I FIDANZATI DELLHAVRE
Titolo originale: Les Fiancees du Havre
Commedia in tre atti
di ARMAND SALACROU
Versione italiana di S. DArborio
PERSONAGGI
La famiglia Duval-Lavalle:
GUIDO DUVAL-LA-VALLEE
CARLO DUVAL-LAVALLEE, suo padre
CLOTILDE DUVAL LAVALLEE, sua madre
Il signor AUBANEL, armatore, padre di Clotilde.
La famiglia Lefort:
RICCARDO, industriale in legname al Gabon
LA REINETTE, pescivendola per le vie dell'Havre, sua madre
LEFORT, suo padre.
Il Coro:
ANTONIA, governante in casa Duval-Lavalle
LA SIGNORA PASCALINE, sarta.
LA BELLA IRENE, causa involontaria del dramma.
Epoca: 1908; Presidente della Repubblica Armane/ Fallires.
ATTO PRIMO
Un grazioso giardino a" inverno in casa dei Duval-Lavallee, che abitano, all'Havre, una villa della costa.
La scena di un'architettura complicata e incantevole, con un'apertura sul cielo, il mare, il vasto orizzonte. Tra i mobili in piano, un grande quadro del fondatore della famiglia, in costume di capitano di lungo corso, dipinto verso il 1850. inverse porte. Una scala visibile che conduce verso un primo piano, ed uno o due angolini appartati che permettono di ascoltare senza esser visti. I tre atti si svolgono in una sola giornata. Siamo nel 1908.
(Un pomeriggio di primavera, pieno di sole. Antonia, la governante, entra seguita dalla signora Pascaline, la sarta, che porta un pesante pacco avvolto in un panno nero).
Antonia - E cos, pronto questo benedetto vestito?
Pascaline - Perch non dovrebbe essere pronto, signora Antonia?
Antonia - (ancora aggressiva e sospettosa) C' anche la coda?
Pascaline - Perbacco! Ci vuole! (Tira fuori lo strascico bianco d'un abito da sposa. Antonia esamina la stoffa e soppesa lo strascico) Sentite? E' un bel peso.
Antonia - Anche la cerimonia un bel peso.
Pascaline - Un matrimonio in casa Duval-Lavalle va fatto con tutti gli onori e senza economia. Anche se la sposa figlia d'una mercantala.
Antonia - (in collera) Che figlia d'una mercantala, se sua madre morta! Dunque non pi figlia d'una mercantina, un'orfanella.
Pascaline - (scusandosi) Volevo dire...
Antonia - In questo matrimonio, siete il curato che ci viene a fare la predica, o siete la sarta?
Pascaline - Dicevo cos, perch la bella Irene abita gi qui.
Antonia - Dove volete che vada a dormire dal momento che orfana? E poi son cose che non vi riguardano.
Pascaline - Un grande matrimonio che si celebra nella chiesa di San Michele, signora Antonia, riguarda un po' tutti.
Antonia - Che mi direste se vi dicessi che me ne infischio del vostro un po' tutti?
Pascaline - Vi direi che ciascuno, a sua volta, un po' tutti.
Antonia - (sema rispondere, si avvia verso una uscita) Venite con me. (Escono. Entrano la bella Irene e il suo fidanzato, Guido Duval-Lavalle, che hanno inteso la conversazione).
Guido - (rispondendo ad un gesto d'Irene) Hai sentito, Irene? Antonia stata perfetta.
Irene - Dal momento che entro a far parte della famiglia, anche Antonia comincia ad accettarmi.
Guido - Tua madre era una piccola merciaia. E con questo? Tuo padre, brigadiere delle guardie doganali. E con questo? Un Duval-Lavalle pu permettersi di sposare chi vuole.
Irene - Quella buona signora Pascaline ha dovuto sentir correre questa voce maligna, ma non ha ancora osato ripeterla qui : che io ti sposo per il tuo denaro.
Guido - E perch non dovresti sposarmi anche per il mio denaro? Io sono fiero del mio denaro come del nome che porto, e felice di poterti offrire l'uno e l'altro.
Irene ----------------- - Se io non fossi figlia di merciaia, sarei figlia di un'altra. E quest'altra me la rinfaccerebbero lo stesso. Chiss se queste linguacce che oggi vanno ripetendo: Quella piccola Irene, sposarsi un Duval-Lavalle non dicano anche: Questi Duval-Lavalle che si danno tante arie, in fondo, chi sono? .
Guido - La risposta facile: sono i Duval-Lavalle. (Entra Clotilde).
Clotilde - (tenera) Cari figlioli miei.
Guido - Ho avuto una grande discussione con Irene. Per la sua camera vuol scegliere delle tende a bottoni d'oro.
Irene - E Guido le vorrebbe color lilla.
Clotilde - A bottoni d'oro, Guido mio, a bottoni d'oro.
Guido - (gentile) Naturalmente.
Irene - (a Clotilde) Come ringraziarvi dell'affetto che mi dimostrate?
Clotilde - Facendo la felicit di Guido. E dandomi molti nipotini. Scusami, Irene, se gi ti parlo dei tuoi bambini, ma ho bisogno d'immaginarmeli fin d'ora per consolarmi del distacco del mio figlio-Ione. Guido figlio unico, purtroppo! e suo padre un grande lavoratore.
Irene - E' poi un vero distacco? La nostra casa l, i giardini si toccano. Oh! avr una casa mia . (Mostra la direzione d'una villa vicina).
Guido - E dal balcone ti faremo grandi cenni di saluto ogni mattina. (Fingendo un grido di richiamo dalla finestra) Ooh! Ooh! Mamma, guarda tuo figlio, Guido Duval-Lavalle, un uomo felice.
Irene - Fra i lill e i bottoni d'oro, siamo passati all'itinerario del nostro viaggio di nozze.
Guido - Italia, Corsica, Svizzera, il Vesuvio... No, Irene, non dite la vostra scelta.
Clotilde - Voi sognate, poveri figlioli, ma il passaggio per tutti e due stato gi fissato da vostro padre. Partirete per le Antille.
Guido - (sbalordito) Nelle piantagioni di rum?
Clotilde - Tuo padre intende creare una nuova tradizione nella famiglia. Ha deciso che da ora in poi i viaggi di nozze dei Duval-Lavalle si facciano ad ogni generazione nelle nostre propriet delle Antille. Te l'annuncer solennemente egli stesso questa sera al pranzo del tuo compleanno.
Irene - (ridendo) Cos, prima di conoscere il volto delle nostre femminucce e dei nostri maschietti, conosceremo il paesaggio delle loro future lune di miele. Guido, pianteremo fiori ed alberi cantando nei boschi ove i nostri figli verranno a loro volta a gustare la loro felicit, fra venticinque anni.
Clotilde - ( A Guido) Si vede che tuo padre si sar annoiato con me alle isole Borromee.
Irene - Guido, perch mi fai quella faccia imbronciata? Ma le Antille esigono un lungo viaggio di mare. Mamma, se sapeste quale stata la mia giovinezza, apprezzereste maggiormente il buon senso della vostra futura nuora. Non so davvero come non abbia perso la testa, quando penso alla vita comoda che m'offre l'amore di Guido.
Guido - ( presso il piano, batte un accordo, poi comincia a cantare, accompagnandosi, la Sfinge parole d Chapelle, musica di Popy) Chi sei tu? che vuoi tu, O creatura strana? Dal profumo inebriante d'una rosa Malgrado la dolcezza della tua voce arcana Vanne lungi da me, o sfinge misteriosa.
Irene - (ad un gesto di Guido che continua l'accompagnamento canta a sua volta) La bellezza son io, son l'allegria che felice ti vuole e ti far. Voler saper chi sono una follia. Che aspetti? Su prendimi, doman tardi sar. Coigliam le ebbrezze e le carezze, Stretta al tuo cuor, ti reco l'amor.
Guido - (riprende) Ah! va lungi da me, Chimera ingannatrice... (Antonia e la signora Pascaline son venute ad ascoltare, mezzo nascoste, poi sono scappate quando il signor Carlo Duval-Lavalle entrato).
Carlo - (con una ironia piena di rimprovero) Bravi! Bravi!
Irene - (confusa) Ci ascoltavate?
Clotilde - Continuate, figlioli, questa canzone mi piace tanto. (Un silenzio).
Guido - (al padre) Che fa il nonno che non si fa vivo?
Clotilde - Vi preoccupa tanto l'assenza di mio padre?
Carlo - Se vostro padre non venuto a colazione, mia cara, vuol dire che non voluto venire.
Clotilde - (stupita) E perch?
Carlo - Dato il contegno di vostro padre, vi devo infatti una spiegazione. Questa sera Guido festegger i suoi vent'otto anni. Dall'anno scorso, da un anno esattamente, Guido ha la firma della nostra societ. Durante il mio viaggio in Algeria, che dur appena venti giorni, Guido ha voluto troppo inoltrarsi in una speculazione pericolosa, una speculazione che non ha dato i risultati previsti. Avevo incaricato il dottor Haggelmann, il nostro notaio, di fare un esposto della nostra situazione. Vostro padre che pu recarmi un valido aiuto, ha visto il dottor Haggelmann questa mattina alle undici. Ha lasciato lo studio alle undici e quaranta, ed ora ci lascia in mezzo alle nostre ipotesi. Ecco tutto.
Guido - Vorrei giustificarmi davanti alla mamma e davanti ad Irene.
Carlo - Tu non hai da giustificarti. Io t'ho approvato e basta.
Irene - Guido, perch non avete detto niente?
Carlo - Mia cara Irene, imparerete anche che nella nostra famiglia le donne non si sono mai immischiate nelle nostre difficolt finanziarie.
Irene - Ma le spese del nostro matrimonio... quella villa che avete acquistata e questi gioielli... Guido, io voglio che tutto ci che m'avete offerto sia vostro.
Carlo - Siete molto carina, mia piccola Irene, ma la casa Duval-Lavalle non ha messo ancora in vendita i suoi mobili.
Irene - (a Carlo) Scusatemi. Vorrei tanto esservi utile.
Carlo - E' semplicissimo.
Irene - S, abbiate la bont di dirmi che cosa devo fare.
Carlo - Preparatevi per il pranzo di questa sera, Clotilde, spiegherete voi alla futura sposa di vostro figlio chi sono nostri invitati, la loro parentela e le loro attivit, perch lei non si mostri troppo spaesata. (A Guido) Vado a lavorare al primo piano. Fra un'ora andr ai Magazzini. Tu m'accompagni?
Guido - S, pap. (Carlo esce).
Irene - (a Clotilde) Mamma, voi non siete un po' preoccupata?
Clotilde - Ma no, cara Irene.
Irene - Se il notaio ha saputo essere persuasivo, il signor Aubanel che cos buono, non rifiuter. Ed io non ho dote, non ho un soldo per venirvi in aiuto. Ammiro vostro padre per aver dato il suo consenso al nostro matrimonio.
Clotilde - I Duval-Lavalle hanno una fiducia assoluta nel loro fiuto. Mio marito rispetta gi in Guido colui che sar un giorno, a sua volta, il capo della famiglia.
Guido - Agli ultimi corsi alla Borsa, questa mattina il nostro scoperto era di un milione e seicentomila franchi.
Irene - Ma una catastrofe!
Guido - Non ancora. (Guido presso il piano e nervosamente ricomincia a suonare, poi a cantare)
Ah! vanne lungi da me, o maliarda chimera.
Vanne, non mi tentar, vo' restar sol questa sera.
Lasciami, lasciami...
(Al di sopra delle teste di Antonia e Pascaline che ascoltano, apparsa Quella del signor Aubanel).
Aueanel - (sull'ultima parola della canzone) Sempre in ascolto, voi due!
Pascaline - Oh! io no, signor Aubanel. Son venuta per la prova dell'abito da sposa della bella Irene.
Antonia - (alla sarta) Perch vi discolpate? Che c'entra lui?
Aubanel - Esagerate un poco, Antonia.
Antonia - Quando non esagero io, siete voi che esagerate, signor Aubanel. Vedete dunque che ci presenteremo al buon Dio a peso uguale.
Aubanel - Tenendoci per mano? Siete scema, mia povera Antonia. (Agli altri tre) Buon giorno, figlioli.
Antonia - (alla Pascaline) Vorrebbe sapere se sar io a sotterrare lui o se sar lui che verr al mio funerale.
Pascaline - Ma non avete altre idee per la testa?
Antonia - (rivolta ad Aubanel grida) Vi assicuro che piangerete alla mia morte. (Pi amabile) Come io alla vostra.
Aubanel - No, mia buona Antonia. Se piangi tu io non potr pi piangere. E se io verr al tuo funerale, tu non potrai certo seguire il mio.
Antonia - (furiosa) E perch no?
Pascaline - Eh, ma dico! Per una casa che si prepara ad una cerimonia nuziale!
Clotilde - Pap, non cambierai dunque mai?
Aubanel - No, anche se il diavolo ci mette la coda, ed i notai... (Entra il signor Carlo).
Carlo - Giuseppe m'ha avvertito in questo momento che eravate venuto. (Falsa uscita di Antonia che vuol ascoltare il seguito).
Clotilde - Hai fatto colazione?
Aubanel - Benissimo, s. Ti ringrazio.
Guido - Non ringraziate la mamma. La sua domanda era piuttosto un rimprovero.
Carlo - (dominandosi, ad Aubanel) Mio caro suocero, voi conoscete le mie preoccupazioni...
Aubanel - E voi conoscete le mie? Quando la notte non dormo e mi metto alla finestra, e alzo il naso in aria, e guardo tutte le stelle del cielo, e non ci capisco un accidenti, credete voi che non sia preoccupato? Ma voi, quale preoccupazione avete? Forse quella di sapere cosa pensa di voi il buon Dio che vi giudica come uno specchio sempre appeso alla punta del vostro naso? No. Ma ci che pensa il suocero della sua visita al notaio...
Guido - Giusto, nonno, che ne pensate?
Aubanel - Ebbene, una catastrofe per la famiglia, il nonno non ne pensa niente, proprio niente. Il vostro notaio un vecchio seccatore. Non parla, gocciola. Un rubinetto d'acqua tiepida che hanno dimenticato di chiudere bene. (Imita) E' in nome del signor Carlo e del signor Guido, in una parola, dei signori Carlo e Guido Duval-Lavalle e della loro casa d'importazione ed esportazione di rum delle Antille... (Chiama) Antonia!
Antonia - (che esce dal cantuccio dove ascoltava) Signor Aubanel?
Aubanel - E naturalmente stavate ad ascoltare.
Antonia - S, per poter rispondere appena chiamata.
Aubanel - E perch non ascoltiamo Dio come tu ascolti noi, per esser pronti a rispondere alla sua prima chiamata?
Antonia - Cosa volete?
Aubanel - E se Dio ti facesse questa domanda, tu che risponderesti?
Antonia - Gli domanderei di chiedere a voi che cosa volete.
Aubanel - Le mie scarpe di panno. Ho i piedi molli dalla noia del notaio. (A Guido) Sicch, ragazzo mio, abbiamo fatto delle sciocchezze, a quanto pare?
Carlo - Guido non da biasimare n da difendere.
Aubanel - Ebbene, felicitiamolo pure.
Guido - Pap, il tono di questa conversazione mi molto penoso.
Aubanel - (a Guido) Ma che idea ti venuta in mente, benedetto figliolo, di metter la orgogliosa casa Duval-Lavalle quasi sull'orlo del fallimento, giocando al rialzo?
Guido - (secco) Ho giocato al ribasso.
Aubanel - Non c'erano che due ipotesi : rialzo o ribasso. E tu hai trovato il mezzo d'ingannarti? Ebbene, la fortuna e te non siete davvero cugini.
Carxo - Guido si condotto da grande padrone che prende le sue decisioni. Una ditta come la nostra, la prima dell'Havre, la cui posizione commentata in tutte le Borse di Commercio, non ha il diritto di restare indifferente ai corsi di borsa. Essa deve credere al rialzo e al ribasso, e dirlo.
Aubanel - Bravo! Ma perch dirlo al rovescio?
Carlo - Se io ho bisogno subito di denaro per mantenere la posizione che Guido ha preso. Ieri, ha avuto torto. Domani la borsa mi dar forse ragione.
Aubanel - Per occupare il mistero dei vostri anni di passaggio sulla terra, avete inventato un gioco assai buffo : fingere di conoscere otto giorni prima il prezzo del rum nel mondo.
Antonia - (tornando) Ecco le vostre ciabatte.
Aubanel - Troppo buona.
Carlo - Seguire il consiglio del signor Haggelmann e negoziare con la Compagnia Generale di Navigazione il riscatto della linea Aubanel sarebbe stato un ottimo affare per voi.
Aubanel - Ma io intendo divertirmi a modo mio, con la mia ultima barchetta. Del resto non pu pi andare molto lontana, poveretta. E' pi stanca di me.
Carlo - Tengo a precisare che io non avrei mai conteggiato con la vostra promessa di vendita, l'aiuto che ho in animo di chiedere questa sera al presidente della Compagnia Generale. Questo aiuto so che il presidente me lo accorder. All'Havre non si lascia una grande famiglia dibattersi da sola in mezzo alle difficolt. E' un gioco di borsa audace. Ma mi sarebbe piaciuto trattare questo affare da gran signore.
Aubanel - Gi: salvatemi dai miei rum che filtrano dalle loro botti, ed io ti abbandono l'ultima zattera del... vecchio.
Carlo - Suocero, finiamola!
Aubanel - La linea Aubanel ha ancorato il suo primo battello all'elica del porto, e mio nonno era al timone. Forse non lo sapevate, Irene, ma mio nonno ha la sua statua sulla piazza del Semaforo. Tre settimane fa, andando a fumare la pipa sulla piazza, sono stato commosso nel vedere ai piedi della statua un mazzo di fiori, deposti da non so qual vecchio marinaio che non l'aveva dimenticato.
Guido - Il vecchio marinaio era Irene.
Irene - Non avevo resistito all'orgoglio di infiorare... !
Aubanel - (deluso) Eri tu?
Irene - Quando ero piccina non potevo certo immaginare che i miei figli avrebbero avuto per antenato un grande uomo di mare, che aveva persino una statua.
Carlo - Voi siete troppo intelligente per non ignorare che siete vittima di una testardaggine del vecchio.
Aubanel - E forse anche perch sono vecchio, non dimentico che fu proprio su di un battello della giovane linea Aubanel che il primo dei Duva-Le-valle tornato dalle Antille col suo primo carico di rum. Pap Duval, semplicemente come lo chiamavano allora...
Carlo - (solenne, comincia un discorso) Il padre di mio padre...
Aubanel - Un momento! Vostro padre, che mi fu amico, era ancora qualcuno. In quanto al padre di vostro padre, come voi dite, quello era un uomo! Guardatelo, Irene. (Mostra il Quadro) Non vi fa l'effetto di un bel bandito?
Carlo - Ma io non vi permetto...
Aubanel - Proibitemi quanto volete, ma a lui, nessuno di noi tre avrebbe osato proibire nulla. Quel quadro, io l'ho conosciuto vivo, gesticolante tra cielo e terra. E non sarei l'ultimo a ridere se, in questo istante, con la bocca piena delle sue canzoni, prendesse questa cornice per una porta e uscisse dal suo ritratto.
Carlo - Siete certo che vi approverebbe?
Aueanel - Suo figlio aveva allora dieci anni, come me, e non pensava ancora a diventare vostro padre. Mi era amico anche lui. E quando il vecchio Duval tornava dalle Antille con tutto il suo rum, il vostro futuro padre in calzoncini corti, ed il mo-nellaccio che ero io, all'uscita del collegio imperiale, correvamo difilati verso il porto e ci arrampicavamo sul battello. Pap Duval portava sempre di laggi due o tre donnine che cantavano sul ponte, ed a noi facevano sognare, ma noi eravamo alti come tre mele. Oh! tua nonna (a Carlo) non aveva niente da dire. Pap Duval proibiva alle ragazze delle isole di abbandonare il battello. Ma nemmeno lui lasciava il battello.
Clotilde - Pap, mancano solo pochi giorni perch tu possa raccontare storie di questo genere davanti ad Irene.
Carlo - N oggi n fra qualche giorno io permetter che mi si dica in faccia che il padre di mio padre era un bandito.
Aubanel - ... magnifico. Si pu fondare una grande casa come si fonda un convento? Ed ancora: se un topo di biblioteca narrasse la vita dei fondatori di convento, dovrebbe forse tacere dinanzi all'innocenza di Irene. (.4 Irene) Ma al ritorno dal tuo viaggio di nozze ti racconter la vita di pap Duval, del padre di suo padre, come dice lui, a te che sposi il figlio ( Guido) del figlio- ( Carlo) del figlio del padre- ( il quadro. Aubanel si volta e sorprende Antonia e Pascaline che stanno in ascolto. Ad Antonia) Sei ancora in ascolto, tu?
Pascaline - (risponde) Io no, signor Aubanel. Io sono qui per la veste della signorina Irene; mi d pensiero per via dello strascico.
Aubanel - Se conosceste i miei! Io non ho mai colto un fiore, schiacciato una pulce, camminato sopra una formica, senza pensare alla morte degli uomini ed alla mia. Non ho mai mangiato carne senza un pensiero per la buona mucca pacifica che metteva della poesia nel paesaggio della sera, coi suoi lenti muggiti. Viveva, si ammazza. Io la mangio. E noi? Dite, signora Pascaline, chi ci manger?
Pascaline - Mio Dio, che discorsi.
Clotilde - Pap, perch ti diverti a terrorizzare questa buona signora Pascaline?
Aubanel - Se la mucca non ha veramente altra utilit che quella di nutrire gente come noi, non credete che sia abbastanza scoraggiante per il povero animale?
Antonia - Ecco che ricomincia a parlare turco!
Aubanel - Non desolante per una mucca non avere altra prospettiva sulla terra che quella di ridursi in tanti frammenti di bistecca su piatti di porcellana?
Pascaline - (confusa) Cosa vuol che ne sappia io, signor Aubanel?
Aubanel - Genero mio, dimenticate il prezzo del rum, ed osservate quei milioni di buoi, di mucche e di vitelli che si abbattono per dei milioni di signore Pascaline che non se ne danno affatto pensiero.
Pascaline - Ma io ero venuta per la prova.
Aubanel - ... e che moriranno un giorno, a loro volta. Giacch, cosa siamo in fondo, signora Pascaline, se non degli apprendisti-cadaveri?
Pascaline - (spaventata) Voi non siete cristiano.
Aubanel - Io non critico Dio. Ha fabbricato il mondo con quello che aveva, e come ha potuto. Io mi metto al suo posto. Mettetevici anche voi, genero mio, e ditemi che cosa avreste fatto davanti a quel gran vuoto da riempire.
Carlo - Mio caro, ciascuno ha le sue preoccupazioni: a me bastano le mie.
Aubanel - E voi che siete un uomo avreste inventato altri uomini? Lascio la vostra immaginazione dinanzi a quel gran vuoto patetico... Dio si deciso: ha seminato stelle e microbi; il nostro curato avrebbe esitato fra i semi di rose canine e le barbatelle d'ortensie, Guido tra il rialzo e il ribasso del rum. (Fa per uscire).
Irene - Signor Aubanel, assisterete questa sera al pranzo dell'anniversario di Guido?
Aubanel - Per avere il piacere di dire al presidente ci che penso della Compagnia Generale? Certamente. (A Carlo) E anzitutto, generale di che?
Guido - Io mi sento tanto Aubanel per parte di mia madre, quanto Duval-Lavalle per parte di mio padre. E avevo deciso, se accettate la transazione, di esigere dalla Compagnia Generale, mediante apposita clausola in contratto, che, in ricordo di mio zio, un bastimento della linea portasse sempre il nome di Gustavo Aubanel .
Aubanel - Cosa mi racconti? Questa la prima volta che tu mi parli di Gustavo.
Guido - Penso spesso a lui che non ho conosciuto; se vivesse ancora, mio zio avrebbe oggi cinquantacinque anni. E per l'anniversario della sua morte voi siete andato a farvi una fumatina alla pipa ai piedi della statua dell'antenato, dove Irene, quel giorno stesso, aveva deposto dei fiori.
Aubanel - E perch non mi parli mai di Gustavo?
Guido - Per non ravvivare il vostro dolore.
Aubanel - Che sciocchezze, ragazzo mio. E' tanto pi semplice vivere con i morti come se fossero vivi. Sicch, quando io sar morto, tu farai il vuoto attorno alla mia memoria?
Irene - (a Clotilde) E Guido vi avrebbe certamente offerto di essere la madrina del prossimo Gustavo Aubanel della Compagnia Generale.
Carlo - (seccato dall'intervento di Irene) Guido,
Clotilde - Antonia, conducete la signora Pascaline in camera mia. Vi seguiamo. (Escono Antonia e Pascaline).
Irene - Signor Aubanel, accompagnateci.
Aubanel - lo?
Irene - Voglio essere molto elegante il giorno delle nozze e mi darete dei consigli, senza troppo canzonare la signora Pascaline che avr le dita piene di spilli.
Clotilde - E' una buona idea. Su, vieni, pap. (Guido torna con bastone e cappello).
Aubanel - (a Irene) Vuoi un consiglio?
Irene - S.
Aubanel - Non t'immischiare nelle beghe che abbiamo noi uomini.
Irene - Le preferisco sempre ai pettegolezzi delle donne, e vorrei tanto rendermi utile verso il signor Carlo. (Irene ed Aubanel escono).
Clotilde - Non insistete pi con mio padre. Lasciate ormai che sia lui ad offrirvi quello che gli avete chiesto.
Carlo - Mia cara Clotilde, a me non verrebbe mai in mente di darvi consigli sulla scelta d'una sarta.
Clotilde - Vi domando scusa, Carlo.
Carlo - (a Clotilde) Il pranzo alle otto, saremo qui alle sette e mezza. (Clotilde esce).
Guido - Se il nonno s'intesta sulla sua posizione, il presidente ci rifiuter il suo appoggio?
Carlo - Certamente.
Guido - Eppure la linea Aubanel non vale pi gran che.
Carlo - Il presidente vuole questa fusione per giustificare un aumento di capitali. Crede che io sostenga mio suocero nella sua resistenza. Per farci cedere tutti e due mi rifiuter il suo concorso.
Guido - (meschino) Domani, la borsa pu...
Carlo - (secco) Pu cosa?
Guido - Forse Irene potr commuovere il nonno col battesimo del Gustavo Aubanel. E' un'idea.
Carlo - Gi! (Seguita da Antonia, entra la Reinette; una buona vecchietta del popolo, pescivendola per le vie dell'Havre, vestita a festa, con gesti che in certi momenti essa crede distinti).
La Reinette - (urlando dietro Antonia) E perch non dovrei mettermi un cappello in testa? (Agli uomini, graziosa) Mille scuse, venivo per le signore. (Esplodendo su Antonia) Forse perch siamo gente del popolo dovremmo andar vestiti come degli straccioni?
Carlo - (sorpreso) Chi costei?
La Reinette - Chi sono io? Sono la Reinette! E lei il signor Carlo, che riconosco dalla barba.
Carlo - (glaciale) Ed lecito sapere?
La Reinette - Sapere cosa? Quello che ho da dire lo dir alle dorme. (Ad Antonia) Andate a chiamarmene una, o la giovane o la vecchia.
Antonia - (a Carlo che l'interroga con lo sguardo) M'ha presa a spintoni per entrare.
La Reinette - E' vero. E giacch mi son messa la vostra, oppure l'altra che si pu dire gi della famiglia dal momento che dorme in casa.
Carlo - (risentito) Guido, vai a dire a Giuseppe di aiutare la signora ad uscire.
La Renette - Forse avreste torto, mio piccolo Guido.
GtriDo - (con balzo) Piccolo Guido!.
La Renette - (esplodendo) Mettere alla porta la Reinette! Non vi dice niente la Reinette? La madre di Riccardo non vi dice niente? E Riccardo? (Con un certo tono) Ma, alla bella Irene, dir forse qualche cosa.
Carlo - Ma io credevo che Irene non avesse famiglia.
La Renette - E che si crede che io sia della sua famiglia? Ah, no, son troppo pulita per essere di quella razza sporca.
Carlo - (ad Antonia) Vogliate avvertire subito la signora.
La Renette - Lei vuol fare il furbo, ma non s'intende di nulla, mio povero signor Carlo. (Antonia esce) Sono stata a lavorare da lei, non si ricorda? Ero io che sciacquavo le bottiglie del rum. Eh, da quel d! Suo padre viveva ancora. Ma lei gi aveva la sua bella barba. E col suo barbone, in mezzo ai suoi magazzini, non s' accorto nemmeno che il grosso Leone, il direttore, le rubava a man salva; se le rubava! (Ride).
Carlo - Rubava? In che modo?
La Renette - Non glielo dico perch il trucco del grosso Leone forse dura ancora. E non voglio far torto al suo sostituto che forse pizzica ancora, passando, le natiche delle addette alla sciacquatura, come il grosso Leone pizzicava le mie. (Si siede) Intanto, vedr la signora Duval.
Guido - Ma a che proposito?
La Renette - Siete troppo giovane, mio piccolo Guido, per far cantare la Reinette. Sia detto senza offesa. Quando venivate con vostra madre ai magazzini, tutto in boccoli, con un vestitino di velluto viola, meno alto d'un barile, avevate tre anni. Io vi guardavo, perch anch'io avevo un figlio che era sui tre anni. Anzi era per lui e per quello sfaticato di suo padre che risciacquavo le bottiglie. Aveva indosso meno merletti di voi, ma era ben tenuto lo stesso, il mio Riccardo, e tutto lindo, pi delle bottiglie che lavavo, signor Carlo.
Guido - E' Riccardo che vi manda?
Carlo - (a Guido) Ma chi questo Riccardo? Un parente d'Irene? (Entrano Aubanel e Antonia).
La Renette - Ma ecco qua pap Aubanel. In citt tutti sanno che siete un buon uomo. Punto orgoglioso, ma un po' testa matta.
Aubanel - (sbigottito, a Carlo) Avete chiesto di me?
Antonia - (a Carlo) La signora assisteva alla prova della signorina Irene; non ho voluto importunarla.
La Renette - Alla prova dell'abito da sposa? Ma non sono state ancora fatte queste nozze?
Carlo - Antonia, volete andare ad avvertire la signora?
Antonia - Perch non dovrei andare? (Esce e ritorna ad ascoltare un momento).
Carlo - Mi dispiace, ma devo andarmene.
La Renette - Vada pure, signor Carlo, vada pure.
Carlo - Suocero, in attesa che venga Clotilde,, vi affido questa donnetta.
La Renette - E fa bene.
Carlo - Guido, ti aspetto.
Guido - (che vorrebbe restare) Pap, se mi permetti...
Carlo - Mi dispiace, ma ho bisogno di te.
La Renette - Ed io non ho bisogno di lei.
Carlo - Tua madre ci spiegher questa sera i motivi di questa strana visita.
La Renette - Ben detto, signor Carlo, lei s che sa parlare... Pu andare... pu andare. (Carlo e Guido escono. La Reinette prorompe in lacrime e cade tra le braccia a"Aubanel) Mio povero signor Aubanel. Ah, se sapeste!
Aubanel - (divincolandosi) Cosa?
La Renette - Proprio a me che non piacciono i drammi!
Aubanel - Che drammi?
La Renette - Io non sono che una povera pescivendola, ma sono anche madre. Una madre come tutte le madri. Un giovanotto cos bello! Un vero signore, ora. Parlo del mio Riccardo che potr diventare milionario se questo dolore non lo uccide. (Nuovi singhiozzi).
Aubanel - Quale dolore?
La Renette - A causa di quella civetta di Irene. (Entra Clotilde con Antonia; la Reinette cambia allora espressione e con un sorriso di donna di inondo) La riconosco benissimo, signora Duval... le ho venduto una volta del bel pesce fresco. (Un silenzio) Non so se questo si usa tra persone d mondo, ma per metterci a parte dei nostri piccoli segreti, non sarebbe meglio restar sole?
Clotilde - Lasciaci, pap, e conduci via Antonia.
Antonia - (offesa) Ma io so uscire anche sola. Le vostre storie non mi riguardano. (Antonia esce, seguita da Aubanel).
Clotilde - Vi ascolto, signora; accomodatevi.
La Renette - Troppo gentile. Me l'han sempre detto che lei non disdegnava la povera gente e non ignorava che ci sono al mondo dei piccoli esseri assai migliori dei grandi... Allora, ecco qua. (Si alza, singhiozza, e si risiede).
Clotilde - Voi siete, m'han detto, la madre di un ragazzo che si chiama Riccardo.
La Renette - Riccardo, s, signora, mio figlio. Il suo il signor Guido. Noti che io non ho nulla da rimproverare al signor Guido. Prima di tutto perch non lo conosco troppo intimamente, e poi, come diceva il mio padrino: io lascio liberi, i miei galli, attenti alle vostre galline. (Scoppia a ridere).
Clotilde - (che non afferra subito) Il vostro padrino era contadino?
La Renette - No. Noi siam della povera gente. Ma era un allegrone e conosceva le donne. Cosa pensa lei delle donne? Io non lo so. Ma so benissimo che cosa ne penso io: le donne, finch si credono giovani, non valgono un soldo bucato. Ma Riccardo aveva messo gli occhi sull'Irene. Gi la voleva fin da quando aveva cinque anni, e lui non pi di dieci. La vedeva crescere, la sorvegliava. Il petto si sviluppato, i seni sono sbocciati, e le sere di primavera, di anno in anno, la coppietta si compiaceva di restarsene sola nei cantucci, a inoltrarsi pei viottoli solitari, tanto che io credevo che si dovesse andare al battesimo prima ancora di andare a nozze. Sono cose che succedono, no? Giacch il mio Riccardo proprio cos che l'ho avuto. Il padre l'ho sposato dopo, e non posso certo dire di aver fatto un gran bell'affare. Basta, in questo la Irene non c'entra. Ma ecco che il mio Riccardo decide di partire per le Colonie, per dedicarsi all'industria del legname al Gabon, a Porto Gentile, come ci diceva. A noi ed all'Irene dice: Quando ritorner sar un signore e ti sposer . E' stato laggi tre anni. E mentre laggi, lui, lottava con le zanzare e la malaria, qui la bella Irene si metteva a civettare con suo figlio. Io non la giudico, ma la conosco bene. E' una ambiziosaccia, che ha sempre voluto vedere pi in l del proprio naso. Riccardo, nelle sue lettere, perch mi scrive e rispetta sua madre, da quando comp i diciottenni e si mise a lavorare, non mi ha mai fatto mancare nulla. Non voleva nemmeno che andassi a fare i mezzi servizi in citt. Perch, se avessi dovuto contare su suo padre soltanto, poveretta me! E in questo momento, tra tutti i miei guai, sa dov' suo padre? In galera. Per aver mollato due ceffoni ad un agente una sera che era un po' troppo brillo. Basta, nemmeno questo colpa dell'Irene. Nelle sue lettere, Riccardo, non aveva mai una parolina per lei. Quand'ecco che proprio ieri l'altro me lo son visto tornare dalle sue foreste piene di zanzare: vorrei che lo vedeste! il mio bel giovanottone... un vero, signore: ha persino i denti d'oro, e non le dico altro. E lui, che non parla mai, m'ha detto: L'Irene ha fatto bene a comportarsi cos, ma voglio sapere perch lha fatto. E voglio vederla. Niente potr impedirmelo, dovessi andare anche al suo matrimonio. E con che tono! E siccome alle Colonie prendono strane abitudini, prima d tutte quella del pistolone che porta sempre in tasca, e pan, spara sul negro, e pan, spara sul cerbiatto, io sono un bel po' intimorita. Il mio Riccardo buono e caro, ma guai a stuzzicarlo troppo. Spezza due catene con un braccio. E io non voglio tragedie. Col padre gi in prigione, che ne sarebbe d me?
Clotilde - E' vostro figlio che vi ha detto di venirmi a trovare?
La Reinette - No, signora! Non sa che sono qui. Io non volevo che andasse alle Colonie. C' andato a causa d'Irene. Se ora deve andare all'ergastolo anche a causa sua, cosa vuol che faccia una povera madre? (Singhiozza).
Clotilde - Vostro figlio andato alle Colonie per Irene?
La Reinette - Ma s, era la sua fidanzata, con tanto d'anello al dito e un pranzo alla trattoria dei Castagneti. Tanto vero che il padre si ubriac ed and a ruzzolare sotto la tavola, e Riccardo fu costretto a picchiare il cugino Fedelino che ebbe una spalla lussata perch si era permesso di fare dello spirito su suo padre. Riccardo mont subito in bestia perch per lui la famiglia cosa sacra. (Entra Irene in abito da sposa, per la prova).
Irene - (vuol sapere chi con Clotilde) Mamma, per lo strascico, la signora Pascaline...
La Reinette - (la cui collera esplode) Lo strascico! Lo strascico! Te ne devi intendere tu di strascico, eh? brutta stracciona!
Irene - La Reinette!
La Reinette - S, mia bella Irene. Non te l'aspettavi?
Irene - Chi vi ha permesso di venire qui?
La Reinette - Mi dai del voi, adesso? perch mi vedi col cappellino in testa? Hai ragione, mi d noia. (Si toglie il cappello) Me lo rimetto quando esco.
Clotilde - (glaciale) La signora pretende che tu sei stata la fidanzata di suo figlio.
La Reinette - Avr i miei vizi come tutti, ma non quello di mentire. La Reinette non ha mai mentito, eccetto quando vendeva il pesce e gridava Pesce fresco, mentre sapeva che non lo era.
Clotilde - (a Irene) Una sola domanda, Irene. Tu non eri certo in obbligo di farmi delle confidenze; ma Guido, Guido era al corrente del tuo primo fidanzamento?
Irene - E' stato Guido a farmi rompere con Riccardo.
La Reinette - Bella prodezza! e ce lo dice!
Irene - Ah! mamma, eccola che cosa stata la mia infanzia, coi suoi gridi, i suoi urli, le sue sbornie; tutto questo passato di miseria e di schifo che mi trascino dietro. Stavo provando il mio bell'abito bianco. (Mostrandolo a la Reinette) Eccolo qua il mio abito di nozze.
Clotilde - Ma perch ti fidanzasti con quel ragazzo?
Irene - Non ho mai amato Riccardo, mai.
La Reinette - Faresti meglio a tacere.
Irene - Chi vi dice che Riccardo pensi ancora a me? Avevo pure il diritto...
La Reinette - Diritto! diritto! Bada a tenerti la lingua se non vuoi che Riccardo ti chiuda la bocca per un pezzo. Eccolo il tuo diritto!
Irene - (a Clotilde) E io che mi ero cos bene abituata all'idea di essere tranquilla e felice accanto a voi.
La Reinette - Ti piaceva far la signora, eh, piccola straccioncella?"
Irene - Siete voi che avete almanaccato tutta questa storia. Non vi manda Riccardo. Non ha mai risposto alla mia lettera in cui gli dicevo che tutto era finito tra noi.
Clotilde - Che data porta questa lettera?
Irene - E' pi d'un anno. Se la mia povera mamma non fosse morta, oggi mi sarei gi maritata. Da tre anni mi sarei maritata. E Riccardo, oggi, non avrebbe nulla da reclamare.
La Reinette - Ti consiglio proprio di parlare di tua madre.
Irene - E perch no?
La Reinette - Al pranzo di fidanzamento con Riccardo, all'osteria dei Castagneti, c'era forse tua madre? Voi l'avevate scacciata dalla citt, perch vi faceva ombra la sua presenza.
Clotilde - Quando fu deciso il matrimonio di Guido con Irene, mio marito consigli la madre d'Irene di vendere la sua botteguccia e di andare a riposarsi in campagna.
La Reinette - Gi, voleste aiutarla col vostro denaro, ma a patto che non s facesse pi vedere.
Clotilde - Voi dite un'infamia, signora.
La Reinette - E la sua morte stata per voi una vera liberazione.
Irene - Vedete, mamma, come costoro deformano tutto: hanno l'animo cattivo.
Antonia - (entra) Signora! signora! c' un'altra visita; un signore che chiede d lei.
Clotilde - Ebbene, che aspetti in salotto.
Antonia - Dice che si chiama Riccardo Lefort, ma...
La Reinette - Riccardo? mio figlio!
Antonia - Vostro figlio? Com' possibile?
La Reinette - Si vede che mi ha seguita.
Antonia - Ha detto che il suo nome non avrebbe detto nulla alla signora; che tornava da un lungo viaggio, e che sarebbe grato alla signora se consentisse di riceverlo per parlare d'un affare che interessa poco la signora, ma che per lui della massima importanza.
La Reinette - (in estasi) Come parla bene! (Poi, disperata) Ma se mi trova qui, poveretta me!
Irene - Calmatevi. Pregheremo Riccardo di riandarsene.
La Reinette - Lo vedi in che razza di pasticci ci hai messo!
Clotilde - (ad Antonia) Ricever quel signore.
Irene - Ma voi non lo conoscete; capace di tutto.
Antonia - Sembrava calmissimo.
Irene - E' un uomo terribile.
Clotilde - Irene, vai ad aspettarmi in camera mia.
Irene - Ve ne supplico, mamma, non ricevetelo.
La Reinette - Se sa che sono venuta, me lo rinfaccer fin che campo.
Clotilde - (alla Reinette) Venite con me; vostro figlio non vi vedr uscire.
La Reinette - Dimenticavo il cappello; e non neanche il mio... Me l'ha prestato la giornalaia quando ha saputo che venivo da voi,
Clotilde - (ad Antonia) Fate aspettare.
La Reinette - (cercando di posare alla meglio il cappello sulla testa) Ah, avevo proprio bisogno di quest'affare! (Escono Antonia, la Reinette, Clotilde).
Irene - (sola) Il battello che l'ha ricondotto non poteva naufragare? Maledetto! Dio sa cosa le dir adesso! Dir tutto, tutto. Cosa rischia? Cos'ha da perdere? Nulla. Vuol perdere me... Naturalmente dir che mente. Ma sar io che non sar creduta. E non ho un cane che mi difende. Sono sola, sola! (Entra Antonia seguita da Riccardo. Irene si nasconde).
Antonia - Se il signore vuole attendere, la signora viene subito. (Riccardo saluta, Antonia esce).
Irene - (nascosta) Maledetto, che dir adesso? Non avr certo piet di me. Forse mi ama ancora. Forse potrei giocare il tutto per il tutto: mostrarmi, cadere ai suoi piedi come una volta, quando prendevo delle pose artistiche, tutta nuda davanti a lui. Stavo per raggiungere la felicit, ma lu se ne infischia e la distrugger con una bella risata.
Antonia - (entra e fissa Riccardo con occhi imbambolati) La signora ricever il signore in salotto... La conduco io.
Riccardo - Posso chiedervi se quel ritratto un ritratto di famiglia?
Antonia - E' il padre del signore.
Riccardo - Il fondatore? Conducetemi, per favore. (Escono).
Irene - Ed ora parler! E sar scacciata da questa casa come un'intrusa.
Pascaline - (appare e chiama) Signorina Irene, non avete pi fretta?
Irene - L'abito sar pronto troppo tardi, signora Pascaline!
Pascaline - Ah, non lo dite nemmeno per ischerzo. (Entrano dal fondo Antonia e Aubanel, che guarda uscire Irene).
Antonia - (a bassa voce) Non sono pazza, potete credermi.
Aubanel - lo non ho visto niente.
Antonia - Son due volte che lo faccio girare per casa perch voi lo vediate passare; non oso farlo una terza.
Aubanel - Attraverso la vetrata del corridoio si distingue male.
Antonia - lo guardavo quel giovanotto e mi pareva di vedere il signor Gustavo! Son rimasta trasecolata. La stessa voce, gli stessi gesti, e mi son detta: Il signor Aubanel ha ancora ragione lui; ci sono morti che sono sempre vivi.
Guido - (entra nervosissimo) Dov' la signorina Irene?
Antonia - Non lo so.
Aubanel - (gentile) Sta provando l'abito. (Guido esce) Povera Antonia, se mio figlio vivesse ancora, oggi sarebbe sui cinquantasei anni. Tu lo vedi giovane ancora, perch i morti non invecchiano nella memoria dei vivi. In questo mondo, Gustavo non pi che un vecchio cadavere in fondo all'Atlantico.
Antonia - C'era da credere che fosse lui che tornasse da un paese lontano. Avr forse vissuto in un mondo dove non s'invecchia.
Aubanel - Tu hai sognato in piedi. E taci davanti a mia figlia. (Entrano Guido, Clotilde ed Irene).
Antonia - Non ho avuto le traveggole; il cuore mi palpita ancora.
Guido - (alla madre) Non capisco come dopo la irruzione di quella pescivendola in casa nostra, tu riceva ora quell'avventuriero.
Clotilde - Se un avventuriero c' maggior rischio a non riceverlo.
Guido - Ma che vuole?
Irene - Parvi del male.
Guido - Ebbene, saremo in due! Ha lasciato l'Africa per venire ad assistere al nostro matrimonio?
Irene - Non scherzate, Guido, voi non conoscete Riccardo.
Guido - (duro) S, benissimo.
Irene - Mamma, non ricevete Riccardo.
Clotilde - Cosa temete mai? che mi fracassi i mobili?
Irene - Non lo garantisco.
Clotilde - Ed allora Giuseppe andr a chiamare un agente di polizia.
Antonia - Eppure, a vederlo, sembra calmissimo.
Guido - E allora perch sua madre rimasta gi davanti al portone di casa? L'ho veduta che s nascondeva dietro un albero quando aprivo la porta.
Irene - Perch lo conosce; anche lei ha una paura folle di lui.
Guido - Un momento. A scuola, Riccardo non era troppo orgoglioso di sua madre. (Ad Irene) La riporto qui col pretesto di farle gustare un bicchierino di rum.
Irene - Ma provocherete lo scandalo che cerca Riccardo.
Guido - Non voglio farmi sfuggire questo doppio spettacolo: tu al mio braccio, ed al suo sua madre ubriaca; guardarlo in faccia e fare una bella risata. (Esce).
Clotilde - Antonia, dov' questo giovanotto?
Antonia - Aspetta in salotto.
Clotilde - Va' a chiamarlo. E tu, pap, conduci via Irene. (Antonia esce).
Irene - Mamma, non dimenticate che amo Guido.
Aubanel - (a Clotilde) Se le cose si mettessero male, chiamatemi. Vieni, Irene. (Escono. Antonia introduce Riccardo, si ritira, e ritorna ad ascoltare).
Riccardo - I miei rispetti, signora. Mi scuso di aver forzato la vostra porta. Senza dubbio il mio nome non vi spiega la mia insistenza. Torno da un lungo viaggio e vengo a sapere che Irene si sposa fra qualche giorno. Io sono un suo vecchio amico d'infanzia, posso dire il solo, ma lei forse non vi ha parlato di me. Ho saputo anche che voi le facevate le veci di madre e vengo a domandarvi il permesso di vedere Irene.
Clotilde - (colpita dalla rassomiglianza) Come vi chiamate?
Riccardo - Riccardo Lefort. Non potete certo conoscere la mia famiglia... Mi sorprenderebbe.
Clotilde - Riccardo Lefort? Scusatemi, ma sono sconvolta da una rassomiglianza straordinaria.
- (Smarrita, si riafferra allo scopo della visita) E perch volete vedere Irene?
Riccardo - Non naturale, signora?
Clotilde - (violenta) Perch non dite chiaramente che siete stato suo fidanzato?
Riccardo - Perdonate la mia discrezione, signora. Ignoro ci che Irene ha potuto confidarvi delle nostre relazioni passate.
Clotilde - E perch avrebbe tenuto celato il vostro fidanzamento?
Riccardo - Scusate il mio imbarazzo, signora. Nel mio deserto, laggi, solo, vivo facilmente con gli altri. Ma quando sono con gli altri, davanti a loro, mi sento, ad un tratto, solissimo,
Clotilde - Perch volete rivedere Irene? Se non l'amate pi, a quale scopo? e se l'amate ancora, che sperate?
Riccardo - Signora, ho vissuto tre anni in un paese estraneo ai miei ricordi d'infanzia... Per sentirmi vivere, per ricordarmi che ero lo stesso uomo, per resistere a questa idea che avevo cambiato corpo ed anima, che ero divenuto un altro, per riconoscermi io stesso allo svegliarmi, pensavo ad un certo viso di donna, ricordavo uno sguardo di Irene, ascoltavo il suono della sua voce. E' amore questo? Non credo. E del resto poco importa. Questa storia assai volgare d'una donna infedele all'uomo assente di scarso interesse. Senza impor-vi una confessione fuori posto, come spiegarvi il desiderio che ho di vedere Irene?
Clotilde - Io non ho il potere di costringere Irene a ricevervi.
Riccardo - Come tutte le esistenze cos dette difficili, la mia fu abbastanza facile a condurre. Io ho sempre compiuto quel che avevo stabilito di compiere. Non sono di quelli che prima di fare un passo, si domandano : Passo andare? . Io mi faccio una sola domanda, sempre la stessa : Lo voglio o non lo voglio?. E se mi rispondo di s, allora gravo con tutto il mio peso sugli ostacoli.
Clotilde - Devo arguire che non esitereste davanti a nulla, deciso come siete di rivedere Irene?
Riccardo - S.
Clotilde - Per riconquistarla?
Riccardo - I motivi del mio viaggio sono pi sottili della riconquista d'una donna infedele. (Entrano Guido e la Reinette).
Guido - Ma avevate ragione, cara signora. Riccardo qui. Come ha potuto lasciarvi fuori?
Riccardo - (alla madre) Che vieni a fare qui?
Guido - Ooh! si vergognerebbe di sua madre?
Riccardo - Che facevi davanti al portone? Perch mi hai seguito?
La Reinette - Ma io non t'ho seguito, figliolo mio. Vorrei solo indovinare ci che nascondi nel tuo cuore; tu sei di poche parole e non mi dici nulla.
Riccardo - Che significa questo pedinamento?
La Reinette - (urlando a traverso i singhiozzi) Io non voglio che tu vada all'ergastolo! Non voglio che tu vada all'ergastolo!
Riccardo - (violento) Vuoi tacere?
Guido - (fingendo indignazione) A sua madre!
La Reinette - Non vorrai mica battermi davanti a tutti? E' stato il signor Guido che m'ha detto che mi volevi.
Riccardo - T'ha portata qui per farti vedere, per umiliarmi.
La Reinette - Vuoi dire che ti vergogni di me?
Riccardo - (a Guido) Canaglia!
La Reinette - Riccardo! Dove credi di essere? a casa tua?
Guido - Ed ora, avete intenzione di restare a lungo in casa mia?
Riccardo - Ci si d del voi? Vuol dire che ignori che sono riuscito a concludere un'ottima operazione commerciale, e che sono gi ricco quanto te?
Guido - E con questo?
Riccardo - Con questo ci si d del tu... Ma dimenticavo, scusa... che mio padre in carcere. Allora, diamoci pure del voi...
Guido - Il denaro non t'ha cambiato.
Riccardo - Forse perch non me ne sono ancora servito. Fino ad ora ho conosciuto soltanto il lavoro.
La Reinette - E un lavoro duro, eh, ragazzo mio? (A Clotilde) Signora Duval, pensate che non ho che lui al mondo. (Entra la signora Pascaline seguita da Irene in abito da sposa).
Pascaune - Se vuol venire a vedere l'abito della signorina Irene, a me sembra che vada bene; ed al signor Aubanel, anche. (Entra Aubanel).
La Reinette - Oh, chi si vede, la signora Pascaline! (A Riccarda) Non riconosci la signora Pascaline?
Pascaline - Buongiorno, la Reinette. (Si baciano guancia contro guancia).
La Reinette - Buongiorno, come va? (A Riccardo) La nostra vicina di casa quando si abitava in via Labdoyre, lavorava gi da sarta.
Pascaline - E' il vostro figliuolo questo bel giovanotto? Lo credevo partito.
La Reinette - Ed eccolo ritornato. Un vero signore, oggi. Ha persino i denti d'oro. Mostra i tuoi denti d'oro alla signora Pascaline...
Pascaline - Chi l'avrebbe detto, quando la sera portava gi il secchio dell'immondizia per le scale di casa! C'invecchiano questi benedetti figlioli!
Irene - (spazientita) Dovr restare ancora un. pezzo cos, con tutti questi spilli?
Guido - (a Riccardo) Capisci ora che la tua visita un'ultima villania?
Riccardo - (dopo aver guardato a lungo Irene) Perch dare alle cose un altro qualificativo, oltre quello di necessario?
Guido - Volevi vedere Irene? Guardala. La vedi? l'hai vista? Vuoi anche che le dia un bacio davanti a te?
Riccardo ------------- - Perch strepiti tanto? Io vengo qui come un vecchio amico di infanzia, tra un arrivo ed una partenza, a salutare una donna che aveva accettato di essere mia prima di desiderare di essere tua. Fra questi due matrimoni possibili, eccola tra me e te nel suo abito di sposa. Il caso con me sempre diligentissimo: gli incontri che organizza nella mia vita sono sempre perfetti e pieni d'armonia fin nei particolari. Cosa vuoi impedire allora, quando il destino ha gi vestito Irene per questo incontro?
Irene - E' un incontro assurdo, Riccardo. Io non ho nulla da dire, nulla da ascoltare. Ho scritto quel che avevo da scrivere. Che importa che io sia da biasimare, da compiangere, da invidiare? Devo solo giustificarmi davanti a Guido e, tra cinque giorni, sar maritata. Un colloquio tra noi inutile.
Riccardo - C' bisogno ch'io precisi che Guido pregato di assistere a questo colloquio? (A Guido) A scuola, tu scarseggiavi di curiosit intellettuale; saresti anche scarso di curiosit sentimentale e di temperamento?
La Reinette - (che la parola temperamento spaventa) Temperamento? Signora mia, finiranno per macchiare di sangue quell'abito bianco.
Riccardo - Saresti cambiato a tal punto? A scuola il coraggio non ti mancava; anzi, ti credevi il pi forte.
Guido - Cosa ho da temere?
Irene - Riccardo, non era esplicita la mia lettera? Tanto esplicita che tu non hai nemmeno creduto di rispondere.
La Reinette - (m, Riccardo) Dammi la rivoltella.
Riccardo - (alla madre) Dove hai bevuto del rum? a quest'ora?
La Reinette - E' stato il signor Guido, per rincuorarmi, che...
Riccardo - Ha anche cercato di ubriacarti?
Antonia - (entra col bastone e il cappello di Guido) n signor Carlo ha mandato a prendere il signor Guido con la macchina. Dice di andare immediatamente ai magazzini di deposito, e che la sua presenza indispensabile.
Irene - Lasciatemi sola con Riccardo.
Riccardo - A me non piace barare. E non voglio approfittare della tua assenza per parlare con Irene. Vuoi permettermi d'accompagnarti? (A Clotilde) Signora, avrei preferito giungere fino ad Irene con pi accortezza ed evitarvi tutte queste chiacchiere e uno scompiglio cos banale. Vogliate scusarmi. (Alla Reinette) Tu, mamma, a casa. (A Guido) Ti seguo. (Ad Irene) A fra poco, Irene.
(Guido esce con Riccardo).
Irene - Venite, signora Pascaline, voglio che il j mio abito sia pronto. (Esce seguita lentamente dalla signora Pascaline).
Antonia - (alla Reinette) Ecco il vostro cappello.
La Reinette - (col cappello in mano) Guardatelo se non fa piet coi suoi tre pennacchietti... Ci hai fatto un bel figurone in questa casa!
Clotilde - Pap, non hai nulla da dirmi?
Aubanel - E tu?
Clotilde - Ho creduto che il mio povero fra-tello stesse per rimproverarmi d'aver creduto alla sua morte. Pap, ma di dove uscito fuori quel giovanotto?
La Reinette - Ed io che volevo che mi portasse a mangiare in trattoria, questa sera.
Aubanel - (consolandola) Vi ci porter, in trattoria.
Clotilde - (alla Reinette) Non sospirate cos.
La Reinette - E' facile a voi restare calma nei vostri salotti dorati. Ma io volevo che si facesse un po' di baldoria questa sera che la sua festa. Compie ventotto anni.
Clotilde - Compie ventotto anni anche vostro figlio?
La Reinette - S, fanno oggi ventotto anni che Riccardo venuto al mondo. Ah! chi me l'avesse detto ventotto anni fa che sarebbero successi tanti guai!
Clotilde - (ad Aubanel) Tu non avrai potuto guardare quel giovanotto senza sentirti rimescolare?
La Reinette - E' nato come un ricco. Per questo lo si battezzato Riccardo. Suo padre era infermiere alla clinica del dottor Lemoine, agli Ormeaux, figuratevi.
Clotilde - Vostro figlio nato alla clinica degli Ormeaux lo stesso giorno che nato il mio?
La Reinette - Nella clinica del dottor Lemoine che quando era in vita mi onorava della sua amicizia. Mi disse: La Reinette, potete essere orgogliosa del vostro piccino: ben saldo e sar un bel giovanottone.
Clotilde - In che giorno nato il vostro piccino?
La Reinette - In che giorno? Non ricordo.
Clotilde - Un mercoled?
La Reinette - Pu darsi.
Clotilde - A che ora?
La Reinette - Mi presero le doglie mentre stavo lavando i piatti del mezzogiorno, e tutto era finito prima di sera. M'avevano messa in una bella camera, con vista sul giardino. Si capisce, ero giovane. E i medici, che vi guardano nuda, non fan caso alle vesti e palpeggiano una serva come una figlia di signori. Ma io sapevo contenermi con loro, come mi contenni, anzi, persino dal gridare, per non dar loro troppo fastidio. Ma grida quanto vuoi, la Reinette, mi dicevano. No, non grider , rispondevo io.
Clotilde - Non vi hanno addormentata?
La Reinette - Che addormentata?
Clotilde - Sicch, dopo il parto il vostro piccino rimesso in camera vostra e non l'avete mai lasciato?
La Reinette - Non volevo distaccarmene, ma la Maria venuta e me l'ha preso.
Clotilde - La Maria... chi Maria?
La Reinette - Una mia collega che serviva nella camera, una antipatica... M'aveva sempre predetto che avrei avuto una femmina. E io, naturalmente, volevo un maschio. A dire il vero, non volevo n maschio n femmina, per la semplice ragione che non avevo marito e per una ragazza non certo un buon merito. Mi diceva pure che avrei avuto una femmina strabica. E che sarebbe stato un mostricciattolo. Tanto che io avevo paura che andasse nelle altre stanze a prendere un pupo mezzo rachitico e me lo mettesse al posto del mio.
Aubanel - (a Clotilde, che trema) Mia povera cara, calmati.
La Reinette - Ma io non mi fidavo. E avevo messo un nastro azzurro al collo del mio maschietto. Ma la Maria dovette aver mangiato la foglia, perch quando m'ha riportato il mio Riccardo, gli aveva tolto il nastro turchino. Me ne voleva la Maria, a causa del dottorino che mi ronzava attorno.
Clotilde - Pap, devi subito ritrovare questa Maria, subito.
Aubanel - Tu sei in pieno sogno, Clotilde.
La Reinette - Che avete, signora Duval?
Clotilde - Se sogno, come hai capito il mio sogno? Bisogna che questa Maria venga subito. Pap, sono vent'otto anni che non oso parlare di questo nastro azzurro, che ho conservato per anni ed anni e che era legato al collo del bambino che mi present la Maria quando mi sono svegliata.
La Reinette - (con un grido) Ges! non possibile! (La signora Pascaline e Antonia sono in fondo al giardino d'inverno e ascoltano costernate).
Fine del primo atto
ATTO SECONDO
La stessa scena, lo stesso giorno. La sera scender alla fine dell' atto.
La Reinette - (che viene dal di fuori, accasciata, col cappello in mano, seguita da Antonia) Berrei volentieri un goccetto di qualche cosa.
Antonia - (sgarbata) Non c' n'.
La Reinette - Non ce n'?
Antonia - Qui, quando non si mangia non si beve.
La Reinette - E allora, datemi uno spuntino con un buon bicchiere, andr gi meglio. Cosa c' da mangiare? Le emozioni mi mettono appetito.
Aubanel - (entra venendo anche lui dal di fuori) Antonia, avvisate mia figlia che siamo di ritorno.
Antonia - Sta discutendo col signor Carlo.
Aubanel - Mi sento stanco, mia povera Antonia. Avvisate subito che siamo di ritorno.
La Reinette - E il mio figliuolo dov'?
Antonia - Quale?
La Reinette - (geme) Quello che io chiamavo Riccardo.
Antonia - (uscendo) Sar bello davvero il pranzo per il compleanno del signor Guido! (Esce).
La Reinette - Gi, ma pranzo o non pranzo, sar sempre il suo compleanno.
Aubanel - Dal quale venuta la catastrofe.
La Reinette - (scoppiando in singhiozzi) Lo riconoscete anche voi che una vera catastrofe.
Aubanel - Ma non vi mettete a piangere. Non si mai trovata la soluzione di un problema difficile nelle lacrime.
La Reinette - Cosa ne dite voi, signor Aubanel?
Aubanel - Io non ci capisco pi niente, sono abbrutito.
La Reinette - E ve lo figurate voi, quando dovr dire al signor Guido: Guarda tua madre e onorala. Con suo padre che in prigione! Ma che gli ho fatto io al buon Dio? (Entrano Carlo e Clotilde).
Carlo - (vedendo la Reinette) To! Eccola ancora qui! Mia povera Clotilde in quale stupida avventura vi siete lasciata trascinare. (A Aubanel) Suocero mio, come avete potuto prestarvi a tutte queste pazzie senza prevenirmi?
La Reinette - (attraverso le lacrime) Che dice il signor Carlo?
Clotilde - Avete ritrovato quella donna?
Aubanel - S.
Clotilde - Che dice?
La Reinette - Oh! non parler.
Carlo - La far parlare io!
La Reinette - Allora, sarete bravo, perch l'han ritrovata al cimitero. E' morta da due anni, la Maria.
Carlo - (trionfante) L'avrei scommesso. L'unico testimonio scomparso!
Clotilde - Carlo, io non volevo parlare per timore di attirare su tli noi la sciagura; avevo pensato che il silenzio avrebbe soffocato ogni cosa, ma, in quel minuto atroce, prima ancora di scoprire il mistero di quel nastro azzurro, ho avuto la certezza che la Maria mi avesse riportato un bimbo che non era il mio... Ora, ho capito tutto. Negli occhi di quella donna avevo indovinato giusto.
Carlo - Eravate stata addormentata. L'oppio vi ha fatto sognare.
Clotilde - E quel nastrino azzurro?
Carlo - E voi volete offrire questo spettacolo a me, ad un uomo ligio alle tradizioni familiari? Un nastrino che distrugge vent'otto anni di amore materno?
Aubanel - Carlo, l'et m'avr forse turbato la mente, ma io ho ritrovato persino la voce di mio figlio nella voce di Riccardo.
Carlo - E su una vaga rassomiglianza...
Clotilde - Se Gustavo fosse stato vivo e si fosse trovato all'Havre al momento della nascita di Riccardo...
La Reinette - Ah, non c' bisogno di fare tante insinuazioni: il mio, o l'uno o l'altro, ma quello che di pap Lefort, di pap Lefort. E il vostro Gustavo, il nonno che ha la statua in piazza del Semaforo, figuratevi se mi avrebbe lasciata indifferente.
Clotilde - Strano pensiero che quel bambino che nostro figlio, Carlo, avrebbe potuto essere di mio fratello e di questa donna!
Aubanel ------------- - Mio povero Carlo, il pi da compiangere sarete voi, che no,n capirete mai niente di questa storia bizzarra e penosa.
Clotilde - (a Carlo) Vi supplico di parlare a quel giovanotto.
Carlo - Siate tranquilla. Lo vedr subito. H piano bene architettato, ma io sapr demolirlo. In primo luogo, ha la sua fede di nascita? Chi mi prova che sia nato alla clinica degli Ormeaux? Voi affermate... affermate... E guarda combinazione, il vostro unico testimonio morto.
La Reinette - E' colpa mia se la Maria morta?
Carlo - E voi cosa pretendete?
La Reinette - Ma io non pretendo niente.
Carlo - E lui? cosa reclama? la sua parte di eredit?
Clotilde - Cosa v'andate immaginando? Ma quel ragazzo ignora tutto della nostra tragedia.
Carlo - Che ne sapete? Sicuro, che ne sapete?
La Reinette - Ma non ha un briciolo di cuore, costui! Il vostro cuore si muove dunque meno della vostra barba? Che ne sar di me? Se osassi raccontare tutto a Riccardo son certa che troverebbe una soluzione.
Carlo - Io vi domando appunto di tenervi la lingua a posto, se vero che vostro figlio non sa nulla di questo romanzacelo. Ordino, fino a che non prender le mie decisioni, che tutta questa storia rocambolesca non trapeli da questa casa. (Chiama) Antonia! Antonia!
Antonia - (che era in ascolto) Signore?
Carlo - Avete sempre gli orecchi dappertutto, voi!
Antonia - Vi giuro di no, con questo strazio sul cuore! E in primo luogo se fosse dipeso solo da me, la signora non sarebbe andata a partorire in clinica.
Carlo - Dov' quel giovanotto?
Antonia - Quello che somiglia al signor Gustavo?
Carlo - Anche voi!
Antonia - Ma voi che chiacchierate tanto, lo avete visto?
Clotilde - Sono tornati?
Antonia - Non ancora.
La Reinette - Allora, non hanno ancora detto niente ad Irene?
Antonia - No.
La Reinette - Ma guarda un po' quante complicazioni! Noni bastava che fossero nati nella stessa culla, bisogna anche che amino la stessa donna!
Carlo - Vado alla borsa a prendere certe informazioni sul giovane Riccardo. Che aspetti il mio ritorno. E ve lo ripeto ancora una volta: esigo una discrezione assoluta. (Fa per uscire).
Aubanel - Carlo, per la cessione della linea Aubanel alla Compagnia Generale, siamo d'accordo.
Carlo - Avete riflettuto?
Aubanel - No, ma capisco che oggi voi avete troppo noie.
Carlo - Non confondete il sentimento con gli affari.
Aubanel - Sapevo bene che avrei finito per cedere e voi per cantar vittoria... Ma ora non ho pi il coraggio d'insistere e se i miei battelli possono salvare il vostro rum, ve li regalo.
Carlo - Non fate quella faccia afflitta. Voi realizzate un'ottima operazione. Sar di ritorno fra un'ora. (Esce).
Clotilde - Ti ringrazio, pap.
La Reinette - S, un'ottima pasta d'uomo, pap Aubanel.
Aueanel - Mi sto facendo tenero invecchiando, e ci che voi chiamate bont solo stanchezza, e oggi mi sento veramente stanco.
La Reinette - Dobbiamo avere strane colpe perch il buon Dio c'imponga questa via crucis per la nostra salvezza.
Clotilde - Cerco di dare un senso alla mia disperazione. (Entra Irene).
La Reinette - (tronca i suoi singhiozzi, ricominciati alla parola disperazione) Non sei pi in abito da sposa?
Irene - (a Clotilde) Vorrei parlarvi, ignoro quello che ha potuto dirvi, ma la verit la conosco io sola. Tutto ci che vi ha detto e vi dir falso.
La Reinette - E tu speri di farti buono il signor Carlo dicendo male di Riccardo? Ah, mia povera signora Duval, che piatto di fritto misto la nostra situazione!
Irene - E' un uomo violento che ha avuto sempre amareggiata la vita.
La Reinette - Io ho. amareggiato la vita al mio Riccardo? E osi dirlo davanti alla signora Duval-Lavalle? Ripetilo, piccola vipera!
Irene - Quando rientrava in casa, e vi trovava ubbriaca e sbraitante contro quel povero pap Lefort, ubbriaco anche lui, vi suonava buone botte a tutti e due.
Clotilde - Vi batteva?
La Reinette - Senza cattiveria. E' un collerico; come suo padre , stavo per dire. E se era cos cattivo e bugiardo, perch ti strofinavi a lui? Riccardino mio d qua, Riccardino mio d l! e gli hai giurato di sposarlo.
Irene - Avevo paura di lui. Ho sempre avuto paura di lui.
La Reinette - E allora, perch piangevi come una Maddalena quando l'hai accompagnato fino al piroscafo?
Irene - Ho pianto solo dopo che il piroscafo era partito, come avrei pianto se Riccardo fosse morto quel giorno. Ma la verit che non sentivo nulla per lui... In primo luogo mia madre lo detestava.
La Reinette - Tua madre, tua madre; ora che morta una santa donna; ma quando era in vita, va l che non valeva pi di un'altra.
Irene - Mia madre era una donna bene educata. Ma come potete rimproverarmi di avere amato Guido? Voi non la conoscete la sua gentilezza. Prima di fidanzarci, Guido veniva spesso in casa la sera, qualche volta restava a pranzo con noi. Arrivava verso le sette, portava il Malaga, dolci, frutta candite, e noi gli preparavamo un piccolo pranzetto. Era allegro, cordiale. Ho passato delle ore dolcissime accanto a lui e alla povera mamma che gli sorrideva.
La Reinette - Ah! s, avevano bene architettato il loro matrimonio per accalappiarlo, il figlio di pap, Ma dillo che volevi un uomo che si metteva i guanti la domenica.
Aueanel - E tua madre lo riceveva?
Irene - La mamma l'adorava.
La Reinette - Oh, cielo!
Irene - Io tenevo soprattutto all'educazione, alla tranquillit che pu dare la buona educazione.
Clotilde - E continuavi a rispondere alle lettere d'amore di Riccardo.
Irene - Io gli scrivevo giusto quanto occorreva per tranquillizzarlo e perch non tornasse. Fu. Guido a volere che gli mandassi quella lettera di addio. Ma io non volevo.
La Reinette - Gi, se avessi potuto, ti saresti maritata infischiandoti di tutti.
Irene - Ah! Perch possiate comprendermi, mamma, ricordatevi della botteguccia di mia madre, che sapeva di cotone da rammendo, di gas e di polvere. Guido entr in questo grigiore con dei. fiori, come un principe azzurro. D'incanto, tutto divenne facile, come in un sogno. Mamma, voi non sapete quale bacchetta magica pu essere il denaro in casa di povera gente. Signor Aubanel, spiegate alla mamma che ha sempre vissuto in una villa sul mare, circondata di domestici e di giardini, spiegatele che Riccardo ed io abitavamo nella stessa via, una via di carbonai, la via Lafodoyre, dove si giocava nello stesso cortile, Riccardo ed io. Spiegatele come vivono i ragazzi in quelle vie buie... La domenica, mia madre mi teneva con lei nella botteguccia vuota, ma le domeniche di primavera, Riccardo, tornando dal bosco, mi offriva i primi mazzolini di mughetti. Cerano anche i monelli della via che mi venivano dietro e mi lasciavano in pace solo grazie a lui che mi difendeva; ma io non l'amavo...
La Reinette - Non ti pare che faresti meglio a stare zitta? Ti rivedo ancora il giorno della sua prima comunione. Eri cos(fa un gesto come in contemplazione) davanti a lui.
Clotilde - (alla Reinette) Avete una sua fotografa della prima comunione?
La Reinette - No, pap Lefort litig col fotografo, e la stracci.
Clotilde - E' credente?
La Reinette - (per rassicurata) Oh! la domenica non va a messa. E' un uomo. D'altro canto, suo padre voleva che facesse il fumista, perch era il mestiere del nonno, che anche lui avrebbe voluto fare, se gli fosse andato di lavorare. Ma quando Riccardo ebbe la sua borsa di studio, io volevo che andasse al Politecnico. Ma lui ha voluto fare sempre di testa sua. (Entrano Guido e Riccardo).
Irene - Guido, se tu non mi ami pi di ogni altro al mondo, partir sola e subito.
Guido - Senza aspettare le rivelazioni del nostro poeta? (A Riccardo) Porse siamo in troppi?
Riccardo - No. Laggi nel mio silenzio, quando mi veniva la nostalgia del paese, vi chiamavo e facevo delle lunghe conversazioni con tutti voi. Non c' nulla di pi popolato di una solitudine. Sotto i miei alberi saldi, intere notti, mia cara Irene, t'ho interrogata al cospetto di tutta l'Havre riunita, e non solo gli havresi ci ascoltavano, ma tutte le case della citt si spostavano e si avvicinavano inchinando i loro tetti di ardesia, per ascoltarci, con tutte le finestre aperte, tu ed io. (A Irene) Ed io ti guardavo e tu tremavi.
Guido - Ebbene, ora, tu non parli pi a dei fantasmi. Irene la mia fidanzata, e sar mia moglie.
Riccardo - E' precisamente quello che dicevo io pure della stessa donna, pochi mesi fa.
Guido - Irene ha scelto. E un galantuomo...
Riccardo - E' bene che si sappia che io non sono un galantuomo.
Irene - Saresti entrato in questa casa se mi avessi amata?
Riccardo - Tu eri la mia fidanzata, ne sposi un altro e dovrei amarti per giunta?
Irene - E se tu non m'ami, dunque che ci sei venuto a fare?
Guido - Questi tu, questi tu mi danno un poco ai nervi.
Riccardo - Povero vecchio mio, io non t'avrei consigliato davvero di scegliere Irene, se non volevi che dessi del tu a tua moglie.
Irene - Io non ho nulla da rimproverarti. Tu hai tutto da rimproverarmi. E con questo?
Riccardo - E con questo? Ci troviamo appunto al momento patetico.
La Reinette - Tutto si paga nella vita. Hai ragione, figliolo mio. Figliolo mio, non posso abituarmici, signor Aubanel.
Aubanel - E io voglio abituarmici.
Irene - (alla Reinette) E voi, che vedete drammi da per tutto... (Si contiene e comincia un gran discorso a Riccardo) Ascolta, Riccardo.
Riccardo - (con ironia) Mi sento tutto commosso a sentire ancora il mio nome sulla bocca tua, come un oggetto dimenticato. Riccardo. E mi vien voglia di dire Irene perch il dolce sussurro d'Irene incontri il nome di Riccardo in qualche luogo. Irene e Riccardo era tanto carino, che bell'oggetto hai spezzato. Peccato!
Guido - (a Riccardo) Divaghi un po' troppo.
Riccardo - Io non divago affatto.
Guido - E cerca di non oltrepassare i limiti.
Riccardo - Cercher di non oltrepassarli; perch vorresti essere il solo a restare nei limiti?
Irene - Mammina, eccoli gi come due bestie, pronte a graffiarsi.
Clotilde - E chi li ha aizzati l'uno contro l'altro, se non tu, Irene?
Guido - Oh, no, mamma, Irene, come una bambina, si spinta troppo alla leggera con questo giovanotto. Oggi ha il diritto di dire onestamente: mi sono sbagliata.
Riccardo - D'accordo, perfettamente d'accordo. Ad una condizione....
Irene - Lui venuto a guastar tutto. Inventer qualunque cosa per distruggere tutto.
Riccardo - (a Guido) A condizione che tu, da quel galantuomo che sei, perch tu sei un fior di galantuomo, mi giuri che se lei non fosse stata mia fidanzata, tu le avresti fatto lo stesso la corte.
Guido - (che ha capito) Non capisco.
Riccardo - Mi spiego. E' probabile che non ci rivedremo mai pi. Allora, prima di separarci, vuotiamo i nostri tre piccoli cuori. Io non ho segreti da svelare. Rassicurati, Irene.
"Guido - Cosa vuol dire: non ho segreti?
Riccardo - Nulla per il momento. Per il momento puoi dunque rassicurarti. Su voi due io non so niente. Sono talmente privo di amici che non ricevo mai lettere. Nessuno s'interessa di me.
La Reinette - E io non m'interesso a te?
Riccardo - S, mamma. Ma tranne te, nessuno pensava a me (a Guido) eccetto te.
Guido - Io?
Riccardo - Tu che mi odi; ed al quale restituisco l'uguale sentimento.
Clotilde - Poveri figlioli miei.
Riccardo - Fin da quanto ci siamo incontrati sui banchi della scuola, in sesta classe.
Aubanel - Si erano riconosciuti!
La Reinette - Da che cosa?
Guido - No, tu non sei cambiato da allora, da quando ti chiamavano Tanfetto.
La Reinette - Chi ti chiamava Tanfetto?
Riccardo - Questo signore e i suoi piccoli amici.
La Reinette - Vi giuro, signora Duval, che era pulitissimo.
Riccardo - Ma ero povero, e portavo addosso gli odori della casa.
La Reinette - Quali odori?
Riccardo - In quel tempo, per nutrirmi e nutrire mio padre, tu vendevi il pesce per le vie dell'Havre.
La Reinette - E c' da vergognarsi per questo? (A Guid) Tu lo mangi il pesce? E se lo mangi, bisogner pure che si venda.
Guido - Non credete mamma, che questi due signori abbiano terminato le loro esibizioni e che questo giovanotto potrebbe riandarsene con sua madre?
Riccardo - E tu mi venivi dietro rifacendo il grido di mia madre: Pesce fresco! Maccarello bello! Chi lo vuole? e io, stupido, mi vergognavo,
La Reinette - Poverino! Non era giusto. Non eri tu che dovevi vergognarti.
Riccardo - In tutta la mia vita t'ho rivisto davanti a me, tutto lindo e azzimato, col tuo bel collettino bianco, lucidato, immobile in un atteggiamento da boxeur, e sghignazzare pi forte di me, tu che prendevi lezioni di pugilato.
Clotilde - Ma Guido non ha mai preso lezioni di boxe.
Guido - S, col babbo, alla sala d'armi.
La Reinette - E t'ha battuto?
Riccardo - Quel giorno no, perch fui pronto ad abbassare la testa, gli occhi pieni di lacrime, il cuore gonfio, e me ne sono andato.
Aubanel - E voi avete chinato il capo, voi che sembrate cos battagliero?
Riccardo - Non lo ero ancora.
La Reinette - E a casa non dicevi niente!
Riccardo - Perch il babbo andasse a fare le sue proteste al preside? Aveva inventato un gioco con i suoi piccoli amici: accerchiarmi, e tutti di schiena, venirmi addosso, con spintoni, fino a schiacciarmi nell'angolo del muro.
La Reinette - Bella educazione gli dava suo padre!
Guido - Ero un piccolo prepotente, vanitoso e arrogante.
Riccardo - Ed io vi disprezzavo, vero. Se ho voluto arricchirmi, l'ho fatto per avere il diritto di dirvi in faccia: Era questo il vostro denaro di cui eravate cos fiero?
La Reinette - Ma t' mai mancato qualche cosa in casa? Voglio che tu mi risponda davanti alla signora Duval.
Riccardo - Tu mi hai sempre dato tutto quello che potevi darmi.
La Reinette - E tutti i libri che ti compravo (a Guido) col mio maccarello bello? Gli piaceva tanto leggere, signora Duval! E i suoi libri glieli sceglievo io stessa. Siccome leggeva molto, gli sceglievo quelli stampati a caratteri minuscoli perch ci impiegasse pi tempo. Tanto che avevo paura che si sciupasse gli occhi,
Aubanel - Oh, sono sicuro che ha buoni occhi. Occhi di marinaio.
Riccardo - (a Guido) Guido, tu non racconti il seguito. Verso la fine della quinta classe, io caddi malato.
La Reinette - Come tutti i bambini, hai avuto... cos'hai avuto? Ah, gi, avesti una lunga malattia.
Riccardo - Quattro mesi di letto, durante i quali diventai dodici centimetri pi alto.
La Reinette - Tanto che il dottore ti mand in campagna dalla zia Leonia.
Riccardo - In tre mesi ingrassai di sei chili. E alla riapertura delle scuole i piccoli compagni han visto tornare con una certa inquietudine - come oggi torno ancora davanti a te - un ragazzone che stentavano a riconoscere, alto, forte, e che aveva dei conti da regolare. Non lo racconti il seguito? Il primo giorno ti detti la prima correzione, se non sbaglio credo di averti lasciato steso per terra.
Guido - M'avevi dato uno sgambetto.
Riccardo - Pu darsi. Ma quel che certo che non mi chiamavi pi Tanfetto.
Guido - (con ironia) No, ti chiamavo Riccardo.
Riccardo - Gi, Riccardo, per fare dello spirito, perch ero povero. Dio, che freddo!
Aubanel - Che storia mi tocca sentire!
Riccardo - (a Clotilde) Allora, tutte sere, io andavo in cerca di vostro figlio, per dargli la sua lezioncina. Sul primo resistette, e siccome tutte le volte le buscava, venimmo ad ima transazione. Per due anni, dalla quarta al principio della terza, veniva ogni sabato a ricevere da me un calcio simbolico nelle natiche. Dopo di che, io me ne tornavo a casa a riconfortarmi con gli strilli di mio padre. E tu, Irene, che sapevi tutto questo, non avevi il diritto di tradirmi con lui!
Irene - Quando parli hai sempre ragione tu. Ma la vita ben diversa dalle parole.
Riccardo - (a Irene) No! (A Guido) Due giorni prima che io partissi per il Gabon, quattro anni or sono, tu m'incontrasti con Irene, al Caff dei Gabbiani. Ci guardavi. M'accorsi che t'informavi. Nel tuo sguardo avevo sentito il tuo pensiero cattivo, mio bel Duval-Lavalle. Se ne va? E la sua fidanzata? Mi occuper di lei durante la sua assenza; voglio ridere alle sue spalle.
Irene - Non ve lo avevo detto, mammina, che deformava tutto?
Riccardo - (a Guido) Non era lIrene che cercavi, ragazze come lei ce n'erano tante e pi facili ancora. Quella che volevi offrirti era la futura sposa di Riccardo. Ci che venivi a cercare in lei, era il mio dolore, la mia umiliazione, la mia sofferenza.
Irene - Non vero!
Guido - E se fosse?
Riccardo - Ecco un punto che mi premeva di chiarire prima di continuare. (A Guido e Irene) Il vostro grande matrimonio in abito bianco e fiori d'arancio, al suono dell'organo nella cattedrale di San Michele, la deformazione imprevista della piccola sporca vendetta di questo cicisbeo!
Irene - Guido, difendimi!
Riccardo - Tu hai voluto fregarmi Irene, ma lei, la figlia della piccola merciaia, che t'ha fregato. E il gioco sarebbe stato facile se non ci fossi stato di mezzo io.
Irene - Tu sogni, io feci presto ad affezionarmi a Guido.
Riccardo - Vale a dire che non te ne sei innamorata subito, e per amarlo sul serio c' voluto un certo tempo. E tu intanto ti guardavi bene dallo scoraggiare questa canaglia che cercava solo, come te, di farmi del male. (Riccardo ascolta il silenzio di Irene) Ed per una sgualdrina come te che, da mesi, le idee mi frullano per il capo, come una bestia legata al palo! Ma in un modo o in un altro, io mi liberer di te.
Irene - Dal momento che mi disprezzi, perch sei tornato? Vattene!
Riccardo - Io ti disprezzo, ma resto.
Irene - Non ne hai il diritto.
Riccardo - Ho fatto tante cose che non avevo il diritto di fare.
Aubanel - Come il padre di suo padre!
Clotilde - Cercate di dominarvi e siate calmo.
Riccardo - Guardate fin dove arriva il mio disgusto: un litro d'alcole non mi fa paura.
Clotilde - (inquieta) Voi bevete?
Riccardo - Raramente, ma in certe sere speciali, bevo. E quelle sere, un litro d'alcole bevuto in una notte, mi lascia calmo come un litro di latte.
Guido - Una resistenza che rivela un blasone!
Riccardo - Cosa pu rimproverare un mercante di rum agli sbornioni? Ebbene, signora, da qualche mese, dacch conosco gli amori di vostro figlio, il solo odore del rum mi fa venire la nausea.
Irene - E l'idea di avere infranta la mia felicit pu calmarti?
Riccardo - No. Ma l'idea di avvelenare per sempre l'esistenza di Guido mi permette di ripartire tranquillo.
Guido - Noi ci odiamo? Pu darsi, ma tu arrivi troppo tardi. Oggi, chi comanda il mio amore per Irene. Che vuoi fare? Uno scandalo? Quale scandalo?
Riccardo - A te mancata la pazienza, mia piccola Irene. Quando in via Labdoyre ti dicevo che avrei fatto fortuna, pi che una speranza era una volont. Oggi, cosa fatta. La mattina della mia partenza dal Gabon, ventisette giorni fa, ho firmato un atto d'associazione con Carlo Voisin. Sai, mamma, i grandi docks del quartiere dell'Eure, pieni di legname accatastato e che ogni trecento metri delle lettere pi grandi di un uomo recano la scritta : Carlo Voisin - Legname esotico .
La Reinette - (con ammirazione) Sei impiegato della ditta Voisin?
Riccardo - Sono suo socio. Carlo Voisin, venuto lui stesso al Gabon a firmare il contratto, nel mio chalet di lusso che mi ero fatto fabbricare, senza dimenticare il bagno per te, Irene... Con quel che avevo trafficato da solo nelle foreste del Gabon, se non avessi accettato di entrare nell'affare, la sua casa correva il rischio di crollare. E avr la maggioranza delle azioni nella societ. (A Guido) Questo dovrebbe dire qualche cosa, a te.
Guido - Sarei curioso di vedere il contratto.
La Reinette - Figliolo mio, non raccontarmi storie.
Riccardo - Ti racconto semplicemente che tu sarai presto ricca, mamma.
La Reinette - Come sarei stata felice, signora Duval!
Riccardo - Ma lo sarai e te lo meriti.
Irene - Se tu credi che io sposi Guido per il suo denaro, sbagli di grosso.
Riccardo - Va l che se fosse stato povero non gli avresti dato retta neanche cinque minuti.
Guido - E quando lei ti dava retta, eri forse ricco?
Irene - Riccardo, sei tu che mi hai educata fin da quando ero bimbetta. Tutto quello che so, sei tu che me l'hai insegnato. Riccardo, tu non puoi, a dispetto di tutto, non aver serbato una specie di amicizia per me. Io aborro le parole grosse, ma, in nome della nostra giovinezza, ti supplico di pensare alla mia felicit.
Riccardo - E tu credi che io sia scappato dal Gabon dove mi ero rinchiuso per tre anni, per sentirmi dire: Pensa alla mia felicit?.
Irene - Che posso dire di pi?
Riccardo - (sghignazzando) Sentirmi dire che avresti potuto piantarmi per un ribaldo matricolato? no, perch, sul battello di ritorno, una delle mie fantasticherie mi ha messo una voglia matta di strangolarti.
La Reinette - (fa per avventarsi) Non la battere, Riccardo mio, la picchieresti troppo forte.
Riccardo - Hai tu pensato, quando hai desiderato questo matrimonio col bel Duval-Lavalle, al Riccardo che avrebbe potuto tornare dal Gabon, povero com'era partito, con un bel foglio di rimpatrio, per ammirarti da lontano, nella via, circondata dai sorrisi di questo piccolo compagno di scuola, tutta in fronzoli e con la tua bella famiglia? Giacch quando mi scrivesti quella lettera di congedo, tu mi credevi povero. Suvvia, dimmi come t'immaginavi il mio ritorno? Probabilmente sarei finito in galera, perch t'avrei ammazzata!
Irene - (cadendo in ginocchio) Ti domando perdono, Riccardo.
Guido - (la rialza) Irene, diventi pazza? Lasciarti commuovere da questo piagnucolone? Irene, le pubblicazioni del nostro matrimonio sono fatte. (A Riccardo) Ti ordino di uscire!
Riccardo - Ti domando perdono . Ho letto questa frase sette mesi fa, scritta sull'ancora, disegnata sulla tua carta da lettere, che veniva dall'altro lato della terra; mentre io ero laggi tra i miei grandi alberi.
Irene - Se devo seguirti, portami via; ma portami via subito.
Guido - Irene, bada bene alle parole che dici, ai gesti che non dimenticher mai.
La Reinette - Portarti via lui? Questo mai!
Guido - Ti proibisco di uscire da qui, Irene.
Riccardo - Ma io non so ancora se voglio portarti via, mia piccola Irene.
La Reinette - Per chi lo pigli Riccardo?
Irene - In che modo vuoi rovinarmi?
Aueanel - Io li trovo perfetti. Tre insetti stupidi e raffinati in un numero d'istinto di razza.
La Reinette - Che dice, signor Aubanel?
Aubanel - Niente, niente, li sto a sentire.
Riccardo - Non c che un problema per me: dimenticare colei che attendevo, guardando colei che non ha saputo attendermi.
Irene - Dai pi profondo dei cuore ti giuro che non credevo che mi amassi tanto.
Guido - E tu credi che io terr conto dell'emozione d'Irene, scossa dal ricatto delle tue parole?
Irene - Ma dal momento che eri deciso a tornare per distruggere tutto, perch hai atteso sette mesi dalla lettera in cui ti annunziavo il mio matrimonio con Guido? Se la mamma non fosse morta, oggi mi sarei gi sposata.
Riccardo - Mi ero giurato di non tornare all'Havre prima di essere riuscito a consolidare il mio affare. E i miei giuramenti, io li mantengo! Ho cominciato a fare i bagagli quattro minuti dopo la firma dell'atto di associazione con Carlo Voisin. Ecco tutto.
Irene - Se tu non avessi fatto fortuna alle Colonie, non saresti mai tornato all'Havre. Ed allora che ne sarebbe stato di me? Tu avresti aperto una bettola in un piccolo porto dell'Africa, e m'avresti scritto di raggiungerti per servire da bere ai marinai. E la sera, chiusa la porta nella sala vuota, ubriaco di liquore, m'avresti massacrata di botte: ecco quello che poteva riservarmi la vita quando ho conosciuto Guido. Per un uomo attivo come te, una donna come me si dimentica presto. Cos'ero io per te? Una sbarazzina del tuo quartiere, nient'altro. E se prima di partire, ti sei fidanzato, l'hai fatto per non sentirti troppo solo laggi; non per altro. E se tu fossi stato una ragazza e ti fossi trovato al posto mio, avresti fatto n pi n meno di quello che ho fatto io. Ed oggi, tu torni a cacciarti nella mia vita, da trionfatore, e non vuoi capire che ormai troppo tardi... Non lo sai nemmeno tu quello che vuoi. L'hai contro me, l'hai contro Guido, ed io forse finir per restar sola. Non giusto, non giusto!
Riccardo - Non giusto. Sarei stato felice di dividere con te la mia vittoria e offrirti quella bella villa sul mare che t'avevo promessa quando eravamo in via Labdoyre.
La Reinette - Quella villa sulla passeggiata? Ma bisogna essere milionari per comprare una villa simile.
Irene - Riccardo, tu vuoi portarmi via e mi porterai via, ma devi sapere che questa mattina io ti auguravo la morte. (Riccardo sogghigna) Io ti detesto, Riccardo.
Guido - Irene, ti giuro che domani sarai libera d'andare a raggiungerlo se lo desideri ancora, ma questa sera ti supplico di restare.
Irene - Ma lui non vorr.
Guido - E in nome di quale legge tu gli ubbidirai?
Irene - lo gli ho sempre obbedito.
Guido - E il pranzo di questa sera? Cosa dir mio padre?
La Reinette - Ah! Si, vorrei che tornasse presto il signor Carlo. (Entrano la signora Pascaline e Antonia).
Aubanel - Sicuro, vedremo cosa far Carlo, lu che aveva gi cos poca simpatia per Gustavo,
Antonia - La signora Pascaline s'impazienta.
Pascaline - Se non finisco questa benedetta prova dello strascico non sar mai pronta.
Riccardo - (a Guido) Ti lascio l'abito da sposa. (A Irene) Ma tu ridagli l'anello.
Irene - Tu devi perdonarmi, Guido. Soffro quanto te.
Riccardo - Tu mi hai restituito il mio anello, ridagli il suo.
Pascaline - Irene si rimette con voi? E' dunque vero quel che mi ha detto vostra madre?
La Reinette - Cosa ho detto?
Pascaline - Che eravate tornato pieno di quattrini.
Irene - Oh! tutto si deforma. Ed eccomi sola!
Riccardo - Prima di tutto, restituiscigli l'anello, come m'hai rimandato il mio.
Clotilde - Gli avevate rimandato anche l'anello?
Irene - L'ha voluto vostro figlio.
Guido - Non si restituiscono gli anelli in questi casi?
Riccardo - Il tuo anello mi arriv con la forma del tuo dito. Tre giorni dopo lo regalai alla ragazza negra che mi chiamava Riccardo come te. Il nostro anellino faceva finalmente la felicit d'una figliola, ed io guardavo come uno stupido il piccolo brillante sulla sua pelle nera. Ridagli il suo e vedremo lu cosa ne far.
Guido - Irene, ti chiedo di serbare l'anello almeno fino a domani.
Irene - Eccolo, Guido, questo anello che ero cos felice e cos fiera di portare al dito.
Guido - Ma perch tremi davanti a questo folle? (A Riccardo) Tante chiacchiere perch hai guadagnato un po' di denaro! Ma tu resterai sempre ci che sei sempre stato: un piccolo ribelle. (Mostra il quadro) Ti manca questo sulle spalle, mio piccolo Riccardo, e non sar certo un contratto con Carlo Voisin che potr darti una personalit. Guardalo. Lui s che sapeva imporsi. Nei Duval-Lavalle si sa quali sono le vittorie d'un fondatore di famiglia e ne andiamo orgogliosi.
Aubanel - Povero Guido!
Guido - E tu hai un bell'alzare la voce, pavoneggiarti, gesticolare per sopraffarmi, arrivi con quattro generazioni di ritardo.
Clotilde - Guido, ti supplico di tacere. E a voi, Riccardo, vorrei parlare con calma, con dolcezza.
Guido - E' cos che tratti questo cialtrone che s'introduce in casa nostra per prendermi in giro? Irene, tu esci con me e subito.
Riccardo - (a Irene) Tu resta qui. (A Clotilde) Vi ascolto, signora.
Clotilde - Vi far qualche domanda indiscreta. Voi sarete libero di rispondermi come vorrete. Siete ben certo d'amare Irene?
La Reinette - Sta a vedere che ora sar lei ad abbindolarlo! (Antonia esce esasperata).
Irene - Non m'ha mai amato. Non ha mai amato nessuno. Nemmeno se stesso.
Riccardo - Per mi sento meglio nei miei panni dacch guardo la nuova faccia di Guido.
Clotilde - Siete poco caritatevole.
Riccardo - Ah, non voglio prediche. Quando sar in cielo guarder e decider. In questo momento sono sulla terra e rispetto la terra.
Clotilde - Rispettare la terra. Non c'erano dunque stelle nel cielo della vostra colonia?
Riccardo - Il vostro pensiero alle stelle, conduce spesso alla rassegnazione. E' un invito alla vilt, che si predica ai diseredati. Tra la rivolta e il convento, ho scelto.
La Reinette - Ma tu non andrai in convento, figliolo? In un convento io non potr pi vederti. Sarebbe peggio della galera. Irene, se lui si fa frate per amore, fatti la croce, che hai finito di campare. (Entra Antonia).
Antonia - (a Guido) Ora siamo al completo. Ecco vostro padre.
La Reinette - (a Riccardo) Era andato in borsa a prendere delle informazioni su te.
Riccardo - Ebbene? Sotto lo sguardo delle vostre stelle, la famiglia perfetta: dopo il seduttore ba-cato, ecco il poliziotto dilettante. (Verso la porta) Avanti! avanti! (Entra Lefort: un vecchio bracconiere frequentatore assiduo di bettole. Al principio della scena un po' abbagliato e distingue con difficolt le persone).
Lefort - Buonasera a tutti, buonasera. Oh, ma siamo in piena assemblea.
La Reinetxe - (sbalordita) Mio marito!
Lefort - Eccomi qua.
La Reinette - Che sei venuto a fare qui?
Lefort - E tu? Che ci sei venuta a fare?
La Reinette - Ma non eri in prigione? Come ne sei uscito?
Lefort - Cerne ci sono entrato. In modo corretto.
Guido - Ma era il padre di Riccardo che avevate annunciato, Antonia? (A Lefort) Che buona idea avete avuto a bussare alla nostra porta! Ma favorite, egregio signor Lefort, venite avanti, ve ne prego.
Lefort - Grazie, troppo buono... Ma voi, siete?
Guido - Un amico di vostro figlio. (Lo indica).
Lefort - Ma s, Riccardo. Sei di ritorno tu pure?
La Reinette - (che vuole andarsene con Lefort di cui si vergogna) Non ci pensare, vattene.
Lefort - Mi lascerai almeno salutare il mio figliuolo.
Riccardo - (senza muoversi) Buongiorno, pap.
Lefort - Non ci si abbraccia pi? (Si baciano alla normanna, guancia contro guancia) Come ti sei fatto bello! Io non ringiovanisco pi, eh?
Guido - Volete un bicchierino di calvados?
Clotilde - (con rimprovero) Guido!
La Reinette - (pronta) Non ha sete!
Lefort - Non ho proprio sete, ma non vorrei essere sgarbato con questo signore, rifiutando il bicchierino.
La Reinette - Insomma, si pu sapere di dove vieni?
Lefort - Da dove vuoi che venga? Da casa nostra. Busso, nessuno mi risponde. Allora, la mamma Houllemare...
La Reinette - Sei gi stato alla bettola da mamma Houllemare?
Lefort - Non dovevo festeggiare la nascita del piccino?
La Reinette - Hai pensato all'anniversario di Riccardo, tu?
Lefort - Chi ti parla d'anniversario?
La Reinette - (che s eccita sempre pi) Allora, che nascita hai festeggiato, sbornione?
Lefort - Del piccino di pap Falires. Non ti ricordi pi? Il Presidente della Repubblica...
La Reinette - (che non capisce e si inquieta) Che altra sciocchezza hai fatto?
Lefort - (che vuol calmarla) Io? (Agli alt E' una buona donna, non posso lagnarmi di lei, (Alla Reinette) Il Presidente, ti dicevo, oggi noni no, m'han detto, quando m'han gettato fuori carcere. Pare ci sia stata un'amnistia. Allora, mentre stavo bevendo un goccetto da mamma Houli mar, m'hanno detto: La Reinette laggi e suo figlio . Laggi qui.
Guido - Tutto il quartiere dunque al corrente di questa bella visita?
Lefort - Ma s. Allora son venuto. Diamine!
Aubanel - (a Clotilde) Il destino ha aperto li sue dighe, mia buona Clotilde.
Lefort - Ma non la signora Pascaline?
Pascaline - Son proprio io, signor Lefort.
Lefort - Non ci saluta pi? (Alla Reinette) C ci fa qui anche lei, la Pascaline?
La Reinette - Faresti meglio a tacere.
Lefort - Scusami se parlo, gli altri non dicono niente... (Un silenzio, poi con uno sforzo di gentilezza a Riccardo) E cos, ragazzo mio, come son andati gli affari? Sei contento?
Guido - Contentissimo. E' brillantemente riuscito. Ha persino i denti d'oro. Non vero, Riccardo? Non glieli fai vedere a tuo padre i denti d'oro?
Lefort - S' fatto cacciare nelle gengive delle radici d'oro? Figliolo d'un cane! Non mi sorprende.
La Reinette - Ti dico di smetterla.
Lefort - E la bella Irene? Ma s che lei! Ci siamo riappacificati tutti e due? (Alla Reinette) Si sposano?
Riccardo - (esce dalla sua immobilit, e senza collera, triste) Via, riprendi il tuo cappello, mamma. (Al padre) E tu, vieni con noi.
Lefort - Te l'avevo detto che appena Riccardo sarebbe sbarcato, gli sarebbe cascata fra le braccia prima che avesse il tempo di ingoiare la saliva.
La Reinette - Zitto, ti dico! (A Riccardo, con lo spavento di ritrovarsi sola tra Lefort e Riccarda) Che ne vuoi fare di quella, ragazzo mio? (Quella Irene).
Riccardo - (a tutti) Irene ha accettato di venire con me. Questo mi basta. (A Clotilde) Avevate ragione, signora. (A Guido) Tu speravi di portarmela via. Te la regalo, caro. Ora che te l'ho ripresa, posso lasciartela.
Clotilde - Riccardo, non ve ne andate. E' indispensabile che parliate con mio marito.
Lefort - Io per me resto volentieri. Qui pi grazioso di dove sono uscito.
Irene - Tu sei venuto a fracassare tutto, qui dentro. Riccardo, portati via i cocci. Pranzeremo tutti e quattro: tuo padre ci racconter la sua uscita di prigione; tua madre berr i suoi bicchieri, ed io cercher di consolarti, credendo alle tuo storie, come una volta.
Lefort - Non parla pi di noi?
La Reinette - Non te ne occupare e vattene. (Entra Carlo).
Carlo - Ma un vero consiglio di famiglia!
La Reinette - (rapida)Tutto accomodato. Ognuno resta a casa sua e noi ce ne andremo.
Carlo - Cosa avete accomodato?
Riccardo - (a Carlo) Erano buone le informazioni?
Carlo - (sulla difensiva) Che informazioni?
Riccardo - Non siete andato in borsa a fare la vostra piccola inchiesta sul conto mio? Vorrei sapere con quale diritto!
La Reinette - (che vuole uscire con Riccardo) Cosa t'importa? E se ti senti troppo solo, verr io con te, in Africa, nella sala da bagno.
Lefort - (a Carlo che lo guarda) Ma sono pap Lefort...
Carlo - Piacere...
La Reinette - (che ha paura che Lefort faccia una gaffe lo previene da lontano) E' il signor Carlo.
Lefort - Ah, siete voi! Ma lo dicevo anch'io: quel signore lo conosco...
Carlo - (a Riccardo) Infatti, ho incontrato in borsa Nicole, il procuratore di Carlo Voisin. Il vostro successo eccezionale. Esso prova un senso dell'avventura che noi siamo i primi a riconoscere nella, famiglia Duval-Lavalle.
Guido - (secco) Sai anche se la nuova tendenza dei corsi s'accentua?
Carlo - S, ho avuto ragione di tener duro.
Guido - (con insistenza) Il mio fiuto non mi aveva dunque ingannato.
Carlo - Il tuo fiuto? Chi ha tenuto duro sono stato io.
Guido - Non avremo dunque pi bisogno di vendere la linea Aubanel?
Carlo - (a Riccardo) Scusatemi se vi guardo con tanta insistenza. Mia moglie mi aveva parlato della vostra straordinaria rassomiglianza con un membro deceduto della nostra famiglia. E' prodigioso.
Antonia - (trionfa) Aah!
La Reinette - (soffre e si siede in una poltrona) Ooh!
Aubanel - Ed eccovi in un bel pasticcio anche voi, mio povero Carlo.
Guido - (sbalordito ed esasperato) A chi somiglia costui?
Carlo - (continuando) Ti ordino di tacere. (A Riccardo) Posso domandarvi quando vi far piacere di venirmi a trovare?
Riccardo - Spiacentissimo, caro signore, ma parto questa sera con i miei genitori per Parigi. E tanto tempo che mia madre lo desidera.
Lefort - Dall'Esposizione dell'89.
La Reinette - Allora andiamocene presto a Parigi, figlio mio.
Riccardo - (a Irene) Ed io raggiunger Porto Gentile da Bordeaux.
Irene - E io, Riccardo?
Riccardo - (ad Irene) Par come te, ti mander una lettera d'addio; e lui ti offrir di nuovo la sua mano. Tu sei una donnetta che sa fare. Non mi preoccupo per te.
Guido - (a Irene) Io non voglio pi saperne, dal momento che resti dietro suo ordine.
Clotilde - (vedendo Riccardo che se ne va) Carlo, impossibile!
Carlo - Non potete ritardare il vostro viaggio?
Guido - E fortuna che il mio matrimonio andato a rotoli, se no li avreste invitati anche alle nozze!
Carlo - (a Guido) Con che tono ti permetti di parlarmi?
Guido - Gi, perch tu non sai quale scenata da facchino venuto a farci questo signore!
La Reinette - (a Riccardo che s'irrita) Riccardo, vattene!
Guroo - E mi meraviglio che la presenza di colei che avevo scelta per moglie col vostro gradimento, non sia meglio rispettata in questa casa! Questa casa non pi mia, dal momento che si hanno tanti riguardi per un forsennato che dopo aver teso un ricatto a Carlo Voisin, viene qui a fare uno scandalo, accompagnato da una pescivendola e da un avanzo di galera, ubriacone.
Lefort - Che ha detto?
La Reinette - Pescivendola?
Lefort - Ubriacone io?
La Reinette - Mollagli un ceffone, sei. in diritto, suo padre sei tu!
Lefort - Io suo padre? E da quando?
Carlo - Vi avevo proibito di parlare senza il mio consenso.
Guido - Che dice questa vecchia pazza?
La Reinette - (piagnucolando) M' scappata, signor Carlo. (A Lefort) Ma ormai quel che detto detto, povero vecchio mio: nostro figlio lui. Sono ventotto anni che il nostro figliolo nato e non ne sapevamo niente. E' nostro figlio.
Riccardo - Guido sarebbe mio fratello?
Carlo - (a Guido e a Riccardo) Vi devo, infatti, una spiegazione, una penosa spiegazione. Vogliate accompagnarmi tutti e due nel mio studio. Vi prego, facciamo presto. (Escono, il sole tramonta, la luce rossa, ma la notte si far rapidamente).
Irene - Che spiegazione, signora? Che penosa spiegazione ?
Clotilde - Tu vattene, non voglio pi vederti.
Irene - (rompendo in lacrime) Signora!
Clotilde - Come potevi non amarlo? (Piange).
Aubanel - Alludi a Guido o a Riccardo?
Lefort - Ma per quale motivo quel giovanotto sarebbe della famiglia?
Pascaline - Valeva proprio la pena di sciuparsi gli occhi su quell'abito bianco. (Piange).
Antonia - E il pranzo di questa sera con la torta di ventotto candele? (Piange).
Lefort - (mostrando Aubanel) E il vecchietto, d, la Reinette, anche lui della famiglia?
La Reinette - Ma no, non ci siamo che noi che non siamo pi della famiglia. (Piange).
Lefort - Piangono tutti; ma che bella uscita di prigione! (Piange).
Fine del secondo atto
ATTO TERZO
La stessa scena. Qualche ora dopo. Notte.
(Guido appena visibile al principio, disteso sul divano, mezzo nascosto da un paravento. In piedi, Riccardo e Aubanel, che, ignorando la presenza di Guido, parlano dinanzi al ritratto del fondatore, che un raggio di luce illumina).
Riccardo - Pensavo poco ai miei antenati, e son vissuto Quasi sempre solo.
Aubanel - E siete rimasto perplesso davanti a lui.
Riccardo - S.
Aubanel - Mentre io vi riconosco; mi siete familiare. Avevo una vera adorazione per mio figlio; guardate, quella vostra maniera di posar la mano nello spazio, sua. Io vivevo soprattutto con Gustavo; non credo n alla morte n alla vita sulla terra; credo a certi sentimenti che sono eterni..-. e la mia eternit il mio amore per Gustavo.
Riccardo - Anch'io avevo un sentimento che animava la mia forza e che mi sfugge.
Aubanel - Il vostro odio per Guido?
Riccardo - S.
Aubanel - E questo vi bastava?
Riccardo - Era un odio che credevo saldo.
Aubanel - E il vostro amore per Irene?
Riccardo - Mi piaceva sentire che avevo dei doveri verso di lei.
Aubanel - Ma per la linea Aubanel siamo bene d'accordo? Io vi passo il mio pacco d'azioni, voi entrate a far parte della Compagnia Generale; fra tre anni eforse prima diventate presidente del Consiglio d'amministrazione, e ve li mettete tutti in tasca; sbattezzate la Compagnia Generale, la chiamate Linea Aubanel e, lungi dall'essere sbalzati da loro, saremo noi che ce li mangeremo vivi tutti quanti.
Riccardo - (mostrando il quadro) Ma perch non esce dalla sua cornice per venirmi a stringere la mano? Non ci sono delle notti in cui i fantasmi dovrebbero sentirsi a loro agio? Anche lui era il primo della sua famiglia. Che facevano i suoi genitori ?
Aubanel - Il padre del padre del padre? Credo facesse il calzolaio.
Riccardo - Le scarpe che ha cucite sono in polvere come i piedi che l'hanno calzate. Che silenzio oggi attorno a quel fruscio di piedi. Ebbene, dal momento che sono della famiglia, io scelgo il mio antenato e adotto il vostro calzolaio.
Aubanel - Su di lui non si sa niente.
Riccardo - Tanto meglio, un antenato discreto. Andiamo a respirare, ad aspettare i primi bagliori di luce; dopo c'immergeremo con pi leggerezza nelle nostre piccole miserie.
Aubanel - Ma sono appena le tre del mattino.
Riccardo ------------- - Tanto meglio; mi piace ascoltare il viaggio della terra nel cielo nero.
Aubanel - Nero? E le stelle di cui vi parlava Clotilde?
Riccardo - Non mi piacciono le stelle, son troppo lontane. E si dice che certune, bench morte, risplendono ancora. Come volete allora che io mi affezioni a Queste luci staccate di stelle spente? Io amo la terra, signor Aubanel, sono abituato a tutto, alla bestialit delle donne, alla cattiveria degli uomini, ma quando d'un tratto mi viene in mente che la terra gira, e mentre noi stiamo qui a chiacchierare non cessa di roteare nel cielo, una sorpresa violenta mi sconvolge tutto e mi getto in ginocchio come un negro davanti al suo stregone.
Aubanel - A me, l'idea della morte che mi sconvolge; ma ho fretta di conoscere l'ultimo Quarto d'ora. Mi capite: il tempo di raffreddarmi qui e di riscaldarmi dall'altro lato, e godermi lo spettacolo: non vi nascondo che m'aspetto una brutta sorpresa.
Riccardo - (aprendo la porta che d sulla terrazza) Affrettatevi, nonno, la terra gira... Ed io amo l'alba perch nella luce che arriva, sorprendo il movimento della terra in pieno cielo. Non perdiamoci questo viaggio. Passate (sogghigna), nonno. (Escono. Antonia che li seguiva, s mostra).
Antonia - Lo chiama nonno, non perde tempo... (Scopre Guido seduto sul divano) Ed allora, mio povero signor Guido, qui che non avete dormito questa notte?
Guido - (si scaglia su lei) Vecchia strega del mio incubo...
Antonia - Che fate? Mi scuotete come un prugno?
Guido - S, parlami dei prugni in fiore del nostro frutteto, quando mi impedivi di' arrampicarmi sui rami. Ebbene, non erano miei, niente era mio; era con le gambe e le braccia di Riccardo che mi arrampicavo sui rami. Perch uno di essi, pi fradicio degli altri, non si spezzato per farmi rompere la testa, dal momento che era la testa di Riccardo ?
Antonia - Voi sarete meno nervoso se vi foste coricato, come tutti, su di un letto.
Guido - Perch tu hai potuto dormire, tu?
Antonia - S, un poco; ci non toglie che abbia pianto il resto della notte.
Guido - Io sono l'uomo pi disgraziato di tutta l'Havre; ho perduto tutto: il mio passato, il mio avvenire, il mio nome e me stesso. Non sono pi niente, non ho pi niente, soltanto la mia disperazione. Per non morire devo restare appeso alla mia disperazione, farmela amica, discutere con lei, distrarmi dalla mia solitudine col mio dolore. Antonia, se tu m'avessi avvertito che stavo per conoscere questo abbandono...
Antonia - Non me ne parlate, signor Guido.
Guido - Tu hai allevato con ogni precauzione, nel velluto e nei pizzi, il figlio d'una pescivendola e d'un ubriacone. Ebbene sappilo, sorvegliante della mia giovinezza perseguitata, ci che mi fa pi soffrire che Guido prenda il mio posto.
Antonia - Guido?
Guido - S, dal momento che io sono Riccardo. E, per essere il vero Guido della famiglia Duval-Lavale, sono andati a pescare l'uomo pi odiato di questa citt; un altro avrebbe potuto essermi amico, ma no, chi balza fuori dalla scatola a sorpresa lui, lui che era in agguato, ed attendeva la mia ora.
Antonia - Ma non detto che non si possa trovare il mezzo di accomodare le cose.
Guido - Accomodare, come? Grazie a mia madre, quella femmina dal cuore tenero, quella buona Reinette?
Antonia - 'Ma il signore e la signora, essi pure hanno il cuore che sanguina.
Guido - Gi, il signor Duval-Lavalle in nessun Consiglio d'amministrazione stato cos grave, cos solenne come ieri dinanzi a Riccardo ed a me. Quando deporr il bilancio della societ dei rum, avr quella voce lenta che, tra una parola e l'altra, attende un'eco che non torna.
Antonia - Ma, signor Guido, che cosa c' poi di cambiato in fondo? Voi siete sempre lo stesso.
Guido - No. Io sono Riccardo, il becchino che sotterra in un cimitero i morti ed i vivi. E devo uccidere anche i morti. (Mostra il quadro) Vedi quel ritratto di famiglia: guardalo morire e divenire un quadro di museo. Antonia, io devo vivere e son disgustato di me stesso.
Antonia - Avete bisogno di nulla?
Guido - No, non voglio niente... Non voglio pi niente.
Antonia - Mi farebbe tanto piacere servirvi una piccola colazione in camera vostra, come una volta... Il signor Riccardo uscito.
Guido - Non pi la mia camera e non riconosco pi i muri di questa casa.
Antonia - Giuseppe pensa come me.
Guido - Perch Giuseppe pensa? E anche tu pensi? Tutti pensano in questa casa. Ebbene, io, lo crederesti? non penso pi. Sono impaziente di partire e basta.
Antonia - Vi comprendo, e il mio parere che il signor Riccardo non avrebbe dovuto esigere di dormire in camera vostra, fin dalla prima notte.
Guido - Quanto tempo tu l'avresti lasciato alla porta prima di permettergli di entrare in camera mia? Ha fatto bene.
Antonia - No, non ha fatto bene. Ma voi non dovete nulla rimproverare a vostro padre, al signor Carlo. Era costretto a sottomettersi alla volont del signor Riccardo. Soprattutto coi nervi che aveva a causa del pranzo di ieri sera. Lo scandalo era nell'aria... Credo che il signor Gustavo non, si sarebbe comportato diversamente.
Guido - Noi viviamo troppo ad occhi chiusi e col naso otturato. Riccardo ha ragione. E' un bruto. L'approvo. Sono felice che abbia dormito nel mio letto. (Entra la signora Pascaline).
Pascaline - Siete voi signor Guido? Non ho potuto chiudere occhio. Allora; come finir?
Antonia - Vi riguarda, forse?
Pascaline - S che mi riguarda; vorrei tornarmene a casa. Ho pure una casa, io...
Guido - vi lagnate?
Pascaline - Quando mi permetter d'andarmene il signor Carlo?
Antonia - Che ne so io? (Entra Clotilde).
Pascaline - Ecco la signora Clotilde.
Antonia - Ebbene, venite a prendere un po' di caff?
Pascaline - Volentieri. (Escono tutte e due).
Clotilde - Mio povero Guido, sono tanto addolorata per te.
Guido - Per vent'otto anni ti ho amato con una fiducia completa, e tu ti ostinavi a correre dietro ad un pezzo di nastro; un pezzo di nastro smarrito. Ah, non hai davvero lottato molto per tenermi.
Clotilde - E credi che non sia abbastanza infelice?
Guido - Ma qual la tua infelicit? quella di perdermi? o d'essere stata privata dell'altro per vent'otto anni?
Clotilde - Ma non vedi il mio strazio?
Guido - Strazio tra lui e me. Giacch tu ti sei gi affezionata a lui. Non ero io quello che amavi, ma tuo figlio, e, siccome il figlio non sono pi io, un altro che ami.
Clotilde - Ma io ti amo come ti amavo ieri.
Guido - Oggi tu mi ami come una balia. Per ventotto anni mi hai amato con un nastrino azzurro che s'agitava nella tua cattiva coscienza; mentre io t'amavo a braccia aperte.
Clotilde - Guido... (Scoppia in singhiozzi).
Guido - Mamma! Mia povera mamma perduta! (Si abbracciano).
Clotilde - Mi comprenderesti meglio se avessi conosciuto Gustavo.
Guido - (staccandosi) Gustavo non pi della mia famiglia. Ecco che per ritrovare i nostri antenati ci tocca risalire d'un balzo ad Adamo ed Eva. (Entra Carlo).
Carlo - Oh, non tanti sentimentalismi. Guardiamo in faccia la situazione come un marinaio nella tempesta.
Clotilde - Un marinaio, Carlo, c' abituato alle tempeste.
Carlo - E niente confronti poetici... Allora, ragazzo mio...
Guido - Ragazzo mio l'espressione felice. E' paterna ed equivoca. A cavallo sul passato e sull'avvenire. Un vero Duval - la Reinette.
Carlo - Ti prego di essere calmo. Io sono calmissimo.
Guido - Non questa un'ora in cui voi dovreste dormire?
Carlo - Ero venuto in cerca di tua madre.
Guido - Tua madre? hai sbagliato strada.
Clotilde - Guido!
Guido - Voi vi consolerete presto col brillante Riccardo che somiglia come due goccio d'acqua allo zio Gustavo, ed al padre di nonnno Aubanel. Dopo i quadri mi si tolgono anche le statue. Ma partir anch'io in cerca di fortuna.
Carlo - Gradirei di vederti attendere i miei ordini.
Guido - A qual titolo?
Carlo - Non fosse altro a titolo di socio della Ditta Duval-Lavalle.
Guido - In verit mi manca il fiuto della razza. E non sono un grand'uomo di affari, io. Avevo dimenticato la casa dei rum. Importazione-Esportazione.
Carlo - Ad un altro titolo.
Guido - Quale?
Carlo - Spetta a me di farvi uscire dal caos in cui siamo piombati da ieri sera. Ho il mio piano. Voglio evitare lo scandalo e rimettere le cose a posto nella famiglia.
Guido - In quale famiglia? nella vostra o nella mia?
Carlo - Non voglio entrare in particolari sentimentali. Tu porti un nome che io rispetto e che devo difendere.
Guido - Questo nome, io l'ho lasciato questa notte in camera mia, coi miei ricordi d'infanzia.
Carlo - La tua aridit di cuore mi disgusta.
Clotilde - (a Carlo) Guido cerca un contegno che gli permetta di non cadere, comprendilo,
Carlo - Io sono il primo a riconoscere che ieri sera, al pranzo del suo anniversario, fu perfetto. Riservato, dignitoso...
Guido - Ancora un vero Duval-Lavalle. Sostenevo la mia parte per l'ultima volta. Ho voluto farmi onore. Era la mia serata di addio a questo simpatico giovanotto.
Carlo - Non dir altrettanto del contegno d'Irene... non ha aperto bocca. In quanto a te (a Clotilde) con la tua faccia di funerale...
Guido - Ma babbo, era il mio funerale!
Carlo - I nostri amici han sentito un disagio fastidioso a cinque giorni da un matrimonio di cui parla tutta la citt.
Guido - Perch nel tuo piano, il matrimonio ha sempre luogo? (Entrano la signora Pascaline e Antonia).
Pascaline - Oh, signor Carlo, posso tornarmene a casa mia?
Carlo - Non ancora.
Antonia - Ecco che vuol dire stare ad ascoltare alle porte e sapere cose che non riguardano affatto.
Pascaline - Erano pi di dieci anni che non dormivo fuori di casa. Figuratevi, dalla comunione del piccolo Ernesto.
Antonia - Venite, un abito non mai finito completamente. C' sempre qualche ritocco da fare.
Pascaline - Ma io non ho pi pazienza... Eppoi, servir quest'abito?
Clotilde - (a Guido) Vieni a riposarti in camera mia; cercherai di dormire un po'.
Guido - Non ho sonno.
Clotilde - Nemmeno io.
Antonia - Signor Carlo, sarei curiosa di vedere come uscirete da questo ginepraio.
Carlo - Siete sempre stata troppo curiosa, Antonia.
Antonia - Mai tanto come oggi, eppure vorrei fermare tutti gli orologi. Vorrei che il tempo si arrestasse perch pi si va avanti e pi si faranno corbellerie. To', ecco questi altri, adesso. (Appaiono Le fori e la. Reinette).
Carlo - Ma non potevate rinchiuderli in camera loro?
Antonia - Sarebbero passati dalla finestra.
Carlo - (alla signora Pascaline) Andate a terminare il vostro abito.
Pascaline - Ah, mi rivede un'altra volta questa casa! (La signora Pascaline esce, Carlo trae via Clotilde, Guido e Antonia restano in un angolo, Lefori e la Reinette entrano in abiti da casa. Lefort in una veste da camera troppo ampia e ridicola).
Lefort - Che casa buffa! Dovunque si entra non si vede nessuno. Non davvero come in prigione, dove avevo sempre alle costole una guardia.
La Reinette - E non vuol stare zitto!
Lefort - Ti vergogni di me perch sono stato in prigione?
La Reinette - Tu giri dappertutto, ficchi il naso dappertutto, come se fossi in casa tua.
Lefort - Se t'ho detto che ho il formicolio alle gambe!
La Reinette - E' la grappa che ti solletica il sangue.
Lefort - Per tre bicchierini che ho bevuto ieri sera!
La Reinette - E sta bene! Non voglio che oggi ti ubbriachi.
Lefort - Non perderai mica la bussola perch tuo figlio stato educato in una casa per bene? Anch'io so stare in societ, non credere.
La Reinette - Non mi seccare. E va a ricoricarti.
Lefort - Mi domando perch hai voluto che mi mettessi questa palandrana.
La Reinette - Perch si usa quando si resta in casa. E ti sta bene. Sei bello!
Lefort - Sei bella tu! Di chi questa masche-ratura?
La Reinette - Di pap Aubanel.
Lefort - Se i compagni di cella mi vedessero, se ne farebbero delle risate. (Vede Antonia che ascolta) Ehi, l, guardiana! (Antonia entra) S' ancora addormentato? Se non dorme e vuol parlarmi, quel giovanotto, io son qua. Non mi dispiacerebbe di fare la sua conoscenza.
Antonia - Con chi? col nuovo?
Lefort - Si, come lo chiamate, il mercante di rum?
Antonia - Il signor Guido.
Lefort - Il signor Guido . Mia povera Reinette. Chi ce l'avesse detto! Io non potr mai darmene pace. Ditegli che venga in ogni modo, eh? se vuol venire.
La Reinette - E il mio Riccardo dorme ancora? (Antonia desolata esce senza rispondere).
Lefort - Sappi soltanto questo: s perder al cambio. Riccardo, con tutti i suoi difetti...
La Reinette - (aggressiva) Che difetti aveva il mio Riccardo?
Lefort - I poco
Lefobt - Non t'arrabbiare, la Reinette, ormai non pi tuo figlio. Posso dirne un po' di male.
La Reinette - Che difetti aveva?
Lefort - Voleva sempre saper tutto. Ma Quello che doveva sapere, non lo sapeva.
La Reinette - E cosa non sapeva?
Lefort - Lasciarsi vivere, come faccio io.
La Reinette - Tu sei stato sempre un fannullone, e morirai fannullone.
Lefort - Il padrone sei tu o sono io? Io faccio quello che mi piace di pi, e tu non c'entri.
La Reinette - Certe volte mi domandavo bene di chi aveva preso il mio Riccardo per essere cos coraggioso. E mi dicevo: ha preso di me. (Piange, Guido si mostra).
Lefort - To', eccolo qua il nostro nuovo rampollo. Si presenta un po' tardi alla famiglia.
La Reinette - Poveretto, in ogni modo cerca di essere gentile eh, pap Lefort. Dal momento che l'ha voluto il buon Dio, tuo figlio, com' il mio.
Lefort - (a Guido) Be', che fai, ragazzo mio, vieni avanti, non aver paura. Non ho ancora morso nessuno. Fatti vedere. (Alla Reinette) A guardarlo bene, trovo che ha un non so che di mio padre, buon'anima. (A Guido) Non c' di che vergognarsi. Era un uomo onesto, di professione fumista, tanto vero che io volevo che anche tu facessi il fumista... E quando dico tu, intendo .dire l'altro, Riccardo. Ma lui non volle; e tu avresti voluto? (Silenzio) Che ne pensi, la Reinette?
La Reinette - Cosa vuoi che sappia?
Lefort - Pi Io guardo e pi somiglia a mio padre. (Silenzio),
La Reinette - (con uno sforzo, per tener desta la conversazione) Io non l'ho conosciuto tuo padre.
Lefort - Oh, ma io l'ho conosciuto benissimo. Lo dico perch lui mi conosce ora per un vero miracolo. Proprio cos, puoi chiamarti fortunato se hai conosciuto tuo padre. (Silenzio) Oh, per essere fortunato, sei fortunato, perch puoi dire di essere nato con la camicia.
Guido - E' lecito chiedervi quale fortuna ho avuto?
La Reinette - Quale fortuna ha avuto?
Lefort - Be', di aver vissuto per vent'otto anni da gran signore, mentre Riccardo sgobbava in casa dalia mattina alla sera.
Guido - Io non avevo fatto ancora questa grande scoperta!
Lefort - E questo t'ha permesso di fare delle relazioni, di conoscere pezzi grossi. Duval-Lavalle qualcuno. A me non m'incanta, ma qualcuno.
Guido - Ed era anche mio padre. (Silenzio).
Lefort - Da noi, vedrai, non ci sar troppo da scialare, ma il buon cuore non ti mancher. Ci sar sempre un litro di buon vino nel buffet. (Silenzio) E nel tuo mestiere sei bravo?
Guido - Credo che non ho pi mestiere.
Lefort - Non preoccuparti. Se occorre, la Reinette lavorer per tutti e tre.
La Reinette - Ma io ormai avrei diritto di riposarmi un poco.
Lefort - Tu capisci, a me il lavoro non mai andato a genio. Lo dicevo sempre a Riccardo; "Perch affaticarsi tanto? Chi il giovane pi felice dalla terra? E'quello pi furbo. Vero? Ed io sono felice quanto avrebbe potuto esserlo mio padre se non avesse fatto il fumista.
La Reinette - E se io non ti avessi dato da mangiare?
Lefort - Dal momento che ti divertiva tanto trascinarti per le vie col tuo cesto di pesce!
La Reinette - (impacciata per Guido) Che triste storia, non vero signor Guido?
Lefort - Che c' mai di triste? Se vuol vedermi, mi vedr. Io sono come l'oro : non mi muovo. (Silenzio. Poi ricomincia con gentilezza) Vai a. caccia, tu?
Guido - (con uno sforzo) Vado a caccia, s.
Lefort - Come tutti i signoroni della domenica.. Non sanno fare. Bisogna proprio che la selvaggina passi loro tra i piedi; allora sparano e la selvaggina scappa. (Ride) T'insegno io. Certe volte son rimasto fino a quattro ore d'orologio, in ginocchio,, senza muovermi, cos, davanti al cane, ad aspettare la lepre. E quando sbucava fuori, aveva poco da sgambettare, era spacciata. E per cucinare la lepre in agrodolce, la Reinette maestra. Vedrai, ti leccherai le dita.
La Reinette - (sempre con grande sforzo di sorrisi e d gentilezza) Sapete gi cosa dovete fare?
Guido - (secco) S, la mia decisione presa. (Silenzio).
La Reinette - (non osa interrogare) Ah!
Lefokt - Non essere troppo precipitoso, ragazzo mio. (Silenzio) Sai giocare a tresette, spizzichino?
La Reinette - E con l'Irene, che farete?
Guido - (sincero) Che interesse pu avere per voi? Ahi giusto, se la sposo diverr vostra nuora.
La Reinette- - (scoppiando) Dico! non potresti fare uno sforzo per essere gentile? Dopo tutto non sar il finimondo se hai cambiato famiglia! E credi che noi facciamo i salti di gioia ad averti per figlio?' Ah, ne ho abbastanza delle tue pose ridicole!
Lefort - Non t'arrabbiare, la Reinette.
La Reinette - Perch si crede un signore? Perch la Maria, vent'otto anni fa, l'ha messo in una culla che non era la sua.
Lefort - E tu non potevi stare pi attenta? L'avevi fatto, dovevi badarci. Io e te siamo ormai troppo vecchi per farne un altro.
La Reinette - (in singhiozzi) E non sar lui che ci sosterr nei nostri ultimi giorni. Non sar lui che verr al tuo funerale.
Lefort - Al mio funerale? Ma chi gli dice che non sar io ad andare al suo? (Sole?ine) Sai, ragazzo mio, pap Lefort un osso duro a scorticare. (Entra Riccardo).
La Reinette - (che trema) Pap Lefort: ecco Riccardo!
Lefort - Ah, l'altro bel mobile! salute!
La Reinette - Non mi dai un bacio?
Riccardo - (a Guido) Permetti. (Guido esasperato fa per andare).
Lefort - Sei gi alzato, tu?
Riccardo - Non uscire, Guido, dobbiamo discorrere.
Guido - Non ho ordini da ricevere da voi.
Riccardo - Non un ordine. Ti domando un'udienza
La Reinetxe - (a Lefort) C' del torbido.
Lefort - (a Riccardo) Ebbene, ragazzo, non credevo davvero d'averti smarrito strada facendo. E' una storia che ancora non mi persuade. Tu eri un po' girellalo e cocciuto ed eri una schiappa quando giocavi a domino... e sarai sempre una schiappa.
Riccardo - Andate tutti e due ad aspettarmi.
Lefort - Dove?
Riccardo - In camera vostra.
Lefort - Vieni, la Reinette.
La Reinetxe - Siamo di troppo tra i nostri figlioli! Ci toccava vedere anche questo!
Lefort - I nostri figlioli? Quali? Certo che su due ce n' uno che tuo, la Reinette. (Escono).
Guido - Vi ascolto.
Riccardo - Ti permetto di darmi del tu.
Guido - La camera in cui, per errore ho vissuto al vostro posto per vent'otto anni, di vostro gusto?
Riccardo - No.
Guido - Ci avete dormito male?
Riccardo - Prima di tutto mi sono molto guardato nello specchio. Fra smorfie e pose cercavo il mio volto di figlio ricco. Mi chiamavo Guido davanti ai tuoi specchi. E' stato un triste esercizio.
Guido - Devo dirvi che se sopporto la vostra presenza, lo faccio per ordine ricevuto.
Riccardo - In quanto alla libreria, assolutamente insufficiente. Ci fosse almeno una bella rilegatura. A me che piacciono tanto! Ma ho ritrovato con una emozione che non so esprimerti, i nostri libri di scuola. Io, i miei, li avevo venduti. Quando scoccata la mezzanotte rileggevo il nostro trattato di geometria nello spazio.
Guido - Uh uomo che rispetto ed ho amato come un padre, ha preso a nostro riguardo una decisione che ignoro ancora. Io son pronto ad obbedire. E voi?
Riccardo - Le decisioni che impegnano il mio avvenire le prendo da me. E' una vecchia abitudine. (Riccardo strimpella il piano con un dito) Il tuo maestro di pianoforte era bravo? Alla mia et troppo tardi per cominciare, vero? Peccato. Sii tanto gentile, parlami della mia infanzia. Io ti racconter la tua. T'indicher la bettola piena di fumo giallo dove mio padre mi mandava a comperare il suo mezzo litro, e ti dir in che modo strappava le pagine dei miei quaderni quando s'arrabbiava perch non tornavo presto.
Guido - La vostra ossessione non denuncia soltanto la vostra piccineria, ma anche delle tracce di rammollimento precoce.
Riccardo - Una doppia ossessione: quella dell'infanzia che io ho avuta, e quella dell'infanzia che tu mi hai rubato. E tu vieni a rimproverarmi l'infanzia che io vivevo in vece tua!
Guido - La mia vita non finita.
Riccardo - Lo spero bene. Se tu sapessi come io] ho sempre avuto bisogno di te! Per uscire dai miei momenti di scoraggiamento, pensavo al calcio simbolico che ti davo il sabato a sera, nell'angolo della sala di ricreazione, e riprendevo speranza nella mia fortuna.
Guido - Questa mattina, la vostra speranza non deve avere pi limiti.
Riccardo - Ho ambizioni cos grandi! Nondimeno oggi un dolce riposo, prima d'intraprendere una nuova fatica.
Guido - Ditemi, la felicit dei malvagi che trionfano, una vera felicit?
Riccardo - Tu non sei da compiangere.
Guido - Ma io non mi lagno.
Riccardo - Questa notte t'ho invidiato.
Guido - Veramente?
Riccardo - Tu puoi ancora odiarmi.
Guido - E non vi odio.
Riccardo - Ebbene, puoi contare su me; far quanto necessario. Come i cavalli hanno bisogno di frustate, io ho bisogno dei tuoi gridi.
Guido - Non grider. Vedevo due piccoli esseri appena nati che una pazza cambia di culla e del destino. Non forse un vincolo fra noi? Questa fratellanza singolare non avrebbe dovuto sconvolgere il nostro odio di monelli e trasformarlo in un sentimento straordinario? Figli gemelli d'un doppio destino...
Riccardo - (interrompe) Il mio cuore capace di comprendere tutto.
Guido - Quando mi trovo davanti a voi una sola cosa mi accascia: l'assurdit della vita.
Riccardo - A me fa crepar dal ridere. Avrei dovuto piegare sotto il peso delle statue familiari. Con le spalle libere, son cresciuto meglio, ed ora che il viaggio termina, posso dire che la mia misera infanzia stata un viaggio insperato; non da turista avr conosciuto la miseria. Se tu sapessi come mi sento forte (al quadro), pi forte di lui. Degli uomini si alzano dal loro letto in questo momento e stanno per uscire di casa con secchi di vernice e grossi pennelli, operai senza speranza, dei quali io conosco la fatica, e, fra un'ora, questi uomini andranno a dipingere a lettere cubitali sui cantieri di Carlo Voisin: Riccardo Lefort il tuo nome! E questo nome, sono io che l'avr fatto dipingere prima di restituirtelo.
Guido - Non grider.
Riccardo - E qual l'ultimo stato d'animo di Irene?
Guido - Non avete visto Irene questa notte?
Riccardo - No. Tu?
Guido - No.
Riccardo - Ieri sera a pranzo, a quel pranzo del mio anniversario al quale non assistevo...
Guido - Lei si ritirata prestissimo. Io credevo che voi le aveste dato l'ordine di raggiungervi.
Riccardo - In camera mia? Era vostra abitudine?
Guido - Dal momento che vi obbedisce quando la comandate.
Riccardo - Io ti domando se era vostra abitudine.
Guido - Non rispondo.
Riccardo - E' naturale. Tu non l'avresti sposata, bel Duval-Lavalle, se non t'avesse rifiutato tutto.
Guido - Il nostro viaggio di nozze organizzato con luna di miele alle Antille, il posto rissato al nome di Guido Duval-Lavalle, non si aspettava che voi per partire. Non grider.
Riccardo - Ma tu piangi. Perch perdi Irene. Le tue lacrime, sono le lacrime che volevi farmi versare. E tu credi che io mi commuova a vederti piangere sulla poltrona che m'avevi cosi ben preparata?
Guido - Voi non amate Irene.
Riccardo - Forse. Ma ho troppo pensato a lei per tre anni di seguito, la terr con me giusto il tempo necessario per sgombrarmi lo spirito della sua immagine.
Guido - E dopo?
Riccardo - Dopo? Dopo che si sar sposata, come tu volevi, Guido Duval-Lavalle, io non mi opporr a che ritorni ai suoi primi amori, signor Riccardo Lefort,(Scoppia a ridere).
Guido - Siete un mostro.
Riccardo - S, ma con meno naturalezza e meno facilit di ieri. Ho fretta che si faccia giorno.
Guido - Non grider nemmeno in pieno giorno. (Entra Irene lentamente).
Riccardo - (immobile, pensa ad alta voce) Nessun vincolo tra questa immagine e la mia collera nel mio deserto.
Guido - (immobile, pensa ad alta voce) Che commedia mi reciteranno ancora tutti e due?
Irene - (immobile, pensa ad alta voce) Non ti fidare, mia bella Irene, forse sono d'accordo contro di te.
Guido - (c.s.) Non voglio gridare.
Riccardo - (c. s.) Irene veniva in cerca di lui, questa notte, si erano intesi per andarsene tutti e due... Quella canaglia di Guido mi mentiva.
Guido - (c. s.) Io non sono pi lo stesso. Lei non pi la stessa. Lui non pi lo stesso. Nulla pi al suo posto, tutto alla rinfusa. Io vivo in un paesaggio ove l'erba rosa, le vipere tenere e gli alberi pazzi. Non voglio nemmeno ridere, se rido, vuol dire che son diventato pazzo. (Ascolta) No, non rido, E non grido.
Irene - (c. s.) Ha o non ha raccontato tutto a Guido?
Riccardo - (c. s.) Ero dunque io il giovane ricco; quanto tempo perduto per la mia giovent!
Irene - (c. s.) Guido, io non so se t'amo, ma volevo sposarti. Non voglio essere per tutta la vita la schiava, la cagna di Riccardo. Riccardo, anche se t'amo, non te lo dir mai, saresti troppo felice.
Guido - (c. s.) Non ho pi denaro, non ho pi nome, Irene, mi sarai fedele nella sventura? Mi par di sentirti dire; Guido, t'amo .
Irene - (c. s.) Come amavo Giuseppe quando serviva a tavola, e il vaso di argento nel quale si bagnavano i grappoli d'uva!
Riccardo - (c. s.) Debbo dirgli che stata la mia amante? Lo sa? No. E Irene trema per questo. Aspettiamo ancora prima di parlare... serbiamo i segreti vili...
Guido - (c. s.) Ahi lasciarmi piangere fra le tue braccia, essere consolato da te. T'amo pi di quanto non t'ho mai amata e non posso dirtelo.
Irene - (in un grido) Guido! (/ due uomini sussultano).
Riccardo - (come per farla tacere) Irene!
Guido - (dolcemente, come una interrogazione) Irene?
Irene - (pensa ad alta voce) Sono come un relitto tra due onde.
Guido - (pensa ad alta voce) Soffro, Irene. In che modo la vita si servir di te per ridersi ancora di me?
Riccardo - (pensa ad alta voce) Ma potr parlare? La collera caduta. Mi sento perduto.
Irene - (c.s) Che ne sar di me? Diverr commessa di magazzino? o Idi una salsamenteria? Non voglio. Non voglio.
Riccardo - (c. s) Collera, non m'abbandonare. Io e te abbiamo fatto tante cose insieme.
Guido - (c. s.) E' vero che ho voluto soffiargli Irene per fargli dispetto e divertirmi con lei. Da principio non credevo che mi resistesse, e, questa notte, ho vergogna. No, non ho vergogna, ma essi erano pi forti di me tutti e due.
Riccardo - (c. s.) Che m'importa di Irene, dal momento che posso guardare Guido con tanta indifferenza! Ieri, quando non sapevo niente, come mi sentivo pi saldo! Serba il tuo segreto. Lascia che si riposino. E se Guido troppo felice, sar sempre tempo di parlare.
Irene - (c. s.) Se mi attacco a Riccardo, l'altro si vendicher. Con Guido ho una probabilit di non restare sola e di fare del male a Riccardo. Ma Riccardo si vendicher e racconter tutto... Ebbene,, parler io, s, giocare il tutto per il tutto... e confessare tutto a Guido. Provocare un dramma e nella zuffa cercare il mezzo di trarmi in salvo. (Si avanza verso Guido e gli dice) Ricco o povero, son pronta a partire con te. Ti amo, Guido.
Riccardo - (sobbalza come se uscisse da un sogno e urla a Guido) Tu mi hai mentito? (A Irene) M'aveva giurato che non t'aveva rivolto una parola da ieri sera.
Guido - In primo luogo, io non ho nessun giuramento da farvi. E poi credete ci che vi piacer di credere.
Irene - Guido, io, io sola in questa casa posso guardarti con gli stessi occhi. Di tutto ci che si poteva accusarmi di ricercare in te, tu sei spossessato. Riccardo t'ha rubato persino la tua camera; non ha indietreggiato dinanzi a questa vilt di figlio screanzato.
Riccardo - Mia piccola Irene, io mi vanto di essere un buon seduttore; ma non costringermi tutti i giorni a ricominciare il mio numero di conquistatore.
Irene - Riccardo, io ti guardo senza tremare, ormai tu non hai pi potere su me. Insomma, sono liberata di te.
Guido - Il nostro matrimonio impossibile, Irene.
Irene - Non ti chiedo di sposarmi. Ti chiedo di lasciare con me questa casa.
Riccardo - Perch ti precipiti al suo collo? Temi forse che egli non ti trattenga pi?
Guido - Sei certa finalmente di non amare pi Riccardo?
Riccardo - Attenta prima di parlare. La tua risposta sar capitale per Guido. Se non m'ami pi, chi pu sapere se lui t'ama ancora?
Irene - Non ho mai amato Riccardo e t'amo, Guido.
Riccardo - (a Guido) Domanda il perch.
Irene - Questa mattina io son pi forte di te, e sono pi forte perch tu non puoi nulla contro di lui.
Riccardo - Sei certa?
Irene - Te ne dar la prova, e subito.
Riccardo - (che ha compreso) Le tue storielle di donna non hanno pi interesse, mia povera Irene. Non capisci che anche Guido in pieno dramma metafisico? Durer quel che durer, ma in questo momento Guido si fa delle domande che non si era mai fatte sulla vita, la morte e il destino degli Havresi a traverso le stelle.
Guido - Ma perch impedisci a Irene di parlare?
Irene - (a Riccardo) Ti conosco, in questo momento sei sbalestrato. Guido, c' una menzogna fra noi tre.
Riccardo - Come vuoi che s'interessi ad una menzogna? Ne gi sazio.
Irene - Io t'ho mentito perch non sapevo come confessarti la verit.
Riccardo - La vita ha messo ventotto anni per confessargli la verit. Non credi che potr attendere pi oltre le tue piccole confidenze?
Irene - Un gioco della verit, atroce, che ha scombussolato tutto in questa casa; Guido, io sono stata felice soltanto accanto a te e nei sogni del nostro avvenire. E ormai, tutta la mia vita, ti aiuter con tutte le mie forze a circondarti di felicit. Tu sapevi che Riccardo stato il mio compagno d'infanzia, che mi ero fidanzata con lui per stanchezza, perch partisse, per liberarmi di lui, e tutto questo era vero, ma tu non sapevi che fino a che mi liberassi di lui, egli ha sempre fatto di me quello che ha voluto, vale a dire che egli volle per forza che fossi la sua amante.
Riccardo - Se tu consacrerai la tua vita a circondare Guido di felicit impiegando questo metodo, avr ancora da piangere.
Guido - Volle per forza?
Irene - S. (A Riccardo) Ed ora ti sar pi facile prendere un pugno di acqua nel mare, che farmi tremare.
Guido - (beffardo) E tu stavi per sposarti in veste bianca?
Irene - Quella veste bianca era un bagno di pulizia.
Guido - Avevo dunque indovinato giusto, quando vi conobbi il primo giorno! E per me ci voleva il curato ed il notaio!
Riccardo - Tu non hai accomodato nulla, Irene.
Irene - Riccardo, lontano da me, non contava pi ed io lo respingevo dall'anima mia, con tanta violenza, che l'avevo gi dimenticato.
Guido - E tu mi avresti confessato tutto la prima sera, oppure avresti continuato fra le mie braccia la menzogna cominciata con la sarta.
Irene - Portami via come vorrai. E' a te che voglio obbedire.
Guido - Decisamente m'avrai preso tutto, Riccardo.
Irene - Non capisci dunque che questa mattina sei tu che mi prendi a lui?
Guido - Ho perduto tutto.
Riccardo - S! Ma non nel modo che io speravo.
Irene - Ah! Guido, avrei preferito le campane di San Michele; la nostra bella villa piena di bottoni d'oro la guarderemo passando, poi ce ne andremo subito, lontano, e la nostra vita comincer.
Guido - Chi mi dester dal mio incubo?
Riccardo - (al quadro) A che mi serve il vostro nome che non amo? (Dopo un'alba lenta, si fatto giorno; entrano la Reinette e Lefort).
La Reinette - (molto impressionata) Ecco il signor Carlo!
Lefort - Si messo il crausino. (Entrano Clotilde e Carlo).
Carlo - (a Clotilde che andava verso i giovani) No, Clotilde, mettetevi qui. Ed inutile salutarci a vicenda ad uno ad uno. Noi ci conosciamo. La compagnia si salutata da s e basta. Quando la situazione sar chiarita ed io avr messo un po' d'ordine nella nostra sciagura... questa mattina non un ricevimento.
Lefort - Me lo immagino, perch quando c' ricevimento in casa vostra, voi non mi invitate davvero. Ieri sera, quando sono arrivati tutti i vostri signoroni, a me m'avete scaraventato in soffitta.
La Reinette - Ma stai un po' cheto.
Lefort - Una domanda la posso fare? In tutto questo guazzabuglio, pap Aubanel cosa mi diventa? Non pi della famiglia? Perch non qua? Per me il pi simpatico della casa.
Carlo - (a Clotilde) Dov' vostro padre?
Lefort - E' un gran brav'uomo.
Carlo - Antonia?
Antonia - (che era in ascolto con la signora Bascalin) Signor Carlo?
Clotilde - Invece di stare in ascolto dietro il vaso, ascoltate qui che sar meglio. Pregate il signor Aubanel di venire. (Antonia esce).
Pascaline - (mostrando la veste bianca) Signorina Irene, se l'abito non si prova questa mattina,, io non rispondo pi di niente.
Irene - Non ho pi bisogno di abito bianco.
Carlo - (secco) Vi pregher di attendere i miei ordini, voi come gli altri. (Entrano Aubanel e Antonia).
Aubanel - Stavo guardando sorgere il sole; per la prima volta ho sentito che la terra gli gironzava davanti come un grosso gatto sornione.
Carlo - (ad Aubanel) Spero di trovare nel vostro buon senso un appoggio che, purtroppo, non mi sar forse inutile. Ecco qua. Non vi espongo la situazione, voi la conoscete.
Lefort - Ben detto.
La Reinette - T'ho detto : zitto!
Lefort - Non posso approvare?
Carlo - (riprende) La situazione quanto mai disgraziata.
Lefort - Quando una gallina cova un'anitra, fa sempre un brutto effetto nel pollaio.
La Reinette - Se non la smetti, ce le pigli.
Clotilde - (calmandola) Signora, ve ne prego.
Carlo - Ho riflettuto tutta la notte, sforzandomi di dare uno sguardo sereno in questa situazione dolorosamente confusa. Ho concepito un piano: Se noi avessimo avuto due figlioli, certo che uno dei due l'avremmo mandato alle Antille, dove una sorveglianza assidua necessaria, se non indispensabile. (A Lefort e alla Reinette) Voi accompagnerete Guido tutti e due.
La Reinette - (spaventata) Alle Antille? Ma allora non andr a Parigi nemmeno questa volta?
Carlo - E' un viaggio interessantissimo. E Guido far una posizione a... a... a... vostro marito.
Lefort - Per andare laggi c' l'acqua da attraversare?
Carlo - Certo.
Lefort - Allora, mio povero signor Carlo, il vostro piano va a rotoli. L'acqua io non la digerisco, mi guazza nello stomaco. M' bastato andare una volta nel battello d'Honfleur...
Riccardo - Qual il seguito del vostro piano?
Carlo - La difficolt principale non ancora risolta. Il nome dei Duval-Lavalle non ha ancora raggiunto il sangue del padre di mio padre e la legge non ci pu essere di nessun soccorso. Ecco dunque ci che domando a tutti di accettare. (A Riccardo) Certamente, voi avrete intenzione idi ammogliarvi un giorno... Allora chiedo ad entrambi, a Guido e a Riccardo... (si riprende) a Riccardo ed a Guido, di impegnarvi sul vostro onore, anche se io non sar pi di Questo mondo, di costringere una vostra figlia a sposare il figlio maggiore di Guido. I figli che nasceranno da questa unione saranno gli eredi della casa. (A Riccardo) Cos, i figli dei vostri figli raggiungeranno il sangue ed il nome della mia famiglia che una sventura ha scompigliato ventotto anni or sono.
Clotilde - (accasciata) Ed era questo il tuo pano!
Riccardo - (ironico) E se io ho solo figli maschi e lui delle femmine?
Antonia - Son cose che succedono!
Irene - E poi s'accorderanno per sposarsi?
La Reinette - Perch no, se prendono di te che ti eri gi accordata con due padri.
Lefort - (che non ha capito bene) E' vero peccato che non si abbia una figliola bella e fatta. Sarebbe tutto accomodato.
La Reinette - Non sarebbe accomodato niente. Non dire spropositi.
Irene - Io non dar mai i miei figli ai figli di Riccardo.
Carlo - (a Irene) E voi che non siete ne d'una famiglia n dell'altra, volete accrescere i nostri guai e lo scandalo?
Antonia - (a Carlo) Io speravo meglio da voi.
Carlo - Noi siamo accasciati da un dramma senza precedenti.
Pascaline - lo qui che ci sto a fare? Non potrei tornarmene a casa mia?
Aubanel - Ve lo consiglio, perch se aspettate che il piano si realizzi, starete ancora tra noi per un pezzo. Siamo nel 1908. Se tutto avviene come Carlo ha avuto l'audacia d'immaginarlo, verso il 1930 i figli dei vostri figli saranno finalmente pronti a fare altri figli che metteranno finalmente in ordine la famiglia. Da qui ad allora, io sar morto, ed anche voi, signor Lefort, sarete morto.
Lefort - lo? E perch io? Ma una mania che han tutti in questa casa di volermi sotterrare. Ma io non ho affatto voglia di crepare, sono vivo.
Aubanel - Non ve ne vantate troppo.
Lefort - Perch quando si parla della morte, come il lupo: viene di galoppo.
Aubanel - Noi siamo tutti, per fortuna, degli apprendisti cadaveri.
Lefort - (asfissiato) Aah!
Carlo - (con rimprovero) Suocero!
Lefort - Non mi fate saltare la mosca al naso.
Aubanel - Ma la vostra sola grandezza, signor Lefort, che morirete un giorno.
Lefort - Ma che v'ho fatto io? Sono uscito di prigione per sentirmi dire che son bello e spacciato.
Aubanel - (a Lefort) Gli eroi non sono i soli che han il diritto di morire, anche un uomo come voi pu gridare al pi grande di tutti : anch'io faccio parte del grande viaggio e il buon Dio non mi ha dimenticato nel suo invito. E, vecchia bestia come sono, posso dire anch'io con orgoglio: io pure sono un futuro cadavere.
Lefort - (esasperato e indignato) Ma, dite un po': sono i barili di rum che vi fan dare di volta il cervello?
Aubanel - Un futuro cadavere! E saluto in voi, signore, questa grandezza che voi non comprendete.
Lefort - (furioso) Che non comprendo, ha detto, che non comprendo?
La Reinette - Calmati, via.
Lefort - (a Riccardo) Sei un pulcino o sei ancora mio figlio? Falla dunque tacere questa gabbia di matti.
Carlo - Vi prego di calmarvi. Certo, questa deviazione...
Lefort - (agitato) Non c' deviazione che tenga. Io per fesso non ci voglio passare. Ecco che mi fregano un figlio, e non contenti di rifilarmene un altro in sua vece, pretendono anche che mi stia zitto. Che zitto! Zitto un accidenti! O che pasticcio questo? Io voglio vederci chiaro. E tu, Riccardo, che sei istruito, dammi una buona spazzata a tutto questo ciarpame e rimettimi tutto a posto. E poi torniamocene a casa. (A Riccardo) E di quella sbrindola che ne fai? La vuoi o non la vuoi? Se la vuoi, portatela via, se non la vuoi, lasciala stare, ma piantali tutti quanti e vientene via da questa baracca. Suvvia, la Reinette, mettiti la scuffia e andiamo tutti a bere un bicchierotto a casa nostra con Riccardo. Ma perch non dovrebbe essere pi nostro figlio? Chi te l'ha detto? T'ha forse parlato la Maria?
La Reinette - A me non ha detto mai niente.
Lefort - (a Clotilde) E a voi, cos'ha detto?
Pascaline - Ma il nastro azzurro?
Lefort - Voi badate a cucire i vostri stracci! Ah! ma ne hanno delle fisime! Vi farebbero venire il torcicollo al cervello con i loro fantasmi.
La Reinette - Hai ragione, caro, cosa ci andremo a fare alle Antille?
Lefort - Non voglio saperne del loro cimitero e dei loro futuri cadaveri!
Antonia - (a Lefort) Voi che volete rimettere tutto a posto, cosa volete rimettere a posto?
Lefort - Non era tutto a posto, prima?
Riccardo - S, pap, tutto era a posto prima.
Lefort - (alla Reinette) In fatto di soluzione, tu mettiti la cappelletta, cara.
Irene - Addio, Riccardo.
Riccardo - L'addio me l'hai dato da un pezzo.
Irene - (a Guido) Dimenticheremo questo orribile sogno, amo voi solo e sar bella nella mia vesta bianca. (Escono la signora Pascaline e Irene).
Antonia - (a Guido) Vado a mettere le lenzuola pulite nel vostro letto. (Esce).
Carlo - Guido! Ma noi siamo in ritardo per l'ufficio!
Guido - Sono pronto, babbo. (Escono Carlo e Guido).
Lefort - (a Riccardo) Tu vieni? Tu, la Reinette mostraci la strada per uscire.
La Reinette - (chiamando) Riccardo?
Riccardo - Andate avanti, vi seguo.
Lefort - (a Riccardo) Non stare ancora fuori tre anni, come solito tuo. Vado ad aspettarti a casa.
La Reinette - A Parigi ci si va, s o no?
Riccardo - Perch no?
La Reinette - Lasciamo fare tutto a te, piccolo mio, ma torna presto. (Escono Lefort e la Reinette).
Aubanel - Si squagliano tutti?
Riccardo - Posso chiedervi di lasciarmi solo...?
Aubanel - Con chi? (Un silenzio) Addio, Gustavo. (Aubanel esce).
Clotilde - Con vostra madre, Riccardo.
Riccardo - Non eravate dunque felice che tenete ai vostri sogni?
Clotilde - Non te ne andare, Riccardo, resta con me.
Riccardo - Anche nella solitudine del mio cuore non posso chiamarvi mamma.
Clotilde - Eppure, sei mio figlio. Non potrei pi vivere senza di te. Riccardo, ti supplico di non abbandonarmi.
Riccardo - E ricominciare a spiegar loro che somiglio allo zio Gustavo?
Clotilde - Non vorrai fuggire come gli altri.
Riccardo - E che fuga! Voi avete ridestato una muta di cani addormentati. Hanno un po' brontolato, poi si sono riaccucciati con le orecchie tra le zampe e le pupille serrate.
Clotilde - Che vuoi fare?
Riccardo - Lasciare Guido nella mia camera, col mio nome e con Irene.
Clotilde - Irene non era donna per te.
Riccardo - Son parole che non avrebbero consolato un innamorato. Ma tutto mi sfugge.
Clotilde - Vuoi che lasci questa casa con te, sul momento?
Riccardo - No.
Clotilde - Allora rimani!
Riccardo - No. Ma dove andr io, verrete voi, a vedermi qualche volta, di nascosto, senza dirlo a nessuno.
Clotilde - S, figlio mio.
Riccardo - Voi sarete il romanzo d'amore della mia vita. Avevate ragione, una donna era stata creata per me in qualche parte del mondo, e mi aspettava. Una donna che non mi tradirebbe mai, che m'amerebbe pi di tutto il mondo, pi di se stessa. E' cos evidente oggi che questa donna non poteva essere che mia madre.
Clotilde - Voglio rivederti fin da oggi, ma altrove... non qui.
Riccardo - Al mio arrivo, ieri l'altro, avevo preso in affitto un appartamento all'albergo dell'Ammiragliato.
Clotilde - Per Irene?
Riccardo - Forse. E anche perch avevo sognato di affacciarmi a quelle finestre quando ero bambino. Ebbene, verrete a ritrovarmi l. E tutti e due, luno accanto all'altro, guarderemo navigare i piccoli rimorchiatori del porto ai quali pensavo nel mio deserto; o citt mia, o citt dell'Havre, mi sento rinascere, e non avr pi che te e mia madre nel mio cuore.
Clotilde - Tu diverrai un grand'uomo di affari, ricco, potente.
Riccardo - Questo s, mi rifar sugli altri.
Clotilde - E ti imparer ad essere felice.
Riccardo - Voi che non lo siete mai stata. Mamma! (Scoppia a ridere).
Clotilde - Perch ridi?
Riccardo - Perch gli ho rubato sua madre.
FINE
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