là lo scoprono quando non ci siamo e ce lo fregano un osso a testa. È entrato Nanni, il figlio più giovane, ceffo simpatico e maniere alla cittadina. Ne verrà fuori un borghese che, prima o dopo, incrementerà di un’unità la corsa all’urbanesimo.

ELEUTERIO        -  Bravo, Nanni. Una zappa, e anche tu a scavare. NANNI Sto marciando in tutt’altra direzione, io.

ATTILIO               -  (aggressivo) Per esempio? NANNI Vado in paese a giocare al biliardo se non ti disturba.

ATTILIO               -  Hai paura di sciuparti lòa piega dei pantaloni, forse? NANNI Vai diventando intelligente, fratello.

ATTILIO               -  E se io, con un garofano ben collocato, ti sciupassi la piega del naso? NANNI (bullo) Puoi provare. Un naso ho io e un naso hai tu.

ATTILIO               -  (per slanciarglisi contro) Cristo!...

ERCOLE               -  (che lo ha trattenuto) Rimandiamo le guerre fratricide alla fine delle operazioni.

ATTILIO               -  Noi ci si massacra dal lavorare per permettere al signorino di non far niente.

ERCOLE               -  A monte, a monte!

NANNI                 -  Bravo zio. Che bisogno c’è, dico io, di farsi venire il mal di schiena con un badile in mano, quando, là, sono già in sei, e tre voi che fanno nove?

ELEUTERIO        -  Con te si sarebbe in dieci e si faceva cifra tonda.

NANNI                 -  Non mi piacciono i numeri pari. Stiamo a vedere, papà. Se l’eremita salta fuori, non è più necessario lavorare ed io mi esercito fin da adesso. Le decisioni le prenderemo dopo. E via fischiettando l’ultima canzone di Sanremo.

ATTILIO               -  Una volta o l’altra, lo metto a posto io, quel peneperso lì.

ERCOLE               -  Non l’hai educato bene, ELEUTERIO, permetti che te lo dica.

ELEUTERIO        -  Già. Con quello lì, mi devo, proprio, mettere d’autorità. Escono nei campi. Meno di un minuto più tardi, fa la sua comparsa Fioravante, detto Seneca, il più anziano della famiglia, suocero del padrone di casa. È un vecchietto furbo e nervoso, con gli occhietti mobilissimi, da volpe. Conservare la propria indipendenza adottando la rassegnazione, non è cosa facile. Lui ci è riuscito. Quando si conoscerà sua moglie, si capirà perché, e ci si renderà conto che non fu un’impresa agevole. Viene avanti, toglie un fiasco di vino e un bicchiere dalla credenza, se li pone accanto, sulla pietra del focolare, si siede su una panca e si mette a leggere “Il gazzettino”.

SENECA               -  (leggendo) “Piange quando piove, una statua di Santa Anna”. Era più difficile piangere quando fa bel tempo... “Partorisce in treno e provoca uno scontro ferroviario”. Come avrà fatto? La risposta gliela fornisce sua figlia Stella, contadina sui quaranta, gagliarda ed appetibile, con due occhi che sono un peccato mortale, una bocca che è un attentato al pudore e un petto che è un’industria (fino a questo momento, a onor del vero, improduttiva). STELLA Si sarà agitata troppo.

SENECA               -  Anche queste ferrovie, però, dovrebbero costruirle più stabili.

STELLA                -  Il fatto è che, in città, non si è mai saputo partorire.

SENECA               -  Vedo che crescono anche là.

STELLA                -  Li faranno a macchina. Con tutte queste nuove invenzioni…

SENECA               -  A macchina. Che gusto c’è?

STELLA                -  (avendo scorto il fiasco) Papà, lo sai che non dovresti bere alla mattina. Te l’ha pur detto il dottore che ti fa male.

SENECA               -  Se non mi ha fatto male in tanti anni…

STELLA                -  rovescia un gran mucchio di farina bianca sulla tavola, ci rompe dentro una decina di uova fresche, si rimbocca le maniche e si mette a fare tagliatelle. Segue un silenzio durante il quale il sole che dilaga dall’uscio diventa il personaggio più importante della vasta cucina. Piano piano con le articolazioni murate dall’artrite che l’ha resa contorta e tutta nodi come una vecchia vite, scende dalla scala Cate, rispettivamente madre e consorte dei presenti. Ossuta, una faccia gialla, inteschiata, con radi capelli tirati tirati.

CATE                    -  (alla figlia che le è andata incontro e la aiuta a scendere) … Faccio da me. Ne avrete ancora per poco. Non voglio disturbare nessuno io…; meglio morire che diventar vecchi.

STELLA                -  Non fai che brontolare tutto il giorno, mamma.

CATE                    -  Già, quando uno diventa vecchio non serve più a nulla; requiem aeternam… diventa una fatica anche sopportarlo. Lo so che dò fastidio a tutti, ormai. Un metro sottoterra e una croce sopra. Perché io le cose le vedo, quello è. Perché sono ancora di quelle di una volta, io. Ma chi mi ascolta qua dentro? Io sono una vecchia rimbambita, ormai…

STELLA                -  Se fai e comandi sempre e ancora tutto, mamma! Certe ragioni non le dovresti dire. (Rivolta al vecchio) Può essere testimonio il papà.

SENECA               -  Sono cinquant’anni che lo so.

CATE                    -  Anche lui. Ha parlato la Sibilla. È già, si sente spalleggiato, ha fatto lega con gli altri. Perché a lui non importa niente di niente… Lui fa il filosofo. Gli basta di leggere i processi sul giornale, come i signori…

SENECA               -  Guarda… mi resteranno, più no che sì, cinque o sei anni di vita. E vorresti che stessi lì a prendermi tanti spasimi come fai tu? Per ora leggo il giornale, e, unica speranza che ho, mica che ti voglia male, sai, ma che tu te ne vada in paradiso, poco, un anno prima di me, per poter vivere il mio ultimo in pace. Poi verrò a raggiungerti, e pazienza.

CATE                    -  Ti compatisco perché non sai quello che dici e non ho voglia di impiantar grane in questi momenti. Né tu, né nessuno, del resto, qui dentro, ha mai conosciuto il valore della roba. Ma almeno avessi il pudore di non fare quella faccia, ora, con una disgrazia simile.

SENECA               -  Io… io leggo il giornale… (Eseguisce)

CATE                    -  Sì, sì… credi che ti conferisca darti le arie del filosofo? Lo sai come ti chiamano?

SENECA               -  svenata, ti chiamano. (Sempre quel chiodo) E intanto, la roba va. Nessuno se ne occupa. Nessuno fa più niente con la scusa dell’eremita.

STELLA                -  (senza interrompere le sue faccende) Ma se la più accanita eri tu, mamma.

CATE                    -  Accanita? Tutte le case di Borgomuro… fare il proprio interesse lo chiama accanita… Già, prendi esempio da tuo padre!

SENECA               -  (dal suo angolo dove si era messo a leggere) State quieti che accaniti lo eravate tutti. E lo siete ancora.

STELLA                -  Senti, papà, va bene la tua calma; ma, sfegatato, per quello, lo eri anche tu, la tua parte.

CATE                    -  Ma sfido! Chi non lo sarebbe stato? Chi? Pensare di avere nelle mani dall’oggi al domani tutta quella roba. Non sapete quanta terra si sarebbe avuta?! Tanta terra, tutta la terra qui intorno, e quelle là, in fondo, fino al “vaio”; il brolo di Borgomuro con le case e il bosco…; e poi quella del turco, togliergliela e sloggiarlo da qui, quel nato d’un cane. Nessuno in paese ne avrebbe avuta tanta! Pausa piena di rovello silenzioso.

STELLA                -  Tempo e lavoro: tutto perso!

CATE                    -  Soldi, tempo e lavoro: soldi!

STELLA                -  E poi restar sulle secche.

CATE                    -  Se c’è l’inferno, quel boia di Coghetti deve essere nel più profondo, tutto intero quanto era lungo, deve esserci.

SENECA               -  Che colpa ne ha lui? Lui la roba l’ha lasciata. Colpa nostra se non abbiamo trovato il corpo.

CATE                    -  Adesso lo difendi anche? Per fare l’originale…

STELLA                -  Se proprio, non era sicuro non doveva fare tutta quella cagnara, e dire che era seppellito qui, e venirci a pregare sopra, e spergiurare che stava lì sotto, come se ci tenesse una mano in mano, e promettere la roba che nessuno gli chiedeva…

CATE                    -  Fariseo! Mettere questa rogna addosso alla gente che deve pensare a lavorare! E il perso non sarebbe niente. Ma ormai nessuno ha più voglia di far niente, qua dentro. Tutti ce l’hanno in corpo. E la roba, chi ci bada a quella! Che tutto vada. Nella stalla, sono due settimane che nessuno pensa a governare le bestie. L’ultima volta, il letto ce l’ho dovuto fare io, con queste mani, malata come sono. La Bianca ha una merda secca sulla schiena grande come una polenta; la mula è ancora da ferrare…; le vacche neanche più le mungono, neanche più quello fanno che, alla sera, urlano dal dolore, con le tette piene da scoppiare. E là fuori, un mese, è, che c’è un carico di fieno, dalla sera dell’annuncio, e a nessuno passa per la mente di metterlo al coperto sotto il portico, che, se viene un’acqua, marcisce tutto e non vale più niente…

SENECA               -  Tu devi essere convinta che nostro signore ti lasci sulla terra per semenza. Non se la prende neanche tua figlia che ha da vivere ancora tanto tempo dopo di te.

STELLA                -  Credi forse che a me non mi roda? Non so cosa darei perché lo avessero trovato. Mi ricorderò fin che vivo la sera che ci son venuti a leggere il testamento, quel che ho provato, che non ci pareva vero, e nessuno ci voleva prestar fede. Poi quando hanno scoperto, là, il pezzo di scodellotto; e si era tutti sicuri di averci messo le mani sopra e pareva di poterci andare a spasso a braccetto, con le ossa dell’eremita. Anni di vita ci ho perso!

CATE                    -  E’ stato quel barbassoro di tuo cognato a far la scoperta. Quello che sa tutto lui. Venendo dai campi, entra uno dei giovani braccianti e si china a raccogliere una zappa.

BIFOLCO             -  Guardate, STELLA, che prendo questa zappa.

STELLA                -  Che ne devi fare?

BIFOLCO             -  Ordine di vostro cognato. Per vostro marito che gli ha preso l’uzzo di scavare anche lui. Come se non fossimo già abbastanza.

CATE                    -  Scavare?

BIFOLCO             -  Sì

CATE                    . Parlano anche di mettere delle mine, in seguito. È come la guerra. (via)

CATE                    -  Scavare! Ma allora scaveranno anche nel grano. Mentre sua figlia si affaccia sull’uscio e, facendosi solecchio con le mani, guarda nei campi.

STELLA                -  Eccoli là. Tra i due filari della basegana; sono in sei.

CATE                    -  Anche nel grano, il pane di tutto l’inverno! Ma bisogna che siate diventati tutti matti, tutti, ecco…

SENECA               -  Va là, va là, che è meglio. Così dopo vi calmerete…

STELLA                -  Abbiamo scavato dappertutto, è meglio poter dire di aver guardato anche lì… Al punto in cui siamo arrivati…

CATE                    -  (livida) Ma sì, ma sì! Dissotterrate anche le vigne! Ormai già… E aveva assicurato di no, quella marionetta di tuo marito. Ma già, quello lì… se lo tirano dietro con una tagliatella.

STELLA                -  Anche lui, pover’uomo, cosa vuoi che faccia?

CATE                    -  Questa è, di sicuro, un’altra birbonata di quel disperato senza camicia di

ERCOLE               -  che si è cacciato nella parentela come un chiodo.

SENECA               -  Ma se sei stata proprio tu a volere che

ELEUTERIO        -  lo facesse venire.

CATE                    -  Sicuro. Quando ce n’era bisogno, quando si sperava che l’eremita ci fosse. Lui ha pratica, dicono. Ma adesso non serve più. E poi, chi vuoi che sapesse che aveva una natura di quella fatta?!... Che vuol comandare tutto lui, e non si può muovere una paglia senza che ci metta il naso? A lui gli conviene di metterlo su, suo fratello! Non è neanche buono quello, a vender vesciche. E, con due parole,

ELEUTERIO        -  parte che neanche più lo vedi! E intanto qui sbafa alla grande e noi dobbiamo levar la fame a quel disperato…

SENECA               -  (per pungerla) E invece

ELEUTERIO        -  dice che sua moglie ha del suo.

CATE                    -  Neanche il posto al camposanto. Pane e saliva, te lo dico io.

STELLA                -  Bisogna sul serio, che misurino il pane col passetto, a stare a quello che mangia quell’uomo.

CATE                    -  Si rifà della quaresima di prima.

STELLA                -  E quello che beve. Madonna vergine, quello che beve…!

SENECA               -  Fa per mantenersi l’occhio vivo.

CATE                    -  (fra i denti) Brigante, anche lui.

SENECA               -  E fosse almeno servito a qualche cosa… Silenzio tenuto: e poi, tutt’altro tono e con slancio, tralasciando il proprio lavoro.

STELLA                -  Che si trovi lì, papà? Che ne dici? Dio santissimo, se si trovasse…!

SENECA               -  Lo saprete presto. (Si rimette a leggere)

STELLA                -  Ma come fai a mantenerti calmo, tu? Quando penso che in qualche posto, qui, c’è, e che ci possiamo aver camminato sopra chissà quante volte, mi sento addosso un tirante come se avessi il mar nervoso. Parola d’onore, nemmeno quando ho partorito. Le spalle cariche di una gerla con due pesanti secchia d’acqua, dal fondo entra Bettina, la figlia minore di

STELLA                . È giovanissima e ancora quasi una ragazzetta, ma ha due occhi, due occhi… BETTINA Auff, non ne posso più.

STELLA                -  Per portare un collo d’acqua?

BETTINA              -  Prima era un collo, adesso sono due al giorno. Non capisco cosa abbiano da bere tanto.

CATE                    -  E bevessero soltanto acqua.

BETTINA              -  Io vi avverto, che da qui in avanti, più di uno al giorno non ne vado a prendere.

STELLA                -  Meno arie bambina; io, alla tua età, non osavo ribatter parola, e lavoravo il doppio di te.

BETTINA              -  Tua madre era la nonna, non eri mica tu.

CATE                    -  Smorfiosa!

STELLA                -  E si potrebbe sapere dove sei stata tanto tempo! Non mi vorrai dare ad intendere che, alla fontana, ci fosse tanta gente? In questo tempo, avrebbe potuto prendere acqua tutto il paese.

BETTINA              -  Se lo vuoi sapere, sono stata, anch’io, a vedere scavare. Ci manca poco che lo trovano, sapete.

STELLA                -  Tutti infettati dalla stessa peste. (Con gli occhi volti al cielo) Uomo dispettoso, se ci sei vieni fuori!

BETTINA              -  Bisogna vedere il papà: a due mani. E lo zio ERCOLE: un sudore e basta. Dirige tutto e segna il posto colle pedate. Quello lì non si muove più dai campi finché non lo ha fatto saltar fuori…

CATE                    -  (la quale, nel frattempo, ci ha pensato su) No, no; qui bisogna prendere una decisione. Ormai trovarlo non si trova più...

BETTINA              -  Si trova nonna, si trova.

CATE                    -  …e bisogna salvare il salvabile. Vadano in malora tutti gli eremiti, in compagnia di Coghetti, e che ogni cosa torni come prima. (Rivolta a sua figlia) Hai sentito… ha intenzione di non muoversi finché non lo ha fatto saltar fuori… Ma siccome lo sa anche lui che esserci non c’è, quello ci si pianta in casa e non ce lo leva più neanche San Percopio. Decidersi una volta per sempre. E che sia proprio

ELEUTERIO        -  a cantargliele. Liberarsene, liberarsene! Anzi, lo dirai tu a tuo marito. Non voglio che sembri che sia io a volerlo mandar via. Io non voglio comandar niente a nessuno. E poi qui, tutti a bacchetta, a recuperare il perduto.

BETTINA              -  No, nonna; no, non voglio.

CATE                    -  Cos’è che non vuoi tu, sfacciata?

BETTINA              -  Pensa che adesso siamo quasi sicuri di trovarlo.

STELLA                -  Dopotutto, potrebbe anche essersi ficcato proprio lì.

BETTINA              -  Basta poco, mezzo metro, ed è quello buono.

STELLA                -  E’ meglio aver pazienza ancora un po’.

CATE                    -  Ma non la volete capire che se non si prende questa occasione, non lo si sloggia più. E quello, è un uomo da mangiarci anche la camicia.

STELLA                -  Ma se ci fosse? Perdere tutto quel ben di Dio!

BETTINA              -  C’è, c’è, sì. Io ho fede.

CATE                    -  E dove vuoi che sia? (Alterata) Ce l’hai sotto la sottana tu? È tutto perso, ormai; rassegnarsi e basta.

STELLA                -  Non si sa mai. Aspettiamo.

CATE                    -  E il grano…?

BETTINA              -  Ancora un poco, oggi soltanto.

CATE                    -  Subito, subito. Caso mai, riprenderemo gli scavi dopo la mietitura.

SENECA               -  Seconda ripresa.

CATE                    -  Fuori il dente e fuori il dolore. Se lo si lascia guastare anche il seminato, quando ha finito, quello ricomincia di nuovo a rovesciare il brolo. Il problema non è più di trovar l’eremita, è di perdere ERCOLE. Animo, fa venir qui

ELEUTERIO        -  e cantagliele. (E come quella rimane incerta)… Ohè, sono tua madre…

STELLA                -  Ah no, io no, veh!... Se resti qui anche tu…

CATE                    -  Ma sì, ma sì; rimango anch’io.

STELLA                -  (con un sospiro) Su BETTINA, va a chiamare tuo padre.

BETTINA              -  Mi dispiace tanto, ma io, fino là in fondo, con tutto quel sole, che mi viene il naso rosso, non ci vado.

STELLA                -  Che naso rosso d’Egitto! Bàgnatelo con un po’ di saliva e fila.

BETTINA              -  Sempre io, sempre io. Sono stufa, ma stufa sul serio. Se ci vado è per raccomandargli di non darvi ascolto. (Via).

STELLA                -  Convincerlo, adesso.

CATE                    -  Gran problema!

STELLA                -  Con quel borezzo che ha in corpo!...

CATE                    -  Con la ragione, anche davanti a Dio si deve andare. E poi lo dovreste conoscere. È sempre del parere dell’ultimo che ha parlato. Eccolo, lui e BETTINA          .

ELEUTERIO        -  (indaffarato) Benedette donne! Si può sapere cosa c’è di tanto urgente da rompere le scatole proprio in momenti simili?

BENEDETTA       -  Non dar retta, papà, tieni duro che lo troviamo. Figurati, vorrebbero abbandonare tutto così…

STELLA                -  Lingua fra i denti, tu, se non vuoi assaggiare il sapore delle mie ciabatte.

ELEUTERIO        -  Ma come?

BETTINA              -  Duro, papà.

STELLA                -  (prendendolo con le buone) Ma sì,

ELEUTERIO        - … E’ tanto chiaro! Sono cose da strapparsi i capelli a dirle, ma, finalmente, occorre farsene una ragione. Non c’è. È inutile. Stessimo a scavare cent’anni, non c’è. Dunque mettiamoci il cuore in pace una volta per tutte.

ELEUTERIO        -  Tu sragioni, moglie. Proprio ora che siamo all’ultimo pezzo?

STELLA                -  (ma di malavoglia) Appunto per quello. Se non è saltato fuori in tutto il campo, come vuoi che se ne stia proprio lì, in quell’angolo di terra? Sono cinquant’anni che lavorate e s’è mai visto venir su nemmeno un osso di pollastro?

ELEUTERIO        -  Non vuol dire. Sarà più in fondo.

STELLA                -  I prati, pazienza. Ma pensa che lì c’è seminato il grano.

CATE                    -  (che non si può più trattenere) Il lavoro di tutto l’anno, il pane di tutto l’inverno.

ELEUTERIO        -  Ma cavarci almeno la soddisfazione di aver scavato dappertutto. Essere sicuri, per non aver rimorsi e poterci sputare in faccia tranquillamente alla memoria di quel traditore… Sempre se ci ha ingannati e, se no, che Dio l’abbia in gloria.

CATE                    -  Frugare dappertutto, vero? È tuo fratello che vuole così, è stato lui a metterti su.

STELLA                -  E tu non capisci, pover’uomo, che lui ci trova il suo tornaconto.

ELEUTERIO        -  Ci perde anche lui se non si trova.

CATE                    -  A star qui sulle nostre spalle, ci perde.

ELEUTERIO        -  Ma immaginate un po’… se veramente c’è, in fondo alla terra, sotto le radici di un albero… Vivere con la spina che forse è lì, o là, proprio dove non si è guardato… E’ impossibile restare, finché si campa, in questa incertezza. Non si può. (Pare fermamente deciso).

BETTINA              -  Sì sì, papà, hai ragione. Bisogna trovarlo. Diventeremo tutti signori.

STELLA                -  Cosa vuoi che ci sia su quel pezzo di campo? È stato rivoltato tutti gli anni per il sovescio.

ELEUTERIO        -  Cinquanta centimetri! E quello se ne sta nascosto più giù, più giù.

SENECA               -  (fra sé, senza disturbare la disputa) Al centro della terra.

CATE                    -  E poi, è per ERCOLE! Tutti questi discorsi non c’entrano. È per quell’uomo. Se non si approfitta di questa occasione, quello non ci esce più di casa e non finisce più di comandare…

STELLA                -  Questo è, capisci? E tu hai dei figli, una famiglia sulle spalle e non puoi mica stare a mantenere tuo fratello e tutti i suoi.

ELEUTERIO        -  I suoi… Donne, donne, non esagerate!

CATE                    -  Lo sai che, in un mese, ci sono andate le entrate di un anno?

STELLA                -  Se non ci si mette rimedio subito, non si salva più nulla. Già nessuno ha più voglia di far niente, qua dentro. Fare il muso duro e cavarselo, questo chiodo.

CATE                    -  E il chiodo è

ERCOLE               -  che, con le sue spampanate, ci riduce sul lastrico.

SENECA               -  (sorridendo arguto e sogguardando la vecchia) Ma, soprattutto, comanda.

STELLA                -  (tragica) Ricordati i tuoi doveri, ELEUTERIO. Tu devi pensare alla tua famiglia.

CATE                    -  Perché quel Mussolini lì, se resta ancora un poco, ti mangia tutto e poi ti dà anche il calcio dell’asino, ti dà. Quello lì si mette il mondo in tasca e poi grida al ladro. Tirati su i pantaloni, genero, e ricordati che il padrone, in casa tua, sei tu. E avendo tenuto d’occhio il marito.

CATE                    -  E tu finiscila con le smorfie.

ELEUTERIO        -  (impressionato) Ma come volete che faccia… Cristo d’un Dio!

BETTINA              -  No papà. No, così no.

ELEUTERIO        -  (cocciuto) Voglio aspettare di aver rivoltato anche quella terra lì e poi vedremo.

CATE                    -  Vedremo?

ELEUTERIO        -  Ma sì, cercherò di dirglielo in seguito… colle buone.

CATE                    -  (disarginata) E il grano? Il pane? Cosa mangi quest’inverno, me lo dici?...

BETTINA              -  Non lo mangerà tutto lo zio, il pane!

ELEUTERIO        -  Alla fame, poi, non siamo. Facciamo conto che sia venuta la tempesta…

CATE                    -  Ma sì… neanche più ai figli pensa… alle sue donne, a questi poveri vecchi che gliel’hanno data credendolo un galantuomo… Vi vedo già, povere creature, senza un pezzo di pane da mettere in bocca. E tutto per uno spampanone disfafamiglie.

ELEUTERIO        -  Ma cosa devo fare? Forse sì, dal vostro punto di vista, non dico…. Ma chi andava a pensare? Vi sono momenti in cui uno non capisce più niente.

BETTINA              -  (battendo i piedi) Sei stupido, papà. Fanno bene a chiamarti camomilla. (Via stizzita)

ELEUTERIO        -  Chi è che mi chiama camomilla?

STELLA                -  (un po’ a malincuore, sotto le spinte della vecchia) E’ meglio accettare la propria disgrazia, e decidersi,

ELEUTERIO.

ELEUTERIO        -  Voglio sapere chi è che mi chiama camomilla.

SENECA               -  Tutti! Pausa di grande combattimento nel cuore del padrone di casa.

ELEUTERIO        -  Mah… forse è preferibile che glielo dica… Dopo tutto… ormai, sì… ma chi andava a pensare? Un pover’uomo non capisce più nulla.

CATE                    -  E subito.

STELLA                -  Battere il ferro fin ché è caldo.

CATE                    -  Che tutto torni come prima, senza prepotenti di fuorivia. Non ci si pensi più e ci si rimetta a lavorare.

ELEUTERIO        -  Sì sì… ma restate qui anche voi fin ché cercherò di parlargli.

STELLA                -  Gli do una voce. Va fuori e si sente gridare. ERCOLE! ERCOLE!... Sì, voi… venite un po’ qua, sì… Rientra. E ti raccomando, fatti vedere uomo. Tra due silenzi di attesa.

SENECA               -  (diabolico) E se fosse uno sbaglio?

ELEUTERIO        -  (cadendo a sedere con le mani nei capelli) Ma cosa volete da me, per la Madonna? Mentre la vecchia scaglia il suo bastone tra le gambe dell’inopportuno, profuso di sudore e in maniche di camicia, appare ERCOLE.

ERCOLE               -  Son qua. Fate presto perché laggiù c’è bisogno della mia presenza.

ELEUTERIO        -  Ecco… appunto… vedi… mica per niente… sai,

ERCOLE               -  caro, ma capirai, ho famiglia… ho dei figli… delle responsabilità e devo pensare al domani.

ERCOLE               -  Fuori, perdio. Fa presto!

ELEUTERIO        -  No, vedi, ragioniamo… non devi prendertela… Perché, insomma, la miseria fa paura a tutti e oggi, coi tempi che corrono… Voglio dire che ogni giorno son sorprese… Le tasse, per esempio.

CATE                    -  Sentilo come s’ingarbuglia.

ERCOLE               -  Sorprese?... Un momento. Mi viene un’idea. Una volta la casa non c’era. È stata costruita dopo, molto tempo dopo la morte dell’eremita. E si mette a battere col calcagno sul pavimento, di qua e di là.

SENECA               -  E’ così!

ELEUTERIO        -  Ma no, ma no.

CATE                    -  Vergine del Rosario, pensa di buttar giù la casa!

ERCOLE               -  Avete saputo qualcosa, dunque? C’è qualche fatto nuovo?

ELEUTERIO        -  Ecco, sì, si potrebbe dire anche un fatto…

ERCOLE               -  Cristo! Un’informazione… un’indicazione… sicura? Il posto preciso dove è seppellito? La profondità? Fuori!

ELEUTERIO        -  Ma no, ma no… magari! È che vogliamo finirla… non vogliamo scavare più, e… non abbiamo più bisogno di te.

ERCOLE               -  (drammatico) Meschini! E sconoscenti! Ecco cosa sono i fratelli, il sangue…

ELEUTERIO        -  Mi si sbarba il cuore dal petto a doverti parlare così, ma devi capire anche tu… La famiglia… siamo in tanti… la crisi… quei campi che stringono il cuore a vederli così lacerati. Però sta certo, ERCOLE,  noi ti siamo grati e te ne saremo sempre, per tutto quello che hai fatto. Ma cosa vuoi? Si vede che il destino ce l’ha con noialtri.

ERCOLE               -  Non una parola di più. Da questo momento, hai perso tuo fratello. Mi cercherete e non mi troverete… Ti puoi considerare figlio unico. Ma dal di fuori si è andato udendo un vocìo, dapprima confuso e che è venuto via via aumentando. Alla fine, prima ancora che

ELEUTERIO        -  abbia avuto il tempo di ricredersi, si è precipitato nella stanza

ATTILIO               -  trasfigurato.

ATTILIO               -  (urlando) C’è!C’è! Lo abbiamo trovato. È nostro! C’è! Tutto intero! TUTTI (insieme, alzandosi, gridando, dimenandosi, e rovesciando i mobili) C’è? Sul serio? Dove? Dove? Possibile? Dove? Sono corsi gli altri: NANNI, BETTINA, i bifolchi. Lo dicevo io. Proprio lì. Adesso che non si sperava più. E sotto il miraggio del denaro, nessuno si trattiene più. L’entusiasmo lievita, esplode in una passione violenta che si sfoga in urli senza senso, in divincolamenti grotteschi, in salti, danze, abbracci ed altre incontinenze.

CATE                    -  La roba è nostra!

STELLA                -  Avete visto! Coghetti non poteva ingannarci!

CATE                    -  Se c’è il paradiso, quello è vicino a Dio.

ERCOLE               -  (primeggiando) Io, io solo! Sono sempre stato sicuro, io, che si sarebbe trovato. La vittoria è mia; guai a chi me la ruba.

ELEUTERIO        -  

ERCOLE               -  caro, scusa!

ERCOLE               -  Lo dovete a me. Ve l’ho regalato io! (Ed ora dominando la situazione) Un momento! E calma, ordine (Agguanta ATTILIO          -  per lo stomaco e scuotendolo con furia) Tu, che c’eri, dove lo avete scoperto?

ATTILIO               -  Là, dove stavi zappando quando sei venuto via. Sotto le vigne vecchie. È stato il losco che, affondando la zappa, ha sentito qualcosa di duro. Ed è venuto su un osso… DONNE Benedetto… benedetto…

ATTILIO               -  …e poi, lì, c’era: tutto. Bello! Tutto intero come noi, lungo disteso, con le ossa ancora attac

CATE                    -  insieme.

ERCOLE               -  Ma adesso dov’è? L’avete abbandonato?

CATE                    -  Che non ce lo portino via.

ATTILIO               -  E’ là, sotto il rovere. Lo abbiamo avvolto in un sacco.

ELEUTERIO        -  (agitatissimo) A prenderlo, subito. E vanno fuori di corsa. Gli altri si fanno all’uscio. Perfino nel vecchio, la curiosità recente e l’antico sangue hanno vinto la filosofia. Poco prima che lo portino dentro, quando li vedono avvicinarsi, tutti piegano le gambe e si mettono in ginocchio.

ERCOLE               -  ed

ATTILIO               -  sostengono il carico avvolto nella tela di sacco; dietro, ELEUTERIO, il quale cade subito ginocchioni anche lui. L’involto viene religiosamente deposto in mezzo alla tavola. Dopo di che i portatori imitano gli altri nella devozione. E così, tutti intorno alla tavola, intonano un requiem all’anima dell’eremita ritrovato. Poi,

NANNI                 -  si alza, si avvicina piano piano, solleva un lembo della tela e guarda.

NANNI                 -  C’è proprio tutto, cristiani… Rinfrancati, ora anchegli altri, uno ad uno, con timoroso stupore si accostano.

NANNI                 -  Oh, bella: ha ancora i denti. GLI ALTRI E’ proprio vero. Guarda. Non ne manca uno.

BETTINA              -  Che impressione mi fa. (Si fa il segno della croce e si tira un passo indietro).

STELLA                -  E come sono bianchi.

SENECA               -  Deve essere morto giovane.

NANNI                 -  Se non altro, deve aver avuto un bel sorriso.

BETTINA              -  Chissà che bel giovane… A questo punto, mentre è cresciuta la confidenza, e tutti son là a godersi lo spettacolo, e chi lo guarda e chi lo tocca con un dito e chi si azzarda, perfino, a prenderne qualche osso in mano, ecco un bracciante precipitarsi dentro ed esplodere come una bomba. BRACCIANTE Anche il turco! Anche il turco! Nel suo campo. Ne ha trovato uno anche lui. Tutto completo. Colpiti dalla saetta, tutti restano paralizzati, senza poter articolar parola, in atteggiamento di statuario stupore, e lasciando cadere a terra le ossa. Dopo un grottesco e lungo silenzio, durante il quale nessuno si è mosso, SENECA  -  si avanza fino alla ribalta.

SENECA               -  E adesso, quale dei due sarà quello buono?

ATTO SECONDO

Sempre lì, qualche settimana più tardi. A cornice di uno degli usci laterali è stato attaccato un crespo nero e, sotto, un pendulo lumicino ad olio. Oltre la soglia, riposano momentaneamente, i resti dell’anacoreta. Attorno alla tavola stanno seduti a parlamento tutti i componenti della famiglia. Il vecchio SENECA al suo solito posto presso il focolare. Sono al culmine della disputa. Tutti gridano, si divincolano, si investono e si sopraffanno. Non si capisce una parola. L’unico argomento chiaro che si riesce a percepire sono i violenti pugni che risuonano sulla tavola. Quando si sono sfogasti così, a volontà, in mezzo al putiferio comincia, finalmente, a farsi udire la voce di ERCOLE,  il quale, avendo i polmoni più resistenti, riesce ad ottenere una specie di sopravvento fisico sugli altri, mica per altro.

ERCOLE               -  Basta tutti! Bisogna inchiodarsi in testa che il momento è grave e ci vuole tutta la nostra calma e il nostro comprendonio.

ATTILIO               -  Tu dici calma! Una parola! Se mi si viene a raccomandare di mettere il cuore in pace e aspettare ancora, dopo trenta giorni!

CATE                    -  Come ieri. Un mese come ieri.

ELEUTERIO        -  Ma cosa vorresti fare? Vuoi che ci andiamo tutti ad annegare? È una disperazione e non c’è niente da fare. Niente. Aspettare e sperare.

ATTILIO               -  E ti piove dal cielo aspettando…

NANNI                 -  Se non ce l’hanno riconosciuto in un mese…

CATE                    -  E allora continuare così. Ancora chissà per quanto tempo con le mani in mano a rosicchiarci l’anima.

ATTILIO               -  Cosa c’è da fare te lo dico io. Questa è camorra. Là: il turco. È lui che soffia sotto a rovinarci. Ma l’accomodo io, quello, come Dio comanda. Due pallettoni nella schiena, e al più presto, a quel farabutto che lavora ad assassinarci…

STELLA                -  Madonna delle disgrazie, ATTILIO,  non ti vorrai mica precipitare.

NANNI                 -  Piombo sprecato…

ATTILIO               -  Per una mezza femmina come te…

NANNI                 -  Ohè, dico… se è per somministrargli quattro garofoli ben messi, o magari, una buona dose di legnate, son qua, sempre pronto quando vuoi…

STELLA                -  Ma non mettetevela neanche in mente. Arrischiare la galera per quel bastardume. Non ne vale la pena…

ATTILIO               -  Bastardume, ma quello là ha una malizia da casa del diavolo; ed è con quella che lui ci strangola.

CATE                    -  Parole sante.

STELLA                -  Intanto, si vede quel che è riuscito a fare con tutta la sua malizia. Nemmeno il suo, gli è stato riconosciuto buono.

ERCOLE               -  (scattando) Il suo? Ma con che discorsi mi venite fuori anche voi? Si dovrebbe vedere anche questa!

ELEUTERIO        -  Quel giorno, ci rimetterei la vita.

ERCOLE               -  Santo e santissimo! Come volete che gli sia riconosciuto a lui, se quello autentico è il nostro?

SENECA               -  Ne siamo proprio sicuri?... Chi vi prova, invece, che non possa essere proprio quello del turco il buono e il nostro falso? O magari falsi tutti e due. Degli scheletri se ne trovano ogni giorno, e se ognuno dovesse essere quello di un eremita…

ELEUTERIO        -  (colpito, come gli altri) Uno scheletro anonimo… potrebbe anche essere così…

NANNI                 -  Anche l’eremita ignoto, adesso.

ATTILIO               -  Per la Madonna!

ERCOLE               -  (indignatissimo) E’ incredibile! Eccoli lì a dubitare del sole a mezzogiorno. Ma sangue di Cristo, non sembrate nemmeno gente civile!

SENECA               -  I casi della vita. Se ne leggono tante…

ELEUTERIO        -  Scusa, ERCOLE,  ma noi, che prove abbiamo?

ERCOLE               -  Meschino! Prove? Prove! Le prove vuole!

STELLA                -  Procurate di comportarvi da cristiano, ERCOLE,  senza perdere la calma. Voi scambiate le bestemmie per prove. Ma quelle non ci servono.

ATTILIO               -  Vorrei che ce ne fossero. Vedreste allora.

ELEUTERIO        -  Perché, cerchiamo di ragionare, son proprio quelle che ci mancano.

ERCOLE               -  Ma se ce n’è a bizzeffe delle prove!...

ELEUTERIO        -  (in mezzo a due sospiri) Magari ne venissero fuori!

ERCOLE               -  Buoni, buoni. Riprendete l’uso della ragione. Ritornate in voi, se potete. A bizzeffe ce n’è, ve lo dico io; e sono qui a mostrarvele. Prima di tutto. (Si alza per andare a prendere il famoso coccio che depone, con rispetto geloso, in mezzo alla tavola, sotto il naso dei competitori) Questa!

SENECA               -  Ah… una vecchia conoscenza…

ERCOLE               -  …Questa è o non è una prova? Il canchero che vi mangi!

ELEUTERIO        -  Uhm…

SENECA               -  (con la vocina consueta) Secondo il valore che le si dà…

ELEUTERIO        -  Sì, fino a un certo punto, veramente.

NANNI                 -  Dipende da come la si considera.

ATTILIO               -  Se tutti i nostri moccoli da accendere in chiesa sono questi…! SDENECA Ne abbiamo buttate tante anche noi, delle scodelle rotte, nei campi!

ELEUTERIO        -  E’ vero, ERCOLE,  è vero…

ERCOLE               -  Infelice! Ma non vedi come è antica? E a due metri sottoterra. E poi (sbuffando) se era poco lontana dal corpo, vuol dire che quel corpo, da vivo, se ne serviva. E se se ne serviva, abitava lì, e se abitava lì…

CATE                    -  (secca) …era lui. Ha ragione.

SENECA               -  Anche ammesso che fra quel corpo, da vivo, e la scodella, da sana, corresse una relazione, lui chi? Un corpo di uomo qualunque che adoperava una scodella.

ELEUTERIO        -  Più in là non si va, cristiani.

ERCOLE               -  (sdegnato) Perdio! Non tollero che si scherzi su cose tanto serie.

CATE                    -  Ma sì, ha ragione, finiscila di fare il vecchio imbecille.

SENECA               -  Non dico più niente!

ELEUTERIO        -  (timidamente) E… non ce ne sarebbero altre? Dico, prove.

ERCOLE               -  Ma la posizione. La posizione come l’abbiamo trovato?

STELLA                -  Che c’entra la posizione?

ERCOLE               -  Se ne stava, sì o no, sepolto con la faccia in giù e la schiena in alto, senza traccia di cassa? Questo l’ha ammesso anche la commissione d’inchiesta. E dunque?...

ATTILIO               -  E

NANNI                 -  Dunque?

STELLA                -  Dunque che?

ELEUTERIO        -  (umile) Non va.

ERCOLE               -  Dunque era un eremita!

ELEUTERIO        -  Per favore, se non ti dispiace, mi spiegheresti?

ERCOLE               -  Ma io, tua moglie, tua suocera, chi si farebbe seppellire a pancia in giù: senza cassa, e in quella posizione? Per fare una cosa simile, i casi sono due: o bisogna essere un santo o un matto. Matto no, perché, esclusi voi, non risulta che qui ce ne siano mai stati. E poi, appena morti, matti si cessa di esserlo. Per cui…

CATE                    -  Ma sì: era lui!

STELLA                -  Ma mamma, via…

CATE                    -  (sorda e marcata) Ma non lo capite ancora che “deve essere così”?! (E mentre gli altri riflettono)

ELEUTERIO        -  (un po’ riluttante, ma poco, ancora) Eh… veramente, considerando le cose dal tuo punto di vista…

SENECA               -  E’ sempre vero ciò che è utile.

ATTILIO               -  Tutto può darsi…

NANNI                 -  Del resto, non è poi impossibile.

SENECA               -  Di questo passo, potete farlo diventare anche Garibaldi.

ERCOLE               -  Un’ostia!

CATE                    -  Taci, che tu non c’entri…

ERCOLE               -  (iracondo) Fatemi il favore, anche voi! Lasciate parlare chi sa.

BETTINA              -  Taci, nonno, che ci togli la fede.

ERCOLE               -  (riagguantando l’uditorio) E poi un’altra, la più schiacciante, quella che vi demolisce tutti quanti: i denti.

ELEUTERIO        -  I denti?

STELLA                -  Che ci hanno a fare i denti?

BETTINA              -  Oh bella, i denti?

NANNI                 -  Dopo i due anni, i denti, li abbiamo tutti, zio.

ATTILIO               -  Prove sode, prove sode.

ERCOLE               -  Che vi venga il vermocane, che ce lo tenete a fare, voi, il cervello? Cosa è stato che ci ha colpito subito, appena lo abbiamo visto? Fuori, parlate!...

NANNI                 -  I denti!

BETTINA              -  Proprio, ora che mi ricordo: i denti.

ERCOLE               -  Oh…! I denti, i denti, sicuro…

STELLA                -  E’ vero.

ELEUTERIO        -  Li aveva… sì sì, allora li aveva. Tutti. E precipitano tutti in un silenzio coatto.

ATTILIO               -  Beh?!...

ERCOLE               -  Eccoli lì, tutti incantati. Ma… ( E si intoppa perché non trova la bestemmia adatta)… un uomo, per conservarsi i denti e tutti sani bisogna che non li adoperi, no? (E sempre muti all’unanimità) Ancora non ci arrivano… Ma Cristo! Se aveva tutti i denti, e non li adoperava al punto da conservarli come nuovi, non poteva essere altro che uno che digiunava. E perché si digiuna? Per penitenza! Per voto! E che digiunino per penitenza o per voto non ci sono altro che gli eremiti, se conoscete un po’ di storia sacra!

NANNI                 -  Per quello, si digiuna anche per il mal di stomaco…

SENECA               -  Va bene, abbiamo stabilito che era un eremita che risparmiava i denti.

ERCOLE               -  Una merda che vi strangoli!

ELEUTERIO        -  Coghetti diceva sempre che un eremita non vive che di latte, ora che mi ricordo!

ERCOLE               -  Dunque, non masticava! Era bella da vedere. Basta ragionare.

STELLA                -  (ammirata) Ha la testa che è un brillante, quell’uomo! SENCA (aereo) Quanti denti vi mancano, a voi,

ERCOLE?

ERCOLE               -  Due, quelli del giudizio, perché?

SENECA               -  Avrei detto di più. (Agli altri) E tu, e tu, e tu!...

STELLA                -  Nessuno!

NANNI                 -  (ostentando le mascelle) Ammira.

ATTILIO               -  Io li ho tutti.

BETTINA              -  Io ne ho perfino uno di più, sopra gli altri.

STELLA                -  Beh?

SENECA               -  Con questo modo di ragionare, tutti voialtri, oggi come oggi, potreste essere l’eremita e mettervi a far miracoli.

BETTINA              -  Ma noi siamo vivi, nonno.

ERCOLE               -  Scherziamo o facciamo sul serio?

CATE                    -  Mi si rivolta lo stomaco!

ELEUTERIO        -  E poi… i denti, hai un bel dire… i denti: sai bene che non ne ha quasi più…

STELLA                -  Quattro ne ha, ancora, due mascellari e due davanti, sparsi.

NANNI                 -  Per la figura…

ATTILIO               -  Ecco, ecco! Avete voluto venderli, uno per uno, e adesso per quattro soldi che si son presi, ci sfugge la prova maggiore. Tutto per la fretta della nonna.

CATE                    -  (viperina) Perlomeno, in tal modo, qualche cosa si è riusciti a farlo rendere… Ssi vede cosa ci sarebbe venuto in tasca a lasciarlo là intatto. Tutto così, a pezzettini, osso per osso.

STELLA                -  La mia preoccupazione è che finiscano col venirlo a sapere. Ne abbiamo già venduti più di sessanta.

BETTINA              -  Sessantatré!

STELLA                -  E facendoli passare tutti per denti dell’eremita!

ELEUTERIO        -  Mah! Io comincio a credere che qualche cosa dubitino già. Ieri, il macellaio, così come niente fosse, mi ha domandato come mai, da un po’ di tempo in qua, si mangiano tante teste di vitello.

STELLA                -  E tu, furbo che sei, capace di averglielo lasciato capire.

CATE                    -  Ma no, che non ne dubita nessuno! Chi volete che vada a dire di aver comperato il dente dell’eremita, se credono che a dirlo, pèrdono il magnetico di far miracoli?

ATTILIO               -  Basta che si accorgano che la gran parte sono denti di vitello, e vedi…

SENECA               -  I vitelli non fanno miracoli.

CATE                    -  Sono identici. E poi, cosa discorri tanto tu, che ne hai venduti due di porco!

ATTILIO               -  Parola: li credevo dell’eremita; un po’ più grossi, ma ci somigliano.

STELLA                -  Figurati! Se ci somigliano quelli di porco, quelli di vitello giovane ci somigliano ancora meglio… A limarli un po’, come si fa…

CATE                    -  Se no, sarebbe stato tanto più facile e anche più economico: con tre maiali che abbiamo. Non c’era bisogno di pagare tanto care le teste di vitello. Bastava seguitare a cavarli a quelli, come si era cominciato a fare.

NANNI                 -  La malora è che strillano come cristiani, sotto le tenaglie.

ERCOLE               -  Beh, per ora basta, con questo commercio al minuto. Caso mai, lo si venderà dopo, a pezzi.

NANNI                 -  Non sarà mica tanto facile. Finché erano i denti…,

CATE                    -  In due settimane va via, te lo dico io. Basterebbe volere! C’è la Bigia, per esempio, che mi continua a star dietro per un dito del piede. Più grosso è l’osso e più miracoli fa! Se non fosse la paura delle tasse, anche all’asta, si potrebbe mettere, per modo di dire, che soldi se ne farebbero a scassatasche.

STELLA                -  Che tasse vuoi che ci siano sugli ossi.

CATE                    -  Che tasse? Fa tanto che se ne accorgano, e poi vedi! Ce ne mangiano mezzo, di quel corpo benedetto, in tasse. Dite, che si può continuare in segreto, come per i denti.

ATTILIO               -  Ad ogni modo, per ora, la parola d’ordine è sospendere lo smercio.

STELLA                -  Sì, forse è meglio.

ELEUTERIO        -  Lo credo anch’io.

ERCOLE               -  E che non vi venisse in mente di vendere qualche osso, che poi ci resta scompagnato e non vale più niente…

CATE                    -  Oh, aspettare, aspettare… Se entro una settimana non lo pigliano per buono, si incomincia ad attaccarsi dentro. Io intanto ho qui due mascellari che mi tentennano, e alla prima occasione li rifilo a qualcuno. A interrompere i suoi piani commerciali vien dentro un ragazzetto, fiorite le mani, ognuna di una lettera. Buttando una delle buste sopra il tavolo. RAGAZZO Da parte del Comitato. E fa per correre via, ma

ATTILIO               -  lo afferra per un braccio.

ATTILIO               -  …Momento!... E quella lì? RAGAZZO Al turco, tal quale la vostra. (Via di corsa)

ATTILIO               -  (togliendo la lettera di mano a

NANNI                   - ) Qua, che leggo io.

ERCOLE               -  Malnato! (Gliela strappa) A me, a me che ho più pratica.

SENECA               -  E se guardaste a chi è indirizzata?

ERCOLE               -  (osservandola) A

ELEUTERIO.

ELEUTERIO        -  Volete che la legga io, allora?

ERCOLE               -  Prendi, prendi, credevo di farti un piacere… ma già…

CATE                    -  Quante storie!

STELLA                -  Ma avanti, avanti, benedetto Iddio. Uno o l’altro, apritela. Non vedete che siamo sulle spine?

ELEUTERIO        -  (apre la lettera e si mette a leggere) “La venerabile Congregazione di Gerusalemme, si pregia di rendere noto a V.S. le seguenti decisioni circa l’assegnazione del lascito Coghetti, alla data 26-VI”. Tutti, spasmodicamente, gli stanno addosso. “Primo: La summentovata congregazione, avere eletto una speciale Commissione presieduta dal dottor, cavalier Alfredo Cogoli…”

ATTILIO               -  (e tutti ad un colpo) Cosa?!

STELLA                -  Il notaio Cogoli?

CATE                    -  Quel palpapollastre?

ERCOLE               -  Silenzio! Lasciate andare avanti.

ELEUTERIO        -  (con un sospiro) Sì, Cogoli. (E seguita): “Secondo: La Commissione predetta, per voto unanime, essere pervenuta alla conclusione, dati gli scarsi elementi di giudizio finora emersi, di non poter identificare, nella spoglia rinvenuta nel vostro fondo, i resti dell’eremita Brunone”.

ATTILIO               -  Farabutti!

ELEUTERIO        -  “Terzo: Nell’eventualità che nuovi elementi abbiano ad emergere, si riserva di riprendere in esame il caso. Con osservanza, il Presidente, dottor, cavalier Alfredo Cogoli”. Non c’è più speranza! (E si siede sconfortato, in mezzo al generale abbattimento)

ERCOLE               -  (preceduto da un gran pugno sulla tavola) Facciamo un processo!

CATE                    -  Così ci mangiamo anche i fondi delle scarpe.

ATTILIO               -  (mordendosi i pugni) E si può dire che non lo abbiano neanche guardato.

NANNI                 -  Per questo, sono venuti in tre.

STELLA                -  Quella volta hanno visto tanto! Sono entrati ubriachi che non stavano più in piedi.

ATTILIO               -  Un’altra, un’idea della nonna.

CATE                    -  (stringendosi nelle spalle) Che ne sapevo io? E poi, anche

ERCOLE               -  era del parere.

STELLA                -  Per cercare di tirarli dalla nostra. Ce n’è voluti, di fiaschi, prima di maturarli…

CATE                    -  Apposta, apposta hanno fatto a nominare la commissione. Per mangiarci la roba!

NANNI                 -  Hanno ogni convenienza, loro; così tutto resta alla congregazione.

ERCOLE               -  Processo, processo!

SENECA               -  Mettetevi nei loro panni, con due eremiti fra le mani.

STELLA                -  Nominare presidente Cogoli, dopo ciò che è successo!

ATTILIO               -  Ci giocherei il battesimo, che l’hanno fatto apposta per rovinarci! Hanno brigato a far nominare quello lì perché sapevano che la mamma gli aveva dato due schiaffi.

ERCOLE               -  (spalancando gli occhi) Due schiaffi?!

STELLA                -  Due schiaffi. In piazza.

ERCOLE               -  …Al notaio? Pubblici?

STELLA                -  Sicuro, mi girava attorno, faceva il gallo. (E battendosi una sberla sul petto) Ma questo non è terreno per quella semenza. E gli ho dato due schiaffi.

CATE                    -  Lo fa con tutte, quel porco, con tutte, in paese.

ERCOLE               -  Santo e santissimo! La cosa è grave. (E dopo una lunga riflessione) Ma come vi è venuto in mente,

BENEDETTA       -  donna, di andare a dargli due schiaffi?

STELLA                -  E io che ne sapevo?...

ERCOLE               -  A questo mondo non si sa mai di chi si possa aver bisogno. Proprio a lui, con tanti notai che ci sono.

ELEUTERIO        -  (disfatto) Ma cosa state lì a discutere?... E’ finita… E’ inutile, è finita…

STELLA                -  Tutte a noi devono capitare!...

CATE                    -  Assassini!

ATTILIO               -  (con gli occhi folli) Mi mangerei le mani, mi mangerei! Perdere tutto!... Perdere tutto… Se sapessi chi è stato, gli caverei il fegato. BETITNA Mi vien da piangere. E restano lì, sgonfi. Chi appoggiata la testa nelle mani e i gomiti sul tavolo, con lo sguardo fisso nel vuoto, chi in altro atteggiamento desolato. Tutti colpiti dalla stessa tragedia, in silenzio, al loro posto. Poi, come se di colpo nel cervello gli si fosse fatto giorno:

ATTILIO               -  Il Turco! Questa è la volta che paga per tutte! (Si è alzato di scatto, distacca un fucile dal muro e si dirige verso l’uscio) La madre gli corre dietro e lo tira per la giacchetta. E poi gli altri.

STELLA                -  ATTILIO! ATTILIO,  no. Cosa fai? Resta qui, ascolta.

BETTINA              -  (spaventatissima) Non andare,

ATTILIO.

STELLA                -  (sempre trattenendolo) Stupido figliolo! Ti vuoi rovinare?

ERCOLE               -  Buono, ATTILIO! Buono, da bravo. (E lo scaraventa a sedere)

SENECA               -  Non far sciocchezze, ragazzo. C’è sempre tempo per finire in galera.

STELLA                -  Come puoi pensare che ne abbia colpa lui, se gli hanno mandato una lettera come la nostra?

ELEUTERIO        -  E’ inutile combattere più, Tillio, non darmi altri dispiaceri.

ATTILIO               -  Non so niente.

ELEUTERIO        -  (calcandogli una mano sulla spalla) Tillio, no, non posso permettere: sono tuo padre.

CATE                    -  Faceva bene se lo ammazzava.

ATTILIO               - (svincolandosi) Ma lasciatemi, insomma. (Se li scrolla di dosso e via).

STELLA                - NANNI, va, seguilo, e cerca di trattenerlo, per amor di Dio! Dopo che anche lui, in silenzio, scuro in volto, se ne è andato.

BETTINA              -  Oh, dio, mamma, anche

NANNI                 -  aveva voglia di bastonarlo!

STELLA                -  Vergine Immacolata! È vero! Corri, ELEUTERIO, corri, cerca di convincerli… E muoviti! Che non ci tocchi di perdere anche i figli dopo aver perso il resto. Dietro ai passi trafelati di

ELEUTERIO        -  che esce.

ERCOLE               -  (ermetico) Non è ancora detto!

STELLA                -  Non mi fate andar fuori di mente! Ne avete sempre di nuove, voi! Ma levatevi dai piedi, una buona volta e andatevene di qui, che tutto quanto è successo, è successo per colpa vostra! (E’ corsa fuori, dietro al marito, furiosa e spaventata, e la si sente chiamare i figli) ATTILIO! NANNI!

CATE                    -  (verso suo marito) E tu, posapiano, va almeno dietro a tua figlia! Non vedi in che stato è, deficiente?

SENECA               -  Va bene! Va bene!

CATE                    -  Restate qui voi, ERCOLE! Rassegnato, anche il vecchietto lentamente scompare nei campi. Sono rimasti soli la vecchia ed

ERCOLE               -  e si guardano tacendo e studiandosi, mossi entrambi da un oscuro pensiero comune, che nessuno vuole essere il primo ad esprimere. Dopo un po’:

CATE                    -  (circospetta, abbassando inconsciamente la voce) Avete perso la lingua?

ERCOLE               -  Penso.

CATE                    -  Che ve ne pare?

ERCOLE               -  Mah! E a voi? Che ve ne pare? Voi siete una donna di proposito,

CATE                    .

CATE                    -  Che nelle strette in cui siamo, le speranze sono poche; e se si va avanti così, aspettando le allodole arrosto dal cielo…

ERCOLE               -  Chi si aiuta il ciel l’aiuta…

CATE                    -  Vero, ERCOLE.

ERCOLE               -  E se non ci si dà le mani d’attorno… Voi lo sapete, la fortuna è come i vermi… va dietro alle carogne…

CATE                    -  …e una casa senza il suo è come una giacchetta senza fodera…

ERCOLE               -  E fin che noi stiamo qui a infilar proverbi si risolve poco.

CATE                    -  Niente, si risolve! (Sempre più lenti e tra pesanti silenzi) Vero è che, a mali estremi, estremi rimedi. (E lo sogguarda)

ERCOLE               -  Questo sì, vedete, è un proverbio che fa al caso nostro!

CATE                    -  Perché si fa presto a dire: rassegnati; ma bisogna considerare di che si tratta… e davanti a una bazza simile…

ERCOLE               -  (meno cauto di lei) … Si può passar sopra anche a certe cose le quali, in fondo, valgono molto meno.

CATE                    -  (più spedita) Se non altro, cercare. Trattandosi di tanto; e piuttosto che debba finire in mano di chi non lo merita, s’intende. Solo per questo. E finalmente si guardano negli occhi. L’inconfessata complicità si è resa cosciente. Sommessi, ma già più sicuri e diritti allo scopo nel tono, nella reticenza e nell’allusione, non ancora nelle parole.

ERCOLE               -  Forse, riuscendo a …”tirarlo sotto”…

CATE                    -  Eh! Sotto… Sarebbe fatta.

ERCOLE               -  Voi capite…

CATE                    -  Fortunati, bisognerebbe essere… Del resto è quello che penso anch’io… Non c’è altri che lui, ormai.

ERCOLE               -  Certo che ci vuole la persona…

CATE                    -  (tra i denti) S’intende, non possiamo mica… né io né voi. (E ridacchia nel silenzio che segue)

ERCOLE               -  A meno che non voglia fare ancora l’offeso…

CATE                    -  Chi? Cogoli? (Un sibilo) Voi non lo conoscete, con quella fregola che ha sempre addosso…. E’ come i cani, quello!

ERCOLE               -  Dio buono, non è mica detto… che sia necessario… capite…

CATE                    -  Si sa…

ERCOLE               -  Certo che bisogna.

CATE                    -  Eh… che non è mica stupida… Per niente, è figlia di sua madre…

ERCOLE               -  Tutto sta che sia disposta.

CATE                    -  Oh, infine, comprenderà anche lei… Quando l’acqua arriva al culo… E poi, conosce il valore della roba, non dubitate. Gliel’ho messa per qualche cosa, la testa sul collo.

ERCOLE               -  Credete che dirà di sì?

CATE                    -  No, in principio dirà di no…

ERCOLE               -  …allora? (Una incertezza, un attimo)

CATE                    -  Non è che giustizia di Dio, ERCOLE. Ma la provvidenza, da sola, non può badare a tutto. In qualche caso, bisogna darle una mano. Guardate, sarà fuori, poco lontano, chiamatela. L’uomo è già sull’uscio.

ERCOLE               -  (chiama) Ohè, STELLA!... Cognata, venite un po’ qua che vi… che vostra madre vi vuole parlare. Eccola, viene.

CATE                    -  Restate pur qui anche voi… Non si sa mai… due lingue servono meglio di una. Ed entra

STELLA                .

STELLA                -  (buttandosi a sedere) Un disgrazia sola non bastava. Perdere tutto e aver anche da penar tanto per i figli!... Si viveva così tranquilli, prima…

CATE                    -  Meno male che te ne rendi conto. In questo modo, non si può più durare…

ERCOLE               -  Pensate se

ATTILIO               -  commette uno sproposito…

STELLA                -  Dio non voglia. Ma se è questo il modo di far coraggio alla gente, cognato…

CATE                    -  (di rincalzo) E non è lui solo; adesso ci si è messo anche

NANNI                 .

ERCOLE               -  Giovani come sono, hanno il sangue caldo…

CATE                    -  E a chi non gli si scalderebbe? Vedersi portar via tutto quel ben di Dio?

STELLA                -  Io stessa, io stessa, guardate, in certi momenti sentirei il bisogno di prendere per il collo qualcuno. Perché già, è impossibile, non la so mandar giù. Rinunciare a tutto!

ERCOLE               -  Rinunciare! Un momento! (Grossolano) La maniera ci sarebbe.

STELLA                -  Mi fate rabbia, voi, con la vostra sicurezza. Ne avete ogni momento una nuova.

CATE                    -  Questa volta non dice male, STELLA, non dice male. Forse, la maniera ci sarebbe.

STELLA                -  Ma fatemi il piacere! Al punto in cui sono le cose!

CATE                    -  Proprio perché sono a questo punto, invece.

STELLA                -  Non vi capisco proprio. Con Cogoli presidente?!

ERCOLE               -  Ecco, ecco.

CATE                    -  (insinuando) Appunto perché c’è Cogoli, guarda!

STELLA                -  Ma… dico?

CATE                    -  Se ci rifletti un momento… Da un male, qualche volta, nasce un bene; e dopotutto, il diavolo non è sempre brutto, come lo fanno apparire.

STELLA                -  (che incomincia ad intuire) Dopo quello che è successo…

CATE                    -  Eh, via… cos’è successo, infine? Non bisogna poi fare le cose più grandi di quel che sono… Per un poco silenziosi.

CATE                    -  Certo non è mica facile, lo so anch’io. La figlia la guarda, ed essa persistendo: Bisognerebbe… so io… E

STELLA                -  tace. … andar da lui… raccomandarsi… Premendosi le trecce sul capo con un gesto naturalmente indolente delle braccia; calma, fingendo di non aver afferrato, la donna risponde:

STELLA                -  Se credi che basti raccomandarsi…

ERCOLE               -  C’è modo e modo di raccomandarsi.

CATE                    -  Ecco, giusto! E

STELLA                -  muta ancora, ma tutta un involontario atteggiamento di potenza. Renditi conto che è l’unico mezzo.

STELLA                -  (mutevole, fredda, sdegnata) Mi rendo conto benissimo. No, non è possibile.

CATE                    -  (congiungendo le mani con violenza e stringendole istericamente) Ma capisci, sì o no, che se non si fa così si resta nudi e sputacchiati? Là, fuori, potrebbe essere tutto nostro. E non bisogna lasciarselo scappare, costi quel che costi.

STELLA                -  Ma, dico, mamma?! Pensa ad ELEUTERIO, i miei figli… le conseguenze… avrei vergogna fin che campo.

CATE                    -  (sdegnata) Vergogna, dici? Vergogna e rimorso dico io: a privarli della fortuna per un tuo puntiglio, perché i primi sarebbero loro, a goderla un giorno.

ERCOLE               -  (naturalissimo) E’ anche un dovere di madre.

STELLA                -  Ma se lo venissero a sapere? Pensa!...

CATE                    -  Chi, lo verrebbe a sapere? Nessuno lo deve sapere!

ERCOLE               -  La cosa rimarrà sepolta qui, tra noi. Siamo tre galantuomini, Cristo!

STELLA                -  tentenna il capo, negando.

CATE                    -  Pensaci, pensaci, STELLA, ascolta il consiglio di tua madre che è tanto più vecchia di te. Non crederai che tua madre possa consigliarti qualcosa di disonesto.

STELLA                -  Avete un bel dire, voi, perché restate qui… Ma io non mi sento, ecco… Come volete che faccia?... Andar là… No, no. Fosse almeno… Fa schifo a guardarlo.

ERCOLE               -  Non è mica detto che… Basta far credere… lusingare… promettere…

CATE                    -  Tirarlo per le lunghe.

ERCOLE               -  Ingolosirlo…

CATE                    -  Fin ché non ce l’abbiano riconosciuto, e dopo…

ERCOLE               -  Potete anche dargli altre due sberle.

STELLA                -  Dirlo e farlo!... E il mio onore? La mia reputazione? Con tutte le male lingue che ci sono…

CATE                    -  Invidia, invidia e nient’altro!

ERCOLE               -  E voi ve ne curate? Bisogna essere superiori! Qualsiasi donna di proposito non potrebbe che darvi ragione.

CATE                    -  Ma se è una cosa sicura, cosa ci perdi?

STELLA                -  (che scivola) Si fa presto a dirlo.

CATE                    -  L’uomo vale per quello che ha, figlia. E per essere stimati, bisogna essere ricchi. (Pausa) Facciamo così, dammi ascolto: tu pendi un cestello di pere, dodici belle “bergamotte” e, col pretesto di fargliele assaggiare, prendendolo alla lontana, gli domandi scusa… tanto per tastare il terreno…

STELLA                -  Uhm… Tasto il terreno e lui, intanto, cosa tasta? Macché! Macché!... Qui bisogna mandar via ERCOLE.

CATE                    -  ERCOLE,  andate un po’ a vedere che non venga qualcuno. L’uomo obbedisce, ed essa tirando per la sottana la figliola, si guarda intorno e soggiunge con voce sorda:

CATE                    -  Ricordatelo bene: A qualunque costo quella roba deve essere nostra. A tuo cognato poi, non occorrerà che tu racconti tante storie. Gli farai capire che lo hai tenuto a bada e basta. Adesso va. Più presto ci si cava questo rospo e meglio è. Senza parlare,

STELLA                -  va a staccare un cestello da un chiodo e si dirige verso l’uscio. La madre la ferma e glielo toglie di mano.

CATE                    -  Vai via così? Mettiti almeno il corpetto delle feste, quello che adoperi per andare a messa. La donna si preme le mani sui fianchi e si erge sul busto, riprende il cestello e cambia direzione.

STELLA                -  Dà qui, che passo direttamente dall’orto.

CATE                    -  Sul comò c’è anche la cipria di

BETTINA              .

STELLA                -  Vorrei sbagliarmi, ma ho paura che

ELEUTERIO        -  se ne avrà a male. (Scompare) La vecchia torna a sedere aggrondata. ERCOLE,  il quale evidentemente ha tenuto d’occhio la manovra, rientra senza nascondere la sua soddisfazione.

ERCOLE               -  (stropicciandosi le mani) Ee adesso bisogna che vada a preparare il terreno per mantenerli calmi. Politica ci vuole. E testa per tutti, qua dentro. (Via anche lui, attraverso l’aia). La vecchia sta in ascolto, poi appoggiandosi al suo bastone, spia all’uscio donde è uscita la figlia, dà un’occhiata fuori e si riaccomoda al suo posto mettendosi a rammendare delle calze. Subito, come dopo un’ora, può rientrare

NANNI                 .

NANNI                 -  La mamma?

CATE                    -  Non c’è. Perché?

NANNI                 -  C’è qui una pellegrina che spasima di vedere l’eremita. Non l’ho mai vista, non è del paese.

CATE                    -  Falla venire avanti.

NANNI                 -  (alla porta) Entrate pure… Ed avanza una contadina di mezza età, dall’aspetto affaticato.

CONTADINA      -  Scusate se mi sono presa la libertà, ma ne ho sentito tanto parlare da mio cognato che è sposato da queste parti…

CATE                    -  La devozione è una virtù da ammirare, cara voi. Da dove venite?

CONTADINA      -  Da un bel pezzo più in là di San Giorgio, quasi da Monte.

NANNI                 -  Accidenti! Stracca la gente, l’eremita.

CATE                    -  Da tanto distante?

CONTADINA      -  E tutta a piedi.

NANNI                 -  Più di dieci chilometri per vedere quelle quattro ossa! Meritate una sedia. (Le offre una sedia)

CATE                    -  Abbi rispetto, NANNI, e prendi esempio. Dunque se ne parla fin là?

CONTADINA      -  Anche ieri quello che gira col carretto delle terraglie, raccontava appunto, che mi son fermata per delle scodelle, di un miracolo avvenuto da queste parti per intercessione del vostro eremita. È per questo che mi sono decisa a venir giù. Avrei tanto bisogno anch’io di essere aiutata.

NANNI                 -  E di che sorta di miracolo parlava, l’uomo delle terraglie?

CONTADINA      -  Di uno che è riuscito a far guarire la moglie che tutti i dottori gliela davano per morta, facendole tenere in mano un dente del vostro eremita.

NANNI                 -  Guarda, guarda!

CONTADINA      -  Sì, un dente.

CATE                    -  Un dente? Vi ha proprio detto un dente? Vi dovete sbagliare, perché, noi, denti non ne abbiamo mai dati via.

NANNI                 -  I miracoli l’eremita li fa in blocco, mica a pezzi.

CATE                    -  Rispetto,

NANNI!

CONTADINA      -  E no, non mi sbaglio, no. Figuratevi che mi ha anche aggiunto che ora spera di servirsene per liberare le vigne dalla filossera che, col verderame, non ci è riuscito. Mi meraviglia che non ne abbiate avuto nuova.

NANNI                 -  Capisci, nonna. È prezioso anche per l’agricoltura.

CATE                    -  Che faccia del bene, lo sappiamo, ne fa tanto. Cosa volete? Qualche cosa ce la si dimentica.

NANNI                 -  Ormai siamo abituati. È un portento, vi dico buona donna, lui accontenta tutti.

CATE                    -  E come ricompensa di quel po’ di bene che si cerca di fare, abbiamo della brutta gente che ci vuol male; e fanno di tutto per metterci in sinistra parte e toglierci il credito. Si rifiutano di metterlo in luogo consacrato, quel corpo miracoloso.

CONTADINA      -  Cosa mi raccontate! Quello no, proprio non dovrebbero farlo…

CATE                    -  Ma c’è una giustizia e una provvidenza, e conosce dov’è il buono e dov’è il marcio e prima o dopo ci arriva!

CONTADINA      -  E’ l’unica soddisfazione della povera gente. Anch’io, se sapeste, ma è meglio non parlarne… (E non le par vero di sfogarsi) Io, vedete, ho due femmine, buone, buone che non starebbe a sua madre il dirlo, e col loro bisogno, da povera gente, si sa, modestamente; ma non faccio per dire, non ci manca niente, che possono andare al mondo con onore. Tutto sei per sei, la dote; e il loro pezzetto di terra. E lo stesso non riesco a collocarle.

CATE                    -  Pensieri grossi, aver in casa figlie da maritare.

CONTADINA      -  E vedova senza maschi! Ma quel che è peggio è che una ce l’aveva il moroso: un giovane di vaglia, bisogna dirlo, e si parlavano da quasi un anno. Ma dopo, da un giorno all’altro, che non sarebbe neanche da credere… una poco di buono, una donnaccia. E per lei ha cominciato a trascurare la mia povera creatura che si è ridotta come un lume in agonia… Io le ho fatto anche benedire una camicia, le ho fatto tenere in mano l’olivella per la domenica delle palme, e tre dopo. Ma niente ha fatto, niente. Quelle donne lì hanno un tirante da tener sotto gli uomini che ci levano il sangue e neanche se ne accorgono.

NANNI                 -  Hanno il miele sotto le sottane, quelle lì, altroché!

CATE                    -  Vi capisco, vi capisco, sì; povera donna, ne avete anche voi dei dispiaceri…

CONTADINA      -  E quell’altra che non è ancora riuscita a trovare un cane che la voglia, ed è la più vecchia e la più smaniosa. Alla notte, quando mi viene in mente, perdo il sonno, e vado via di cervello. (Tra due sospiri) Se non mi dà una mano il vostro eremita…

CATE                    -  Raccomandatevi con devozione e vedrete che vi ascolterà.

CONTADINA      -  E’ la mia ultima speranza.

NANNI                 -  (stufo e tirandole via la seggiola) E’ meglio che andiate a vederlo subito, finché siete così in fervore.

CATE                    -  Dici, bene, NANNI, accompagnala. Il giovane e la

CONTADINA      -  vanno. Prima di varcare la soglia di quella specie di cappella, la donna si fa il segno della croce molto devotamente. Passa poco e ricompare

NANNI                 .

NANNI                 -  (sottovoce) Vuole due denti.

CATE                    -  Due?

NANNI                 -  Due figlie: uno a testa.

CATE                    -  (dopo una breve riflessione) Ne restano ancora… dei soliti?

NANNI                 -  Ho ben provato ad offrirglieli, ma vuole proprio due di quelli che ha in bocca.

CATE                    -  Perché? Non si fida?

NANNI                 -  Per quello, non c’è pericolo: non è abbastanza sviluppata…

CATE                    -  (mettendosi le dita in bocca) Allora niente da fare nemmeno con questi qui. ( E dopo una breve riflessione) Quanti gliene restano ancora?

NANNI                 -  Quattro, compreso quello del giudizio.

CATE                    -  Resterebbe sempre con due… Per la figura sarebbero sufficienti. Quella lì abita lontano e nessuno verrebbe a saper niente.

NANNI                 -  Allora?

CATE                    -  Diamoglieli. Va a cavarglieli. Fa presto.

NANNI                 -  (avvicinandosi) A metà, veh, nonna?!

CATE                    -  Una carta da mille e ti puoi leccar le dita.

NANNI                 -  (fermandosi) Hai voglia: metà o niente!

CATE                    -  Perché tu poi li vada a buttar via in sigarette…

NANNI                 -  Intendiamoci bene, nonna, se si ha da fare: metà per ciascuno; altrimenti non se ne parla nemmeno.

CATE                    -  Una e mezza.

NANNI                 -  Meno di due, niente.

CATE                    -  (rabbiosamente, ma sempre sottovoce) Due, due, va bene. Te ne approfitti perché sono in questo stato… Ma fa presto! Tu non sai ancora quanto valga il denaro.

NANNI                 -  Anzi, è perché lo so. (Per varcare la soglia) Due… ognuno.

CATE                    -  Va bene. In quell’angolo ci devono essere le tenaglie.

NANNI                 -  Faccio con le mani: zac! (Gesto espressivo e via) La vecchia si mette a fare dei conti sulle dita. Poco dopo, ritornano gli altri due. La donna tiene religiosamente serrate nel pugno le reliquie.

CONTADINA      -  Non so proprio come ringraziarvi.

CATE                    -  Lo abbiamo fatto per voi che siete così bisognosa di un po’ di bene, altrimenti non ne diamo via di quelle sante reliquie. Vi consiglio, però, di non dirlo a nessuno.

CONTADINA      -  Eh, lo so, queste cose bisogna tenerle da conto, segretamente.

CATE                    -  Parlo per voi, nel vostro interesse. Perché sapete, a dirlo, pèrdono… pèrdono il magnetico miracoloso.

CONTADINA      -  No, no, vi prometto.

CATE                    -  Vedrete che con quelli lì, se li sapete tenere come vanno, qualcosa ci caverete.

CONTADINA      -  Ci spero tanto, se sapeste!... E quanto vi devo per la devozione?

CATE                    -  Oh, mica per noi… Dio ci scampi… Se ne avessimo, figuratevi, niente si vorrebbe; ma vedete, anche noi siamo povera gente.

CONTADINA      -  Quel che è giusto è giusto.

CATE                    -  Tutti in messe, vanno; messe e candele. A noi ci basta l’onore di averlo scoperto.

CONTADINA      -  E allora, quanto vi devo dare? Dite…

CATE                    -  Perché siete voi… Cinquemila… Ciascuno. Senza batter ciglio, la donna scioglie il nodo di un largo fazzoletto dove tiene custoditi i soldi, paga e si prepara a partire.

CATE                    -  Guardate, li metto qua. (Vuol dire in tasca) e ancora stasera mando a fargli dire una novena.

CONTADINA      -  Io vado, e grazie.

CATE                    -  Vi raccomando di nuovo: nel vostro interesse, non una parola con nessuno.

CONTADINA      -  State certa. Ci tengo anch’io, e più di voi. Adesso mi debbo sobbarcare altri dieci chilometri.

NANNI                 -  Tutto bene che acquistate presso di lui.

CONTADINA      -  (sospirando, ma contenta per l’affare concluso) Speriamo, speriamo.

NANNI                 -  Ehi, nonna. (E le fa cenno con le dita per indicare i denari) Hai aumentato la tariffa per buggerarmi meglio.

CATE                    -  Ih, che prescia!... Non ti fidi?

NANNI                 -  Suvvia, non facciamo le solite storie.

CATE                    -  Ti dò duemila lire in tutto e non ribattere neanche una parola. E poi ora non ho da cambiare.

NANNI                 -  Ti cambio io. Siamo rimasti intesi quattro e quattro devono essere.

CATE                    -  C’è tempo, c’è tempo…

NANNI                 -  (irato) C’è tempo un’ostia! Ma ad interromperli vengono, a precipizio,

ATTILIO               -  ed

ERCOLE.

ATTILIO               -  La mia giacchetta, presto, la mia giacchetta… Ma dove s’è cacciata? (Cerca e non trova)

NANNI                 -  Che succede?

ATTILIO               -  Non c’è tempo da perdere. Dov’è, dico?

CATE                    -  Eccola lì, non la vedi? Attaccata al chiodo, dietro la porta.

ATTILIO               -  (mentre se la infila) Farabutto! Brigante!

ERCOLE               -  Prudenza, però, ATTILIO. E metodo, soprattutto. Mi raccomando, seguirlo senza farsi vedere.

ATTILIO               -  Sta sicuro, scapparmi non mi scappa: voglio vederci chiaro.

ERCOLE               -  Sempre dietro, senza che se ne accorga. Frattanto è venuta anche la

BETTINA              -  la quale si inchina non vista, a raccogliere qualche cosa, in un angolo, e si dispone, con circospezione, ad entrare nella stanza dell’eremita. Quando è sulla porta, la veccha la vede.

CATE                    -  Dove vai?

BETTINA              -  A dargli un requiem, vado, che nessuno se ne ricorda mai, poveretto…

CATE                    -  (scuotendo la testa) Le è scoppiata la devozione tutta in un momento. (Ma è troppo interessata dietro agli uomini per fermarcisi su. E intanto

BETTINA               -  è scomparsa) E voi, si può sapere quel che succede?

ATTILIO               -  Succede che il Turco è uscito di casa con la lettera in mano e si è diretto in piazza.

NANNI                 -  Cosa vuol dire?

ATTILIO               -  Fesso! Va a consigliarsi, ecco cosa vuol dire! E che non vada proprio dal notaio. Perché, lui, non ha dato due sberle al notaio. Mentre essi parlano, BETTINA, inosservata, ritorna, passa e scompare.

ERCOLE               -  E’ tutta lì la sua forza! Ricordati, ATTILIO: perderlo di vista anche un solo momento, potrebbe essere fatale. Bisogna assolutamente sventare qualsiasi manovra.

NANNI                 -  E il papà, dov’è?

ERCOLE               -  Fuori che lo tiene d’occhio.

ATTILIO               -  Gamba! Basta chiacchiere…

CATE                    -  Va anche tu,

NANNI                 .

ERCOLE               -  Meglio! Tutte le forze in azione. Prima regola per vincere: conoscere ogni mossa del nemico. I tre uomini vanno, non prima che

NANNI                 -  abbia accennato furtivamente alla vecchia di non essere disposta a rinunciare alla sua parte. Più tardi, dallo stesso usciolo donde è uscita prima, ritorna STELLA, e getta, con malagrazia, il cestello, vuoto, sul tavolo. Silenzio lungamente.

CATE                    -  Matura?

STELLA                -  (risentita, aggrottando le sopracciglia) Anche troppo. E non fa in tempo a dire di più perché, dal fondo, piantandosi sulla soglia, con le mani sui fianchi, prorompe, come una furia, la vicina, legittima consorte del molto nominato Turco. Lo chiamano così, mica per altro, soltanto perché ha fatto la guerra in Crimea. VICINA Ohé, STELLA, dico? (Battendosi con violenza le mani sulle cosce e mettendosi a braccia conserte) E’ colla carne che si fa le polpette!

STELLA                -  (sullo stesso tono) Cosa intendete dire?

VICINA                -  Ho detto che con la carne si fa le polpette. E a Cogoli la carne gli piace. E cruda!...

STELLA                -  (nell’atto di slanciarlese addosso) E io dico che vi volto i connotati.

CATE                    -  Non immischiartene,

STELLA                - : lasciali nel loro fango, quella gentaglia lì… (Preoccupata che anche gli uomini possano sentire)

VICINA                -  Senti, senti. La vecchia parla di fango.

STELLA                -  Ringraziate Dio che non ho voglia di farmi le mani da capelli.

VICINA                -  Sono io, che non mi voglio sporcare…

STELLA                -  E fuori di casa mia!

VICINA                -  Non ci vengo, no. Qui sulla porta, che vedano e che sentano, perché, io, la testa la posso portare alta.

STELLA                -  E io più di voi.

VICINA                -  Ci credo. Sono le corna di vostro marito che non passano dalle porte.

STELLA                -  Oh, brutta donna. La senti, la senti? Quel che ha il coraggio di dire, quella donnaccia, la senti?

VICINA                -  Brutta donna a me? A me donnaccia? Svergognata, che tentate di portarci via, in tutti i modi, quello che è nostro sacrosanto.

STELLA                -  Sfrontata! Nostro, nostro, benedetto… che un giorno o l’altro Dio deve far, lui, la sua vendetta.

VICINA                -  Vedremo. Onestamente, vedremo! Perché noi siamo gente che non l’ha ancora perso il santo rossor del viso; e in casa mia certe porcherie non si sa nemmeno che esistano.

STELLA                -  E da me, per conoscerle, bisogna impararle da voi.

VICINA                -  Chiamatevi fortunata che non c’è il mio uomo. Vi metterebbe a posto, lui!

STELLA                -  Se non c’è il vostro, ci possono essere i miei per fare altrettanto.

VICINA                -  Chiamateli, che voglio vedere anche questa. Non ho mica paura, io, a ripeterglielo sulla faccia a vostro marito quello che è. I corni sono magri ma tengono la casa grassa, eh

STELLA!

STELLA                -  Spudorata!

CATE                    -  Sbattele l’uscio sul muso a quella disonesta.

VICINA                -  Disonesta a me? La vecchia, la vecchia che ha fatto andare all’inferno tutti gli uomini della sua generazione!

CATE                    -  (cogli occhi fuori dalla testa) A tua madre. E tu non sei capace di romperle il muso…

VICINA                -  Talis la madre ete qualis la figlia.

STELLA                -  Oè, rispettate mia madre che non siete neanche degna di nominarla.

VICINA                -  Per essere rispettati bisogna avere la coscienza pulita.

STELLA                -  La mia vita è chiara e netta come uno specchio! Rabbia! Rabbia bella e buona che l’eremita non sia il vostro.

VICINA                -  Benedetto! Suo? Nostro, sacrosanto che vi dovrebbe fulminare tutti!

STELLA                -  Rabbia che siete vecchia e nessuno vi guarda!

VICINA                -  (furiosa, colpita sul vivo) Onestà è, onestà! (E si schiaffeggia il petto senza ritegno)

STELLA                -  (come cantando) Rabbia rabbia… di dover ber freddo e orinar caldo!

VICINA                -  …E invece di andare a correre dietro le brache del notaio, dovreste badare a vostra figlia.

STELLA                -  Anche mia figlia, povera innocente, osa toccare.

VICINA                -  Povera innocente che ha il muso rotto di andare a tentare fino in casa il figlio di mia sorella.

STELLA                -  Basta, eh! Basta sul serio adesso. Donna sterile! (e le si slancia addosso) Nel pieno della rissa ad evitare più gravi vie di fatto, si introduce

ERCOLE.

ERCOLE               -  Cristo! Smettetela, non è neanche decoro.

STELLA                -  Sotto i piedi, sotto i piedi gliela voglio pestare quella brutta faccia.

VICINA                -  Te li cavo io, gli occhi. Sempre peggio, con grida e busse, finché

ERCOLE               -  non riesce a separarle caricandosi la

VICINA                -  sulle spalle e portandola fuori di peso, mentre si divincola come una anguilla e sputa in casa:

VICINA                -  Fango… fango…! (E continua a sputare anche dopo che è scomparsa)

STELLA                -  (sulla porta) Brutta donna, brutta donna… (E poi viene avanti sfinita, si getta su una sedia e seguita a singultare) Brutta donna, brutta donna… Richiamati dal putiferio, sono accorsi tutti gli uomini: ATTILIO,  NANNI, il vecchio SENECA, eccettuato ELEUTERIO, naturalmente.

ATTILIO               -  Cosa succede qua dentro?

NANNI                 -  Scommessa che stavate cavando i denti al porco.

STELLA                -  Succede che una svergognata ha la faccia di venire fin qui, in casa mia,a provocarmi.

CATE                    -  Nell’onore ha avuto il coraggio di toccarci, nell’onore!

ATTILIO               -  Domando e dico!

ERCOLE               -  (che è rientrato e sta asciugandosi il viso) E a me, ha sputato in un occhio. Ultimo della compagnia ora entra anche ELEUTERIO.

ELEUTERIO        -  Novità?

CATE                    -  (subito) Niente, niente. Pettegolezzi.

ATTILIO               -  Come niente?

ELEUTERIO   -  Ma cosa c’è?

STELLA                -  (riversandosi su di lui) Cosa c’è, cosa c’è? C’è che si viene fin dentro casa a disonorare tua moglie, e tu non ci sei mai a metterli a posto. Questo c’è! Guarda lì che uomo deve essermi toccato!

ATTILIO               -  Farabutti! Mentre la madre, spossata, continua a mormorare:

STELLA                -  Brutta donna! Brutta donna! Sembra che prometta di farsi un po’ di calma, quando, candida candida, si presenta

BETTINA              .

STELLA                -  (vederla e riprendere i suoi spiriti è una cosa sola) Giusto tu! (Le corre addosso e prima ancora che l’infelice abbia fatto un passo, le assesta due ceffoni) Ecco! La giovinetta si rifugia piangendo nelle braccia del padre.

ELEUTERIO        -  Perché la tratti così,

STELLA                - ? Vuoi che te lo dica? Non approvo.

STELLA                -  La difendi anche! Pure questo mi tocca di sentire. Eh già, perché lui del decoro della famiglia se ne cura come dei fondi delle sue scarpe! Domandale dove è stata, piuttosto. E d’ora in poi, bambina, se muovi ancora un passo fuori di casa senza il mio permesso, sono sganassoni.

ELEUTERIO        -  Ma, infine, avrò il diritto che tu mi spieghi.

STELLA                -  Via col moroso, va! Ma già, tu non te ne occupi, tu non sai mai niente, devono essere gli altri ad aprirti gli occhi.

ELEUTERIO        -  Io non sapevo, proprio. Se è così…

BETTINA,

BETTINA              - …!

BETTINA              -  (parole e lacrime) Io non faccio niente di male. Ci volgiamo bene, ecco.

ATTILIO               -  E la riputazione, per te, non esiste, disgraziata?

CATE                    -  Il nostro buon nome!

ERCOLE               -  ha taciuto perché, nel frattempo, è stato preoccupato a tener d’occhio, di fuori, che non arrivi qualche altro guaio. Ed ora non gli salta in mente di andare a dare un’occhiata nella stanza dell’eremita?

STELLA                -  …Che, infine, in casa nostra, nessuno ha mai avuto da dire niente!

ELEUTERIO        -  Sì,

BETTINA              . E tu, a far così, ricompensi male i tuoi genitori, che non se lo meritano; perché qui dentro non hai avuto che dei buoni esempi. (Le parole hanno ceduto al pianto della colpevole)

SENECA               -  (vicino alla nipote) Marmottina. Non sai che a frignare ti vengo gli occhi rossi? (e sta con una mano sulla sua spalla)

ERCOLE               -  (precipitandosi nella stanza furibondo) Non ha più un dente! Più uno!...

ATTILIO               -  No?… (e corre a verificare)

CATE                    -  Non è possibile.

NANNI                 -  Hai contato male.

ERCOLE               -  Senza, senza, completamente. Ha la bocca spalancata, nera come la notte, che fa paura a vederlo! Sdentato! (a squarciagola e sventagliando quattro dita della mano) E ne aveva quattro, prima!

ELEUTERIO        -  Ma cosa dici? Cosa dici? Ladri in casa?

ATTILIO               -  (ricomparendo) Chi è stato?

CATE                    -  E’ impossibile che non ne abbia più.

NANNI                 -  Due ne deve avere ancora.

ATTILIO               -  E perché due?

NANNI                 -  (bullo) Perché due li abbiamo dati via la nonna ed io.

ATTILIO               -  Ah sì!?

NANNI                 -  Sì!

ERCOLE               -  E gli altri, gli altri due, perdio!...

NANNI                 -  Mah!...

SENECA               -  Ora bisognerà fargli fare una dentiera.

CATE                    -  (ispirazione) BETTINA! L’unica che sia entrata là dentro è BETTINA          .

ATTILIO               -  (agguantando l’infelice per le spalle e scuotendola come uno straccio) Che ne hai fatto? Che ne hai fatto? Che?

BETTINA              -  (piangendo da intenerire i sassi) Andava via… partiva soldato… lontano… Ed io volevo che portasse con sé qualche cosa che lo proteggesse; e non si dimenticasse di me… perché io gli voglio bene…

SENECA               -  Santa innocenza!

ERCOLE               -  Figura porca! (Soffocato dall’ira, non è in grado di aggiungere altro).

ELEUTERIO        -  (coll’anima nel respiro) Ci hai rovinati,

BETTINA              . Cos’hai fatto?

ATTILIO               -  Assassinati, assassinati…!

STELLA                -  Anche questo! Vergognosa!...

CATE                    -  E diceva di andargli a dire un requiem… Ha il coraggio di mescolare la religione alle sue por

CATE                    .

ERCOLE               -  (salomonico) Quella ragazza sarà il disonore della famiglia!

ATTO TERZO

E’ passato qualche giorno. Nel medesimo luogo, di mattina. Uno di fronte all’altro, ERCOLE       -  e suo nipote, NANNI, seduti a tavola terminano di far colazione. Vengono interrotti da ATTILIO che torna dai campi.

ATTILIO               -  Vita schifosa! Io non ci duro più.

ERCOLE               -  Novità?

ATTILIO               -  Macché! Niente. Sono furbi loro. Ci mettono nel sacco tutti, quanti siamo. Pescali, se puoi…!

ERCOLE               -  E della cassetta, più niente?

ATTILIO               -  Scomparsa.

ERCOLE               -  Quella, vedi, quella mi dà da pensare più di tutto.

ATTILIO               -  Niente!

ERCOLE               -  Il nodo è lì. Lì dentro ci può essere la soluzione di tutto!

NANNI                 -  Ma infine, che valore può avere una cassetta!

ATTILIO               -  Tu non parlare. Non venire fuori con delle stupidate. Ne abbiamo abbastanza dei fatti.

ERCOLE               -  (avvilito) Girare mezza giornata su e giù, per tutto il campo, con una cassetta in mano. Cosa avrà voluto dire?

NANNI                 -  Saperlo!

ATTILIO               -  Io divento matto!

ERCOLE               -  (concludendo le proprie riflessioni) E tutto, a questo mondo, ha un senso.

ATTILIO               -  E nessuno che esca! Il camino che fuma e la porta chiusa.

ERCOLE               -  Qui sotto c’è del losco. È strano molto strano. Non capisco come nessuno si faccia più vivo. Sono quasi le nove.

ATTILIO               -  Neanche messo fuori il naso. Fino all’altro ieri, una giostra; da due giorni, un cimitero. Sono stato là dalle cinque di mattina! Eppure, ce lo devono avere il mezzo di svignarsela quelle carogne. (Verso il fratello ora) Oè, gambe, che tocca a te!

NANNI                 -  Che prescia! Non usciranno mica in questo momento.

ERCOLE               -  Non si sa mai. Hanno una malizia…

ATTILIO               -  Lo puoi dire. Loro fanno fatti e non chiacchiere, come noi. Mica discutono. Agiscono. Mica schiaffi al notaio, carta bollata. Vuoi andare allora?

NANNI                 -  Calma. Calma, e meno arie.

ERCOLE               -  Presto, NANNI, che è il tuo turno.

NANNI                 -  (messosi un pezzo di pane in saccoccia e avviandosi) Cambio della guardia! Oh, però ricordatevi, io ci sto solo fino alle dieci, dopo, ci vada qualcun altro!

ATTILIO               -  Ci sono stato quattro ore, io.

NANNI                 -  Ma allora, era sul fresco. E poi il servizio di sentinella non mi è mai piaciuto, nemmeno sotto le armi. Ci sono anche da limare tutti i denti di ieri sera.

ATTILIO               -  Penso io, penso io.

NANNI                 -  Ci vada un po’ anche lo zio, moh! Invece di star qui a fare i piani e mandar fuori gli altri.

ERCOLE               -  Malcreato villano! Se non fosse per rispetto a

ELEUTERIO        -  ve lo educherei io, come Dio comanda, in una settimana. Preso da un subitaneo sospetto,

ATTILIO               -  ferma il fratello mentre varca la soglia.

ATTILIO               -  Alt! E NANNI  -  resta in atteggiamento interrogativo con una gamba per aria. Vorrei sapere cosa vuol dire quella mano in tasca.

NANNI                 -  Eleganza. (E fa per andare)

ATTILIO               -  Fermati, ho detto.

NANNI                 -  Un’altra di nuove, adesso?

ATTILIO               -  E’ un pezzo che ti osservo. Dacché sei qui, non hai tirato fuori quella mano una volta sola.

NANNI                 -  (provocante) Ci ho le cosce fredde e me le tengo calde, va bene?

ATTILIO               -  D’agosto?

NANNI                 -  D’agosto! Ho le cosce all’ombra ed ho freddo d’agosto. Che merito c’è ad aver freddo di gennaio?

ATTILIO               -  Rovescia le tasche.

NANNI                 -  Oè? La guazza notturna ti ha fatto andar di male il cervello?

ATTILIO               -  Rovescia le tasche, ho detto!

ERCOLE               -  Mollaci,

ATTILIO               -  che là fuori, non c’è nessuno di guardia. NANI Ecco vedi. Questa volta dimostri del buon senso, zio.

ATTILIO               -  Insomma, fuori i denti!

NANNI                 -  Cala, cala!... (E se la batte di corsa. L’altro gli si precipita dietro, senza poterlo raggiungere).

ATTILIO               -  Una volta o l’altra lo appendo ad un albero finché ha sputato le trippe. Ha le tasche piene di denti e li va a vendere a destra e a sinistra. Alla sera, quando gli altri dormono, li lima, capisci, e poi li vende.

ERCOLE               -  (portato via da più gravi preoccupazioni) Uno più uno meno… Se non lo accettano in blocco, tra poco ci si dovrà adattare a questa soluzione.

ATTILIO               -  (che misura a lunghi passi la stanza, incollerito ed ogni tanto spia di fuori) E sempre nessuno.

ERCOLE               -  La cassetta, la cassetta!

ATTILIO               -  Tutto il mulinello di due settimane: i giri in città, l’avvocato, il notaio, la visita al catasto… la carta bollata, e, di colpo, più niente, tutto si ferma. Questa calma mi mette addosso una smania che non riesco a star fermo… Non è possibile che qualche cosa non tentino, non è possibile. Eppure, non fanno un passo senza che lo si sappia!

ERCOLE               -  Che escano di notte?

ATTILIO               -  Di notte? A far che?

ERCOLE               -  E’ sempre di notte che si combinano i tiri peggiori. La notte è l’ora delle congiure.

ATTILIO               -  Avevo ragione io che bisognava montar la guardia anche di notte! Reduce della sua passeggiata di tutte le mattine, viene il vecchio

SENECA               -  col giornale in mano.

SENECA               -  Giorno… I DUE Giorno…

SENECA               -  Sapete che ne parlano anche sul giornale?

ATTILIO               -  Fin là è arrivata la notizia!

ERCOLE               -  Mi meraviglio che non ci sia arrivata prima.

SENECA               -  E ci prendono anche in giro. (Gli consegna il giornale) In paese lo sapevano già. Sulla porta del beccaio c’era il Turco che si lamentava perché hanno sbagliato a scrivere il suo nome.

ATTILIO               -  Il Turco?

ERCOLE               -  In paese?

SENECA               -  Mezz’ora fa.

ATTILIO               -  Dal beccaio?! Hanno scoperto tutto.

ERCOLE               -  Cristo!

ATTILIO               -  Ed io là impalato, quattro ore, ad aspettarlo.

ERCOLE               -  Sangue della madonna! Che abbiano un’uscita segreta?

SENECA               -  Era là con una cassetta in mano che non abbandonava un momento…

ERCOLE               -  ED

ATTILIO               -  (insieme) La cassetta?

ERCOLE               -  (investendo il vecchio) Siete sicuro?

SENECA               -  Eh perdiana! Gli occhi mi servono ancora. Era là con una cassetta in mano e un violino sottobraccio.

ERCOLE               -  Un violino?

SENECA               -  Siete sordo?

ERCOLE               -  Un violino!

ATTILIO               -  Quello non conta: è la cassetta…

ERCOLE               -  (come ipnotizzato) Un violino!

SENECA               -  Un violino, sì, un violino. (Aprendo a misura le braccia) Tanto lungo, tutto logoro e interrito.

ERCOLE               -  Cristo d’un Dio! Avete mai sentito dire che l’eremita si occupasse di musica?

SENECA               -  Eremita violinista? Mai sentito dire.

ATTILIO               -  Mondo teppista, qui bisogna vederci chiaro.

ERCOLE               -  Andiamo…

SENECA               -  Cosa volete fare?

ATTILIO               -  Magari assalirlo, quel cane!

ERCOLE               -  Caro voi! Occorre difendersi! Non so niente, ma se occorre, noi ci procureremo anche un contrabbasso.

ATTILIO               -  Dài, anche tu, nonno, che sei occhi vedono meglio di quattro.

ERCOLE               -  Sì, anche il vecchio. Poco, ma qualcosa potrà servire. E senza perdere un minuto.

SENECA               -  (scrollando la testa) Mobilitazione generale. Mi sembro tornato ai giorni di Caporetto.

ATTILIO               -  (già sulla porta) Se non commetto uno sproposito oggi, non sono neanche figlio di mio padre.

SENECA               -  Spero che tu non abbia a commetterlo, figliuolo. No, cosa dico? E vanno in ricognizione. Più tardi, sempre dal piccolo uscio, viene

STELLA                . Cammina un po’ su e giù pensierosa, si accerta che non ci sia nessuno e poi a bassa voce, verso un’altra stanza:

STELLA                -  Mamma… mamma… E la vecchia la raggiunge.

CATE                    -  Ebbene?

STELLA                -  A questo modo non può andare avanti, sai.

CATE                    -  E’ grossa, non essere ancora riuscita a farti promettere niente.

STELLA                -  Come dirlo, a star qui. Ci vorrei vedere te. Sempre mezze parole… Che non può… Che non dipende solo da lui… Che farà di tutto… Che non ci pensi… Che c’è tempo… Che non avrò da lamentarmi di lui… e, intanto, dài che c’è gusto! Roba da vomitare.

CATE                    -  Quello si prende il suo piacere e noi ci lascia sulle secche.

STELLA                -  E’ più fino di tutti noi messi insieme. Ed io sono stufa. È pericoloso continuare così. Pensa se, Dio non voglia, qualcuno degli uomini, lo venisse a sapere…

ATTILIO               -  col suo carattere; non bisogna nemmeno che me lo metta in mente. Altrimenti… E poi, non so… ma ci deve essere qualche cosa che non capisco, ci giocherei la testa.

CATE                    -  Perché?

STELLA                -  … Non so nemmeno io… niente, di preciso, eppure… stamattina, per esempio, non era in casa…

CATE                    -  Non ti aspettava?

STELLA                -  Figurati! Per mancar lui che non ne ha mai abbastanza! Ho cercato di sapere dalla serva, ma anche lì acqua in bocca. Non capisco perché ce l’abbia tanto con me, quella. L’unica cosa che sono riuscita a sapere è che, stamattina presto, erano andati a cercarlo a casa due della commissione.

CATE                    -  E poi?

STELLA                -  E poi è uscito con loro.

CATE                    -  Birbante! Sull’uscio è comparso ELEUTERIO. Pare un altro uomo. Torvo e minaccioso, si avVICINA           -  alla moglie.

ELEUTERIO        -  Oè, STELLA, dico: a me, di quella razza di arnesi là, nics!

STELLA                -  Bè?... Un’altra di nuove adesso?

ELEUTERIO        -  Tanto per intenderci! E non fingere di non capire. (Terribile il che non toglie che riesca anche molto ridicolo) So tutto.

STELLA                -  Tutto che?

ELEUTERIO        -  Tutto.

STELLA                -  Fammi il piacere, va là. Tu hai voglia di far chiacchiere ed io nessuna di ascoltarle. Ne ho abbastanza per la testa.

ELEUTERIO        -  (più serio che può) Ooh… dico! Non attacca, sai. È inutile negare e far finta di non capire. Sono bene informato: dalla a alla zeta che mi fa schifo a dirlo. Perché in casa, finora, ho lasciato correre, tu credi che io non conti, vero? Che io possa diventare la favola del paese. Ma adesso cambia, sai, oh se cambia! Ti faccio vedere io chi sono, bambina. (Passeggia su e giù)

STELLA                -  (Più sorpresa che spaventata)

ELEUTERIO        - ?

ELEUTERIO        -  Non c’è

ELEUTERIO        -  che tenga, cara mia… Sono un altro. Tu vedi, ti sei fatta un’idea sbagliata del mio carattere, tu hai preso la mia bontà per debolezza e non sospettavi che, sotto, ci fosse un uomo di ferro. Ecco il tuo sbaglio. Tu non mi conosci ancora.

CATE                    -  (naturalissima) Diventi matto?

ELEUTERIO        -  Non sono mai stato tanto savio, cara voi. Semplicemente ho aperto gli occhi. Perché, se non lo sapete ancora, vostra figlia se la intende col notaio. E quando dico se la intende, faccio per salvare la decenza. Quasi ogni giorno ci va; di mattina, sul fresco, da una settimana.

CATE                    -  Mi pareva impossibile che lui dovesse falsare la razza. I primi sono sempre i nostri uomini a raccogliere le calunnie degli invidiosi e a gettarvi il fango addosso.

STELLA                -  Sposatevi ed avrete di queste. (Si mette a passeggiare anche lei)

ELEUTERIO        -  (invece, fermandosi) Macché fango e fango! Fango, sì! non fatemi ridere che non ne ho proprio voglia. Ci siamo dentro fino al collo, nel fango. Altroché! Non vorrete venirmi a raccontare, per caso, che vada là a recitare l’avemaria.

STELLA                -  E perché no? Essendosi fermata la moglie, si rimette a passeggiare lui.

CATE                    -  Uno scellerato, sei. Sì! Avere la faccia di venire a disonorare la mia creatura, e senza nemmeno saper niente, senza domandarsi come stanno le cose. Scellerato e anche stupido!

ELEUTERIO        -  Sono io che disonoro vostra figlia? Oh, ooh…! Non fatemi andar fuori dai gangheri, suocera. Potrebbero succedere cose mai viste.

STELLA                -  (alla madre) Te l’ho detto? Me lo immaginavo. Ecco quel che si riceve a far del bene, a sacrificarsi per la famiglia.

ELEUTERIO        -  Incosciente. I corni li chiama sacrifici!

CATE                    -  Sacrifici sì sì!

ELEUTERIO        -  E’ inutile che vi ci mettiate in due: fiato sprecato. Se credete, con le vostre fandonie, di farmi cambiar parere, siete fuori strada. I corni mi hanno reso furbo.

CATE                    -  Ecco, qualcosa ci hai guadagnato. In una svolta della sua passeggiata,

ELEUTERIO        -  va a sbattere contro ERCOLE,  il quale è tanto lontano da quello che sta succedendo da esclamare:

ERCOLE               -  Dal fienile passava, quel brigante!

CATE                    -  (investendo il nuovo arrivato) Lui lo può dire, lui, che male ha fatto questa povera donna!

ERCOLE               -  N’altra storia, adesso?

STELLA                -  (stringendosi sulle spalle) Vi avevo avvisati che se ne sarebbe avuto a male.

ELEUTERIO        -  Capiti a pennello. Senti, senti, anche tu che sei mio fratello… E giudica. ERCOLE,  mia moglie se la intende con Cogoli, il notaio. Bene, come ciò non fosse abbastanza, io non ho neanche il diritto di lamentarmi; mi dicono che la offendo, capisci, che le manco di rispetto, che ho torto a prendermela.

ERCOLE               -  Torto marcio.

CATE                    -  Ooh… uno che ragiona!

ELEUTERIO        -  (tace un poco, e poi da uomo molto astuto) Senti, ERCOLE,  io apprezzo la tua cavalleria perché so che fai per mettere pace… ma è tutto inutile; su queste cose non transigo. Quello che è deciso è deciso! Caro mio…

ERCOLE               -  Ma bisogna dire che tu la testa ce l’hai per contrappeso, ELEUTERIO. Mi costa, sai, come fratello, dover riconoscere una cosa simile…

ELEUTERIO        -  Ooh… Perdiana di Dio! Non mettertici anche tu, sai, ERCOLE! (E p a s s e g g i a s e m p r e ) Da Cogoli c’è andata sì o no?

STELLA                -  (aggressiva) Sì, ci sono andata. Sì, e con questo?

CATE                    -  E con questo?

ERCOLE               -  E con questo?

ELEUTERIO        -  E con questo io sono becco. (Ora s’incrina. Rabbiosamente piagnucoloso) E io non voglio, ecco… Perché sono stato sempre una persona onorata… in paese; e non sono mai stato sulla bocca di nessuno… e ho sempre lavorato come un cane per la mia famiglia. E questa non me la merito… e non gliela lascio passare.

ERCOLE               -  (imprudente) Ne hai lasciate passare tante…

ELEUTERIO        -  Ma non questa. Tutto., ma becco no. E’ questione di carattere.

ERCOLE               -  E cosa vuoi fare?

ELEUTERIO        -  (rimontandosi) Ancora non lo so, ma qualche cosa di grosso. Questa soddisfazione voglio prendermela.

STELLA                -  E’ meglio che procuri di calmarti, invece di renderti ridicolo.

ELEUTERIO        -  (sincero) Bada STELLA! Certi discorsi no. Certi discorsi no, eh… perché non rispondo più di me.

CATE                    -  (strillando) Anche le mani! Anche le mani avrebbe il coraggio di alzare sulla mia creatura!

ELEUTERIO        -  Sissignora… anche le mani… Tutto. Mi sento un leone.

ERCOLE               -  (esplodendo) Oh, in fin della fine…! Tu che gridi tanto, che pretendi di giudicare la gente, lo sai perché lo ha fatto? Lo scopo te lo sei domandato?

ELEUTERIO        -  Per uno scopo e per un altro, ci è andata e basta.

ERCOLE               -  Nossignore, nossignore, non basta niente affatto! Che ci sia andata conta meno di una merda.

ELEUTERIO        -  Ah… (facendo le corna con le dita), conta meno di…

ERCOLE               -  Tanto! Vuoi subito darti delle arie! Semplici visite di convenienza, quattro chiacchiere senza importanza.

STELLA                -  Fateglielo entrare in testa!

ELEUTERIO        -  …e il resto!

ERCOLE               -  …. Bisogna vedere “perché” ci è andata. È la fine che giustifica i mezzi. Ricordatelo! Non so più dove l’ho letto, ma lo deve aver detto uno di quei sapientoni di una volta che ne sapeva più di noi. Quella è… Oh se fosse stato per interesse, per vizio, son con te; sarei io il primo a dirti: “ELEUTERIO, colpisci!”

ELEUTERIO        -  Ma fammi il piacere, non parlarmi in letteratura. Perché vuoi che ci sia andata?

CATE                    -  E’ tanto grullo che non riesce ad immaginarlo.

ERCOLE               -  Ma mondo ladro! Non capisci che non c’era che Cogoli che potesse farcelo riconoscere?

STELLA                -  Cosa volete che capisca quello lì, di certe cose?

ELEUTERIO        -  Va bene, ci può essere andata per uno scopo buono, ma c’è andata e per me, è quello che conta.

ERCOLE               -  Ah così? E allora, domani, avresti preferito sentirti rimproverare dai tuoi figli di non aver tentato tutto per acquistare loro quella fortuna? Per il tuo egoismo, avresti sacrificato il loro benessere e il loro avvenire?

CATE                    -  Ecco un uomo di proposito!

ERCOLE               -  Ti dirò di più: avresti dovuto essere tu a mandargliela, se ti stesse a cuore la tua famiglia!

ELEUTERIO        -  … Se ce li avessero dati… (Dice. Ed è un peccato, perché finora aveva proprio fatto bella figura)

ERCOLE               -  Non conta. Chi lo poteva sapere? E poi, chissà che non debba ancora riuscirci. Ma almeno aver la coscienza tranquilla; poter dire di non aver lasciato intentato nulla: questo era il vostro primo dovere.

STELLA                -  Cosa volete star lì…? Quello, certe deli

CATE                    - zze non le sa apprezzare.

ELEUTERIO        -  Deli

CATE                    - zze! Ha detto deli

CATE                    - zze.

ERCOLE               -  Magari deli

CATE                    - zze proprio, no, ma il suo, io lo chiamo sacrificio bello e buono. E sfido chiunque a dir di no.

ELEUTERIO        -  Grazie tante. Parli, parli, tu, perché non sei al mio posto… perché non sei il marito. A me certe cose non vanno giù!

ERCOLE               -  Che sensibile che sei! Vanno giù a persone più importanti di te.

ELEUTERIO        -  Loro saranno abituati.

ERCOLE               -  E tu, no?

ELEUTERIO        -  E io no! E’ questione di carattere.

ERCOLE               -  Non capisco tante storie per una sciocchezza simile. Vorrei potermi lamentare per altrettanto, io!

CATE                    -  Poveretto. E vostro fratello, per un semplice sospetto ha tante pretese.

ERCOLE               -  Fosse toccata a me una moglie come la tua.

CATE                    -  Perché, la vostra…?

ERCOLE               -  Mai avuto bisogno di eremiti, lei. Sempre gratis!

ELEUTERIO        -  (passeggia ancora ma tace. Dopo un po’ di tempo).

ERCOLE               -  Ascolta ELEUTERIO. Nella storia dei nostri vecchi raccontano che, ai tempi dei tempi, c’era una volta, una giovine che si era messa in testa di andare in Terrra Santa per acquistare merito… Non aveva soldi e partì a piedi. Dopo aver mandato avanti i piedi per mesi e anni che non si ricordava neanche più da quanto fosse in cammino, arrivò finalmente alle rive del mare, che la Terra Santa si vedeva dirimpetto. Ma qui occorreva passare all’altra riva e soldi non ne aveva e i battellieri, che erano lì, senza soldi, in barca non la volevano mettere. Seguitare ad andare avanti a piedi, con tutta quell’acqua, capisci anche tu che non era possibile; tornare indietro e rinunciare alla Terra Santa che se la sognava perfino di notte dalla voglia e ormai la poteva toccare con le mani, sarebbe stato dimostrare poca devozione. Cosa fare in quelle strette? Ci pensò su un poco e poi si decise; pur di poter arrivare a saldare il suo debito, fece sacrificio del suo corpo ai battellieri per pagarsi il trasporto in barca. Bene, sai dove è finita quella donna?

ELEUTERIO -  In un casino?

ERCOLE               -  No. Sugli altari.

CATE                    -  Era il loro dovere. E magari ci manca che si sia messa anche a far miracoli.

ERCOLE               -  Uno sterminio. E il bello è che, senza quell’intoppo, nessuno avrebbe mai parlato di lei come tutti coloro che hanno fatto lo stesso viaggio, prima e dopo.

CATE                    -  Giustizia di Dio! Se ci son passati sopra quelli…

ERCOLE               -  E sì che, per certe cose, quelli sono scrupolosi.

CATE                    -  Ma questo qui vuol essere più del papa.

STELLA                -  Credendo di far bene, qualche volta, uno può anche sbagliare.

ELEUTERIO        -  (colpito ma non ancora del tutto vinto) Potevate almeno farmene parola… consigliarvi anche con me, dopo tutto.

ERCOLE               -  Ecco la prima parola giusta che dici. Questo sì, questo poteva anche farlo.

STELLA                -  E va bene; hai ragione, ho fatto male a non parlartene, ma è stato per timore che te ne avessi a male. Ho voluto evitarti dei pensieri…

ELEUTERIO        -  (perplesso) Pensieri…

ERCOLE               -  T’ha risparmiato il malditesta, insomma.

CATE                    -  Vuoi ancora di più?

ELEUTERIO        -  Mi pare che in una questione come questa avrei avuto anch’io il diritto di dire la mia… Che debba proprio sempre essere l’ultimo?

STELLA                -  Sei di pelle così delicata!

ERCOLE               -  (ammirato) Non credevo di trovarti tanto risoluto nelle questioni d’onore! Bravo! Sei un duro, tu.

ELEUTERIO        -  (sincero) Cosa vuoi farci? Sono fatto così.

ERCOLE               -  E fai bene. Buon sangue non mente. (Conclude battendogli fraternamente su una spalla)

CATE                    -  E con queste sciocchezze si è persa tutta la mattina. ATTILIO,  come uno straccio, seguito dal nonno alquanto malinconico anch’esso, si abbatte nella stanza.

ATTILIO               -  Rovinati!

SENECA               -  E proprio ora che cominciavo a prenderci gusto anch’io.

ATTILIO               -  (rosicchiandosi i pugni dalla rabbia) Rovinati! Rovinato a dritto e a rovescio.

CATE                    -  Ma cosa capita, dunque, ancora?

STELLA                -  Parlate.,

ERCOLE               -  La cassetta, il violino?

ELEUTERIO        -  ATTILIO,  per amor dei nostri morti. Ma quello corre avanti e indietro, senza riuscire a sganciarsi da quella parola: Rovinati!

ERCOLE               -  Fuori! Mondo cane! Parla.

ATTILIO               -  Proprio adesso, visti con questi occhi. (E se li tocca) Sono andati da quel cane due della commissione e il Cogoli, con una carta in mano. Capite? Mamma: il Cogoli! Ma a quello lì, due palle nella schiena non gliele cava neanche Maria Santissima.

CATE                    -  (fra i denti) Faccia doppia!

ERCOLE               -  Due della Commissione, hai detto?

STELLA                -  Anche il notaio? Sicuro?

ATTILIO               -  Il notaio, il notaio, sì.

ERCOLE               -  E aveva una carta in mano?

SENECA               -  In busta gialla. E passando uno, diceva: “una bella fortuna”!

ATTILIO               -  E’ chiaro come il sole. (Presentandoglielo fuori) Lo vedi, il sole? Così! Sono andati a riconoscerglielo e la roba la prende lui. Chi ha avuto, ha avuto, mamma!...

CATE                    -  (con ferocia) Non è possibile.

ELEUTERIO        -  Cosa ci possono andare a fare, in tre, dopo che gli hanno mandato la circolare come a noi?

ERCOLE               -  Può trattarsi di un altro sopraluogo.

ATTILIO               -  Sarebbero venuti prima qui, come l’altra volta.

ELEUTERIO        -  Almeno questo riguardo.

STELLA                -  Ma cosa abbiamo fatto di male, noi, per tirarci addosso le disgrazie a mazzi?

ELEUTERIO        -  (triste per cognizione di causa) Dopo tanti sacrifici!... (E siede taciturno)

ATTILIO               -  Quando li ho visti voltare a destra e dirigersi là, ho creduto di fare un colpo. Se avessi avuto in mano lo schioppo li lasciavo secchi, tutti e tre in fila.

CATE                    -  Fariseo! Ecco

NANNI                 -  di corsa.

NANNI                 -  Sono usciti!

ATTILIO               -  Bella forza! Restavano là a dormire?

NANNI                 -  (trionfante) Ma hanno ancora la carta? Una busta gialla?

NANNI                 -  Eccoli là. Viene anche

BETTINA              -  con la sua notizia.

BETTINA              -  Mamma, ci son qui, in cortile, il notaio con altri due uomini.

SENECA               -  Si ricomincia.

STELLA                -  E adesso cosa si fa?

ERCOLE               -  Son qua io. Lasciateli conferire con me.

ELEUTERIO        -  (mettendosi a strapparsi i capelli) E i denti? I denti. Che non ne ha più uno?!

ATTILIO               -  (fulminando con un’occhiata la sorella) Tutto per quella là! Ma bada!... Stamattina ci scappa il morto. (E non può dir altro perché i tre nuovi arrivati sono comparsi sull’uscio) Sono due contadini vestiti con l’abito della festa, accompagnati dal notaio Cogoli. Il Cavalier, dottor, Alfredo Cogoli è un uomo sulla cinquantina, grosso, calvo, dalla pelle lucida e stirata sulla faccia priorale con due occhietti furbi, timidi e sensuali che sfuggono lo sguardo diretto. COGOLI Ossequi, amici miei.

GLI ALTRI           - Buon giorno. Favoriscano. Si accomodi.

ELEUTERIO        -  (come padrone di casa) Grazie! Benvenuto, signor notaio.

COGOLI               -  Onore mio. Due minuti. Un breve accertamento onde vedere di definire, se sarà possibile, questa spinosa contestazione.

ERCOLE               -  Una sedia al cavaliere. E da bere alla compagnia. Mentre qualcuno provvede:

COGOLI               -  Con postilla della circolare inviata in data addì venticinque dello scorso mese, la Congregazione si riservava il diritto, che a voler essere precisi era anche un dovere non tanto solo verso di voi, ma anche e principalmente verso la memoria del defunto benefattore, nobile anima di filantropo, Archimede Coghetti… si riservava il diritto, dico, di ritornare ad esaminare, alla luce di eventuali nuovi elementi, il caso che ci ha dato tanto da fare in queste settimane.

ERCOLE               -  Ah… perché ora?!?

COGOLI               -  Precisamente. Siamo in possesso di alcune notizie particolareggiate, riguardanti per così dire l’anatomia del pio anacoreta vissuto, in antico, su queste terre… Una, in particolar modo, importantissima, che si riferisce, dirò così, al tenore di vita di quel religioso, verificandosi la quale, si potrebbe emettere un giudizio, per quanto è umanamente possibile, esatto.

ERCOLE               -  E sarebbe?

COGOLI               -  Non ve la possiamo comunicare fino ad accertamento esperito.

ERCOLE               -  Per carità… Facciano pure il loro comodo. Loro sanno… In queste cose, figurarsi, loro sanno… Piedi di piombo.

COGOLI               -  E’ l’uso… E allora, se permettete…

ERCOLE               -  Perbacco! Non lo stiamo nemmeno a domandare. Fate come se foste in casa vostra.

CATE                    -  (improvvisa) Accompagnali,

STELLA                .

COGOLI               -  (gentile) Non occorre che la padrona si disturbi. Pregherei anzi, che ci lasciassero fare il sopraluogo da soli.

STELLA                -  Come preferiscono.

ERCOLE               -  (indirizzandoli) Qui. Apprezzino: ci abbiamo fatto anche la camera ardente.

COGOLI               -  Bene, bene! Curioso! Il loro vicino invece ha trovato più prudente custodirlo in una cassetta.

ERCOLE               -  Ah! Prima che varchino la soglia,

ATTILIO               -  tira la giacca dello zio e riesce a mormorargli sottovoce:

ATTILIO               -  Del Turco, domandagli del Turco.

ERCOLE               -  Pardon… ! Sempre se è lecito. Sono stati qui dal nostro vicino… per la stessa ragione?

COGOLI               -  Sì, buon uomo.

ERCOLE               -  (insieme a tutti gli altri) E… e… e… ?

COGOLI               -  Un po’ di pazienza. Dobbiamo verificare se corrisponde dentatura. (E scompare coi suoi assistenti). È l’ultimo colpo. L’effetto d’un fulmine. La scena è indescrivibile, tanto più grottesca in quanto il timore di farsi sentire li trattiene dallo sfogarsi come vorrebbe il cuore e cioè con urla, anatemi e distruzioni. TUTTI La dentatura? Oh Dio! I denti! Ahimé!... No, no; i denti no. (Eccetera. Pugni in testa, mani addosso e minacce di convulsioni)

ERCOLE               -  Questa era il famoso particolare anatomico.

NANNI                 -  Ed è tutto sdentato!

STELLA                -  Ecco ciò che ci viene in tasca per pochi soldi da attaccare rosario!

ATTILIO               -  (agguantando e terremotando la sorella) Tu! Sei stata tu, scellerata!

ERCOLE               -  Parla piano, che ti sentono.

CATE                    -  Assassina! Tutto per causa sua!

ELEUTERIO        -  (sottovoce e con mazzetti di capelli in mano) Ah poveri noi, poveri noi… Cosa hai fatto,

BETTINA              - ?

CATE                    -  La nostra rovina: quella lì è la nostra rovina.

BETTINA              -  (si mette a piangere, silenziosamente) Io non gliene ho cavati che due.

CATE                    -  Due, forse, bastavano per fare vedere che i denti li aveva avuti e si poteva trovare una scusa.

BETTINA              -  continua a piangere.

STELLA                -  Se credi di cavartela a piangere!

ATTILIO               -  Ti ammazzo!

BETTINA              -  singhiozza.

STELLA                -  E piangi piano.

ATTILIO               -  Pensa a metterti l’anima in pace con Dio perché ne hai ancora per poco! La pelle, ti faccio la pelle!

NANNI                 -  Beh! Ed ora come la si mette?

ERCOLE               -  (aprendo le braccia) Mah! Io stesso non ci vedo chiaro.

SENECA               -  L’unica che resti è confessare!

ELEUTERIO        -  Ma non ci crederanno!

SENECA               -  La prima volta che son venuti a vederlo i denti li aveva.

NANNI                 -  Non sono mica quelli dell’altra volta, questi.

CATE                    -  E poi, come si potrebbero ricordare che, quando sono entrati, non stavano nemmeno in piedi?

SENECA               -  Colpa tua che li avevi ubriacati.

STELLA                -  E chi li ha comperati non parla.

ELEUTERIO        -  Povera gente, povera gente!...

ATTILIO               -  Matto! Divento matto… La dinamite nel cervello mi pare di avere. Statemi lontano: sono come una bomba!

ERCOLE               -  Parla piano!

ATTILIO               -  Mi importa tanto, ormai! E tu va via… vattene! Che non ti veda! Togliti davanti agli occhi perché ti tiro il collo come un pollastro. La meschina, terrorizzata, si è ridotta addosso al muro che quasi ci passa attraverso.

ELEUTERIO        -  Tante pene, tanti sacrifici e tutto buttato via!

CATE                    -  Ma cosa fanno, là dentro, che non vengono più fuori?

NANNI                 -  Buon segno, io dico buon segno.

ATTILIO               -  Almeno facessero in fretta a toglierci da questo inferno!

STELLA                -  Gente! Io mi sento una cosa in testa come se mi strappassero i capelli tutti in un colpo. Quando ho avuto la tigna, preciso. Finalmente ricompare la commissione. Ma c’è ancora qualche istante da attendere prima che si siano messi a posto.

ELEUTERIO        -  E dunque, caro signor notaio?

COGOLI               -  Il nostro dovere è compiuto e non ci re sta che dare comunicazione dei risultati della nostra inchiesta.

ATTILIO               -  Presto, per la miseria!

ERCOLE               -  (fulminandolo con lo sguardo) Lo perdoni, signor notaio. È così vulcanico, quel giovanotto!

COGOLI               -  Gioventù, gioventù!...

ERCOLE               -  Colpa della guerra. L’han ridotto così i bombardamenti. (Vagamente minaccioso) Capace di uno sproposito se le cose non vanno come vuol lui.

COGOLI               -  Ah sì?...

ERCOLE               -  Purtroppo, lui ragiona a schioppettate.

STELLA                -  Vogliamo andar avanti?

ATTILIO               -  Fuori, per la miseria?!

COGOLI               -  Son qua. Mercé un prezioso documento manoscritto, testé rinvenuto nell’archivio della parrocchia e del quale ora non è il caso di darvi lettura, stante che è redatto in lingua a voi scarsamente familiare, intendo il latino volgare che usavasi per documenti siffatti di cronaca, durante i secoli che decorrono dal decimosecondo al decimoquarto…

CATE                    -  Ci mettiamo a fare le somme dei secoli, notaio?

COGOLI               -  Vengo. Questa pergamena parla, appunto, di un pio giovane, Brumone, ritiratosi tra il vaio nero e la collina di San Vito a far vita di eremita. Orbene, dopo aver descritto certe abitudini musicali del penitente.

ATTILIO               -  (in gola) Violino!

COGOLI               -  No. Tamburo. Si viene a dire esplicitamente che (ed ha bisogno di tirar fuori gli occhiali per tradurre il documento. Se gli altri non lo ammazzano è un miracolo di Brunone) “Il predetto Brunone, onde non dover soccombere agli allettamenti del senso della gola onde era maggiormente incontinente, quando per divina ispirazione, decise di farsi eremita… magno cum… con grande... tormento, si strappò tutti i denti che tenea solidissimi, a edificazione di Nostro Signore. Deinde…”

NANNI                 -  Amen. (Un benefico terremoto non produrrebbe un effetto analogo)

ERCOLE               -  (soffocato) Ah, così?

COGOLI               -  Testuale.

CATE                    -  Ma allora… fece l’eremita… senza denti?

COGOLI               -  Fin che visse, suppongo.

ATTILIO               -  Di modo che… ?

COGOLI               -  Concludo. Dal sopraluogo esperito sui resti umani detenuti dal loro vicino, devesi escludere trattarsi del religioso in causa, considerato che essi presentano tutt’ora ben tredici denti infissi nelle mascelle, cinque inferiormente e otto superiormente, o viceversa, salvo errori. I loro, al contrario, qualora, come assicurano siano rimasti nello stato nel quale furono rinvenuti…

CATE                    -  Glielo possiamo giurare. L’abbiamo tenuto sempre come una reliquia.

ERCOLE               -  Aggiunto non gliene abbiamo di sicuro! Semmai, si tratterebbe di avergliene tolto. (Ambiguo) Ma a che scopo?

NANNI                 -  Eh già, mica si fa il brodo con le ossa di eremita.

COGOLI               -  I loro, dico presentano il requisito anatomico indispensabile: l’assenza di tutti i denti. Stabilito che una delle due spoglie è ormai fuori contestazione, è che questo fondo è, ripetutamente, indicato come il luogo di residenza dell’eremita, convinzione, del resto più volte espressa anche dal povero defunto, dobbiamo ritenere sufficienti gli elementi di prova e aggiudicare a loro la proprietà di Borgonuovo, con annessi e connessi, della quale ha, finora, goduto l’usufrutto la Congregazione di Gerusalemme, secondo le disposizioni del testatore. Una firma, qui. (E mette la penna in mano a ELEUTERIO    - )

CATE                    -  Insomma, l’eredità è nostra?

COGOLI               -  Esatto.

NANNI                 -  Tanto ci voleva!?

ELEUTERIO        -  (alzando gli occhi dal foglio) Momento… Ma allora… Una manata del figlio maggiore gli impedisce di fare una topica.

COGOLI               -  Domani, nel mio studio, per gli atti. È superfluo avvertire che, fin da questo momento, i venerandi resti passano in proprietà e custodia della Congregazione.

ELEUTERIO        -  Oh, quanta riconoscenza, signor notaio!

ERCOLE               -  Li portano via subito o glieli mandiamo a casa?

COGOLI               -  Penserà la Congregazione al più presto, a compiere la traslazione con la dovuta solennità, e poi avviare la pratica di beatificazione.

SENECA               -  San Brunone, ora pronobis.

CATE                    -  Benedetto! Dio gliene renderà merito.

COGOLI               -  (fissando

STELLA                 - ) E allora… arrivederci, spero.

ELEUTERIO        -  (guidando verso l’uscio la compagnia) Signor notaio, non so come ringraziarla di quanto ha fatto per me.

COGOLI               -  Mi parlano di certe pere bergamotte eccellenti. Ne acquisterei volentieri.

ELEUTERIO        -  Disponga di tutto, cavaliere. Casa mia come casa sua. (Poi, colto da un certo pensiero) Si fa per dire.

COGOLI               -  Naturalmente. Il notaio se ne va con gli altri due.

ERCOLE               -  Avete visto? Ve lo dicevo io?

STELLA                -  Va a immaginare che sarebbe finita così.

ERCOLE               -  Io non ne ho mai dubitato.

SENECA               -  La vostra fede ci ha salvato.

ERCOLE               -  Lo potete gridar forte, sissignore!

ELEUTERIO        -  ERCOLE,  caro… (e lo bacia sulla fronte)

NANNI                 -  Proprio quando sembrava che tutto fosse in malora.

CATE                    -  Chissà come masticano l’aglio, dal Turco, che gli hanno trovato tredici denti in bocca!

ATTILIO               -  Momento… (Va sull’uscio, e, rivolto verso l’avversario, con un gesto inconfondibile della mano destra sul bicipite sinistro) Pistola!

NANNI                 -  BETTINA, ora siamo signori!

BETTINA              -  Non mi accoppate più?

ATTILIO               -  Qui che ti abbraccio.

STELLA                -  (riflettendo) Ma allora… nemmeno il nostro era quello vero. TUTTI Sssssst! (Che sembra un acquazzone)

ERCOLE               -  Si vede che era lui… prima di farsi eremita!

STELLA                -  Di chiunque siano, diciamogli almeno un requiem, a quelle povere ossa.

SENECA               -  Se lo meritano. Tutti si inginocchiano, rivolti alla camera dove giace l’eremita ignoto e incominciano a recitare le preghiere dei morti.

ATTILIO               -  è rimasto un po’ indietro, vicino a sua nonna ed è diventato imprudentemente ciarliero.

ATTILIO               -  (a bassa voce) Se l’è presa molto il papà?

CATE                    -  (interrompendo la preghiera e guardandolo sospettosa) Cosa?

ATTILIO               -  Saperlo che c’era quel documento. Tutto il lavoro della mamma era inutile. Requiem aeternam dona eis domine…

CATE                    -  (colpita) Lavoro?

ATTILIO               -  Mica sarà stato un divertimento… Et lux perpetua luceat ei…

CATE                    -  (con un soffio) Lo sapevi ?

ATTILIO               -  Cosa ho scritto, fesso in fronte?

CATE                    -  “… Requiescant in pace… “ TUTTI Amen.

FINE

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