Dramma in tre atti
di Gerolamo Rovetta
PERSONAGGI:
CARLO MORETTI
ELISA MORETTI
LA SIGNORA DE FORNARIS
IL SIGNOR PEPPINO SIGISMONDI
ORLANDO ORLANDI
TERESA
GIOVANNI, PORTINAIO
SERAFINO
CAMILLA
ETTORINO
Milano - In casa Moretti
LIBRERIA DEL TEATRO
Borgo SS. Apostoli 35r
FIRENZE
ATTO PRIMO
Salotto da pranzo in casa Moretti, dove Elisa lavora e riceve le visite. Tutto spira agiatezza e abbondanza. Armadio e credenza; altri mobili da stanza da pranzo. Sulla grande credenziera, bottiglie di liquori, di conserve ecc.: una bella alzata di frutta; il piatto del formaggio da mangiare coperto dalla campana di vetro, o una gran torta di lusso. Sul ca-minetto candelabri di metallo sempre adatti ad una famiglia borghese, colle candele intatte. La tavola da pranzo di noce, senza tappeto. Sulla tavola un gran vaso con molti fiori freschi. Dal soffitto pende la lucerna a petrolio. Da un lato una piccola scrivania da signora. Dall'altro quella di Carlo, senza alcun lusso, piena di carte, e di scartafacci, ecc: presso la scrivania di Elisa una poltroncina bassa per signora; sulla scrivania, il cestino da lavoro. Dalla comune, quando aperta, si vedr l'anticamera, un port'abiti e appeso un cappello, un palt, ecc. Alla porta il campanello elettrico.
Elisa seduta alla tavola da pranzo: rivede il conto di Teresa che le sta ritta in piedi dinanzi: Teresa appena tornata dalla spesa, ha sul tavolo la sporta gonfia di roba.
Elisa. - (tranquilla: naturalmente) Anche oggi, quasi sei franchi !
Teresa. - (ridendo) E mi son fatta strapazzare: dicono che faccio troppo l'interesse dei padroni.
Elisa. - I funghi... (leggendo) uno e novanta!
Teresa. - Sa che al suo signor pap non piacciono che le primizie. Quando ce n' abbondanza la roba gli fa nausea!
Orlandi. - (esce dalla sua camera, il gilet ancora sbottonato; la cravatta slacciata gli pende dal collo, ha in mano un paio di guanti) Sicuro... sicuro... brava Teresina (si fa baciare su tutte e due le guance da Elisa).
Elisa. - Oh! il babbo!... Hai dormito bene?
Orlandi. - Mai chiuso occhio. La notte, a letto, quando lavoro. (d i guanti a Elisa) Sar un romanzo? sar un dramma? ancora non si sa : ma la forma secondaria ; il pensiero l'importante. (a Teresa perch gli faccia il nodo alla cravatta) Le mani sono pulite?
Teresa. - (nettandosi le mani in fretta contro il grembiule) Pulitissime. (mentre Teresa fa il nodo della cravatta di Orlandi, Elisa attacca un bottone al guanto, voltando le spalle ai due. Orlandi accarezza Teresa, e le appoggia le mani sui fianchi) Fermo,o chiamo la Signora.
Orlandi. - Cercavo un punto d'appoggio.
Teresa. - Fermo.
Orlandi. - Che c' di nuovo? Ma Teresina?
Teresa. - Tutti i giorni non sono uguali.
Orlandi. - Per me s, nel volerti bene. (sospirando).
Teresa. - E io sento il tempo!
Orlandi. - (quando ha il nodo fatto, voltandosi e vedendo Elisa che rompe il filo coi denti) No, coi denti. Si guastano. Buoni denti, buona salute.
Teresa. - E buon appetito. (mostrando il cartoccio coi funghi) Guardi che bellezza! (strizzando l'occhio con intelligenza a Orlandi, indicandogli Elisa: forte) E la signora mi ha sgridata! Ho speso troppo! (via con la sporta).
Orlandi. - Ioti ho educata come una signorina (sospirando) persino il pianoforte!... e tu, in ricambio, soltanto sopra di me, sopra tuo padre che eserciti la tua scienza economica. Dammi la spazzola. (Elisa va a prendere la spazzola: spazzolandosi l'abito) E si dice adesso non per i funghi ma io non ricevo dai miei figli, niente di pi di quanto mi si deve. Posso vantarmi, non ho mai avuto e non ho mai domandato niente a nessuno nemmeno al governo che finge, direi, d'ignorare la mia esistenza anche lui per spilorceria.
Giovanni. - (di dentro) E permesso?
Orlandi - Chi ?
Elisa. - Giovanni, il portinaio.
Giovanni. - (entra col berretto sotto il braccio, assai premuroso, complimentoso; ha un cesto di bottiglie) Le manda il signor Peppino Sigismondi per il signor Carlo. Ha detto che appena tornato da Verona e che verr qui, pi tardi, a salutare tutti quanti. (mette le bottiglie sulla credenza: leggendo le etichette) Valpolicella da pasto Buono! Comanda altro?
Orlandi. - Ciao caro. (portinaio via) (fissando le bottiglie e battendo la punta dei piedi come un uomo seccato) Per esempio io... comincio ad averne abbastanza anche del signor Peppino Sigismondi! Eh! quel certo mio progetto: (indica di andarsene) va maturandosi sempre pi.
Elisa. - (vivamente) E' stato il tutore, il padrino di mio marito... non potrei rifiutare.
Orlandi. - Chi parla di rifiutare? E' il modo di dare che mi disgusta. Anzi, dovrebbe mostrarsi assai pi generoso, ma con creanza. Dammi il cappello. Tu fai benissimo a chiudere un occhio. E' solo... non ha famiglia... E' coltivando il presente che si prepara l' avvenire. Ma perch, domando io, non manda tutto in una volta? La sua casa qui di faccia! E' il continuo andirivieni che pu far sospettare anche quello che non . Prima il pasticciere colla torta Margherita: poi il servitore coi fiori! cose affatto inutili!... poi la panna, poi le bottiglie! (leggendo con sprezzo) Valpolicella da pasto. Un uomo fino, molto delicato, per esempio io, non manderei a una signora del vino da pasto. E' troppo confidenziale. Perch non ha man- dato del Gattinara Vecchio che ne ha di eccellente? Questi affaristi tutti volgari e ignoranti! Si dice adesso tanto per dire ma il mio Liuto di Ermengarda, fu lodato anche dal Manzoni quando era vivo e quel signor Peppino... mai una parola! non sa leggere altro che i numeri.
Teresa. - (forte sull' uscio della cucina) C' Serafino. (Elisa non sa chi ) M'ha detto soltanto di dirle: c' Serafino.
Elisa. - (ricordandosi) S... s... venga pure.
(Teresa via).
Orlandi. - Prender allora il mio caff fuori di casa.
Elisa. - Ecco babbo! (cava il borsellino e gli d dei soldi).
Orlandi. - (mette i soldi nel taschino del gilet) Io non ho mai moneta. Questo governo galantuomo ci cava di tasca persino gli spiccioli. (si fa baciare come, sopra e va via).
Serafino. - (entra; a bassa voce, rapidamente) Sono spiacentissimo di doverla incomodare a quest'ora indebita : anche il signor Oriani le domanda mille scuse ma imperiosissima necessit del momento. (le d un conto in una busta gialla).
Elisa. - Ma mi meraviglio del signor Oriani. Appena il mese scorso gli ho dato seicento lire!
Serafino. - (c. s.) Per il fallimento di una casa di Parigi, si trova una grossa cambiale in scadenza.
Elisa. - Tutti abbiamo i nostri impegni.
Serafino. - E' stato un colpo di fulmine! (seguendo cogli occhi il conto a caso aperto da Elisa, che l'esamina ; a bassa voce) Abito signora fantasia. Ulster uomo doppio uso. Marinara completa per bambino. (Elisa volta pagina) In calce trover la nota degli acconti. (leggendo) Giugno cinquecento Settembre quattrocentocinquanta.
Elisa. - (interrompendolo) S, s, va bene.
Serafino. - A saldo seicentotrentacinque.
Elisa. - (mettendo il conto nel cassetto della scrivania che chiude a chiave) Dica al signor Oriani che passer al pi presto.
Serafino. - (supplichevole) Sono pi che dolente di dover insistere, e anche il signor Oriani le fa molte scuse. Anzi, per riguardo, non ha voluto mandare il conto al suo signor marito, senza prima aver parlato con lei.
Elisa. - (vivamente) Verr io stessa pi tardi col saldo.
Serafino. - Tanti ringraziamenti e tante scuse, signora Moretti (via).
Elisa. - (si prende il capo fra le mani fa un atto di ribrezzo) Sempre! sempre! (poi si lascia cadere sulla poltroncina, si vince a poco a poco e lentamente si prepara a scrivere una lettera. Dopo un momento si sente il campanello: Elisa alzandosi vivamente, nasconde in fretta la lettera incominciata nella cartella).
Teresa. - (correndo dalla cucina) Dev'essere il signor Peppino! (corre nell'anticamera, lascia aperta la prima porta e anche l'altra che d sulla scala: forte) Proprio! indovinato!
Elisa. - (ha un altro brivido, rimane ritta in piedi, accomodando macchinalmente la roba che ha nel cestino).
Peppino. - (entra ed aiutato da Teresa si leva il palt e il cappello che appende in anticamera).
Teresa. - Ho subito capito che era lei!
Peppino. - Brava Teresa.
Teresa. - Si divertito in campagna?
Peppino. - (svestendo il palt) Oh no! Ho sempre avuto brutto tempo! (le d una mancia).
Teresa. - Vuol sempre incomodarsi! (va a pulire una poltrona che a suo tempo porter vicino a Peppino).
Peppino. -(levandosi lentamente i guanti di lana) Come sta la signora Elisa? (guardando Elisa paternamente) Brava! Brava! La cera ottima!
Elisa. - Grazie! (indicando il vino).
Peppino. - E' un campione per Carlo. Lei, signora Elisa, non ne beve!
Teresa. - (a Peppino per lusingarlo) Invece, del suo, ne beve un dito anche la mia signora e dice sempre (schioccando la lingua) uhm, com' buono! (gli mette vicino la poltrona e via).
Peppino. - (dopo uscita Teresa si avvicina di pi a Elisa, rimasta in piedi, e le dice piano) Devo sempre essere il primo?
Elisa. - (prende la lettera incominciata e glie la d, mentre torna a sedersi, a lavorare, abbassando il capo).
Peppino. - (leggendo) Volevo tanto ringraziarla, e volevo dirle quanto sono contenta del suo ritorno. (rende la lettera a Elisa che la straccia, poi prende dalla tasca un astuccio con un anello e glielo mostra standole di dietro).
Elisa. - (con accento timido, di rimprovero) Perch?... dovr tenerlo nascosto come gli altri!
Peppino. - Alla moglie del mio ex pupillo, del Cassiere della CasaZimmermann, della quale io sono il rappresentante, non potr offrire un piccolo... presente?
Elisa. - Gli anelli, i braccialetti d'oro sono troppo in contraddizione col mio stato... coi miei... continui bisogni...
Peppino. - (subito: sedendosi) Sono venuto anche per questo. Facciamo prestino prima che... (alludendo al marito) torni per la colazione.
Elisa. - (prende due o tre conti dal cassetto di cui tiene la chiave e glieli d).
Peppino. - (ripassandoli in fretta) Benissimo. Oriani? ancora? Se appena un mese che gli abbiamo dato seicento lire? Mah! anche l'Oriani sta per andarsene a gambe levate; per il lusso! E il lusso attira soltanto gli spiantati! (ridendo con bonomia; con soddisfazione) Quando io ero nel commercio, avevo una botteguccia in via Torino, cogli scaffali di legno greggio, senza imposte. E di faccia ci era " un negozio pure di stoffe, ma all' ingrande: mobili dorati, specchi, cristalli. Chi pigliava la roba a credenza, correva nella bottega di faccia; chi comperava a pronti, veniva da me. Io facevo pagare la roba il doppio di quell'altro, ma pagavano, pagavano contentoni come pasque! (toccandole il braccio con furberia) Siccome i miei avventori non avevano da sedere, e in bottega soffiava il vento, credevamo tutti, in buona fede, che fosse per il loro interesse che io risparmiavo i mobili e i cristalli! Il mondo sempre lo stesso! Progredisce in tutto, ma non nella furberia! (intanto ha messo gli occhi sul conto) Oh! oh! L'Oriani ci vuol rubare cento lire! Abbiamo ancora le ricevute degli acconti?
Elisa. - (indicando la scrivania) Sono qui tutte. (vedendo che Peppino fa un atto, come per voler scrivere, si alza per dargli l'occorrente, ma intanto Peppino ha gi preso il taccuino dalla tasca e vi scrive sopra in gran fretta, bisbigliando a mezza voce).
Peppino.. - Giugno lire cinquecento - Sottembre quattrocentocinquanta - Gennaio cinquecentocinquanta - Giugno trecento - Settembre seicento. (fa la somma, poi scrive) Oriani a saldo cinquecentotrentacinque (forte senza scrivere) e non seicento. (guarda il totale degli altri conti e li rende a Elisa che li richiude nella scrivania: poi pianissimo) Per oggi?... alle due?... (cambiando) E il mese venturo il nostro Carlino sar entrato nella Banca di commercio al posto del De Fornaris.
Elisa. - (con voce sorda) Oh, se guadagnasse tanto da poter bastare...
Peppino. - Lavora molto; anch'io lo faccio lavorare per la mia amministrazione privata e... guadagna molto. Adesso poi gliho procurato anche il grosso pasticcio del De Fornaris da rivedere, da mettere in chiaro. Tutto sommato, non potete lamentarvi.
Elisa. - Vorrei tanto non essere di peso a... nessuno.
Peppino. - Vorreste non aver bisogno di me, per mettermi alla porta? Posso anche supporto, dal momento che aspettate sempre per parlare quando proprio avete l'acqua alla gola. Un giorno... io non ho parenti prossimi... e... provveder. Ma intanto la mia soddisfazione quella di esservi utile.
Elisa. - Le dovr sempre... tanta riconoscenza.
Peppino. - La riconoscenza non l' affezione, anzi, molte volte produce l'effetto contrario. Mi contenterei che faceste qualche sforzo per illudermi un poco. Ingannatemi! Vorrei soltanto essere ingannato. Alla fine... io sono sempre stato un galantuomo! Quando ho promesso di voler bene anche a voi, come una figliuola, ero sincero. Non ho sempre aiutato Carlino, prima ancora, si pu dire, che voi foste al mondo? Poi, vedendovi spesso, poi tutti i giorni durante la lunga malattia di vostro marito, ho perduto la testa... (con un' alzata di spalle : brutale) Chi non ha mai commesso uno sproposito, alzi la mano.
Elisa. - Ma io non le faccio rimproveri, io non le faccio accuse... io non parlo.
Peppino. - Appunto: perch non parlate! Siete pi nervosa del solito! E poi, non sarebbe la prima volta che mi accusate di agguati, di tranelli.
Elisa. - Ma se lo riconosco che la colpa mia: soltanto mia. Io non accuso pi, non le faccio rimproveri, so che non ho pi diritto. E', vero, oggi sono nervosa, ma perch mi sento poco bene. (afferrandogli la mano, con atto supplichevole) Mi compatisca! Mi perdoni!
Peppino. - (alzando le spalle) La colpa di nessuno. Carlo, un povero impiegato, non avrebbe dovuto sposare una signorina: ma da ragazzo, in un orfanotrofio, adesso tutto il giorno in un ufficio, non ha avuto tempo d'imparare quanto costi una casa. Vostro padre che avrebbe dovuto esservi di guida, ha preferito assicurarsi la vita facendo lo strozzino in famiglia. Ha messo la cauzione per suo genero e in cambio si fa paternamente mantenere. (con sprezzo) Un letterato! Tutti boriosi, oziosi, inutili!
Teresa. - (di dentro: con voce naturale) E' qui il padrone! attraversa adesso la strada! Preparo la colazione?
Elisa. - S ; come al solito.
Teresa. - (venendo dalla cucina con in mano una scatola di metallo nella quale ci sar la carne per una bistecca) Gli far il bifteck colla scatoletta che gli ha regalato il signor Peppino. (a Peppino) Gli si mette una goccia d' olio?
Peppino. - N olio, n sale! Col sale la carne diventa troppo dura, e coll'olio troppo grassa! (prende la scatola, la chiude, ecc.) Lo fai cuocere lentamente per dieci minuti; cinque da una parte, cinque dall'altra.
Carlo. - (entra tenendo sulle spalle il piccolo Ettorino, al quale dice ridendo) Il nonno! Il nonno! Un bel bacione al nonno! Subito!
Elisa. - (mandando Teresa in cucina, colla bistecca) Fa presto!
Peppino. - (si seduto prendendo sulle ginocchia Ettorino) Oh! il nostro Garibaldi! Vediamo prima se il musetto d Garibaldi pulito! (lo pulisce col fazzoletto, poi lo bacia, sempre seguendo il dialogo).
Elisa. - Perch poi lo chiama Garibaldi?
Peppino. - (ridendo) Mette la rivoluzione da per tutto!
Carlo. - (fregandosi le mani allegramente : guardando verso la cucina) Presto, Teresa, presto!
Elisa. - Andr a vedere.
Carlo. - (fermandola per un braccio) Lei rester qui senza muoversi, cos: a farsi guardare! (con grande tenerezza) Dio mio, non vengo a casa altro che per mezz'ora in tutto il giorno; che almeno in questa mezz'ora possa vederti!... Non ho ragione, signor Peppino?
Peppino. - Sicuramente.
Elisa. - (a Ettorino avvicinandolo all'uscio della cucina) Corri dalla Teresa a dirle che faccia pre-sto a preparare la colazione per il babbo! Va!
Peppino. - (che capisce l'imbarazzo di Elisa, per cambiare) E cos? sei andato avanti a scoprire gli imbrogli del De Fornaris?
Carlo. - Ho lavorato anche ieri sera fino a mezzanotte; ma intanto (indica le carte e i libri, ammonticchiati sulla sedia) le sue note... i suoi registri...
Peppino. - Dopo, dopo: con comodo.
Carlo. - Ah, quella canaglia aveva un metodo semplicissimo! Ha cominciato col nascondere lo stato reale di cassa all'esame che veniva fatto mensilmente; poi, quando ebbe timore di poter essere
scoperto, ricorso all'alterazione dei mandati,
Elisa. - E tu sarai chiamato come testimonio al processo?
Carlo. - Certamente.
Elisa. - Povera donna... e poveri figliuoli!
Carlo. - Questa un'ingiustizia di Domineddio! Ai disonesti non dovrebbe essere concesso di avere n moglie, n figliuoli!
Peppino. - (sorridendo, sempre con bonariet) Si vede che non sei un proprietario di case: non sai, in poco tempo, come diminuirebbero gli affitti? E poi ricordati: disonesto una delle parole pi elastiche: si allarga e si restringe come una maglia, a seconda che grasso o magro colui per il quale deve servire.
Carlo. - Bravo, signor Peppino. (vede il vino) Oh,! oh! che buon vino!
Peppino. - Mi dirai se ti piace; e allora te ne mander dell'altro.
Carlo. - E io lo berr tutto! Senza nemmeno ringraziarla! (cantando) Teresina! Teresina! Non si mangia stamattina.
Giovanni. - (sempre rispettoso, entra consegnando un biglietto a Elisa) E' gi, in portineria, questa signora, che non ho mai visto. Per, mi pare anche ben vestita. (a Peppino) A buon conto, non ho detto se la signora era in casa o no.
Elisa. - (vivamente) E' la signora De Fornaris.
Carlo. - Qui da me?
Elisa. - (leggendo il biglietto) A lei, al suo cuore, ho da domandare una grazia: la prego di ricevermi!...
Peppino. - Vorr raccomandarsi a voi, per vostro marito.
Carlo. - (a Elisa) Fa dire che non ci sei.
Giovanni. - (con grande premura: avviandosi) Subito, signor Carlo.
Elisa. - No. (Giovanni si ferma) Povera donna! perch farle uno sgarbo?
Peppino. - (disponendosi ad andarsene) Ha ragione.
Carlo. - (seccato) Sbrigati in due parole, e che non torni pi!
Elisa. - (a Giovanni) Presto!
Giovanni. - Subito, signora. (via).
Peppino. - (prendendo Carlo sotto braccio) Mi farai scendere dall'altra scala: se mi vede, come presidente della Banca, agguanta anche me. (escono a braccetto)
(Poco dopo entra la De Fornaris).
De Fornaris. - Signora... lei sapr... in che stato mi trovo! Non le fo nessuna scusa. Appena ho saputo che mio marito era nelle loro mani, mi sono sentita consolare e sono corsa da lei, perch lei tanto buona, me l' hanno tanto detto che lei buona! Elisa. - Ma anche il mio Carlo non che un povero impiegato.
De Fornaris. -- Un consiglio almeno: mi potr con-sigliare. Che cosa dovrei fare? perch io adesso sono sola sfuggita da tutti sola, sola colle mie creature che non fanno che piangere!... chiamano il loro pap! Vogliono il loro pap!
Elisa. - (commossa, facendola sedere sul canap) Tutto quanto dipende da me: con tutto il cuore!
De Fornaris. - Salvarlo, impossibile; ma attenuare forse, mitigare. Io non domanderei che di riaverlo. E gli dica al signor Carlo, ed anche al signor Sigismondi, che tanto potente e che vuol tanto bene al signor Carlo, gli dica che stata una maledizione che ha perduto mio marito... Un amico suo... doveva partire da Milano gli ha lasciato una somma, perch ritirasse una sua cambiale c'erano cinque o sei giorni di tempo. Mio marito era sicuro di poter pagare; invece mille contrariet, mille avversit! e stato impossibile! e dopo quella prima aberrazione, per rimediare... per attivarsi... si perduto! (Elisa fa un movimento) S, ha commesso una colpa... grave... un delitto! Ma pure, io... i miei occhi, il mio cuore non lo possono vedere, non lo possono immaginare mentre commette questa colpa! Io non lo vedo, non lo posso vedere altro che come l' ho; veduto sempre, in mezzo a noi logorarsi la vita i per me, per le nostre creature. Io non posso accusare, condannare; io posso pensare a questo soltanto, che il giorno in cui non ha potuto darci la sua anima, il suo sangue, ci ha dato il suo onore. Io sono sua moglie... io non lo giudico... lo amo!
Elisa. - Si calmi, signora. Tutto quanto dipende da me, glielo prometto con tutto il cuore!
De Fornaris. - Eravamo anche noi, sa, in buona condizione. Poi, ci sono capitate tante disgrazie! E bisognava fingere colla gente, vestirsi un po' bene, e in casa certi giorni c'era la fame! Oh! lei non si mai sentita tentare dal suo bambino che domanda, che cerca!
Teresa. - (sull'uscio della cucina) Ma signora! la colazione si raffredda!
(La De Fornaris si alza vivamente).
Elisa. - (con forte accento di rimprovero) Non ti ho chiamata! Va' di l! (alla De Fornaris) Parler io, pregher anche: glielo prometto.
De Fornaris. - Dica a suo marito, e anche al signor Presidente, gli dica che erano denari suoi, infine, era roba sua non c'era la cauzione? Vede?... torno a esagerare, a perdere la testa! Mi compatisca perch sono malata, malata davvero. E' da quel giorno che ho la febbre, e la mia testa, la mia povera testa, non mi regge pi! E poi, la somma della quale responsabile, superiore alla cauzione! Questo anzi ero venuta per domandarle: ero venuta per questo! il pi importante! E, vero, crede lei che, potendo pagare tutto alla banca, la nostra condizione in faccia al tribunale, sarebbe migliorata?
Elisa. - Credo... mi pare... certo... lo domander a Carlo.
De Fornaris. - Ma come fare? Come fare? E pure c' della buona gente a questo mondo... cercher!... pregher tanto! C' del cuore! Vede, signora, come basta poco a consolarmi, a farmi sperare? Se posso trovare, appena mi fosse possibile... mi permette di ritornare?
Elisa. - (con effusione) S!... S!... sempre!
De Fornaris. - So che buona! che tanto buona!... E poi... una mamma anche lei!... (si abbracciano.)
(De Fornaris via).
Elisa. - (si preme le mani sulla faccia, sospirando).
Carlo. - (sulla porta, col tovagliolo al collo, e con in mano il piatto: mangiando) Se n' andata? (Elisa non risponde) Se non trovavo il pretesto della colazione era ancora qui! (guardandola) Tu hai pianto! (getta il piatto sul tavolo e si strap-pa il tovagliolo) Mi fa dispetto, mi fa ira vederti piangere per quella gente! Hai proprio delle lacrime da buttar via!
Elisa. - (ribellandosi; vivamente) Carlo! Carlo! non essere senza piet, senza cuore!
Carlo. - Ci sono tanti galantuomini che soffrono, e la mia piet la tengo per i galantuomini. Il De Fornaris un ladro! Rubare? Rubare alla cassa che lealmente affidata al nostro onore!
Elisa.,- E' stato trascinato... da un primo errore.
Carlo. - Errore?... So... so tutto! Un amico gli affida una somma per pagare una cambiale: il De Fornaris mette una mano su quel deposito e tu lo chiami un errore? Soltanto? Capisco che cosa vuoi rispondere: il bisogno. Ma, cara mia, il bisogno non una buona scusa. Tutti coloro che rubano il denaro o la roba degli altri perch ne hanno bisogno. Ma per Dio! Piuttosto di mettere la mano sopra un deposito che mi venisse affidato, sento, lo giuro, me la taglierei!
Elisa. - Pensa; hanno tre creature; l'ultimo ha l'et del nostro Ettorino!
Carlo. - (scosso) E appunto il pensiero dei figli, gli doveva dare la forza, il coraggio di mantenersi onesto. (siede sul canap) E' venuta per raccomandarsi? Dovrei tacere? Dovrei nascondere in tutto o in parte la verit?
Elisa. - (con dolcezza, avvicinandosi) Se restituisse la somma, credi che gli potrebbe giovare?
Carlo. - E' obbligato a restituire!
Elisa. - (sospirando) Hanno avuto tante disgrazie!
Carlo. - E noi dunque? Come facciamo noi? Si vive regolatamente con quello che io guadagno, e si vive benone! E le abbiamo avute anche noi le disgrazie!... Non sono stato ammalato quasi due mesi? Ma tu sei una donnina di testa, e io lavoro dalla mattina alla sera. Certo il signor Peppino mi sempre stato, fin da quando ero ragazzo, di un gran giovamento; e anche adesso mi fa guadagnare, mi paga bene; forse molto pi di un altro, sia pure. Ma perch? il signor Peppino buono, badiamo, ma non tre volte buono. Perch in me ha sempre trovato, pi che in qualunque altro, sveltezza, precisione e intelligenza. (Elisa volta la faccia, Carlo l'attira a s) Vieni qui, Lisa, non nascondermi i tuoi occhi! non farmi la faccia scura! No! No! Non se ne parli pi! (abbracciandole la vita) Ti voglio ancora bene, sai, Elisa! Appunto in questi giorni, dovendo frugare in quel fango, capisco sento di pi; io che di tante cose, delle spese della casa sono un ignorante, sento, capisco, quanto devo alla mia donnina cara, alle sua manine belle, brave (le bacia una dopo l'altra) che fanno i bei vestiti alla marinara alla nostro Ettorino... e che a furia di economie, preparano anche delle sorprese meravigliose. Nientemeno che gli Ulster a doppio uso! Oh! Elisa cara, cara! come penso a te, sempre, con tenerezza, con gratitudine, a te che hai saputo rendere la nostra casetta la mia povera casetta un paradiso!
Elisa. - (che aveva il capo sul petto di Carlo, scoppia in pianto).
Carlo. - Perch?... E' proprio vero: si piange anche di contentezza, di felicit! (le asciuga gli occhi, la bacia, poi cambiando) Sono le undici: bisogna tornare all'ufficio! (chiamando) Garibaldi!
Elisa. - (vivamente) No! Non chiamarlo cos!
Carlo. - Perch?
Elisa. - Non mi piace!
Carlo. - (chiamando) Ettorino!
Teresa. - (di dentro) E' dalla maestra.
CARLO. - (scherzando) Il figlio gi al lavoro, prima del padre. La razza buona. (nel disporsi per andarsene, vede le bottiglie; strizzando l'occhio) Un po' d' olio alla macchina! (riempie un bicchiere e si avvicina a Elisa, le cinge la vita col braccio e le avvicina il bicchiere alle labbra) Un po' per uno...
Elisa. - (allontanando il bicchiere colla mano) No, mi fa male!
Carlo. - Allora una goccia appena... perch diventi pi buono! (ella avvicina le labbra al bicchiere, poi cambiando, tenendola sempre abbracciata) Oh! buono davvero! Eccellente! Evviva il nonno! (la bacia forte sulla bocca, poi fa per uscire; ma vedendo Orlandi sulla comune stravolto, pallido) Che c'?
Elisa. - Dio mio!
Teresa. - (esce dalla cucina).
Orlandi. - In questo punto... adesso... il signor Peppino stato aggredito... ferito...
Carlo. - Il signor Peppino?
Orlandi. - Guardate dalla finestra: la strada piena di gente! Lo hanno portato a casa, in brum!
Carlo. - (si slancia alla finestra, guarda, poi si precipita fuori dalla comune).
Elisa. - (smarrita, pi spaventata che addolorata, fa per seguirlo) Carlo! Carlo!
Orlandi. - Ma che fai? Che cosa facciamo? Vuoi correre anche tu come una matta?
Elisa. - E' grave? molto? molto?
Orlandi. - Non si sa. Ancora non si pu dir nulla!
Teresa. - (alla finestra) Quanta gente!
Elisa. - (segue il dialogo con Orlandi) Com' stato? Dov' stato?
Orlandi. - A porta Genova.
Elisa. - Una lite?
Orlandi. - Un ladro, o una vendetta.
Elisa. - (avvicinandosi) Una vendetta?
Orlandi. - Pare... roba di donne.
Elisa. - No! impossibile! Il signor Peppino? Un ladro! stato un ladro!
Orlandi. - Io dico quello che ho sentito dire.
Elisa. - Non ripeterlo pi. Un ladro; stato un ladro!
Teresa. - Ma come un ladro?
Orlandi. - Se vero, gli avrebbero messo la mano sull'orologio; il signor Peppino se ne sarebbe accorto, lo avrebbe afferrato per il collo e quell'altro, allora, per liberarsene, (fa l'atto di tirare una coltellata dal basso in alto) gli ha tirato il colpo... e via!
Teresa. - Di pieno giorno! nel bel mezzo di Milano?
Orlandi. - Gi: quello non potr lamentarsi che in Italia non ci sia libert.
Elisa. - (sempre come sopra, ha camminato per la scena) Ma... non sar possibile... sentire... parlare...?
Orlandi. - Parlare con chi? Quando torna tuo marito sapremo. Speriamo che almeno questa volta abbia avuto un po' d'intelligenza per capire... l' urgenza del caso! (Elisa lo guarda stralunata) Sicuro! deve far vedere e subito, e per il primo, per restargli bene in mente, bene impresso nella memoria, dato il caso speriamo di no - ma dato il caso appunto (indicando di scrivere il testamento) che dovesse prendere delle disposizioni... definitive!
Elisa. - (sempre pi in orgasmo) E io?... e io?... e io?
Teresa. - (a Elisa) Ma lei si sente male!
Elisa. - No!... No!...
Orlandi. - E' naturale! l'impressione del momento... lo sbigottimento... bisogna prendere qualcosa per rimettersi... per rimettere il sangue e anch'io... e anche Teresina! (va alla credenza, apparecchia i bicchieri, poi versa, ecc.).
Elisa. - (a Carlo che entra affannato, pallido) Dunque? dunque?
Carlo. - Grave... assai grave!
Orlandi. - Non vi siete fatto vedere?
Carlo. - Non si pu: non pu veder nessuno!
Orlandi. - Ma per esempio io... (fra i denti) Buono a nulla! (torna alla credenza).
Elisa. - (si appoggia al canap, rimane muta, esterrefatta, mormorando a fior di labbro) E ora? e ora?
Carlo. - Era qui.... qui con noi, un momento fa! era qui! Assassinarlo!... per un orologio... per poche centinaia di lire!...
Orlandi. - E se fosse una vendetta?
Carlo. - Una vendetta?
Orlandi. - Si dice... io ho sentito dire anche questo. Una ragazza sedotta... e poi abbandonata, piantata... senza un soldo... e...
Carlo. - (minaccioso guardando Orlandi che s'interrompe) Mi meraviglio di lei che abbia il poco rispetto, il coraggio di raccogliere il fango per le strade e buttarlo in faccia a quel povero uomo!
Orlandi. - Vi compatisco, e non la prima volta!
Carlo. - Elisa!... Ma Elisa!... Ma... non ho ragione? Non basta quello che ha avuto quel pover' uomo? cos buono! cos onesto?... No; bisogna assassinarlo anche nell'onore! anche nell'anima! Una vendetta?... Allora lo avrebbero aspettato di notte! Si capisce benissimo che un ladro, sentendosi preso, scoperto, gli abbia tirato il colpo per sfuggire e salvarsi! Ma no... no!... Bisogna cercare... inventare... anche l'assurdo... anche l'inverosimile per calunniare e sghignazzare invece di piangere e compiangere! Ma io, qui, in casa mia, lo far rispettare! (pestando i piedi e buttandosi sul canap) E' una cattiveria! E' una cattiveria! E' una cattiveria!
Orlandi. - Vi compatisco: non la prima volta!
FINE DEL PRIMO ATTO
ATTO SECONDO
Scena come nell'atto primo, ma con un aspetto pi vuoto, pi squallido. La credenza vuota di roba; non ci sono pi bottiglie di liquori, ecc, ecc, di bottiglie di vino ce n' una mezza e due vuote. La credenza senza frutta, senza il piatto grande del formaggio, senza torta. Sul tavolo non pende pi la lucerna. Sui candelabri non ci sono candele, altro che qualche mozzicone.
Carlo lavora alla sua scrivania: ha vicino una tazza di caff vuota: vestito con una giacchetta nera, con pantaloni scuri, ma anche la sua toeletta molto pi trascurata di quella del primo atto. Dopo un momento entra Elisa vestita per uscire: cappello, manicotto, ecc.
Carlo. - (sempre scrivendo) Io non so, da poco in qua, dove mandi a prendere la roba. Una volta il caff era eccellente, adesso tintura d' acqua fontis. (quasi scherzando, col suo fare fanciullesco) Una volta mi volevi pi bene.
Elisa. - (sorride con tristezza, lo accarezza, ecc).
Carlo. - Vai fuori?
Elisa. - Torno subito.
Carlo. - Hai dato la mancia al portinaio?
Elisa. - S.
Carlo. - (scrivendo) Non capisco: quando gli si parla, non si degna quasi di rispondere! Vai via senza salutarmi? (alludendo ad un bacio) Non si usa pi? (se la tira addosso e la bacia).
Elisa. - Hai tanto da fare!
Carlo. - E' stata una gran buona idea di prendermi questi due giorni, per lavorare in casa tranquillamente. Domani avr finito. Finito col De Fornaris, e coll'amministrazione Sigismondi. (Elisa fa per avviarsi) Ed Ettorino? Vai a prenderlo tu, dalla maestra?
Elisa. - Mander la Teresa, prima di pranzo.
Carlo. - La Teresa deve essersi fatto l' amante; si mangia da cani. Per me, poco male, ma tuo padre che fa il muso, si arrabbia, e invece di prendersela colla... Teresina del suo cuore, si sfoga per farmi dispetto, predicando contro il povero signor Peppino perch a noi non ha lasciato un soldo, perch (rifacendo Orlandi) quell'egoista ha lasciato tutto il suo a un cugino qualunque, coll'obbligo di portare e cos tramandare ai posteri il suo nome oscuro e inconcludente. (cambiando) Ma se ha fatto benissimo! Che obblighi aveva con me? E infine poi, se domani vado cassiere alla Banca di commercio, a chi lo devo? Non ho ragione?
Elisa. - S... ma anche tu ne parli sempre: non parliamone pi.
Carlo. - (alzandosi con aria di gran mistero) Mi dai la tua parola d' onore di non aprir bocca con anima viva?
Elisa. - (meravigliata afferma col capo).
Carlo. - Comincio anch'io a sospettare; non come tuo padre... ma se non una ragazza sedotta, abbandonata, una donna c'!
Elisa. - (impallidendo) Perch?
Carlo. - Fra tutte le carte del signor Peppino, che mi hanno portato da esaminare e da mettere in ordine, c' pure il suo taccuino, dove faceva le prime annotazioni: scadenze, spese giornaliere... (va a prenderlo).
Elisa. - (nel frattempo far un movimento rapido di terrore, poi si sforza di dissimulare e di sorridere).
Carlo. - (sfogliando e mostrando il taccuino) Guarda: Gonfalonieri, sai? il gioielliere, lire settecento. Poi ancora Confalonieri, lire cinquecento.
Elisa. - Ma...
Carlo. - (c. s.) Guarda: l'ultimo giorno, proprio l'ultima pagina. Oriani: duemilanovecentotrentacinque lire. Coll'eleganza del signor Peppino, per s, non le spendeva in dieci anni. E un'altra prova: pagava in acconti: trenta Giugno, cinquecento... Settembre, Gennaio, ecc. ecc. a saldo cinquecentotrentacinque. Fosse stato un debito suo, avrebbe pagato subito.
Elisa. - Tu non hai il diritto d'investigare in tal modo nella vita di un uomo.
Carlo. - Io ho fatto quello che mi hanno ordinato di fare. Ti dir anzi, che vorrei confidarmi con qualche persona di proposito, perch chi sa? scoprendo e seguendo le tracce di questa donna, si potrebbe forse trovare anche il filo della canaglia, dell' assassino che ancora non si lasciato agguantare.
Elisa. - No!
Carlo. - (meravigliato) Come no?...
Elisa. - Potresti perdere una povera donna, innocente.
Carlo. - Senti: con tutta la venerazione per il signor Peppino, ma una donna che si faceva pagare i conti da... un vecchio, sar povera, ma non innocente. (con sprezzo) Non merita nessun riguardo.
Elisa. - (vincendosi) Lei no... da te... ma lui... s... (a poco a poco con crescente orgasmo e precipitazione) E tu hai l' obbligo di rispettare la sua memoria, di non tradire i suoi segreti; e poi anche per te: sai che ti ho sempre consigliato bene. Hai bisogno di quiete per lavorare, di farti voler bene da tutti, di non aver nemici.
Carlo. - (scherzando) Eh, calmati, calmati!... Sei diventata di una eccitabilit straordinaria! Aspetter; non dir nulla; ma non pigliar fuoco subito per qualunque cosa!
(Scampanellata. Teresa passa per andare ad aprire).
Elisa. - (a Teresa) Non ci sono.
(Teresa via).
Carlo. - (che ha sempre pensato a quanto gli ha detto Elisa) Non hai torto, del resto: quando pu venire in ballo il nome di una donna, bisogna essere molto cauti e prudenti. E poi, posso ingannarmi. Saranno regali o commissioni per qualche sua... conoscente, per qualche suo amico.
Elisa. - E' cos! E' cos!
Teresa. - (entra, chiude la porta, cammina in punta di piedi: a bassa voce) E' la signora De Fornaris.
Carlo. - Ancora?
Elisa. - (piano) Non ci sono.
Teresa. - (c. s.) Vuol parlare col signor Carlo.
Carlo. - (seccato) Con me?
Elisa. - Ti ho dato un ordine, dovevi obbedire!
Teresa. - Ma...
Elisa. - Non fai niente di bene, e non sai che rispondere!
Carlo. - Non arrabbiarti: mi secca... ma la vedr io. Tu puoi uscire senza incontrarla. Passa di l.
Elisa. - (andandosene, alludendo al segreto del signor Peppino) Me lo prometti?
Carlo. - (spingendola fuori) Ma s! Ma s! te lo prometto! (ordina a Teresa di far entrare la De Fornaris) Presto! (indicando il caminetto) E porta della legna.
(Teresa via).
Teresa. - (rientra seguita dalla De Fornaris e va via di nuovo).
Carlo. - (freddamente) Si accomodi.
De Fornaris. - (resta in piedi) Soltanto una parola. Ecco le due mila lire che unite alla cauzione coprono tutto il debito di mio marito verso la Banca. Sa chi me le ha prestate? Il signor Bianchi.
Carlo. - (pausa, poi sempre freddamente) L'amico di suo marito? Lo stesso che gli aveva affidato il deposito per il pagamento della cambiale?
De Fornaris. - E' stata quella l'occasione, la tentazione che lo ha perduto. Il signor Bianchi... ci sono andata io... si commosso, mi ha prestata la somma che se non potr salvare mio marito, almeno gli potr giovare! (vedendo il silenzio di Carlo, vivamente) Anche la signora Elisa me lo ha fatto sperare, quando ha promesso che mi avrebbe raccomandato anche a lei, signor Moretti.
Carlo. - A me?... Che potrei fare?
De Fornaris. - Molto, signor Carlo; molto... tutto.
Carlo. - Non sono io che devo giudicare il signor De Fornaris; io ho ricevuto un incarico di esame, di revisione, e a questo incarico non posso mancare.
De Fornaris. - E... e quando sar chiamato come testimonio?
Carlo. - (non risponde: abbassa il capo).
De Fornaris. - Nessuna piet? (con un singhiozzo secco, senza lacrime) Nessuna?...
Carlo. - (vivamente) Tutta, tutta la mia piet, signora, per i suoi bambini; tutta la mia piet ed il mio rispetto per lei!
De Fornaris. - (amarissimamente) Non voleva giudicare mio marito e lo ha gi condannato. Eppure, io sola posso giudicare della gravit della sua colpa! Io, io sola: io che l'ho veduto soffrire, lottare. E creda, che io pure non lo assolvo, no! Ma lei? Oh! lei troppo felice per poter essere buon giudice. Quando si giudica dell'onest dogli altri, bisogna ricordare che si pu garantire della propria soltanto fino a quel punto che messa alla prova ha saputo resistere!
Carlo. - Ella difende suo marito io non mi sento il diritto di risponderle: sento di rispettarla e di ammirarla. In ogni modo, il poter restituire interamente la somma... potr materialmente giovare. Lei, la porti subito al signor Direttore.
De Fornaris. - Salire quello scale... entrare in quegli uffici! (supplichevole) Signor Carlo!...
Carlo. - Pu andare direttamente a casa sua. Sa dove abita? Via Brera...
De Fornaris. - E' la vergogna di presentarmi dinanzi a persone che vedevo sempre quando... mi trovavo in altre condizioni! E' per questo che sono venuta da lei.
Carlo. - (prende i biglietti) Io stesso domani mattina porter il suo denaro alla Banca. (li mette in una busta, vi scrive sopra e la chiude: la Da Fornaris si avvia lentamente per uscire. Carlo fermandola) Signora! (scrive in fretta la ricevuta e glie la consegna) La ricevuta...
De Fornaris. - (la mette in tasca fa per partire).
Carlo. - (commosso le va innanzi per aprire la porta, poi ha uno slancio, le prende la mano e glie la stringe con effusione) Venga ancora, presto, in casa mia; sempre, quando vuole! Mia moglie non potr che sentirsi grata e fiera della sua amicizia.
(De Fornaris via).
Carlo. - (rientra e torna lentamente, impensierito a sedersi al tavolino) Povera donna!
Teresa. - (entra tenendo sulle braccia un fascio di legna grossa: quando dinanzi al caminetto lo lascia cadere con grande fracasso).
Carlo. - (vivamente) Che fai? balorda?
Teresa. - Ho portato la legna che mi ha ordinato.
Carlo. - Un po' di creanza! Sei in una casa civile, non in una casa di villani!
Teresa. - Allora, giacch siamo entrati in argomento, l'avverto di provvedersi pure di un'altra donna, magari pi educata di me, e le d otto giorni di tempo, perch anche se sono una villana, mi piace sempre di trattar bene!
Carlo. - Parlerai con la padrona: lei che ti ha presa. Per conto mio ti lascio andare anche subito e ben volentieri. Non fai che rispondere, e da poco in qua si mangia da cani.
Teresa. - Perch, da poco in qua, bisognerebbe fare il miracolo della moltiplicazione del pane dei pesci!
Carlo. - (rimettendosi a scrivere) Uhm!... che non sia piuttosto qualche miracolo di sottrazione.
Teresa. - (colle mani sui fianchi ridendo con aria di sfida) Ah! Ah! Crede lei?... Eppure, vede, se avessi (strizzando l' occhio) quella certa abilit, non avrei aspettato proprio adesso a metterla in pratica, ma quando in questa casa c'era pi abbondanza.
Carlo. - (alzandosi) Sfacciata!... se alzi la voce vai fuori sul momento.
Teresa. - Ma sissignore! Ma subito! Ma si figuri!
Orlandi. - (sar entrato poco dopo Teresa: ve-stito per uscire, col cappello, ecc.) Come?... Come?... Teresina?...
Teresa. - (a Orlandi con significazione) Vado a prendere la mia roba, e tanti saluti! (esce).
Carlo. - Quando c'era pi abbondanza! (a Orlandi) Ha sentito che insolente?...
Orlandi. - Bisognerebbe poter risalire all'origine della quistione.
Carlo. - Vuol difendere la Teresa?
Orlandi. - No, ma la Teresina brava, buona... fedelissima! sarebbe sempre consigliabile una riconciliazione.
Carlo. - Una riconciliazione colla mia serva? Ma sa che lei diventa meraviglioso?
Orlandi. - (gravemente) Allora, dal momento che in questa casa desto la meraviglia; dal momento che si prendono le pi importanti risoluzioni senza consultarmi, allora, dovr dare esecuzione a un certo mio disegno che andavo da tempo maturando. (sospirando) Allontanarmi dai miei figli.
Carlo. - (fissandolo: serio) Per correre dietro alla Teresa?
Orlandi. - Vedete come siete... corto! Uscivo in questo punto per visitare un quartierino.
Carlo. - Se ha cuore di abbandonare sua figlia per correre dietro alla Teresa: buon padrone!
Orlandi. - Voi fate una quistione di... Teresina, mentre io faccio una quistione di dignit e di lavoro. Ho sempre detto a voi, ho sempre dichiarato a mia figlia, che qualora in questa casa penetrasse il disordine, e penetrassero i debiti, io me ne sarei con dolore allontanato.
Carlo. - Il disordine?... i debiti?...
Orlandi. - Io non posso soffrire gli egoisti: e voi siete un egoista cieco. Ma guardatevi attorno e vedrete il vuoto, lo squallore. Si dice adesso non per la lucerna che sarebbe una sciocchezza, ma stata rotta la campana e la nuova ancora di l da venire! Ma guardatevi attorno e vedrete una povera donna che si affatica, che si logora la salute per far rifiorire sotto i vostri occhi un benessere artificiale. Se voi non vedete, o non volete vedere, a me questo spettacolo fa troppo male. Certe speranze sul conto di quel... brigante... sono svanite. Qui occorre un cambiamento radicale, a vista.
Carlo. - (si guarda attorno, rimane colpito, ma non vuoi parere) Perch aspettate adesso a parlare?... Perch va via la Teresa?
Orlandi. - (facendogli segno di tacere) Sssst! putito e a capo. E' casa vostra; io vi ho aperto gli occhi: ho fatto il mio dovere di padre, e adesso me ne lavo le mani.
Carlo. - Ma....
Orlandi. - Ssst!... Quello che anche voi dovreste imparare da me la calma, il sapersi contenere. Per questo non c' bisogno di una grande intelligenza. Per gli estranei mi sono allontanato come in gran parte vero per lavorare. Ormai il mio nuovo romanzo tutto pronto; non ho pi altro che da scriverlo e comincer dopo domani. E quando scrivo ho bisogno di verde e di sole. Ho gi fissato anche il titolo, che la parte pi importante, riassumendo la sintesi, direi, di tutta l'opera. Avr per titolo Il Golgota oppure Il Calvario uno dei due. Torner pi tardi, quando sarete pi assennato, per trattare la partita interesse: non pretendo altro che un con-gruo corrispettivo al cessato mantenimento.
Carlo. - Fisserete voi.
Orlandi. - E sopratutto mi raccomando lo direte anche a mia figlia niente addii, niente commozioni. Un uomo serio, superiore, non ama le esteriorit teatrali. Per esempio io: piango, soffro, sanguino, ma tutto per di dentro. (salutando gravemente colla mano) Arrivederci stasera. (via).
Carlo. - (scosso, aspetta che Orlandi sia uscito, poi corre ad aprire e richiudere precipitosamente tutti i cassetti della credenza, degli armadi; fruga da per tutto: quando entra Teresa cerca di rimettersi, di fingere come prima).
Teresa. - (con lo scialle e una piccola borsetta che apre dinanzi agli occhi di Carlo) Guardi pure, perch io non voglio sospetti n malintesi. Sono tutti i miei ori, le mie carte, il mio libro da messa, i miei pettini, il mio sapone. L' altra roba di l: verr mio cognato a prenderla.
Carlo - (agitato, nervosissimo) Cos'hai voluto dire con quelle tue parole: quando e' era pi abbondanza?
Teresa. - (sfrontata) Io?... niente!
Carlo. - Meglio cos, perch se credi mai... siccome ti ho cacciata sui due piedi... (Teresa sorride) S, io; proprio io; se credi mai di poter mancar di rispetto a me o a mia moglie, ricordati bene, ho ancora tempo di cacciarti fuori, facendoti fare la scala tutta d'un salto!
Teresa. - (c. s.: facendo il conto del denaro per il mese) Allora diremo: quindici e sette ventidue e tre venticinque...
Carlo. - (prende il portafoglio per pagarla subito: non c' dentro un soldo: lo rimette in tasca in fretta) A regolare il tuo conto penser la padrona con tuo cognato, quando lo manderai a prendere la roba.
Teresa. - (che ha capito) Ma sissignore! Ma si figuri! Faccia pure tutto il suo comodo! (prende dalla saccoccia una lettera colla busta gialla) E' per la padrona, l' ha portata Serafino, mentre c'era qui la signora De Fornaris.
Carlo. - Serafino?...
Teresa. - Oh, la padrona lo conosce. C' stato tre volte anche ieri, ma senza mai trovarla in casa perch, la padrona, tutte tre le volte, mi ha fatto dire che era fuori. (Carlo fa per prendere la lettera Teresa ritirandola) Io ho sempre avuto l' ordine dalla padrona di consegnare in mano sua tutte le lettere, tutti i conti, tutti i... memorandum. Ma siccome la signora non c', e io non posso aspettarla, vuol dire che la metto qui: (mette la lettera sulla tavola grande) il signor Serafino ha detto che torner subito, per la risposta. Serva sua, e scusi di tutto. (via).
Carlo. - (scosso, colpito dalle parole di Teresa, guarda il conto quasi con un terrore timido da ragazzo: non osa avvicinarsi, non osa prenderlo, poi si decide. Prima di aprirlo) E' un conto... non una lettera: tanto mio come suo. (apre; trova un biglietto: legge) Gentilissima signora Moretti. Duolmi doverla importunare, ma non posso pi accordarle altre dilazioni. La prego dunque di rimettere il saldo, di cui ho urgente bisogno, nelle mani del mio commesso Serafino. E' la prima volta che devo tanto insistere presso di lei per ottenere quanto mi si deve; le domando mille scuse e sono spiacentissimo, tanto pi che io non sono mai venuto meno a quella premura e a quella diligenza che ho sempre riposta nel dar corso ai suoi pregiati comandi. Colla massima stima, Oriani e C.. (resta sbalordito, confuso, ma nella sua dolorosa confusione ha l'espressione ingenua del ragazzo: ha le lagrime nella voce)
Dio!... Dio I... Debiti! (torna a leggere) Perch tacere?... Nascondermi i nostri debiti? (resta assorto, ripone macchinalmente il conto nella busta gialla: nel silenzio odesi la chiave di Elisa che apre l'uscio dell'anticamera) E' qui. (mette il conto in tasca).
Elisa. - (entrando, naturale) E' vero?... Si licenziata la Teresa?
Carlo. - (sempre c. s. fissandola) S.
Elisa. - Ma come? per che motivo?
Carlo. - (c. s.) Mi ha risposto: io l' ho scacciata!
Elisa. - (per avviarsi) Torno gi dal portinaio, per avere una donna in prestito.
Carlo. - (fermandola: sempre c. s. con affetto nella voce) No, Elisa, no! Bisogna prima pagare tutti i nostri debiti.
Elisa. - I nostri debiti?
Carlo. - Perch, Elisa?... perch me lo hai tenuto nascosto? Non mi hai fatto pi male?... molto pi male?... molto pi male!
Elisa. - Sono tutte invenzioni della Teresa per vendicarsi! Che cosa ti ha detto?
Carlo. - La Teresa e tuo padre.
Elisa. - E' stata la Teresa a metterlo su contro di noi.
Carlo. - (carezzevole) Elisa... mia Elisa, tu lo avrai fatto credendo di risparmiarmi delle inquietudini, dei dispiaceri...
Elisa. - Ma no...
Carlo. - Se hai fatto delle spese, sono per me, come per te: per tutti noi!
Elisa. - Non pensarci nemmeno. Sono piccolezze ridicole!
Carlo. - (a mano a mano fissandola, mentre Elisa parla, cambia la sua espressione: si fa serio, minaccioso) Perch mentire con me?
Elisa. - (continuando) Si sa, quando arriva la fine del mese, capita sempre qualche conto il droghiere quello della legna, e la Teresa, per i suoi fini, ne ha fatto fuori un gran che! Ma pensa se io voglia seccarti mentre lavori, per tutte queste sciocchezze. Tu mi hai sempre lasciato la cura della casa? non occupartene; ci penso io! Ti sei sempre fidato di me? Sei sempre stato contento? Dunque, fidati ancora.
Carlo. - E il conto dell'Oriani?
Elisa. - (con un grido perch ricorda la scena del taccuino) Dell'Oriani?
Carlo. - S... dell'Oriani. (lo prende dalla saccoccia: sempre nella busta).
Elisa. - (rimettendosi: credendola chiusa) Dammelo! So cos'! E' tutta roba che ho preso io! Devo rivederlo io! (imponendosi) Lo voglio, Carlo, lo voglio! Devi credermi!
Carlo. - No! non ti credo pi! Questa non che una lettera per farti pagare. Voglio vedere il conto dell'Oriani!
Elisa. - (involontariamente si mette dinanzi alla scrivania, ma ancora lontano; a mano a mano che Carlo si avanza, Elisa indietreggia fino al punto di appoggiarsi tutta contro il cassetto per impedire che Carlo lo apra) Non l'ho io!... non so dov'!...
Carlo. - Voglio vedere il conto dell'Oriani!
Elisa. - Deve essere un vestito mio... un abito per Ettorino!...
Carlo. - Mi facevi credere di farli tu, gli abiti tuoi, i vestiti per Ettorino! Voglio vedere il conto dell'Oriani!
Elisa. - Non l'ho pi... non lo trovo pi. Gli dir subito di farmene un altro e te lo dar!
Carlo. - (lottando con Elisa per strapparla dalla scrivania) Voglio il conto dell'Oriani! Voglio vedere il conto dell'Oriani! Voglio il conto dellOriani!
(Riesce a spingerla lontano con violenza; dal suo manicotto cade una scatoletta che si apre e da cui vien fuori una catena e un braccialetto).
Elisa. - (d un grido: vuol raccattarli: Carlo le addosso e glieli strappa di mano) Sono di una mia amica! Non sono miei!...
Carlo. - (in un parossismo indescrivibile: vede le cifre del medaglione: mostrandolo a Elisa) M. E. Un'emme, un'e! Elisa Moretti! Elisa Moret... (gli balena un primo sospetto della verit, impallidisce, fissa Elisa, muto).
Elisa. - S... sono miei!... li ho comperati io... molto tempo fa... poi, mi sono pentita., ero andata per rivenderli... ma l'orefice che mi conosce non c'era. E' il Biraghi... sotto la Galleria. Va'! Va'! sentirai! Va', ma va'... che gli puoi domandare!
Carlo. - (a un tratto si scaglia sulla scrivania,senza mai dire una parola, finch riesce con una forbice del cestino a far saltare una molla, aprire il cassetto, prendere il conto, colle ricevute degli acconti legati insieme tutto ci sempre lottando con Elisa che si oppone disperatamente. Anche Elisa ha un'espressione, una voce sorda di disperazione e di collera).
Elisa. - Non voglio! Ti pentirai! Non voglio! Non voglio!
Carlo. - (sempre muto, riesce ad aprire e prendere i conti, e slanciare lontano Elisa che oramai non ha pi forza vinta; strappa il conto scorrendo la prima pagina Ulster per uomo il mio! (volta pagina) duemilanovecentotrentacinque a saldo cinquecentotrentacinque (ne prende un altro) seicento (un altro) trecento (si precipita sulla scrivania per prendere e vedere il taccuino del signor Peppino, di l dopo averlo guardato un lampo si alza diritto, terribile; non trema pi, sembra pi grande)
Sei tu?!... (poi di colpo, si slancia contro Elisa che fugge gridando e chiamando).
Elisa. - No!... non vero!... lo giuro... Pap!... mi ammazza!...
Carlo. - Sei tu! sei tu! sei tu! (la insegue sempre, finch l'afferra di dietro per la vita e la trascina buttandola sul canap, e cadendole addosso: la stringe alla gola per strozzarla, con un convulso d'ira feroce che a mano a mano andr sempre crescendo) Amante d' un vecchio! La sua mantenuta! Sei tu! Sei tu!
Elisa. - No! no! Aiuto! Carlo, no! no! Dio! (soffocata, col rantolo) S! S!... S...
Carlo. - (crede di averla uccisa; d un grido terribile) Elisa! (indietreggia barcollando, poi pia-nissimo con terrore come spiando per vedere se proprio morta) Elisa! Elisa!
Elisa. - (lentamente scivola dal canap per terra, rimanendovi appoggiata).
Carlo. - (le va sopra con pugni alzati, poi incrocia le braccia strettamente contro il petto fissandola immobile) Tutto: fuori.
Elisa. - (come magnetizzata dallo sguardo fisso di Carlo terrorizzata) Lo giuro!... lo giuro!... la verit!.... Lo credevo buono... onesto... mi ha ingannata colla sua affezione per te... per Ettorino, poi, mi ha imposto di nasconderti i suoi doni, i suoi piccoli aiuti per la casa... lusingandomi nella mia vanit... nella mia tenerezza per te... perch tu fossi pi contento, pi fiero, pi innamorato. Io ero sempre debole, ignorante, abituata ad una vita quasi come una signora... poi... ti sei ammalato... crebbero i bisogni... ti assisteva con me, di giorno, di notte, pi che se fosse stato tuo padre... e quando tu stavi male, l'ho veduto piangere...
Carlo. - Tutto!... Avanti!...
Elisa. - Poi... un giorno... mi ha fatto chiamare... con pretesto... a casa sua; io sono corsa... il vigliacco!... Poi... poi... tornato; o accettare e tacere, o confessare tutto... Ho taciuto.
Carlo. - (tremante colle braccia sempre conserte, comincia a piangere silenziosamente) E non mi ha lasciato morire!... Non mi ha lasciato morire! (smarrito) E... adesso? Che far?... Che far? (vedendo Elisa che si alza lentamente e prende il cappello per uscire) Dove? Dove vai?
Elisa. - (con un moto desolato del capo fa cenno di abbandonare la casa).
Carlo. - (le impone di fermarsi: con terrore) No!... Si saprebbe da tutti! L'ho mangiato anch'io il tuo pane! Quello che guadagnavo io... no... no!... no!... non bastava! (prorompendo) Persino nel lavoro, in tutto ci che l' uomo ha di pi onesto, di pi santo, persino nel lavoro sono stato ingannato, imbrattato. Mi pagava anche per te!... Tu per... tu lo sai... sei tu che mi hai ingannato... .sai che io mi fidavo di te, che io sono onesto, che io non sapevo niente! niente! niente! E nessuno, anima viva, non deve mai nemmeno sospettare tanta nefandit, perch ancora pi che perdere l'ono-re; tu lo hai perduto l' onore, ma io che ci sono vissuto dentro, io sono peggiore di te, pi gi, nel fango, pi gi!... Io divento matto! Ah, mio Dio! ma io divento matto? No, la verit. Ricordati bene: la punizione tua o mia sar quella di vivere sempre insieme, di guardarci in faccia e di nascondere il nostro schifo, perch tu mi fai ribrezzo, mi fai schifo!
(afferrandola e abbracciandola, con passione, e odio, con amore e gelosia) Io potrei ammazzarti, farti a pezzi, calpestarti, e ancora e ancora mi resterebbe nel sangue il ribrezzo, lo schifo che ho di te!... Ecco a cosa voleva alludere la Teresa! E il portinaio!... Sospettava forse? Dio! Dio! Che vergogna! (imponendosi) Ricordati bene: si deve fare la vita come prima pi di prima spendere come prima pi di prima. Io lavorer tanto da ammazzarmi, e anche tu, lavorerai, di notte! Qui lavorer, su questo tavolo (batte sulla scrivania) che roba sua! Perch qui, tutta roba sua!... tutto!... tutto!... tutto!... (tocca vari oggetti) Dove si mangia!... dove si dorme!... Non la mia casa! Era lui che pagava! Non la mia casa! Sono le camerette della sua amante... e ci vivevo anch'io!... I vestiti che ti coprono, tutto ci che hai addosso, la tua faccia odiosa, tutta, tutta te, tutta roba sua!
(strappandole di mano il fazzoletto, lacerandolo e buttandoglielo in faccia) Questo!... questo, sporco, insudiciato, lordo, sporco delle tue lacrime suo! (vede la propria catena, se la strappa coll'orologio e la butta per terra calpestandola) Anche questo suo!... (tirando con rabbia il gilet e il vestito) E anche questo! E anche questo! e anche questo! E' lui! lui! lui! L'ho nel sangue, nella carne, e non potr strapparmelo di dosso... mai pi!... mai pi! mai pi! (finisce spossato sulla poltrona pausa).
Elisa. - (dopo un momento, spaventandosi) Carlo! (fa cenno a Carlo che ci dev'essere qualcuno nell'anticamera).
Carlo. - Qualcheduno?... Su, ridi! Fai ridere quella? tua faccia! Maschera! ridi! ridi! ridi! (accomodandosi il vestito, ridendo) Ah! ah! ah! Chi ? Guarda... Elisa! Chi ?Avanti! Avanti!
Giovanni. - (entra seguito da Serafino. Si alza un po' il berretto ma lo tiene in lesta) E' il signor Serafino. Ha suonato e nessuno ha risposto. La Teresa nell' andarsene mi ha lasciato la chiave e gli ho aperto io.
Carlo. - Va benissimo, domani!
Serafino. - Abbiamo aspettato tutto il possibile, sicurissimi della signora, che non ha mai mancato.
Carlo. - (vede il portinaio che si fermato un po' indietro, per vedere se paga o no, cerca il conto, lo spiega dinanzi a Serafino, poi apre la busta dei denari della De Fornaris).
Serafino. - (saldando il conto) Cinquecentotrentacinque...
Carlo. - (paga).
Serafino. - (mettendo via i denari) Grazie!... e tante scuse. (via).
Elisa. - (appoggiata all' uscio guarda Carlo con grandissimo dolore, vedendolo fare come il De Fornaris).
Carlo. - (capisce tutto, capisce adesso quello che ha fatto, si lascia cadere sulla seggiola, guardando Elisa impaurita, intimidito, tremante, balbettante)
Domani... rimetter ancora tutta la somma... come prima! (si copre la faccia colle mani, scoppia in lacrime).
FINE DEL SECONDO ATTO
ATTO TERZO
La scena come nei precedenti atti, con molto pi lusso e molta ricchezza pi ancora del primo atto. Sulla credenza molte bottiglie, un bel trionfo di dolci e di frutta. Fiori nei vasi: candele intatte sui candelabri. Una bellissima e grande lucerna pende sulla tavola coperta da un tappeto nuovo.
Per un momento, appena alzata la .tela, la scena rimane vuota; poi unascampanellata. Esce Camilla, una cameriera dall'aspetto e dai modi di casa signorile: abito nero, grembiule bianco: poi dal di fuori entra Orlandi: vestito un po' ridicolmente da giovinotto, ma senza esagerazione.
Camilla. - Il signore non c'.
Orlandi. - Lo so: al processo De Fornaris. Torner presto?
Camilla. - Non si pu sapere. Il processo pu andare per le lunghe; magari fino a mezzanotte.
Orlandi. - E la signora?
Camilla. - La signora non riceve.
Orlandi. - Ma io sono di casa: sono appunto il padre della signora. (accarezzandole il mento) Sono il pap!
Camilla. - Quand' cos vado subito ad avvertirla.
Orlandi. - Sst. (chiamandola vicino) Voi dunque siete la nuova cameriera dei miei figli?
Camilla. - Sissignore.
Orlandi. - Bravissima. E come vi chiamate?
Camilla. - Camilla.
Orlandi. - Bel nome, romano. Camilla... diremo... Camillina!...
Camilla. - Vado ad avvertire la signora.
Orlandi. - (le guarda dietro facendo l'occhietto, e quando uscita ripete ringalluzzito) Camillina! (poi si guarda attorno, guarda la lucerna, il tappeto, i dolci, alza la campana del formaggio e lo fiuta, legge letichetta delle bottiglie) Barolo, Gattinara, Bordeaux! (ripetendo) Bordeaux!... (viene avanti, respirando con soddisfazione) Oh! la famiglia!... Per lavorare non c' che la famiglia!...
Elisa. - (entrando). Tu, babbo! A quest'ora?
Orlandi. - (facendosi baciare sulle due guance) Tutte le ore sono le medesime per abbracciare i propri figli. E adesso, te ne prego, basta; saiche io non amo le espansioni, le commozioni esteriori... Tuo marito ancora alla corte delle Assise, mi ha detto la tua Camilla? (guardando l'orologio) Sono le nove e mezzo: in ogni modo, crederei, star poco a tornare.
Elisa. - S. Per bene che Carlo non ti trovi qui.
Orlandi. - No? Come sarebbe a dire?
Elisa. - Sarebbe a dire, che dopo aver abbandonata la tua casa, i tuoi figli, per paura che noi ti fossimo di peso, che noi ti costassimo del denaro...
Orlandi. - (offeso: con dignit) Oh! quale pensiero!
Elisa. - (continuando) Per renderti ridicolo con una servaccia, per divorare e farti divorare quasi tutto il tuo... non so quale accoglienza potrebbe farti mio marito.
Orlandi. - Il marito di mia figlia?
Elisa, -- (con disgusto) Mi fai il piacere?... te ne prego; non parliamo pi di padre, di figlia... (con forza) tu, a questo proposito, me ne hai fatto perdere tanta tanta della poesia!... Non ti consiglio a rimanere. Mio marito un estraneo per te, e a riguardo tuo, dopo il tuo abbandono, non pu pi nutrire nessun sentimento, n di affezione, n di stima.
Orlandi. - (sorridendo) Vedi come esageri? A convivere con tuo marito, che un retorico, hai imparato a esagerare. Abbandonarti!... E cos? Non sono tornato? E se sono tornato vuol dire che non potevo vivere lontano dalla mia famiglia, dai miei affetti naturali.
Elisa. - Vorresti tornare perch... quell'altra... finiti i denari, ti ha piantato!
Orlandi. - Altra invenzione, come sopra. Sono stato io, e sai perch? Faceva credere ai suoi conoscenti che io ero suo padre! Ma tu che sei mia figlia davvero, e per conseguenza uno spirito superiore, non devi tener conto di tutte le chiacchiere. Quando un uomo non il primo venuto, quando esso ha un nome, si pu dire illustre, tutti lo osservano, lo invidiano, si impossessano della sua bench minima azione. Credi che tuo marito potrebbe farmi un ricevimento... poco dignitoso?... In tal caso gli puoi dire che io non intendo essere totalmente di peso ai miei figli... tanto pi che per... forza maggiore ho dovuto farmi restituire una parte del piccolo capitale. E siccome io, l' autore del Liuto di Ermengarda, io, in tutta la mia vita, non ho mai domandato niente al governo del mio paese, avr ben diritto, spero, a un posto, anche modesto, di riposo. Oh! le altre nazioni! (le mostra delle carte) Accademia Universale di scienze, arti, lettere e agricoltura di Anversa, con sede propria in Ascoli Piceno. Nominato socio ono-rario e benemerito con medaglia d'oro di prima classe. Per la medaglia si paga cinquanta lire una volta tanto. Lo dirai a tuo marito: sempre una soddisfazione comune.
Elisa. - S... s... glielo dir!
Orlandi. - (guardando e toccando il tappeto sulla tavola) Nuovo?
Elisa. - S.
Orlandi. - E' un regalo?
Elisa. - No.
Orlandi. - Comperato?... Dall'Oriani?
Elisa. - (con un brivido) S... dall'Oriani.
Orlandi. - Che hai?... Ti senti male?
Elisa. - No: sono un po' stanca.
Orlandi. - Allora, per la stanchezza, niente fa bene quanto il riposo. Ed Ettorino? Gli darai un bacione e lo vedremo domani. Potrai far capire a tuo marito che anche per il mio lavoro, mi necessaria la quiete, il raccoglimento della casa. Adesso non ho pi tempo da perdere, anche le accademie mi tengono gli occhi addosso. Domani tu mi prepari la riconciliazione, e dopo domani, subito, cominceremo a lavorare. Una buona lavorata! Ormai, del Golgota o del Calvario, il titolo sar quello che sar, ho fissato definitivamente la divisione dei capitoli, e questo il pi importante. Buona notte, cara. Dovresti darmi uno schiarimento per mia semplice curiosit. E' vero quanto si va buccinando per Milano?
Elisa. - Che cosa?
Orlandi. - (sospirando) Che il povero signor Peppino prima di morire, ha lasciato una lettera, brevi mano, al proprio erede, tutta a favore di tuo marito? (dandole un buffetto) Ah! Ah! e sono stato io a dire a tuo marito... buon giovane,! ma tardo andate e fatevi vedere.
Elisa. - Questo si racconta a Milano?
Orlandi. - La vostra casa pi che mai ben fornita: anche l' altro giorno, tuo marito ha dato un pranzo, squisito, in onore dei suoi ex colleghi della Casa Zimmermann... E capirai, la gente vuol sempre risalire alle... scaturigini. Qualche altro pretende invece che giuoca alla Borsa.
Elisa. - Non so: degli affari di Carlo non me ne occupo.
Orlandi. - Non sei pi tu, che tieni... la cassa?
Elisa. - No.
Orlandi. - Male! Brav'uomo quel povero signor Peppino. E l'assassino sempre irreperibile? E' stata una vendetta? Uhm! non se ne parla pi! Chi ha avuto ha avuto e il governo se ne lava le mani. (scampanellata) Se tuo marito, io vado a salutare il nostro Ettorino.
Elisa. - No; il portinaio. L' ho mandato da Carlo per vedere se torna a casa. Carlo ha la chiave.
Camilla. - (che intanto andata ad aprire) E' il portinaio.
(Giovanni entra).
Elisa. - Cos tardi?
Giovanni. - Volevo aspettare il signor Carlo. (vede Orlandi) Oh! guarda! Il signor Orlandi tornato?
Orlandi. - S, caro; definitivamente.
Giovanni. - Se non avessi avuto da chiudere il portone sarei ancora l.
Elisa. - E Carlo?
Giovanni. - Mi ha detto: dirai a casa che non mi muovo: aspetto la sentenza. Tutti sperano bene; anche la signora De Fornaris. Bisognava sentire il signor Carlo! Bisognava sentire con che enfasi! E il procuratore del re che strapazzata, perch si era messo a fare il difensore invece del testimonio.
Elisa. - E Carlo, cos' ha risposto?
Giovanni. - Non ha pi aperto bocca. Sfido io!... Alle Assise?... fa un certo effetto... Di notte poi... ancora pi straordinario. Quella luce fosca, con tutte quelle toghe nere, col De Fornaris che si sentiva singhiozzare in mezzo ai carabinieri! (con un brivido) Fortuna che sono un galantuomo: ma questa notte mi sogno di essere sotto processo! Comanda altro, signora Moretti?
Elisa. - No, grazie.
Giovanni. - Allora, buona sera; e anche lei, signor Orlandi.
Orlandi. - (che rimasto assorto, impressionato dalla descrizione di Giovanni) Ciao... caro! Povero De Fornaris.
Camilla. - (accompagna fuori il portinaio: poi torna).
Elisa. - (a Camilla) Ettorino?
Camilla. - Si addormentato.
Elisa. - Va a prenderlo, che lo metterai a letto.
(Camilla esce).
Orlandi. - E andremo anche noi! La Camilla ha preso a voler bene a Ettorino? Elisa. - S... credo.
Orlandi. - Quella ragazza deve avere buon cuore. E non va fuori la sera?
Elisa. - (con stupore) La sera?... Mai!
Orlandi. - Brava! Le ragazze, devono essere molto sorvegliate. Buona notte, cara: e allora il nostro piano fissato. Domani, prima di colazione, vengo con tutta la mia roba. (si fa baciare c. s.) E ricordati bene: di un padre non ce n' mai abbastanza (via).
Elisa. - Almeno... se mi avesse insegnato a lavorare.
Camilla. - (entra con Ettorino in braccio, avvolto in uno scialle) Dorme; lo vuol vedere?
Elisa. - Fa pianino. Se poi si sveglia?
Camilla. - (ridendo) Non c' pericolo! Lo guardi: una bellezza! (Elisa lo guarda con tristezza) Non ha fatto altro che giocare e saltare tutta la sera.
Elisa. - Che cos'ha nelle manine?
Camilla. - E' un piccolo soldatino di piombo. E il generale. Non c' stato verso di poterglielo levare. Stringe tanto forte!
Elisa. - Sta attenta; dormendo potrebbe farsi del male.
Camilla. - Non dubiti, signora!
Elisa. - (lo guarda ancora, poi gli d un bacio, poi un altro, poi ancora un altro con pi forza).
Camilla. - (allontanandolo, sempre ridendo) Se fa in questo modo, allora, credo io, che finir per svegliarlo! (via).
Elisa. - (resta ferma in mezzo alla scena, seguendo con lo sguardo la Camilla, poi si asciuga una lacrima colla mano. Si scuote, mostra di aver freddo, va ad accomodare il fuoco, va a prendere uno scialle, se lo mette addosso, poi prende un libro dal cestino, si siede alla tavola grande, sotto la lucerna, e comincia a leggere).
Camilla. - (entra dopo un momento che Elisa sta leggendo) Comanda altro?
Elisa. - No: puoi andare a letto.
Camilla. - Grazie. Buona notte!
Elisa. - Buona notte!
(Camilla via, chiudendo l'uscio. Elisa torna a leggere appoggiando il capo sulla mano, poi si ferma fissando gli occhi verso il pubblico, tristemente, dolorosamente. A un tratto, di colpo, si spalanca V uscio che dall anticamera mette alla saletta. Entra Carlo, si ferma sull' uscio aggrappandosi, quasi, per non cadere).
Elisa. - (con un grido, che soffoca subito) Mi hai fatto paura!... Dunque?...
Carlo. - (pallidissimo, quasi senza voce, colla faccia stravolta) Sette anni.
Elisa. - (alzandosi, di colpo) Dio!... Povera gente!
Carlo. - Sette anni... Le aggravanti... l'abuso di confidenza... tutto... sette anni!
Elisa. - Ma, potr ricorrere?
Carlo. - Gi... ricorrere... Sette anni!
Elisa. - (con grande effusione) La sentenza pu essere ancora cambiata, mitigata. Speriamo: e tu, non inquietarti cos, non soffrire cos. Vedrai non... (vedendo Carlo che la fissa, s' interrompe e cade a sedere) Perdonami!... ho dimenticato... non ho pi diritto di parlare con te!
Carlo. - (d un'occhiata rapida all'orologio del camino, si guarda attorno timoroso) La donna?
Elisa. - E' andata a letto. Si faceva tardi. Se vuoi prendere qualche cosa?... Ci sono io.
Carlo. - (con la voce ancora pi rauca) No; manger a Verona.
Elisa. - Vai via?
Carlo. - Adesso. Debbo essere stanotte o domani a Verona, poi, dopo... a Venezia.
Elisa. - Per affari?
Carlo. - (imponendosi: brutalmente) Finiamola. La mia valigia piccola. L'occorrente per una notte. Presto!
Elisa. - (abbassa il capo ed esce).
Carlo - (appena uscita Elisa, la sua faccia perde l' arroganza, ritorna soltanto spaventata: spia che Elisa sia lontana, corre alla scrivania, prende dei biglietti di banca, parte li caccia in tasca, parte in una busta chiusa, poi si butta gi a scrivere; ma gli trema tanto la mano che non pu; cambia vari fogli di carta, poi ci riesce: quando ha finito rientra Elisa con la valigia. Lo stato di Carlo, dopo questa nuova disonest, si aggravato; egli in preda a un tremito convulso, gli battono i denti, parlando balbetta) Do... domani... ma... mattina... (indicando la lettera) subito... al di... direttore... Anche alla donna se ti do... domanda se sono a letto... non pu... entrare... perch non voglio... ma... so... sono a letto... ammalato!
Elisa. - (timidamente, ma inquietissima) Non vai per la Banca a Verona?
Carlo. - Affari... miei.
Elisa. - Per molto tempo?
Carlo. - No; non so... se... secondo. (chiamandola vicino) Qui so... sono i denari per le spese... per le spese... per la casa... finch io so... sono a Venezia.
Elisa. - (prende i denari, ma osserva Carlo con ansia sempre maggiore; Carlo fa per avviarsi) Non lo vuoi vedere?
Carlo. - (quasi spaventato) Chi?
Elisa. - Ettorino!
Carlo. - S, s!... (fa per avviarsi, poi torna accennando di no col capo, e disponendosi a partire).
Elisa. - (ha capito tutto; si butta attraverso V uscio, gli cade ai piedi fermandolo, abbracciandolo) Sono stata io a rovinarti! Sono stata io a perderti! Sono stata io! Sono stata io!
Carlo. - (con gran terrore, chiudendole la bocca) Ssst! Per... Dio... (si ferma ansante).
Elisa. - Vengo con te!
Carlo. - (brutalmente) Vuoi farmi anche arrestare? Sar a Trieste... poi... in Grecia. Scriver... appena sar possibile verrai... con Ettorino.
Elisa. - (alzandosi, scuotendolo a mano a mano pi forte) Ma Carlo! Carlo! Carlo! Scuotiti! Guardami! Tu non sei pi in te! Sei preso dalla paura!... Tu vuoi perderti!... Capisci?... Intendi?... (scuotendolo) Carlo, chi dubita di te? Nessuno! Chi ti ha minacciato? Nessuno!
Carlo. - Adesso!... Il procuratore del re. (ripetendo le sue parole) Se io fossi un consigliere, un amministratore della vostra banca, risponderei alle vostre parole con un pronto esame di cassa. Il direttore, tutti, erano l, mi sono sentito addosso tutti quegli occhi, fissarmi, scrutarmi, mi mancata la voce, la... la forza...
Elisa. - (smarrita; terrorizzata) Dio! Il mio sospetto!
Carlo. - (con un nuovo impeto di terrore) Anche tu avevi un sospetto?... Avevi sospettato?... Dunque... dunque anche tutti gli altri?
Elisa. - (afferrandolo, scuotendolo per farsi guardare) Guardami, Carlo!
Carlo. - Il Saldini, l' agente di cambio, mi aveva assicurato per la fine del mese una somma in prestito: ero sicuro di poter rimediare, di poter rimettere tutto alla cassa... ero sicurissimo; ho una lettera colla sua promessa, colla sua parola d'onore. Invece, il Saldini, nessuno lo sospettava, era rovinato. Aveva voluto ingannarmi, lusingarmi, per mantenere il suo credito alla banca, sino all'ultimo momento.
Elisa. - Perch hai voluto difendere il De Fornaris?
Carlo. - Per... per scusarmi. Per difendermi anch'io! Anch'io... co... come quell'altro ero matto, irresponsabile quando ho fatto quello che ho fatto. Per... qu... quell'altro la... la disperazione e la miseria... io... l'o... l'onore! tutto... gi... gi... ma quella vergogna no! E per non far sospettare bisognava spendere come prima, pi di prima, per la casa, per te, per me... dall'Oriani! Spendere! Spendere! Io vedevo la gente: stavano tutti attenti a osservare, a spiare, se spendevo, se pagavo. Le ristrettezze, il bisogno, la povert, mi avrebbero scoperto: fin'ora hai vissuto di tua moglie, mantenuto! mantenuto! mantenuto! Dio! Dio Santo! Si giudica, si condanna, perch non si sa niente... non si sa niente!... Provare, provare... e poi giudicare... e poi condannare!
Elisa. - Non dovevi parlare!
Carlo. - Se... sette anni! Ho fatto di tutto in questi giorni per salvarlo... e allora avrei sperato anch'io... per me. Sono perduto!... Se... sette anni!
Elisa. - (risoluta) Rimani: nessuno dubita di te: troveremo.
Carlo. - Ho... ho paura.
Elisa. - Quanto?... Che somma?...
Carlo. - Se... sette anni!
Elisa. - Resta: sei tu che ti perdi.
Carlo. - Il direttore, tutti, non mi hanno pi rivolto la parola, non mi hanno pi guardato.
Elisa. - E' immaginazione tua: perch hai paura.
Carlo. - Sono andati via tutti insieme: forse a quest' ora...? Chi ? (stringendosi a Elisa, spaventato) Chi ?
Elisa. - (ascoltando) Nessuno. (ascolta ancora) E' Ettorino.
Carlo. - No... Su per le scale...
Elisa. - E' Ettorino... Si svegliato; mi chiama; senti: Mamma! mamma!
Carlo. - (fuori di s, con impeto cieco e brutale di terrore, spingendola verso la stanza) Va, per Dio, a farlo tacere! Pu svegliare la donna!
Elisa. - E' tuo figlio! tuo figlio! Ma non ti vedr pi? Non lo vedrai pi?...
Carlo. - (corre alla scrivania per prendere la valigia) Quando sar... lo porterai con te. (prende un revolver per metterlo nella valigia).
Elisa. - (corre e gli strappa di mano il revolver) Ricordati: me lo devi giurare! Per tuo figlio! (mette il revolver lontano).
Carlo. - Ho tentato... non ho avuto coraggio! Sono un vigliacco! Giurare?per mio figlio? (con una risata stridula; poi prorompendo) Ma bisogna essere onesti per aver cuore, bisogna essere onesti per aver coraggio, bisogna essere onesti per poter amare, e io, sono ladro e vigliacco! E sei stata tu, tu, tu, che mi hai ridotto cos, che mi hai fatto cos! (minacciandola) Va via?
Elisa. - (barcollando va a cadere sul canap colla faccia sui cuscini, aggrappandosi, singhiozzando).
Carlo. - (continuando) Non si nasce disonesti! Sei stata tu! (sente battere le ore dell'orologio del caminetto, guarda l'orologio e incalzato dall'ora fa per chiudere la valigia) No... se mi vedono... possono capire... possono indovinare... (fa un piccolo pacco col giornale, sempre pi incalzato dalla fretta, dall'orgasmo, mentre Elisa continua a singhiozzare) Cos! cos! cos! (si precipita sulla porta, poi si ferma perch gli pare di udire la voce di Ettorino).
Elisa. - (continua a singhiozzare, Carlo le corre addosso, le solleva il capo, la bacia disperatamente e poi fugge via. Elisa stende le braccia, vuol alzarsi, e rotola dal canap per terra).
FINE DEL DRAMMA
- Questo copione è stato visto:


